CONOSCERE ED AMARE L’ARTE SACRA NEL SUO SIGNIFICATO E DIFENDERLA. Note di Germano LIBERATI

LIBERATI GERMANO fa conoscere e amare l’Arte Sacra agli alunni di Servigliano (2007)
L’arte sacra si esprime in forme diverse e tutte interessanti: dall’architettura delle chiese alle decorazioni, ai dipinti, alle statue, agli oggetti per il culto, come candelieri, croci, calici e i tessuti che sono usati per gli altari e per i paramenti liturgici. E’ da questa varietà di ‘cose’, di forme e di materie che nascono valori spirituali.
Questi oggetti, collocati negli spazi sacri indicano la devozione dei fedeli, ci ricordano la storia della nostra fede, dei santi che la comunità cristiana di un paese ha venerato ed in nome dei quali ha compiuto e realizzato spesso opere di carità e assistenza importanti. Chi visita una chiesa, può ricostruire la storia della devozione, della carità di una comunità cristiana, del paese.
In molte comunità oggi si stanno riscoprendo i valori che le immagini trasmettono. La Chiesa ha creato delle strutture apposite nelle singole diocesi istituendo l’Ufficio Beni Culturali ecclesiastici che ha il compito di catalogare, proteggere, rendere fruibile il patrimonio, ma soprattutto far scoprire ciò che c’è dietro ogni opera: perché quel santo? Come si lega alla Comunità? Quale messaggio essa trasmette? Un’opera d’arte sacra, se non ‘parla’, non trasmette un messaggio di fede e\o di storia della fede di una comunità, non è nulla, per quanto bella possa essere, se ne è perso lo scopo per cui è stata realizzata.
In altri ambienti si è persa l’attenzione da parte della comunità dei fedeli, che sembrano disattenti ai valori profusi dalle opere d’arte sacra conservate nelle nostre chiese, e questo per vari motivi: c’è un’ignoranza diffusa su riti, celebrazioni sacre e quindi su tutto ciò che li correda; si è perso il senso di un’appartenenza nel sentirsi componenti di una comunità, per cui, tutto quello che riguarda la parrocchia, i santi patroni, le tradizioni tipiche e particolari, viene ignorato. Si è perso il valore pedagogico e catechistico delle opere e degli arredi sacri. Io penso che portando le persone in chiesa, o in un museo d’arte sacra, si faccia catechismo.
Tutti possiamo essere istruiti sulle opere che il proprio paese, la propria chiesa possiedono affinché imparino ad apprezzarle e quindi a diffonderne la conoscenza. Occorre esser formati ad apprezzare il bello ed il sacro per poterlo proteggere. Questa formazione ha lo scopo di far comprendere la bellezza, la storia, i valori spirituali ed affettivi di certe opere: questo percorso permette a ciascuno di sentirle come ‘proprie’.
I furti nelle chiese rientrano nella categoria legale dei furti d’opere d’arte come quelli nei musei, nelle collezioni private, ma non si tratta solo di questo. Chi ruba nelle chiese si rende conto di rubare un oggetto sacro oltre che un valore artistico e quindi di commettere un sacrilegio.
Per la tutela, per la conservazione, per la valorizzazione delle opere di arte sacra occorrono molti fondi. Gli enti preposti sono generalmente poco attenti a questo. I pochi fondi che stanziano sono per lo più destinati alle opere dei Comuni o delle Province; mentre per le chiese e i luoghi religiosi restano generalmente gli ‘spiccioli’.

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IL MUSEO DIOCESANO DI FERMO. Relazione del Direttore Liberati Germano

IL MUSEO DIOCESANO DI FERMO. Inaugurato il 15 luglio 2004. Relazione di Liberati Germano Direttore
La storia del museo diocesano di Fermo ha radici lontane perché quindici anni fa l’arcivescovo Fermano, mons. Cleto Bellucci aveva prospettato la necessità di offrire adeguata collocazione allo straordinario patrimonio artistico della cattedrale e di altri siti, procedendo con la progettazione e la conseguente realizzazione. Le opere erano ben custodite nei loro luoghi, ma non potevano essere ancora fruite da tutti. I locali necessari al museo sono ubicati a lato della cattedrale. Per i necessari interventi si susseguirono imprese, collaborazioni, e pareri delle Soprintendenze competenti in materia. All’architetto Fabio Torresi era stata affidata la direzione dei lavori e la progettazione dell’allestimento, dalla disposizione delle opere, al design delle teche.
Nel 1997 il successore mons. Gennaro Franceschetti ha creduto fortemente nel museo come “bene” pastorale e quindi come strumento di evangelizzazione e di incontro anche con chi non è particolarmente partecipe della vita cristiana, ed ha sostenuto, promosso, favorito e sollecitato la conclusione dei lavori ed ha curato la disposizione delle opere con adeguamento dell’apparato didattico. Al vicario generale mons. Armando Trasarti è stata affidata la oculata gestione delle risorse finanziarie. Finalmente il 16 aprile 2004, alla presenza del ministro per i Beni Culturali, on. Giuliano Urbani, di numerose autorità e gran folla di cittadini, il museo è inaugurato. Questo museo vuole essere il polo di una ricchissima e preziosa rete di musei e di raccolte parrocchiali, diffuse nel territorio dell’arcidiocesi. La Chiesa Fermana si sta dimostrando molto sensibile alla tutela e valorizzazione del patrimonio artistico. Numerosi sacerdoti con grande passione ed entusiasmo ed anche con sacrifici economici hanno sistemato locali, realizzato impianti, restaurato opere, allestendo piccoli, ma straordinari musei parrocchiali. Il territorio di questa arcidiocesi è costellato da tali raccolte che vanno da Massignano a Campofilone, a Carassai e, da Capodarco di Fermo, a Petriolo, a Corridonia, a Mogliano, a Morrovalle fino a Montefortino, mentre sono in corso di progettazione altre sedi ancora.
Il museo ecclesiastico si pone come luogo di valorizzazione e recupero di un patrimonio posto al servizio della missione della Chiesa e significativo da un punto di vista storico-artistico: è strumento di evangelizzazione cristiana, di elevazione spirituale, di dialogo con i lontani, di formazione culturale, di fruizione artistica, di conoscenza storica (Pontificia Commissione per i Beni Culturali della Chiesa, La funzione pastorale dei musei ecclesiastici. Città del Vaticano 2001).
Nel museo diocesano di Fermo sono ora custodite le opere d’arte che un tempo erano conservate nel tesoro della cattedrale, con l’aggiunta di altre provenienti dall’arcivescovado, dalle chiese di Fermo e dal territorio dell’arcidiocesi. Vi sono esposte testimonianze di un arco di tempo che dall’arte paleocristiana giunge fino agli inizi del novecento, ripercorrendo le diverse fasi costruttive della cattedrale, la presenza di insigni vescovi, i rapporti con il papato (tra cui i vescovi di Fermo divenuti papi come Pio III e Sisto V) e oggetti di uso liturgico, tracce di una costante devozione. L’esposizione è organizzata per tipologie omogenee, seguendo, all’interno di ognuna di esse, epoche e stili.
Le sezioni più ampie sono così costituite: Sala dei vasi sacri (calici, ostensori, pissidi, reliquiari e altro): suppellettili sacre di splendida fattura, tra due cui due calici gotici, un tempietto in lapislazzuli, l’apparato pontificale del card. Filippo De Angelis, opera in oro dell’insigne orafo G. L. Valadier; il servizio di candelieri e croce d’altare, in cristallo di rocca; e numerosi altri lavori di celebri argentieri e orafi romani e locali (Piani e Raffaelli). Nelle sale dei paramenti sacri dal 600 agli inizi del 900; rilievo particolare è riservato alla casula di San Tommaso Becket, frutto dell’arte tessile di origine araba, datata 1116: la madre dell’arcivescovo di Canterbury la donò alla Chiesa Fermana in ricordo dell’amicizia tra suo figlio San Tommaso al vescovo Fermano Presbitero, suo compagno di studi a Bologna.
La Quadreria si dispiega in due sale e raccoglie opere di celebri artisti: Marino Angeli, Vittorio Crivelli, Carlo Maratta, Pomarancio, Corrado Giaquinto, Hayez, Luigi Fontana. All’ingresso, nella prima grande sala sono raccolti autentici capolavori, la parte più importante del tesoro della cattedrale: vi si possono ammirare, infatti, il Messale miniato nel 1436 da Ugolino da Milano, un inedito Messale miniato del XIII secolo, la stauroteca donata da Pio III di fattura probabilmente veneta con preziose miniature; il pastorale in tartaruga e madreperla, donato da Sisto V, il monumentale ciborio in bronzo dei fratelli Lombardi-Solari del secolo XVI, una xilografia raffigurante L’istituzione della Confraternita del Salterio di N. S. Gesù Cristo e della beatissima Vergine Maria da parte di san Domenico, una delle primissime testimonianze, databile all’ultimo quarto del secolo XV, della diffusione del Rosario.
Il museo diocesano di Fermo vuole essere una realtà viva e vivace, centro di cultura e di formazione, inserito come valido strumento nel progetto pastorale diocesana. Concretizzare tutto ciò, coinvolgendo le diverse realtà ecclesiali e non, è il progetto ambizioso ma imprescindibile se non si vuole perdere la sfida che un museo di arte sacra ha insita in sé.
Il Direttore ringrazia le imprese, i restauratori e i loro collaboratori, infine gli operatori dell’Ufficio Beni Culturali.

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GENIO LOCALE LA PINACOTECA O MUSEO. Arte sacra studiata da Germano Liberati

LA PINACOTECA GENIO LOCALE: note di LIBERATI Germano sull’arte sacra
Ogni luogo, come ogni persona, ha il suo generatore di vita intimamente connesso con l’esistenza del luogo. (cfr. Debuyst, F. Genius loci cristiano, Milano 2000). Una raccolta di arte sacra è questo genio locale, luogo intimamente connesso con la presenza del divino rappresentato in modo visibile, in un luogo. Il problema del fruire delle opere d’arte trova soluzione nel circuito di tanti musei locali che permettano di conservare “in loco” opere d’arte e suppellettili sacre delle chiese appartenenti allo stesso al medesimo vicariato
Per entrare in contatto con lo spirito del luogo servono conoscenze del carattere, dell’orientamento e della riconoscibilità. Il carattere è il complesso di connotazioni che ci fanno identificare e distinguere un luogo, come case, campagna, vallata. L’orientamento nel contesto da cui l’opera d’arte proviene (chiesa, convento, cripta) è ricerca, respiro, captazione visiva, concentrazione interiore. La riconoscibilità fa cogliere il senso profondo dell’opera sacra a vari livelli (storico, sociologico, iconologico, iconografico, stilistico) e la capacità del luogo stesso di comunicare il suo genio generatore di vita. Scrive il Paolucci: “ era necessaria un’aggregazione alla chiesa maggiore in modo che il museo fosse legato ad un edificio sacro ancora popolato e officiato, per permettere agli oggetti esposti di conservare quell’aura sacra che è elemento fondamentale per la comprensione di quella che è la loro specificità storica ed estetica; mantenere una contiguità fisica, una vicinanza, simbolica di cultura, di memoria, diritti, di consuetudini fra la realtà viva della Chiesa di oggi e i documenti della Chiesa di ieri (Intervista in Avvenire 12.03.2000).
In tali condizioni la pinacoteca della parrocchia offre un incontro con lo spirito del luogo. Scrivono di vescovi della Toscana, che l’uomo contemporaneo è affascinato dalle immagini che gli vengono proposte dalla tradizione del passato. Quando uno entra nella chiesa o in una pinacoteca ecclesiastica ammira architettura, affreschi, tele, statue e percepisce il carattere e la modalità principale della destinazione del luogo, ogni opera d’arte sacra ha riferimenti alla fede, alla devozione, all’uso liturgico e particolari annotazioni stilistiche e tecniche.
Il visitatore decodifica sia l’asse denotativo che quello connotativo, coglie un messaggio che ha la valenza di allargare lo spazio del sacro.

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CANZONI RELIGIOSE dialettali belmontesi raccolte da Vesprini Albino nelle medie vallate dell’Ete e del Tenna

CANTI POPOLARI CRISTIANI
Dialetto di Belmonte e dintorni

1
S. ANNA
Pregata per le partorienti
Una donna partoriente,
perch’era miscredente
ci avette da penà.
Arriva l’ora strana,
e sudori da morire
ne vuttava in quantità.
Arriva la mammana,
la febbre è assai gagliarda
jé disse: “Iddio te guarda
che grossa infermità!
Qui ce vo’ un dottore,
ce vòle un professore
de grande qualità!”
Il povero marito,
sentenno ‘ste parole,
a Sant’Anna di buon cuore
se va a raccommannà.
Ai piedi dell’altare,
se mise jò in ginocchio
e po’ l’abbassa l’occhio
la grazia pe’ ddomannà.
“Tu judeme S. Anna,
tu sei la mia avvocata,
questa morte scellerata
non me la fate ricordà.
La povera mia moglie,
che si strazia tra le doglie,
sarvatemela dal periglio:
sennò se perdo matre e figlio
per tutta l’eternità!”
Dal povero marito
dopo fatta ‘sta preghiera
Sant’Anna non mancava,
quell’inferma a consolà.
A capo de otto jorni,
dal letto già si è alzata,
e S. Anna sua avvocata
va presto a ringrazià.
2
SAN GIUSEPPE
Alla Natività di Gesù

“Rallegrati, Maria, che sei sposa,
più gradita sei tu di fresca rosa.”
Giuseppe abbassa l’occhi e tira via,
per non sentir il pianto di Maria.
Tre Angeli dal cielo glielo disse,
per Betlemme bisogna che partisse.
Ci la menò con gioia ed allegria,
ed accarezza la Madre Maria.
“Un pezzo di pan noi ci porteremo,
per quando noi fame poi sentiremo.
Un somarello noi ci porteremo,
per quanno poi noi ci straccheremo”.
Quanno che fu l’ora delle gran calure,
Maria si sdraia in terra a ripusare.
“Su, Maria, se non puoi camminare,
c’è il somarello che ti può portare!”
“Io, Giuseppe, non so’ stanca, none:
lo Spirito Santo dà devozione!”
Quanno Maria a cavallo era salita,
guarda la stella sua ch’era apparita.
Era apparita in quelle capannelle,
dove dormiva le sue pecorelle.
“Tu qui Maria ci dormi assai sicura,
qui di nessuno devi aver paura.
Tu vieni qui, Maria, allegramente,
e non aver timore di niente!”
“Stai pure tu, Giuseppe, qui sicuro,
per me sei stato sempre sposo puro!”
Quanno che fu l’ora de la mezzanotte,
Maria chiamò Giuseppe forte, forte.
“Su, su Giuseppe mio alzati un poco,
vamme a trovà un carbò de foco!”
Allor Giuseppe si sveglia allegramente,
a Betlemme va a chiedere a la gente.
C’erano qui due mastri forginari,
con le fucine accese da ferrari.
“O mastri forginari, Dio vi sia d’aiuto,
un po’ de foco cerco, sprovveduto,
“Sì, Giuseppe te lo vogliamo dare,
para il cappello se lo vòi portare!”
“Il mio cappello è fatto per la testa,
il foco mettimelo su la mano destra!”
Il fucinaro dopo quello che ha ‘scoltato,
sul palmo d’una mano gliel’ha dato.
“Oh Dio che gran miracolo so’ visto,
su la pianta de la mà il foco ha misto!
Guardate che miracolo evidente,
su la pianta de la mà lu focu ardente!”
Allor Giuseppe s’incammina per la via
se ‘ncontra con Sant’Anna e Anastasìa,
Domandò: “Anna da dove sei uscita?”
“Ho assistito Maria che s’è parturita!”
Lu partu de Maria è un bel sorriso:
è nato il Signore del Paradiso.
Lu partu de Maria è gigli e canti,
è natu lu Patrò de tutti quanti.
Nel parto di Maria è nato un fiore,
è nato Gesù Cristo Salvatore.
Nel parto di Maria è nato un giglio,
beata te Maria, che bello figlio.
Nel parto di Maria è nato un santo,
è nato lu patrò de tutto quanto.
Se vai a vedé Maria quanno lava,
li pagni del Signore essa rsegava.
E lo sapone che ce li ‘nsaponava,
tutti granelli d’oro gli faceva.
E del sapone che ce li lavava,
a cento miglia l’odore si spandeva.
E sull’alberello dove li appendeva,
tutti rametti di fiori ce spuntava.
Poi Giuseppe jé li raccoglieva,
e in mano di Maria li rimetteva.
Chi ha ascoltato con devozione
s’acquisterà cent’anni di benedizione.
Chi lo ha accolto con la sua reverenza
s’acquisterà cent’anni di indulgenza.
3
NATALE

Salute a tutti, jente amica
e che Dio ve benedica.
Mo’ vi cantimo con tanta allegria
“Viva Natale e Epifania”,
vi portiamo la novella
l’Anno Nuovo e la Pasquella.
Dio da grazia, bona jente,
perdonate se vinimo,
a cantavve allegramente
comme meglio nu’ putimo:
viva Natà e Bbifania
pace santa e allegria.
Un bon giorno Dio ve dìa
bona festa e bon capodanno
per onore del gran Messia.
bon ricordo per tutto l’anno.
Tutti sa che Jesù Cristu
pe’ sarvà ‘stu munnu tristu
Da la Vergine Maria,
Gesù figlio allor nascia,
Su nel cielo c’è una stella,
dove è natu lu Messia
e rischiara la capannella
fa vedé la faccia bella
Su la paglia lu Bambinellu,
ch’adè lu più bellu dei putti
tra lu bove e l’asinellu
sta lu Messia de tutti
San Giuseppe lu focarellu,
lu mantè sotto lu mantellu.
E de jorni ‘na dicina
era scursi ch’era natu
e nisciuno in Palestina
tra l’Evrei l’avria pensatu
che vicino a un asinellu
fosse natu un bambinellu.
Una notte che dall’occhi
una ma’ non se vidia
e la née cascaa a fiocchi
che dal cielo ne vinìa,
da la stalla a ‘na cert’ora
san Giuseppe scappò fora.
E rmanì meravigliato
ch’un bel po’ prima de giorno
fosse tutto illuminato
Bettlemme tutto intorno;
pe’ ‘na luce chiara e bella
de li raggi de la stella.
4
PASQUELLA

Siamo amici in compagnia;
ogni vene ve porti l’Epifania
ch’è rriata co’ tanta alligria
che pozzeste tuttu l’annu
non suffrì manco un malannu.
Date orecchio al nostro dire,
se bramate di sentire
la bellissima novella:
l’annu novu e la Pasquella.
La Pasquella del Re nato
da li Magi fu ritrovato,
e trovato in Oriente
da ‘na stella assai lucente.
Pe’ la strada li guidava
dappertutto illuminava,
si fermò lla bbella stella
l’Annu Novu e la Pasquella.
Gerosolima era entrati,
da la stella abbandonati.
Quanno Erode questo ha sintito,
restò muto e tramortito.
Non sapendo se cche fare
fece li Magi a sé chiamare.
“Oh! Voi Magi, dove andate ?”
“A trovare il Re che è nato !”
”Retrovatu che l’avete
poi da me ritornerete !
io vurrìo, in cortesia,
vinì a vedé ‘stu Messia
Ecco i Magi addormentati
da due Angeli so’ avvertiti
che se tornano da Erode
per loro è pronta già una frode.
E si posero in viagio,
con la stella senza disagio;
si fermò la loro stella,
sopra rozza capannella.
Arrivan i Magi a passo lento,
portando mirra, oro e argento
e cantando tutti in cor:
“Viva, viva il Redentor”.
Han trovato il Re che è nato,
i tre Magi scavargati
proprio llì da tre cammelli.
E chidìa de bboccà
Jesu Cristu a visità.
San Giuseppe vecchiarellu
li tre Magi salutò.
De lu santu bambinellu
a la culla li portò,
che la matre lu rrescalla
su la greppia d’una stalla.
Li tre principi beati
A la vista de Jesù
li rregali che ha portati
li presenta in ginucchiù:

FINALE ALLA PASQUELLA
(lingua italiana)
La buona Pasqua, signori, vi portiamo,
gioia e letizia noi vi auguriamo;
per rinnovare la Pasquella noi veniamo
a ricordare che è nato il Signore.
Auguri vi facciamo,
amore vi portiamo.
Buona Pasqua fide genti,
cittadini e cari amici
noi giorni assai felici
vi veniamo ad augurar.
5
QUESTUA de Bebfanìa
Vedo che viene e apre la porta
qualche cosa ce lo porta…
una piccola bagatella
viva viva la Pasquella!
Fate presto e non tardate,
ché adè freddo, e ce scusate,
fa venir la tremarella
viva, viva la Pasquella!
Vu’ ciavete checcosa da dacce
a nu’ ce vasta du’ sacicce,
ma se ce date ‘na pollastrella
viva, viva la Pasquella!
Se ce date un bicchiere di vino
ce riscalda un pochettino
ce rinfresca la favella
viva, viva la Pasquella!
Ferma il canto e ferma il suono,
che ‘sto vino è proprio bono,
io me lo gusto a garganella
viva, viva la Pasquella!
La vergara jò ppe le scale
porta checchosa su lu zinale
ce portesse ‘na pollastrella
l’Anno Nuovo e la Pasquella!
Se ce porta ‘na saciccetta
non ce ‘mporta se è ciuchetta,
vaste che rrempie la padella
l’Anno Nuovo e la Pasquella!
Se ce dà ‘na forma de cascio
su li maccarù lo lascio
co’ lo sugo e la cannella
l’Anno Nuovo e la Pasquella!
Quillu porcu che scì ‘mmazzato,
cinquecento t’ha pesato
co’ la lonza e la coratella
l’Anno Nuovo e la Pasquella!
Le sacicce che sta su in altro,
lu core miu non pensa ad altro
spera de falle su la padella
l’Anno Nuovo e la Pasquella!
Su la botte vicino lu muru,
dove lu zippu ce va duru,
ce mittimo ‘na cannella
l’Anno Nuovo e la Pasquella!
Se ce dai ‘na pacca de porcu,
non ce ‘mporta se d’è sporcu,
jé dacimo ‘na raschiatella
l’Anno Nuovo e la Pasquella!
La bistecca finché se coce,
io alzo de più la voce
cuscì senti quanto è bella
l’Anno Nuovo e la Pasquella!
E le vacche che custodisci
Sant’Antò le salva da rischi
specialmente la vitella
l’Anno Nuovo e la Pasquella!
Che protegga lo bestiame,
da la peste e da la fame
e da qualunque malattia
buona Pasqua Epifania!
‘Sta bella figlia che ciavete,
ma perché non ce la date,
è ‘na figlia proprio bella
l’Anno Nuovo e la Pasquella!
Quessa moglie che ti ci hai,
cento figli possa fare
e n’atra figlia bella
l’Anno Nuovo e la Pasquella”
Non fa tanto la smorfiosa,
poche storie e dacce checcosa,
perché sennò ce jimo via
buona Pasqua Epifania!
(ai generosi)
Cresce lo grà ch’hai somentato.
E’ verde le viti che si potato.
Tutto quanto se rinovella
l’Anno Nuovo e la Pasquella!
Vi salutiamo tutti quanti.
Nu’ ce ne jimo via contenti.
6
SANT’ANTONIO
festa il 17 gennaio
Su venite, su venite brava jente
su venite al paesello,
questo solo ho da dirve
che domà è Sant’Antoniu.
Bona sera, o jente amica,
e che Dio ve benedica !
Ve cantino Sant’Antoniu,
pe’ dispettu de lu demoniu.
Sant’Antonio è un gran santo,
lu diavulu l’odia tanto!
Se vulimo scaccià lu demoniu,
onorimo Sant’Antoniu.
Sant’Antonio era un signore,
va a la Messa, scolda il Vangelo
torna a casa, cambiò pensiero:
tutto ai poveri egli donò.
Diede alla Chiesa la sua casa,
nel deserto se ne andò
per salvar l’anima sua
e tornarla al Signor.
Sant’Antonio nel deserto,
il demonio glié va appresso;
molte botte gli ha dato
che rimase senza fiato.
Sant’Antonio vestito d’ abate,
nel deserto facìa penitenza
fu scoperta la sua innocenza
e se vidìa la sua santità.
Era un bellu giovanottu,
jette rumitu ne lu desertu.
Non se dà pace lu demoniu,
tenta sempre Sant’Antoniu.
Co’ l’erba fresca che magnava,
de continuo digiunava.
Mentre stava nella sua cella,
glijé comparve ‘na femmina bella.
Glié disse: “O uomo santo
famme durmì a te accanto!”
Gli rispose Sant’Antonio:
“Vattene via, brutto demonio!
Sant’Antoniu era un furbone,
lu portava un gran bastone.
Co’ lu vastò Sant’Antoniu
caccia via quellu demoniu.
Non vòse mai pijià mojie:
“No’ lo vojio, no’ lo vojio!”
E per sempre se fa rumitu
de ‘stu munnu comme vannitu.
Sant’Antoniu la veste acconciava,
co’ la subbia e co’ lu spagu,
lu demoniu jé stuccava
tutto quanto e ruppìa l’aco.
Sant’Antoniu era un gran santo,
che l’inferno tremò tanto.
Per amor di Dio scelse la vita
quando si fece eremita;
Sant’Antoniu era bonaccione,
sulle spalle portava un borsone,
lu demoniu jé lu sbusciava
li trozzi de pà jè sse cascava;
Sant’Antoniu a lu desertu,
se magnava li tagliulì,
il demonio per dispettu,
jè rrubbò lu cucchiarì.
Ma lu santu non se lagna
co’ le ma’ li piglia e li magna.
Sant’Antonio non se rrabbia
E lu demoniu mette in gabbia
Sant’Antonio predicava,
e un Angelo l’ascoltava,
fu il terrore de lu demoniu
nel deserto Sant’Antoniu.
Sant’Antoniu vinidittu,
porta accanto un purchittu;
lu demoniu per dispettu
vulìa magna’ ‘stu purchittu.
Sant’Antoniu protettore,
lo protegge con valore.
Protegge sempre il bestiame
buoi, vacche, porci e pollame.
Sia maiali che capritti,
cani, gatti, porci, somaritti;
Sant’Antoniu da tanti mali
sempre sarva tutti gli animali.
Sant’Antonio mai non falla,
e protegge la vostra stalla.
Se voi non ci crederete
prima o poi vi pentirete.
Li fatterelli tutti quanti
chi li pole raccontare?
Ne dè tanti, tanti tanti
più de l’acqua de lu mare.
A la fine de tant’anni lu demoniu
è straccu de tenta’ Sant’Antoniu;
‘gni tranellu che ‘nventava
risultatu non jé dava.
Te ringrazio Sant’Antoniu
che allontani lu demoniu;
e prego con te, Gesù e Maria
per poté stà in bona compagnia.
Lunga sarrìa la filastrocca,
e in Paradiso ve sse porta;
per dispetto del demonio
viva, viva Sant’Antonio!
Ormai che il canto è già finito,
il santo aspetta il vostro invito.
Dentro la stalla lo accoglierete
e tante grazie ne riceverete.
Grazie tante, o brava jente,
anche se non date niente!
Facimo festa a Sant’Antonio
per dispetto del demonio!
+
PRECE A S. ANTONIO
Sant’Antonio mio benigno,
io ti prego, ma non so’ degno,
come il nostro protettore
prega Cristo Salvatore.
Rit. Per la tua vita castigata,
tante grazie Dio ci ha dato.
Per virtù dell’Ostensorio
facci la grazia Sant’Antonio.
Sant’Antonio mio divino,
va incontro a sti bambini,
va incontro a li carcerati,
a le povere donne tribolate,
va incontro a li vedovelle,
ha le povere vergini e orfanelle.
Rit. Per la tua vita castigata……
A la donna partoriente,
che patisce un gran tormento,
tu reca aiuto ogni momento.
Chi va per mare o per marina
Sant’Antonio salva dagli assassini.
Rit. Per la tua vita castigata….
O marinaro non badare al miglio
co’ la proteziò di Sant’Antonio,
sempre puoi andare più lontano,
anche fino all’oceano indiano,
senza paura del pescecano
che ubbidisce Sant’Antonio.
Rit. Per la tua vita castigata……
Sant’Antonio miracoloso,
in cielo in terra ci dai riposo.
Ave Maria de l’Angeli e de li santi,
Padre, Figlio e Spirito Santo.
7
GESU’ ALL’ETA’ DI DODICI ANNI

All’età di dodici anni,
Gesù fanciullo fuggì via
e Giuseppe e Maria
lo andarono a cercar.
Lo cercarono tre giorni
con affanni e con dolore
lo trovarono fra i dottori
là nel Tempio a disputar.
A casa se lo portarono,
ma non lo rimproverarono
perché meglio allor capirono
la sua grande divinità.

8
LA PASSIONE DI CRISTO

. Ecco che giunta l’ora
dell’ultima sua cena
con faccia serena
Gesù così parlò:
. Disse: “Sarò tradito
e poi sarò negato.”
E Giuda scellerato
Disse: “io non sarò”.
. All’orto prontamente,
rivolge le sue piante
del buon Gesù è costante
per il Padre suo, l’amor.
. Gesù si apparta solo
da tutti abbandonato
con pianto sconsolato
Il Padre suo pregò.
. Tutto mesto e dolente
in terra cade e langue,
dal gran sudor di sangue
resister più non può.
. Arriva il traditore,
Giuda con dispetto,
dice al Maestro eletto:
“Salve Rabbì!”
. Risponde il mio Signore:
“Che cerchi, amico mio?”
E Giuda iniquo e rio
col bacio lo tradì.
. La truppa in quel momento,
con funi e con catene
contro l’amato Bene
subito gli s’avventò.
. E con maggior tormento,
soffrendo il Redentore
con gran pena e dolore
nella prigione andò.
. Dalla prigion levato,
con insulto amaro
ad Anna è portato
Gesù pieno d’amor.
. Il traditore ingrato,
gli dà una manata
e la sua faccia beata
soffre tanto dolor.
. Dai soldati è trascinato,
dal prefetto Pilato
per essere processato
come fosse malfattor.
. Pilato spaventato,
dal popolo inferocito
del processo imbastito
le mani se ne lavò.
. Affacciandosi al balcone,
al popolo poi propone
di scegliere tra il Redentore
e un grande malfattore.
. La libertà a Barabba,
e la croce per Gesù,
il popolo incosciente
dice croce per l’innocente.
. Allor per soddisfare,
del popol l’insolenza,
a sì crudel sentenza
Pilato acconsentì.
. E senza più indugiare,
fu legato il Redentore
come un malfattore
ognuno lo schernì.
. Legato alla colonna,
battuto e flagellato,
di spine incoronato
è il dolce Redentor.
. Questo patir tuo amaro,
di morte così atroce
questa pesante croce
come potrai portar?”
. Ecco pronta l’ora,
ingrato peccatore,
rimira il tuo Signore
che alla morte se ne va.
. Per te spietato ancora,
vuole abbracciar la morte,
per aprire a te le porte
del suo regno celestial.
. Oh Gesù mio caro,
la croce t’ho preparata
da me fu fabbricata
con tanto mio peccar.
. Piange la cara Madre,
mirando il suo Signore,
pensa al gran dolore
che sentiva nel cuor.
. E tra le guardie armate,
il buon Gesù è caduto
nessun più porge aiuto
al caro mio Gesù.
. E il dolente Figlio,
tutto quanto impiagato,
per salvare l’uomo ingrato,
in croce va a morir.
. Il tuo ostinato cuore,
lo fa così languire
in croce va a morire
per la tua infedeltà.
. Giunto sull’alto monte,
il buon Gesù innocente
da quell’ingrata gente
presto spogliato fu.
. E la dolente Madre,
piena d’amor e zelo,
si leva Il suo bel velo,
per coprire il suo Gesù.
. Poi lo inchiodano alla croce,
per l’una e l’altra palma,
acciò spirasse l’alma
con più pena e più dolor.
. Inchiodato tostamente,
il buon Gesù clemente;
e da quella sete ardente
nessun lo dissetò.
. A un tratto allora il velo
del Tempio si squarciò
ed anche il sol nel cielo
d’un tratto si oscurò.
. Il buon ladrone allora,
pentito del suo errore,
gli dice: “Oh mio Signore,
ricordati di me!”
. Gesù risponde allora,
con umiliato viso:
“Nel Santo paradiso
oggi sarai con me!”
. Ecco Gesù morente,
sulla croce languente
con voce dolente
Giovanni chiama a sé.
. Dice: “Fratello mio,
io me ne vado al Padre
e la mia dolente Madre
La raccomando a te!”
. Pregò l’Eterno Padre
per i suoi crocifissor,
quell’alma santa e pia
al Padre Eterno andò.
. Tremò la valle e il monte
più d’uno risuscitò;
il prato, il colle, il monte
con gran rumor tremò.
. E Gesù Cristo morto,
agli inferi è passato
che sia ringraziato
per la santa sua Passion.
. Il romano centurione,
mosso a compassione,
per togliere ogni dubbio
con la lancia trapassa il cuor.
. Ha lasciato il mondo,
volle soffrir la morte:
ora apritegli le porte
del regno de lassù.
. La Madre con dolore
fra le braccia lo pigliò
Lui pieno d’amore
a noi tutti ci salvò.
. Ecco, Gesù che è morto,
nella tomba vien deposto
e con gli angeli del cielo
la gloria a Dio portò.
. Ricorda, o peccatore,
l’appassionato Bene
fra quanto grosse pene
sulla croce per te soffrì.
. Piangi con cuor contrito,
con vero pentimento
e con proponimento
di non insultarlo più.
. Il terzo giorno intanto,
Gesù risuscitato,
tra suoni, feste e canti
nell’alta gloria sta.
9
LE ORE DELLA PASSIONE DI CRISTO

Agli Apostoli riuniti,
per far l’ultima cena
con faccia assai serena
così Gesù parlò.
Disse: ” Sarò tradito!”
Disse: “Sarò negato!”
E Giuda il traditore
disse: “Io non sarò!”
Alle due il Cristo,
anche a Giuda i pié lavò;
Gesù gli disse: ” Dell’errore
io ti perdonerò!”.
Alle tre il Sacramento
distribuisce agli apostoli,
a tutti col cuore contento
il suo corpo dispensò.
E alle quattro si mosse
con gran compassiò,
allor parlò a loro
per dar consolazio’.
Alle cinque nell’orto,
il buon Gesù andò
e cadde in terra morto
pel sangue e pel dolor.
Alle sei il Padre suo
un Angelo mandò:
il calice a berlo
Gesù si preparò.
Alle sette ore, Giuda
le truppe sue guidò
“Dio ti salvi Maestro!”
Così Giuda parlò.
Alle otto una manata,
in giudizio a Gesù toccò;
e quella faccia beata
soffrì tanto dolor.
Alle nove dileggiato,
Gesù non si turbò;
e Giuda sconcertato
all’albero s’impiccò.
Alle dieci carcerato
la truppa lo menò.
Con ferri ben legato
in prigione restò.
Quando lui fu accusato,
sonavan le undici ore,
disse Gesù a Pilato:
“Il regno mio è lassù.”
Deriso dal re Erode
alle dodici di bianco,
vestito come matto,
alla condanna fu tratto.
E senza più indugiare
legato il Redentore
come un malfattore
ognuno lo schernì.
Si gridava: ” Crocifiggi!”
e fu alle quattordici ore.
Pilato se ne afflisse.
Ma le mani si lavò.
Legato alla colonna,
che fu le quindici ore,
battuto e flagellato
tutti lo disprezzar.
Coronato di spine
colpito con una canna
dalle tempie sue divine
tanto sangue lui versò.
A le tredici ore
di rosso ben vestito
dal popolo inferocito
fu deriso come re.
Alle sedici condannato
alla croce il Salvatore
per dargli più dolore
le sue carni scarnì.
Alle diciassette ore,
la penna si adoprò
per scriver la sentenza
che al buon Gesù toccò.
Li chiodi ed il martello,
per lui si adoperò;
in croce il Redentore
alle diciotto andò.
Alle diciannove ore,
pendente dalla croce;
Gesù pieno d’amore
Giovanni a sé chiamò.
Disse: “ Giovanni mio,
io me ne ritorno al Padre
e la dolente Madre
io la raccomando a te!”
Alle venti da bere,
chiedeva il Redentor;
amaro aceto e fiele
fu dato al Salvator.
Alle ventun’ore,
la testa sua chinò.
Quell’anima pura e santa
al Padre suo tornò.
Alle ventidue ore,
la lancia lo forò;
il centurione
il costato gli impiagò.
Alle ventitre ore
dalla croce lo levò,
e la mamma con amore
su le braccia lo pigliò.
Alle ventiquattr’ore,
Gesù sepolto andò,
con il suo grande amore
a noi tutti ci salvò.
Tremar la terra e i monti
le pietre si spaccar
per dimostrare quanti
per noi patì dolor.
Il velo del gran tempio
tutto si squarciò
ed ogni uomo empio
devoto ritornò
Alle venticinque ore,
con gli Angeli e i Santi
per liberare tanti
nelle inferi andò.
Il terzo giorno intanto,
Gesù resuscitò;
con gioia, feste e canti
nella gloria trionfò.
Gesù Cristo è morto,
ma poi risuscitato,
dal peccato ci riscattò
col testamento dato
nella sua santa passiòn.

10
GESU’ MIO

Gesù mio con dure funi,
come il reo chi ti legò?

Rit. Sono stato io l’ingrato,
Gesù mio perdon pietà.
Gesù mio, quel sacro volto,
chi feroce, Ti schiaffeggiò?
.Gesù mio, con schiaffi e sputi
Chi ti offese e flagellò?
.Gesù mio la sacra fronte,
chi di spine Ti coronò?
.Gesù mio su crudo legno,
chi alla morte Ti condannò?
.Gesù mio di dura croce,
chi crudele Ti caricò?
.Gesù mio le sacre mani,
chi con chiodi Ti straforò?
.Gesù mio quei sacri piedi,
chi spietato Ti straforò?
.Gesù mio le sacre labbra,
chi con fiele Ti amareggiò?
.Gesù mio quel sacro cuore,
chi con lancia Ti trapassò?
.O Maria il Divin Figlio,
sotto gli occhi chi Ti immolò?
.
11
INNO ALLA SANTA CROCE
Belmonte Piceno 3 maggio
Ti veneriamo o croce,
conforto dei credenti;
a Te alziam la voce,
redenti peccator.
Rit. Ti invoco o Croce Santa,
in vita e in morte ancora;
di vera pace ammanta
il mondo peccator.
A Te leviamo i cigli,
bagnati dal dolore;
per te siam tutti figli
di Cristo Redentor.
Rit. T’invoco o Croce……
Tu sei la gran Regina,
che ci ha ridato il cielo
a Te il mortal s’inchina
T’invoca ogni fedel.
Rit. T’invoco o Croce…..
12
EVVIVA LA CROCE

Rit.Evviva la Croce,
la croce evviva,
evviva la croce
e chi la portò.
Da te o Croce Santa,
io voglio conforto
perché da morte è risorto
il mio caro Gesù.
Rit. Evviva la Croce…..
O Croce preziosa,
o sacro Tesoro,
prostrato io t’ adoro
per chi ti disprezzò.
Rit. Evviva la Croce….
Felice quel cuore,
che solo sta afflitto
per un Dio crocefisso
che tanto l’amò.
Rit. Evviva la Croce….
Con sommo trionfo
in cielo è salita
di luce adornata
un dì Ti vedrò.
Rit. Evviva la Croce….
Sarai per gli eletti,
dolcezza e conforto;
affanno e spavento
per chi Ti sprezzò.
Rit. Evviva la Croce…..
13
Dies irae popolare.
DIESILLA
Diesilla, diesilla,
solve secula in favilla,
scrive Davide con Sibilla.
Gesù pio co’ gran terrore,
giudicherà il peccatore.
Sonerà la viva tromba,
e ogni valle ne rimbomba.
Da li corpi d’ogni tomba,
pe’ la forte stronatura
risorgerà ogni creatura
dall’antica sepoltura.
Sorgerà morte e natura.
Tutti andremo al tribunale,
co’ lu libbru d’ogni mortale
dove è scritto il bene e il male.
Avanti al giudice sedente,
tutto a Dio sarà presente.
Chi de noi sarà innocente?
Chi sarà pe’ noi assistente?
Chi pe’ noi avrà premura?
La buon’opera sarà sicura.
O clemente maestà,
salva l’uomo per tua bontà,
per tua fonte di pietà.
Recurrimo a Gesù pio,
fatto uomo pe’ conto mio:
Me creasti, me sarvasti
co’ la croce me rcomprasti,
fa alfine che ciò basti.
Tribunale di contrizione,
avanti a Dio si fa ragione,
dacci la tua remissione.
Come reo me pentisco,
e ogni colpa riconosco,
d’aver offeso a torto Cristo.
Maddalena perdonasti,
e il ladron accontentasti,
la speranza a me donasti.
Io te prego, non son degno,
de venire nel tuo Regno
tu, Signore me pòi fa’ degno
e no’ mandacce in basso regno.
Fa che luogo ci sia dato,
fra gli Angeli beato
e dai rei separato.
Da quell’atri benedetti
è separati li maledetti,
e nel fuoco stanno astretti.
Che non ce manni tra i dannati
a eterni affanni condannati.
Colla faccia in terra china,
te preghiamo, Maestà divina,
che abbi cura di nostra fine.
In quel giorno spaventoso,
buon Gesù giusto e pietoso,
donaci pace e riposo.
Che non abbiamo eterno danno
quando tutti risorgeranno.
Diesilla lacrimosa,
alle anime del Purgatorio
portatele in Paradiso
diesilla, diesilla.
14
DIASILLA DE GUSTI’

Diasilla, diasilla,
comme ad’è bisogna dilla:
“Io so’ un povero cencioso
d’ogni cosa bisognoso;
non ciagghio più gnente de pà’
me bbisogna un saccu de grà,
vaco da quilli che ce l’ha:
me la farrà la carità?”
“Un saccu de grà lu darrò,
ma prima lu devi pagà
perché io non fo la carità!”
A sintì questa risposta,
Gustì jette fori testa.
Diasilla, diasilla,
comme adè bisogna dilla:
“Su ‘stu munnu stimo stritti.
Meglio fa sparì li puritti.”
Dicìa Gustì a denti stritti,
senza sfamà li figliulitti.
Gustì prega Sant’Antoniu
che l’avaru jesse a lu demoniu.
Sconsolatu caminava,
mentre a casa se ne rghiava;
de fame e rabbia bestemmiava
e allora se raccommannava:
“O caru Sant’Antoniu,
fallu portà via da lu demoniu.
Diasilla, diasilla
comme ad’è bisogna dilla:
chi non fa la carità
su ‘stu munnu non duvrìa sta.
Gustì bussa e n’atra casa,
ma non ce rimedia cosa.
Co’ ‘n bastò lu patrò lu minaccia
e con furia via lu scaccia.
Diasilla, diasilla,
comme ad’è bisogna dilla:
non merita il Paradiso
chi non dona manco un sorriso.
15
VINO – VIASILLA

Co’ la testa alquanto brilla
sempre l’anama è tranquilla.
Co’ quel vino puro, puro,
incurante del futuro,
io so’ l’omo più sicuro.
Vino forte, con gusto pieno,
a noi gradito perché ameno,
da non potenne faa’a meno.
Dei bicchieri fra ‘l dolce suono,
io davver più lieto sono
di un sovrano sul suo trono.
Benedetta sia la natura,
che una bibita sì pura
dié all’umana creatura.
Acqua chiara maledetta,
sii da noi sempre interdetta
perché ce dài solo fiacca.
O viasilla lacrimosa,
l’ubriacone ha ‘na sua cosa:
è che vede il mondo rosa.
16
ANIME SANTE

Dell’Aneme defunte,
spieghiamo li lamenti
in un fuoco sì potente
si trovano a penar.
Ascoltiamo notte e giorno
sentiam quelle chiamate
per esser sollevate
ci chiedon carità.
Tutti li quarti e l’ore
l’anime sante chiama
stendiamogli una mano
per poterle sollevar.
Quant’anime penose
con desiderio ardente
pensan a amici e parenti:
“Movetevi a pietà”.
Fratelli, se possiamo,
non siamo tanto avari,
l’anime sante care
cerchiamo d’aiutar.
Vi prego o cara gente
non ci mostriamo ingrati
pensiamo di poter andar
in Purgatorio a sperar.
Quant’anime purganti,
in carcere si trovan!
Di qua non si sa nova
di quando usciran.
Tra le pene e li travagli,
tra il fuoco e li tormenti,
per quell’anime dolenti
troppo pochi abbiam pietà.
Iddio per buono avviso,
ce manda questa nova:
quel che si fa si strova
e così succederà.
Timore non abbiate
al sentire queste cose
quell’anime beate
Iddio le vuol aiutar.
Pensa che da un’ora all’altra,
ci arriva pur la morte,
ci leverà la sorte
di tutta la libertà.
Fra i quarti ed i momenti,
se passa all’altra vita,
cerchiamo ‘sta partita
de saperla ben giocar.
Sentite ‘ste ragioni,
ascoltate questo canto,
chi il bene lo fa in vita
al di là lo ritroverà.
Quando saremo morti,
non si sa dove ce manda,
si sta in quella speranza
che perdono Iddio ci dà.
Ora che abbiamo tempo,
pensiamoci ognora
l’anime sante ancora
cerchiamo d’aiutar.
Se noi le aiuteremo,
sarrà nostra speranza
Iddio cento per una
ce lo rinfrancherà.
Preghiamo per la pace,
la Vergine Maria,
con gioia e fantasia
ci diede di cantar
per chiedere sollievo,
a quell’anime defunte
che è state in questo mondo
e poi all’eternità.
Se noi le solleviamo,
sarrà per nostro bene,
dopo de tante pene,
Iddio le premierà.
Finite le sue pene,
se ne va’ in santa gloria
Iddio gli dà vittoria
e per sempre goderan.
Quell’anime meschine,
staranno allegramente
Iddio gli rappresenta
la nostra carità.
Chi padre o madre,
fratelli, opur sorelle
anime santarelle
le dobbiamo aiutar.
Chi ha amici, conoscenti,
compari opur comari,
noi che siam parenti
muoviamoci a pietà.
Chi cià moglie o marito,
con qualche figlio ancora,
gli promettiamo ognora
di volersi ricordar.
Vi prego non manchiamo,
di fargli ‘ste promesse
ricordiamoci di esse
che Iddio ci aiuterà.
Ecco l’ultimo punto,
vi dico a tutti quanti,
avrà una sorte grande
chi le vorrà aiutar!
Per le grazie che volete
a quest’anime le dite
Iddio non ve le nega
e concesse a voi saran!
Avrà una gran fortuna
chi prega e pur perdona
esser buoni nel mondo
per goder l’eternità.
17
PER L’ANIMA

Sia lodato Gesù Cristo,
bona jente del Signore,
perdoneteme de bon core
se ve vango a disturbar.
Son povero peccatore,
dal buon Dio mannatu qua,
per la strada e per la via
me ne sto sempre a spettà.
Tu che stai sempre contento
mai non pensi a la tua fine:
pensa bene ch’hai da morire
da venire all’eternità.
Una voce par ch’io senta,
la tua mamma sta a chiamar
in Purgatorio se lamenta
e se sente spasimar.
In Purgator se sente
una strillante voce:
tra quelle pene atroci
tu non la abbandonar.
Piange la cara madre,
in quelle fiamme ardenti;
prega noi viventi
di volerla consolar.
“Povera zia, povero zio,
tutta la robba la godo io,
tutta la robba la godo io,
tu te ne stai de llà a penar”.
Facimo far un mortoriu
che te cava da lu Purgatoriu
e facimo far un bell’ufficiu
che te manna in Paradisu.
E facimo dir ‘na Messa,
servirà per noi e per essa
e la parte noi l’avremo
solo dopo che moriremo.
La Messa avanti dì,
chi spetta a mizzudì,
chi per le vie chi per le piazze,
chi per i giochi e chi pe’ li spassi.
Tutto se pensa de fa
Meno la festa de riguardà.
“Figlio mio te lo ricordo,
se te vorrai sarvà
e vòi andare i n Paradiso
l’interessi lascili sta’.
Se tu stai mortu in casa,
tutti se mette a suspira’,
e l’amici e li parenti
che te vene a visita’.
Scapperai de casa tua,
co’ ‘na grande compagnia,
senza aver più la speranza
di ritornar ne la tua stanza.
Lu mortu ssotterratu,
è da tutti abbandonatu;
e de lu mortu in sepoltura
lu ricordu poco dura.
Troverai ‘na pietra quadra,
sotto lu mortu che ci stà,
troverai l’osse spolpate
da li vermi divorate.
Se va avanti a lu Signore,
non se sa comme ce sse va;
e una veste tutti uguale
tutti la dovremo indossa’.
O che pianto e che lamento,
in Purgatorio che tormento.
E ricorrono ai parenti
de non l’abbandonà.
Lu patre disse al figlio:
“Me trovo in tante pene,
son legato con catene.
Ch’io non posso ripusà.
Figliu miu te lo ricordo,
non so che cosa pensi;
te li ricordi i miei sudori,
tu te ne sta llà a scialacquà.
Mi trovo in Purgatorio,
notte e jornu a tribbula’,
e chi non vò proà ‘ste pene,
quisti fochi e ‘sta fornace,
figliu miu, se a te te piace
famme ‘na grande carità.
E il nome di Maria,
te lo vengo a ricordar;
sopra a me c’è il Paradiso,
figliu miu, non posso entrà.
Dopo che sono entrato,
io prego Iddio per te,
allora tu sarai beato,
per lo bene ch’hai fatto a me”!
“Sono figlio di buon cuore,
io prego Iddio per te;
quanno che Dio me rvole
io vengo lassù con te”.
Che sorte e che allegrezze,
de jì su in Paradiso
de jì su in Paradiso
a godere l’eternità”!
Fra l’Angili e li Santi,
con suoni, feste e canti;
d’ogni sorte de contentezza
quanno Dio te la darà.
“Quann’eri fanciullino,
ti volevo tanto bene,
tutto lo sangue de le vene,
per poterti far mangiar.
Adesso che son morto,
de me ti scì scordatu,
ti scì fattu tanto ingratu
de me non ci-hai pietà.
Chi non vò proà ‘ste pene,
li fochi e li flagelli,
faccia carità a li poverelli
che il Signore l’aiuterà”.
Le ricchezze de lu munnu,
le dobbiamo pur lascià,
esse tornano ai parenti
per poterci far la carità.
Si va in quell’altro mondo
a godere l’eternità.

PER LE ANIME PURGANTI
La pace dei Santi,
concedi o Signore
ai morti aspettanti
l’eterna mercé,
rimetti il dolore
e chiamali a Te.
+ Requien aeternam dona eis Domine
et lux perpetua luceat eis. Amen
Per il sangue versato,
da Te sulla croce,
ascolta la voce,
Deh! Fa che t’ascolti
nel buio romito
dei cari sepolcri,
la voce d’amor
il giorno infinito
risplenda su lor.
Rit.: Requiem aeternam……
O Madre Maria,
dei figli il conforto,
conducili al porto
di luce e beltà.
Deh! Abbi dell’alma
materna bontà:
di tanto dolore.
Deh! Dona la pace,
o dolce Signor.

PASSIONE DELLE ANIME SANTE
Ricorro a te Gesù, benigno e pio
Signore del Cielo e di tutto l’universo,
che in Maria t’incarnasti o dolce Dio,
perché dal Padre Eterno fu concesso
per liberarci dall’Inferno rio;
moristi in croce, tu stesso l’hai permesso.
Ti prego per la santa passione,
di dare al mio canto gran devozione.
Cari signori tutti qui presenti,
ascoltate il mio dire se vi piace
se voi mi ascolterete in santa pace
vi farò sentir la passione dei defunti.
Chi ha padre, madre, fratelli e parenti,
fate del bene per lor, che a Dio piace.
Vi canterò dell’anime purganti,
dei loro dolor, sospiri e pianti.
Vergine Immacolata, Vergine pura,
che partoristi il nostro Creatore
prendi, per pietà, di lor la cura
o Madre santa, o Madre tutt’amore.
Rischiara quelle carceri così oscure,
o Vergine aiuta quell’anime dolenti
salvale dalle pene atroci e dai tormenti.
Gloria del cielo e nostra pia avvocata,
che intenerite il cuore dei viventi,
pigliatevi voi cura dei defunti,
e ad ogni anima battezzata
recate sollevi evo da quei tormenti.
Noi vi preghiamo, o Vergine beata,
coprite col manto le anime innocenti,
prega per loro o Vergine pia
e portale su alla gloria del Messia.
18
SANTA LUCIA (13 dicembre)

Santa Lucia lu munnu lasciatu avìa;
l’occhi turchini comme lu cielu ci-avìa,
e comme le stelle intorno rilucìa.
vergine e zitella, santa Lucia
a venti anni se rinchiuse in una stanza,
ce se rinchiuse che era tanto vèlla.
da tuttu lu munnu era disprezzata;
passò lu re, la vidde cuscì vèlla:
il re, ch’era malvagio per la via,
jé disse: “Cosa fai, sora Lucia?”
Se te piace con me venire a stare,
argento e oro te farò portare,
se tu fai tutto il mio volere,
pe’ cara sposa te voglio tenere,
se tu con me non sarai volente
te caccio l’occhi e infligge tormenti!”
Glié rispose Lucia: “Ce so’ giurato,
co’ nessun omo voglio far peccato!”
“E vattena de qua , re malidittu,
e vattene de qua, da quistu postu,
prima che lascio Cristo benedetto,
prima me butterebbe in mezzo al foco!”
Presto lu re se ne rvà a casa:
“Andate a caccia’ l’occhi a la sora,
quelli bell’occhi che ha sotto la fronte,
più ce rpenso e più me fa confonne,
quelli bell’occhi che porta sulla testa,
più ce rpenso il cor me fa tempesta…!”
Un Angiulu dal cielo in terra scese,
e in bacile d’oro l’occhi di lei mise.
Essa disse “Porta a lu re questa pietà,
io sempre a Cristo me voglio consacra’,
staco a sirvì il Signore allegramente!”
lu re da me non avrà mai gnente!”
Allora il re dal furore quasi impazzito,
comanda a un gruppo de sordati:
“Pigliate due giovenche non domate,
facetala strascinà nel foco ardente,
e se per casu non lo potesseste,
a pezzi, a pezzi me la tagliereste
per far veder quanto io son potente!”
Disse lei: “Da me non avrà mai niente”.
Quanno che le giovenche toccò la santa,
persero la forza e la possanza,
lu re perse lu regnu e s’aggelava.
Quanno la Santa in Paradisu entrava,
ogni Angelo co’ li soni l’accoglieva;
san Pietro ‘na gran festa organizzava.
Questa canzone ch’è stata cantata,
a Santa lucia sia rappresentata,
rappresentata con devozione,
da questu miseru peccatore.

Belmonte Piceno 2012

———digitazione Albino Vesprini

19
ALL’ASSUNTA
O cara Madonna Assunta,
facce bone e facce sante
ora nu’ piano, piano
a casa nostra ce ne rghimo
e li passi che facimo
li dunimo tutti a te!
O Madonna dell’Assunta
a casa nostra ce ne rghimo
ma un maritu che cerchimo
te prighimo de facciulu troà
ché nu’ li passi che facimo
li dunimo tutti a Te!”

INDICE
All’Assuna 19
Anime sante 16
Diasilla de Gustì 14
Dies irae dies illa 13
Evviva la croce 12
Gesù a 12 anni 7
Gesù mio 10
Inno belmontese alla S. Croce 11
La Passione di Cristo 8
Le ore della passione di Cristo 9
Natale 3
Pasquella 4
Per l’Anima 17
Pietà per i Morti (22)
Questua 5
S. Anna 1
S. Antonio 6
S. Giuseppe 2
S. Lucia 18
Vino – viasilla 15

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CANTATE STROFE MOTTETTI NENIE STORIELLE IN DIALETTO BELMONTESE scrisse Albino Vesprini

STROFE E VERSI POPOLARI CANTATE MOTTETTI NENIE STORIELLE IN DIALETTO
Di Leucano Esperani
Belmonte Piceno 2013
1
Il maiale è l’unico animale
che magna tutto con o senza sale.
2
E’ ‘na cosa vera
che la legge italiana
comme quella fiorentina
se fatta la sera
è già guata la mattina.
3
I più bei versi son i versi d’amore,
scritti dai poeti solo con il cuore;
scrivendoli essi non cercavano la rima
ma farli assai più belli di quelli di prima.
4
Chi va in cerca d’amor, trova col guai,
infatti l’amore vero non si trova mai;
l’amore vero non è se non ti fa soffrire
è una verità per l’uomo dura da capire.
5
Il bacio è un segno d’amor sempre gradito,
piacere fa a chi lo riceve e a chi l’ha dato;
l’ha scritto pure il gran poeta Dante
che sull’amore ha detto cose sacrosante.
6
Se la prova mi vuoi dar che tanto m’ami,
donami la casa, o cara, e i tuoi terreni,
vedrai che in me nasce un amore vero,
grande, eterno e assai sincero.
7
Uhà, uhà, uhà
o che puzza de cristià.
Cuscì cantava
lu lupu manà.
8
Così diceva Dante:
“Sembran poche, sembran poche
invece sono tante
se son rane, donne e oche!”
9
Lu contadì,
lascia sempre lu cuntintì;
lu paesà,
magna per ogghi e per domà.

10
Chi compra a la cantina,
mai riporta la caraffa piena;
fra acqua e collarì
lo meno che ci sta è lo vì.
11
Il far la legge e men che niente,
se la legga non rifà la jente.
12
E smettala de fa lu prepotente,
ricordete che qui ci sta jente forte.
Se partutu è lu rre,
tu scì lu fante
e te pòi stroà co ‘l’osse rotte.
13
La donna che se volta
e move l’anca,
se puttana non è
poco ce manca.
14
Se il bere della sera ti fa danno,
ribevi a la mattina
e vedrai che medicina.
Così cantava nonno.
15
Ffaccete a la finestra,
bellina de ‘stu core
se tu vòi far l’amore
vo’ far l’amor com me;
sappi che hai scelto un fiore
e che non lo pòi sciupare.
Mannaggia a quannomai
me n’ammorai de te!
16
Sapete voi perché io son così carina?
Perché mi alzo di buon’ora la mattina,
respiro aria buona, fresca, oltremarina
poi bevo un bicchier di latte di gallina.
17
Per gli stessi delitti,
io vado carcerato,
quegli diventa re,
questi impiccato.
18
La donna è da temer dal labbro fino
e quella è da fuggir se sa il latino.
19
Se due son i medici
a curare un’ammalato,
suonate pure a morto,
egli è spacciato.
20
Lo vai dicenne pe’ lo vicinato
che ti volevo amare e non m’hai voluto;
d’un’altra cosa io me voglio vantare
t’ho messo le mà in petto e t’ho vasciato!
21
Il mio cuore l’affido al vagabondo vento,
perché lo porti dentro a quel convento
ove la mia sposa è stata chiusa a tradimento
il padre suo del nostro amor non è contento.

22
Oh! Mille baci dammi e quindi cento,
altri mille e poi di nuovo cento;
mille altri ancora e ancora cento.
Quando molte mila ne avrem fatti
Solo allor ci sentiremo soddisfatti!
23
Portate l’occhio nero e mi guardate,
sappiatemelo dir cosa volete.
Volete il mio cuor e non me lo dire?
O veramente ve ne vergognate.
24
Se non t’amassi più degli occhi miei,
per quello che mi fai , t’ucciderei;
questo tu da tanto tempo ce lo sai
ma sta attenta, che te ne pentirai!
25
Per il male d’amor non c’è rimedio e scampo,
nella notte dei tempi creando il mondo
questo l’ha scritto Dio co’ un grosso stampo!
26
Per te, o bello mio,co’ ‘ste parole io canto,
perché te voglio bene, tanto, tanto!
Parole più dolci e più soavi
presso altri amanti, certo, non le trovi!
27
Lu maritu to’ ha vuluto far l’amore,
m’è sembrato mpo’ debbole de core,
sta attenta che stanotte te sse mòre.
28
Bella te pòi chiamà ché bella sei,
bellina comme te ‘ns’è vista mai;
tu scì la rosa e mammata la fronna
beatu chi in quissu core ce commanna.
29
Tu scì proprio la meglio de lu mazzu,
lu meglio fiore de le gentilezze
tutti li giovanotti ce vè a spassu
per sentir il profumo delle tue carezze.
30
Quanno nascisti tu, bella figliola,
le bellezze nel mondo no’ nse trovava;
nascesti su lo spuntar dell’aurora
e il sole di levarsi si vergognava.
31
Mamma pe’ non famme tanta dote
m’ha ditto: “Figlia fatte monachella!”
Io monachella non me voglio fare,
damme la dote, me voglio maritare!
32
Tutto lo contrario voglio fare,
a chi m’ha ‘bbandonato voglio bene,
perché il suo cuore m’ha lasciato
in ricordo del caldo bacio che j’ho dato.
33
Tutta la notte me lu sento drittu,
lu capezzale da capo lu lettu:
più jé dico che se staca fittu
più issu me sse rrizza pe’ dispettu.
34
Lu sole piagne co’ lo contà le stelle,
ché se n’è ‘ccortu che jé ne manca due;
jé n’ha rrubbate due tra le più belle
pe’ facce l’occhi a te la mamma tua.
35
Tu cerchi lu maritu a Fallerò,
perché te piace véllu ma mpo’ cojiò;
invece io lu cerco a Serviglià
perché comme me pare me fa fa!
36
L’amoroso mio quanno va a la Messa,
vicino a la porta d’uscita se ‘nginocchia;
jé so’ mannato a dì che n’ce sse metta,
perché co’ lo guardà a issu perdo la Messa.
37
E’ morta Mariuccia a la vellemmia,
sta sotterrata sotto ‘na capanna;
non se tròa chidù che me la ‘nsegna
non senti quistu core comme se lagna?
38
Me ss’è messa ‘na pena su lu core,
e tu scì quella che me dà la pena;
se non me lasci jì, bella, me mòro
non vedi la vita mia che sse cunsuma!
39
Guarda l’amore che m’ha fatto fare,
a quindici anni m’ha fatto impazzire;
del paternostro m’ha fatto scordare
e de ‘na terza parte dell’Avemmaria.
40
L’omu che piglia moglie poco dura
se non la sa la vita sua riguardare;
se vuol che la partita sia sicura
da le donne si deve allontanare.
41
O vecchia che tu pozzi cascà morta!
Perché non manni figliata per l’acqua?
Jò la fonte c’è l’amoroso che l’aspetta
co’ li tanti suspiri, ha ‘ntorvedato l’acqua.
42
Ffaccete a la finesta, Luciòla,
ecco che passa lu ragazzu tua;
porta un canistrillu pienu d’ova
‘mmandatu co’ li pampili dell’ua.
43
Me entrata in pettu ‘na serpa ‘ncatenata,
succhia lo sangue e me fa ferita;
era meglio che per me non fusci nata
volette tanto vè, o brutta scellerata.
44
A casa de lu diavulu so’ statu,
misericordi la jente che c’era;
e su la porta ce trovai Pilato
vidi la bbella mia che al foco ardeva.
45
Povera vita mia chi la cunsuma?
Lu dì lu sole e la notte la luna.
Povera vita mia c hi la strapazza?
Lu dì lu sole e la notte la guazza.
46
Oh! Quanto allegra sta la rundinella,
quanno spunta l’arba a la matina;
ancor più allegra sta la figlia bella
quanno l’amore suo jè sse ‘vvicina.
47
A Roma, a Roma le bbelle romane,
la meglio gioventù: le marchigiane.
A Roma, a Roma le romanelle,
le marchigiane è sempre le più belle.
48
Giovanottello quanto scì carinu,
se avessi mille cor tu scì lu primu;
giovanottello quanto scì galante
se avessi mille cor, tu scì il mio amante.
49
Quanto siete carina a parte addietro
ché davanti ancor no ‘nt’avìo veduto;
cara quanno davanti t’ho veduto
per le bellezze tue me so’ svenuto!
50
Se la mamma s’ha pijiato chi jé pare,
io me voglio pijià chi me sta a core;
se la mamma chi jé pare s’ha pijiato,
io voglio pijià chi Dio m’ha destinato.
51
Se potesse vince ‘sta cinquina,
la mamma del mio amor la farrei dama;
la sua sorella la farrìo regina
e il fratello suo principe de Roma.
52
Pe’ despettu de chi vo’ male a noi,
scrivimi, bella, e famme sapé che fai;
se Dio de qua la morte ce la leva
amarci, è bello, finché il mondo dura.
53
L’albero secco non fa mai verdura,
così li fiori secchi a primavera;
l’amor dei marinai è ‘na sfortuna
prima ter rrubba il cuor, poi te ‘bbandona.
54
Il fiore de la mannala ha fiorito,
poco lontano da colui che m’ha tradito;
il fiore de la mannala ha spicato,
poco lontano da chi m’ha lasciato.
55
Garofano piantato a la finestra,
domà se custodisce e ppo’ se ‘nnaffia;
uno se coglie il giorno de la festa
pe’ dallo al mio amore quanno passa.
56
La donna quanno è ‘vvezza a la sciampagna,
conduce l’omu a le strade segrete;
se butta comme le pecore a lo stagno
pe’ facciulu cascà ne la sua rete.
57
Iersera lo giurai dietro la porta,
de non amarlo più un birbo’ de piazza;
s’è mmestecato l’ojio co’ la nocchia
io so’ giovanotta da sputatte in faccia.
58
Scì piccolina e ce vo’ pocu pannu,
ma sempre scì rvistita de galanteria;
pe’ la galanteria ci sta il tuo amore
è natu contadì, pare un signore.
59
Quattordici rose forma un mazzu,
una che se ne lèa, guasta la fila;
tu te pensavi che rmanìo senza ragazzo
invece senza de te ne tengo ‘na dozzina.
60
A Serviglià ci sta ‘na gran salita,
a Fallerò c’è ‘na gran calata;
tu, cara mia, fattala finita
senno’ ce po’ scappà la schiaffeggiata.
61
Quanno t’amavo io , t’amava il sole,
ti amava il cielo, le stelle e il mare;
t’amava il cielo, le stelle e il mare
ora se non t’amo io, nisciù te vòle.
62
Quanno ne ‘nnammorai de te era de sera,
me ‘nammorai de te brutta figura;
credevo ch’eri bianca, mmece tutta nera
scì prorbio u’ scorbiu de natura.
63
Bella che te sse po’ dì lucciacapenta,
de tanti amanti, scì rimasta senza;
te sse putìa chiamà acchiappa cuori
de tanti amanti ora senza te ritrovi.
64
Io me so ‘nnammoratu de tre vecchie,
e tutte e tre le voglio mette a lavorare;
una per stirare, l’atra per tesse
e l’altra pe’ cucinamme l’ove lesse.
65
Ti scì vantata che te so’ basciato,
e te so’ ditto: “To’ pijiene n’atru!”
Prima de bascìa a te, caschesse mortu
vurrìo vascià lu musu de lu porcu.
66
Li porti li riccetti su la fronte
pe’ falli comparì ss’occhi brillanti;
fateli comparì sopra d’un monte
ché da lontano fai vinì l’amanti.
67
A mezzanotte li canta li galli,
che pensi, bella mia, che non te svegli?
Lo so’ strigliato tutto il mio cavallo,
ma la pulitruccia mia quanno la striglio?
68
Vurrìo vedette stesa sopra u’ lettu,
e dopo che scì morta e sotterrata
sopra la tomba tua lascirìo un bigliettu:
“Qui sotto giace ‘na ragazza scellerata!”
69
Vostra matre v’ha prumisto a tanti,
siete la bandierola de li venti;
siete la bandierola de li venti
si contano a decine li vostri amanti.
70
Eri ‘na volta una piccola pollastra,
‘nte sse putìa magnà quant’eri fresca;
or non te sse po’ magnà perché scì guasta
scì diventata ‘na gaglina vecchia.
71
Lasciatele passar sse pomposine,
l’ha rrimpita la strada tutta de fume;
lasciatele passar sse ciavattelle
che l’ha rrimpita la strada co’ le ciarle.
72
Guarda se che bell’omu ce pretenne
de fa l’amore co’ lla donna vèlla;
struppiu d’un bracciu e zoppu de ‘na gamma
guerciu d’un occhiu e stortu d’una spalla.
73
Questa è la fontanella dell’amore,
beatu chi ce va l’acqua a pigliare;
ce vaco io e ce trovo il mio amore
che stava co’ l’amante a ragionare.
74
Lo mio amore sta a fare lu sordatu,
m’ha mannato ‘na lettera de focu;
dicenno che fossi pensato solo a lui
ché pe’ lo ritornà jé rmasto poco.
75
Non me ne curo se caro va lo vino,
l’amore mio fa il vetturino;
non me ne curo se cara va la farina
lo mio amore fa la fornarina.

76
Amore mio non jì a Roma a batte,
la furtuna tua sta da queste parti;
infatti finché dura questa luna
putìmo mète e batte tutte le notti.
77
Chi vò fa l’amore jò le piane,
ce vò saper parlare bene;
chi vo’ far l’amore su le coste
deve sempre aver pronte risposte.
78
Ci-avessi la virtù che ci-ha lu gallu,
fa chicchirichì, monta a cavallu;
de cantà chicchirichì mai smittirìo,
finche a cavallu no’ nso’ montatu io.
79
Quanti giovani belli ci-ha provato,
de famme ‘nnammorà e non ha potuto;
solo unu ci-ha avuto la sorte
de famme ‘nnammorà fino a la morte.
80
Bella non ve fate meraviglia,
se zoppu me vedete camminare;
lu rre de Spagna me vo’ dar la figlia
de la robba sua padrone mi vòl fare.
81
Che ne fai dell’omo vergognoso,
‘ncontra le donne non jé sa parlare;
se jé parla jè parla pietoso
pare che sta su in piazza a rubare.
82
Povera vita mia chi la cunsuma?
Lo fatigà de notte co’ la luma.
Povera vita mia chi la strapazza?
E giornu e notte sempre la ragazza.
83
Amore, amore, è queste le parole?
Quello che me prumittisti tu lo sai!
Me prumittisti de donamme lu core
co’ ‘n’atru amante de non tradimme mai!
84
Se vòi cantà co’ me no’ ‘ nte cce mette
Non ci-hai manco la sejia pe’ sedette;
io ce l’agghio e me la so’ portate
tu sopra le corne stattene seduta.
85
Passo e ripasso e la finestra è chiusa,
no’ la rivedo più l’innammorata
no’ la rivedo più l’innammorata
segno che dell’amore mio s’è scordata.
86
A chi magna l’agliu la vocca jé puzza,
chi la pijia co’ me gnente ce bbusca;

chi magna l’agliu ci-ha la bocca amara
chi la piglia co’ mme gnente ce ‘mpara.
87
Avanti casa mia c’è natu un rugnu,
non me ‘mporta se me fai lu grugnu;
co’ lu rugnu ce faccio la ‘nzalata
se non me parli tu, me parla n’atra.
88
E’ ‘na canzone cantata dall’antichi,
sintita cantà quann’eravamo frichi;
tutti li Fermani per quanto è boni
è meglio falli a pezzi pe’ li cani.
89
Se vòi maritu piglia un sonatore,
se te vòi levà la voglia di cantare;
se vòi maritu fattelu de legno
tanto io co’ tte più no’ ‘ nce vengo.
90
Mammata ti tien per tanto bella,
dimme le bellezze tue dove ce l’hai?
Se non le tieni sotto la gonnella
su la faccetta tua nisciù l’ha viste mai.
91
O Marietta tutta ‘nfarinata,
ma quanto te sta vène ssa farina;
se non ce fosse mammata dentro casa
te la darrìo io ‘na sgrullatina.
92
La donna che la tenta la furtuna,
la piglia ‘na lucerta pe’ la gola;
lo prende lo zinale e lo scutura
dice: “Povera me, io dormo sola!”
93
A Roma ce sse vénne la pulenta,
li marchigiani se ne magna tanta;
tu senza sordi la pigliavi a credenza
atro non avevi pe’ rrimpì la panza.
94
A Roma ce sse vénne lu prisuttu,
‘na fetta se ne dà per un baioccu;
fatte salà tu pure, o mammaluccu,
ché tanto ce l’hai la faccia da porcu.
95
Me lo dice lu core miu che non se sbaglia,
l’acqua de lu mare è turchinella;
la lengua de le donne cuce e taglia
ppo’ va decenne ch’è ‘na santarella.
96
Ffacceta a la finestra lendinosa,
che ci-hai la faccia tutta pinticchiata;
ce pretenni pur di far la graziosa,
non te rvedi che scì ‘na piastra rrugginita.
97
Scimo Bermontesi e tanto vasta,
che per cantare scimo fatti apposta;
pe’ lo ballà nisciù ce lo contrasta
e pe’ lo menà jarressimo a la giostra.
98
In mezzo a lu pettu tuu ‘na cerqua tonna,
se me cce fai vinì a rtoccà la janna;
tengo ‘na pertechetta che non se rrenne
‘nce voglio fa restar manco ‘na fronna.
99
Te voglio tanto vè: te pare poco?!
Io te vurrìo vedé sopra un pagliaro
io te vurrìo vedé sopra un pagliaro
e io co’ un fulminante a datte foco.
100
Te la scì fatta la sottana corta,
pe’ fa vedé le gambe storte;
te la scì fatta rconfia la giubbetta
pe’ rrimpilla tutta de stoppetta.
101
Non voglio più giocà co’ la palla al muro,
più ce la lancio e più me casca in terra;
non voglio amatte più, musaccio duro
‘na sittimana in pace e l’altra in guerra.
102
Che va facenne ‘stu Pantaleone?
dice che cento scuti vo’ tirare;
li cento scuti nu’ non ce l’avemo
de ‘stu Pantaleo’ che ne facemo?
103
Quanno leva lu sole, leva fino,
leva su lu cappellu de Peppino;
quanno cala lu sole, cala basso
cala su lu cappellu de Tomasso.
104
Pigliate moglie al paese vostro,
ché scete disprezzato dappertutto;
pigliate moglie al vostro paese
ché disprezzato siete dovunque andate.
105
La vecchi de Cuccù quanno pisciava,
quattordici mujì ce macenava;
se ce ne ‘vvanzava ancor ‘na callarella
ce macenava la molenarella.
106
Non se tròa più de quelle madri,
che fa ‘na figlia bella comme voi;
chi po’ parlà con voi diventa santo
oppur lo perde tutto il sentimento.
107
In questa contrada c’è passato un lupo,
che tutte le zitella s’ha magnato;
ce ‘n’ha lasciata una più indurita
che per la lengua non s’è maritata.

108
Tutta la notte voglio canticchiare,
nemmeno un’ora te voglio far dormire;
dalla finestra tu ti dovrai affacciare
chiedendo. “Amore mio, fammi dormire!”
109
Co’ l’occhi jé dicesti: Vanni!,Vanni”!,
Ppo’ jé facesti la boccuccia a ride;
co’ la bocca jé dicesti: Vanni! Vanni!
E co’ l’occhi jé dicesti: Venni!, Venni!
110
Chi te l’ha detto, amore, che non t’amo?
Chi te l’ha messa ‘ssa pena su lu core?
Chi te l’ha messa te la po’ levare,
perché per te io me struglio d’amore.
111
Comme ce lo scì potuto accomodare,
su lu cappellu tuu ‘ssu bbellu fiore?
D’estate te cce fai l’ombra dal sole,
e me lo offri quanno fai l’amore.
112
Ceci bianchi e ceci niri,
so’ de Fermo, non me vidi?
Ceci bianchi e ceci rusci,
so’ de Fermo e non me rcunusci?
113
Se tu comme dicevi m’amavi veramente,
lo dovevi fare co’ lu core e co’ la mente:
scì fatto lo contrario, proprio tutto,
mi scì amato sempre per dispetto.
114
Che t’ho fatto vedovella mia,
che più non me vòi dà llu bbellu figliu?
Ma se me dura questa fantasia
bada bene che un jornu o n’atru me lu piglio!
115
L’amore è la cagiò de quistu dannu,
penanno me fa andar de notte e jornu;
se rimedio non trovate a quistu dannu
tu lo vederai se che succede un jornu.
116
Ti scì vantata che tiri la dota,
tiri trecento fronne de ‘nzalata;
ti scì vantata che la dote tiri
tiri trecento giorni de suspiri.
117
La vita de lu poveru sordatu,
non la dicete a me che l’ho passata;
la vita de lu poveru banditu:
sempre se sogna d’essere inseguitu.
118
So’ jita a la marina a coglie l’acqua,
un marinaru m’ha rutto la vrocca;
eppo’ è vinutu a dimme: “Povera cocca!
Senza un sordu e co’ la vrocca rotta!”
119
Porti quissu nasu fattu a biccu,
scì più brutta tu che ‘na cioetta;
porti quissu nasu fattu a pala
scì più brutta tu che la mia mula.
120
In mezzo a lu mare voglio fabbricare
un palazzetto co’ due pietre sole,
dentro me cce voglio ritirare
me cce voglio rinchiude a far l’amore.
121
Maritete, maritete Ninetta!
Lu ragazzu to’ è ghitu in galera;
ce l’ha portatu co’ la camionetta,
maritete, maritete Ninetta!
122
E’ inutile, è inutile che passeggi
per le belle vie del Campidoglio.
Ma che passeggi a fa, caro Basilio?
Lo sai ben ch’io più non ti voglio!
123
Che ti credevi, mazzu de spighette,
de famme ‘n’ammorà co’ le bellezze?
Che ti credevi, mazzu de viole,
de famme ‘n’ammorà co’ le parole?
124
Ti scì vantatu che scì tanto riccu,
non ci-hai la forza de tenette rittu;
de le ricchezze tue ti scì vantatu,
non ci-hai manco la forza pe’ rtirà lu fiatu.
125
La morosa mia se chiama Agnese,
l’amore lo vò fa ‘na volta al mese;
io lo voglio far mpo’ più spesso,
se non me ‘ccontenta subboto la lasso.
126
Me voglio fa li ricci fini, fini,
solo pe’ dispettu de tutti li vicini;
me voglio far li ricci incannellati
solo per dispettu de li vicinati.
127
L’amore mio è tanto, ma tanto carino,
ciecu d’un occhiu e zoppica un tantino;
l’amore mio è carino tanto,
ma per tutti lli difetti me lo vendo.
128
E le parole tue so’ come il vento,
profitto ‘nce po’ fa nessun amante;
le parole tue con come pula
basta poc’aria che via vola.
129
Co’ l’occhi te rconosco, vanarellu,
porti la falsità pur sopra lu cappellu;
la jente faza mai a me m’è piaciuta
perché se rmagna pure la parola data.
130
Giuro a mamma tua che no’ ‘nte tocco
’gnì òta che lo vòi io te ‘ccarezzo
cuscì l’amore nostro è sempre fresco,
ma prometteme che lo facimo spesso spesso.
131
Quanto me piace lu mumeru otto!
Lu nome de Pippì me piace troppo.
Quanto me piace lu numeru nove,
lu nome de Pippì me carpe lu core.
132
Boccuccia ridarella, riderai,
mi scì rrubbato lu core, che ne fai?
Boccuccia ridarella, riderete,
mi scì rrubbato lu core, che ne farete?
133
Che ci-hai, amore mio, stai tanto jallu?
T’ha fatto male l’aria de Castellu?
So’ proato lo sugo dell’aglio
Ma tu non me tte purfirì,che non te voglio.
134
Guarda jò Tenna comme mena chiaro,
pare che mena li fili dell’oro;
guarda jò Tenna comme mena posato
pare che mana l’oro macenato.
135
Bella che scete nata per rubbare,
li rubbiristi li raggi a lu sole;
a la rundinela jé le rubasti l’ale
a l’arburu li frutti, a me lu core.
136
Vurrìo passà lu mare se lo potèsse,
co’ ‘na scaletta de grecento passe;
quanno che su lo mezzo se roppèsse
le bracce del mio amore me ‘bbraccèsse.
137
Macena, molenà, che l’acqua viene,
non pozzo macenà che l’amor me tiene;
macena, molenà, che l’acqua passa,
non posso macenà che l’amor me ‘mmazza.
138
Pe’ cantà ce vo’ la chiara voce,
ce vo’ un mecchié de vì co’ quattro noce;
pe cantà ce vo’ la voce chiara
ce vo’ un mecchié de vì e un grà de fava.
139
Lo mio amore me l’ha detto sera,
non ce rvedremo più ‘sta sittimana,
ce rvedremo lu sabbutu e sera
l’utumu jorni de la sittimana.
140
Tutte le campane sona a mortu,
segnu che è morta la socera mia;
se ad’è morta me voglio fare un pianto:
socera mia, pe’ murì scì stata tanto?
141
Sento le campane sonà a mortu,
lu core miu se rattrista tuttu;
se dice che ad’è morta Catirina
de tuttu lu paese la più bona.
142
Occhietti belli e pettu de palomma,
quanto t’ha fatta bella la tua mamma;
t’h fatto l’occhi niri e la faccia tonna
tu pe’ famme murì scì nata donna.
143
Ecco, bella mia che so’ tornato;
tanto lontano non ero andato;
che ti credevi che m’ero perduto?
O veramente t’avessi ‘bbandonato?
E’ l’amore tuo che mi tien legato.
144
Lèvete ‘ssi riccetti da la fronte,
fateli comparì ss’occhi galanti;
fateli comparì ‘n-cima a un monte
ché da lontano fa vinì l’amante.
145
L’amore miu è ghitu a Roma,
comme che la bilancia mi fa stare;
comme che la bilancia e la statera
m’ha ditto ce rvidimo entro stasera.
146
Porta puttana me l’hai fatto un fallo,
m’hai messo carcerato mio fratello;
se dice che lo portavi in Portogallo
invece me l’hai portato al macello.
147
Quante me ne fa ‘sta saputella,
che è ‘na pianta de cece a misuralla;
la matre che la tè per tanto vèlla
guardalu su lu musu se quanto è jalla!
148
Faccio l’amore a le piane dell’Asu,
pare le piane de lu Paradisu;
faccio l’amore a le piane del Tronto
perché c’è l’amore mio che è sempre pronto.
149
Anche se dovessi pagà tutte le spese,
sempre lu voglio amà un belmontese;
fossi sicura de dovellu mantenere
sempre un belmontese voglio amare.
150
Quanno me ‘nnammorai de te, carina,
meglio se davo amore a ‘na somara
che me fa il raglietto a la matina
e me dà il letame pe’ piantà la fava.
151
Bella che avete la casa su nel cielo,
avete un bel ragazzo: un molenaro.
Se dura ‘sta stajiò vi rivestite d’oro
Sennò, carina mia, morirai de famo.
152
Voglio cantare co’ la voce mia,
chi non me vò sintì che vaca via;
voglio cantare, la voce è nostra
per chi no’ me vo’ sintì, io canto apposta.
153
Se tu sapisti quanto ce ne vòle,
in sul principio dell’innammorare;
le scarpe e lu cappottu ce li vòle,
più la giubba pe’ la festa principale.
154
Mammata che te fa per tanto bona,
per esser capra te manca la lana;
mammata che te fa per una santa,
per esser capra, le corne te manca.
155
Che bella padrona,
che belli prosciutti,
lo dicono tutti,
se ponno magnà!,
156
La figlia del Podestà,
fa l’amore co’ un pecorà;
j-ha prumisto ‘ na forma de cascio
manco l’odore j-ha fatto sintì!
157
Sempre l’omu è statu un gran birbone,
fra le belle capa sempre le più bone;
ma co’ lo passà del’anni issu se ‘nvecchia
allora, comme po’, do’ ‘cchiappa ‘cchiappa.
158
E’ una cosa che sanno solo i veri amici,
l’amicizia è una pianta un poco strana
che non nasce e non cresce sulla luna
ma nasce solo su questa terra
se coltivata dentro una calda serra;
la serra dove nasce è il nostro cuore
che deve sempre traboccar d’amore.
L’amicizia fiorisce si ravviva
per dar piacere a colui che l’ha coltiva.
159
Pe’ dimenticare il tempo che ho sofferto,
con te, o Marì, or me spasso e me diverto;
ma tu non me guardà col muso storto
perché grande e vero è l’amore che te porto.
160
Me pizziza, me pizzica mannaggia a lo pizzicà
So’ pizzichi d’amore, commare ‘nte preoccupà,
so’ pizzichi d’amore che fanno bene al cuore.
Me pizzica, me pizzica, compà che devo fà?
Se te dà tanto piacere, e fatte pizzicà!
So’ pizzichi d’amore che dan solo piacere,
commà ‘nte preoccupà e fatte pizzicà.
Se ce ‘bbraccimo lunghi e a piedi pari,
lu compà te li fa passà ‘ssi pizzicori.
Ma chi è ‘nnammoratu mai non trova pace
entro sente checcosa che jé coce,
soffre e no’ lo dice manco sottovoce.
Me pizzica, me pizzica mannaggia lo pizzicà.
So’ pizzichi d’amore, commà ‘nte preoccupà.
Son pizzichi d’amore che fanno bene al cuore,
son pizzichi d’amore che te dà tanto piacere!
161
Se vòi vedé a Livono li quattro Mori
al porto dove sbarca li marinari;
veniteli a vedé quanto son neri
son quattro furbacchioni rubacuori!
162
Tu c’hai la testa dura come un sasso,
se ancor speri de far l’amore con Tomasso;
Tommaso è ‘nnamorato de Martina,
appresso jé va da la sera a la matina.
La figura più non far de ‘na cretina
Chiudete in convento a fatti monachina.
163
Chi magna la pulenta e beve l’acqua,
se aza la cossa la pulenta scappa.
164
Col cuore reale e l’anima sincera
ti offro la mia amicizia veramente vera;
tu sembri la devi coltivare con premura
col massimo rispetto e con gran cura;
perché se mi manchi di rispetto, lo ripeto
l’amicizia mia piglia subito d’aceto!
165
Quello che dici tu non me ‘nteressa,
son ciarle d‘una bigotta che va a Messa;
l’orecchie, veloci, me trapassa;
quello che dici tu proprio non lo sento,
e allora con me non perder tempo
e rchiudete per pinitenza in un convento.
166
Ma quanto è furbu lu pecorà,
che vò la figlia de lu Podestà;
j-ha prumisto ‘na forma de cascio
come compensu d’un piccolo bacio;
ma essa più furba d’un contadì
manco la dora j-ha fatto sintì.
167
A Roma quando vendevo la ricotta
ne guadagnavo tanti di denari;
sono stata costretta a mutar mestiere
perché son diventate tutte ricottare.
168
Ndirindin ndirindon, suona il postino,
apro e me mette ‘na lettera su la mano;
cridìo che m’avìa scritto il mio amorino
invece era la bolletta del metano.
169
Chi dice questo ci-ha ‘na bbella faccia:
per chi ci-fame tutto è ciccia,
è bona pure la ‘nzalata riccia,
la ‘nzalata è comme ‘na saciccia;
quanno la fame forte picchia
comme la ciccia è bona pure la lenticchia.
Ma chi dice questo ci-ha ‘na bbella faccia!”
170
Questo mondo è peggiorato poi di tanto,
io ci resto perché non ne conosco un altro
altrimenti partirei in questo momento!
171
Cara commà
a tempu de granturco la pulenta
è la rruina de li callà;
pure la spianatora se lamenta
pe’ li troppi rumori de li cucchià.
172
Jò l’ortu de zì prete,
ci’ha fatto un nidu lu cardillì,
tutta la notte canta
e non me fa durmì.
173
Ho sentito don Lavino
che diceva piano piano:
per un giorno di digiuno
non è morto mai nessuno.
Ma il furbo don Lavino,
a tempu de digiuno,
se non lo vedea nessuno
se gnoccava un bel tacchino;
poi per star tranquillo
di vin ne tracannava un botticello.
Alla fine don Lavino,
quando era più che pieno,
alla faccia del digiuno
si faceva un sonnellino.
174
Se da la vita tu te spetti cose belle,
la sfurtuna te po’ sempre tradì a le spalle;
spera sempre in una luna buona
ché se la sfurtuna in tutto t’abbandona
te sse po’ cascà pure li denti co’ le palle!
175
Martì ritiene d’esser scaltro,
perché è bravo a giudicare l’altro;
invece è uno stupido e un gran fesso
che non sa giudicare neppur sé stesso.
176
Pitturusciu chiacchierò,
quanno è cottu è un muccicò
che non basta manco per Nicò.
177
E le bellezze de la Filomena
se l’ha portate via la tramontana,
se l’ha portate verso la marina,
oh comme suspira la pora Filomena!
Se l’ha portate verso le montagne
pora Filomena comme piagne!
178
Trullallero, trullallero, io me la spasso col mio Piero
rullallero, trullallà, tu te la spassi con quella llà;
dindondero, ndindolo’ce la spassimo tutti e do’.
Lallarè, lallarè, ce piace a magnà bbè,
lallarè, lallarè, pijimo lu munnu comme vè!
179
Lo so’ mannato a dire all’arciprete,
se mo’ vo’ dà li sordi o la nipote;
e se me dà li sordi io me li joco,
co’ la nipote me cce spasso un poco;
se me dà li sordi io me li spenno
co’ la nipote me cce spasso un anno.
180
Se vòi magnà cibi prelibati,
copia le segrete ricette de li frati;
in cucina tutte le notti dopo le nove con pacienza e pregando fanno le prove.
Se all’abbate jé piace l’odore
e dopo l’assaggiu anche il sapore
a tutti li cochi fa sospender le prove
e a la ricetta dà il suo benestare.
181
La moglie tua ma quanto è bastarda,
più d’una vecchia somara ad’è testarda,
piglia tutte lle bbotte e non te scorda
la lengua gnì che jé la leghi co’ la corda.
182
Quanno te vedo, o Marì, me sento male,
troppo vicino tu stai a don Pasquale;
egli è un prete tanto bello e buono
ma a tutte le donne lui la chiede in dono.
183
Sempre l’ha confermato pur la storia,
la cosa più brutta nella vita è la miseria;
poche cose ce vò pe’ campà bbè
tanta furtuna e sordi mutuvè.
184
Lo dicìa sempre nonna Camilluccia,
li raggi de lu sole scalla e lluccia;
co’ ‘na dolce carezza su la faccia
l’amore dentro lu core se rreppiccia
e un bacio sulla bocca fa da miccia.
185
La donna se è sverda,
se conosce su lu telà:
preme li licci,
tocca la tela,
manna la nave
de qua e de llà.
Se ne accorge un giovanotto,
e subboto subboto entra llà
e jé dice: “Figlia bella
te vorresti marità?”
“Figliu bellu,
finisco la tela,
poi spero questa sera,
co’ mamma potenne parlà;
se è contentu pure papà
questa notte ce putimo sposà!”
186
Te la dico Nena mia,
‘na parola in cortesia;
voglio dì, se l’hai in piacere
io son Cecco carrettiere.
Ho tant’oro nei sacchetti,
con quarantasei carretti,
con quarantasei cavalli
che non fecero mai falli.
Ce n’è uno con la briglia,
che in un’ora fa cento miglia;
ce n’è uno coi barili
che trapassa i campanili;
ce n’è uno bianco e nero,
quello sì che è bello davvero.
187
Contro de me lu distinu infame s’è ‘ccanitu
tra grosse disgrazie me cce so’ ‘nvecchiatu,
però so’ reagito e non me so’ ‘vvilitu
ma sempre comme un leone so’ lottato.
So comme ‘na cerqua vecchia,
che più lu tempu passa
più se burla de lu ventu che la squassa.
188
Fatta di gioie e dispiaceri, in modo alterno,
è la vita che si vive in questo mondo;
la quiete sempre segue la tempesta,
l’amore si addormenta e si ridesta.
Se il fato ha deciso che la vita nostra è questa
mai non t’agitar ché vana è ogni protesta.
189
Co’ lo dì le vuscie scì diventata grossa,
e ppo’ ‘gnì jornu ce vai pure a la Messa;
mo’ me la scì fatta veramente grossa
non tròi più un frate che te confessa.
Da me potrai ottener perdono,
solo se me stai mille chilometri lontano.
190
Te spiego che significa sfurtuna:
quanno lu topu su la trappola è cascatu,
se raccommanna a Dio perché è spacciatu;
spetta ‘na bbotta de scopa de la padrona
o d’esser su la bocca de lu gattu masticatu.
Poveru topu quanto è sfurtunatu,
sopra un pezzu de formaggio è giustiziatu!
191
Quanno a l’improvviso davanti me compari,
l’anima mi si inonda di letizia,
e provo una dolcezza senza pari
e spero tanto che me fai la grazia.
E’ da tanti anni, ormà, che te la chiedo
se ne passa un altro de te io me ne frego.
192
Sei sempre tu il mio amico vero,
gentile, generoso e affezionato,
buono, espansivo, amabile e sincero
per cui ti tengo sempre collocato
nel cuore e in cima al mio pensiero.
193
Co’ ‘na pietra su la strada te cce ‘nciampi,
co’ ‘na bbella donna te cce ‘ncanti;
curnutu co’ la moglie ce diventi
e perché non spenni co’ te cce ‘ccontenti.
194
Sogno il mondo comme ‘na gran serra,
grossa fino a rcuprì tutta la terra,
piena de variopinti fiori e profumata
dove per tutti piacevole è la vita
e non esiste più gente affamata.
195
Se l’egoismo che oggi impera e opprime,
dall’amore venisse per sempre eliminato,
sarebbe una santa e giusta guerra
che a tutti darebbe gioia su la terra.
196
Se a la donna fai vedé che scì un marguttu,
subboto la testa te la ficca dentro un saccu;
e ppo’ se non fai quello che te dice
anche se tte mòri, ride e non jé dispiace.
197
Quanno che Marì me vascia e me ‘ccarezza,
me sse svglia lu pisellinu e me sse rrizza;
a te te po’ sembrà, Marì, ‘na cosa strana
perché te fa scambià lu sole co’ la luna;
per me invece è ‘na cosa tanto naturale
che per godé co’ le donne ce la vòle.
198
Bella scì più tu co’ quattro stracci
che Caterina con tutti quelli fiocchi;
ma ancor più bella scì quanno me ‘bbracci
e quanno mille vasci tu me schiocchi.
199
Se anche ‘na montagna e te sopra te casca,
è sicuro, Marì, che non te nnucca
per quanto ci-hai dura quessa zucca;
a Pippì tu dai sempre la patacca
anche se ‘nte rregala ‘n’accidente che te spacca.
A me più de tanto non me ‘mporta
perché ormà scì ‘na vecchia bacucca
e io cerco de tròanne una più fresca.
200
Tra de loro le furmiche se rconosce co’ le corne,
se dice che cuscì fa pure le donne
per rconosce lu maritu dall’amante;
a lu maritu jé ne mette tante
fino a che c’è lu postu su la fronte.
Li mariti allor tutti contenti
a fine sittimana fa pure li conti,
e se per casu a qualcuno non jé basta
la moglie jé ne procura ‘n’atra cesta.
201
Co’ li ‘mpicci e co’ li ‘mbrogli
Ce sse po’ rrimpì li portafogli;
ma se per casu te comporti da omu rettu
è quasci sicuro che mòri da purittu
e che te pioe pure da lu tittu.
202
De qua e de llà corre la furmica,
finché de pà non tròa ‘na muglica;
ma quanno finarmente l’ha troata
se ferma e se ne fa ‘na scorpacciata.
In quistu munnu non ce vòle la ‘bbonnanza,
anche co’ ‘na muglica se po’ rrimpì la panza.
203
Questa l’ho sentita dire da la nonna,
più è ricca la dote più è bella la donna;
più la dote è miserella meno la donna è bella;
e la donna bella ma poretta e senza dote
no’ la vòle vicino manco un frate.
204
L’amore mio è tanto geloso,
che per la gelosia mòre dannato;
su ogni strada ci-ha messo ‘na spia
mòre dannato per la gelosia.
La gelosia è la rovina de la vita sua
e non capisce che rovina pure la mia.
205
Vicino a Roma c’è ‘na fontanella,
chiamata “Fonte dell’imperatore”;
durante le calure dell’estate
llì ci pòi far sorsate di salute;
essa cura anche il mal d’amore
tutte le romane che ci va a bere;
ma chi l’acqua l’ha provata ne dice tanto male
perché essa non è bona manco pe’ lu bove.
206
Ma guarda mpo’ se che grosse differenze
diceva una buona donna di Firenze:
“Lu maritu miu è tanto intelligente
Se scopre ch’io ci-ho l’amante non dice niente.
Il marito tuo è tanto deficiente
Se lo scopre t’ammazza sull’istante”.
Così jé rispose ‘na donna del Piemonte:
“Lu maritu miu è tanto deficiente
se scopre che ci-ho l’amante no’ nce capisce niente.
Lu maritu to’ invece è tanto intelligente
che se lo scopre t’ammazza sull’istante”.
207
C’era ‘na vecchia che currìa de trotto
currìa de trotto dietro a un ragazzotto
e urlava: “Aspetta! Aspetta!”
“Non te posso aspettà, sei troppo vecchia,
se tu fossi giovinetta da par mio
me mittirìo a sedé e te spittirìo!
Se tu fossi giovinetta del mio paro
me mittirìo a sedé, l’avrìo a caro!”
208
Ci-ho tanta fame che me magnerei’
na pagnotta de pà co’ ‘na sardella,
ci-ho tanta sete che me la berrei
una botte de vì co’ la cannella;
ci-ho tanto sonno ch’io dormirei
un anno intero co’ ‘na donna bella.
209
Se la donna te dice de no, non disperare,
forse il suo cuor ti vuole offrire;
essa è sempre stata un gran mistero,
spesso quello che dice con la bocca non è vero.
210
Al mondo ci sta donne d’ogni qualità,
quelle che ce tiene pe’ potesse marità
quelle che se ne freca e non ce vòle manco pensà.
O signore te prego damme ‘sta fortuna
l’amore de tante belle e per moglie manco una.
211
E le bellezze del mio amore caro,
non le scambirìo manco co’ l’oro;
manco col sole quanno è tanto chiaro.
Non le scambirìo manco co’ l’argento,
manco col giallo e rosso del tramonto!
212
La mamma che ce l’ha ‘na figlia sola,
dice che non la trova a maritare;
lu poverellu non jé lu vò dare,
lu riccu non ce va, che non la vòle,
lu poverello jé conviene a dare!
213
Domennaca lo voglio ddomannare
dov’è la tomba dell’amore mio;
e tante lacrime ce voglio buttare
per quanti passi m’ha fatto fare;
per quanti passi e per quante parole
so’ sprecato per lei, il mio caro amore!
214
Bella che te credi d’aver preso un tordo?
Se l’hai preso non lo pelerai,
conosco bene l’amanti che tu ci-hai.
Questo lo dico a te bella ragazza:
“Questi so’ tordi che nisciù li ‘mmazza!”
Questo lo dico a te, cara bambina:
“Questi so’ tordi che nisciù cucina!”
215
Il mio amore m-ha mannato a dire
Che mi provveda, ch mi vuol lasciare;
io jé l’ho rimandata la scrittura:
“Non so’ mai stata la speranza vostra!”
Io jé l’ho mandata la risposta:
“Non so’ mai stata la speranza vostra!
Da tempo me l’ho rifatta la provvista!”
216
O Marietta cara non tené la veglia,
l’innammorato tuo è jitu a Senigallia;
quanno che rvè te rporta le coraglie
un anellino doro e tre medaglie.
Quanno che rvè te rporta il car’amore
e co’ la persona sua pure lu core.
217
Bellu che scete natu all’aria fina,
con voi non ce sse pòle apparentare;
voi ricco siete io ‘nvece poverina,
voi l’oro, io ‘nvece venno il verderame.
Vedete de non farlo qualche sbaglio,
di barattare l’oro con l’acciaio,
vedete de non farlo qualche errore
di barattare l’oro con l’ottone!
218
Bella co’ te ancora ci-ho speranza,
dimme che vòi fa e comme la pensi,
comme la tratti la mia lontananza,
comme la tratti lo voglio sapere,
sennò da te me posso allontanare!
219
L’amore mio se chiama Danta,
che Dio me lo levasse da la mente
ché me le fa passà le pene tante.
Che Dio me lu levasse da lu core,
ché me le fa passà le pene d’amore.
220
Il mio amore se n’è andato a Roma,
lu core l’ha donatu a ‘na romana;
lu miu l’ha lasciatu all’abbandona;
lu core l’ha donatu a n’altra bella
a me m-ha ‘bbandonato, o poverella.
221
Viva la faccia de le contadine,
che le coralle le sa ben portare;
le sa ben portare e le fa belle,
non è comme l’artiste mosciarelle;
le sa ben portare e le fa roscie
non comme l’artiste moscie, moscie!
222
Scì tanto bella lu lunedì matina,
ma scì più bella lu martedì seguente,
lu mercoledì sembrate ‘na regina,
lu giovedì ‘na stella rilucente,
lu venerdì ‘ssomigliate a ‘na bambina,
lu sabbutu ‘na rosa d’oro e d’argento,
la domennaca ppo’ quanno te ‘dorni
scì più bella de tutti l’atri jorni.
223
Io de canzoni ne so’ un mare,
ci sta la bbella mia che me le ‘mpara,
c’è ‘na fontanella che le piscia tutte l’ore;
quanno non le pisci più la fontanella,
le faremo vinì da sottoterra;
quanno non le piscia più le fontanine
da sottoterra le faremo venire.
224
Vattene, amore mio, vattene in cielo,
buttala giù ‘na rama de viole;
la rama de viole era turchina,
me ‘nnammorai de voi ero piccolina,
la rama de viole era ranciata
me ‘nnammorai de voi appena nata.
225
Siamo arrivati a le porte del castello,
tutti quanti levatesi il cappello:
è nata la regina imperatrice.
E’ nata la regina, è nato il sole
è nata chi consuma il mio amore.
226
Ninetta mia dolce comme lo zucchero,
pigli ‘stu core ‘nnammoratu e abbraccialo.
Quanno te dico de lasciallu, lascialo
ma tu, te prego, più stretto lagalo.
227
Te lo ricordi bella giovinetta,
la prima volta ghe jemme a ballare?
Te sse stuccò lu lacciu de la scarpa
e da me lo venisti a riparare.
I te risposi con queste parole:
ecco lu lacciu, la strenga e lu core.
228
Anche lu sole non sorge e cala quanno vòle,
ma rispettar le deve tutte le sue regole,
cuscì de la donna deve fare il cuore
se dell’amante non vuol perdere l’amore.
229
Voglio andar via di qua ma non so’ dove,
la voglio salutar la mia comare,
quella che m’ha ‘mparato a far l’amore.
Se co’ me vòle traversare il mare
la faccio galleggiar sopra il mio cuore.
230
Un tempo comandavano i padroni,
tribolavano come cani i contadini.
Con disprezzo si cantava sulle piazze:
“Gnì contadì che nasce è un asinu che cresce!”
Ormà li tempi, per furtuna, son cambiati
parecchi all’inferno lu diavulu se l’ha portati.
231
Si dice che nei tempi antichi,
tutti li ladri venivano impiccati;
in tempi men leggiadri e più feroci
i ladri si appendevano a le croci;
in tempi men crudeli e più leggiadri
si appendevano le croci in petto ai ladri;
ma or che i tempi son moderni
i ladri son diventati padreterni.
Or che i tempi son cambiati,
i ladri vengon pure premiati.
In tempi molto, molto più recenti
facciamo a loro grossi monumenti.
232
E le bellezze de la Filomena,
se l’ha portate via la tramontana;
se l’ha portate verso la marina:
povera Filomé, piagne e suspira!
Se l’ha portate verso le montagne:
povera Filomè, suspira e piagne!
233
Addè non canti più perché scì vecchiu,
te sse ‘mbiancati li peli su lu pettu;
li peli è bianchi la testa te fuma,
porti tre cosse n’è bona nisciuna:
qualla de qua e de llà forse se passa
ma su lo mezzo sta la pena grossa!
234
Te do la buonasera o Gentilina,
non me ricordo mai comme te chiami,
cridìo che te chiamavi Mariannina
invece il vero nome tuo è Giovannina;
scusami se t’ho scambiato per la gemellina
la bellezza di tutte e due m’ha fulminato
e ora non so’ più di quale sono innamorato!
235
Questa è la contrada dell’invidia,
non se po’ vedè un giovane passare;
se ce passa la jente mormora:
“Lu tale co’ la tale fa l’amore!”
Se ce passa la jente ci-ha da dire:
“Lu tale pe’ la tale ce vò andare!”
Se ce lassa, dice la jente:
“Pure co’ mammata se la ‘ntenne!”
236
L’amore mio se chiama Ntunucciu,
sopra lu tavulì sa scrive e legge
sopra lu tavulì scrive un fogliu:,
se non ‘ Ntunucciu io no’ lu voglio,
sopra lu tavulì scrive la carta,
se non è Ntunucciu non se tratta!.
237
Lo pijià moglie è comme lo jocà lu lottu,
che se zzecchi tutti li nnummiri jocati,
cambi vita e posiziò quascì de bbottu;
ma se pigli ‘na moglie disgraziata
è come se sbagli tutta la jocata
e la vita tua per sempre è rovinata.
Tutto sta a zzeccà la luna vòna
pe’ potesse frecà la serva e la patrona.
238
La delinquenza, me dicìa nonnu,
c’è sempre stata, ma ogghi ne d’è troppa;
e de ‘stu passu se corre e se galoppa
verso lu scatafasciu e lu sprifunnu.
Li furfanti e li gabbamondo
sempre più in alto vanno col vento in poppa.
Ogghi chi truffa, rrubba e ‘ccoppa
diventa importanti in questo mondo.
Se nisciù ce vò piglià riparo
lu piglio io lu schioppu e ppo’ jé sparo!
239
La moglie mia me ss’è ‘nvecchiata,
con una più giovane la vorrei cambiare;
ma ciò non me lo consente il cuore
perché per essa ancor sento grande amore.
240
E’ inutile che ce provi e ce ripassi,
con quessa faccia tosta che te rtrovi;
io ne cerco ‘natra che me piace
bella e de lo miele assai più doce.
241
La prima regola dell’amore diceva la comare,
è dare, dare e poi sempre ridare;
essa ha dato tutto a babbu miu Domé
e dopo nove mesi ha fatto nasce a me.
242
De te, Marì, la jente dice tanto male,
perché quasci nuda stai a piglià lu sole;
ma cuscì è la moda de piglià la tintarella
e de fà meglio vedé quanto una è bella.
Non te deve ‘mportà gnente de le ciarle
quello che fai tu lo po’ fa solo le belle.
Mettete pure li ttappi su le recchie
cuscì non sentì chiacchierà le racchie.
243
Me lo scì fatto masticare tanto amaro,
che co’ le pene per poco me cce mòro;
soltanto dopo che te so’ lasciato
davvero me pare che so’ risuscitato.
244
Co le pene d’amore non ce sse mòre,
e non l’ha mai guarite lu dottore;
esse se guarisce solo co’ ‘na cosa:
co’ ‘na bona magnata de pelosa.
245
Meglio dietro a me un carabiniere,
che avanti un chierichetto co’ la croce;
questa cosa nonnu me l’ha scritta
pe’ fammela bboccà su ‘sta testaccia.
Ne la vita che òta bisogna reagire
pe’ non fasse da li prepotenti sopraffare.
246
De notte cuscì cantava un menestrello,
l’amore è bello e niente è più bello,
chi non crede nell’amore è scemo e svampitello
e ne la testa di sicuro non ha cervello
per capire l’amore quanto è bello.
L’amore è bello e gnente è più bello,
a notte cuscì cantava un menestrello
e ripeteva sempre lo stesso ritornello:
l’amore è bello e gnente è più bello.
Certamente avea ragione il menestrello.
247
Ce vò che li quatrì tu te li spenni,
perché, o Martì, tu co’ me più non ce magni;
te conviene jì a tròà la Filomena
che ogni sera te la dà per cena.
248
Co l’amore, o Marì mia, non ce sse scherza,
tutti dice che è ‘na cosa tanto seria
che rrempie lu core de dolcezza
e scaccia da la mente ogni miseria.
249
Ognuno vede il mondo co’ un colore,
c’è chi lo vede rosso e pieno di dolore,
chi invece verde e pieno d’amore,
io lo vedo variopinto e colorato
perché de te o Marì, so ‘nnammorato.
250
Vergognoso è comme campi o spaccamontagne,
mentre c’è tanta jente che purtroppo piagne;
tu tanta robba butti nel pattume
e milioni di bambini muoiono di fame.
251
Consenteme, o Marì, de datte un bacio,
perché d’amore per te da tempo brucio;
se ‘stu core a me non me sse sfiamma
anche tu morirari bruciata tra la lonna.
252
Tu de la vita scì capito poco poco,
perché, scema, la vivi comme un gioco;
per me è stata sempre dura e complicata
eppure ringrazio Dio che me l’ha data.
253
Se è vero che la morte non annulla tutto,
io, Caterina mia, nell’aldilà ti aspetto;
e se San Pietro poi ce lo permette
io in eterno non smetterò d’amatte.
254
Finché tu porti a spasso ‘ssa cococcia,
l’amore fra de nu’ certo no’ sboccia;
ormà tutta la jente sa che ‘ssa testaccia
è solo bona pe’ esse usata comme boccia.
255
Più guai me manna li distinu infame,
più io me lotto comme che un leone;
sempre chi s’arrende ad’è perduto
talvolta chi combatte s’è sarvato.
256
Mi parto da Vienna e vado a Siena,
pe’ fa colaziò arrivo a Terracina,
ne carne ne magnai ‘na vaccina,
cento castrati co’ tutta la lana;
me la feci fa ona bona ‘nzalatina
che bastava a cento buoi ‘na sittimana;
ne vino me ne bevvi ‘na cantina
centocinquanta botti a la romana;
ma la panzetta mia non era piena;
de pane ne magnai cento coppe
e per poco non me magnai pure l’oste;
l’oste per la gran paura scappò via
e io restai il padron dell’osteria;
l’oste ebbe paura e scappò jò fora
restai padron de la moglie e de la nuora.
257
So’ statu a Roma e me so’ confessatu,
da un padre cappuccì predicatore;
lo vòi sapé se che m’ha ddomannato?
M’ha ddomannato se facìo l’amore.
Ié so’ risposto:”O padre cappuccino
senza l’amore non riesco a campare!”
Gli ho risposto: “Padre confessore,
non se campa un’ora senza amore!”
Issu m’ha risposto: “Va in nome de li santi
perché l’amore lo fa tutti quanti!”
Issu m’ha ditto: “Va in nome di Dio,
perché l’amore spesso lo faccio pure io!”
258
Quanti giovani belli ci ha provato,
de famme ‘nnammorà e non ha potuto;
uno solo ci-ha avuto la furtuna
de famme ‘nnammorà, l’atri nisciuna;
unu sulu ci-ha avuto la sorte
de famme ‘nnammorà fino a la morte.
259
Quante zitelle a la sera non cena,
per essere più belle a la matina;
ce so’ provato io de non cenare
stanotte non so’ potuto riposare.
Ce so’ provato a cenar poco
stanotte non so’ potuto trovar loco!
260
Ecco se che succede a far l’amore,
con chi è proprio pittore de natuta
ci-ha misto lu pennellu e lu colore
ci-ha misto lu colore e lu pennellu
e adesso che se smove la pittura
te l’ha dipintu un bellu bambinellu.
262
Avanti casa tua ci sta ‘na canna,
sopra sempre ‘na turturella che ce canta;
“O turturella statte mpo’ più quieta
che la vicina mia se more e crepa!”
“E se non crepa che pozza crepare,
che per dispetto suo voglio cantare!”
263
Fascittu de falasco, ierva longa,
quanto t’ha fatto Dio sconsiderata!
Le gambe te l’ha fatte comme un fusu,
lu nasu lungo pe’ rtoccà le noce;
te l’ha fatte le gambe a pertechetta
pe’ batte la cicerchia quanno è secca!
264
Poveri giovanottacciu attempatellu,
che scì rriatu quasci a li cinquanta,
con me non ce lu fa lu carinellu.
La vòi la moglie tu? Sposete mamma!
Cinquanta ha fatto già la cifra tonna.
La vòi la moglie tu? Sposete nonna!
265
Me so’ messa ad amare un giovinetto,
con l’intenziò di volerlo poi sposare;
quanno me so’ ‘ccorta ch’era un po’ birbetto
subitamente l’ho lasciato andare.
Su lu pettu mio c’è un cancelletto
co’ ‘na chiave sola, ce l’ha Carletto.
266
Iersera il mio amore me venne a trovà,
me chiese se ero standa co’ lo fatiga.
Io jé so’ risposto con ardore:
“So’ stanca de fatigà e non d’amore!”
Io jé so’ risposto mpo’ arrogante:
“So’ stanca de fatigà e non d’amante!”
267
Le belle figlie quanno se marita,
burra un suspiru e dice a la mamma:
“Ormà la libertà per me è finita,
è l’ultimo giorno ch’io porto la parma.
Finita la libertà, comincia amore
è l’ultimo giorno ch’io porto il fiore.
268
Quanno la prima volta viddi voi,
subboto me ne ‘nnammorai;
la fronna del limone era turchina,
me ‘nnammorai di voi ero piccolina;
la fronna del limone era rosata
me ‘nnammorai di voi appena nata.
269
Se dice che frequenti tanti ragazzi,
ma non scì stata mai capace de trovà l’amore;
essi non sono tutti delinquenti e pazzi,
se vede che sei tu che de sassu ci-hai lu core.
Finarmente li scì troatu un mascalzone
forse ladru, ma de certo un gran cafone!
270
Quanto scì bella, quanto scì carina,
l’acqua che corre tu la fai fermare,
l’arbiri sicchi tu li fai rfiorire,
la pietra dura tu la fai lacrimare,
li giovanotti tu li fai impazzire
e a me me fai scoppià lu core!
271
Dimmelo bello, chi ti ci ha portato,
avanti a l’occhi miei tanto gradito?
Chi ti ci ha portato è stato un fiore,
avanti l’occhi miei gradito amore!
Chi ti ci ha portato è stato un giglio,
avanti l’occhi miei, gradito figlio!
272
Non pozzo né cantare né far festa,
perché l’amore mio se sente male;
se l’ha pigliatu un dolore de testa,
sta su lu lettu e non se pòle alzare;
jà pigliato un dolore su lu core
sta su lu lettu, non campa e non mòre!
273
Se morta tu me vòi dammi il veleno,
dammelo, caro, co’ ‘ssa bbella mano
che la vita per me non conta gnente;
famme fa ‘na morte sola, ma non tante
e sbrighete che te stà a spettà l’amante.
274
Ffaccete a la finestra tutta quanta,
mannucu de padella tutta ònta;
mammata te tè per tanto vèlla
te manca la sella pe’ esse ‘na cavalla;
mammate te tè pe’ ‘na bellona,
per esse capra te manca la coda;
mammata te tè pe’ ‘na gran donna,
er esse capra te manca le corna.
275
De llà de Roma c’è un camposanto
dove c’è sotterrato lo bellino mio,
ogni volta che ce passo ce fo un pianto;
perché ricordo il ben che mi voleva;
ogni volta che ce passo me fo un riso
perché il bellino mio sta in Paradiso.
276
Lo piglià moglie è ‘na bella pensata,
finché dura quella poca dote;
quanno che la dote s’è finita,
cumincia a litigà moglie e marito;
quanno quella dote è terminata
se cumincia a litigà in quella casa.
277
Non piagne bella, che chi nasce mòre,
che tanto scimo nati per morire;
non piagne bella che me sse struglie il cuore;
tu te cunsumi e io sotterra vaco
non piagne bella, che me sse struglie il petto
tu te cunsumi e io me mòro presto.
278
Bella che ci avete il marito tanto geloso
te voglio ‘mparà io la midicina;
mettulu su un cuscinò vicino al fuoco,
e ppo’ d’intorno tutta vrascia viva;
la jente te dirrà: “Ma che è stato?”
“Lu focu de lu camì me l’ha ‘mmazzatu!”
La jente te dirrà: “Che t’è successo?”
“E’ lu camì che ha fatto un bel processo!”
279
Il mio amore m’ha mannato a dire,
di che colore voglio la sottana;
non la voglio né roscia né turchina,
la voglio ricamata di setina,
non la voglio né roscia né ranciata
la voglio solo di setina ricamata.
280
De llà de Roma ci sta ‘na fontanina,
co’ ‘n’acqua sapuritella tanto vòna;
dice tutti li ‘mmalati li risana,
io l’ho bevuta e fatta la prova
pe’ lo male d’amor l’acqua non giova.
281
O figlia d’una rustica villana,
co’ tutti vòi far l’innammorata;
de mammata ti scì messo la sottana,
era la sottana de ‘na gran puttana
per questo scì da tutti chiacchiarata.
283
Che lo vai dicenne da tantu tempu,
che me vòi lascià per Marietta,
le so’ rsaputo e ne so’ tinuto conto:
tu de me non scì statu mai contento
di te ne faccio volentieri a meno.
Per troppi mesi so’ stata vicina a un tonto
che oltre che vigliacco era pure scemo!
284
Senti che m’è successo l’altra sera,
che affrontu che m’ha fatto la fornara.
Andai al forno per accender ‘na candela
essa me currì de reto co’ la pala;
se non era lu garzò che jé la leava
oh Dio quante palate me tte dava!
285
Domattina me ne vado all’orto,
vado a coglie l’amoroso frutto:
io coglio li più belli e li più fatti;
‘ncontro l’amici miei e li do a tutti;
‘ncontro la bella mia, jocava a carte
fece primiera e me li vinse tutti.
286
Ogghi se perde, domani se guadagna,
un jonu de miseria, un jornu de cuccagna
è proprio tanto stupido chi se lagna.
287
Diasilla, diasilla,
comme sta bisogna dilla:
fori lo pesce dentro l’anguilla;
fori l’anguilla, dentro lo pesce
più me lo tocchi e più me cresce.
288
Diasilla, diasilla,
comme sta bisogna dilla.
Ci-ho un animale roscio e nero,
vòle rrentrà do’ trova lo pelo,
ci-ha la testa da cardinale,
bbocca dentro, e non fa male
bbocca dentro e non fa male.
289
So’ jita a Roma e me so’ confessata,
da un frate cappuccì predicatore;
la prima cosa che m’ha ddomannata,
m’ha ddommannato se facio l’amore.
Io lé so’ risposto: “Padre scherzerai!
Dici de fa l’amore e frate sei!”
290
Ieri sera la vidi la morte,
quanno vidi il mio amore partire.
Non jé lo pose dì: ”Amore do’ vai?
Ritorna presto non m’abbandonare!”
Non jé lo pose dì: “Amore mio d’ jete?
Ritorna presto e non mi abbandonate!”
291
Oh! Quante ce ne rfà ‘stu scimunitu
pe’ ‘na òta o due che m’ha parlato
non caccia tante foglie lu cannitu
per quante donne l’ha minchionato!
292
Morte crudele perche non vinisti,
quann’ero piccolina appena nata!
Quann’ero piccolina annavo sola,
quann’ero piccolina sola annavo
e li vizi dell’amor non conoscevo.
293
Non me ne ‘mporta se m’hai lasciata,
anzi te dico che me sento libberata.
Tu la troverai ‘n’atra ‘nnammorata,
e manco per me il mondo sarà finito.
Io lo troverò un ragazzo adorno
e manco per te sarà finito il mondo.
294
Mammata che te tè per tanta ardezza,
te po’ portà a la fiera pe’ pupazza.
Te po’ portà a la fiera di Monturano
pe’ potette scambià co’ un melograno.
Te po’ portà a la fiera de Grottazzolina
e scambiatte co’ un galle o ‘na gaglina.
295
Ve ne state all’ombra de le fratte,
e volete comparì bella per forza;
sprecate lo sapo’, sprecate l’acqua
ché brutta ve ci-ha fatto mamma vostra.
Sprecate lo sapo’, l’acqua sprecate,
ché brutta ve ci-ha fatto vostra matre.
296
La mamma del mio amor me manna a dire,
che sulla raticola me vòle rosolare.
Io jé so’ risposto, se non lo sapesse,
su la raticola ce sse coce lo pesce.
Ce sse rrustisce lo pesce e la vrasciola,
io ce rrustiscio essa e la figliola.
297
Ve vengo a domannà, paestro de scola,
quanto legno ce vo’ pe’ fa ‘na nave?
Pe’ fa ‘na nave ce vòle lo legno,
pe’ discorre con voi ce vole ingegno;
pe’ fa ‘na nave ce vòle li chiodi
per discorre con voi ce vò li modi.
298
A Roma ci si vende, ci si vende,
questo lo dico a voi signore donne;
se avete li garofani da venne,
questo lo dico a voi donne signore
se avete li garofani d’odore.
299
Se tu sapisti comme fa ‘ste donne,
quanno ‘cchiappa lu puci tra le zampe;
ci vanno co’ quell’unghie longhe, longhe
e li tira fori comme le castagne.

300
Il mio amore sta de llà de Roma,
l’acqua che beve non se sa s’è bona
tu rondinella porteme la nova.
L’acqua che beve non se sa s’è bella
tu porteme la nova o rondinella!
301
Giovanottacciu te voglio avvertire,
prima che te ‘ncuminci a ‘nnammorare;
se dopo te dovessi da pentire
sarebbe meglio de no’ ‘ncuminciare.
Dopo se dovessi avere pentimento
sarebbe meglio rifletterci un momento.
302
La prima volta che con te parlai,
la pace del cuor e la libertà perdei;
tanto forte di te m’innammorai
che ora senza di te più non vivrei.
La morte po’ troncà li giorni miei
ma che io lasci a te non sarrà mai!
303
Quisti ad’è magghiu e non è primavera,
dimme do’ li scì troati tanti fiuri?
L’avete trovati a lu giardì de Nena,
dove spunta lu sole a la matina.
L’avete trovati a lu girdì de nonnu
dove cala lu sole a lu tramontu.
304
Guarda se che fa la Morirosa,
se mette a far l’amore dentro casa;
da la finestra se sente ogni cosa.
Se sente a dì, che non lo pozzo dire,
tu Marirò te duvristi vergognare.
305
Bella che te ne vai piano, piano,
a passu lentu comme ‘na quaglia;
quanno sarai su ‘ncima a lla fontana
co’ le lacrime ce rrempi la catina
e de suspiri ‘na cartata piena.
306
Madonna de Loreto te lo dico,
non me cce fa rvinì senza marito.
Madonna de Loreto non fa piove,
che lu ragazzu miu sta jo’ de fori
se me sse ‘nfonne tuttu, me sse mòre.
307
La figlia fa l’amore a la finestra,
la mamma se la ride e se la gusta;
la figlia fa l’amore su la porta,
la mamma non la vede e non ce guarda,
le recchie ci-ha ‘ttappate e non ascolta.

308
Questa è la contrada de le belle,
tutte le voglio salutà fosse mille;
prima le grandi ; e ppo’ le mezzanelle.
Le voglio salutà, mille se fosse,
prima le belle e dopo pure le zitelle.
309
In mezzo al mare uno scoglio di corallo,
lascialo passeggiar quel saputello,
facciamocelo vinì per minghionallo.
Lascitelo passeggiar, è tanto carino
facciamocelo vinì e ppo’ lu minghiunimo.
310
Iersera appunto me venne un saluto,
sia benedetto chi me l’ha mandato;
da una grossa pena m’ha sollevato;
subboto io jé l’ho rispedito
dicenno che l’amor fra noi era finito!
311
E per despettu de la mia vicina,
me voglio rifà li ricci ogni matina;
e per dispettu de li vicinati
me voglio fa li ricci ’ncannellati.
312
Un jormu me partii de casa mia,
co’ la strana intenziò de famme frate;
‘ncontrai ne casa dove se ballava
e llì per sempre me sparì la fantasia.
313
Tutti me dice: povero cretino,
‘ssa pinitenza chi te la fa fare?
Me la fa fare un’amante assai carina
che m’ha lasciato e non me vo’ più bene!
314
E tutti se marita o piglia moglie,
a me me resta la cicoria a coglie;
e tutti piglia moglie o se marita
io resto a coglie l’erba ch’è fiurita.
315
Quante volte te lo devo dire?
Se mamma no’ nt ecce vo’, non ci venire!
Quante volte te lo devo raccomandare,
se mamma non te cce vo’, che ce véi a fare?
316
Maritete, maritete Carola,
lu ragazzu tu’ è ghitu in galera;
lu ragazzu tu’ in galera è ghitu,
povera Carolì senza maritu!
317
L’atra sera m’è successu un casu,
a raccontallu è tanto curiusu;
‘ncontrai ‘na vecchia e me lu dette un masciu;
me muccicò co’ un dente vilinusu,
co’ ogni vasciu me cce facìa un musciu.
318
Voglio cantare e stare allegramente,
perché la gioventù non dura sempre;
voglio cantare e allegramente stare,
perché la gioventù non può durare.
319
Se dice che ce usava a tempu anticu,
de piscià in piedi, da lu muricu;
addè è cambiate pure le stajiò
mo’ se piscia meglio, ma un po’ più jò.
320
Porca miseria cantava li grilli,
quanno vidìa la stoppia bbrusciasse;
porca miseria cantava le vèlle
quanno vidìa le vrutte sposasse.
321
Bellina che de mammata hai paura,
de me non te dovevi ‘nnammorare;
non me la dovevi la parola dare
se sicura non eri di poterla mantenere.
322
Ti scuso giovane se hai fatto u’ sbagliu,
un’altra volta pensaci un po’ meglio;
comme li sarti lo fa qualche ritaglio,
così la lingua tua ha fatto l’imbroglio.
323
Stanotte me sognai de statte accanto,
feci lu sonnu miu tutto contento;
quanno me rivoltai dall’altra parte,
’mmece de ‘bbraccià te, ‘bbracciai la morte.
324
Te te so’ fatto, o cavalla stornella,
che quanno vedi a me te metti a corre?
Da l’atri te fai mette vriglia e sella
se vedi a me scivoli via comme ‘na ‘nguilla.
325
Te lo so’ ditto e più òte raccommannato,
che jò la fonte più non ci fossi andato;
ci sta le donne che fa il bucato,
tutto non po’ vedé chi non è marito.
326
Tutta stanotte ho camminato,
alla luce d’una stella che ho seguito;
quanno sotto la tua finestra so’ arrivato
oh Dio che bellu Paradisu che ho goduto.
327
Brutta non t’affacciar da la finestra,
brutta non t’affacciar da la finestra
se t’affacci fai murì la jente de paura;
mammata t’ha fatto un dì de festa
e de sicura ci-aveva tanta fretta;
sana non te l’ha fatta la corporatura,
le gembe te l’ha fatte de ginestra
e le ginocchie senza la giuntura.
328
O giovinetto che vai a la montagna,
diglie all’amore mio che non ritorna;
diglie che se tenga pure il nuovo amore
e che per me è finito il tempo d’aspettare.
329
L’Angili l’ha ‘nventate le canzoni,
finché se canta non se pensa amore;
l’Angili l’ha ‘nventato lo cantare
finché se canta non se pensa a male.
330
Luce la luna e luce la lumiera,
e Teresina non s’è corgata ancora;
gira per casa, pare ‘na bandiera
per l’amore suo la dice ‘na preghiera.
331
Fiore de canna e fiore de cannitu,
se figliutu me dai, mamma te dico;
fiore de cannitu e ppo’ de canna
se figliutu me dai, te dico mamma.
332
Chi dice che Bermonte è un bel paese?
E’ ‘na vintina o trenta case,
se ne pozza lamà una a lu mese
addio Bermonte e chi lu fece.
333
Che te pozza vinì tanti malori,
per quanti pili porta un cane;
a me scì dato solo tante pene
che tu lo pozza scontà co’ li dolori.
334
Il mio amore se chiama Peppe,
lu primu giocatore de le carte;
s’ha jocato le fibbie de le scarpe,
povera vita mia, povero Peppe.
335
Quanno te so’ rvisto, o bella mia,
oh Dio! ohDio! oh Dio! La fantasia;
quanno te so’ rvisto o mia bellezza,
oh Dio! La Fantasia, oh Dio la testa!
336
Ma che fa lu rre che non te fa regina,
no’ la vista quessa stella rilucente?
Che fa lu rre che non te fa regina,
che non te mette in testa la corona,
sei la figlia de lu rre dell’Oriente.
337
In cima a un colle la sento ‘na voce,
quella è la bella mia che vo’ fa pace!
In cima un colle ‘na voce la sento
“Spetteme, bellina mia, che te ‘ccontento”
338
M’è stato ditto che te vòi far bella,
te pòi rlaà co’ l’ou de la gaglina
ma tette lu ruscì, butta la chiara
quillu te servirà da midicina.
339
Ti scì vantatu che mi scì lasciato,
la causa da me non è vinuta;
ma è vinuta da la tua casata
che l’amore co’ non jié piaciuto.
340
Sento suonare le campane a Roma,
è morta la bella mia, Dio la perdona;
sento suonare le campane in Spagna
è morta la bbella mia, Dio l’accompagna.
Se sona le campane de Numana
la jente vè a sapé ch’era puttana.
341
Se sente le campane sonà a mortu,
spirimo che è crepatu lu prevostu;
era un prete tanto birbacciò,
le donne vèlle era tute le so’.
342
Bella te sse po’ dì ma paurosa,
che vai de notte e porti la lanterna;
quanno camini pe’ la strada ombrosa
lu lume te sse stuta, figlia bella.
343
Rosa, rosetta culurita e bella,
scì nata tra li spì cuscì gentile:
o scì nata sopra d’una stella
tu pe’ famme murì, scì nata bella.
344
Se dice che la luna non cammina,
passa li monti e non se ferma mai;
cuscì fa lu core dell’amante mio
sempre a me pensa e non me scorda mai.
345
Voi siete quella stella più vicina,
che in cielo a spasso ve ne andate co’ la luna;
tra l’altre belle tu porti la bandiera
e le bellezze tue lu core me cunsuma.
346
Quanti fastidi se piglia costoro!
Pensa pe’ l’atri e non pensa per loro;
quanti fastidi se piglia ‘sta jente
pensa per l’atri e per loro gnente.
347
A voi, bellina, non se po’ dar retta,
fino a che fa lu quartu la luna;
se fa lu quartu e ve gira la testa,
non c’è amante che ci-avrà furtuna.
348
Non occorre che lo fai lo passa e gira,
già t’ho detto de no: passa e camina;
non occorre che lo fai lo gira e passa
t’ho già detto de no: fa che te vasta!
349
Quanto è bella la luna quanno è piena,
quanto è bello il mio amor quanno camina;
quanto è bella la luna quanno è tonna
quanto è bello il mio amor quanno se storna.
350
Rosa, Rosetta che passi lu mare,
tu scì nata bella per famme morire;
Rosa, bella voi siete comme ‘na cerasa
le vostre gentilezze e ppo’ riposa.
351
E dite pure a la ragazza mia,
che per essa la vita mia è un’agonia;
che per essa se struglie quistu core
che jornu e notte spasima d’amore.
352
O luna cara, o stelle luccicanti,
belle comme il sorriso dell’amanti;
dite a quella figlia dell’amore
che se mme lascia crepo de dolore.
353
Che vai facenne tu o svampitellu,
la sentinella de la casa mia?
Porti un par de scarpe e un vistitellu
guadagnati co’ lo fa la spia.
354
Le tue bellezze a me me dà la morte,
non ce ripuso né jornu né notte;
le tue bellezze a me me dà tormento
la notte e lu jornu de murì me sento.
355
Non occorre che te metti tanto in pompa,
non vedi che lu tempu trona e llampa?
Non troverai nisciù che te sse compra
e manco un bruttu ca’ che te sse magna.
356
Che pozza murì la matre del mio amore,
ha ditto che a casa sua non me cce vòle;
e se non me cce vò, me ne stò jò fora
che dica quello che vo, io so’ la nora!
357
Quante volte me cce fai venire,
sotto la tua finestra a sospirare?
Tu co’ lo famme ‘spettà, me fai morire,
te ‘ffacci a la finestra me viene il batticuore.
358
Sento sonà le campane a festa,
segno che la domennaca se ‘ccosta;
ce li mittimo li vistiti de lusso
e sottovracciu ce ne jimo a spasso.
359
Quanno erai giovane eri un fustu,
e pe’ sonà ‘sta chitarra eri guastu;

ora che no’ nce senti più lu gustu
te devi ‘ccontentà de lu strumentu a tastu.
360
Che ce ne fai de ‘stu vecchiu curnutu?
Vale meno de cento scuti, se li vale;
rportulu a lu paese da do’ è vinutu
e ppo’ cciuturulu jò ppe’ le scale.
361
Mariuccia che fai la mmollarella,
sempre la porti la gonnella mmolla;
e ppo’ te la rimiri la sorella,
pora piscetta tua, tutta mmolla.
362
Portate l’occhi neri e me guardate,
ma non me sapete dir cosa volete;
se quistu core voi me domandate
non ve lo posso dar, ché non lo meritate.
363
Bella a voi che fate sempre la stizzosa
io chiesi solo de famme durmì in pace;
e questu fu lu primu pattu che ce fece
la prima notte de non tirà le cace!
364
Non te sparì da me sognu d’amore,
speranza e pace de ‘stu poru core;
comme l’arsura fa seccà lu fiore,
cuscì senza de te ‘st’anima mòre.
365
Io vogliio ritornà a Montedinovo,
ce l’ho lasciato quanto bene avevo;
ce so’ lasciato l’anima e lu core
ci-ho lasciato il mio amor, se ce lu strovo.
366
Tirete più in llà che puzzi d’oglio,
ché t’ha ‘bbracciato lu frisculà;
per la rabbia che tanto me fa
se sparisci per sempre forse è meglio.
367
Quanno la guardo me cce vè da ride,
perché l’ho minchionata e non ce crede;
se ci ripenso, però, mi sento ingrato
per tutto l’amore che essa m’ha donato.
368
Vorrei che me pigliasse pe’ ‘na viola,
e in piazza me portasse l‘ortolana
‘rrivasse l’amante mio e me comprasse
e in mezzo del suo petto me mettesse.
369
Cara Ninetta mia, cara Ninetta,
non ne pozzo più de soppportatte,
troppo spesso te vedo dietro quella fratte;
se l’occhi mii non me confonne
tu de certo me metti tante corne!

370
La mamma tua fa la sentinella,
ma scimo tròato lu modu de frecalla;
se stuto la luma e ppo’ te tocco,
per quanno la rreccenne scimo fatto.
371
Si dice che Ascoli è tanto bello,
specie per le ragazze che ce stanno;
se belle son le ragazze che ce stanno
i giovani son dipinti col pennello.
372
Quattordici quatrì pagai ‘na gatta,
ma era quell’annu de la caristia;
adesso che va tutte a briglia sciolta
de fammela pagà che se lo scorda.
373
Guarda ‘ssu ridiculu se che pretenne,
de volé frequentà la casa mia!
Dì a mammata che te portesse a vénne,
ma a te manco li straccià te cumprirìa!
374
Che t’ho fatto lingua serpentina,
che tuttu li dì de me ne dici male?
La prima òta che me vèi a la mira
tutto ‘na bbotta te lo farrò scontare!
375
Vòi dà da ‘ntenne che per te ce passo,
per fatte ‘mmidià da chi ce crede;
se te lu vòi fa un cincittu de ragazzu,
gnà che lu trovi comme te vusciardu!
376
Cuscì recitava un’antica filastrocca,
che chi ci-ha sete sempre cerca l’acqua;
che chi ci-ha voglia cerca la patacca
e se la tròa anche vecchia se la gnocca.
377
E statte zittu tu, no’ cantà tanto,
canta meglio un somaru quanno raglia;
e statte zittu tu, più non cantare
ché meglio più de te canta le cecare.
378
Faccio l’amore co’ un contadinello,
me ss’è ‘mmalatu de malinconia;
ma appena arriveran li romanelli
contadinello mio te lascio annare.
379
Chi te l’ha detto bella ch’io non te voglio?
Portete ‘na bbella dote ch’io te piglio;
portete ‘na carriola de denaro
se vòi esse certa che te sposo de sicuro!
380
Tutta la notte voglio camminare,
finché non vedo tramontar luna;

il mio amore voglio jì a trovare
o lo vòle o non lo vòle la furtuna.
381
Quattordici viole fa un bel mazzo,
una che jé ne lèi, guasta la fila;
‘n’atra che jé ne lèi guasta lu mazzu,
n’atra che me ne fai, bella te ‘mmazzo!
382
Amore, amore mon te ne fidare,
de quelle che te fa le madonnine;
quanno te dice quelle paroline,
pare che in cielu te sse vò tirare
conoscono assai bene l’arte d’ingannare.
383
Ve do la buona sera o palombella,
ve domanno se avete cenato;
avete magnato zucchero e cannella?
Dio, quanto dora stasera il vostro fiato!
384
A Porto Citano’ ci sta ‘st’usanza,
tutte le donne maritate fa l’amore;
e se ogni tanto jé cresce la panza
dice che è statu li fischiu del vapore.
385
Da un pezzu in qua te so’ cercato invano,
vurrìo conosce l’amante che t’adora;
la morte jé darrìo co’ la mia mano
a chi m’ha misto tante pene in core.
386
Un jorno jetti a spasso a la marina,
e me persi lu core tra la rena;
ddomanno un marinà se l’avìa vistu:
“Lo so’ rttroatu io, vedi se è quistu!”
387
Me sento male, me sento morire,
sento che la mia voce va a calare;
me sento male, me sento la morte
ora sento la vita mia che cala forte.
388
Il mio amore m’ha mannato a dire,
di che colore voglio la sottana;
no’ la voglio né roscia né turchina
la voglio a usanza de la contadina.
389
A Roma, a Roma le belle romane,
le più belle le “san severine”;
le più belle le “san severine”
ma la parma se la tiene le marchigiane.
390
Lu core to’ è pienu de gelu,
manco lu sole te lu scioglie;
quanno parli con me no’ ncì sincera
subboto me fai passà tutte le voglie.

391
Se tu lo sapisci comme fa le donne,
quanno che li mariti fora vanno;
la piglia la conocchia e la nasconne
e ppo’ fa li maccarù: chi magna, magna!
392
Brutta ruffiana, me ne scì fatta una,
n’atra che me ne fai te spoglio nuda;
a sopportatte più non jié la faccio
’n’atra che me ne fai, certo te strozzo!
393
Ti scì vantata che scì tanto vèlla,
ma do’ stà le bellezze che tu ci-hai?
Forse le nnasconni sotto la gonnella
perché nisciù su lu musu te l’ha viste mai.
394
Non occorre che co’ lu cappellu ve coprite,
tanto li capelli voi non ce l’avete;
non occorre che co’ lu cappellu ve coprite
la chieraca ce l’hai comme d’un prete.
395
Non occorre che ve tento pettinate,
che li capelli voi non ce l’avete;
de ‘na parrucca finta ve ‘dornate
e fa vedé che è vostri pretendete!
396
Non occorre che te muti lu vistitu,
che tanto non lu trovi lu maritu;
non occorre che la veste te la muti
tu solo pòi sperà co’ li cornuti.
397
Non occorre che camini tuttu stortu,
ché prorbio tu scì stortu de natuta;
le zampe de li cà va più d’accordu
e le corne de li vo’ la fa più bella la figura.
398
Bella perché camini tutta storta?
Te pesa de più la spalla destra
e per traverso rrarrentri su la porta,
pigliatala co’ Pasquà che te l’ha storta.
399
Te vurrìo vedé sopra li nuvoli,
strascinata da cento diavoli;
te vurrìo vedé sopra ‘na cerqua
co’ li denti tui scortecà ‘na serpa.
400
Finisciala, finisciala chè ora,
non me tte fa sintì più nominare;
do’ ‘rria la lengua tua lascia la mora
ché pe’ lo veleno tuo, non c’è l’eguale.
401
Che va facenne quissa sbrullantina?
Vo’ piglià maritu e se lu vo’ capare;

pare che tira la fica a la luna
invece no la vede proprio nisciuna.
402
Fermete Antò, cha mamma non vòle,
fermete, Antò, che mamma ce vede;
toccheme, Antò, che mamma non vede
toccheme, Antò, dove te pare.
403
Scimo de Fallerò, ce lo sapete,
scimo belle ragazze raffinate;
anche se siete furbi, no’ nce fregate,
non siete de Fallerò, furbi non siete!
404
Te vurrìo vedè ‘ncima a ‘n’arbucciu
Le gambe per ninzù, lu culu scuccu;
te vurrìo vedé ‘ncima ‘na stanga
du’ serpe a rosecatte, una per gamba.
405
Sora patrona mia, sora patrona,
mannala via la serva, ‘ssa birbona;
tutti l’amanti vostri se li chiama,
quanno dormite, se li porta jò in cantina.
406
Non occorre che te smovi, che te smovi.
che tanto lu maritu non lu trovi!
Non serve che ce fai tanto lu galante,
che tanto non la trovi, tu, l’amante!
407
Sempre lo diceva il nonno Arturo,
in amore l’uomo deve assomigliare al toro;
se non lo è, la donna, puoi star sicuro
per trovarlo ce spenne anche un tesoro.
408
O Martì, tu con la testa non ce stai,
è troppa la fiducia che a mogliata tu dai;
a pensà c’h’essa te ‘nganna e non lo sai.
Che grossa pena proverai, quando lo saprai!
409
Col silenzio amico de le stelle e de la luna,
ogni ragazzo ai piaceri dell’amore si abbandona;
con la tenue luce della luna e delle stelle
propizio il tempo dell’amor per le fanciulle!
410
Fin da tempu anticu c’è chi dice
che la fica più puzza e più te piace;
questo lo cantava pure zio Martino
che co’ le donne è stato sempre un birichino.
411
Amore, amore dirmelo potei,
e tanto presto mi volei lasciare;
d’altro amante rprovvista mi sarei,
che senza amore non si può campare;
rprovvista mi sarei da ‘n’altro loco
si sa che senza amore si campa poco!
412
Rosina dopo che s’è ‘nnammorata,
la notte sta sempre sveglia e non riposa;
l’amante se lo porta pure al letto
per paura che Gigetta jié lo rrubbi per dispetto!
413
Il tamburello io sento che batte,
bella, ti voglio amar sino alla morte.
Bella, ti voglio amar finché ho core
l’ultima parola mia sarà: amore!
414
Non ti fidar della donna che è bigotta,
quanno che po’ te frega bbotta, bbotta;
ma tu furbo no’ nte fa fregare
ad essa preferisci sempre la comare.
415
Me voglio j’ tanto lontano
che più nova de me non pòi avere,;
così te pentirai, bella mia cara
di non avermi mai dato amore!
416
Le cose che si dicono,
quando se fa all’amore,
è come un bagno al Tevere
che fa passà il calore!
417
Beatrice è ‘na donna assai onesta,
al marito incorona la testa;
ma in mancanza di foglie d’alloro
lo incorona con le corna del toro!
418
O se Sibilla venni jò lo Piano,
a incantarvi il caro pastorello;
digli che il mio amore è sempre quello
quello d’un tempo ch’era così bello!
419
Nemmeno le catene di Turchia,
è state vòne a ‘ncatenà ‘stu core;
soltanto voi, o morettina mia
l’avete ben saputo incatenare!
420
Svegliati, bella, se t’eri addormentata,
ché questa non è l’ora di dormire;
senti ben chi fa la serenata:
l’amante tuo che t’è venuto a riverire!
421
Quanno si leva il sole si leva rosso,
e più se alza e più se culurisce;
me pare le fantelle quanno nasce
più se fa grosse e più l’amor capisce!
422
Porti certe scarpette co’ le fibbie,
ma non te mariti manco se te rrabbi;

se te mariti tu no’ rcacci razza
o fai li figli co’ la recchia mozza!
423
Te pare proprio d’esse un sapiente,
parli tanto ma non capisce gnente;
lu mestiere to’ è far lu politicante
bravu scì solo a ‘mbroglià la jente!
424
A me Pippì non me munghioni,
fai parte d’una setta de magnoni;
scì unu de quilli che prega solo co’ la bocca
e sette sere la sittimana fa bisboccia.
425
Dimmelo, bella mia, chi te vo’ più bene,
mammata che t’ha fatto, o io che t’amo?
Mammata che t’ha fatto t’abbandona,
io che t’amo, non t’abbandono mai!
426
Ammazzete Caterì se scì cattia,
piena de veleni ci-hai la coratella;
ma io te lascio me ne vaco via
per me in eterno pòi rmané zitella!
427
Che la fica non fa l’omu felice,
scemu e chiacchierone è chi lo dice;
l’ha capito pure il bel Maometto,
che con dieci donne andava a letto!
428
Senza manco pensà se lo possiamo,
spesso cose impossibili vogliamo.
È proprio testone e temerario l’uomo!
429
Si dice che scì ‘na brava fanciulla,
ma mammata te vòle puttanella;
ma tu dà retta a me e non a quella
una vita vicino a me sarà più bella.
430
Un fiascu d’oglio e un pacco’ de lardo,
me vasta e staco a postu tuttu l’annu;
lo jutto e la robba bona no’ la guardo
basta che Cristo non me manna che malannu.
431
Lu fidanzatu to’ è bellu e ‘ntilligente,
ma la faccia ce l’ha da delinquente;;
io vicino a me più non ce lo voglio
perché l’onore m’ha rrubato e il portafoglio!
432
A far del bene è sempre fatto male,
perché chi lo riceve sempre de più ne vòle;
non far del bene è la cosa più sicura
chi non lo riceve almeno sempre spera!
433
A ‘stu munnu c’è chi fatiga e ce sse ‘mmazza,
ma questa è dei cretini e degli stupidi la razza;
io per fatigà mai ci faccia bbotte
me vasta la trippa piena quanno è notte.
434
De quisti tempi lo dovete da capì,
che non ce sse po’ fidà più de nisciù;
che se cunfidi quarche cosa a quarchedù
quillu è lu primu che te va a tradì.
435
Anche se tu te ne vai tanto lontano,
‘stu core sempre a te starrà vicino;
spero che al più presto fa intorno
pe’ no’ sta sola intanto dormo con Adorno.
436
Mai non me svanì sogno d’amore,
speranza e gioia de ‘stu poru core;
comme l’arsura fa seccà lu fiore,
cuscì senza de te ‘st’anima mòre!
437
Gira l’occhi a dietro e non guardà avanti,
chi sta pegghio de te ci ni sta tanti;
c’è jente che se ‘bbufa quanno magna
e chi se ‘ccontenta de le scorze e non se lagna.
438
Quanno te vedo, o bella, passeggiare,
me mettu un’allegria dentro lu core;
lu munnu a me me pare tuttu in fiore
e che è sfortunatu chi ‘nte po’ ammirare!
439
La comare, ce lo sai, ad’è ciarlona,
do’ vede bianco, dice che ad’è niro;
tu non jé da retta, vedi se ad’è vero
le ciarle che essa fa de la tua donna.
440
Dì a la figlia tua queste parole:
che non me ‘mporta più de fa l’amore;
che se tenga pure de cuntu quell’onore
e pe’ coperchiu se sposesse chi jé pare.
441
O luna cara o stelle luccicanti,
belle comme il sorriso dell’amanti;
dite a quella bella figlia dell’amore
che se me lascio io crepo de dolore.
442
Ditelo pure a la ragazza mia,
per colpa sua la vita mia è ‘na malinconia;
per colpa sua se struglie quistu core
che jornu e notte spasima d’amore.
443
Arriva maggio e porta tanti fiori,
per regalarli a ‘ste bbelle fantelle;
ma quelle comme te, cioette belle
de corne ci-ha la casa pitturata su li muri.
Maggio per te non porta manco un fiore
perché co’ me mai tu hai voluto far l’amore.
444
Ancora non è andata a letto quella stella,
per la sala la vedo a passeggiare
e sento la mamma sua che jì favella.
Vattene a riposar, volto giocondo,
non voglio che per me patisci il sonno.
Vattene a riposar, volto gentile
Non voglio che per me non pòi sognare.
445
Al mondo succede sempre ed è vero
che per invidia de chi ci-ha più virtù
sparla e dice male chi ce n’ha meno de zero!
446
Se dice che a sospettà de lu vicinatu
è stato sempre un gran peccatu;
ma se tu sospetti de lu curatu
pòi sta tranquillu che non te scì sbagliatu!
447
Quanno lu monte vè jò lu pià,
quanno lu lebbre corre dietro a lu cà,
quanno la moglie commanna a lu maritu
dì pure che lu munnu ad’è finitu.
448
Marì, io te lascio e non me ‘mporta gnente,
va pure co’ la zia dove te mena;
quanno so’ rsaputo questo da la pena
per poco non m’ha pigliato ‘n’accidente.
449
E’ proprio ora che te la smetti de sparlà,
brutta vecchiaccia vatte ‘mpo’ a specchià;
scì pegghio d’una sdrega e comme te
luride e schifose poche ce ne sta!
450
Chi te l’ha fatto fa e sposà Annarosa,
essa comme dote no s-ha portato cosa;
non la devi fa cantà, perché è stonata
e per quanto è brutta no’ la fa scappà de casa.
451
Lo disse don Lavì scrivendo a don Fargucciu:
“Proprio cuscì e fattu ‘stu munnacciu;
tu fa spisso del bene a le persone
lu jornu che non lo pòi fa, scì pegghio de Nerone!”
452
Da quanno so’ visto la luce de ‘stu munnu,
li guai e le disgrazie sempre me scoccia;
la miseria co’ me ce fa la caccia
ma spero presto de vedé lu funnu.
453
M’è stato ditto da la tua vicina
che ti scì fatta buona cristiana;
a la Messa ce vai ogni matina
tutti li jorni de la sittimana;
ma per quanto scì fatto la puttana
un Cristo non trovi che te perdona!
454
Non posso fare a meno di cantare,
dalla bocca mi escon le parole;
non posso fare a meno del mio amore
per me l’amore suo è grande più del mare.
455
Quanno vedo lu segnale su la finestra,
so’ che cè Caterina che me spetta;
me sse scatena dentro ‘na tremarella
e io non vedo l’ora de ‘bbraccialla.
456
Forse sarrà lo callo co’ lu sole,
o sarrà la primavera che lo vòle;
ma nu’ giovani o vecchie sempre sole
vulimo notte e jornu fa l’amore.
457
La donna che dice sempre la corona,
pe’ la salute de lu prete sempre prega;
perché ‘gni òta che essa vòle se la frega
cunvintu de fa cuscì ‘n’opera bona.
458
Iudiziu, figliu miu, su questa vita
‘ncontri tranelli e ‘mbrogli ‘gnì momentu;
a chi te ‘nsegna la via dritta e pulita
diglie grazie e faglie un monumentu.
459
Non te deve sembrà ‘na cosa strana
se la moglie de Nannì fa la puttana;
lu maritu la stima pe’ ‘na santa donna
purittu non ha capito mai ‘na madonna.
460
Purtroppo cuscì fatta ad’è la jente,
se sente parlà de ‘na cosa originale
e non la pòle avé pe’ ‘n’accidente
se sprefonna a dì che poco vale.
461
La nebbia che òta rcopre anche lu sole,
ma poi anche se fota, ata o bassa
lu tempu che troa sempre te lassa,
cuscì son de la jente trista le parole.
462
Lu munnu è pienu de maghi e d’imbroglioni
che campa a sbafu de li crduloni;
ma più furbi de tutti ad’è li frati
che co’ la carità fa più sordi de li preti.
463
Non tanta gelosia, o bel ragazzo,
che l’amore tuo nisciù la tocca;
se la tocco io, te l’ammazzo
e a te te metto pe’ cancellu jò nell’orto!
464
Non te deve sembrà ‘na cosa strana,
se co’ lu zippu Antò ce pianta la ‘nzalata

e Neno invece ce ‘ccontenta la padrona
quanno ‘vvilita la vede e sconsolata.
465
Se vòi che te lo compro un fazzoletto,
femme piglià la misura del tuo petto;
se vòi che te lo compro un zinaletto
prima famme vedé quello che c’è sotto.
466
Ci-avevi ‘na ragazza bella de culu e bella de faccia
ma appena sposata t’è diventata ‘na bagascia;
sposane un’altra brutta de faccia e bella de culu
sennò rischi per sempre de rmané sulu.
467
Se vòi che te frutta li quatrì,
in posti sicuri li devi investì;
ma non li prestà mai a l’amici tui più cari
perché non li rvedi più manco se je spari.
468
L’atto osceno è quella cosa,
che si fa e non si dice,
se la fai ti fa felice
se lo dici sei un birbant.
469
Ma se che scherzi che te fa l’amore,
de notte svigliu te fa contà tutte l’ore;
te fa ‘nsuppà lu pagliatricciu de sudore
e non te lascia lu tempu manco per sognare.
470
Stanotte pensando a te me so’ sintitu tanto male
mia moglie già pensava ad organizzare il funerale;
per furtuna è vinutu un meducu tanto dottu
che il mio mal d’amore l’ha capito da lu fiottu.
472
E’ scritto tra le tante cose vere,
che il denaro dà tanto potere
e la miseria fa solo dolore.
E tu, testa matta, non lo vòi capire!
473
La donna quanno canta, canta forte,
e dal moroso suo si fa sentire;
jé dice che il suo cuor jì vuol donare
e che sogna solo de potecce far l’amore.
474
Moralità è quella cosa,
che del fico vuol la foglia,
ma se poi gli vien la voglia
vuole il frutto al femminil.
475
Passeggi per la piazza e in più sculetti,
ma a me co’ le moine non me ‘lletti;
solo a Pippì ancora scì simpatica,
sempre la donna brutta jé piaciuta,
basta che quanno camina nnazzaca la natica.

476
Cara Luciòla mia, cara Luciola,
te posso solo dì questa parola:
“Te voglio tanto bene
e te vurrìo leà tutte le pene;
ma se li genitori tui non è contenti
jé faccio cascà tutti li denti!
477
Spesso me lo dicìa nonnu Titta,
la donna vale men de ‘na ciabatta;
la ciabatta se rcompra se non è più bona
la donna quanno è vecchia se ‘bbandona.
478
Nonnu miu era un gran pittore,
il ritratto lo faceva anche a le suore;
ma quanno l’arciprete se n’è ‘ccortu
da lli peccatacci più non l’ha assoltu.
479
Lu maritu to’ te lascia sempre sola,
a casa rientra sempre dopo mezzanotte;
io te la porto ‘na cosa che te consola
basta che le porte tu me lasci aperte.
480
Non se sente più Marì cantare,
proprio ieri l’ha ‘bbandonata il suo amore;
forza, Marì, non te devi scoraggiare
pronto c’è già per te un altro amore.
481
Tu dici sempre che puttana ce sse nasce,
ma ppo’ ce sse perfeziona co’ lo cresce;
anche la mogliettina tua ciò lo riconosce
infatti era già puttana su le fasce.
482
La donna su lu lettu se sente sempre sola,
suspira, sogna e mai che se rconsola;
stregne forte il morbido cuscino
e pensa all’amante suo che sta lontano.
483
Cuscì Martì cantava ‘na canzona:
la persaca senza pelo non è bona;
de la serva è sempre meglio la padrona
che oltre l’amor che cosetta in più te dona.
484
Voglio riaprì ‘na strada sottoterra,
per vedé il mio amore con chi parla;
se per casu parla con l’arciprete
per tutti e due, oh Dio, quante legnate.
485
Vai dicenne che a far l’amor non so’ capace,
tu non sai quesse parole quanto coce;
solo la commà lo po’ sapé se quanto è vero
che sotto le elenzole so’ comme un toro;
basta durmì con me ‘na sola notte
che a casa ce sse rvà co’ l’osse rotte.
486
A la sera Gustì se ne va a letto,
vicino a la moglie sua ce trova Checco:
“Tirete più llà, bruttu gnoccu
e lasceme mpo’ de postu che so’ straccu!”
487
Se dice che lu prete è un buon pastore,
raduna vicino a sé le pecorelle;
la sera le rchiude tutte nell’ovile
cuscì po’ fa comme jé pare quanno vòle.
488
Il toro con tante vacche fa l’amore,
comme fa l’arciprete co’ le suore;
non sceglie mai tra le più brutte e le più belle
ma le chiama tutte e sempre consorelle.
489
Cuscì cantava lu più mattu del reame:
co’ la farina lu fornà ce fa lo pane
co’ la stoffa lu sartu le sottane
e co’ la fica le donne le puttane.
490
Te l’ha mannato a dì Rosina che non te vòle,
non serve che jé manni li mazzi de viole;
essa vòle la casa e tutti i tuoi possedimenti
sennò te cancella dall’elenco degli amanti.
491
La donna ‘nnammorata gnà capirla,
è comme la somara quanno raglia;
li segnali che te manna ad’è evidenti
li capisce anche li stupidi e li tonti.
492
E’ tantu tempu che mammata se lagna,
perché se n’è ‘ccorta che te mucciaca la rogna;
tu dà retta a li ccunsigli de la nonna
falla lavorà mpo’ de meno quessa fregna.
493
Ffacceta a la finestra o faccia sporca,
mai tu scì stata ‘na donna onesta;
dentro scì vota e fori guasta
in tutto il mondo provochi la pesta.
494
Passa Nella e l’anca nnanna e nnazzaca;
segnu che sotto lu zinà checco’ jé pizzaca;
a grattagliela per bè ce penso io
con questo bell’arnese che m’ha dato Dio.
495
Il popolo assomiglia tanto all’animale,
perché è rozzo e poco razionale:
Se oggi te contesta e fischia,
domani per te pure la vita rischia.
Pronto è sempre a cambiar opinione,
avendo solo il tornaconto come sprone.
Spesso vuol anche essere ingannato
così crede che quel che voleva l’ha ottenuto.
496
Pe’ mmazzà te ce vo’ ‘na bona dose de veleno,
so’ che tua moglie n’ha ordinato un autotreno;
se sparisci tu per sempre da ‘sto mondo
nessuno a la tomba t’accompagna lacrimando.
497
La fica quanno è vecchia non è bona,
ad’è comme ‘na campana rotta che non sona;
piace solo a Nicò che è un bravo campanaro
che l’erba dura la magna comme un somaro.
498
Cia avessi le virtù che ci-ha lu gallu,
la notte jì a durmì co’ le gagline
la matina se rrizza ancor più arzillu
fa chicchirichì e rmonta subboto a cavallu.
499
Quanno ci stai tu ‘nsé po’ parlà mai,
la rajiò te la pigli anche se non ce l’hai;
cuscì se dice che facìa Nerone
convinto che del mondo intero era padrone.
500
Il mio amore de nome Tomasso
a far l’amore è proprio un asso;
gira e rigira sempre jò in campagna
tante mele troa e tante se ne magna.
501
Furtunata ne la vita è stata Adele,
lu maritu l’ha avutu assai leale;
per ottant’anni njé statu fedele
e pora jé fa un bellu funerale.
502
Me ss’è ‘ncriccatu li cà de lu fucile,
quanno so’ visto ‘na merla nera volare;
o bella, avanti casa mia non ci passare
che col fucile carico ti posso anche sparare.
503
Non ci-hai più mmocco’ de spaziu du la fronte,
perché mogliata te l’ha rrimpitu co’ le corne;
pe’ rconoscete meglio dall’amante
e pe’ fattece fa l’ombra co’ le fronne.
504
Sa la finestra tua controlli tutto,
ma non vedi con chi parla il tuo Gigetto;
iersera ha parlato a lungo con Ninetta
che a la fine j’ha ditto do’ lu spetta.
505
A ogni modu e ogni maniera,
ma che gran guaiu è la mogliera;
se la pigli troppo grassa
tuttu lu lettu te sconcassa;
se la pigli troppo secca
pure co’ l’osse essa te picca;
se la pigli ricca assai
dentro casa chi commanna non lo sai.
506
La persona dotta po’ fa la spiritosa,
perché sa tutto e fa finta de non sapé cosa;
la persona ‘gnorante che vo’ fa la dotta
fa sempre la figura de nagna ricotta.
507
Più feroce scì d’un vero mostro,
i nemici tu li distruggi con l’inchiostro;
la penna tu la usi comme un’arma
ma non sai che mogliata te ‘ncorna.
508
Vòi fa crede che scì ‘na ricca possidente,
ci-hai quattro stracci e non possiedi niente;
a casa tua pe’ pranzu c’è solo l’acqua cotta
e solo col pensiero se po’ rrimpì la trippa.
509
O Caterì do’ vai con tutta quessa boria,
che la casa tua è piena de miseria,
signori se nasce e non ce sse diventa
se de palazzi non ne possiedi centotrenta.
510
Nisciù lo sa da do’ lu ventiu scappa,
le parolacce solo da la tua bocca;
pensece vè, o Martì, a quello che dici
sennò te faccio fa la morte de li puci.
511
Co’ lo toccà lu focu te cce scotti,
co’ l’occhi chiusi presto o tardi tu ce sbatti;
dà retta a li consigli de mammà
che d’esperienza ce n’ha tanta da buttà.
512
Le donne quanno è notte è tutte belle,
no’ rconosci le giovani, le vecchie e le zitelle;
anche nel buio l’amore mio lo riconosco
se sempre più vicino me jé ‘ccosto.
513
O Caterì, quanto sei bella,
tu sei la gioia, tu sei la mia stella;
rapito hai questo mio cuore
giorno e notte a te io sto a pensare.
514
Il cuore di Ninetta costa poco,
a tanti l’ha venduto giù al mercato;
ma pochi soldi essa ci’-ha ‘ncassato
non jé bastati pe’ sfamà il marito.
515
Le stelle su nel cielo è piccolette,
quesse manite tue quanto è ben fatte!
Beato chi l’anello ve cce mette,
non te lo leverà fino a la morte,
fino a la morte e fino a lo morire,
fino a che dura il tuo viso gentile,
fino a lo morire, fino a la morte,
fino a che dura le bellezze vostre.
516
Quanto è bella far l’amore,
se sapessi, fa impazzire;
mette addosso un pizzicore
che di gioia fa morire!
517
Tu me fai murì de crepacore,
perché de Lucì te piace tanto lu sedere;
ma se n’è ‘ccortu pure lu maritu
sta attentu, che rischi de murì ‘mmazzatu.
518
La mamma t’ha fatto s’è sbagliata,
meglio era se s’avea magnato ‘na patata;
almeno la fame l’avea scacciata
e ogghi non penava co’ ‘na disgraziata.
519
La moglie tua a tutti e antipatica,
perché quando cammina nnazzaca la natica;
pare che co’ la bocca essa te dica
so’ proprio bella e solo io porto la fica.
520
Sempre lo ripitìa nonnu Titta,
la donna vale un po’ più de ‘na ciabatta;
la ciabatta quando il vecchia via se butta
La donna con una piùbella se baratta.
521
Ce lo sai, Marì, che de llà non te la porti,
allora falla magnà a ‘sti bbelli giovanotti;
io ormà, o Marì, so’ diventatu un pupu
ma tu che ancora te cce diverti
ce pòi ‘ccontentà pure lu curatu.
522
Lontana sta da me o brutta sciocca,
prima de parlà, sciacquate la vocca;
iersera la scì fatta ‘na bella figuraccia
solo tu la scì pututa fa co’ quessa faccia.
523
Lu cuntu io lu faccio co’ le dita,
in un annu tre òte sole me la scì data;
Pippì jò lu bar ce ss’è vantatu
che trecento òte sopra te s’è ‘ddormantatu.
524
Quanno sento la tua melodiosa voce,
lu core miu più non trova pace;
cumincia a batter forte e me sse ‘nfiamma
a te voglio bene più che a mamma.
525
O Marì tu scì proprio ‘na bastarda,
oltre che disonesta anche bugiarda;
a me è da tantu tempu che me la prometti
invece co’ Nannì da sempre te cce diverti.
526
Pure quanno è diventata vecchierella
la mamma pe’ li figli è sempre bella;
anche vecchia ci-ha la forza d’un leo’
se qualcuno tocca li figli so’.
527
Co’ ‘ssa lengua, Nenè, tu tagli e cosci,
ma quasci sempre non sai quello che dici;
tu ce scì nata stupida e bugiarda;
non c’è nemmeno un vecchiu che te guarda.
528
A quello che tu dici io non ce credo,
guardo i fatti, de le ciarle me ne frego;
nella vita è meglio essere sinceri
se si vuole avere amici fidati e veri.
529
L’amore è un sentimento celestiale,
solo chi ce l’ha, lo può capire;
sicuramente ce l’anno anche le cicale
perché quando cantano, cantano per amore.
530
Cuscì ‘na mosca ‘nsultava un gran leone:
“ Tu che del mondo crede d’essere il padrone
non capisci ch’io conto tanto più de te!
Infatti se voglio magno su lu piattu de lu re!”
531
Quanno minaccia c’è d’un temporale,
le nuvole va a rcuprì tuttu lu sole;
non se sente più cantare le cicale
e nu’ spittimo quel che Dio vòle.
532
Le mutanne che tu porti ad’è sbusciate,
lu vusciu ce l’ha fattu un frate;
se mammata vè a sapé de quessa cosa
è certo che ‘nte fa più scappà de casa.
533
Marì in chiesa ce va pe’ fa le ciarle,
pe’ fa la mostra de diamanti e perle;
lu prete fa finta che non vede e che non sente
pe’ non da a capì ch’è la sua amante.
534
Furbo è il maritino tuo Francesco,
seduto all’ombra godere il fresco;
vicino ha sempre di vino un grosso fiasco
l’occhiolino me fa quanno che passo.
535
Quello che succede dentro lu conventu,
non lo po’ sapé manco lu ventu;
saper lo po’ soltanto il signor abbate
perché tutte le suore da lui s’è confessate.
536
Dicìa nonna che la vita è comme ‘na rota,
jira, jira e spesso se scapota;
non sempre jira a verso giusto,
ma spesso, spesso a lo rovescio;
bisogna avé tanta pazienza
per non rovinarsi l’esistenza.
537
La mano vurrìo avé comme che Giotto,
per fare anche a te un bel ritratto;
tanto bravo io sono col pennello
pure tua moglie può riconfermarlo.
538
La moglie tua fa comme la somara
che move la coda quanno vò fa l’amore;
essa nnanna lu culu ne aza lu zinale
ppo’ da inizio a li jochi de carnavale.
539
Co’ lu tempu lo vì diventa acito,
e la donna quanno po’ te fa cornuto;
cuscì cantava il povero Roberto
sotto un mucchiu de corne ricoperto.
540
La moglie con quella brutta faccia,
lo cervello co’ le ciarle te lo ’ntreccia;
invce de lo pà te fa magnà la veccia
e te fa crede che la luna ci-ha ‘na sola faccia.
541
Chi dice che la lengua è menza spesa,
llà le butta le parole e non le pesa;
ma spesso chi è che parla tanto
de quello che dice non se ne rende conto.
542
Mammata te dicìa ch’ero un babbeo,
pensavi della roba mia far marameo;
ma io le so’ rraperti bene l’occhi
scì tanto furba ma a me non me ‘nfinocchi.
543
Dici che quanno parlo dico solo le vuscie,
ma le menzogne mie non è comme le tue;
io non so’ chi te l’ha ‘mparato,
ma a me tu non m’hai ‘mbrogliato.
544
Chi dice che la vita ad’è ‘na fregatura,
è meglio se ‘na corda su lu collu se bbutura;
la vita per tutti è tanto bella
ma bisogna saper come camparla.
545
La donna se conquista col sorriso,
ma non basta per andare in Paradiso;
se tu invece jé lu metti anche de dietro
San Pietro te fa passà e non te rmanna indietro.
546
Lu core to’ è più duru d’una pietra,
le lacrime e li pianti no lu ‘mmolla;
speranza non ci-ho più de conquistarlo
dietro più ‘nte vengo, te lascio a don Camillo.
547
La campana quanno sona sona a rintocchi,
la fica sona appena tu la tocchi;

la campana quando stona ad’è crepata
la fica quanno stona s’è ‘nvecchiata.
548
Mettala pure sotto ‘na campana,
se me capiti te lo faccio sintì io comme se sona;
la sono meglio d’un campanaro
chi vo’ ‘mparà a sonà io jé lo ìmparo.
549
Tu lo vedi il mondo tutto a colori,
a vita mia ‘nvece è ricca e piena de dolori;
un destino crudele a me è toccato
in più la moglie m’ha fatto anche cornuto.
550
Te prego non me ce passà èiù per queste vie
tanti è li danni che fai co’ le bellezze tue;
tutti li giovani co’ l’occhi spalancati
e tutti li vecchi a smpccolà peccati.
551
Non s’è saputo mai comme cazzu l’ha capito,
ma la scoperto un filosofo assai antico:
che in quistu munnu tutto scorre
se lo dico io nc’è che me butta da la torre.
552
Tanto vale un’idea de ‘na testa matta,
quanto la teoria de u’ scienziatu che ce zzecca;
lu mattu è mattu e tutti ce lo sa
lu scienziatu quello che dice lo deve dimostrà.
553
La stra ad’è corta se scì friscu,
ma è tanto più longa se scì straccu;
se guardi indietro non arrivi mai
guarda avanti a fatte li gazzettini tuoi.
554
Stasera Filì tranquillu va a la festa,
e nu’ ne ‘pprufittimo a cara Carla;
sicuri putimo sta dietro la fratta
e se ce vede la luna è sicuro che non parla.
555
Co l’occhi la donna ce parla e ce conquista,
e se te fa anche l’occhietto birichino
sta tranquillu che s’è ‘nnammorata
e vòle che jé stai sempre più vicino.
556
Tu pensa quanto è furba la commare,
co’ la scusa de prestasse un pizzicu de sale
appuntamentu ha dato a Filì jo’ pe’ le scale
e l’amora l’ha fatto con più sapore.
557
Se po’ sapé la mamma tua che vòle?
Ce nega de far l’amore a la luce de lu sole;
la pacienza mia ormà è finita
e se stasera non me fa rrentrà jo’ casa
digli che io me trovo ‘n’atra sposa:

558
Più passa lu tempu e più l’amore te unisce,
così diceva pure il grande Ulisse
gli credette Omero e ce lo scrisse
ma ogghi, grazie a Dio, son pochi i fessi.
559
La mia ragazza la pià bella è fra tutte,
per eleganza a le sfilate nisciù la batte;
tu invece la scì capata tra le brutte
con essa nce pòi scappà manco de notte.
560
L’improvviso amor sempre è sincero,
ma questo è un detto mai stato vero;
la prova l’ha fatta tuo marito Piero
infatti, ‘gnì notte tu lo tradisci per davvero.
561
Per tanti la vita è ‘na cuccagna,
e tanti se li divora la migragna;
anche lu purittu po’ diventà riccu
e lu riccu sfonnatu murì da disperatu.
562
Lu fiore se sfiurisce è sempre un fiore,
l’amore se sse ‘nvecchia è sempre amore;
l’amore vero co’ lu tenpu non diminuisce
ma se ‘gni tanto se rrenfreca po’ anche cresce!
563
Vai dicenne che se te lascio non ce piagni,
ma io vurrìo sapé dopo co’ che magni;
ormà tu ci-hai più de sessant’anni
e co la fica li sordi più non ce guadagni.
564
Quisti poch’anni me m’è rmasti,
te prego, amore, non me li render tristi;
io t’amero come finora t’ho sempre amato
dino a che in Paradiso non me chiamerà San Pietro.
565
Quanno te parlo tu non me stai a sintì,
non pensi più all’amare ma solo a li quatrì;
che non me ami più ormaà lo so’ capito
a un purittu comme me, tu preferisci Tito.
566
Se lu Papa me donasse tutta Roma,
poi me dicesse lascia jì chi t’ama,
io jé dirrìo:”No! Sacra Corona!
Vale più l’amante miu che tutta Roma!”
567
Sincera non è la somara quanno raglia,
se lu patrò a magnà jà dato solo la paglia;
sincera è quanno ride e che sbagiglia
perché lu patrò l’ha llisciata co’ la striglia.
In quistu munnu, nonnu me lo dicìa
Che se piagne e se ride per ipocrisia;
lo dice soprattutto l’eperienza
che se guarda sempre la convenienza.

568
Lo vène che te voglio ad’è sprecato,
perche il cuore tu a Benito l’hai donato;
damme alemno un ultimo saluto
comme ricordo dell’amore che t’ho dato.
569
Dov’è quell’anellin che vi donai?
Tiello de conto a fa che sacro sia;
quanno che sarrò morto l’aprirai
e dentro ce troverai l’anima mia.
570
A ‘stu munnu c’è chi tanto magna
e chi conosce solo la migragna;
tu, o Martì, co’ Nena ce fai la cuccagna
perche te fa scoppià co la ‘bbonnanza.
571
Tra li più furbi ti ritenevi l’asso,
solo Marì t’ha ‘ngannato e fatto fesso;
li sordi e la robba t’ha frecato
la parte t’ha fatto fa da scemo e sprovveduto.
572
O commà Marì tu co’ le parole
Non roppi l’osse ma fai tanto male;
se non metti un frenu a ‘ssa linguaccia
n’è tanti ormà che te vò spaccà la faccia.
573
Le parole de lu prete non scordà,
quello ch’issu dice, mai lo devi fa;
quanno te dice che ‘na cosa ad’è peccato
allora sta tranquillu che ci scì ‘zzeccato.
574
La moglie tua è proprio ‘na cicigna,
che de lo vène che jé vòi troppo se lagna;
diglie che parlesse mpo’ de meno
sennò la lascia pure l’amante Neno.
575
L’ossu perché è duru non se ‘cciacca,
lu cà co’ la lengua se lu rlecca;
cuscì fai tu, o Martì, con quella vacca
che oltre che vecchia è anche racchia.
576
Per te la vita è tutta ‘na cuccagna,
passa ogghi e domà, vasta che se magna;
ma tu, Martì lo devi pur capire
quanto bidogna lavorare per campare.
577
Se dice che la moglie tua è ‘na gran zoccola,
li giovanotti li ‘ttira ne la trappola;
essa li pela comme se fa a li turdi
perché è tanto avida de sordi.
578
Tu pensi che la vita ad’è a colori,
invece è piana de disgrazie e de dolori;
la vera disgrazia per me scì tu, o Bice
perché scì più trista de quello che se dice.
579
Se dice che per pensà ce vò la testa,
ma comme fa a pemsaà Martì che no’ la porta?
Cuscì sempre diceva la sua moglie Eva,
poi s’è scoperto ch’essa vota la portava.
580
Tra tante e tante donne al mondo,
solo Rosa ho amato e amo tanto;
c’è chi pensa che è meglio amarne cento
invece io solo di essa me ‘ccontento.
581
Ache se scì vecchia a me non me ne frega,
quello che me ‘nteressa non è più la fica;
ma li palazzi, li terreni tui e la bottega
e li tanti quatrì che forse te sse sprega.
582
Comme lo dovevi sceglie te l’avevo detto:
meglio poveretto, brutto ma simpatico;
ma tu, figlia mia, scì sbagliato tutto:
l’hai scelto antipatico, poveretto e brutto.
583
E’ inutile che me canti la ciciornia,
finché non te sse passa quessa sbornia;
vicino a me non te cce voglio mica
e no’ lo pensaà pure che te posso dà la fica.
574
Le donne de ciarle ne fa tante,
se non dice male dell’amiche non è contente;
ma tu, Marì, le spari troppo grosse
finché non trovi chidù che te roppe l’osse.
575
Quanno che lu prete te darrà l’Oglio Santo,
io dentro de me sorrido e canto;
m’hai anche bastonato e poi tradito,
io, stupida, tutta la vita mia per te ho sprecatp.
576
Tu non scì capito mai lo vène che te voglio,
perché me dai solo un fiascu d’oglio;
spero che un jornu tu lo capirai
e tutto quello che tu ci-hai me lo darai.
577
La moglie quanno è vecchia non se butta,
vale ancora de più de ‘na ciabatta rotta;
pe’ ‘na vita intera essa t’ha donato tutto
se ora l’abbandoni sei un vero farabutto.
578
Non vedi, Marì, con quant’amore te ‘ccarezzo?
Lo vène che te voglio non ci-ha prezzo;
tu, sciagurata, co’ Nenno me tridisci
co’ ‘ssa testaccia l’amore mio non lo capisci.

579
A llu poru Antò jé scì frecato tanta robba,
e la matre c’è pure morta pe’ la rabbia;
ma co’ me no’ cercà de fa la furba
perché io te la raddrizzo quessa gobba.
580
Do’ te presenti co’ ‘ssa faccia zozza,
solo Pippì t’ha s’ha magnato co’ tutta la scorza;
ormà la carriera tua s’è conclusa
sparisci e fatte monnaca rinchiusa.
581
Sfiduciatu dicìa cuscì llu poru Neno,
meno campo a lungo e meno peno;
vurrìo che sempre duresse la mia vita
cantava invece Filì amante de la fica.
582
Se tu me lasci me ne ‘mporta poco,
l’anellu e le collane te le rdaco;
ma li vasci me li tengo per ricordo
cuscì de lo fazo tuo più non me scordo.
583
Me sveglio a la matina sempre straccu,
tu me fai fatigà troppo su lu lettu;
Marì mia spero tanto che te ‘nvecchi
armeno l’amore tu lo fai solo co’ l’occhi.
584
E’ la moglie tua che me fa le ciarle,
se ancora la sento jé ‘ppiccico du’ sberle;
che pensa pe’ li cazzi so’ che ce n’ha tanti
sennò jé faccio cascà lli quattro denti.
585
Tutti nte considera ‘na sciocca,
invece de la volpe scì più furba;
a llu tuntu de Pippì che te sbatocca
gli scì rrubbato ormà tutta la robba.
586
Cristo ha perdonato Matalè, la peccatrice,
ma a te perdonar non po’, o cara Bice;
veniali è solo li peccati fatti so’ la fica
ma li traditoriin amor non se perdona mica.
587
Tu, o Caterì, più non me piaci,
a Filì jé doni sempre mille baci;
a me tu fai solo di dispetti
nonostante tutti li rregali che t’ho fatti.
588
Sia benedetto il fior de margherita,
che previene primavera e adorna il prato;
conle bellezze sue il sole invita
e il sole la bacia innamorato.
Il sole la bacia, le dà luce e vita,
sia benedetto il fior di margherita.
Così, carina mia, voi mi infondete
Luce e vita nel sen e m’attraete.
589
Mammate te tiene mpo’ frenata,
perché ha capito che scì ‘na scellerata;
la chitarrina tuttite lha sonata
sempre e soltanto a me la scì negata!
590
Se a li miraculi tu ce credi,
forse ta darò quello che me chiedi;
ma se tu non credi a li miraculi
io te la faccio suspirà per secoli.
591
La ragazza mia se chiama Agnese,
la più bella è de tuttu lu paese;
pur de sposalla o non guardo a spese
e per moglie la vurrìo entro ‘stu mese.
592
La bellezza tua ormà è famosa,
il mondo sa che tu sei la mia morosa;
tu sei per me la cosa più preziosa
e per te rinuncerei a qualsiasi cosa.
593
Porti ‘na testa che è ‘na vera zucca,
che anche co’ l’accetta non se spacca;
lo torto è sempre mio e la ragione tua
forse è meglio ognuno a casa sua.
594
La donna giovinetta non riposa in pace,
finché non trova un ragazzo che jé piace;
e quanno finalmente l’ha trovvato
ne cerca un altro più bello e aggraziato.
595
Se la tiri troppo la corda te sse stucca,
se la carghi troppo la somara te sse stracca;
se la moglie la tradisci ‘nte perdona
anche co’ le corne d’un prete te ‘ncorona.
596
Se la vicinata te chiede in prestito lo sale,
dagliene pure di più de quello che vòle;
se se checcosa chiede a tuo marito
sta attenta che essa già t’ha frecato.
597
Tu, Martì, è meglio che te ‘mpicchi,
te testa dentro un saccu a me non ce la ficchi;
se scì tanto ‘nnammoratu de la Rosina
lasceme in pace, piglia pure lla cretina.
598
La commare co’ lla faccia da cornacchia,
te vo’ fa sposà la figlia ch’è ‘na racchia;
rinfrazia Dio che scì tanto furtunatu
perché brutta comme è ‘nte fa curnutu.
599
E se me la chiede Federico,
manco per un milione jé la daco;

e se invece da lontano vedo Arturo
anche se non la vòle jé la tiro.
600
A te ta pare d’esse sverdu più de tutti,
ma mogliata te fa rlaà pure li piatti;
e se sente che te lamenti e che ce fiotti
ce po’ scappà anche du’ scuffiotti.
601
E ziri, ziri, ziri,
la politica è tutta fatta de raggiri;
a prima te llusinga e te solletica
ma a la fine te ‘nganna e te sse scotica.
602
L’arte vurrìo avé de ‘na gran maga,
pe? Poté evitar per sempre la fatiga;
da Nina me la faccio fare una fattura
l’unica maga che la sa fare duratura.
603
Quanno è sincero l’amore dura a lungo,
quanno non lo è, dura solo un lampo;
a nu’ che da ottant’anni stimo insieme
lu Padreternu ce conserva pe’ lo seme.
604
La donna quanno è vecchia,
perde ogni virtù,
le gambe jé fa trinchetta
e la chitarra non jé sona più.
605
L’uccellin de lu compare,
senza becco e senza l’ale,
senza l’ale e senza becco
parla italiano, francese e tedesco.
606
La frittata è quella cosa,
che se fa sbattendo l’ova,
piglia queste e fa la prova
poi vedrai che frittaton!
607
Oh che mamma che ci-ho,
non conosce il male che ho.
Oh che mamma che ci-ho
non conosce il male che ho.
608
Sor dotto’ de le ciavatte,
qui me dòle qui me vatte,
qui me sento ‘na gran pena
sor dotto’ sto senza cena.
609
Che te credevi de portamme a briglia!?
A briglia ce sse porta le cavalle,
non ce sse porta le ragazze belle
sennò io ce porto a te co’ tuo fratello.
Che te credevi de portamme a spasso!?
Io ce porto a te co’ ‘n’atru appresso.
610
Spesso la donna è ‘na gran bugiarda,
perché de dì la virità che òta se ne scorda;
essa bugiarda seppure non ce nasce
subboto ce diventa appena che capisce.
611
Mamma mia me sento male,
da la sera de Carnevale;
so’ magnato ‘na spina de pesce
marito non ho e la panza me cresce.
612
Vicino a casa mia ci sta ‘na sdrega,
che li giovanotti co’ le fatture se li lega;
li ‘ttira con arte e con inganno
e l’amanti se li fa pr tutto l’anno.
613
Che finzio’ che è la vita, se che scena!
All’atri sempre fai vedé che scì un signore,
anche se casa tua è piena de squallore
e che magni solo a pranzu e non fai cena.
Coi tuoi in famiglia suspiri, piagni e gridi
ma quanno stai co’ l’atri sempre ridi.
614
Avessi le virtù che ci-ha la donna,
porta du’ mele in petto e non le magna,
solo quanno se marita le consegna:
“Questa è la dote che m’ha dato mamma!”
Da tanta gelosia, tutta sciampagna.
615
La mia ragazza è gobba,
la voglio raddrizzar,
j’ho chiesto quella robba
non me la vòle dar.
Trullallero, trullallero, trullallà.
616
Ho comperato un libro, un codice perfetto,
sopra c’era scritto “Codice d’amore”.
L’ho letto e riletto di buon cuore,
ringraziando ancor chi l’ha stampato,
poi, per leggerlo, all’amante l’ho spedito.
617
Scì tanto bella e non ti posso amare,
l’arte del marinaio me metto a fare:
dipinger ti vorrei su le mie vele
e poi portari in altro, in altro mare
per farti bella tanto più del sole.
618
Chi dice che lu porcu ad’è pulitu,
o non ci sta de testa o è sonatu;
chi dice che lu maritu to’ ad’è curnutu
è sanu de testa e non s’è sbagliatu
perché t’ha visto jì a durmì co’ lu curatu.

619
Ne la vita non se magna sempre li biscotti,
che òta gnà gnuttilli grossi rospi
e te devi staà zittu sennò ngroppi;
sempre la meglio ce l’ha li farabutti
ma tu ribellete sennò de pena schiatti.
620
E’ inutile che me llisci e ne ‘ccarezzi,
tu per un atru te fai tutti ‘ssi ricci,
co’ me tu ce ridi e me disprezzi;
ma te ‘vverto: è meglio che la smetti
sennò te ‘bbandono e te faccio a pezzi.
621
E’ inutile che piagni e te disperi,
finora mi scì dato solo dispiaceri;
io spero tanto che te mòri presto
cuscì io me resposo con Ernesto
e per te poi prego Gesù Cristo.
622
A ‘ste fantelle quanno fa l’amore,
per evità che faccia tanto le farfalle,
se la matre jé vò’ sarvà l’onore,
con grosse catene le dovrà legare
e portalle a spasso comme pecorelle.
623
Se ce penso vè daero questa è ‘na vitaccia,
chi de me se burla e chi me scaccia,
chi me dice vecchiacciu anco’ no’ sballi;
ma io tengo testa a ‘sti sciacalli
fino a che la morte non me spaccia.
624
La donna è sempre stata ‘na birbona,
te pare tanto onesta e tanto bona,
anche se tutti sa ch’è ‘na gran puttana.
Lu maritu dice che non c’è donna più bona,
non vede gnente e tutto jé perdona.
625
Non so’ mortu perché duru so’ comme ‘na roccia
M’è capitata questa brutta fogliaccia
Che ohni jornu me svota la saccoccia;
vaco chiedenno la carità co’ la bisaccia
e faccio la faccia roscjia pe’ ‘na puttnaccia.
626
Già a tempu de Noè se dicìa pure cuscì:
se anche lu mare se dovesse da seccà
e lu sole da lu cielu se dovesse da cascà
li tristi e li maligni li senti sempre dì
che solo lu governu ci-ha da fa.
627
A la donna veramente onesta,
le ciarla non jé tocca manco un dente
con chi è boni non ce ‘ttacca gnente.

De la donna bella tutti dice quanto è bona,
de quella onesta tutti diche ch’è puttana!
628
Pe’ la festa ti scì rvistita tutta de rosa,
per me te stava meglio lu colore niru
armeno non me spaventavi lu somaru;
se jò casa non ci-hai u’ specchiu pe’ rvedette
te consiglio de scappà solo quanno è notte.
629
La donna quanno se ‘nnammora,
vede tutte le rose senza spine;
se vénne tutto pure le ricchine
perché la testa ce l’ha comme le gagline;
e cumbina ogni sorta de pastrocchi
perché l’amore jé ‘mpannisce l’occhi.
630
Lo so’ scoperto che eri ‘na mignotta
Quanno te so’ visto jì a spasso co’ Carlotta;
essa solleva in fretta la sottana
pe’ lli pochi quatrì che Pippì jé dona.
Da quessa jente tu devi sta a la larga,
sennò io te bastono co’ la verga.
631
L’amore che se conquista a poco a poco,
s’accende e se ‘ngrandisce comme il fuoco;
l’amor che nasce da sincero sentimento
dura nel tempo quanto un monumento;
l’amore grande che scoppia all’improvviso
dura poco più d’un bel sorriso.
632
Non so perché de te se dice tanto male,
jornu per jornu te sse corrcia lu zinale;
mammata dice che è un fattu naturale:
Potrebbe pur essere una ciarla,
forse lo sa lu prete, ma non parla.
633
Stelluccia rilucente quanto luci,
bella, la grazia tua quanto me piace;
le tue bellezze a morte me conduce.
Bella, la grazia tua me piace troppo
le tue bellezze, però, me vòle morto.
634
Per sempre la so’ persa l’allegria,
‘tu momentu staco tanto afflittu
perché quanno me corgo su lu lettu
e Rosetta me lu tocca con affettu
più non me sse vò smoe lu batoccu.
635
Così cantava la mia Rosina ieri sera:
co’ te la vita vòle e scorre ch’è un piacere
dietro ‘na bandiera, quella dell’amore.
Nel sentirla il cuore me scoppiava de dolore
pensando che co’ la morte la dovrò lasciare.

636
Poco fa l’amore mio è passato,
non m’ha guardato e manco salutato;
non po’ capì quanto m’è dispiaciuto.
Ora tra di noi tutto e per sempre ad’è finito
Per colpa d’una saluto che non m.ha dato.
637
E’ vero che tu ci-hai ‘na figlia bella,
ma comme la perla tiene chiusa la conchiglia
tu tieni chiusa quessa meraviglia;
la tua figlia è veramente bella
comme la figlia de la conchiglia che è la perla.
638
La madre sua iersera cuscì me disse:
“La teresina mia ‘nte vòle più conosce,
jia la voce che tu ci-hai le palle mosce!”
Ormà, compà miu, per sempre so’ spacciato
perché tutte le donne l’ha rsaputo.
639
La morte c’è per tutti non se scappa,
la vita è tribbulata e troppo corta,
meglio fa don Lavì a rrimpì la trippa.
Se vai da San Pietro a panza piena
te po’ sgridà ma è certo che ‘nte mena.
640
L’amore co’ lu metru ‘nse misura,
co’ lo passà dell’anni se vede quanto dura;
a volte dura anche ‘na vita intera
se con le carezze e con i baci se coltiva
e se lu maritu ‘bbraccia ‘gnì sera la mogliera.
641
L’amor che si promette sull’altare, per tutto l’oro del mondo non si può tradire;
questo predicava don Lavì a le sposine
sapendo di parlare a donne birichine
che appena sposate diventan subito puttane.
642
Che ci avrà il tuo povero Michele,
le donne jé la offre e non la vòle;
a m e che jé l’ho offerta ierise
m’ha risposto ce rvidimo a primavera.
Li cretini comme te, caro Mochele,
San Pietroin Pardiso no’ nce li vòle.
643
Carcerato ce so’ stato per un capriccio,
per portà in tasca sempre un coltellaccio;
lo tiravo fori per farci un po’ il bravaccio
li sbirri me le misero mle manette al braccio
e a li piedi mi legarono un impiccio
centocinquanta libbre de ferraccio.
644
Bellu è lu mare, bella la marina,
bellu lu figliu de lu marinaru;
bellu è lu marinaru, bellu lu pesce,
bellu è l’amante miu, sta su le fasce
e più bellu ce verrà quanno che cresce.
645
E’ già gran tempo che Guerrin Meschino
passò per di qua alla grotta di Sibilla,
in cerca di sapere il suo destino.
La grotta goccia sempre a stilla, a stilla:
essa per farlo star non jé lo dice
e notte e jornu piagne l’infelice.
646
Dell’amore miu tu te ne frechi,
ci-hai u’ spasimante riccu tra li piedi;
ma lu distinu, certo, no’ lu pieghi,
la furtuna mai te dà quello che chiedi!
Allora, pensece vè, carina mia
No’ ‘bbandonà mai la vecchia via!
647
E’ inutile che te vanti d’esse ricccu,
tanto su lu portafogliu nto’ non c’è un baioccu;
non serve che te ‘mprofumi e che te ‘nfiocchi;
tanto la testa tua è piena de piducci;
allora non me molestà, vattene via
che me da fastidiu la sola presenza tua.
648
Te racconto ‘sta nòa fresca, fresca,
lu maritu to’ sèpesso se ‘nfrasca;
che ce sarrà llà dietro a quella fratta?
Pe me ci sta l’amante sua nascosta!
Scoprolo tu se te ‘nteressa,
lo sa solo la luna che li lluccia.
649
Voglia de lavorà sardeme addosso,
lavora tu, o padro’, ch’io non posso;
canta lu merlu su la cerqua nera
lavora tu, o padro’, che è primavera;
canta lu merlu perché jé va vòna
o padro’, mo’ me tteb frego la padrona!
650
M’è stato regalato un melaroso (melograno),
dentro la cassa lo tengo rinchiuso,
rrapro la cassa, lo sento l’odore
del melaroso che m’ha dato il mio amore;
rrapro la cassa, le vutta le vambe,
il melaroso che m’ha dato l’amante.
651
Pigliete la vita che te tocca,
e pigliete lu munnu comme vè;
se anche tutti li ricchi impicchi co’ la forca
sempre ci sarà chi sta meglio de te.
Rassegnete e fa comme facia don Lavì
‘gnì sera se rrimpìa la panza co’ lo vì.
652
Rosina ogghi cuscì ben vestita,
sembri più bella de ‘na bella fata;
li giovani che te vede rmà ‘ncantati
ma tu passi e manco li saluti.
A che serve tutta quessa grande spocchia,
comme la portu tu, la porta anche la racchia.
653
A minzujornu li signori sta seduti,
e li contadì jò li campi sta sudati;
quilli se magna l’arrosto de piccioni
e la ‘nzalata senz’oglio pe’ li contadini.
Se quarcuno dice che cuscì lu munnu è justu,
se vede che ce vede solo co’ un occhiu.
654
Scì diventata pegghio de nonna Rosa,
quanno parli non se capisce cosa;
ormà la testa tua e tutta consufa
perché in amor scì rmasta assai delusa.
Ma tu ormà non ce devi più pensare,
l’amore tuo va a dormir co’ la commare.
655
Lu maritu to’ sarrà pur ‘na gran canaglia,
ma se te chiama puttana non se sbaglia;
jé scì fatto ninì un gra sospettu
quanno t’ha visto salutà Filì con tantu affettu.
Lo sai che pe’ capì ‘na donna ce vo’ poco,
a volte basta un semplice saluto.
656
M’è stato ditto e so’ stato avvertito,
de non passà più da queste parti;
ma io ce passo comme un disperato, perché la vita mia la prezzo poco.
Cuscì se vede chi è bon soldato,
chi resta vincitor di questo loco.
657
Bellino che te specchi su le stelle,
guardami un poco e ‘scolta du’ parole:
volgile a me quelle pupille belle
che sono rilucenti più del sole.
Come tu tieni quel diamante raro,
così le mie speranze io tengo a caro.
658
Ni si è partito un fiore dalla Marca,
è andato a illuminare tutta Roma;
quanno che, o bello, a Roma voi arrivate
Roma è tutta scura e voi l’illuminate.
Quanno che a Roma, o bello, arriverete,
è spento il lume e voi l’accenderete.
659
Quanno nasceste voi, superna luce,
in Paradiso una gran festa San Pietro fece.
L’angili cantava ad alta voce:
“E nata la regina imperatrice!”
660
Bella Rosina, che sembri ‘na vera rosa,
sei ‘nvece tanto fina, birbante e avventurosa.
“Per conoscere la merce e dirne tante
Bisogna aver fatto lungo tempo il mercante!”
“Faccio il mercante, le più belle prendo,
me le prendo per me: compro non vendo!”
661
Di giorno e di notte me cce fai vinì,
sotto la tua finestra a suspirà;
e me cce fai vinì per la tua beltà
e l’anima dal cuor me fai partì.
E l’anima dal cuor mi si diparte
vorrei prima morir che abbandonarti.
662
Quando vi vedo dal monte apparire,
con gli occhi vi comincio a salutare.
Quando sono accanto a voi perdo l’ardire,
abbasso gli occhi e vi lascio passare.
Abbasso gli occhi, le ciglia e la fronte,
aspetto il tuo amor a mani giunte.
663
O uccellin che vieni da Piacenza,
insegnami l’amore come comenza.
L’amore comenza con suoni e canti
e poi finisce con sospiri pianti;
l’amore comenza con pianti e con suoni
e poi finisce con pianti e con dolori.
664
Maritumu va sempre a jocà a carte,
tranquilli issu ce va tutte le notte;
io che dalla noia non voglio morire
co’ la meglio gioventù faccio l’amore.
E glie pare de famme un dispiacere?
Lo bene che me fa lo sa il Signore!
665
Si dice che Belmonte non è bello,
ma è pieno de gioventù de sangue callo;
quel giovanotto che non ti dona il cuore,
qui non è nato o non conosce amore;
quel giovanotto il cuore non t’ha donato
o non conosce amore o scemo è nato!
666
Bianca comme la neve di montagna,
bianca comme desidera il mio cuore;
m’hai fatto diventar comme ‘na canna,
quanto sono brutte le passion d’amore;
con le passioni d’amore non ce sse mòre
non ce sse mòre ma ce sse vive male.
667
Occhi turchini ci-ha la turturella,
fontana dove bevi ogni pastore,
nascere non dovevi bambinella
se non sapevi ancora far l’amore;
nascere bambinella non dovevi
se divertirti con l’amore non sapevi.

668
Che ce portate sotto ‘ssu cappellu,
che tutti se ferma a rimirallu?
O ci portate qualche giardinello
o veramente un cuore per donarlo;
o ci portate qualche girasole
per imbrogliar le donne con parole.
669
Tu vai dicenno ch’io non ho l’onore,
ma comme lo pòi dir razza d’un cane?
Con te non ce l’ho fatto mai l’amore,
e mai ce lo farei dovessi pur morire.
Passasti avanti a me sera e mattina
ma non entrasti mai nella mia cantina!
670
Affacciati alla finestra, o cara sposa,
è ora che tu lasci la tua casa,
chitarre e mandolini lungo la via
me sse sposa la figlioletta mia.
Ora si sposa e ci lascia un fiore
a casa dello sposo è entrato Amore.
671
O marinaio che sbarcate adesso,
stanco o gli siete de lo navigare,
piglia ‘na sedia e mettete a sedere,
poi conta quante onde fa il mare,
conta quante onde, quante onde,
ma con le bellezze mie non le confonde.
672
Angioletto diventar vorrei,
venirti a non ritrovar dovunque stai;
dalle tue stanze non mi partirei
per vedere con chi parli e cosa fai.
Delle pene mie dir ti vorrei,
quanti soffrono per te tormenti e guai.
673
Miseria e povertà so’ due sorelle,
abitano tutte e due a casa mia;
un giorno litigaron con furore;
miseria dentro e povertà jò fori;
un jornu vennero a parole brutte
miseria e povertà jò fori tutte.
674
Ci-avete l’occhio nero de la merla,
la caminata de una vera quaglia;
ci-avete l’occhio nero e me guardate,
ma non me sapete dì cosa volete.
Volete il mio cuore e non l’amate
amatelo di più: presto l’avrete!
675
Trullallero, oggi è proprio un giorno nero,
ho scoperto che il tuo amore non è vero;
credevo con un dito il ciel poter toccare

invece ora non c’è più nulla da sperare.
Più ci ripenso e più me sse rruffa il pelo
per come la falsità avei coperto con un velo.
676
Quanno arriva un grosso temporale,
Marì se copre la testa co’ lu zinale;
corre Nicò a portaglie l’ombrella
per paura che la moglie glie sse mmolla;
ma se jé sse mmolla non jé fa cosa
tutti dice che mmolla è più gustosa.
677
‘Sta vita è tanto vèlla, lascia fa,
ci sta tremila modi pe’ godé,
a tante paglie tu non jé guardà;
piglia sempre lu munnu comme vè,
solo in quistu modu pòi campà bbè,
sguazza, ridi e canta comme me!
678
Cuscì rvistita scì ‘na meraviglia,
se te guardo anche il pisellino me se sveglia;
vicino a te me sento dentro un’armonia
che cuore e anima me sse porta via.
Me basta solo un tuo sorriso,
che me pare de sta su in Paradiso.
679
A la donna veramente onesta,
le ciarle non la sfiora e non la tocca;
se la donna tua da tutti è detta onesta
tranquillu te cce pòi jocà pure la testa.
Te lo garantisco io, compà Nannì
infatti essa spesso co’ me ce vè a durmì.
680
Quanno che co’ li soceri ce pappavi,
con certi pranzitti senza economia
a dinne bene te cce spolmonavi;
a mo’ che d’è sparita l’armonia
tu la fai ‘na continua litania
e per loro tu desideri solo l’agonia.
681
O mia cara Rosina, sento ‘na grossa pena,
bellissima t’ho visto alla fontana,
non t’ho potuto dar la buona sera,
perché seduto vicino a te un altro c’era.
La buona sera te la do adesso
e il buongiorno quanno che ripasso.
682
Sia co’ lo freddo che co’ lo callo,
lu ferrà piega lo ferro col martello;
tu a forza de chieder sempre quello
mi scì ‘nnacquarito lo cervello;
pe’ non sintitte più io te la daco
e de quello che la jente pensa me ne freco.

683
‘Na vecchia sdrega che me cunuscìa,
gratis da ciuca m’ha fatto questa profezia:
“Figlia se campi a lungo lo vedrai,
co’ Pippì la vita tua sarrà piena de guai!”
Comme avrà fatto lla puttana a zzeccacce
se non ci-ha mai sintito lamentacce.
684
Se da me te l’aspettavi un complimento,
stavolta, cara mia, ti scì sbagliata tanto;
bella ti scì fatta comme la Madonna
non pari più de carne, ma dipinta;
non te sta vè né vestito né rossetto
semplice eri meglio comme mammata t’ha fatto.
685
Disse lu cunillu a la furmica:
“Tu lavori per magnà, io pe’ la fica!”
‘ncazzata jé rispose la furmica:
“Tu coccu scì capito poco de la vita,
che se per casu rvè la caristia,
vurrìo sapé che sse magna a casa tua!”
686
La donna malegna e scellerata,
sempre sparla de quisti e de quillu;
potrà quarche marguttu essa confonne
ma tu, amicu caru, stattene tranquillu
che co’ lo passà de lu tempu tutti la conosce
la virità, comme la tosce, non se nasconne.
687
Co’ lo telefonà t’è rmasta mezza recchia,
attento che anche lo cervello te sse ‘nnacqua;
era tanto meglio a tempu anticu,
quanno Pippì chiamava Nena co’ lu fiatu.
Nena jé rispunnia a viva voce
Venni se corsa Pippì che mo’ me coce.
688
Dicìa nona che lla porca de furtuna,
pare che ride a tutti e a nisciuna;
sta ‘ttaccata a lu raggiu de ‘na rota
e ghia solamnte che na’ òta;
e chi per primu la tocca e ppo’ la ‘fferra
diventa riccu e l’atri rmane terra terra.
689
Questa è ‘na cosa vecchia e la sa tutti,
sempre è stata ditta dall’antichi;
che quella jente che se va a far frati
ce va pe’ magnà, bbè e perché ad’è ghiutti;
lla dentro lu conventu è vero che se prega
ma c’è da magnà, da vé e non se fatiga.
690
La storia dice che quanno al mondo viene l’omo
fra tante strade ce n’ha solo una

che va dove sta de casa la furtuna;
se ‘zzecca quella diventa galantuomo,
anche se po’ non è, benché se vede,
te pòi spormonà, ma nisciù te crede.
691
Hai tentato di rubarmi il cuore con l’inganno,
non sei riuscito a farmi grosso danno;
io che da tanto tempo ho capito
tutto ha un sincero amante l’ho donato;
l’amore si conquista con l’amore
questa è la sola legge ch’è in vigore!
692
E c’è chi dice vè de ‘stu governu,
che ce fa rrimpì la panza co’ lu ventu;
co’ lo aumentà imposte e tasse
piano, piano ce sse magna pure l’osse;
de ‘stu governu se po’ mtroà contentu
solo llu poru Martì ch’è proprio tuntu.
693
Se in quistu munnu t’assiste lu distinu,
qualunque cosa fai te vène tonna,
li sordi le saccocce te le sfonna
e lu portafogliu è sempre pienu;
ma se per casu te dice male
te tira li caci pure le cicale.
694
Lu munnu è sempre uguale dappertutto,
c’è chi pòle studià, quillu non vòle
c’è l’intelligente ma purittu che non pòle;
c’è quillu vulintirusu che vurrìa fa tutto,
c’è chi non fa cosa ma ride e sguazza
e chi pur de guadagnà rrubba e mmazza.
695
Gnà ‘mparà a campà co’ le ‘mposture,
perché quello che tu fai dentro le mure
de fori non se vede e non se sente
e la jente tonta non ce capisce gnente;
se qualcuno ddomanna e vò sapé
jé racconti sempre comme pare a te
696
O comme canti bbè, o figlia bella,
nisciù pe’ lo cantà t’eguaglia o t’assomiglia
neanche la somara ‘nnammorata quanno raglia;
nu’ ce la cantimo in tre, tuttu lu dì,
‘ccompagnati co’ lu cimbulu e lu viulì
pe’ potecce rrenfrescà co’ nnocco’ de vì.
697
Al mondo spesso se vede certa jente,
che tutto in un momentu se ‘rricchisce
anche se è ‘gnorante e non capisce
perché l’istruzio’ non conta gnente;
basta che scì svrdu e te fai largo
e ‘rrampi tutto comme fa lu gattu co’ lo lardo.

698
A casa tua la porta è sempre aperta
appena rrentra Pippì, Nannì scappa
e lu marutu to’ non ha capito mai
cos’è quel misterioso via vai;
è proprio scemu e rrembambitu
te vòle bene e tu lu fai curnutu.
699
La scì fatta, Marì, la cura de bellezza,
‘na mummia me pari, che schifezza;
Pippì ‘nte po’ toccà scì tutta onta
le creme che ti scì misto non se conta;
se perde la paziensa tuo marito
rischi che te coce a scottadito.
700
Questo è diventato un mondo maledetto,
dove per i vecchi non c’è più rispetto;
giovane scì e ancor non scì capito
che prima o poi anche tu sarri un rrembambito;
ma solo quanno sarai vecchietto
capirai che cosa significa rispetto.
701
Pensa mpo’ con quanti gran sudori
Lu magazzì lu rrempie la furmica;
tu ‘nvece basta che te metti jò per fori
che la borsetta la rrempi co’ la fica.
Cuscì dicìa Marì a una sua amica:
“Ma guarda quante gnà vedenne in questa vita!”
702
Ne la vita ce la vò tanta furtuna,
a me m’è capitata ‘na moglie bona,
a te t’è toccata bella ma puttana;
ne la vita ce la vò tanta furtuna.
Tutto vien deciso dal destino,
e tu nulla pòi far, caro Tonino.
703
Da tantu tempu è stato dimostrato,
che lu sole è la fonte de la vita
e che la rovina de lu munnu ad’è la fica;
ma or che ci-ho ben riflettuto
dico che la vera fonte de la vita è la vita
in chiesa pure don Lavì l’ha predicato.
704
Comme la pensi tu ormà lo so’ capito,
non te contenti mai perché scì guasta,
ma l’amore tra de nu’ ad’è finito,
cerca quarche atru se vòi far festa.
Non serve cge vicino a me ce collochi la miccia
tanto co’ me lu focu più non ce sse ppiccia.
705
De core la ringrazio la Madonna,
che da me ha scanzato ‘sta maligna;
in tutto il mondo non esiste donna

una comme te piena de tigna.
Me fugghio e scappo via, cara bellezza
te lascio a scarufà tra àa monnezza.
706
Tu iersera me dicisti,
che vinivi e non vinisti.
Tutto questo mon m’importa,
non so’ brutta e non so’ storta,
ma se tu me vòi lascià,
n’atru prontu già ci sta!
707
Gira la rota, la rota de la mola
u resterai zitella e dormirai sola.
Zitella resterò, se a me me pare.
So’ giovane e me voglio divertire,
li giovani li faccio spasimare
tutti per me vorrebbero morire.
708
O Rosina con le tue bellezze rare,
non serve che tu fai tanto rumore
il mio cuore non riesci a conquistare;
la vita me l’ha fatto ben capire,
che la bellezza è come un fiore,
esso bello nasce, ma presto muore.
709
Pure Maometto l’ha lasciato scritto,
pe’ fa lu pulentò ce vòle lo granturco,
du’ volte al giorno bisogna pregà Cristo,
non se po’ mai magnà carne de porco,
de moglise ne po’ piaglià anche otto,
pa pe’ far l’amor che vo’ l’arnesi a posto.
710
Lu sole quanno sorge scalla tutti,
non sceglie fra li ricchi e li puritti,
scalle le persone e pur l’insetti,
solo a te de freddo lascia llì a tremare
perché in petto di pietra porto un cuore
che mai m’ha fatto sentir un battito d’amore.
711
L’acqua de lu mare è tutto sale,
se la bevi ‘nte disseta e te fa male;
chi ce l’ha messo è stato un bischero
perché metterci dovea lo zucchero.
Ci ha messo lo sale per dispetto
ma è morto da tutto il mondo maledetto.
712
Ho bussato tanto e non m’hai aperto,
perché a letto già con te ci stava Umberto;
è la seconda òta che me freghi,
stasera se non me apri e non te sbrughi
la porta co’ la mazza io te spacco
e co’ la prepotenza dentro casa tua ce bbocco.

713
O duca, o generale, o colonnello,
altro, grasso, magro, brutto o bello
l’occasione d’un marito
me potrà pur capitar.
E’ cosa ben giusta
doversi preparar.
714
L’amore è un gioco bello ma pericoloso,
talvolta ti fa rimaner assai deluso;
tutto il cuore doni e sei sincero,
ma chi lo riceve ti ride sotto il naso
l’amore tuo lo vuole solo in uso.
Per esperienza se ci rifletti un poco
l’amore per tanto è solamente un gioco.
715
O giovincella che fili la stoppa,
quanno tu fili io faccio la ‘ngrocca,
un bacio per filetto ti vorrei dar,
e quanno arriverà la fine dell’anno,
sarrà più baci che fili de panno:
e quanno arriverà la fine del mese
sarra più baci che fili de refe.
716
A spasso te ne vai col tuo Ferruccio,
seduta commoda su un birroccio;
quanno s’è stancato il cavalluccio
se ferma all’ombra il tuo Ferruccio
e te cerne comme la farina sul setaccio.
E la mamma che vè a sapé di quel fattaccio
te dice:”Meglio non potea far quel poveraccio!”
717
Venni stasera, domi e sera,
sbattato e sera,
domenica no.
Così si inganna amore
Prima de sì
e dopo de no!
718
Finalmente l’ho trovata ‘na bardascia,
bella de culu e bella de faccia:
ma quanno a mamma l’ho presentata
m’ha ditto che jé piace più la vicinata;
ma quella co’ me è stata senpre ‘na disgraziata,
io per vet’anno l’ho sempre corteggiata
e nonostante li rregali, mai me l’ha data.
719
Co’ la scola ogghi poco ce sse ‘mpara,
e pe per casu studi la matematica
quarcuno te cce ficca la politica;
la scola non forma professori
ma tanti scalmanati guastatori:

la scola non ‘mpara manco a fare i conti
ma sforna tanti pericolosi delinquenti.
720
O rondinella che traversi il mare,
quanno ripassi fammelo sapere
che ci-ho ‘na letterina da mandare
da mandare al mio amore insieme al cuore;
quanno ml’ho scritta e fatta bella
portala al mio amore, o rondinella.
Quanno che l’ho scritta e bella e fatta
portale al mio amore de llà dell’acqua!
721
Da la finestra mia se vede il porto,
vedo li marinà tutti de lutto.
Segno che il mio amore è forse morto?
Se fosse morto passirìa la bara.
Morto non è, ché lo sento cantare;
se fosse morto passitìa la croce,
morto non è, sento la sua voce.
722
Ma che penserai con quessa testa,
mammata te lha fatta tutta matta;
lu cuore io te dono e tu lu butti,
lo vène che te voglio lo disprezzi.
Invece de campà è meglio che te ‘mmazzi,
vattene pure a l’inferno tra li matti.
Ma dentro quessa testa che ce porti?!
723
Quella pianta è testimone,
la luna invece ha fatto da lume,
ma tutte e due han visto male
dietro la fratta co’ mme non c’era Iole.
C’era Marì, con un gattuccio
Che m’ha dato solo un bacetto!
Via Marì, viva Marì.
724
O Caterina, o Caterina,
chi te la sonerà ‘ssa chitarrina;
io te la sunirìo da la sera a la matina
pe’ ‘ccompagnacce ‘na bbella canzoncina
da facce murì d’invidia la vicina.
O Caterina, dammela ‘ssa chitarrina.
fammecce fa ‘na bbella sonatina.
725
Mammata t’ha fatto in fretta e furia,
tutte le cose non t’ha saputo fare:
te l’ha fattu lu pettu de bambace,
lu nasu lungu pe’ rtoccà le noce;
le recchie longhi pe’ ccotà la face,
le zampe storte pe’ cciaccà li ceci
la vocca larga pe’ magnà li fichi.
726
Questo m’ha detto un gran dottore,
e me l’ha scritto in un lungo foglio:
“Pòi solo magnà l’acqua cotta co’ mpo’ d’aglio,
lo doce fa male, lo grasso pure
non pòi magnà manco le spontature;
la dieta devi fa, questa è la cura
anche se la vita te diventa mpo’ più dura!”
727
Se dice che le pene d’amore non è niente,
che le possan provar gli infedeli amanti.
Andati all’Inferno per patir tormenti
allegri io l’ho visti tra suoni e canti.
Mi disse il demonio immantinente:
“Or ti dico io quali sono i lor tormenti:
quando una donna sola, n’ama tanti!”
728
Bella che in alto mare mi fai stare,
i tuoi braccetti a me servono da vele,
facciamolo mpresto quel che vogliamo fare,
non mi fate star tra tante pene.
Di tutte me ne scoro ma mai di tene;
non mi fate star più tra pene e guai,
d’ogni donna me scordo, di te mai!
729
L’ho fatta fabbricar ‘na bella fonte,
tutta adornata di pietre e diamanti,
per dar da bere agli assetati amanti.
Fontana se ci passa il mio amore
Dagli da bere e offrigli un fiore.
Fontana se ci passa l’altra gente
Mandala via e non gli dar niente.
730
O rondinella che per l’aria voli,
dammi una penna delle tue ali
per scrivere una lettera al mio amore;
e dopo che l’ho scritta e fatta bella,
portala al mio amore o rondinella;
e quando l’avro scritta e fatta chiara portale al mio amore, rondine cara.
731
Pippì non la sona più la mia chitarra,
ne so’ parlato co’ la mamma mia,
che de nascostu più òte l’ha proatu
e m’ha ditto che ormà mlo veccio l’ha frecatu
e m’ha consigliato dr buttallu via.
“Se non fiunziona più che me ne faccio,
me conviene de vennulu per ferraccio!”
732
Caterinella mia, Caterinella,
ma quanno ce verrai a casa mia?
Lamattera pe’ lo pà me ss’è sfasciata,
li sorci ci-hanno pure aperto un’osteria;
ci’ho ‘na botticella senza fonno
tu pensa che fine fa lo vino che ce rponno;
presto me sse va tutto in rovina
se tu non vieni a casa mia, o Caterina.
733
Quanno che la morte te stava pe’ ‘cchiappà,
e poco t’era rmasto pe’ crepà,
mogliata la so’ sintita dì:
“Madonna mia fammulu crepà!”
Essa per te sintìa tanta pietà
che non te putìa più vedé suffrì.
Questo te lo garantisco io, Nannì.
734
Mart’ che ci-haìal’amante ‘ccanto casa,
jé cantava piano piano e sottovoce
pe’ non fa sintì a la moglie Berenice
“Anche se so’ rmastu diasperatu,
un baioccu pe’ pagatte lo so’ troatu;
ma tu d’ora in poi ‘bbassa la tariffa
sennò non tòi più nisciù che te la ‘nsurfa.
735
Cuscì dice la mamma a la sua figlia,
prima che tu metti su famiglia
fa la proa co’ Pippì sopra la paglia;
se dopo fatto issu non te dice cosa
te cunsiglio de rmannallu a casa.
Se invece la proa la vo’ ripete
Jete de corsa tutti e due davanti a un prete.
736
Boccuccia zuccherata de confetti,
la jente me tte vòle far lasciare,
io te voglio mette le coralle in pettu
e te voglio faà più bella de lu specchiu;
te voglio mette le coralle in core
e te voglio fa più bella de lu sole
e per tutta la vita vicino a me tenere.
737
Quanno tutte le cose te va vène,
l’amico, vedrai, non t’abbandona;
ma se per casu le cose te va male
‘nte rmane atro che dì ogni sera la corona
Perché nessuno l’amicizia te mantiene.
Rmai sulu comme don Fargucciu
senza ceresce e ruttu lu capopucciu.
738
Affacciati a la finestra, o ramo d’oro,
specchio di Paradiso, Angelo caro,
fontana di bellezza, io per te mòro!
Affacciati a la finestra a poco a poco,
fonte di luce io per te vado a foco.
Affacciati a la finestra Angelo mio,
fonte di gioia, io per averti prego Dio!
739
Lo vai dicenno pe’ lo vicinato,
lo vai dicenno che non m’hai voluto,
da la boccaccia tua più non uscisse il fiato;
il comportamento tuo non m’è mai piaciuto.
Tu ti credevi di farmi un gran dispetto,
un grosso piacerone m’hai invece fatto
e una grossa pena hai levato dal mio petto.
740
Giovincella carina, carina,
regalarti vurrìo ‘na libbra d’oro,
regalarti vurrìo ‘na libbra d’oro;
non me ne ‘mporta se sei piccolina
non me ne ‘mporta se sei piccolina;
la campanella ha un gradito suono
la campanella ha un gradito suono.
741
Guarda che gran disgrazia fu la mia,
aver la lingua e non poter parlare,
incontrare il ragazzo per la via
vederlo e non poterlo salutare.
Lo salutai con la mente e il cuore,
povera linga mia non può parlare.
742
Martì miu quanno è tanti l’anni,
te sse ‘ddossa tutti li malanni;
io in vita mai sono stato un ozioso
ma m’ da vecchiu cerco mpo’ de riposo;
de campà m’è rmasto tanto poco
e ‘stu pocu tempu io noo lu spreco;
sedutu all’ombra me la faccio ‘na pippata
per me è la più grossa soddisfazio’ de la vita.
743
Ormà me sento tanto vecchio,
il piselli nome perde più d’un rintocco;
non jé la faccio più a sonà bene la campana
‘na figuraccia la so’ fatta anche co’ Rosina.
Lo so’ strusciatu pure che la jerva mmijia
Ma non ja juato un gorbu che jé pijia.
Tu prre, commà, scì ditto che non vale un sordu
e che me lu posso tené solo pe’ ricordu.
744
Quanno mi volevi tanto bene,
pure coll’occhi mi ve nivi a salutare;
adesso che non mi pòi più vedere,
l’occhi l’abbassi per non mi guardare;
l’occhi l’abbassi e rimiri la strada,
ma per farmi morir, bella, lo fate;
l’occhi l’abbassi e la strada remiri,
bella, lo fate per farmi morire!
745
Fermi compagni miei, non più avanti,
siamo alla casa di quella felice,
levatevi il cappello tutti quanti,
ci sta la regina imperatrice;
qui ci sta la regina, ci sta lei
e ci sta chi consuma gli occhi miei;
qui ci sta la regina, e ci sta il fiore
e ci sta chi consuma il mio cuore.

746
M’alzai ‘na mattina di buon’ora,
con seria intenzion de famme frate
vicino casa se ballava con allegria
e llì per sempre mi sparì la fantasia.
E’ meglio il ballar co’ le ragazze
che chiedere la carità co’ le bisacce.
E’ più bello ballar in luogo aperto
che farsi frate e l’amore farlo di nascosto.
747
La bona sera se sei andata a letto,
se non ci sei andata, non ci andar per ora,
mettetevi a sederi ai pié del letto
ché della notte non è passata un’ora.
Non è passata un’ora, tu lo sai,
ascolta il mio cantar, poi dormirai.
Che non è passata un’ora lo sapete,
ascolta il mio cantar, poi dormirete.
748
Tu finestra ti scì fatta giardiniera,
intorno, intorno tutta maggiorana;
vurrìo che se ‘ffaccesse la padrona
jè ne chidirìo ‘na bbella rama.
Se questa rama me duresse un mese
vurrìo la padrona al mio paese.
Se questa rama me duresse un annu,
jé cidirìo pure tuttu lu commannu.
749
Se lo sapesse quanno torna amore,
tutta la strada jé vurrìo ‘mpianellare;
de rose e de viole la vurrìo cuprire
e d’acqua rosata la vurrìo bagnare;
l’acqua rosata la strada profuma
e l’amor mio da lontano richiama;
co l’acqua rosata che butta l’odore
ce bagno la strada e richiamo il mio amore.
750
‘Sti quattro jorni che no’ nte so’ veduto
Le bellezze tue chi se l’ha godute?
Se se l’ha godute un altro innamorato,
daglie licenza che io so’ ritornato.
Daglie licenza e manul fori,
è ritornato che bene vò a quissu core;
daglie licenza e manul via
perché è rvinutu chi vène te vulìa.
751
Ti scì vantatu che mi scì lasciata,
la causa da me non è vinuta;
ma ad’è vinuta da la tua casata,
ché l’amore co’ me non jé piaciuto;
la causa è vinuta da li tuoi parenti
che dell’amore co’ me non è contenti;
ad’è vinuta da tuo padre e madre
a loro la jente d’onore non jé piace,
752
Bellina che de mammata ci-hai paura,
de me non te dovevi ‘nnammorare,
quanno parli co’ me, parli in paura,
pare che stai su la strada per rubare;
a rubare su la strada non ci andrai
bellino comme me non lo troverai;
a rubare sulla strada non ci andrete
bellino comme me mai lo troverete!
753
S’è maritata la cornacchia cieca,
l’ha pigliatu lu nibbiu scodatu,
ce la fattu un grossu parentatu,
lu nibbiu, lu cuccù, lu disperatu;
ce l’ha fattu un parentatu grossu
lu nibbiu, lu cuccùù, lu beccamortu;
ce l’ha fattu un parentatu caru
lu nibbiu, lu cuccù e lu macellaru.
754
Vurrìo murì, ma non vurrìo la morte
Vurrìo scuprì chi me piagne più forte;
vurrìo vedé a piagne la mia madre
per quante volte figlia m’a chiamata;
vurrìo vedé a piegne li fratelli
per quanto volte m’ha ditto sorella;
vurrìo vedé piagne il mio amore
per quante volte m’ha rubato il cuore!
755
L’amore mio se chiama Giuseppe,
lu più bravu giocatore de le carte;
se ‘ha jocatu lo core a tressette,
jé manca lu cappellu de jocasse;
s’ha jocato la matre e la figlia,
figurete la moglie se la piglia.
S’ha jocato la camiscia ch’era nova
figurete la moglie se la trova!
756
Vedo la luna e non la vedo tonna,
tutta la vita me sento tremare;
il ragazzo mio da la testa bionda
lu jornu non me lascia riposare,
non me lascia riposare manco un’ora
questu e lu spassu de lo innamorare;
e non me lascia ripusà un momentu
queste è le pene dell’innammaramentu.
757
Me s’è stizzata commà civetta,
sopre li coppi se mette a cantare.
Je daco un pezzu de pà co’’na foglietta:
“Magna civetta, te pozzi strozzare;
non hai capelli e te vòi far la treccai,
non hai la dote e te vòi maritare,
questo lo dico a te, pettegoletta,
fatte li fatti tui, non me scocciare!
758
La mamma che l’ha fatta la ruffiana,
vede la figlia sopra la trentina
dice: “Se ‘rrìa a toccà n’atra dicina
chi me sse la piglia più ‘sta carambana?
Dice: “Altri dieci sta tocca e non tocca,
gnà dà de mà a lu fusu e la conocchia!”
Dice: “Alti dieci è già belli e toccati!”
E matre e figlioa mòre disperate.
759
Marì non fa cuscì che me dispiace,
lo saccio che te pizzaca e te coce;
anche quella de mammata era ‘na fornace,
ma ormà manco li matù ce sse po’ coce:
Per paura che me lu ‘bbruscia
Me rifiuto de mettulu in quella vuscia.
Iersera ce l’ha ficcatu lu curatu
Ma l’ha rtiratu tuttu ‘bbrusciacchiatu.
760
Un bacio t’ho promesso e te l’ho dato,
l’anello t’ho promesso e te l’ho donato,
che te sposo presto te l’ho giurato;
la cosa che m’avei promesso m’hai negato
l’occhietto t’ho viato fare al mio amico.
Il col dubbio non voglio star che m’hai tradito,
per sempre te lascio e te saluto
la parte non voglio far da stupido e cornuto.
761
Se te chiedo un masciu, o Marì, che c’è de male?
Non te chieddo mica un grossu capitale!
“Ma vattala a piglià in quillu paese!
Se po’ sapé che d’è tutte sse pretese?
Ormà, Pippì, te devi mette su la testa
che ci-hai di fronte ‘na ragazza onesta.
Lo so’ pur io che per un masci l’anema ‘nse danna
Ma li guai ad’è per me che qui ce vede mamma!”
762
Contadina, contadinella
da li panni tanto poverella
che per l’amore ce vai pazza
quanto vòi pe’ ‘ssa pollatra?
Citta dina de città
vesti lunghe e vanità
preti e frati lu culu te tasta
voglio tre lire pe’ ‘sta pollatra.
763
Tante ore, Marì passi dietro la persiana,
pe’ sapé quale amica tua fa la puttana;
co’ lo sta a guardà da la finestra
te ss’è ‘bbrusciata pure la minestra
riesci a controllà l’intera piazza
ma non chi fa l’amor su la terrazza;
per poco ‘m’accidente non te piglia
co’ lo vedè che puttana è tua figlia.
764
Sette bellezze deve avé ‘na figlia,
prima che bella se possa chiamare,
deve esere galante e snella
graziosa negli atti e nell’andare;
larga di petto, giusta di statura:
quella se chiama bella de natura;
gli occhi neri con le bionde trecce
quella se chiama le sette bellezze.
765
“Più te guardo e più me pari bella!”
Dicìa lu cavallu a la cavalla;
ma quella che ci-avìa esperienza de la vita
jé rispose lesta lesta e risentita:
“Ssi comprimenti falli a tua sorella,
saccio che scì un grande traditore;
ma dato che scì anche un bravo trottatore
de ‘ss’argomentu ne rparlimo jò la stalla!”
766
Quanno che salirete in Campidoglio,
allor vedrete un bellissimo cavallo;
pate che l’abbia vinto Marco Aurelio
per come risiede su quel piedistallo.
Ammira li crini che ci porta al collo,
ammira quell’uomo che ci va a cavallo.
Chi se lo goderà quel gran tesoro
ch’è di metallo risoperto d’oro?
767
Sta dietro la finestra uuanno passo,
per avvisarti io ti tirerò un sasso,
spicciati ad uscir senza fracasso
in modo che il papà sia fatto fesso.
Di babbo e mamma senza alcun timore,
tranquillamente noi farem l’amore.
Solo a notte assai inoltrata,
se stanchi, la chiuderemo la serata.
768
Su ‘stu paesacciu c’è troppa jente,
che pe’ di male è fatta apposta:
dove è piano dice che c’è costa,
dice che ‘gnorante è anche lu dottu.
Se rvenesse Giotto a fa un ritrattu
e sse spormona a dì che è marfattu;
se invece vede uno scarabocchio
dice che è sicuro che l’ha fatto Giotto.
769
Le pere moscatelle ce lo sai,
che pe’ li porci non è state fatte;
per essi janna e patate è cose adatte
robba più bona non jé sse dà mai.
Le pere moscatelle ce lo sai,
che è state fatte solo per noi,
e noi le donaniamo a le ragazze belle
tanto ghiotte de le pere moscatelle.
770
Si dice che la bocca larga è simpatia,
e l’occhio chiaro ipocrisia;
ci-hai una boccuccia da baci e sei simpatica,
ci-hai l’occhi niri e scì un’ipocrita.
Sempre quello che se dice non è vero
E io come sei t’amo davvero.
Quanno passi lasci ‘na scia de simpatia
E non sai che cos’è l’ipocrisia.
771
Bella io son venuto per amatte,
non ce so’ vinutu pe’ guardà le porte;
se ce l’avete un altro amante a parte
venga co’ l’arme sue, se faccia forte.
Su ogni fonta metti un uomo armato,
su ogni finestra una bodda de foco;
vediamo chi sarrà l’innammorato
che diventerà patrò de questo loco.
772
Aveno un amico che tanto amavo,
ogni cosa che faceva ma la diceva,
quanno ‘ncontrava l’amante mia la salutava,
ha fatto tanto che non è più la mia!
Amico traditore e non leale,
sapevi che era mai, perhé l’amavi?
Che te pozzi ‘nnuccà jò ppé le scale,
cuscì non me pòi far più del male!
773
Caro mio ‘na lettera ti scrivo,
di gran dolore mi trema la mano
di gran dolore mi trema la mano;
saper ti fo che malamente vivo
saper ti fo che malamente vivo
trovandomi da voi tanto lontano,
saper ti fo che malamente vivo
trovandpmi da voi tanto lontano.
774
La prima volta che ti vidi, o bello,
jò San Francesco ti vidi entrare;
l’acqua santa pigliasti, o bambinella
e tre volte mi facesti sospirare;
ma più non sospirar cuore contento
che un giorno tu m’avrai, ce vòle tempo,
e non sospirar contento cuore
che un giorno m’avrai, tempo ce vòle.
775
Dov’è quell’arancin che ti donai?
Tienilo da conto e fa che salvo sia.
Quando quell’arancino tu aprirai
dentro ci troverai l’anima mia.
Dentro ci troveria il mio afflitto cuore
in lettere d’oro scritto il mio nome;
dentro ci troverai il mio cuore afflitto
in lettere d’oro il tuo nome scritto.
776
In Paradiso me ne voglio andare,
perché ho saputo che ci si sta bene;
il mio amore com me voglio portare,
per non lasciarlo solo tra piani e pene.
Quando che uniti noi ce ne stiamo,
gli altri saranno in piano e noi godiano;
quando che uniti noi staremo
gli altria saranno in pene e noi godremo.
777
Vuoi che ti dica quanto siete bella?
Scappate fori quando c’è il sereno,
date uno sguardo alla più bella stella,
e così siete voi, né più né meno.
Tanto risplendi tra le compagne
quanto la bianca neve alle montagne;
tanto risplendi tu tra le vicine
quanto la bianca neve alle colline.
778
Sarebbe meglio mattonare il mare,
che porre amore in chi non si conosce;
sarebbe meglio in una selva stare
a cercar miele comme fanno l’orse.
Sarebbe meglio non svegliarsi a la mattina
che porre amore in chi non t’ama e stima,
sarebbe megliom nel deserto ritirarsi
che di strani egoisti innamorarsi.
779
Vorrei morir di morte piccinina,
morta la sera e viva la mattina;
vorrei morire, ma solo per vedere
chi mi piange e chi non prova dispiacere.
Vorrei morire e non vorrei la morte,
vorrei veder chi mi piangerà più forte.
Vorrei veder chi porta la mia bara,
e veder chi viva mi vorrebbe ancora.
780
Traditorello che l’Inferno acquisti,
il Paradiso così lo perderai,
ti andasti a confessar e non jì dicesti
le pene e li tormenti che mi dai.
Le pene e li tormenti stanno scritti,
verrà un dì che tu li leggerai;
e tu li leggerai foglio per foglio,
ma più me ne fai io più bene te voglio!
781
Stella non visi mai così splendente,
se somigliasse tanto al tuo sembiante,
la luna stessa si riduce a niente
perché non appare bella ogni istante.
Splende negli occhi tuoi ‘na fiamma ardente
Che porge lume al tuo fedele amante,
ne la notte oscura ancor mi sei presente
tanto la tua bellezza è penetrante
782
Bella che sapete l’arte del cucire,
li tenete li discepoli a ‘mparare,
pure io ci vorrei venire.
L’ago e il filo mi voglio portare,
pure una seggiolina per sedere
e un soffice letto per dormire.
L’arte l’imparo e con te mi spasso
portando il ditale, metro e compasso.
783
Ti do la buona sera e più non canto,
ti do la buona sera appié le scale;
fra le altre belle voi portate il vanto
altra bellezza con la tua non vale.
Porto il vanto e porta la bandiera,
felicissima notte e buona sera.
Porti il vanto e la bandiera porti
felicissima sera e buona notte.
784
Una candela non può far due lumi,
e se li fa non li può far lucenti;
tu, bellina, vuoi tener due amanti,
ma tutti e due non li ouoi far contenti.
E li può far contenti, se lo vuole,
chi uno ne tiene in fatti e l’altro in parole.
E li può far contenti, comme se dice,
chi ne tiene uno come capo e l’altro come vice.
785
Oh quante volte mi ci fai venire,
sotto la tua finestra a sospirare!
Tirava un vento e rischiai di morire,
ma tu non ti volesti mai affacciare.
Affaciati una volta, o mia diletta,
non mi fa penar, sii benedetta;
affacciati per dirmi due parole
non mi far più penar, raggio di sole.
786
Se vuoi ch’io t’insegni come l’anima salvare,
a vegli non andar per le taverne,
carte da gioco in man non le pigliare,
non esser vago a raccontar novelle.
Tante novelle a tante novellacce,
dov’è la pace la guerra ce nasce.
Tante novelle e tante novellette
dov’è la pace, la guerra se mette.
787
Su, su belli nella e non più sonno,
lo troppo dormir nuoce e fa danno;
senti l’amante tuo che va d’intorno,
con gli strumenti in mano va suonando.
Comincia a prima sera finché è giorno,
e va lodando il tuo visetto adorno.
Suona a prima sera e tutta la notte,
e va lodando le bellezze vostre.
788
Ancor non s’è levata quella stella,
quella che mi veniva a salutare.
Se n’è levata una e mi par quella,
il cuor mi si comincia a rallegrare.
Il cuor s’è rallegrato e più non pena
a la vista di quella stella a me vicina.
Ha rallegrato il cuo, non più dolore
Come Venere è la stella del mio amore.
789
Il giorno di Calende fu di maggio,
che andai nell’orto a cogliere un fiore.
Dentro ci stava un uccellin selvaggio,
che discorreva le cose d’amore.
O uccellin che vieni da Fiorenza,
oh dimmi ma l’amor come comenza?
L’amor comincia con letizia e gioia
ma finisce sempre con dolori e noia.
790
La tortora s’ha perso la compagna,
e se ne va gemente e dolorosa,
dove che trova l’acqua ci si bagna
e dove trova la fonte si riposa.
O tortorella che vai per i monti
aaluta il mio amor quando l’incontri;
digli che cosa fa, che cosa pensa
a me ha dato dolor la sua partenza.
791
Corri sospiro mio, corri veloce,
vola dalla donna mia, falla felice;
torma con le parole che te dice,
torna presto o messagger di pace.
Se la parola sua sarrà d’argento,
a me ritorna presto più del vento.
Se la parola sua è d’oro, torna in fretta
svelta comme se tu fossi ‘na saetta.
792
D’oro e d’argento tu sei la vera vena,
per le bellezze tu vinci lu sole co’ la luna;
occhio d’amore e voce di Sirena
che comandi a li venti e a la furtuna,
hai un bel naso e fronte serena.
Nel mondo uguale a te non c’è nessuna.
La biona tua treccia mi vince e m’incatena
li piedi e mani e tutta la persona;
de la bellezza tua schiano mi ritrovo
sto bene così legato e non me movo.
793
O bella mia, donna divina,
rubasti il dolce canto alla Sirena
e lo splendore a la stella Diana.
La neve ve donò la sua chiarezza,
il pepe vi donò la sua fortezza
il sale vi donò il suo sapore
il gelsomino il suo vago odore.
La Maddalena ve donò la treccia
e Cupido v’insegnò a far l’amore.
794
Le scarpe se camini se cunsuma,
co’ lo fa tardi se cunsuma l’oglio de la luma:
cuscì dicìa la matre a la figlia Adelina;
ma quella ‘ncazzata jé rispose:
“E’ meglio che me vaco via da ‘stu paese.
Per tutta la vita ti uscì fatto la puttana
E mo’ me rraccommanni d’esse bona!?
Le scarpe me le rcompra Niculì
E l’oglio, a fisci, me lo porta don Lavì!”
795
Quisti è li cunsigli de mamma e de papà,
dete retta a quello ve dicimo nu’,
pensete sempre a quello che ha da vinì;
da ciuchi è meglio da studià,
se ‘mparete checcosa ad’è per vu’;
perché a dilla papale fra de nu’
chi è ‘gnorante è natu pe’ suffrì
e per quillu più ‘struitu deve fatigà.
Questo ve lo dice la mamma e lu papà.
796
A spasso me ne andavo co’ la morosa,
‘na zingarella de faccia assai graziosa,
con certesi e gentili modi m’ha parlato:
“Per carità damme almeno cento lire,
e tutto quello che so’ ti voglio dire.
Questa è per te la profezia, lo dice il fato:
Figliu lo vederai con quessa donna quanto penerai!”
La morosa me ss’è scappata via
e la zingarella co’ le cento lire se la ridìa.
797
Ecco che è l’ora de lo mezzogiorno,
il sole avanti a voi fa riverenza
il sole avanti a voi fa riverenza
fa riverenza a voi visetto adorno
fa riverenza a voi visetto adorno.
Guarda che chiaro sol di mezzogiorno
Fa riverenza a voi visetto gentile
Guarda a mezzogiorno che chiaro sole
Guarda a mezzogiorno che chiaro sole.
798
Lu vicinatu miu ci-ha ‘na cavalla,
mai nisciù è riuscitu a metteglie la sella;
‘gni òta che ce pròa j ésse ribella,
a chiesto a me de cavar galla;
ddomalla m’ stato tanto facile
subboto s’è dimostrata docile
me chiede sempre de montà in sella
non se stracca mai e sta tranquilla.
Ma quanto è matta ‘sta cavalla.

799
Satamattina canti de gioia,
ieri sera eri ‘na noia,
stanotte scì durmito,
sopra ha me scì respirato,
io te so’ ‘bbracciato
tu mi scì vasciato
finche lu galle non ci-ha svegliato.
Maledettu lu gallu! Maledetti lu gallu!
800
L’atramatina me rizzai de bon’ora,
‘ncontro la matre del mio amore,
me chiese: “Dove vai tanto bon’ora?
Perché non vòi più bè a lu figliu miu?”
“Lu figliu to’ adesso non lu piglio!
Io te responno ’na parola sola:
d’amar lu figliu to’ ancor n’è ora!
Io te responno in modo onesto:
d’amar lu figliu to’ ancora è presto!”
801
Se potessi saper la tua venuta,
tutta la terra vurrìa ‘mmattonare,
de rose e de fiori la vurrìa cuprire;
d’acqua rosata che butta l’odore
la strada ho bagnato per il mio amore;
d’acqua rosata che butta le vambe
la strada ho bagnato per il mio amante;
d’acqua rosata che le vambe butta
dell’amante ce vurrìo ‘mprufumà la testa.
802
E’ stata mista la tessera su li vasci;
più de quattro non se ne po’ dare;
l’amore mio me n’ha dati dieci,
so’ stata in Comune a reclamare;
a reclamanre non so’ fatto in tempo,
però domanessera me rrefranco,
invece de dieci ne voglio cento.
Domanessera me rrefranfo o amore
invece de li vasci, io voglio il cuore!
803
O testa, testaccia senza senno,
tu lo dai, o Marì, ch’io non ce spenno;
se tu non me la dai non me cce danno,
ce n’ho tante intorno che me la tira
senza femmecce spenne mezza lira;
me fa star male solo il pensiero
che tu a tutti la dai solo per denaro.
Allora, Marì mia, tettala pure,
perché io la voglio solo per amore.
804
Credi di essere un gran furbone,
a Caterina e non a me tu vòi bene;
l’ho scoperto ieri sera e ci-ho piano tanto

e ho deciso di lasciarti senza rimpianto.
Io non me ne pento, non ce pensà pure
tanti ci ni stà che ne vè appresso
e unu comme che te lu tròo lo stesso;
perciò lascimo perde a lo litigare
vanni a troà furtuna do’ te pare!
805
Saputo che l’amore mio sta male,
me voglio visì da frate cappuccino,
co’ ‘na sacchetta in collo pe’ ‘ccattà lo pane.
A casa sua andrò a bussare:
“Un po’ de carità a ‘sto povero cappuccino!”
Se ‘ffaccia la sua mamma: “Vanni in pace!
Mia figlia è a letto e sta tanto male!”
“Se è malata, fammela confessare,
chiudi la pporta e chiudi le finestre
sennò se sentirà che la confesso!”
806
Mamma non me mannà per l’acqua sola,
per l’acqua sola non ci voglio andare
un giovanotto che va ancora a la scuola
me l’ha giurato che mi vuole baciare.
O figlia, o figlia non aver paura,
un baciu d’un giovanottu porta solo fortuna.
O mamma, o mamma è pure vergogna
Vedere un giovane baciare una donna.
O figlia, o figlia, è pure peccato,
vedere un bel giovanotto disperato.
807
La donna vèlla quanno se confessa,
lu prete la comincia a domandare:
“Quante volte stai su la finestra?
Quanti giovani belli fai tu peccare?”
“Prete, prete bada a confessare,
queste cose a me non me le dire.
Io te voglio dà un cazzottu su la testa,
cuscì te ‘mparo comme se confessa;
te voglio dà un cazzottu su le corne
cuscì te ‘mparo a confessà le domme!”
808
La donna che s’ga perso ‘na gaglina,
se butta a terra e Sant’Antoniu chiama,
ppo’ ddomanna a la sua vicina:
“La fusti vista la mia padovana?”
“Io per casu la so’ vista ieri sera
Pe’ le strade de Roma ‘na gaglina nera
Che portava scritto su la cima:
ianta la viocca se vòi la gaglina!”
E portava pure scritto su la groppa:
“Se la gaglina vòi, pianta la viocca!”
809
Chi scrisse donna scrisse danno,
per l’uomo è sempre stata un malanno;
Dio d’averla creata s’era pentito
e un gran diluvio ci ha mandato.
La colpa è de Noè che l’ha sarvata,
pe’ lo troppo vì ch’avea bevuto;
tra le bestie feroci l’ha ‘mbarcata
e pe’ ‘na pelosa scimmia l’ha scambiata.
L’ha fatto un vero e grosso danno
per non aver capito che la rovina è del mondo.
810
Quanto sei bella il lunedì mattina,
massimamente lo sei il martedì seguente;
mercoledì sei una rosa senza spina
e giovedì una perla rilucente;
il venerdì poi una stella brillantina,
il sabato sei bella veramente;
domenica quanno t’adorni
sei più bella assai degli altri giorni.
Si torna al lunedì un’altra volta
siete una rosa sulla spina colta.
811
Ho saputo che vòi partire,
speccio dell’anima mia, mi vòo lasciare?
Se non ti smovi dal crudel desire,
di lacrime ti voglio ricoprire
e la via di spine te la voglio empire
perché sito non trovi a camminare.
Il sole te lo voglio far scurire,
perché luce non abbia il tuo andare.
Sospendi, amore mio, la tua partenza,
io certo morirò, se di te resto senza.
812
Vorrei far un bel cambio d’amore,
dammi il tuo cuor, eccoti il mio;
avrai del mio cuor cura maggiore
cura maggior del tuo avrò pure io.
Oh che dolce parlar da core a core,
intendere ogni speme, ogni decio!
Siamo due cor ristretti in un sol cuore,
quello che tu vuoi lo voglio anch’io.
Vorrei far un bel cambio d’amore,
donami il cuore tuo, eccoti il mio!
813
Oh mio Dio che male avrò mai commesso
che fanno contro me tanto fracasso?
Pare, o me lo foguro da me stesso,
di tormentarmi si fanno uno spasso.
Per dispetto di chi male m’ha messo
seguire io ti voglio passo passo.
Sai, bella, quando non m’avrai più appresso?
Quando la vita mia starà sotto un sasso!
Questo lo dico a te, stella lucente,
amami sempre e lascia dir la gente.
814
Quando passi da qui, passaci in fretta,
che non dica la gente che ci amiamo;
quando mi vedi alla finestra
fingerai di guardati nella mano;
quando mi vedrai chinar la testa,
allora, caro mio, così ci salutiamo.
Dammelo bene uno sguardo da vicino,
dopo bellina mia ci allontaniamo.
Quando che per la strada ci incontriamo,
famo all’amore e la gente la burliamo.
815
Giglio che sempre luce e mai scolora,
gradito odore sempre intorno spira.
Stella di nobiltà, che ti innammora,
Tortorella gentil, che mai s’adira.
Albero a fiori e frutti ornato ognora,
nave che intorno al faro in porto gira,
sole che dei suoi raggio il mondo indora,
luna che l’occhio incanta a chi la mira.
Questo lo dico a te gioiel d’amore,
betato chi ti porta in mezzo al cuore.
816
La bella quanno è notte punta l’usciu,
lu ppicca lu callà su la catena;
arriva l’amante suo e bussa all’usciu:
“Non te pozzo riaprì, faccio la cena,
non te pozzo riaprì ché vaco nuda,
che se tte rrapro te faccio paura;
non te pozzo riaprì che vaco in camiscia,
ma tu tira la corda e lu catellu se triscia;
non te pozzo riaprì, vaco pasunta
ma tu tira la corda e lu catellu zumpa!”
817
Rosina li segnali mette a la finestra,
per avvertire i suoi amanti a fare festa;
quanno a la finestra mette il rosso
la nottata tocca al bel Tomasso;
quanno mette il color giallo
si vuole divertire con Giancarlo;
quanno mette il bianco e nero
essa chiama il preferito Arturo.
A la fine per far un bel arcobaleno
tocca pure a suo marito Neno.
818
Cupido ha fatto un arco in cima al monte,
tutto coperto di pietre e diamanti
su lo mezzo ci sta ‘na bella fonte
per dar da bere agli assetati amanti.
Fontana se ci vine il mio amore
Dagliela l’acqua e un bel fiore,
fontana se ci viene il mio amante
dagliela l’acqua e un diamante;
fontana se ci viene l’amor mio
dagliela l’acqua ch’io ringrazio Dio.

819
Chi te l’ha detto bella ch’io non t’amo,
chi te l’ha detto bella ch’io non t’amo
chi te l’ha detto bella ch’io non t’amo,
chi nte lìha messa ‘ssa lagna nel cuore
chi te l’ha messa ‘ssa lagna nel cuore,
chi te l’ha messa te la po’ levare
chi te l’ha messa te la po’ levare
chi te l’ha messa te la po’ levare,
solo l’amente tuo co’ du’ parole
solo l’amante tuo co’ du’ parole.
820
Io voglio fare un palazzetto nuovo,
con finestrelle di color del mare;
quando m’affaccio il mio bello trovo
che sta il dolce amore ad aspettare.
Dalla finestra dove batte il sole,
al mio bello mando ‘ste parole:
“La vita senza amor non vale niente!
Entra! Sarò sempre la tua amante.
Non m’importa sentir dir pettegolezzi
Di piacere tu morirai per le carezze!”
821
Teresina se io vi vedo da lontano,
mi butto in terra e bacio il terreno.
Ci vorrebbe un pittore veneziano
per dipinger il tuo volto sì carino.
Il naso ve l’ha fatto due pittori,
e la tua bocca quando parla butta fiori.
I tuoi denti son pietre minutelle,
le guance sembran rose e gli occhi stelle.
Teresina s’io vi vedo da lontano,
d’amor mi scoppia il cuor, vengo vicino.
822
Se io fossi padron de le bellezze,
bella più che non sei, ti vorrei fare;
se io fossi padron de le ricchezze
tutto l’oro e argento ti vorrei donare;
se io fossi padrone dell’Inferno
le le sue porte in faccia ti vorrei serrare.
Se io fossi padron del Purgatorio
dalle sue pene ti vorrei salvare.
Se insieme a te il Paradiso potessi meritare
fra le mie braccia in eterno ti vorrei tenere.
823
La prima volta che passai il mare,
trovai una chiesolina con l’altare;
dentro ci stava un padre confessore
che confessava le donne d’amore.
Il confessore veniva dalla Provincia
E volea saper l’amor come comincia.
L’amor comincia son suoni e canti,

ma finisce sempre con dolori e pianti.
Con piacere ed allegria comincia amore,
poi finisce col pianto e col dolore.
824
Stanotte io sognavo con dolcezza,
che stavo a baciar voio bella ragazza.
Io vi baciavo e non vi dico il resto,
aurora maledetta che m’ha desto.
Tu m’hai svegliato maledetta aurora,
baciami’bella mia, baciami ancora.
Baciami, o carina, un’altra volta
senza i tuoi baci l’anima m’è tolta.
Con i tuoi baci l’anima s’affaccia
fin sulla bocca, e con la tua s’abbraccia.
825
Vanni sospiro mio, vanni a trovare
quella che soltanto pene reca al mio cuore.
Giunto dinanzi a lei non smetter di parlare,
racconta le mie pene e il mio dolore.
Dille che peno sempre, e che mi pare
di vedermi ridotto all’utlime ore.
Dì che quantunque mi faccia penare,
sono senpre costante nel suo amore.
E se la trovi sorda ai miei lamenti,
povero mio sospir sperduto ai venti.
826
L’amore tuo è come un uccelletto,
che va di ramo in ramo saltellando,
a volo è venuto nel mio petto
il povero mio cuor lo va beccando.
Lo voglio accarezzare il poveretto,
finché per mio diletto va cantando;
quando che avrà finito di cantare
a un altro ramo lo farò volare.
Ohimé che se n’è andato l’uccelletto
E m’ha lasciato il pizzico nel cuore.
827
Corri rondinella, e non tardare,
vattene a casa del mio primo amore.
Se mai lo trovi in tavola a mangiare,
tu da parte mia donagli un fiore.
Se lo trovi con altri a litigare,
tu da parte meia dagli ragione.
E se lo trovi a letto a riposare
Passa di là ma non gli far rumore.
Se sta scrivendo ‘na lettera all’amante
Il primo amore suo mettigli in mente.
828
A casa de lu diavulu so’ stata,
misericordia la jente che c’era.
C’era anche il mio amante ‘ncatenato,
che per eduacione mi volea far loco.
Io jé dissi: “Non ve scomodate!
So’ venuta a veder quanto bene state!
Ma me pare che so’ troppo poche
le gran pene che in eterno soffrirete!
Questo, o amante traditor, è il posto tuo,
perché hai tradito me e offeso Dio!”
829
Cuscì predicava dall’altare don Lavì,
a ‘na gran folla de pori contadì:
“Co’ lo magnà bbè se campa a lungo,
co’ lo magnà poco non ce sse mòre;
co’ le penitenze e li digiuni
se po’ diventà santi o empre più boni!”
Cuscì parlava a ‘lli scemi e creduloni
mentre don Lavì magnava li piccioni
e li contadì se grattava li cojioni.
Don Lavì è campatu più de cent’anni
Quanno li contadì no’ ‘rriava a quarant’anni.
830
E mamma ma l’ha fatto un pisellino,
che a tutte le donne piace, perché carino;
è sempre preciso e sempre pronto
che manco a le più brutte fa lo sconto;
lavora a qualunq’ora e in ogni sito
come fin da piccolo s’è abituato;
sempre puntuale è ‘na meraviglia
appena una me lu tocca se risveglia;
mai m’ha fatto far brutta figura
anzi bisogna dirlo con piacere
quasci sempre fa più del suo dovere.
831
Cara Ninetta mia, cara Ninetta,
se te la canto io ‘na filastrocca,
per sempre ti convin di stare zitta;
io le cose tue le saccio tutte,
ma perché è cose da mignotte
le canto solo de notte,
e a chi me vò sta a sintì
non jé faccio pagà un quatrì.
Cara Ninetta, allora statte zitta,
‘tappete ‘ssa voccaccia,
statte zitta cara Ninetta
sennò te canto la filastrocca
cara Ninetta.
832
Dimmelo bella mia chi te l’ha detto
de la persona mia tanto male
de la persona mia tanto male;
se te l’ha detto qualche giovinetto
che faccia li fatti sui e pensi per esso
che faccia li fatti sui e pensi per esso;
se te l’ha detto qualche maritata,
faccia li fatti sui ‘lla sventurata
faccia li fatti sui ‘lla sventurata;
se ta l’ha detto qualche vecchierella
faccia li fatti sui ‘lla poverella.
833
Trullallero, trullallero,
tutte le donne lo porta lo pelo;
chi ne porta poco e chi ne porta tanto
anche se tu ne porti poco io me ‘ccontento;
quelle piccole non ce l’ha
quanno è grandi lo metterà;
quelle vecchie ce lìha vianco
quelle giovani ce n’ha tanto;
e la bbella mia ne porta un fiocco
se me rpiglia le madonne jé lo carpo
se me rpiglia le madonne jé lo carpo!
Trullallero, trullallero
Trullallero, trullallà!
834
La voglio far ‘na strada sottoterra,
per andare a casa de la bella mia;
dopo ce voglio far ‘na fontanella
per dar da bere all’amante mia.
Fontane se ci viene la sorella
Dagliela l’acqua co’ ‘na rosa bella;
fontana se ci viene la cognata
dagliela lpacqua co’ ‘na rosa spampanata;
fontana se ci viene il mio amore
accogliela tra le braccia con calore;
fontana se ci viene l’altra gente,
secchete, fonte, non gli dare niente!
835
Era nel mare una galera armata,
tutta guarnita di galanteria,
dentro c’era la mia innamorata
con un bicchier d’argento che beveva.
Allor gli dissi: “Cara innamorata
dammi un bicchier d’acqua, anima mia”.
Lei mi rispose: “Non te la posso dare,
se mamma lo sa, mi può castigare.
Per farvi veder che mamma non vòle,
eccovi l’acqua, la speranza e il cuore.
Per farvi veder che non vòle mamma,
eccovi l’acqua, la speranza e l’alma.
836
Tu m’hai lascito e t’ho lasciato anch’io,
per questo non ce niente da ridire.
Tu ti tieni il tuo cuor io tengo il mio,
ognun farà l’amore con chi gli pare.
Ognun farà l’amore a briglia sciolta
e non ci guarderemo un’altra volta.
Se al mondo ci fosse un’unica fontana
tutti morirebbero di sete;
per fortuna tanta ce n’è d’acqua piovana
che è più che sufficiente pe’ ‘sta zona.
Due amanti troverà il tuo dolce cuore
E a me non mancherà di far l’amore.

837
La prima volta che andai al molina,
la molinara schiacciava un pisolino.
Ci stava un uccellino su la noce,
chiamava la molinara ad alta voce:
“O molinara venite a far farina,
le tu tatighe te le voglio pagare!”
Risponde la molinara prontamente:
“Sei tanto bello che non voglio niente!”
La molinara da la bianca farina
Co’ l’occhi guarda e co’ le mani rapina.
La molinara da la farina bianca,
co’ l’occhi guarda e con le mani arrampa.
838
Sora Agnese, sora Agnese,
quanno jé la chiese,
non me la vose dà;
sora Agnese, sora Agnese
quanno me la vose dà
io non la vose.
Sora Agnese, sora Agnese
quanno me lu chiese
non jé lu vose dà;
sora Agnese, sora Agnese
quanno jé lu vose dà
essa no’ lu vose
sora Agnese, sora Agnese.
839
In mezzo al mare io voglio fabbricare,
llà dentro io me cce voglio rinserrare
perché m’ha fatto torto il mio amore.
M’ha fatto torto e io non jé so’ fatto gnente
È state le malelingue de la jente.
M’ha fatto torto e non jé so’ fatto cosa
è state la malelingue de ‘ste case.
Pe’ le malelingue ce vo’ l’accetta
do’ sta la pace la guerra ce mette.
Pe’ le malelingue ce vo’ lu cortellu,
do’ sta la pace ce crea sempre un macellu.
L’amore mio sta troppo lontano
solo ‘na òta all’annu ce vidimo
immagina lo ragionà che ce facimo.
840
Lo so’ saputo che Pippo sta male,
tutti li cristià ce va a trovallu;
chi jé porta ‘na rosa o ‘na viola,
e intorno intorno se mette a sedere,
e chi jé chide: “Pippo mio cos’hai?
A chi lo perché ddomanna de lo male
issu risponne: “Se non c’era Lia
sicuramente non me vinìa ‘sta malatia!
Amici e parenti e bona compagnia
che me tenete a fa a spasso e joco?

Mannetala chiamà la bbella mia,
per essa io soffro ‘sti tormenti e foco;
mannetala a chiamà ad alta voce
prima che innanzi a Lia passa la croce!”
842
Guarda se che virtù che ci-ha ‘ste donne,
quanno lu maritu va in campagna;
piglia la conocchia e la nasconne
se fa li maccarù e chi magna magna;
piglia la vucaletta e va in cantina,
sbuscia la meglio botte de lo vino
e se la fa la panza piena;
e dopo che sìè ‘mbriacata
se vutta su lu lettu pe’ ‘mmalata.
Quanno a la sera rtorna lu maritu
Jé coce ‘na patata a scottaditu,
e po’ pe’ mascherà la grossa sbornia
cumincia a fa ‘na gran baldoria.
Lu maritu straccu mortu non ce capisce co’
pe’ ripusasse va a lettu comme un cogliò.
843 LA CANZONE DELLA TESSITRICE
La donna quanno è lesta
se rconosce da lu telà;
preme li licci, batte le casse,
nnanna la grua nnenquà e nnellà .
Li giovanotti che la vede
Se uncumincia a nnammorà;
prima passeggia e ppo’ se fa core,
rrapre la porta e bbocca llà.
Chiede: “Figlia bella,
te vurristi marità?”
“Sentece babbu, sentece mamma”.
“Partutu è contentu, mammata pure,
le so’ sintiti agghià!”
La tessitora tutta contenta,
lascia lo tesse e se va a sposà.
844 MAMMA MIA VOGLIO MARITO
“Mamma mia voglio marito,
che uscì non posso sta;
trovamelo un buon partito
pe’ potemme ‘ccompagnà.
Ho compiuto già vent’anni,
e già vo’ per li ventuno
e se tardo a maritamme
non me vòle più nessuno”.
Se non vòi èiù restà sola
Vederai che te l’insegnao;
con un basto’ de legno
te voglio ‘ccontentà!”
“Mamma mia sei mpo’ vecchietta,
ché se tu fossi giovinetta
non faresti ‘sso parlaà!”

845 O MARINARO
O marinaro,
evviva, evviva,
o marinaro
evviva le onde del mar.
Evviva il mar,
viva l’amor
e chi lo sa far!
Evviva il mari,
viva l’amor
e chi lo sa far!
Quante stelle stanno in cielo,
tanti baci ti vorrei dar,
anche mille non bastirìa
per poterti accontentar!
O marinaro,
evviva il mar!
Viva l’amore,
e chi lo sa far!
846 SE PIGLI ‘NA MOGLIE BELLA
Se pigli ‘na moglie bella,
jé devi fa la sentinella;
se èpigli ‘na moglie vrutta
te lo senti dir da tutti:
“Chi diavulu t’ha cecato
quessa brutta ti scì pigliato!”
Se te pigli ‘na bigotta,
non te pòi spassà de notte;
se ci vòi scherzare
caccia la corona e mettiti a pregare.
Se te pigli ‘na moglie grassa,
la devi portare a spasso,
che se in casa la fai stare
sempre magna e può scoppiare.
Se te pigli ‘na moglie secca
sta attento che co’ l’osse non te picca.
Una moglie voglio né bella né brutta,
né grassa né secca,
che no n voglia bbè a lu prete
ma che voglia bene a me!
847 I CONSIGLI DEL FILOSODO
A socrate piaceva tanto il vino,
ma seppure avvinazzato
sagge norme ha consigliato.
Questo sempre ripeteva nei congressi:
nel mondo è tanto rara la saggezza,
la vita è una corsa alla ricchezza.
I ricchi sono infelici e li più fessi,
per avvivare alòla morte tutto basta,
per vivere bene basta tanto poco,
una piccola capanna e mpo’ de foco.
Il ricco co’ ‘na catasta di denaro si lamenta,

di un tozzo di pane il povero s’accontenta.
Solo li poveri moriran contenti,
perché las ciano tribolazioni e stenti.
Li ricchi tanta paura han della morte,
perché al di là non contano le ricchezze.
La vita tranquilla la sa far solo lo stoico,
perché da perder ha sempre tanto poco
e quel poco che ha lo porta sempre seco.
848 O PINOTTA
O Pinotta, cara Pinotta,
Una grazia vorrei da te!
“Dimmi, dimmi, che grazia vòi?”
“Una notte dormir con te!”
“Vieni, vieni all’undici ore,
quanno babbu e mamma sta a durmì!”
“L’undici ore è già sonate
O Pinotta vieni ad aprir!”
“Vado nuda, in camiciola,
dammi tempo, fammi vestir!”
“Non m’importa se vai nuda,
anche nuda tu piaci a me!
Pinotta, cara Pinotta,
non posso più star senza te!”
849 EVVIVA NOE’
Evviva Noè,
firmimece a bé,
l’oste ci sta
lo vino ce l’ha
è una vera bontà.
Evviva Noè,
gran patriarca,
salvato dall’arca.
Sapete perché?
Perché fu l’inventore
Del più buon liquore
che rider ci fa.
Ah! Ah! Ah! Ah!
Evviva Noè,
gran patriarca
salvato dall’arca.
Sapete perché?
Ha scoperto la vite,
ha fatto buon vino
un liquore divino
che gioia ci dà!
Ah! Ah! Ah! Ah!
850 IL SOLDATINO
Trenta mesi che faccio il soldato,
una lettera mi vedo arrivar.
Sarà forse la mia morosa,
che ho lasciato a letto ammalà.
“A rapporto signor Capitano,
se in licenza mi vòi mandar!”

“In licenza ti manderò,
purché torni da bravo soldà!”
“Glielo giuro signor capitano,
che ritorno da bravo soldà!”
Quanno fu vicino al castello,
campane a morto ha sentito sonà.
“Sarà forse la mia morosa
Che ho lasciato a letto ammalà?
Portantin che porti quel morto
per piacere fermati un po’:
dare un bacio alla mia morosa,
darle un bacio e poi via andar.
Quand’era viva non l’ho mai baciata,
or che è morta la vorrrei baciar!
Quand’era viva profumava d’amor,
or che è morta ha il profumo d’un fior!”
851 TERESINA INNAMMORATA
Teresina è innamorata,
e si vuole maritar;
la sua mamma, tanto ingrata
monachella la vuol far.
Teresina s’è ammalata,
tutto a causa dell’amore
e la mamma se n’è andata
a chiamare un buon dottore.
Subito il dottor la visita
e gli dice: ”Che cos’hai o Teresì?”
“Ho una pena qui nel cuore,
che me sento da morì!”
“E’ l’amore, Teresì,
è l’amore, l’amore
che se è grande fa così!
E’ l’amore, o Teresì!”
852 TASSE, SEMPRE TASSE
E sta mpo’ a sintì che notizia bella,
ci sta poco da dì e da lamentasse;
purtroppo è la solita storiella:
lu governu ci ha messo ancora tasse!
Ammazzulu, però, che coratella!
Pare che non riesce mai a satollasse;
vò’ sempre più piena la padella,
e nu’, puritti, bisogna zitti rassegnasse.
Te scortechesse e zittu, meno male,
ma no, te cce roppe pure li coglioni
co’ la scusa che lo ba per il bene nazionale;
ma la Nazio’ non bé e non magna,
è lu governu che è un brancu de ladroni,
che a barba de li fessi vò fa sempre cuccagna.
Era meglio quanno c’erali briganti,
che se anche te rrubbava le bisacce e li contanti
armeno co’ la pelle sarva se scappava via contenti
e ce sse scambiva pure li ringraziamenti.
E se te rrubbava pure lu cavallu co’ la sella,

sempre te sarvava la testa co’ la pella.
Invece l’attuali governanti,
te fa vive sempre tra li stenti;
loro sguazza e magna a du’ ganasce,
a te co’ lo fatigà te fa roppe e spaccà l’osse
pe’ poté pagà gradite e nuove tasse.
853 I GIORNI DELLA SETTIMANA
Il lunedì son troppo stanco, non ci-ho più le forze me voglio riposar;
martedì poi che mal di testa,
vado dal dottore, non posso lavorare;
mercoledì sposa mio fratello,
sono invitato a pranzo, non posso rinunciar;
giovedì non parte la motosega
chiudo la bottega e mi metto a riposar;
venerdì è il giorno del dolore,
è morto nostro Signore, è peccato lavorar.
Sabato è finita la settimana,
devo aspettar il padrone
che mi deve pur pagar.
Viene il padrone tutto arrabbiato:
“Va via vigliacco lado, va via da qua!”
“Signor padrone, io non son ladro,
per te ‘na settimana ho lavorato,
domandalo a tua moglie
che ogni sera m’ha pagato.
Che Dio sia lodato e ringraziato,
per il gusto che ho provato
a fregare un gran cornuto!
Sia benedetta la padrona,
tanto bella e tanto buona,
per quel che m’ha donato.
Se essa è stata soddisfatta,
per l’orto che gli ho zappato,
certo è che mi richiamerà.
La moglie dell’avaro è generosa,
e di nascosto del marito,
sempre ti dona qualche cosa
che durante la settimana
sempre contentu te fa sta.
854 NON PENSIAMO PIU’ AL PASSATO
“Non pensiamo più al passato,
si toccava il cielo con un dito,
ora tu sei assai invecchiato
proprio un vecchio rimbambito.
Che si fa signor marito,
è un bel pezzo che si pena
se si pranza non si cena,
non ne posso proprio più.
Ero sì grassa, ben colorita,
or son smagrita, lo vedi tu.
Tu sai che in questa casa,
portai ‘na ricca dote,
buona fama e gioventù”.
La dote che hai portato,
non basta a far tabacco,
quaddro sedie e un letto scarto
fu la dote che portò.
Ha quattro stanghe questo letto,
si vide eretto e poi cascò,
e dal forte gran rumore
di quel letto rovinato
atterrito il vicinato
col rumore di destò”.
“Non è ver quel che tu dici,
perché molto hai consumato
con gli amici tu hai giocato
fammi i conti e non tardar”.
“Per pagarti la vestaglia,
la sartina ed il mercante
tu facesti la galante
e il denaro se ne andò!”
855 SERENATA DISPETTOSA
Non serve che ce fai tanto la smorfiosa
Sta a sint’ ‘sta serenata dispettosa:
io te la canto co’ ‘na voce appassionata
ma devi capì che la nostra storia ad’è finita.
La faccia ce l’ha lentigginosa
che a casa te fa sta sempre rinchiusa.
Mi scì fatto le fusa comme un gatto,
però te so’ capito non so’ matto.
Deve ancora nasce chi me frega,
tu vulivi famme fessu, brutta sdrega.
Con chi pensavi de trattà?
A ‘stu munnu non esiste più li cuccapà!
Pe’ fa vedé ‘ssu culu a mandolino
Passavi e ripassavi ogni mattino.
Nessuno lo po’ sapé a quest’ora,
se scì roscia, bionda oppure mora;
se sopra quessa brutta zucca
ce porti li capigli veri o la parrucca.
Non te rvedi, o brutta traccagnotta,
sembri un barile de terracotta.
Le lenti a contatto le porti nere,
che sembra du’ funni de bicchiere.
Anche se se fa de notte,
tutte le vinci le gare pe’ le brutte.
Insieme a mammata ci-avei visto vè,
avei pensato: “’Stu turdu fa per me!”
Tu credi di essere un bel fiore,
e che in ogni via ci-hai un ammiratore;
ma se pe’ sbagliu chidù t’ha corteggiato
o era cecu e s’era ‘mbriacato.
Se te vede se ‘mpaurisce pure la luna,
che subboto dietro ‘na nuvola se rrentana.
Or chiudi la finestra a va a dormire,
che l’amore solo in sogno pòi trovare.

Quel che volevo dirti te l’ho detto,
smetto de cantà a vaco a letto.
856 SUSANNA
Susanna va a la festa,
nisciù la fa ballà,
ariva il signor conte
tre zumpi jé fa fà.
Nei tre zumpi che fece,
tre rose jé cascò,
rcoglienno le rose il conte
tre baci gli donò.
Se ne accorse il padre,
e via se la portò.
Quanno che fu a mezza strada,
‘ncumincia a bastonà.
“Perdono babbo mio,
perdon per carità!”
Susanna è andata a casa,
Susanna si ammalò;
fu chiamato un medico,
per farla visità.
Il medico è arrivato,
Susanna non po’ parlà;
si manda a chimare un prete
pe’ falla confessà.
Il prete è arrivato,
Susanna non sa che dir;
si manda a chiamre il conte
per farla divertir.
Il conte è arrivato,
Susanna non ha più mal;
dopo nove mesi,
Susanna ha un bel bambin.
Che nome gli mettiamo,
Bernardo o Bernardin?
857 L’ANELLO CADUTO NEL MARE
Eran tre ragazze,
e tutte e tre d’amor,
Ninetta, la più bella,
si mise a navigar.
Nel navigar che fece,
l’anello gli cascò;
alzanno gli occhi al cielo
lo vide un pescator.
“O pescator tra l’onde,
vieni a pescar più qua;
me ss’è perso l’anello
non lo posso ritrovar”.
“Se io lo ritrovo,
che mi volete regalar?”
“Cento zecchini d’oro
e una borsa ricamata!”
“Non voglio zecchini d’oro,
né borsa ricamata;
solo un bacin d’amore,
se tu me lo vòi dar!”
“Ma se lo sa mio padre,
cosa gli dirò?”
“Sta zitta non dir niente,
che poi ti sposerò!”
“Dopo che m’hai sposato,
dove mi porterai?”
“Lassù quel monticello,
dove che spunta il sol!
Ti costruirò un palazzo
di trentasei cantò;
lo farò pitturare
da trentasei pittor.
Ti farò far ‘na veste,
di trentasei color;
la voglio far ricamare,
da trentasei sartor”.
“Troppe cose m’hai promesso,
o mio caro marinar;
mamma m’ha detto spesso
che d’un marinar,
mai me debbo fidar!”
858 BELLA ME FACCIO SVIZZERO
Bella, me faccio svizzero,
più non me vedrai;
io te voglio bene assai
e tu non pensi a me.
Mannaggia a quanno mai,
me ‘nnammorai de te!
Quanno che ci incontriamo,
cambiamo de colore;
quanto è grande il primo amore,
non ce sse po’ scordà.
Mannaggia a quanno mai,
me ‘nnammorai de te!
E quanno io vedo a te,
spasimo comme un matto,
dimme che t’ho fatto
che non me pòi vedé.
Mannaggia a quanno mai,
me ‘nnammorai de te!
859 CANTO A BATOCCU
Con voi, bellino non ci-ho mai cantato,
e per la prima volta io te saluto;
te saluta ‘sto core appassionato.
Li cavoli non me piace, li fasciulitti scì;
amor famo la pace, non stiamo più cuscì.
Non stiamo più cuscì, carino mio,
faremo un giretto a Falerone e Montappone,
e po’ ce rivurdimo verso Servigliano.
Amore bello mio, amore bello,
damme la mano ch’io te dono l’anello.
Lo bendico lo fiore dell’olmo,
pòri suspiri miei per l’aria vanno.
La cavoli non me piace, li fasciulitti scì,
amor famo la pace, non stiamo più cuscì.
Non stiamo più cuscì, amore mio,
faremo un giretto a Falerone e Montappone
e po’ ce rivurdimo a Servigliano
860 SERENATA
“Faccio la lavandaia e me ne vanto,
da tutti so’ chiamata “cor contento”
da tutti so’ chiamata”cor contento
perché quanno lavo, sempre canto”.
“Siente piùbella voi che un fior di maggio
Vorrei parlarti del mio amore ardente;
davanti a voi me perdo de coraggio
vorrei dir tanto, ma non so’ dirvi niente”.
“Tu canti li stornelli, io l’imparo,
tu spasimi per me,
ma io non me ‘nnammoro!”
“Bella, per amar voi, saltai un cancello,
la lotta feci con quattro leoni,
in tasca tenevo un lungo coltello
per ammazzarti, o vile, se m’abbandoni!”
861 LU MARGUTTU
Vanne marguttu miu tra le persò
e jira tutta quanta la città,
rrentra francu in tutti li portò
e dì a la jente: “Chi me vò comprà?”
Ci starra quilli che dirrà: “No! No!
Sci vruttu e caru!” Tu non te smagà;
mettete a ride, perché sai che vò?
A te vò legge senza lo pagà!
Ma se po’, fijiu miu, ce sta chedù
che volesse conosce lu perché
in quistu munnu scì vinutu tu,
dijjela franca la rajiò che ed’è:
perché le donne che non ci-ha nisciù
co’ Marguttu se ddorme cuscì bbè!
(Antonio Curi-Colvanni
Fermo 1892 circa)
862 DU’ VARDASCE
Du’ vardasce
te so’ visto
che per Cristo
era fatte per vedé.
Una bionda
quell’atra mora
per più d’un’ora
le so’ state a contemplà.
Io lu core
me sintio
scappà via
pe’ poteje jì a parlà.
Ce guardemme….
e quell’occhiate
disperate
lo cunvurzo me svegliò.
A la fine
me ‘ccostai
le fermai
ma non seppe che jé dì.
Lle fantelle
borbottenne
rognechenne
sbottò a ride e se fugghiò.
Ma nonostante
‘lla risata
assai sguaiata
me sintìo sempre ‘ttirà.
Donne vèlle,
amore nostru
un pilu vostru
tira più d’un par de vo’!
863 LA BELLA GIACOMINA
La bella Giacomina,
venuta a certa età
un dì disse alla mamma:
“Me voglio marità!
Lo voglio un giovanotto
di buone qualità
e che sia grazioso e bello
con sordi in quantità!”
“Ahi! Ahi! Tu ridere mi fai,
se dote non ce l’hai
co’ mamma hai da restà!
Chi entra a casa tua
subito scappa via
e tu ti vergognarai
per quel che troverà:
un vecchio canapè
tre sedie sgangherate
un quadro e un orinal.
E un giovane ricco e bello
tu pretendi di sposar!
Ahi! Ahi! Tu ridere mi fai,
se dote non ce l’hai
co’ mamma hai da restà.
864 LE TRE SORELLE
C’era tre sorelle tutte e tre d’amor,
Cecilia la più bella si mise a navigar.
Co’ lo navigar che fece, l’anello jì cadé,
voltando gli occhi all’onde lo vide un pescator.
“O pescator dell’onde, vieni a pescar più in qua
cercate il mio anello, che m’è cascato qua.
“Dopo che l’ho pescato che cosa mi darai?”
“Cento zecchini d’oro e ‘na borsa ricamata!”
“Non voglio né zecchini, né borsa ricamata,
soltanto un bacin d’amor tu mi devi dar!”
“Se lo risà mio padre che cosa mi dirà?”
“Sta zitta, non gli dir niente, che io ti sposerò.”
“Dopo che m’hai sposato, dove mi porterai?”
“In cima a quel monticello andremo a far l’amor.
Te farò far ‘na casa de trentasei mato’,
te la farò dipingere da trentasei pitto’
ti farà far un abito di trentasei color
te lo farò ricamar da trentasei sartor.
Vivrem felici sopra qurl monticel
per sempre consolati da trentasei figliol.
865 TERESINA INNAMMORATA
Teresina innamorata,
che si vòle maritar,
ma la mamma sua ingrata
monachella la vuol far.
Teresina s’è ‘mmalata
per la pena dell’amor.
Su! Sta allegra Teresina
ch’è tornato il primo amor.
E’ arrivato ieri sera
co’ la corsa del vapor.
Su! Sta allegra Teresina
ch’è arrivato il primo amor.
Se è arrivato, son felice,
io son pronta a far l’amor!
Su! Sta allegra Teresina
ch’è arrivato il primo amor!
866 SERENATA
Voi dormite su un letto di fiori,
il mio letto l’è duro, di sassi;
tu tranquilla la notte ti spassi
io non riposo né notte né dì.
Non riposo né notte né giorno
sempre penso a quell’amore tiranno
nel mio petto ci cresce l’affanno
non riposo né notte né dì.
Ripenso ai trascorsi miei giorni,
sempre penso al passato tuo amore,
una fiamma che ancor brucia il mio cuore
una piaga che il mio petto ferì.
Vieni, vieni, o donna tiranna,
vieni, vieni ch’io t’ho perdonato,
se il mio cuore fu prima un ingrato
di lasciarti mai fu mio pensier!
867 E’ NOTTE E LU PADRO’ SUSPIRA
Che spetti sole che non vai a calare?
Pare che tu strascini le catene;
quanno che è notte lu padrò suspira
dice che è stata corta la jornata;
se è stata corta che t’agghio da fare
piglia lu sole e no’ lu fa calare;
se è stata corta che t’agghio da dire
piglia lu sole e no’ lu fa sparire.
E’ stata corta un gorbu che te sfonna
la paga è poca e la jornata è longa.
Caru padrò tutta la notte pòi suspirà
tanto domà io no nce rvengo a lavorà!
868 LA DONNA LOMBARDA
“Donna lombarda perché non m’ami?
Se ci-hai, marito fallo morì.
Ti insegnerò, ti imparerò.
Piglia la testa di quel serpente,
pistala bbè, pistala bbè.
Mettala dentro la paraffina
col vin più bon, col vin più bon.
Quando ritorna tuo marito,
dagliela e bbè, dagliela a bbè”.
“Donna lombarda, dammi da bè
che ho tanto sé, ho tanto sé!”
“Quale vòi del bianco o del nero?”
“Il vin più bon, il vin più bon,
donna lombarda cos’è ‘sto vì?”
“Si intorbidò, si intorbidò;
fu li lampeggi dell’altra sera
si intorbidò, si intorbidò”.
Parla un fanciullo de nove mesi:
“Non lo beve che c’è il velen!”
“Con questa spada che ci-ho nel fianco,
t’ammazzerò, t’ammazzerò!”
E così finiscon le donne tiranne.
870 FUORI PIOVE E TIRA VENTO
Fuori piove e tira vento,
chi è che bussa al mio convento?
E’ una povera vecchierella,
che se vòle confessà.
Mandatela via! Mandatela via!
È la tentazione dell’anima mia!
Fuori piove e tira vento,
chi è che bussa al mio convento?
È una povera verginella,
che se vòle confessà.
Fatela entrare! Fatela entrare!
Se si vuole confessare!
“T’ha toccato mai lo petto?”
“ Padre, scì, ma con rispetto!”
“T’ha toccato mai la panza?”
“Padre, scì, ma con creanza!”
“T’ha toccato mai la fica?”
“Padre, scì, me sse l’ha finita!”
“Tu se vòi l’assoluzione,,
prendi in mano questo cordone|”
“Non so’ cieca e manco orba,
questo è cazzo non è corda!”
871 IN MEZZO AL MARE
In mezzo al mare ci sta ‘na viola,
non ce sse può passà per quanto dora
non ce sse pò passà per quanto dora.
Arriva un marinaro che la leva
e me leva da lu core ‘na gran pena
e me leva da lu core ‘na gran pena.
In mezzo al mare ci sta ‘na lanterna,
miracolo de Dio che non se ffonna
miracolo de Dio che non se ffonna.
In mezzo al mare ci sta ‘na campana,
quanno tira vento sòna, sòna
quanno tira vento sòna, sòna.
Quanno tira vento sòna, sòna
Quello e l’amore mio che me richiama
Quello è l’amore mio che me richiama.
872 TRE SORELLE
Erano tre sorelle e tutte e tre d’amor,
erano tre sorelle e tutte e tre d’amor.
La più piccina di quelle si mise a navigar
la più piccina di quelle si mise a navigar.
E nel navigar che fece l’anello cascò in mar
e nel navigar che fece l’anello cascò in mar.
Bel pescator dell’onda vieni a pescar più in qua
bel pescator dell’onda vieni a pescar più in qua.
Ripescami l’anello che mi è caduto in mar
Ripescami l’anello che mi è caduto in mar.
Quando l’avrò pescato che cosa mi darai
Quando l’avrò pescato che cosa mi darai.
Ti darò cento scuti e borsa
ti darò cento scuti e borsa ricamà.
Non voglio cento scuti e borsa
non voglio cento scuti e borsa ricamà.
Solo un bacin d’amore se tu
solo bacino d’amore se tu me lo vuoi dar.
Ma che diran le genti che ci
ma che diran le genti che ci vedran baciar.
Si va dietro alle mura nessuno
si va dietro alle mura nessuno ci vedrà!
873 BELLA CIAO (canto delle mondine)
Alla mattina appena alzata,
o bella ciao, bella ciao, o bella ciao ciao ciao
alla mattina appena alzata
in risaia mi tocca andar.
E fra gli insetti e le zanzare.
bella ciao, o bella ciao, o bella ciao ciao ciao
fra gli insetti e le zanzare,
duro lavoro mi tocca far.
Il capo in piedi col suo bastone,
o bella ciao, o bella ciao, o bella ciao ciao ciao
il capo in piedi col suo bastone
e noi curve al lavorar.
Oh mamma mia, o che tormento,
o bella ciao, o bella ciao, o bella ciao ciao ciao
oh mamma mia, o che tormento
io ti invoco ogni doman.
Ma verrà un giorno che tutte quante,
o bella ciao, o bella ciao, bella ciao ciao ciao
ma verrà un giorno che tutte quante
lavoreremo il libertà!
874 PARTIRE PARTIRO’
Partire partirò partir bisogna
dove comanderà il nostro sovrano
chi prenderà la strada di Bologna
e chi anderà a Parigi e chi a Milano.
Se tal partenza o cara
ti sembra amara non lacrimare
vado alla guerra e spero di tornare.
Quando saremo giunti all’Abetone
alzeremo la nostra bandiera
e quanto si udirà forte il cannone
addio Gigina cara buona sera.
Ah che partenza amara
Gigina cara mi convien fare
sono coscritto e mi convien marciare.
Di Francia e di Germania sono venuti
a prenderci per forza a militare.
Però allorquando ci sarem battuti
tutti i mia cara speran di tornare.
Ah che partenza amara
Gigina, Gigina bella e cara.
875 NOSTRA PATRIA
Nostra patria
è il mondo intero
nostra legge
la libertà.
Ed un pensiero
ed un pensiero
nostra patria
è il mondo intero.
Nostra legge
la libertà
sempre sogniamo
vivere in pace
e in libertà!
876 TU DONNA SENZA CUORE
Brucio d’amor per te,
tu fredda come il gelo
nulla senti per me.
Anche che Dio ha creato,
ma di donarti un cuore
s’è dimenticato.
Tu donna senza cuore,
mai saprai cos’è l’amore.
È una cosa meravigliosa,
lo scopo della vita.
Prega il Creatore,
che ti ridia il tuo cuore
così vivremo insieme
le gioie dell’amore
e gusterem la vita
immersi nell’amore.

877 SALTARELLO
Te vojio dà ‘na bbotta dove pisci,
te li vojio fa far quattro vardasci.
Che ce l’avete, lo so’ che ce l’avete,
sotto lu zinale la portate
la peparola pe’ cciaccà lo pepe.
Bella che su lu lettu stai longa e stesa,
io sto jo fori e ci-ho la stanga tesa;
cara che stai su lu lettu longa e bella
io sto a la guazza e ci-ho la tremarella.
Se me lu fai vedé lu biancu pettu
io te lo faccio vedé quanto so’ mattu.
Se me lo fai vedé lo bianco e niro
io te faccio vedé lu cresce e cala.
878 LA MONTAGNOLA
(P= pescatore; C= coro; M= montanina)
P= O montagnola che stai sopra lo scoglio
io dal cuore tuo lo vurrei un consiglio;
pe ditte tutto lo vène che te voglio
giuro che se tu me vòi vè, io me tte piglio.
C= Sei bella, sei cara, quanto me piaci a me
sento nel mio cuore un grand’amor per te!
M= Non posso amarti pescator dell’onde,
perché son piccolina e tu sei grande;
do’ nata su in montagna, fra le fronne
dove ce nasce la janna e le castagne.
C= La neve d’inverno fiocca, devi sapé….
Non ho dote e vestiti per far l’amor con te!
P= Son pescatore e tengo il mio battello,
per ricoprirti tutta di corallo
le braccia, il seno, il visino bello
potrai venir con me a feste da ballo!
C= Vestita, adornata, un angelo o sei tu…
Si fai l’amor con me, godrai un gran piacer!
M= Se io te dessi retta, o escatore,
mamma mia mi potrebbe bastonare;
mi raccomanda sempre di non far l’amore
con i pescator che van per mare!
C= Tra i venti e le burrasche ci potremmo annegar – per questo, bello mio, io non ti posso amar!
879 SALTARELLO
Lo benedico lo fiore de limone,
la giardiniera ti scì mista a fare;
la giardiniera ti scì mista a fare
perché non hai fortuna co’ l’amore.
Lo benedico lo fiore de canna
chi vo’ la canna a lu cannitu venga
chi vo’ la canna a lu cannmitu venga
chi vo’ la figlia, vada da la mamma.
Bellina sete te piace l’allegria,
piglialo per marito un sonatore
che allegra notte e jornu te fa stare.
Che ti fa stare llà
su per l’artica la fece passà;
su per la fila la fece filà;
che allegra notte e jornu
ti fa stare!
Damme la mano e jirimo lo tonno!
Lo benedico lo fiore de pepe,
co’ l’occhi me le fate le ferite,
co’ l’occhi me le fate le faerite
co’ la boccuccia me le risanate!
880 FRISCULA’ DE LA MONTAGNOLA
Frisculà che frisculava,
pe’ li campi passeggiava
jò li campi se gudìa
de guardà le piante de jia.
A guardà le piante de jia
non sai qtanto ce gudìa;
ma spettava de toccalla
quanno java a frisculalla.
Lu frisculà de la montagnola
se la magna a bocca piena
la ‘nzalata campagnola
perché l’ojio no’ lo pena.
Issu l’ojio no’ lo pena
jò lu frisculu che manna
l’ojio vòno se lo freca
se ne freca quarche spanna.
Poi pe’ non fa vedé l’imbroglio
a chi frecava l’ojio
jé uffrìa ‘na vruscherra
e la buttava in barzelletta.
A lu frisculà che frisculava,
ojio e fregne non jé mancava
jé mancava li quatri
ma no de certo un venardì!
881 CANTO DEL PROSCIUTTO
E’ mo’ che so’ ‘rrivatu qui presente,
non me vurrìo mostra tanto ‘gnorante.
Non me vurrìo mostrà tanto ‘gnorante,
saluto chi me vede e chi me sente.
Lo canto uno stornello un po’ più fino,
in questa casa è nato un bel bambino,
bianco, rosscio e assai carino.
Bene diglielo fiore de canna,
tanti saluti mannerò a la mamma.
Lo canto uno stornello piano, piano,
e lu babbu che è contentu salutiamo.
Quanno canto che òta io me sbaglio,
bisogna che staco un po’ più sveglio.
Te lo voglio cantà: “Fiore de noce,
contenti che è ad’è natu ‘stu nipote!”
Lo canto uno stornello un po’ più lesto
perché jé l’hanno fatto già un bel libretto.
Amici cari cìè chi comme me ce spera
ma lu prisuttu non se vede ancora.
Cara famiglia mostratevi cortese
non vi fate canzonar da tuttu lu paese.
La canto ‘na canzone molto lesta,
ci sta la vergara che ce spetta.
La canto ‘na canzone e ‘na novella,
ce la date scì ‘na bbella tettarella.
Te la voglio cantà: “Fiore de lino,
‘n’atra tettarella e ‘na goccetta de vino!”
La voglio cantà, qui: “Fiore de lino
facimo festa, scì, a ‘sto bambino!”
Ma certamente, amici, che ve pare?
Tutti quanti io devo ringraziare
pe’ lu prisuttu che ci-avete fatto vedere,
tutti quanti dobbiamo ringraziare.
882 CANTI A DISPETTO
Ffaccete a la finestra, o mocciolosa,
nemme ‘na camiscia dai lavare;
porti ‘na treccia tutta pidocchiosa
e li piducchi ce canta comme le cecare.
Che vai facenne, merlu, da ‘ste parte,
che le contrade le scì jirate tutte;
te ss’è cunsumate tutte le scarpe
e ‘na donna non scì troato tra tante matte.
Bella che scete nata su la montagna,
scì figlia d’una perfida carogna;
hai succhiato lo latte da ‘na cagna,
a far l’amor con te è ‘na gran vergona!
E statte zittu co’ ‘ssa cantatora!
M’hai fatto spaventare la somara,
m’hai fatto spaventare la somara
non me la tira più la cacciatora!
Ffacceta a la finestra musu a biccu,
che lu ragazzu tuu, certo, è lu gattu!
Sta attenta cjhe non te freca lu pinicchiu
ché per la pentecana ce va mattu.
Ma guarda chi mi viene a minchionare,
un giovane più jallu d’un limone!
Co’ lu limone ce sse fa le fette,
cucchiara e ramajiolu e zampe secche!
O bella ti dovresti vergognare,
a quindici anni non ci-avevi più l’onore;
davanti a te se ‘ccorcia lu zinale,
jornu per jornu, stai per partorire!
So’ stata a Roma a comprà un cavallo,
di dietro mi venica un somarello
di dietro mi veniva un somarello
rassomigliava tanto a te, io non me sbaglio!
Bellina che lavori a porta chiusa,
perché l’avete corta la camiscia?
Quanno che te bbassi, te sse vede casa;
bella la tua sorella se fa ‘na risa!
Quanno che te ‘bbassi casa te sse vede
Bella, la tua sorella, se la ride!
Che ne fai dell’ommini ciuchitti?
Se vutta sopra lu lettu, pare li gatti
se vutta sopra lu lettum, pare li gatti
ma è solo la rruina de li pagliaricci!
Davanti casa tua se joca a bocce,
tu non te pòi marità: sei senza pocce!
Lo benedico lo fiore de menta,
su la piantuccia mia non ce sse monta,
su la piantuccia mia non ce sse monta
se a lu prete tu non dici ‘lla parola santa.
Davanti a casa tua, bella, ci passo,
faccio muna riverenza e te cce piscio!
883 TARANTELLA
Gioventù curiosa e bella,
noi canterem la tarantella
narrerem di quelle ragazze
che per l’amore vanno pazze,
di quelle che fanno le vergognose
ma sono le più viziose;
di quelle che fanno le madonnine
ma che sono le più birichine.
La tarantella sì,
canta lu galle fa chicchirichì
tu carinella non fili e non tessi
tuttu lu jornute la spassi
ma li denari chi te li dà?
Se mi date un bicchier di vino,
io canterò ancora un pochino
ma se lo vino non è buono,
io, bella mia, ti abbandono.
La tarantella sì,
canta lu galle fa chicchirichì;
tu carinella non fili e non tessi
tuttu lu jornu te la spassi
ma li denari chi te li dà?
Ormà è ora di fare la nanna,
ma ‘stu pupu non vòle durmì,
se ‘stu figliu ‘ssomioglia a la mamma
tanto male non pòle vinì.
La tarantella sì,
canta lu galle fa chicchirichì;
tu carinella non fili non tessi
tuttu lu jornu te la spassi
ma li denari chi te li dà?
Jimo, bellina mia, jimo a la vignallà ce la faremo ‘na capanna
lu lettu lu faremo de gramigna
e lu capezzale de foglie de canna
le lenzole co’ li pampili dell’ua,
dormi, bellina mia, in questa frescura.
La tarantella sì,
cante lu galle fa chicchirichì;
tu carinella non fili e non tessi
tuttu lu jornu te la spassi
ma li denari xhi te li passa?
Quanno che Noè piantò la vigna,
da la vigna ne venne lo vino
un liquore dal sapore divino,
a chi non jé piace jé venga la tigna
a me la tigna non m’ha ‘ttaccato
lo bevo puro a mai ‘nnaccquato.
La tarantella sì,
canta lu galle fa chicchirichì.
Tu Carinella non fili e non tessi
tuttu lu jornu te la spassi
li denari te li porta li fessi!
884 LU CONTADI’
Dice un dettu anticu,
finora mai smintitu:
sia su lo colle che jò la piana
lu contadì è ‘na gran limana.
Co ‘l’industri e co’ l’ingannu
issu ce campa tuttu l’annu.
Ma gnà dillo sottovoce,
piano piano, doce doce:
è ‘na persona de gran testa
de saccoccia e mano lesta.
Scopre sempre un certu ‘mbrogliu
che jé rrempie lu portafogliu.
Ci-ha un cervello da cafone,
ma è più furbu del padrone.
Per comme se comporta,
co’ lla faccia da cojò
te pare tanto ingenuu
ma è un grossu birbacciò.
Basta che te tocca,
che te tegne o che te coce.
A la fine de le stajo’,
co’ la scusa de la secca
a llu poveru padro’
non jé manco ‘na noce.
Se non jé stai lontano
te sse suga piano piano
pe’ frecatte non ce riposa
lu padro’ ne sa checchosa.
Quanno va a spartì
ce tròa sempre lu contadì.
Lu padro’ vòle la metà
lu contadì volentieri jé la dà,
ma è sempre la metà
de la metà de la metà.
Fa la corte a la padrona,
tanto vèlla e tanto vòna
e se jé capita non la perdona.
Evviva lu contadì,
evviva. Evviva lu contadì.

885 ANDASSIMO TUTTI E TRE
Andassimo tutti e tre,
dove andremo stasera a ce’,
noi andremo da una bell’oste
da la più bella della città.
Oh bondì, bonaseta a te,
oh bondì, buonasera a te
cosa abbiamo stasera a ce?
C’è il salato, pane e vino.
Portane pure ‘na quantità
c’è il marinaio che pagherà.
La bella Gigia che apparecchiava,
la bella Gigia che apparecchiò
il marinaio la rimirò.
Marinaio cosa rimiri?
Io rimiro la tua figliola,
se per spoda me la vòi dar.
La mia figliaio non te la nego
purché tu gli giuri fedeltà,
di star sett’anni senza toccà.
Metteremo l’anello al dito
poi andremo dal sor curà
e tutti e due ci facciamo sposar.
Il marinaio appena sposati,
in barchetta se ne montò
e in alto mare se la portò.
Quanno fu llà in mezzo de mare
la barchetta si rovesciò
e la bella Gigia s’annegò.
Se io campassi mill’anni
il marinario non lo fo più
perché rovina la gioventù.
886 IL CANTO DEI MESI
Io so’ gennaro e sto ‘ccanto lo foco,
brillo l’arrosto e faccio un bel gioco,
e lo faccio per questi signori
fra l’atri mesi io sono il migliore.
Io so’ febbraro e vaco npo’ zoppu
sto fra li geli e ‘mmazzo lu porcu,
e lu ‘mmazzo per quisti signori
fra l’atri mesi io sono il migliore.
Io so’marzo sventurato,
che la carne non ho magnato,
non ho magnato per quisti signori
fra l’atri mesi io sono il migliore.
Io sono aprile e sono gentile,
tutte le piante le faccio fiorire,
giovani e vecchi fo rallegrare,
le giovani belle fo innamorare.
Ecco maggio che è venuto,
con la giacca di velluto,

che de fiori me ‘dorno il cappello
me lo ‘dorno de rose e de fiori
fra l’atri mesi io sono il migliore.
Io so’ giugno che mèto lo grano
e lo mèto per quisti signori
fra l’atri mesi io sono il migliore.
Io so’ luglio che spulo lo grano
e lo spulo con tanta allegria
e lo spulo per quisti signori
fra l’atri mesi io sono il migliore.
Io so’ agosto che ‘ssetto le votte
giovani e vecchie le ‘ssetto tutte
e jé levo tutto il fortore
jé lo levo per quisti signori
fra l’atri mesi io sono il migliore.
Io so’ settembre e sono cortese
pe’ li ricchi e li poveri faccio le spese,
jé porto uva, fichi e meloni
fra l’atri mesi io sono il migliore.
Io so’ ottobre che semina il grano,
semino la costa e semino il piano,
e lo semino pe’ quisti signori
fra tutti li mesi io sono il migliore.
Io so’ novembre che pacco le legne,
e le pacco per quisti signori
fra l’atri mesi io sono il migliore.
Io so’ l’utumu e me chiamo dicembre,
davanti me coce e de reto me ncenne;
scortico capre, capritti e caproni
co’ l’atri mesi non fo paragoni.
887 SCACCIAMARZO
Fori Marzu, dentro Aprì,
fori l’oe de lu contadì;
s’è lamatu lu camì
me sse rotta la pignola
forza vergara dacce du’ ova.
Se ce dai quarche cosetta
tutto lo jì te sse rrenfresca;
se che cosetta nce vòi dà
tutto lo jì te sse possa seccà.
Fate presto e non tardate,
che dal ciel casca la brina
fa vinì la tremarella
dacce l’oe co’ la ciammella.
Scappa fori la vecchierella,
co’ tre oe pe’ la pannella;
scappa pure un vecchiarellu
co’ tre oe su lu cappellu;
scappa fori la vergara
co’ tre oe sopra la spara.
Scappa fori lu vergà
co’ lu scioppu su le mà.
E se non ce date gnente,
che ve piegliesse n’accidente;
tanti chioi su pe’ lu muru
tanti cechiri lla pe’ lu culu;
tante vollette sotto le scarpe
tanti cechiri llà pe’ le chiappe;
tante vollette su pe’ la porta
tanti cechiri dietro la groppa!
888 CANTO A BATOCCU
Con te, bellino mio, non ci ho mai cantato,
con voi, bellina mia, non ci ho mai cantato
jimo jò tenna
jimo de qua e de llà
quanno scimo da piedi
ce rlaimo le mà,
ce rlaimo le mà co’ l’acqua chiara.
Questa è la prima òta e te saluto,
questa è la prila òta e te saluto.
Te la scì fatta ‘na sottana,
d’ogni piega ‘na campana;
te la sc’ fattu un sottanì,
d’ogni piega un campanì;
te la scì fatta ‘na mantellella,
d’ogni piega ‘na campanella;
lu ventu te le move e quelle sona!
Te do la buonasera e più non canto,
te do la buonasera e più non canto;
ce facimo ‘na passeggiata
a Servigliano e Fallerò
e po’ ce rivurdimo
a Fallerò e Servigliano;
serviglianella mia, serviglianella!
Serviglianella mia, serviglianella!
Lu somaru jò lu fossu
co’ lu cà che porta l’ossu
lu patrò va a collu tortu;
lu somaru va ragghienne
lu patrò va vestemmienne.
Un gorbu a lu somari e a chi lu mena!
Un gorbu a lu somari e a chi lu mena!
L’acqua del molino
Trastulla tanto grano.
L’amore te consuma, Ninetta cara!
L’amore te consuma, Ninetta cara!
Vergara fa li piatti,
che mo’ vinimo su;
con questa che ce canto
e magnimo tutti e do’.
Magnimo tutti e due per davvero!
Davanti casa tua ,
c’è ‘na pianta de fichi,
rima che te mariti
me li farri proà!
Me li farrai proà li fichi tui!
La gorba jò lu fossu non se vede
e io non canto più se non se beve!
889 LAMENTO DELLA SUOCERA
“Cara Rosa, commà mia,
me capita ‘na cosa
che per me è ‘na malatia:
La moglia de lu figliu mia
è la bboia de ‘sta casa.
E’ vinuta ‘sta noraccia,
me tè comme ‘na straccia.
Me fa tanto suffrì,
che non pozzo più campà!
Me manca de rispettu,
me fa tutte le cose pe’ dispettu!
Prima commannavo tutti a bacchetta,
ora conto meno de ‘na ciavatta!
Da padrona che ordinava,
me sento pegghio d’una schiava!
Non commanno più de co’;
ormà piglio un basto
e a questa maleducata
jé la ‘ssetto ‘na bbella vastonata
e po’ la caccio de casa!
Se lavoro o non lavoro,
me guarda sempre niro;
gnente jé sta vène
e me fa scoppià de pene!
Commà mia che devo fa?”
“Cara commà Marì,
io ‘nte saccio cunsiglià;
devi solo sopportà
cuscì potrai scontà
quello che scì fatto suffrì
a la matre de Pippì.
Pippì lu maritu to’
te le ricorda quesse co’
ma tu ‘nte pòi lamentà.
Lu conosci lu proerbiu:
quello che se fa se stròa?
Allora non te ne fa ‘na nòa,
‘nte duvristi manco lamentà,
ma duvristi solo murì,
comme la matre de Pippì.
Cara Marì, de più nte saccio dì!”
890 LO SAPE’ DE NONNU
Quello che ve dico me l’ha ditto nonnu,
che è campatu tanto a lungo in quistu munnu:
“Caru niputinu miu,
lu munnu è largu e bellu,
chi va in carrozza,
chi a piedi e chi a cavallu.
C’è chi magna sempre a du’ canasce,
chi rcoglie le mugliche e magna solo esse.
Lu munnu è tanto variu e tanto largu
Che c’è postu per l’onestu e lu vastardu;
c’ è lu birbacciò che non se sa comme se arricchisce,
c’è lu purittu che da secoli patisce.
C’è chi magna e se bbotta da crepà,
c’è invece chi riesce a magnà solo pe’ campà.
C’è lu vicinu che è sverdu e fa li sordi,
ma se jé vòi dì latru è sempre tardi.
Il calzolaio furbacchione fa le scarpe di cartone,
l’oste, birichino, co’ l’acqua raddoppia il vino;
lu prete disonesto freca li sordi nal poveretto,
lu contadì a lu patrò non jé rdà quascì co’;
ci sta lu surdu che non ce vede
e pure lu cecu che non ce sente
per questo chi ce vede e chi ce sente
a tutti l’atri freca sempre la patente.
Quistu è lu munnu da che munnu è munnu
è certo che lu po’ cambià solo lu Patreternu!
Allora, coccu vèllu, me devi da scordà
se vòi ‘mparà a campà:
te devi comportà comme lu ca’
mucciaca a tutti anche a lu compà
e babbu devi chiamà solo chi te dà a magnà.
Questo nonnu me diìa, durante l’agonia;
era tutto quello che sapìa
e che, purittu, avìa capito in vita sua!
891 IL FRATE CERCATORE
Un bravo frate cercatore,
in nome del Creatore
a tutte le signore
la chiede la carità.
Cara Nenella, cara Nenè,
l’ha chiesta pure a me!
Cara Nenella, cara Nenè,
se puoi farla, falla
falla la carità;
farla per amore
te dà tanto piacere;
fare la carità è ‘na cosa bella,
falla, falla, cara Nenella.
Da me spesso passa un frate
Che dice sempre “Orate frate!”
Esso è bello e vigoroso,
porta il nome di “Fra Generoso”,
che a tutte le donne belle
fa contà le stelle
chiedendo la carità.
Se dice che è un gran birbone
che a tutte le donne del rione
senza alcuna distinzione
la chiede la carità.
Egli è un frate cercatore,
che le cose bene le sa fare,
le fa solo per amore,
tutte cose che se po’ fare.
Il frate cercatore
è un gran conquistatore
egli è tanto avvenente
che tutte le donne j ésse arrende.
Tutte jé dona lu core
che egli accetta per amore
che accetta per carità.
Il frate cercatore,
fa comme l’esattore,
che ogni volta che passa
riscote la tassa
la tassa dell’amore.
che il frate cercatore
chiama carità.
Evviva il frate cercatore
evviva, evviva la carità.
Il frate cercatore
è un grande peccatore
che solo per amore
cerca tanta carità.
Ti ruba sempre il cuore,
e ti chiede la carità.
Cara Nenella, cara Nenè
fare la carità è ‘na cosa bella,
se pòi farla, falla
falla la carità;
farla per amore
te dà tanta felicità
che più grossa nse po’ proà!
Evviva il frate cercatore
Evviva, evviva la carità!
892 SERENATA
Io me ne vengo pianino, pianino,
co’ le lacrime agli occhi e il cuore in mano;
co’ le lacrime agli occhi e il cuore in mano,
sempre pensando a te viso carino.
Ve so’ venuto a fa la serenata,
patrò de casa, se contento siete;
ci avete ‘ma figliola da maritare
e dentro sse bianche mura la tenete!
Se per caso fosse addormentata,
per gentilezza m la sveglierete.
Ti scì corgata o non ti scì corgata?
Se canto non ti voglio far dormire,
sopra l’ouverture di pagni de lana,
ascolta il mio cantare e poi dormi, cara.
Sopra lu lettu li pagni mettete
ascolta il mio cantare, poi dormirete.
Quanto siete ballina su lu visu,
sembrate un garofoletto su lu vasu
sembrate un garofoletto su lu vasu
lu meglio fiore scì de lu Paradisu.
M’ero spogliato, e m’ero andato a letto,
quanno me venne la tua fantasia.
Con un momento me arso e me vesto,
prendo i miei ornelli e vado via.
Sotto la tua finestra mi presento,
da un capello che io voglio salire
butta un capello de ‘ssa bionda testa;
capello biondo in terra ha da venire.
Quanno sarò salito alla finestra,
fateme posto che io voglio dormire
fateme posto che io voglio dormire,
ma prima ci dobbiamo divertire.
Giammai non m’hai voluto acconsentire!
Non te ne accorgi che mi fai morire?
La notte mi fai perdere lo sonno
il giorno senza core mi fai andare!
Se stanotte non mi fai entrare,
t’avverto che io più non ritorno!
893 ANNO NUOVO
Sono il padre di dodici figli,
tutti e dodici son tanto belli;
le so’ ‘lleati fra rose e gigli
e so’ lu patre de dodici figli.
La vita, cari figli, eccola qui,
o vèlla o vrutta, come vòle andare.
Ora è callo ora è freddo. Lascimo stare!
Il sommo reator la vo’ cuscì!
Io so’ Gennaio, e sto vicino al foco,
vrillo l’arrosto e fo un bel gioco.
Lo vrillo pe’ ‘sti signori,
fra l’altri mesi io sono il migliore.
Io so’ Febbraio che godo il sereno,
non mi guardate se sono un po’ zoppo
fra l’altri mesi meglio me porto.
Io so’ Marzo sventurato,
che la carne non so’ mai magnato
de la carne io magno il brodo:
questi signori me l’han comandato,
pove marzo sventurato.
Io so’ Aprile, vago e gentile,
alberi e frutti faccio fiorire,
vi fò sentire gli uccelli cantare
giovani e vecchi io fò rallegrare.
Io so’ Maggio e sono il più bello,
di rose e fiori adorno il cappello,
di rose e fiori adorno il cappello
il mese di Maggio è sempre il più bello.
Io so’ Giugno e mèto lo grano,
mèto sul monte e mèto giù al piano,
e lo mèto con tanto sudore,
fra l’altri mesi io sono il migliore.
Io so’ Luglio che batto lo grano,
lo batto sul monte e lo batto giù al piano
lo batto per questi signori
fra l’altri mesi io sono il migliore.
Io so’ Agosto ed è callo sciupato
frutti maggiori io ho maturato;
se il contadino non avesse vangato
grosso poltrone sarebbe chiamato.
Io so’ settembre, sono cortese
a ricchi e puritti io faccio le spese;
io porto l’uva, fichi e limoni
li fo’ contenti ‘sti bravi padroni
e jé li porto li frutti più boni
e jé li porto li frutti più belli
perché so’ tutti miei cari fratelli.
Io so’ Ottobre, che semino il grano,
semino per monti e semino al piano
e lo semino a signori e signore
fra l’altri mesi io sono il migliore.
Io so’ Novembre e sono elegante,
gonfio li fossi e secco le piante.
Per festeggiare San Martino,
io per primo assaggio il vino.
Io so’ Dicembre, ultimo mese,
davanti me scallo e de dietro me ncenne;
scortico capre, capretti e caproni
per far contenti ‘sti signoroni.
894 MAMMA MORO, MAMMA MORO
Mamma mòro, mamma mòro,
pe’ ‘na cosa che all’orto sta.
Mamma mòro, mamma mòro,
pe’ na cosa che all’orto sta.
E zitta e zitta figlia mia
l’insalatina te vò a pijià.
E zitta e zitta figlia mia,
l’insalatina ti vò a pijià.
Oh mamma no, mamma no
L’insalatina guarir non me po’.
Ma quanto ‘ tonta la mamma mia,
che non conosce la maladìa.
Ma quanto è tonta la mamma mia,
che non capisce la maladìa.
Mamma mòro, mamma mòro,
pe’ ‘na cosa che all’orto sta.
E zitta e zitta figlia mia,
lo ravanello ti vò a pijià.
E zitta e zitta figlia mia,
lo ravanello ti vò a pijià.
Oh mamma no, mamma no,
lo ravanello guarir non me po’.
Oh mamma no, mamma no,
lo ravanello guarir non me po’.
Ma quanto è tonta la mamma mia
che non capisce la maladìa.
Ma quanto è tonta la mamma mia,
che non capisce la maladìa.
Mamma mòro, mamma mòro,
pe’ ‘na cosa che all’orto sta.
Mamma mòro, mamma mòro,
pe’ ‘na cosa che all’orto sta.
E zitta e zitta figlia mia
lo sellerino te lo vò a pijià.
E zitta e zitta figlia mia,
lo sellerino te lo vò a pijià.
Oh mamma nio, mamma no,
lo sellerino guarir non me po’.
Ma quanto m’ tonta la mamma mia,
che non capisce la maladìa.
Quanto è tonta la mamma mia,
che non capisce la maladìa.
Mamma mòro, mamma mòro,
pe’ ‘na cosa che all’orto sta.
Mamma mòro, mamma mòro,
pe’ ‘na cosa che all’orto sta.
E zitta e zitta figlia mia,
l’ortolanello te vo’ a chiamà.
E zitta e zitta figlia mia,
l’ortolanello te vo’ a chiamà.
Oh mamma scì, mamma scì,
l’ortolanello me pòle guarì.
Oh mamma scì, mamma scì,
l’ortolanello me pòle guarì.
Ma quanto è furba la mamma mia
che ariconosce la maladìa.
Ma quanto è furba la mamma mia,
che ariconosce la maladìa.
895 SALTARELLO
Se per casu jimo de sotto,
io co’ la pala tu co’ la forca;
se per casu jimo jò l’ara
io co’ la forca tu co’ la pala
ll’ajò te le dirrò…. ma du’ parole!
La donna se è piccolina
l’amore so sa far
e co’ ‘na parolina
tutti li cuori fa innammorà;
e dopo ‘nnammorati
e dopo ‘nnammorati
vo’ far l’amore.
La campana senza batoccu,
ccomme diavulu pòle sonà,
l’orologiu senza la sfera
comme diavulu pòle segnà.
A casa mia ci sta un miscittu
biancu, rusciu e graziusittu
co’ lu fiatu ppiccia lu focu
co’ la lengua rlecca lu piattu
co’ la zampa ce schiuma la pigna
co’ la coda ce scopa la casa
è proprio ‘ngignusu lu gattucciu miu.
La bella molinara s’ha perso lu gattì,
tutta la notte chiama Ninì, Ninì, Ninì
Venni qui…. o bella molinara!
Giovanottacciu ‘bbassa lu cappellu
Che la jente de nu’ borbotta tanto
che la jente de nu’ borbotta e dice:
“Lascete jì l’amore cor felice!”
La fronna dell’olivo è msempre verde,
tu belli nella quanto sei galante,
a me me pizzica a te te pizzica,
s’è rrabbiato lo pizzicà.
Se te pizzico io ‘nte devi mòe,
se te pizzica l’atri scappa via
e fugghia pure llà….
aza le cosse e spula lo grà.
Te voglio dà ‘na bbotta a lu zinale,
te voglio fa dì mamma me dòle
te voglio fa dì mamma me dòle
mamma me dòle e ppo’ m’ha fatto male.
Lo benedico lo fiore de spì bianco,
me pizzica lu core dentro e fori
quanno me vedo la mia bella accanto
quanno me vedo la mia bella accanto:
la vedo accanto llà….
Sbrighete bella a damme la mà.
Lo benedico lo fiore de pepe,
a chi la promettete a chi la date
a chi la promettete a chi la date
se ve la chiedo io la mà me la negate.
Lo benedico lo fiore de morteca,
lu pesce jò lu mare non se ffoca
lu sorrece tra la pula non se ceca
non se ceca oilà….
Sbrigete, o bella, damme la mà.
896 CANTU A BATOCCU DE LO METE
Con quistu, bellu, non ce so’ mai cantato,
voleme vène ch’io vène te voglio.
Sull’ortu de lu curatu,
c’è ‘na pianta de gersomì,
e su lu meglio ramu
ci-ha fatto un nidu lu cardillì.
Canta cardellino mio, canta cardillì,
pe’ la prima òta te saluto
cardellinello mio, cardellinello.
E l’ho fatta la pulenta,
non è cotta, è troppo lenta;
ce so’ fatto li zallocchi
non so’ crudi e manco cotti;
con un saccu de farina
ce n’ho fatti ‘na sessantina.
Ma la bellina mia no’ la vò magnà!
897 CARA NENELLA
(U=uomo; D= donna)
U= Cara Nenella, cara Nenè,
quanno stai vicino a me
sento un bruciore insolito
‘na cosa che me rosaca
un pizzicore che me scotica
un focu che me bbruscia
un certu non so’ che,
una gran voglia un estru
de far l’amor con te!
Cara Nenella, cara Nenè.
D= Ormai ne so’ sicura,
che anche tu checcosa senti
stasera, spero tanto
me lo farrai sintì.
U= Cara Nenella, cara Nenè,
se tu vòi sapé che sento,
col cuore assai contento
all’orecchio te lo dirò!
Ma tu stamme attenta,
te lo farrà sintì.
Mo’ che lo scì sintito
spero che che scì capito
quello che voglio da te!
Cara Nenella, cara Nenè!
D= Lo so’ capito vène,
carino mio
quello che tu vòi.
L’amore che tu cerchi,
da me lo troverai!
L’amore che tu cerchi
io te lo darò!
L’amore che tu cerchi
io te lo darò!
898 VOI BONA GENTE
Voia bona gente,
che avete bon core
e tutti quanti
vi prego ascolare.
E ancor nel mondo
si deve soffrire
perché lavoro né pace non c’è!
Ma da lontano
si sente cantare
da quella terra
del sole splendente
che un’alba nuova
dovrebbe arrivare
per chi combatte
per la libertà!
Che un’alba nuova
dovrebbe arrivare
per chi combatte
per la libertà!
E tra le stelle
che passan nel ciel
è la più grossa
l’è rossa e splendente /e in tutto il mondo
rivolta sarà!
E in tutto il mondo
dall’est all’occidente / rivolta sarà!
899 AL BALLO DI MONTEDINOVE
“Figlia mia, vòi vinì al ballo?”
“Babbu miu, dove, dove?”
“Sulla piazza di Montedinove!”
“Babbu miu non vengo, no!
Le scarpette non ce l’ho!”
E il babbo se ne jette,
le scarpette jé le fece
ma la mamma se la ridìa:
“Le scarpette a la figlia mia!”
“Figlia mia vòi vinì al ballo?”
“Babbu miu, dove, dove?”
“Sulla piazza di Montedinove!”
“Babbu miu, non vengo, no!
Le mutanne non ce l’ho!”
E il babbo se ne jette,
le mutanne jé le fece
ma la mamma se la ridìa:
“Le mutanne a la figlia mia!”
“Figlia mia, vòi vinì al ballo?”
“Babbu miu dove, dove?”
“Sulla piazza di Montedinove!”
“Babbu miu non vengo, no!
La camiscia non ce l’ho!”
E il babbo se ne jette,
la camiscia jé la fece
ma la mamma se la ridìa:
“La camiscia a la figlia mia!”
“Figlia mia vòi vinì al ballo?”
“Babbu miu dove, dove?”
“Sulla piazzadi Montedinove!”
“Babbu miu non vengo no!
Lu vustu non ce l’ho!”
E il babbo se ne jette,
e lu vustu jé lu fece
ma la mamma se la ridìa:
“Lu vustu a la figlia mia!”
“Figlia mia vòi vinì al ballo?”
“Babbu miu dove, dove?”
“Sulla piazza di Montedinove!”
“Babbu miu non vengo, no!
Li pennenti non ce l’ho!”
E il babbo se ne jette,
li pennenti jé li fece
ma la mamma ce ridìa:
“Li pennenti a la figlia mia!”
“Figlia mia vòi vinì al ballo?”
“Babbu miu dove, dove?”
“Sulla piazza di Montedinove!”
“Babbu miu non vengo, no!
Li coragli non ce l’ho!”
E il babbo se ne jette,
li coragli jé li fece
ma la mamma ce ridìa:
“Li coragli a la figlia mia!”
“Figlia mia vòi vinì al ballo?”
“Babbu miu dove, dove?”
“Sulla piazza di Montedinove!”
“Babbu miu io ci verrò,
ormà tutti li pagni io ce l’ho!”
900 CANTAMAGGIO
Cari signori in noi vi salutiamo tutti,
vi cantiamo storielle e veri fatti;
maggio ci porta fiori e frutti
e non li raccogliamo quando è fatti.
Noi siam giovani mascherati da cantanti,
in giro andiamo perdere per mangiare;
ma soprattutto alle donne per donare
tante piante nella buca da piantare.
Maggio è il mese dell’amore,
tutta la natura scoppia di bellezza;
giovani e vecchi in petto sentono un calore
che sono le donne riescono a calmare.
Nelle notti dalle stelle illuminate,
alle belle donne cantiam le serenate;
ma appena la timida luna in ciel s’affaccia
ogni amante il suo car’amore abbraccia.
Quando col caldo cantan le cicale,
spuntano le corna alle donne e a le cucciole;
maggio è un mese buono e benedetto
che frutti dà al ricco e al poveretto.
Il cielo è pieno di festose rondinelle,
e non riescono a piantar maggio pure le zitelle;
i sospiri di tanti innamorati
sono dal canto dei grilli intervallati.
Si vedono le donne sulle finestre sulle porte,
s’ode il melodioso usignolo sulle fratte;
c’è chi la luna e le stelle vuol coprire
e nella notte scura far l’amore.
Da secoli che questa strana usanza,
di piantar maggio dentro una buca cupa;
sempre la buca se troa sotto la panza
e l’antichi di nome l’han chiamata fica.
Avete visto a tramontar del sole,
quando fece partenza maggio-aprile,
aprile donò rose rosse e ancor viole
e maggio portò frutti buoni da mangiare.
La primavera ci conviene di lodare
e maggio che ci porta tanti fiori;
giovani e vecchi di far rallegrare
villani, artisti, poveri e signori.
La senti l’aria com’è pungente
gli uccelli volano tutti allegramente,
volan di qua e di là fra rami e piante
cantando il lor linguaggio o dolcemente.
Di maggio si rallegrano i padroni,
vanno a casa dei contadini

si abbuffan d’arrosto di piccioni
e con abbondante brodo di capponi.
Anche il contadino sta contento
se col padrone non s’è indebitato tanto;
dice quanto è agosto farò il conto
ma già avrò rubato il trentatrepercento.
Ogni frutto finalmente a maggio allega,
pure la fava svelta fa la teca,
il sole tutte le riscalda le creature
e nella gioventù risveglia amore.
È un mese che tutti i cuori infiamma,
della nonna, della figlia e della mamma;
è un mese che all’amore leva i freni
giovani e vecchi fa felici più sereni.
Si rallegrano le donne in questo mese,
per i baci, le carezze e le mimose;
alle ragazze si offrono fiori, rose e viole
ma i giovani vogliono la cosetta che ci vòle.
Vedere la campagna tutta verde e colorita,
è uno dei più grossi piaceri della vita;
si scalda il cuore in petto e batte forte,
ai piaceri dell’amor si pensa e no alla morte.
Forse è colpa del vin che abbiam bevuto,
se ci sentiamo tanto accelerati;
ma se tu, povero caro, del vin porti la botte
noi allegri ti cantiam tutta la notte.
Caro verdiano non ti auguriamo ogni bene,
e la tua vita mai non conosca pene;
piglia i bicchieri ed un gran boccale
facce di provar s’era buono il tuo maiale.
Caro verdiano monta su quel banco,
e tagli alla una fetta di quel porco bianco;
tagliala dalla parte della coda
il prosciutto è buono, ma è meglio la padrona.
Un suonatore sta sveglio col cervello,
che la verdiana già promesso un gallo;
con essa entra di nascosto nella stalla
e fagli senti la bontà del tuo mattarello.
O verrgaretta or che l’hai provato,
chi lascia il suonator che con te ha goduto;
a mezzanotte contento maggio l’ha piantato
e noi seguitiamo a cantar a perdifiato.
Or che il mese di maggio è terminato,
mettiamo di cantar, ci riposiamo un poco;
ma le donne che ancor nel petto hanno fuoco
onoreranno il delizioso maggio all’infinito!
901 IL RITORNO DEL SOLDATO
si prende il suo cavallo,
se ne va alla guerra
traversa le montagne
della Liguria bella.
E dopo sette anni,
se ne ritorna a casa

ritrova la sua mamma
che forte ne piangeva.
Mamma, bella mia mamma,
cosa hai da raccontarmi
cosa hai da raccontarmi
della mia cara bella.
Figlio bello mio,
la tua morosa è morta
è morta e seppellita
è morta sotto terra
E’ morta il seppellita,
l’è morta sotto terra
l’è llà in quella cappella
dove un dì tu l’hai sposata.
Si prende il suo cavallo,
e se ne va alla tomba.
“ Parla bocca d’amore
parlami ancor ‘na volta!”
“ Risponderti non posso,
perché son sotto terra
colpa di questa guerra
che m’ha fatto assai soffrir.
Non seminar né fiori,
né ori né argenti
lasciami nei tormenti
lasciami riposar.
Non seminar né fiori
né ori né argenti
lasciami nei tormenti
lasciami riposar!”
902 BELLA CIAO (versione partigiana)
Una mattina mi sono svegliato
o bella ciao o bella ciao o bella ciao.
Una mattina mi sono svegliato
e ho trovato l’invasor.
O partigiano portami via
o bella ciao, o bella ciao o bella ciao.
O partigiano portami via
o bella ciao, o bella ciao o bella ciao.
E se io muoio da partigiano
o bella ciao, bella ciao o bella ciao.
E s’io muoio da partigiano
tu mi vieni a seppellir.
A seppellire lassù in montagna
o bella ciao, o bella ciao o bella ciao.
A seppellire lassù in montagna
un bella ciao, o bella ciao o bella ciao
E le genti che passeranno
o bella ciao, o bella ciao o bella ciao.
E le genti che passeranno
diranno che bel fior.
E questo è il fiore del partigiano
o bella ciao, o bella ciao o bella ciao.

E questo è il fiore del partigiano
morto per la libertà.
Ed era rossa la sua bandiera
o bella ciao, o bella ciao o bella ciao.
Ed era rossa la sua bandiera
c’era scritto libertà!
903 C’ERA UN DI’ UN SOLDATO
Alla guerra m’han chiamato,
è l’ora della partenza
partirò soldato;
Rosina mia porta pazienza
che alla morte mi tocca andar
che alla morte mi tocca andar
che alla morte mi tocca andar.
E alla morte io me ne vado,
io me ne vado’nnocentemente
cosa diran di me la gente
diran che è barbaro e crudeltà
diran che è barbaro e crudeltà
diran che è barbaro e crudeltà.
E c’era un di’ un soldato,
tornato dalla guerra
e c’era un di’ un soldato
tornato dalla guerra,
che giunto al suo paese
trova rovine morte
anche i sui figli
hanno la stessa sorte.
“Mamma, mia cara mamma,
ed dammi le notizie
ed dammi le notizie
della diletta sposa.”
“ O Bruno, mio caro Bruno,
la sposa è sotterrata
e la guerra l’han perduta!”
“Sian maledetti quelli
che in guerra m’han mandato
e della nostra vita
a loro tutto ho dato
contro i miei compagni
non voglio più sparare
contro quei vigliacchi
che la guerra voglion fare.
Contro i miei compagni
non voglio più sparare
ma contro quei vigliacchi
che la guerra voglion fare!”
897 CARA LELLA
Cara Lella, cara Lella,
tu ci-hai ‘na cosa bella
che ha fatto ‘nnammorà Fefè
ma che piace tanto pure a me.
E’ ‘na cosa tanto doce,
che a tutti l’ommini jé piace;
ce l’aveva pure Eva
ma coperta la teneva.
Appena Adamo jé l’ha scoperta,
jé sse l’ha magnata tutta;
era ‘na bella mela rosa
tanto profumata ed odorosa.
Cara lella, cara Lella
quella cosa bella cher tu ci-hai
presto, presto me la darai
ché ‘nammoratu so’ de te.
Cara Lella, cara Lella,
tu canteme lu stornellu,
lu stornellu de la rondinella
che fa sempre ci-ri, ci-ri, ciri ci-ccì.
Cara Lella, cara Lella,
per me tu scì bella, tanto bella
bella comme la rondinella
che fa ci-ri, ci-ri, ci-ri ci-ccì.
Cara Lella, cara Lella,
tu scì comme la rondinella
che canta lu stornellu
che ci-ga per ritornellu:
ci-ri, ci-ri, ci-ri ci-ccì.
905 LA PARTENZA DEL SOLDATO
Io parto per Livorno,
passando per la Spezia
poi me ne andrò a Venezia
vestito da militar.
Vieni, Ninetta, mio amore,
a consolar ‘stu core;
vieni su la barchetta
su la riva del mar.
Ci sta ‘na fontanella,
d’acqua fresca e bella
che ci rinfresca il cuor.
Vieni, Ninetta, mio amor!
Vieni na consolar ‘stu cor,
vieni su la barchetta
su la riva del mar.
Vieni, Ninetta, mio amor!
Son povera, è pur vero,
la fame mi tormenta
eppur sarei contenta
potermi maritar.
Sia un sartore,
sia un calzolaio
sia un barbiere
sia un fornaio;
basta che sia,
uno di quelli boni
lo prenderei pure
senza calzoni.
Sia, sia, /pieno d’amore/
Lo prenderei subito/ un giocatore.
906 IL CAVALIER DI FRANCIA
“Chi è, chi è che bussa,
che bussa al mio porto’?”
“Il cavalier di Francia,
col suo servito!”
“Tirategli la corda!”
Il cavalier salì.
“Dimme bella Rosina,
dov’è vostro marì?”
“Lu maritu miu è in Francia,
con non pozza ritornà!
Soltanto mio fratello
che se pozza sarvà!”
Alzanno gli occhi al cielo
riconobbe suo marì.
Si inginocchiò per terra
e gli chiese perdò.
“Io non perdono donna
che ha già tradito me!”
Alzo’ la spada al fianco
e la testa gli taglio’.
La testa fece un salto
in mezzo le scale si fermò.
E in mezzo a quello scale
ci nascerà un bel fior;
il fior di quella donna
che è morta per amor!
907 CATERINELLA
Caterinella, Caterinella,
voglio far l’amor con te!
Se vòi far l’amor co’ me,
vieni a le cinque, le quattro, le tre!
Le cinque, le quattro, le tre so’ sonate!
Caterinella vieni ad aprir!
Staco nuda co’ la camiciola
damme tempu famme rvistì.
Quanno stai mmezzo le scale,
fa piano co’ lo parlare
che babbu te pòle sintì!
Caterina, Caterinella,
chi è quissu che sta ‘nsieme a te?
Babbu caru, è lu fornaru,
che è vinutu a commannà!
Ma è proprio lu fornaru?
Caterina, poretta te!
Jé le passa du’ legnate
Prima cinque, ppo’ quattro e ppo’ tre.
908 L’IMPRESA DI ROMA
Noi andremo
a Roma santa
co’ la speranza
di ritornar.
Compagno caro
su canta, canta
andiamo a Roma
a fare l’amor.
Noi anfremo
a Roma santa
al Campidoglio
a fare l’amor.
Là pianterem
su quello scoglio
la gran bandiera
dai tre color.
Noi andremo
a Roma santa
noi andremo
verso san Pietro.
Quei papalini
indietro, indietro
noi li vogliamo
tutti ammazzar!
909 LA BELLA ADDORMENTATA
C’era una volta la bella addormentata,
dormiva nel bosco, tra i fiori sdraiata,
gli animaletti del bosco incantato
piangeva intorno al letto fatato:
“Dorme, non parla, non vede, non sente!”
Era il commento di tutta la gente.
“La sdrega cha l’ha addormentata,
ghignando e ridendo quaggiùl’ha lasciata;
ormai da dieci anni la bella fanciulla
dorme come un sasso e nessuno fa nulla!”
Un giorno arriva da un grande castello,
un principe azzurro un po’stolto ma assai bello;
vede la bella sul prato sdraiata:
“Questa meschina è stata sdregata,
o bella fanciulla io ti sveglierò!”
e detto questo lui la baciò.
La bella addormentata,
dal bacio risvegliata
visto il principe tanto bello
va con lui fino al castello.
Qui il principe bello,
gli dona un prezioso anello,
e suscitando grande meraviglia,
subito per moglie se la piglia.
La bella addormentata,
da tanto disgraziata
regina è diventata.
910 LA CASTELLANA
Amore, amore, che mi hai fatto fare,
a quindici anni m’hai fatto impazzire,
fatto impazzì, llà,
su per l’urtica la fece passà,
e la fece passà su per l’urtica;
su per la fila la dece filà,
per insù, per igno’, per in qua, per in, llà,
fatto impazzire.
A quindici anni n’hai fatto impazzire,
de vabbu e mamma m’hai fatto scordare,
fatto scordare, scì,
fatto confonne la notte e lu dì!
Dove tu jiri la faccia bella?
Dove lu gallu fa chicchirichì.
De vabbu e mamma, llà,
per insà, per igno’, per in qua, per in llà
fatto scordare!
Mmenzo lu mare ci sta ’na viola,
non ce sse po’ passà per quanto ‘dora;
per quanto ‘dora, llà,
sette cappotti, che callo che fa;
sabbutu e sera, domennaca e llà,
per quanto ‘dora!
Diglielo al marinaro che la leva,
se passa il mio amore, se ‘nnammora;
che se ‘nnammora, llà,
su per l’urtica la fece passà,
e la fece passà su per l’urtica;
su per la fila la fece filà;
se passa lo mio amore
damme le mano tue a tutte l’ore
e si ‘nnammora!
911 CANTAMAGGIO
Appena ‘rriatu chiedo licenza,
se in quistu locu ce sse po’ cantare;
quanto è poca la mia sapienza!
Prima di cantare, chiedo licenza.
Nu’ jimo a cantà magghiu e scimo nove,
chi canta per amore e chi per l’ove.
Canto che canto io non c’è u’ sbagliu
quanno che canta l’atri e tuttu u’ ragliu.
Scimo vinuti qui da cento miglia,
cumincirimo scì da ‘sta famiglia.
La canto ‘na canzone molto lesta,
pe’ lla bbella padrona su la porta.
La canto ‘na canzone un po’ più fina
Su la finestra c’è ‘na bbella signorina.
La gaglinellate l’ha fatto l’ovo bianco:
tu signorina armeno deccene trecento
tu belli nella daccene trecento.
Te lo voglio cantà: “Fiore de pratu,
ma è certo che tu spetti lu fidanzatu!”
La canto ‘na canzone non è sbagliata,
guardete amici, comme s’è infioccata!
La canto ‘na canzone molto lesta,
spirimo che ce la rrempie ‘sta canestra!
Ora canto u’ stornellu piano, piano,
l’ha presa lu fidanzato per la mano.
Certamente questo devo fare,
tutta ‘sta famiglia devo ringraziare.

Certamente qui bisogna dilla
vedo lu vergà co’ ‘na bottiglia.
Lu canto u’ stornellu ‘mpo’ più fino,
me ne so’ ‘ccortu che c’è bon vino.
Certamente io non so’ un coglione,
vedo anche la vergara co’ un ciammellone.
Pe’ finì voglio cantà qui: “Fiore d’arbucci,
su ‘sta famiglia io saluto tutti,
su ‘sta famiglia salutiamo tutti!”
912 BARCAROLO
Nena mia s’ barcarolo,
so’ galante so’ gentile
se nella mia barca vòi venire
noi andremo a navigar,
se nella mia barca vòi venire
noi andremo a navigar.
Quando saremo in alto mare,
Nena mia non aver paura
se la luna si fa scura
ed il mar burrasca fa
se la luna si fa scura
ed il mari burrasca fa.
Quando fummo in spiaggia,
incontrai ‘na vecchierella
lei mi disse: “Oh figlia bella,
una cosa t’avrei da dir!”
Oh lei mi disse: “Oh Figlia bella,
una cosa t’avrei da dir!
Da quando sei partita,
non si sa dove sei andata,
la tua amma s’è ammalata
si è ammalata di passio’
la tua amma s’è ammalata
si è ammalata di passio’.
Sono incinta da sei mesi,
barcarolo portami via
vo’ a trovar la mamma mia
che me mòre de passio’,
vo’ a trovar la mamma mia
che me mòre di passio’.ù
Quando fummo vicino al paese
sentì il rintocco di campane
oh che non fosse per qualche madre
oh che festa per la città,
oh che non fosse per qualche madre
oh che festa per la città.
Quando fui su per le scale,
io trovai la porta chiusa
la mia mamma era morta
era morta di crepacuor,
la mia mamma era morta
era morta di crepacuor.

913 MERICA, MERICA
O cari fratelli
ora state a sentir
molti braccianti
l’Italia abbandona
lasciando la terra
e l’aria sì buona
e andare in America
a lavorar.
E llà si guadagna,
al giorno seimila
vestiti leggeri
ma bene inquadrati
soggetti ai padroni
come soldati
così al lavoro
ci tocca andar.
Merica, Merica
Merica, Merica
Merica, Merica
Merica a lavorar
Merica a lavorar
Merica a lavorar.
Il viaggio assai costa
ma tutto è pagato
provvede il padrone;
Paga già prima
con buoni contanti
se le nostre braccia tu vuoi
per far grossi guadagni.
L’America è grande
le terre son boschi
arene e vallate
ma quanti ci vanno
son già preparati
in squadre e colonne
per lavorar.
Merica, Merica
Merica, Merica
Merica, Merica
Merica a lavorar
Merica a Lavorar
Merica a lavorar
E mai non si stanca,
ricco e istruito
ben presto sarai
così in America
risolvi i tuoi guai
torni con l’oro
e compri ciò che vuoi.
Lasciò la casa
lasciò l’amante
viaggiò per terra
e anche per mar;
se dall’America
posso tornar
lo giuro: non voglio
mai più lavorar.
Merica, Merica
Merica, Merica
Merica, Merica
Merica a lavorar
Merica a lavorar
Merica a lavorar.
914 I TRE FALCIATORI
C’eran tre falciatori,
un bel prato a falciar
nzina, nzina, nzinella
un bel prato a falciar!
E ci scappo’ la lite
e il più bello morì
nzina, nzina, nzinella
il più bello morì.
La bella sua sposina ne veniva
col rastrellin d’amore
comincia a rastrellare,
l’amor morto trovò
nzina, nzina, nzinella
l’amor morto trovò.
E qui si mise a pianger
e lu pianse un bel po’;
con le sue dolci labbra
la bella lo baciò
nzina, nzina, nzinella
la bella lo baciò.
Con la sua bionda treccia,
la bella l’asciugò,
nzina, nzina, nzinella
la bella l’asciugò.
E se lo strinse addosso,
e a casa lo portò
nzina, nzina, nzinella
e a casa lo portò.
E nel suo bianco letto,
la bella lo posò
nzina, nzina, nzinella
la bella lo posò.
Trenta coppie di preti,
la bellali invitò
nzina, nzina, nzinella
la bella li invitò.
Trentasei torce ardenti,
la bella gli ordinò
nzina, nzina, nzinella
la bella gli ordinò.
Mille tocchi di campana
la bella fece fa!

915 LI CONSIGLI DE MAMMA MIA
Tu, carissima figlia mia,
no’ dà mai retta a li consigli de la zia,
ma ‘scolta sempre la mamma tua
che te mette su la retta via!
Ru ci-hai ‘na cosa bella,
ma è ‘na cosa sola,
che a tutti lpommini fa gola
mo’ te ‘mparo comme usalla!
Prima che pòi la devi mette all’asta,
perché se non la usi te sse guasta;
all’ommini dagliela sempre tutta
finché ‘nte dice basta, basta!
Tu non de vi fa comme la gatta,
che per difenderla ce sse ‘mmazza;
tu lo sai che pentecana corre e scappa,
ma c’è sempre un gattu che la ‘cchiappa.
Allora svegliete, figlia mia,
fa quello che te cunsiglia la mamma tua;
comme è scritto su lu libbru de lu distinu
scegliete per maritu un gran cretinu,
che te lascia fa quello che te pare
senza mai fatte ‘vvelenà lu core;
tu sempre devi far l’indifferente
e darla solo al miglio offerente.
Con tutta l’esperienza che ci-avìa
Anche nonnu sempre te dicìa:
“E’ ‘na cosa che non se cunsuma
Più la usi e più te duna!
Falla funzionà comme na Banca
che non investe mai do’ no’ nse guadagna.
Ma tu dalla a tutti quilli che la magna
E guarda solo quanti quatrì ne la mano tenga!”
Pure questo te raccomanna la mamma tua:
“Statte attenta, figlia mia,
è più bello fallo de nascosto
perché ce sse pròa tanto più gusto;
pòi ‘ngannà l’amica tua Ninetta
che a trent’anni ce l’ha ancora intatta;
ancora non ha capito che se non fa comme che te
co’ lo passà dell’anni ce rmetterà solo lo fié.
Statte attenta, figlia mia,
non fa comme la nonna tua
che per amore se ne jette via
e ad’è rvinuta, dopo du’ anni
co’ na coppia de gemelli.
Se questo succede pure a te
sposete subboto co’ Fefè,
tutti dice che è mpo’ scemu
ma te vòle tanto vè!
Figlia mia, so’ tanto contenta per te,
perché scì fatto tanto bene, comme me;
non potevi far diversamente
se ad’è vero che la razza non mente;
nu’ scimo fatte cuscì
scimo fatte per far del bene
a quilli che d’amor soffre le pene.
Cara figlia mia,
acì proprio la figlia de la mamma tua!
916 CICERUMMELLA
Cicerummella ci-avìa un quatrì,
ce comprava lo pa’ e lo vì;
‘nse curava de la sardella
Viva l’amore e Cicerummella!
Cicerummella ci-avìa un gattu,
jé ruppìa tutti li piatti,
jé ruppìa quilli più belli
viva l’amore e Cicerummella!
Cicerummella ci-avìa un callaru,
niru, anzi più niru de lu diavulu
ce cucìa a cena la pappardella
viva l’amore e Cicerummella!
Cicerummella ci-avìa un maritu,
lu mannava ben vistitu
lu mannava a zappà la terra
viva l’amore e Cicerummella!
Cicerummella ci-avìa un gallu,ù
Jé montave sopre le spella,
ce facìa ‘na cantatella
viva l’amore e Cicerummella.
Cicerummella ci-avìa ‘na mula
tuttu lu jornu java in vettura
senza briglie e senza sella
viva l’amore e Cicerummella!
Cicerummella ci-avìa un cavallu,
biancu, rusciu, verde e jallu
che portava ‘na coda morella
viva l’amore e Cicerummella!
Cicerummella ci-avìa un cà,
lu mannava sempre a caccià
ce cacciava la quagliar ella
viva l’amore e Cicerummella!
Cicerummella ci-avìa un lupu,
lu mannava d’un fossu cupu
pe’ rtoà la pecorella
viva l’amore e Cicerummella!
Cicerummella ci-avìa un porcu
lu mannava a stufà jò l’ortu
jé stufava la pimpinella
viva l’amore e Cicerummella!
Cicerummella c-avìa ‘na figlia,
chi la lascia e chi la piglia,
per chi sarà ‘lla figlia bella?
Ecco la figlia de Cicerummella!
917 LE NOSTRE CARE DONNE
Le donne de Lapedona,
te la offre e te la dona.
Le donne de Morrovalle,
te freca pure le palle.
Le donne de Cummunanza,
ci’ un busciu sotto la panza.
Le donne de ortezzà,
te la promette e ‘nte la dà.
Le donne de Vallegrascia,
se te lu ‘cchiappa non te lu lascia.
Le donne de Grottammare,
se la resciacqua jò u mare.
Le donne de Serviglià,
per tre sordi te la dà.
Le donne de Vermonte,
va a fa l’amore jo’ la fonte.
Le donne de Monsampietro,
prima davanti e po’ de dietro.
Le donne de Curetta,
dice tutti che ce l’ha stretta.
Le donne de Ascoli Piceno,
te fa fare sempre il pieno.
Le donne de Montegiberto,
fa l’amore a culo scoperto.
Le donne de Montedinove,
prima vo’ fa cento prove.
Le donne de Montottò,
la da sempre a lu più coglio’.
Le donne de Montefalco’,
capa sempre lu più birbo’.
Le donne de maglianittu,
no’ lu vòle se non è riccu.
Le donne de fallero’,
se contenta pure d’un ‘mbriaco’.
Le donne de Montefurtì,
te ‘bbandona llì per llì.
Le donne de Francavilla,
te la offre calla, calla.
Le donne de Montegiorgio,
te la dà con l’orologio.
Le donne de Grottazzolina,
frequenta troppo la cantina.
Le donne de Rapagnano,
te la tira da lontano.
Le donne de Santa Vittoria,
prima te la dà e ppo’ ce sse gloria.
Le donne de Ponzà,
la usa solo pe’ piscià.
Le donne de Monteleo’,
se copre de su, se scopre de jo’.
Le donne de Montegranaro,
te fa un prezzo troppo caro.
Le donne de Pedaso,
te fa fessu sotto il naso.
Le donne de Montefiore,
so’ quascì tutte senza onore.
Ma ora per finire,
parlimo de le fermane
che ad’è tutte puttane.
Quello ditto co’ ‘ste rime,
ad’è solo sciocche ciarle;
le donne so’ tutte carine
e tutte belle,
belle comme le stelle,
bisogna solo amalle,
amalle con tutto il cuore,
sono un dono del Signore!
Viva le donne, viva le donne!
918 PIRULI’
Nenè, che c’è per cena?
Éirulì, c’è la ‘nzalata!
Nenè, no’ la sci’ rlaata!
Pirulì, te la magni tu!
Nenè, che c’è per cena?
Pirulì, c’è le patate!
Nenè, no’ le scì rcapate!
Pirulì, te le magni tu!
Nenè’ che c’è per cena?
Pirulì, c’è li pummidpori!
Nenè, non è maturi!
Pirulì, te li ,magni tu!
Nenè, che c’è per cena?
Pirulì, c’è ‘ma vistecca!
Nenè, per me è troppo secca!
Pirulì, te la magni tu!
Nenè, che c’è per cena?
Pirulì, c’è un cunillu arrosto!
Nenè, per me è troppo!
Pirulì, te lu magni tu!
Nenè, che c’è per cena?
Pirulì, c’è ‘na gaglina!
Nenè, quant’è carina!
Pirulì, te la magni tu!
Nenè, me sai dì do’ è ghite le furmiche?
Pirulì, è ghite al ballo!
Nenè, quanno rverranno?
Pirulì, sabbutu e sera!
Nenè, prepara cena!
Pirulì, che te preparo?
Nenè, famme ‘na pizza!
Pirulì, pulisci lu furnu!
Nenè, famme la pizza!
Pirulì, ce vo’ la farina!
Nenè, ci ni sta tanta!
Pirulì, ce co’ lo sale!
Pirulì, ce vo’ l’acqua!
Nenè, ce la metteremo!
Pirulì, ce vo’ a spianalla!
Pirulì, piglia lu stennerellu!
Pirulì, non jé la faccio a stroallu!
Nenè, piglia lui u, ce ‘agghio vellu!
Pirulì, ma io che magno?
Nenè, la banana che te piace tanto.
Pirulì, dopo ‘sta magnata,
facimece ‘na bbella durmita!
919 TRULLALLERO, TRULLALLERO
Trullallero, trullallero
tutte le donne lo porta lo pelo
quelle piccole non ce l’ha
quann’è grandi lo metterà
quelle vecchie ce l’ha vianco
quelle giovani ce n’ha tanto
pure la bbella mia ne porta un fiocco
se me rpiglia le madonne jé lo carpo
se me rpiglia le madonne jé lo carpo.
Diasilla, diasilla,
comme sta bisogna dilla
fòri lu pesce dentro l’anguilla
dentro l’anguilla fòri lu pesce
più me lu tocchi e più me cresce.
Diasilla, diasilla,
comme sta bisogna dilla
Ci-ho un animale roscio e nero
Vòle entrà do’ vede lo pelo
ci-ha la testa da cardinale
bbocca dentro e non fa male
bbocca dentro e non fa male.
Ci-ho ‘na sorcaccia intrepida
nascosta in casa ci-ho
tutta la notte resiga
il cassetto del comò
e gira de soprae gira de sotto
fa un buco nel muro con facilità.
Sia maledette le sorche de tutte le qualità,
Sia maledette le sorche de tutte le qualità.
Trullallero, trullallero,
tutte le donne lo porta lo pelo
quelle piccole non ce l’ha
quann’è grandi lo metterà
quelle vecchie ce l’ha vianco
quelle giovani ce n’ha tanto,
pure la bbella mia ne porta un fiocco
se me rpiglia le madonne jé lo carpo
se me rpiglia le madonne jé lo carpo.
Su la finestra tua ci sta li vasi,
tutti li giovanotti ce ss’è confusi
tutti li giovanotti ce ss’è confusi
tutti li giovanotti ce ss’è confusi
siete la più bellina ma quasi quasi
siete la più bellina ma quasi quasi.
Lo benedico lo fiore de canna,
la calamita la tiene la donna
la calamita la tiene la donna
la calamita la tiene la donna,
gira che vòi girà l’omo lo ‘nganna
gira che vòi girà l’omo lo ‘nganna.
Tutta la notte me lu sento drittu,
lu capezzale da copo lu lettu
lu capezzale da capo lu lettu
e più jé dico de stasse fittu
più issu me sse rrizza pe’ dnispettu
più issu me sse rrizza pe’ dispettu.
Se me cce fai vinì a batte la janna,
ci-ahhio ‘na pertechetta un parmu longa
ci-agghio ‘na pertechetta un parmu longa
non te cce faccio rmené manco ‘na gronna
non te cce faccio rmané manco ‘na fronna.
La mia bellina me l’ha fatta justa,
me l’ha fatta vedé da la finestra
me l’ha fatta vedé da la finestra
e ppo’ m’ha ditto magna se te gusta.
Magnete ‘n’accidente che te spacca,
magnete ‘n’accidente che te spacca.
920 BENVENUTO MARTI’ NE’
Benvenuto Martì me’,
grassu e grossu mutuvè,
da quanno che ‘nto’ veduto
cuscì grossu scì venuto.
Scì vinutu a me a troà,
che te pozzi bbuscarà;
scì vinutu da ‘ste parte
che te pozzi bbuscaratte.
La tua mamma sora Carla,
mette a sfrie la padella,
butta llà ‘na spiga d’agliu
co’ ‘na fetta de barbaglia.
Il tuo babbo va al pollaio,
va a tirare il collo a un puglio
se ‘ncontrò co’ Marietta
che rvinìa da piglià l’acqua.
Cuscì disse a Marietta:
‘nte fa vedé cuscì sciatta;
anche se tanto poveretta
rlecchette comme fa la gatta.
E’ meglio che te spicci,
‘ssettete quissi ricci,
vanni llà la boccetta
pigliala ‘na goccia
‘mprofumete la faccia;
cuscì co’ li grandi odori
pari la figlia de li signori.
Però de ‘na cosa te voglio ‘vvisà,
che la pulenta no’ la devi magnà
ché tuttu lu jorni te fa lagnà;
no’ magnà manco li fascioli
ché te fa vinì li dolori.
Magna solo li maccheroni,
co’ lo sugo de li piccioni;
la frittata magnala dura
e senza pà è ancor più bona;
l’oe magnele crude
se ‘nte piace quelle lesse.
Lu salame, cara cocca
se magna interu e non se fetta!
921 SALTARELLO
Butticili da la finestra, ricciolona
dei tuoi capelli ne vorrei ‘na rama.
Vorrei ‘na rama sì,
canta lu gallu fa chicchirichì;
e se li giovani fanno la nanna
quanno la pupa non vòle durmì.
Dei tuoi capelli, Né,
cara Nenella, ne vorrei ‘na rama.
Dei tuoi capelli ne vorrei ‘na rama
pe’ mette all’orologiu la catena;
una catena, olà,
la ‘rriva la bella, la mamma lo sa.
E se la mamma la coglie la figlia,
jò pe’ la ripa la fa caminà.
Pe’ mette a l’orologiu,
cara nenella, core de mamma,
una catena.
Lo benedico lo fiore dell’ormo,
io pe’ le tue bellezze vaco penenno.
Vaco penenno, olà,
dopo magnato, rrimpita la trippa,
scì tu rrimpito
male me fa.
Io pe’ le tue bellezze,
cara Nenella, core de mamma
vaco penenno.
Io pe’ le tue bellezze vaco penenno,
ahi! Non repuso né notte né giorno.
Né notte né giormo, olà,
do’ te pizzica metti la mà.
A te te pizzica, a me me mucciaca,
s’è ‘rrabbiato lo pizzicà.
Io non repuso, bella
Piccoletta, fate la mossa,
né notte né giorno.
Butticili da la finestra se ci stai,
dammulu un becchié d’acqua se ce l’hai!
Se ce l’hai, sì,
canta lu gallu fa chicchirichì;
e se li giovani fanno la nanna
quanno la pupa non vòle durmì.
Dammelu un becchié d’acqua,
cara Nenella, core de mamma,
se ce l’hai!
Damme un becchié d’acqua se ce l’hai;
se non me lo vòi dare, padrona sei.
Padrona sei, olà,
per insù, per igno’, per in qua, per in llà.
E se non fili, non cuci, non’ mpresti
li denari chi te li dà?
Se non me la vòi dare,
cara Nenella, core de mamma,
padrona sei!
922 SALTARELLO
DONNA: Voglio cantà a la maceratese
Se non ce so’ cantà me compatite
Se non ce so’ cantà me compatite.
UOMO: Voglio cantà a la maceratese
Se non ce so’ cantà me compatite
Se non ce so’ cantà me compatite.
DONNA: Se non ce so’ cantà me compatite
Questa è l’usanza del mio bel paese
Questa è l’usanza del mio bel paese.
UOMO: Se non ce so’ cantà me compatite
Questa è l’usanza del mio bel paese
Questa è l’usanza del mio bel paese.
DONNA: Giovanottello mdal cappel di paglia
S’è ditto che stasera se balla
S’è ditto che stasera se balla.
UOMO: Giovanottella dal cappel di paglia
S’è ditto che stasera se balla
S’è ditto che stasera se balla.
DONNA: Giovanottello dal cappello nero
S’è ditto che se balla per davvero
S’è ditto che se balla per davvero.
UOMO: Giovanottella dal cappello nero
So’ ditto de scì e che lo sapevo
So’ ditto de scì e che lo sapevo.
DONNA: Lo benedico lo fiore dell’olmo
La luna riluce la metà dell’anno
La luna riluce le metà dell’anno
La luna riluce le metà dell’anno
UOMO: Lo benedico lo fiore dell’olmo
La luna riluce la metà dell’anno
La luna riluce la metà dell’anno
La luna riluce la metà dell’anno.
DONNA: La luna riluce la metà dell’anno
La tua bellezza riluce notte e giorno
La tua bellezza riluce notte e giorno
La tua bellezza riluce notte e giorno.
UOMO: La luna riluce la metà dell’anno
La tua bellezza riluce notte e giorno
La tua bellezza riluce notte e giorno
La tua bellezza riluce notte e giorno.
DONNA: Lo benedico lo fiore del grano
Canta li galli da le penne d’oro
Canta li galli da le penne d’oro
Canta li galli da le penne d’oro
UOMO: Lo benedico lo fiore de grano
Cantali galli da le penne d’oro
Canta li galli da le penne d’oro
Canta li galli da le penne d’oro.
DONNA: Canta li galli da le penne d’oro
Arzete, bello mio, chè giorno chiaro
Arzete, bello mio, ch’è giorno chiaro
Arzete, bello mio, ch’è giorno chiaro.
UOMO: Canta li galli da le penne d’oro,
Arzete, bella mia, ch’è giorno chiaro
Arzete, bella mia, ch’è giorno chiaro
Arzete, bella mia, ch’è giorno chiaro.
DONNA: Se no’ ‘nte vòi arzà
Lu gallu facimo rcantà
Lu gallu facimo rcantà!
UOMO: Se no’ ‘nte vòi arzà
Lu gallu facimo rcantà
Lu gallu facimo rcantà.
923 COLOMBA MARI’
Do’ scì stata stamattina,
colomba Marì?
Do’ scì stata stamattina,
colomba Marì?
So’ stata all’orto a coglie la ‘nzalata,
mio caro marì!
So’ stata all’orto a coglie la ‘nzalata,
mio caro marì!
Che ci scì fatto de la ‘nzalata,
colomba Marì?
Che ci scì fatto de la ‘nzalata,
colomba Marì?
L’ortolano me l’ha rrubbata,
mio caro marì!
L’ortolano ne l’ha rrubbata,
mio caro marì!
Chi era quell’omu con cui parlavi,
colomba Marì?
Chi era quell’omu con cui parlavi,
colomba Marì?
Era Clorina la mia cameriera,
mio caro marì!
Era Clorinda la mia cameriera,
mio caro marì!
Ma le donne non portan la barba,
colomba Marì!
Ma le donne non portan la barba,
colomba Marì!
Era le more che avea magnato,
mio caro marì!
Era le more che avea magnato,
mio caro marì!
Ma le donne non portan cappello,
colomba Marì!
Ma le donne non portan cappello,
colomba Marì!
Era la cuffia con tanti pennenti,
mio caro marì!

Era la cuffia con tanti pennenti,
mio caro marì!
Ma le donne non portan giacchetta,
colomba Marì!
Ma le donne non portan giacchetta
colomba Marì!
Era lu bustu, ma fattu de moda,
mio caro marì!
Era lu bustau, ma fattu de moda,
mio caro marì!
Ma le donne non portan calzoni,
colomba Marì!
Ma le domme non portan calzoni,
colomba Marì!
Era ‘na sottana co’ tanti galloni,
mio caro marì!
Era ‘na sottana co’ tanti galloni,
mio caro marì!
Ma la donna non prta la spada,
colomba Marì!
Ma la donna non porta la spada,
colomba Marì!
Era ‘na vecchia che col fuso filava,
mio caro marì!
Era ‘na vecchia che col fuso filava,
mio caro marì!
Te cce vòle l’occhiali,
‘nce vedi più bene, mio caro marì!
Te cce vòle l’occhiali,
‘nce vedi più bene, mio caro marì!
Sangue de Giuda! Te taglio la testa,
colomba Marì!
Sangue de Giuda! Te taglio la testa,
colomba Marì!
Cosa ne fai de la mia testa,
mio caro marì?
Cosa ne fai de la mia testa,
mio caro marì?
Ce faremo ‘na bona minestra,
colomba Marì!
Ce faremo ‘na bona minestra,
colomba Marì!
Facciamo la pace, andiamo a dormire,
mio caro marì!
Facciamo la pace, andiamo a dormire,
mio caro marì!
924 L’UBRIACONE
Se bbocco dentro l’osteria,
me sse ‘ttacca ‘na malattia,
e pe’ potemme guarì,
me devo vé tre becchié de vì.
Ma quanno me so guaritu,
me so’ quasci ‘mbriacatu.

Co’ mla testa tutta cunfusa,
so’ cercato de rghimmene a casa.
La strada me sse spostava,
le zampe me sse ‘ntrecciava;
co’ mla lengua ‘ntartagliavo
e co’ l’occhi stravedevo.
Più òte me so’ cascatu,
e me so’ anche firitu,
ma sempre me so’ rialrzatu
e a casa so’ ‘rriatu.
Allora la moglietta mia,
maledicendo l’osteria,
co’ l’acqua m’ha medecato
e la situazione ha peggiorato.
Questa ‘ ‘na strana malatia,
che solo lo vì la manna via,
l’acqua no’ la guarisce
ma anzi la fa cresce.
Anche Andò m’ha consigliato,
che pe’ guarì de prima,
non serve a bé da solo
ma è meglio un jiru in tre.
Ma secondo sor Arturo,
pe’ guarisse de sicuro,
da le pròe che ha fatto
e meglio un jiru in quattro.
Se rvaco all’osteria,
me sse rrettacca la malatia;
allora l’amico Arturo
pe’ guarimme de sicuro
davanti a me ci-ha misto un fiascu;
ruscio lo vì me rluppaca
e la gola me stuzzica.
E’ ‘na santa midicina,
che sempre m’ha fatto vène
perché scaccia le pene.
Lu fiascu lu so’ svotatu
io me so’ guaritu
e all’osteria ‘nce vaco più.
Barcollando a casa so’ tornato
e la moglie m’ha ‘bbracciato.
Abbasso l’osteria,
che te ‘ttacca la malatia;
io lo so’ giurato
che non ce vaco più.
Evviva, evviva lo vì.
925 LO SFOLLAMENTO
Jò a Porto San Giorgio,
col primo bombardamento
tutti se dà a la fuga
pronti allo sfollamento;
chi se butta in campagna,
chi dentro Montotto’
chi per la montagna
Cummunanza e Montefargo’;
noialtri ce truimo
vicino a Montefurtì
un lettu de due posti
durmimo in cinque o sei
ci scimo rifugiati
alla meglio che se po’
e l’utimi che arriva
deve durmì de fo’.
‘Na casa de due vani
In venti scimo troppi
‘mpochi deve jì
a durmì sopra li coppi
perché tutti llà dentro
non ce sse pòle entrà
e quilli che va sopra
li venti a raddoppià.
Chi dorme su le brande,
e chi dorme su le rete
l’acqua ci sta lontana
tocca a suffrì la sete
se anche li vicinati
te la farrà caccià
ne devi beve poca
non basta pe’ cucinà.
Più buffa ad’è la sera,
quanno ‘rria l’ora de cena
a postu de la luce
ci sta la citilena
te fa rrencenne l’occhi
e se cumincia a fumà
te ‘nnirisce tutte le frosce
e ce mmaschirimo tutti
comme de Carnoà.
Pe’ sta mpo’ più sicuri
A la fine ce scimo rifugiati
come facìa in antico li banditi
lassù in alta montagna
do’ se magna qualche castagna
e quanno non ci sta più co’
se fa comme facìa Barabba
quello che capita se rrubba
pe’ potè tirà a campà.
Se questa vita dura,
anco’ qualche semestre
forse per nu’ è meglio
organizzà un circu equestre
e la spesa più grossa
sarrà de comprà un tenno’
cuscì armeno non stimo più de fo’!
926 IL SOMARELLO
Scordate tutti quanti,
scprdate un fattarellu:
è mortu lu somarellu
de Nicò de Montottò.
Partì da Morrovalle,
andò a Francavilla
jé parìa ch’era ‘na villa
invece era ‘na città;
partì da Francavilla
jé la ‘ttacca ‘na prolunga
ma la strada è troppo lunga
non jé la pòle fa.
Jè carica la prolunga
A ‘stu poru somarellu
E jò ppé lu stradello
Gran galoppo jé fa fà,
e jò ppé la discesa
jé dette ‘na bastonata
e co’ la testa spaccata
verso casa se ne va.
Co’ la testa paccat,
e co’ la vriglia pennente
la jente java dicenne
che diavulu jé farrà.
‘Rriatu sotto la cerqua
lu somaru casca per terra,
ma Nicò per la gran furia
‘ncuminciò a menà.
Lu patre che stava su casa
jé fece ‘na proposta
ma su questa costa
non jé la pòle fa!
A scappa fora il figlio,
che stava jò lu filo’
jé disse fratello mio
portate jò li vo’
mettetegli la vetta
e lo cose fate in fretta
sennò lu fa crepà!
Co’ li vo’ ‘mmezzo dell’ara,
je dice lu fratellu:
“Stacca lu somarellu
e portalu a bberà!”
Piglia lu somarellu,
lu portò jò la fontana,
la testa jé ss’era staccata
non la pòse più stroà.
Lo lava un pochettino
pe’ carmaglie le firite
jé scoppiò la purmunite
e all’altro mondo se ne andò.
Allora lo mugnaio,
se ne parte e se ne va
a piglià lo somarello
lassù la pista ci-ha,
e jè rispose Armando
se vòi lo somaretto
sta jò lu campu de grà sicco
se lu sta a magnà li cà;
la cagna de Cellurà
l’assaggia co’ li denti
lo porta a li parenti
e lo dà a lu pecorà.
Lu pecorà jé dice
pussa via, pussa via
questa è robba mia
non la devi più toccà.
Cuscì ad’è finita
la storia del somaretto
che attaccato ad un carretto
è crepato co’ lo penà!
927 LA MONACA DE PISA
So’ venuta dall’alte montagne,
‘na monachella venuta da Pisa
‘na monachella venuta da Pisa.
Compagnia tu seguirai,
con la mia moglie tu dormirai
con la mia moglie tu dormirai.
Compagnia non voglio seguire,
con la tua moglie non voglio dormire
con la tua moglie non voglio dormire.
Compagnia tu seguirai,
con la mia serva tu dormirai
con la mia serva tu dormirai.
Compagnia non voglio seguire,
con la tua serva non voglio dormire
con la tua serva non voglio dormire.
Compagnia tu seguirai,
con la mia figlia tu dormirai
con la mia figlia tu dormirai.
Compagnia io seguirò,
con la tua figlia io dormirò
con la tua figlia io dormirò.
Babbo, babbo io sento vergogna,
è un giovanotto vestito da donna
è un giovanotto vestito da donna.
Figlia mia di sei impazzita?
E’ ‘na monachella venuta da Pisa
è ‘na monachella venuta da Pisa.
Quanno fu su per le scale,
jé spense il lume e jé strinse la mano,
jé spense il lume e jé strinse la mano.
L’abitudine al mio convento
è andare a letto col lume già spento
è andare a letto col lume spento.
E quanno che fu le ore nove
la monachella faceva le prove
la monachella faceva le prove.
E quanno che fu l’alba del giorno,
la monachina passava a Livorno
la monachina passava a Livorno.
È quanno che fu l’alba chiara,
la monachina passava a Novara
la monachina passava a Novara.
Oh mamma, mamma prepara le fasce,
fra nove mesi un fanciullo me nasce
fra nove mesi un fanciullo me nasce.
Oh babbo, babbo prepara la culla,
se non è un bambino sarà ‘na fanciulla
se non è un bambino sarà ‘na fanciulla.
O figlia mia che ti sei impazzita?
‘Na monachella venuta da Pisa,
‘na monachella venuta da Pisa
‘na monachella venuta da Pisa!
928 LA POVERA GIULIA
E’ le undici di notte e l’aria è scura,
tutto silenzio, dormono gli uccelli
nel cimitero io guardai le mura
e giro intorno a questi muti avelli.
Cercai la tomba,
dove riposa Giulia
la Giulia del mio cuore
l’idolo di bontà.
O Giulia, o Giulia,
perché se è morta tu
che io senza il tuo amore
vivere non posso più.
Ti ricordi, o Giulia, le liete sere,
quando tenevi il mio ritratto in mano
quando tenevi il mio ritratto in mano
con la divisa mia da bersagliere.
Tu m’abbracciavi,
ed io baciavo te,
o Giulia amata cara
resta vicino a me.
O Giulia ti ricordi di quel giorno,
quando partii, io me ne andai soldato
giurasti di sposarmi al mio ritorno
vengo di licenza e non t’ho più trovato!
O Giulia, o Giulia,
perché moristi tu;
o Angelo del mio cuore
non ti rivedrò mai più!
Eri tu il bel fiore
della mia gioventù;
adesso questo fiore
non rifiorirà mai più!
929 LA POVERA CECILIA
La povera Cecilia,
che piange il suo marì,
jé l’ha messo in prigione
jé lo vòle far morì.
Vanni, vanni, Cecilia,
vanni dal capitan

che ti po’ far la grazia
de fallo scarcerar.
Oh cara mia Cecilia,
’na grazia è fatta a te;
‘na notte sola poi
io voglio dormir con te!
Vanni, vanni Cecilia,
no’ lo guardà l’onor
dall’oscura prigion
scarcera tuo marì.
A mezzanotte poi,
Cecì butto’ un sospir.
“Cos’hai, cos’hai Cecilia,
che non pòi dormì?”
Sento una pena al cuore,
mi sento già morì!”
Alla mattina poi,
s’affaccia dal balcon
vede il marito morto
con la testa a penzolon.
“ Caro sor capitano,
m’avete ben tradì!
Avete levato l’onore,
e la vita a mio marì!”
“ Non dubità, Cecilia,
non dubitar di me!
Principi e cavalieri
tutti corteggian a te!”
Io non voglio né principi,
e nemmeno i cavalier;
dammi la rocca il fuso,
mi voglio star da me.
E quando sarò morta,
mi portan a seppellir
vicino a quella tomba
accanto al mio marì!”
Sopra di quella tomba,
ci nascerà un bel fior,
il fior de la Cecilia
ch’è morta per amor!
C h’è morta per amor!
930 LA BELLA CECILIA
La bella Cecilia,
lo piange il suo marì
jé l’han messo in prigione
jé lo voglion far morì!
“Vanne, vanne, Cecilia,
vanne dal capità
ché tu sei tanto bella
la grazia te la fa!”
“Caro sor Capitano,
‘na grazia hai da fa a mme:
scarcera mio marito
dall’oscura segré!”
“Vanne, vanne, Cecilia,
‘na grazia è fatta a te;
stasera io t’aspetto
vieni a dormì co’ me!”
“Andrò da mio marito,
jé lo farrò sapé;
tra cinque o sei minuti
ritornerò da te!”
“Caro sor Capitano,
ecco sono qua;
andiamo a fare il letto
per annacce a riposà!”
Quanno fu la mezzanotte,
Cecì buttò un sospì.
“Cos’hai, cos’hai Cecì
che sospiri così?”
“Ci-ho ‘na pena in cuore,
che me sento morì!”
Quanno fu la mattina,
s’affaccia dl balco’
e vidde suo marito
che faceva il pendolo’.
“Zitta, zitta Cecilia,
che ci sto io per te;
principi e cavalieri
tutti intorno a te!”
“Io non voglio né principi,
e manco cavalié.
Rivoglio mio marito
ch’era lo mio bè.
Prendo la rocca e il fuso,
mi metterò a filà!”
931 CECILIA
La povera Cecilia,
piange suo marì
sette anni di prigione
lo vogliono far morir.
“Cara Cecilia, cara Cecilia,
vai dal Capitano
a te che sei sì bella
la grazia te la fa!”
“O conte Capitano,
una grazia chiedo a te:
caccia mio marito
dalle scure segré!
“Vanni Cecilia, vanni
la grazia è fatta a te,
ma una sola notte
voglio dormir con te!”
O conte Capitano,
aspettami un momento,
finché vado ai cancelli
a dirlo a mio marì!”

“O caro mio marito,
la grazia è fatta a te
ma conte Capitano
vuol dormir com me!”
“Vanne, vanne Cecilia,
vacci pure a dormì
vestiti da sposa
per bella comparir!”
Chi è, chi è che bussa,
a le pporte del mio giardì?”
“E’ il conte Capitano,
Cecilia vieni ad aprir!”
“O conte capitano,
aspetta un momentin
finché la cecilia
si finirà a vestir!”
Era l’Ave maria,
Cecilia va ad aprir
col fazzoletto bianco in mano
vestita assai gentil.
Suona un’ora di notte,
Cecilia era llà
‘na tavola apparecchiata
col bel letto per riposar.
La mezzanotte in punto,
Cecilia butta un sospir.
“Che hai fatto Cecilia,
che sospiri così?
Cos’hai, cos’hai Cecilia,
che sospiri così?”
“Il cuore me lo dice,
ch’è morto mio marì!”
“Zitta, zitta Cecilia,
non dire più così,
doman mattina all’alba
lo vedrai il tuo marì!”
A la mattina all’alba,
s’affaccia dal balcon
vede il marito morto
la testa a pensolon:
“O conte Capitano,
m’hai saputo ben tradir;
a ma hai tolto l’onore
e la vita a mio marì!”
“Zitta, zitta Cecilia,
non dar la colpa a me,
che le carceri scure
te le farà veder!”
“Le carceri scure ,
sì sì che le vedrò
o conte Capitano
a te ti ammazzerò!”
“Zitta, zitta, Cecilia
non dire più così
che il conte capitano
sarà vostro marì!”
“Ma io non voglio conti,
né conti né contì,
morto lo mio marì
me ne starò così!”
“Ma tu senza marito,
non ci potrai campar!”
“Prendo la rocca e il fuso
Mi metterò a filar!”
“Tu con la rocca e il fuso,
non ci potrai campar!”
“A san Gregorio Papa,
me ne voglio andar.
A San Gregorio Papa,
io me ne voglio jì
dove sta sepolto
il caro mio marì,
e sopra quella tomba
ci nascerà un bel gì
è il giglio della Cecilia
che è morta pel marì!
E sopra quella tomba,
ci nascerà un bel fior
è il fior della Cecilia
che è morta per l’amor!”
932 LA BELLA TERESINA
Teresina ‘nnammorata,
che se vòle marità
ma la mamma disperata
monachella la vò fa.
Teresina su la porta,
co’ le mà sotto il zinale
passaun giovane ufficiale:
”Teresina comme va?
“E che vòi comme che vada!
E che vòi comme mi senta!
Ci-ho l’amor che mi tormenta
mi tormenta notte e dì!”
La sua mamma a la finestra,
co’ ‘na voce strillantina:
“Vieni su, o Teresina,
non dar retta al birichin!”
“Io non sono un birichino,
e nemmeno un birbaccione;
sono figlio d’un signore,
son venuto a far l’amore.
Ho girato tutta Francia,
come pure l’Inghilterra,
ma una giovane così bella
io non l’ho trovata giù!”
Teresina su le scale,
le sottane jì fa vento

Paolino tutto contento
te le vede a sventolà.
Teresina va in finestra,
per guardare Paolino,
ma la mamma corre in fretta
a serrajie il finestrino.
Teresina allor va in Chiesa,
ma con poca devozio’,
per guardare a Paolino
la tralascia l’orazio’.
Un’occhiata sul libretto,
e un’altra a Paolino;
ha più genio a far l’amore
che a pregà nostro Signore.
Teresina s’è ‘mmalata,
tutto a causa dell’amor,
e la mamma se n’è andata
a chiamajie un bon dottor.
Il bon dottori allor va llà,
jé ddomanna cosa ci’ha.
Teresina prese a dire:
“Il mio male l’ho nel cor!”
Jè lo dette un calmantino,
ma lo male via non va;
jé la dette ‘na pasticca
quella pure non jé fa.
Paolino sente a dire:
“Teresina vuol morire,
Teresina vuol morire
tutto ma causa dell’amore!”
Lui si veste da fratino,
barba finta e lu cordò;
poi lo prende un bel saccone
domandando la carità.
Il buon fratino allor va llà,
jé la chiede la carità.
La sua madre prese a dire:
“La mia figlia viol morire.
La mia figlia sta sul letto,
sta a soffrire, stà a penà;
buon fratino, pòi andare
valla pure a confessà!”
Fa scappà tutta la jente,
che vi era llì presente
e lascia nella stanza
solo il frate e Teresì.
Chiude tutte le finestre,
chiude puro il balcone,
e con gran devozione
la comincia a confessar.
Teresì era cunvita,
che lui fosse un bon fratì.
Appena si levò la barba finta
riconobbe a Paolì.
Finita la confessione,
pe’ la gran consolazione,
jé cessò quel gran dolore
e divenne roscia e fresca
che parìa un grato fior!
933 LA ‘NZURFATA
Miei cari ascoltatori,
venitemi d’intorno
cose dell’altro mondo
ve voglio raccontà.
Una bella mattina,
tre ragazze belle
piglia la nzorfarella
e la vigna va a ‘nzurfà.
Passava un giovanotto,
che era un vicinato,
egli aveva litigato
‘na sittimana fa.
Lo chiamano sottovoce,
per farlo avvicinare
per poterlo abbracciare
ché lu vulìa spoglià.
‘Stu bellu giovanottu,
che se chiamava Camillo
zumpava comme un grillo
perché ‘nsé vulìa spoglià.
Lu corga tra le rape,
vicino a la faetta
e subboto Gigetta
lu cuminciò a nzurfà.
Nenella lu tinìa,
Rosetta lu spogliava
Gigetta lu ‘nzurfava
co’ tutte e due le mà.
Quel povero Camillo,
jé chidìa perdono:
“Lasceteme mpo’ stà,
facetolo per pietà!”
“A vedette cuscì nudu,
ce dai un bell’esempiu
stai vè su lu Presepiu
lu jornu de natà!”
Disse: “Caro fratello,
ma manco pe’ la jente,
lo surfo comme ‘ncenne
non se ne pòle più!”
Quell’annu ce fu ‘na secca,
la malattia non c’è
e il povero Camillo
s’è fattu nzurfà bbè.
Finita la canzone,
con tanta allegria
tutta la compagnia
ancora riderà.
934 LA MONICHELLA DI PISA
“Buona sera, signor oste,
c’è posto per dormire questa notte?”
“Che vuoi da bere e da mangiare,
o solo u n letto per dormire?”
“Non vo’ né da bere né da mangiare,
soltanto un letto per riposare!
Una cosa però avrei da dire,
sola, soletta non vorrei dormire!”
“Taci, taci mia monachella,
ti manderò con la mia moglie bella!”
“Io ho fatto un voto e lo voglio seguì,
con mariate non posso dormì!”
“Taci, taci o monachella,
ti manderò con la mia figlia bella!”
“Padre o madre mi fate vergogna,
essa è un uomo vestito da donna!”
“Figliola bella, ma siete impazzita?
E’ una monachella venuta da Pisa!”
Quando furono su per le scale,
la monachella discorre d’amore.
Quando furono su in camerella,
due pistole cascarono in terra.
“Caterina, Caterinella,
cos’è stato quel rumore?”
“Caro babbo non temere,
son le scarpe de la monachella!”
Poi sul letto si coricarono,
e tutta la notte si sollazzarono.
La mattina, sul far del giorno,
la monachella è già a Livorno.
“Padre mio, ce l’avevo detto,
che un uomo era dall’aspetto.
Preparate le pezze e le fasce,
per il bambino che me nasce!”
935 LA STORIA DI PIERINA
Una storia commovente,
vi voglio raccontare
se mi state ad ascoltare
con benevola attenzion.
La storia di una bimba,
che chiamavasi Pierina
molto ricca e assai carina
che aveva più di cento adorator.
La Pierina era assai bella,
ma era anche un poco saputella
e faceva la civetta
senza dire a ognun di sì.
Finalmente un giovanotto,
che chiamavasi Bastiano
il suo cuore e la sua mano
le promise e lei l’accettò.
Erano belli tutti e due,
e la gente li ammirava;
mentre ognuno mormorava:
“Bella che in verità!”
Ma Bastiano fu chiamato
al servizio militar
e dovette egli lasciar
la Pierina del suo cuor.
Ed allor disse addio,
alla bella fidanzata
ma che sempre l’avrebbe amata
nel suo cuore lo giurò.
E Pierina di rimando
gli rispose: “ Amore mio
star sicuro che pur io
in eterno t’amerò!”
Ma mentiva la civetta,
trovandosi distante
da Bastiano ad altro amante
fece dono del suo cuor.
Ad altro giovane Pierina
legar volle il suo destino
si chiamava Costantino
e l’amò d’immenso amor.
Ma un amico di Bastiano
scrisse al giovane che Pierina
è una giovane sgualdrina
che ti consiglio di lasciar
Sappi intanto che un ladro,
ella or s’è ‘nnammorata
quella piccola sfrontata
ti consiglio di lasciar.
Avvampato di furore
ecco il giovane soldato
che un permesso ha domandato
per far ritorno alla sua città.
E correndo da Pierina
le sussurra: “Dolce bene,
era troppa la mia pena
a restar lontan da te,
e ho chiesto al Colonnello
un permesso e l’ho ottenuto
e per questo sono venuto
per sposarti e ripartir.
Ma Pierina scoraggiata
gli rispose: “Son dolente
io però sinceramente
non ti voglio più sposar.
Amo un altro, Costantino
a lui ho donato il mio cuor
l’amerò d’eterno amor
e lui solo sposerò!”
All’udir quella sentenza
della sua Pierina bella
con la propria rivoltella
sparò un colpo e la freddò.
Poi compiuto quel misfatto,
avvampato di furore
gli aprì il petto il cuore
e le viscere gli strappò.
Dopo avvolto in un giornale
il cuor della sua bella
compra un cuore di vitella
ed il rivale va a cercar.
Dice quello: “Ben tornato!
Sei in licenza? Son contento!”
“ Ma per poco, al reggimento
dovrò presto ritornar!”
Ma giacché ci siam veduti
stiamo un poco in allegria
e andiamo all’osteria
ch’io ti invito a desinar!”
L’altro accetta e se ne vanno
alla bettola e Bastiano
dati all’oste il cuore in mano
mi fa arrosto cucinar.
Poi quando il cameriere
porta in tavola quel piatto
il soldato soddisfatto
dice all’altro: “Prendi, su!”
E nel piatto del rivale
mise il cuor della sua bella
mentre quello di vitella
dentro al proprio riversò.
“Che ne pensi?” Gli domandò.
Gli rispose Costantino:
“Questo è un cuore sopraffino
è un prodigio di bontà!”
Quando il pranzo fu finito,
innaffiato con buon vino
dice il lieto Costantino:
“Io t’invito per doman,
ché mi sposo con Pierina!”
Scoppia a ridere Bastiano:
“Di Pierina è la mia mano
e non può sposare a te!”
Non ci credi? Vien con me
giacché incredulo tu sei
te lo faccio dir da lei
e vedrai se è la verità!”
S’alza, parla ed esce mentre
Costantino assai turbato
corre a fianco del soldato
da Pierina per andar.
Giunto a casa della bella
varcata appen la porta
vede lei che stesa morta
nel suo sangue riversa sta.
Costantino lacrimando
dice: “O mio unico amor
benché morta, mio è il tuo cuor
anche estinta io t’amerò!”
Ma Bastiano ride e dice:
“Il suo cuore già te l’ho dato
e tu stesso l’hai già mangiato
otto arrosto al desinar!”
Or ti narro la mia storia,
lei l’amor m’aveva giurato
ma l’inferno l’ha ingannata
e tradito ha la sua fé.
E io allora le ho strappato,
quel bugiardo e falso cuor
e quel cuore traditor
io l’ho dato tutto a te.
Ma pur io punirmi voglio
e lo fo senza paura!”
Poi con man ferma e sicura
si sparò un colpo al cuor.
In un istante il corpo cade
sopra quello di Pierina
e la morte riavvicina
i due giovani, così.
Costantino inorridito
lascia svelto quelle mura
per recarsi in Questura
la vicenda a raccontar.
Poi è tornato a casa sua
dilaniato dal dolore
ripensando al morto amore
di languore s’ammalò.
Non giovò nessun conforto
né alcuna medicina
e soltanto la Pierina
lo potrebbe far guarir.
E’ ridotto agli estremi,
e nell’ultima agonia
mormorò: “ Pierina mia,
o mio amore!” E poi spirò.
Questa storia dolorosa,
di tre cuore gli sventurati
sia di esempio e fidanzati
che non serban fedeltà.
E maggiore sia per quelle
ragazzette sventatelle
che soltanto perché delle
se ne ridon dell’amor.
Quando è forte la passione
non si scherza con l’amore
e se a qualcun si dona il cuore
non si può più ripigliar.
E la vittima innocente
della propria leggerezza
quella bella giovinezza
in un attimo perdé.
Nella prova palpitante,
se l’avesse ben pensato
prima di dare al fidanzato
la promessa dell’amor
non avrebbe in un istante
perso: vita, averi e amor;
ne quel povero suo cuore
avrebbe fatto orrenda fin.
E voi bimbe innamorate
qualche volta in sulla sera
mormorate una preghiera
per la povera Pierina.
936 LUIGIA GENNARI
Questo fatto ascoltare bisogna
che a tutti gran dolore destò
successe sul pian di Bologna
come già la Tribuna parlò.
Una certa Luigia Gennari,
madre iniqua, sentite che fa
e che nemmeno una tigre al suo pari
io son certo che mai lo farà.
Da tanto tempo essa amar si voleva
col dottore Rodolfo Rondì
militare il marito lo aveva
assai lontano la Patria a servir.
Ma la figlia benché minorenne,
s’era accorta di tutto di già
per un diverso parlar si contenne
ma alla fine zitta non potette più star.
Disse: “O mamma perdonami il cuor
mi costringi a parlarti così,
ti proibisco non ricever il dottore
perché il babbo non devi tradir!”
“Figlia iniqua” rispose sua madre
“sai che a casa comando da me,
se ripeti altre volte tal cosa
lo vedrai cosa faccio di te!”
Ma la mamma altra frase non disse
e cambiata da casa sortì.
La figlia una lettera scrisse
al suo babbo dicendo così:
“Torna a casa la cosa è urgente
e non posso spiegartela qui
non appena leggerai la presente
se ti m’ami ti prego a partir!”
Non appena tornata la mamma
cena in pace e a letto poi andò
si alza al mattino con calma
e il giorno seguente passò.
Ma la sera mentr’era a cenara
non appena il bicchiere vuotò
disse: “O babbo non mi pòi più salvare
son già morta!” e per terra cascò.

Allor la mamma vedendo la figlia,
la famiglia vicina chiamò
il dottor a prender mandava
e appena lui in casa arrivò
“Una paralisi” disse, “alla testa!
Come ognuno lo pòle vedé
poche ore di vita le resta
così giovane le tocca mòrì!”
Quando soli furon rimasti
la bambina non guardan nemmeno
vanno a letto entrambi abbracciati
e baciandosi si strinsero al seno.
Or torniamo al suo padre lontano
che ricevuto l’avviso a partir
torna a casa di notte pian piano
e con le chiavi la casa egli aprì.
Salì adagio le scale e sentiva
la sua moglie così ragionare:
“ La mia figlia è stata cattiva
e spirata tra poco sarà!
Quando poi l’avrem seppellita
potrai ogni sera venire da me!”
E lui rispose: “ così la mia vita
la posso tutta viver con te!”
Dopo aver quel discorso sentito
lui disse: “Norir ti farò!”
Entra in camera così inferocito
e all’istante due colpi sparò.
Poi tace perché vede sua figlia,
sul pavimento di stessa così;
mentre al collo piangendo la piglia
un leggero respiro sentì.
“Spero, spero poterla salvare!”
e di corsa se se la portò;
dal farmacista corse a bussare:
“Fai presto, fai presto!” Più volte gridò.
Mentre il controveleno le dava,
l’Elisabetta si comincia a destar;
il padre ad alta voce gridava
“Spero tanto poterla salvar!”
Quando fu sul far del mattino
Elisabetta si scosse e guardò
nel vedere il suo babbo vicino
l’espressione descriver non so.
Disse: “O babbo che mai potuto fare
ero già morta e venirmi a salvar;
chiedo un bacio mio caro e ascolta
io ti voglio ogni cosa narrar.”
“ Io ti prego per un favore,
figlia mia non ti sforzar
lira e tutto davanti al Pretore
quando in grado sarà il parlar!”
E gli disse: “Mio babbo sono pronta!”
che la Corte la fece avvisar;
e la bimba che tutto racconta
tutti quanti li fece tremar.
Ed il babbo con molto desio
la sua parte gli fece saper;
il pretore rispose: “Anch’io
avrei fatto assai peggio di te!”
937 LA POVERA NELLA
Una bella e graziosa fanciulla,
di nascosto faceva all’amore
e per colpa di un felice nitore
sentirete la fine che fa.
La sua mamma aveva fatto del pane,
e da poco l’aveva infornato
disse: “O Nella io vado al mercato
quando è cotto lo devi levar!”
Le rispose la giovane Nella:
“ vai, oh mamma, non stare a pensar!”
E si mise così al lavorare
in quel mentre il suo amato arrivò.
Da tanto tempo non si eran veduti
e si misero vicini a sedere
disse: “O Guido che gioia e piacere!”
Ed al suo pane lei più non pensò.
Dal lavoro suo padre ritorna
e sorprese sua figlia in quell’ora
ma non volendo facesse l’amore
il giovanotto via fece andare.
E a lei, sua figlia domanda
se dal forno il pane è levato ,
disse: “O babbo non ci ho più pensato
di certo cotto di troppo sarà!”
Allora il padre va il forno ad aprire,
vide il pane era tutto un carbone
lo prese per mano un forcone
per poterla sua figlia infilzar.
Disse:”O babbo, perdono, perdono
si è bruciato sarà mal di poco!”
Allora il padre preso ancora più foco
è con un colpo sua figlia infilzò.
Cadde a terra così agonizzante:
“ Non ti rivedrò più caro amante;
per colpa di un vil genitore
nel fiore dell’età io debbo morire!”
Dal mercato sua madre ritorna,
e nel vedere quella scena tremenda
della figlia distesa per terra
ben presto essa venne a impazzir.
Quel vile poi venne arrestato,
sembrava un vero demonio,
ma neanche per un gran patrimonio
si possono far cose così!

938 ANNARELLA
Primavalle di lutto è coperta,
per la morte di bracci AnnaRella,
d’eroismo fu lei una stella
che viveva nel puro fulgor.
Cresciuta in ambiente malsano
in miseria e fra orribili pene
germogliava in lei un gran bene
e viveva nel puro candor.
Solo suo nonno assai l’adorava
le diceva sempre: “Sei brava!”
La protezione di Dio le augurava
E di non conoscer mai pene o dolor.
Or con tristi parole racconto
come il destino crudele ha voluto,
a lei far soffrir un martirio tremendo
e orrendo strazio ha dovuto soffrir.
Il 29 gennaio a buon’ora
la sua mamma diceva alla figlia:
“La borsa per la spesa tu piglia
il carbone corri a comprar!”
Ma appena comprato il carbone,
ecco incontro a un suo conoscente
in regalo le dava sovente
dolci con tanta bontà.
Poi alla fine le dà dieci lire,
le castagne culla per comprare;
la bimba si mise a mangiare
con gioia il grande ansietà.
Ma quel tale Leonello,
che sembrava di nobile cuore
era invece un vil malfattore
infatti sentite che cosa che fa!”
Invita la bella fanciulla,
a far con lui una passeggiata
e lei serena e tranquilla
fiduciosa e innocente ci va.
Si avviarono su una stradetta
di campagna oscura e deserta
ma il brutto che era sempre in all’erta
un paletto lui prova a sfilar.
Lei dice: “Sul verde prato sediamoci un poco!”
Poi l’orco tenta poterla violar.
Alle oscene ed orrende proposte
e contro il brutto essa allor si ribella.
Svelta fugge dal prato Annarella,
e si mette a gran voce a gridar.
Nel convento le suore hanno sentito
una voce invocare la mamma
ma non capendo che fosse quel dramma
non pensano di portare un aiuto.
Ma lui da furore già preso
col paletto la colpisce alla testa.

La fanciulla svenuta ci resta
e per terra viene a giacer.
Credendo di averla finita
la solleva ed in un pozzo la getta;
poi d‘andare a casa s’affretta
e senza rimorso si mette a cenar.
Non vedendola più ritornare,
i genitori la comincian a cercare.
Trascorrono giorni su giorni,
passando vicin a quel pozzo isolato
a sentire un fetore così tanto sgradito
fu guardato nel pozzo colà.
Galleggiava nell’acqua profonda
il corpo della povera Annarella;
a tutti giunse la triste novella
ed il Questore solerte arrivò.
Quando il corpo così putrefatto,
dalla putrida acqua stagnante
ripescar ha fatto all’istante
tutti quanti provaron orror.
Dopo lunghe insistenti domande,
finalmente l’orco confessa
la gran violenza fatta a la stessa
e la morte che le procurò.
Annarella da tutti rimpianta
ora riposa laggiù al cimitero
e le mamme romane col pensiero
ricordano la ragazza che tanto soffrì!
939 LA BOMBA
La primavera era giunta festosa,
dopo una dura internata sì amara
e la gente di Collecardara
tutta lieta sembrava quel dì.
Un gruppetto di bimbi giocondi,
nel vedere la bella giornata
corrono su un’ampia spianata
per poter allegramente giocar.
Ad un tratto uno di essi rinviene
tra un cespuglio che sta sulla piana
un ordigno di forma assai strana
e tutti si miser curiosi a guardar.
“Di ferro e appuntito, che sara?
Potrebbe nascondere un tesoro!
Beh! Spacchiamolo!” Dicevano in coro
tutti i bimbi venuti a veder.
Con un sasso trovato per caso,
batte colpi di uno dei dieci bambini
mentre gli altri vicini vicini
voglio vedere quel che ci sarà.
All’improvviso uno scoppio di tuono
fuoco il fumo che sembrava un vulcano
rimbomba la valle del piano
in ogni cuore sussulta al sentir.

Eran dieci bei bimbi gioiosi,
or son mille e più mille brandelli
per l’erba e sui rami novelli
or le loro carni lasciate cader.
Un orrendo spettacolo appare
a quei pochi che corrono avanti
membra sparse qua e là sanguinanti
di quei poveri bimbi innocenti.
Fra i presenti che il padre
di due bimbi ridotti in frammenti,
egli non regge non sente comporti
e svenuto s’accascia nel suol.
Erano dieci e giocavano ignari,
ora son dieci le bare di morte
che una crudele identica sorte
in un attimo solo li unì.
Di ciò la colpah a una bomba
che l’lanciata nell’ultima guerra
aspettava vigliacca lì in terra
di far strage di tanti innocenti.
La guerra la fanno i grandi
per oscure ragioni segrete
ma a soffrirne sono i poveri innocenti
perché a loro solo pene e tormenti
la guerra crudele può dar!
940 LA MONTANARA IN CITTA’
Alla povera Alpigiana,
ch’è perduta per città,
d’accennar la via montana
faccia alcun la carità.
Io per macchie, dove i lupi
si smarriscono talor,
e per balze e per dirupi
ho viaggiato senza error.
Là col filo di mia rocca
faccio capo a un arboscel,
e al ritorno, benché sciocca,
ho la guida più fedel.
E viaggiando molte miglia
verso il monte o verso il pian,
prendo in mira con le ciglia
altre o scoglio di lontan.
Con le braccia smisurate
di quel faggio colossal
dove fassi dalle fate
tutto l’anno carneval.
Ma un demonio, una malia
oggi in rete mi acchiappò,
non so più trovar la via,
e di fame morirò.
Ogni via qui par sorella
per mio scherno per mio duol.
Si direbbe questa e quella
proprio nata a un parto sol.
E la gente che cammina
sulle ruote con rumor
a una povera tapina
rompe il capo e gela il cor.
Ed il sol che ai miei paesi
segue un corso regolar,
qui fra torri ed altri arnesi
a rovescio sembra andar.
E per colmo del malanno
tutti ridono di me:
uno vogliono, o non sanno
additar la via qual’è.
La richiesi a un giovanotto,
e quel furbo mi guidò
per un viottolo sì stretto
che il respiro mi serrò.
E di quello giunto in fondo
il monello mi fe’ entrar
in un nuovo largo e tondo
ove m’ebbi a spiritar.
V’eran letti più di cento
con infermi ch’avean mal;
che facevano un lamento
un bisbiglio universal.
Con i capelli dritti in testa
io m’accingo di fuggir:
ed a quella parte e a questa
volgo il piede per uscir.
Giungo in sito oscuro oscuro
che più assai mi sbigottì:
una bara accanto al muro
con un morto stava lì.
E mi parve che ad un tratto
si levasse su, su, su,
scarno scarno contraffatto,
e allor non ressi più.
Cadde in terra tramortita
e vi restai….chi lo sa?
Poi tornandomi alla vita
niuno m’ebbe carità.
Due bisunti manigoldi
per le braccia mi levar,
e mi chieser se dei soldi
io tenessi da donar.
Lor risposi: “Poverella
sono affatto!” Ed essi allor
colla faccia più rubella
mi sgridaro, e spinser fuor.
Alla povera Alpigiana,
ch’è perduta per città
d’accennar la via montana
faccia alcun la carità.
Son tapina, son meschina,
pur ingrata non sarò,
la stagione si avvicina
che castagne coglierò.
Vo’ infilzarne una ghirlanda
lunga lunga, a doppio fil:
e cercare in qualche landa
il boleto più gentil.
Ed al mio benefattore,
ve lo giuro, l’invierò,
perché a me non regge il cuore
di tornar, se ne uscirò.
Alla povera Alpigiana,
ch’è perduta per città,
d’accennar la via montana
faccia alcun la carità!
941 SALVATORE GIULIANO
In quel tempo di guerra lontano
in Sicilia si moriva di fame
ogni dì cento grammi di pane
a ciascuno doveva bastar.
Per un po’ di farina Giuliano,
fu fermato dai carabinier;
egli piange e si getta ai loro piedi
ma non trova nessuna pietà.
Per leggere il mio dovere
sempre gendarmi devono fare;
la farina dovran sequestrare
e il picciotto in galera mandar.
Pieno il cuore di gran dispiacere,
alla mamma Turiddu ha pensato
poi la fuga nel bosco ha tentato
ma raggiunto, comincia a sparar.
Per disgrazia un colpo mortale,
prende al cuore un gendarme innocente,
Salvatore più nulla comprende
verso i monti si mette a scappar.
Incomincia un duello mortale,
tra la legge e il bandito Giuliano
sparatorie colpi di mano
si susseguono senza pietà.
La Sicilia diventa una terra,
i gendarmi, banditi e ladroni
e fu allora che tre lazzaroni
in quel torbido vanno a pescar.
Come feroce uccello rapace,
Giuliano ogni giorno fa strage
gli onesti gendarmi mandati
per poterlo vivo acchiappar.
S’funzionari statali autorevoli,
con in mano documenti legali
parlottano col bandito Giuliano
e gli promettono la libertà.
Un patto scellerato vien fatto,
fra Salvatore Giuliano e lo Stato;

tutto il popolo siciliano è tradito
per la vita d’un crudele bandito.
Il primo maggio e gran giorno di festa,
ci son donne, vecchi e bambini
i banditi tra quei contadini
una strage cominciano a far.
Salvatore ha perduto la testa,
far sparare alla povera gente,
cade pure un bambino innocente
ch’era in braccio al suo caro papà.
Sono passati già tanti e tanti anni,
ed ognuno si chiede, ma invano,
chi fu che al bandito Giuliano
quell’infame comando gli diè?
Tutto il mondo civile condanna,
quel che fece il bandito Giuliano,
or la gente che armò la sua mano
a Palermo comincia a tremar.
La notizia fa grande impressione,
Giuliano potrebbe parlare
qualche nome potrebbe svelare
e per questo morire dovrà.
Di Turiddu non ha compassione,
il suo amico il cugino diletto
una notte lo uccide nel letto
poi nascondono la verità.
Quando è certo che è morto ammazzato,
il bandito Turiddu Giuliano
ogni cuore vicino il lontano
grande pena e dolore ne avrà.
Montelepre che i giorni gli ha dato,
dà riposo al bandito cortese;
egli amò questo dolce paese
ora in morto e mai più tornerà.
Dormi, Turiddu, dormi,
la morte non è niente
addio, per sempre addio,
la Sicilia non ti scorderà.
Così finisce la storia,
del picciotto Tiriddu Giuliano,
giovane generoso ed umano
che la guerra bandito lo fa!
942 LA STORIA DEL BANDITO GIULIANO
Piange il cuore cantando la storia,
il destino di Turi Giuliano
giovane bello, sincero ed umano
e che la guerra bandito lo fa.
Quella guerra che a nostra memoria,
fu la cosa più triste ed infame,
con essa il povero muore di fame
ed il ricco più ricco si fa.
La famiglia era povera gente,
alla giornata campava fra stenti;

Turiddu l’ha sempre aiutata
ed a Palermo ogni giorno egli va.
Il lavoro poco o nulla gli rende,
e Turiddu che pizzi non ha
alla mamma che tutto il suo bene
il poco denaro egli viene a portar.
Sempre a piedi al suo amato paese,
per la strada dal sole bruciata
dopo una lunga e fatcosa giornata
stanco e assetato lui deve tornar.
È così che guadagna le spese,
Turiddu ancor giovinetto;
ha per tutti il più grande rispetto
e i delitti del mondo non sa.
È scoppiata una guerra feroce,
popolo muore di fame
Turiddu sopporta e tace
e per la mamma va al lavorar.
Si trovava però sul mercato
tutto quello che ognuno voleva
ma il suo prezzo ogni giorno cresceva
e la gente più soldi non ha.
Si vendevan per fame gli oggetti più cari
gli orecchini, le gioie e la fede
ché la fame non sente non vede
e la testa girare ti fa.
E allora Salvatore Giuliano
apre gli occhi e comincia a capire
lui di fame non vuole morire
la sua famiglia egli deve aiutar.
Perde allora la sua bella innocenza,
capisce che il ricco è un grande ladrone
che i soldi li fa il mascalzone
e chi è onesto ricchezza non fa.
Passano i giorni e i mesi frattanto,
anche il lavoro viene a mancare,
Turiddu comincia a pensare
che qualcosa egli deve pur fare.
La famiglia si vede perduta,
in cucina non arde più il fuoco,
stanno tutti a stomaco vuoto
e Turiddu si sente morir.
La sua mamma si vende l’anello
e i gioielli del tempo felice
e al suo figlio diletto essa dice:
“Di nascosto il grano tu devi comprar!”
Il principio fatale fu quello,
che portò la più grande sventura
per sfuggire alla fame più dura
Salvatore bandito sarà.
Nessuno può sopportare la fame,
perché se la vista ci oscura;
pancia vuota non tiene paura
e la notte dormir non ci fa.
L’uomo più ricco e più è infame,
egli non tiene pietà per nessuno;
l’uomo saggio non crede al digiuno
e del povero affamato egli cura non ha.
Salvatore il grano ha comprato,
con i soldi del loro venduto
e che intanto pensa al minuto
che quel pane mangiare potrà.
Quel bel pane così profumato,
non appena uscito dal forno;
ma d’un tratto si guardano intorno
ed una scena terribile appar.
Sulla strada son quattro gendarmi,
ferman Turiddu puntando le armi,
al picciotto sequestro nel sacco
e la speranza di potersi sfamar.
Le gendarmi li prendono il grano,
in ginocchio Turiddu Giuliano,
piangente pensando la mamma
più volte li prega di avere pietà.
Uno dei gendarmi con faccia feroce,
lasciando andare gli dice:
“Se il nuovo ti troviamo col sacco
in carcere ti dobbiamo portar.
Affamato Triddu Giuliano,
passato un mese di tempo,
ritorna comprare il frumento
perché la famiglia egli vuole sfamar.
Ma fu un caso davvero inatteso,
di nuovo i carabinieri e gli incontra,
le preghiere non servono a niente
e la legge la fanno osservar.
Gli sbirri arrestare lo vogliono all’istante,
Turiddu che ormai si vede perduto,
senza perdere un solo minuto
col sacco in spalla si mette a scappar.
Turiddu in un lampo comprende,
che per lui la speranza finita
che l’attende il carcere a vita
se a loro si arrenderà.
I gendarmi puntano le armi,
gridano: “Fermati o dobbiamo sparar!”
Ma Giuliano si vuole salvare
e quel granoalla mamma portar.
Ad un tratto si vede raggiunto,
s’era in guerra ed avea una pistola
non avendo più fiato alla gola,
per fermarli comincia a sparar.
Ma un colpo partì giusto in punto,
e un gendarme colpì proprio petto
cade morto quell’uomo poveretto
e Giuliano più pace non ha.
D’ora in poi egli è considerato bandito,
per lui la condanna sarà eterna
e dentro un’oscura caverna
nascosto se ne dovrà star.
Or per lui tutto è finito,
di continuo sarà dalla legge cercato
e se presso sarà fucilato
egli diede per sempre scappar.
Fuggendo di notte di giorno,
diventa il re dell’alta montagna
e ognuno che con lui s’accompagna
rispetto a lui dovrà dar.
A capo di coraggiosi picciotti,
dà inizio a scorribande feroci
in cerca di benestanti panciuti
per ricchezze a lor rapinar.
Si spara di notte di giorno,
si uccidono tanti gendarmi
si spogliano anche dell’armi
e si uccide senza pietà.
Sangue e spavento si semina intorno,
delle loro gesta ne parlan i giornali;
vengono chiamati i feroci criminali
e di loro tutti paura hanno già.
Ma il bandito Turiddu Giuliano,
che un cuore grande e generoso,
quel che l’rapinano ricco ozioso
al più povero poi egli lo dà.
Turiddu capo brigante,
vuole il mondo a suo modo cambiare,
i ricconi si mette a spogliare
ai poveri per dar da mangiare.
Si presenta da questi signori,
col sorriso dell’uomo cortese,
ruba ai ricchi di tutto il paese
e non tiene nessuna pietà.
Per ognuno di questi che muore,
ogni ricco comincia a tremare
chiuso in casa non vuole più uscire
ma Giuliano spogliare lo fa.
Per paura per grande prudenza,
chiude porte finestre ciascuno;
per paura non parla nessuno
chi ha veduto, veduto non ha.
La Sicilia comincia a tremare,
scorre pure del sangue innocente,
Salvatore che il capo brigante
l’ingiusto mondo vorrebbe cambiar.
In Italia la sua fama si spande,
chi ha bisogno lo vede arrivare
con toni e aiuto da dare
a chi le scarpe o il pane non ha.
Ogni povero allora si sente,
parte stessa di Turi Giuliano,
se l’incontra gli bacia la mano
per lui, se serve, la vita darà.
Triste è Turi da casa lontano,
ha un gran desiderio nel cuore,
vuol tornare a vedere il suo amore
la sua mamma e il suo caro papà.
Dai monti discende pian piano,
giunge al suo caro paese,
per evitare sgradite sorprese
solo di notte si mette a girar.
Montelepre era intanto accerchiata,
da guardie a cavallo ed a piedi,
e dappertutto in giro tu vedi
i gendarmi che aspettano già.
Il maresciallo gli ammanetta il papà,
e lo chiude in una buia prigione
credendo che la paura alla fine
chiaramente parlar lo farà.
Turiddu si nasconde di nuovo,
giura di voler fare vendetta
calmo l’ora opportuna egli aspetta
per vendicare il suo caro papà.
Torno un giorno con grande prudenza,
per le vie del suo amato paese
incontra il Maresciallo, di mira lo prese
e con un colpo morire lo fa.
Ormai fatta la vendetta voluta,
svelto degli fugge a cavallo
si nasconde sull’aspra montagna
seguito dalla fedele sua banda.
Ma ambigui personaggi potenti,
nemici di Turi, Giuliano
studiano bene un diabolico piano
per poterlo per sempre fermar.
Furbi astuti come il demonio,
con una staffetta contattano Turi,
consegna una carta descritta
ma piena di gran falsità.
Stanco e volendo cambiar la sua vita,
Turiddu con loro si incontra;
un patto che fa gran vergogna
con loro va a stipular.
La promessa di perdono e di libertà,
per lui e per tutti i suoi fedeli picciotti
come previsto nei patti già scritti
nell’inganno Turi attirerà.
Giuliano alla sua fedele banda
nella chiara scrittura a letto
dove su quel popolo innocente
c’era scritto di sparar.
Era il primo di maggio, festa del lavoro,
vicino agli allegri manifestanti
Giuliano nella sua banda
ben armati stanno già.
Alcuni delinquenti ben nascosti,
di cui non fu mai noto il nome,
gli han dato scritto un ordine
su che cosa deve far.
L’ordine alla lettera viene eseguito,
si spara su una folla di inermi coloni
che, poverini, armati di soli bastoni
vanno a morte come innocenti caproni.
I morti tra donne, giovani e vecchi sono tanti,
fra essi pure bambini innocenti
che abbracciate e i loro genitori
ancor non capiscon del mondo gli orrori.
Subito Giuliano si pente,
per rimorso non mangia e non beve,
ogni notte quei morti rivede
e li sente gridare pietà.
Turi tutto l’onore ha perduto,
le promesse a lui fatte non sono mantenute,
le speranze sono tutte perdute
il suo cuore più pace non ha.
Intanto gli infami signori,
che hanno ingannato Giuliano,
se ne lavano tutti le mani
e nessuno gli vuole parlar.
Dicono tutti facciamolo fuori,
questo Turi, brigante e assassino;
gli preparano un brutto destino
e Giuliano morire dovrà.
Se il bandito da vivo s’arrende,
tanta gente potrebbe accusare;
quella gente la più criminale
che si ammanta di falsa pietà.
Razza infame che tutto si vende,
padri e onore per fare quattrini;
questi sono i più grandi assassini
che non hanno nessuna pietà.
Questi infami ora hanno paura,
che quel gioco si viene a scoprire,
in galera potrebbero andare
se Giuliano continua a campar.
Un processo potrebbe svelare,
retro scene di grande vergogna;
quella lingua far tacere bisogna
per nascondere la verità.
Allora un astuto Tenente,
con la sua sveglia e diabolica mente
nei dettagli studia un bel piano
per eliminare il bandito Giuliano.
In segreto e di notte contatta,
il fedele amico e cugino di Turi,
il picciotto di nome Pisciotta
a cui il suo piano rivela ed illustra.
Dice: “Di che si infila Giuliano,
tu sei l’unico per attuare il mio piano,
se tutto dice il cugino Giuliano
libertà e denaro avrà e in dono.
Libero il ricco cittadino sarai,
dell’immensa delle Argentina,
e con tutta la famiglia vicina
lunga vita felice godrai!”
Il perfido bandito Pisciotta,
non ci pensa nemmeno una volta,
pur d’aver per sé salva la vita
nell’amico il cuscino tradisce.
In una notte piovosa ed oscura,
mentre Turiddu dorme tranquillo,
Pisciotta vigliacco studia e prepara
la sua grande infamità.
All’orecchio del suo caro amico sussurra:
“ Dormi, Turiddu, dormi
è assai meglio non vedere
quel che poi succederà.
È meglio non vedere,
l’amico tuo diletto,
che mentre tu stai nel letto
si viene ad ammazzar.
Dormi, Turiddu, dormi
sogna che il grano tanto sospirato
alla mamma l’hai portato
e che lei chi bacerà.
Dormi, Turiddu, dormi
la morte non è niente
onore e libertà ti dona dolcemente
e nessun te li potrà rubar!”
Sussurrate queste parole,
sull’inerme corpo spara
poi Pisciotta fugge e ai monti vola
ma i gendarmi lo vanno a ricercar.
Come era stato già deciso,
Turi morto lo portano fuori
senza lacrime senza fiori
nella polvere lo fanno star.
Per nasconder quel che hanno tramato,
subito informano ogni giornale
che quel grande criminale
per forza l’hanno dovuto ammazzar.
Dicono che Giuliano ormai circondato,
sparando volevo fuggire,
per pigliarlo hanno dovuto sparare
ed è morto per pura fatalità.
Intanto Pisciotta viene arrestato,
nella gabbia è tranquillo e sereno
alla sua lingua gli mette un bel freno
non sa niente e non vuole parlar.
Udendo del giudice la dura sentenza,
tutto capisce poi ci ripensa,
egli grida e allor si condanna
quando dice che tutto dirà.
All’indomani tra guardie ed armati,
quando all’alba il caffè gli han portato
un potente veleno gli han dato
che uno spasmo orrendo gli dà.
Mentre urla per i dolori feroci,
all’infermeria lo porta veloci
ove con breve dolorosa agonia
e gli muore e più nulla dirà
e così è finita la storia,
il picciotto Turiddu Giuliano,
che era un giovane bravo ed umano
e la guerra bandito lo fa.
Ma la guerra nessuno da Gloria,
sol ne piange e soffre la povera gente,
muore di fame il meschino innocente
ed il ricco più ricco si fa!
943 PEPPE MASTRILLU
Nella bella città di Terracina
nascìa Mastrillu, omu de grand’ingegnu;
ad’era riccu e pinu de duttrina
da stupì Roma e fa gran male a un regnu;
menò la vita sua sempre ferina,
contro a lu Re se mise con impegnu;
la jente che ‘mmazzò con gran furore
la ‘mmazzò per cagione dell’amore.
Passa un jornu Mastrilli de ‘na strada,
e vede a ‘na finestra ‘na zitella
che jé parìa più bella de ‘na fata
e più rilucente e chiara de ‘na stella;
issu llora l’ha lestu salutata
e dopo jè dichiara de volella,
e de volella perché avìa la vojia
fa dì a lu patre che la vo’ per mojie.
Lu distinu che è sempre operatore
non po’ vedella un’anima costante;
ecco che la fantella pijia amore
pe’ un bellu e riccu fijiu d’un mercante.
Issu l’amava e la tinìa nel core
e non sapìa che fa pe’ disse amante;
e a la fantella pe’ poté parlacce
tuttu se confidò co’ ‘na vecchiaccia.
Ecco un jornu Mastrilliu che ha trovatu
lu mercante che a quella vulìa parlare;
Mastrillu che l’ha vistu, l’ha chiamatu:
“Da quella strada più non ce passare!”
Quill’atru ja risposto ‘nfuriatu:
“Io so’ patrò de jì donca me pare!”
Mastrillu non responne, ma a la lesta
cacciò un cortellu e jé tajiò la testa.
Rientra su ccasa e pijia du’ pistole,
e du’ bravi corteji e ‘na schioppetta;
e de scappasse via subboto vòle
perché sa che la morte addè lu spetta;
Ma prima la fantella vedé vòle
perché d’esse fedele jé prometta.
Ppo’ finito de parlà, s’è travistitu
Lascia la casa e scappa via bannitu!
Addè bisogna rjì da lu mercante,
che jede a fa’ rapportu a Monsignore:
“So’ perso un figliu a causa dell’amante
e Mastrillu ne è statu l’uccisore.
Subboto quilli fa vinì denante
Lu capu sbirru pscìa Governatore:
“A chi Mastrillu porta carceratu
trecento scuti jé sarrà donati!”
Ecco che se partì da Frosinone,
dodici guardie armate co’ un tenente
e bave spie pe’ dà informazione
donca Peppe Mastrillu era presente.
Issu dentro d’un puzzu se nasconne
‘mpresso Caserta do’ nisciù lu sente;
ma quanno d’una macchia se fugghio’
co’ lu capu sbirrajia se ‘ncontrò.
Quilli jé disse: “Non me fa lu forte,
ché co’ ‘ste mà te pipierò de certo;
le colpe tue non è male de morte
e te prometto che anzi te defenno!”
Ma rispose Mastrillu a quella Corte:
“Tenente, ‘ste parole io no’ le ‘ntenno,
farristi mejio co’ ‘ssa tua masnada
mutà disegnu e pijià ‘n’atra strada!”
‘Na guardia ne nazio’ napoletana
sintito questo, lu cavallu sprona;
Mastrillu lu guardò con faccia strana
jé dice: “Nte ‘ccostà a la mia persona!”
Quillu jé mira, issu lu schioppu spiana.
E, se s’avanza, più non jé perdona.
Lu vede a tiru e senza più respettu
‘na palla jé tirò ‘n mezzo lu pettu.
Quanno quill’atri vidde ‘lla vendetta
tutti contro Mastrillu jé sse butta;
Mastrillu co’ du’ schioppi e ‘na schioppetta
se mette in testa de ‘mmazzalli tutti;
pinu de rabbia e d’ira maledetta
dice: “Sta jente ‘gnà che sia distrutta!”
Tira e co’ n’atra palle de metallu
‘mmazza atre due guardie co’ un cavallu.
Quanno vidde ‘stu fattu lu tenente
scappa de fuga e non se fa più avante;
appresso a issu tutta l’atra jente
chi se fugghìa a sciroccu e chi a levante;
Mastrillu li tre morti tiene a mente
dice: “Questo succede a chi è ‘gnorante!”
No’ li rrubbò; però pijià se vòle
da lu fiandu d’u’ sbirru du’ pistole.
Eppo’ disse tra sé queste parole:
“Non campo più sicuru in quisti Statu,
se per un mortu Monsignor me vòle,
mo’ che so’ quattro cresce lu peccatu!”
Volta la faccia do’ spunta lu sole,
a casa sua manco ce ss’è fermatu;
meglio sarrà da fa quistu disegnu:
lascià la patria e jissene a lu Regnu.
In certi situ dittu la Portella,
donca a nisciù che passa se fa tortu,
scìa omu ‘mmojiatu scìa fantella.
Loco s’ha da mostrà lu passaportu.
Mastrillu la pregò la sentinella:
“Me raccomando tu non me fa tortu!”
Quillu nega, e Mastrillu fugghia a un monte
Ma prima jé vo’ lascià ‘na palla in fronte.
Appena da ‘llu monte fu passatu,
se mette a sedé sopra ‘na petra
dicenno: “Quanto so’ disgraziatu!
Comme m’adè contrariu lu pianeta!
L’unica ad’è a jì a fa’ lu sordatu!”
E se decise de fugghià a Gaeta;
rriatu a notte ‘n presso le quattr’ore
a la casa bussò d’un pescatore.
Rrapre, e Mastrillu jé comenza a dire:
“Me vòi per questa notte arriloggiare?”
“Scì bon’omu, ma t’agghio d’avvertire
che non potrai ‘stanotte arri posare
perché mia moglie sta per partorire,
e manco pozzo fatte cucinare.
Quanno che l’ora fu del mattino
parturisce la donna un bel bambino.
Mastrilli diede u’ mmasciu al pescatore,
eppo, basciatu, lu chiamò compare,
disse: “Te vojio fa quistu favore
che lu fricu te vojio battezzare.
M’ha bannito da Roma Monsignore
perché quattro persò vòsi ammazzare
e ‘na guardia a Portella a pe’ d’un fossu,
dimme mpo’ tu: donca sarvà me pòzzo?”
Disse lu pescatò: “Non dubitare,
benché tremo a pijià ‘stu bruttu impegnu;
lu Re nostru però non vò assoldare
quilli che ha fatto sangue in quistu regnu.
Pe’ Napoli te ‘mbarco e non tremare;
quanno a Napoli sci , ‘nte manca un legnu
pe’ che atra città fatte ‘mbarcare
e cuscì te pòi certo libberare.
La tevola apparecchia con onore,
Mastrillu non pensava a la malizia;
con un pretestu quillu pescatore,
va a raccontà ‘gni cosa a la Giustizia.
Sintito questo, lu Governatore
manna ‘na bona scorta de milizia
che, da lu pescatore ‘ccompagnata,
la casa in du’ minuti ha circondata.
Ecco che fu Mastrillu carceratu,
dentro ‘na scura torre lu mittìa,
le mà, li pé, lu collu era legatu
e solo pà co’ l’acqua jé dacìa.
‘Mmuffite avìa le mura co’ lu fiatu
e le fere qua e llà jé pizzichìa;
ccuscì campò quattr’anni, ma ‘na sera
fu portatu jò a Napoli in galera.
Mastrillu ecco de novo ‘ncatenatu
‘n quella galera e con un ferru a un piede;
dopo appena tre dì fu visitatu
da lu capu de tutte le galere.
Jé dice: “Che scì fatto, do’ scì statu?”
Issu rresponne e compasciò jé chiede:
“So’ romanu, Eccellenzia, e pe’ ria sorte
Du’ guardie de lu Re mannai a morte!”
Sintito questo, l’atru fa chiamare
L’aguzzì più bravu e jé lu ‘nsegna:
“Lestu, fallu de tutto dislegare!”
E più de cento schiavi jé consegna,
lu farrìa ‘nsieme a quisti fabbricare;
scìa provvisti matù, cacina e rena.
Passa sett’anni quanno fu chiamatu
poru Mastrillu da ‘n’atru sordatu.
Te commanna lu nostru Generale,
de rmette in gabbia tutta questa jente.
Venni a palazzu che te vò parlare.
Mastrillu porbio non pensava a gnente.
Richiuse li schiavi e se lasciò menare
Avanti al Generale che lestamente
Jé disse con cert’aria bona bona:
“Mastrillu tu ha da rjì stasera a Roma!”
Mastrillu che sintì questa sentenza,
tuttu tremante cuminciò a parlare:
“Questa non è pietà, sora Eccellenza,
me manna a Roma pe’ famme ‘mpiccare?”
Infine tuttu armatu de pazienza,
se fece trasportà llà ‘n’messo al mare,
dove sopra ‘na barca fu ‘mbarcatu
con mà, pé e collu tuttu ‘ncatenatu.
O gran divina somma Provvidenza
de li puritti stella mattutina!
D’annare a Roma Jè pijiò licenza
in quillu stissu jornu la rigina;
lesta d’un bastimentu fu partenza
essa e la damigella più carina;
ma sul più bello de lo navigare
ecco che venna ‘na gran tempesta in mare.
Chiamò la gran regina il Capitano
e commannò che terra scìa pijiata;
ppo’, vistu ‘n’atru legnu da lontano
ddimannò: “Chi ce vène trasportatu?”
Jé fu rresposto: “Loco sta un romanu
che a Roma è statu a morte condannatu!”
Essa rispose allora con angoscia:
“Che venga a terra, lu vojio conosce!”

Fattu un segnale, l’omu ‘ncatenatu
venne a terra e lasciò lu legnu a mare.
Essa disse: “Vojio che scìa scatenatu,
ché penso io lu judice a ‘mmansare!”
Ecco che fu Mastrillu libberatu;
su ‘na barchetta lu fece ‘mbarcare.
Issu strappatu e nudu se ‘ncammina
Scinché ‘rriva de notte a Terracina.
Bussò a la porta e jé venne a raprire
li fiji che lu corsero a ‘bbracciare;
issu allora se mise presto a dire:
dateme che cosetta da magnare.
Tutta la vita sua jé vòse dire.
Ppo’ fattu un fijiu prete rispogliare
e un atru dottore, tutti armati
se li portò con issu ‘ccompagnati.
Ed ecco tutti e tre che so’ partiti
e presto, presto arrivano a Gaeta.
Dice lu patre: “Qui rimanete uniti
che ve vojio confidare un gran segreto.
Un compare me spetta in quisti siti,
rvengo presto e nisciù me venga arreto!”
Mastrillu parte co’ ‘na gran bile al core
E ritornò do’ statìa lu pescatore.
Allora dà de mano a un cortellu
E l’occhi tutti e due jé caccia fora;
la bocca jé spaccò pure co’ quillu
e jé strappò la lengua con furore;
ppo’ dopo, comme un porcu a lu macellu
jé spacca lu pettu pe’ cacciajie ‘l core,
e dice: “Cuscì tocca a li tiranni
che non porta rispettu a San Giovanni!”
Ecco lu patre che li fiji va a trovare,
e a Napoli va in jiru pe’ le strade;
dopo tre dì pensarono d’annare
d’un’osteria de lusso a digiunare;
ma appena s’assettavano a mangiare
se ferma ‘na carrozza pe’ la strada;
Mastrillu reconosce la livrea
che lu capu portava de la galera.
Tutti e tre lesti co’ lu schioppu in mano
a quillu capu j ésse fa davanti.
Dice Mastrillu: “Nu’ te domannamo
tremila scuti e lestu, per contanti!”
Che avìa da fa? Pijiò la penna in mano
scrisse a la mojie allora :”Tre briganti
me lea la pella se non daco a loro
tremila scuti, mannetemili in oro!”
Mastrillu appena avuta la moneta
verso Roma pijiò lestu la strada,
fatte sessanta mijia de dieta
rrentra nell’osteria de Sant’Agàda.
Magna de gustu quanno che s’ac queta
a sintì certe voci pe’ la strada.
Adèra che passava un carrozzinu
con dentro lu gran principe Corsinu.
Un boscu c’era presso l’osteria,
dove stava sedici latroni;
A lu Principe a passà per quella via
Jé ‘bbisognava co’ li suoi garzoni.
Mastrillu disse che li cunuscìa
e che era avvezzi a fa bon’azioni.
E perciò gnente avìa da dubitare
anzi issu stessu lu volle ‘ccompagnare.
Presto quattro cavalli fa sellare
finché fori del bosco l’ha portato;
allor Mastrillu comenzò a parlare:
“Eccellenza dai latri è liberato!”
Il Principe un biglietto fece fare
e col sigillo suo l’ha sigillato:
“Che per Napoli, oma e pel suo Stato
non sia Peppe Mastrillu disturbato!”
Se ‘ncontra in de maiali du’ mercanti
e li pretenne comme un disperatu;
ne pijia cento, e se li mette avanti
e li porta a Roma a lu mercatu;
appena se ne ‘ccorse li circostanti,
temìa ciascuno d’essere rrubbatu;
e pe’ poté scanzà la stessa sorte
jette a ‘ccusà Mastrillu a la gran Corte.
Sintitu de lu rapportu lu tenore,
lu Capitanu fece tutti armare
e a la svelta va a trovà lu Monsignore
pe’ fa Peppe Mastrillu carcerare;
e disse pure a quel Governatore
che fa tutto il mercato arri voltare.
Mastrillu che s’accorse de la sua sorte
Lascia li porci e scappa da le porte.
Ecco che lui se ‘ncontra co’ la Corte;
li fiji tutte e due fece allargare,
disse: “Ognuno de voi se mostri forte
che ogghi la gloria mia s’ha da cantare!”
Gli tirò un caporale de la Corte
ma lui se potette riparare;
‘bbraccia lu schioppu, comenza la guerra
e con un colpu du’ sordati atterra.
Per quattr’ore in quillu jornu,
‘gnì cristià tremette in quillu locu;
atro non se sintìa pe’ lu contornu
che biastime e rumo’ de palle e focu.
Nove sordati morti se trovorno
scì che la Corte penso’ de mutà loco;
e Mastrillu co’ li fiji allora pensa
de jì a Roma a trovà la sua Eccellenza.
Una lettera allora jé fu data
da jì in Toscana e de non avé timore;
la lettera fu ben raccomandata
dentro Fucecchio a un buon fattore.
A san Miniato sotto de la strada
fu cercatu Mastrillu a le quattr’ore;
dopo tre jorni venne un omu armatu,
ordina scìa Mastrillu seguitatu.
Va a Livorno Mastrillu e va cercanno
l’imbarcu pe’ Gaeta o Terracina;
è ‘na barca carica de pannu
lu trasportò per lungo la marina;
ecco che de novo cominciò lu bannu,
se mette sottosopra Terracina;
Mastrillu che è per mare, de dolore
se sintìa tuttu strujie su lu core.
Rriatu a casa, cerca d’un nipote
e su lu lettu suu va a riposare;
disse: “Nipote, cerca un sacerdote
perché me vojio a Dio raccommannare.
che me porti lu viaticu se pote
ma senza torce e campane far sonare!”
De nottetempu il sacerdote viene
che trova Mastrillu con gran pene.
Mastrillu non appena confessatu,
pijiò lu Sacramentu con amore;
e giacché li peccati avea accusato,
lu benedisse lu padre Confessore.
Dopo ventiquattr’ore è già spiratu
e li fiji se parte con dolore.
Lu prete ‘n’atra o’ lu benedisse
e de quanto era successo gnente disse.
Lu nipote, patrò de ‘na barchetta
ce lu mette e a troà va lu Tenente
a l’osteria, jé dà quanto jé spetta,
dice: “Mastrillu mortu è qui presente!”
Lu Tenente la pijia la schioppetta
la ‘ncricca e, senza fa capì a la jente,
tira ‘na schioppettata a curtu a curtu
e la testa stuccò a un poru mortu.
Li fiji, allora, pini de dolore
cerca, trova e ppo’ ‘mmazza lu tenente;
allora un Caporale scappa fora,
verso Napoli va co’ la sua jente;
ma quanno seppe tutto il Confessore
non po’ sta zittu, strilla e lestamente
scrive a napoli, a Roma e ha jurato
che Mastrillu era morto confessato.
Ecco a napoli arrica co’ la testa,
lu Viceré però lu fa chiamare
perché la cosa j’era manifesta,
e avanti fa portasse il Caporale.
La justizia vò fa tutto a la lesta
Oscìa che non se deve arri tardare.
Lu Caporà prima che fosse sera
fu condannatu in vita a la galera.
Vergine Santa, matre groliosa,
tu che avvocata scì del peccatore,
Tu che de Dio scì matre, fijia e sposa
e fai felici chi te porta amore,
tu scì de lu peccatò sempre pietosa,
tu che per issu hai sempre un nobil core!
E’ questa de Mastrillu la memori
e in ruzzi versi scritta la sua storia!
944 PEPPE MASTRILLU
Nella bella città di Terracina,
nascì Mastrillu, omu de duttrina
era riccu de lettere, un grand’omu;
Roma sturdì e fece male a un regnu.
Menò vita cruda, assai meschina;
contro lu Re si mise con impegnu;
la jente che ‘mmazzò con gran furore
sempre la ‘mmazzò per via dell’amore.
Mastrillu passa un jornu de ‘na strada
e vede a ‘na finestra ‘na zitella
jé parìa più bella de ‘na fata
più rilucente e chiara de ‘na stella.
Con dolce viso allora l’ha salutata,
e ppo’ jé disse chiaro de volella;
de volella perch^ ci-avìa ‘na gran voglia
de fa dì a lu patre che la vulìa per moglie.
Lu distinu ch’è sempre traditore
non po’ vedella ‘n’anima costante.
Ecco che la fantella piglia amore
d’un bellu e riccu fijiu de mercante.
Issu l’amava e la tinìa nel cuore
e non sapìa più che se fa pe’ disse amante;
e pe’ poté parlà co’ la fantella
riaprì lu core suo a ‘na vecchierella.
Un jornu che Mastrillu l’ha troatu
lu mercante che quella vo’ sposare
Mastrillu l’ha chiamatu e l’ha fermatu:
“Da questa strada più mon ce passare!”
Quill’atru jà risposto ‘nfuriatu:
“Io so’ patro’ de jì donche me pare!”
Mastrillu no’ risponne, ma a la lesta
cacciò un cortellu e jé taglio’ la testa.
Rrentra su casa e pijia du’ pistole
e du’ cortelli gguzzi e ‘na scioppetta,
e de scappasse via subboto vòle,
perché sa che la morte addè lu spetta;
ma prima la fantella rvedé vòle
perché d’essere fedele jé prometta.
Finito de parlà s’è travistitu,
lascia la casa e fugghia via banditu.
Su la morte de lu fijiu lu mercante
lu jette a far rapportu a Monsignore:
“So’ perso un fijiu a causa dell’amante,
Peppe Mastrillu è statu l’uccisore!”
Subboto quillu fa vinì davanti
Lu capu sbirru ossia il Governatore:

“Chi Peppe de Mastrillu avrà pigliato,
trecento scuti jé sarrà donato!”
Mastrillu che questo l’ha rsaputo scappa e corre
finché de lu paese non se vede più la torre.
Se ‘ncontra co’ ‘na guardia che va a cavallo
che con faccia feroce cumincia a interrogallo:
“Do’ vai co’ tanta fuga? Perché scappi?”
Mastrillu comme sempre jé risponne gentilmente:
“Fatte li cazzi tui se vòi sta bene,
sennò te caccio tutto lo sango da le vene!”
Abituatu a risolve le quistiò co’ la forza,
lu ‘cchiappa pe’ lu collu e llì per llì lu strozza.
Appena se diffonde la notizia
Subboto interviene la pubblica milizia,
e Mastrillu per paura d’essere ‘cchiappatu
se cambia li vistitu e passa inosservatu;
se spaccia per un riccu commerciante
de quello che se dice non jé ne ‘mporta gnente.
Pe’ lu nodu de fa cortese ed elegante,
nisciù pensa che adè un feroce delinquente.
Superata questa difficile avventura,
ma cunvintu che la furtuna poco dura
de fretta va via da quella zona
facendo finta d’esse ‘n’atra persona.
Se presenta a lu prete d’un piccolu paese
chiedendo d’essere nascostu per un mese.
Lu prete de malavoglia lu ‘ccontenta
e co’ pane e acqua lu alimenta.
Trascorsu llu lungu mese tribbolatu
‘na matina presto saluta lu curatu,
e sicuru d’aver chiuso la partita
decise de partì e cambià vita.
Appena ringraziatu quillu bravu prete
comme un pesce casca ne la rete.
Circondata era la casa già de notte,
lu capu de le guardie lu ‘mmanetta,
lu chiude in una prigiò scura e stretta.
Mastrilli in attesa del processo ‘nsé rassegna,
ma comme ‘na feroce belva ‘ncatenata,
che tutto morde quel che la circonda,
pensò solo e sempre a la vendetta.
Riesce a scappar via da la prigione,
allora se partì da frosinone
dodici guardie armate ed un Tenente
e tante spie pe’ dà ‘nformazione
do’ Peppe de Mastrillu era presente.
Issu dentro un puzzu se nasconne,
giù verso Caserta do’ nisciù lu sente;
ma quanno da la macchia issu scappo’
co’ un capu de li sbirri se ‘ncontrò.
Quillu jé disse non me fa lu forte,
che co’ ‘ste mà te piglierò de certo;
le colpe tue non è male de morte
e te prometto che anzi te defenno!”
Mastrillu jé risponne a quella cuore:
“Tenente, ‘sto parlà io no’ lo ‘ntenno,
farristi meglio co’ m’ssa tua masnada
mutà disegnu e ca,mbià strada!”
‘Nna guardia de naziò napoletana,
sintito questo lu cavallu sprona.
Mastrillu la guardò con faccia strana,
jé fece: “’Nte ‘ccostà a la mia persona!”
Quella issu mira e lu schioppu spiana,
e se sse mòe lu scarca e non perdona.
Quanno che è a tiru senza più rispettu
‘na palla jé piantò ‘mmezzo de lu pettu.
Quanno quell’atri vedde ‘lla vendetta,
tutti contro Mastriulli j ésse vutta.
Peppe co’ ‘mpar de schioppi e ‘na schioppetta
decide de ‘mmazzà la schiera tutta.
Pienu de rabbia, rabbia maledetta,
dice: “’Sta jente gnà che sia distrutta!”
E ghiò…co’ n’atra palla de metallo
‘mmazza du’ guardie co’ lu lor cavallo.
Quanno che vedde ‘stu fattu lu tenente,
scappa de fuga e non se fa più avanti;
appresso a issu tutta l’atra jente
chi se squagliò a sciroccu e chi a levante.
Mastrillu che non ci-rimorsu, non se pente,
e dice: “Fa ‘sta fine chie è grorante!”
No’ li rrubbò; ma pijià jè vòsse
d’un sbirru du’ pistole longhe e grosse.
E ppo’ disse tra de sé queste parole:
“Non campo più sicuru in quistu Statu.
Se per un mortu Monsignor me vòle,
mo’ che ne so’ tre, me cresce lu paccatu!”
Rvota la faccia dove spunta lu sole,
senza che a casa sua fosse passatu.
E’ più sicuro a fa quistu disegnu
lascià ‘sta terra e jissene a lu Regnu.
C’è un certi situ che per nome ci-ha Portella,
do’ a nisciù che passa se fa tortu:
fricu, ‘mmogliatu ovvero scìa fantella,
llì però ce vò lu passaportu.
Mastrillu la pregò la sentinella:
“Me raccommanno, tu non me fa tortu!”
Quillu nega. Mastrillu fugghia a un monte
ma prima jé la piazza ‘na palla su la fronte.
Appena de llà de lu monte ad’è rriatu,
straccu se mette a sedé sopra ‘na piètra,
e dice: “Ma quanto so’ disgraziatu!
Comme me dè contrariu lu pianeta!
L’unica adè de jì a fa lu sordatu!”
E se decise de fugghià a Gaeta,
do’ rria de notte, quasci a le quattr’ore
e bussa a la casa d’un bravo pescatore.
La porta rrapre e Mastrilliu jé cumincia a dire:
“Me pòi pe’ stanotte famme aòòpggiare?”
“Bon’omu sci’, te voglio però avvertire
che non potrai stanorre ripusare
perché mia moglie sta per parturire,
e manco pozzo fatte cucinare!”
Quanno che fu l’ora del mattino
la maglie partorisce un bel bambino.
Mastrillu dette un basciu al pescatore,
eppo’, basciatu, lu chiamò compare.
Dirre: “Te voglio fa quistu favore,
‘stu figliu te lu voglio battezzare.
M’ha bandito da Roma Monsignore
perché quattro persò vòse ammazzare
e una guardia a Portella, a pié d’un fosso
dimme, compare, se sarvà me posso!”
Disse lu pescatore: “Non dubitare,
se benché tremo pe’ ‘stu bruttu impegnu,
ma lu Re nostru no’ li vò assoldare
quilli che sangue ha fatto su lu Regnu.
Per Napoli te ‘mbarco e non tremare
llì de sicuro tròi ‘n’atru legnu
che a ‘n’atra terra te potrà portare
cuscì te pòi de certo libberare!”
La tavola appercchia con onore,
Mastrillu non pensava a la malizia.
Co’ ‘na scusa allora il pescatore,
va a raccontà ‘gnì cosa a la giustizia.
Quanno seppe ogni co’ il Governatore
Sbirri mannò, sordati e la milizia,
che Peppe piglia e lega strettamente
senza che issu possa fare gnente.
Ecco che fu Mastrillu ‘ncarceratu,
dentro ‘na scura torre fu rinchiusu,
le mà, li pé e su lu collu fu legatu
e solo pane e acqua j ésse dava.
‘Mmuffite era le mure co’ lu fiatu,
cuscì campare a lungo non putìa.
Quanno quattr’anni dopo, era de sera,
a Napoli portatu fu in galera.
Mastrillu ecco de novo ‘ncarceratu,
una grossa catena jé fu messa al piede.
Dopo appena tre dì fu visitatu
da lu capu de tutte le galere.
Jé disse: “Che scì fatto? Do’ scì statu?”
Compascio’ allor Mastrillu jé chiede:
“Romanu so’; per tanta mala sorte
du’ guardie de lu Re mannai a morte!”
Lu capu pensas allor de far chiamare
Un aguzzì; a custù Peppe jé ‘nsegna:
“Subboto e tuttu fallu deslegare!”
E più de cento schiavi jé consegna:
“Con quisti cento lui ha da fabbricare
che jé scìa dati matù, cacina e rena!”
Dopo sett’anni de llo fatigare,
un atru capu lu mannò a chiamare.
Prima jé commannò de rinserrare
Tutti lli cento, tutta quella jente;
dopo a palazzu lu duvìa portare.
Mastrillu proprio non pensava a gnente,
richiuse li schiavi e se lasciò menare,
davanti al capo, che subitamente
jé dice co’ ‘na faccia vòna vòna:
“Mastrillu tu hai da rghì stasera a Roma!”
Mastrillu a sintì questa sentenza,
con grande tremore cuminciò a parlare:
“Questa non è pietà Vostra Eccellenza,
me manni a Roma pe’ famme ‘mpiccare!”
Infine co’ la santa pacienza,
co’ l’accompagnu jette verso il mare,
do’ sopra ‘na barca fu ‘mbarcatu
co’ mani, collu e piedi ‘ncatenatu.
O gran divina santa Provvidenza,
de li puritti stella matutina!
D’annare a Roma se pigliò licenza,
in quillu stessu jornu la regina.
Essa su un bastimentu fa partenza,
c’era pure la damigella più carina.
Ma su lo meglio de lo navigare,
venne ‘na gran tempesta in mezzo al mare.
Allora la regina al capitano,
chiede che il bastimento scìa portatu
a terra, e quanno n’atru da lontano
ne vedde, disse: “Chi c’è trasportatu?”
Jé fu risposto: “Llì ci sta un romanu
che a Roma è statu a morte condannatu!”
Essa commanna allora con angoscia
che venga a terra perché lu conosca.
Fattu un segnale, l’omu ‘ncatenatu
venne a terra e lasciò lu legnu a mare.
Essa ordinò: “Lu voglio scatenatu!
Con giudice ce penso io a parlare!”
Peppe Mastrillu allor fu libberatu,
su de ‘na barca fu fattu ‘mbarcare.
E quanno tocca terra camina, camina,
finché de notte no’ rrìa a Terracina.
Bussa a la porta e jé va a rraprire,
li fiji che ‘nse stracca d’abbracciare.
Issu affamatu jé cumincia a dire:
“Daceteme checchosa da magnare!”
E de la vita racconta tutto lo soffrire.
Un fijiu prete lui lu la spretare
e ‘n’atru chè dottore, tutti armati
se li portò con issu ‘ccompagnati
E tutti e tre dicisi so’ partiti,
e va dritti e svelti jò a Gaeta.
Lu patre dice: “Qui rmanete uniti,
che ve devo cunfidà ‘na cosa assai segreta.
Presto rverrò: non me venete dietro,
un cuntu ci-ho, me pizzica le dita!”
Mastrillu parte co’ ‘na gran bile nel core
rghiette donche statìa ‘llu pescatore.
Allora dà de mano a lu cortellu,
e caccia l’occhi a quillu traditore;
la vocca jé la ga comme d’un cellu,
a lengua jé la carpe con furore;
ppo’, dopo, comme un porcu a lu macellu
jé spacca lu pettu pe’ cacciagli il cuore
e dice: “Questo tocca a li tiranni,
che non rispetta manco a San Giovanni!”
Finita la faccenna va a trovare,
a Napoli li figli. A passeggiare
se mette dopo, lungo de lu mare,
po’ a ‘n’osteria de lusso va a cenare.
Ma appena fu a sedé per quest’affare,
la vedde ‘na carrozzi llì fermare.
Mastrillu lu rconosce da la livrea:
proprio lu capu ad’è de la galera.
D’un lampu tutti e tre, li schioppi in mano,
a quillu capu j ésse fa davanti.
Dice Mastrillu: “Nu’ te domannamo
Tremila scuti; e lestu, per contanti!”
Che duvì fa? Pigliò la penna in mano,
cuscì a la moglie scrisse: “Tre briganti
me lèa la pella se non daco a loro
tremila scuti, mannimili in oro!”
Mastrillu appena avuta la moneta
verso de Roma la piglia la strada;
fatte sessanta miglia de dieta
rrentra dentro l’osteri de Sant’Agata.
Magna de gusto comme se mereta
quanno sintì un rumore su la strada:
ad’era che passava veloce un carrozzino
con dentro lu gram principe Corsino.
‘Na selva c’era accanto all’osteria,
dove ce stat’a dodici latroni,
lu Principe che de llà passà duvìa
con tutti li sui servi e .i garzoni.
Mastrillu disse che li cunuscìa
E ch’era ‘vvizzi a non fa bon’azioni.
“Sor Principe, jé disse, non dubitare
io proprio te cce voglio ‘ccompagnare!”
Presto quattro cavalli fa sellare,
e fori da la mac chia l’ha portatu.
Mastrillu allora cuminciò a parlare:
“Eccellenza da li latri è libberatu!”
Lu Principe un bigliettu fece fare,
e co’ lu sigillu so’ l’ha sigillatu:
“Per Napoli, per Roma e per il suo Stato
Mastrillu da nisciù sia disturbato!”
Per via ‘ncontrò de porci du’ mercanti,
li volle, se chidù murì scannatu
non vulìa; cuscì ne tira cento avanti
e se li porta a Roma a lu mercatu.
Quanno che lu vede l’atri negozianti,
ché a vénne mai nisciù l’avìa ‘ncontratu,
pebsò che ad’era un latru, un malfattore
e lesti lu ‘ccusò a lu ‘ccusò a lu Governatore.
Lu Capitanu allora con furore,
tutte le sue milizie fece armare,
e va a tròà fugatu Monsignore
perché pozza Mastrillu carcerare;
ppo’ dette ordine al Governatore
de fa tuttu lu mercatu perlustrare.
Mastrillu che se ‘ccorse de ‘sta mossa
lascia li porci e scappa via de corsa.
Ma da li sbirri presto è rrarriatu,
e li fiji tutti e due fece scansare.
“Me batto io, me vasta core e fiatu!
Ogghi la gloria mia s’ha da cantare!”
Un Caporale mattu e disgraziatu
jé spara e lui se pòle riparare.
Addè Mastrillu ‘ttacca lui la guerra
e co’ un colpu sulu du’ sordati atterra.
Per quattr’ore de tempu in quillu jornu
‘gnì cristià tremette in quillu locu;
atro non se sintìa pe’ lu contornu
che bestemmie e rumo’ d’arme da focu.
Nove sbirri morti fu troati,
lu Capitanu fa cambià locu a li sordati.
Peppe Mastrillu co’ li fiji pensa
de corre a Roma e jì da Sua Eccellenza.
‘Na lettera allora jé fu data,
de jì in Toscana e de non avé timore;
la lettera fu ben indirizzata
dentro Fucecchio per un buon fattore.
A San Ministo, sotto de ‘na strada,
Mastrillu fu cercatu a le quattr’ore;
dopo tre jorni venne un omu armatu
commanna che Mastrillu sia pigliatu.
Mastrillu va a Livorno e va cercanno,
l’imbarcu per Gaeta e Terracina,
e ‘na nave carica de pannu
lu trasportò per lungo la marina.
Ecco che de novo cuminciò l’inseguimentu;
se mette sottosopra Terracina.
Per mare je scoppiò sì gran dolore,
che se le sintì rrià l’uteme ore.
Rriatu a casa, cerca d’un nepote,
e su lu letto so’ va a ripusare.
Disse “Nepote miu, chiameme lu prete,
perché me voglio a Dio raccommannare.
Che se porta lu viati cu, se pòte;
ma senza torce e senza mai sonare!”
De nottetempo lu sacerdote vène
e vede che lu fiatu co’ li denti tène.
Mastrillu dopo che s’è confessatu,
piglia lu Sacramentu con amore;
siccome li peccati avìa ‘ccusato
lu benedisse lu patre confessore.
Dopo poche ore era già spiratu;
li fiji allor se parte con dolore.
Lu prete ‘n’atra òta lu benedisse
e de quello che avìa sintito gnente disse.
Lu nepote patro’ de ‘na barchetta,
lu corpu mortu porta a lu Tenente;
quanno lu stròa jé dice piano e in fretta:
“Ecco Mastrillu mortu, è qui presente!”
E lu Tenente piglia la schioppetta,
la ‘ngricca, e sensa fa capì a la jente,
tira ‘na scioppettata a curto a curto
la testa jé staccò a llu poru mortu.
Li fiji allora pieni de dolore,
lu cerca e stròa, ppo’ ‘mmazza lu Tenenete.
allora un Caporale scappa in fretta
e a Napoli de Mastrillu portò la testa.
Ma quanno seppe tutto il confessore,
non po’ sta zittu, strilla e prontamente
a Roma scrie e a Napoli; ha jurato
che Mastrillu era morto confessato.
Ecco, a Napoli rria lu Caporale co’ la testa,
lu Vicerè però lu fa chiamare,
perché la cosa ji era manifesta.
Lu Caporà davanti se fa portare.
Justizia s’ha da far, e tutto a la lesta,
ossia manco un minutu ritardare.
Lu Caporà prima che fosse sera,
fu condannatu in vita a la galera.
Vergine santa, Madre gloriosa,
tu che l’avvocata scì del peccatore,
tu che de Dio sei madre, figlia e sposa
e fai felici chi te porta amore,
tu sei del peccator sempre pietosa,
sempre per issu ci-hai compasciò nel core.
E’ questa de Mastrillu la memoria,
e i rozzi versi scritta la sua storia!
945 PIA DE’ TOLOMEI
Negli anni che dei Guelfi e Ghibellini
repubbliche a quei tempi costumava
batteva i Cortonesi e gli Aretini
specie di ogni partito guerreggiava;
i Pisani battean coi Fiorentini
Siena con le maremme contrastava
e Chiusi combattea contro Volterra
non v’era un posto dove non ci fosse guerra.
Un signore di Siena che non era,
che Dalla Pietra avean chiamato Nello
sposò la Tolomei onesta e sgherra
e un giusto matrimonio passò con quello;
nativa è Pia della senese terra
Pietro diletto è il suo carnal fratello

E l’altro è Ghino: adesso a voi vi dico
che Nello lo teneà fedele amico.
E ecco che di Val d’Ensa viene un plico,
di carriera a cavallo una staffetta
che c’era scritto che il campo nemico
llà si avanzava sopra il Colle in vetta:
ritorna Nello e dice: “A il suolo antico,
digli ch’io vengo e il mio partir s’affretta
presto sarrò a trovarlo il reggimento
coma va in poppa il vantaggioso vento!”
Corre e abbraccia la moglie in un momento
e dice: “Cara debbo far partenza,
questo gli è il plico che a te presento
che mi chiama per il Colle di Val d’Ensa!”
Risponde Pia con gran dispiacimento:
“Pregherò la Divina Onnipotenza
l’Eterno pregherò con il cuor sincero
che torni a Siena vincitor guerriero!”
“Nello da te grazia domando e spero:
fammi sapere le cose comme vanno!”
E Nello disse: “Ti sarò sincero,
ti scriverò ogni dì e mese dell’anno!”
Intanto llà si prepara un destriero,
si baciano, fra lor l’addio si danno;
monta a cavallo e la sua mano imbriglia
e il pianto a tutti e due bagna le ciglia.
Nello tragitta per la gram gueriglia,
ed ecco Ghino da tutor vi resta
e Pia che di bellezza è meraviglia;
eccoti Ghino col pensier si desta
la confronta, la tenta e la consiglia.
Gli disse Pia¨”Ma che parola è questa?”
Ghino raddoppia per tentar l’invito
pe’ soddisfar con le il suo appetito.
“Taci, risponde Pia, o scimunito
traditore di Nello inquo e rio
se fai questo però non sei sentito
il tuo brutto parlar vada in oblio!
Io penso a Nello, il caro mio marito
che il santo matrimonio giurai con Dio!”
Ghino non pòle aver quel che ha tentato
s’allontanò da lei tutto arrabbiato.
Pietro a quei tempi ch’era pur lui soldato,
fratello della Pia di lui sorella,
ecco nello tre plichi gli ha mandato
ch’è perditore in questa parte e in quella;
il quarto plico che gli fu portato
un annunzio di pace gli favella:
si sospendan le guerre e si soggiorni
e ogni soldato a casa sua ritorni!
Pietro fu il primo, con pensieri adorni
le notizie portava a la sorella,
nel giardino di lei nei bei contorni

e tante notti a favellà con quella;
ma Ghino pieno di malizia e scorni
più volte gli facea la sentinella
e Pia che aspettava in giorno in giorno
di Nello il bramoso suo ritorno!
Ma Ghino pieno di malizia e scorno,
tre miglia ne tragistta fuor di Siena,
la sera quando si perdeva il giorno
incontra Nello e lo saluta appena:
Nello se tu sapessi il grande scorno
E il disonor che tua moglia mena!
Io vorrei confidarti una parola,
ma devi giurarmi di tenerla in gola!”
Nello parlò: “Per me è nebbia che vola:
mi conoscete ed io vi ho conosciuto!”
E Ghino principiò con questa scola:
“La moglie la ti tiene per rifiuto!
Dal momento che l’hai lasciata sola
Tutte le notti un amico è venuto:
mezzanotte nel giardino piano piano
se non credi ti fo toccar con mano!”
Nello si turba nel sentir l’arcano:
e si arrabbia tra sé con pene e doglie
e Ghino disse: “Via andrem ben piano:
tuttu sperimenterai della tua moglie,
se quel che ho detto avrò parlato invano:
noi che varcheremo il muro entro tue soglie!”
E in quel giardino un nascondiglio vi era,
nuvoli fitti ed imbrunite sere.
E le undici di notte quasi gli era,
e in guardia se ne stavan Ghino e Nello;
si sente per la strada un di carriera
poi la corda tirò del campanello,
e Pia in veste bianca va leggera
consueta ad aprire a suo fratello,
capitan contro i Guelfie gran guerriero:
questo Ugo detto, ma il suo nome è Piero.
Principiava la piuoggia e il tempo nero,
la buona notte diede a la sorella,
disse Ghino a nello: “Guarda se è vero
se quello che t’ho detto è una novella!”
E Nello disse: “Castigarla spero!”
E Pia in casa ritornò pur ella;
Ghino e nello risaltano in strada
Dicendo: “Ugnuno a casa sua vada!”
Nello tira la corda e no abbada,
dalla rabbia strappò fune e catene
la disse Pia: Oh che sonata rara:
questo gli è Nello, l’amato bene!
Di corsa l’apre e lui scotéa la spada
e di sangue bilioso ha pien le vene;
entrano nel palazzo chiari rai
Pia te l’abbraccia e lui non parlò mai!

Pia la gli disse: “O Nello icché tu hai?
So’ che alla guerra foste perditore:
un’altra volta tu rivincerai,
levati le passion che t’hai sul cuore!
Perché una parola non mi fai?
Son la tua sposa Pia, il tuo primo amore….!”
Di più s’affligge e gli cresce l’affanno:
senza parlarsi a letto se ne vanno.
Nello s’addormentò e pensò all’inganno,
non pensava che Pia fosse innocente:
per cagione di Ghino quel malanno
fecero disturbar la brava gente!
Su giorno dicéa Pia: “Perché mi sei tiranno?
O Nello: ecco il mattino, alba ridente…!
E le gli si avventa al collo e te l’abbraccia
e lui con irti e spinte la discaccia!
Poi si alza nello e dice a seria faccia,
poche son le parole dei guerrieri
e disse: “Alzati su: vo’ andare a caccia
ordina a un servitor i due destrieri!”
La si Pettina Pia e il manto allaccia
Ma non sapéa di Nello i suoi pensieri;
all’ordine sta lei all’obbedienza
pronta è per la Maremma la partenza.
Nello con l’arme sua, Pia di arme senza,
tutti e due a cavallo ne montorno;
la disse Pia a piena confidenza:
“Nello, quando sarà il nostro ritorno?”
E lui la guarda con finta apparenza:
“Noi starem laggiù per qualche fiorno!”
Venti miglia han fatto per quel sito
eccogli alla capanna di un romito.
E Pia la disse: “O caro mio marito
mi sento arsione e prendimi da bere!”
E Nello intanto prega quel romito,
se un bicchier d’acqua ci avéa per piacere;
il penitente buono e premunito
solo di cuoio ci tenéa un bicchiere
e nella strada prima di un baleno
portò a loro il bicchier d’acqua piano.
Non si trattennero un minuto meno,
Pia lo ringrazia con nobile linguaggio,
Nello lo ringraziò sopra il terreno,
e il romito gli osserva il personaggio
con gli occhi bassi e con la fronte al seno:
“Iddio vi diaun felice viaggio!”
Nello e Pia un altro addio gli disse,
il romito con la mano li benedisse.
Partiron tutti e due a luci fisse,
solo Iddio n’in quei due cuori l’impetra;
accogli là dove il Sestini scrisse
a il detto Poggio Castel della Pietra;
picchiano a il castellano che gli aprisse

lui vien di corsa e gli apre a faccia tetra,
prende i cavalli e le due briglie in mano
e li porta alla stalla il castellano.
Li custodisce e poi ritorna al piano
a sentire se Nello gli comanda,
e Nello, intanto, prega il castellano:
“Procura di trovar qualche vivanda!”
Perché il viaggio di Siena è già lontano,
da mangiare qualcosa lui domanda
e il castellano va senza tardare
e gli porta da bere e da mangiare.
Appena ebbe finito il cenare,
Nello si rizza ed un sospiro vola,
e le veci facéa di passeggiare
e lasciò Pia in disparte a mensa sola.
Gli disse al castellano: “Non mancare,
sacrosanta la sia la mia parola;
questa donna nelle manu tue la resta,
se la lasci sortir: pena la testa!
Bada che non ti scappi alla foresta,
che la ‘un ti metta un piè for del castello!”
Poi un’altra paroal gli manifesta:
“Bada che chiuso sia sempre il cancello,
sennò per te sarebbe triste festa:
se trasgredisci alle parol di Nello
e a quel che ti ho detto mancherai
a il supplizio di morte tu anderai!
Domattina alle quattro insellerai
i due cavalli che nella stalla tengo,
piano al cancello me li porterai:
io mi alzo presto e pria di te giù vengo!”
Ritorna dalla Pia con lacrimosi rai
Disse: “Di andare a letto ne convengo!”
E lei un pochettino si consola
nel sentir fare a lui qualche parola.
Nello si posa sopra alle lenzuola,
mezzo spogliato e no con carni nude;
Pia la si spoglia tutta e la s’involta,
abbraccia Nello ma lui non conclude!
La buona notte fu l’ultima parola,
lui si addormenta e la sua bocca chiude,
Pia lo richiama e gli va più rasente;
Nello dormiva e non sentiva niente!
Di più si affligge e si facéa dolente,
di non aver risposta lei si tormenta,
siede sveglia due ore interamente
ma poi presa dal sonno si addormenta.
Ed ora ecco il mattino, alba ridente,
Nello si sveglia e con l’orecchio tenta
Sente che russa e placida dormìa,
disse: “Questo è il momento di andar via!”
Piano come una mosca egli venìa,
prende scarpe e il cappello e le sue spoglie
e in fondo a la scala si vestìa
e lasciò sola la dolente moglie
e verso dei cancelli se ne gìa:
vi erano pronti i cavalli a quelle soglie
monta a cavallo e dicéa al castellano:
“Abbada bene di seguir l’arcano!”
Ecco che il chiaro dì non è lontano,
Pia si risveglia e va ad abbracciar Nello;
sente vuoto dove mette la mano,
non vede più le scarpe né il cappello,
disse: “Maledetto suolo maremmano!”ùPoi apre gli occhi e non vede più il mantello,
presto la si alza e spspirando esclama
e a voce forte il castellano c hiama.
Gli fu risposto: “Cosa vuoi madama?”
“Ma dimmi hai visto punto mio marito?”
“Sì l’ho veduto che la caccia acclama,
e gli è due ore e mezzo ch’è partito!”
“Dove gli è il cavallo che tanto l’ama?”
“Gli ha presi tutti e due ben premunito!”
E poi gli disse con serie parole:
“Bisogna restar qui e partir lei non pòle!”
Pia tra le nebbia lo vedeva il sole,
gli era le dieci avanti mezzogiorno
e scotendo i cancelli aprir non pòle;
l’aveva il castellan sempre d’intorno!
Si affligge, si strapazza, piange e duole,
e si fa tarsi e Nello non è di ritorno.
“Apri! – la disse al castellan – l’ingresso!”
“Signora mia non ce l’ho il permesso!”
Riparte Pia a capo genuflesso,
e più era tardi e s’imbrunìa la sera,
lei in camera tornò sul letto stesso,
disse: “Sono in Maremma prigioniera!”
E tante volte ripeteva spesso,
piangendo si strappava la criniera;
poco mangiava e tutta addolorata
per non sapere la cosa come è andata!
E pensa a nello tutta la nottata,
diceva: “Là pe’ quella selva folta
‘un abbia qualche belva incontrata
o qualche lupo gli abbia fatto scorta?”
Specie al marito l’era tanto grata,
ora la ‘un ci ha nessun che la conforta,
dicéa: “Trista sventura iniqua e ria,
non so di dove venga e quel che sia!”
Si vedeva il mangiare a economia,
a guisa tale come carceriera,
tante volte diceva:”A casa mia,
dei Tolomei un miracolo gli era!”
E tante notti la s’impaurìa;
e il roder dei tarli d’una trave intera;
si era sentito dir da questo e quello
che abitavan le streghe in quel castello!

Intanto a Siena è ritornato Nello,
se ne scarrozza e se ne va a cavallo,
disse a Ghino: “L’ho chiusa nel castello!
L’è prigioniera e la ‘un farà più il gallo!”
“T’hai fatto bene – risponde quello –
Così interviene a chi commette fallo!”
C’è tante donne – disse a voce piena –
per divertirsi e consolarsi a Siena!”
E Pia che soffre lacrimando e pena,
siede sei mesi interi solitari,
lìè diventata come una pergamena,
di sue bellezze e sue freschezze varia.
“Lasciami andare un momentino appena
-disse alla guardia – a prendere un po’ d’aria!”
Per tre volte la grazia lei gli chiede,
quasi morta paréa: gliela concede.
E dietr’a Pia il castellano andiede:
eccogli giunti là sopra un balcone,
da lontano un romito venir vede
a capo basso e in mano avéa un bastone:
“Ferma buona ventura, ferma il tuo piede,
di una misera tu avrai compassione!”
E il romito si ferma e andar non puòle
osserva lei come guardava il sole.
Pia principiò con queste parole:
“Ti riconosco o buon penitenziere;
sei mesi interi son che l’arsione vuole
alla capanna tua chiesi da bere!”
E il romito rifletté e parlà vuole:
“Era marito tuo quel cavaliere?”
“Sì – disse Pia – il mio marito è quello,
mi lasciò prigioniera nel castello!”
Un piacer mi farai caro fratello,
se per caso quel signore ricombini,
del santo matrimonio questo è l’anello,
è intrecciato coi, della mia chioma, crini:
vedrai colui riconoscerà quello,
digli che io sono agli ultimi destini,
a te ti ringrazio e a lui chiedo perdono,
ma devi dirgli che innocente sono!”
Parte il romito penitente e buono,
e verso la campagna va piano piano,
e tiene stretto il ricevuto dono,
e Pia se ne partì col castellano;
disse: “Vieni con me, non ti abbandono,
vedo un certo segnale là nel piano….!”
E inginocchiata una fanciulla vi era
e a un suo defunto gli facéa preghiera.
Si avvicina e gli dà la buona sera
“E tu che fai?” “A il ciel santa dottrina!”
E Pia alzò la mano sua leggera,
dal collo si levò una crocettina:
“Tienila per memori veritiera,
che anh’io a seppellirmi son vicina,
e la tomba moderna tu vedrai
e le stesse preghiere a me farai!”
Ghino che in chiesa non ci andava mai:
per caso giunse a Siena un missionario
predicava la fede come sai,
Ghino ci andò ad ascoltar pe’ caso raro,
ei diceva: “Ai bugiardi pene e guai,
per i calunniatori n’un c’è riparo!”
E alle parole del predicatore
Ghino si turba e gli batteva il cuore.
Monta a cavallo come da cacciatore,
per star diversi giorni alla campagna;
eccoti della Pia il genitore
co’ il genero suo si accompagna:
“Per la figlia, per il sangue e per l’amore –
gli disse a Nello – là sulla montagna
di te fu sposa e di me fu figliola:
noi ci andremo pe’ una volta sola!”
Nello disse di sì e passò parola,
ordina due cavalli a un servitore.
E Pia dicendo: “Ohimé qua sempre sola,
Nello non vidi più né il genitore!
Eppur dei Tolomei io fui figliola,
Siena mi fé!” alla Maremma muore,
e negli ultimi momenti che spirava
di Nello e il genitore domandava.
Ed ambedue che per la via trottava,
eccoli giunti a una rozza capanna,
e acqua e vento, tuoni e balenava,
il tempo di fermarsi gli condanna
dove un romito in orazione stava:
recan saluti e il romito si affanna,
e al più giovane si volta e dice a quello:
“Scusi lei Della Pietra è il signor Nello?”
Disse di sì e si levòil cappello,
ecco il romito principiana intanto:
gli fa veder il ricevuto anello,
che avéa passato al matrimonio santo:
“Me lo diede una donna del castello,
e mi pregò con doloroso pianto…..!”
Nello lo piglia e poi lo rigurdava
di più i capelli che afflizioni gli dava…
Si sente a un tratto uno che gridava
e in disparte dicendo: “Aiut!” Aiuto!”
Nello e il romito lì ambedue ascoltava:
“Questa voce è di un uomo che è caduto!”
E verso quello vi si approssimava
dicendo: “”O caro icché vi è intervenuto?”
Quello era Ghino che ferito gli era
da una belva mordace orrenda e fiera.
E riconobbe nello in quella sera,
Nello in tal guisa riconobbe Ghino,
che di sangue grondava dalla visiera,
Iddio lo volle per fatal destino.
Nello, la moglie tua l’è prigioniera,
io te la calunniai nel tuo giardino;
ti giuro davanti a Dio onnipotente
levala presto perché l’è innocente!
La cagione son io se sta dolente,
la cagione son io se lìè a patire,
ed io te la tentai segratamente:
non volle ai miei capricci acconsentire;
per me non c’è rimedio certamente,
perdon ti chiedo e me ne vo’ a morire!”
Nello tutto ascoltò poi fé partita
lasciò Ghino spirante all’eremita.
Per una scorciatoia vèa salita,
presto riparte il genitore e nello,
e i due destrier a camminar s’invita,
e stimolando ogni pensiero a quello;
eccogli giunti ad una spiaggia pulita,
distante mezzo niglio dal castello;
si ferman tutti e due e ognun ascolta
una campana suonava a raccolta.
Nello dalla sinistra allor si volta,
vede dodici lumi e do’ ne andava,
disse a una fanciulla:”Chi è quella morta?”
Lei gli risponde: “E’ una donna che stava,
sei mesi interi dentro quelle porte:
sempre del suo consorte domandava,
che l’è morta asrrà ventiquattrore,
altro ‘un gli posso dir, caro signore!”
Nello riparte con il genitore,
a gran carriera come fosse gara,
e si avvicina là dove è l’albore:
di lumi contornata c’era la bara:
“Fermate – disse nello – per amore
Che dentro qua c’è la mia gioia cara!”
Alza la coltre e la bara per via,
e vede morta l’innocente Pia.
Mello l’abbraccia e dice: “Moglie mia,
chi sa quanto fu lungo il tuo dolore !
L’anima tua alla sant’aria sia,
in braccio dell’Eterno Creatore!”
Poi la bara egli ricopre e vanno via,
Nello si sviene e piange il genitore.
Termino il canto e chiudo i versi miei
della dolente Pia dei Tolomei!

INDICE
879 Al ballo di Montedinove
885 Andassimo tutti e tre
839 Annarella
893 Anno nuovo
912 Barcarolo
873 Bella ciao (canto delle mondine)
902 Bella ciao (versione partigiana)
858 Bella me faccio svizzero
920 Benvenuto Martì me!
903 C’era un dì un nsoldato
900 Cantamaggio
911 Cantamaggio
872 Canti a dispetto
859 Canto a batoccu
888 Canto a batoccu
881 Canto del prosciutto
896 Cantu a batoccu de lo mète
904 Cara Lella
897 Cara Nenella
907 Caterinella
931 Cecilia
916 Cicerummella
923 Colomba Marì
860 Du’ vardasce
867 E’ notte e lu patrò suspira
849 Evviva Noè
880 Frisculà de la montagnola
870 Fuori piove e tira vento
847 I consigli del filosofo
853 I giorni della settimana
914 I tre falciatori
886 Il canto dei mesi
806 Il cavalier di Francia
891 Il frate cercatore
901 Il ritorno del soldato
850 Il soldatino
926 Il somarello
871 In mezzo al mare
869 In mezzo del mare
857 L’anello caduto nel mare
908 L’impresa di Roma
924 L’ubriacone
933 La ‘nzurfata
909 La bella addormentata
930 La bella Cecilia
863 La bella Giacomina
932 La bella Teresina
939 La bomba
843 La canzone della tessitrice
910 La castellana
868 La donna lombarda
927 La monaca di Pisa
934 La monachella di Pisa
878 La montagnola
940 La montanara in città
905 La partenza del soldato
929 La povera Cecilia
928 La povera Giulia
937 La povera Nella
935 La storia di Pierina
942 La storia di Salvatore Giuliano
889 Lamento de la suocera
918 Le nostre care donne
864 Le tre sorelle
915 Li consigli de mamma mia
890 Lo sapé de nonnu
926 Lo sfollamento
884 Lu contadì
861 Lu marguttu
936 Luigia Gennari
894 Mamma mòro, mamma mòro
913 Merica, Merica
854 Non pensiamo più al passato
875 Nostra patria
844 O mamma mia voglio marito
845 O marinaro
848 O Pinotta
874 Partire, partirò
943 Peppe Mastrillu
944 Peppe Mastrillu
945 Pia dei Tolomei
918 Pirulì
877 Saltarello
879 Saltarello
895 Saltarello
921 Saltarello
922 Saltarello
941 Salvatore Giuliano
887 Scacciamarzo
846 Se pigli ‘na moglie bella
860 Serenata
866 Serenata
892 Serenata
855 Serenata dispettosa
856 Susanna
883 Tarantella
852 Tasse, sempre tasse
851 Teresina innamorata
865 Teresina innamorata
872 Tre sorelle
919 Trullallero, trullllero
876 Tu donna senza cuore
1-842 Versi vari
898 Voi bona gente

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VOCABOLARIO DELLE MEDIE VALLATE DELL’ETE E DEL TENNA negli STUDI DI ALBINO VESPRINI lettera Q

Quadernu = quaderno
Quadrà = quadrare, coincidere, concordare, corrispondere
Quadratu = quadrato, di forma quadrata (con lati ed angoli eguali)
Quadrittu = quadretto (piccolo quadro); oppure travicello del sottotetto
Quadru = quadro, dipinto, disegno
Quajasse = accagliarsi, coagularsi, concludersi positivamente, giungere a compimento
Quajià = accagliar e, coagulare, giungere a compimento
Quajiatu = accagliato, coagulato, concluso positivamente
Quajio’ = quaggiù, in questo luogo
Quajiu = caglio (sostanza acida tratta dalla Bonn ma so dei ruminanti lattanti per far coagulare il latte); vescicola della pelle
Quanditativu = quantitativo, quantità
Quanno = quando
Quanteché = appena, piccola quantità
Quarche = qualche
Quarta = antica misura di capacità (circa quarta parte di un sacco da 100 kg)
Quartettu = quartetto (gruppo di quattro persone)
Quartì = Quartino (nome proprio)
Quartì = quartino, caraffa di vino pari ad una quarta parte di 1 litro
Quartu = quarto (in successione o classificazione), quarta parte di qualcosa
Quartucciu = quartuccio (quarta parte di 1 litro)
Quasci = quasi
Quasci quasci = quasi quasi
Quatrame = catrame
Quatratu = quadrato
Quatrì = quattrini, soldi, monete
Quatriccioli = minestra fatta con pasta di farina e uova tagliata a quadrettini
Quatrija = quadriglia (gruppo di quattro animali o persone)
Quatrinacci = spicciolame
Quattrinu = quattrino (quantità minima di denaro)
Quattu = quatto, zitto zitto, di soppiatto, chinato o rannicchiato per non farsi vedere
Quelera = querela, denuncia
Quelerà = querelare, denunciare
Queleratu = querelato, denunciato
Quessa = codesta
Quesso = codesto
Questionà = questionare, discutere vivacemente, litigare
Quetà = quietare, calmare, tranquillizzare
Quetasse = quietarsi, calmarsi, tranquillizzarsi
Quetatu = quietato, calmato, tranquillizzato
Quillu = quello
Quinatu = cognato
Quinnici = quindici
Quinnicina = quindicina
Quinternu = quinterno
Quintì = Quintino o Quintilio
Quintu = quinto
Quisquiglia = pagliuzza, minuzia, piccolezza, inezia, bazzecola
Quissu = codesto
Quistio’ = questione, problema, argomento, controversia, disputa, litigio, diverbio
Quistionà = questionare, discutere, disputare, litigare
Quistionariu = questionario, prospetto di domande o quesiti su un dato argomento a scopo statistico
Quistu = questo
Quitarra = chitarra (documento a sei corde pizzicate con cassa armonica a forma di otto); oppure donna tanto grassa
Quitarro’ = detta persona grassa e flaccida
Quotà = quotare, valutare, stimare
Quotatu = vuotato, valutato, stimato, apprezzato, rinomato
Quotidianu = quotidiano, di ogni giorno, giornaliero, ordinario

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VOCABOLARIO DEL DIALETTO DELLE MEDIE VALLATE DELL’ETE E DEL TENNA (BELMONTE PICENO) STUDI DI VESPRINI ALBINO lettera S

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VOCABOLARIO DEL DIALETTO DELLE MEDIE VALLATE DELL’ETE E DEL TENNA (BELMONTE P.) STUDI DI ALBINO VESPRINI LETTERA R

R=Vocabolario Belmontese Lettera R di Vesprini Albino
Rabbercià = rabberciare, accomodare in qualche modo, correggere alla meglio, racconciare, raffazzonare
Rabberciatu = rabberciato, accomodato in qualche modo, corretto alla meglio, raccontato, raffazzonato
Rabbinà = raccogliere il fieno
Rabbiusu = rabbioso, sdegnoso, iroso, furioso
Racà = avere il sapore aspro, acido e piccante
Raccapezzà = riuscire a trovare o mettere insieme qualcosa
Raccapezzasse = orientarsi, venire a capo o comprendere
Raccapezzatu = trovato, messo insieme con fatica
Raccapizzu = l’azione di mettere in ordine o insieme (non c’è “raccapizzu” = non ci si capisce niente)
Raccapriccià = raccapricciare, provare raccapriccio o orrore o turbamento, agghiacciare
Raccapricciasse = raccapricciarsi, sentirsi inorridire
Raccapricciatu = raccapricciato, agghiacciato, inorridito, che ha provato raccapriccio o orrore o turbamento
Raccapricciu = raccapriccio, grave turbamento provocato da un Louvre o forte paura per qualcosa
Raccchiu = rachitico, rinsecchito, sgraziato, misero
Racchiude = racchiudere, rinchiudere, appartare; oppure contenere, custodire, implicare
Racchiudese = racchiudersi, rinchiudersi, appartarsi
Racchiusu = racchiuso, rinchiuso, appartato
Raccoje = raccogliere, levare, sollevare, prendere i frutti della terra, radunare, mettere insieme
Raccoltu = raccolto, dignitoso, concentrato
Raccomannà = raccomandare, affidare alla protezione o cura altrui cose care, esortare, sollecitare vivamente
Raccomannasse = raccomandarsi, implorare protezione o favori
Raccomannatu = raccomandato, segnalato, affidato alla protezione o alla cura di qualcuno
Raccommodà = riaccomodare, riassettare, accomodare di nuovo; oppure tornare in buoni rapporti con qualcuno
Raccommodasse = riaccomodarsi, accomunarsi di nuovo; oppure tornare in buoni rapporti con qualcuno
Raccommodatu = gli accomodato, riassettando, accomodato di nuovo; oppure tornato in buoni rapporti con qualcuno
Racconcià = racconciare, rimettere in buono stato, riparare, accomodare
Racconciasse = racconciasse, rimettersi in buono stato
Racconciatu = racconciato, riassettato, riparato
Racconciatu = racconciato, rimesso in buono stato, riparato, accomodato
Raccondà = raccontare, narrare, riferire parole o fatti
Raccondasse = raccontarsi, parlare di se stesso e delle proprie esperienze
Raccondatu = raccontato, narrato, riferito
Raccorcià = raccorciare, abbreviare, accorciare, diventare più breve
Raccorciasse = raccorciarsi, abbreviarsi, accorciarsi, diventare più breve
Raccorciatu = raccorciato, abbreviato, accorciato, divenuto più breve
Raccordà = raccordare, congiungere, collegare
Raccordasse = raccontarsi, congiungersi, collegarsi
Raccordatu = raccontato, congiunto, collegato
Raccordu = raccordo, collegamento
Raccu = rantolo del moribondo
Rachitichu = rachitico, stentato, misero
Racì = piccolo grappolo d’uva
Racimolà = racimolare, raggranellare, mettere insieme con fatica
Racimolatu = racimolato, raggranellato, messo insieme con fatica
Raciotta = cosa senza valore, insignificante (con rifornimento e rimasugli della quaglia da quando si fa il formaggio
Raciottella = minuzia
Raciunu = grappolo d’uva
Racquetà = racquietare, acquietare, calmare, rendere quieto
Racquetasse = acquietarsi, acquietarsi, calmarsi, rendersi quieto
Racquetatu = acquietato, acquietato, calmato
Raddolcì = raddolcire, dolcificare, far diventare meno aspro, ammorbidire, ingentilire
Raddolcisse = raddolcirsi, dolcificarsi, diventare meno aspro, ammorbidirsi, ingentilirsi
Raddolcitu = raddolcito, dolcificato, divenuto meno aspro, ammorbidito, ingentilito
Raddoppià = raddoppiare, diventare doppio, accrescere, intensificare
Raddoppiasse = raddoppiarsi, accrescersi, intensificarsi
Raddoppiatu = raddoppiato, divenuto doppio, cresciuto, intensificato
Raddoppiu = raddoppio, far divenire doppio,
Raddrizzà = raddrizzare, correggere, far tornare dritto
Raddrizzasse = raddrizzarsi, correggersi, tornare dritto
Raddrizzatu = raddrizzato, corretto, tornato dritto
Radu = rado, che non ha compattezza o spessore, non compatto, non fitto, non frequente
Radunà = radunare, ammassare, accumulare, raccogliere
Radunasse = radunarsi, ammassarsi, raccogliersi
Radunatu = radunato, ammassato, raccolto, accumulato
Radunu = raduno, riunione di più persone nello stesso luogo
Rafana = mucchio di neve fatto dal vento
Rafforzà = rafforzare, fortificare, rinforzare, intensificare
Rafforzasse = rafforzarsi, fortificarsi, rinforzarsi
Rafforzatu = rafforzato, fortificato, rinforzato
Raffreddo’ = raffreddore, rinite, infiammazione acuta delle mucose del naso
Raganella = raucedine, catarro in gola; oppure piccola rana
Raganusu = rauco, affetto da raucedine
Ragazzu = ragazzo, giovincello
Raggiru = raggiro, artificio di parole o atti
Raggiu = raggio, fascio di luce, barlume
Raggomitolà = raggomitolare, riavvolgere i gomitoli
Raggomitolasse = raggomitolarsi, accovacciarsi
Raggomitolatu = raggomitolato, accovacciato
Raggranellà = raggranellare, raccogliere, racimolare, mettere insieme poco alla volta e con fatica
Raggranellatu = raggranellato, raccolto, racimolato, messo insieme poco alla volta e con fatica
Ragionà = ragionare, usare la ragione per riflettere o discorrere o argomentare con rigore logico, considerare, riflettere
Ragnulu = ragno
Ragunu = ramarro; oppure detta persona evidentemente troppo gialla in viso
Rajà = ragliare, emettere un raglio, cantare sgradevolmente
Rajo’ = ragione, argomentazione, prova
Rajonà = ragionare, discorrere
Raju = raglio, tanto disarmonico
Rajutu = aiuto reciproco, scambievole; oppure scambio di manodopera in agricoltura
Rallegrà = rallegrare, allietare, emettere allegria, gioire
Rallegrasse = rallegrarsi, allietarsi, congratularsi
Rallegratu = rallegrato, allietato, congratulato
Rallendà = rallentare, rendere lento o meno veloce, rendere meno veloce, diminuire, attenuare
Rallendasse = rallentarsi, allentarsi, di venire meno veloce, attenuarsi
Rallendatu = rallentato, diminuito, attenuato, affievolito, divenuto meno veloce
Rama = ramo, settore, branca, specialità
Ramato = solfato di rame
Ramba = rampa di scale, piano inclinato per il lancio, salita ripida;oppure zampa artigliata
Rambata = colpo di rampa, unghiata data da un animale
Rambeco’ = rampone, arpione
Rambì = piccolo ferro ad uncino
Rambichì = rampichino, ragazzo molto vivace
Rambittu = arpione per tirare fuori dal terreno le bietole
Rambo’ = rampone (fiocina grande ad ali lunghe taglienti e snodate); pure a prezzo agricolo per raccogliere il fieno
Ramificà = magnificare, produrre rami
Ramificasse = ramificarsi, biforcarsi, articolarsi in vari ambiti
Ramificatu = ramificato, biforcato, articolato in vari abiti
Raminella = bacinella di rame
Ramingu = ramingo, errabondo, errante, chi va errando senza fermarsi o senza meta, ramingo, vagabondo
Rammaricà= rammaricare, affliggere, amareggiare
Rammaricasse = rammaricarsi, affliggerci, amareggiarsi
Rammaricatu = rammaricato, afflitto, amareggiato
Rammendà (2) = rammentare, ricordare, richiamare alla memoria, menzionare
Rammendà (1) = rammendare, correggere, emendare; oppure ricostruire o rinforzare la trama di un tessuo
Rammendasse = rammentarsi, ricordarsi
Rammendatu (1)= rammendato, corretto, emendato; oppure detto di un tessuto in parte ricostruito o rinforzato
Rammendatu (2) = rammentato, ricordato, richiamato alla memoria, menzionato
Rammullitu = rammollito, chi è diventato molle; oppure persona di poca forza morale o debole di carattere
Rampazzu = grappolo d’uva
Ramu = ramo, settore, branca, specialità
Ranciata = aranciata, succo di arancia più acqua e zucchero
Ranciucu = rancido; oppure bambino malaticcio, assai magro o poco cresciuto
Rancurusu = rancoroso, che cova o serba rancore, che manifesta rancore
Randagiu = randagio, che va vagando senza meta, errante, ramingo, vagabondo
Randellu = randello, bastone piuttosto grosso e nodoso, mazza
Randulu = rantolo, respiro ansimante degli agonizzanti
Rangu = rango, importanza, qualità, valore, schiera; oppure grado, ceto, classe, ordine
Rannicchià = raccogliere la persona in se stessa, raggomitolarsi
Rannicchiasse = raccogliersi in se stesso, raggomitolarsi
Rannicchiatu = raccolto in se stesso, raggomitolato
Rannovolasse = annuvolarsi, coprirsi di nuvole, oscurarsi, offuscarsi
Rannuvolà = rannuvolare, coprirsi di nuvole, oscurarsi, offuscarsi
Rannuvolatu = rannuvolato, coperto di nuvole, oscurato, offuscato
Rapà = rapare, tagliare i capelli fino al cuoio capelluto
Rapasse = raparsi, tagliarsi i capelli fino al cuoio capelluto
Rapatu = rapato, che porta i capelli tagliati fino al cuoio capelluto
Rapì = rapire, portar via forza o con la frode
Rapidu = rapido, veloce, celere, svelto, pronto
Rapinà = rapinare, di rubare con forza o con frode, estorcere
Rapinatu = rapinato, derubato con forza o con frode, estorto
Rapinu = persona che cerca sempre di prendere con forza o astuzia
Rapitu = rapito, portato via a forza o con la frode
Rappacificà = riappacificare, rimettere in pace, calmare, pacificare, riconciliare, quietare
Rappacificasse = riappacificarsi, per rimettersi in pace, riconciliarsi, calmarsi, acquietarsi
Rappacificatu = riappacificato, rimesso in pace, riconciliato, calmato, acquietato
Rappellà = rappellare, richiamare, appellare, fare appello
Rappellasse = rappellarsi, appellarsi, fare appello
Rappellatu = rappellato, che ha fatto appello, chi si è rivolto ad un giudice superiore
Rappezzà = rappezzare, mettere una pezza, rattoppare, rabberciare
Rappezzatu = rappezzato, rattoppato, rabberciato
Rappiccicà = riappiccicare, appiccicare di nuovo, riattaccare
Rappiccicasse = riappiccicarsi, appiccicarsi di nuovo, riattaccarsi
Rappiccicatu = riappiccicato, appiccicato di nuovo, riattaccato
Rapportà = rapportare, riferire, riportare, confrontare
Rapportasse = rapportarsi, confrontarsi, riferirsi
Rapportatu = rapportato, confrontato, riprodotto con le dovute proporzioni
Rapportu = rapporto, ragguaglio, redazione, connessione, correlazione
Rappresendà = rappresentare, descrivere, narrare, recitare, interpretare, fa presente, esporre, evidenziare
Rappresendasse = rappresentarsi, figurarsi, immaginarsi; oppure presentarsi, mostrarsi
Rappresendatu = rappresentato, descritto, narrato, recitato, interpretato, fatto presente, esposto, evidenziato
Rappujà = l’appollaiarsi o il collocarsi sui rami fatto dagli uccelli per passare la notte, rincasare
Rappujasse = appollaiarsi, collocarsi sui rami come fanno gli uccelli per passare la notte
Rappujatu = appollaiato, collocato sui rami come fanno gli uccelli per passare la notte, rincasato
Rappujiu = l’appollaiarsi o il collocarsi sui rami fatto dagli uccelli per passare la notte
Rarefà = rarefare, rendere meno denso o più rado
Rarefasse = rarefarsi, diventare più rado, diradare
Rarefattu = rarefatto, divenuto più rado, diradato, meno frequente
Raru = raro, poco comune, infrequente, rado
Rasà = rasare, tagliare i peli col rasoio, pareggiare togliendo le sporgenze, livellare
Rasasse = rasarsi, tagliarsi i peli con il rasoio
Rasata = rasata (operazioni di spuntatura della cima delle piante)
Rasatu = rasato, livellato, senza capelli perché tagliati col rasoio
Raschià = raschiare, fregare con forza per spianare, levigare una superficie; oppure sfiorare, passare vicinissimo
Raschiar ella = rasiera, raschietto per togliere il fango o altro
Raschiasse = raschiarsi la gola per liberarla dal catarro sfiorarsi correndo il rischio di toccarsi
Raschiatu = raschiato, trattato, levigato, ripulito
Raschittu = raschietto
Rascia = ragia, gromma ,pellicola sul fondo delle botti o dei recipienti, feccia; oppure la parte peggiore della società
Rasendà = rasentare, passare molto vicino, sfiorare
Rasendasse = rasentarsi, sfiorarsi
Rasendatu = rasentato, sfiorato
Raso’ = rasoio
Rasoiu = rasoio
Rasora = operazione di spuntatura delle piante
Raspà = raspare, togliere le disuguaglianze con la raspa
Raspatu = raspato, livellato con la raspa
Raspu = ciò che resta un grappolo d’uva senza acini
Rassegnà = rassegnare, consegnare, restituire, riconsegnare; oppure rassegnarsi, rimettersi alla volontà altrui
Rassegnasse = rassegnarsi, rimettersi alla volontà altrui
Rassegnatu = rassegnato, si prova o esprime rassegnazione, gli si era rimesso alla volontà altrui, rinunciatario
Rasserenà = rasserenare, rassicurare, rendere sereno, tranquillizzare, calmare
Rasserenasse = rasserenarsi, rassicurarsi, rendersi sereno, tranquillizzarsi, calmarsi
Rasserenatu = rasserenato, rassicurato, reso sereno, tranquillizzato, calmato
Rassicurà = rassicurare, tranquillizzare
Rassicurasse = rassicurarsi, rasserenarsi, tranquillizzarsi, calmarsi
Rassicuratu = rassicurato, rasserenato, tranquillizzato, calmato
Rasu = pieno ma non colmo
Ràtaca = radice
Ratecà = mettere radici nella terra, attecchire
Ratecasse = mettere radici nella terra, attecchire
Ratecatu = che ha messo radici nella terra, attecchito
Raticciu = ratti ciò, grosso recipiente intessuto con canne o vimini
Raticola = graticola (piccola grata usata in cucina per cuocere carni
Raticolata = grigliata di carne o pesce o altro cotto sulla graticola
Rattattuia = disordine, confusione, pigia pigia
Rattrappì = rattrappire, irrigidire, contrarre
Rattrappisse = rattrappirsi, irrigidirsi, contrarsi
Rattrappitu = rattrappito, irrigidito, contratto
Rattristà = rattristare, affliggere, addolorare, accorare
Rattristasse = rattristarsi, affliggersi, diventare triste, accorarsi, addolorarsi
Rattristatu = rattristato, afflitto, addolorato, accorato, divenuto triste
Ravvedé = ravvedere, riconoscere i propri errori, pentire
Ravvedesse = ravvedersi, riconoscere i propri errori, pentirsi
Ravvidutu = ravveduto, che ha riconosciuto i propri errori, pentito
Ravvistu = ravvisto, che ha riconosciuto i propri errori, pentito
Razio’ = orazione, funzione religiosa del pomeriggio; oppure porzione, parte di una cosa
Razzolà = razzolare, raspare in terra come i polli, frugare, rovistare, raccogliere qua e la
Rbatte = ribattere, battere più volte, controbattere, confutare, contraddire, replicare, riscrivere a macchina
Rbattutu = ribattuto, rintuzzato, battuto più volte, contraddetto, computato, riscritto a macchina
Rbinidì = benedire di nuovo
Rbinidittu = benedetto di nuovo
Rboje = ribollire, tumultuare, fremere, palpitare
Rbujì = ribollire, bollire di nuovo; oppure fremere per la rabbia, palpitare
Rbujtu = ripulito, alterato per scarsa essiccazione
Rbuttà = ributtare, gettare di nuovo indietro, respingere con forza, suscitare ribrezzo; oppure vomitare
Rbuttatu = ributtato, gettato di nuovo o indietro, respinto con forza; oppure vomitato
Rcaccià = ricacciare, mandare via, respingere di nuovo, tirare fuori
Rcacciatu = ricacciato, mandato via, respinto di nuovo, tirato fuori
Rcacciatura = giovane germoglio che si sviluppa da un ramo, rampollo
Rcambià = ricambiare, cambiare di nuovo, scambiare
Rcambiasse = ricambiarsi, cambiarsi di nuovo, scambiarsi; pure sostituirsi i vestiti
Rcambiatu = ricambiato, cambiato di nuovo, scambiato; oppure chi ha sostituito i propri vestiti
Rcapà = sbucciare un frutto, scegliere una cosa tra tante
Rcapasse = sbucciarsi un frutto; oppure emanciparsi, evolversi, ingentilirsi
Rcapatu = sbucciato, scelto fra tante cose; oppure emancipato, evoluto, ingentilito
Rcaricà = ricaricare, caricare di nuovo, dare nuova energia, effettuare un ricarico
Rcaricasse = ricaricarsi, caricarsi di nuovo, riprendere energia
Rcaricatu = ricaricato, caricato di nuovo, che ha ripreso vigore
Rcarregghià = trasportare il grano dei campi sull’aia per la trebbiatura
Rcarregghiatu = trasportato
Rcascà = ricadere, cascare di nuovo
Rcascatu = ricaduto chi è cascato di nuovo
Rcazà = rincalzare rinforzare, fortificare, accogliere terra intorno al fusto di una pianta
Rcazatu = rincalzare, fortificato, rinforzato
Rcoje = raccogliere, sollevare, prendere i frutti della terra, radunare, mettere insieme
Rcollocà = ricollocare, collocare di nuovo, rimettere al suo posto
Rcollocasse = ricollocarsi, collocarsi di nuovo, rimettersi al proprio posto
Rcollocatu = ricollocato, collocato di nuovo, rimesso al proprio posto
Rcombone = ricomporre, rimettere insime, riordinare, ricostruire
Rcombrà = ricomperare, riscattare, recuperare
Rcombrasse = ricomperarsi, riscattarsi, recuperarsi
Rcombratu = ricomperato, riscattato, recuperato
Rcondà = ricontare, contare di nuovo
Rcondatu = ricontato, con tanto di nuovo
Rconfermà = riconfermare, dichiarare di nuovo, rafforzare
Rconfrondà = confrontare, paragonare
Rconfrondasse = confrontarsi, essere eguale, paragonarsi
Rcongiunge = ricongiungere, riunire
Rconosce = riconoscere, individuare, identificare, ammettere
Rconoscese = riconoscersi, identificarsi, mettere la propria innocenza o colpevolezza
Rconquistà = riconquistare, conquistare di nuovo, recuperare ciò che era perduto
Rconquistatu = riconquistato, conquistato di nuovo, recuperato
Rconsegnà = riconsegnare, consegnare di nuovo, restituire
Rconsegnatu = riconsegnato, consegnato di nuovo, restituito
Rconsolà = riconfortare, rincuorare
Rconsolasse = consolarsi, rincuorarsi
Rconsolatu = riconfortato, rincuorato
Rcopertu = ricoperto, cosparso
Rcorgà = coricare, mettere terra, piegare a terra, allettare
Rcorgasse = coricarsi, mettersi a terra, piegarsi a terra, allettarsi (si dice del grano quando si alletta per la pioggia o il vento)
Rcorgatu = coricato, messo a terra, piegato a terra, allettato
Rcotu = raccordo, presso, ricavato; oppure dignitoso, composto, concentrato
Rcumincià = ricominciare, cominciare di nuovo, riprendere a dire o a fare
Rcuminciatu = ricominciato, cominciato di nuovo
Rcunfiu = rigonfio, gonfio, tumido
Rcunusciutu = riconosciuto, individuato, identificato
Rcuprì = ricoprire, nascondere, celare, occultare; oppure esercitare un incarico
Rcuprisse = ricoprirsi, nascondersi, celarsi, occultarsi
Rcuscì = ricucire, cucine di nuovo, rammendare, su turare, ricomporre
Rcuscitu = ricucito, cucito di nuovo, rammendato,
Rcutura = raccolto, raccoglitura
Rdà = ridare, restituire, rendere; oppure riaversi, ripigliare i sensi
Rdà razza = dare un animale alla monta
Rdasse = riaversi, ripigliare i sensi
Rdatu = riavuto, che ha ripigliato i sensi
Rdemoniu = demonio
Rdivendà = ridiventare, diventare di nuovo
Rdivendatu = diventato di nuovo
Reagì = reagire, opporsi, ribellarsi, rispondere con un’azione propria ad una violenta o ad una offesa
Reale = sincero
Realizzà = realizzare, rendere reale, fare, produrre, attuare, guadagnare
Realizzasse = realizzarsi, attuare concretamente le proprie aspirazioni
Realizzatu = realizzato, reso reale, fatto, prodotto, attuato, guadagnato; pure chi ha concretamente attuato le proprie aspirazioni
Rebbuturà = riavvolgere, intrecciare, attorcigliare
Rebbuturasse = riavvolgersi, intrecciarsi, attorcigliarsi
Rebbuturatu = riavvolto, intrecciato, attorcigliato
Recalcitrà = recalcitrale, tirare calci, indietreggiare, opporsi, fare resistenza, riluttare, esitare
Recapitu = recapito, luogo ove si può trovare qualcuno, indirizzo; oppure consegna
Recchia = orecchio
Recchia de peco = orecchio di pecora (pianta erbaccia
Recchio’ = orecchione, pederasta, omosessuale
Reccommedà = raccomodare, rassettare, riparare
Reccommedatu = raccomodar tu, rassettato, riparato
Recide = recidere, troncare, tagliare, interrompere, mozzare, amputare
Recidese = recidersi, troncarsi, di interrompersi, mozzarsi, amputarsi
Recidivu = recidivo, chi ripete più volte lo stesso errore
Recisu = reciso, troncato, tagliato, interrotto, mozzato, amputato
Recità = recitare, dire ad alta voce, raccontare, narrare
Recitatu = recitato, detto un’alta voce, raccontato, narrato
Reclamà = reclamare, richiedere, protestare, esigere, pretendere
Reclamatu = reclamato, richiesto, preteso
Reclamu = reclamo, lagnanza, rimostranza, protesta
Recordà = ricordare, rammentare, nominare, menzionare
Recordasse = ricordarsi, rammentarsi
Recordatu = ricordato, rammentato, nominato, menzionato
Recriminà = recriminare, disapprovare, biasimare
Recriminasse = recriminarsi, lamentarsi, rammaricarsi
Recriminatu = recriminato, lamentato, rammaricato
Recuperà = recuperare, riavere, riprendere, ritrovare; oppure inserire o integrare socialmente
Recuperasse = recuperarsi, riprendersi, ristabilirsi
Recuperatu = recuperato, ripreso, ristabilito, riavuto, ritrovato; oppure inserito o integrato socialmente
Recuperu = recupero, il ritrovare una cosa perduta, reinserimento, rimonta di uno svantaggio, ripresa
Reddà = ridarsi, riaversi, ridestarsi, recuperare vigore
Reddasse = ridarsi, riaversi, ridestarsi, recuperare vigore
Reddatu = ridestato, che ha recuperato vigore
Redditu = reddito, guadagno, entrata
Redentu = redento, liberato, riscattato, affrancato
Redime = redimere, liberare, riscattare, affrancare
Redimese = redimersi, liberarsi, riscattarsi, affrancarsi
Refece = orefice
Refo = refe, filato ritorto di lino, canapa o altro
Refrangà = restituire un favore
Refrangasse = per rifarsi di qualcosa è già stata, prendersi la rivincita
Refrangatu = rifatto, chi è riuscito riprendersi la rivincita
Regaje = frattaglie di pollo, interiora e cresta del pollo
Regalà = regalare, dare in regalo, tornare, favorire, vendere a buon prezzo
Regalasse = regalarsi, donarsi, trattarsi bene
Regalatu = regalato, dato in dono, donato
Regge = reggere, tenere, sopportare, sostenere, resistere, guidare, governare, dirigere
Reggese = reggersi, stare o tenersi in piedi, dominarsi, controllarsi
Registrà = registrare, annotare, rilevare, segnalare; oppure mettere a puntino un congegno
Registratu = registrato, annotato, segnalato; oppure messo a puntino
Regnà = regnare, avere il potere o dominio, dominare, governare
Regnaca = un tantino, pochissimo
Regolà = regolare, ordinare, sistemare, disciplinare, moderare
Regulu = drago delle novelle popolari, serpentello
Reindegrà = reintegrare, ricostituire, ristabilire, reinsediare
Reindegrasse = reintegrarsi, ricostituirsi, ristabilirsi, reinsediarsi
Reindegratu = reintegrato, che ha ripreso le proprie funzioni, riassunto al suo posto
Rèlla = raschiatoio per l’aratro costituito da un raschietto posto in cima ad un lungo manico
Reloggiu = orologio
Remà = remare, vogare
Rembiccà = lambiccare, affannare, sforzarsi per capire
Rembiccasse = lambiccarsi, appannarsi, sforzarsi per comprendere qualcuno o qualcosa, scervellarsi
Rembiccatu = lambiccato, affannato; oppure eccessivamente complicato, macchinoso
Rembonne = andare di traverso
Rembostu = andato di traverso
Remmitu = rinvito, nuovo invito per ricambiarne a sua volta uno già ricevuto ed accettato
Remmoccà = rabboccare, riempire di nuovo fino all’orlo, aggiungere liquido
Remmoccatu = rabboccato, riempito di nuovo fino all’orlo
Remu = remo
Remunerà = remunerare, ricompensare, ripagare, rendere, dare
Remuneratu = remunerato, ricompensato, ripagato
Rende = rendere, restituire, ridare, riconsegnare; oppure fruttare, produrre
Rendicondu = rendiconto, esposizione orale o scritta dei conti, reso conto, consuntivo, rapporto, nota
Rendostà = rendere tosto, far indurire, costipare
Renfregnatu = strano, accigliato, inquieto
Renfronnà = dare da mangiare ai banchi da seta (ridare le foglie di gelso)
Renga = arringa(pesce); oppure persona eccessivamente magra
Rengricciasse = raggrinzirsi, diventare grinzoso o rugoso, adirarsi, mostrarsi disgustato storcendo il naso
Rennotecà = andare di traverso in gola
Rennotecatu = andato di traverso in gola
Repartu = reparto, ripartizione, settore, unità, gruppo
Repertoriu = repertorio, registro, indice, insieme delle opere di un autore, insieme di lavori teatrali
Replicà = replicare, eseguire di nuovo, ripetere; oppure obbiettare, ribattere, controbattere
Replicatu = replicato, ripetuto, eseguito nuovamente
Reppiccicà = riappiccicare, appiccicare di nuovo
Reppicicatu = riappiccicato, appiccicato di nuovo
Repressu = represso, contenuto, frenato, dominato, domato, trattenuto, impedito, stroncato, soffocato
Reprime = reprimere, contenere, frenare, dominare, domare, trattenere, impedire, stroncare, soffocare
Reputà = reputare, stimare, considerare, giudicare, credere, ritenere
Reputasse = reputarsi, stimarsi, considerarsi, giudicarsi, credersi, ritenersi
Reputatu = reputato, considerato, stimato, giudicato, ritenuto
Reputazio’ = reputazione, opinione, stima, considerazione, giudizio, fama, nomea
Requisì = requisire, sequestrare, prendere d’autorità
Requisitu = requisito, sequestrato, preso d’autorità
Requisizio’ = requisizione, sequestro disposto dalla autorità
Rescossu = riscosso, incassato
Rescote = riscuotere, incassare; oppure raccogliere le voci o i pettegolezzi
Respirà = respirare, inspirare od espirare, vivere, riprendere fiato, riposarsi
Respiru = respiro, movimento della respirazione
Responsabbile = responsabile, cosciente, devere di rendere conto del proprio operato, garante delle azioni altrui
Responsu = responso, risposta, risposta solenne di un oracolo, giudizio del campo di gara
Restà = restare, rimanere, stare ancora, continuare a stare
Restagnu = ristagno, arresto, esitazione, indugio
Restatu = recitato, rimasto, che è stato ancora, che ha continuato a stare
Restaurà = restaurare, ripristinare, ristabilire, rimettere in forza o in salute
Restaurasse = restaurarsi, ripristinarsi, rimettersi in forza o in salute
Restauratu = restaurato, ripristinato, ristabilito
Restituì = restituire, rendere, riconsegnare
Restituitu = restituito, reso, riconsegnato
Restornà = tornare indietro
Restornasse = tornare indietro
Restornatu = tornato indietro
Restregne = restringere, diminuire, limitare, ridurre, contenere
Restregnese = restringersi, diminuirsi, limitarsi, ridursi, contenersi
Restrittu = ristretto, ridotto, limitato, contenuto
Retaggiu = retaggio, eredità, patrimonio, eredità spirituale
Reticolatu = reticolato, intreccio a forma di reticolo; oppure campo recintato per prigionieri di guerra
Retrattà = ritrattare, smentire, disdire, rinnegare, rimangiare
Retrattasse = ritrattarsi, smentirsi, disdirsi, rinnegarsi, rimangiarsi quanto detto in precedenza
Retrattatu = ritrattato, che si è smentito, che ha rinnegato, che si è rimangiato quanto detto in precedenza
Retrattu = ritratto, figura umana presa dal vero
Retribuì = retribuire, compensare per una prestazione d’opera, ricompensare, pagare
Retribuitu = retribuito, compensato per una prestazione d’opera, pagato, ricompensato
Retrocede = retrocedere, farsi indietro, indietreggiare, arretrare
Retrocessiò = retrocessione, indietreggiamento, declassamento
Retrocessu = retrocesso, rimandato indietro, indietreggiato, arretrato, declassato
Retrogadu = retrogrado, conservatore, contrario al progresso; oppure persona che sostiene idee retrive o arretrate
Retta = terreno coltivato a spese del padrone con operai avventizi
Rettificà = rettificare, correggere, migliorare, rifinire
Rettificasse = rettificarsi, correggerci, migliorarsi, rifinirsi
Rettificatu = rettificato, corretto, migliorato, rifinito
Rettu = retto, dominato, guidato, governato, tenuto in piedi; oppure leale, onesto, giusto
Reumatismu = reumatismo (infiammazione dolorosa dei muscoli e delle articolazioni)
Revocà = revocare, richiamare, sconfessare, annullare, disdire, destituire da un incarico
Revocatu = revocato, richiamato, sconfessato, annullato, disdetto,
Rfà = destituito da un incarico rifare, fare di nuovo, imitare, contraffare; oppure compensare, indennizzare
Rfasse = rifarsi, riordinarsi, rassettarsi; oppure prendersi la rivincita
Rfattu = persona rozza e grossolana, che arricchitasi, ostenta modi e di dar da gran signore
Rfattu = rifatto, fatto di nuovo, rinnovato, imitato, contraffatto; oppure che ha preso la rivincita
Rficcà = ficcare di nuovo, far entrare con forza, cacciare, infilare
Rficcasse = mettersi, cacciarsi, infilarsi, andare a finire
Rficcatu= ficcato di nuovo, cacciato, fatto entrare con forza, infilato, andato a finire
Rfischiacce = tornare sull’argomento
Rfiurì = rifiorire, tornare a fiorire, riprendere vigore, ravvivare
Rfiurisse = rifiorirsi, rinvigorirsi, ravvivarsi
Rfiuritu = rifiorito, rinvigorito, ravvivato
Rghì = ritornare
Rghirà = rigirare, imbrogliare, convincere
Rghirasse = rigirarsi, convincersi
Rghiratu = recitato, convinto, imbrogliato
Rghitu = ritornato
Rgirà = rigirare, girare di nuovo, guardare indietro
Rgirasse = rigirarsi, girarsi di nuovo, guardare indietro
Rgiratu = recitato, girato di nuovo, che ha guardato indietro
Rgonfià = dilatare con il fiato o gas, aumentare
Rgonfiasse = dilatarsi con aria o gas; oppure insuperbirsi, inorgoglirsi
Rgonfiatu = dilatato con aria o gas; oppure insuperbito, inorgoglito
Rguardà = riguardare, guardare di nuovo, guardare attentamente; oppure preservare, custodire con cura e attenzione
Rguardasse = riguardarsi, avere cura della propria salute
Rguardatu = riguardato, guardato di nuovo, guardato attentamente; pure chi a cura della propria salute
Rgunfiu = rigonfio, tumido, tutto pieno
Riabbilità = riabilitare, reintegrare, restituire onore e stima qualcuno; oppure ripristinare, rendere di nuovo efficiente
Riabbilitasse = riabilitarsi, riscattarsi, rendersi nuovamente degno di stima e di onore
Riabbilitatu = riabilitato, riscattato, reintegrato, di nuovo considerato degno di onore e stima
Riabbraccià = riabbracciare, rivedere di nuovo
Riabbracciasse = riabbracciarsi, arrivederci di nuovo
Riabbracciatu = riabbracciato, rivisto dopo tanto tempo
Riaggancià = riagganciare, agganciare di nuovo, riavvicinare in corsa altro concorrente che era avanti
Riagganciasse = riagganciarsi, avvicinarsi ad altro concorrente in corsa che era avanti
Riagganciatu = riagganciato, agganciato di nuovo, ravvicinato ad altro concorrente in corsa che era avanti
Rialzà = rialzare, alzare di nuovo, tirare su, far salire, rincarare
Rialzasse = rialzarsi, sollevarsi, alzarsi di nuovo
Rialzatu = rialzato, sollevato, alzato di nuovo
Rialzu = rialzo, aumento, incremento, rincaro; pure prominenza del terreno, sporgenza
Rianimà = rianimare, rinfrancare, sollevare, rincuorare, ridare coraggio o sfiducia
Rianimasse = rianimarsi, riprendere animo o coraggio, riprendere forza o vigore
Rianimatu = rianimato, rinfrancato, sollevato
Riappacificà = riappacificare, calmare, quietare, pacificare, riconciliare
Riappacificasse = riappacificarsi, calmarsi, quietarsi, pacificarsi, riconciliarsi
Riappacificatu = riappacificato, calmato, quietato, pacificato, riconciliato
Riasparmià = risparmiare, limitare il consumo, economizzare, non spendere
Riassume = riassumere, riepilogare, ricapitolare, riprendere alle proprie dipendenze
Riassundu = riassunto, riepilogato, ricapitolato, ripreso alle proprie dipendenze
Riassurbì = riassorbire, recuperare, reinserire, inglobare nuovamente, raggiungere chi è in fuga
Riassurbisse = riassorbirsi, reinserirsi, assorbirsi
Riassurbitu = riassorbito, recuperato, reinserito, inglobato nuovamente
Riattaccà = riattaccare, attaccare di nuovo, ricominciare, riprendere
Riattaccasse = riattaccarsi, attaccarsi di nuovo,
Riattaccatu = riattaccato, attaccato di nuovo, ricominciato, ripreso
Riavé = riavere, avere di nuovo, avere in restituzione, recuperare, riacquistare
Riavesse = riaversi, rimettersi in salute, riacquistare coraggio, recuperare le forze
Riavutu = riavuto, avuto di nuovo, avuto in restituzione, riacquistato
Ribadì = ribadire, confermare, ripetere, riaffermare con decisione
Ribaditu = ribadito, ripetuto, confermato, riaffermato con decisione
Ribaldà = ribaltare, capovolgere, rovesciare, far cadere
Ribaldasse = ribaltarsi, capovolgersi, rovesciarsi
Ribaldatu = ribaltato, capovolto, rovesciato, fatto cadere
Ribassà = ribassare, diminuire un costo
Ribassasse = ribassarsi, diminuirsi
Ribassu = ribasso, diminuzione, calo
Ribatte = ribattere, battere di nuovo; oppure contraddire, replicare
Ribattinu = ribattino, rivetto (chiodo per unire lamiere o altro infilato nel buco e poi ribattuto)
Ribattutu = ribattuto, battuto di nuovo; oppure contraddetto
Ribellà = ribellare, insorgere, disobbedire
Ribellasse = ribellarsi, insorgere, opporsi con violenza, disobbedire
Ribellatu = ribellato, insorto, opposto con violenza
Ribellio’ = ribellione, rivolta, sommossa
Ricambià = ricambiare, contraccambiare, restituire
Ricambiasse = di cambiarsi, contraccambiarsi, restituirsi
Ricambiatu = ricambiato, contraccambiato, restituito
Ricapitolà = ricapitolare, riassumere, riepilogare
Ricapitolatu = ricapitolato, riassunto, riepilogato
Ricaricà = ricaricare, caricare nuovamente; oppure ridare energia
Ricaricasse = ricaricarsi, caricarsi nuovamente; oppure riprendere energia, rinvigorirsi
Ricaricatu = l’incaricato, caricato nuovamente; oppure il rinvigorito, che ha ripreso energia
Ricascu = ricasco, ciò che ricasca; nella caccia è il ripasso e degli uccelli migratori
Ricattà = ricattare, estorcere, chiedere qualcosa a qualcuno minacciandolo di svelare cose per lui compromettenti
Ricattatu = ricattato, sottoposto a ricatto, estorto
Ricattu = ricatto, estorsione con minacce
Ricavà = ricavare, cavare di nuovo, desumere, dedurre, ottenere
Ricavatu = ricavato, desunto, dedotto, ottenuto
Ricavu = ricavo, utile, guadagno
Riccà = Riccardo
Riccamà = ricamare, eseguire ricami, curare molto la forma, abbellire, ornare
Riccamatu = ricamato, molto curato nella forma, abbellito, ornato
Riccamu = ricamo, abbellimento, ornamento
Ricchì = orecchini
Ricchinella = orecchino
Ricchiù = orecchioni, parotite epidemica
Ricci = trucioli di legno
Riccia = velo che ricopre il fegato del suino
Ricciu = riccio, ciocca di capelli, oggetto a forma di spirale; oppure piccolo mammifero rivestito di aculei
Riccu = ricco, fornito di molti beni o denari, danaroso, lussuoso, sfarzoso, ingente, notevole
Ricercà = ricercare, cercare di nuovo, cercare con cura e l’impegno, perquisire, inquisire
Ricercatu = ricercato, richiesto, apprezzato, raffinato, elegante, affettato; oppure che è oggetto di ricerche o indagini
Riceve = ricevere, accogliere, ad c’è fare, prendere ciò che viene dato, contenere, trarre, recepire, comprendere
Ricevutu = ricevuto, accolto, accettato, contenuto, compresso, recepito
Richiamà = richiamare, chiamare di nuovo, far tornare indietro, far accorrere, attirare, riprendere, rimproverare
Richiamasse = richiamarsi, far riferimento a qualcosa o qualcuno
Richiamatu = richiamato, chiamato di nuovo, fatto tornare indietro, fatto accorrere, attirato, ripreso, rimproverato
Richiede = richiedere, chiedere di nuovo, chiedere in restituzione, esigere, pretendere
Richiestu = richiesto, chiesto in restituzione; oppure ricercato, ha apprezzato
Riciclà = riciclare, utilizzare di nuovo, rimettere in circolazione
Riciclatu = riciclato, utilizzato di nuovo, rimesso in circolazione
Ricindà = recintare, chiudere uno spazio con un recinto di mura, reti, siepi o steccati e simili
Ricindasse = recintarsi, chiudersi dentro un recinto, isolarsi
Ricindatu = recintato, chiuso dentro un recinto
Ricintu = recinto, spazio circondato da mura, rete, siepi, steccati e simili
Ricinzio’ = recinzione, chiusura di uno spazio con mura, siepi, reti, steccati e simili
Ricognizio’ = ricognizione, riconoscimento, accertamento, verifica, riscontro, missione informativa
Ricollegà = ricollegare, collegare di nuovo, ricongiungere, riferire
Ricollegasse = ricollegarsi, collegarsi di nuovo, ricongiungersi, riferirsi
Ricollegatu = ricollegato, collegato di nuovo, ricongiunto, riferito
Ricolmà = ricolmare, colmare di nuovo, riempire del tutto
Ricolmasse = ricolmarsi, colmarsi di nuovo, riempirsi completamente
Ricolmatu = ricolmato, colmato di nuovo, riempito completamente
Ricombensa = contraccambio che si dà per un servizio reso
Ricombensà = ricompensare, remunerare, ripagare, rimborsare, risarcire
Ricombensatu = ricompensato, remunerato, ripagato, rimborsato, risarcito
Ricombostu = ricomposto, ricostruito, rimesso insieme, riordinato
Riconfermà = riconfermare, confermare di nuovo, rinnovare un incarico
Riconfermasse = riconfermarsi, confermarsi di nuovo, rinnovarsi
Riconfermatu = confermato di nuovo, dichiarato di nuovo
Riconfermatu = riconfermato, confermato di nuovo, rinnovato
Ricongiunge = ricongiungere congiungere di nuovo, riunire
Ricongiungese = ricongiungersi, congiungersi di nuovo, riunirsi
Ricongiuntu = ricongiunto, congiunto di nuovo, riunito
Ricordà = ricordare, rammentare, avere presente nella memoria, menzionare
Ricordasse = ricordarsi, rammentarsi
Ricordatu = ricordato, rammentato, menzionato
Ricordu = ricordo, memoria
Ricorre = ricorrere, ritornare; oppure rivolgersi, appellarsi
Ricorsu = ricorso, appello, istanza
Ricostruì = ricostruire, costruire di nuovo, ricostituire, ripristinare, ricomporre
Ricostruisse = ricostruirsi, ricostituirsi, ripristinarsi, ricomporsi
Ricostruitu = ricostruito, ricostituito, ripristinato, ricomposto
Ricoverà = ricoverare, offrire asilo, mettere al riparo, accogliere in un luogo di cura o di assistenza
Ricoverasse = ricoverarsi, entrare in un luogo di cura o di assistenza
Ricoveratu = ricoverato, accolto, messo al riparo, entrato in luogo di cura o di assistenza
Ricoveru = ricovero, ospizio, luogo di cura o di assistenza
Ricreà = ricreare, creare di nuovo, riprodurre; oppure divertire, svagare, distrarre, ritemprare
Ricreasse = ricrearsi, divertirsi, ritemprarsi, distrarsi
Ricreatu = ricreato, creato di nuovo; oppure divertito, ritemprato, svagato, distratto
Ricrede = ricredere, cambiare opinione
Ricredese = ricredersi, cambiare opinione
Ricredutu = ricreduto, chi ha cambiato opinione
Ricuncilià = riconciliare, rappacificare, tornare in pace o in armonia
Ricunciliasse = riconciliarsi, rappacificarsi, tornare in pace o in armonia
Ricunciliatu = riconciliato, rappacificato, tornato in pace o in armonia
Ricurdì = ricordino (oggetto o bigliettino che si dona per ricordo)
Ridà = ridare, restituire; oppure ridestare, rinvenire
Ridarellu = ridarello, chi abitualmente è atteggiato al sorriso
Ridasse = ridarsi, ridestarsi, rinvenirsi
Ridatu = ridato, restituito, reso; oppure ridestato, rinvenuto
Ride = ridere, mostrare allegria, brillare, s’prendere
Ridiculu = ridicolo, buffo, comico, che fa ridere
Riduce = ridurre, diminuire, scemare, far diventare, adattare
Riducese = ridursi, diminuirsi, scemarsi, adattarsi, diventare
Riduttu = ridotto, diminuito, scemato, adattato, diventato
Riduzio’ = riduzione, diminuzione
Rientrà = rientrare, rincasare, ritirarsi
Rientratu = rientrato, rincassato, ritirato
Riepilogà = riepilogare, riassumere, ricapitolare, sintetizzare
Riepilogatu = riepilogato, riassunto, ricapitolato, sintetizzato
Riesaminà = riesaminare, esaminare di nuovo e attentamente
Riesaminatu = riesaminato, esaminato di nuovo e attentamente
Riesumà = riesumare, dissotterrare, riportare alla luce
Rievocà = rievocare, ricordare, evocare di nuovo, richiamare alla mente, commemorare
Rievocatu = rievocato, ricordato, evocato di nuovo, richiamato alla mente, commemorato
Riferì = riferire, ridire, riportare fatti, raccontare; oppure ricollegare, mettere in relazione
Riferisse = riferirsi, ricollegarsi, mettersi in relazione con qualcuno o qualcosa
Riferitu = riferito, ridetto, ricollegato, messo in relazione con qualcuno o qualcosa
Rifilà = dare o dire tutto di seguito, dare per buono ciò che non lo è, dare via, affibbiare
Rifinì = rifinire, perfezionare, completare
Rifinitu = rifinito, perfezionato, completato
Rifiutà = rifiutare, non accettare, non voler fare, non riconoscere, negare, non acconsentire
Rifiutasse = rifiutarsi, non voler fare qualcosa, non voler acconsentire
Rifiutatu = rifiutato, non voluto, non accettato
Rifiutu = rifiuto, respingimento, ricusazione, rigetto, veto; oppure avanzo, scarto
Riflessu = riflesso, riverbero; oppure conseguenza, ripercussione, effetto; oppure risposta motoria involontaria
Riflette = riflettere, rimandare la luce, rispecchiare, rinviare; oppure pensare, considerare con attenzione
Rifondà = rifondare, fondare di nuovo
Rifondatu = rifondato, fondato di nuovo
Riformà = riformare, modificare; oppure porre in congedo assoluto il militare inabile
Riformasse = riformarsi, tornare alla forma preventiva, ripristinarsi; oppure emendarsi, correggersi
Riformatu = riformato, modificatone, oppure, riferito ai militari, chi è stato posto in congedo assoluto
Rifugià = rifugiare, cercare rifugio o riparo; oppure cercare conforto o sollievo
Rifugiasse = rifugiarsi, cercare un riparo; oppure cercare conforto o sollievo
Rifugiatu = rifugiato, esule, fuoriuscito
Rifugiu = rifugio, riparo, difesa, protezione
Rifurnì = rifornire, provvedere, approvvigionare, dotare
Rifurnisse = rifornirsi, provvedersi, approvvigionarsi, dotarsi
Rifurnitu = rifornito, provveduto, approvvigionato, dotato
Rigà = rinviare, solcare, incidere; oppure comportarsi correttamente
Rigagnulu = rigagnolo, ruscelletto, rivolo
Rigatu = rigato, solcato, inciso
Rigenerà = rigenerare, riformare, ripristinare, ricostituire, ristabilire, ristorare
Rigenerasse = rigenerarsi, riformarsi, ripristinarsi, ricostituirsi, ristabilirsi, ristorarsi
Rigeneratu = rigenerato, riformato, ripristinato, ricostituito, ristabilito, ristorato
Rigettà = rigettare, rifiutare, respingere, non accettare; oppure vomitare
Rigettatu = rigettato, rifiutato, respinto, non accettato; oppure vomitato
Rigettu = rigetto, rifiuto, bocciatura
Righetto = Enrichetto
Riginà = Reginaldo
Rigirà = rigirare, girare di nuovo e più volte, voltare, mescolare
Rigirasse = rigirarsi, girarsi di nuovo e più volte, voltarsi, mescolarsi
Rigiratu = rigenerato, girato di nuovo e più volte, voltato, mescolato
Rigo = Enrico
Riguardu = riguardo, cura, attenzione, cautela; oppure relazione, attinenza
Riguardusu = riguardoso, cauto, prudente, rispettoso
Rigulizia = liquirizia
Rigurgità = rigurgitare, traboccare, tornare vorticosamente all’indietro
Rigurgitatu = rigurgitato, tornato vorticosamente all’indietro
Rigurgitu = rigurgito, ritorno vorticoso all’indietro di liquidi, ritorno dei cibi non digeriti all’esofago o in bocca
Rigurusu = rigoroso, preciso, scrupoloso, inflessibile, rigido
Rilancià = rilanciare, ridare slancio, far tornare attuale
Rilanciasse = rilanciarsi, ridarsi slancio
Rilanciatu = rilanciato, chi ha avuto un rilancio, fatto tornare attuale
Rilascià = rilasciare, dare, concedere, mollare, sciogliere, separare
Rilasciasse = rilasciarsi, separarsi; oppure distendersi, riposarsi
Rilasciatu = rilasciato, dato, concesso, sciolto, mollato; oppure disteso, riposato
Rilasciu = rilascio, cessione, svincolo, liberazione
Rilassà = rilassare, allentare, distendere
Rilassasse = rilassarsi, distendersi, riposarsi
Rilassatu = rilassato, disteso, riposato
Rilevà = rilevare, sollevare, ricavare, assumere a proprio carico
Rilevasse = rilevarsi, alzarsi
Rilevatu = rilevato, sollevato, ricavato, assunto a proprio carico
Rimasticà = rimasticare, masticare di nuovo, rimuginare, ripensare
Rimasticatu = rimastica, masticato di nuovo, rimuginato, ripensato
Rimbarzà = rimbalzare, balzare in direzione contraria, trasmettersi con rapidità, respingere, rimandare
Rimbarzatu = rimbalzato, balzato in direzione contraria, respinto, rimandato
Rimbombà = rimbombare, rintronare, risuonare, echeggiare in modo cupo
Rimbombu = rimbombo, rumore, strepito, eco rumorosa
Rimborsà = rimborsare, restituire, risarcire
Rimborsatu = rimborsato, restituito, risarcito
Rimborsu = rimborso, restituzione, risarcimento
Rimedià = rimediare, provvedere, trovare, procurare
Rimediatu = rimediato, provveduto, trovato, procurato
Rimediu = rimedio, riparazione, medicamento
Rimondà = rimontare, risalire, raggiungere, recuperare uno svantaggio
Rimondatu = rimontato, risalito, raggiunto, chi ha recuperato lo svantaggio
Rimorchià = rimorchiare, trainare, trascinare; oppure contattare una persona
Rimorchiasse = rimorchiarsi, agganciarsi, farsi trainare
Rimorchiatu = rimorchiato, agganciato
Rimorchiu = rimorchio (veicolo trainato da una motrice)
Rimorsu = rimorso, tormento, cruccio
Rimuginà = rimuginare, mescolare cercando qualcosa
Rinale = orinale, vaso da notte (piccolo recipiente utilizzato per raccogliere le urine nella camera da letto durante la notte)
Rinardo = Rinaldo
Rincarà = rincarare, aumentare il prezzo, aggravare un danno o dispiacere
Rincaratu = rincarato, aumentato di prezzo, aggravato
Rincaru = rincaro, rialzo, aumento del prezzo
Rinchiude = rinchiudere, segregare, mettere al sicuro, appartare
Rinchiudese = rinchiudersi, segregarsi, mettersi al sicuro, appartarsi
Rinchiusu = rinchiuso, segregato, messo al sicuro, appartato
Rincia = scrofa (femmina del maiale o di cinghiale)
Rincorà = rincuorare, confortare, incoraggiare, rassicurare, rinfrancare
Rincorasse = rincuorarsi, incoraggiarsi, rassicurarsi
Rincoratu = rincuorato, incoraggiato, rassicurato, rinfrancato
Rincresce = rincrescere, dispiacere, provare rammarico
Rincretinì = rincretinire, confondere, stordire, diventare cretino
Rincretinisse = rincretinirsi, stordirsi, rimbecillirsi
Rincretinitu = rincretinito, stordito, rimbecillito
Rincrisimendu = rincrescimento, dispiacere misto a disappunto o a rammarico o ad amarezza
Rindicondu = rendiconto, reso conto, consuntivo
Rinfrescà = rinfrescare, refrigerare, ristorare
Rindraccià = rintracciare, trovare seguendo le tracce, trovare dopo lunga e laboriosa ricerca
Rindracciatu = rintracciato, trovato seguendo le tracce, trovato dopo lunga e laboriosa ricerca
Rindronà = rintronare, stordire, confondere
Rindronasse = rintronarsi, stordirsi, confondersi
Rindronatu = rintronato, stordito, confuso
Rinfrescasse = rinfrescarsi, refrigerarsì, ristorarsi
Rinfrescatu = rinfrescato, refrigerato, ristorato
Rinfrescu = rinfresco, riposo, ristoro; servizio di bevande fresche, cibi leggeri e dolci in occasione di cerimonie o feste
Ringhià = rinviare, digrignare i denti mandando un brontolio minaccioso, dire qualcosa in tono rabbioso
Ringiovanì = ringiovanire, tornare giovane, rendere giovane
Ringiovanisse = ringiovanirsi, rinverdirsi, tornare giovane nell’aspetto
Ringiovanitu = ringiovanito, rinverdito, tornato giovane nell’aspetto
Ringrazià = ringraziare, esprimere la propria gratitudine
Ringraziatu = ringraziato, chi ha ricevuto espressioni di gratitudine
Rinnovà = rinnovare, rendere nuovo, ripetere, modernizzare
Rinnovasse = rinnovarsi, modernizzarsi
Rinnovatu = rinnovato, modernizzato, reso nuovo, ripetuto
Rino = Ottorino
Rinpastu = rimpasto, rimaneggiamento, ricomposizione, nuova formazione
Rinproverà = rimproverare, censurare, biasimare, ammonire, sgridare, riprovare
Rinproverasse = rimproverarsi, rammaricarsi, provare rincrescimento o pentimento
Rinproveratu = rimproverato, rammaricato, censurato, biasimato, ammonito, sgridato
Rinproveru = rimprovero, censura, biasimo, ammonimento, sgridata
Rinsanguà = rinsanguare, arricchire l’organismo di sangue
Rinsanguasse = rinsanguarsi; oppure rifornirsi di denaro, riprendersi economicamente
Rinsanguatu = rinsanguato, chi ha ricevuto nuovo sangue; oppure chi si é ripreso economicamente
Rinsicchì = rinsecchire, diventare il secco o magro o asciutto
Rinsicchisse = rinsecchirsi, diventare il secco o magro o asciutto
Rinsicchitu = rinsecchito, diventato secco o magro o asciutto
Rinuncià = rinunciare, ricusare, rifiutare, astenersi dal fare qualcosa
Rinvià = rinviare, mandare indietro, restituire, riconsegnare, dilazionare, differire
Rinviatu = rinviato, rimandato all’indietro, restituito, riconsegnato, dilazionato, differito
Rinvirdì = rinverdire, tornare ad essere verde, rinnovare
Rinvirdisse = rinverdirsi, rinnovarsi, tornare ad essere verde
Rinvirditu = rinverdito, rinnovato, tornato ad essere verde
Riordinà = riordinare, rimettere in ordine, riorganizzare dando un assetto migliore, riordinare una merce
Riordinasse = riordinarsi, rimettersi in ordine, riorganizzarsi dandosi un assetto migliore
Riordinatu = riordinato, ordinato di nuovo, rimesso in ordine, riorganizzato, risistemato
Riorganizzà = riorganizzare, organizzare di nuovo, ristrutturare, riordinare con nuovi criteri
Riorganizzasse = riorganizzarsi, organizzarsi di nuovo, ristrutturarsi, riordinarsi con nuovi criteri
Riorganizzatu = riorganizzato, organizzato di nuovo, ristrutturato, riordinato con nuovi criteri
Ripa = dirupo, burrone
Riparà = riparare, rifugiare, trovare ricovero; oppure ricostruire, eliminare i danni, aggiustare, accomodare
Riparasse = ripararsi, rifugiarsi, dimorare, albergare
Riparatu = riparato, accomodato, aggiustato; oppure ricoverato, rifugiato
Riparazio’ = riparazione, aggiustatura, accomodatura
Ripartì = ripartire, andare di nuovo; oppure assegnare, dividere
Ripartitu = ripartito, chi è partito di nuovo; oppure assegnato, diviso
Riparu = riparo, nascondiglio, rifugio, rimedio
Ripassu = ripasso, moto migratorio degli uccelli di passo dai luoghi di svernamento a quelli di di riproduzione
Ripete = ripetere, replicare, eseguire nuovamente, ridire, richiedere
Ripiegà = ripiegare, piegare di nuovo, reclinare, flettere; oppure rinunciare a qualcosa
Ripiegasse = ripiegarsi, incurvarsi, flettersi
Ripiegatu = ripiegato, piegato di nuovo, reclinato, incurvato, flesso
Ripiegu = ripiego, espediente, trovata
Ripienu = ripieno, ben pieno, completamente pieno, farcito, imbottito
Ripijà = ripigliare, ricominciare, riprendere
Ripijasse = ripigliarsi, riprendersi, ristabilirsi
Ripijatu = ripiglialo, ripreso, ricominciato, ristabilito
Ripirì = reperire, ritrovare, rintracciare
Ripiribbile = reperibile, ritrovabile, rintracciabile
Ripiritu = reperito, ritrovato, rintracciato
Ripitutu = ripetuto, eseguito nuovamente, ridetto, richiesto; oppure numeroso, frequente
Riportu = riporto, rapporto, relazione
Riposà = riposare, dormire
Riposasse = riposarsi, addormentarsi, distendersi
Riposatu = riposato, disteso, chi ha dormito
Riposu = riposo, quiete; oppure intervallo nel gioco del calcio
Riprende = riprendere, prendere indietro, rioccupare, riconquistare; oppure biasimare, ammonire, rimproverare, redarguire
Riprendese = riprendersi, recuperare le forze, correggersi, ravvedersi
Ripresu = ripreso, presso indietro, rioccupato, riconquistato; oppure biasimato, ammonito, rimproverato, redarguito, corretto
Riprodottu = riprodotto, prodotto di nuovo, ristampato, ripetuto, rigenerato
Riproduce = riprodurre, produrre di nuovo, ristampare, ripetere, rigenerare
Riproducese = riprodursi, prodursi di nuovo, ripetersi, rigenerarsi
Ripromessu = ripromesso, prefisso, sperato
Ripromette = ripromette, aspettarsi, prefiggersi, sperare
Ripromettese = ripromettersi, aspettarsi, prefiggersi
Ripugnà = ripugnare, suscitare disgusto; oppure resistere, opporsi
Ripusà = riposare, dormire
Ripusasse = riposarsi, addormentarsi, distendersi
Ripusatu = riposato, ristorato, disteso, chi ha dormito
Ripusu = riposo, ristoro; oppure intervallo nel gioco del calcio
Risalì = risalire, salire di nuovo
Risalitu = risalito, salito di nuovo; oppure chi era riuscito a venire fuori da una situazione difficile
Risaltà = risaltare, emergere, sporgere, distinguersi, evidenziarsi
Risaltatu = risultato, emerso, distinto, evidenziato
Risaltu = risalto, spicco, rilievo, evidenza
Risanà = risanare, bonificare, guarire
Risanasse = risanarsi, guarirsi
Risanatu = risanato, guarito, bonifica
Risarcì = risarcire, compensare, indennizzare
Risarcitu = risarcito, compensato, indennizzato
Riscaldu = disturbo intestinale con diarrea
Riscattà = riscattare, liberare, redimere, riabilitare
Riscattasse = riscattarsi, liberarsi, redimersi, riabilitarsi
Riscattatu = riscattato, liberato, redento, riabilitato
Riscattu = riscatto, liberazione, riabilitazione, redenzione
Rischià = mettere a repentaglio, arrischiare, azzardare, osare, tentare la sorte
Rischia = stilistica; oppure steli maciullati della canapa
Rischiarà = rischiarare, illuminare, chiarire, rasserenare; oppure risciacquare
Rischiarasse = rischiararsi, rasserenarsi
Rischiaratu = rischiarato, rasserenato
Rischiatu = arrischiato, azzardato
Rischiu = rischio, pericolo, azzardo
Rischiusu = pericoloso, pieno di rischi e pericoli, azzardoso; oppure pieno di lische
Riscondrà = riscontrare, verificare, controllare; oppure rispondere, contraccambiare
Riscondratu = riscontrato, verificato, controllato; oppure contraccambiato, che ha avuto una risposta
Riscondru = riscontro, confronto, risposta scritta
Riscossu = riscosso, scosso di nuovo, risvegliato energicamente; oppure incassato
Riscote = riscuotere, scuotere di nuovo, risvegliare energicamente; oppure incassare una somma
Riserbu = riserbo, grande cautela o prudenza, riservatezza
Riservà = riservare, conservare tenere in serbo, destinare, tenere per sé
Riservasse = riservarsi, trattenersi, destinarsi
Riservatu = riservato, tenuto in serbo, conservato, trattenuto; oppure persona introversa, vergognosa, ritrosa
Risibbala = erisipela (infiammazione superficiale della pelle)
Risicà = risicare, rischiare, azzardare, mettere a rischio
Risicatu = risicato, rischiato, azzardato, messo a rischio
Risiede = risiedere, avere domicilio o dimora fissa, stare, essere sistemato
Risindì = risentire, sentire di nuovo; oppure offendersi, sdegnarsi
Risindisse = risentirsi, sentirsi di nuovo; oppure offendersi sdegnarsi
Risinditu = risentito, sentito di nuovo; oppure offeso, sdegnato
Risiste = resistere, di sopportare con forza, opporsi a qualcuno, reggere
Risoltu = risolto, chiarito, appianato, sbrogliato, che ha trovato una soluzione
Risolve = risolvere, chiarire, appianare, sbrogliare, trovare una soluzione
Risolvese = risolversi, sciogliersi, spogliarsi, concludersi; oppure decidersi
Risorge = risorgere, sorgere di nuovo, ricomparire, ripresentarsi, risuscitare, riaversi, tornare in vita, rialzarsi
Risorgimendu = risorgimento, resurrezione, rinascita, ripresa
Risortu = risorto, sorto di nuovo, ricomparso, ripresentato, risuscitato, tornato in vita, rialzato
Risorve = risolvere, chiarire, appianare, sbrogliare, trovare una soluzione
Risparmià = risparmiare, limitare il consumo, non spendere, economizzare
Risparmiasse = risparmiarsi, fare a meno di qualcosa; oppure avere riguardo di sé e delle proprie condizioni fisiche
Risparmiatu = risparmiato, non speso; oppure chi ha avuto riguardo di sé e delle proprie condizioni fisiche
Risparmiu = risparmio, il risparmiare, economia
Rispettà = rispettare, stimare, riverire, ossequiare, considerare
Rispettasse = rispettarsi, stimarsi, riverirsi, ossequiarsi, considerarsi
Rispettatu = rispettato, stimato, riverito, ossequiato, considerato
Rispettu = rispetto, ossequio, stima, considerazione
Risplende = risplendere, essere luminoso, brillare, mandare luce forte, irraggiare
Ristorà = ristorare, rifocillare, rinfrescare, restituire energie, ricreare, restaurare
Ristorasse = ristorarsi, rifocillarsi, riprendere vigore, riposarsi, rinfrescarsi
Ristoratu = ristorato, rifocillato, che ha ripreso vigore, riposato, rinfrescato
Ristoru = ristoro, con porto, sollievo, riposo, il rifocillarsi
Risucchià = risucchiare, succhiare di nuovo, a tirare col risucchio, aspirare
Risucchiatu = risucchiato, attirato col risucchio, aspirato
Risucchiu = risucchio, aspirazione, vortice
Risultà = risultare, provenire, derivare, scaturire
Risultatu = risultato, esito, effetto, risultanza, riuscita, conclusione
Risulutu = risoluto, deciso, fermamente deciso, determinato, franco, fermo, coraggioso
Risuluzio’ = risoluzioni, decisione, determinazione
Risuscità = risuscitare, risorgere, tornare a vivere, rimettere in vita, rimettere in uso, restaurare, rinnovare
Risuscitasse = risuscitarsi, risvegliarsi
Risuscitatu = risuscitato, tornato alla vita, rimesso in vita, restaurato, rinnovato
Risvejà = risvegliare, svegliare, destare, scuotere, ravvivare, eccitare, stimolare
Risvejasse = risvegliarsi, svegliarsi, destarsi, scuotersi, ravvivarsi, eccitarsi
Risvejatu = risvegliato, svegliato, destato, scosso, ravvivato, eccitato
Risveju = risveglio, i risvegliarsi dal sonno, ritorno all’attività o alla operosità, rinnovamento morale o intellettuale
Rita = Margherita
Ritajà = ritagliare, tagliare il lungo la linea di contorno, isolare, circoscrivere
Ritajasse = ritagliarsi, riservarsi, ornarsi
Ritajatu = ritagliato, tagliato lungo la linea di contorno, isolato, circoscritto
Ritaju = ritaglio, avanzo, pezzo avanzato dopo aver tagliato qualcosa
Ritardà = ritardare, tardare aggiungere, essere in ritardo, rimanere indietro, rimandare, differire, far andare più lento
Ritardatu = ritardato, rimasto indietro, rimandato, differito; oppure chi presenta ritardo mentale o che è scarso di intelligenza
Ritené = ritenere, tenere di nuovo, trattenere, contenere, arrestare, fermare; oppure credere, giudicare, stimare
Ritenesse = ritenersi, stimarsi, considerarsi; oppure fermarsi in un luogo, trattenersi con qualcuno
Ritinutu = ritenuto, trattenuto, contenuto, arrestato, affermato; oppure creduto, giudicato, stimato
Ritirà = ritirare, tirare indietro, richiamare; pure appartare, isolare
Ritirasse = ritirarsi, tirarsi indietro; oppure appartarsi, isolarsi
Ritiratu = ritirato, tirato indietro; oppure appartato, isolato
Ritornellu = ritornello, parole ripetute più volte
Ritornu = ritorno, ricomparsa
Ritrae = ritrarre, tirare indietro, prendere, ricavare, ottenere; oppure dipingere, descrivere
Ritrattu = ritratto, tirato indietro; oppure dipinto, descritto
Rittu = ritto, dritto in piedi, eretto
Ritu = rito, cerimonia religiosa, modalità, usanza, consuetudine, procedura
Riu = rio, fiumicello, ruscello, piccolo corso d’acqua
Riunì = riunire, unire di nuovo, mettere insieme, adunare, riconciliare
Riunisse = riunirsi, unirsi di nuovo, mettersi insieme, adunarsi, riconciliarsi
Riunitu = riunito, un mito di nuovo, messo insieme, adunato, riconciliato
Riuscì = riuscire, sboccare, avere esito positivo, raggiungere il fine, essere capace
Riuscitu = riuscito, che ha avuto successo
Rivalutà = rivalutare, elevare il valore di qualcosa, a aumentare il valore
Rivalutasse = rivalutarsi, aumentare di valore; oppure riacquistare onore e stima
Rivalutatu = rivalutato, aumentato di valore; che ha riacquistato onore e stima
Rivangà = rivangare, riproporre episodi o questioni vecchie, ricordare
Rivangatu = rivangato, riproposto, ricordato
Rivelà = rivelare, svelare, dire apertamente, manifestare, palesare
Rivelasse = rivelarsi, mostrarsi, dimostrarsi
Rivelatu = rivelato, mostrato, dimostrato, manifestato, palesato, svelato
Rivendicà = rivendicare, richiedere, riaffermare o lottare per un diritto, avocare a sé la responsabilità di una azione
Rivendicatu = rivendicato, richiesto, che ha avocato a sé la responsabilità di una azione
Riverso = rovescio
Rivettu = rivetto, ribattino
Rivillì = rivivellino, capanno di mezzo, opera di difesa aggiunta
Rivistì = rivestire, vestire di nuovo, indossare, incamiciare, foderare, ricoprire; oppure ricoprire o assumere cariche
Rivistisse = rivestirsi, vestirsi di nuovo
Rivistitu = rivestito, vestito di nuovo
Rivive = rivivere, risuscitare, rifiorire, tornare a nuova vita, riapparire, tornare in uso o di moda
Rivoluziò = rivoluzione, mutamento profondo, rapida e radicale trasformazione sociale, confusione, disordine
Rivoluzionà = rivoluzionare, cambiare radicalmente, mutare profondamente, sconvolgere un ordine sociale
Rivoluzionatu = rivoluzionato, cambiato radicalmente, mutato profondamente
Rivordà = rivoltare, rovesciare, rimestare; oppure provocare disgusto, sconvolgere
Rivordasse = rivoltarsi, capovolgersi, ribellarsi, convertirsi alle idee altrui
Rivordatu = rivoltato, capovolto, ribellato, convertito alle idee altrui
Rlaà = lavare, pulire con acqua e sapone o altri detergenti; oppure purificare
Rlaasse = lavarsi, pulirsi, detergersi
Rlaatu = lavato, pulito
Rleà = toglire; oppure prendere le busse
Rleccà = leccare ripetutamente, adulare, blandire, lusingare; oppure rifinire qualcosa con cura eccessiva
Rleccasse = leccarsi ripetutamente, passare la lingua su parti del proprio corpo; oppure farsi bello, azzimarsi
Rleccatu = pulito, ornato, abbellito, affettato
Rlegà = rilegare, legare di nuovo
Rlegatu = rilegato, legato di nuovo
Rliccatu = rileccato, ripulito, azzimato
Rlottu = rutto (sonora emissione dalla bocca di aria che risale dallo stomaco)
Rluppicà = risplendere, luccicare
Rmagnà = rimangiare, mangiare di nuovo; oppure ritirare, ritrattare, smentire, non mantenere
Rmagnasse = rimangiarsi, smentirsi, ritrattarsi
Rmagnatu = rimangiato, ritrattato, smentito, ritirato
Rmané = rimanere, trattenere, restare, avanzare; oppure meravigliarsi, rimanere male
Rmannà = rimandare, rinviare, mandare indietro, respingere, differire
Rmannatu = rimandato, rinviato, mandato indietro, respinto, differito
Rmarcà = rimarcare, marcare di nuovo, osservare, notare, rilevare
Rmarcatu = rimarcato, marcato di nuovo, osservato, notato, rilevato
Rmarginà = rimarginare, cicatrizzare
Rmarginasse = rimarginarsi, cicatrizzarsi
Rmarginatu = rimarginato, cicatrizzato
Rmarità = rimaritare, maritare di nuovo, riprendere marito o moglie
Rmaritasse = rimaritarsi, maritarsi di nuovo, riprendere marito o moglie
Rmaritatu = prima ritardo, maritato di nuovo, che ha ripreso marito o moglie
Rmasticà = rimasticare, masticare di nuovo, ripensare, rimuginare
Rmasticatu = rimasti creato, masticato di nuovo, ripensato
Rmastu = rimasto, avanzato, restato; oppure meravigliato, rimasto male; oppure detto di uomo non sposato
Rmette = rimettere, mettere a posto, rimettersi in salute; oppure mettere al coperto
Rmettese = rimettersi, guarirsi, riacquistare la salute
Rmirà = guardare con più attenzione
Rmiratu = guardato con più attenzione
Rmistu = messo a posto; oppure guarito
Rnasce = rinascere, nascere di nuovo, tornare a vegetare, rifiorire, rivivere, risorgere, ridestarsi
Rnatu = rinato, nato di nuovo, tornato a vegetare, rifiorito, risorto, ridestato
Ro’ = Rosa
Robba = roba, beni, le ricchezze, merce, mercanzia
Rocca = rupe, roccia; oppure fortezza costruita su un monte o rupe; oppure strumento per sfilare a mano
Rocchettu = rocchetto (piccolo cilindro cavo con bordi sporgenti per avvolgere filati), bobina
Rocchiu = rocchio (nodo nel legno di una pianta)
Roccia = gruccia, stampella (lungo bastone superiormente modellato per sostenere l’ascella)
Rocculu = luogo opportunamente preparato per catturare uccelli con reti verticali intorno a piante e boschetti
Rocu = rauco, fioco, poco limpido
Rodaggiu = rodaggio(tempo necessario per adattarsi a persone o luoghi o lavori o ambienti diversi)
Rode = rodere, rosicchiare, tritare, sgretolare, logorare, consumare, distruggere, provare rabbia o dispiacere
Rodese = rodersi, sgretolarsi, logorarsi, consumarsi, distruggersi; oppure odiarsi l’un l’altro
Roente = rovente, infuocato, arroventato, scottante, bruciante, molto teso, agitato
Roffo = Rodolfo
Rogna = rogna, scabbia; oppure persona molto fastidiosa o molesta oppure guaio, fastidio
Rognecà = borbottare, mugugnare
Rogneco’ = chi borbotta o mugugna continuamente
Rogno’ = rene del suino
Rola = piedistallo o piano del focolare
Romanzina = ramanzina, rimprovero
Romanzu = romanzo, storia fantasiosa, racconto avventuroso
Ronbu = rombo, rumore grave e forte, ronzio, strepito, fragore
Ronca = roncola (attrezzo con lama ricurva di varie dimensioni posto su un lungo manico)
Rondella = piastrina metallica rotonda forata
Ronfià = ronfare, russare forte, respirare rumorosamente nel sonno
Ronnolo’ = rondone; oppure giramondo, girandolone, persona che ti gira fastidiosamente intorno
Roppe = rompere, spezzare, guastare, violare, non rispettare, sbaragliare, sconfiggere
Roppese = rompersi, spezzarsi, infastidirsi
Roppiscattole = rompiscatole, persona molesta, seccatore, noioso
Rosciolu = triglia
Rosecà = rosicchiare, corrodere, riuscire a guadagnare qualcosa; oppure tormentare, infastidire
Rosecasse = rodersi, tormentarsi
Rosecatu = rosicchiato, corroso
Rosolà = rosolare, far cuocere lentamente sopra la brace
Rosolasse = rosolarsi, cuocersi lentamente sopra la brace
Rosolatu = rosolato, cotto lentamente sopra la brace
Rospa = una rovinosa caduta
Rospu = rospo; oppure persona di aspetto molto sgradevole, ripugnante; oppure detto a persona spiccatamente avara
Rosu = roso, corroso, intaccato, consumato, afflitto, tormentato
Ròta = ruota
Roto’ = grossa ruota di legno portante molti recipienti per attingere acqua dal fiume o dal canale
Rotolà = rotolare, far avanzare un oggetto facendolo girare su se stesso, ruzzolare, voltolare
Rotolasse = rotolarsi, girarsi
Rotolatu = rotolato, girato, fatto avanzare col farlo girare su se stesso
Rotti = gli spiccioli, le frazioni di moneta
Rotulu = rotolo, involucro cilindrico; oppure cilindro di paglia o di fieno
Rovescià = rovesciare, versare in giù, vomitare, capovolgere, invertire, rivoltare
Rovesciasse = rovesciarsi, capovolgersi, invertirsi, rivoltarsi
Rovesciatu = rovesciato, capovolto, invertito, rivoltato
Rovustu = robusto, vigoroso
Rpassà = ripassare, passare di nuovo, riattraversare; oppure sgridare, rimproverare anche con maniere forti
Rpassata = ripassata, severo rimprovero
Rpassatu = ripassato, passato di nuovo; oppure sgridato, rimproverato aspramente
Rpensà = ripensare, pensare di nuovo, tornare a riflettere, cambiare pensiero o parere, ricordare con nostalgia
Rpensasse = ripensarsi, cambiare pensiero o parere
Rpensatu = ripensato, che ha cambiato pensiero o parere
Rpiegà = ripiegare, piegare di nuovo, piegare più volte, abbassare, reclinare
Rpiegasse = ripiegarsi, incurvarsi, flettersi, abbassarsi, reclinare
Rpiegatu = impiegato, piegato di nuovo, piegato più volte, incurvato, flesso, abbassato, reclinato
Rpistà = ripestare, pestare di nuovo con i piedi
Rpistasse = ripestarsi, pestarsi di nuovo con i piedi
Rpistatu = ripestato, recitato di nuovo con i piedi
Rportà = riportare, portare di nuovo, portare indietro; oppure riferire
Rportasse = riportarsi, riferirsi, rimettersi, trasferirsi
Rportatu = riportato, portato di nuovo, portato indietro, riconsegnato
Rpresendà = ripresentare, presentare di nuovo, rappresentare, ricomparire
Rpresendasse = ripresentarsi, presentarsi di nuovo, manifestarsi o verificarsi nuovamente
Rpresendatu = ripresentato, ricomparso, che si è manifestato o verificato di nuovo
Rproà = riprovare, provare di nuovo, ritentare, verificare
Rproatu = riprovato, provato di nuovo, ritentato, verificato
Rpulì = ripulire, punire ancora, pulire a fondo, far piazza pulita, rubare tutto; oppure perfezionare,
Rpulisse = ripulirsi, lavarsi pettinarsi e mettersi abiti decenti; oppure incivilirsi, ingentilirsi, dirozzarsi
Rpulitu = ripulito, perfezionato, rivisto e corretto, civilizzato, dirozzato; oppure chi ha perso tutto al gioco
Rquadrà =riquadrare, squadrare, quadrare, corrispondere o essere esatto
Rquadratu = riquadrato, squadrato
Rqualificà = riqualificare, dare una migliore qualifica, restituire la qualifica originaria
Rqualificasse = riqualificarsi, rivalutarsi, acquisire una diversa e migliore qualifica
Rqualificatu = riqualificato, rivalutato, che ha acquisito una diversa e migliore qualifica
Rrabbià = arrabbiare, prendere la rabbia; oppure farsi prendere dall’ira, adirarsi
Rrabbiasse = arrabbiarsi, adirarsi
Rrabbiatu = arrabbiato, adirato
Rrabbiatura = effetto dell’arrabbiarsi
Rracanì = diventare rauco
Rracanisse = diventare rauco
Rracanitu = divenuto rauco
Rracconciasse = racconciarsi, rimettersi in ordine, riappacificarsi
Rraffà = prendere furtivamente con astuzia e rapidità
Rraffa rraffa = ruberie di chi piglia-piglia
Rraffatu = reso furtivamente con astuzia e il rapidità
Rraffigurà = raffigurare, immaginare, rappresentare, riconoscere dall’aspetto
Rraffigurasse = raffigurarsi, immaginarsi, rappresentarsi
Rraffiguratu = raffigurato, immaginato, rappresentato, riconosciuto dall’aspetto
Rraffilà = affilare nuovamente; oppure tagliare pareggiando a filo
Rraffilasse = affilarsi nuovamente
Rraffilatu = ha sfilato nuovamente; oppure tagliato e pareggiato a filo
Rraffinà = raffinare, rendere più fine o più puro, perfezionare
Rraffinasse = raffinarsi, rendersi più fine o più puro, perfezionarsi
Rraffinatu = raffinato, reso più fine o più puro, perfezionato
Rraggirà = raggirare, circuire, abbindolare
Rraggiratu = raggirato, circuito, abbindolato
Rrambà = abbrancare, prendere all’improvviso e con violenza, afferrare con gli artigli
Rrambatu = abbrancato, preso all’improvviso e con violenza, afferrato con gli artigli
Rrambicà = arrampicare, salire lentamente con fatica attaccandosi a qualcosa
Rrambicasse = arrampicarsi, salire lentamente con fatica attaccandosi a qualcosa
Rrambicatu = arrampicato, che è salito lentamente con fatica attaccandosi a qualcosa
Rramminì = rinvenire, tornare in vita
Rramminisse = rinvenirsi, tornare in vita
Rramminitu = rinvenuto, tornato in vita
Rrammullì = rammollire, rendere più molle
Rrammullisse = rammollirsi, rendersi più molle
Rrammullitu = rammollito, reso più molle; oppure persona di poca forza morale o di scarso carattere
Rrancià = arrangiare, accomodare al meglio, accomodare alla meno peggio
Rranciasse = arrangiarsi, riuscire a cavarsela, ingegnarsi per sopravvivere
Rranciatu = arrangiato, chi è riuscito a cavarsela da solo
Rrancichì = diventare rancido, rinsecchirsi
Rrancichisse = diventare o farsi rancido, rinsecchirsi
Rrancichitu = diventato rancido, rinsecchito
Rrancimasse = inerpicarsi
Rrancimatu = inerpicato
Rrangà = arrancare, camminare con fatica, camminare zoppicando, affrettarsi con fatica
Rranghinà = girare, raccogliere girando (la raccolta del fieno)
Rrapà = arrapare, eccitare sessualmente
Rrapasse = arraparsi, eccitarsi sessualmente
Rrapatu = arrapato, eccitato sessualmente
Rrapertu = aperto, confidato, iniziato, istituito
Rrappacificà = rappacificare, fare la pace, calmare
Rrappacificasse = rappacificarsi fare la pace, calmarsi
Rrappacificatu = rappacificato, che ha fatto la pace, calmato
Rrappezzà = rappezzare, racconciare panno o cuoio, aggiustare mettendo il pezzo mancante, rattoppare, mettere una pezza
Rrappezzatu = rappezzato, racconciato, aggiustato mettendo il pezzo mancante, rattoppato
Rrapprezzà = recuperare, prendere in considerazione
Rrapprezzatu = recuperato, ripreso in considerazione
Rraprì = aprire, schiudere, palesare, rivelare, fondare, istituire
Rraprisse = aprirsi, chiudersi, palesarsi, rivelarsi
Rrarrentrà = rientrare, ritirarsi, recuperare qualcosa
Rrarrentratu = rientrato, ritirato, chi ha recuperato qualcosa
Rrarrià = raggiungere, colpire, conseguire, conquistare
Rrarriatu = raggiunto, colpito, conseguito, conquistato
Rrarrimpitu = riempito, colmato
Rrarrinpì = riempire, colmare, compilare
Rrarrinpisse = riempirsi, colmarsi
Rrarrizzà = raddrizzare, rialzarsi di nuovo
Rrarrizzasse = raddrizzarsi, rialzarsi di nuovo
Rrarrizzatu = raddrizzato, e si è rialzato di nuovo
Rrassettà = rassettare, riassettare, rimettere in ordine, accomodare, riparare, aggiustare
Rrassettasse = rassettarsi, riassettarsi, rimettersi in ordine, aggiustarsi, sistemarsi
Rrassettatu = rassettato, riassettato, rimesso in ordine, aggiustato, sistemato
Rrassicurà = rassicurare, riassicurare, rendere sicuro, infondere sicurezza in fiducia, rincuorare, tranquillizzare
Rrassicurasse = rassicurarsi, tranquillizzarsi, rincuorarsi
Rrassicuratu = rassicurato, tranquillizzato, rincuorato
Rrattoppà = rattoppare, riparare mettendo toppe, rappezzare, aggiustare alla meglio, accomodare, rabberciare
Rrattoppatu = rattoppato, riparato mettendo toppe, rappezzato, aggiustato alla meglio, accomodato, rabberciato
Rrattrappì = rattrappire, irrigidire, contrarre
Rrattrappisse = rattrappirsi, irrigidirsi, contrarsi
Rrattrappitu = rattrappito, irrigidito, contratto
Rravvicinà = riavvicinare, avvicinare di nuovo o di più, confrontare
Rravvicinasse = riavvicinarsi, avvicinarsi di nuovo o di più, confrontarsi
Rravvicinatu = riavvicinato, avvicinato di nuovo o di più, confrontato
Rravvisà = raddrizzare, riconoscere qualcuno dai lineamenti, distinguere, percepire, ritrovare; oppure ritenere, credere
Rre = re
Rreazà = rialzare, sollevare da terra
Rreazasse = rialzarsi, sollevarsi da terra
Rreazatu = rialzato, sollevato da terra
Rrebbassà = riabbassare, abbassare di nuovo, diminuire
Rrebbassasse = riabbassarsi, abbassarsi di nuovo
Rrebbassatu = riabbassar tu, abbassando di nuovo, diminuito
Rrebbassu = ribasso, diminuzione
Rrebbotatu = persona insaziabile
Rrecà = arrecare, recare, portare, condurre, avere su di sé, causare; oppure andare in un luogo
Rrecasse = arrecarsi, andare, avvicinarsi, andare in un luogo
Rrecatu = arrecato, andato, avvicinato, andato in un luogo
Rrecchià = catturare, prendere
Rrecchiatu = catturato, preso
Rrecciacatu = deformato, schiacciato, spiegazzato, indebolito
Rrecciaccà = deformare, schiacciare, spiegazzare, indebolire
Rrecciaccasse = deformarsi, schiacciarsi, spiegazzarsi, indebolirsi
Rreccommedà = riaccomodare, riaggiustare, risistemare
Rreccommedasse = riaccomodarsi, riaggiustarsi, risistemarsi
Rreccommedatu = riaccomodato, riaggiustato, risistemato
Rreccompagnà = riaccompagnare, accompagnare indietro
Rreccompagnasse = riaccompagnarsi, unirsi di nuovo in compagnia, rimettersi insieme
Rreccompagnatu = riaccompagnato, rimesso insieme
Rreccondà = raccontare, narrare
Rreccondatu = raccontato, narrato
Rreccordasse = ricordarsi, rammentarsi
Rreccostà = riaccostare, riavvicinare
Rreccostasse = riaccostarsi, riavvicinarsi
Rreccostatu = riaccostato, riavvicinato
Rrecordà = ricordare, riportare alla memoria, rammentare, narrare
Rrecordativu = ricordativo, commemorativo
Rrecordatu = ricordato, rammentato, riportato alla memoria, narrato
Rredà = arredare, ammobiliare
Rredascià = riordinare
Rredatu = arredato, ammobiliato
Rreddà = riavere, riprendere i sensi, rianimare
Rreddasse = riaversi, rianimarsi
Rreddatu = riavuto, rianimato
Rreddrizzà = raddrizzare, far tornare dritto, correggere
Rreddrizzasse = raddrizzarsi, tornare dritto, correggersi
Rreddrizzatu = raddrizzato, tornato dritto, corretto
Rredtrufà = far rinvenire con l’acqua
Rreffota = grosso ristagno d’acqua, nel canale ed in prossimità del mulino, utilizzata per azionare le macine
Rrefiatà = rifiatare, riprendere fiato, provare un po’ di sollievo, a avere un po’ di riposo
Rrefiatasse = rifiatarsi, riprendere fiato, riposarsi
Rrefiatatu = rischia tanto, che ha ripreso fiato, riposato
Rrefrangà = riprendere coraggio, rifare di un danno
Rrefrangasse = riprendere coraggio, rifarsi per un danno subito
Rrefrangatu = che ha ripreso coraggio, che si é rifatto per un danno subito
Rregalà = regalare, donare
Rregalasse = regalarsi, donarsi
Rregalatu = regalato, donato
Rregalu = regalo, dono
Rregghiustà = riaggiustare, accomodare, rimettere in buono stato
Rregghiustasse = riaggiustarsi, accomodarsi, rimettersi in buono stato
Rregghiustatu = riaggiustato, accomodato, rimesso in buono stato
Rregnà = litigare, azzuffarsi, picchiarsi, venire alle mani
Rregnallì = ingiallire, diventare giallo; oppure invecchiare
Rregnallisse = ingiallirsi, diventare giallo; invecchiarsi
Rregnallitu = ingiallito, diventato giallo, invecchiato
Rregnasse = azzuffarsi, picchiarsi, venire alle mani
Rregnatu = che si è azzuffato, che si è picchiato, che è venuto alle mani
Rregolà = regolare, limitare, avere un comportamento un atteggiamento adatto alle circostanze
Rregolasse = regolarsi, limitarsi, avere un comportamento o un atteggiamento adatto alle circostanze
Rregolatu = regolato, limitato, che ha avuto un comportamento un atteggiamento adatto alle circostanze
Rrellargà = riallargare, allargare di nuovo, diradare
Rrellargasse = riallargarsi, allargarsi di nuovo, diradarsi
Rrellargatu = riallargarlo, allargato di nuovo, diradato
Rremasujia = rimasugli, avanzi
Rrembajià = impagliare di nuovo
Rrembajiatu = impagliato di nuovo
Rrembambì = rimbambire, istupidire, stordire, rincretinire, perdere la capacità di ragionare
Rrembambisse = rimbambirsi, istupidirsi, stordirsi, rincretinirsi, perde la capacità di ragionare
Rrembambitu = rimbambito, istupidito, stordito, rincretinito, che ha perso la capacità di ragionare
Rrembattà = fare pari e patta; oppure procurare qualcosa a buon prezzo o gratis
Rrembattata = fare un pari e patta
Rrembattatu = procurato a buon prezzo o gratis
Rrembicillì = rimbecillire, stordire, confondere, rincretinire, rimbambire, istupidire
Rrembicillisse = rimbecillirsi, stordirsi, confondersi, rincretinirsi, rimbambirsi, istupidirsi
Rrembicillitu = rimbecillito, stordito, confuso, rincretinito, rimbambito, istupidito
Rremette = rimettere, rimandare, rispedire, rinviare; oppure subire un danno, perdere
Rremmandà = ricoprire, nascondere, occultare, ricoprire di terra
Rremmandasse = ricoprirsi, nascondersi, occultarsi, ricoprirsi di terra
Rremmandatu = ricoperto, nascosto, occultato, ricoperto di terra
Rremmucchià = ammucchiare, ammassare
Rremmucchiasse = ammucchiarsi, ammassarsi
Rremmuchiatu = ammucchiato, ammassato
Rremo’ = rumore fracasso
Rrempacià = fare la pace, riappacificare
Rrempaciasse = rappacificarsi, calmarsi, fare la pace
Rrempaciatu = rappacificato, tra calmato che ha fatto la pace
Rrempastà = impastare di nuovo, rimaneggiare
Rrempastà = rimpastare, impastare di nuovo, rimaneggiare, ricomporre
Rrempastatu = rimpastato, impastato di nuovo, rimaneggiato, ricomposto
Rrempiazzà = rimpiazzare, mettere a posto di un altro, sostituire
Rrempiazzatu = rimpiazzato, messo a posto di un altro, sostituito
Rremponne = andare di traverso nella gola
Rrempostu = andato di traverso nella gola rincretinito
Rrempupì = diventare un pupo, istupidire, rincretinire
Rrempupisse = istupidirsi, rincretinirsi
Rrempupitu = diventato un pupo, istupidito,
Rrenà = arenare, insabbiare, frenare
Rrenasse = arenarsi, insabbiarsi, frenarsi
Rrenatu = arenato, insabbiato, frenato
Rrencascià = imbiancare di nuovo
Rrencazà = rincalzare, rinforzare, sostenere, mettere la terra intorno al fusto di una pianta
Rrencazatu = rincalzato, rinforzato, sostenuto
Rrencenne = sentire bruciori in bocca o nello stomaco, avere il sapore aspro e pungente
Rrencoce = crescere a stento, imbozzacchire, intristire, crescere in modo stentato
Rrencottu = cresciuto a stento
Rencritinì = rincretinire, confondere, stordire
Rrincretinisse = rincretinirsi, confondersi
Rrincretinitu = rincretinito, confuso, stordito
Rrendanà = rientrare nella tana, nascondere
Rrendanasse = rientrare nella tana, nascondersi
Rrendanatu = rientrato nella tana, nascosto
Rrendrà = entrare, trovare posto, essere ammesso in un gruppo
Rrendratu = entrato, ammesso
Rrendronà = rimbombare fortemente come il tuono, risuonare in modo cupo e fragoroso, a salutare, stordire
Rrendronatu = stordito, confuso
Rrendrufasse = rinvenire con l’acqua; oppure mangiare a crepapelle
Rrendrufatu = rinvenuto con l’acqua; oppure detto di persona che ha mangiato a crepapelle
Rrendundì = intontire di nuovo, stordire, frastornare, rendere tonto
Rrendundisse = intontirsi, stordirsi, frastornarsi, diventare tonto
Rrendunditu = intontito, stordito, frastornato, che è diventato.
Rrenfaccià = rinfacciare, rimproverare apertamente ed in modo aspro, rammentare a qualcuno ciò che si è fatto per lui
Rrenfacciasse = rinfacciarsi, rimproverarsi reciprocamente
Rrenfacciatu = rinfacciato, che ha ricordato ciò che è stato fatto per lui
Rrenfrescà = rinfrescare, bere bevande fresche
Rrenfrescasse = rinfrescarsi, ristorarsi, riposarsi
Rrenfrescatu = rinfrescato, ristorato, riposato
Rrengrassà = ingrassare, arricchire
Rrengrassasse = ingrassarsi, arricchirsi celermente senza merito
Rrengrassatu = detto di persona arricchitasi celermente e senza merito
Rrengrassatu = persona arricchitasi celermente e senza merito
Rrengriccià = raggrinzire, rabbrividire
Rrengriccià = raggrinzisce, diventare grinzoso o rugoso; oppure arricciare il naso per mostrare disgusto
Rrengricciasse = raggrinzirsi, diventare grinzoso o rugoso; oppure arricciare il naso per mostrare disgusto
Rrengricciatu = raggrinzito, grinzoso, adirato; oppure persona che arriccia il naso per mostrare disgusto, disgustato
Rrennaccià = riparare con ago e filo, rattoppare, racconciare, riassettare, riparare
Rrennacciatu = riparato con ago e filo, rattoppato, racconciato, riassettando, riparato
Rrennacciu = rammendo, ricostruzione o rinforzo di una trama
Rrennotecà = far pentire, amareggiare, far accettare malvolentieri qualcosa a qualcuno
Rrennotecasse = pentirsi, amareggiarsi
Rrennotecatu = pentito, amareggiato, chi ha dovuto accettare malvolentieri qualcosa
Rrensaccà = insaccare di nuovo, subire violenti scossoni, raggomitolare, stare con la testa affondata nelle spalle
Rrensaccatu = infagottato, raggomitolato, che sta con la testa affondata nelle spalle
Rrenvecchaito = invecchiato, conservato per lunghi anni
Rrenvecchià = rinvecchiare, conservare per lunghi anni
Rrenvecchiasse = invecchiarsi, conservarsi per lunghi anni
Rrenvecchiatu = rinvecchiato, conservato per lunghi anni
Rreparà = riparare, accomodare; oppure coprire, proteggere
Rreparasse = ripararsi, accomodarsi,; oppure coprirsi, proteggersi
Rreparatu = riparato, accomodato; oppure coperto, protetto
Rreparu = riparo, protezione, copertura
Rreppacià = riappacificare, fare la pace, portare pace fra persone corrucciate, riconciliare
Rreppaciasse = riappacificarsi, fare la pace, riconciliarsi
Rreppaciatu = riappacificato che ha fatto la pace, riconciliato
Rreppiattà = consolare o confortare accarezzando
Rreppiattatu = consolato urtato con carezze
Rreppiccicà = riappiccicare, appiccicare di nuovo, riattaccare
Rreppiccicasse = riappiccicarsi, appiccicarsi di nuovo, riattaccarsi
Rreppicicatu = riappiccicato, appiccicato di nuovo, riattaccato
Rreppju = ora in cui gli uccelli tornano ai propri nascondigli per trascorrervi la notte
Rreppujà = andare dentro il pollaio, prepararsi e trovare riparo per il pernottamento
Rreppujasse = andare dentro di pollaio, trovare un riparo per il pernottamento
Rreppujatu = che è andato dentro il pollaio, che ha trovato un riparo per il pernottamento
Rrescallà = riscaldare, scaldare di nuovo, infervorare, infiammare
Rrescallasse = riscaldarsi, infervorarsi, infiammarsi
Rrescallatu = riscaldato, infervorato, infiammato
Rreschiarà = rischiarare, rendere chiaro, illuminare, chiarire
Rreschiarasse = rischiararsi, diventare chiaro, illuminarsi, chiarirsi
Rreschiaratu = rischiarato, divenuto chiaro, chiarito, illuminato
Rreschiarì = rischiarire, rendere chiaro, illuminare, ripulire
Rreschiarisse = rischiarirsi, illuminarsi, ripulirsi
Rreschiaritu = rischiarito, illuminato, ripulito
Rresciacquà = risciacquare, sciacquare di nuovo, ripassare qualcosa in acqua pulita
Rresciacquasse = risciacquarsi, sciacquarsi di nuovo
Rresciacquatu = risciacquato, sia quanto di nuovo, ripassato in acqua pulita
Rresciuccà = rasciugare, asciugare di nuovo
Rresciuccasse = rasciugarsi, asciugarsi di nuovo
Rresciuccatu = rasciugato, asciugato di nuovo
Rresparagnà = risparmiare, limitare il consumo
Rresparagnasse = risparmiarsi, avere riguardo di sé
Rresparagnatu = risparmiato, non speso; oppure che ha avuto riguardo di sé
Rresparagnu = risparmio, economia, sconto
Rresponne = rispondere, parlare o scrivere in risposta, replicare, ribattere
Rressetà = riassettare, accomodare
Rressettasse = riassettarsi, rimettersi in ordine
Rressettatu = riassettato, accomodato, rimesso in ordine
Rrestà = arrestare, fermare, ammanettare
Rrestabbilì = ristabilire, rimettere ordine, ripristinare; oppure guarire
Rrestabbilisse = ristabilirsi, rimettersi in forze, guarirsi
Rrestabilitu = ristabilito, guarito, che si è rimesso in forze
Rrestagnà = ristagnare, diventare stagnante o paludoso, cessare di scorrere, coagularsi, ridurre l’attività
Rrestagnasse = ristagnarsi, fermarsi, cessare di scorrere
Rrestagnatu = risparmiato, affermato, che ha cessato di scorrere, coagulato, che è divenuto stagnante o paludoso
Rrestagnu = ristagno, momento una fase di arresto, esitazione, indugio; oppure raffreddore
Rrestasse = arrestarsi, fermarsi
Rrestatu = arrestato, fermato, ammanettato
Rretrà = arretrare, spostare indietro
Rretrasse = arretrarsi, spostarsi indietro, ritirarsi
Rretrattà = ritrattare, disdire
Rretrattasse = ritrattarsi, disdirsi,
Rretrattatu = ritrattato, disdetto
Rretratu = arretrato, spostato indietro; oppure persona rimasta indietro, non aggiornata
Rrettaccà = riattaccare, attaccare di nuovo; oppure pretendere di più di quanto precedentemente pattuito
Rrettaccasse = riattaccarsi, attaccarsi di nuovo; oppure pretendere di più di quanto precedentemente pattuito
Rrettaccatu = riattaccato, attaccato di nuovo; oppure che ha preteso di più di quanto precedentemente pattuito
Rrettizzà = attizzare di nuovo
Rrettizzatu = attizzato di nuovo
Rrettoppà = rattoppare, mettere toppe, rappezzare
Rrettoppatu = rattoppato, rappezzato
Rrevatte = ribattere, battere di nuovo o più volte; oppure controbattere, confutare
Rrevattitura = ribattitura (operazione del ribattere)
Rrevattutu = ribattuto; oppure controbattuto, confutato, smentito
Rrevorverata = revolverata, colpo di rivoltella
Rrevorvere = revolver, rivoltella, pistola a tamburo rotante
Rrià = arrivare, giungere, raggiungere
Rriatu = arrivato, giunto, raggiunto
Rriauta = riavuta, rivincita
Rriccamà = ricamare, ornare, abbellire
Rriccamatu = ricamato, ornato, abbellito
Rriccamu = ricamo, ornamento, abbellimento
Rricchì = arricchire, accrescere
Rricchisse = arricchirsi, migliorarsi, perfezionarsi
Rricchitu = arricchito, migliorato
Rriccià = arricciare, corrugare, increspare
Rricciasse = arricciarsi, corrugarsi, incresparsi
Rricciatu = arricciato, corrugato, increspato
Rrimbì = riempire, colmare, compilare un modulo
Rrimbisse = riempirsi, diventare pieno, colmarsi
Rrimbitu = riempito, diventato pieno, colmato
Rrimbitura = riempitura, cosa inutile
Rrinsaccata = violento scossone
Rrinvirdì = rinverdire, rinnovare
Rrinvirdisse = rinverdirsi, rinnovarsi
Rrinvirditu = rinverdito, rinnovato
Rrischià = rischiare, mettersi in pericolo; pure osare spavaldamente
Rrischiasse = arrischiarsi, mettersi in pericolo; oppure osare spavaldamente
Rrischiatu = arrischiato, che presenta rischi o pericoli
Rrisindì = risentire, reagire ad una offesa
Rrisindisse = risentirsi, offendersi
Rrisinditu = risentito, offeso, che ha reagito ad una offesa
Rristabbilì = ristabilire, riordinare, guarire
Rristabbilisse = ristabilirsi, riordinarsi, guarirsi
Rristabbilitu = ristabilito, riordinato, guarito
Rrizzà = mettere o alzare in modo che si stia ritto; oppure fabbricare, costruire, innalzare
Rrizzasse = alzarsi, levarsi in piedi, erigersi, alzarsi dal letto
Rrizzatu = alzato, ritto, eretto; oppure fabbricato, costruito
Rrolà = arruolare, reclutare, chiamare alle armi
Rrolasse = arruolarsi, entrare volontariamente a far parte delle forze armate; oppure unirsi, aggregarsi
Rrolatu = arruolato, reclutato, chiamato alle armi; oppure unito, aggregato
Rroscià = arrossare; oppure arrossire per vergogna
Rrosciasse = arrossarsi; oppure arrossirsi
Rrosciatu = per vergogna arrossato, arroventato col fuoco; oppure arrossito per vergogna
Rrosciatura = svergognatura
Rrotà = arrotare, investire con le ruote; oppure affilare con la mola
Rrotatu = arrotato, investito con le ruote; oppure affilato con la mola
Rrotolà = arrotolare, avvolgere, ridurre in forma di rotolo
Rrotolasse =arrotolarsi, avvolgersi in forma di rotolo
Rrotolatu = arrotolato avvolto o ridotto in forma di rotolo
Rrovellà = arrovellare, tormentare, angustiare, affannare
Rrovellasse = arrovellarsi, tormentarsi, angustiarsi, affannarsi
Rrovellatu = arrovellato, tormentato, angustiato, affannato
Rrovendà = arroventare, rendere rovente, surriscaldare
Rrovendasse = arroventarsi, infuocarsi, surriscaldarsi
Rrovendatu = arroventato, infuocato, divenuto rovente, surriscaldato
Rrubamazzu = rubamazzo (gioco con le carte)
Rrubbà = rubare, prendere furtivamente
Rrubbatu = rubato, preso furtivamente
Rrufà = arruffare, scompigliare, scarmigliare, imbrogliare; oppure adirare, arrabbiare
Rrufasse = arruffarsi, scompigliarsi, scarmigliarsi; oppure adirarsi, arrabbiarsi
Rrufatu = arruffato, scompigliato, scarmigliato; oppure adirato, arrabbiato
Rruffianà = arruffianare, sedurre per conto di altri
Rruffianasse = arruffianarsi, rendersi amico qualcuno con modi servili; oppure accordarsi
Rruffianatu = arruffianato, gli si è fatto amico qualcuno con modi servili per fini equivoci; oppure accordato
Rrugginì = arrugginire, indebolire, invecchiare
Rrugginisse = arrugginirsi, indebolirsi, invecchiarsi, impigrirsi
Rrugginitu = arrugginito, indebolito, invecchiato, impigrito
Rruina = rovina
Rruinà = rovinare, crollare, cadere in basso, precipitare, stramazzare, abbattere, guastare, sciupare, danneggiare, rompere
Rruinasse = rovinarsi, a danneggiarsi gravemente, guastarsi, sciuparsi, rompersi
Rruinatu = rovinato, crollato, caduto in basso, stramazzato, abbattuto, guastato, sciupato, danneggiato, rotto
Rrumore = rumore, chiasso, tumulto
Rrustì = arrostire, cuocere sopra la brace
Rrustisse = arrostirsi, cuocersi arrosto; oppure esporsi a lungo al sole
Rrustitu = arrostito, cotto alla brace
Rrutì = arrotino
Rruzzinisse = arrugginirsi, fare la ruggine
Rruzzinitu = arrugginito, che ha fatto la ruggine; oppure persona che ha perso la forza fisica e agilità intellettuale
Rsalì = risalire, tornare in alto
Rsalitu = risalito, che è tornato in alto
Rsapé = risapere, venire a sapere, venire a conoscenza
Rsaputo = risaputo, venuto a conoscenza
Rsegà = strofinare con forza; lavare i panni
Rsega = taglio, risega sul mucchio di fieno o sul pagliaio
Rsegasse = strofinarsi con forza
Rsegatu = strofinato con forza; oppure picchiato bastonato
Rsindì = risentire, sentire di nuovo, soffrire, subire le conseguenze, subire l’influsso
Rsindisse = risentirsi, svegliarsi, riaversi; oppure offendersi, sdegnarsi
Rsinditu = risentito, sentito di nuovo; oppure che si e offeso o sdegnato
Rsolà = risuolare, rinnovare le suole delle scarpe; oppure bastonare, picchiare
Rsolatu = risuolato; oppure bastonato, picchiato
Rsollevà = risollevare, sollevare di nuovo, rialzare, confortare, ricreare
Rsollevasse = risollevarsi, sollevarsi di nuovo, rialzarsi, confortarsi, ricrearsi, riprendersi
Rsollevatu = risollevato, sollevato di nuovo, rialzato, confortato, ricreato, ripreso
Rsonà = risuonare, suonare di nuovo, rimbombare, riecheggiare; oppure bastonare o picchiare qualcuno
Rsonatu = risuonato, rimbombato, riecheggiato; oppure bastonato, picchiato
Rsue = salire, risalire, andare verso l’alto
Rsuese = tirarsi su (i pantaloni)
Rsutu = tirato su
Rtendà = ritentare, tentare di nuovo, riprovare
Rtendatu = ritentato, tentato di nuovo, riprovato
Rtirà = ritirare, tirare di nuovo, tirare indietro, ritrarre, richiamare, farsi riconsegnare
Rtirasse = ritirarsi, lasciare un luogo o un incarico; oppure restringersi, scorrere via
Rtiratu = ritirato, ristretto, tirato di nuovo, richiamato, tirato indietro
Rtoccà = ritoccare, toccare di nuovo, tornare su qualcosa per migliorarla, correggere, ravvivare;oppure abbacchiare
Rtoccatu = ritoccato, migliorato, corretto, ravvivato; oppure frutto fatto cadere percuotendo la pianta con una pertica
Rtornà = ritornare, tornare di nuovo, ricomparire, ripresentarsi, portarsi via lo stato di prima
Rtornatu = ritornato, tornato di nuovo, ricomparso, ripresentato
Rtroà = ritrovare, trovare di nuovo, rintracciare, recuperare, scoprire, inventare, rivedere
Rtroasse = ritrovarsi, incontrarsi di nuovo, trovarsi di nuovo insieme; oppure accorgersi, raccapezzarsi
Rtroatu = ritrovato, rintracciato, recuperato; oppure intentato, scoperto
Rubbiu = rubbio (misura di quattro quarte pari a 2 quintali circa)
Rubinettu = rubinetto (dispositivo per regolare il flusso dei liquidi)
Rubustu = robusto, energico, vigoroso, restante
Rucola = eruca, ruchetta (erba edule)
Rudimendu = rudimento, principio elementare di un’arte o disciplina, abbozzo, accenno, avviamento, primo addestramento
Ruffì = Ruffino
Ruffià = ruffiano, mezzano, mediatore
Rugà = tubare, biascicare, borbottare
Ruganza = arroganza, modo di comportarsi insolente e presuntuoso
Rugnu = cicoria; oppure persona rozza, avara
Rugnusu = rognoso, pieno di rogna; oppure persona particolarmente puntigliosa o fastidiosa
Rullà = rullare, comprimere o livellare col rullo; oppure risuonare (detto del tamburo)
Rullatu = rullato, costipato un rivelato col rullo
Rullu = rullo (suono prodotto dal tamburo); pure grosso e pesante cilindro per comprimere e livellare
Rumà = ruminare
Rumitu = romito, eremita, solitario
Rumo’ = rumore
Runcittu = taglierino del calzolaio
Runnola = rondinella
Runnurella = rondinella
Ruolu = ruolo, registro, elenco; oppure funzione, ufficio
Ruscì = tuorlo dell’uovo
Rusciu = rosso
Ruspà = ruspare, lavorare accanitamente
Ruspande = pollo nato e cresciuto all’aperto
Ruspu = samba dei volatili
Russu = russo (nato o residente in Russia)
Rustucu = rustico, zotico, rozzo, campagnolo, villereccio, scontroso, grezzo non rifinito
Rusura = avanzo dello strame
Rutala = ruzzola
Ruttu = rotto, rovinato, danneggiato
Rutunnu = rotondo
Ruu = rovo
Ruvidu = ruvido, grezzo, non liscio, aspro, duro
Ruzzà = ronzare, fare chiasso, strepitare; oppure giocare, saltare occorrere per gioco
Ruzza = screzio, litigio, ripicca
Ruzzicà = rotolare; oppure seguitare a vivere anche se stentatamente
Ruzzinì = arrugginire, fare la ruggine
Ruzzolà = ruzzolare, cadere, precipitare arrotolando, far girare per terra qualcosa
Ruzzu = rozzo, grossolano, villano, grezzo, non rifinito
Rvangà = rinvangare, rimescolare, ricordare
Rvangatu = rinfrancato, rimescolato, ricordato
Rvedé = rivedere, vedere di nuovo, guardare o incontrare di nuovo, rileggere, riesaminare, correggere, ritoccare
Rvedesse = rivedersi, vederci un incontrarsi di nuovo, ritoccarsi, correggersi
Rvira = Elvira
Rvistì = rivestire, vestire di nuovo, indossare, foderare, incamiciare, velare, mascherare; oppure ricoprire una carica
Rvistisse = rivestirsi, vestirsi di nuovo, ricoprirsi
Rvistitu = rivestito, vestito di nuovo, ricoperto
Rvistu = rivisto, visto di nuovo, guardato o incontrato di nuovo, riletto, riesaminato, corretto

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Riposa, Giampaolo, uomo dell’ascolto e della pazienza

TABOR
Caro Gianpaolo, nato al cielo,
tu ora vivi nello Spirito Santo con Gesù Cristo.
_ Il Figlio diletto del Padre,
trasfigurato nella gloria del Tabor,
ti ha mostrato il volto dell’amore;
ora ti fa gustare la bellezza della sua beata pace.
_Ti ha innalzato, con un cammino, sul monte della fede,
ora te ne dà l’esperienza viva.
_Ti ha illuminato i dubbi e i timori;
ora ti accoglie nelle sue mani.
_Ti ha aperto l’ascolto del suo Vangelo,
ora ti tiene nella visione della sua vita di gloria.
_Ti ha insegnato l’amore donato fino alla croce,
ora tutto splende nella sua risurrezione.
_Ti ha trasfigurato la vita di ogni giorno, i volti noti:
nulla era scontato dei doni suoi:
ora tutto si rinnova nella luce divina.
_Il Padre celeste ti ha chiesto di ascoltare suo Figlio
. e tu, discepolo, ascoltavi, anche quando
non comprendevi, a pieno, la sua volontà,
quando il Vangelo ti chiedeva di dare
senza nulla chiedere in cambio.
= Gianpaolo, uomo dell’umile ascolto
e della pazienza, riposa nella pace
nel cuore di Dio Padre, Figlio e Spirito Santo.
Riposa.
27 maggio 2017 Tuo Carlo

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Lettera di TORQUATO TASSO ACCADEMICO A FERMO 1583. Desunta dagli studi di Gabiele NEPI “Curiosità Fermane”

GABRILE NEPI FA CONOSCERE UNA LETTERA DI TORQUATO TASSO E L’APPARTENENZA DEL POETA ALL’ACCADEMIA FERMANA ‘DEGLI SCIOLTI’
I primi versi che Torquato Tasso, poeta ovunque conosciuto per la Gerusalemme Liberata, scrisse, li vergò in terra marchigiana, precisamente a Pesaro, alla corte dei Della Rovere; dove fu compagno di studi del figlio di Guidobaldo, Francesco Maria Della Rovere. E Tasso ebbe a che fare con Fermo e con suoi illustri cittadini e vescovi. Ricordiamo che Sisto V, già Vescovo fermano, lo aiutò e protesse, anche se non lo ricevette alla corte pontificia. Tasso celebrò con versi raffinati l’erezione, a Fermo, della Statua di Sisto V che tuttora campeggia sulla facciata del Palazzo dei Priori. Lode altissima ad Accursio Baldi, autore della statua. Ma quello che più interessa è che Tasso fece parte dell’Accademia degli Sciolti di Fermo. Nella lettera di adesione, chiama Fermo: ‘valorosa città’. Ma leggiamola, anche perché si tratta di uno dei più prestigiosi poeti della letteratura italiana:
“Molto illustre Sig(no)re e P(adr)on mio oss/mo,
VS poteva in ogni tempo rinnovare con molto mio piacere, la memoria della nostra antica amicizia: perché sempre mi doveva essere cara, per li molti meriti suoi:
ma in questo, nel quale è stato eletto Principe dell’Accademia degli Sciolti, mi è grato oltremodo, che si sia ricordata di me e che mi abbia invitato a divenire uno degli altri, con lodi così grandi: le quali benché siano soverchie, nondimeno perché sono argomento dell’Amore, le ricevo assai volentieri:
et insieme accetto l’invito fattomi dall’Accademia, alla quale non credo di poter aggiungere alcun honore, ma ella che n’è abondevole per se stessa può accrescere la mia reputazione: e le mando la mia impresa, la quale è un leopardo col collare ma senza catena, il motto è: “l’attendo al varco”, il nome che io ho preso “Lo Scatenato”.
Al sonetto et alla lettera del signor Vinco (odierno Vinci n.d.r.) ho dato risposta la quale cosa sarà con questa e le bacio le mani.
Di Ferrara il XXIII d’Aprile del 1583 DVS
Aff/mo Ser(vito)re Torq(ua)to Tasso.
Nota
L’Accademia degli Sciolti fu fondata a Fermo da Uriele Rosati, nel 1583. Nel palazzo Vitali Rosati, nella serie delle decorazioni rievocanti le glorie di Fermo, il pittore Giuseppe Carosi ha immortalato l’adesione di Tasso a tale Accademia.

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