Liberati Germano studia documenti archivio Fermo storia economica Belmonte Piceno secolo XIV

Tesi di Laurea di Germano Liberati all’Università di Urbino anno 1960: Economia e governi a Fermo nel primo Trecento” documentazione

MERCATO A BELMONTE
Il commercio ed i traffici si svolgevano in prevalenza all’interno del territorio Fermano e con le città marittime dell’Adriatico. Il commercio interno era in prevalenza costituito dallo scambio dei prodotti agricoli e di quelli da essi derivati. Per il contado era Fermo il centro degli scambi più proficui, oltre che per comodità, anche perché gli Statuti Fermani prescrivevano norme piuttosto accentratrici in questo senso: “ le mercanzie non debbono essere mandate o estratte se non per mezzo dei porti della città” (Statuta: lib. VI, rubr. 28). Né questo deve far meraviglia, in quanto era necessario che fossero fatte le provvigioni, specie di generi primari, innanzitutto, per Fermo che, per la sua maggiore popolazione, e per l’afflusso di forestieri e di soldati, aveva le maggiori esigenze. In genere i prodotti locali erano tutti di libera estrazione, senza necessità di alcuna tassa speciale, se non la normale gabella prevista per la loro vendita, che restava invariata, sia che tale contratto fosse stipulato tra abitanti del Comune e dei castelli, sia con i forestieri. Questo fatto è facilmente riconducibile alla condizione sociale del comune, cioè al ceto di consumatori e alla prevalenza nel comune di una popolazione che traeva le fonti di vita dalla coltivazione dei campi. Soltanto in alcuni generi particolari vigeva un regime, per così dire, protezionistico, come nel caso del legname nuovo e vecchio lavorato, che non venisse estratto dalla città (Statuta, lib. VI, rubr. 19). Per altri generi esisteva un vero e proprio calmiere. Gli statuti ci informano che per alcuni generi di prima necessità (farina, orzo, legumi) i priori avevano facoltà di porre settimanalmente un calmiere. Statuta, Lib. V, rubr. 145: I signori priori, che ci saranno nel tempo, abbiano autorità, insieme con i regolatori, di provvedere affinché i comitativi, almeno una volta nella settimana, mandino la farina, l’orzo e il vitto nella piazza e li vendano a calmiere (calmum).
Oltre al commercio incentrato sulla città, grande era la cura del comune per i mercati e fiere, dove venivano convogliati i prodotti dell’agricoltura. Due i centri maggiori di questi mercati: San Claudio al Chienti e Belmonte. Per la fiera di San Claudio al Chienti, abbiamo molti documenti nell’Archivio Comunale di Macerata.
Certamente Belmonte Piceno assurgeva al privilegio di un luogo di scambio per la sua posizione geografica. Il castello di Belmonte è collocato nella media valle del Tenna, a 25 km da Fermo, alla sommità di un criminale che fa da spartiacque dei bacini dei fiumi Tenna a nord, ed Ete a sud. Belmonte veniva dunque a collocarsi in posizione mediana tra la montagna e la marina, tra le due predette vallate, e quindi naturale punto di incontro di tutta l’economia agricola locale, inoltre vicino ad un castello che non era Fermano, ma era assai potente, quale era Monte Giorgio.
L’origine di questa fiera doveva essere assai antica, ma quel che è certo, essa era assai importante e fiorente nel secolo XIV. Gli statuti di Fermo ce ne permettono una esatta descrizione. Il mercato aveva luogo tutti i martedì, e si svolgeva in una località appositamente deputata, il forum (piazza), ma data la sua limitata capienza, si spandevano le merci anche nelle vie di accesso: “In qualche strada attraverso la quale si va al detto mercato” (Statuta, lib. VI, rubr. 73).
I mercanti arrivavano il giorno prima (die lune, lunedì) e ne ripartivano il giorno appresso (die mercurii, mercoledì). Alcuni di essi, i più affermati ed abituali protagonisti e frequentatori, avevano addirittura dei caseggiati (cassina vel capanna) per conservare le loro merci. Giungevano al mercato non solo mercanti con mercanzie locali, anche alcuni forestieri (forenses). Lo statuto contemplava un trattamento speciale circa i dazi per coloro che avevano già pagato la gabella nel Porto di Fermo e comperavano a motivo di vendere e di esportare via mare. Costoro erano esenti dalla gabella sulle merci che vigeva al mercato di Belmonte, così pure quelli che l’avrebbero dovuta pagare nell’atto di imbarco delle merci acquistate e che intendevano esportare.
Una serie di provvedimenti speciali garantiva sia la sicurezza delle merci che quella dei mercanti: (Statuto, ivi) Sia lecito a chiunque nel giorno di lunedì che precede il giorno della piazza (forum) e nel giorno seguente, di mercoledì, da qualsiasi parte sia, venire con mercanzie e con qualsiasi genere di cose e bestie a questo mercato e starvi salvo e sicuro; e nessuno possa offendere nella persona o nelle cose, nell’andare, nello stare, nel ritornare: sia libero e sicuro e prosciolto, nonostante alcune rappresaglie (=punizioni) e condizioni.
Tuttavia il luogo non godeva di immunità perché si faceva presente che si dava autorizzazione a tutti, (Ivi) con eccezione per i banditi e i condannati del Comune di Fermo, i quali non sono compresi nelle cose dette.
Il luogo godeva anche di una certa franchigia: (Ivi) non possano venire in questa piazza (forum) o aver costrizioni a motivo di qualche debito contratto altrove, ma soltanto per debiti contratti nelle cause vertenti ed emergenti dallo stesso .
L’economia Fermana, secondo quanto si è detto sulle norme che regolavano l’estrazione delle merci e secondo alcune disposizioni doganali, si presentava come una economia aperta. Per facilitare gli scambi con le terre all’infuori del distretto erano contemplate alcune particolari agevolazioni doganali e di gabelle.
Al mercato di Belmonte concorrevano mercanzie di ogni sorta: in base a quelle nominate negli statuti possiamo dedurre che esse però fossero soprattutto costituite da prodotti tessili, grezzi e lavorati, bestiame vivo e macellato, prodotti cerealicoli: questi ultimi variavano in quantità e genere secondo i diversi momenti stagionali.

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