Domenica XXX anno A Vangeli Blasi Mario Parroco evangelizzare

Evangelizzaziuone Parrocchia XXX DOMENICA ORDINARIA (Mt,22,34-40)

“MAESTRO, QUAL E’ IL PIU’ GRANDE COMANDAMENTO?”

“AMERAI…”

Un massimo esponente della legge si avvicina a Gesù per tentarlo come Satana.

Gli ebrei hanno da osservare seicentotredici comandi; trecentosessantacinque sono negativi, cioè indicano che non bisogna fare certe cose e duecentoquarantotto sono positivi: ordinano di fare certe azioni. L’ebreo è chiamato ad amare Dio per tutto l’anno (365) e con tutto se stesso (248). Quest’ultimo numero indica quante sono le ossa del corpo umano, così credevano in quel tempo. In questi 613 comandamenti sono inserite le due tavole della legge. Nella prima tavola ci sono i tre comandi con gli obblighi nei confronti di Dio e nell’altra i sette doveri nei confronti degli uomini. Questi dieci comandamenti sono intoccabili.

Gesù, però, al dottore della legge, non risponde con i comandamenti, ma con il credo d’Israele: “Ascolta, Israele, amerai il Signore Dio tuo con tutto il cuore, con tutta la mente, con tutte le forze” (Dt. 6,5).

Dal credo degli ebrei, però, Gesù elimina Israele e al posto delle “forze” mette “mente“. Egli elimina Israele perché la Sua risposta è valida per ogni uomo, credente e non credente. Elimina “forze” perché indicano i beni della terra; la “mente” indica tutto l’essere della persona. Gesù vuole che l’uomo ami Dio con tutto se stesso e non vuole che l’uomo si privi delle proprie sostanze per offrirle a Lui. Dio non chiede sacrifici agli uomini, non chiede offerte, ma chiede di essere accolto con amoreDio è Amore. Il Suo Amore accolto deve poi essere ridonato al fratello perché l’amore verso Dio non deve mai essere dissociato dall’amore verso il prossimo. Per questo dice:

Il secondo comandamento è simile al primo:

Amerai il prossimo tuo come te stesso”.

L’amore che ha come misura l’uomo è valido però per gli ebrei che hanno come punto di riferimento Mosé e per ogni uomo credente.

Amare come l’uomo ama se stesso è un amore limitato. Per il cristiano la misura dell’amore non è l’uomo, ma Gesù, il Figlio di Dio. Egli ama servendo l’uomo con un amore senza limiti; Gesù non dice: ama il prossimo tuo come te stesso, ma “Amatevi l’un l’altro come io ho amato voi”.

La misura dell’amore del discepolo è Gesù che dona a tutti la Sua vita per amore.

 

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Parroco Blasi Mario evangelizza Domenica XXIX anno A Matteo

Evangelizzazione     XXIX DOMENICA ORDINARIA (Mt 22,15-21)

“E’ LECITO O NO PAGARE IL TRIBUTO A CESARE?”

Gesù è nel tempio ad insegnare. Il Suo insegnamento non è conforme a quello degli scribi e dei farisei. E’ un insegnamento nuovo fatto con autorità che attira ed entusiasma la gente. Gli scribi e i farisei sono in difficoltà, non sono più seguiti. Che fare? Bisogna colpire quest’uomo. Allora tengono consiglio per stabilire una strategia comune per colpire Gesù nei Suoi discorsi. Si uniscono erodiani e farisei. Gli erodiani sono coloro che collaborano con il potere romano ed accettano di pagare il tributo a Cesare. I farisei, invece, detestano la dominazione romana e pagano mal volentieri le tasse allo straniero.

I farisei e gli erodiani si rivolgono a Gesù con un linguaggio ossequiente. Elogiano la Sua forza morale nell’indicare la via di Dio con verità. Gesù non guarda in faccia nessuno, non si lascia condizionare in modo assoluto da alcuno. Parla quando vuole e dice liberamente ciò che pensa. Gesù è chiamato a dire pubblicamente il Suo pensiero sulla presenza del potere pagano romano che chiede il tributo.

Secondo la legge l’ebreo, che riconosce Dio come Signore, deve pagare la tassa all’imperatore romano, sì o no? La domanda è ben congegnata. Qualunque sia la risposta Gesù finisce per essere condannato. Se è favorevole al pagamento della tassa va contro la legge d’Israele e delude quelli che lo considerano liberatore. Se dice che non bisogna pagare il tributo viene considerato un ribelle, un sovvertitore dell’ordine pubblico.

Gesù non si lascia intimorire, ma attacca i farisei e gli erodiani con una potente accusa: “Tentatori, ipocriti, malvagi“. Poi chiede loro la moneta del tributo. Essi subito tirano fuori dalle tasche la moneta con l’immagine e l’iscrizione di Cesare. E’ la moneta con la quale fanno i loro affari. I farisei portano la moneta straniera nell’area del tempio dove non poteva entrare nessun oggetto pagano per la sacralità del luogo. Essi stanno profanando il luogo sacro del tempio portando il denaro straniero nelle loro tasche. Gesù dice loro:

“Restituite a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio”.

Gesù non dice di pagare, ma di restituire a Cesare il suo denaro. Gesù non riconosce nessuna autorità a Cesare e riafferma che l’unico Signore è Dio e a Lui solo bisogna restituire ciò che gli è proprio: la Sua Parola di vita che nutre il popolo.

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PARROCO MARIO BLASI EVANGELIZZA XXVIII DOMENICA ANNO A MATTEO

Evangelizzazione

XXVIII DOMENICA ORDINARIA (Mt22,1-14)

“TUTTO E’ PRONTO: VENITE ALLE NOZZE”.

Le nozze sono sempre una festa particolarmente gioiosa, anche se ci sono momenti di trasgressione nel bere, nel mangiare e nell’organizzare scherzi. E’ la festa in cui si dimenticano tutti gli affanni della vita.

Gesù paragona il Regno dei Cieli alla festa di nozze gratuitamente offerta. Con Gesù inizia un’era nuova per l’umanità. Con Lui sorge una nuova situazione per tutti. Egli inaugura l’era messianica. Gesù proclama e introduce nella storia degli uomini la gioia. Il Suo messaggio è una buona novella, è un Vangelo.

Tutti sono chiamati ad entrare nel banchetto delle nozze. L’amore di Dio spinge ogni uomo ad entrare; si è chiamati però a fare una scelta. Dio sollecita la risposta. Il banchetto è gratuito per tutti. Il Suo amore è un dono che supera tutte le attese.

Nella parabola il re manda i servi a dire che tutto è pronto, ma tutti rifiutano l’invito anche se è gratuito. Gli invitati non vanno. Hanno altri interessi da sbrigare: i loro affari sono più utili. Non sanno che la gioia nel cuore è la cosa più importante per ogni uomo.

Dio crea l’uomo per la felicità. L’uomo è chiamato a fare le cose con letizia. Il lavoro bisogna svolgerlo con serenità di spirito. Gli affari bisogna realizzarli con la rettitudine e l’onestà della vita. La vita retta è un dono di Dio che si accoglie nel banchetto delle nozze: l’Eucaristia. Per molte persone, oggi, sono più importanti altri banchetti: divertimento sfrenato, svaghi inutili, affari loschi e ricchezze disoneste.

Il disegno di Dio sull’uomo è accogliere gratuitamente il Suo amore. Chi rifiuta il Suo messaggio si espone a conseguenze tremende.

“Amico, come hai potuto entrare qui senza abito nuziale?”.

Il re chiama amico l’invitato senza la veste nuziale perché lo ama, ma l’invitato non ha nulla da dire, si sente fuori posto. Non ha fatto nulla per rendere gioiosa la festa.

Il vestito sono le opere giuste dei Santi; opere che dichiarano il bene fatto agli altri. E’ questo abito che rende gioioso l’uomo nella festa.

Non avendo accolto l’amore di Dio nel cuore, l’invitato viene rimandato nel suo ambiente egoistico dove la vita non è gioiosa, ma gelida.

 

 

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Blasi Mario parroco evangelizza XXVII domenica anno A Mt 21,33s anime coltivate

XXVII DOMENICA ORDINARIA (Mt 21,33-43)

“DA ULTIMO MANDO’ LORO IL PROPRIO FIGLIO“.

La vigna, nella Bibbia, rappresenta il popolo di Dio: il popolo eletto. Celebre è il Cantico di amore di Isaia per la vigna del suo diletto. “Il mio diletto possedeva una vigna su un fertile colle“.

La premura che il padrone ha per la sua vigna la rivela i cinque verbi adoperati da Isaia nel suo Cantico di amore: vangare, sgombrare, piantare, costruire, scavare. Il numero cinque manifesta la forza di amore di Dio, cioè il Suo Spirito che agisce per il bene dell’uomo. Anche Matteo, nella parabola della vigna, adopera cinque verbi: piantare, circondare, scavare, costruire e affidare.

L’amore del padrone per la vigna è grande. La conclusione, però, della parabola è amara sia in Isaia che in Matteo. Il padrone, in Isaia, aspetta uva buona ma la vigna produce uva selvatica. “Egli aspettava giustizia ed ecco spargimento di sangue, attendeva rettitudine ed ecco grida di oppressi“.

In Matteo il padrone aspetta frutti e perciò manda i servi per averli, ma i servi sono bastonati, uccisi e lapidati dai vignaiuoli.

Il padrone aveva piantato la vigna con amore ma riceve odio. Alla fine manda il figlio pensando che avranno rispetto per lui. Il figlio lo rappresenta ed ha il suo potere. I vignaiuoli, visto il figlio, dicono: “costui è l’erede, uccidiamolo e avremo noi la sua eredità“.

Perché tanto odio? Chi scatena una cattiveria così grande? E’ il dio dell’interesse! Il dio dell’interesse sacrifica tutto. E’ il dio del denaro che crede di dare sicurezza, ma in realtà distrugge. Il dio dell’interesse porta la morte morale e fisica, alimenta l’odio e suscita la guerra.

Con il denaro i sommi sacerdoti si impadroniscono di Gesù; per denaro Giuda tradisce il Maestro; con il denaro i capi del popolo tentano di impedire la realtà della Risurrezione di Gesù pagando le guardie.

“La pietra scartata è diventata testata d’angolo”.

Il padrone riprende la vigna per darla ad altri vignaiuoli perché diano il frutto a suo tempo.

Uniti all’amore di Cristo si porta frutto.

E’ vero frutto la conoscenza dell’amore di Dio accolto nel cuore. E’ vero frutto la giustizia che rende onesta la vita dell’uomo. E’ vero frutto la misericordia che dona al fratello l’amore di Dio che perdona. E’ frutto vero la sincerità dei rapporti umani.

 

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FERMO STATUTI DEI CASTELLI FERMANI TRADUZIONE DAL LATINO edito 1507 Venezia

STATUTA FIRMANORM inizio 1, =

Il supremo Maestro che ha creato tutte le cose da massimo artefice, come genitore generosissimo, ha concesso il libero arbitrio alla creatura umana formata da lui, Dio ottimo massimo, con somma provvidenza e ha voluto che ogni cosa creata in questo globo terrestre sia sottomessa al dominio di questa creatura.

Ma colui che è invizzito nella malignità, con somma astuzia sta invidiando questa felicità umana e ha aggredito con la furberia i nostri progenitori deviandoli dal tramite la rettitudine della ragione e fuori dalla retta intenzione, fino a farli rovinare del tutto. Da questo fatto, come da un seme viziato, è stata procreata la mortalità (umana) che è stata deteriorata sempre di più, peggiorando nelle azioni malvagie ed accrescendo le forme empie, e quasi mai ha fatto né ha lasciato uno spazio <che fosse> sicuro per ogni forma onesta e innocente.

Ma colui che redime le persone decadute, le corrobora le redente e le garantisce, ha provveduto con cuore generoso offrendo leggi santissime, concedendo ministri dotati di somma dirittura per dover impedire l’audacia dei malvagi e per dover difendere l’innocenza.

Da quanto detto deriva il fatto che i probi e sapienti uomini Giuliano di ser Francesco della contrada Castello, Antonio di Egidiuccio della contrada Pila, il signor Nicola del signor Vanne della contrada San Martino, ser Clerico di Brunico della contrada Fiorenza, Ansovino del signor Filippo della contrada San Bartolomeo, il maestro Filippo figlio del maestro Domenico della contrada Campolezio, persone che, per opera del concilio generale, sono state legalmente e solennemente deputate a fare lo statuto della città di Fermo e del suo contado, della forza e del distretto, come risulta scritto per mano del notaio ser Cicco figlio del maestro Nicoluccio da Fermo e cancelliere del comune e del popolo di questa città, in base all’autorità, al vigore e all’arbitrio che è stato concesso ad essi, mediante lo stesso consiglio, essi fecero, ordinarono, decretarono e stabilirono questi decreti, ordinamenti, statuti e capitoli, a lode e riverenza di Dio onnipotente e della sua madre la beata gloriosa Vergine Maria e degli apostoli Pietro e Paolo e dei gloriosi santi Giovanni evangelista e Bartolomeo apostoli e del beato martire Sabino, protettore e difensore del popolo della città Fermana, anche ad onore tutta la corte celeste; inoltre ad onore e riverenza della sacrosanta romana Chiesa e del santissimo in Cristo il papa, signore nostro, del ceto dei cardinali; e ad onore e trionfo ed esaltazione del comune e del popolo della città Fermana e del suo contado, della forza e del distretto; e ad onore e magnificenza dei signori priori del popolo e del vessillifero di giustizia della città Fermana e del suo contado, della forza e del distretto, e per il progresso, l’unione e l’esaltazione perpetua del presente Stato libero, pacifico e popolare della città Fermana e per la finale distruzione e perpetua estirpazione di qualunque attentato o volontà di attentare contro le predette cose, o contro una di queste in qualsiasi modo.

Humani generis creaturae, summa ab Optimo Maximo Deo providentia formatae, ille ipse supernus artifex, ac rerum omnium conditor et opifex maximus ut indulgentissimus parens liberum concessit arbitrium, et cuncta in hoc inferiori orbe creata eius dominio subesse voluit; cui tantam felicitatem invidens callidissimus inveterator, prothoparentes nostros astu aggressus recto rationis tramite, rectae mentis statu transversos, ac praecipites egit. Inde, ut a vitiato semine, procreata mortalitas in dies magis atque magis deterior facta ad omne tandem flagitiosum facinus, et impietatem progressa, innocentiae probitati vix locum ullum tutum uspiam fecerat, ac iam reliquerat. Sed ille qui lapsa reparat, reparata corroborat, et confirmat, pia dispositione consuluit, sanctissimas leges praebendo, earumque summa integritate ministros praeditos concedendo, ad cohercendam improborum audaciam, innocentiumque  tutandam. Hinc est quod probi, et sapientes viri Iulianus Ser Francisci contratae Castelli, Antonius Egidiutij contratae Pilae, dominus Cola domini Vannis contratae Sancti Martini, Ser Clericus Brunichi contratae Florentiae, Ansovinus domini Philippi contratae Sancti Bartholomei, Magister Philippus Magistri Dominici contratae Campiletij Statutarij Civitatis Firmanae, eiusque comitatus, fortiae, et districtus, per Generale Concilium dictae Civitatis ad hoc legitime et solemniter deputati, ut patet manu Ser Cicchi Magistri Nicolutij de Firmo Notarij et Cancellarii Communis et Populi dictae Civitatis, vigore, auctoritate, et arbitrio eis concesso per dictum Concilium,  fecerunt, et ordinaverunt, decreverunt, et statuerunt decreta, ordinamenta, statuta, et capitula dicta, ad laudem et reverentiam omnipotentis Dei, et eius matris Beatae Mariae Virginis gloriosae, et Beatorum Apostolorum Petri et Pauli, et gloriosorum Sanctorum Iohannis Evangelistae et Bartholomei Apoftolorum, atque Beati Sabini Martyris protectorum, et defensorum Populi Civitatis Firmanae, ac totius coelestis Curiae et ad honorem, et reverentiam Sacrosanctae Romanae Ecclesiae, et Sanctissimi in Christo Patris, et domini, domini nostri Papae, et totius coetus Cardinalium  et ad honorem, et triumphum et exaltationem Communis, et Populi Civitatis Firmanae, eiusque comitatus, fortiae, et districtus et ad honorem et magnificentiam dominorm Priorum Populi et Vexilliferi iustitiae Civitatis Firmanae, eiusque comitatus, fortiae, et districtus et ad augmentationem, unionem, et perpetuam exaltationem presentis liberi, pacifici, et popularis Status dictae Civitatis Firmanae et finalem destructionem, et perpetuam extirpationem cuiuscunque contra praedicta, vel aliquod predictorum quomodolibet attentantis, vel attentare volentis.

 

 

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SAN PAOLINO A FALERONE ANTICA CHIESA VESCOVILE dagli inventari di don Angelo De Minicis 1845

SAN PAOLINO DI FALERONE

( Nelle Rationes Decimarum Italiae, Marchia edite Citta del Vaticano 1950, la chiesa di san Paolino di Falerone  negli anni 1290-1299, è ricordata più volte, esattamente  ai numeri 5702 .6170. 6779. 7014. 7129. 7352 con il preposito o preposto)

 

DE MINICIS don Angelo, Inventario della Prepositura di San Paolino, anno 1845

<Notizie estratte e rilette ortograficamente>

“La Chiesa parrocchiale di san Paolino vescovo di Nola è situata nel territorio di Falerone, sopra un colle poco distante dal fiume Tenna.

Non si conosce precisamente l’epoca della sua fondazione, ma il suo disegno, la costruzione, i bassorilievi inseriti nel muro ai lati dell’Altare, i capitelli delle colonne mostrano essere opera del secolo XIII.

Nell’anno 1372 Catelina moglie di Petruccio di Nicola da Falerone nel testamento lasciò una legato di soldi venti alla chiesa di san Paolino, documento nell’archivio dei Padri Minori Conventuali.

Presso la chiesa di san Paolino risiedevano gli antichi Preposti; situata sopra un colle che forma quasi il centro della sua Parrocchia.

( Anno 1845) E’ lunga palmi romani novanta e larga palmi trenta circa ed ha un torrione annesso e pare che sia mozzo, sulla cui sommità è collocata una piccola campana. In questa chiesa si trova(va) un solo altare aderente al muro ed è dedicato a san Paolino, è stato rinnovato nello stesso anno (=1845) con due colonne, capitelli e cornicione tutto murato ed adorno di stucchi.

Vi è aggiunta nuovamente la sagrestia nel primo piano del torrione. Spesi circa sessanta scudi, che – scriveva don Angelo –  ho voluto impiegare a gloria di Dio e del suo santo titolare ed Avvocato (=protettore).

Nell’inventario degli arredi e mobili ivi esistenti il preposto don Angelo De Minicis elenca: pianeta, camice, corporale, calice più prezioso, messale, sopratovaglie, ampolline, cartegloria, candelieri; un inginocchiatoio ed un tavolino.

Nella chiesa: sopra la custodia dell’altare una bella immagine di Maria ss.ma della Misericordia con cornice. Inoltre un confessionale ed il pulpito.

Presso detta chiesa risedettero gli antichi parroci di San Paolino.

( In altro scritto del don Angelo DE MINICIS, sulle chiese esistenti a suo tempo a Falerone si offrono notizie su alcuni parroci del secolo XVI: Il più antico Preposto che si conosca è Domenico Battista Balducci, il quale nel 10 dicembre 1542 fu assistente al rev.mo monsignor Ludovico Furconio dell’Aquila, vescovo di Giovinazzo, mentre consacrò la chiesa di S. Sebastiano. Il Parroco Balducci risiedette presso questa chiesa rurale fino alla sua morte, la cui  data in un manoscritto del De Minicis è indicata all’anno 1562, poi precisata in altro manoscritto al 1568, in base agli Istromenti raccolti da Giacomo Arcangeli (1526-1580) nell’Archivio Pubblico di Falerone. Don Francesco Balducci, subito dopo don Domenico Battista, amministrò questa Parrocchia.  Dimostrò ogni diligenza e religione, e il Pubblico Magistrato, cioè Paraninfo Fortunati, celebre medico. Giandomenico Fortunati, Baldo e Girolamo di Piersante, a nome di tutto il  popolo e specialmente dei parrocchiani, per l’autorità di cui erano rivestiti, elessero, fecero e deputarono il rev.do don Francesco Balducci di Falerone, come rettore e preposto di S. Paolino ed egli accettò. Poi fu supplicato il sommo pontefice Pio V affinché volesse confermare l’elezione, la quale non fu confermata perché irregolare e senza il previo concorso, come ordina il sacro concilio di Trento. Onde nello steso anno 1568 fu eletto Preposto Giovanni Battista Capranica. Il primo preposto che abbia risieduto entro il paese, pare che sia questo Capranica, il quale avrà fatto dipingere l’immagine di san Paolino nella sua casa parrocchiale, posta dinanzi al monastero antico delle monache. L’immagine di san Paolino  quasi affatto cancellata   posta entro un arco di stile gotico, con bassorilievi scolpiti in pietra all’intorno.)

In paese andarono ad abitare anche i parroci che risiedevano (prima) presso le loro chiese rurali: il Parroco di S: Margherita e quello di S. Stefano, rifabbricando entro il paese di Falerone a spese comuni col Parroco di S. Giovanni Battista in forma più ampia la Chiesa Parrocchiale di S. Giovanni Battista per decreto di monsignor Giovanni Battista Maramonti Vescovo Uticense e Visitatore Apostolico, mandato da Pontefice Gregorio XIII nell’anno 1573. Questi parroci agivano comunitariamente con turno settimanale di reggenza.

Il Parroco di San Paolino ha il titolo di Preposto ed è la dignità immediata dopo il Priore di Santa Margherita, come appare dal decreto di mons. Rinuccini arcivescovo di Fermo, dato 27 maggio 1627, confermato da mons. Giannotto Gualtieri arciv. di Fermo con decreto di sacra Visita il 19 giugno 1671.

Nella chiesa di San Giovanni Battista il quarto Altare laterale, situato alla destra dell’ingresso principale della chiesa, è dedicato a San Paolino Vescovo di Nola e titolare della Prepositura, a cui spetta mantenerlo.

Il 13 dicembre vi si celebra la Messa con devozione. Entro la custodia di detto Altare si conserva la reliquia di san Paolino.

 ( Dal manoscritto di don Angelo sulle consuetudini delle chiese faleronesi, risulta che il giorno 22 giugno, festa di San Paolino, titolare della Prepositura, si cantano i primi e secondi vespri. Alla mattina Messa solenne presieduta dal Parroco settimanale. Il Preposto la mattina della festa va nella chiesa rurale di San Paolino e si fa accompagnare da quattro o cinque sacerdoti, i quali tutti celebrano qui ed amministrano i santi sacramenti al popolo. Si canta l’ultima Messa ed i Preposto predica dall’Altare. Ma non vi è obbligo di officiare detta Chiesa).

La conservazione di questa chiesa e dei sacri arredi spetta al preposto della stessa San Paolino. Nella seconda festa di Pasqua di Resurrezione di nostro Signor Gesù Cristo, il clero, la Comunità, le Confraternite vestite della loro uniforme vanno insieme processionalmente a visitare questa chiesa. Appena giunta la processione, uno di questi Padri Minori Conventuali canta la Messa e dopo il Vangelo, il Predicatore della Quaresima fa il suo discorso.

Il preposto di San Paolino, per antichissima consuetudine dà trattamento ai membri della Comune e delle persone civili di Falerone, con ciambelle, salame, fritto, lesso ed arrosto, mangiando in piedi.

Dopo ciò dà trattamento a sedere ai sacerdoti, al capo della Comune, al Predicatore e alle persone più ragguardevoli, aggiungendo alle sopraddette vivande, li “cacioni”, le uova lesse, la minestra, un secondo fritto, lo stufato, il formaggio e la frutta se si trovano.

Il preposto di S. Paolino è anche rettore della chiesa rurale della Madonna delle Grazie situata un miglio lontano dal paese di Falerone. Questa chiesa ha una epigrafe con data 1603 (anno in cui fu fondata).

 

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MASSIGNANO DUE MILLENNI CRISTIANI E GLI ULTIMI QUARANT’ANNI Libro – don Mario Angelini

Massignano

Presentazione del nuovo libro: “Due millenni di fede cristiana …. 40 anni insieme …”

a cura di Angelini Mario. Tipografia Rosati Pedaso 2020

Sono conosciute a Massignano le molte realizzazioni che testimoniano l’operosità costante dei cristiani di moltissime generazioni, come si vede negli edifici delle chiese, nelle creazioni di pittura, di scultura, di argenteria e insieme nel vissuto delle persone che manifestano lo Spirito del battesimo nella fede, nella speranza in Cristo e nella carità.

Massignano è una cittadina d’altura che ha l’aria salubre e il paesaggio godibile che aiutano ad essere operosi. Di recente è edito il libro che collega la storia di due millenni di cristianesimo al presente e la proietta nel futuro.

Si valorizzano e si mantengono in buone condizioni le creazioni dell’arte e della cultura.

Lodevole è il fatto che i parrocchiani condividendo il Vangelo e i sacramenti, da parte loro sostengono le iniziative della parrocchia. PARROCCHIA è una parola che deriva dal verbo greco “paroikeo” che significa “abitare, stare insieme in una località” condividendo le esperienze.

Dall’epoca antica di Roma, la villa del primo secolo della famiglia di Masinio, ”Villa del podere Masiniano”, ha lasciato il nome Massignano.  La millenaria storia ha camminato con vicende e il cristianesimo ha valorizzato al meglio e continua ancor oggi la speranza cristiana rinnova la società perché opera con lo Spirito Santo e allieta la vita popolare dei Massignanesi. La bellezza è la consapevolezza goduta da chi medita il dono della vita.

La presenza della fede cristiana è stata alimentata dai cristiani che qui iniziarono a battezzarsi con San Marone martirizzato nel Piceno alla fine del primo secolo. La diocesi di Fermo conserva le reliquie di questo martire evangelizzatore.

Le persecuzioni hanno distrutto molte antiche testimonianze.  Rimane molto significativa e davvero interessante l’epigrafe del secolo quinto trovata in territorio massignanese sul versante del fiume Menocchia presso l’antichissima chiesa di San Pietro, ora diruta. Nella lapide è incisa la croce onorata da due colombe, segno delle anime e vi sono scritti i nomi della famiglia dei due sposi cristiani Paolo ed Eufemia.

I ruderi di un’altra chiesa paleocristiana sono a Villa Santi dove si stabilirono i monaci benedettini con un loro monastero. Senza voler elencare le chiese più antiche, accenniamo ad una decina di esse ben documentate. La chiesa di san Felice  e quella di san Gervasio dei benedettini farfensi hanno documenti sin dall’anno 867. Presso Boccabianca sul finire del XII secolo risultano documentate due chiese: una di santa Giuliana e l’altra dei santi Benedetto e Claudio. Nel 1188 è menzionata la chiesa di S. Quirico. Nell’eredità del conte di Forcella in questo territorio un testamento dell’anno 1199 le chiese di S. Adaucto, San Gregorio, San Giacomo.

Il progetto di vita dei religiosi benedettini è espresso nel motto: “prega e lavora”. Lo hanno diffuso favorendo la tranquillità delle famiglie distribuite nell’insediamento sparso sul territorio.

Questa spiritualità popolare è caratterizzata dall’attenzione verso gli altri sicché le persone non usano lamentare i timori delle solitudini individuali. I canti, le meditazioni, le sacre funzioni hanno sempre incoraggiato i genitori e i figli a mantenere viva la fede nelle famiglie.

Nel museo parrocchiale permangono molti oggetti benedetti: calici, patene, pissidi, ostensori ed altri di uso liturgico che fanno comprendere quanta partecipazione ci sia sempre stata a Massignano all’Eucaristia. Molti antichi dipinti e gli arredi sono pervenuti a noi per merito dei parroci, dei confratelli e consorelle di pie unioni che hanno sostenuto con tenacia le creazioni utili al culto cristiano.

Un documento dell’anno 1828 fa conoscere che la famiglia Laurantoni donò i propri beni alla confraternita del Suffragio che divenne composta da 130 persone, uomini e donne che partecipavano alle celebrazioni eucaristiche per le quali i papi avevano concesso privilegi spirituali di indulgenze celebrando nell’altare maggiore di San Giacomo.

Di singolare rilevanza il culto della Madonna di Loreto che è documentato nel 1406 come dedicazione di altare nella chiesa di san Giacomo. Con pii lasciti i fedeli di Massignano sostenevano questo culto di cui si ha un’eco nel pregevole dipinto della tavola del 1450 del pittore Vittore Crivelli dove il Natale è espresso raffigurando la Madre che prega inginocchiata davanti al Figlio di Dio incarnato. Le feste mariane continuano.  E la campana dell’AVE Maria ricorda l’annunciazione e l’incarnazione di Gesù Cristo.

Le feste liturgiche hanno suscitato motivazioni valide a vivere nella pace, nella collaborazione. Permangono vantaggiose le forme religiose sostenute e ordinate dai vescovi nella prioria di San Giacomo, nella pievania dei santi Gervaso e Protasio, nella chiesa di Santa Giuliana, anche a Villa Santi.

Per la volontaria generosità della gente, il culto è stato abbellito con l’arte e il decoro si apprezza in architravi, colonne, cornici, pitture, oggetti di argenteria. Sono opere artistiche ancor oggi visibili e fruibili.

Nello spirito della cristiana fraternità, fin dal secolo XVII il vescovo fermano decise che restasse aperto a Villa Santi un ospedale per le necessità dei pellegrini e dei poveri. L’aumento della popolazione ha fatto creare nuove parrocchie: nel 1842 Santa Maria della misericordia e nel 1961 a Villa Santi.

L’arcivescovo di Fermo, cardinale Gabriele Ferretti, nella visita pastorale del 1838 diede nuovo assetto all’amministrazione dei beni ecclesiastici per le parrocchie, per le scuole e per gli ospedali. A Massignano, a servizio dei parrocchiani, c’erano due diaconi ed il maestro che insegnava nella scuola pubblica era un suddiacono.

Si usavano fare le processioni per benedire le campagne. Gli agricoltori ponevano una croce fatta con legno di canne tra le coltivazioni e vi mettevano un rametto di ulivo benedetto in parrocchia la domenica delle palme.

Sono stati conservati molti edifici sacri perché sono stati rafforzati o completamente ricostruiti in modo che fossero accoglienti, decorosi, luminosi e ampi.

E’ una cultura storica di tradizione antica. Nel 1772 Giuseppe Callisto Gentili di Massignano, personalità politica vissuta a Roma, ha fatto un lascito notarile dei suoi beni e oggetti alla confraternita del Santissimo Sacramento per sostenere le necessità di culto. Sicché nel 1779 si iniziò a demolire l’edificio della vecchia chiesa di San Giacomo e lo si ricostruì nuovo, come si vede oggi.

Nello stesso tempo si procuravano aiuti per la sopravvivenza delle persone povere. Qui esistevano i monti frumentari che prestavano grano, anche il monte pecuniario per prestiti di denaro. Qui c’è la tradizione dell’ospitalità e si pratica degno rispetto per le persone di passaggio. Presso la prioria di San Giacomo c’erano locali di ospitalità. E durante l’ultima guerra molte persone bisognose hanno trovato un valido soccorso ad opera delle donne e della gioventù di Azione Cattolica.

La parrocchia ha sempre sostenuto la formazione della gioventù e Massignano ha dato vocazioni sacerdotali e religiose anche di missionari, e di persone dedite al bene del prossimo. I parroci hanno sempre promosso la famiglia unita nell’unico matrimonio con i doveri di paternità, maternità e filiazione. La formazione cristiana ha favorito un ambiente umano valido, sano e utile a migliorare la società civile.

La popolazione ed i visitatori fruiscono dell’eredità del passato perché mai la storia della parrocchia si è dissociata dalla vita sociale e in questa cittadina tutti ricordano che le celebrazioni delle feste sono fatte nella libera partecipazione solidale.

In questo clima rimane diffusa la fiducia nel Papa, oggi verso papa Francesco che incoraggia tutti alla fraternità operosa. Sappiamo che, pur tra varie fragilità, non cessa il miglioramento che viene sostenuto dallo Spirito di Dio, sicché l’esperienza cristiana delle molte generazioni apre la speranza ad un futuro migliore. La Chiesa è sostenuta dall’uomo-Dio e dalla Madre dello stesso salvatore, Maria, la generosa madre della Chiesa e dell’umanità.

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Fermo nel 1252 contrattava la cittadinanza Fermana agli abitanti dei castelli. Liber contracuum

FERMO CONCORDA LA CITTADINANZA FERMANA con abitanti di SERVIGLIANO; MONTELEONE, MONSAMPIETRO, MONTOTTONE; MONTEFALCONE; MONTEGIORGIO; MONTERUBBIANO

Nel registro “LIBER CONTRACTUUM” del Comune di Fermo riferibile all’anno 1252 secondo gli studi editi da G. Borri (in Studia Picena 2012 pagg. 32-33) ecco i nomi di alcune persone che diventano cittadini Fermani

\= SERVIGLIANO 0   Baligano Raynalduci di Servigliano ha giurato la cittadinanza e promise di fare acquisto di 40 libre fino a metà anno.

Pietro Venissi di Belugo (contrada serviglianese oggi Bellugo) fece giuramento e <promise> acquisto di 6 libre e mezze. Fu fideiussore per lui Iacobo del maestro Iacobo.

Passerono de Carbono  Poioli di Valle Mariani (contrada serviglianese presso il fiume Ete, alias Marano) fece giuramento ed ha le possessioni.

Iacobo Dulci di Valle Mariani fece giuramento e acquisto di 25 libre. (vedi nota)

Iacobo di Santa Maria Ete de Valle Mariani giurò la cittadinanza.

\=MONTELEONE= Atto Petri da Catigliano (contrada antica monteleonese a confine con Montelparo) Rainaldo Valterii da Catigliano giurarono la cittadinanza.

\=MONSAMPIETRO MORICO= Angelo di Schivana (slavo?) da Monsampietro giurò e disse di aver fatto acquisto di 30 libre.

\=MONTOTTONE= Nicola del signor Raynaldi da Montottone e Carbono suo fratello giurarono la cittadinanza.

\=MONTEFALCONE= Marco Berardi che fu di Montefalcone e dimora <a Fermo> in contrada San Bartolomeo giurò <la cittadinanza> e promise di fare acquisto di cento soldi: fideiussore Atto Giberti.

\=MONTEGIORGIO= Benvenuto Biviani di Monte Santa Maria (oggi Montegiorgio) giurò ed ha la terra in contrada Rapagnano come contenuto nel testamento che Benvenuto Carboni fece per mezzo del notaio Benvenuto.

\=MONTERUBBIANO= Giovanni Mieli da Monterubbiano giurò <la cittadinanza> e fece acquisto di 25 libre: <fideiussore> per lui Acurri Murario.

.-.-.-Annotazione di storia toponomastica di SERVIGLIANO: sulla collina presso il fiume Ete di Servigliano esiste la chiesa di Santa Lucia e questa località era detta “Marana o Mariani” ed è spontaneo pensare la chiesa di “Santa Maria Ete de Valle Mariani” che è qui documentata per non ripetere santa Maria (in Strata) che esiste, non lontano, a Curetta abbia preso l’attuale nome di S. Lucia le cui origini risalgono al tempo dei monaci benedettini Farfensi del secolo X.

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1799 DOCUMENTI PICENI OCCUPAZIONE NAPOLEONICA INSORGENTI NAPOLETANI GOVERNO AUSTRIACO AD ANCONA

Documenti dell’intervento degli insorgenti napoletani nelle Marche. Quaderni dell’Archivio storico arcivescovile di Fermo  n° 29 anno 200 pp. 89-112

DOCUMENTI RELATIVI ALLE INSORGENZE NEL PICENO NELL’ANNO 1799

a cura di Carlo Tomassini

Documento n. 1 sull’invadenza dei sovrani nelle decisioni di culto cattolico = Giuseppinismo

Lettere di Pio VI e Giuseppe II d’Asburgo – 3 e 19 agosto 1782

= PIO VI. Prevalendoci di quella amichevole libertà che piacque alla M.V. gentilmente esibirci, cioè che quando avessimo inteso che fosse per farsi da V.M. alcuna mossa, che avessimo creduta discorde dalle buone regole e pregiudizievole alla Religione, ne avessimo scritto confidenzialmente in dirittura alla M.V. Quindi è che essendoci pervenuto all’orecchio che V.M. vada pensando di togliere tutti i fondi alle Chiese ed agli ecclesiastici della sua monarchia, e ridurli semplici pensionarj, non possiamo dispensarci di pone in vista che se si effettuasse un tal pensiero, ridonderebbe alla Chiesa una lacrimevole lesione ed ai buoni uno scandalo irreparabile. Non è di nostra ispezione entrare nel politico e nell’economico de’ suoi Stati – benché in questa parte non cediamo a qualche Affezionato suo per ogni di lei giusto vantaggio — tuttavia non dobbiamo prescindere dai riflessi di deperizione delle rendite ecclesiastiche che coll’amministrazione da farsi dai secolari dei fondi non propri, dell’infrazione dei patti stabiliti fra’ suoi antecessori e diverse province, della ferita apportata alla Costituzione degli Stati, della violazione delle disposizioni dei pii fondatori, delle conseguenti pretensioni, che susciterebbero i loro eredi di rivendicare gli stessi beni: tutto ciò lo lasceremo da parte, come oggetti alieni dal nostro ministero, e che non sfuggiranno dalla penetrazione di V.M. Parleremo soltanto di ciò che non possiamo omettere per debito di coscienza, e le diciamo che il privare le chiese e gli ecclesiastici del possesso dei loro fondi temporali è in dottrina cattolica un errore manifesto, condannato dai Concili, esecrato da’ santi Padri e qualificato dai più rispettabili scrittori per dottrina velenosa, per dogma scellerato. Ed infatti per sostenere una tal massima a pro del sovrano, convien ricorrere ai falsi insegnamenti dei Valdesi, dei Vecleisti e degli Ussiti e di quanti altri pur sono andati d’accordo con loro, e specialmente dei liberali infetti del tempo. Non dobbiamo qui annoiare con una tessitura di citazioni nelle quali si legge che quelli che mettono mano ai beni della Chiesa per loro profitto, Rei sunt damnationis Ananie et Saphire et oportet eiusmodi tradere satane ut spiritus salvus sit in die Domini. Solo ci ristringeremo a riscrivere quanto nel XII secolo avvertì Giovanni patriarca d’Antiochia, che quantunque scismatico, non poté soffrire l’abuso del Principe che voleva, come utile, disporre a favore de’ suoi Stati dei fondi delle Chiese, così scrivendo: “Essendo tu uomo corruttibile, mortale e di corta vita, osi di dare ad un altro uomo quello che non hai? E se dici di donare quello che hai, e pensi che siano tue le cose di Dio, fai Iddio te stesso. Qual uomo dotato di senno chiamerà ciò provvidenza ed utilità e non piuttosto trasgressione, disubbidienza estrema e perniciosissima iniquità? Come può essere e dirsi cristiano chi profana le cose, siano qualsivogliano, (de)dicate e consacrate al nostro Iddio e celeste re Cristo?” Sappiamo che i contraddittori, male interpretando ed abusando di alcuni testi delle sacre Lettere, credono di ben stabilire in questa parte i loro errori, ma noi senza venire ad un esame di tali maligne applicazioni, domandiamo a V.M. se in dicendo gli stessi autori, che in forza di altri testi delle sacre Scritture non si può ammettere nel mondo sovranità, crederebbe la M. V. che tali testi scritturali fossero chiari e convincenti per l’assunto onde doversi spogliare della sua sovranità per salvar l’anima? Noi crediamo anzi chi penserebbe il contrario, ed in così pensando, penserebbe come pensiamo anche noi. E lo stesso dee dirsi dell’altro, in cui li nemici seguenti della Chiesa, gli eretici, li cattolici di apparenza, i falsi maestri, e gli adulatori dei Principi, attribuiscono ai medesimi in base dei passi della Scrittura, il diritto di togliere alla Chiesa e ai suoi ministri la proprietà ed il possesso de’ loro beni. Dovrebbero pur sapere costoro che i Leviti d’Israello possedevano vaste campagne ed intere città e che come fondi santificati erano inalienabili ed in pertinenza del Sacerdozio. E perché dunque non conciliare il libro del Levitico, dei Numeri, dei Re con le altre espressioni che a chi non sa sembrano fra di loro contraddittorie e far lo stesso con i testi del Vangelo e con gli Atti degli Apostoli, come hanno fatto i santi Padri per tacciare, con manifeste eresie, di contraddizioni i sacri Libri dettati dalla stessa divina Sapienza? Facciamo uso di questi riflessi non perché possiamo mai persuaderci che V. M. abbia cuore di non rendere di peggiore condizione le Chiese, di qu(anto) sono le famiglie particolari, e di seguitare l’esempio di soli Principi Protestanti e segregati dalla nostra Comunione, ma affinché la M.V. senta in poche righe ciò che gli dee aver detto alcuno degli odierni pensatori. Non dissimuliamo che purtroppo alcuni fra i molti ecclesiastici faranno di tali beni un uso mai retto: ma che da ciò? Forse questa sarà ragione per farne uno spoglio ed una appropriazione chiamata sacrilega e farla generale a danno della Chiesa, dei successori e di quelli che l’impiegano secondo i dettami delle sacre Ordinazioni? Nei colloqui avuti con V. M. non entrammo in questa materia, che a termini di particolare temporaneo sequestro, e non ci siamo dimenticati di aver dette delle ragioni per le quali ci parve la M.V. persuasa a doversene astenere. Ma se ci avesse proposto il dubbio di una illimitata privazione per passare i beni delle Chiese all’amministrazione de’ secolari, le avre(mm)o aggiunto ragioni molto più rinforzate con le quali l’avre(mm)o convinta deporne il pensiero.

Quello che la mancanza di apertura non ci diede adito allora di fare colla viva voce, l’abbiamo fatto in ristretto colla presente, la quale, se non avesse eguale efficacia, farebbe conoscere a tutto il mondo cattolico che V.M. non ha fatto alcun conto dei nostri suggerimenti o che presto se n’è dimenticata: giacché in questa sola novità si conviene il rovesciamento di quelle massime cattoliche che ci permise di rilevare. Preghiamo di cuore il Signore che faccia sempre risplendere nell’effettivo Governo della M.V. quelle proteste del suo attaccamento alla purità della Religione in modo che mai restino deluse da fatti contrari. Fin qui ci siamo prevalsi di altra mano più corrente e più facile a leggersi della nostra, per affatigar e tanto di meno la vista di V.M. Con questa rispettosa dichiarazione passiamo ad abbracciarla con pienezza di affetto e col darle la Patema Apostolica Benedizione: Datum Romae apud s. Mariam Maiorem die 3 augusti 1782, pontificatus nostri anno VII. Pius pp. VI.

\ <RISPOSTA DELL’IMPERATORE>

= GIUSEPPE: Ho l’onore di rispondere a posta corrente alla lettera che là S.V. viene di scrivermi sul supposto che io voglia togliere tutti i fondi alle Chiese ed agli ecclesiastici e ridurli tutti ad essere semplici pensionarj. Le relazioni delle persone che mi procurarono già l’alto onore di vedere la S.V. alla mia residenza mi hanno anche senza dubbio procurata questa nuova testimonianza in scritto della sua amicizia e del suo zelo apostolico. Non posso dir altro, senza stendermi in lunghezze, se non che il supposto pervenuto alle sue orecchie, come la S.V. si esprime, è falso e senza andar cercando i testi tanto della Scrittura, che dei santi Padri, però sempre soggetti ad interpretazioni e spiegazioni, tengo una voce in me, che mi dice quello come Legislatore e Protettore della Religione mi convien di fare e di tralasciare. E questa voce coll’aiuto della divina grazia e col carattere onesto ed equo che mi sento, non può mai indurmi in errore. Se la S. V. vuole restar persuasa di questa verità, come lo spero, la prego anche di credermi con più filiale attaccamento e rispetto: 19 agosto 1782 Giuseppe.

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Documento n. 2 Sulla cessazione dello Stato Pontificio:

P. Vincenzo Maria Strambi, anno 1798

(…) Se poi si domandasse sia espediente e vantaggioso che la Chiesa abbia dominio e Principato, vi si può rispondere che la cosa è assai dubbia e controversa anche presso le persone più savie e meglio affezionate alla stessa Chiesa. Imperocché se per una parte l’aver dominio è stato proprio perché dia alla Chiesa e ai suoi Ministri una maggior libertà nel promulgare la volontà dell’Altissimo e facilità maggiore nello stabilirne i mezzi per bene eseguirli. Per l’altra parte l’essere la Chiesa e i suoi Ministri privi di ricchezza e di dominio, pare che li mantenga più raccolti nel servizio di Dio, più distaccati dalle cose terrene, più umili in tutta la loro condotta, più affabili e più solleciti del bene del Prossimo, e cosi più amabili a Dio ed agli uomini.

Il certo si è che siccome l’uomo veramente savio si accomoda a tutte le disposizioni della provvidenza, e di quelle si prevale per adempire i disegni dell’Altissimo in bonum. Così quando una certa necessità, come la chiama S. Bernardo De Consideratione lib. 4, c. 3, faceva che si ritenesse dominio, e Principato, gli Ecclesiastici santi colla loro virtù tutto facevano servire all’accrescimento della gloria di Dio. Così mentre, non senza sovrana disposizione di Dio, la Chiesa resta priva di dominio, Dominus abstulit; gli Ecclesiastici che hanno veramente lo spirito del Signore e della sua Chiesa, non trascureranno di raccogliere da questa privazione tutti i preziosi vantaggi, che se ne possono ricavare.

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Documento n. 3

Omelia del Cardinale Chiaramonti: Libertà, fraternità, democrazia

Omelia del Vescovo di Imola (futuro Pio VII), anno 1798

«La libertà cara a Dio e agli uomini è una facoltà che fu donata all’uomo, è un dominio di poter fare e non fare, ma sempre sotto la legge divina ed umana. Non esercita ragionevolmente la sua libertà chi si oppone alla legge baldanzoso e ribelle;1 non esercita ragionevolmente la sua libertà chi contraddice a Dio e alla temporale sovranità, chi vuol seguire il piacere e lasciare l’onestà, chi s’attiene al vizio ed abbandona la virtù… La forma di governo democratico, adottata fra di noi, o dilettissimi fratelli, no, non è in opposizione colle massime fin qui esposte, né ripugna al Vangelo: esige anzi tutte quelle sublimi virtù che non s’imparano che colla scuola di Gesù Cristo, e le quali, se saranno da voi religiosamente praticate, formeranno la vostra felicità, la gloria e lo splendore della vostra repubblica » (…)

« Decidete quanto conferiscano i precetti del Vangelo, le tradizioni degli Apostoli e dei grandi filosofi Padri e Dottori cristiani a conservare la pace, a far risplendere la vera grandezza dello stato democratico, a fare di tanti uomini, dirò così, tanti eroi di umiltà, di prudenza nel governare, di carità nel fraternizzare fra loro stessi e con Gesù Cristo… Il luminoso oggetto della nostra democrazia dev’essere di stabilire la massima possibile unione di sentimenti, di cuori, di forze fisiche e. morali, onde ne derivi una soave fratellanza nella società (…) nella democrazia studiatevi di essere della massima possibile virtù e sarete i veri democratici: studiate ed eseguite il Vangelo e sarete la gioia della repubblica…

La religione cattolica sia l’oggetto più prezioso del vostro cuore, della vostra divozione e di ogni altro vostro sentimento. Non crediate che ella si opponga alla forma di governo democratico. In questo stato, vivendo uniti al vostro Divin Salvatore, potete concepire una giusta fiducia dell’eterna salute, potete operare la felicità temporale di voi stessi e dei vostri simili e procurare la gloria della repubblica e delle autorità costituite. Sì, miei cari fratelli, siate buoni cristiani e sarete ottimi democratici ».

 

Documento n. 4  – Giuramento del Vescovo di Fano –

26 febbraio 1798

Voi ora siete Sovrano, o mio Popolo, e Dio, il grande Iddio vi ha dato questa sovranità. Io sono, o Popolo, il vostro Vescovo. E fu Dio che mi chiamò e per mezzo del suo Vicario mi ha assunto a carico così tremendo.

I regolatori voi siete di quelle vie che conducono l’uomo ad essere felice in terra, ed io sono il regolatore di quelle vie che conducono l’uomo ad essere felice in Cielo.

Io adoro nelle vostre mani le democratiche leggi, ma voi adorate ancor nelle mie, le leggi dell’Evangelo.

Oh sante leggi dell’Evangelo, qua, a me, oggi, che vi consegni al mio Popolo, onde egli che è Sovrano sia mai sempre democratico senza colpa, democratico con virtù. Oh, leggi democratiche, qua, a me, pure in quest’oggi. Voi avete, o Popolo, alle leggi dell’Evangelo quell’ossequio che è ben dovuto alle leggi dell’Evangelo di Gesù Cristo: morir piuttosto che violar questa legge.

Io debbo alle vostre leggi, ubbidienza e rispetto, e tal rispetto e ubbidienza che ognuno impari a rispettarle e ubbidire.

Ohimè! Se ardito io fossi di violarle, sarei colpevole di più delitti, sarei meritevole di molte pene. Ma o quali atroci pene voi pure avreste non solo in terra, ma anche all’inferno, se violate un sol precetto dell’Evangelo, se vi scostaste dagli esempi del Crocifisso:

Io no, che esser non voglio reo di in ubbidienza alle vostre leggi, ma voi nemmeno esser lo dovete a quelle che già vi imposi a nome del vostro Dio.

Deh, rammentate, o Popolo, in vostro cuore, rammentate quei giuramenti che faceste là nel Battistero, ché io, anch’io con giuramento m’obbligo al mio dovere.

GIURO, ecco, o Dio le mie parole, ecco la mia promessa, giuro fedeltà al democratico attual governo, giuro obbedienza alle sue leggi, ma ad un tempo a voi giuro fedeltà e ubbidienza, o mio Dio, fedeltà ed ubbidienza adorabili Comandamenti e alla vostra Chiesa

Oh, sacerdoti, o ministri del Divin Culto, giuro anche per voi, e Dio riceva in religioso olocausto i nostri inviolabili giuramenti.

Sebbene, ah, perché, o mio popolo, anzi miei figli, mia corona e mio gaudio, perché non posso giurare anche per voi. Voi sì che potete adesso formarvi i vostri rappresentanti, le vostre leggi, ma poi, formati gli uni, formate le altre, dovete anche voi rispettare entrambe, e ubbidire con fedeltà. E’ Dio che così vuole, quel sapientissimo Dio, che arbitro e regolatore delle sorti del mondo, le dispone e modera a suo talento.

Voi qui vedete tra i vostri concittadini, quegli che rappresentano la vostra sovranità.

Essi rispetteranno sempre la Religione, terranno da voi lontani i fulmini di Gesù Cristo, onoreranno l’infallibile successore di Pietro e la sua fede, saranno scudo e difesa al cattolico Culto, al sacro tempio, ai suoi ministri, ma tutti insieme custodi ed esecutori delle vostre leggi, ne esigeranno veglianti e solleciti l’adempimento.

Fra questa loro rappresentanza, non è ella tale che al dir di Paolo, vi obbliga ad adorare in esso gli altri decreti, e le disposizioni del vostro Dio, con spirito d’ubbidienza? Eh, sì pur dunque ubbidienza, anche per voi o mio popolo, fedeltà e ubbidienza all’attuai vostro Governo e agli attuai vostri rappresentanti. Ma avvertite questo spirito di fedeltà, questo spirito d’ubbidienza ove più vigoroso lo trovate, se non tra gli augusti veli di Religione?

Adempiansi queste leggi che io vostro Pastore vi addito nell’Evangelo e sarete Sovrani ad un tempo e sudditi integerrimi e virtuosi.

Oh, beato quel Popolo ove nelle massime e nei costumi, trionfa il Vangelo, perché trionfano insieme con lui, la pace il buon ordine, la giustizia!

Beato quel popolo ov’è la Repubblica protetta dal Crocifisso, e il Crocifisso difeso dalla Repubblica, mentre con sì mirabile unione, resta assicurato il doppio bene all’uomo in ordine alla terra e al Cielo.

Cari miei figli, mentre io su questo Altare, consapevole dei miei voti e delle antiche mie lagrime, Altare che mi mostra le sacre ceneri del mio Vescovo Fortunato, Altare che mi ricorda i favori e i voti dell’Ammirabile Madre Maria, mentre io deposito i miei già formulati giuramenti, voi venerateli con Religione. Son giuramenti del vostro Vescovo. Ma ad un tempo accoppiate ad essi le vostre risoluzioni, fervide risoluzioni d’osservare la santa legge di Dio, d’amarvi in Dio, d’essere cittadini nelle vostre intraprese, diretti sempre alle intenzioni di Dio

Oh, Dio, piovete amoroso Sole dal Cielo, che infiammi di carità, illumini le nostre menti, ecciti in cuore, generosi affetti di religione e di Fede.

Rendete santo il Pastore, rendete sante la Greggi onde tutti possiamo un giorno cantarvene, nell’eterna Gerusalemme, inno più giulivo e festoso, del festoso inno giulivo, che ora sciogliamo qui ai piedi del vostro Altare.

Nota: questo foglio, probabilmente portato da don Valeriano Orazi segretario del vescovo di Fano e canonico a Santa Vittoria, ov’è rilegato nel registro n° VI “Iura”, carte 359-360.

 

Documento n. 5  – Proclama di Fernando re di Napoli –

14 novembre 1798 ( trascrizione resa ortografica)

= FERDINANDO IV per la grazia di Dio re delle Sicilie e di Gerusalemme, infante di Spagna, duca di Parma, Piacenza, gran Principe ereditario delle Toscane etc.

Quantunque fin dal principio delle rivoluzioni politiche, che da qualche tempo hanno turbato la tranquillità in varie parti del mondo, avessimo noi procurato di provvedere alla costante sicurezza dei nostri reali Stati e Domini col tenerle lontane le perniciose massime e i seduttori, riordinare ed accrescere le nostre forze armate, stringere con più forti nodi le alleanze con le potenze amiche, stipulare trattato di Pace con la Repubblica Francese, ed esaudire ogni altro mezzo di operazioni pacifiche: pure nondimeno ci siamo trovati nella dura circostanza di vedere in pericolo la quiete ed indennità dei nostri Stati per motivo dell’inaspettata mutazione di Governo del limitrofo Stato Romano, accompagnata dalla sovversione di ogni sano stabilimento, dal danno della santa religione cattolica e da civili discordie e luttuose scene di massacri e depredazioni. Questi avvenimenti, l’imprevista occupazione dell’Isola di Malta di nostra regia pertinenza e le continue minacce di prossima invasione nei nostri Domini, confermate da apparecchi guerrieri e da movimenti di truppe alla volta di questo Regno di Napoli, ci hanno indotto a prendere altri più efficaci provvedimenti, onde allontanare dai nostri Domini qualunque danno e pericolo. Abbiamo pertanto determinato di fare avanzare il nostro reale esercito dentro lo Stato Romano fin dove l’urgenza lo richiederà, con la ferma volontà di ravvivarvi la cattolica religione, farvi cessare l’anarchia, le stragi e le depredazioni, ricondurvi la Pace, e porlo sotto il regolare Governo del suo legittimo Sovrano. Dichiariamo ai nostri amatissimi sudditi, agli abitanti dello Stato Romano, ed agli altri popoli dell’intera Italia che (lungi dal muovere guerra contro alcuna Potenza) il solo desiderio di provvedere alla loro sicurezza e di rendere il dovuto onore alla religione ci ha mosso a questa intrapresa nella quale Noi col soccorso del sommo Dio, secondati dai validi aiuti dei nostri grandi alleati e dall’opera delle Nazioni Italiane, speriamo avere felicissimi eventi. Noi stessi alla testa dei prodi soldati del nostro invitto esercito, dirigeremo le loro operazioni militari e ci impegneremo di fare uso delle loro forze nei soli casi di resistenza e di aggressione, mentre in ogni altro rivolgeremo le nostre cure soltanto agli indicati sacri oggetti della Religione e del riordinamento del Governo dello Stato Romano. Con tale prevenzione adunque esortiamo gli abitanti tutti del detto Stato Romano di deporre le armi nel momento dell’ingresso del nostro esercito nel loro territorio; di conformare a quelle disposizioni che saremo per dare in favore di essi e della salvezza comune, di facilitare con i possibili mezzi e aiuti la nostra giustissima intrapresa, e di essere sicuri che Noi, facendo uso della nostra naturale giustizia e clemenza, non solo proteggeremo e ricompenseremo i buoni e virtuosi, ma ancora raccoglieremo con paterno affetto i traviati che, pentiti dei propri errori, volontariamente ritorneranno nel diritto sentiero e si sottoporranno al nostro comando.

Inculchiamo pertanto a tutti di abbandonare ogni idea di vendetta per il danno che per la passata rivoluzione gli uni avessero agli altri arrecati e di astenersi da qualunque sorta di eccesso di rappresaglia, sotto pena della nostra reale indignazione, di essere trattati i contravventori come nemici della pubblica sicurezza.

Esortiamo parimenti i Generali e Comandanti di qualunque esercito estero di far subito ritirare tutte le loro truppe fuori dal territorio romano, senza prendere ulteriormente parte nelle avventure di quello Stato la cui sorte per ragione di vicinanza e per altri legittimi motivi interessa principalmente la nostra Regia Podestà. Infine manifestiamo che dal punto in cui il nostro esercito sarà entrato nel territorio Romano, vi sarà libera comunicazione tra le sue popolazioni e quelle del Regno, del quale per provvedere alla sussistenza delle Reali truppe ed al bisogno degli abitanti dello Stato Romano, faremo nel medesimo trasportare i generi necessari di viveri ed altre occorrenze.

Dal Quartiere Generale di S. Germano 14 novembre dell’anno 1798. Ferdinando

  1. Acton

(Nel registro VI “Iura” dell’archivio capitolare Santa Vittoria in Matenano, cc.362s. Nota: la guerra del re di Napoli contro la Repubblica Romana, risulta dichiarata il 23 novembre 1798 nel “Distinto ragguaglio della totale disfatta riportata sul formidabile esercito napoletano dalle invitte falangi della Grande Nazione” stampa dell’epoca.)

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Documento n. 6 –  <Sottomissione pacifica>

Ascoli 5 febbraio 1799

= LIBERTA’   REPUBBLICA ROMANA   EGUAGLIANZA

LA MUNICIPALITÀ’ D’ASCOLI

Alle Popolazioni vicine, Perdono, e Pace per le Communi Armate del Tronto. Dopo varie trattative in iscritto, e a voce colla mediazione nostra, e per mezzo de’ virtuosi Ecclesiastici, Secolari, e Regolati, spediti in tutte le Comuni, il General Francese dimostrando la sua brama di fare cessare i disordini, e risparmiare le conseguenze funeste di una spedizione di Truppe sulle nostre Campagne, trovò il Comandante, e Capitani delle Popolazioni armate, nelle medesime disposizioni di procurare il maggior bene; Quindi in risposta ad un foglio dei prelodati Capitani de’ 4 Febraro furono sottoscritti i seguenti Articoli fissati dal prode, ed umanissimo Generale.

Ascoli 5 Febbraro 1799 V.S. 17 Piovoso, Anno 7. della Repubblica Francese.

Il Generale Francese vede con piacere, che i Montagnoli Insorgenti vogliono acconsentire alla Pace.

Le Truppe Francesi non possono farne, che di onorevole, e di giusto: in conseguenza il Generale Francese animato dal desiderio della Pace, non può donarla, che alla Condizione di già descritta cioè:

  1. Perdono generale per tutte le Communi.
  2. Tutte le Communi daranno un Ostaggio della loro sincerità alla Pace.
  3. Questi Ostaggi saranno sotto la risponsabilità di un’abitante di Ascoli.
  4. Niuno sarà ricercato nella sua passata condotta.
  5. Non sarà levata alcuna requisizione alle circostanze insorte.
  6. Nel Caso, in cui non possa trovarsi un Ostaggio ne’ Villaggi, il Generale Francese accetterà un Abitante, o Prete di Ascoli, che rappresenterà questo Villaggio. (…) Firme di 22 Comandanti (omesse)

 

ARTICOLO ADDIZIONALE

Se non si sono posti gli Articoli relativi al servizio della Religione, alle Campane, e alle Prediche, è perché questi Articoli non possono incontrare alcuna difficoltà poiché già sono accordati dal Capo medesimo delle Truppe, il quale da vari giorni ha dato l’ordine di far suonare le Campane, ed hà protette tutte le Chiese, e promesso il libero esercizio del culto; poiché in fine la facoltà la più intiera sopra questo punto è già accordata da un Proclama del Generai Dahesmer. Per scanzo di ogni equivoco, il Generale Francese conferma le disposizioni a questo riguardo.   Ascoli 17. Piovoso Anno 7. DARGOUBET

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Documento n. 7 <Gli Insorgenti sono Napoletani>

PROCLAMA 26 maggio 1799 a Servigliano

Per FERDINANDO IV Re delle Due Sicilie e di Gerusalemme, ecc.

Il conte CLEMENTE NAVARRA

Brigadiere delle Truppe arrolate in massa, Napol. e Pontificie

«Ergete la fronte, Popoli generosi del Piceno. Eccovi il felice momento di ravvivare la nostra Santa Religione, di rimostrare il nostro attaccamento al Sovrano e di sottrarci da questa anarchia che sì barbaramente ci opprime. Correte tutti alle armi, e ricordatevi di quel ch’è scritto nelle Sagre Carte nel libro di Judith, cap. 15, v. 6: Omnis itaque regio omnisque Urbs electam Juventutem armatam misit post eos, et persecuti sunt eos in ore gladii quousque pervenirent ad extremitatem finium eorum.

Io vi chiamo a difendere la causa comune, fidate in Dio, nei grandi alleati, nel coraggio avito… Si agirà col massimo rigore delle leggi, perché ritorni il buon ordine, facendo noto a tutti con questo Editto, che in ciascun paese siano reintegrate le Magistrature, alle quali inculco di proibire affatto, che truppe di gente armata dal capriccio, col pretesto della buona causa, vadino scorrendo per le campagne e paesi, arrestando delle persone, e farsi lecito di saccheggiare, fucilare, ed incendiare. Chiunque ardirà ciò tentare sarà considerato come nemico dello Stato, e punito come tale. Ogni truppa armata dovrà dall’invitto mio generale de Donatis, o da me dipendere, né si riconosceranno altre truppe, che quelle da Noi disposte, ma gli abitanti tutti siano preparati a prendere le armi al suono delle campane a martello; ed accorrere al bisogno, se mai truppa nemica ardisse attaccarci, avvertendo, che quel paese, che tardasse ad accorrere, sarà dichiarato ribelle, e come nemico della patria militarmente castigato. Epperò voi tutti del clero, e specialmente voi, Pastori delle Anime, concorrete ad una impresa così gloriosa, e destate con vivezza le scintille della Pietà, e del languente costume, e fate risorgere fra le vostre contrade la purità della infallibile Nostra Religione, e tentare ogni mezzo coll’esempio, e colla voce, perché ritorni in noi quella pace, che finora ci è stata sì barbaramente rapita. Chiunque vorrà con Noi prendere le armi in questa sì nobile gara, si presenti a me, e agli Uffiziali maggiori per avere le necessarie istruzioni e per essere autorizzati colle patenti del Re delle Due Sicilie e più d’ogni altro io chiamo coloro che con eguale valore e fedeltà diedero prova allorché erano aggregati alle truppe Pontificie.

Dato dal Quartiere gen. di Servigliano, questo dì 26 maggio 1799. »

Documento n. 8 <per l’insorgenza>

PROCLAMA: Ascoli 27 maggio 1799

= FERDINANDO IV PER LA GRAZIA DI DIO RE DELLE DUE SICILIE DI GERUSALEMME ECC.

  1. DONATO ANTONIO DE DONATIS GENERALE IN CAPO DELL’ESERCITO IN MASSA PER LA SUA MAESTÀ’, CHE DIO LA GUARDI

«Popoli di Acquaviva aprite ormai gli occhi alla luce del giorno. Sentite la voce di uno, che ama il vostro vero bene. O Voi stringete le armi in favore delle nostre vittoriose truppe, ed allora troverete in Noi un amico sincero, ed affettuoso, che lungi dal prendere vendette delle vostre insolenze passate addosserà la valida protezione e di Voi, e delle sostanze vostre: o vi dichiarate nostri nemici, ed allora aspettatevi pure, che Noi con tutte le nostre forze affronteremo i vostri fuochi, vi piomberemo addosso, vi saccheggeremo usando ogni rigore militare. Pensate a Voi: decidete con prontezza e dentro due ore mandatene la risposta ».

Ascoli, 27 maggio 1799.

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Documento n. 9

<Insorgenza: 26-29 Maggio 1799 a Castel Clementino>

Dì 26 del corrente mese di Maggio: si manifestò a Castel Clementino il piano di una controrivoluzione da eseguirsi con l’aiuto e intesa degli Insorgenti Napoletani, alla cui testa si pose Clemente Navarra con la carica di Brigadiere a lui conferita da D. Donato De Donatis, generale in capo dell’Armata in massa Napoletana. Con l’intesa, come dicono, che la mattina seguente dovesse ivi giungere l’avanguardia di tale armata. La mattina del divisato giorno si cercò che i Parroci di detto luogo avessero predicato dall’altare di doversi tutti venire contro i francesi; ma i Parroci mostrarono ripugnanza di farlo, e il curato Burocchi per non esserci obbligato pensò di celebrare nella sua chiesa. Nonostante s’inalberò la Bandiera Napoletana, e si affissero editti con i quali s’invitava il popolo ad unirsi e si ordinava il ristabilimento delle antiche magistrature. La Terra di Santa Vittoria si accomodò per prima a seguire tale piano. Vi si atterrò l’Albero, si unirono delle persone, e alla testa uscì il noto Majeschi il quale si mostrò meno impegnato. Dietro tali incitamenti il giorno appresso 27 detto, la campana di Castel Clementino, che aveva cominciato a suonare a martello insieme col tamburo la sera innanzi seguitò a fare lo stesso

fin dalle otto della mattina e lo stesso si fece in Santa Vittoria, per adunare gente. Il dopopranzo di tale giorno si sentì simile furore e rimbombo di tamburo in M. S. Martino dove però non accorsero se non pochissimi contadini, che, sentito il motivo, amarono meglio di tornarsene alle loro faccende della campagna.

Ieri mattina 28 si intese lo stesso suono in Sant’Angelo <in Pontano> dove era stato dichiarato capitano Giuseppe Gentili. Per buona sorte di questo luogo, la commissione di fare lo stesso fu data all’Egamennoni insieme con la patente di capitano e i proclami da affiggersi, con ordine di eseguire tutto appena qui ritornato. Ma poiché la patente l’aveva presa per forza, come dice, non eseguì punto l’addossatagli commissione, cosicché questo luogo si preservò immune fra l’incendio che ardeva in ogni intorno, e siamo stati solo spauriti di quello che facevano gli altri, fino alle ore 14 circa del giorno di ieri, quando si intesero dalla parte di Castel Clementino delle scariche di moschettieri, che, ignorando noi cosa significassero, senza pensare alla zuffa che vi seguì col distaccamento della truppa francese e insorgenti, non sapevamo indovinare la causa. Se ne concepì però un sospetto, al vedere per mezzo del cannocchiale, che truppa di gente dalla parte di Falerone andava direttamente a quel luogo, e passava il fiume senza scalzarsi. L’eccidio seguito fu poi saputo da persone che, per curiosità di sapere, s’inoltrarono verso quella parte e più in dettaglio si raccontò iersera, e questa mattina. I morti insorgenti sono stati almeno venti. Tra questi il figlio del Navarra che fu incontrato dalla truppa vicino al molino di Falerone, mentre con 50 insorgenti circa, andava in Falerone, e il capitano benedetto Gualtieri fu ucciso poi in casa al tempo del saccheggio, che fu dei più feroci, con altri vari dei quali non so il nome, e fra questi la persona che stava a suonare le campane a martello, la quale fu sbalzata dalla torre. Secondo le relazioni che giungono, oltre allo spoglio generale fatto in tutte le case di quanto vi era – e vi era molto in alcune specialmente, che non si persuadevano di tale visita – vi è stato il massacro di tutto il mobilio che non si poteva trasportare. I cristalli e i vetri delle finestre furono rotti, i parati lacerati, i comò, i tavolini, le sedie, fatti in pezzi. Insomma si fece un macello e di carne e di roba, come ognuno può figurarsi e come si sentirà più dettagliatamente in appresso.

La sera innanzi <27> di questo tragico fatto si erano fatti arrestare e condurre in quel quartiere generale (così denominato quel luogo dal proclama) il Valeriani e il Venantini di Santa Vittoria; altri di là erano fuggiti, come avevano fatto parimenti altri da Falerone, il cui popolo, come quello di Montegiorgio, era stato il primo ad accorrere per arruolarsi.

Il Brigadiere Navarra si salvò con la fuga, e così si salvarono altri uniti con lui, che presero la fuga chi per una parte e chi per un’altra. La truppa poi che si aspettava dalla parte di Ascoli la mattina del 27 non era giunta e non giunse, perché a Mont’Alto trovò delle resistenze. Il Majeschi che aveva tanto brigato è restato morto anche lui. Raccontano che alle ore 4 del 26 partisse dal quartiere

generale e se tornasse a Santa Vittoria, cosicché non fu presente alla zuffa, ma inteso poi quanto successo, dicono che tornasse là per comprare delle robe prese nel saccheggio e che da quattro contadini fosse ammazzato avendogli trovato addosso molti “pezzi duri”.

Non mancò poi neppure qui una scenetta e fu che alle (ore) 19 circa di ieri 28 si presentò il capitano Giuseppe Gentili con sette altre persone del seguito, entrati per la porta del forno, i quali direttamente andarono alla porta del convento di San Francesco, andando dicendo per la strada Napoletani! Napoletani!

Appena smontato di cavallo il capitano suddetto, invece di entrare in convento, fece sul momento arrestare Giovanni Vecchi che passava in quel punto, e poi per la stessa strada, se ne ritornarono indietro senza far altro. Giunti avanti alla casa di lui, si fece incontro la moglie che si mise con le lacrime a scongiurarli di lasciarle il marito; ma il capitano diceva di condurlo al quartiere generale (che non so dove fosse) e gli altri di farlo a pezzi fuori della porta come Giacobino e supposto reo di aver <informato> i francesi perché venissero contro Castel Clementino. Il fatto è che lo condussero fino a San Rocco, ma poi, sopraggiunto il padre e don Santi Luccarini, li cominciarono a pregare di nuovo del rilascio; e sul giuramento che prestò don Santi che non fosse Giacobino, e che non aveva mai avuto alcun carreggio lo dimisero e se ne andarono per i fatti loro.

Ecco la storia genuina dell’accaduto nelle nostre vicinanze, e qui preghiamo Dio che le cose finiscano così. Ma temo di peggio. Pacifico Cornacchia di Santa Vittoria, arrestato dai contadini, fu condannato a Mont’Alto. Andreozzi restò ferito in faccia. Marinelli scampò la morte fuggendo in certi fossi. Majeschi rimase ucciso. Tutti questi andavano uniti a Castel Clementinoper ottenere dal comandante francese che non facesse andare la truppa a Santa Vittoria, dove si credeva <fosse> diretta dopo il sacco di Castel dementino.

(Autore anonimo probabilmente faleronese di un manoscritto n. 946 presso la biblioteca comunale di Macerata qui riferito in trascrizione corretta per l’ortografia)

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Documento n. 10 <

<Proclama di parte napoletana con gli insorgenti al soldo del re di Napoli>

IL COMANDANTE GENERALE DELLA MONTAGNA GIUSEPPE CELLINI AI POPOLI DELLO STATO PONTIFICIO – INDIRIZZO –

Ascoltate, o Popoli amici, la voce di chi ama il vostro bene. Non è più tempo giacere in una colpevole inerzia, e sostenere più lungamente una fatale indifferenza. Tutti i vostri Fratelli limitrofi all’Abruzzo Ultra e Citra colle anni in mano già sono in Campo. Essi sull’esempio dei valorosi Sanniti, e da loro scortati, han combattuto e son vincitori. Entro le mura de’ loro Paesi più non spira liberamente l’aria impura, né alcun Francese, né verun perfido Giacobino. Sì l’uno, che l’altro si trova fra’ ceppi, o pallido fugge, e ramingo. Quanto audace si mostra questa infida genìa nel vederci avviliti, tanto vile or si dimostra vedendo il nostro coraggio, l’unione e i progressi delle nostre armi. Queste già spiegano su una ben larga estensione la sua energia. E’ stato un punto, un punto solo investir Norcia, Cascia, Visso, Serravalle, Ponte della Trava, Camerino, Ascoli, Mandola, Comunanza, 5. Vittoria, Montalto, Monte di Novo, Affida ecc. ecc. occuparli, e sollevarli. E’ brava la gente, che muove all’impresa, esperti i Duci che la guidano.

Or siam giunti al felice momento, in cui tutta la fiorente un dì, ed ora languida, e desolata Marca è per prendere l’Armi su cui dietro al divin soccorso, è riposta la propria, e l’altrui salvezza. Correte, o Popoli amici, correte ad unirvi con Noi. Non dubitate, la vittoria è nostra. Non vi è più da temere. I Mari, che bagnano la bella Italia, appena reggono a sostenere gl’immensi Legni Inglesi, Moscoviti, Lusitani, Ottomani. Poche di essi si sono presentati in Ancona, e pochi colpi di Cannoni han fatto sentire a quella bloccata città; e nondimeno han destato in essa la più spaventevole costernazione.

L’invitte Falangi Austro-Russe sono arrivate a Bologna. A Soffia è giunto il real Principe di Napoli con il Figlio del Gran Signore conducente un Esercito sorpendentissimo. Da altra parte vola a prestarci aiuto l’immortale Cardianal Ruffo. Noi ci troviamo con numerosa Leva in Massa, al cui fianco vedesi la intrepidezza, il coraggio, la vittoria. Fiancheggiati, protetti, alleati, assistiti da tante Forze, ditemi, vi può essere da temere? Non vi fate ingannare da certi spiriti deboli, o maliziosi Allarmi, Allarmi.

A ciò vi obligano i doveri della propria coscienza, l’amor della Patria, la fedeltà giurata al Sovrano, la Professione di nostra Santa Religione, la quale, sussistendo, per altro breve tempora Cabala Filosofica, Ateistica, Massonica, va ad annientarsi nei nostri Paesi; vi obbliga il bene delle vostre Famiglie, la tenera vostra Figliolanza, che riclama il Cristiano costume, e la sana educazione; vi obbligano il pericolante onore delle vostre Mogli, il pudore compromesso delle vostre Figlie, i beni già invasi, i diritti violati, le proprie persone colle minacce, e colle armi tante volte investite. Se all’aspetto di santi motivi, e di sì potenti aiuti voi non vi scotete, voi siete colpevoli. Tremate. Il colpo desolatore poco

sta a piombarvi sulle Persone, e sulle Sostanze. Odiosi a Dio, al Sovrano, al Popolo fedele, che aspettar mai non vi dovete di avverso? Deh! riunitevi con noi, e non soffrite alcun disastro.

Giacobini, rovesciatori del Trono, sacrileghi invasori de’ Beni Ecclesiastici, Profanatori de’ Luoghi Sacri, Distruttori dell’Ordine sociale, Increduli, Miscredenti, Depravatori del buon Costume, Soldati della Cabala Ateistica voi impallidite, e ponete le ali ai piedi. Ma, che giova? L’arco feritore è rivolto contro di voi. Molti de’ vostri pari o son caduti, o son fra le ritorte. Lo so, voi fuggite: ma dove alla fine miseri andrete? Ovunque strascinate l’indegna esistenza, seguiravvi il rimorso tormentatore: ovunque troverete nemici; ovunque l’odio, l’esecrazione vi accompagnerà. Giacobini ricredetevi. Ancora siamo in tempo. Abbracciate anche voi la difesa della Causa comune, e sarete salvi. Ma se per altro breve spazio vi restarete ostinati nel partito Filosofico, guai a voi; siete perduti. Tremate.

In Camerino dal Quartiere Generale 5, Giugno 1799 G. Cellini Comand. Gener. In Capite.

In Camerino 1799. Per Vincenzo Gori.

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Documento n. 11

<Difesa repubblicana>

Ascoli 4 giugno 1799

LIBERTA’           EGUAGLIANZA      REPUBBLICA FRANCESE

Dal Quartiere Generale d’Ascoli li 16 Pratile Anno VII della

Repubblica Francese una, ed indivisibile.

MONNIER Generale di brigata Comandante in Ancona, e ne’ tre Dipartimenti riuniti in istato d’Assedio

La Città d’Ascoli, divenuta il soggiorno de’ Briganti Abruzzesi, ha posto il Dipartimento nel rischio di perdersi. Gli Abitanti di questa Città ribelle avevano già presa la Coccarda rossa, e trasformate in autorità Monarchiche le autorità tutte della Repubblica. Essi han dirette le orde de’ Briganti co’ quali eransi unite, e quest’uomini infami, vantando il nome di Dio, del Re, e de’ Preti, han commesso i più detestabili eccessi sulle persone, e se ne hanno usurpato tutte le mobili proprietà, ovunque si son presentati. Le prime lor vittime sono state le Comuni di Offida, di Castorano, di Colli, dì Pagliare, di Monte Prandone, e nelle Campagne che se estendono fino a Montalto.

Non potendo sì fatti eccessi non eccitare la generale indignazione, debbon essi risvegliare tutta l’energia delle autorità Civili, e precisamente dalle Guardie

Civiche, per opporsi vigorosamente alle intraprese, che tentar potessero nuovamente gli enunciati Briganti.

Le Truppe Repubblicane si misero in moto: I Briganti sono stati battuti a S. Benedetto, a Ripatransone, in Acquaviva. Hanno fatta la lor ritirata in Ascoli, e là si erano fortificati. La Città La presa d’assalto dopo due ore di combattimento. Questo giorno è stato spettatore delle nostre complete vittorie, e gli scellerati sono stati puniti. Tutti coloro, che non hanno imitato il lor Generale nella fuga, sano caduti sotto i colpi Repubblicani.

Le Truppe, ch’io lascio nel vostro Dipartimento, occupano delle posizioni vantaggiose. Sarà però stabilita, sotto la sorveglianza dell’Amministrazione Dipartimentale, un Cordone sul Tronto composto della Guardia Civica. Una colonna mobile si metterà subito in azione per portarsi su tutti i punti minacciati, ed occupati dai Briganti suddetti.

Ogni Brigante arrestato sarà fucilato sull’istante. Le Comuni, che non si opporranno al loro ingresso, incorreranno nelle pene già significate nel Proclama del giorno 14 (2 giugno).

Signato MONNIER

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Documento n. 12

<Ladronecci degli insorti>

luglio 1799, Ascoli

GIUSEPPE COSTANTINI ALIAS SCIABOLONE COMANDANTE LE TRUPPE IN MASSA PER SUA MAESTÀ’

FERDINANDO IV E POTENZE ALLEATE

Io sono informato dei continui ladroneggi che tuttodì si commettono sì in mobili che in bestiami a svantaggio di pacifici contadini. Sono esacerbato oltremodo per tali misfatti e ne prenderò le misure le più forti. Sotto pretesto di nuocere ai giacobini, si commettono l’empietà le più esacrande. Nessun individuo ha il diritto di ciò fare, ancorché il sapete, ma compete al solo sovrano. E’ questo un procedere che si oppone alla Religione Cattolica ed alle leggi di qualunque Governo. Il fulmine del castigo sta per piombare sopra a quelli che invece di desistere da un tal procedere non restituiranno sull’istante ciò che ànno rubato contro ogni diritto di natura e contro la legge di Dio. Io parto sì per unirmi al prode Generale La-Hoz e battere i Francesi; ma guai a quelli che prenderanno a scherzo questa mia risoluzione. Sarò inesorabile anche co’ miei più stretti di sangue.

Ordino però che subito si rimettino i massari ne’ rispettivi paesi i quali formeranno un processo a quelli ritengono o hanno preso bestiami.

Tutti gli abitanti de’ paesi e contadini si uniranno ad arrestare questi

perturbatori del buon ordine. In caso disperato e di resistenza, li autorizzo a far fuoco a tal razza di gente tanto perniciosa alla società.

Questo ordine stampato che sarà, voglio sia affisso in ogni paese e pubblicato nelle Chiese dai rispettivi curati.

Dal Quartier Generale di Lisciano 16 luglio 1799.

LUIGI ANELLI Segretario.

 

Documento n. 13 <Governo nelle Marche in mano dell’Austria>

Macerata, 20 agosto 1799

L’IMPERIALE – REGIA – PONTIFICIA REGGENZA DELLA MARCA DI FERMO E DI ANCONA

EDITTO

Per supplire alle immense spese, che seco porta il mantenimento di una Truppa attualmente impiegata alla difesa di una causa tanto nobile, e gloriosa, necessita ricorrere sull’istante a dei temperamenti quanto pronti, altrettanto capaci a produrre tutto ciò, che faccia d’uopo al servizio della medesima. Avrebbe voluto l’imperiale-Reggia-Pontificia Reggenza dispensarsi dall’addossare alle Popolazioni qualunque più piccolo peso, ma I’ urgenza dell’affare, e la santità della causa, che si è impresa a trattare, e che siam prossimi a sentire finalmente decisa, esiggono nuovi sforzi da tutti. Quindi è, che dopo le più mature riflessioni, e li scandagli più esatti, quello essendosi creduto il temperamento meno sensibile di ricorrere all’imposizione di un Testarico, regolato però, e diviso nel caso presentaneo in quattro diversi gradi, si è trovata nella circostanza di determinare, come appresso.

Primo = Tutti gl’individui delle Famiglie Nobili, o ascritte in primo grado in qualunque Città, o Terra, comprese in questa Classe le Comunità Religiose, dovranno subito sborsare in mano dei rispettivi Esattori pubblici a quest’effetto deputati uno scudo per cadauna Testa, con l’obbligo di pagare per ciscun Uomo o Donna di servigio paoli tre moneta di rame.

Secondo = Tutti gl’individui delle Famiglie del secondo ceto, o grado, del primo , e secondo de’ Castelli, e de’ Mercanti saranno tenuti per lo stesso titolo pagare bajocchi 40 per cadauno, t ame sopra.

Terzo = Tutti gl’individui delle Famiglie di qualunque altro grado, o ceto saranno obbligati pagare bajocchi dieci per ciascuno come sopra.

Quarto = Tutti li Coloni dovranno pagare bajocchi cinque per ogni testa come sopra.

Macerata dalla Reggenza 20 Agosto 1799.

(Omissis)

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Documento n. 14

<Ricordo dei Napoletani a Pedaso> 1799

= È giunto finalmente in questo nostro castello di Pedaso la Real Truppa dell’Invitto Re delle due Sicilie, comandata dal prode Generale Don Donato de Donatis tanto da noi aspettato, e desiderato, ad oggetto di condursi sotto la Piazza di Ancona, dentro la quale i malvagi Francesi e i loro cinque Partitari sonosi riuniti fuggendo. Mercé un tal forte e valoroso soccorso speriamo ora vicino l’esterminio di quella perfida gente, che resiste ancora alle forze delle Potenze alleate, e speriamo altresì di vedere sollecitamente restituita l’intera tranquillità a queste nostre contrade. Intanto, siccome abbiamo ammirato la moderatezza di detta Real Truppa, che, per li vari provvedimenti dati dal riferito signor Generale, non ha recato la menoma molestia e niun danneggiamento agli interessi ed alle persone di questo castello nostra patria, così ne produciamo un completissimo Avviso al pubblico, onde tutti si esultino di giubilo e di contentezza.

Pedaso, 25 agosto 1799.

Li residenti

NICOLA BERNARDINI, Vie. for. e Dep. eccl.

PROTASIO TEODORI, Govern. locale,

BENEDETTO ROSSI, Segretario.

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Documento 15 <Armistizio tra Austriaci e Napoleonici ad Ancona >

13 novembre 1799

LIBERTA’             EGUAGLIANZA           REPUBLICA FRANCESE

Ancona Assediata li 23 Brumale Anno 8vo della Republica

Tra il Generai di Brigata. MONNIER’ Comandante in Capo la Divisione di Ancona autorizzato, dal Consiglio di Guerra tenuto a questo effetto di trattare la Resa di Ancona.

Ed il Sig. Barone di FRELICH Luogotenente Generale di Sua Maestà Imperatore, e Re, Comandante in Capo le Truppe che assediano Ancona.

La. presente Capitolazione è stata discussa, risoluta, decretata irrevocabilmente nel modo che siegue.

 

ARTICOLO PRELIMINARE

Il Generale Comandante la Divisione d’Ancona, e le Truppe sotto i suoi ordini considerando, che la Capitolazione ¡1 « Fano segnata li 8 Termidoro scorso tra le Truppe Repubblicane Francesi, ed il Sig. Comand. le Truppe Russo-Turche è  stata. Violata nella sua esecuzione per lo stesso Comandante.

Considerando, che la morte sarebbe preferibile al disonore di trattare con delle Autorità che non conoscono il Diritto delle genti.

Vista la situazione, in cui si trova la divisione d’Ancona, e vista la quarta, ed ultima intimazione di resa fatta dal Sig. Barone FRELICH, Luogotenente Generale al servizio di Sua Maestà Imperatore, e Re, Comandante, in capo le: Truppe assedianti Ancona.

Dichiara, che egli non vuole entrare in Negoziazioni, che colle Truppe, ed il detto Luogotenente Generale al servizio di S. M. Imperatore, e Re.

 

CAPITOLAZIONE – ARTICOLO I.

Le Truppe della Guarnigione di Ancona, e Forti annessi al giorno, ed ora, che saranno convenuti, sortiranno dalla Piazza con tutti gli onori della Guerra, cioè: Con Tamburo battente, Bandiere spiegate, Miccio acceso, avendo alla testa due pezzi di Cannone di Campagna coi loro Cassoni, più uno d’Infanteria per rendersi in Francia per la via di terra la più comoda; Soldati, Ufficiali, Generali, ed ogni Militare si di terra, che di mare il Console della Republica Francese, gl’ Impiegati, e agenti Civili, e Militari porteranno seco le loro Armi, Effetti, e Proprietà personali di qualunque genere.

Saranno riguardate come Truppe della Divisione di Ancona, e saranno trattate sotto tutti i rapporti come Truppe della Republica Francese i Cisalpini, Romani, ed altri Italiani formati in Legioni, Battaglioni, o Compagnie, che portano le armi nella detta Divisione.

ARTICOLO II

La Divisione sarà accompagnata, e protetta nella sua marcia sino ai Posti awanzati dell’Armata Francese in Italia da un determinato corpo di Truppe Imperiali Comandate da un Uffiziale dello Stato Maggiore.

ARTICOLO III

La Divisione, che si porterà in Francia per la via che essa giudicherà la più comoda,, marcierà a spese di S.M. Imperatore, e Re:

Ogni Militare, o impiegato riceverà la Razione di ogni genere, e l’alloggio competente al suo grado secondo le Leggi, e Regolamenti Francesi. La marcia non sarà, forzata, ma regolata militarmente dietro quella dell’Infanteria Francese. Il Genera MONIER Comandante la Divisione farà di concerto coll’Uffiziale di Stato Maggiore Austriaco la determinazione dell’alloggio, o accampamento, se sarà giudicato convenevole, come, pure delle ore di partenza, e luoghi di dimora.

Risposta: Le Truppe della Guarnigione di Ancona, e dei Forti annessi sortiranno nel giorno, ed ora convenuta dalla Piazza con tutti gli onori di Guerra richiesti per rendersi in Francia come Prigionieri di Guerra, e non serviranno contro S.M. Imperiale, e contro i suoi Alleati che dopo un perfetto Cambio.

La Truppa deporrà le Armi nel luogo che sarà fissato da un Articolo Addizionale; i soldati e sotto Uffiziali conserveranno le loro muciglie, il Generale Comandante la Divisione, il Console della Repubblica Francese, i Generali, Uffiziali di terra, o di mare, gli Impiegati Civili e Militari conserveranno le loro Armi, Cavalli secondo i loro Gradi, ed i loro Effetti Personali.

Il Generale FRELICH volendo dare una prova di stima alle Truppe della Guarnigione per la Difesa coraggiosa, e contro ogni aspettativa, che esse hanno fatto, accorda ai Sotto Uffiziali il diritto di portare le loro Sciabole per rendersi al loro destino.

E per dare alla Divisione tutta, non meno che al General MONNIER, che la comanda un attestato della considerazione particolare, e della stima di nazione a Nazione contraenti, gli concede una Guardia di onore composta di quindici Uomini a Cavallo montati, armati equipaggiati, e di trenta Carabinieri Armati.

ARTICOLO IV

Sarà accordato a spese di S. M. Imperatore, e Re il numero de’ Carri attaccati, necessarj al trasporto degli Effetti personali degli Uffiziali, Impiegati, Consigli d’Amministrazione, e dei Depositi dei Corpi della Divisione: Il numero dei detti Carri sarà, convenuto d’appresso lo stato dei bisogni, che fornirà il Commissario di Guerra Francese

Il Generale Com. la Divisione, il Console della. Republica Francese, i Generali di Brigata Lucotte, Pino, Palombini, il Capo dello Stato Maggiore della Divisione, i Comandanti del Genio, e dell’Artiglieria, il Pagatore della Divisione, i Commiissarj di Guena, e della Marina Francese, l’Agente del Commissario Civile sono autorizzati di condurre ognuno il. loro Carro coperto pel trasporto delle loro Carte di Amministrazione, come di. Contabilità, ed i loro Effetti personali qualunque.

Risposta: Accordato ma a condizione che sarà Consegnato, da chi ne avrà il dritto, al Sig. Generale Barón di FRELICH l’attestato, che le Balle degli Uffiziali e Furgoni coperti non contenghino effetti di proprietà pubblica.

ARTICOLO V

I Bastimenti da Guerra della Repub. Francese, e Corsari coi loro Uffiziali, Impiegati in Amministrazione, ed Equipaggi si renderanno in uno dei Porti della Republica nello stato che si. ritrovano al momento della sottoscrizione della Capitolazione, muniti di Passaporto, e sotto la garanzia di S. M. Imperiale.

I viveri saranno forniti a spese della detta Potenza a ragione del viaggio.

Risposta:

INAMMISSIBILE ma se le Corsare la LUPE e la VENDETTA uscite dal Porto, e potendosi ripresentarsi di nuovo, rientreranno dopo la Capitolazione, li Marinari, che ne compongono l’Equipaggio, avranno la medesima sorte, che le Truppe esistenti attualmente nella Piazza.

ARTICOLO VI

I Malati dello Spedale della Divisione che potranno essere trasportati, lo saranno a spese di S. M. Imperatore, e Re coi viveri, e medicamenti e Casse di Chirurgia, ed Uffiziali di Sanità sufficienti pel viaggio d’Ancona in Francia.

Gli Ammalati, che senza pericolo, non potranno essere trasportati, resteranno in Ancona; essi saranno protetti come un Deposito Sacro, e trattati come gli Ammalati di S. M. Imperiale.

La Divisione li confida alla lealtà ed umanità della Nazione Austriaca.

II  General MONNIER gli determinerà il numero degli Uffiziali di Sanità, ed Infermieri indispensabili sotto la sorveglianza d’un Uffiziale Militare Francese, e di un Commissario di Guerra.

Subitochè il detto Uffiziale, Commissario richiederanno il trasporto dei Convalescenti o per mare, o per terra, secondochè sarà più convenevole al loro stato, gli verrà religiosamente accordato.

ARTICOLO VII

I Prigionieri fatti tanto durante il corso dell’Assedio d’Ancona che nelle Spedizioni precedenti, e che sono in Ancona, o sopra i Bastimenti Russo-Turchi o nella Divisione occupata dal Sig. Generale FRELIGFI, saranno resi da una parte, e dall’altra immediatamente dopo la sottoscrizione della presente Capitolazione e parteciperanno delle disposizioni contenute ne’ suoi Articoli.

Risposta:

ACCORDATO, per li Prigionieri Francesi solamente, che si troveranno ancora nella Divisione del Sig. Generale FRELIC

ARTICOLO VIII.

Tutti gli Individui di qualunque Nazione, o Religione essi siano abitanti nella Città d’Ancona , o che vi si trovino, e segnatamente gli Ebrei non potranno essere inquietati, molestati, né ricercati direttamente, o indirettamente essi, e le loro famiglie sul sospetto, e per la manifestazione delle loro opinioni civili, politiche, e religiose, come per li fatti che sono risultati, pendente il cangiamento del Governo nel Territorio Romano.

Questa disposizione risguarda quei fra loro, che hanno preso le armi, o esercitato degli impieghi Civili, o Amministrativi durante quest’epoca, e che verrebbero molestati per le loro ingerenze.

Risposta:

Il Governo Austriaco farà rispettare il diritto delle Genti verso li Cittadini senza distinzione di opinioni, o Religioni, purché si sottomettino alle leggi.

ARTICOLO IX.

La Commissione Amministrativa d’Ancona, i Membri anteriori delI’Amministrazioni Centrali dei Dipartimenti del Tronto, Musone, e Metauro, dei loro Tribunali, e Municipalità, gl’impiegati in tutti questi corpi Politici, ed i Patriotti della Republica Romana, come pure li Cittadini., e Sudditi delle Potenze alleate della Republica Francese, che vorranno seguire la Divisione d’Ancona, Essi, le loro Famiglie, ed effetti avranno la liberà più intera, né potranno essere ritardati, né impediti sotto qualunque pretesto.

Risposta.

L’Autorità Militare proteggerà l’esecuzione del presente Articolo, uniformandosi alla risposta fatta nel precedente Articolo.

ARTICOLO X.

Le Vendite, e Cessioni dei Beni, fondi situati in Ancona, e suo Territorio, come anche nei Dipartimenti Musone, Tronto, e Metauro sì autorizzate dal Consolato Romano, che dalla Repubblica Francese saranno mantenute inviolabili

Risposta:

Il Sig. Generale FRELICH non puoi decidere, e lascia l’assoluzione di questo articolo ai Gabinetti.

ARTICOLO XI

Li Cittadini Francesi, e loro alleati potranno alienare, o fare trasportare come a loro più piacerà per terra o per mare a loro spese gli effetti, e mercanzie da loro acquistate sino a quest’oggi.

Risposta:

Accordato; se gli Effetti, e Mercanzie non provengono dai Bastimenti, e Carichi presi dai Corsari sopra i Sudditi di S.M. Imperiale, e che non sarebbero stati giudicati di buona preda.

ARTICOLO XII

Sarà permesso alle persone comprese negli Articoli 8. 9.10. 11. di disporre delle loro Proprietà fondarie, e mobiliarie di venderle, o alienare, o percepirne l’entrate, come a loro piacerà: potranno egualmente in caso di vendita, o alienazione trasportarne esse medesime l’amontante, o inviarlo a loro piacimento nei luoghi, ch’essi desidereranno in Oro, Argento, Viglietti a ordine, o Cambiali.

Le suddette Persone potranno in conseguenza nell’intervallo dei sei mesi a contare dal giorno della sottoscrizione della Capitolazione continuare esse medesime la vendita dei loro Beni, e l’esigenza dei loro Crediti con tutta quiete, se esse non amano meglio abbandonare il Paese colla Divisione d’Ancona, e lasciare i Procuratori generali, e speciali, i quali godranno della protezione, di cui avrebbero goduto restando in Ancona.

Risposta:

ACCORDATO, se i Beni, di cui si tratta non erano di pertinenza dell’Antico Governo, delle Comunità Religiose soppresse; o dei Particolari Emigrati.

ARTICOLO XIII.

I Consoli di Spagna, e di Genova avranno la facoltà di restare in Ancona per lo spazio di sei mesi per terminarci i loro interessi con tutta garanzia delle loro Persone, Famiglie, Proprietà, e Carte Personali, o risguardanti le loro Amministrazioni, se meglio non amano ritirarsi colla Divisione d’Ancona, ed in tal caso saranno trattati come il Console della Rep. Francese.

Risposta:

I detti Consoli saranno rispettati, e protetti.

ARTICOLO XIV.

Se vi fosse qualche Articolo nella presente Capitolazione soggetto o qualche oscurità sarà interpretato secondo I’equità a favore della Divisione d’Ancona.

ARTICOLI ADDIZIONALI.

  1. La Cassa del Pagatore della Divisione, i Viveri, ed effetti dei magazzeni della Rep. Francese saranno rimessi appresso ricevuta nelle mani dell’Assediarne, segnata che sarà la Capitolazione.
  2. L’artiglieria dei Forti, del Porto, della Piazza, ed oggetti annessi, le Piante, e Carte relative alle Fortificazioni, ed all’interesse militare del Paese, saranno rimesse ai Commissarj , che saranno destinati per riceverli, dopo averne fatto Inventario, e rilasciata Ricevuta.
  3. Li disertori dell’una, e l’altra parte saranno restituiti.

Risposta:

CONVENUTO per li Disertori Austriaci solamente

  1. Per la garanzia, ed esecuzione di tutti gli Articoli della Capitolazione saranno dati degli ostaggi, ed il Sig. Barone di FRELIC Tenente Generale Commandante le Truppe Assedianti Ancona si rende responsabile della sicurezza della

Divisione dal momento dell’occupazione dei Posti sino al suo destino, come anche dei danni che potrebbero esser fatti a quelli, che la compongono.

  1. Segnati che saranno gli Articoli della Capitolazione, i Picchetti delle Truppe di S. M. Imperatore, e Re occuperanno le Porte di Francia, e Farina in numero eguale, e congiuntamente ai Francesi.
  2. Ventiquattro ore dopo la sottoscrizione dei ridetti Articoli le Truppe della Divisione d’Ancona evacueranno i Forti, e la Piazza in una sola Colonna con tutti gli onori della Guerra ottenuti nell’Articolo primo: si renderanno il medesimo giorno a Sinigaglia con le loro armi, che deporranno, eccettuati li Militari, ed Impiegati, che devono conservarle.

Risposta:

Convenuto, ma la Truppa Prigioniera deporrà le sue Armi a Fiumesino.

Fatto, convenuto, e decretato in Ancona li 23. Brumale an. 8, della Republica Francese una ed indivisibile.

Il Generale di Brigata Comandante la Divisione d’Ancona MONNIER

Sottoscritto Piè della Croce 13 Novembre 1799.

FRELIH Tenente Generale

DOCUMENTI RELATIVI ALLE INSORGENZE NEL PICENO NELL’ANNO 1799

a cura di Carlo Tomassini

Documento n. 1

Lettere di Pio VI e Giuseppe II d’Asburgo – 3 e 19 agosto 1782

= PIO VI. Prevalendoci di quella amichevole libertà che piacque alla M.V. gentilmente esibirci, cioè che quando avessimo inteso che fosse per farsi da V.M. alcuna mossa, che avessimo creduta discorde dalle buone regole e pregiudizievole alla Religione, ne avessimo scritto confidenzialmente in dirittura alla M.V. Quindi è che essendoci pervenuto all’orecchio che V.M. vada pensando di togliere tutti i fondi alle Chiese ed agli ecclesiastici della sua monarchia, e ridurli semplici pensionarj, non possiamo dispensarci di pone in vista che se si effettuasse un tal pensiero, ridonderebbe alla Chiesa una lacrimevole lesione ed ai buoni uno scandalo irreparabile. Non è di nostra ispezione entrare nel politico e nell’economico de’ suoi Stati – benché in questa parte non cediamo a qualche Affezionato suo per ogni di lei giusto vantaggio — tuttavia non dobbiamo prescindere dai riflessi di deperizione delle rendite ecclesiastiche che coll’amministrazione da farsi dai secolari dei fondi non propri, dell’infrazione dei patti stabiliti fra’ suoi antecessori e diverse province, della ferita apportata alla Costituzione degli Stati, della violazione delle disposizioni dei pii fondatori, delle conseguenti pretensioni, che susciterebbero i loro eredi di rivendicare gli stessi beni: tutto ciò lo lasceremo da parte, come oggetti alieni dal nostro ministero, e che non sfuggiranno dalla penetrazione di V.M. Parleremo soltanto di ciò che non possiamo omettere per debito di coscienza, e le diciamo che il privare le chiese e gli ecclesiastici del possesso dei loro fondi temporali è in dottrina cattolica un errore manifesto, condannato dai Concili, esecrato da’ santi Padri e qualificato dai più rispettabili scrittori per dottrina velenosa, per dogma scellerato. Ed infatti per sostenere una tal massima a pro del sovrano, convien ricorrere ai falsi insegnamenti dei Valdesi, dei Vecleisti e degli Ussiti e di quanti altri pur sono andati d’accordo con loro, e specialmente dei liberali infetti del tempo. Non dobbiamo qui annoiare con una tessitura di citazioni nelle quali si legge che quelli che mettono mano ai beni della Chiesa per loro profitto, Rei sunt damnationis Ananie et Saphire et oportet eiusmodi tradere satane ut spiritus salvus sit in die Domini. Solo ci ristringeremo a riscrivere quanto nel XII secolo avvertì Giovanni patriarca d’Antiochia, che quantunque scismatico, non poté soffrire l’abuso del Principe che voleva, come utile, disporre a favore de’ suoi Stati dei fondi delle Chiese, così scrivendo: “Essendo tu uomo corruttibile, mortale e di corta vita, osi di dare ad un altro uomo quello che non hai? E se dici di donare quello che hai, e pensi che siano tue le cose di Dio, fai Iddio te stesso. Qual uomo dotato di senno chiamerà ciò provvidenza ed utilità e non piuttosto trasgressione, disubbidienza estrema e perniciosissima iniquità? Come può essere e dirsi cristiano chi profana le cose, siano qualsivogliano, (de)dicate e consacrate al nostro Iddio e celeste re Cristo?” Sappiamo che i contraddittori, male interpretando ed abusando di alcuni testi delle sacre Lettere, credono di ben stabilire in questa parte i loro errori, ma noi senza venire ad un esame di tali maligne applicazioni, domandiamo a V.M. se in dicendo gli stessi autori, che in forza di altri testi delle sacre Scritture non si può ammettere nel mondo sovranità, crederebbe la M. V. che tali testi scritturali fossero chiari e convincenti per l’assunto onde doversi spogliare della sua sovranità per salvar l’anima? Noi crediamo anzi chi penserebbe il contrario, ed in così pensando, penserebbe come pensiamo anche noi. E lo stesso dee dirsi dell’altro, in cui li nemici seguenti della Chiesa, gli eretici, li cattolici di apparenza, i falsi maestri, e gli adulatori dei Principi, attribuiscono ai medesimi in base dei passi della Scrittura, il diritto di togliere alla Chiesa e ai suoi ministri la proprietà ed il possesso de’ loro beni. Dovrebbero pur sapere costoro che i Leviti d’Israello possedevano vaste campagne ed intere città e che come fondi santificati erano inalienabili ed in pertinenza del Sacerdozio. E perché dunque non conciliare il libro del Levitico, dei Numeri, dei Re con le altre espressioni che a chi non sa sembrano fra di loro contraddittorie e far lo stesso con i testi del Vangelo e con gli Atti degli Apostoli, come hanno fatto i santi Padri per tacciare, con manifeste eresie, di contraddizioni i sacri Libri dettati dalla stessa divina Sapienza? Facciamo uso di questi riflessi non perché possiamo mai persuaderci che V. M. abbia cuore di non rendere di peggiore condizione le Chiese, di qu(anto) sono le famiglie particolari, e di seguitare l’esempio di soli Principi Protestanti e segregati dalla nostra Comunione, ma affinché la M.V. senta in poche righe ciò che gli dee aver detto alcuno degli odierni pensatori. Non dissimuliamo che purtroppo alcuni fra i molti ecclesiastici faranno di tali beni un uso mai retto: ma che da ciò? Forse questa sarà ragione per farne uno spoglio ed una appropriazione chiamata sacrilega e farla generale a danno della Chiesa, dei successori e di quelli che l’impiegano secondo i dettami delle sacre Ordinazioni? Nei colloqui avuti con V. M. non entrammo in questa materia, che a termini di particolare temporaneo sequestro, e non ci siamo dimenticati di aver dette delle ragioni per le quali ci parve la M.V. persuasa a doversene astenere. Ma se ci avesse proposto il dubbio di una illimitata privazione per passare i beni delle Chiese all’amministrazione de’ secolari, le avre(mm)o aggiunto ragioni molto più rinforzate con le quali l’avre(mm)o convinta deporne il pensiero.

Quello che la mancanza di apertura non ci diede adito allora di fare colla viva voce, l’abbiamo fatto in ristretto colla presente, la quale, se non avesse eguale efficacia, farebbe conoscere a tutto il mondo cattolico che V.M. non ha fatto alcun conto dei nostri suggerimenti o che presto se n’è dimenticata: giacché in questa sola novità si conviene il rovesciamento di quelle massime cattoliche che ci permise di rilevare. Preghiamo di cuore il Signore che faccia sempre risplendere nell’effettivo Governo della M.V. quelle proteste del suo attaccamento alla purità della Religione in modo che mai restino deluse da fatti contrari. Fin qui ci siamo prevalsi di altra mano più corrente e più facile a leggersi della nostra, per affatigar e tanto di meno la vista di V.M. Con questa rispettosa dichiarazione passiamo ad abbracciarla con pienezza di affetto e col darle la Patema Apostolica Benedizione: Datum Romae apud s. Mariam Maiorem die 3 augusti 1782, pontificatus nostri anno VII. Pius pp. VI.

 

<RISPOSTA DELL’IMPERATORE>

= GIUSEPPE: Ho l’onore di rispondere a posta corrente alla lettera che là S.V. viene di scrivermi sul supposto che io voglia togliere tutti i fondi alle Chiese ed agli ecclesiastici e ridurli tutti ad essere semplici pensionarj. Le relazioni delle persone che mi procurarono già l’alto onore di vedere la S.V. alla mia residenza mi hanno anche senza dubbio procurata questa nuova testimonianza in scritto della sua amicizia e del suo zelo apostolico. Non posso dir altro, senza stendermi in lunghezze, se non che il supposto pervenuto alle sue orecchie, come la S.V. si esprime, è falso e senza andar cercando i testi tanto della Scrittura, che dei santi Padri, però sempre soggetti ad interpretazioni e spiegazioni, tengo una voce in me, che mi dice quello come Legislatore e Protettore della Religione mi convien di fare e di tralasciare. E questa voce coll’aiuto della divina grazia e col carattere onesto ed equo che mi sento, non può mai indurmi in errore. Se la S. V. vuole restar persuasa di questa verità, come lo spero, la prego anche di credermi con più filiale attaccamento e rispetto: 19 agosto 1782 Giuseppe.

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Documento n. 2

Sulla cessazione dello Stato Pontificio: P. Vincenzo Maria Strambi, anno 1798

(…) Se poi si domandasse sia espediente e vantaggioso che la Chiesa abbia dominio e Principato, vi si può rispondere che la cosa è assai dubbia e controversa anche presso le persone più savie e meglio affezionate alla stessa Chiesa. Imperocché se per una parte l’aver dominio è stato proprio perché dia alla Chiesa e ai suoi Ministri una maggior libertà nel promulgare la volontà dell’Altissimo e facilità maggiore nello stabilirne i mezzi per bene eseguirli. Per l’altra parte l’essere la Chiesa e i suoi Ministri privi di ricchezza e di dominio, pare che li mantenga più raccolti nel servizio di Dio, più distaccati dalle cose terrene, più umili in tutta la loro condotta, più affabili e più solleciti del bene del Prossimo, e cosi più amabili a Dio ed agli uomini.

Il certo si è che siccome l’uomo veramente savio si accomoda a tutte le disposizioni della provvidenza, e di quelle si prevale per adempire i disegni dell’Altissimo in bonum. Così quando una certa necessità, come la chiama S. Bernardo De Consideratione lib. 4, c. 3, faceva che si ritenesse dominio, e Principato, gli Ecclesiastici santi colla loro virtù tutto facevano servire all’accrescimento della gloria di Dio. Così mentre, non senza sovrana disposizione di Dio, la Chiesa resta priva di dominio, Dominus abstulit; gli Ecclesiastici che hanno veramente lo spirito del Signore e della sua Chiesa, non trascureranno di raccogliere da questa privazione tutti i preziosi vantaggi, che se ne possono ricavare.

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Documento n. 3

Omelia del Vescovo di Imola (futuro Pio VII), anno 1798

<Ecco le linee direttive dell’Omelia del Cardinale Chiaramonti: Libertà, fraternità, democrazia>.

«La libertà cara a Dio e agli uomini è una facoltà che fu donata all’uomo, è un dominio di poter fare e non fare, ma sempre sotto la legge divina ed umana. Non esercita ragionevolmente la sua libertà chi si oppone alla legge baldanzoso e ribelle;1 non esercita ragionevolmente la sua libertà chi contraddice a Dio e alla temporale sovranità, chi vuol seguire il piacere e lasciare l’onestà, chi s’attiene al vizio ed abbandona la virtù… La forma di governo democratico, adottata fra di noi, o dilettissimi fratelli, no, non è in opposizione colle massime fin qui esposte, né ripugna al Vangelo: esige anzi tutte quelle sublimi virtù che non s’imparano che colla scuola di Gesù Cristo, e le quali, se saranno da voi religiosamente praticate, formeranno la vostra felicità, la gloria e lo splendore della vostra repubblica » (…)

« Decidete quanto conferiscano i precetti del Vangelo, le tradizioni degli Apostoli e dei grandi filosofi Padri e Dottori cristiani a conservare la pace, a far risplendere la vera grandezza dello stato democratico, a fare di tanti uomini, dirò così, tanti eroi di umiltà, di prudenza nel governare, di carità nel fraternizzare fra loro stessi e con Gesù Cristo… Il luminoso oggetto della nostra democrazia dev’essere di stabilire la massima possibile unione di sentimenti, di cuori, di forze fisiche e. morali, onde ne derivi una soave fratellanza nella società (…) nella democrazia studiatevi di essere della massima possibile virtù e sarete i veri democratici: studiate ed eseguite il Vangelo e sarete la gioia della repubblica…

La religione cattolica sia l’oggetto più prezioso del vostro cuore, della vostra divozione e di ogni altro vostro sentimento. Non crediate che ella si opponga alla forma di governo democratico. In questo stato, vivendo uniti al vostro Divin Salvatore, potete concepire una giusta fiducia dell’eterna salute, potete operare la felicità temporale di voi stessi e dei vostri simili e procurare la gloria della repubblica e delle autorità costituite. Sì, miei cari fratelli, siate buoni cristiani e sarete ottimi democratici ».

 

Documento n. 4

Giuramento del Vescovo di Fano – 26 febbraio 1798

Voi ora siete Sovrano, o mio Popolo, e Dio, il grande Iddio vi ha dato questa sovranità. Io sono, o Popolo, il vostro Vescovo. E fu Dio che mi chiamò e per mezzo del suo Vicario mi ha assunto a carico così tremendo.

I regolatori voi siete di quelle vie che conducono l’uomo ad essere felice in terra, ed io sono il regolatore di quelle vie che conducono l’uomo ad essere felice in Cielo.

Io adoro nelle vostre mani le democratiche leggi, ma voi adorate ancor nelle mie, le leggi dell’Evangelo.

Oh sante leggi dell’Evangelo, qua, a me, oggi, che vi consegni al mio Popolo, onde egli che è Sovrano sia mai sempre democratico senza colpa, democratico con virtù. Oh, leggi democratiche, qua, a me, pure in quest’oggi. Voi avete, o Popolo, alle leggi dell’Evangelo quell’ossequio che è ben dovuto alle leggi dell’Evangelo di Gesù Cristo: morir piuttosto che violar questa legge.

Io debbo alle vostre leggi, ubbidienza e rispetto, e tal rispetto e ubbidienza che ognuno impari a rispettarle e ubbidire.

Ohimè! Se ardito io fossi di violarle, sarei colpevole di più delitti, sarei meritevole di molte pene. Ma o quali atroci pene voi pure avreste non solo in terra, ma anche all’inferno, se violate un sol precetto dell’Evangelo, se vi scostaste dagli esempi del Crocifisso:

Io no, che esser non voglio reo di in ubbidienza alle vostre leggi, ma voi nemmeno esser lo dovete a quelle che già vi imposi a nome del vostro Dio.

Deh, rammentate, o Popolo, in vostro cuore, rammentate quei giuramenti che faceste là nel Battistero, ché io, anch’io con giuramento m’obbligo al mio dovere.

GIURO, ecco, o Dio le mie parole, ecco la mia promessa, giuro fedeltà al democratico attual governo, giuro obbedienza alle sue leggi, ma ad un tempo a voi giuro fedeltà e ubbidienza, o mio Dio, fedeltà ed ubbidienza adorabili Comandamenti e alla vostra Chiesa

Oh, sacerdoti, o ministri del Divin Culto, giuro anche per voi, e Dio riceva in religioso olocausto i nostri inviolabili giuramenti.

Sebbene, ah, perché, o mio popolo, anzi miei figli, mia corona e mio gaudio, perché non posso giurare anche per voi. Voi sì che potete adesso formarvi i vostri rappresentanti, le vostre leggi, ma poi, formati gli uni, formate le altre, dovete anche voi rispettare entrambe, e ubbidire con fedeltà. E’ Dio che così vuole, quel sapientissimo Dio, che arbitro e regolatore delle sorti del mondo, le dispone e modera a suo talento.

Voi qui vedete tra i vostri concittadini, quegli che rappresentano la vostra sovranità.

Essi rispetteranno sempre la Religione, terranno da voi lontani i fulmini di Gesù Cristo, onoreranno l’infallibile successore di Pietro e la sua fede, saranno scudo e difesa al cattolico Culto, al sacro tempio, ai suoi ministri, ma tutti insieme custodi ed esecutori delle vostre leggi, ne esigeranno veglianti e solleciti l’adempimento.

Fra questa loro rappresentanza, non è ella tale che al dir di Paolo, vi obbliga ad adorare in esso gli altri decreti, e le disposizioni del vostro Dio, con spirito d’ubbidienza? Eh, sì pur dunque ubbidienza, anche per voi o mio popolo, fedeltà e ubbidienza all’attuai vostro Governo e agli attuai vostri rappresentanti. Ma avvertite questo spirito di fedeltà, questo spirito d’ubbidienza ove più vigoroso lo trovate, se non tra gli augusti veli di Religione?

Adempiansi queste leggi che io vostro Pastore vi addito nell’Evangelo e sarete Sovrani ad un tempo e sudditi integerrimi e virtuosi.

Oh, beato quel Popolo ove nelle massime e nei costumi, trionfa il Vangelo, perché trionfano insieme con lui, la pace il buon ordine, la giustizia!

Beato quel popolo ov’è la Repubblica protetta dal Crocifisso, e il Crocifisso difeso dalla Repubblica, mentre con sì mirabile unione, resta assicurato il doppio bene all’uomo in ordine alla terra e al Cielo.

Cari miei figli, mentre io su questo Altare, consapevole dei miei voti e delle antiche mie lagrime, Altare che mi mostra le sacre ceneri del mio Vescovo Fortunato, Altare che mi ricorda i favori e i voti dell’Ammirabile Madre Maria, mentre io deposito i miei già formulati giuramenti, voi venerateli con Religione. Son giuramenti del vostro Vescovo. Ma ad un tempo accoppiate ad essi le vostre risoluzioni, fervide risoluzioni d’osservare la santa legge di Dio, d’amarvi in Dio, d’essere cittadini nelle vostre intraprese, diretti sempre alle intenzioni di Dio

Oh, Dio, piovete amoroso Sole dal Cielo, che infiammi di carità, illumini le nostre menti, ecciti in cuore, generosi affetti di religione e di Fede.

Rendete santo il Pastore, rendete sante la Greggi onde tutti possiamo un giorno cantarvene, nell’eterna Gerusalemme, inno più giulivo e festoso, del festoso inno giulivo, che ora sciogliamo qui ai piedi del vostro Altare.

Nota: questo foglio, probabilmente portato da don Valeriano Orazi segretario del vescovo di Fano e canonico a Santa Vittoria, ov’è rilegato nel registro n° VI “Iura”, carte 359-360.

 

Documento n. 5

Proclama di Fernando re di Napoli – 14 novembre 1798 (ortografico)

= FERDINANDO IV per la grazia di Dio re delle Sicilie e di Gerusalemme, infante di Spagna, duca di Parma, Piacenza, gran Principe ereditario delle Toscane etc.

Quantunque fin dal principio delle rivoluzioni politiche, che da qualche tempo hanno turbato la tranquillità in varie parti del mondo, avessimo noi procurato di provvedere alla costante sicurezza dei nostri reali Stati e Domini col tenerle lontane le perniciose massime e i seduttori, riordinare ed accrescere le nostre forze armate, stringere con più forti nodi le alleanze con le potenze amiche, stipulare trattato di Pace con la Repubblica Francese, ed esaudire ogni altro mezzo di operazioni pacifiche: pure nondimeno ci siamo trovati nella dura circostanza di vedere in pericolo la quiete ed indennità dei nostri Stati per motivo dell’inaspettata mutazione di Governo del limitrofo Stato Romano, accompagnata dalla sovversione di ogni sano stabilimento, dal danno della santa religione cattolica e da civili discordie e luttuose scene di massacri e depredazioni. Questi avvenimenti, l’imprevista occupazione dell’Isola di Malta di nostra regia pertinenza e le continue minacce di prossima invasione nei nostri Domini, confermate da apparecchi guerrieri e da movimenti di truppe alla volta di questo Regno di Napoli, ci hanno indotto a prendere altri più efficaci provvedimenti, onde allontanare dai nostri Domini qualunque danno e pericolo. Abbiamo pertanto determinato di fare avanzare il nostro reale esercito dentro lo Stato Romano fin dove l’urgenza lo richiederà, con la ferma volontà di ravvivarvi la cattolica religione, farvi cessare l’anarchia, le stragi e le depredazioni, ricondurvi la Pace, e porlo sotto il regolare Governo del suo legittimo Sovrano. Dichiariamo ai nostri amatissimi sudditi, agli abitanti dello Stato Romano, ed agli altri popoli dell’intera Italia che (lungi dal muovere guerra contro alcuna Potenza) il solo desiderio di provvedere alla loro sicurezza e di rendere il dovuto onore alla religione ci ha mosso a questa intrapresa nella quale Noi col soccorso del sommo Dio, secondati dai validi aiuti dei nostri grandi alleati e dall’opera delle Nazioni Italiane, speriamo avere felicissimi eventi. Noi stessi alla testa dei prodi soldati del nostro invitto esercito, dirigeremo le loro operazioni militari e ci impegneremo di fare uso delle loro forze nei soli casi di resistenza e di aggressione, mentre in ogni altro rivolgeremo le nostre cure soltanto agli indicati sacri oggetti della Religione e del riordinamento del Governo dello Stato Romano. Con tale prevenzione adunque esortiamo gli abitanti tutti del detto Stato Romano di deporre le armi nel momento dell’ingresso del nostro esercito nel loro territorio; di conformare a quelle disposizioni che saremo per dare in favore di essi e della salvezza comune, di facilitare con i possibili mezzi e aiuti la nostra giustissima intrapresa, e di essere sicuri che Noi, facendo uso della nostra naturale giustizia e clemenza, non solo proteggeremo e ricompenseremo i buoni e virtuosi, ma ancora raccoglieremo con paterno affetto i traviati che, pentiti dei propri errori, volontariamente ritorneranno nel diritto sentiero e si sottoporranno al nostro comando.

Inculchiamo pertanto a tutti di abbandonare ogni idea di vendetta per il danno che per la passata rivoluzione gli uni avessero agli altri arrecati e di astenersi da qualunque sorta di eccesso di rappresaglia, sotto pena della nostra reale indignazione, di essere trattati i contravventori come nemici della pubblica sicurezza.

Esortiamo parimenti i Generali e Comandanti di qualunque esercito estero di far subito ritirare tutte le loro truppe fuori dal territorio romano, senza prendere ulteriormente parte nelle avventure di quello Stato la cui sorte per ragione di vicinanza e per altri legittimi motivi interessa principalmente la nostra Regia Podestà. Infine manifestiamo che dal punto in cui il nostro esercito sarà entrato nel territorio Romano, vi sarà libera comunicazione tra le sue popolazioni e quelle del Regno, del quale per provvedere alla sussistenza delle Reali truppe ed al bisogno degli abitanti dello Stato Romano, faremo nel medesimo trasportare i generi necessari di viveri ed altre occorrenze.

Dal Quartiere Generale di S. Germano 14 novembre dell’anno 1798. Ferdinando

  1. Acton

(Nel registro VI “Iura” dell’archivio capitolare Santa Vittoria in Matenano, cc.362s. Nota: la guerra del re di Napoli contro la Repubblica Romana, risulta dichiarata il 23 novembre 1798 nel “Distinto ragguaglio della totale disfatta riportata sul formidabile esercito napoletano dalle invitte falangi della Grande Nazione” stampa dell’epoca.)

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Documento n. 6

Ascoli 5 febbraio 1799: sottomissione pacifica

= LIBERTA’   REPUBBLICA ROMANA   EGUAGLIANZA

LA MUNICIPALITÀ’ D’ASCOLI

Alle Popolazioni vicine, Perdono, e Pace per le Communi Armate del Tronto. Dopo varie trattative in iscritto, e a voce colla mediazione nostra, e per mezzo de’ virtuosi Ecclesiastici, Secolari, e Regolati, spediti in tutte le Comuni, il General Francese dimostrando la sua brama di fare cessare i disordini, e risparmiare le conseguenze funeste di una spedizione di Truppe sulle nostre Campagne, trovò il Comandante, e Capitani delle Popolazioni armate, nelle medesime disposizioni di procurare il maggior bene; Quindi in risposta ad un foglio dei prelodati Capitani de’ 4 Febraro furono sottoscritti i seguenti Articoli fissati dal prode, ed umanissimo Generale.

Ascoli 5 Febbraro 1799 V.S. 17 Piovoso, Anno 7. della Repubblica Francese.

Il Generale Francese vede con piacere, che i Montagnoli Insorgenti vogliono acconsentire alla Pace.

Le Truppe Francesi non possono farne, che di onorevole, e di giusto: in conseguenza il Generale Francese animato dal desiderio della Pace, non può donarla, che alla Condizione di già descritta cioè:

  1. Perdono generale per tutte le Communi.
  2. Tutte le Communi daranno un Ostaggio della loro sincerità alla Pace.
  3. Questi Ostaggi saranno sotto la risponsabilità di un’abitante di Ascoli.
  4. Niuno sarà ricercato nella sua passata condotta.
  5. Non sarà levata alcuna requisizione alle circostanze insorte.
  6. Nel Caso, in cui non possa trovarsi un Ostaggio ne’ Villaggi, il Generale Francese accetterà un Abitante, o Prete di Ascoli, che rappresenterà questo Villaggio. (…) Firme di 22 Comandanti (omesse)

 

ARTICOLO ADDIZIONALE

Se non si sono posti gli Articoli relativi al servizio della Religione, alle Campane, e alle Prediche, è perché questi Articoli non possono incontrare alcuna difficoltà poiché già sono accordati dal Capo medesimo delle Truppe, il quale da vari giorni ha dato l’ordine di far suonare le Campane, ed hà protette tutte le Chiese, e promesso il libero esercizio del culto; poiché in fine la facoltà la più intiera sopra questo punto è già accordata da un Proclama del Generai Dahesmer. Per scanzo di ogni equivoco, il Generale Francese conferma le disposizioni a questo riguardo.   Ascoli 17. Piovoso Anno 7. DARGOUBET

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Documento n. 7

PROCLAMA 26 maggio 1799 a Servigliano per l’insorgenza

Per FERDINANDO IV Re delle Due Sicilie e di Gerusalemme, ecc.

Il conte CLEMENTE NAVARRA

Brigadiere delle Truppe arrolate in massa, Napol. e Pontificie

«Ergete la fronte, Popoli generosi del Piceno. Eccovi il felice momento di ravvivare la nostra Santa Religione, di rimostrare il nostro attaccamento al Sovrano e di sottrarci da questa anarchia che sì barbaramente ci opprime. Correte tutti alle armi, e ricordatevi di quel ch’è scritto nelle Sagre Carte nel libro di Judith, cap. 15, v. 6: Omnis itaque regio omnisque Urbs electam Juventutem armatam misit post eos, et persecuti sunt eos in ore gladii quousque pervenirent ad extremitatem finium eorum.

Io vi chiamo a difendere la causa comune, fidate in Dio, nei grandi alleati, nel coraggio avito… Si agirà col massimo rigore delle leggi, perché ritorni il buon ordine, facendo noto a tutti con questo Editto, che in ciascun paese siano reintegrate le Magistrature, alle quali inculco di proibire affatto, che truppe di gente armata dal capriccio, col pretesto della buona causa, vadino scorrendo per le campagne e paesi, arrestando delle persone, e farsi lecito di saccheggiare, fucilare, ed incendiare. Chiunque ardirà ciò tentare sarà considerato come nemico dello Stato, e punito come tale. Ogni truppa armata dovrà dall’invitto mio generale de Donatis, o da me dipendere, né si riconosceranno altre truppe, che quelle da Noi disposte, ma gli abitanti tutti siano preparati a prendere le armi al suono delle campane a martello; ed accorrere al bisogno, se mai truppa nemica ardisse attaccarci, avvertendo, che quel paese, che tardasse ad accorrere, sarà dichiarato ribelle, e come nemico della patria militarmente castigato. Epperò voi tutti del clero, e specialmente voi, Pastori delle Anime, concorrete ad una impresa così gloriosa, e destate con vivezza le scintille della Pietà, e del languente costume, e fate risorgere fra le vostre contrade la purità della infallibile Nostra Religione, e tentare ogni mezzo coll’esempio, e colla voce, perché ritorni in noi quella pace, che finora ci è stata sì barbaramente rapita. Chiunque vorrà con Noi prendere le armi in questa sì nobile gara, si presenti a me, e agli Uffiziali maggiori per avere le necessarie istruzioni e per essere autorizzati colle patenti del Re delle Due Sicilie e più d’ogni altro io chiamo coloro che con eguale valore e fedeltà diedero prova allorché erano aggregati alle truppe Pontificie.

Dato dal Quartiere gen. di Servigliano, questo dì 26 maggio 1799. »

Documento n. 8

PROCLAMA: Ascoli 27 maggio 1799 per l’insorgenza

= FERDINANDO IV PER LA GRAZIA DI DIO RE DELLE DUE SICILIE DI GERUSALEMME ECC.

  1. DONATO ANTONIO DE DONATIS GENERALE IN CAPO DELL’ESERCITO IN MASSA PER LA SUA MAESTÀ’, CHE DIO LA GUARDI

«Popoli di Acquaviva aprite ormai gli occhi alla luce del giorno. Sentite la voce di uno, che ama il vostro vero bene. O Voi stringete le armi in favore delle nostre vittoriose truppe, ed allora troverete in Noi un amico sincero, ed affettuoso, che lungi dal prendere vendette delle vostre insolenze passate addosserà la valida protezione e di Voi, e delle sostanze vostre: o vi dichiarate nostri nemici, ed allora aspettatevi pure, che Noi con tutte le nostre forze affronteremo i vostri fuochi, vi piomberemo addosso, vi saccheggeremo usando ogni rigore militare. Pensate a Voi: decidete con prontezza e dentro due ore mandatene la risposta ».

Ascoli, 27 maggio 1799.

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Documento n. 9

Insorgenza: 26-29 Maggio 1799 a Castel Clementino

Dì 26 del corrente mese di Maggio: si manifestò a Castel Clementino il piano di una controrivoluzione da eseguirsi con l’aiuto e intesa degli Insorgenti Napoletani, alla cui testa si pose Clemente Navarra con la carica di Brigadiere a lui conferita da D. Donato De Donatis, generale in capo dell’Armata in massa Napoletana. Con l’intesa, come dicono, che la mattina seguente dovesse ivi giungere l’avanguardia di tale armata. La mattina del divisato giorno si cercò che i Parroci di detto luogo avessero predicato dall’altare di doversi tutti venire contro i francesi; ma i Parroci mostrarono ripugnanza di farlo, e il curato Burocchi per non esserci obbligato pensò di celebrare nella sua chiesa. Nonostante s’inalberò la Bandiera Napoletana, e si affissero editti con i quali s’invitava il popolo ad unirsi e si ordinava il ristabilimento delle antiche magistrature. La Terra di Santa Vittoria si accomodò per prima a seguire tale piano. Vi si atterrò l’Albero, si unirono delle persone, e alla testa uscì il noto Majeschi il quale si mostrò meno impegnato. Dietro tali incitamenti il giorno appresso 27 detto, la campana di Castel Clementino, che aveva cominciato a suonare a martello insieme col tamburo la sera innanzi seguitò a fare lo stesso

fin dalle otto della mattina e lo stesso si fece in Santa Vittoria, per adunare gente. Il dopopranzo di tale giorno si sentì simile furore e rimbombo di tamburo in M. S. Martino dove però non accorsero se non pochissimi contadini, che, sentito il motivo, amarono meglio di tornarsene alle loro faccende della campagna.

Ieri mattina 28 si intese lo stesso suono in Sant’Angelo <in Pontano> dove era stato dichiarato capitano Giuseppe Gentili. Per buona sorte di questo luogo, la commissione di fare lo stesso fu data all’Egamennoni insieme con la patente di capitano e i proclami da affiggersi, con ordine di eseguire tutto appena qui ritornato. Ma poiché la patente l’aveva presa per forza, come dice, non eseguì punto l’addossatagli commissione, cosicché questo luogo si preservò immune fra l’incendio che ardeva in ogni intorno, e siamo stati solo spauriti di quello che facevano gli altri, fino alle ore 14 circa del giorno di ieri, quando si intesero dalla parte di Castel Clementino delle scariche di moschettieri, che, ignorando noi cosa significassero, senza pensare alla zuffa che vi seguì col distaccamento della truppa francese e insorgenti, non sapevamo indovinare la causa. Se ne concepì però un sospetto, al vedere per mezzo del cannocchiale, che truppa di gente dalla parte di Falerone andava direttamente a quel luogo, e passava il fiume senza scalzarsi. L’eccidio seguito fu poi saputo da persone che, per curiosità di sapere, s’inoltrarono verso quella parte e più in dettaglio si raccontò iersera, e questa mattina. I morti insorgenti sono stati almeno venti. Tra questi il figlio del Navarra che fu incontrato dalla truppa vicino al molino di Falerone, mentre con 50 insorgenti circa, andava in Falerone, e il capitano benedetto Gualtieri fu ucciso poi in casa al tempo del saccheggio, che fu dei più feroci, con altri vari dei quali non so il nome, e fra questi la persona che stava a suonare le campane a martello, la quale fu sbalzata dalla torre. Secondo le relazioni che giungono, oltre allo spoglio generale fatto in tutte le case di quanto vi era – e vi era molto in alcune specialmente, che non si persuadevano di tale visita – vi è stato il massacro di tutto il mobilio che non si poteva trasportare. I cristalli e i vetri delle finestre furono rotti, i parati lacerati, i comò, i tavolini, le sedie, fatti in pezzi. Insomma si fece un macello e di carne e di roba, come ognuno può figurarsi e come si sentirà più dettagliatamente in appresso.

La sera innanzi <27> di questo tragico fatto si erano fatti arrestare e condurre in quel quartiere generale (così denominato quel luogo dal proclama) il Valeriani e il Venantini di Santa Vittoria; altri di là erano fuggiti, come avevano fatto parimenti altri da Falerone, il cui popolo, come quello di Montegiorgio, era stato il primo ad accorrere per arruolarsi.

Il Brigadiere Navarra si salvò con la fuga, e così si salvarono altri uniti con lui, che presero la fuga chi per una parte e chi per un’altra. La truppa poi che si aspettava dalla parte di Ascoli la mattina del 27 non era giunta e non giunse, perché a Mont’Alto trovò delle resistenze. Il Majeschi che aveva tanto brigato è restato morto anche lui. Raccontano che alle ore 4 del 26 partisse dal quartiere

generale e se tornasse a Santa Vittoria, cosicché non fu presente alla zuffa, ma inteso poi quanto successo, dicono che tornasse là per comprare delle robe prese nel saccheggio e che da quattro contadini fosse ammazzato avendogli trovato addosso molti “pezzi duri”.

Non mancò poi neppure qui una scenetta e fu che alle (ore) 19 circa di ieri 28 si presentò il capitano Giuseppe Gentili con sette altre persone del seguito, entrati per la porta del forno, i quali direttamente andarono alla porta del convento di San Francesco, andando dicendo per la strada Napoletani! Napoletani!

Appena smontato di cavallo il capitano suddetto, invece di entrare in convento, fece sul momento arrestare Giovanni Vecchi che passava in quel punto, e poi per la stessa strada, se ne ritornarono indietro senza far altro. Giunti avanti alla casa di lui, si fece incontro la moglie che si mise con le lacrime a scongiurarli di lasciarle il marito; ma il capitano diceva di condurlo al quartiere generale (che non so dove fosse) e gli altri di farlo a pezzi fuori della porta come Giacobino e supposto reo di aver <informato> i francesi perché venissero contro Castel Clementino. Il fatto è che lo condussero fino a San Rocco, ma poi, sopraggiunto il padre e don Santi Luccarini, li cominciarono a pregare di nuovo del rilascio; e sul giuramento che prestò don Santi che non fosse Giacobino, e che non aveva mai avuto alcun carreggio lo dimisero e se ne andarono per i fatti loro.

Ecco la storia genuina dell’accaduto nelle nostre vicinanze, e qui preghiamo Dio che le cose finiscano così. Ma temo di peggio. Pacifico Cornacchia di Santa Vittoria, arrestato dai contadini, fu condannato a Mont’Alto. Andreozzi restò ferito in faccia. Marinelli scampò la morte fuggendo in certi fossi. Majeschi rimase ucciso. Tutti questi andavano uniti a Castel Clementinoper ottenere dal comandante francese che non facesse andare la truppa a Santa Vittoria, dove si credeva <fosse> diretta dopo il sacco di Castel dementino.

(Autore anonimo probabilmente faleronese di un manoscritto n. 946 presso la biblioteca comunale di Macerata qui riferito in trascrizione corretta per l’ortografia)

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Documento n. 10

IL COMANDANTE GENERALE DELLA MONTAGNA GIUSEPPE CELLINI AI POPOLI DELLO STATO PONTIFICIO – INDIRIZZO –

Ascoltate, o Popoli amici, la voce di chi ama il vostro bene. Non è più tempo giacere in una colpevole inerzia, e sostenere più lungamente una fatale indifferenza. Tutti i vostri Fratelli limitrofi all’Abruzzo Ultra e Citra colle anni in mano già sono in Campo. Essi sull’esempio dei valorosi Sanniti, e da loro scortati, han combattuto e son vincitori. Entro le mura de’ loro Paesi più non spira liberamente l’aria impura, né alcun Francese, né verun perfido Giacobino. Sì l’uno, che l’altro si trova fra’ ceppi, o pallido fugge, e ramingo. Quanto audace si mostra questa infida genìa nel vederci avviliti, tanto vile or si dimostra vedendo il nostro coraggio, l’unione e i progressi delle nostre armi. Queste già spiegano su una ben larga estensione la sua energia. E’ stato un punto, un punto solo investir Norcia, Cascia, Visso, Serravalle, Ponte della Trava, Camerino, Ascoli, Mandola, Comunanza, 5. Vittoria, Montalto, Monte di Novo, Affida ecc. ecc. occuparli, e sollevarli. E’ brava la gente, che muove all’impresa, esperti i Duci che la guidano.

Or siam giunti al felice momento, in cui tutta la fiorente un dì, ed ora languida, e desolata Marca è per prendere l’Armi su cui dietro al divin soccorso, è riposta la propria, e l’altrui salvezza. Correte, o Popoli amici, correte ad unirvi con Noi. Non dubitate, la vittoria è nostra. Non vi è più da temere. I Mari, che bagnano la bella Italia, appena reggono a sostenere gl’immensi Legni Inglesi, Moscoviti, Lusitani, Ottomani. Poche di essi si sono presentati in Ancona, e pochi colpi di Cannoni han fatto sentire a quella bloccata città; e nondimeno han destato in essa la più spaventevole costernazione.

L’invitte Falangi Austro-Russe sono arrivate a Bologna. A Soffia è giunto il real Principe di Napoli con il Figlio del Gran Signore conducente un Esercito sorpendentissimo. Da altra parte vola a prestarci aiuto l’immortale Cardianal Ruffo. Noi ci troviamo con numerosa Leva in Massa, al cui fianco vedesi la intrepidezza, il coraggio, la vittoria. Fiancheggiati, protetti, alleati, assistiti da tante Forze, ditemi, vi può essere da temere? Non vi fate ingannare da certi spiriti deboli, o maliziosi Allarmi, Allarmi.

A ciò vi obligano i doveri della propria coscienza, l’amor della Patria, la fedeltà giurata al Sovrano, la Professione di nostra Santa Religione, la quale, sussistendo, per altro breve tempora Cabala Filosofica, Ateistica, Massonica, va ad annientarsi nei nostri Paesi; vi obbliga il bene delle vostre Famiglie, la tenera vostra Figliolanza, che riclama il Cristiano costume, e la sana educazione; vi obbligano il pericolante onore delle vostre Mogli, il pudore compromesso delle vostre Figlie, i beni già invasi, i diritti violati, le proprie persone colle minacce, e colle armi tante volte investite. Se all’aspetto di santi motivi, e di sì potenti aiuti voi non vi scotete, voi siete colpevoli. Tremate. Il colpo desolatore poco

sta a piombarvi sulle Persone, e sulle Sostanze. Odiosi a Dio, al Sovrano, al Popolo fedele, che aspettar mai non vi dovete di avverso? Deh! riunitevi con noi, e non soffrite alcun disastro.

Giacobini, rovesciatori del Trono, sacrileghi invasori de’ Beni Ecclesiastici, Profanatori de’ Luoghi Sacri, Distruttori dell’Ordine sociale, Increduli, Miscredenti, Depravatori del buon Costume, Soldati della Cabala Ateistica voi impallidite, e ponete le ali ai piedi. Ma, che giova? L’arco feritore è rivolto contro di voi. Molti de’ vostri pari o son caduti, o son fra le ritorte. Lo so, voi fuggite: ma dove alla fine miseri andrete? Ovunque strascinate l’indegna esistenza, seguiravvi il rimorso tormentatore: ovunque troverete nemici; ovunque l’odio, l’esecrazione vi accompagnerà. Giacobini ricredetevi. Ancora siamo in tempo. Abbracciate anche voi la difesa della Causa comune, e sarete salvi. Ma se per altro breve spazio vi restarete ostinati nel partito Filosofico, guai a voi; siete perduti. Tremate.

In Camerino dal Quartiere Generale 5, Giugno 1799 G. Cellini Comand. Gener. In Capite.

In Camerino 1799. Per Vincenzo Gori.

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Documento n. 11

Difesa repubblicana: Ascoli 4 giugno 1799

LIBERTA’           EGUAGLIANZA      REPUBBLICA FRANCESE

Dal Quartiere Generale d’Ascoli li 16 Pratile Anno VII della

Repubblica Francese una, ed indivisibile.

MONNIER Generale di brigata Comandante in Ancona, e ne’ tre Dipartimenti riuniti in istato d’Assedio

La Città d’Ascoli, divenuta il soggiorno de’ Briganti Abruzzesi, ha posto il Dipartimento nel rischio di perdersi. Gli Abitanti di questa Città ribelle avevano già presa la Coccarda rossa, e trasformate in autorità Monarchiche le autorità tutte della Repubblica. Essi han dirette le orde de’ Briganti co’ quali eransi unite, e quest’uomini infami, vantando il nome di Dio, del Re, e de’ Preti, han commesso i più detestabili eccessi sulle persone, e se ne hanno usurpato tutte le mobili proprietà, ovunque si son presentati. Le prime lor vittime sono state le Comuni di Offida, di Castorano, di Colli, dì Pagliare, di Monte Prandone, e nelle Campagne che se estendono fino a Montalto.

Non potendo sì fatti eccessi non eccitare la generale indignazione, debbon essi risvegliare tutta l’energia delle autorità Civili, e precisamente dalle Guardie

Civiche, per opporsi vigorosamente alle intraprese, che tentar potessero nuovamente gli enunciati Briganti.

Le Truppe Repubblicane si misero in moto: I Briganti sono stati battuti a S. Benedetto, a Ripatransone, in Acquaviva. Hanno fatta la lor ritirata in Ascoli, e là si erano fortificati. La Città La presa d’assalto dopo due ore di combattimento. Questo giorno è stato spettatore delle nostre complete vittorie, e gli scellerati sono stati puniti. Tutti coloro, che non hanno imitato il lor Generale nella fuga, sano caduti sotto i colpi Repubblicani.

Le Truppe, ch’io lascio nel vostro Dipartimento, occupano delle posizioni vantaggiose. Sarà però stabilita, sotto la sorveglianza dell’Amministrazione Dipartimentale, un Cordone sul Tronto composto della Guardia Civica. Una colonna mobile si metterà subito in azione per portarsi su tutti i punti minacciati, ed occupati dai Briganti suddetti.

Ogni Brigante arrestato sarà fucilato sull’istante. Le Comuni, che non si opporranno al loro ingresso, incorreranno nelle pene già significate nel Proclama del giorno 14 (2 giugno).

Signato MONNIER

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Documento n. 12

Ladroneggi degli insorti, luglio 1799, Ascoli

GIUSEPPE COSTANTINI ALIAS SCIABOLONE COMANDANTE LE TRUPPE IN MASSA PER SUA MAESTÀ’

FERDINANDO IV E POTENZE ALLEATE

Io sono informato dei continui ladroneggi che tuttodì si commettono sì in mobili che in bestiami a svantaggio di pacifici contadini. Sono esacerbato oltremodo per tali misfatti e ne prenderò le misure le più forti. Sotto pretesto di nuocere ai giacobini, si commettono l’empietà le più esacrande. Nessun individuo ha il diritto di ciò fare, ancorché il sapete, ma compete al solo sovrano. E’ questo un procedere che si oppone alla Religione Cattolica ed alle leggi di qualunque Governo. Il fulmine del castigo sta per piombare sopra a quelli che invece di desistere da un tal procedere non restituiranno sull’istante ciò che ànno rubato contro ogni diritto di natura e contro la legge di Dio. Io parto sì per unirmi al prode Generale La-Hoz e battere i Francesi; ma guai a quelli che prenderanno a scherzo questa mia risoluzione. Sarò inesorabile anche co’ miei più stretti di sangue.

Ordino però che subito si rimettino i massari ne’ rispettivi paesi i quali formeranno un processo a quelli ritengono o hanno preso bestiami.

Tutti gli abitanti de’ paesi e contadini si uniranno ad arrestare questi

perturbatori del buon ordine. In caso disperato e di resistenza, li autorizzo a far fuoco a tal razza di gente tanto perniciosa alla società.

Questo ordine stampato che sarà, voglio sia affisso in ogni paese e pubblicato nelle Chiese dai rispettivi curati.

Dal Quartier Generale di Lisciano 16 luglio 1799.

LUIGI ANELLI Segretario.

 

Documento n. 13

REGGENZA a Macerata, 20 agosto 1799

L’IMPERIALE – REGIA – PONTIFICIA REGGENZA DELLA MARCA DI FERMO E DI ANCONA

EDITTO

Per supplire alle immense spese, che seco porta il mantenimento di una Truppa attualmente impiegata alla difesa di una causa tanto nobile, e gloriosa, necessita ricorrere sull’istante a dei temperamenti quanto pronti, altrettanto capaci a produrre tutto ciò, che faccia d’uopo al servizio della medesima. Avrebbe voluto l’imperiale-Reggia-Pontificia Reggenza dispensarsi dall’addossare alle Popolazioni qualunque più piccolo peso, ma I’ urgenza dell’affare, e la santità della causa, che si è impresa a trattare, e che siam prossimi a sentire finalmente decisa, esiggono nuovi sforzi da tutti. Quindi è, che dopo le più mature riflessioni, e li scandagli più esatti, quello essendosi creduto il temperamento meno sensibile di ricorrere all’imposizione di un Testarico, regolato però, e diviso nel caso presentaneo in quattro diversi gradi, si è trovata nella circostanza di determinare, come appresso.

Primo = Tutti gl’individui delle Famiglie Nobili, o ascritte in primo grado in qualunque Città, o Terra, comprese in questa Classe le Comunità Religiose, dovranno subito sborsare in mano dei rispettivi Esattori pubblici a quest’effetto deputati uno scudo per cadauna Testa, con l’obbligo di pagare per ciscun Uomo o Donna di servigio paoli tre moneta di rame.

Secondo = Tutti gl’individui delle Famiglie del secondo ceto, o grado, del primo , e secondo de’ Castelli, e de’ Mercanti saranno tenuti per lo stesso titolo pagare bajocchi 40 per cadauno, t ame sopra.

Terzo = Tutti gl’individui delle Famiglie di qualunque altro grado, o ceto saranno obbligati pagare bajocchi dieci per ciascuno come sopra.

Quarto = Tutti li Coloni dovranno pagare bajocchi cinque per ogni testa come sopra.

Macerata dalla Reggenza 20 Agosto 1799.

(Omissis)

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Documento n. 14

<RICORDO DEI NAPOLETANI A PEDASO>

– 25 agosto 1799

È giunto finalmente in questo nostro castello di Pedaso la Real Truppa dell’Invitto Re delle due Sicilie, comandata dal prode Generale Don Donato de Donatis tanto da noi aspettato, e desiderato, ad oggetto di condursi sotto la Piazza di Ancona, dentro la quale i malvagi Francesi e i loro cinque Partitari sonosi riuniti fuggendo. Mercé un tal forte e valoroso soccorso speriamo ora vicino l’esterminio di quella perfida gente, che resiste ancora alle forze delle Potenze alleate, e speriamo altresì di vedere sollecitamente restituita l’intera tranquillità a queste nostre contrade. Intanto, siccome abbiamo ammirato la moderatezza di detta Real Truppa, che, per li vari provvedimenti dati dal riferito signor Generale, non ha recato la menoma molestia e niun danneggiamento agli interessi ed alle persone di questo castello nostra patria, così ne produciamo un completissimo Avviso al pubblico, onde tutti si esultino di giubilo e di contentezza.

Pedaso, 25 agosto 1799.

Li residenti

NICOLA BERNARDINI, Vie. for. e Dep. eccl.

PROTASIO TEODORI, Govern. locale,

BENEDETTO ROSSI, Segretario.

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Documento 15

ARMISTIZIO PACATO, 13 novembre 1799

LIBERTA’             EGUAGLIANZA           REPUBLICA FRANCESE

Ancona Assediata li 23 Brumale Anno 8vo della Republica

Tra il Generai di Brigata. MONNIER’ Comandante in Capo la Divisione di Ancona autorizzato, dal Consiglio di Guerra tenuto a questo effetto di trattare la Resa di Ancona.

Ed il Sig. Barone di FRELTCH Luogotenente Generale di Sua Maestà Imperatore, e Re, Comandante in Capo le Truppe che assediano Ancona.

La. presente Capitolazione è stata discussa, risoluta, decretata irrevocabilmente nel modo che siegue.

 

ARTICOLO PRELIMINARE

Il Generale Comandante la Divisione d’Ancona, e le Truppe sotto i suoi ordini considerando, che la Capitolazione ¡1 « Fano segnata li 8 Termidoro scorso tra le Truppe Repubblicane Francesi, ed il Sig. Comand. le Truppe Russo-Turche è  stata. Violata nella sua esecuzione per lo stesso Comandante.

Considerando, che la morte sarebbe preferibile al disonore di trattare con delle Autorità che non conoscono il Diritto delle genti.

Vista la situazione, in cui si trova la divisione d’Ancona, e vista la quarta, ed ultima intimazione di resa fatta dal Sig. Barone BRELICH, Luogotenente Generale al servizio di Sua Maestà Imperatore, e Re, Comandante, in capo le: Truppe assedianti Ancona.

Dichiara, che egli non vuole entrare in Negoziazioni, che colle Truppe, ed il detto Luogotenente Generale al servizio di S. M. Imperatore, e Re.

 

CAPITOLAZIONE – ARTICOLO I.

Le Truppe della Guarnigione di Ancona, e Forti annessi al giorno, ed ora, che saranno convenuti, sortiranno dalla Piazza con tutti gli onori della Guerra, cioè: Con Tamburo battente, Bandiere spiegate, Miccio acceso, avendo alla testa due pezzi di Cannone di Campagna coi loro Cassoni, più uno d’Infanteria per rendersi in Francia per la via di terra la più comoda; Soldati, Ufficiali, Generali, ed ogni Militare si di terra, che di mare il Console della Republica Francese, gl’ Impiegati, e agenti Civili, e Militari porteranno seco le loro Armi, Effetti, e Proprietà personali di qualunque genere.

Saranno riguardate come Truppe della Divisione di Ancona, e saranno trattate sotto tutti i rapporti come Truppe della Republica Francese i Cisalpini, Romani, ed altri Italiani formati in Legioni, Battaglioni, o Compagnie, che portano le armi nella detta Divisione.

ARTICOLO II

La Divisione sarà accompagnata, e protetta nella sua marcia sino ai Posti awanzati dell’Armata Francese in Italia da un determinato corpo di Truppe Imperiali Comandate da un Uffiziale dello Stato Maggiore.

ARTICOLO III

La Divisione, che si porterà in Francia per la via che essa giudicherà la più comoda,, marcierà a spese di S.M. Imperatore, e Re:

Ogni Militare, o impiegato riceverà la Razione di ogni genere, e l’alloggio competente al suo grado secondo le Leggi, e Regolamenti Francesi. La marcia non sarà, forzata, ma regolata militarmente dietro quella dell’Infanteria Francese. Il Genera MONIER Comandante la Divisione farà di concerto coll’Uffiziale di Stato Maggiore Austriaco la determinazione dell’alloggio, o accampamento, se sarà giudicato convenevole, come, pure delle ore di partenza, e luoghi di dimora.

Risposta: Le Truppe della Guarnigione di Ancona, e dei Forti annessi sortiranno nel giorno, ed ora convenuta dalla Piazza con tutti gli onori di Guerra richiesti per rendersi in Francia come Prigionieri di Guerra, e non serviranno contro S.M. Imperiale, e contro i suoi Alleati che dopo un perfetto Cambio.

La Truppa deporrà le Armi nel luogo che sarà fissato da un Articolo Addizionale; i soldati e sotto Uffiziali conserveranno le loro muciglie, il Generale Comandante la Divisione, il Console della Repubblica Francese, i Generali, Uffiziali di terra, o di mare, gli Impiegati Civili e Militari conserveranno le loro Armi, Cavalli secondo i loro Gradi, ed i loro Effetti Personali.

Il Generale FRELICH volendo dare una prova di stima alle Truppe della Guarnigione per la Difesa coraggiosa, e contro ogni aspettativa, che esse hanno fatto, accorda ai Sotto Uffiziali il diritto di portare le loro Sciabole per rendersi al loro destino.

E per dare alla Divisione tutta, non meno che al General MONNIER, che la comanda un attestato della considerazione particolare, e della stima di nazione a Nazione contraenti, gli concede una Guardia di onore composta di quindici Uomini a Cavallo montati, armati equipaggiati, e di trenta Carabinieri Armati.

ARTICOLO IV

Sarà accordato a spese di S. M. Imperatore, e Re il numero de’ Carri attaccati, necessarj al trasporto degli Effetti personali degli Uffiziali, Impiegati, Consigli d’Amministrazione, e dei Depositi dei Corpi della Divisione: Il numero dei detti Carri sarà, convenuto d’appresso lo stato dei bisogni, che fornirà il Commissario di Guerra Francese

Il Generale Com. la Divisione, il Console della. Republica Francese, i Generali di Brigata Lucotte, Pino, Palombini, il Capo dello Stato Maggiore della Divisione, i Comandanti del Genio, e dell’Artiglieria, il Pagatore della Divisione, i Commiissarj di Guena, e della Marina Francese, l’Agente del Commissario Civile sono autorizzati di condurre ognuno il. loro Carro coperto pel trasporto delle loro Carte di Amministrazione, come di. Contabilità, ed i loro Effetti personali qualunque.

Risposta: Accordato ma a condizione che sarà Consegnato, da chi ne avrà il dritto, al Sig. Generale Barón di FRELICH l’attestato, che le Balle degli Uffiziali e Furgoni coperti non contenghino effetti di proprietà pubblica.

ARTICOLO V

I Bastimenti da Guerra della Repub. Francese, e Corsari coi loro Uffiziali, Impiegati in Amministrazione, ed Equipaggi si renderanno in uno dei Porti della Republica nello stato che si. ritrovano al momento della sottoscrizione della Capitolazione, muniti di Passaporto, e sotto la garanzia di S. M. Imperiale.

I viveri saranno forniti a spese della detta Potenza a ragione del viaggio.

Risposta:

INAMMISSIBILE ma se le Corsare la LUPE e la VENDETTA uscite dal Porto, e potendosi ripresentarsi di nuovo, rientreranno dopo la Capitolazione, li Marinari, che ne compongono l’Equipaggio, avranno la medesima sorte, che le Truppe esistenti attualmente nella Piazza.

ARTICOLO VI

I Malati dello Spedale della Divisione che potranno essere trasportati, lo saranno a spese di S. M. Imperatore, e Re coi viveri, e medicamenti e Casse di Chirurgia, ed Uffiziali di Sanità sufficienti pel viaggio d’Ancona in Francia.

Gli Ammalati, che senza pericolo, non potranno essere trasportati, resteranno in Ancona; essi saranno protetti come un Deposito Sacro, e trattati come gli Ammalati di S. M. Imperiale.

La Divisione li confida alla lealtà ed umanità della Nazione Austriaca.

II  General MONNIER gli determinerà il numero degli Uffiziali di Sanità, ed Infermieri indispensabili sotto la sorveglianza d’un Uffiziale Militare Francese, e di un Commissario di Guerra.

Subitochè il detto Uffiziale, Commissario richiederanno il trasporto dei Convalescenti o per mare, o per terra, secondochè sarà più convenevole al loro stato, gli verrà religiosamente accordato.

ARTICOLO VII

I Prigionieri fatti tanto durante il corso dell’Assedio d’Ancona che nelle Spedizioni precedenti, e che sono in Ancona, o sopra i Bastimenti Russo-Turchi o nella Divisione occupata dal Sig. Generale FRELIGFI, saranno resi da una parte, e dall’altra immediatamente dopo la sottoscrizione della presente Capitolazione e parteciperanno delle disposizioni contenute ne’ suoi Articoli.

Risposta:

ACCORDATO, per li Prigionieri Francesi solamente, che si troveranno ancora nella Divisione del Sig. Generale FRELIC

ARTICOLO VIII.

Tutti gli Individui di qualunque Nazione, o Religione essi siano abitanti nella Città d’Ancona , o che vi si trovino, e segnatamente gli Ebrei non potranno essere inquietati, molestati, né ricercati direttamente, o indirettamente essi, e le loro famiglie sul sospetto, e per la manifestazione delle loro opinioni civili, politiche, e religiose, come per li fatti che sono risultati, pendente il cangiamento del Governo nel Territorio Romano.

Questa disposizione risguarda quei fra loro, che hanno preso le armi, o esercitato degli impieghi Civili, o Amministrativi durante quest’epoca, e che verrebbero molestati per le loro ingerenze.

Risposta:

Il Governo Austriaco farà rispettare il diritto delle Genti verso li Cittadini senza distinzione di opinioni, o Religioni, purché si sottomettino alle leggi.

ARTICOLO IX.

La Commissione Amministrativa d’Ancona, i Membri anteriori delI’Amministrazioni Centrali dei Dipartimenti del Tronto, Musone, e Metauro, dei loro Tribunali, e Municipalità, gl’impiegati in tutti questi corpi Politici, ed i Patriotti della Republica Romana, come pure li Cittadini., e Sudditi delle Potenze alleate della Republica Francese, che vorranno seguire la Divisione d’Ancona, Essi, le loro Famiglie, ed effetti avranno la liberà più intera, né potranno essere ritardati, né impediti sotto qualunque pretesto.

Risposta.

L’Autorità Militare proteggerà l’esecuzione del presente Articolo, uniformandosi alla risposta fatta nel precedente Articolo.

ARTICOLO X.

Le Vendite, e Cessioni dei Beni, fondi situati in Ancona, e suo Territorio, come anche nei Dipartimenti Musone, Tronto, e Metauro sì autorizzate dal Consolato Romano, che dalla Repubblica Francese saranno mantenute inviolabili

Risposta:

Il Sig. Generale FRELICH non puoi decidere, e lascia l’assoluzione di questo articolo ai Gabinetti.

ARTICOLO XI

Li Cittadini Francesi, e loro alleati potranno alienare, o fare trasportare come a loro più piacerà per terra o per mare a loro spese gli effetti, e mercanzie da loro acquistate sino a quest’oggi.

Risposta:

Accordato; se gli Effetti, e Mercanzie non provengono dai Bastimenti, e Carichi presi dai Corsari sopra i Sudditi di S.M. Imperiale, e che non sarebbero stati giudicati di buona preda.

ARTICOLO XII

Sarà permesso alle persone comprese negli Articoli 8. 9.10. 11. di disporre delle loro Proprietà fondarie, e mobiliarie di venderle, o alienare, o percepirne l’entrate, come a loro piacerà: potranno egualmente in caso di vendita, o alienazione trasportarne esse medesime l’amontante, o inviarlo a loro piacimento nei luoghi, ch’essi desidereranno in Oro, Argento, Viglietti a ordine, o Cambiali.

Le suddette Persone potranno in conseguenza nell’intervallo dei sei mesi a contare dal giorno della sottoscrizione della Capitolazione continuare esse medesime la vendita dei loro Beni, e l’esigenza dei loro Crediti con tutta quiete, se esse non amano meglio abbandonare il Paese colla Divisione d’Ancona, e lasciare i Procuratori generali, e speciali, i quali godranno della protezione, di cui avrebbero goduto restando in Ancona.

Risposta:

ACCORDATO, se i Beni, di cui si tratta non erano di pertinenza dell’Antico Governo, delle Comunità Religiose soppresse; o dei Particolari Emigrati.

ARTICOLO XIII.

I Consoli di Spagna, e di Genova avranno la facoltà di restare in Ancona per lo spazio di sei mesi per terminarci i loro interessi con tutta garanzia delle loro Persone, Famiglie, Proprietà, e Carte Personali, o risguardanti le loro Amministrazioni, se meglio non amano ritirarsi colla Divisione d’Ancona, ed in tal caso saranno trattati come il Console della Rep. Francese.

Risposta:

I detti Consoli saranno rispettati, e protetti.

ARTICOLO XIV.

Se vi fosse qualche Articolo nella presente Capitolazione soggetto o qualche oscurità sarà interpretato secondo I’equità a favore della Divisione d’Ancona.

ARTICOLI ADDIZIONALI.

  1. La Cassa del Pagatore della Divisione, i Viveri, ed effetti dei magazzeni della Rep. Francese saranno rimessi appresso ricevuta nelle mani dell’Assediarne, segnata che sarà la Capitolazione.
  2. L’artiglieria dei Forti, del Porto, della Piazza, ed oggetti annessi, le Piante, e Carte relative alle Fortificazioni, ed all’interesse militare del Paese, saranno rimesse ai Commissarj , che saranno destinati per riceverli, dopo averne fatto Inventario, e rilasciata Ricevuta.
  3. Li disertori dell’una, e l’altra parte saranno restituiti.

Risposta:

CONVENUTO per li Disertori Austriaci solamente

  1. Per la garanzia, ed esecuzione di tutti gli Articoli della Capitolazione saranno dati degli ostaggi, ed il Sig. Barone di FRELIC Tenente Generale Commandante le Truppe Assedianti Ancona si rende responsabile della sicurezza della

Divisione dal momento dell’occupazione dei Posti sino al suo destino, come anche dei danni che potrebbero esser fatti a quelli, che la compongono.

  1. Segnati che saranno gli Articoli della Capitolazione, i Picchetti delle Truppe di S. M. Imperatore, e Re occuperanno le Porte di Francia, e Farina in numero eguale, e congiuntamente ai Francesi.
  2. Ventiquattro ore dopo la sottoscrizione dei ridetti Articoli le Truppe della Divisione d’Ancona evacueranno i Forti, e la Piazza in una sola Colonna con tutti gli onori della Guerra ottenuti nell’Articolo primo: si renderanno il medesimo giorno a Sinigaglia con le loro armi, che deporranno, eccettuati li Militari, ed Impiegati, che devono conservarle.

Risposta:

Convenuto, ma la Truppa Prigioniera deporrà le sue Armi a Fiumesino.

Fatto, convenuto, e decretato in Ancona li 23. Brumale an. 8, della Republica Francese una ed indivisibile.

Il Generale di Brigata Comandante la Divisione d’Ancona MONNIER

Sottoscritto Piè della Croce 13 Novembre 1799.

FRELIH Tenente Generale

DOCUMENTI RELATIVI ALLE INSORGENZE NEL PICENO NELL’ANNO 1799

a cura di Carlo Tomassini

Documento n. 1

Lettere di Pio VI e Giuseppe II d’Asburgo – 3 e 19 agosto 1782

= PIO VI. Prevalendoci di quella amichevole libertà che piacque alla M.V. gentilmente esibirci, cioè che quando avessimo inteso che fosse per farsi da V.M. alcuna mossa, che avessimo creduta discorde dalle buone regole e pregiudizievole alla Religione, ne avessimo scritto confidenzialmente in dirittura alla M.V. Quindi è che essendoci pervenuto all’orecchio che V.M. vada pensando di togliere tutti i fondi alle Chiese ed agli ecclesiastici della sua monarchia, e ridurli semplici pensionarj, non possiamo dispensarci di pone in vista che se si effettuasse un tal pensiero, ridonderebbe alla Chiesa una lacrimevole lesione ed ai buoni uno scandalo irreparabile. Non è di nostra ispezione entrare nel politico e nell’economico de’ suoi Stati – benché in questa parte non cediamo a qualche Affezionato suo per ogni di lei giusto vantaggio — tuttavia non dobbiamo prescindere dai riflessi di deperizione delle rendite ecclesiastiche che coll’amministrazione da farsi dai secolari dei fondi non propri, dell’infrazione dei patti stabiliti fra’ suoi antecessori e diverse province, della ferita apportata alla Costituzione degli Stati, della violazione delle disposizioni dei pii fondatori, delle conseguenti pretensioni, che susciterebbero i loro eredi di rivendicare gli stessi beni: tutto ciò lo lasceremo da parte, come oggetti alieni dal nostro ministero, e che non sfuggiranno dalla penetrazione di V.M. Parleremo soltanto di ciò che non possiamo omettere per debito di coscienza, e le diciamo che il privare le chiese e gli ecclesiastici del possesso dei loro fondi temporali è in dottrina cattolica un errore manifesto, condannato dai Concili, esecrato da’ santi Padri e qualificato dai più rispettabili scrittori per dottrina velenosa, per dogma scellerato. Ed infatti per sostenere una tal massima a pro del sovrano, convien ricorrere ai falsi insegnamenti dei Valdesi, dei Vecleisti e degli Ussiti e di quanti altri pur sono andati d’accordo con loro, e specialmente dei liberali infetti del tempo. Non dobbiamo qui annoiare con una tessitura di citazioni nelle quali si legge che quelli che mettono mano ai beni della Chiesa per loro profitto, Rei sunt damnationis Ananie et Saphire et oportet eiusmodi tradere satane ut spiritus salvus sit in die Domini. Solo ci ristringeremo a riscrivere quanto nel XII secolo avvertì Giovanni patriarca d’Antiochia, che quantunque scismatico, non poté soffrire l’abuso del Principe che voleva, come utile, disporre a favore de’ suoi Stati dei fondi delle Chiese, così scrivendo: “Essendo tu uomo corruttibile, mortale e di corta vita, osi di dare ad un altro uomo quello che non hai? E se dici di donare quello che hai, e pensi che siano tue le cose di Dio, fai Iddio te stesso. Qual uomo dotato di senno chiamerà ciò provvidenza ed utilità e non piuttosto trasgressione, disubbidienza estrema e perniciosissima iniquità? Come può essere e dirsi cristiano chi profana le cose, siano qualsivogliano, (de)dicate e consacrate al nostro Iddio e celeste re Cristo?” Sappiamo che i contraddittori, male interpretando ed abusando di alcuni testi delle sacre Lettere, credono di ben stabilire in questa parte i loro errori, ma noi senza venire ad un esame di tali maligne applicazioni, domandiamo a V.M. se in dicendo gli stessi autori, che in forza di altri testi delle sacre Scritture non si può ammettere nel mondo sovranità, crederebbe la M. V. che tali testi scritturali fossero chiari e convincenti per l’assunto onde doversi spogliare della sua sovranità per salvar l’anima? Noi crediamo anzi chi penserebbe il contrario, ed in così pensando, penserebbe come pensiamo anche noi. E lo stesso dee dirsi dell’altro, in cui li nemici seguenti della Chiesa, gli eretici, li cattolici di apparenza, i falsi maestri, e gli adulatori dei Principi, attribuiscono ai medesimi in base dei passi della Scrittura, il diritto di togliere alla Chiesa e ai suoi ministri la proprietà ed il possesso de’ loro beni. Dovrebbero pur sapere costoro che i Leviti d’Israello possedevano vaste campagne ed intere città e che come fondi santificati erano inalienabili ed in pertinenza del Sacerdozio. E perché dunque non conciliare il libro del Levitico, dei Numeri, dei Re con le altre espressioni che a chi non sa sembrano fra di loro contraddittorie e far lo stesso con i testi del Vangelo e con gli Atti degli Apostoli, come hanno fatto i santi Padri per tacciare, con manifeste eresie, di contraddizioni i sacri Libri dettati dalla stessa divina Sapienza? Facciamo uso di questi riflessi non perché possiamo mai persuaderci che V. M. abbia cuore di non rendere di peggiore condizione le Chiese, di qu(anto) sono le famiglie particolari, e di seguitare l’esempio di soli Principi Protestanti e segregati dalla nostra Comunione, ma affinché la M.V. senta in poche righe ciò che gli dee aver detto alcuno degli odierni pensatori. Non dissimuliamo che purtroppo alcuni fra i molti ecclesiastici faranno di tali beni un uso mai retto: ma che da ciò? Forse questa sarà ragione per farne uno spoglio ed una appropriazione chiamata sacrilega e farla generale a danno della Chiesa, dei successori e di quelli che l’impiegano secondo i dettami delle sacre Ordinazioni? Nei colloqui avuti con V. M. non entrammo in questa materia, che a termini di particolare temporaneo sequestro, e non ci siamo dimenticati di aver dette delle ragioni per le quali ci parve la M.V. persuasa a doversene astenere. Ma se ci avesse proposto il dubbio di una illimitata privazione per passare i beni delle Chiese all’amministrazione de’ secolari, le avre(mm)o aggiunto ragioni molto più rinforzate con le quali l’avre(mm)o convinta deporne il pensiero.

Quello che la mancanza di apertura non ci diede adito allora di fare colla viva voce, l’abbiamo fatto in ristretto colla presente, la quale, se non avesse eguale efficacia, farebbe conoscere a tutto il mondo cattolico che V.M. non ha fatto alcun conto dei nostri suggerimenti o che presto se n’è dimenticata: giacché in questa sola novità si conviene il rovesciamento di quelle massime cattoliche che ci permise di rilevare. Preghiamo di cuore il Signore che faccia sempre risplendere nell’effettivo Governo della M.V. quelle proteste del suo attaccamento alla purità della Religione in modo che mai restino deluse da fatti contrari. Fin qui ci siamo prevalsi di altra mano più corrente e più facile a leggersi della nostra, per affatigar e tanto di meno la vista di V.M. Con questa rispettosa dichiarazione passiamo ad abbracciarla con pienezza di affetto e col darle la Patema Apostolica Benedizione: Datum Romae apud s. Mariam Maiorem die 3 augusti 1782, pontificatus nostri anno VII. Pius pp. VI.

 

<RISPOSTA DELL’IMPERATORE>

= GIUSEPPE: Ho l’onore di rispondere a posta corrente alla lettera che là S.V. viene di scrivermi sul supposto che io voglia togliere tutti i fondi alle Chiese ed agli ecclesiastici e ridurli tutti ad essere semplici pensionarj. Le relazioni delle persone che mi procurarono già l’alto onore di vedere la S.V. alla mia residenza mi hanno anche senza dubbio procurata questa nuova testimonianza in scritto della sua amicizia e del suo zelo apostolico. Non posso dir altro, senza stendermi in lunghezze, se non che il supposto pervenuto alle sue orecchie, come la S.V. si esprime, è falso e senza andar cercando i testi tanto della Scrittura, che dei santi Padri, però sempre soggetti ad interpretazioni e spiegazioni, tengo una voce in me, che mi dice quello come Legislatore e Protettore della Religione mi convien di fare e di tralasciare. E questa voce coll’aiuto della divina grazia e col carattere onesto ed equo che mi sento, non può mai indurmi in errore. Se la S. V. vuole restar persuasa di questa verità, come lo spero, la prego anche di credermi con più filiale attaccamento e rispetto: 19 agosto 1782 Giuseppe.

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Documento n. 2

Sulla cessazione dello Stato Pontificio: P. Vincenzo Maria Strambi, anno 1798

(…) Se poi si domandasse sia espediente e vantaggioso che la Chiesa abbia dominio e Principato, vi si può rispondere che la cosa è assai dubbia e controversa anche presso le persone più savie e meglio affezionate alla stessa Chiesa. Imperocché se per una parte l’aver dominio è stato proprio perché dia alla Chiesa e ai suoi Ministri una maggior libertà nel promulgare la volontà dell’Altissimo e facilità maggiore nello stabilirne i mezzi per bene eseguirli. Per l’altra parte l’essere la Chiesa e i suoi Ministri privi di ricchezza e di dominio, pare che li mantenga più raccolti nel servizio di Dio, più distaccati dalle cose terrene, più umili in tutta la loro condotta, più affabili e più solleciti del bene del Prossimo, e cosi più amabili a Dio ed agli uomini.

Il certo si è che siccome l’uomo veramente savio si accomoda a tutte le disposizioni della provvidenza, e di quelle si prevale per adempire i disegni dell’Altissimo in bonum. Così quando una certa necessità, come la chiama S. Bernardo De Consideratione lib. 4, c. 3, faceva che si ritenesse dominio, e Principato, gli Ecclesiastici santi colla loro virtù tutto facevano servire all’accrescimento della gloria di Dio. Così mentre, non senza sovrana disposizione di Dio, la Chiesa resta priva di dominio, Dominus abstulit; gli Ecclesiastici che hanno veramente lo spirito del Signore e della sua Chiesa, non trascureranno di raccogliere da questa privazione tutti i preziosi vantaggi, che se ne possono ricavare.

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Documento n. 3

Omelia del Vescovo di Imola (futuro Pio VII), anno 1798

<Ecco le linee direttive dell’Omelia del Cardinale Chiaramonti: Libertà, fraternità, democrazia>.

«La libertà cara a Dio e agli uomini è una facoltà che fu donata all’uomo, è un dominio di poter fare e non fare, ma sempre sotto la legge divina ed umana. Non esercita ragionevolmente la sua libertà chi si oppone alla legge baldanzoso e ribelle;1 non esercita ragionevolmente la sua libertà chi contraddice a Dio e alla temporale sovranità, chi vuol seguire il piacere e lasciare l’onestà, chi s’attiene al vizio ed abbandona la virtù… La forma di governo democratico, adottata fra di noi, o dilettissimi fratelli, no, non è in opposizione colle massime fin qui esposte, né ripugna al Vangelo: esige anzi tutte quelle sublimi virtù che non s’imparano che colla scuola di Gesù Cristo, e le quali, se saranno da voi religiosamente praticate, formeranno la vostra felicità, la gloria e lo splendore della vostra repubblica » (…)

« Decidete quanto conferiscano i precetti del Vangelo, le tradizioni degli Apostoli e dei grandi filosofi Padri e Dottori cristiani a conservare la pace, a far risplendere la vera grandezza dello stato democratico, a fare di tanti uomini, dirò così, tanti eroi di umiltà, di prudenza nel governare, di carità nel fraternizzare fra loro stessi e con Gesù Cristo… Il luminoso oggetto della nostra democrazia dev’essere di stabilire la massima possibile unione di sentimenti, di cuori, di forze fisiche e. morali, onde ne derivi una soave fratellanza nella società (…) nella democrazia studiatevi di essere della massima possibile virtù e sarete i veri democratici: studiate ed eseguite il Vangelo e sarete la gioia della repubblica…

La religione cattolica sia l’oggetto più prezioso del vostro cuore, della vostra divozione e di ogni altro vostro sentimento. Non crediate che ella si opponga alla forma di governo democratico. In questo stato, vivendo uniti al vostro Divin Salvatore, potete concepire una giusta fiducia dell’eterna salute, potete operare la felicità temporale di voi stessi e dei vostri simili e procurare la gloria della repubblica e delle autorità costituite. Sì, miei cari fratelli, siate buoni cristiani e sarete ottimi democratici ».

 

Documento n. 4

Giuramento del Vescovo di Fano – 26 febbraio 1798

Voi ora siete Sovrano, o mio Popolo, e Dio, il grande Iddio vi ha dato questa sovranità. Io sono, o Popolo, il vostro Vescovo. E fu Dio che mi chiamò e per mezzo del suo Vicario mi ha assunto a carico così tremendo.

I regolatori voi siete di quelle vie che conducono l’uomo ad essere felice in terra, ed io sono il regolatore di quelle vie che conducono l’uomo ad essere felice in Cielo.

Io adoro nelle vostre mani le democratiche leggi, ma voi adorate ancor nelle mie, le leggi dell’Evangelo.

Oh sante leggi dell’Evangelo, qua, a me, oggi, che vi consegni al mio Popolo, onde egli che è Sovrano sia mai sempre democratico senza colpa, democratico con virtù. Oh, leggi democratiche, qua, a me, pure in quest’oggi. Voi avete, o Popolo, alle leggi dell’Evangelo quell’ossequio che è ben dovuto alle leggi dell’Evangelo di Gesù Cristo: morir piuttosto che violar questa legge.

Io debbo alle vostre leggi, ubbidienza e rispetto, e tal rispetto e ubbidienza che ognuno impari a rispettarle e ubbidire.

Ohimè! Se ardito io fossi di violarle, sarei colpevole di più delitti, sarei meritevole di molte pene. Ma o quali atroci pene voi pure avreste non solo in terra, ma anche all’inferno, se violate un sol precetto dell’Evangelo, se vi scostaste dagli esempi del Crocifisso:

Io no, che esser non voglio reo di in ubbidienza alle vostre leggi, ma voi nemmeno esser lo dovete a quelle che già vi imposi a nome del vostro Dio.

Deh, rammentate, o Popolo, in vostro cuore, rammentate quei giuramenti che faceste là nel Battistero, ché io, anch’io con giuramento m’obbligo al mio dovere.

GIURO, ecco, o Dio le mie parole, ecco la mia promessa, giuro fedeltà al democratico attual governo, giuro obbedienza alle sue leggi, ma ad un tempo a voi giuro fedeltà e ubbidienza, o mio Dio, fedeltà ed ubbidienza adorabili Comandamenti e alla vostra Chiesa

Oh, sacerdoti, o ministri del Divin Culto, giuro anche per voi, e Dio riceva in religioso olocausto i nostri inviolabili giuramenti.

Sebbene, ah, perché, o mio popolo, anzi miei figli, mia corona e mio gaudio, perché non posso giurare anche per voi. Voi sì che potete adesso formarvi i vostri rappresentanti, le vostre leggi, ma poi, formati gli uni, formate le altre, dovete anche voi rispettare entrambe, e ubbidire con fedeltà. E’ Dio che così vuole, quel sapientissimo Dio, che arbitro e regolatore delle sorti del mondo, le dispone e modera a suo talento.

Voi qui vedete tra i vostri concittadini, quegli che rappresentano la vostra sovranità.

Essi rispetteranno sempre la Religione, terranno da voi lontani i fulmini di Gesù Cristo, onoreranno l’infallibile successore di Pietro e la sua fede, saranno scudo e difesa al cattolico Culto, al sacro tempio, ai suoi ministri, ma tutti insieme custodi ed esecutori delle vostre leggi, ne esigeranno veglianti e solleciti l’adempimento.

Fra questa loro rappresentanza, non è ella tale che al dir di Paolo, vi obbliga ad adorare in esso gli altri decreti, e le disposizioni del vostro Dio, con spirito d’ubbidienza? Eh, sì pur dunque ubbidienza, anche per voi o mio popolo, fedeltà e ubbidienza all’attuai vostro Governo e agli attuai vostri rappresentanti. Ma avvertite questo spirito di fedeltà, questo spirito d’ubbidienza ove più vigoroso lo trovate, se non tra gli augusti veli di Religione?

Adempiansi queste leggi che io vostro Pastore vi addito nell’Evangelo e sarete Sovrani ad un tempo e sudditi integerrimi e virtuosi.

Oh, beato quel Popolo ove nelle massime e nei costumi, trionfa il Vangelo, perché trionfano insieme con lui, la pace il buon ordine, la giustizia!

Beato quel popolo ov’è la Repubblica protetta dal Crocifisso, e il Crocifisso difeso dalla Repubblica, mentre con sì mirabile unione, resta assicurato il doppio bene all’uomo in ordine alla terra e al Cielo.

Cari miei figli, mentre io su questo Altare, consapevole dei miei voti e delle antiche mie lagrime, Altare che mi mostra le sacre ceneri del mio Vescovo Fortunato, Altare che mi ricorda i favori e i voti dell’Ammirabile Madre Maria, mentre io deposito i miei già formulati giuramenti, voi venerateli con Religione. Son giuramenti del vostro Vescovo. Ma ad un tempo accoppiate ad essi le vostre risoluzioni, fervide risoluzioni d’osservare la santa legge di Dio, d’amarvi in Dio, d’essere cittadini nelle vostre intraprese, diretti sempre alle intenzioni di Dio

Oh, Dio, piovete amoroso Sole dal Cielo, che infiammi di carità, illumini le nostre menti, ecciti in cuore, generosi affetti di religione e di Fede.

Rendete santo il Pastore, rendete sante la Greggi onde tutti possiamo un giorno cantarvene, nell’eterna Gerusalemme, inno più giulivo e festoso, del festoso inno giulivo, che ora sciogliamo qui ai piedi del vostro Altare.

Nota: questo foglio, probabilmente portato da don Valeriano Orazi segretario del vescovo di Fano e canonico a Santa Vittoria, ov’è rilegato nel registro n° VI “Iura”, carte 359-360.

 

Documento n. 5

Proclama di Fernando re di Napoli – 14 novembre 1798 (ortografico)

= FERDINANDO IV per la grazia di Dio re delle Sicilie e di Gerusalemme, infante di Spagna, duca di Parma, Piacenza, gran Principe ereditario delle Toscane etc.

Quantunque fin dal principio delle rivoluzioni politiche, che da qualche tempo hanno turbato la tranquillità in varie parti del mondo, avessimo noi procurato di provvedere alla costante sicurezza dei nostri reali Stati e Domini col tenerle lontane le perniciose massime e i seduttori, riordinare ed accrescere le nostre forze armate, stringere con più forti nodi le alleanze con le potenze amiche, stipulare trattato di Pace con la Repubblica Francese, ed esaudire ogni altro mezzo di operazioni pacifiche: pure nondimeno ci siamo trovati nella dura circostanza di vedere in pericolo la quiete ed indennità dei nostri Stati per motivo dell’inaspettata mutazione di Governo del limitrofo Stato Romano, accompagnata dalla sovversione di ogni sano stabilimento, dal danno della santa religione cattolica e da civili discordie e luttuose scene di massacri e depredazioni. Questi avvenimenti, l’imprevista occupazione dell’Isola di Malta di nostra regia pertinenza e le continue minacce di prossima invasione nei nostri Domini, confermate da apparecchi guerrieri e da movimenti di truppe alla volta di questo Regno di Napoli, ci hanno indotto a prendere altri più efficaci provvedimenti, onde allontanare dai nostri Domini qualunque danno e pericolo. Abbiamo pertanto determinato di fare avanzare il nostro reale esercito dentro lo Stato Romano fin dove l’urgenza lo richiederà, con la ferma volontà di ravvivarvi la cattolica religione, farvi cessare l’anarchia, le stragi e le depredazioni, ricondurvi la Pace, e porlo sotto il regolare Governo del suo legittimo Sovrano. Dichiariamo ai nostri amatissimi sudditi, agli abitanti dello Stato Romano, ed agli altri popoli dell’intera Italia che (lungi dal muovere guerra contro alcuna Potenza) il solo desiderio di provvedere alla loro sicurezza e di rendere il dovuto onore alla religione ci ha mosso a questa intrapresa nella quale Noi col soccorso del sommo Dio, secondati dai validi aiuti dei nostri grandi alleati e dall’opera delle Nazioni Italiane, speriamo avere felicissimi eventi. Noi stessi alla testa dei prodi soldati del nostro invitto esercito, dirigeremo le loro operazioni militari e ci impegneremo di fare uso delle loro forze nei soli casi di resistenza e di aggressione, mentre in ogni altro rivolgeremo le nostre cure soltanto agli indicati sacri oggetti della Religione e del riordinamento del Governo dello Stato Romano. Con tale prevenzione adunque esortiamo gli abitanti tutti del detto Stato Romano di deporre le armi nel momento dell’ingresso del nostro esercito nel loro territorio; di conformare a quelle disposizioni che saremo per dare in favore di essi e della salvezza comune, di facilitare con i possibili mezzi e aiuti la nostra giustissima intrapresa, e di essere sicuri che Noi, facendo uso della nostra naturale giustizia e clemenza, non solo proteggeremo e ricompenseremo i buoni e virtuosi, ma ancora raccoglieremo con paterno affetto i traviati che, pentiti dei propri errori, volontariamente ritorneranno nel diritto sentiero e si sottoporranno al nostro comando.

Inculchiamo pertanto a tutti di abbandonare ogni idea di vendetta per il danno che per la passata rivoluzione gli uni avessero agli altri arrecati e di astenersi da qualunque sorta di eccesso di rappresaglia, sotto pena della nostra reale indignazione, di essere trattati i contravventori come nemici della pubblica sicurezza.

Esortiamo parimenti i Generali e Comandanti di qualunque esercito estero di far subito ritirare tutte le loro truppe fuori dal territorio romano, senza prendere ulteriormente parte nelle avventure di quello Stato la cui sorte per ragione di vicinanza e per altri legittimi motivi interessa principalmente la nostra Regia Podestà. Infine manifestiamo che dal punto in cui il nostro esercito sarà entrato nel territorio Romano, vi sarà libera comunicazione tra le sue popolazioni e quelle del Regno, del quale per provvedere alla sussistenza delle Reali truppe ed al bisogno degli abitanti dello Stato Romano, faremo nel medesimo trasportare i generi necessari di viveri ed altre occorrenze.

Dal Quartiere Generale di S. Germano 14 novembre dell’anno 1798. Ferdinando

  1. Acton

(Nel registro VI “Iura” dell’archivio capitolare Santa Vittoria in Matenano, cc.362s. Nota: la guerra del re di Napoli contro la Repubblica Romana, risulta dichiarata il 23 novembre 1798 nel “Distinto ragguaglio della totale disfatta riportata sul formidabile esercito napoletano dalle invitte falangi della Grande Nazione” stampa dell’epoca.)

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Documento n. 6

Ascoli 5 febbraio 1799: sottomissione pacifica

= LIBERTA’   REPUBBLICA ROMANA   EGUAGLIANZA

LA MUNICIPALITÀ’ D’ASCOLI

Alle Popolazioni vicine, Perdono, e Pace per le Communi Armate del Tronto. Dopo varie trattative in iscritto, e a voce colla mediazione nostra, e per mezzo de’ virtuosi Ecclesiastici, Secolari, e Regolati, spediti in tutte le Comuni, il General Francese dimostrando la sua brama di fare cessare i disordini, e risparmiare le conseguenze funeste di una spedizione di Truppe sulle nostre Campagne, trovò il Comandante, e Capitani delle Popolazioni armate, nelle medesime disposizioni di procurare il maggior bene; Quindi in risposta ad un foglio dei prelodati Capitani de’ 4 Febraro furono sottoscritti i seguenti Articoli fissati dal prode, ed umanissimo Generale.

Ascoli 5 Febbraro 1799 V.S. 17 Piovoso, Anno 7. della Repubblica Francese.

Il Generale Francese vede con piacere, che i Montagnoli Insorgenti vogliono acconsentire alla Pace.

Le Truppe Francesi non possono farne, che di onorevole, e di giusto: in conseguenza il Generale Francese animato dal desiderio della Pace, non può donarla, che alla Condizione di già descritta cioè:

  1. Perdono generale per tutte le Communi.
  2. Tutte le Communi daranno un Ostaggio della loro sincerità alla Pace.
  3. Questi Ostaggi saranno sotto la risponsabilità di un’abitante di Ascoli.
  4. Niuno sarà ricercato nella sua passata condotta.
  5. Non sarà levata alcuna requisizione alle circostanze insorte.
  6. Nel Caso, in cui non possa trovarsi un Ostaggio ne’ Villaggi, il Generale Francese accetterà un Abitante, o Prete di Ascoli, che rappresenterà questo Villaggio. (…) Firme di 22 Comandanti (omesse)

 

ARTICOLO ADDIZIONALE

Se non si sono posti gli Articoli relativi al servizio della Religione, alle Campane, e alle Prediche, è perché questi Articoli non possono incontrare alcuna difficoltà poiché già sono accordati dal Capo medesimo delle Truppe, il quale da vari giorni ha dato l’ordine di far suonare le Campane, ed hà protette tutte le Chiese, e promesso il libero esercizio del culto; poiché in fine la facoltà la più intiera sopra questo punto è già accordata da un Proclama del Generai Dahesmer. Per scanzo di ogni equivoco, il Generale Francese conferma le disposizioni a questo riguardo.   Ascoli 17. Piovoso Anno 7. DARGOUBET

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Documento n. 7

PROCLAMA 26 maggio 1799 a Servigliano per l’insorgenza

Per FERDINANDO IV Re delle Due Sicilie e di Gerusalemme, ecc.

Il conte CLEMENTE NAVARRA

Brigadiere delle Truppe arrolate in massa, Napol. e Pontificie

«Ergete la fronte, Popoli generosi del Piceno. Eccovi il felice momento di ravvivare la nostra Santa Religione, di rimostrare il nostro attaccamento al Sovrano e di sottrarci da questa anarchia che sì barbaramente ci opprime. Correte tutti alle armi, e ricordatevi di quel ch’è scritto nelle Sagre Carte nel libro di Judith, cap. 15, v. 6: Omnis itaque regio omnisque Urbs electam Juventutem armatam misit post eos, et persecuti sunt eos in ore gladii quousque pervenirent ad extremitatem finium eorum.

Io vi chiamo a difendere la causa comune, fidate in Dio, nei grandi alleati, nel coraggio avito… Si agirà col massimo rigore delle leggi, perché ritorni il buon ordine, facendo noto a tutti con questo Editto, che in ciascun paese siano reintegrate le Magistrature, alle quali inculco di proibire affatto, che truppe di gente armata dal capriccio, col pretesto della buona causa, vadino scorrendo per le campagne e paesi, arrestando delle persone, e farsi lecito di saccheggiare, fucilare, ed incendiare. Chiunque ardirà ciò tentare sarà considerato come nemico dello Stato, e punito come tale. Ogni truppa armata dovrà dall’invitto mio generale de Donatis, o da me dipendere, né si riconosceranno altre truppe, che quelle da Noi disposte, ma gli abitanti tutti siano preparati a prendere le armi al suono delle campane a martello; ed accorrere al bisogno, se mai truppa nemica ardisse attaccarci, avvertendo, che quel paese, che tardasse ad accorrere, sarà dichiarato ribelle, e come nemico della patria militarmente castigato. Epperò voi tutti del clero, e specialmente voi, Pastori delle Anime, concorrete ad una impresa così gloriosa, e destate con vivezza le scintille della Pietà, e del languente costume, e fate risorgere fra le vostre contrade la purità della infallibile Nostra Religione, e tentare ogni mezzo coll’esempio, e colla voce, perché ritorni in noi quella pace, che finora ci è stata sì barbaramente rapita. Chiunque vorrà con Noi prendere le armi in questa sì nobile gara, si presenti a me, e agli Uffiziali maggiori per avere le necessarie istruzioni e per essere autorizzati colle patenti del Re delle Due Sicilie e più d’ogni altro io chiamo coloro che con eguale valore e fedeltà diedero prova allorché erano aggregati alle truppe Pontificie.

Dato dal Quartiere gen. di Servigliano, questo dì 26 maggio 1799. »

Documento n. 8

PROCLAMA: Ascoli 27 maggio 1799 per l’insorgenza

= FERDINANDO IV PER LA GRAZIA DI DIO RE DELLE DUE SICILIE DI GERUSALEMME ECC.

  1. DONATO ANTONIO DE DONATIS GENERALE IN CAPO DELL’ESERCITO IN MASSA PER LA SUA MAESTÀ’, CHE DIO LA GUARDI

«Popoli di Acquaviva aprite ormai gli occhi alla luce del giorno. Sentite la voce di uno, che ama il vostro vero bene. O Voi stringete le armi in favore delle nostre vittoriose truppe, ed allora troverete in Noi un amico sincero, ed affettuoso, che lungi dal prendere vendette delle vostre insolenze passate addosserà la valida protezione e di Voi, e delle sostanze vostre: o vi dichiarate nostri nemici, ed allora aspettatevi pure, che Noi con tutte le nostre forze affronteremo i vostri fuochi, vi piomberemo addosso, vi saccheggeremo usando ogni rigore militare. Pensate a Voi: decidete con prontezza e dentro due ore mandatene la risposta ».

Ascoli, 27 maggio 1799.

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Documento n. 9

Insorgenza: 26-29 Maggio 1799 a Castel Clementino

Dì 26 del corrente mese di Maggio: si manifestò a Castel Clementino il piano di una controrivoluzione da eseguirsi con l’aiuto e intesa degli Insorgenti Napoletani, alla cui testa si pose Clemente Navarra con la carica di Brigadiere a lui conferita da D. Donato De Donatis, generale in capo dell’Armata in massa Napoletana. Con l’intesa, come dicono, che la mattina seguente dovesse ivi giungere l’avanguardia di tale armata. La mattina del divisato giorno si cercò che i Parroci di detto luogo avessero predicato dall’altare di doversi tutti venire contro i francesi; ma i Parroci mostrarono ripugnanza di farlo, e il curato Burocchi per non esserci obbligato pensò di celebrare nella sua chiesa. Nonostante s’inalberò la Bandiera Napoletana, e si affissero editti con i quali s’invitava il popolo ad unirsi e si ordinava il ristabilimento delle antiche magistrature. La Terra di Santa Vittoria si accomodò per prima a seguire tale piano. Vi si atterrò l’Albero, si unirono delle persone, e alla testa uscì il noto Majeschi il quale si mostrò meno impegnato. Dietro tali incitamenti il giorno appresso 27 detto, la campana di Castel Clementino, che aveva cominciato a suonare a martello insieme col tamburo la sera innanzi seguitò a fare lo stesso

fin dalle otto della mattina e lo stesso si fece in Santa Vittoria, per adunare gente. Il dopopranzo di tale giorno si sentì simile furore e rimbombo di tamburo in M. S. Martino dove però non accorsero se non pochissimi contadini, che, sentito il motivo, amarono meglio di tornarsene alle loro faccende della campagna.

Ieri mattina 28 si intese lo stesso suono in Sant’Angelo <in Pontano> dove era stato dichiarato capitano Giuseppe Gentili. Per buona sorte di questo luogo, la commissione di fare lo stesso fu data all’Egamennoni insieme con la patente di capitano e i proclami da affiggersi, con ordine di eseguire tutto appena qui ritornato. Ma poiché la patente l’aveva presa per forza, come dice, non eseguì punto l’addossatagli commissione, cosicché questo luogo si preservò immune fra l’incendio che ardeva in ogni intorno, e siamo stati solo spauriti di quello che facevano gli altri, fino alle ore 14 circa del giorno di ieri, quando si intesero dalla parte di Castel Clementino delle scariche di moschettieri, che, ignorando noi cosa significassero, senza pensare alla zuffa che vi seguì col distaccamento della truppa francese e insorgenti, non sapevamo indovinare la causa. Se ne concepì però un sospetto, al vedere per mezzo del cannocchiale, che truppa di gente dalla parte di Falerone andava direttamente a quel luogo, e passava il fiume senza scalzarsi. L’eccidio seguito fu poi saputo da persone che, per curiosità di sapere, s’inoltrarono verso quella parte e più in dettaglio si raccontò iersera, e questa mattina. I morti insorgenti sono stati almeno venti. Tra questi il figlio del Navarra che fu incontrato dalla truppa vicino al molino di Falerone, mentre con 50 insorgenti circa, andava in Falerone, e il capitano benedetto Gualtieri fu ucciso poi in casa al tempo del saccheggio, che fu dei più feroci, con altri vari dei quali non so il nome, e fra questi la persona che stava a suonare le campane a martello, la quale fu sbalzata dalla torre. Secondo le relazioni che giungono, oltre allo spoglio generale fatto in tutte le case di quanto vi era – e vi era molto in alcune specialmente, che non si persuadevano di tale visita – vi è stato il massacro di tutto il mobilio che non si poteva trasportare. I cristalli e i vetri delle finestre furono rotti, i parati lacerati, i comò, i tavolini, le sedie, fatti in pezzi. Insomma si fece un macello e di carne e di roba, come ognuno può figurarsi e come si sentirà più dettagliatamente in appresso.

La sera innanzi <27> di questo tragico fatto si erano fatti arrestare e condurre in quel quartiere generale (così denominato quel luogo dal proclama) il Valeriani e il Venantini di Santa Vittoria; altri di là erano fuggiti, come avevano fatto parimenti altri da Falerone, il cui popolo, come quello di Montegiorgio, era stato il primo ad accorrere per arruolarsi.

Il Brigadiere Navarra si salvò con la fuga, e così si salvarono altri uniti con lui, che presero la fuga chi per una parte e chi per un’altra. La truppa poi che si aspettava dalla parte di Ascoli la mattina del 27 non era giunta e non giunse, perché a Mont’Alto trovò delle resistenze. Il Majeschi che aveva tanto brigato è restato morto anche lui. Raccontano che alle ore 4 del 26 partisse dal quartiere

generale e se tornasse a Santa Vittoria, cosicché non fu presente alla zuffa, ma inteso poi quanto successo, dicono che tornasse là per comprare delle robe prese nel saccheggio e che da quattro contadini fosse ammazzato avendogli trovato addosso molti “pezzi duri”.

Non mancò poi neppure qui una scenetta e fu che alle (ore) 19 circa di ieri 28 si presentò il capitano Giuseppe Gentili con sette altre persone del seguito, entrati per la porta del forno, i quali direttamente andarono alla porta del convento di San Francesco, andando dicendo per la strada Napoletani! Napoletani!

Appena smontato di cavallo il capitano suddetto, invece di entrare in convento, fece sul momento arrestare Giovanni Vecchi che passava in quel punto, e poi per la stessa strada, se ne ritornarono indietro senza far altro. Giunti avanti alla casa di lui, si fece incontro la moglie che si mise con le lacrime a scongiurarli di lasciarle il marito; ma il capitano diceva di condurlo al quartiere generale (che non so dove fosse) e gli altri di farlo a pezzi fuori della porta come Giacobino e supposto reo di aver <informato> i francesi perché venissero contro Castel Clementino. Il fatto è che lo condussero fino a San Rocco, ma poi, sopraggiunto il padre e don Santi Luccarini, li cominciarono a pregare di nuovo del rilascio; e sul giuramento che prestò don Santi che non fosse Giacobino, e che non aveva mai avuto alcun carreggio lo dimisero e se ne andarono per i fatti loro.

Ecco la storia genuina dell’accaduto nelle nostre vicinanze, e qui preghiamo Dio che le cose finiscano così. Ma temo di peggio. Pacifico Cornacchia di Santa Vittoria, arrestato dai contadini, fu condannato a Mont’Alto. Andreozzi restò ferito in faccia. Marinelli scampò la morte fuggendo in certi fossi. Majeschi rimase ucciso. Tutti questi andavano uniti a Castel Clementinoper ottenere dal comandante francese che non facesse andare la truppa a Santa Vittoria, dove si credeva <fosse> diretta dopo il sacco di Castel dementino.

(Autore anonimo probabilmente faleronese di un manoscritto n. 946 presso la biblioteca comunale di Macerata qui riferito in trascrizione corretta per l’ortografia)

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Documento n. 10

IL COMANDANTE GENERALE DELLA MONTAGNA GIUSEPPE CELLINI AI POPOLI DELLO STATO PONTIFICIO – INDIRIZZO –

Ascoltate, o Popoli amici, la voce di chi ama il vostro bene. Non è più tempo giacere in una colpevole inerzia, e sostenere più lungamente una fatale indifferenza. Tutti i vostri Fratelli limitrofi all’Abruzzo Ultra e Citra colle anni in mano già sono in Campo. Essi sull’esempio dei valorosi Sanniti, e da loro scortati, han combattuto e son vincitori. Entro le mura de’ loro Paesi più non spira liberamente l’aria impura, né alcun Francese, né verun perfido Giacobino. Sì l’uno, che l’altro si trova fra’ ceppi, o pallido fugge, e ramingo. Quanto audace si mostra questa infida genìa nel vederci avviliti, tanto vile or si dimostra vedendo il nostro coraggio, l’unione e i progressi delle nostre armi. Queste già spiegano su una ben larga estensione la sua energia. E’ stato un punto, un punto solo investir Norcia, Cascia, Visso, Serravalle, Ponte della Trava, Camerino, Ascoli, Mandola, Comunanza, 5. Vittoria, Montalto, Monte di Novo, Affida ecc. ecc. occuparli, e sollevarli. E’ brava la gente, che muove all’impresa, esperti i Duci che la guidano.

Or siam giunti al felice momento, in cui tutta la fiorente un dì, ed ora languida, e desolata Marca è per prendere l’Armi su cui dietro al divin soccorso, è riposta la propria, e l’altrui salvezza. Correte, o Popoli amici, correte ad unirvi con Noi. Non dubitate, la vittoria è nostra. Non vi è più da temere. I Mari, che bagnano la bella Italia, appena reggono a sostenere gl’immensi Legni Inglesi, Moscoviti, Lusitani, Ottomani. Poche di essi si sono presentati in Ancona, e pochi colpi di Cannoni han fatto sentire a quella bloccata città; e nondimeno han destato in essa la più spaventevole costernazione.

L’invitte Falangi Austro-Russe sono arrivate a Bologna. A Soffia è giunto il real Principe di Napoli con il Figlio del Gran Signore conducente un Esercito sorpendentissimo. Da altra parte vola a prestarci aiuto l’immortale Cardianal Ruffo. Noi ci troviamo con numerosa Leva in Massa, al cui fianco vedesi la intrepidezza, il coraggio, la vittoria. Fiancheggiati, protetti, alleati, assistiti da tante Forze, ditemi, vi può essere da temere? Non vi fate ingannare da certi spiriti deboli, o maliziosi Allarmi, Allarmi.

A ciò vi obligano i doveri della propria coscienza, l’amor della Patria, la fedeltà giurata al Sovrano, la Professione di nostra Santa Religione, la quale, sussistendo, per altro breve tempora Cabala Filosofica, Ateistica, Massonica, va ad annientarsi nei nostri Paesi; vi obbliga il bene delle vostre Famiglie, la tenera vostra Figliolanza, che riclama il Cristiano costume, e la sana educazione; vi obbligano il pericolante onore delle vostre Mogli, il pudore compromesso delle vostre Figlie, i beni già invasi, i diritti violati, le proprie persone colle minacce, e colle armi tante volte investite. Se all’aspetto di santi motivi, e di sì potenti aiuti voi non vi scotete, voi siete colpevoli. Tremate. Il colpo desolatore poco

sta a piombarvi sulle Persone, e sulle Sostanze. Odiosi a Dio, al Sovrano, al Popolo fedele, che aspettar mai non vi dovete di avverso? Deh! riunitevi con noi, e non soffrite alcun disastro.

Giacobini, rovesciatori del Trono, sacrileghi invasori de’ Beni Ecclesiastici, Profanatori de’ Luoghi Sacri, Distruttori dell’Ordine sociale, Increduli, Miscredenti, Depravatori del buon Costume, Soldati della Cabala Ateistica voi impallidite, e ponete le ali ai piedi. Ma, che giova? L’arco feritore è rivolto contro di voi. Molti de’ vostri pari o son caduti, o son fra le ritorte. Lo so, voi fuggite: ma dove alla fine miseri andrete? Ovunque strascinate l’indegna esistenza, seguiravvi il rimorso tormentatore: ovunque troverete nemici; ovunque l’odio, l’esecrazione vi accompagnerà. Giacobini ricredetevi. Ancora siamo in tempo. Abbracciate anche voi la difesa della Causa comune, e sarete salvi. Ma se per altro breve spazio vi restarete ostinati nel partito Filosofico, guai a voi; siete perduti. Tremate.

In Camerino dal Quartiere Generale 5, Giugno 1799 G. Cellini Comand. Gener. In Capite.

In Camerino 1799. Per Vincenzo Gori.

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Documento n. 11

Difesa repubblicana: Ascoli 4 giugno 1799

LIBERTA’           EGUAGLIANZA      REPUBBLICA FRANCESE

Dal Quartiere Generale d’Ascoli li 16 Pratile Anno VII della

Repubblica Francese una, ed indivisibile.

MONNIER Generale di brigata Comandante in Ancona, e ne’ tre Dipartimenti riuniti in istato d’Assedio

La Città d’Ascoli, divenuta il soggiorno de’ Briganti Abruzzesi, ha posto il Dipartimento nel rischio di perdersi. Gli Abitanti di questa Città ribelle avevano già presa la Coccarda rossa, e trasformate in autorità Monarchiche le autorità tutte della Repubblica. Essi han dirette le orde de’ Briganti co’ quali eransi unite, e quest’uomini infami, vantando il nome di Dio, del Re, e de’ Preti, han commesso i più detestabili eccessi sulle persone, e se ne hanno usurpato tutte le mobili proprietà, ovunque si son presentati. Le prime lor vittime sono state le Comuni di Offida, di Castorano, di Colli, dì Pagliare, di Monte Prandone, e nelle Campagne che se estendono fino a Montalto.

Non potendo sì fatti eccessi non eccitare la generale indignazione, debbon essi risvegliare tutta l’energia delle autorità Civili, e precisamente dalle Guardie

Civiche, per opporsi vigorosamente alle intraprese, che tentar potessero nuovamente gli enunciati Briganti.

Le Truppe Repubblicane si misero in moto: I Briganti sono stati battuti a S. Benedetto, a Ripatransone, in Acquaviva. Hanno fatta la lor ritirata in Ascoli, e là si erano fortificati. La Città La presa d’assalto dopo due ore di combattimento. Questo giorno è stato spettatore delle nostre complete vittorie, e gli scellerati sono stati puniti. Tutti coloro, che non hanno imitato il lor Generale nella fuga, sano caduti sotto i colpi Repubblicani.

Le Truppe, ch’io lascio nel vostro Dipartimento, occupano delle posizioni vantaggiose. Sarà però stabilita, sotto la sorveglianza dell’Amministrazione Dipartimentale, un Cordone sul Tronto composto della Guardia Civica. Una colonna mobile si metterà subito in azione per portarsi su tutti i punti minacciati, ed occupati dai Briganti suddetti.

Ogni Brigante arrestato sarà fucilato sull’istante. Le Comuni, che non si opporranno al loro ingresso, incorreranno nelle pene già significate nel Proclama del giorno 14 (2 giugno).

Signato MONNIER

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Documento n. 12

Ladroneggi degli insorti, luglio 1799, Ascoli

GIUSEPPE COSTANTINI ALIAS SCIABOLONE COMANDANTE LE TRUPPE IN MASSA PER SUA MAESTÀ’

FERDINANDO IV E POTENZE ALLEATE

Io sono informato dei continui ladroneggi che tuttodì si commettono sì in mobili che in bestiami a svantaggio di pacifici contadini. Sono esacerbato oltremodo per tali misfatti e ne prenderò le misure le più forti. Sotto pretesto di nuocere ai giacobini, si commettono l’empietà le più esacrande. Nessun individuo ha il diritto di ciò fare, ancorché il sapete, ma compete al solo sovrano. E’ questo un procedere che si oppone alla Religione Cattolica ed alle leggi di qualunque Governo. Il fulmine del castigo sta per piombare sopra a quelli che invece di desistere da un tal procedere non restituiranno sull’istante ciò che ànno rubato contro ogni diritto di natura e contro la legge di Dio. Io parto sì per unirmi al prode Generale La-Hoz e battere i Francesi; ma guai a quelli che prenderanno a scherzo questa mia risoluzione. Sarò inesorabile anche co’ miei più stretti di sangue.

Ordino però che subito si rimettino i massari ne’ rispettivi paesi i quali formeranno un processo a quelli ritengono o hanno preso bestiami.

Tutti gli abitanti de’ paesi e contadini si uniranno ad arrestare questi

perturbatori del buon ordine. In caso disperato e di resistenza, li autorizzo a far fuoco a tal razza di gente tanto perniciosa alla società.

Questo ordine stampato che sarà, voglio sia affisso in ogni paese e pubblicato nelle Chiese dai rispettivi curati.

Dal Quartier Generale di Lisciano 16 luglio 1799.

LUIGI ANELLI Segretario.

 

Documento n. 13

REGGENZA a Macerata, 20 agosto 1799

L’IMPERIALE – REGIA – PONTIFICIA REGGENZA DELLA MARCA DI FERMO E DI ANCONA

EDITTO

Per supplire alle immense spese, che seco porta il mantenimento di una Truppa attualmente impiegata alla difesa di una causa tanto nobile, e gloriosa, necessita ricorrere sull’istante a dei temperamenti quanto pronti, altrettanto capaci a produrre tutto ciò, che faccia d’uopo al servizio della medesima. Avrebbe voluto l’imperiale-Reggia-Pontificia Reggenza dispensarsi dall’addossare alle Popolazioni qualunque più piccolo peso, ma I’ urgenza dell’affare, e la santità della causa, che si è impresa a trattare, e che siam prossimi a sentire finalmente decisa, esiggono nuovi sforzi da tutti. Quindi è, che dopo le più mature riflessioni, e li scandagli più esatti, quello essendosi creduto il temperamento meno sensibile di ricorrere all’imposizione di un Testarico, regolato però, e diviso nel caso presentaneo in quattro diversi gradi, si è trovata nella circostanza di determinare, come appresso.

Primo = Tutti gl’individui delle Famiglie Nobili, o ascritte in primo grado in qualunque Città, o Terra, comprese in questa Classe le Comunità Religiose, dovranno subito sborsare in mano dei rispettivi Esattori pubblici a quest’effetto deputati uno scudo per cadauna Testa, con l’obbligo di pagare per ciscun Uomo o Donna di servigio paoli tre moneta di rame.

Secondo = Tutti gl’individui delle Famiglie del secondo ceto, o grado, del primo , e secondo de’ Castelli, e de’ Mercanti saranno tenuti per lo stesso titolo pagare bajocchi 40 per cadauno, t ame sopra.

Terzo = Tutti gl’individui delle Famiglie di qualunque altro grado, o ceto saranno obbligati pagare bajocchi dieci per ciascuno come sopra.

Quarto = Tutti li Coloni dovranno pagare bajocchi cinque per ogni testa come sopra.

Macerata dalla Reggenza 20 Agosto 1799.

(Omissis)

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Documento n. 14

<RICORDO DEI NAPOLETANI A PEDASO>

– 25 agosto 1799

È giunto finalmente in questo nostro castello di Pedaso la Real Truppa dell’Invitto Re delle due Sicilie, comandata dal prode Generale Don Donato de Donatis tanto da noi aspettato, e desiderato, ad oggetto di condursi sotto la Piazza di Ancona, dentro la quale i malvagi Francesi e i loro cinque Partitari sonosi riuniti fuggendo. Mercé un tal forte e valoroso soccorso speriamo ora vicino l’esterminio di quella perfida gente, che resiste ancora alle forze delle Potenze alleate, e speriamo altresì di vedere sollecitamente restituita l’intera tranquillità a queste nostre contrade. Intanto, siccome abbiamo ammirato la moderatezza di detta Real Truppa, che, per li vari provvedimenti dati dal riferito signor Generale, non ha recato la menoma molestia e niun danneggiamento agli interessi ed alle persone di questo castello nostra patria, così ne produciamo un completissimo Avviso al pubblico, onde tutti si esultino di giubilo e di contentezza.

Pedaso, 25 agosto 1799.

Li residenti

NICOLA BERNARDINI, Vie. for. e Dep. eccl.

PROTASIO TEODORI, Govern. locale,

BENEDETTO ROSSI, Segretario.

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Documento 15

ARMISTIZIO PACATO, 13 novembre 1799

LIBERTA’             EGUAGLIANZA           REPUBLICA FRANCESE

Ancona Assediata li 23 Brumale Anno 8vo della Republica

Tra il Generai di Brigata. MONNIER’ Comandante in Capo la Divisione di Ancona autorizzato, dal Consiglio di Guerra tenuto a questo effetto di trattare la Resa di Ancona.

Ed il Sig. Barone di FRELTCH Luogotenente Generale di Sua Maestà Imperatore, e Re, Comandante in Capo le Truppe che assediano Ancona.

La. presente Capitolazione è stata discussa, risoluta, decretata irrevocabilmente nel modo che siegue.

 

ARTICOLO PRELIMINARE

Il Generale Comandante la Divisione d’Ancona, e le Truppe sotto i suoi ordini considerando, che la Capitolazione ¡1 « Fano segnata li 8 Termidoro scorso tra le Truppe Repubblicane Francesi, ed il Sig. Comand. le Truppe Russo-Turche è  stata. Violata nella sua esecuzione per lo stesso Comandante.

Considerando, che la morte sarebbe preferibile al disonore di trattare con delle Autorità che non conoscono il Diritto delle genti.

Vista la situazione, in cui si trova la divisione d’Ancona, e vista la quarta, ed ultima intimazione di resa fatta dal Sig. Barone BRELICH, Luogotenente Generale al servizio di Sua Maestà Imperatore, e Re, Comandante, in capo le: Truppe assedianti Ancona.

Dichiara, che egli non vuole entrare in Negoziazioni, che colle Truppe, ed il detto Luogotenente Generale al servizio di S. M. Imperatore, e Re.

 

CAPITOLAZIONE – ARTICOLO I.

Le Truppe della Guarnigione di Ancona, e Forti annessi al giorno, ed ora, che saranno convenuti, sortiranno dalla Piazza con tutti gli onori della Guerra, cioè: Con Tamburo battente, Bandiere spiegate, Miccio acceso, avendo alla testa due pezzi di Cannone di Campagna coi loro Cassoni, più uno d’Infanteria per rendersi in Francia per la via di terra la più comoda; Soldati, Ufficiali, Generali, ed ogni Militare si di terra, che di mare il Console della Republica Francese, gl’ Impiegati, e agenti Civili, e Militari porteranno seco le loro Armi, Effetti, e Proprietà personali di qualunque genere.

Saranno riguardate come Truppe della Divisione di Ancona, e saranno trattate sotto tutti i rapporti come Truppe della Republica Francese i Cisalpini, Romani, ed altri Italiani formati in Legioni, Battaglioni, o Compagnie, che portano le armi nella detta Divisione.

ARTICOLO II

La Divisione sarà accompagnata, e protetta nella sua marcia sino ai Posti awanzati dell’Armata Francese in Italia da un determinato corpo di Truppe Imperiali Comandate da un Uffiziale dello Stato Maggiore.

ARTICOLO III

La Divisione, che si porterà in Francia per la via che essa giudicherà la più comoda,, marcierà a spese di S.M. Imperatore, e Re:

Ogni Militare, o impiegato riceverà la Razione di ogni genere, e l’alloggio competente al suo grado secondo le Leggi, e Regolamenti Francesi. La marcia non sarà, forzata, ma regolata militarmente dietro quella dell’Infanteria Francese. Il Genera MONIER Comandante la Divisione farà di concerto coll’Uffiziale di Stato Maggiore Austriaco la determinazione dell’alloggio, o accampamento, se sarà giudicato convenevole, come, pure delle ore di partenza, e luoghi di dimora.

Risposta: Le Truppe della Guarnigione di Ancona, e dei Forti annessi sortiranno nel giorno, ed ora convenuta dalla Piazza con tutti gli onori di Guerra richiesti per rendersi in Francia come Prigionieri di Guerra, e non serviranno contro S.M. Imperiale, e contro i suoi Alleati che dopo un perfetto Cambio.

La Truppa deporrà le Armi nel luogo che sarà fissato da un Articolo Addizionale; i soldati e sotto Uffiziali conserveranno le loro muciglie, il Generale Comandante la Divisione, il Console della Repubblica Francese, i Generali, Uffiziali di terra, o di mare, gli Impiegati Civili e Militari conserveranno le loro Armi, Cavalli secondo i loro Gradi, ed i loro Effetti Personali.

Il Generale FRELICH volendo dare una prova di stima alle Truppe della Guarnigione per la Difesa coraggiosa, e contro ogni aspettativa, che esse hanno fatto, accorda ai Sotto Uffiziali il diritto di portare le loro Sciabole per rendersi al loro destino.

E per dare alla Divisione tutta, non meno che al General MONNIER, che la comanda un attestato della considerazione particolare, e della stima di nazione a Nazione contraenti, gli concede una Guardia di onore composta di quindici Uomini a Cavallo montati, armati equipaggiati, e di trenta Carabinieri Armati.

ARTICOLO IV

Sarà accordato a spese di S. M. Imperatore, e Re il numero de’ Carri attaccati, necessarj al trasporto degli Effetti personali degli Uffiziali, Impiegati, Consigli d’Amministrazione, e dei Depositi dei Corpi della Divisione: Il numero dei detti Carri sarà, convenuto d’appresso lo stato dei bisogni, che fornirà il Commissario di Guerra Francese

Il Generale Com. la Divisione, il Console della. Republica Francese, i Generali di Brigata Lucotte, Pino, Palombini, il Capo dello Stato Maggiore della Divisione, i Comandanti del Genio, e dell’Artiglieria, il Pagatore della Divisione, i Commiissarj di Guena, e della Marina Francese, l’Agente del Commissario Civile sono autorizzati di condurre ognuno il. loro Carro coperto pel trasporto delle loro Carte di Amministrazione, come di. Contabilità, ed i loro Effetti personali qualunque.

Risposta: Accordato ma a condizione che sarà Consegnato, da chi ne avrà il dritto, al Sig. Generale Barón di FRELICH l’attestato, che le Balle degli Uffiziali e Furgoni coperti non contenghino effetti di proprietà pubblica.

ARTICOLO V

I Bastimenti da Guerra della Repub. Francese, e Corsari coi loro Uffiziali, Impiegati in Amministrazione, ed Equipaggi si renderanno in uno dei Porti della Republica nello stato che si. ritrovano al momento della sottoscrizione della Capitolazione, muniti di Passaporto, e sotto la garanzia di S. M. Imperiale.

I viveri saranno forniti a spese della detta Potenza a ragione del viaggio.

Risposta:

INAMMISSIBILE ma se le Corsare la LUPE e la VENDETTA uscite dal Porto, e potendosi ripresentarsi di nuovo, rientreranno dopo la Capitolazione, li Marinari, che ne compongono l’Equipaggio, avranno la medesima sorte, che le Truppe esistenti attualmente nella Piazza.

ARTICOLO VI

I Malati dello Spedale della Divisione che potranno essere trasportati, lo saranno a spese di S. M. Imperatore, e Re coi viveri, e medicamenti e Casse di Chirurgia, ed Uffiziali di Sanità sufficienti pel viaggio d’Ancona in Francia.

Gli Ammalati, che senza pericolo, non potranno essere trasportati, resteranno in Ancona; essi saranno protetti come un Deposito Sacro, e trattati come gli Ammalati di S. M. Imperiale.

La Divisione li confida alla lealtà ed umanità della Nazione Austriaca.

II  General MONNIER gli determinerà il numero degli Uffiziali di Sanità, ed Infermieri indispensabili sotto la sorveglianza d’un Uffiziale Militare Francese, e di un Commissario di Guerra.

Subitochè il detto Uffiziale, Commissario richiederanno il trasporto dei Convalescenti o per mare, o per terra, secondochè sarà più convenevole al loro stato, gli verrà religiosamente accordato.

ARTICOLO VII

I Prigionieri fatti tanto durante il corso dell’Assedio d’Ancona che nelle Spedizioni precedenti, e che sono in Ancona, o sopra i Bastimenti Russo-Turchi o nella Divisione occupata dal Sig. Generale FRELIGFI, saranno resi da una parte, e dall’altra immediatamente dopo la sottoscrizione della presente Capitolazione e parteciperanno delle disposizioni contenute ne’ suoi Articoli.

Risposta:

ACCORDATO, per li Prigionieri Francesi solamente, che si troveranno ancora nella Divisione del Sig. Generale FRELIC

ARTICOLO VIII.

Tutti gli Individui di qualunque Nazione, o Religione essi siano abitanti nella Città d’Ancona , o che vi si trovino, e segnatamente gli Ebrei non potranno essere inquietati, molestati, né ricercati direttamente, o indirettamente essi, e le loro famiglie sul sospetto, e per la manifestazione delle loro opinioni civili, politiche, e religiose, come per li fatti che sono risultati, pendente il cangiamento del Governo nel Territorio Romano.

Questa disposizione risguarda quei fra loro, che hanno preso le armi, o esercitato degli impieghi Civili, o Amministrativi durante quest’epoca, e che verrebbero molestati per le loro ingerenze.

Risposta:

Il Governo Austriaco farà rispettare il diritto delle Genti verso li Cittadini senza distinzione di opinioni, o Religioni, purché si sottomettino alle leggi.

ARTICOLO IX.

La Commissione Amministrativa d’Ancona, i Membri anteriori delI’Amministrazioni Centrali dei Dipartimenti del Tronto, Musone, e Metauro, dei loro Tribunali, e Municipalità, gl’impiegati in tutti questi corpi Politici, ed i Patriotti della Republica Romana, come pure li Cittadini., e Sudditi delle Potenze alleate della Republica Francese, che vorranno seguire la Divisione d’Ancona, Essi, le loro Famiglie, ed effetti avranno la liberà più intera, né potranno essere ritardati, né impediti sotto qualunque pretesto.

Risposta.

L’Autorità Militare proteggerà l’esecuzione del presente Articolo, uniformandosi alla risposta fatta nel precedente Articolo.

ARTICOLO X.

Le Vendite, e Cessioni dei Beni, fondi situati in Ancona, e suo Territorio, come anche nei Dipartimenti Musone, Tronto, e Metauro sì autorizzate dal Consolato Romano, che dalla Repubblica Francese saranno mantenute inviolabili

Risposta:

Il Sig. Generale FRELICH non puoi decidere, e lascia l’assoluzione di questo articolo ai Gabinetti.

ARTICOLO XI

Li Cittadini Francesi, e loro alleati potranno alienare, o fare trasportare come a loro più piacerà per terra o per mare a loro spese gli effetti, e mercanzie da loro acquistate sino a quest’oggi.

Risposta:

Accordato; se gli Effetti, e Mercanzie non provengono dai Bastimenti, e Carichi presi dai Corsari sopra i Sudditi di S.M. Imperiale, e che non sarebbero stati giudicati di buona preda.

ARTICOLO XII

Sarà permesso alle persone comprese negli Articoli 8. 9.10. 11. di disporre delle loro Proprietà fondarie, e mobiliarie di venderle, o alienare, o percepirne l’entrate, come a loro piacerà: potranno egualmente in caso di vendita, o alienazione trasportarne esse medesime l’amontante, o inviarlo a loro piacimento nei luoghi, ch’essi desidereranno in Oro, Argento, Viglietti a ordine, o Cambiali.

Le suddette Persone potranno in conseguenza nell’intervallo dei sei mesi a contare dal giorno della sottoscrizione della Capitolazione continuare esse medesime la vendita dei loro Beni, e l’esigenza dei loro Crediti con tutta quiete, se esse non amano meglio abbandonare il Paese colla Divisione d’Ancona, e lasciare i Procuratori generali, e speciali, i quali godranno della protezione, di cui avrebbero goduto restando in Ancona.

Risposta:

ACCORDATO, se i Beni, di cui si tratta non erano di pertinenza dell’Antico Governo, delle Comunità Religiose soppresse; o dei Particolari Emigrati.

ARTICOLO XIII.

I Consoli di Spagna, e di Genova avranno la facoltà di restare in Ancona per lo spazio di sei mesi per terminarci i loro interessi con tutta garanzia delle loro Persone, Famiglie, Proprietà, e Carte Personali, o risguardanti le loro Amministrazioni, se meglio non amano ritirarsi colla Divisione d’Ancona, ed in tal caso saranno trattati come il Console della Rep. Francese.

Risposta:

I detti Consoli saranno rispettati, e protetti.

ARTICOLO XIV.

Se vi fosse qualche Articolo nella presente Capitolazione soggetto o qualche oscurità sarà interpretato secondo I’equità a favore della Divisione d’Ancona.

ARTICOLI ADDIZIONALI.

  1. La Cassa del Pagatore della Divisione, i Viveri, ed effetti dei magazzeni della Rep. Francese saranno rimessi appresso ricevuta nelle mani dell’Assediarne, segnata che sarà la Capitolazione.
  2. L’artiglieria dei Forti, del Porto, della Piazza, ed oggetti annessi, le Piante, e Carte relative alle Fortificazioni, ed all’interesse militare del Paese, saranno rimesse ai Commissarj , che saranno destinati per riceverli, dopo averne fatto Inventario, e rilasciata Ricevuta.
  3. Li disertori dell’una, e l’altra parte saranno restituiti.

Risposta:

CONVENUTO per li Disertori Austriaci solamente

  1. Per la garanzia, ed esecuzione di tutti gli Articoli della Capitolazione saranno dati degli ostaggi, ed il Sig. Barone di FRELIC Tenente Generale Commandante le Truppe Assedianti Ancona si rende responsabile della sicurezza della

Divisione dal momento dell’occupazione dei Posti sino al suo destino, come anche dei danni che potrebbero esser fatti a quelli, che la compongono.

  1. Segnati che saranno gli Articoli della Capitolazione, i Picchetti delle Truppe di S. M. Imperatore, e Re occuperanno le Porte di Francia, e Farina in numero eguale, e congiuntamente ai Francesi.
  2. Ventiquattro ore dopo la sottoscrizione dei ridetti Articoli le Truppe della Divisione d’Ancona evacueranno i Forti, e la Piazza in una sola Colonna con tutti gli onori della Guerra ottenuti nell’Articolo primo: si renderanno il medesimo giorno a Sinigaglia con le loro armi, che deporranno, eccettuati li Militari, ed Impiegati, che devono conservarle.

Risposta:

Convenuto, ma la Truppa Prigioniera deporrà le sue Armi a Fiumesino.

Fatto, convenuto, e decretato in Ancona li 23. Brumale an. 8, della Republica Francese una ed indivisibile.

Il Generale di Brigata Comandante la Divisione d’Ancona MONNIER

Sottoscritto Piè della Croce 13 Novembre 1799.

FRELIH Tenente Generale

DOCUMENTI RELATIVI ALLE INSORGENZE NEL PICENO NELL’ANNO 1799

a cura di Carlo Tomassini

Documento n. 1

Lettere di Pio VI e Giuseppe II d’Asburgo – 3 e 19 agosto 1782

= PIO VI. Prevalendoci di quella amichevole libertà che piacque alla M.V. gentilmente esibirci, cioè che quando avessimo inteso che fosse per farsi da V.M. alcuna mossa, che avessimo creduta discorde dalle buone regole e pregiudizievole alla Religione, ne avessimo scritto confidenzialmente in dirittura alla M.V. Quindi è che essendoci pervenuto all’orecchio che V.M. vada pensando di togliere tutti i fondi alle Chiese ed agli ecclesiastici della sua monarchia, e ridurli semplici pensionarj, non possiamo dispensarci di pone in vista che se si effettuasse un tal pensiero, ridonderebbe alla Chiesa una lacrimevole lesione ed ai buoni uno scandalo irreparabile. Non è di nostra ispezione entrare nel politico e nell’economico de’ suoi Stati – benché in questa parte non cediamo a qualche Affezionato suo per ogni di lei giusto vantaggio — tuttavia non dobbiamo prescindere dai riflessi di deperizione delle rendite ecclesiastiche che coll’amministrazione da farsi dai secolari dei fondi non propri, dell’infrazione dei patti stabiliti fra’ suoi antecessori e diverse province, della ferita apportata alla Costituzione degli Stati, della violazione delle disposizioni dei pii fondatori, delle conseguenti pretensioni, che susciterebbero i loro eredi di rivendicare gli stessi beni: tutto ciò lo lasceremo da parte, come oggetti alieni dal nostro ministero, e che non sfuggiranno dalla penetrazione di V.M. Parleremo soltanto di ciò che non possiamo omettere per debito di coscienza, e le diciamo che il privare le chiese e gli ecclesiastici del possesso dei loro fondi temporali è in dottrina cattolica un errore manifesto, condannato dai Concili, esecrato da’ santi Padri e qualificato dai più rispettabili scrittori per dottrina velenosa, per dogma scellerato. Ed infatti per sostenere una tal massima a pro del sovrano, convien ricorrere ai falsi insegnamenti dei Valdesi, dei Vecleisti e degli Ussiti e di quanti altri pur sono andati d’accordo con loro, e specialmente dei liberali infetti del tempo. Non dobbiamo qui annoiare con una tessitura di citazioni nelle quali si legge che quelli che mettono mano ai beni della Chiesa per loro profitto, Rei sunt damnationis Ananie et Saphire et oportet eiusmodi tradere satane ut spiritus salvus sit in die Domini. Solo ci ristringeremo a riscrivere quanto nel XII secolo avvertì Giovanni patriarca d’Antiochia, che quantunque scismatico, non poté soffrire l’abuso del Principe che voleva, come utile, disporre a favore de’ suoi Stati dei fondi delle Chiese, così scrivendo: “Essendo tu uomo corruttibile, mortale e di corta vita, osi di dare ad un altro uomo quello che non hai? E se dici di donare quello che hai, e pensi che siano tue le cose di Dio, fai Iddio te stesso. Qual uomo dotato di senno chiamerà ciò provvidenza ed utilità e non piuttosto trasgressione, disubbidienza estrema e perniciosissima iniquità? Come può essere e dirsi cristiano chi profana le cose, siano qualsivogliano, (de)dicate e consacrate al nostro Iddio e celeste re Cristo?” Sappiamo che i contraddittori, male interpretando ed abusando di alcuni testi delle sacre Lettere, credono di ben stabilire in questa parte i loro errori, ma noi senza venire ad un esame di tali maligne applicazioni, domandiamo a V.M. se in dicendo gli stessi autori, che in forza di altri testi delle sacre Scritture non si può ammettere nel mondo sovranità, crederebbe la M. V. che tali testi scritturali fossero chiari e convincenti per l’assunto onde doversi spogliare della sua sovranità per salvar l’anima? Noi crediamo anzi chi penserebbe il contrario, ed in così pensando, penserebbe come pensiamo anche noi. E lo stesso dee dirsi dell’altro, in cui li nemici seguenti della Chiesa, gli eretici, li cattolici di apparenza, i falsi maestri, e gli adulatori dei Principi, attribuiscono ai medesimi in base dei passi della Scrittura, il diritto di togliere alla Chiesa e ai suoi ministri la proprietà ed il possesso de’ loro beni. Dovrebbero pur sapere costoro che i Leviti d’Israello possedevano vaste campagne ed intere città e che come fondi santificati erano inalienabili ed in pertinenza del Sacerdozio. E perché dunque non conciliare il libro del Levitico, dei Numeri, dei Re con le altre espressioni che a chi non sa sembrano fra di loro contraddittorie e far lo stesso con i testi del Vangelo e con gli Atti degli Apostoli, come hanno fatto i santi Padri per tacciare, con manifeste eresie, di contraddizioni i sacri Libri dettati dalla stessa divina Sapienza? Facciamo uso di questi riflessi non perché possiamo mai persuaderci che V. M. abbia cuore di non rendere di peggiore condizione le Chiese, di qu(anto) sono le famiglie particolari, e di seguitare l’esempio di soli Principi Protestanti e segregati dalla nostra Comunione, ma affinché la M.V. senta in poche righe ciò che gli dee aver detto alcuno degli odierni pensatori. Non dissimuliamo che purtroppo alcuni fra i molti ecclesiastici faranno di tali beni un uso mai retto: ma che da ciò? Forse questa sarà ragione per farne uno spoglio ed una appropriazione chiamata sacrilega e farla generale a danno della Chiesa, dei successori e di quelli che l’impiegano secondo i dettami delle sacre Ordinazioni? Nei colloqui avuti con V. M. non entrammo in questa materia, che a termini di particolare temporaneo sequestro, e non ci siamo dimenticati di aver dette delle ragioni per le quali ci parve la M.V. persuasa a doversene astenere. Ma se ci avesse proposto il dubbio di una illimitata privazione per passare i beni delle Chiese all’amministrazione de’ secolari, le avre(mm)o aggiunto ragioni molto più rinforzate con le quali l’avre(mm)o convinta deporne il pensiero.

Quello che la mancanza di apertura non ci diede adito allora di fare colla viva voce, l’abbiamo fatto in ristretto colla presente, la quale, se non avesse eguale efficacia, farebbe conoscere a tutto il mondo cattolico che V.M. non ha fatto alcun conto dei nostri suggerimenti o che presto se n’è dimenticata: giacché in questa sola novità si conviene il rovesciamento di quelle massime cattoliche che ci permise di rilevare. Preghiamo di cuore il Signore che faccia sempre risplendere nell’effettivo Governo della M.V. quelle proteste del suo attaccamento alla purità della Religione in modo che mai restino deluse da fatti contrari. Fin qui ci siamo prevalsi di altra mano più corrente e più facile a leggersi della nostra, per affatigar e tanto di meno la vista di V.M. Con questa rispettosa dichiarazione passiamo ad abbracciarla con pienezza di affetto e col darle la Patema Apostolica Benedizione: Datum Romae apud s. Mariam Maiorem die 3 augusti 1782, pontificatus nostri anno VII. Pius pp. VI.

 

<RISPOSTA DELL’IMPERATORE>

= GIUSEPPE: Ho l’onore di rispondere a posta corrente alla lettera che là S.V. viene di scrivermi sul supposto che io voglia togliere tutti i fondi alle Chiese ed agli ecclesiastici e ridurli tutti ad essere semplici pensionarj. Le relazioni delle persone che mi procurarono già l’alto onore di vedere la S.V. alla mia residenza mi hanno anche senza dubbio procurata questa nuova testimonianza in scritto della sua amicizia e del suo zelo apostolico. Non posso dir altro, senza stendermi in lunghezze, se non che il supposto pervenuto alle sue orecchie, come la S.V. si esprime, è falso e senza andar cercando i testi tanto della Scrittura, che dei santi Padri, però sempre soggetti ad interpretazioni e spiegazioni, tengo una voce in me, che mi dice quello come Legislatore e Protettore della Religione mi convien di fare e di tralasciare. E questa voce coll’aiuto della divina grazia e col carattere onesto ed equo che mi sento, non può mai indurmi in errore. Se la S. V. vuole restar persuasa di questa verità, come lo spero, la prego anche di credermi con più filiale attaccamento e rispetto: 19 agosto 1782 Giuseppe.

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Documento n. 2

Sulla cessazione dello Stato Pontificio: P. Vincenzo Maria Strambi, anno 1798

(…) Se poi si domandasse sia espediente e vantaggioso che la Chiesa abbia dominio e Principato, vi si può rispondere che la cosa è assai dubbia e controversa anche presso le persone più savie e meglio affezionate alla stessa Chiesa. Imperocché se per una parte l’aver dominio è stato proprio perché dia alla Chiesa e ai suoi Ministri una maggior libertà nel promulgare la volontà dell’Altissimo e facilità maggiore nello stabilirne i mezzi per bene eseguirli. Per l’altra parte l’essere la Chiesa e i suoi Ministri privi di ricchezza e di dominio, pare che li mantenga più raccolti nel servizio di Dio, più distaccati dalle cose terrene, più umili in tutta la loro condotta, più affabili e più solleciti del bene del Prossimo, e cosi più amabili a Dio ed agli uomini.

Il certo si è che siccome l’uomo veramente savio si accomoda a tutte le disposizioni della provvidenza, e di quelle si prevale per adempire i disegni dell’Altissimo in bonum. Così quando una certa necessità, come la chiama S. Bernardo De Consideratione lib. 4, c. 3, faceva che si ritenesse dominio, e Principato, gli Ecclesiastici santi colla loro virtù tutto facevano servire all’accrescimento della gloria di Dio. Così mentre, non senza sovrana disposizione di Dio, la Chiesa resta priva di dominio, Dominus abstulit; gli Ecclesiastici che hanno veramente lo spirito del Signore e della sua Chiesa, non trascureranno di raccogliere da questa privazione tutti i preziosi vantaggi, che se ne possono ricavare.

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Documento n. 3

Omelia del Vescovo di Imola (futuro Pio VII), anno 1798

<Ecco le linee direttive dell’Omelia del Cardinale Chiaramonti: Libertà, fraternità, democrazia>.

«La libertà cara a Dio e agli uomini è una facoltà che fu donata all’uomo, è un dominio di poter fare e non fare, ma sempre sotto la legge divina ed umana. Non esercita ragionevolmente la sua libertà chi si oppone alla legge baldanzoso e ribelle;1 non esercita ragionevolmente la sua libertà chi contraddice a Dio e alla temporale sovranità, chi vuol seguire il piacere e lasciare l’onestà, chi s’attiene al vizio ed abbandona la virtù… La forma di governo democratico, adottata fra di noi, o dilettissimi fratelli, no, non è in opposizione colle massime fin qui esposte, né ripugna al Vangelo: esige anzi tutte quelle sublimi virtù che non s’imparano che colla scuola di Gesù Cristo, e le quali, se saranno da voi religiosamente praticate, formeranno la vostra felicità, la gloria e lo splendore della vostra repubblica » (…)

« Decidete quanto conferiscano i precetti del Vangelo, le tradizioni degli Apostoli e dei grandi filosofi Padri e Dottori cristiani a conservare la pace, a far risplendere la vera grandezza dello stato democratico, a fare di tanti uomini, dirò così, tanti eroi di umiltà, di prudenza nel governare, di carità nel fraternizzare fra loro stessi e con Gesù Cristo… Il luminoso oggetto della nostra democrazia dev’essere di stabilire la massima possibile unione di sentimenti, di cuori, di forze fisiche e. morali, onde ne derivi una soave fratellanza nella società (…) nella democrazia studiatevi di essere della massima possibile virtù e sarete i veri democratici: studiate ed eseguite il Vangelo e sarete la gioia della repubblica…

La religione cattolica sia l’oggetto più prezioso del vostro cuore, della vostra divozione e di ogni altro vostro sentimento. Non crediate che ella si opponga alla forma di governo democratico. In questo stato, vivendo uniti al vostro Divin Salvatore, potete concepire una giusta fiducia dell’eterna salute, potete operare la felicità temporale di voi stessi e dei vostri simili e procurare la gloria della repubblica e delle autorità costituite. Sì, miei cari fratelli, siate buoni cristiani e sarete ottimi democratici ».

 

Documento n. 4

Giuramento del Vescovo di Fano – 26 febbraio 1798

Voi ora siete Sovrano, o mio Popolo, e Dio, il grande Iddio vi ha dato questa sovranità. Io sono, o Popolo, il vostro Vescovo. E fu Dio che mi chiamò e per mezzo del suo Vicario mi ha assunto a carico così tremendo.

I regolatori voi siete di quelle vie che conducono l’uomo ad essere felice in terra, ed io sono il regolatore di quelle vie che conducono l’uomo ad essere felice in Cielo.

Io adoro nelle vostre mani le democratiche leggi, ma voi adorate ancor nelle mie, le leggi dell’Evangelo.

Oh sante leggi dell’Evangelo, qua, a me, oggi, che vi consegni al mio Popolo, onde egli che è Sovrano sia mai sempre democratico senza colpa, democratico con virtù. Oh, leggi democratiche, qua, a me, pure in quest’oggi. Voi avete, o Popolo, alle leggi dell’Evangelo quell’ossequio che è ben dovuto alle leggi dell’Evangelo di Gesù Cristo: morir piuttosto che violar questa legge.

Io debbo alle vostre leggi, ubbidienza e rispetto, e tal rispetto e ubbidienza che ognuno impari a rispettarle e ubbidire.

Ohimè! Se ardito io fossi di violarle, sarei colpevole di più delitti, sarei meritevole di molte pene. Ma o quali atroci pene voi pure avreste non solo in terra, ma anche all’inferno, se violate un sol precetto dell’Evangelo, se vi scostaste dagli esempi del Crocifisso:

Io no, che esser non voglio reo di in ubbidienza alle vostre leggi, ma voi nemmeno esser lo dovete a quelle che già vi imposi a nome del vostro Dio.

Deh, rammentate, o Popolo, in vostro cuore, rammentate quei giuramenti che faceste là nel Battistero, ché io, anch’io con giuramento m’obbligo al mio dovere.

GIURO, ecco, o Dio le mie parole, ecco la mia promessa, giuro fedeltà al democratico attual governo, giuro obbedienza alle sue leggi, ma ad un tempo a voi giuro fedeltà e ubbidienza, o mio Dio, fedeltà ed ubbidienza adorabili Comandamenti e alla vostra Chiesa

Oh, sacerdoti, o ministri del Divin Culto, giuro anche per voi, e Dio riceva in religioso olocausto i nostri inviolabili giuramenti.

Sebbene, ah, perché, o mio popolo, anzi miei figli, mia corona e mio gaudio, perché non posso giurare anche per voi. Voi sì che potete adesso formarvi i vostri rappresentanti, le vostre leggi, ma poi, formati gli uni, formate le altre, dovete anche voi rispettare entrambe, e ubbidire con fedeltà. E’ Dio che così vuole, quel sapientissimo Dio, che arbitro e regolatore delle sorti del mondo, le dispone e modera a suo talento.

Voi qui vedete tra i vostri concittadini, quegli che rappresentano la vostra sovranità.

Essi rispetteranno sempre la Religione, terranno da voi lontani i fulmini di Gesù Cristo, onoreranno l’infallibile successore di Pietro e la sua fede, saranno scudo e difesa al cattolico Culto, al sacro tempio, ai suoi ministri, ma tutti insieme custodi ed esecutori delle vostre leggi, ne esigeranno veglianti e solleciti l’adempimento.

Fra questa loro rappresentanza, non è ella tale che al dir di Paolo, vi obbliga ad adorare in esso gli altri decreti, e le disposizioni del vostro Dio, con spirito d’ubbidienza? Eh, sì pur dunque ubbidienza, anche per voi o mio popolo, fedeltà e ubbidienza all’attuai vostro Governo e agli attuai vostri rappresentanti. Ma avvertite questo spirito di fedeltà, questo spirito d’ubbidienza ove più vigoroso lo trovate, se non tra gli augusti veli di Religione?

Adempiansi queste leggi che io vostro Pastore vi addito nell’Evangelo e sarete Sovrani ad un tempo e sudditi integerrimi e virtuosi.

Oh, beato quel Popolo ove nelle massime e nei costumi, trionfa il Vangelo, perché trionfano insieme con lui, la pace il buon ordine, la giustizia!

Beato quel popolo ov’è la Repubblica protetta dal Crocifisso, e il Crocifisso difeso dalla Repubblica, mentre con sì mirabile unione, resta assicurato il doppio bene all’uomo in ordine alla terra e al Cielo.

Cari miei figli, mentre io su questo Altare, consapevole dei miei voti e delle antiche mie lagrime, Altare che mi mostra le sacre ceneri del mio Vescovo Fortunato, Altare che mi ricorda i favori e i voti dell’Ammirabile Madre Maria, mentre io deposito i miei già formulati giuramenti, voi venerateli con Religione. Son giuramenti del vostro Vescovo. Ma ad un tempo accoppiate ad essi le vostre risoluzioni, fervide risoluzioni d’osservare la santa legge di Dio, d’amarvi in Dio, d’essere cittadini nelle vostre intraprese, diretti sempre alle intenzioni di Dio

Oh, Dio, piovete amoroso Sole dal Cielo, che infiammi di carità, illumini le nostre menti, ecciti in cuore, generosi affetti di religione e di Fede.

Rendete santo il Pastore, rendete sante la Greggi onde tutti possiamo un giorno cantarvene, nell’eterna Gerusalemme, inno più giulivo e festoso, del festoso inno giulivo, che ora sciogliamo qui ai piedi del vostro Altare.

Nota: questo foglio, probabilmente portato da don Valeriano Orazi segretario del vescovo di Fano e canonico a Santa Vittoria, ov’è rilegato nel registro n° VI “Iura”, carte 359-360.

 

Documento n. 5

Proclama di Fernando re di Napoli – 14 novembre 1798 (ortografico)

= FERDINANDO IV per la grazia di Dio re delle Sicilie e di Gerusalemme, infante di Spagna, duca di Parma, Piacenza, gran Principe ereditario delle Toscane etc.

Quantunque fin dal principio delle rivoluzioni politiche, che da qualche tempo hanno turbato la tranquillità in varie parti del mondo, avessimo noi procurato di provvedere alla costante sicurezza dei nostri reali Stati e Domini col tenerle lontane le perniciose massime e i seduttori, riordinare ed accrescere le nostre forze armate, stringere con più forti nodi le alleanze con le potenze amiche, stipulare trattato di Pace con la Repubblica Francese, ed esaudire ogni altro mezzo di operazioni pacifiche: pure nondimeno ci siamo trovati nella dura circostanza di vedere in pericolo la quiete ed indennità dei nostri Stati per motivo dell’inaspettata mutazione di Governo del limitrofo Stato Romano, accompagnata dalla sovversione di ogni sano stabilimento, dal danno della santa religione cattolica e da civili discordie e luttuose scene di massacri e depredazioni. Questi avvenimenti, l’imprevista occupazione dell’Isola di Malta di nostra regia pertinenza e le continue minacce di prossima invasione nei nostri Domini, confermate da apparecchi guerrieri e da movimenti di truppe alla volta di questo Regno di Napoli, ci hanno indotto a prendere altri più efficaci provvedimenti, onde allontanare dai nostri Domini qualunque danno e pericolo. Abbiamo pertanto determinato di fare avanzare il nostro reale esercito dentro lo Stato Romano fin dove l’urgenza lo richiederà, con la ferma volontà di ravvivarvi la cattolica religione, farvi cessare l’anarchia, le stragi e le depredazioni, ricondurvi la Pace, e porlo sotto il regolare Governo del suo legittimo Sovrano. Dichiariamo ai nostri amatissimi sudditi, agli abitanti dello Stato Romano, ed agli altri popoli dell’intera Italia che (lungi dal muovere guerra contro alcuna Potenza) il solo desiderio di provvedere alla loro sicurezza e di rendere il dovuto onore alla religione ci ha mosso a questa intrapresa nella quale Noi col soccorso del sommo Dio, secondati dai validi aiuti dei nostri grandi alleati e dall’opera delle Nazioni Italiane, speriamo avere felicissimi eventi. Noi stessi alla testa dei prodi soldati del nostro invitto esercito, dirigeremo le loro operazioni militari e ci impegneremo di fare uso delle loro forze nei soli casi di resistenza e di aggressione, mentre in ogni altro rivolgeremo le nostre cure soltanto agli indicati sacri oggetti della Religione e del riordinamento del Governo dello Stato Romano. Con tale prevenzione adunque esortiamo gli abitanti tutti del detto Stato Romano di deporre le armi nel momento dell’ingresso del nostro esercito nel loro territorio; di conformare a quelle disposizioni che saremo per dare in favore di essi e della salvezza comune, di facilitare con i possibili mezzi e aiuti la nostra giustissima intrapresa, e di essere sicuri che Noi, facendo uso della nostra naturale giustizia e clemenza, non solo proteggeremo e ricompenseremo i buoni e virtuosi, ma ancora raccoglieremo con paterno affetto i traviati che, pentiti dei propri errori, volontariamente ritorneranno nel diritto sentiero e si sottoporranno al nostro comando.

Inculchiamo pertanto a tutti di abbandonare ogni idea di vendetta per il danno che per la passata rivoluzione gli uni avessero agli altri arrecati e di astenersi da qualunque sorta di eccesso di rappresaglia, sotto pena della nostra reale indignazione, di essere trattati i contravventori come nemici della pubblica sicurezza.

Esortiamo parimenti i Generali e Comandanti di qualunque esercito estero di far subito ritirare tutte le loro truppe fuori dal territorio romano, senza prendere ulteriormente parte nelle avventure di quello Stato la cui sorte per ragione di vicinanza e per altri legittimi motivi interessa principalmente la nostra Regia Podestà. Infine manifestiamo che dal punto in cui il nostro esercito sarà entrato nel territorio Romano, vi sarà libera comunicazione tra le sue popolazioni e quelle del Regno, del quale per provvedere alla sussistenza delle Reali truppe ed al bisogno degli abitanti dello Stato Romano, faremo nel medesimo trasportare i generi necessari di viveri ed altre occorrenze.

Dal Quartiere Generale di S. Germano 14 novembre dell’anno 1798. Ferdinando

  1. Acton

(Nel registro VI “Iura” dell’archivio capitolare Santa Vittoria in Matenano, cc.362s. Nota: la guerra del re di Napoli contro la Repubblica Romana, risulta dichiarata il 23 novembre 1798 nel “Distinto ragguaglio della totale disfatta riportata sul formidabile esercito napoletano dalle invitte falangi della Grande Nazione” stampa dell’epoca.)

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Documento n. 6

Ascoli 5 febbraio 1799: sottomissione pacifica

= LIBERTA’   REPUBBLICA ROMANA   EGUAGLIANZA

LA MUNICIPALITÀ’ D’ASCOLI

Alle Popolazioni vicine, Perdono, e Pace per le Communi Armate del Tronto. Dopo varie trattative in iscritto, e a voce colla mediazione nostra, e per mezzo de’ virtuosi Ecclesiastici, Secolari, e Regolati, spediti in tutte le Comuni, il General Francese dimostrando la sua brama di fare cessare i disordini, e risparmiare le conseguenze funeste di una spedizione di Truppe sulle nostre Campagne, trovò il Comandante, e Capitani delle Popolazioni armate, nelle medesime disposizioni di procurare il maggior bene; Quindi in risposta ad un foglio dei prelodati Capitani de’ 4 Febraro furono sottoscritti i seguenti Articoli fissati dal prode, ed umanissimo Generale.

Ascoli 5 Febbraro 1799 V.S. 17 Piovoso, Anno 7. della Repubblica Francese.

Il Generale Francese vede con piacere, che i Montagnoli Insorgenti vogliono acconsentire alla Pace.

Le Truppe Francesi non possono farne, che di onorevole, e di giusto: in conseguenza il Generale Francese animato dal desiderio della Pace, non può donarla, che alla Condizione di già descritta cioè:

  1. Perdono generale per tutte le Communi.
  2. Tutte le Communi daranno un Ostaggio della loro sincerità alla Pace.
  3. Questi Ostaggi saranno sotto la risponsabilità di un’abitante di Ascoli.
  4. Niuno sarà ricercato nella sua passata condotta.
  5. Non sarà levata alcuna requisizione alle circostanze insorte.
  6. Nel Caso, in cui non possa trovarsi un Ostaggio ne’ Villaggi, il Generale Francese accetterà un Abitante, o Prete di Ascoli, che rappresenterà questo Villaggio. (…) Firme di 22 Comandanti (omesse)

 

ARTICOLO ADDIZIONALE

Se non si sono posti gli Articoli relativi al servizio della Religione, alle Campane, e alle Prediche, è perché questi Articoli non possono incontrare alcuna difficoltà poiché già sono accordati dal Capo medesimo delle Truppe, il quale da vari giorni ha dato l’ordine di far suonare le Campane, ed hà protette tutte le Chiese, e promesso il libero esercizio del culto; poiché in fine la facoltà la più intiera sopra questo punto è già accordata da un Proclama del Generai Dahesmer. Per scanzo di ogni equivoco, il Generale Francese conferma le disposizioni a questo riguardo.   Ascoli 17. Piovoso Anno 7. DARGOUBET

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Documento n. 7

PROCLAMA 26 maggio 1799 a Servigliano per l’insorgenza

Per FERDINANDO IV Re delle Due Sicilie e di Gerusalemme, ecc.

Il conte CLEMENTE NAVARRA

Brigadiere delle Truppe arrolate in massa, Napol. e Pontificie

«Ergete la fronte, Popoli generosi del Piceno. Eccovi il felice momento di ravvivare la nostra Santa Religione, di rimostrare il nostro attaccamento al Sovrano e di sottrarci da questa anarchia che sì barbaramente ci opprime. Correte tutti alle armi, e ricordatevi di quel ch’è scritto nelle Sagre Carte nel libro di Judith, cap. 15, v. 6: Omnis itaque regio omnisque Urbs electam Juventutem armatam misit post eos, et persecuti sunt eos in ore gladii quousque pervenirent ad extremitatem finium eorum.

Io vi chiamo a difendere la causa comune, fidate in Dio, nei grandi alleati, nel coraggio avito… Si agirà col massimo rigore delle leggi, perché ritorni il buon ordine, facendo noto a tutti con questo Editto, che in ciascun paese siano reintegrate le Magistrature, alle quali inculco di proibire affatto, che truppe di gente armata dal capriccio, col pretesto della buona causa, vadino scorrendo per le campagne e paesi, arrestando delle persone, e farsi lecito di saccheggiare, fucilare, ed incendiare. Chiunque ardirà ciò tentare sarà considerato come nemico dello Stato, e punito come tale. Ogni truppa armata dovrà dall’invitto mio generale de Donatis, o da me dipendere, né si riconosceranno altre truppe, che quelle da Noi disposte, ma gli abitanti tutti siano preparati a prendere le armi al suono delle campane a martello; ed accorrere al bisogno, se mai truppa nemica ardisse attaccarci, avvertendo, che quel paese, che tardasse ad accorrere, sarà dichiarato ribelle, e come nemico della patria militarmente castigato. Epperò voi tutti del clero, e specialmente voi, Pastori delle Anime, concorrete ad una impresa così gloriosa, e destate con vivezza le scintille della Pietà, e del languente costume, e fate risorgere fra le vostre contrade la purità della infallibile Nostra Religione, e tentare ogni mezzo coll’esempio, e colla voce, perché ritorni in noi quella pace, che finora ci è stata sì barbaramente rapita. Chiunque vorrà con Noi prendere le armi in questa sì nobile gara, si presenti a me, e agli Uffiziali maggiori per avere le necessarie istruzioni e per essere autorizzati colle patenti del Re delle Due Sicilie e più d’ogni altro io chiamo coloro che con eguale valore e fedeltà diedero prova allorché erano aggregati alle truppe Pontificie.

Dato dal Quartiere gen. di Servigliano, questo dì 26 maggio 1799. »

Documento n. 8

PROCLAMA: Ascoli 27 maggio 1799 per l’insorgenza

= FERDINANDO IV PER LA GRAZIA DI DIO RE DELLE DUE SICILIE DI GERUSALEMME ECC.

  1. DONATO ANTONIO DE DONATIS GENERALE IN CAPO DELL’ESERCITO IN MASSA PER LA SUA MAESTÀ’, CHE DIO LA GUARDI

«Popoli di Acquaviva aprite ormai gli occhi alla luce del giorno. Sentite la voce di uno, che ama il vostro vero bene. O Voi stringete le armi in favore delle nostre vittoriose truppe, ed allora troverete in Noi un amico sincero, ed affettuoso, che lungi dal prendere vendette delle vostre insolenze passate addosserà la valida protezione e di Voi, e delle sostanze vostre: o vi dichiarate nostri nemici, ed allora aspettatevi pure, che Noi con tutte le nostre forze affronteremo i vostri fuochi, vi piomberemo addosso, vi saccheggeremo usando ogni rigore militare. Pensate a Voi: decidete con prontezza e dentro due ore mandatene la risposta ».

Ascoli, 27 maggio 1799.

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Documento n. 9

Insorgenza: 26-29 Maggio 1799 a Castel Clementino

Dì 26 del corrente mese di Maggio: si manifestò a Castel Clementino il piano di una controrivoluzione da eseguirsi con l’aiuto e intesa degli Insorgenti Napoletani, alla cui testa si pose Clemente Navarra con la carica di Brigadiere a lui conferita da D. Donato De Donatis, generale in capo dell’Armata in massa Napoletana. Con l’intesa, come dicono, che la mattina seguente dovesse ivi giungere l’avanguardia di tale armata. La mattina del divisato giorno si cercò che i Parroci di detto luogo avessero predicato dall’altare di doversi tutti venire contro i francesi; ma i Parroci mostrarono ripugnanza di farlo, e il curato Burocchi per non esserci obbligato pensò di celebrare nella sua chiesa. Nonostante s’inalberò la Bandiera Napoletana, e si affissero editti con i quali s’invitava il popolo ad unirsi e si ordinava il ristabilimento delle antiche magistrature. La Terra di Santa Vittoria si accomodò per prima a seguire tale piano. Vi si atterrò l’Albero, si unirono delle persone, e alla testa uscì il noto Majeschi il quale si mostrò meno impegnato. Dietro tali incitamenti il giorno appresso 27 detto, la campana di Castel Clementino, che aveva cominciato a suonare a martello insieme col tamburo la sera innanzi seguitò a fare lo stesso

fin dalle otto della mattina e lo stesso si fece in Santa Vittoria, per adunare gente. Il dopopranzo di tale giorno si sentì simile furore e rimbombo di tamburo in M. S. Martino dove però non accorsero se non pochissimi contadini, che, sentito il motivo, amarono meglio di tornarsene alle loro faccende della campagna.

Ieri mattina 28 si intese lo stesso suono in Sant’Angelo <in Pontano> dove era stato dichiarato capitano Giuseppe Gentili. Per buona sorte di questo luogo, la commissione di fare lo stesso fu data all’Egamennoni insieme con la patente di capitano e i proclami da affiggersi, con ordine di eseguire tutto appena qui ritornato. Ma poiché la patente l’aveva presa per forza, come dice, non eseguì punto l’addossatagli commissione, cosicché questo luogo si preservò immune fra l’incendio che ardeva in ogni intorno, e siamo stati solo spauriti di quello che facevano gli altri, fino alle ore 14 circa del giorno di ieri, quando si intesero dalla parte di Castel Clementino delle scariche di moschettieri, che, ignorando noi cosa significassero, senza pensare alla zuffa che vi seguì col distaccamento della truppa francese e insorgenti, non sapevamo indovinare la causa. Se ne concepì però un sospetto, al vedere per mezzo del cannocchiale, che truppa di gente dalla parte di Falerone andava direttamente a quel luogo, e passava il fiume senza scalzarsi. L’eccidio seguito fu poi saputo da persone che, per curiosità di sapere, s’inoltrarono verso quella parte e più in dettaglio si raccontò iersera, e questa mattina. I morti insorgenti sono stati almeno venti. Tra questi il figlio del Navarra che fu incontrato dalla truppa vicino al molino di Falerone, mentre con 50 insorgenti circa, andava in Falerone, e il capitano benedetto Gualtieri fu ucciso poi in casa al tempo del saccheggio, che fu dei più feroci, con altri vari dei quali non so il nome, e fra questi la persona che stava a suonare le campane a martello, la quale fu sbalzata dalla torre. Secondo le relazioni che giungono, oltre allo spoglio generale fatto in tutte le case di quanto vi era – e vi era molto in alcune specialmente, che non si persuadevano di tale visita – vi è stato il massacro di tutto il mobilio che non si poteva trasportare. I cristalli e i vetri delle finestre furono rotti, i parati lacerati, i comò, i tavolini, le sedie, fatti in pezzi. Insomma si fece un macello e di carne e di roba, come ognuno può figurarsi e come si sentirà più dettagliatamente in appresso.

La sera innanzi <27> di questo tragico fatto si erano fatti arrestare e condurre in quel quartiere generale (così denominato quel luogo dal proclama) il Valeriani e il Venantini di Santa Vittoria; altri di là erano fuggiti, come avevano fatto parimenti altri da Falerone, il cui popolo, come quello di Montegiorgio, era stato il primo ad accorrere per arruolarsi.

Il Brigadiere Navarra si salvò con la fuga, e così si salvarono altri uniti con lui, che presero la fuga chi per una parte e chi per un’altra. La truppa poi che si aspettava dalla parte di Ascoli la mattina del 27 non era giunta e non giunse, perché a Mont’Alto trovò delle resistenze. Il Majeschi che aveva tanto brigato è restato morto anche lui. Raccontano che alle ore 4 del 26 partisse dal quartiere

generale e se tornasse a Santa Vittoria, cosicché non fu presente alla zuffa, ma inteso poi quanto successo, dicono che tornasse là per comprare delle robe prese nel saccheggio e che da quattro contadini fosse ammazzato avendogli trovato addosso molti “pezzi duri”.

Non mancò poi neppure qui una scenetta e fu che alle (ore) 19 circa di ieri 28 si presentò il capitano Giuseppe Gentili con sette altre persone del seguito, entrati per la porta del forno, i quali direttamente andarono alla porta del convento di San Francesco, andando dicendo per la strada Napoletani! Napoletani!

Appena smontato di cavallo il capitano suddetto, invece di entrare in convento, fece sul momento arrestare Giovanni Vecchi che passava in quel punto, e poi per la stessa strada, se ne ritornarono indietro senza far altro. Giunti avanti alla casa di lui, si fece incontro la moglie che si mise con le lacrime a scongiurarli di lasciarle il marito; ma il capitano diceva di condurlo al quartiere generale (che non so dove fosse) e gli altri di farlo a pezzi fuori della porta come Giacobino e supposto reo di aver <informato> i francesi perché venissero contro Castel Clementino. Il fatto è che lo condussero fino a San Rocco, ma poi, sopraggiunto il padre e don Santi Luccarini, li cominciarono a pregare di nuovo del rilascio; e sul giuramento che prestò don Santi che non fosse Giacobino, e che non aveva mai avuto alcun carreggio lo dimisero e se ne andarono per i fatti loro.

Ecco la storia genuina dell’accaduto nelle nostre vicinanze, e qui preghiamo Dio che le cose finiscano così. Ma temo di peggio. Pacifico Cornacchia di Santa Vittoria, arrestato dai contadini, fu condannato a Mont’Alto. Andreozzi restò ferito in faccia. Marinelli scampò la morte fuggendo in certi fossi. Majeschi rimase ucciso. Tutti questi andavano uniti a Castel Clementinoper ottenere dal comandante francese che non facesse andare la truppa a Santa Vittoria, dove si credeva <fosse> diretta dopo il sacco di Castel dementino.

(Autore anonimo probabilmente faleronese di un manoscritto n. 946 presso la biblioteca comunale di Macerata qui riferito in trascrizione corretta per l’ortografia)

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Documento n. 10

IL COMANDANTE GENERALE DELLA MONTAGNA GIUSEPPE CELLINI AI POPOLI DELLO STATO PONTIFICIO – INDIRIZZO –

Ascoltate, o Popoli amici, la voce di chi ama il vostro bene. Non è più tempo giacere in una colpevole inerzia, e sostenere più lungamente una fatale indifferenza. Tutti i vostri Fratelli limitrofi all’Abruzzo Ultra e Citra colle anni in mano già sono in Campo. Essi sull’esempio dei valorosi Sanniti, e da loro scortati, han combattuto e son vincitori. Entro le mura de’ loro Paesi più non spira liberamente l’aria impura, né alcun Francese, né verun perfido Giacobino. Sì l’uno, che l’altro si trova fra’ ceppi, o pallido fugge, e ramingo. Quanto audace si mostra questa infida genìa nel vederci avviliti, tanto vile or si dimostra vedendo il nostro coraggio, l’unione e i progressi delle nostre armi. Queste già spiegano su una ben larga estensione la sua energia. E’ stato un punto, un punto solo investir Norcia, Cascia, Visso, Serravalle, Ponte della Trava, Camerino, Ascoli, Mandola, Comunanza, 5. Vittoria, Montalto, Monte di Novo, Affida ecc. ecc. occuparli, e sollevarli. E’ brava la gente, che muove all’impresa, esperti i Duci che la guidano.

Or siam giunti al felice momento, in cui tutta la fiorente un dì, ed ora languida, e desolata Marca è per prendere l’Armi su cui dietro al divin soccorso, è riposta la propria, e l’altrui salvezza. Correte, o Popoli amici, correte ad unirvi con Noi. Non dubitate, la vittoria è nostra. Non vi è più da temere. I Mari, che bagnano la bella Italia, appena reggono a sostenere gl’immensi Legni Inglesi, Moscoviti, Lusitani, Ottomani. Poche di essi si sono presentati in Ancona, e pochi colpi di Cannoni han fatto sentire a quella bloccata città; e nondimeno han destato in essa la più spaventevole costernazione.

L’invitte Falangi Austro-Russe sono arrivate a Bologna. A Soffia è giunto il real Principe di Napoli con il Figlio del Gran Signore conducente un Esercito sorpendentissimo. Da altra parte vola a prestarci aiuto l’immortale Cardianal Ruffo. Noi ci troviamo con numerosa Leva in Massa, al cui fianco vedesi la intrepidezza, il coraggio, la vittoria. Fiancheggiati, protetti, alleati, assistiti da tante Forze, ditemi, vi può essere da temere? Non vi fate ingannare da certi spiriti deboli, o maliziosi Allarmi, Allarmi.

A ciò vi obligano i doveri della propria coscienza, l’amor della Patria, la fedeltà giurata al Sovrano, la Professione di nostra Santa Religione, la quale, sussistendo, per altro breve tempora Cabala Filosofica, Ateistica, Massonica, va ad annientarsi nei nostri Paesi; vi obbliga il bene delle vostre Famiglie, la tenera vostra Figliolanza, che riclama il Cristiano costume, e la sana educazione; vi obbligano il pericolante onore delle vostre Mogli, il pudore compromesso delle vostre Figlie, i beni già invasi, i diritti violati, le proprie persone colle minacce, e colle armi tante volte investite. Se all’aspetto di santi motivi, e di sì potenti aiuti voi non vi scotete, voi siete colpevoli. Tremate. Il colpo desolatore poco

sta a piombarvi sulle Persone, e sulle Sostanze. Odiosi a Dio, al Sovrano, al Popolo fedele, che aspettar mai non vi dovete di avverso? Deh! riunitevi con noi, e non soffrite alcun disastro.

Giacobini, rovesciatori del Trono, sacrileghi invasori de’ Beni Ecclesiastici, Profanatori de’ Luoghi Sacri, Distruttori dell’Ordine sociale, Increduli, Miscredenti, Depravatori del buon Costume, Soldati della Cabala Ateistica voi impallidite, e ponete le ali ai piedi. Ma, che giova? L’arco feritore è rivolto contro di voi. Molti de’ vostri pari o son caduti, o son fra le ritorte. Lo so, voi fuggite: ma dove alla fine miseri andrete? Ovunque strascinate l’indegna esistenza, seguiravvi il rimorso tormentatore: ovunque troverete nemici; ovunque l’odio, l’esecrazione vi accompagnerà. Giacobini ricredetevi. Ancora siamo in tempo. Abbracciate anche voi la difesa della Causa comune, e sarete salvi. Ma se per altro breve spazio vi restarete ostinati nel partito Filosofico, guai a voi; siete perduti. Tremate.

In Camerino dal Quartiere Generale 5, Giugno 1799 G. Cellini Comand. Gener. In Capite.

In Camerino 1799. Per Vincenzo Gori.

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Documento n. 11

Difesa repubblicana: Ascoli 4 giugno 1799

LIBERTA’           EGUAGLIANZA      REPUBBLICA FRANCESE

Dal Quartiere Generale d’Ascoli li 16 Pratile Anno VII della

Repubblica Francese una, ed indivisibile.

MONNIER Generale di brigata Comandante in Ancona, e ne’ tre Dipartimenti riuniti in istato d’Assedio

La Città d’Ascoli, divenuta il soggiorno de’ Briganti Abruzzesi, ha posto il Dipartimento nel rischio di perdersi. Gli Abitanti di questa Città ribelle avevano già presa la Coccarda rossa, e trasformate in autorità Monarchiche le autorità tutte della Repubblica. Essi han dirette le orde de’ Briganti co’ quali eransi unite, e quest’uomini infami, vantando il nome di Dio, del Re, e de’ Preti, han commesso i più detestabili eccessi sulle persone, e se ne hanno usurpato tutte le mobili proprietà, ovunque si son presentati. Le prime lor vittime sono state le Comuni di Offida, di Castorano, di Colli, dì Pagliare, di Monte Prandone, e nelle Campagne che se estendono fino a Montalto.

Non potendo sì fatti eccessi non eccitare la generale indignazione, debbon essi risvegliare tutta l’energia delle autorità Civili, e precisamente dalle Guardie

Civiche, per opporsi vigorosamente alle intraprese, che tentar potessero nuovamente gli enunciati Briganti.

Le Truppe Repubblicane si misero in moto: I Briganti sono stati battuti a S. Benedetto, a Ripatransone, in Acquaviva. Hanno fatta la lor ritirata in Ascoli, e là si erano fortificati. La Città La presa d’assalto dopo due ore di combattimento. Questo giorno è stato spettatore delle nostre complete vittorie, e gli scellerati sono stati puniti. Tutti coloro, che non hanno imitato il lor Generale nella fuga, sano caduti sotto i colpi Repubblicani.

Le Truppe, ch’io lascio nel vostro Dipartimento, occupano delle posizioni vantaggiose. Sarà però stabilita, sotto la sorveglianza dell’Amministrazione Dipartimentale, un Cordone sul Tronto composto della Guardia Civica. Una colonna mobile si metterà subito in azione per portarsi su tutti i punti minacciati, ed occupati dai Briganti suddetti.

Ogni Brigante arrestato sarà fucilato sull’istante. Le Comuni, che non si opporranno al loro ingresso, incorreranno nelle pene già significate nel Proclama del giorno 14 (2 giugno).

Signato MONNIER

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Documento n. 12

Ladroneggi degli insorti, luglio 1799, Ascoli

GIUSEPPE COSTANTINI ALIAS SCIABOLONE COMANDANTE LE TRUPPE IN MASSA PER SUA MAESTÀ’

FERDINANDO IV E POTENZE ALLEATE

Io sono informato dei continui ladroneggi che tuttodì si commettono sì in mobili che in bestiami a svantaggio di pacifici contadini. Sono esacerbato oltremodo per tali misfatti e ne prenderò le misure le più forti. Sotto pretesto di nuocere ai giacobini, si commettono l’empietà le più esacrande. Nessun individuo ha il diritto di ciò fare, ancorché il sapete, ma compete al solo sovrano. E’ questo un procedere che si oppone alla Religione Cattolica ed alle leggi di qualunque Governo. Il fulmine del castigo sta per piombare sopra a quelli che invece di desistere da un tal procedere non restituiranno sull’istante ciò che ànno rubato contro ogni diritto di natura e contro la legge di Dio. Io parto sì per unirmi al prode Generale La-Hoz e battere i Francesi; ma guai a quelli che prenderanno a scherzo questa mia risoluzione. Sarò inesorabile anche co’ miei più stretti di sangue.

Ordino però che subito si rimettino i massari ne’ rispettivi paesi i quali formeranno un processo a quelli ritengono o hanno preso bestiami.

Tutti gli abitanti de’ paesi e contadini si uniranno ad arrestare questi

perturbatori del buon ordine. In caso disperato e di resistenza, li autorizzo a far fuoco a tal razza di gente tanto perniciosa alla società.

Questo ordine stampato che sarà, voglio sia affisso in ogni paese e pubblicato nelle Chiese dai rispettivi curati.

Dal Quartier Generale di Lisciano 16 luglio 1799.

LUIGI ANELLI Segretario.

 

Documento n. 13

REGGENZA a Macerata, 20 agosto 1799

L’IMPERIALE – REGIA – PONTIFICIA REGGENZA DELLA MARCA DI FERMO E DI ANCONA

EDITTO

Per supplire alle immense spese, che seco porta il mantenimento di una Truppa attualmente impiegata alla difesa di una causa tanto nobile, e gloriosa, necessita ricorrere sull’istante a dei temperamenti quanto pronti, altrettanto capaci a produrre tutto ciò, che faccia d’uopo al servizio della medesima. Avrebbe voluto l’imperiale-Reggia-Pontificia Reggenza dispensarsi dall’addossare alle Popolazioni qualunque più piccolo peso, ma I’ urgenza dell’affare, e la santità della causa, che si è impresa a trattare, e che siam prossimi a sentire finalmente decisa, esiggono nuovi sforzi da tutti. Quindi è, che dopo le più mature riflessioni, e li scandagli più esatti, quello essendosi creduto il temperamento meno sensibile di ricorrere all’imposizione di un Testarico, regolato però, e diviso nel caso presentaneo in quattro diversi gradi, si è trovata nella circostanza di determinare, come appresso.

Primo = Tutti gl’individui delle Famiglie Nobili, o ascritte in primo grado in qualunque Città, o Terra, comprese in questa Classe le Comunità Religiose, dovranno subito sborsare in mano dei rispettivi Esattori pubblici a quest’effetto deputati uno scudo per cadauna Testa, con l’obbligo di pagare per ciscun Uomo o Donna di servigio paoli tre moneta di rame.

Secondo = Tutti gl’individui delle Famiglie del secondo ceto, o grado, del primo , e secondo de’ Castelli, e de’ Mercanti saranno tenuti per lo stesso titolo pagare bajocchi 40 per cadauno, t ame sopra.

Terzo = Tutti gl’individui delle Famiglie di qualunque altro grado, o ceto saranno obbligati pagare bajocchi dieci per ciascuno come sopra.

Quarto = Tutti li Coloni dovranno pagare bajocchi cinque per ogni testa come sopra.

Macerata dalla Reggenza 20 Agosto 1799.

(Omissis)

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Documento n. 14

<RICORDO DEI NAPOLETANI A PEDASO>

– 25 agosto 1799

È giunto finalmente in questo nostro castello di Pedaso la Real Truppa dell’Invitto Re delle due Sicilie, comandata dal prode Generale Don Donato de Donatis tanto da noi aspettato, e desiderato, ad oggetto di condursi sotto la Piazza di Ancona, dentro la quale i malvagi Francesi e i loro cinque Partitari sonosi riuniti fuggendo. Mercé un tal forte e valoroso soccorso speriamo ora vicino l’esterminio di quella perfida gente, che resiste ancora alle forze delle Potenze alleate, e speriamo altresì di vedere sollecitamente restituita l’intera tranquillità a queste nostre contrade. Intanto, siccome abbiamo ammirato la moderatezza di detta Real Truppa, che, per li vari provvedimenti dati dal riferito signor Generale, non ha recato la menoma molestia e niun danneggiamento agli interessi ed alle persone di questo castello nostra patria, così ne produciamo un completissimo Avviso al pubblico, onde tutti si esultino di giubilo e di contentezza.

Pedaso, 25 agosto 1799.

Li residenti

NICOLA BERNARDINI, Vie. for. e Dep. eccl.

PROTASIO TEODORI, Govern. locale,

BENEDETTO ROSSI, Segretario.

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Documento 15

ARMISTIZIO PACATO, 13 novembre 1799

LIBERTA’             EGUAGLIANZA           REPUBLICA FRANCESE

Ancona Assediata li 23 Brumale Anno 8vo della Republica

Tra il Generai di Brigata. MONNIER’ Comandante in Capo la Divisione di Ancona autorizzato, dal Consiglio di Guerra tenuto a questo effetto di trattare la Resa di Ancona.

Ed il Sig. Barone di FRELTCH Luogotenente Generale di Sua Maestà Imperatore, e Re, Comandante in Capo le Truppe che assediano Ancona.

La. presente Capitolazione è stata discussa, risoluta, decretata irrevocabilmente nel modo che siegue.

 

ARTICOLO PRELIMINARE

Il Generale Comandante la Divisione d’Ancona, e le Truppe sotto i suoi ordini considerando, che la Capitolazione ¡1 « Fano segnata li 8 Termidoro scorso tra le Truppe Repubblicane Francesi, ed il Sig. Comand. le Truppe Russo-Turche è  stata. Violata nella sua esecuzione per lo stesso Comandante.

Considerando, che la morte sarebbe preferibile al disonore di trattare con delle Autorità che non conoscono il Diritto delle genti.

Vista la situazione, in cui si trova la divisione d’Ancona, e vista la quarta, ed ultima intimazione di resa fatta dal Sig. Barone BRELICH, Luogotenente Generale al servizio di Sua Maestà Imperatore, e Re, Comandante, in capo le: Truppe assedianti Ancona.

Dichiara, che egli non vuole entrare in Negoziazioni, che colle Truppe, ed il detto Luogotenente Generale al servizio di S. M. Imperatore, e Re.

 

CAPITOLAZIONE – ARTICOLO I.

Le Truppe della Guarnigione di Ancona, e Forti annessi al giorno, ed ora, che saranno convenuti, sortiranno dalla Piazza con tutti gli onori della Guerra, cioè: Con Tamburo battente, Bandiere spiegate, Miccio acceso, avendo alla testa due pezzi di Cannone di Campagna coi loro Cassoni, più uno d’Infanteria per rendersi in Francia per la via di terra la più comoda; Soldati, Ufficiali, Generali, ed ogni Militare si di terra, che di mare il Console della Republica Francese, gl’ Impiegati, e agenti Civili, e Militari porteranno seco le loro Armi, Effetti, e Proprietà personali di qualunque genere.

Saranno riguardate come Truppe della Divisione di Ancona, e saranno trattate sotto tutti i rapporti come Truppe della Republica Francese i Cisalpini, Romani, ed altri Italiani formati in Legioni, Battaglioni, o Compagnie, che portano le armi nella detta Divisione.

ARTICOLO II

La Divisione sarà accompagnata, e protetta nella sua marcia sino ai Posti awanzati dell’Armata Francese in Italia da un determinato corpo di Truppe Imperiali Comandate da un Uffiziale dello Stato Maggiore.

ARTICOLO III

La Divisione, che si porterà in Francia per la via che essa giudicherà la più comoda,, marcierà a spese di S.M. Imperatore, e Re:

Ogni Militare, o impiegato riceverà la Razione di ogni genere, e l’alloggio competente al suo grado secondo le Leggi, e Regolamenti Francesi. La marcia non sarà, forzata, ma regolata militarmente dietro quella dell’Infanteria Francese. Il Genera MONIER Comandante la Divisione farà di concerto coll’Uffiziale di Stato Maggiore Austriaco la determinazione dell’alloggio, o accampamento, se sarà giudicato convenevole, come, pure delle ore di partenza, e luoghi di dimora.

Risposta: Le Truppe della Guarnigione di Ancona, e dei Forti annessi sortiranno nel giorno, ed ora convenuta dalla Piazza con tutti gli onori di Guerra richiesti per rendersi in Francia come Prigionieri di Guerra, e non serviranno contro S.M. Imperiale, e contro i suoi Alleati che dopo un perfetto Cambio.

La Truppa deporrà le Armi nel luogo che sarà fissato da un Articolo Addizionale; i soldati e sotto Uffiziali conserveranno le loro muciglie, il Generale Comandante la Divisione, il Console della Repubblica Francese, i Generali, Uffiziali di terra, o di mare, gli Impiegati Civili e Militari conserveranno le loro Armi, Cavalli secondo i loro Gradi, ed i loro Effetti Personali.

Il Generale FRELICH volendo dare una prova di stima alle Truppe della Guarnigione per la Difesa coraggiosa, e contro ogni aspettativa, che esse hanno fatto, accorda ai Sotto Uffiziali il diritto di portare le loro Sciabole per rendersi al loro destino.

E per dare alla Divisione tutta, non meno che al General MONNIER, che la comanda un attestato della considerazione particolare, e della stima di nazione a Nazione contraenti, gli concede una Guardia di onore composta di quindici Uomini a Cavallo montati, armati equipaggiati, e di trenta Carabinieri Armati.

ARTICOLO IV

Sarà accordato a spese di S. M. Imperatore, e Re il numero de’ Carri attaccati, necessarj al trasporto degli Effetti personali degli Uffiziali, Impiegati, Consigli d’Amministrazione, e dei Depositi dei Corpi della Divisione: Il numero dei detti Carri sarà, convenuto d’appresso lo stato dei bisogni, che fornirà il Commissario di Guerra Francese

Il Generale Com. la Divisione, il Console della. Republica Francese, i Generali di Brigata Lucotte, Pino, Palombini, il Capo dello Stato Maggiore della Divisione, i Comandanti del Genio, e dell’Artiglieria, il Pagatore della Divisione, i Commiissarj di Guena, e della Marina Francese, l’Agente del Commissario Civile sono autorizzati di condurre ognuno il. loro Carro coperto pel trasporto delle loro Carte di Amministrazione, come di. Contabilità, ed i loro Effetti personali qualunque.

Risposta: Accordato ma a condizione che sarà Consegnato, da chi ne avrà il dritto, al Sig. Generale Barón di FRELICH l’attestato, che le Balle degli Uffiziali e Furgoni coperti non contenghino effetti di proprietà pubblica.

ARTICOLO V

I Bastimenti da Guerra della Repub. Francese, e Corsari coi loro Uffiziali, Impiegati in Amministrazione, ed Equipaggi si renderanno in uno dei Porti della Republica nello stato che si. ritrovano al momento della sottoscrizione della Capitolazione, muniti di Passaporto, e sotto la garanzia di S. M. Imperiale.

I viveri saranno forniti a spese della detta Potenza a ragione del viaggio.

Risposta:

INAMMISSIBILE ma se le Corsare la LUPE e la VENDETTA uscite dal Porto, e potendosi ripresentarsi di nuovo, rientreranno dopo la Capitolazione, li Marinari, che ne compongono l’Equipaggio, avranno la medesima sorte, che le Truppe esistenti attualmente nella Piazza.

ARTICOLO VI

I Malati dello Spedale della Divisione che potranno essere trasportati, lo saranno a spese di S. M. Imperatore, e Re coi viveri, e medicamenti e Casse di Chirurgia, ed Uffiziali di Sanità sufficienti pel viaggio d’Ancona in Francia.

Gli Ammalati, che senza pericolo, non potranno essere trasportati, resteranno in Ancona; essi saranno protetti come un Deposito Sacro, e trattati come gli Ammalati di S. M. Imperiale.

La Divisione li confida alla lealtà ed umanità della Nazione Austriaca.

II  General MONNIER gli determinerà il numero degli Uffiziali di Sanità, ed Infermieri indispensabili sotto la sorveglianza d’un Uffiziale Militare Francese, e di un Commissario di Guerra.

Subitochè il detto Uffiziale, Commissario richiederanno il trasporto dei Convalescenti o per mare, o per terra, secondochè sarà più convenevole al loro stato, gli verrà religiosamente accordato.

ARTICOLO VII

I Prigionieri fatti tanto durante il corso dell’Assedio d’Ancona che nelle Spedizioni precedenti, e che sono in Ancona, o sopra i Bastimenti Russo-Turchi o nella Divisione occupata dal Sig. Generale FRELIGFI, saranno resi da una parte, e dall’altra immediatamente dopo la sottoscrizione della presente Capitolazione e parteciperanno delle disposizioni contenute ne’ suoi Articoli.

Risposta:

ACCORDATO, per li Prigionieri Francesi solamente, che si troveranno ancora nella Divisione del Sig. Generale FRELIC

ARTICOLO VIII.

Tutti gli Individui di qualunque Nazione, o Religione essi siano abitanti nella Città d’Ancona , o che vi si trovino, e segnatamente gli Ebrei non potranno essere inquietati, molestati, né ricercati direttamente, o indirettamente essi, e le loro famiglie sul sospetto, e per la manifestazione delle loro opinioni civili, politiche, e religiose, come per li fatti che sono risultati, pendente il cangiamento del Governo nel Territorio Romano.

Questa disposizione risguarda quei fra loro, che hanno preso le armi, o esercitato degli impieghi Civili, o Amministrativi durante quest’epoca, e che verrebbero molestati per le loro ingerenze.

Risposta:

Il Governo Austriaco farà rispettare il diritto delle Genti verso li Cittadini senza distinzione di opinioni, o Religioni, purché si sottomettino alle leggi.

ARTICOLO IX.

La Commissione Amministrativa d’Ancona, i Membri anteriori delI’Amministrazioni Centrali dei Dipartimenti del Tronto, Musone, e Metauro, dei loro Tribunali, e Municipalità, gl’impiegati in tutti questi corpi Politici, ed i Patriotti della Republica Romana, come pure li Cittadini., e Sudditi delle Potenze alleate della Republica Francese, che vorranno seguire la Divisione d’Ancona, Essi, le loro Famiglie, ed effetti avranno la liberà più intera, né potranno essere ritardati, né impediti sotto qualunque pretesto.

Risposta.

L’Autorità Militare proteggerà l’esecuzione del presente Articolo, uniformandosi alla risposta fatta nel precedente Articolo.

ARTICOLO X.

Le Vendite, e Cessioni dei Beni, fondi situati in Ancona, e suo Territorio, come anche nei Dipartimenti Musone, Tronto, e Metauro sì autorizzate dal Consolato Romano, che dalla Repubblica Francese saranno mantenute inviolabili

Risposta:

Il Sig. Generale FRELICH non puoi decidere, e lascia l’assoluzione di questo articolo ai Gabinetti.

ARTICOLO XI

Li Cittadini Francesi, e loro alleati potranno alienare, o fare trasportare come a loro più piacerà per terra o per mare a loro spese gli effetti, e mercanzie da loro acquistate sino a quest’oggi.

Risposta:

Accordato; se gli Effetti, e Mercanzie non provengono dai Bastimenti, e Carichi presi dai Corsari sopra i Sudditi di S.M. Imperiale, e che non sarebbero stati giudicati di buona preda.

ARTICOLO XII

Sarà permesso alle persone comprese negli Articoli 8. 9.10. 11. di disporre delle loro Proprietà fondarie, e mobiliarie di venderle, o alienare, o percepirne l’entrate, come a loro piacerà: potranno egualmente in caso di vendita, o alienazione trasportarne esse medesime l’amontante, o inviarlo a loro piacimento nei luoghi, ch’essi desidereranno in Oro, Argento, Viglietti a ordine, o Cambiali.

Le suddette Persone potranno in conseguenza nell’intervallo dei sei mesi a contare dal giorno della sottoscrizione della Capitolazione continuare esse medesime la vendita dei loro Beni, e l’esigenza dei loro Crediti con tutta quiete, se esse non amano meglio abbandonare il Paese colla Divisione d’Ancona, e lasciare i Procuratori generali, e speciali, i quali godranno della protezione, di cui avrebbero goduto restando in Ancona.

Risposta:

ACCORDATO, se i Beni, di cui si tratta non erano di pertinenza dell’Antico Governo, delle Comunità Religiose soppresse; o dei Particolari Emigrati.

ARTICOLO XIII.

I Consoli di Spagna, e di Genova avranno la facoltà di restare in Ancona per lo spazio di sei mesi per terminarci i loro interessi con tutta garanzia delle loro Persone, Famiglie, Proprietà, e Carte Personali, o risguardanti le loro Amministrazioni, se meglio non amano ritirarsi colla Divisione d’Ancona, ed in tal caso saranno trattati come il Console della Rep. Francese.

Risposta:

I detti Consoli saranno rispettati, e protetti.

ARTICOLO XIV.

Se vi fosse qualche Articolo nella presente Capitolazione soggetto o qualche oscurità sarà interpretato secondo I’equità a favore della Divisione d’Ancona.

ARTICOLI ADDIZIONALI.

  1. La Cassa del Pagatore della Divisione, i Viveri, ed effetti dei magazzeni della Rep. Francese saranno rimessi appresso ricevuta nelle mani dell’Assediarne, segnata che sarà la Capitolazione.
  2. L’artiglieria dei Forti, del Porto, della Piazza, ed oggetti annessi, le Piante, e Carte relative alle Fortificazioni, ed all’interesse militare del Paese, saranno rimesse ai Commissarj , che saranno destinati per riceverli, dopo averne fatto Inventario, e rilasciata Ricevuta.
  3. Li disertori dell’una, e l’altra parte saranno restituiti.

Risposta:

CONVENUTO per li Disertori Austriaci solamente

  1. Per la garanzia, ed esecuzione di tutti gli Articoli della Capitolazione saranno dati degli ostaggi, ed il Sig. Barone di FRELIC Tenente Generale Commandante le Truppe Assedianti Ancona si rende responsabile della sicurezza della

Divisione dal momento dell’occupazione dei Posti sino al suo destino, come anche dei danni che potrebbero esser fatti a quelli, che la compongono.

  1. Segnati che saranno gli Articoli della Capitolazione, i Picchetti delle Truppe di S. M. Imperatore, e Re occuperanno le Porte di Francia, e Farina in numero eguale, e congiuntamente ai Francesi.
  2. Ventiquattro ore dopo la sottoscrizione dei ridetti Articoli le Truppe della Divisione d’Ancona evacueranno i Forti, e la Piazza in una sola Colonna con tutti gli onori della Guerra ottenuti nell’Articolo primo: si renderanno il medesimo giorno a Sinigaglia con le loro armi, che deporranno, eccettuati li Militari, ed Impiegati, che devono conservarle.

Risposta:

Convenuto, ma la Truppa Prigioniera deporrà le sue Armi a Fiumesino.

Fatto, convenuto, e decretato in Ancona li 23. Brumale an. 8, della Republica Francese una ed indivisibile.

Il Generale di Brigata Comandante la Divisione d’Ancona MONNIER

Sottoscritto Piè della Croce 13 Novembre 1799.

FRELIH Tenente Generale

DOCUMENTI RELATIVI ALLE INSORGENZE NEL PICENO NELL’ANNO 1799

a cura di Carlo Tomassini

Documento n. 1

Lettere di Pio VI e Giuseppe II d’Asburgo – 3 e 19 agosto 1782

= PIO VI. Prevalendoci di quella amichevole libertà che piacque alla M.V. gentilmente esibirci, cioè che quando avessimo inteso che fosse per farsi da V.M. alcuna mossa, che avessimo creduta discorde dalle buone regole e pregiudizievole alla Religione, ne avessimo scritto confidenzialmente in dirittura alla M.V. Quindi è che essendoci pervenuto all’orecchio che V.M. vada pensando di togliere tutti i fondi alle Chiese ed agli ecclesiastici della sua monarchia, e ridurli semplici pensionarj, non possiamo dispensarci di pone in vista che se si effettuasse un tal pensiero, ridonderebbe alla Chiesa una lacrimevole lesione ed ai buoni uno scandalo irreparabile. Non è di nostra ispezione entrare nel politico e nell’economico de’ suoi Stati – benché in questa parte non cediamo a qualche Affezionato suo per ogni di lei giusto vantaggio — tuttavia non dobbiamo prescindere dai riflessi di deperizione delle rendite ecclesiastiche che coll’amministrazione da farsi dai secolari dei fondi non propri, dell’infrazione dei patti stabiliti fra’ suoi antecessori e diverse province, della ferita apportata alla Costituzione degli Stati, della violazione delle disposizioni dei pii fondatori, delle conseguenti pretensioni, che susciterebbero i loro eredi di rivendicare gli stessi beni: tutto ciò lo lasceremo da parte, come oggetti alieni dal nostro ministero, e che non sfuggiranno dalla penetrazione di V.M. Parleremo soltanto di ciò che non possiamo omettere per debito di coscienza, e le diciamo che il privare le chiese e gli ecclesiastici del possesso dei loro fondi temporali è in dottrina cattolica un errore manifesto, condannato dai Concili, esecrato da’ santi Padri e qualificato dai più rispettabili scrittori per dottrina velenosa, per dogma scellerato. Ed infatti per sostenere una tal massima a pro del sovrano, convien ricorrere ai falsi insegnamenti dei Valdesi, dei Vecleisti e degli Ussiti e di quanti altri pur sono andati d’accordo con loro, e specialmente dei liberali infetti del tempo. Non dobbiamo qui annoiare con una tessitura di citazioni nelle quali si legge che quelli che mettono mano ai beni della Chiesa per loro profitto, Rei sunt damnationis Ananie et Saphire et oportet eiusmodi tradere satane ut spiritus salvus sit in die Domini. Solo ci ristringeremo a riscrivere quanto nel XII secolo avvertì Giovanni patriarca d’Antiochia, che quantunque scismatico, non poté soffrire l’abuso del Principe che voleva, come utile, disporre a favore de’ suoi Stati dei fondi delle Chiese, così scrivendo: “Essendo tu uomo corruttibile, mortale e di corta vita, osi di dare ad un altro uomo quello che non hai? E se dici di donare quello che hai, e pensi che siano tue le cose di Dio, fai Iddio te stesso. Qual uomo dotato di senno chiamerà ciò provvidenza ed utilità e non piuttosto trasgressione, disubbidienza estrema e perniciosissima iniquità? Come può essere e dirsi cristiano chi profana le cose, siano qualsivogliano, (de)dicate e consacrate al nostro Iddio e celeste re Cristo?” Sappiamo che i contraddittori, male interpretando ed abusando di alcuni testi delle sacre Lettere, credono di ben stabilire in questa parte i loro errori, ma noi senza venire ad un esame di tali maligne applicazioni, domandiamo a V.M. se in dicendo gli stessi autori, che in forza di altri testi delle sacre Scritture non si può ammettere nel mondo sovranità, crederebbe la M. V. che tali testi scritturali fossero chiari e convincenti per l’assunto onde doversi spogliare della sua sovranità per salvar l’anima? Noi crediamo anzi chi penserebbe il contrario, ed in così pensando, penserebbe come pensiamo anche noi. E lo stesso dee dirsi dell’altro, in cui li nemici seguenti della Chiesa, gli eretici, li cattolici di apparenza, i falsi maestri, e gli adulatori dei Principi, attribuiscono ai medesimi in base dei passi della Scrittura, il diritto di togliere alla Chiesa e ai suoi ministri la proprietà ed il possesso de’ loro beni. Dovrebbero pur sapere costoro che i Leviti d’Israello possedevano vaste campagne ed intere città e che come fondi santificati erano inalienabili ed in pertinenza del Sacerdozio. E perché dunque non conciliare il libro del Levitico, dei Numeri, dei Re con le altre espressioni che a chi non sa sembrano fra di loro contraddittorie e far lo stesso con i testi del Vangelo e con gli Atti degli Apostoli, come hanno fatto i santi Padri per tacciare, con manifeste eresie, di contraddizioni i sacri Libri dettati dalla stessa divina Sapienza? Facciamo uso di questi riflessi non perché possiamo mai persuaderci che V. M. abbia cuore di non rendere di peggiore condizione le Chiese, di qu(anto) sono le famiglie particolari, e di seguitare l’esempio di soli Principi Protestanti e segregati dalla nostra Comunione, ma affinché la M.V. senta in poche righe ciò che gli dee aver detto alcuno degli odierni pensatori. Non dissimuliamo che purtroppo alcuni fra i molti ecclesiastici faranno di tali beni un uso mai retto: ma che da ciò? Forse questa sarà ragione per farne uno spoglio ed una appropriazione chiamata sacrilega e farla generale a danno della Chiesa, dei successori e di quelli che l’impiegano secondo i dettami delle sacre Ordinazioni? Nei colloqui avuti con V. M. non entrammo in questa materia, che a termini di particolare temporaneo sequestro, e non ci siamo dimenticati di aver dette delle ragioni per le quali ci parve la M.V. persuasa a doversene astenere. Ma se ci avesse proposto il dubbio di una illimitata privazione per passare i beni delle Chiese all’amministrazione de’ secolari, le avre(mm)o aggiunto ragioni molto più rinforzate con le quali l’avre(mm)o convinta deporne il pensiero.

Quello che la mancanza di apertura non ci diede adito allora di fare colla viva voce, l’abbiamo fatto in ristretto colla presente, la quale, se non avesse eguale efficacia, farebbe conoscere a tutto il mondo cattolico che V.M. non ha fatto alcun conto dei nostri suggerimenti o che presto se n’è dimenticata: giacché in questa sola novità si conviene il rovesciamento di quelle massime cattoliche che ci permise di rilevare. Preghiamo di cuore il Signore che faccia sempre risplendere nell’effettivo Governo della M.V. quelle proteste del suo attaccamento alla purità della Religione in modo che mai restino deluse da fatti contrari. Fin qui ci siamo prevalsi di altra mano più corrente e più facile a leggersi della nostra, per affatigar e tanto di meno la vista di V.M. Con questa rispettosa dichiarazione passiamo ad abbracciarla con pienezza di affetto e col darle la Patema Apostolica Benedizione: Datum Romae apud s. Mariam Maiorem die 3 augusti 1782, pontificatus nostri anno VII. Pius pp. VI.

 

<RISPOSTA DELL’IMPERATORE>

= GIUSEPPE: Ho l’onore di rispondere a posta corrente alla lettera che là S.V. viene di scrivermi sul supposto che io voglia togliere tutti i fondi alle Chiese ed agli ecclesiastici e ridurli tutti ad essere semplici pensionarj. Le relazioni delle persone che mi procurarono già l’alto onore di vedere la S.V. alla mia residenza mi hanno anche senza dubbio procurata questa nuova testimonianza in scritto della sua amicizia e del suo zelo apostolico. Non posso dir altro, senza stendermi in lunghezze, se non che il supposto pervenuto alle sue orecchie, come la S.V. si esprime, è falso e senza andar cercando i testi tanto della Scrittura, che dei santi Padri, però sempre soggetti ad interpretazioni e spiegazioni, tengo una voce in me, che mi dice quello come Legislatore e Protettore della Religione mi convien di fare e di tralasciare. E questa voce coll’aiuto della divina grazia e col carattere onesto ed equo che mi sento, non può mai indurmi in errore. Se la S. V. vuole restar persuasa di questa verità, come lo spero, la prego anche di credermi con più filiale attaccamento e rispetto: 19 agosto 1782 Giuseppe.

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Documento n. 2

Sulla cessazione dello Stato Pontificio: P. Vincenzo Maria Strambi, anno 1798

(…) Se poi si domandasse sia espediente e vantaggioso che la Chiesa abbia dominio e Principato, vi si può rispondere che la cosa è assai dubbia e controversa anche presso le persone più savie e meglio affezionate alla stessa Chiesa. Imperocché se per una parte l’aver dominio è stato proprio perché dia alla Chiesa e ai suoi Ministri una maggior libertà nel promulgare la volontà dell’Altissimo e facilità maggiore nello stabilirne i mezzi per bene eseguirli. Per l’altra parte l’essere la Chiesa e i suoi Ministri privi di ricchezza e di dominio, pare che li mantenga più raccolti nel servizio di Dio, più distaccati dalle cose terrene, più umili in tutta la loro condotta, più affabili e più solleciti del bene del Prossimo, e cosi più amabili a Dio ed agli uomini.

Il certo si è che siccome l’uomo veramente savio si accomoda a tutte le disposizioni della provvidenza, e di quelle si prevale per adempire i disegni dell’Altissimo in bonum. Così quando una certa necessità, come la chiama S. Bernardo De Consideratione lib. 4, c. 3, faceva che si ritenesse dominio, e Principato, gli Ecclesiastici santi colla loro virtù tutto facevano servire all’accrescimento della gloria di Dio. Così mentre, non senza sovrana disposizione di Dio, la Chiesa resta priva di dominio, Dominus abstulit; gli Ecclesiastici che hanno veramente lo spirito del Signore e della sua Chiesa, non trascureranno di raccogliere da questa privazione tutti i preziosi vantaggi, che se ne possono ricavare.

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Documento n. 3

Omelia del Vescovo di Imola (futuro Pio VII), anno 1798

<Ecco le linee direttive dell’Omelia del Cardinale Chiaramonti: Libertà, fraternità, democrazia>.

«La libertà cara a Dio e agli uomini è una facoltà che fu donata all’uomo, è un dominio di poter fare e non fare, ma sempre sotto la legge divina ed umana. Non esercita ragionevolmente la sua libertà chi si oppone alla legge baldanzoso e ribelle;1 non esercita ragionevolmente la sua libertà chi contraddice a Dio e alla temporale sovranità, chi vuol seguire il piacere e lasciare l’onestà, chi s’attiene al vizio ed abbandona la virtù… La forma di governo democratico, adottata fra di noi, o dilettissimi fratelli, no, non è in opposizione colle massime fin qui esposte, né ripugna al Vangelo: esige anzi tutte quelle sublimi virtù che non s’imparano che colla scuola di Gesù Cristo, e le quali, se saranno da voi religiosamente praticate, formeranno la vostra felicità, la gloria e lo splendore della vostra repubblica » (…)

« Decidete quanto conferiscano i precetti del Vangelo, le tradizioni degli Apostoli e dei grandi filosofi Padri e Dottori cristiani a conservare la pace, a far risplendere la vera grandezza dello stato democratico, a fare di tanti uomini, dirò così, tanti eroi di umiltà, di prudenza nel governare, di carità nel fraternizzare fra loro stessi e con Gesù Cristo… Il luminoso oggetto della nostra democrazia dev’essere di stabilire la massima possibile unione di sentimenti, di cuori, di forze fisiche e. morali, onde ne derivi una soave fratellanza nella società (…) nella democrazia studiatevi di essere della massima possibile virtù e sarete i veri democratici: studiate ed eseguite il Vangelo e sarete la gioia della repubblica…

La religione cattolica sia l’oggetto più prezioso del vostro cuore, della vostra divozione e di ogni altro vostro sentimento. Non crediate che ella si opponga alla forma di governo democratico. In questo stato, vivendo uniti al vostro Divin Salvatore, potete concepire una giusta fiducia dell’eterna salute, potete operare la felicità temporale di voi stessi e dei vostri simili e procurare la gloria della repubblica e delle autorità costituite. Sì, miei cari fratelli, siate buoni cristiani e sarete ottimi democratici ».

 

Documento n. 4

Giuramento del Vescovo di Fano – 26 febbraio 1798

Voi ora siete Sovrano, o mio Popolo, e Dio, il grande Iddio vi ha dato questa sovranità. Io sono, o Popolo, il vostro Vescovo. E fu Dio che mi chiamò e per mezzo del suo Vicario mi ha assunto a carico così tremendo.

I regolatori voi siete di quelle vie che conducono l’uomo ad essere felice in terra, ed io sono il regolatore di quelle vie che conducono l’uomo ad essere felice in Cielo.

Io adoro nelle vostre mani le democratiche leggi, ma voi adorate ancor nelle mie, le leggi dell’Evangelo.

Oh sante leggi dell’Evangelo, qua, a me, oggi, che vi consegni al mio Popolo, onde egli che è Sovrano sia mai sempre democratico senza colpa, democratico con virtù. Oh, leggi democratiche, qua, a me, pure in quest’oggi. Voi avete, o Popolo, alle leggi dell’Evangelo quell’ossequio che è ben dovuto alle leggi dell’Evangelo di Gesù Cristo: morir piuttosto che violar questa legge.

Io debbo alle vostre leggi, ubbidienza e rispetto, e tal rispetto e ubbidienza che ognuno impari a rispettarle e ubbidire.

Ohimè! Se ardito io fossi di violarle, sarei colpevole di più delitti, sarei meritevole di molte pene. Ma o quali atroci pene voi pure avreste non solo in terra, ma anche all’inferno, se violate un sol precetto dell’Evangelo, se vi scostaste dagli esempi del Crocifisso:

Io no, che esser non voglio reo di in ubbidienza alle vostre leggi, ma voi nemmeno esser lo dovete a quelle che già vi imposi a nome del vostro Dio.

Deh, rammentate, o Popolo, in vostro cuore, rammentate quei giuramenti che faceste là nel Battistero, ché io, anch’io con giuramento m’obbligo al mio dovere.

GIURO, ecco, o Dio le mie parole, ecco la mia promessa, giuro fedeltà al democratico attual governo, giuro obbedienza alle sue leggi, ma ad un tempo a voi giuro fedeltà e ubbidienza, o mio Dio, fedeltà ed ubbidienza adorabili Comandamenti e alla vostra Chiesa

Oh, sacerdoti, o ministri del Divin Culto, giuro anche per voi, e Dio riceva in religioso olocausto i nostri inviolabili giuramenti.

Sebbene, ah, perché, o mio popolo, anzi miei figli, mia corona e mio gaudio, perché non posso giurare anche per voi. Voi sì che potete adesso formarvi i vostri rappresentanti, le vostre leggi, ma poi, formati gli uni, formate le altre, dovete anche voi rispettare entrambe, e ubbidire con fedeltà. E’ Dio che così vuole, quel sapientissimo Dio, che arbitro e regolatore delle sorti del mondo, le dispone e modera a suo talento.

Voi qui vedete tra i vostri concittadini, quegli che rappresentano la vostra sovranità.

Essi rispetteranno sempre la Religione, terranno da voi lontani i fulmini di Gesù Cristo, onoreranno l’infallibile successore di Pietro e la sua fede, saranno scudo e difesa al cattolico Culto, al sacro tempio, ai suoi ministri, ma tutti insieme custodi ed esecutori delle vostre leggi, ne esigeranno veglianti e solleciti l’adempimento.

Fra questa loro rappresentanza, non è ella tale che al dir di Paolo, vi obbliga ad adorare in esso gli altri decreti, e le disposizioni del vostro Dio, con spirito d’ubbidienza? Eh, sì pur dunque ubbidienza, anche per voi o mio popolo, fedeltà e ubbidienza all’attuai vostro Governo e agli attuai vostri rappresentanti. Ma avvertite questo spirito di fedeltà, questo spirito d’ubbidienza ove più vigoroso lo trovate, se non tra gli augusti veli di Religione?

Adempiansi queste leggi che io vostro Pastore vi addito nell’Evangelo e sarete Sovrani ad un tempo e sudditi integerrimi e virtuosi.

Oh, beato quel Popolo ove nelle massime e nei costumi, trionfa il Vangelo, perché trionfano insieme con lui, la pace il buon ordine, la giustizia!

Beato quel popolo ov’è la Repubblica protetta dal Crocifisso, e il Crocifisso difeso dalla Repubblica, mentre con sì mirabile unione, resta assicurato il doppio bene all’uomo in ordine alla terra e al Cielo.

Cari miei figli, mentre io su questo Altare, consapevole dei miei voti e delle antiche mie lagrime, Altare che mi mostra le sacre ceneri del mio Vescovo Fortunato, Altare che mi ricorda i favori e i voti dell’Ammirabile Madre Maria, mentre io deposito i miei già formulati giuramenti, voi venerateli con Religione. Son giuramenti del vostro Vescovo. Ma ad un tempo accoppiate ad essi le vostre risoluzioni, fervide risoluzioni d’osservare la santa legge di Dio, d’amarvi in Dio, d’essere cittadini nelle vostre intraprese, diretti sempre alle intenzioni di Dio

Oh, Dio, piovete amoroso Sole dal Cielo, che infiammi di carità, illumini le nostre menti, ecciti in cuore, generosi affetti di religione e di Fede.

Rendete santo il Pastore, rendete sante la Greggi onde tutti possiamo un giorno cantarvene, nell’eterna Gerusalemme, inno più giulivo e festoso, del festoso inno giulivo, che ora sciogliamo qui ai piedi del vostro Altare.

Nota: questo foglio, probabilmente portato da don Valeriano Orazi segretario del vescovo di Fano e canonico a Santa Vittoria, ov’è rilegato nel registro n° VI “Iura”, carte 359-360.

 

Documento n. 5

Proclama di Fernando re di Napoli – 14 novembre 1798 (ortografico)

= FERDINANDO IV per la grazia di Dio re delle Sicilie e di Gerusalemme, infante di Spagna, duca di Parma, Piacenza, gran Principe ereditario delle Toscane etc.

Quantunque fin dal principio delle rivoluzioni politiche, che da qualche tempo hanno turbato la tranquillità in varie parti del mondo, avessimo noi procurato di provvedere alla costante sicurezza dei nostri reali Stati e Domini col tenerle lontane le perniciose massime e i seduttori, riordinare ed accrescere le nostre forze armate, stringere con più forti nodi le alleanze con le potenze amiche, stipulare trattato di Pace con la Repubblica Francese, ed esaudire ogni altro mezzo di operazioni pacifiche: pure nondimeno ci siamo trovati nella dura circostanza di vedere in pericolo la quiete ed indennità dei nostri Stati per motivo dell’inaspettata mutazione di Governo del limitrofo Stato Romano, accompagnata dalla sovversione di ogni sano stabilimento, dal danno della santa religione cattolica e da civili discordie e luttuose scene di massacri e depredazioni. Questi avvenimenti, l’imprevista occupazione dell’Isola di Malta di nostra regia pertinenza e le continue minacce di prossima invasione nei nostri Domini, confermate da apparecchi guerrieri e da movimenti di truppe alla volta di questo Regno di Napoli, ci hanno indotto a prendere altri più efficaci provvedimenti, onde allontanare dai nostri Domini qualunque danno e pericolo. Abbiamo pertanto determinato di fare avanzare il nostro reale esercito dentro lo Stato Romano fin dove l’urgenza lo richiederà, con la ferma volontà di ravvivarvi la cattolica religione, farvi cessare l’anarchia, le stragi e le depredazioni, ricondurvi la Pace, e porlo sotto il regolare Governo del suo legittimo Sovrano. Dichiariamo ai nostri amatissimi sudditi, agli abitanti dello Stato Romano, ed agli altri popoli dell’intera Italia che (lungi dal muovere guerra contro alcuna Potenza) il solo desiderio di provvedere alla loro sicurezza e di rendere il dovuto onore alla religione ci ha mosso a questa intrapresa nella quale Noi col soccorso del sommo Dio, secondati dai validi aiuti dei nostri grandi alleati e dall’opera delle Nazioni Italiane, speriamo avere felicissimi eventi. Noi stessi alla testa dei prodi soldati del nostro invitto esercito, dirigeremo le loro operazioni militari e ci impegneremo di fare uso delle loro forze nei soli casi di resistenza e di aggressione, mentre in ogni altro rivolgeremo le nostre cure soltanto agli indicati sacri oggetti della Religione e del riordinamento del Governo dello Stato Romano. Con tale prevenzione adunque esortiamo gli abitanti tutti del detto Stato Romano di deporre le armi nel momento dell’ingresso del nostro esercito nel loro territorio; di conformare a quelle disposizioni che saremo per dare in favore di essi e della salvezza comune, di facilitare con i possibili mezzi e aiuti la nostra giustissima intrapresa, e di essere sicuri che Noi, facendo uso della nostra naturale giustizia e clemenza, non solo proteggeremo e ricompenseremo i buoni e virtuosi, ma ancora raccoglieremo con paterno affetto i traviati che, pentiti dei propri errori, volontariamente ritorneranno nel diritto sentiero e si sottoporranno al nostro comando.

Inculchiamo pertanto a tutti di abbandonare ogni idea di vendetta per il danno che per la passata rivoluzione gli uni avessero agli altri arrecati e di astenersi da qualunque sorta di eccesso di rappresaglia, sotto pena della nostra reale indignazione, di essere trattati i contravventori come nemici della pubblica sicurezza.

Esortiamo parimenti i Generali e Comandanti di qualunque esercito estero di far subito ritirare tutte le loro truppe fuori dal territorio romano, senza prendere ulteriormente parte nelle avventure di quello Stato la cui sorte per ragione di vicinanza e per altri legittimi motivi interessa principalmente la nostra Regia Podestà. Infine manifestiamo che dal punto in cui il nostro esercito sarà entrato nel territorio Romano, vi sarà libera comunicazione tra le sue popolazioni e quelle del Regno, del quale per provvedere alla sussistenza delle Reali truppe ed al bisogno degli abitanti dello Stato Romano, faremo nel medesimo trasportare i generi necessari di viveri ed altre occorrenze.

Dal Quartiere Generale di S. Germano 14 novembre dell’anno 1798. Ferdinando

  1. Acton

(Nel registro VI “Iura” dell’archivio capitolare Santa Vittoria in Matenano, cc.362s. Nota: la guerra del re di Napoli contro la Repubblica Romana, risulta dichiarata il 23 novembre 1798 nel “Distinto ragguaglio della totale disfatta riportata sul formidabile esercito napoletano dalle invitte falangi della Grande Nazione” stampa dell’epoca.)

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Documento n. 6

Ascoli 5 febbraio 1799: sottomissione pacifica

= LIBERTA’   REPUBBLICA ROMANA   EGUAGLIANZA

LA MUNICIPALITÀ’ D’ASCOLI

Alle Popolazioni vicine, Perdono, e Pace per le Communi Armate del Tronto. Dopo varie trattative in iscritto, e a voce colla mediazione nostra, e per mezzo de’ virtuosi Ecclesiastici, Secolari, e Regolati, spediti in tutte le Comuni, il General Francese dimostrando la sua brama di fare cessare i disordini, e risparmiare le conseguenze funeste di una spedizione di Truppe sulle nostre Campagne, trovò il Comandante, e Capitani delle Popolazioni armate, nelle medesime disposizioni di procurare il maggior bene; Quindi in risposta ad un foglio dei prelodati Capitani de’ 4 Febraro furono sottoscritti i seguenti Articoli fissati dal prode, ed umanissimo Generale.

Ascoli 5 Febbraro 1799 V.S. 17 Piovoso, Anno 7. della Repubblica Francese.

Il Generale Francese vede con piacere, che i Montagnoli Insorgenti vogliono acconsentire alla Pace.

Le Truppe Francesi non possono farne, che di onorevole, e di giusto: in conseguenza il Generale Francese animato dal desiderio della Pace, non può donarla, che alla Condizione di già descritta cioè:

  1. Perdono generale per tutte le Communi.
  2. Tutte le Communi daranno un Ostaggio della loro sincerità alla Pace.
  3. Questi Ostaggi saranno sotto la risponsabilità di un’abitante di Ascoli.
  4. Niuno sarà ricercato nella sua passata condotta.
  5. Non sarà levata alcuna requisizione alle circostanze insorte.
  6. Nel Caso, in cui non possa trovarsi un Ostaggio ne’ Villaggi, il Generale Francese accetterà un Abitante, o Prete di Ascoli, che rappresenterà questo Villaggio. (…) Firme di 22 Comandanti (omesse)

 

ARTICOLO ADDIZIONALE

Se non si sono posti gli Articoli relativi al servizio della Religione, alle Campane, e alle Prediche, è perché questi Articoli non possono incontrare alcuna difficoltà poiché già sono accordati dal Capo medesimo delle Truppe, il quale da vari giorni ha dato l’ordine di far suonare le Campane, ed hà protette tutte le Chiese, e promesso il libero esercizio del culto; poiché in fine la facoltà la più intiera sopra questo punto è già accordata da un Proclama del Generai Dahesmer. Per scanzo di ogni equivoco, il Generale Francese conferma le disposizioni a questo riguardo.   Ascoli 17. Piovoso Anno 7. DARGOUBET

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Documento n. 7

PROCLAMA 26 maggio 1799 a Servigliano per l’insorgenza

Per FERDINANDO IV Re delle Due Sicilie e di Gerusalemme, ecc.

Il conte CLEMENTE NAVARRA

Brigadiere delle Truppe arrolate in massa, Napol. e Pontificie

«Ergete la fronte, Popoli generosi del Piceno. Eccovi il felice momento di ravvivare la nostra Santa Religione, di rimostrare il nostro attaccamento al Sovrano e di sottrarci da questa anarchia che sì barbaramente ci opprime. Correte tutti alle armi, e ricordatevi di quel ch’è scritto nelle Sagre Carte nel libro di Judith, cap. 15, v. 6: Omnis itaque regio omnisque Urbs electam Juventutem armatam misit post eos, et persecuti sunt eos in ore gladii quousque pervenirent ad extremitatem finium eorum.

Io vi chiamo a difendere la causa comune, fidate in Dio, nei grandi alleati, nel coraggio avito… Si agirà col massimo rigore delle leggi, perché ritorni il buon ordine, facendo noto a tutti con questo Editto, che in ciascun paese siano reintegrate le Magistrature, alle quali inculco di proibire affatto, che truppe di gente armata dal capriccio, col pretesto della buona causa, vadino scorrendo per le campagne e paesi, arrestando delle persone, e farsi lecito di saccheggiare, fucilare, ed incendiare. Chiunque ardirà ciò tentare sarà considerato come nemico dello Stato, e punito come tale. Ogni truppa armata dovrà dall’invitto mio generale de Donatis, o da me dipendere, né si riconosceranno altre truppe, che quelle da Noi disposte, ma gli abitanti tutti siano preparati a prendere le armi al suono delle campane a martello; ed accorrere al bisogno, se mai truppa nemica ardisse attaccarci, avvertendo, che quel paese, che tardasse ad accorrere, sarà dichiarato ribelle, e come nemico della patria militarmente castigato. Epperò voi tutti del clero, e specialmente voi, Pastori delle Anime, concorrete ad una impresa così gloriosa, e destate con vivezza le scintille della Pietà, e del languente costume, e fate risorgere fra le vostre contrade la purità della infallibile Nostra Religione, e tentare ogni mezzo coll’esempio, e colla voce, perché ritorni in noi quella pace, che finora ci è stata sì barbaramente rapita. Chiunque vorrà con Noi prendere le armi in questa sì nobile gara, si presenti a me, e agli Uffiziali maggiori per avere le necessarie istruzioni e per essere autorizzati colle patenti del Re delle Due Sicilie e più d’ogni altro io chiamo coloro che con eguale valore e fedeltà diedero prova allorché erano aggregati alle truppe Pontificie.

Dato dal Quartiere gen. di Servigliano, questo dì 26 maggio 1799. »

Documento n. 8

PROCLAMA: Ascoli 27 maggio 1799 per l’insorgenza

= FERDINANDO IV PER LA GRAZIA DI DIO RE DELLE DUE SICILIE DI GERUSALEMME ECC.

  1. DONATO ANTONIO DE DONATIS GENERALE IN CAPO DELL’ESERCITO IN MASSA PER LA SUA MAESTÀ’, CHE DIO LA GUARDI

«Popoli di Acquaviva aprite ormai gli occhi alla luce del giorno. Sentite la voce di uno, che ama il vostro vero bene. O Voi stringete le armi in favore delle nostre vittoriose truppe, ed allora troverete in Noi un amico sincero, ed affettuoso, che lungi dal prendere vendette delle vostre insolenze passate addosserà la valida protezione e di Voi, e delle sostanze vostre: o vi dichiarate nostri nemici, ed allora aspettatevi pure, che Noi con tutte le nostre forze affronteremo i vostri fuochi, vi piomberemo addosso, vi saccheggeremo usando ogni rigore militare. Pensate a Voi: decidete con prontezza e dentro due ore mandatene la risposta ».

Ascoli, 27 maggio 1799.

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Documento n. 9

Insorgenza: 26-29 Maggio 1799 a Castel Clementino

Dì 26 del corrente mese di Maggio: si manifestò a Castel Clementino il piano di una controrivoluzione da eseguirsi con l’aiuto e intesa degli Insorgenti Napoletani, alla cui testa si pose Clemente Navarra con la carica di Brigadiere a lui conferita da D. Donato De Donatis, generale in capo dell’Armata in massa Napoletana. Con l’intesa, come dicono, che la mattina seguente dovesse ivi giungere l’avanguardia di tale armata. La mattina del divisato giorno si cercò che i Parroci di detto luogo avessero predicato dall’altare di doversi tutti venire contro i francesi; ma i Parroci mostrarono ripugnanza di farlo, e il curato Burocchi per non esserci obbligato pensò di celebrare nella sua chiesa. Nonostante s’inalberò la Bandiera Napoletana, e si affissero editti con i quali s’invitava il popolo ad unirsi e si ordinava il ristabilimento delle antiche magistrature. La Terra di Santa Vittoria si accomodò per prima a seguire tale piano. Vi si atterrò l’Albero, si unirono delle persone, e alla testa uscì il noto Majeschi il quale si mostrò meno impegnato. Dietro tali incitamenti il giorno appresso 27 detto, la campana di Castel Clementino, che aveva cominciato a suonare a martello insieme col tamburo la sera innanzi seguitò a fare lo stesso

fin dalle otto della mattina e lo stesso si fece in Santa Vittoria, per adunare gente. Il dopopranzo di tale giorno si sentì simile furore e rimbombo di tamburo in M. S. Martino dove però non accorsero se non pochissimi contadini, che, sentito il motivo, amarono meglio di tornarsene alle loro faccende della campagna.

Ieri mattina 28 si intese lo stesso suono in Sant’Angelo <in Pontano> dove era stato dichiarato capitano Giuseppe Gentili. Per buona sorte di questo luogo, la commissione di fare lo stesso fu data all’Egamennoni insieme con la patente di capitano e i proclami da affiggersi, con ordine di eseguire tutto appena qui ritornato. Ma poiché la patente l’aveva presa per forza, come dice, non eseguì punto l’addossatagli commissione, cosicché questo luogo si preservò immune fra l’incendio che ardeva in ogni intorno, e siamo stati solo spauriti di quello che facevano gli altri, fino alle ore 14 circa del giorno di ieri, quando si intesero dalla parte di Castel Clementino delle scariche di moschettieri, che, ignorando noi cosa significassero, senza pensare alla zuffa che vi seguì col distaccamento della truppa francese e insorgenti, non sapevamo indovinare la causa. Se ne concepì però un sospetto, al vedere per mezzo del cannocchiale, che truppa di gente dalla parte di Falerone andava direttamente a quel luogo, e passava il fiume senza scalzarsi. L’eccidio seguito fu poi saputo da persone che, per curiosità di sapere, s’inoltrarono verso quella parte e più in dettaglio si raccontò iersera, e questa mattina. I morti insorgenti sono stati almeno venti. Tra questi il figlio del Navarra che fu incontrato dalla truppa vicino al molino di Falerone, mentre con 50 insorgenti circa, andava in Falerone, e il capitano benedetto Gualtieri fu ucciso poi in casa al tempo del saccheggio, che fu dei più feroci, con altri vari dei quali non so il nome, e fra questi la persona che stava a suonare le campane a martello, la quale fu sbalzata dalla torre. Secondo le relazioni che giungono, oltre allo spoglio generale fatto in tutte le case di quanto vi era – e vi era molto in alcune specialmente, che non si persuadevano di tale visita – vi è stato il massacro di tutto il mobilio che non si poteva trasportare. I cristalli e i vetri delle finestre furono rotti, i parati lacerati, i comò, i tavolini, le sedie, fatti in pezzi. Insomma si fece un macello e di carne e di roba, come ognuno può figurarsi e come si sentirà più dettagliatamente in appresso.

La sera innanzi <27> di questo tragico fatto si erano fatti arrestare e condurre in quel quartiere generale (così denominato quel luogo dal proclama) il Valeriani e il Venantini di Santa Vittoria; altri di là erano fuggiti, come avevano fatto parimenti altri da Falerone, il cui popolo, come quello di Montegiorgio, era stato il primo ad accorrere per arruolarsi.

Il Brigadiere Navarra si salvò con la fuga, e così si salvarono altri uniti con lui, che presero la fuga chi per una parte e chi per un’altra. La truppa poi che si aspettava dalla parte di Ascoli la mattina del 27 non era giunta e non giunse, perché a Mont’Alto trovò delle resistenze. Il Majeschi che aveva tanto brigato è restato morto anche lui. Raccontano che alle ore 4 del 26 partisse dal quartiere

generale e se tornasse a Santa Vittoria, cosicché non fu presente alla zuffa, ma inteso poi quanto successo, dicono che tornasse là per comprare delle robe prese nel saccheggio e che da quattro contadini fosse ammazzato avendogli trovato addosso molti “pezzi duri”.

Non mancò poi neppure qui una scenetta e fu che alle (ore) 19 circa di ieri 28 si presentò il capitano Giuseppe Gentili con sette altre persone del seguito, entrati per la porta del forno, i quali direttamente andarono alla porta del convento di San Francesco, andando dicendo per la strada Napoletani! Napoletani!

Appena smontato di cavallo il capitano suddetto, invece di entrare in convento, fece sul momento arrestare Giovanni Vecchi che passava in quel punto, e poi per la stessa strada, se ne ritornarono indietro senza far altro. Giunti avanti alla casa di lui, si fece incontro la moglie che si mise con le lacrime a scongiurarli di lasciarle il marito; ma il capitano diceva di condurlo al quartiere generale (che non so dove fosse) e gli altri di farlo a pezzi fuori della porta come Giacobino e supposto reo di aver <informato> i francesi perché venissero contro Castel Clementino. Il fatto è che lo condussero fino a San Rocco, ma poi, sopraggiunto il padre e don Santi Luccarini, li cominciarono a pregare di nuovo del rilascio; e sul giuramento che prestò don Santi che non fosse Giacobino, e che non aveva mai avuto alcun carreggio lo dimisero e se ne andarono per i fatti loro.

Ecco la storia genuina dell’accaduto nelle nostre vicinanze, e qui preghiamo Dio che le cose finiscano così. Ma temo di peggio. Pacifico Cornacchia di Santa Vittoria, arrestato dai contadini, fu condannato a Mont’Alto. Andreozzi restò ferito in faccia. Marinelli scampò la morte fuggendo in certi fossi. Majeschi rimase ucciso. Tutti questi andavano uniti a Castel Clementinoper ottenere dal comandante francese che non facesse andare la truppa a Santa Vittoria, dove si credeva <fosse> diretta dopo il sacco di Castel dementino.

(Autore anonimo probabilmente faleronese di un manoscritto n. 946 presso la biblioteca comunale di Macerata qui riferito in trascrizione corretta per l’ortografia)

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Documento n. 10

IL COMANDANTE GENERALE DELLA MONTAGNA GIUSEPPE CELLINI AI POPOLI DELLO STATO PONTIFICIO – INDIRIZZO –

Ascoltate, o Popoli amici, la voce di chi ama il vostro bene. Non è più tempo giacere in una colpevole inerzia, e sostenere più lungamente una fatale indifferenza. Tutti i vostri Fratelli limitrofi all’Abruzzo Ultra e Citra colle anni in mano già sono in Campo. Essi sull’esempio dei valorosi Sanniti, e da loro scortati, han combattuto e son vincitori. Entro le mura de’ loro Paesi più non spira liberamente l’aria impura, né alcun Francese, né verun perfido Giacobino. Sì l’uno, che l’altro si trova fra’ ceppi, o pallido fugge, e ramingo. Quanto audace si mostra questa infida genìa nel vederci avviliti, tanto vile or si dimostra vedendo il nostro coraggio, l’unione e i progressi delle nostre armi. Queste già spiegano su una ben larga estensione la sua energia. E’ stato un punto, un punto solo investir Norcia, Cascia, Visso, Serravalle, Ponte della Trava, Camerino, Ascoli, Mandola, Comunanza, 5. Vittoria, Montalto, Monte di Novo, Affida ecc. ecc. occuparli, e sollevarli. E’ brava la gente, che muove all’impresa, esperti i Duci che la guidano.

Or siam giunti al felice momento, in cui tutta la fiorente un dì, ed ora languida, e desolata Marca è per prendere l’Armi su cui dietro al divin soccorso, è riposta la propria, e l’altrui salvezza. Correte, o Popoli amici, correte ad unirvi con Noi. Non dubitate, la vittoria è nostra. Non vi è più da temere. I Mari, che bagnano la bella Italia, appena reggono a sostenere gl’immensi Legni Inglesi, Moscoviti, Lusitani, Ottomani. Poche di essi si sono presentati in Ancona, e pochi colpi di Cannoni han fatto sentire a quella bloccata città; e nondimeno han destato in essa la più spaventevole costernazione.

L’invitte Falangi Austro-Russe sono arrivate a Bologna. A Soffia è giunto il real Principe di Napoli con il Figlio del Gran Signore conducente un Esercito sorpendentissimo. Da altra parte vola a prestarci aiuto l’immortale Cardianal Ruffo. Noi ci troviamo con numerosa Leva in Massa, al cui fianco vedesi la intrepidezza, il coraggio, la vittoria. Fiancheggiati, protetti, alleati, assistiti da tante Forze, ditemi, vi può essere da temere? Non vi fate ingannare da certi spiriti deboli, o maliziosi Allarmi, Allarmi.

A ciò vi obligano i doveri della propria coscienza, l’amor della Patria, la fedeltà giurata al Sovrano, la Professione di nostra Santa Religione, la quale, sussistendo, per altro breve tempora Cabala Filosofica, Ateistica, Massonica, va ad annientarsi nei nostri Paesi; vi obbliga il bene delle vostre Famiglie, la tenera vostra Figliolanza, che riclama il Cristiano costume, e la sana educazione; vi obbligano il pericolante onore delle vostre Mogli, il pudore compromesso delle vostre Figlie, i beni già invasi, i diritti violati, le proprie persone colle minacce, e colle armi tante volte investite. Se all’aspetto di santi motivi, e di sì potenti aiuti voi non vi scotete, voi siete colpevoli. Tremate. Il colpo desolatore poco

sta a piombarvi sulle Persone, e sulle Sostanze. Odiosi a Dio, al Sovrano, al Popolo fedele, che aspettar mai non vi dovete di avverso? Deh! riunitevi con noi, e non soffrite alcun disastro.

Giacobini, rovesciatori del Trono, sacrileghi invasori de’ Beni Ecclesiastici, Profanatori de’ Luoghi Sacri, Distruttori dell’Ordine sociale, Increduli, Miscredenti, Depravatori del buon Costume, Soldati della Cabala Ateistica voi impallidite, e ponete le ali ai piedi. Ma, che giova? L’arco feritore è rivolto contro di voi. Molti de’ vostri pari o son caduti, o son fra le ritorte. Lo so, voi fuggite: ma dove alla fine miseri andrete? Ovunque strascinate l’indegna esistenza, seguiravvi il rimorso tormentatore: ovunque troverete nemici; ovunque l’odio, l’esecrazione vi accompagnerà. Giacobini ricredetevi. Ancora siamo in tempo. Abbracciate anche voi la difesa della Causa comune, e sarete salvi. Ma se per altro breve spazio vi restarete ostinati nel partito Filosofico, guai a voi; siete perduti. Tremate.

In Camerino dal Quartiere Generale 5, Giugno 1799 G. Cellini Comand. Gener. In Capite.

In Camerino 1799. Per Vincenzo Gori.

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Documento n. 11

Difesa repubblicana: Ascoli 4 giugno 1799

LIBERTA’           EGUAGLIANZA      REPUBBLICA FRANCESE

Dal Quartiere Generale d’Ascoli li 16 Pratile Anno VII della

Repubblica Francese una, ed indivisibile.

MONNIER Generale di brigata Comandante in Ancona, e ne’ tre Dipartimenti riuniti in istato d’Assedio

La Città d’Ascoli, divenuta il soggiorno de’ Briganti Abruzzesi, ha posto il Dipartimento nel rischio di perdersi. Gli Abitanti di questa Città ribelle avevano già presa la Coccarda rossa, e trasformate in autorità Monarchiche le autorità tutte della Repubblica. Essi han dirette le orde de’ Briganti co’ quali eransi unite, e quest’uomini infami, vantando il nome di Dio, del Re, e de’ Preti, han commesso i più detestabili eccessi sulle persone, e se ne hanno usurpato tutte le mobili proprietà, ovunque si son presentati. Le prime lor vittime sono state le Comuni di Offida, di Castorano, di Colli, dì Pagliare, di Monte Prandone, e nelle Campagne che se estendono fino a Montalto.

Non potendo sì fatti eccessi non eccitare la generale indignazione, debbon essi risvegliare tutta l’energia delle autorità Civili, e precisamente dalle Guardie

Civiche, per opporsi vigorosamente alle intraprese, che tentar potessero nuovamente gli enunciati Briganti.

Le Truppe Repubblicane si misero in moto: I Briganti sono stati battuti a S. Benedetto, a Ripatransone, in Acquaviva. Hanno fatta la lor ritirata in Ascoli, e là si erano fortificati. La Città La presa d’assalto dopo due ore di combattimento. Questo giorno è stato spettatore delle nostre complete vittorie, e gli scellerati sono stati puniti. Tutti coloro, che non hanno imitato il lor Generale nella fuga, sano caduti sotto i colpi Repubblicani.

Le Truppe, ch’io lascio nel vostro Dipartimento, occupano delle posizioni vantaggiose. Sarà però stabilita, sotto la sorveglianza dell’Amministrazione Dipartimentale, un Cordone sul Tronto composto della Guardia Civica. Una colonna mobile si metterà subito in azione per portarsi su tutti i punti minacciati, ed occupati dai Briganti suddetti.

Ogni Brigante arrestato sarà fucilato sull’istante. Le Comuni, che non si opporranno al loro ingresso, incorreranno nelle pene già significate nel Proclama del giorno 14 (2 giugno).

Signato MONNIER

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Documento n. 12

Ladroneggi degli insorti, luglio 1799, Ascoli

GIUSEPPE COSTANTINI ALIAS SCIABOLONE COMANDANTE LE TRUPPE IN MASSA PER SUA MAESTÀ’

FERDINANDO IV E POTENZE ALLEATE

Io sono informato dei continui ladroneggi che tuttodì si commettono sì in mobili che in bestiami a svantaggio di pacifici contadini. Sono esacerbato oltremodo per tali misfatti e ne prenderò le misure le più forti. Sotto pretesto di nuocere ai giacobini, si commettono l’empietà le più esacrande. Nessun individuo ha il diritto di ciò fare, ancorché il sapete, ma compete al solo sovrano. E’ questo un procedere che si oppone alla Religione Cattolica ed alle leggi di qualunque Governo. Il fulmine del castigo sta per piombare sopra a quelli che invece di desistere da un tal procedere non restituiranno sull’istante ciò che ànno rubato contro ogni diritto di natura e contro la legge di Dio. Io parto sì per unirmi al prode Generale La-Hoz e battere i Francesi; ma guai a quelli che prenderanno a scherzo questa mia risoluzione. Sarò inesorabile anche co’ miei più stretti di sangue.

Ordino però che subito si rimettino i massari ne’ rispettivi paesi i quali formeranno un processo a quelli ritengono o hanno preso bestiami.

Tutti gli abitanti de’ paesi e contadini si uniranno ad arrestare questi

perturbatori del buon ordine. In caso disperato e di resistenza, li autorizzo a far fuoco a tal razza di gente tanto perniciosa alla società.

Questo ordine stampato che sarà, voglio sia affisso in ogni paese e pubblicato nelle Chiese dai rispettivi curati.

Dal Quartier Generale di Lisciano 16 luglio 1799.

LUIGI ANELLI Segretario.

 

Documento n. 13

REGGENZA a Macerata, 20 agosto 1799

L’IMPERIALE – REGIA – PONTIFICIA REGGENZA DELLA MARCA DI FERMO E DI ANCONA

EDITTO

Per supplire alle immense spese, che seco porta il mantenimento di una Truppa attualmente impiegata alla difesa di una causa tanto nobile, e gloriosa, necessita ricorrere sull’istante a dei temperamenti quanto pronti, altrettanto capaci a produrre tutto ciò, che faccia d’uopo al servizio della medesima. Avrebbe voluto l’imperiale-Reggia-Pontificia Reggenza dispensarsi dall’addossare alle Popolazioni qualunque più piccolo peso, ma I’ urgenza dell’affare, e la santità della causa, che si è impresa a trattare, e che siam prossimi a sentire finalmente decisa, esiggono nuovi sforzi da tutti. Quindi è, che dopo le più mature riflessioni, e li scandagli più esatti, quello essendosi creduto il temperamento meno sensibile di ricorrere all’imposizione di un Testarico, regolato però, e diviso nel caso presentaneo in quattro diversi gradi, si è trovata nella circostanza di determinare, come appresso.

Primo = Tutti gl’individui delle Famiglie Nobili, o ascritte in primo grado in qualunque Città, o Terra, comprese in questa Classe le Comunità Religiose, dovranno subito sborsare in mano dei rispettivi Esattori pubblici a quest’effetto deputati uno scudo per cadauna Testa, con l’obbligo di pagare per ciscun Uomo o Donna di servigio paoli tre moneta di rame.

Secondo = Tutti gl’individui delle Famiglie del secondo ceto, o grado, del primo , e secondo de’ Castelli, e de’ Mercanti saranno tenuti per lo stesso titolo pagare bajocchi 40 per cadauno, t ame sopra.

Terzo = Tutti gl’individui delle Famiglie di qualunque altro grado, o ceto saranno obbligati pagare bajocchi dieci per ciascuno come sopra.

Quarto = Tutti li Coloni dovranno pagare bajocchi cinque per ogni testa come sopra.

Macerata dalla Reggenza 20 Agosto 1799.

(Omissis)

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Documento n. 14

<RICORDO DEI NAPOLETANI A PEDASO>

– 25 agosto 1799

È giunto finalmente in questo nostro castello di Pedaso la Real Truppa dell’Invitto Re delle due Sicilie, comandata dal prode Generale Don Donato de Donatis tanto da noi aspettato, e desiderato, ad oggetto di condursi sotto la Piazza di Ancona, dentro la quale i malvagi Francesi e i loro cinque Partitari sonosi riuniti fuggendo. Mercé un tal forte e valoroso soccorso speriamo ora vicino l’esterminio di quella perfida gente, che resiste ancora alle forze delle Potenze alleate, e speriamo altresì di vedere sollecitamente restituita l’intera tranquillità a queste nostre contrade. Intanto, siccome abbiamo ammirato la moderatezza di detta Real Truppa, che, per li vari provvedimenti dati dal riferito signor Generale, non ha recato la menoma molestia e niun danneggiamento agli interessi ed alle persone di questo castello nostra patria, così ne produciamo un completissimo Avviso al pubblico, onde tutti si esultino di giubilo e di contentezza.

Pedaso, 25 agosto 1799.

Li residenti

NICOLA BERNARDINI, Vie. for. e Dep. eccl.

PROTASIO TEODORI, Govern. locale,

BENEDETTO ROSSI, Segretario.

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Documento 15

ARMISTIZIO PACATO, 13 novembre 1799

LIBERTA’             EGUAGLIANZA           REPUBLICA FRANCESE

Ancona Assediata li 23 Brumale Anno 8vo della Republica

Tra il Generai di Brigata. MONNIER’ Comandante in Capo la Divisione di Ancona autorizzato, dal Consiglio di Guerra tenuto a questo effetto di trattare la Resa di Ancona.

Ed il Sig. Barone di FRELTCH Luogotenente Generale di Sua Maestà Imperatore, e Re, Comandante in Capo le Truppe che assediano Ancona.

La. presente Capitolazione è stata discussa, risoluta, decretata irrevocabilmente nel modo che siegue.

 

ARTICOLO PRELIMINARE

Il Generale Comandante la Divisione d’Ancona, e le Truppe sotto i suoi ordini considerando, che la Capitolazione ¡1 « Fano segnata li 8 Termidoro scorso tra le Truppe Repubblicane Francesi, ed il Sig. Comand. le Truppe Russo-Turche è  stata. Violata nella sua esecuzione per lo stesso Comandante.

Considerando, che la morte sarebbe preferibile al disonore di trattare con delle Autorità che non conoscono il Diritto delle genti.

Vista la situazione, in cui si trova la divisione d’Ancona, e vista la quarta, ed ultima intimazione di resa fatta dal Sig. Barone BRELICH, Luogotenente Generale al servizio di Sua Maestà Imperatore, e Re, Comandante, in capo le: Truppe assedianti Ancona.

Dichiara, che egli non vuole entrare in Negoziazioni, che colle Truppe, ed il detto Luogotenente Generale al servizio di S. M. Imperatore, e Re.

 

CAPITOLAZIONE – ARTICOLO I.

Le Truppe della Guarnigione di Ancona, e Forti annessi al giorno, ed ora, che saranno convenuti, sortiranno dalla Piazza con tutti gli onori della Guerra, cioè: Con Tamburo battente, Bandiere spiegate, Miccio acceso, avendo alla testa due pezzi di Cannone di Campagna coi loro Cassoni, più uno d’Infanteria per rendersi in Francia per la via di terra la più comoda; Soldati, Ufficiali, Generali, ed ogni Militare si di terra, che di mare il Console della Republica Francese, gl’ Impiegati, e agenti Civili, e Militari porteranno seco le loro Armi, Effetti, e Proprietà personali di qualunque genere.

Saranno riguardate come Truppe della Divisione di Ancona, e saranno trattate sotto tutti i rapporti come Truppe della Republica Francese i Cisalpini, Romani, ed altri Italiani formati in Legioni, Battaglioni, o Compagnie, che portano le armi nella detta Divisione.

ARTICOLO II

La Divisione sarà accompagnata, e protetta nella sua marcia sino ai Posti awanzati dell’Armata Francese in Italia da un determinato corpo di Truppe Imperiali Comandate da un Uffiziale dello Stato Maggiore.

ARTICOLO III

La Divisione, che si porterà in Francia per la via che essa giudicherà la più comoda,, marcierà a spese di S.M. Imperatore, e Re:

Ogni Militare, o impiegato riceverà la Razione di ogni genere, e l’alloggio competente al suo grado secondo le Leggi, e Regolamenti Francesi. La marcia non sarà, forzata, ma regolata militarmente dietro quella dell’Infanteria Francese. Il Genera MONIER Comandante la Divisione farà di concerto coll’Uffiziale di Stato Maggiore Austriaco la determinazione dell’alloggio, o accampamento, se sarà giudicato convenevole, come, pure delle ore di partenza, e luoghi di dimora.

Risposta: Le Truppe della Guarnigione di Ancona, e dei Forti annessi sortiranno nel giorno, ed ora convenuta dalla Piazza con tutti gli onori di Guerra richiesti per rendersi in Francia come Prigionieri di Guerra, e non serviranno contro S.M. Imperiale, e contro i suoi Alleati che dopo un perfetto Cambio.

La Truppa deporrà le Armi nel luogo che sarà fissato da un Articolo Addizionale; i soldati e sotto Uffiziali conserveranno le loro muciglie, il Generale Comandante la Divisione, il Console della Repubblica Francese, i Generali, Uffiziali di terra, o di mare, gli Impiegati Civili e Militari conserveranno le loro Armi, Cavalli secondo i loro Gradi, ed i loro Effetti Personali.

Il Generale FRELICH volendo dare una prova di stima alle Truppe della Guarnigione per la Difesa coraggiosa, e contro ogni aspettativa, che esse hanno fatto, accorda ai Sotto Uffiziali il diritto di portare le loro Sciabole per rendersi al loro destino.

E per dare alla Divisione tutta, non meno che al General MONNIER, che la comanda un attestato della considerazione particolare, e della stima di nazione a Nazione contraenti, gli concede una Guardia di onore composta di quindici Uomini a Cavallo montati, armati equipaggiati, e di trenta Carabinieri Armati.

ARTICOLO IV

Sarà accordato a spese di S. M. Imperatore, e Re il numero de’ Carri attaccati, necessarj al trasporto degli Effetti personali degli Uffiziali, Impiegati, Consigli d’Amministrazione, e dei Depositi dei Corpi della Divisione: Il numero dei detti Carri sarà, convenuto d’appresso lo stato dei bisogni, che fornirà il Commissario di Guerra Francese

Il Generale Com. la Divisione, il Console della. Republica Francese, i Generali di Brigata Lucotte, Pino, Palombini, il Capo dello Stato Maggiore della Divisione, i Comandanti del Genio, e dell’Artiglieria, il Pagatore della Divisione, i Commiissarj di Guena, e della Marina Francese, l’Agente del Commissario Civile sono autorizzati di condurre ognuno il. loro Carro coperto pel trasporto delle loro Carte di Amministrazione, come di. Contabilità, ed i loro Effetti personali qualunque.

Risposta: Accordato ma a condizione che sarà Consegnato, da chi ne avrà il dritto, al Sig. Generale Barón di FRELICH l’attestato, che le Balle degli Uffiziali e Furgoni coperti non contenghino effetti di proprietà pubblica.

ARTICOLO V

I Bastimenti da Guerra della Repub. Francese, e Corsari coi loro Uffiziali, Impiegati in Amministrazione, ed Equipaggi si renderanno in uno dei Porti della Republica nello stato che si. ritrovano al momento della sottoscrizione della Capitolazione, muniti di Passaporto, e sotto la garanzia di S. M. Imperiale.

I viveri saranno forniti a spese della detta Potenza a ragione del viaggio.

Risposta:

INAMMISSIBILE ma se le Corsare la LUPE e la VENDETTA uscite dal Porto, e potendosi ripresentarsi di nuovo, rientreranno dopo la Capitolazione, li Marinari, che ne compongono l’Equipaggio, avranno la medesima sorte, che le Truppe esistenti attualmente nella Piazza.

ARTICOLO VI

I Malati dello Spedale della Divisione che potranno essere trasportati, lo saranno a spese di S. M. Imperatore, e Re coi viveri, e medicamenti e Casse di Chirurgia, ed Uffiziali di Sanità sufficienti pel viaggio d’Ancona in Francia.

Gli Ammalati, che senza pericolo, non potranno essere trasportati, resteranno in Ancona; essi saranno protetti come un Deposito Sacro, e trattati come gli Ammalati di S. M. Imperiale.

La Divisione li confida alla lealtà ed umanità della Nazione Austriaca.

II  General MONNIER gli determinerà il numero degli Uffiziali di Sanità, ed Infermieri indispensabili sotto la sorveglianza d’un Uffiziale Militare Francese, e di un Commissario di Guerra.

Subitochè il detto Uffiziale, Commissario richiederanno il trasporto dei Convalescenti o per mare, o per terra, secondochè sarà più convenevole al loro stato, gli verrà religiosamente accordato.

ARTICOLO VII

I Prigionieri fatti tanto durante il corso dell’Assedio d’Ancona che nelle Spedizioni precedenti, e che sono in Ancona, o sopra i Bastimenti Russo-Turchi o nella Divisione occupata dal Sig. Generale FRELIGFI, saranno resi da una parte, e dall’altra immediatamente dopo la sottoscrizione della presente Capitolazione e parteciperanno delle disposizioni contenute ne’ suoi Articoli.

Risposta:

ACCORDATO, per li Prigionieri Francesi solamente, che si troveranno ancora nella Divisione del Sig. Generale FRELIC

ARTICOLO VIII.

Tutti gli Individui di qualunque Nazione, o Religione essi siano abitanti nella Città d’Ancona , o che vi si trovino, e segnatamente gli Ebrei non potranno essere inquietati, molestati, né ricercati direttamente, o indirettamente essi, e le loro famiglie sul sospetto, e per la manifestazione delle loro opinioni civili, politiche, e religiose, come per li fatti che sono risultati, pendente il cangiamento del Governo nel Territorio Romano.

Questa disposizione risguarda quei fra loro, che hanno preso le armi, o esercitato degli impieghi Civili, o Amministrativi durante quest’epoca, e che verrebbero molestati per le loro ingerenze.

Risposta:

Il Governo Austriaco farà rispettare il diritto delle Genti verso li Cittadini senza distinzione di opinioni, o Religioni, purché si sottomettino alle leggi.

ARTICOLO IX.

La Commissione Amministrativa d’Ancona, i Membri anteriori delI’Amministrazioni Centrali dei Dipartimenti del Tronto, Musone, e Metauro, dei loro Tribunali, e Municipalità, gl’impiegati in tutti questi corpi Politici, ed i Patriotti della Republica Romana, come pure li Cittadini., e Sudditi delle Potenze alleate della Republica Francese, che vorranno seguire la Divisione d’Ancona, Essi, le loro Famiglie, ed effetti avranno la liberà più intera, né potranno essere ritardati, né impediti sotto qualunque pretesto.

Risposta.

L’Autorità Militare proteggerà l’esecuzione del presente Articolo, uniformandosi alla risposta fatta nel precedente Articolo.

ARTICOLO X.

Le Vendite, e Cessioni dei Beni, fondi situati in Ancona, e suo Territorio, come anche nei Dipartimenti Musone, Tronto, e Metauro sì autorizzate dal Consolato Romano, che dalla Repubblica Francese saranno mantenute inviolabili

Risposta:

Il Sig. Generale FRELICH non puoi decidere, e lascia l’assoluzione di questo articolo ai Gabinetti.

ARTICOLO XI

Li Cittadini Francesi, e loro alleati potranno alienare, o fare trasportare come a loro più piacerà per terra o per mare a loro spese gli effetti, e mercanzie da loro acquistate sino a quest’oggi.

Risposta:

Accordato; se gli Effetti, e Mercanzie non provengono dai Bastimenti, e Carichi presi dai Corsari sopra i Sudditi di S.M. Imperiale, e che non sarebbero stati giudicati di buona preda.

ARTICOLO XII

Sarà permesso alle persone comprese negli Articoli 8. 9.10. 11. di disporre delle loro Proprietà fondarie, e mobiliarie di venderle, o alienare, o percepirne l’entrate, come a loro piacerà: potranno egualmente in caso di vendita, o alienazione trasportarne esse medesime l’amontante, o inviarlo a loro piacimento nei luoghi, ch’essi desidereranno in Oro, Argento, Viglietti a ordine, o Cambiali.

Le suddette Persone potranno in conseguenza nell’intervallo dei sei mesi a contare dal giorno della sottoscrizione della Capitolazione continuare esse medesime la vendita dei loro Beni, e l’esigenza dei loro Crediti con tutta quiete, se esse non amano meglio abbandonare il Paese colla Divisione d’Ancona, e lasciare i Procuratori generali, e speciali, i quali godranno della protezione, di cui avrebbero goduto restando in Ancona.

Risposta:

ACCORDATO, se i Beni, di cui si tratta non erano di pertinenza dell’Antico Governo, delle Comunità Religiose soppresse; o dei Particolari Emigrati.

ARTICOLO XIII.

I Consoli di Spagna, e di Genova avranno la facoltà di restare in Ancona per lo spazio di sei mesi per terminarci i loro interessi con tutta garanzia delle loro Persone, Famiglie, Proprietà, e Carte Personali, o risguardanti le loro Amministrazioni, se meglio non amano ritirarsi colla Divisione d’Ancona, ed in tal caso saranno trattati come il Console della Rep. Francese.

Risposta:

I detti Consoli saranno rispettati, e protetti.

ARTICOLO XIV.

Se vi fosse qualche Articolo nella presente Capitolazione soggetto o qualche oscurità sarà interpretato secondo I’equità a favore della Divisione d’Ancona.

ARTICOLI ADDIZIONALI.

  1. La Cassa del Pagatore della Divisione, i Viveri, ed effetti dei magazzeni della Rep. Francese saranno rimessi appresso ricevuta nelle mani dell’Assediarne, segnata che sarà la Capitolazione.
  2. L’artiglieria dei Forti, del Porto, della Piazza, ed oggetti annessi, le Piante, e Carte relative alle Fortificazioni, ed all’interesse militare del Paese, saranno rimesse ai Commissarj , che saranno destinati per riceverli, dopo averne fatto Inventario, e rilasciata Ricevuta.
  3. Li disertori dell’una, e l’altra parte saranno restituiti.

Risposta:

CONVENUTO per li Disertori Austriaci solamente

  1. Per la garanzia, ed esecuzione di tutti gli Articoli della Capitolazione saranno dati degli ostaggi, ed il Sig. Barone di FRELIC Tenente Generale Commandante le Truppe Assedianti Ancona si rende responsabile della sicurezza della

Divisione dal momento dell’occupazione dei Posti sino al suo destino, come anche dei danni che potrebbero esser fatti a quelli, che la compongono.

  1. Segnati che saranno gli Articoli della Capitolazione, i Picchetti delle Truppe di S. M. Imperatore, e Re occuperanno le Porte di Francia, e Farina in numero eguale, e congiuntamente ai Francesi.
  2. Ventiquattro ore dopo la sottoscrizione dei ridetti Articoli le Truppe della Divisione d’Ancona evacueranno i Forti, e la Piazza in una sola Colonna con tutti gli onori della Guerra ottenuti nell’Articolo primo: si renderanno il medesimo giorno a Sinigaglia con le loro armi, che deporranno, eccettuati li Militari, ed Impiegati, che devono conservarle.

Risposta:

Convenuto, ma la Truppa Prigioniera deporrà le sue Armi a Fiumesino.

Fatto, convenuto, e decretato in Ancona li 23. Brumale an. 8, della Republica Francese una ed indivisibile.

Il Generale di Brigata Comandante la Divisione d’Ancona MONNIER

Sottoscritto Piè della Croce 13 Novembre 1799.

FRELIH Tenente Generale

DOCUMENTI RELATIVI ALLE INSORGENZE NEL PICENO NELL’ANNO 1799

a cura di Carlo Tomassini

Documento n. 1

Lettere di Pio VI e Giuseppe II d’Asburgo – 3 e 19 agosto 1782

= PIO VI. Prevalendoci di quella amichevole libertà che piacque alla M.V. gentilmente esibirci, cioè che quando avessimo inteso che fosse per farsi da V.M. alcuna mossa, che avessimo creduta discorde dalle buone regole e pregiudizievole alla Religione, ne avessimo scritto confidenzialmente in dirittura alla M.V. Quindi è che essendoci pervenuto all’orecchio che V.M. vada pensando di togliere tutti i fondi alle Chiese ed agli ecclesiastici della sua monarchia, e ridurli semplici pensionarj, non possiamo dispensarci di pone in vista che se si effettuasse un tal pensiero, ridonderebbe alla Chiesa una lacrimevole lesione ed ai buoni uno scandalo irreparabile. Non è di nostra ispezione entrare nel politico e nell’economico de’ suoi Stati – benché in questa parte non cediamo a qualche Affezionato suo per ogni di lei giusto vantaggio — tuttavia non dobbiamo prescindere dai riflessi di deperizione delle rendite ecclesiastiche che coll’amministrazione da farsi dai secolari dei fondi non propri, dell’infrazione dei patti stabiliti fra’ suoi antecessori e diverse province, della ferita apportata alla Costituzione degli Stati, della violazione delle disposizioni dei pii fondatori, delle conseguenti pretensioni, che susciterebbero i loro eredi di rivendicare gli stessi beni: tutto ciò lo lasceremo da parte, come oggetti alieni dal nostro ministero, e che non sfuggiranno dalla penetrazione di V.M. Parleremo soltanto di ciò che non possiamo omettere per debito di coscienza, e le diciamo che il privare le chiese e gli ecclesiastici del possesso dei loro fondi temporali è in dottrina cattolica un errore manifesto, condannato dai Concili, esecrato da’ santi Padri e qualificato dai più rispettabili scrittori per dottrina velenosa, per dogma scellerato. Ed infatti per sostenere una tal massima a pro del sovrano, convien ricorrere ai falsi insegnamenti dei Valdesi, dei Vecleisti e degli Ussiti e di quanti altri pur sono andati d’accordo con loro, e specialmente dei liberali infetti del tempo. Non dobbiamo qui annoiare con una tessitura di citazioni nelle quali si legge che quelli che mettono mano ai beni della Chiesa per loro profitto, Rei sunt damnationis Ananie et Saphire et oportet eiusmodi tradere satane ut spiritus salvus sit in die Domini. Solo ci ristringeremo a riscrivere quanto nel XII secolo avvertì Giovanni patriarca d’Antiochia, che quantunque scismatico, non poté soffrire l’abuso del Principe che voleva, come utile, disporre a favore de’ suoi Stati dei fondi delle Chiese, così scrivendo: “Essendo tu uomo corruttibile, mortale e di corta vita, osi di dare ad un altro uomo quello che non hai? E se dici di donare quello che hai, e pensi che siano tue le cose di Dio, fai Iddio te stesso. Qual uomo dotato di senno chiamerà ciò provvidenza ed utilità e non piuttosto trasgressione, disubbidienza estrema e perniciosissima iniquità? Come può essere e dirsi cristiano chi profana le cose, siano qualsivogliano, (de)dicate e consacrate al nostro Iddio e celeste re Cristo?” Sappiamo che i contraddittori, male interpretando ed abusando di alcuni testi delle sacre Lettere, credono di ben stabilire in questa parte i loro errori, ma noi senza venire ad un esame di tali maligne applicazioni, domandiamo a V.M. se in dicendo gli stessi autori, che in forza di altri testi delle sacre Scritture non si può ammettere nel mondo sovranità, crederebbe la M. V. che tali testi scritturali fossero chiari e convincenti per l’assunto onde doversi spogliare della sua sovranità per salvar l’anima? Noi crediamo anzi chi penserebbe il contrario, ed in così pensando, penserebbe come pensiamo anche noi. E lo stesso dee dirsi dell’altro, in cui li nemici seguenti della Chiesa, gli eretici, li cattolici di apparenza, i falsi maestri, e gli adulatori dei Principi, attribuiscono ai medesimi in base dei passi della Scrittura, il diritto di togliere alla Chiesa e ai suoi ministri la proprietà ed il possesso de’ loro beni. Dovrebbero pur sapere costoro che i Leviti d’Israello possedevano vaste campagne ed intere città e che come fondi santificati erano inalienabili ed in pertinenza del Sacerdozio. E perché dunque non conciliare il libro del Levitico, dei Numeri, dei Re con le altre espressioni che a chi non sa sembrano fra di loro contraddittorie e far lo stesso con i testi del Vangelo e con gli Atti degli Apostoli, come hanno fatto i santi Padri per tacciare, con manifeste eresie, di contraddizioni i sacri Libri dettati dalla stessa divina Sapienza? Facciamo uso di questi riflessi non perché possiamo mai persuaderci che V. M. abbia cuore di non rendere di peggiore condizione le Chiese, di qu(anto) sono le famiglie particolari, e di seguitare l’esempio di soli Principi Protestanti e segregati dalla nostra Comunione, ma affinché la M.V. senta in poche righe ciò che gli dee aver detto alcuno degli odierni pensatori. Non dissimuliamo che purtroppo alcuni fra i molti ecclesiastici faranno di tali beni un uso mai retto: ma che da ciò? Forse questa sarà ragione per farne uno spoglio ed una appropriazione chiamata sacrilega e farla generale a danno della Chiesa, dei successori e di quelli che l’impiegano secondo i dettami delle sacre Ordinazioni? Nei colloqui avuti con V. M. non entrammo in questa materia, che a termini di particolare temporaneo sequestro, e non ci siamo dimenticati di aver dette delle ragioni per le quali ci parve la M.V. persuasa a doversene astenere. Ma se ci avesse proposto il dubbio di una illimitata privazione per passare i beni delle Chiese all’amministrazione de’ secolari, le avre(mm)o aggiunto ragioni molto più rinforzate con le quali l’avre(mm)o convinta deporne il pensiero.

Quello che la mancanza di apertura non ci diede adito allora di fare colla viva voce, l’abbiamo fatto in ristretto colla presente, la quale, se non avesse eguale efficacia, farebbe conoscere a tutto il mondo cattolico che V.M. non ha fatto alcun conto dei nostri suggerimenti o che presto se n’è dimenticata: giacché in questa sola novità si conviene il rovesciamento di quelle massime cattoliche che ci permise di rilevare. Preghiamo di cuore il Signore che faccia sempre risplendere nell’effettivo Governo della M.V. quelle proteste del suo attaccamento alla purità della Religione in modo che mai restino deluse da fatti contrari. Fin qui ci siamo prevalsi di altra mano più corrente e più facile a leggersi della nostra, per affatigar e tanto di meno la vista di V.M. Con questa rispettosa dichiarazione passiamo ad abbracciarla con pienezza di affetto e col darle la Patema Apostolica Benedizione: Datum Romae apud s. Mariam Maiorem die 3 augusti 1782, pontificatus nostri anno VII. Pius pp. VI.

 

<RISPOSTA DELL’IMPERATORE>

= GIUSEPPE: Ho l’onore di rispondere a posta corrente alla lettera che là S.V. viene di scrivermi sul supposto che io voglia togliere tutti i fondi alle Chiese ed agli ecclesiastici e ridurli tutti ad essere semplici pensionarj. Le relazioni delle persone che mi procurarono già l’alto onore di vedere la S.V. alla mia residenza mi hanno anche senza dubbio procurata questa nuova testimonianza in scritto della sua amicizia e del suo zelo apostolico. Non posso dir altro, senza stendermi in lunghezze, se non che il supposto pervenuto alle sue orecchie, come la S.V. si esprime, è falso e senza andar cercando i testi tanto della Scrittura, che dei santi Padri, però sempre soggetti ad interpretazioni e spiegazioni, tengo una voce in me, che mi dice quello come Legislatore e Protettore della Religione mi convien di fare e di tralasciare. E questa voce coll’aiuto della divina grazia e col carattere onesto ed equo che mi sento, non può mai indurmi in errore. Se la S. V. vuole restar persuasa di questa verità, come lo spero, la prego anche di credermi con più filiale attaccamento e rispetto: 19 agosto 1782 Giuseppe.

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Documento n. 2

Sulla cessazione dello Stato Pontificio: P. Vincenzo Maria Strambi, anno 1798

(…) Se poi si domandasse sia espediente e vantaggioso che la Chiesa abbia dominio e Principato, vi si può rispondere che la cosa è assai dubbia e controversa anche presso le persone più savie e meglio affezionate alla stessa Chiesa. Imperocché se per una parte l’aver dominio è stato proprio perché dia alla Chiesa e ai suoi Ministri una maggior libertà nel promulgare la volontà dell’Altissimo e facilità maggiore nello stabilirne i mezzi per bene eseguirli. Per l’altra parte l’essere la Chiesa e i suoi Ministri privi di ricchezza e di dominio, pare che li mantenga più raccolti nel servizio di Dio, più distaccati dalle cose terrene, più umili in tutta la loro condotta, più affabili e più solleciti del bene del Prossimo, e cosi più amabili a Dio ed agli uomini.

Il certo si è che siccome l’uomo veramente savio si accomoda a tutte le disposizioni della provvidenza, e di quelle si prevale per adempire i disegni dell’Altissimo in bonum. Così quando una certa necessità, come la chiama S. Bernardo De Consideratione lib. 4, c. 3, faceva che si ritenesse dominio, e Principato, gli Ecclesiastici santi colla loro virtù tutto facevano servire all’accrescimento della gloria di Dio. Così mentre, non senza sovrana disposizione di Dio, la Chiesa resta priva di dominio, Dominus abstulit; gli Ecclesiastici che hanno veramente lo spirito del Signore e della sua Chiesa, non trascureranno di raccogliere da questa privazione tutti i preziosi vantaggi, che se ne possono ricavare.

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Documento n. 3

Omelia del Vescovo di Imola (futuro Pio VII), anno 1798

<Ecco le linee direttive dell’Omelia del Cardinale Chiaramonti: Libertà, fraternità, democrazia>.

«La libertà cara a Dio e agli uomini è una facoltà che fu donata all’uomo, è un dominio di poter fare e non fare, ma sempre sotto la legge divina ed umana. Non esercita ragionevolmente la sua libertà chi si oppone alla legge baldanzoso e ribelle;1 non esercita ragionevolmente la sua libertà chi contraddice a Dio e alla temporale sovranità, chi vuol seguire il piacere e lasciare l’onestà, chi s’attiene al vizio ed abbandona la virtù… La forma di governo democratico, adottata fra di noi, o dilettissimi fratelli, no, non è in opposizione colle massime fin qui esposte, né ripugna al Vangelo: esige anzi tutte quelle sublimi virtù che non s’imparano che colla scuola di Gesù Cristo, e le quali, se saranno da voi religiosamente praticate, formeranno la vostra felicità, la gloria e lo splendore della vostra repubblica » (…)

« Decidete quanto conferiscano i precetti del Vangelo, le tradizioni degli Apostoli e dei grandi filosofi Padri e Dottori cristiani a conservare la pace, a far risplendere la vera grandezza dello stato democratico, a fare di tanti uomini, dirò così, tanti eroi di umiltà, di prudenza nel governare, di carità nel fraternizzare fra loro stessi e con Gesù Cristo… Il luminoso oggetto della nostra democrazia dev’essere di stabilire la massima possibile unione di sentimenti, di cuori, di forze fisiche e. morali, onde ne derivi una soave fratellanza nella società (…) nella democrazia studiatevi di essere della massima possibile virtù e sarete i veri democratici: studiate ed eseguite il Vangelo e sarete la gioia della repubblica…

La religione cattolica sia l’oggetto più prezioso del vostro cuore, della vostra divozione e di ogni altro vostro sentimento. Non crediate che ella si opponga alla forma di governo democratico. In questo stato, vivendo uniti al vostro Divin Salvatore, potete concepire una giusta fiducia dell’eterna salute, potete operare la felicità temporale di voi stessi e dei vostri simili e procurare la gloria della repubblica e delle autorità costituite. Sì, miei cari fratelli, siate buoni cristiani e sarete ottimi democratici ».

 

Documento n. 4

Giuramento del Vescovo di Fano – 26 febbraio 1798

Voi ora siete Sovrano, o mio Popolo, e Dio, il grande Iddio vi ha dato questa sovranità. Io sono, o Popolo, il vostro Vescovo. E fu Dio che mi chiamò e per mezzo del suo Vicario mi ha assunto a carico così tremendo.

I regolatori voi siete di quelle vie che conducono l’uomo ad essere felice in terra, ed io sono il regolatore di quelle vie che conducono l’uomo ad essere felice in Cielo.

Io adoro nelle vostre mani le democratiche leggi, ma voi adorate ancor nelle mie, le leggi dell’Evangelo.

Oh sante leggi dell’Evangelo, qua, a me, oggi, che vi consegni al mio Popolo, onde egli che è Sovrano sia mai sempre democratico senza colpa, democratico con virtù. Oh, leggi democratiche, qua, a me, pure in quest’oggi. Voi avete, o Popolo, alle leggi dell’Evangelo quell’ossequio che è ben dovuto alle leggi dell’Evangelo di Gesù Cristo: morir piuttosto che violar questa legge.

Io debbo alle vostre leggi, ubbidienza e rispetto, e tal rispetto e ubbidienza che ognuno impari a rispettarle e ubbidire.

Ohimè! Se ardito io fossi di violarle, sarei colpevole di più delitti, sarei meritevole di molte pene. Ma o quali atroci pene voi pure avreste non solo in terra, ma anche all’inferno, se violate un sol precetto dell’Evangelo, se vi scostaste dagli esempi del Crocifisso:

Io no, che esser non voglio reo di in ubbidienza alle vostre leggi, ma voi nemmeno esser lo dovete a quelle che già vi imposi a nome del vostro Dio.

Deh, rammentate, o Popolo, in vostro cuore, rammentate quei giuramenti che faceste là nel Battistero, ché io, anch’io con giuramento m’obbligo al mio dovere.

GIURO, ecco, o Dio le mie parole, ecco la mia promessa, giuro fedeltà al democratico attual governo, giuro obbedienza alle sue leggi, ma ad un tempo a voi giuro fedeltà e ubbidienza, o mio Dio, fedeltà ed ubbidienza adorabili Comandamenti e alla vostra Chiesa

Oh, sacerdoti, o ministri del Divin Culto, giuro anche per voi, e Dio riceva in religioso olocausto i nostri inviolabili giuramenti.

Sebbene, ah, perché, o mio popolo, anzi miei figli, mia corona e mio gaudio, perché non posso giurare anche per voi. Voi sì che potete adesso formarvi i vostri rappresentanti, le vostre leggi, ma poi, formati gli uni, formate le altre, dovete anche voi rispettare entrambe, e ubbidire con fedeltà. E’ Dio che così vuole, quel sapientissimo Dio, che arbitro e regolatore delle sorti del mondo, le dispone e modera a suo talento.

Voi qui vedete tra i vostri concittadini, quegli che rappresentano la vostra sovranità.

Essi rispetteranno sempre la Religione, terranno da voi lontani i fulmini di Gesù Cristo, onoreranno l’infallibile successore di Pietro e la sua fede, saranno scudo e difesa al cattolico Culto, al sacro tempio, ai suoi ministri, ma tutti insieme custodi ed esecutori delle vostre leggi, ne esigeranno veglianti e solleciti l’adempimento.

Fra questa loro rappresentanza, non è ella tale che al dir di Paolo, vi obbliga ad adorare in esso gli altri decreti, e le disposizioni del vostro Dio, con spirito d’ubbidienza? Eh, sì pur dunque ubbidienza, anche per voi o mio popolo, fedeltà e ubbidienza all’attuai vostro Governo e agli attuai vostri rappresentanti. Ma avvertite questo spirito di fedeltà, questo spirito d’ubbidienza ove più vigoroso lo trovate, se non tra gli augusti veli di Religione?

Adempiansi queste leggi che io vostro Pastore vi addito nell’Evangelo e sarete Sovrani ad un tempo e sudditi integerrimi e virtuosi.

Oh, beato quel Popolo ove nelle massime e nei costumi, trionfa il Vangelo, perché trionfano insieme con lui, la pace il buon ordine, la giustizia!

Beato quel popolo ov’è la Repubblica protetta dal Crocifisso, e il Crocifisso difeso dalla Repubblica, mentre con sì mirabile unione, resta assicurato il doppio bene all’uomo in ordine alla terra e al Cielo.

Cari miei figli, mentre io su questo Altare, consapevole dei miei voti e delle antiche mie lagrime, Altare che mi mostra le sacre ceneri del mio Vescovo Fortunato, Altare che mi ricorda i favori e i voti dell’Ammirabile Madre Maria, mentre io deposito i miei già formulati giuramenti, voi venerateli con Religione. Son giuramenti del vostro Vescovo. Ma ad un tempo accoppiate ad essi le vostre risoluzioni, fervide risoluzioni d’osservare la santa legge di Dio, d’amarvi in Dio, d’essere cittadini nelle vostre intraprese, diretti sempre alle intenzioni di Dio

Oh, Dio, piovete amoroso Sole dal Cielo, che infiammi di carità, illumini le nostre menti, ecciti in cuore, generosi affetti di religione e di Fede.

Rendete santo il Pastore, rendete sante la Greggi onde tutti possiamo un giorno cantarvene, nell’eterna Gerusalemme, inno più giulivo e festoso, del festoso inno giulivo, che ora sciogliamo qui ai piedi del vostro Altare.

Nota: questo foglio, probabilmente portato da don Valeriano Orazi segretario del vescovo di Fano e canonico a Santa Vittoria, ov’è rilegato nel registro n° VI “Iura”, carte 359-360.

 

Documento n. 5

Proclama di Fernando re di Napoli – 14 novembre 1798 (ortografico)

= FERDINANDO IV per la grazia di Dio re delle Sicilie e di Gerusalemme, infante di Spagna, duca di Parma, Piacenza, gran Principe ereditario delle Toscane etc.

Quantunque fin dal principio delle rivoluzioni politiche, che da qualche tempo hanno turbato la tranquillità in varie parti del mondo, avessimo noi procurato di provvedere alla costante sicurezza dei nostri reali Stati e Domini col tenerle lontane le perniciose massime e i seduttori, riordinare ed accrescere le nostre forze armate, stringere con più forti nodi le alleanze con le potenze amiche, stipulare trattato di Pace con la Repubblica Francese, ed esaudire ogni altro mezzo di operazioni pacifiche: pure nondimeno ci siamo trovati nella dura circostanza di vedere in pericolo la quiete ed indennità dei nostri Stati per motivo dell’inaspettata mutazione di Governo del limitrofo Stato Romano, accompagnata dalla sovversione di ogni sano stabilimento, dal danno della santa religione cattolica e da civili discordie e luttuose scene di massacri e depredazioni. Questi avvenimenti, l’imprevista occupazione dell’Isola di Malta di nostra regia pertinenza e le continue minacce di prossima invasione nei nostri Domini, confermate da apparecchi guerrieri e da movimenti di truppe alla volta di questo Regno di Napoli, ci hanno indotto a prendere altri più efficaci provvedimenti, onde allontanare dai nostri Domini qualunque danno e pericolo. Abbiamo pertanto determinato di fare avanzare il nostro reale esercito dentro lo Stato Romano fin dove l’urgenza lo richiederà, con la ferma volontà di ravvivarvi la cattolica religione, farvi cessare l’anarchia, le stragi e le depredazioni, ricondurvi la Pace, e porlo sotto il regolare Governo del suo legittimo Sovrano. Dichiariamo ai nostri amatissimi sudditi, agli abitanti dello Stato Romano, ed agli altri popoli dell’intera Italia che (lungi dal muovere guerra contro alcuna Potenza) il solo desiderio di provvedere alla loro sicurezza e di rendere il dovuto onore alla religione ci ha mosso a questa intrapresa nella quale Noi col soccorso del sommo Dio, secondati dai validi aiuti dei nostri grandi alleati e dall’opera delle Nazioni Italiane, speriamo avere felicissimi eventi. Noi stessi alla testa dei prodi soldati del nostro invitto esercito, dirigeremo le loro operazioni militari e ci impegneremo di fare uso delle loro forze nei soli casi di resistenza e di aggressione, mentre in ogni altro rivolgeremo le nostre cure soltanto agli indicati sacri oggetti della Religione e del riordinamento del Governo dello Stato Romano. Con tale prevenzione adunque esortiamo gli abitanti tutti del detto Stato Romano di deporre le armi nel momento dell’ingresso del nostro esercito nel loro territorio; di conformare a quelle disposizioni che saremo per dare in favore di essi e della salvezza comune, di facilitare con i possibili mezzi e aiuti la nostra giustissima intrapresa, e di essere sicuri che Noi, facendo uso della nostra naturale giustizia e clemenza, non solo proteggeremo e ricompenseremo i buoni e virtuosi, ma ancora raccoglieremo con paterno affetto i traviati che, pentiti dei propri errori, volontariamente ritorneranno nel diritto sentiero e si sottoporranno al nostro comando.

Inculchiamo pertanto a tutti di abbandonare ogni idea di vendetta per il danno che per la passata rivoluzione gli uni avessero agli altri arrecati e di astenersi da qualunque sorta di eccesso di rappresaglia, sotto pena della nostra reale indignazione, di essere trattati i contravventori come nemici della pubblica sicurezza.

Esortiamo parimenti i Generali e Comandanti di qualunque esercito estero di far subito ritirare tutte le loro truppe fuori dal territorio romano, senza prendere ulteriormente parte nelle avventure di quello Stato la cui sorte per ragione di vicinanza e per altri legittimi motivi interessa principalmente la nostra Regia Podestà. Infine manifestiamo che dal punto in cui il nostro esercito sarà entrato nel territorio Romano, vi sarà libera comunicazione tra le sue popolazioni e quelle del Regno, del quale per provvedere alla sussistenza delle Reali truppe ed al bisogno degli abitanti dello Stato Romano, faremo nel medesimo trasportare i generi necessari di viveri ed altre occorrenze.

Dal Quartiere Generale di S. Germano 14 novembre dell’anno 1798. Ferdinando

  1. Acton

(Nel registro VI “Iura” dell’archivio capitolare Santa Vittoria in Matenano, cc.362s. Nota: la guerra del re di Napoli contro la Repubblica Romana, risulta dichiarata il 23 novembre 1798 nel “Distinto ragguaglio della totale disfatta riportata sul formidabile esercito napoletano dalle invitte falangi della Grande Nazione” stampa dell’epoca.)

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Documento n. 6

Ascoli 5 febbraio 1799: sottomissione pacifica

= LIBERTA’   REPUBBLICA ROMANA   EGUAGLIANZA

LA MUNICIPALITÀ’ D’ASCOLI

Alle Popolazioni vicine, Perdono, e Pace per le Communi Armate del Tronto. Dopo varie trattative in iscritto, e a voce colla mediazione nostra, e per mezzo de’ virtuosi Ecclesiastici, Secolari, e Regolati, spediti in tutte le Comuni, il General Francese dimostrando la sua brama di fare cessare i disordini, e risparmiare le conseguenze funeste di una spedizione di Truppe sulle nostre Campagne, trovò il Comandante, e Capitani delle Popolazioni armate, nelle medesime disposizioni di procurare il maggior bene; Quindi in risposta ad un foglio dei prelodati Capitani de’ 4 Febraro furono sottoscritti i seguenti Articoli fissati dal prode, ed umanissimo Generale.

Ascoli 5 Febbraro 1799 V.S. 17 Piovoso, Anno 7. della Repubblica Francese.

Il Generale Francese vede con piacere, che i Montagnoli Insorgenti vogliono acconsentire alla Pace.

Le Truppe Francesi non possono farne, che di onorevole, e di giusto: in conseguenza il Generale Francese animato dal desiderio della Pace, non può donarla, che alla Condizione di già descritta cioè:

  1. Perdono generale per tutte le Communi.
  2. Tutte le Communi daranno un Ostaggio della loro sincerità alla Pace.
  3. Questi Ostaggi saranno sotto la risponsabilità di un’abitante di Ascoli.
  4. Niuno sarà ricercato nella sua passata condotta.
  5. Non sarà levata alcuna requisizione alle circostanze insorte.
  6. Nel Caso, in cui non possa trovarsi un Ostaggio ne’ Villaggi, il Generale Francese accetterà un Abitante, o Prete di Ascoli, che rappresenterà questo Villaggio. (…) Firme di 22 Comandanti (omesse)

 

ARTICOLO ADDIZIONALE

Se non si sono posti gli Articoli relativi al servizio della Religione, alle Campane, e alle Prediche, è perché questi Articoli non possono incontrare alcuna difficoltà poiché già sono accordati dal Capo medesimo delle Truppe, il quale da vari giorni ha dato l’ordine di far suonare le Campane, ed hà protette tutte le Chiese, e promesso il libero esercizio del culto; poiché in fine la facoltà la più intiera sopra questo punto è già accordata da un Proclama del Generai Dahesmer. Per scanzo di ogni equivoco, il Generale Francese conferma le disposizioni a questo riguardo.   Ascoli 17. Piovoso Anno 7. DARGOUBET

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Documento n. 7

PROCLAMA 26 maggio 1799 a Servigliano per l’insorgenza

Per FERDINANDO IV Re delle Due Sicilie e di Gerusalemme, ecc.

Il conte CLEMENTE NAVARRA

Brigadiere delle Truppe arrolate in massa, Napol. e Pontificie

«Ergete la fronte, Popoli generosi del Piceno. Eccovi il felice momento di ravvivare la nostra Santa Religione, di rimostrare il nostro attaccamento al Sovrano e di sottrarci da questa anarchia che sì barbaramente ci opprime. Correte tutti alle armi, e ricordatevi di quel ch’è scritto nelle Sagre Carte nel libro di Judith, cap. 15, v. 6: Omnis itaque regio omnisque Urbs electam Juventutem armatam misit post eos, et persecuti sunt eos in ore gladii quousque pervenirent ad extremitatem finium eorum.

Io vi chiamo a difendere la causa comune, fidate in Dio, nei grandi alleati, nel coraggio avito… Si agirà col massimo rigore delle leggi, perché ritorni il buon ordine, facendo noto a tutti con questo Editto, che in ciascun paese siano reintegrate le Magistrature, alle quali inculco di proibire affatto, che truppe di gente armata dal capriccio, col pretesto della buona causa, vadino scorrendo per le campagne e paesi, arrestando delle persone, e farsi lecito di saccheggiare, fucilare, ed incendiare. Chiunque ardirà ciò tentare sarà considerato come nemico dello Stato, e punito come tale. Ogni truppa armata dovrà dall’invitto mio generale de Donatis, o da me dipendere, né si riconosceranno altre truppe, che quelle da Noi disposte, ma gli abitanti tutti siano preparati a prendere le armi al suono delle campane a martello; ed accorrere al bisogno, se mai truppa nemica ardisse attaccarci, avvertendo, che quel paese, che tardasse ad accorrere, sarà dichiarato ribelle, e come nemico della patria militarmente castigato. Epperò voi tutti del clero, e specialmente voi, Pastori delle Anime, concorrete ad una impresa così gloriosa, e destate con vivezza le scintille della Pietà, e del languente costume, e fate risorgere fra le vostre contrade la purità della infallibile Nostra Religione, e tentare ogni mezzo coll’esempio, e colla voce, perché ritorni in noi quella pace, che finora ci è stata sì barbaramente rapita. Chiunque vorrà con Noi prendere le armi in questa sì nobile gara, si presenti a me, e agli Uffiziali maggiori per avere le necessarie istruzioni e per essere autorizzati colle patenti del Re delle Due Sicilie e più d’ogni altro io chiamo coloro che con eguale valore e fedeltà diedero prova allorché erano aggregati alle truppe Pontificie.

Dato dal Quartiere gen. di Servigliano, questo dì 26 maggio 1799. »

Documento n. 8

PROCLAMA: Ascoli 27 maggio 1799 per l’insorgenza

= FERDINANDO IV PER LA GRAZIA DI DIO RE DELLE DUE SICILIE DI GERUSALEMME ECC.

  1. DONATO ANTONIO DE DONATIS GENERALE IN CAPO DELL’ESERCITO IN MASSA PER LA SUA MAESTÀ’, CHE DIO LA GUARDI

«Popoli di Acquaviva aprite ormai gli occhi alla luce del giorno. Sentite la voce di uno, che ama il vostro vero bene. O Voi stringete le armi in favore delle nostre vittoriose truppe, ed allora troverete in Noi un amico sincero, ed affettuoso, che lungi dal prendere vendette delle vostre insolenze passate addosserà la valida protezione e di Voi, e delle sostanze vostre: o vi dichiarate nostri nemici, ed allora aspettatevi pure, che Noi con tutte le nostre forze affronteremo i vostri fuochi, vi piomberemo addosso, vi saccheggeremo usando ogni rigore militare. Pensate a Voi: decidete con prontezza e dentro due ore mandatene la risposta ».

Ascoli, 27 maggio 1799.

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Documento n. 9

Insorgenza: 26-29 Maggio 1799 a Castel Clementino

Dì 26 del corrente mese di Maggio: si manifestò a Castel Clementino il piano di una controrivoluzione da eseguirsi con l’aiuto e intesa degli Insorgenti Napoletani, alla cui testa si pose Clemente Navarra con la carica di Brigadiere a lui conferita da D. Donato De Donatis, generale in capo dell’Armata in massa Napoletana. Con l’intesa, come dicono, che la mattina seguente dovesse ivi giungere l’avanguardia di tale armata. La mattina del divisato giorno si cercò che i Parroci di detto luogo avessero predicato dall’altare di doversi tutti venire contro i francesi; ma i Parroci mostrarono ripugnanza di farlo, e il curato Burocchi per non esserci obbligato pensò di celebrare nella sua chiesa. Nonostante s’inalberò la Bandiera Napoletana, e si affissero editti con i quali s’invitava il popolo ad unirsi e si ordinava il ristabilimento delle antiche magistrature. La Terra di Santa Vittoria si accomodò per prima a seguire tale piano. Vi si atterrò l’Albero, si unirono delle persone, e alla testa uscì il noto Majeschi il quale si mostrò meno impegnato. Dietro tali incitamenti il giorno appresso 27 detto, la campana di Castel Clementino, che aveva cominciato a suonare a martello insieme col tamburo la sera innanzi seguitò a fare lo stesso

fin dalle otto della mattina e lo stesso si fece in Santa Vittoria, per adunare gente. Il dopopranzo di tale giorno si sentì simile furore e rimbombo di tamburo in M. S. Martino dove però non accorsero se non pochissimi contadini, che, sentito il motivo, amarono meglio di tornarsene alle loro faccende della campagna.

Ieri mattina 28 si intese lo stesso suono in Sant’Angelo <in Pontano> dove era stato dichiarato capitano Giuseppe Gentili. Per buona sorte di questo luogo, la commissione di fare lo stesso fu data all’Egamennoni insieme con la patente di capitano e i proclami da affiggersi, con ordine di eseguire tutto appena qui ritornato. Ma poiché la patente l’aveva presa per forza, come dice, non eseguì punto l’addossatagli commissione, cosicché questo luogo si preservò immune fra l’incendio che ardeva in ogni intorno, e siamo stati solo spauriti di quello che facevano gli altri, fino alle ore 14 circa del giorno di ieri, quando si intesero dalla parte di Castel Clementino delle scariche di moschettieri, che, ignorando noi cosa significassero, senza pensare alla zuffa che vi seguì col distaccamento della truppa francese e insorgenti, non sapevamo indovinare la causa. Se ne concepì però un sospetto, al vedere per mezzo del cannocchiale, che truppa di gente dalla parte di Falerone andava direttamente a quel luogo, e passava il fiume senza scalzarsi. L’eccidio seguito fu poi saputo da persone che, per curiosità di sapere, s’inoltrarono verso quella parte e più in dettaglio si raccontò iersera, e questa mattina. I morti insorgenti sono stati almeno venti. Tra questi il figlio del Navarra che fu incontrato dalla truppa vicino al molino di Falerone, mentre con 50 insorgenti circa, andava in Falerone, e il capitano benedetto Gualtieri fu ucciso poi in casa al tempo del saccheggio, che fu dei più feroci, con altri vari dei quali non so il nome, e fra questi la persona che stava a suonare le campane a martello, la quale fu sbalzata dalla torre. Secondo le relazioni che giungono, oltre allo spoglio generale fatto in tutte le case di quanto vi era – e vi era molto in alcune specialmente, che non si persuadevano di tale visita – vi è stato il massacro di tutto il mobilio che non si poteva trasportare. I cristalli e i vetri delle finestre furono rotti, i parati lacerati, i comò, i tavolini, le sedie, fatti in pezzi. Insomma si fece un macello e di carne e di roba, come ognuno può figurarsi e come si sentirà più dettagliatamente in appresso.

La sera innanzi <27> di questo tragico fatto si erano fatti arrestare e condurre in quel quartiere generale (così denominato quel luogo dal proclama) il Valeriani e il Venantini di Santa Vittoria; altri di là erano fuggiti, come avevano fatto parimenti altri da Falerone, il cui popolo, come quello di Montegiorgio, era stato il primo ad accorrere per arruolarsi.

Il Brigadiere Navarra si salvò con la fuga, e così si salvarono altri uniti con lui, che presero la fuga chi per una parte e chi per un’altra. La truppa poi che si aspettava dalla parte di Ascoli la mattina del 27 non era giunta e non giunse, perché a Mont’Alto trovò delle resistenze. Il Majeschi che aveva tanto brigato è restato morto anche lui. Raccontano che alle ore 4 del 26 partisse dal quartiere

generale e se tornasse a Santa Vittoria, cosicché non fu presente alla zuffa, ma inteso poi quanto successo, dicono che tornasse là per comprare delle robe prese nel saccheggio e che da quattro contadini fosse ammazzato avendogli trovato addosso molti “pezzi duri”.

Non mancò poi neppure qui una scenetta e fu che alle (ore) 19 circa di ieri 28 si presentò il capitano Giuseppe Gentili con sette altre persone del seguito, entrati per la porta del forno, i quali direttamente andarono alla porta del convento di San Francesco, andando dicendo per la strada Napoletani! Napoletani!

Appena smontato di cavallo il capitano suddetto, invece di entrare in convento, fece sul momento arrestare Giovanni Vecchi che passava in quel punto, e poi per la stessa strada, se ne ritornarono indietro senza far altro. Giunti avanti alla casa di lui, si fece incontro la moglie che si mise con le lacrime a scongiurarli di lasciarle il marito; ma il capitano diceva di condurlo al quartiere generale (che non so dove fosse) e gli altri di farlo a pezzi fuori della porta come Giacobino e supposto reo di aver <informato> i francesi perché venissero contro Castel Clementino. Il fatto è che lo condussero fino a San Rocco, ma poi, sopraggiunto il padre e don Santi Luccarini, li cominciarono a pregare di nuovo del rilascio; e sul giuramento che prestò don Santi che non fosse Giacobino, e che non aveva mai avuto alcun carreggio lo dimisero e se ne andarono per i fatti loro.

Ecco la storia genuina dell’accaduto nelle nostre vicinanze, e qui preghiamo Dio che le cose finiscano così. Ma temo di peggio. Pacifico Cornacchia di Santa Vittoria, arrestato dai contadini, fu condannato a Mont’Alto. Andreozzi restò ferito in faccia. Marinelli scampò la morte fuggendo in certi fossi. Majeschi rimase ucciso. Tutti questi andavano uniti a Castel Clementinoper ottenere dal comandante francese che non facesse andare la truppa a Santa Vittoria, dove si credeva <fosse> diretta dopo il sacco di Castel dementino.

(Autore anonimo probabilmente faleronese di un manoscritto n. 946 presso la biblioteca comunale di Macerata qui riferito in trascrizione corretta per l’ortografia)

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Documento n. 10

IL COMANDANTE GENERALE DELLA MONTAGNA GIUSEPPE CELLINI AI POPOLI DELLO STATO PONTIFICIO – INDIRIZZO –

Ascoltate, o Popoli amici, la voce di chi ama il vostro bene. Non è più tempo giacere in una colpevole inerzia, e sostenere più lungamente una fatale indifferenza. Tutti i vostri Fratelli limitrofi all’Abruzzo Ultra e Citra colle anni in mano già sono in Campo. Essi sull’esempio dei valorosi Sanniti, e da loro scortati, han combattuto e son vincitori. Entro le mura de’ loro Paesi più non spira liberamente l’aria impura, né alcun Francese, né verun perfido Giacobino. Sì l’uno, che l’altro si trova fra’ ceppi, o pallido fugge, e ramingo. Quanto audace si mostra questa infida genìa nel vederci avviliti, tanto vile or si dimostra vedendo il nostro coraggio, l’unione e i progressi delle nostre armi. Queste già spiegano su una ben larga estensione la sua energia. E’ stato un punto, un punto solo investir Norcia, Cascia, Visso, Serravalle, Ponte della Trava, Camerino, Ascoli, Mandola, Comunanza, 5. Vittoria, Montalto, Monte di Novo, Affida ecc. ecc. occuparli, e sollevarli. E’ brava la gente, che muove all’impresa, esperti i Duci che la guidano.

Or siam giunti al felice momento, in cui tutta la fiorente un dì, ed ora languida, e desolata Marca è per prendere l’Armi su cui dietro al divin soccorso, è riposta la propria, e l’altrui salvezza. Correte, o Popoli amici, correte ad unirvi con Noi. Non dubitate, la vittoria è nostra. Non vi è più da temere. I Mari, che bagnano la bella Italia, appena reggono a sostenere gl’immensi Legni Inglesi, Moscoviti, Lusitani, Ottomani. Poche di essi si sono presentati in Ancona, e pochi colpi di Cannoni han fatto sentire a quella bloccata città; e nondimeno han destato in essa la più spaventevole costernazione.

L’invitte Falangi Austro-Russe sono arrivate a Bologna. A Soffia è giunto il real Principe di Napoli con il Figlio del Gran Signore conducente un Esercito sorpendentissimo. Da altra parte vola a prestarci aiuto l’immortale Cardianal Ruffo. Noi ci troviamo con numerosa Leva in Massa, al cui fianco vedesi la intrepidezza, il coraggio, la vittoria. Fiancheggiati, protetti, alleati, assistiti da tante Forze, ditemi, vi può essere da temere? Non vi fate ingannare da certi spiriti deboli, o maliziosi Allarmi, Allarmi.

A ciò vi obligano i doveri della propria coscienza, l’amor della Patria, la fedeltà giurata al Sovrano, la Professione di nostra Santa Religione, la quale, sussistendo, per altro breve tempora Cabala Filosofica, Ateistica, Massonica, va ad annientarsi nei nostri Paesi; vi obbliga il bene delle vostre Famiglie, la tenera vostra Figliolanza, che riclama il Cristiano costume, e la sana educazione; vi obbligano il pericolante onore delle vostre Mogli, il pudore compromesso delle vostre Figlie, i beni già invasi, i diritti violati, le proprie persone colle minacce, e colle armi tante volte investite. Se all’aspetto di santi motivi, e di sì potenti aiuti voi non vi scotete, voi siete colpevoli. Tremate. Il colpo desolatore poco

sta a piombarvi sulle Persone, e sulle Sostanze. Odiosi a Dio, al Sovrano, al Popolo fedele, che aspettar mai non vi dovete di avverso? Deh! riunitevi con noi, e non soffrite alcun disastro.

Giacobini, rovesciatori del Trono, sacrileghi invasori de’ Beni Ecclesiastici, Profanatori de’ Luoghi Sacri, Distruttori dell’Ordine sociale, Increduli, Miscredenti, Depravatori del buon Costume, Soldati della Cabala Ateistica voi impallidite, e ponete le ali ai piedi. Ma, che giova? L’arco feritore è rivolto contro di voi. Molti de’ vostri pari o son caduti, o son fra le ritorte. Lo so, voi fuggite: ma dove alla fine miseri andrete? Ovunque strascinate l’indegna esistenza, seguiravvi il rimorso tormentatore: ovunque troverete nemici; ovunque l’odio, l’esecrazione vi accompagnerà. Giacobini ricredetevi. Ancora siamo in tempo. Abbracciate anche voi la difesa della Causa comune, e sarete salvi. Ma se per altro breve spazio vi restarete ostinati nel partito Filosofico, guai a voi; siete perduti. Tremate.

In Camerino dal Quartiere Generale 5, Giugno 1799 G. Cellini Comand. Gener. In Capite.

In Camerino 1799. Per Vincenzo Gori.

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Documento n. 11

Difesa repubblicana: Ascoli 4 giugno 1799

LIBERTA’           EGUAGLIANZA      REPUBBLICA FRANCESE

Dal Quartiere Generale d’Ascoli li 16 Pratile Anno VII della

Repubblica Francese una, ed indivisibile.

MONNIER Generale di brigata Comandante in Ancona, e ne’ tre Dipartimenti riuniti in istato d’Assedio

La Città d’Ascoli, divenuta il soggiorno de’ Briganti Abruzzesi, ha posto il Dipartimento nel rischio di perdersi. Gli Abitanti di questa Città ribelle avevano già presa la Coccarda rossa, e trasformate in autorità Monarchiche le autorità tutte della Repubblica. Essi han dirette le orde de’ Briganti co’ quali eransi unite, e quest’uomini infami, vantando il nome di Dio, del Re, e de’ Preti, han commesso i più detestabili eccessi sulle persone, e se ne hanno usurpato tutte le mobili proprietà, ovunque si son presentati. Le prime lor vittime sono state le Comuni di Offida, di Castorano, di Colli, dì Pagliare, di Monte Prandone, e nelle Campagne che se estendono fino a Montalto.

Non potendo sì fatti eccessi non eccitare la generale indignazione, debbon essi risvegliare tutta l’energia delle autorità Civili, e precisamente dalle Guardie

Civiche, per opporsi vigorosamente alle intraprese, che tentar potessero nuovamente gli enunciati Briganti.

Le Truppe Repubblicane si misero in moto: I Briganti sono stati battuti a S. Benedetto, a Ripatransone, in Acquaviva. Hanno fatta la lor ritirata in Ascoli, e là si erano fortificati. La Città La presa d’assalto dopo due ore di combattimento. Questo giorno è stato spettatore delle nostre complete vittorie, e gli scellerati sono stati puniti. Tutti coloro, che non hanno imitato il lor Generale nella fuga, sano caduti sotto i colpi Repubblicani.

Le Truppe, ch’io lascio nel vostro Dipartimento, occupano delle posizioni vantaggiose. Sarà però stabilita, sotto la sorveglianza dell’Amministrazione Dipartimentale, un Cordone sul Tronto composto della Guardia Civica. Una colonna mobile si metterà subito in azione per portarsi su tutti i punti minacciati, ed occupati dai Briganti suddetti.

Ogni Brigante arrestato sarà fucilato sull’istante. Le Comuni, che non si opporranno al loro ingresso, incorreranno nelle pene già significate nel Proclama del giorno 14 (2 giugno).

Signato MONNIER

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Documento n. 12

Ladroneggi degli insorti, luglio 1799, Ascoli

GIUSEPPE COSTANTINI ALIAS SCIABOLONE COMANDANTE LE TRUPPE IN MASSA PER SUA MAESTÀ’

FERDINANDO IV E POTENZE ALLEATE

Io sono informato dei continui ladroneggi che tuttodì si commettono sì in mobili che in bestiami a svantaggio di pacifici contadini. Sono esacerbato oltremodo per tali misfatti e ne prenderò le misure le più forti. Sotto pretesto di nuocere ai giacobini, si commettono l’empietà le più esacrande. Nessun individuo ha il diritto di ciò fare, ancorché il sapete, ma compete al solo sovrano. E’ questo un procedere che si oppone alla Religione Cattolica ed alle leggi di qualunque Governo. Il fulmine del castigo sta per piombare sopra a quelli che invece di desistere da un tal procedere non restituiranno sull’istante ciò che ànno rubato contro ogni diritto di natura e contro la legge di Dio. Io parto sì per unirmi al prode Generale La-Hoz e battere i Francesi; ma guai a quelli che prenderanno a scherzo questa mia risoluzione. Sarò inesorabile anche co’ miei più stretti di sangue.

Ordino però che subito si rimettino i massari ne’ rispettivi paesi i quali formeranno un processo a quelli ritengono o hanno preso bestiami.

Tutti gli abitanti de’ paesi e contadini si uniranno ad arrestare questi

perturbatori del buon ordine. In caso disperato e di resistenza, li autorizzo a far fuoco a tal razza di gente tanto perniciosa alla società.

Questo ordine stampato che sarà, voglio sia affisso in ogni paese e pubblicato nelle Chiese dai rispettivi curati.

Dal Quartier Generale di Lisciano 16 luglio 1799.

LUIGI ANELLI Segretario.

 

Documento n. 13

REGGENZA a Macerata, 20 agosto 1799

L’IMPERIALE – REGIA – PONTIFICIA REGGENZA DELLA MARCA DI FERMO E DI ANCONA

EDITTO

Per supplire alle immense spese, che seco porta il mantenimento di una Truppa attualmente impiegata alla difesa di una causa tanto nobile, e gloriosa, necessita ricorrere sull’istante a dei temperamenti quanto pronti, altrettanto capaci a produrre tutto ciò, che faccia d’uopo al servizio della medesima. Avrebbe voluto l’imperiale-Reggia-Pontificia Reggenza dispensarsi dall’addossare alle Popolazioni qualunque più piccolo peso, ma I’ urgenza dell’affare, e la santità della causa, che si è impresa a trattare, e che siam prossimi a sentire finalmente decisa, esiggono nuovi sforzi da tutti. Quindi è, che dopo le più mature riflessioni, e li scandagli più esatti, quello essendosi creduto il temperamento meno sensibile di ricorrere all’imposizione di un Testarico, regolato però, e diviso nel caso presentaneo in quattro diversi gradi, si è trovata nella circostanza di determinare, come appresso.

Primo = Tutti gl’individui delle Famiglie Nobili, o ascritte in primo grado in qualunque Città, o Terra, comprese in questa Classe le Comunità Religiose, dovranno subito sborsare in mano dei rispettivi Esattori pubblici a quest’effetto deputati uno scudo per cadauna Testa, con l’obbligo di pagare per ciscun Uomo o Donna di servigio paoli tre moneta di rame.

Secondo = Tutti gl’individui delle Famiglie del secondo ceto, o grado, del primo , e secondo de’ Castelli, e de’ Mercanti saranno tenuti per lo stesso titolo pagare bajocchi 40 per cadauno, t ame sopra.

Terzo = Tutti gl’individui delle Famiglie di qualunque altro grado, o ceto saranno obbligati pagare bajocchi dieci per ciascuno come sopra.

Quarto = Tutti li Coloni dovranno pagare bajocchi cinque per ogni testa come sopra.

Macerata dalla Reggenza 20 Agosto 1799.

(Omissis)

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Documento n. 14

<RICORDO DEI NAPOLETANI A PEDASO>

– 25 agosto 1799

È giunto finalmente in questo nostro castello di Pedaso la Real Truppa dell’Invitto Re delle due Sicilie, comandata dal prode Generale Don Donato de Donatis tanto da noi aspettato, e desiderato, ad oggetto di condursi sotto la Piazza di Ancona, dentro la quale i malvagi Francesi e i loro cinque Partitari sonosi riuniti fuggendo. Mercé un tal forte e valoroso soccorso speriamo ora vicino l’esterminio di quella perfida gente, che resiste ancora alle forze delle Potenze alleate, e speriamo altresì di vedere sollecitamente restituita l’intera tranquillità a queste nostre contrade. Intanto, siccome abbiamo ammirato la moderatezza di detta Real Truppa, che, per li vari provvedimenti dati dal riferito signor Generale, non ha recato la menoma molestia e niun danneggiamento agli interessi ed alle persone di questo castello nostra patria, così ne produciamo un completissimo Avviso al pubblico, onde tutti si esultino di giubilo e di contentezza.

Pedaso, 25 agosto 1799.

Li residenti

NICOLA BERNARDINI, Vie. for. e Dep. eccl.

PROTASIO TEODORI, Govern. locale,

BENEDETTO ROSSI, Segretario.

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Documento 15

ARMISTIZIO PACATO, 13 novembre 1799

LIBERTA’             EGUAGLIANZA           REPUBLICA FRANCESE

Ancona Assediata li 23 Brumale Anno 8vo della Republica

Tra il Generai di Brigata. MONNIER’ Comandante in Capo la Divisione di Ancona autorizzato, dal Consiglio di Guerra tenuto a questo effetto di trattare la Resa di Ancona.

Ed il Sig. Barone di FRELTCH Luogotenente Generale di Sua Maestà Imperatore, e Re, Comandante in Capo le Truppe che assediano Ancona.

La. presente Capitolazione è stata discussa, risoluta, decretata irrevocabilmente nel modo che siegue.

 

ARTICOLO PRELIMINARE

Il Generale Comandante la Divisione d’Ancona, e le Truppe sotto i suoi ordini considerando, che la Capitolazione ¡1 « Fano segnata li 8 Termidoro scorso tra le Truppe Repubblicane Francesi, ed il Sig. Comand. le Truppe Russo-Turche è  stata. Violata nella sua esecuzione per lo stesso Comandante.

Considerando, che la morte sarebbe preferibile al disonore di trattare con delle Autorità che non conoscono il Diritto delle genti.

Vista la situazione, in cui si trova la divisione d’Ancona, e vista la quarta, ed ultima intimazione di resa fatta dal Sig. Barone BRELICH, Luogotenente Generale al servizio di Sua Maestà Imperatore, e Re, Comandante, in capo le: Truppe assedianti Ancona.

Dichiara, che egli non vuole entrare in Negoziazioni, che colle Truppe, ed il detto Luogotenente Generale al servizio di S. M. Imperatore, e Re.

 

CAPITOLAZIONE – ARTICOLO I.

Le Truppe della Guarnigione di Ancona, e Forti annessi al giorno, ed ora, che saranno convenuti, sortiranno dalla Piazza con tutti gli onori della Guerra, cioè: Con Tamburo battente, Bandiere spiegate, Miccio acceso, avendo alla testa due pezzi di Cannone di Campagna coi loro Cassoni, più uno d’Infanteria per rendersi in Francia per la via di terra la più comoda; Soldati, Ufficiali, Generali, ed ogni Militare si di terra, che di mare il Console della Republica Francese, gl’ Impiegati, e agenti Civili, e Militari porteranno seco le loro Armi, Effetti, e Proprietà personali di qualunque genere.

Saranno riguardate come Truppe della Divisione di Ancona, e saranno trattate sotto tutti i rapporti come Truppe della Republica Francese i Cisalpini, Romani, ed altri Italiani formati in Legioni, Battaglioni, o Compagnie, che portano le armi nella detta Divisione.

ARTICOLO II

La Divisione sarà accompagnata, e protetta nella sua marcia sino ai Posti awanzati dell’Armata Francese in Italia da un determinato corpo di Truppe Imperiali Comandate da un Uffiziale dello Stato Maggiore.

ARTICOLO III

La Divisione, che si porterà in Francia per la via che essa giudicherà la più comoda,, marcierà a spese di S.M. Imperatore, e Re:

Ogni Militare, o impiegato riceverà la Razione di ogni genere, e l’alloggio competente al suo grado secondo le Leggi, e Regolamenti Francesi. La marcia non sarà, forzata, ma regolata militarmente dietro quella dell’Infanteria Francese. Il Genera MONIER Comandante la Divisione farà di concerto coll’Uffiziale di Stato Maggiore Austriaco la determinazione dell’alloggio, o accampamento, se sarà giudicato convenevole, come, pure delle ore di partenza, e luoghi di dimora.

Risposta: Le Truppe della Guarnigione di Ancona, e dei Forti annessi sortiranno nel giorno, ed ora convenuta dalla Piazza con tutti gli onori di Guerra richiesti per rendersi in Francia come Prigionieri di Guerra, e non serviranno contro S.M. Imperiale, e contro i suoi Alleati che dopo un perfetto Cambio.

La Truppa deporrà le Armi nel luogo che sarà fissato da un Articolo Addizionale; i soldati e sotto Uffiziali conserveranno le loro muciglie, il Generale Comandante la Divisione, il Console della Repubblica Francese, i Generali, Uffiziali di terra, o di mare, gli Impiegati Civili e Militari conserveranno le loro Armi, Cavalli secondo i loro Gradi, ed i loro Effetti Personali.

Il Generale FRELICH volendo dare una prova di stima alle Truppe della Guarnigione per la Difesa coraggiosa, e contro ogni aspettativa, che esse hanno fatto, accorda ai Sotto Uffiziali il diritto di portare le loro Sciabole per rendersi al loro destino.

E per dare alla Divisione tutta, non meno che al General MONNIER, che la comanda un attestato della considerazione particolare, e della stima di nazione a Nazione contraenti, gli concede una Guardia di onore composta di quindici Uomini a Cavallo montati, armati equipaggiati, e di trenta Carabinieri Armati.

ARTICOLO IV

Sarà accordato a spese di S. M. Imperatore, e Re il numero de’ Carri attaccati, necessarj al trasporto degli Effetti personali degli Uffiziali, Impiegati, Consigli d’Amministrazione, e dei Depositi dei Corpi della Divisione: Il numero dei detti Carri sarà, convenuto d’appresso lo stato dei bisogni, che fornirà il Commissario di Guerra Francese

Il Generale Com. la Divisione, il Console della. Republica Francese, i Generali di Brigata Lucotte, Pino, Palombini, il Capo dello Stato Maggiore della Divisione, i Comandanti del Genio, e dell’Artiglieria, il Pagatore della Divisione, i Commiissarj di Guena, e della Marina Francese, l’Agente del Commissario Civile sono autorizzati di condurre ognuno il. loro Carro coperto pel trasporto delle loro Carte di Amministrazione, come di. Contabilità, ed i loro Effetti personali qualunque.

Risposta: Accordato ma a condizione che sarà Consegnato, da chi ne avrà il dritto, al Sig. Generale Barón di FRELICH l’attestato, che le Balle degli Uffiziali e Furgoni coperti non contenghino effetti di proprietà pubblica.

ARTICOLO V

I Bastimenti da Guerra della Repub. Francese, e Corsari coi loro Uffiziali, Impiegati in Amministrazione, ed Equipaggi si renderanno in uno dei Porti della Republica nello stato che si. ritrovano al momento della sottoscrizione della Capitolazione, muniti di Passaporto, e sotto la garanzia di S. M. Imperiale.

I viveri saranno forniti a spese della detta Potenza a ragione del viaggio.

Risposta:

INAMMISSIBILE ma se le Corsare la LUPE e la VENDETTA uscite dal Porto, e potendosi ripresentarsi di nuovo, rientreranno dopo la Capitolazione, li Marinari, che ne compongono l’Equipaggio, avranno la medesima sorte, che le Truppe esistenti attualmente nella Piazza.

ARTICOLO VI

I Malati dello Spedale della Divisione che potranno essere trasportati, lo saranno a spese di S. M. Imperatore, e Re coi viveri, e medicamenti e Casse di Chirurgia, ed Uffiziali di Sanità sufficienti pel viaggio d’Ancona in Francia.

Gli Ammalati, che senza pericolo, non potranno essere trasportati, resteranno in Ancona; essi saranno protetti come un Deposito Sacro, e trattati come gli Ammalati di S. M. Imperiale.

La Divisione li confida alla lealtà ed umanità della Nazione Austriaca.

II  General MONNIER gli determinerà il numero degli Uffiziali di Sanità, ed Infermieri indispensabili sotto la sorveglianza d’un Uffiziale Militare Francese, e di un Commissario di Guerra.

Subitochè il detto Uffiziale, Commissario richiederanno il trasporto dei Convalescenti o per mare, o per terra, secondochè sarà più convenevole al loro stato, gli verrà religiosamente accordato.

ARTICOLO VII

I Prigionieri fatti tanto durante il corso dell’Assedio d’Ancona che nelle Spedizioni precedenti, e che sono in Ancona, o sopra i Bastimenti Russo-Turchi o nella Divisione occupata dal Sig. Generale FRELIGFI, saranno resi da una parte, e dall’altra immediatamente dopo la sottoscrizione della presente Capitolazione e parteciperanno delle disposizioni contenute ne’ suoi Articoli.

Risposta:

ACCORDATO, per li Prigionieri Francesi solamente, che si troveranno ancora nella Divisione del Sig. Generale FRELIC

ARTICOLO VIII.

Tutti gli Individui di qualunque Nazione, o Religione essi siano abitanti nella Città d’Ancona , o che vi si trovino, e segnatamente gli Ebrei non potranno essere inquietati, molestati, né ricercati direttamente, o indirettamente essi, e le loro famiglie sul sospetto, e per la manifestazione delle loro opinioni civili, politiche, e religiose, come per li fatti che sono risultati, pendente il cangiamento del Governo nel Territorio Romano.

Questa disposizione risguarda quei fra loro, che hanno preso le armi, o esercitato degli impieghi Civili, o Amministrativi durante quest’epoca, e che verrebbero molestati per le loro ingerenze.

Risposta:

Il Governo Austriaco farà rispettare il diritto delle Genti verso li Cittadini senza distinzione di opinioni, o Religioni, purché si sottomettino alle leggi.

ARTICOLO IX.

La Commissione Amministrativa d’Ancona, i Membri anteriori delI’Amministrazioni Centrali dei Dipartimenti del Tronto, Musone, e Metauro, dei loro Tribunali, e Municipalità, gl’impiegati in tutti questi corpi Politici, ed i Patriotti della Republica Romana, come pure li Cittadini., e Sudditi delle Potenze alleate della Republica Francese, che vorranno seguire la Divisione d’Ancona, Essi, le loro Famiglie, ed effetti avranno la liberà più intera, né potranno essere ritardati, né impediti sotto qualunque pretesto.

Risposta.

L’Autorità Militare proteggerà l’esecuzione del presente Articolo, uniformandosi alla risposta fatta nel precedente Articolo.

ARTICOLO X.

Le Vendite, e Cessioni dei Beni, fondi situati in Ancona, e suo Territorio, come anche nei Dipartimenti Musone, Tronto, e Metauro sì autorizzate dal Consolato Romano, che dalla Repubblica Francese saranno mantenute inviolabili

Risposta:

Il Sig. Generale FRELICH non puoi decidere, e lascia l’assoluzione di questo articolo ai Gabinetti.

ARTICOLO XI

Li Cittadini Francesi, e loro alleati potranno alienare, o fare trasportare come a loro più piacerà per terra o per mare a loro spese gli effetti, e mercanzie da loro acquistate sino a quest’oggi.

Risposta:

Accordato; se gli Effetti, e Mercanzie non provengono dai Bastimenti, e Carichi presi dai Corsari sopra i Sudditi di S.M. Imperiale, e che non sarebbero stati giudicati di buona preda.

ARTICOLO XII

Sarà permesso alle persone comprese negli Articoli 8. 9.10. 11. di disporre delle loro Proprietà fondarie, e mobiliarie di venderle, o alienare, o percepirne l’entrate, come a loro piacerà: potranno egualmente in caso di vendita, o alienazione trasportarne esse medesime l’amontante, o inviarlo a loro piacimento nei luoghi, ch’essi desidereranno in Oro, Argento, Viglietti a ordine, o Cambiali.

Le suddette Persone potranno in conseguenza nell’intervallo dei sei mesi a contare dal giorno della sottoscrizione della Capitolazione continuare esse medesime la vendita dei loro Beni, e l’esigenza dei loro Crediti con tutta quiete, se esse non amano meglio abbandonare il Paese colla Divisione d’Ancona, e lasciare i Procuratori generali, e speciali, i quali godranno della protezione, di cui avrebbero goduto restando in Ancona.

Risposta:

ACCORDATO, se i Beni, di cui si tratta non erano di pertinenza dell’Antico Governo, delle Comunità Religiose soppresse; o dei Particolari Emigrati.

ARTICOLO XIII.

I Consoli di Spagna, e di Genova avranno la facoltà di restare in Ancona per lo spazio di sei mesi per terminarci i loro interessi con tutta garanzia delle loro Persone, Famiglie, Proprietà, e Carte Personali, o risguardanti le loro Amministrazioni, se meglio non amano ritirarsi colla Divisione d’Ancona, ed in tal caso saranno trattati come il Console della Rep. Francese.

Risposta:

I detti Consoli saranno rispettati, e protetti.

ARTICOLO XIV.

Se vi fosse qualche Articolo nella presente Capitolazione soggetto o qualche oscurità sarà interpretato secondo I’equità a favore della Divisione d’Ancona.

ARTICOLI ADDIZIONALI.

  1. La Cassa del Pagatore della Divisione, i Viveri, ed effetti dei magazzeni della Rep. Francese saranno rimessi appresso ricevuta nelle mani dell’Assediarne, segnata che sarà la Capitolazione.
  2. L’artiglieria dei Forti, del Porto, della Piazza, ed oggetti annessi, le Piante, e Carte relative alle Fortificazioni, ed all’interesse militare del Paese, saranno rimesse ai Commissarj , che saranno destinati per riceverli, dopo averne fatto Inventario, e rilasciata Ricevuta.
  3. Li disertori dell’una, e l’altra parte saranno restituiti.

Risposta:

CONVENUTO per li Disertori Austriaci solamente

  1. Per la garanzia, ed esecuzione di tutti gli Articoli della Capitolazione saranno dati degli ostaggi, ed il Sig. Barone di FRELIC Tenente Generale Commandante le Truppe Assedianti Ancona si rende responsabile della sicurezza della

Divisione dal momento dell’occupazione dei Posti sino al suo destino, come anche dei danni che potrebbero esser fatti a quelli, che la compongono.

  1. Segnati che saranno gli Articoli della Capitolazione, i Picchetti delle Truppe di S. M. Imperatore, e Re occuperanno le Porte di Francia, e Farina in numero eguale, e congiuntamente ai Francesi.
  2. Ventiquattro ore dopo la sottoscrizione dei ridetti Articoli le Truppe della Divisione d’Ancona evacueranno i Forti, e la Piazza in una sola Colonna con tutti gli onori della Guerra ottenuti nell’Articolo primo: si renderanno il medesimo giorno a Sinigaglia con le loro armi, che deporranno, eccettuati li Militari, ed Impiegati, che devono conservarle.

Risposta:

Convenuto, ma la Truppa Prigioniera deporrà le sue Armi a Fiumesino.

Fatto, convenuto, e decretato in Ancona li 23. Brumale an. 8, della Republica Francese una ed indivisibile.

Il Generale di Brigata Comandante la Divisione d’Ancona MONNIER

Sottoscritto Piè della Croce 13 Novembre 1799.

FRELIH Tenente Generale

DOCUMENTI RELATIVI ALLE INSORGENZE NEL PICENO NELL’ANNO 1799

a cura di Carlo Tomassini

Documento n. 1

Lettere di Pio VI e Giuseppe II d’Asburgo – 3 e 19 agosto 1782

= PIO VI. Prevalendoci di quella amichevole libertà che piacque alla M.V. gentilmente esibirci, cioè che quando avessimo inteso che fosse per farsi da V.M. alcuna mossa, che avessimo creduta discorde dalle buone regole e pregiudizievole alla Religione, ne avessimo scritto confidenzialmente in dirittura alla M.V. Quindi è che essendoci pervenuto all’orecchio che V.M. vada pensando di togliere tutti i fondi alle Chiese ed agli ecclesiastici della sua monarchia, e ridurli semplici pensionarj, non possiamo dispensarci di pone in vista che se si effettuasse un tal pensiero, ridonderebbe alla Chiesa una lacrimevole lesione ed ai buoni uno scandalo irreparabile. Non è di nostra ispezione entrare nel politico e nell’economico de’ suoi Stati – benché in questa parte non cediamo a qualche Affezionato suo per ogni di lei giusto vantaggio — tuttavia non dobbiamo prescindere dai riflessi di deperizione delle rendite ecclesiastiche che coll’amministrazione da farsi dai secolari dei fondi non propri, dell’infrazione dei patti stabiliti fra’ suoi antecessori e diverse province, della ferita apportata alla Costituzione degli Stati, della violazione delle disposizioni dei pii fondatori, delle conseguenti pretensioni, che susciterebbero i loro eredi di rivendicare gli stessi beni: tutto ciò lo lasceremo da parte, come oggetti alieni dal nostro ministero, e che non sfuggiranno dalla penetrazione di V.M. Parleremo soltanto di ciò che non possiamo omettere per debito di coscienza, e le diciamo che il privare le chiese e gli ecclesiastici del possesso dei loro fondi temporali è in dottrina cattolica un errore manifesto, condannato dai Concili, esecrato da’ santi Padri e qualificato dai più rispettabili scrittori per dottrina velenosa, per dogma scellerato. Ed infatti per sostenere una tal massima a pro del sovrano, convien ricorrere ai falsi insegnamenti dei Valdesi, dei Vecleisti e degli Ussiti e di quanti altri pur sono andati d’accordo con loro, e specialmente dei liberali infetti del tempo. Non dobbiamo qui annoiare con una tessitura di citazioni nelle quali si legge che quelli che mettono mano ai beni della Chiesa per loro profitto, Rei sunt damnationis Ananie et Saphire et oportet eiusmodi tradere satane ut spiritus salvus sit in die Domini. Solo ci ristringeremo a riscrivere quanto nel XII secolo avvertì Giovanni patriarca d’Antiochia, che quantunque scismatico, non poté soffrire l’abuso del Principe che voleva, come utile, disporre a favore de’ suoi Stati dei fondi delle Chiese, così scrivendo: “Essendo tu uomo corruttibile, mortale e di corta vita, osi di dare ad un altro uomo quello che non hai? E se dici di donare quello che hai, e pensi che siano tue le cose di Dio, fai Iddio te stesso. Qual uomo dotato di senno chiamerà ciò provvidenza ed utilità e non piuttosto trasgressione, disubbidienza estrema e perniciosissima iniquità? Come può essere e dirsi cristiano chi profana le cose, siano qualsivogliano, (de)dicate e consacrate al nostro Iddio e celeste re Cristo?” Sappiamo che i contraddittori, male interpretando ed abusando di alcuni testi delle sacre Lettere, credono di ben stabilire in questa parte i loro errori, ma noi senza venire ad un esame di tali maligne applicazioni, domandiamo a V.M. se in dicendo gli stessi autori, che in forza di altri testi delle sacre Scritture non si può ammettere nel mondo sovranità, crederebbe la M. V. che tali testi scritturali fossero chiari e convincenti per l’assunto onde doversi spogliare della sua sovranità per salvar l’anima? Noi crediamo anzi chi penserebbe il contrario, ed in così pensando, penserebbe come pensiamo anche noi. E lo stesso dee dirsi dell’altro, in cui li nemici seguenti della Chiesa, gli eretici, li cattolici di apparenza, i falsi maestri, e gli adulatori dei Principi, attribuiscono ai medesimi in base dei passi della Scrittura, il diritto di togliere alla Chiesa e ai suoi ministri la proprietà ed il possesso de’ loro beni. Dovrebbero pur sapere costoro che i Leviti d’Israello possedevano vaste campagne ed intere città e che come fondi santificati erano inalienabili ed in pertinenza del Sacerdozio. E perché dunque non conciliare il libro del Levitico, dei Numeri, dei Re con le altre espressioni che a chi non sa sembrano fra di loro contraddittorie e far lo stesso con i testi del Vangelo e con gli Atti degli Apostoli, come hanno fatto i santi Padri per tacciare, con manifeste eresie, di contraddizioni i sacri Libri dettati dalla stessa divina Sapienza? Facciamo uso di questi riflessi non perché possiamo mai persuaderci che V. M. abbia cuore di non rendere di peggiore condizione le Chiese, di qu(anto) sono le famiglie particolari, e di seguitare l’esempio di soli Principi Protestanti e segregati dalla nostra Comunione, ma affinché la M.V. senta in poche righe ciò che gli dee aver detto alcuno degli odierni pensatori. Non dissimuliamo che purtroppo alcuni fra i molti ecclesiastici faranno di tali beni un uso mai retto: ma che da ciò? Forse questa sarà ragione per farne uno spoglio ed una appropriazione chiamata sacrilega e farla generale a danno della Chiesa, dei successori e di quelli che l’impiegano secondo i dettami delle sacre Ordinazioni? Nei colloqui avuti con V. M. non entrammo in questa materia, che a termini di particolare temporaneo sequestro, e non ci siamo dimenticati di aver dette delle ragioni per le quali ci parve la M.V. persuasa a doversene astenere. Ma se ci avesse proposto il dubbio di una illimitata privazione per passare i beni delle Chiese all’amministrazione de’ secolari, le avre(mm)o aggiunto ragioni molto più rinforzate con le quali l’avre(mm)o convinta deporne il pensiero.

Quello che la mancanza di apertura non ci diede adito allora di fare colla viva voce, l’abbiamo fatto in ristretto colla presente, la quale, se non avesse eguale efficacia, farebbe conoscere a tutto il mondo cattolico che V.M. non ha fatto alcun conto dei nostri suggerimenti o che presto se n’è dimenticata: giacché in questa sola novità si conviene il rovesciamento di quelle massime cattoliche che ci permise di rilevare. Preghiamo di cuore il Signore che faccia sempre risplendere nell’effettivo Governo della M.V. quelle proteste del suo attaccamento alla purità della Religione in modo che mai restino deluse da fatti contrari. Fin qui ci siamo prevalsi di altra mano più corrente e più facile a leggersi della nostra, per affatigar e tanto di meno la vista di V.M. Con questa rispettosa dichiarazione passiamo ad abbracciarla con pienezza di affetto e col darle la Patema Apostolica Benedizione: Datum Romae apud s. Mariam Maiorem die 3 augusti 1782, pontificatus nostri anno VII. Pius pp. VI.

 

<RISPOSTA DELL’IMPERATORE>

= GIUSEPPE: Ho l’onore di rispondere a posta corrente alla lettera che là S.V. viene di scrivermi sul supposto che io voglia togliere tutti i fondi alle Chiese ed agli ecclesiastici e ridurli tutti ad essere semplici pensionarj. Le relazioni delle persone che mi procurarono già l’alto onore di vedere la S.V. alla mia residenza mi hanno anche senza dubbio procurata questa nuova testimonianza in scritto della sua amicizia e del suo zelo apostolico. Non posso dir altro, senza stendermi in lunghezze, se non che il supposto pervenuto alle sue orecchie, come la S.V. si esprime, è falso e senza andar cercando i testi tanto della Scrittura, che dei santi Padri, però sempre soggetti ad interpretazioni e spiegazioni, tengo una voce in me, che mi dice quello come Legislatore e Protettore della Religione mi convien di fare e di tralasciare. E questa voce coll’aiuto della divina grazia e col carattere onesto ed equo che mi sento, non può mai indurmi in errore. Se la S. V. vuole restar persuasa di questa verità, come lo spero, la prego anche di credermi con più filiale attaccamento e rispetto: 19 agosto 1782 Giuseppe.

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Documento n. 2

Sulla cessazione dello Stato Pontificio: P. Vincenzo Maria Strambi, anno 1798

(…) Se poi si domandasse sia espediente e vantaggioso che la Chiesa abbia dominio e Principato, vi si può rispondere che la cosa è assai dubbia e controversa anche presso le persone più savie e meglio affezionate alla stessa Chiesa. Imperocché se per una parte l’aver dominio è stato proprio perché dia alla Chiesa e ai suoi Ministri una maggior libertà nel promulgare la volontà dell’Altissimo e facilità maggiore nello stabilirne i mezzi per bene eseguirli. Per l’altra parte l’essere la Chiesa e i suoi Ministri privi di ricchezza e di dominio, pare che li mantenga più raccolti nel servizio di Dio, più distaccati dalle cose terrene, più umili in tutta la loro condotta, più affabili e più solleciti del bene del Prossimo, e cosi più amabili a Dio ed agli uomini.

Il certo si è che siccome l’uomo veramente savio si accomoda a tutte le disposizioni della provvidenza, e di quelle si prevale per adempire i disegni dell’Altissimo in bonum. Così quando una certa necessità, come la chiama S. Bernardo De Consideratione lib. 4, c. 3, faceva che si ritenesse dominio, e Principato, gli Ecclesiastici santi colla loro virtù tutto facevano servire all’accrescimento della gloria di Dio. Così mentre, non senza sovrana disposizione di Dio, la Chiesa resta priva di dominio, Dominus abstulit; gli Ecclesiastici che hanno veramente lo spirito del Signore e della sua Chiesa, non trascureranno di raccogliere da questa privazione tutti i preziosi vantaggi, che se ne possono ricavare.

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Documento n. 3

Omelia del Vescovo di Imola (futuro Pio VII), anno 1798

<Ecco le linee direttive dell’Omelia del Cardinale Chiaramonti: Libertà, fraternità, democrazia>.

«La libertà cara a Dio e agli uomini è una facoltà che fu donata all’uomo, è un dominio di poter fare e non fare, ma sempre sotto la legge divina ed umana. Non esercita ragionevolmente la sua libertà chi si oppone alla legge baldanzoso e ribelle;1 non esercita ragionevolmente la sua libertà chi contraddice a Dio e alla temporale sovranità, chi vuol seguire il piacere e lasciare l’onestà, chi s’attiene al vizio ed abbandona la virtù… La forma di governo democratico, adottata fra di noi, o dilettissimi fratelli, no, non è in opposizione colle massime fin qui esposte, né ripugna al Vangelo: esige anzi tutte quelle sublimi virtù che non s’imparano che colla scuola di Gesù Cristo, e le quali, se saranno da voi religiosamente praticate, formeranno la vostra felicità, la gloria e lo splendore della vostra repubblica » (…)

« Decidete quanto conferiscano i precetti del Vangelo, le tradizioni degli Apostoli e dei grandi filosofi Padri e Dottori cristiani a conservare la pace, a far risplendere la vera grandezza dello stato democratico, a fare di tanti uomini, dirò così, tanti eroi di umiltà, di prudenza nel governare, di carità nel fraternizzare fra loro stessi e con Gesù Cristo… Il luminoso oggetto della nostra democrazia dev’essere di stabilire la massima possibile unione di sentimenti, di cuori, di forze fisiche e. morali, onde ne derivi una soave fratellanza nella società (…) nella democrazia studiatevi di essere della massima possibile virtù e sarete i veri democratici: studiate ed eseguite il Vangelo e sarete la gioia della repubblica…

La religione cattolica sia l’oggetto più prezioso del vostro cuore, della vostra divozione e di ogni altro vostro sentimento. Non crediate che ella si opponga alla forma di governo democratico. In questo stato, vivendo uniti al vostro Divin Salvatore, potete concepire una giusta fiducia dell’eterna salute, potete operare la felicità temporale di voi stessi e dei vostri simili e procurare la gloria della repubblica e delle autorità costituite. Sì, miei cari fratelli, siate buoni cristiani e sarete ottimi democratici ».

 

Documento n. 4

Giuramento del Vescovo di Fano – 26 febbraio 1798

Voi ora siete Sovrano, o mio Popolo, e Dio, il grande Iddio vi ha dato questa sovranità. Io sono, o Popolo, il vostro Vescovo. E fu Dio che mi chiamò e per mezzo del suo Vicario mi ha assunto a carico così tremendo.

I regolatori voi siete di quelle vie che conducono l’uomo ad essere felice in terra, ed io sono il regolatore di quelle vie che conducono l’uomo ad essere felice in Cielo.

Io adoro nelle vostre mani le democratiche leggi, ma voi adorate ancor nelle mie, le leggi dell’Evangelo.

Oh sante leggi dell’Evangelo, qua, a me, oggi, che vi consegni al mio Popolo, onde egli che è Sovrano sia mai sempre democratico senza colpa, democratico con virtù. Oh, leggi democratiche, qua, a me, pure in quest’oggi. Voi avete, o Popolo, alle leggi dell’Evangelo quell’ossequio che è ben dovuto alle leggi dell’Evangelo di Gesù Cristo: morir piuttosto che violar questa legge.

Io debbo alle vostre leggi, ubbidienza e rispetto, e tal rispetto e ubbidienza che ognuno impari a rispettarle e ubbidire.

Ohimè! Se ardito io fossi di violarle, sarei colpevole di più delitti, sarei meritevole di molte pene. Ma o quali atroci pene voi pure avreste non solo in terra, ma anche all’inferno, se violate un sol precetto dell’Evangelo, se vi scostaste dagli esempi del Crocifisso:

Io no, che esser non voglio reo di in ubbidienza alle vostre leggi, ma voi nemmeno esser lo dovete a quelle che già vi imposi a nome del vostro Dio.

Deh, rammentate, o Popolo, in vostro cuore, rammentate quei giuramenti che faceste là nel Battistero, ché io, anch’io con giuramento m’obbligo al mio dovere.

GIURO, ecco, o Dio le mie parole, ecco la mia promessa, giuro fedeltà al democratico attual governo, giuro obbedienza alle sue leggi, ma ad un tempo a voi giuro fedeltà e ubbidienza, o mio Dio, fedeltà ed ubbidienza adorabili Comandamenti e alla vostra Chiesa

Oh, sacerdoti, o ministri del Divin Culto, giuro anche per voi, e Dio riceva in religioso olocausto i nostri inviolabili giuramenti.

Sebbene, ah, perché, o mio popolo, anzi miei figli, mia corona e mio gaudio, perché non posso giurare anche per voi. Voi sì che potete adesso formarvi i vostri rappresentanti, le vostre leggi, ma poi, formati gli uni, formate le altre, dovete anche voi rispettare entrambe, e ubbidire con fedeltà. E’ Dio che così vuole, quel sapientissimo Dio, che arbitro e regolatore delle sorti del mondo, le dispone e modera a suo talento.

Voi qui vedete tra i vostri concittadini, quegli che rappresentano la vostra sovranità.

Essi rispetteranno sempre la Religione, terranno da voi lontani i fulmini di Gesù Cristo, onoreranno l’infallibile successore di Pietro e la sua fede, saranno scudo e difesa al cattolico Culto, al sacro tempio, ai suoi ministri, ma tutti insieme custodi ed esecutori delle vostre leggi, ne esigeranno veglianti e solleciti l’adempimento.

Fra questa loro rappresentanza, non è ella tale che al dir di Paolo, vi obbliga ad adorare in esso gli altri decreti, e le disposizioni del vostro Dio, con spirito d’ubbidienza? Eh, sì pur dunque ubbidienza, anche per voi o mio popolo, fedeltà e ubbidienza all’attuai vostro Governo e agli attuai vostri rappresentanti. Ma avvertite questo spirito di fedeltà, questo spirito d’ubbidienza ove più vigoroso lo trovate, se non tra gli augusti veli di Religione?

Adempiansi queste leggi che io vostro Pastore vi addito nell’Evangelo e sarete Sovrani ad un tempo e sudditi integerrimi e virtuosi.

Oh, beato quel Popolo ove nelle massime e nei costumi, trionfa il Vangelo, perché trionfano insieme con lui, la pace il buon ordine, la giustizia!

Beato quel popolo ov’è la Repubblica protetta dal Crocifisso, e il Crocifisso difeso dalla Repubblica, mentre con sì mirabile unione, resta assicurato il doppio bene all’uomo in ordine alla terra e al Cielo.

Cari miei figli, mentre io su questo Altare, consapevole dei miei voti e delle antiche mie lagrime, Altare che mi mostra le sacre ceneri del mio Vescovo Fortunato, Altare che mi ricorda i favori e i voti dell’Ammirabile Madre Maria, mentre io deposito i miei già formulati giuramenti, voi venerateli con Religione. Son giuramenti del vostro Vescovo. Ma ad un tempo accoppiate ad essi le vostre risoluzioni, fervide risoluzioni d’osservare la santa legge di Dio, d’amarvi in Dio, d’essere cittadini nelle vostre intraprese, diretti sempre alle intenzioni di Dio

Oh, Dio, piovete amoroso Sole dal Cielo, che infiammi di carità, illumini le nostre menti, ecciti in cuore, generosi affetti di religione e di Fede.

Rendete santo il Pastore, rendete sante la Greggi onde tutti possiamo un giorno cantarvene, nell’eterna Gerusalemme, inno più giulivo e festoso, del festoso inno giulivo, che ora sciogliamo qui ai piedi del vostro Altare.

Nota: questo foglio, probabilmente portato da don Valeriano Orazi segretario del vescovo di Fano e canonico a Santa Vittoria, ov’è rilegato nel registro n° VI “Iura”, carte 359-360.

 

Documento n. 5

Proclama di Fernando re di Napoli – 14 novembre 1798 (ortografico)

= FERDINANDO IV per la grazia di Dio re delle Sicilie e di Gerusalemme, infante di Spagna, duca di Parma, Piacenza, gran Principe ereditario delle Toscane etc.

Quantunque fin dal principio delle rivoluzioni politiche, che da qualche tempo hanno turbato la tranquillità in varie parti del mondo, avessimo noi procurato di provvedere alla costante sicurezza dei nostri reali Stati e Domini col tenerle lontane le perniciose massime e i seduttori, riordinare ed accrescere le nostre forze armate, stringere con più forti nodi le alleanze con le potenze amiche, stipulare trattato di Pace con la Repubblica Francese, ed esaudire ogni altro mezzo di operazioni pacifiche: pure nondimeno ci siamo trovati nella dura circostanza di vedere in pericolo la quiete ed indennità dei nostri Stati per motivo dell’inaspettata mutazione di Governo del limitrofo Stato Romano, accompagnata dalla sovversione di ogni sano stabilimento, dal danno della santa religione cattolica e da civili discordie e luttuose scene di massacri e depredazioni. Questi avvenimenti, l’imprevista occupazione dell’Isola di Malta di nostra regia pertinenza e le continue minacce di prossima invasione nei nostri Domini, confermate da apparecchi guerrieri e da movimenti di truppe alla volta di questo Regno di Napoli, ci hanno indotto a prendere altri più efficaci provvedimenti, onde allontanare dai nostri Domini qualunque danno e pericolo. Abbiamo pertanto determinato di fare avanzare il nostro reale esercito dentro lo Stato Romano fin dove l’urgenza lo richiederà, con la ferma volontà di ravvivarvi la cattolica religione, farvi cessare l’anarchia, le stragi e le depredazioni, ricondurvi la Pace, e porlo sotto il regolare Governo del suo legittimo Sovrano. Dichiariamo ai nostri amatissimi sudditi, agli abitanti dello Stato Romano, ed agli altri popoli dell’intera Italia che (lungi dal muovere guerra contro alcuna Potenza) il solo desiderio di provvedere alla loro sicurezza e di rendere il dovuto onore alla religione ci ha mosso a questa intrapresa nella quale Noi col soccorso del sommo Dio, secondati dai validi aiuti dei nostri grandi alleati e dall’opera delle Nazioni Italiane, speriamo avere felicissimi eventi. Noi stessi alla testa dei prodi soldati del nostro invitto esercito, dirigeremo le loro operazioni militari e ci impegneremo di fare uso delle loro forze nei soli casi di resistenza e di aggressione, mentre in ogni altro rivolgeremo le nostre cure soltanto agli indicati sacri oggetti della Religione e del riordinamento del Governo dello Stato Romano. Con tale prevenzione adunque esortiamo gli abitanti tutti del detto Stato Romano di deporre le armi nel momento dell’ingresso del nostro esercito nel loro territorio; di conformare a quelle disposizioni che saremo per dare in favore di essi e della salvezza comune, di facilitare con i possibili mezzi e aiuti la nostra giustissima intrapresa, e di essere sicuri che Noi, facendo uso della nostra naturale giustizia e clemenza, non solo proteggeremo e ricompenseremo i buoni e virtuosi, ma ancora raccoglieremo con paterno affetto i traviati che, pentiti dei propri errori, volontariamente ritorneranno nel diritto sentiero e si sottoporranno al nostro comando.

Inculchiamo pertanto a tutti di abbandonare ogni idea di vendetta per il danno che per la passata rivoluzione gli uni avessero agli altri arrecati e di astenersi da qualunque sorta di eccesso di rappresaglia, sotto pena della nostra reale indignazione, di essere trattati i contravventori come nemici della pubblica sicurezza.

Esortiamo parimenti i Generali e Comandanti di qualunque esercito estero di far subito ritirare tutte le loro truppe fuori dal territorio romano, senza prendere ulteriormente parte nelle avventure di quello Stato la cui sorte per ragione di vicinanza e per altri legittimi motivi interessa principalmente la nostra Regia Podestà. Infine manifestiamo che dal punto in cui il nostro esercito sarà entrato nel territorio Romano, vi sarà libera comunicazione tra le sue popolazioni e quelle del Regno, del quale per provvedere alla sussistenza delle Reali truppe ed al bisogno degli abitanti dello Stato Romano, faremo nel medesimo trasportare i generi necessari di viveri ed altre occorrenze.

Dal Quartiere Generale di S. Germano 14 novembre dell’anno 1798. Ferdinando

  1. Acton

(Nel registro VI “Iura” dell’archivio capitolare Santa Vittoria in Matenano, cc.362s. Nota: la guerra del re di Napoli contro la Repubblica Romana, risulta dichiarata il 23 novembre 1798 nel “Distinto ragguaglio della totale disfatta riportata sul formidabile esercito napoletano dalle invitte falangi della Grande Nazione” stampa dell’epoca.)

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Documento n. 6

Ascoli 5 febbraio 1799: sottomissione pacifica

= LIBERTA’   REPUBBLICA ROMANA   EGUAGLIANZA

LA MUNICIPALITÀ’ D’ASCOLI

Alle Popolazioni vicine, Perdono, e Pace per le Communi Armate del Tronto. Dopo varie trattative in iscritto, e a voce colla mediazione nostra, e per mezzo de’ virtuosi Ecclesiastici, Secolari, e Regolati, spediti in tutte le Comuni, il General Francese dimostrando la sua brama di fare cessare i disordini, e risparmiare le conseguenze funeste di una spedizione di Truppe sulle nostre Campagne, trovò il Comandante, e Capitani delle Popolazioni armate, nelle medesime disposizioni di procurare il maggior bene; Quindi in risposta ad un foglio dei prelodati Capitani de’ 4 Febraro furono sottoscritti i seguenti Articoli fissati dal prode, ed umanissimo Generale.

Ascoli 5 Febbraro 1799 V.S. 17 Piovoso, Anno 7. della Repubblica Francese.

Il Generale Francese vede con piacere, che i Montagnoli Insorgenti vogliono acconsentire alla Pace.

Le Truppe Francesi non possono farne, che di onorevole, e di giusto: in conseguenza il Generale Francese animato dal desiderio della Pace, non può donarla, che alla Condizione di già descritta cioè:

  1. Perdono generale per tutte le Communi.
  2. Tutte le Communi daranno un Ostaggio della loro sincerità alla Pace.
  3. Questi Ostaggi saranno sotto la risponsabilità di un’abitante di Ascoli.
  4. Niuno sarà ricercato nella sua passata condotta.
  5. Non sarà levata alcuna requisizione alle circostanze insorte.
  6. Nel Caso, in cui non possa trovarsi un Ostaggio ne’ Villaggi, il Generale Francese accetterà un Abitante, o Prete di Ascoli, che rappresenterà questo Villaggio. (…) Firme di 22 Comandanti (omesse)

 

ARTICOLO ADDIZIONALE

Se non si sono posti gli Articoli relativi al servizio della Religione, alle Campane, e alle Prediche, è perché questi Articoli non possono incontrare alcuna difficoltà poiché già sono accordati dal Capo medesimo delle Truppe, il quale da vari giorni ha dato l’ordine di far suonare le Campane, ed hà protette tutte le Chiese, e promesso il libero esercizio del culto; poiché in fine la facoltà la più intiera sopra questo punto è già accordata da un Proclama del Generai Dahesmer. Per scanzo di ogni equivoco, il Generale Francese conferma le disposizioni a questo riguardo.   Ascoli 17. Piovoso Anno 7. DARGOUBET

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Documento n. 7

PROCLAMA 26 maggio 1799 a Servigliano per l’insorgenza

Per FERDINANDO IV Re delle Due Sicilie e di Gerusalemme, ecc.

Il conte CLEMENTE NAVARRA

Brigadiere delle Truppe arrolate in massa, Napol. e Pontificie

«Ergete la fronte, Popoli generosi del Piceno. Eccovi il felice momento di ravvivare la nostra Santa Religione, di rimostrare il nostro attaccamento al Sovrano e di sottrarci da questa anarchia che sì barbaramente ci opprime. Correte tutti alle armi, e ricordatevi di quel ch’è scritto nelle Sagre Carte nel libro di Judith, cap. 15, v. 6: Omnis itaque regio omnisque Urbs electam Juventutem armatam misit post eos, et persecuti sunt eos in ore gladii quousque pervenirent ad extremitatem finium eorum.

Io vi chiamo a difendere la causa comune, fidate in Dio, nei grandi alleati, nel coraggio avito… Si agirà col massimo rigore delle leggi, perché ritorni il buon ordine, facendo noto a tutti con questo Editto, che in ciascun paese siano reintegrate le Magistrature, alle quali inculco di proibire affatto, che truppe di gente armata dal capriccio, col pretesto della buona causa, vadino scorrendo per le campagne e paesi, arrestando delle persone, e farsi lecito di saccheggiare, fucilare, ed incendiare. Chiunque ardirà ciò tentare sarà considerato come nemico dello Stato, e punito come tale. Ogni truppa armata dovrà dall’invitto mio generale de Donatis, o da me dipendere, né si riconosceranno altre truppe, che quelle da Noi disposte, ma gli abitanti tutti siano preparati a prendere le armi al suono delle campane a martello; ed accorrere al bisogno, se mai truppa nemica ardisse attaccarci, avvertendo, che quel paese, che tardasse ad accorrere, sarà dichiarato ribelle, e come nemico della patria militarmente castigato. Epperò voi tutti del clero, e specialmente voi, Pastori delle Anime, concorrete ad una impresa così gloriosa, e destate con vivezza le scintille della Pietà, e del languente costume, e fate risorgere fra le vostre contrade la purità della infallibile Nostra Religione, e tentare ogni mezzo coll’esempio, e colla voce, perché ritorni in noi quella pace, che finora ci è stata sì barbaramente rapita. Chiunque vorrà con Noi prendere le armi in questa sì nobile gara, si presenti a me, e agli Uffiziali maggiori per avere le necessarie istruzioni e per essere autorizzati colle patenti del Re delle Due Sicilie e più d’ogni altro io chiamo coloro che con eguale valore e fedeltà diedero prova allorché erano aggregati alle truppe Pontificie.

Dato dal Quartiere gen. di Servigliano, questo dì 26 maggio 1799. »

Documento n. 8

PROCLAMA: Ascoli 27 maggio 1799 per l’insorgenza

= FERDINANDO IV PER LA GRAZIA DI DIO RE DELLE DUE SICILIE DI GERUSALEMME ECC.

  1. DONATO ANTONIO DE DONATIS GENERALE IN CAPO DELL’ESERCITO IN MASSA PER LA SUA MAESTÀ’, CHE DIO LA GUARDI

«Popoli di Acquaviva aprite ormai gli occhi alla luce del giorno. Sentite la voce di uno, che ama il vostro vero bene. O Voi stringete le armi in favore delle nostre vittoriose truppe, ed allora troverete in Noi un amico sincero, ed affettuoso, che lungi dal prendere vendette delle vostre insolenze passate addosserà la valida protezione e di Voi, e delle sostanze vostre: o vi dichiarate nostri nemici, ed allora aspettatevi pure, che Noi con tutte le nostre forze affronteremo i vostri fuochi, vi piomberemo addosso, vi saccheggeremo usando ogni rigore militare. Pensate a Voi: decidete con prontezza e dentro due ore mandatene la risposta ».

Ascoli, 27 maggio 1799.

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Documento n. 9

Insorgenza: 26-29 Maggio 1799 a Castel Clementino

Dì 26 del corrente mese di Maggio: si manifestò a Castel Clementino il piano di una controrivoluzione da eseguirsi con l’aiuto e intesa degli Insorgenti Napoletani, alla cui testa si pose Clemente Navarra con la carica di Brigadiere a lui conferita da D. Donato De Donatis, generale in capo dell’Armata in massa Napoletana. Con l’intesa, come dicono, che la mattina seguente dovesse ivi giungere l’avanguardia di tale armata. La mattina del divisato giorno si cercò che i Parroci di detto luogo avessero predicato dall’altare di doversi tutti venire contro i francesi; ma i Parroci mostrarono ripugnanza di farlo, e il curato Burocchi per non esserci obbligato pensò di celebrare nella sua chiesa. Nonostante s’inalberò la Bandiera Napoletana, e si affissero editti con i quali s’invitava il popolo ad unirsi e si ordinava il ristabilimento delle antiche magistrature. La Terra di Santa Vittoria si accomodò per prima a seguire tale piano. Vi si atterrò l’Albero, si unirono delle persone, e alla testa uscì il noto Majeschi il quale si mostrò meno impegnato. Dietro tali incitamenti il giorno appresso 27 detto, la campana di Castel Clementino, che aveva cominciato a suonare a martello insieme col tamburo la sera innanzi seguitò a fare lo stesso

fin dalle otto della mattina e lo stesso si fece in Santa Vittoria, per adunare gente. Il dopopranzo di tale giorno si sentì simile furore e rimbombo di tamburo in M. S. Martino dove però non accorsero se non pochissimi contadini, che, sentito il motivo, amarono meglio di tornarsene alle loro faccende della campagna.

Ieri mattina 28 si intese lo stesso suono in Sant’Angelo <in Pontano> dove era stato dichiarato capitano Giuseppe Gentili. Per buona sorte di questo luogo, la commissione di fare lo stesso fu data all’Egamennoni insieme con la patente di capitano e i proclami da affiggersi, con ordine di eseguire tutto appena qui ritornato. Ma poiché la patente l’aveva presa per forza, come dice, non eseguì punto l’addossatagli commissione, cosicché questo luogo si preservò immune fra l’incendio che ardeva in ogni intorno, e siamo stati solo spauriti di quello che facevano gli altri, fino alle ore 14 circa del giorno di ieri, quando si intesero dalla parte di Castel Clementino delle scariche di moschettieri, che, ignorando noi cosa significassero, senza pensare alla zuffa che vi seguì col distaccamento della truppa francese e insorgenti, non sapevamo indovinare la causa. Se ne concepì però un sospetto, al vedere per mezzo del cannocchiale, che truppa di gente dalla parte di Falerone andava direttamente a quel luogo, e passava il fiume senza scalzarsi. L’eccidio seguito fu poi saputo da persone che, per curiosità di sapere, s’inoltrarono verso quella parte e più in dettaglio si raccontò iersera, e questa mattina. I morti insorgenti sono stati almeno venti. Tra questi il figlio del Navarra che fu incontrato dalla truppa vicino al molino di Falerone, mentre con 50 insorgenti circa, andava in Falerone, e il capitano benedetto Gualtieri fu ucciso poi in casa al tempo del saccheggio, che fu dei più feroci, con altri vari dei quali non so il nome, e fra questi la persona che stava a suonare le campane a martello, la quale fu sbalzata dalla torre. Secondo le relazioni che giungono, oltre allo spoglio generale fatto in tutte le case di quanto vi era – e vi era molto in alcune specialmente, che non si persuadevano di tale visita – vi è stato il massacro di tutto il mobilio che non si poteva trasportare. I cristalli e i vetri delle finestre furono rotti, i parati lacerati, i comò, i tavolini, le sedie, fatti in pezzi. Insomma si fece un macello e di carne e di roba, come ognuno può figurarsi e come si sentirà più dettagliatamente in appresso.

La sera innanzi <27> di questo tragico fatto si erano fatti arrestare e condurre in quel quartiere generale (così denominato quel luogo dal proclama) il Valeriani e il Venantini di Santa Vittoria; altri di là erano fuggiti, come avevano fatto parimenti altri da Falerone, il cui popolo, come quello di Montegiorgio, era stato il primo ad accorrere per arruolarsi.

Il Brigadiere Navarra si salvò con la fuga, e così si salvarono altri uniti con lui, che presero la fuga chi per una parte e chi per un’altra. La truppa poi che si aspettava dalla parte di Ascoli la mattina del 27 non era giunta e non giunse, perché a Mont’Alto trovò delle resistenze. Il Majeschi che aveva tanto brigato è restato morto anche lui. Raccontano che alle ore 4 del 26 partisse dal quartiere

generale e se tornasse a Santa Vittoria, cosicché non fu presente alla zuffa, ma inteso poi quanto successo, dicono che tornasse là per comprare delle robe prese nel saccheggio e che da quattro contadini fosse ammazzato avendogli trovato addosso molti “pezzi duri”.

Non mancò poi neppure qui una scenetta e fu che alle (ore) 19 circa di ieri 28 si presentò il capitano Giuseppe Gentili con sette altre persone del seguito, entrati per la porta del forno, i quali direttamente andarono alla porta del convento di San Francesco, andando dicendo per la strada Napoletani! Napoletani!

Appena smontato di cavallo il capitano suddetto, invece di entrare in convento, fece sul momento arrestare Giovanni Vecchi che passava in quel punto, e poi per la stessa strada, se ne ritornarono indietro senza far altro. Giunti avanti alla casa di lui, si fece incontro la moglie che si mise con le lacrime a scongiurarli di lasciarle il marito; ma il capitano diceva di condurlo al quartiere generale (che non so dove fosse) e gli altri di farlo a pezzi fuori della porta come Giacobino e supposto reo di aver <informato> i francesi perché venissero contro Castel Clementino. Il fatto è che lo condussero fino a San Rocco, ma poi, sopraggiunto il padre e don Santi Luccarini, li cominciarono a pregare di nuovo del rilascio; e sul giuramento che prestò don Santi che non fosse Giacobino, e che non aveva mai avuto alcun carreggio lo dimisero e se ne andarono per i fatti loro.

Ecco la storia genuina dell’accaduto nelle nostre vicinanze, e qui preghiamo Dio che le cose finiscano così. Ma temo di peggio. Pacifico Cornacchia di Santa Vittoria, arrestato dai contadini, fu condannato a Mont’Alto. Andreozzi restò ferito in faccia. Marinelli scampò la morte fuggendo in certi fossi. Majeschi rimase ucciso. Tutti questi andavano uniti a Castel Clementinoper ottenere dal comandante francese che non facesse andare la truppa a Santa Vittoria, dove si credeva <fosse> diretta dopo il sacco di Castel dementino.

(Autore anonimo probabilmente faleronese di un manoscritto n. 946 presso la biblioteca comunale di Macerata qui riferito in trascrizione corretta per l’ortografia)

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Documento n. 10

IL COMANDANTE GENERALE DELLA MONTAGNA GIUSEPPE CELLINI AI POPOLI DELLO STATO PONTIFICIO – INDIRIZZO –

Ascoltate, o Popoli amici, la voce di chi ama il vostro bene. Non è più tempo giacere in una colpevole inerzia, e sostenere più lungamente una fatale indifferenza. Tutti i vostri Fratelli limitrofi all’Abruzzo Ultra e Citra colle anni in mano già sono in Campo. Essi sull’esempio dei valorosi Sanniti, e da loro scortati, han combattuto e son vincitori. Entro le mura de’ loro Paesi più non spira liberamente l’aria impura, né alcun Francese, né verun perfido Giacobino. Sì l’uno, che l’altro si trova fra’ ceppi, o pallido fugge, e ramingo. Quanto audace si mostra questa infida genìa nel vederci avviliti, tanto vile or si dimostra vedendo il nostro coraggio, l’unione e i progressi delle nostre armi. Queste già spiegano su una ben larga estensione la sua energia. E’ stato un punto, un punto solo investir Norcia, Cascia, Visso, Serravalle, Ponte della Trava, Camerino, Ascoli, Mandola, Comunanza, 5. Vittoria, Montalto, Monte di Novo, Affida ecc. ecc. occuparli, e sollevarli. E’ brava la gente, che muove all’impresa, esperti i Duci che la guidano.

Or siam giunti al felice momento, in cui tutta la fiorente un dì, ed ora languida, e desolata Marca è per prendere l’Armi su cui dietro al divin soccorso, è riposta la propria, e l’altrui salvezza. Correte, o Popoli amici, correte ad unirvi con Noi. Non dubitate, la vittoria è nostra. Non vi è più da temere. I Mari, che bagnano la bella Italia, appena reggono a sostenere gl’immensi Legni Inglesi, Moscoviti, Lusitani, Ottomani. Poche di essi si sono presentati in Ancona, e pochi colpi di Cannoni han fatto sentire a quella bloccata città; e nondimeno han destato in essa la più spaventevole costernazione.

L’invitte Falangi Austro-Russe sono arrivate a Bologna. A Soffia è giunto il real Principe di Napoli con il Figlio del Gran Signore conducente un Esercito sorpendentissimo. Da altra parte vola a prestarci aiuto l’immortale Cardianal Ruffo. Noi ci troviamo con numerosa Leva in Massa, al cui fianco vedesi la intrepidezza, il coraggio, la vittoria. Fiancheggiati, protetti, alleati, assistiti da tante Forze, ditemi, vi può essere da temere? Non vi fate ingannare da certi spiriti deboli, o maliziosi Allarmi, Allarmi.

A ciò vi obligano i doveri della propria coscienza, l’amor della Patria, la fedeltà giurata al Sovrano, la Professione di nostra Santa Religione, la quale, sussistendo, per altro breve tempora Cabala Filosofica, Ateistica, Massonica, va ad annientarsi nei nostri Paesi; vi obbliga il bene delle vostre Famiglie, la tenera vostra Figliolanza, che riclama il Cristiano costume, e la sana educazione; vi obbligano il pericolante onore delle vostre Mogli, il pudore compromesso delle vostre Figlie, i beni già invasi, i diritti violati, le proprie persone colle minacce, e colle armi tante volte investite. Se all’aspetto di santi motivi, e di sì potenti aiuti voi non vi scotete, voi siete colpevoli. Tremate. Il colpo desolatore poco

sta a piombarvi sulle Persone, e sulle Sostanze. Odiosi a Dio, al Sovrano, al Popolo fedele, che aspettar mai non vi dovete di avverso? Deh! riunitevi con noi, e non soffrite alcun disastro.

Giacobini, rovesciatori del Trono, sacrileghi invasori de’ Beni Ecclesiastici, Profanatori de’ Luoghi Sacri, Distruttori dell’Ordine sociale, Increduli, Miscredenti, Depravatori del buon Costume, Soldati della Cabala Ateistica voi impallidite, e ponete le ali ai piedi. Ma, che giova? L’arco feritore è rivolto contro di voi. Molti de’ vostri pari o son caduti, o son fra le ritorte. Lo so, voi fuggite: ma dove alla fine miseri andrete? Ovunque strascinate l’indegna esistenza, seguiravvi il rimorso tormentatore: ovunque troverete nemici; ovunque l’odio, l’esecrazione vi accompagnerà. Giacobini ricredetevi. Ancora siamo in tempo. Abbracciate anche voi la difesa della Causa comune, e sarete salvi. Ma se per altro breve spazio vi restarete ostinati nel partito Filosofico, guai a voi; siete perduti. Tremate.

In Camerino dal Quartiere Generale 5, Giugno 1799 G. Cellini Comand. Gener. In Capite.

In Camerino 1799. Per Vincenzo Gori.

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Documento n. 11

Difesa repubblicana: Ascoli 4 giugno 1799

LIBERTA’           EGUAGLIANZA      REPUBBLICA FRANCESE

Dal Quartiere Generale d’Ascoli li 16 Pratile Anno VII della

Repubblica Francese una, ed indivisibile.

MONNIER Generale di brigata Comandante in Ancona, e ne’ tre Dipartimenti riuniti in istato d’Assedio

La Città d’Ascoli, divenuta il soggiorno de’ Briganti Abruzzesi, ha posto il Dipartimento nel rischio di perdersi. Gli Abitanti di questa Città ribelle avevano già presa la Coccarda rossa, e trasformate in autorità Monarchiche le autorità tutte della Repubblica. Essi han dirette le orde de’ Briganti co’ quali eransi unite, e quest’uomini infami, vantando il nome di Dio, del Re, e de’ Preti, han commesso i più detestabili eccessi sulle persone, e se ne hanno usurpato tutte le mobili proprietà, ovunque si son presentati. Le prime lor vittime sono state le Comuni di Offida, di Castorano, di Colli, dì Pagliare, di Monte Prandone, e nelle Campagne che se estendono fino a Montalto.

Non potendo sì fatti eccessi non eccitare la generale indignazione, debbon essi risvegliare tutta l’energia delle autorità Civili, e precisamente dalle Guardie

Civiche, per opporsi vigorosamente alle intraprese, che tentar potessero nuovamente gli enunciati Briganti.

Le Truppe Repubblicane si misero in moto: I Briganti sono stati battuti a S. Benedetto, a Ripatransone, in Acquaviva. Hanno fatta la lor ritirata in Ascoli, e là si erano fortificati. La Città La presa d’assalto dopo due ore di combattimento. Questo giorno è stato spettatore delle nostre complete vittorie, e gli scellerati sono stati puniti. Tutti coloro, che non hanno imitato il lor Generale nella fuga, sano caduti sotto i colpi Repubblicani.

Le Truppe, ch’io lascio nel vostro Dipartimento, occupano delle posizioni vantaggiose. Sarà però stabilita, sotto la sorveglianza dell’Amministrazione Dipartimentale, un Cordone sul Tronto composto della Guardia Civica. Una colonna mobile si metterà subito in azione per portarsi su tutti i punti minacciati, ed occupati dai Briganti suddetti.

Ogni Brigante arrestato sarà fucilato sull’istante. Le Comuni, che non si opporranno al loro ingresso, incorreranno nelle pene già significate nel Proclama del giorno 14 (2 giugno).

Signato MONNIER

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Documento n. 12

Ladroneggi degli insorti, luglio 1799, Ascoli

GIUSEPPE COSTANTINI ALIAS SCIABOLONE COMANDANTE LE TRUPPE IN MASSA PER SUA MAESTÀ’

FERDINANDO IV E POTENZE ALLEATE

Io sono informato dei continui ladroneggi che tuttodì si commettono sì in mobili che in bestiami a svantaggio di pacifici contadini. Sono esacerbato oltremodo per tali misfatti e ne prenderò le misure le più forti. Sotto pretesto di nuocere ai giacobini, si commettono l’empietà le più esacrande. Nessun individuo ha il diritto di ciò fare, ancorché il sapete, ma compete al solo sovrano. E’ questo un procedere che si oppone alla Religione Cattolica ed alle leggi di qualunque Governo. Il fulmine del castigo sta per piombare sopra a quelli che invece di desistere da un tal procedere non restituiranno sull’istante ciò che ànno rubato contro ogni diritto di natura e contro la legge di Dio. Io parto sì per unirmi al prode Generale La-Hoz e battere i Francesi; ma guai a quelli che prenderanno a scherzo questa mia risoluzione. Sarò inesorabile anche co’ miei più stretti di sangue.

Ordino però che subito si rimettino i massari ne’ rispettivi paesi i quali formeranno un processo a quelli ritengono o hanno preso bestiami.

Tutti gli abitanti de’ paesi e contadini si uniranno ad arrestare questi

perturbatori del buon ordine. In caso disperato e di resistenza, li autorizzo a far fuoco a tal razza di gente tanto perniciosa alla società.

Questo ordine stampato che sarà, voglio sia affisso in ogni paese e pubblicato nelle Chiese dai rispettivi curati.

Dal Quartier Generale di Lisciano 16 luglio 1799.

LUIGI ANELLI Segretario.

 

Documento n. 13

REGGENZA a Macerata, 20 agosto 1799

L’IMPERIALE – REGIA – PONTIFICIA REGGENZA DELLA MARCA DI FERMO E DI ANCONA

EDITTO

Per supplire alle immense spese, che seco porta il mantenimento di una Truppa attualmente impiegata alla difesa di una causa tanto nobile, e gloriosa, necessita ricorrere sull’istante a dei temperamenti quanto pronti, altrettanto capaci a produrre tutto ciò, che faccia d’uopo al servizio della medesima. Avrebbe voluto l’imperiale-Reggia-Pontificia Reggenza dispensarsi dall’addossare alle Popolazioni qualunque più piccolo peso, ma I’ urgenza dell’affare, e la santità della causa, che si è impresa a trattare, e che siam prossimi a sentire finalmente decisa, esiggono nuovi sforzi da tutti. Quindi è, che dopo le più mature riflessioni, e li scandagli più esatti, quello essendosi creduto il temperamento meno sensibile di ricorrere all’imposizione di un Testarico, regolato però, e diviso nel caso presentaneo in quattro diversi gradi, si è trovata nella circostanza di determinare, come appresso.

Primo = Tutti gl’individui delle Famiglie Nobili, o ascritte in primo grado in qualunque Città, o Terra, comprese in questa Classe le Comunità Religiose, dovranno subito sborsare in mano dei rispettivi Esattori pubblici a quest’effetto deputati uno scudo per cadauna Testa, con l’obbligo di pagare per ciscun Uomo o Donna di servigio paoli tre moneta di rame.

Secondo = Tutti gl’individui delle Famiglie del secondo ceto, o grado, del primo , e secondo de’ Castelli, e de’ Mercanti saranno tenuti per lo stesso titolo pagare bajocchi 40 per cadauno, t ame sopra.

Terzo = Tutti gl’individui delle Famiglie di qualunque altro grado, o ceto saranno obbligati pagare bajocchi dieci per ciascuno come sopra.

Quarto = Tutti li Coloni dovranno pagare bajocchi cinque per ogni testa come sopra.

Macerata dalla Reggenza 20 Agosto 1799.

(Omissis)

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Documento n. 14

<RICORDO DEI NAPOLETANI A PEDASO>

– 25 agosto 1799

È giunto finalmente in questo nostro castello di Pedaso la Real Truppa dell’Invitto Re delle due Sicilie, comandata dal prode Generale Don Donato de Donatis tanto da noi aspettato, e desiderato, ad oggetto di condursi sotto la Piazza di Ancona, dentro la quale i malvagi Francesi e i loro cinque Partitari sonosi riuniti fuggendo. Mercé un tal forte e valoroso soccorso speriamo ora vicino l’esterminio di quella perfida gente, che resiste ancora alle forze delle Potenze alleate, e speriamo altresì di vedere sollecitamente restituita l’intera tranquillità a queste nostre contrade. Intanto, siccome abbiamo ammirato la moderatezza di detta Real Truppa, che, per li vari provvedimenti dati dal riferito signor Generale, non ha recato la menoma molestia e niun danneggiamento agli interessi ed alle persone di questo castello nostra patria, così ne produciamo un completissimo Avviso al pubblico, onde tutti si esultino di giubilo e di contentezza.

Pedaso, 25 agosto 1799.

Li residenti

NICOLA BERNARDINI, Vie. for. e Dep. eccl.

PROTASIO TEODORI, Govern. locale,

BENEDETTO ROSSI, Segretario.

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Documento 15

ARMISTIZIO PACATO, 13 novembre 1799

LIBERTA’             EGUAGLIANZA           REPUBLICA FRANCESE

Ancona Assediata li 23 Brumale Anno 8vo della Republica

Tra il Generai di Brigata. MONNIER’ Comandante in Capo la Divisione di Ancona autorizzato, dal Consiglio di Guerra tenuto a questo effetto di trattare la Resa di Ancona.

Ed il Sig. Barone di FRELTCH Luogotenente Generale di Sua Maestà Imperatore, e Re, Comandante in Capo le Truppe che assediano Ancona.

La. presente Capitolazione è stata discussa, risoluta, decretata irrevocabilmente nel modo che siegue.

 

ARTICOLO PRELIMINARE

Il Generale Comandante la Divisione d’Ancona, e le Truppe sotto i suoi ordini considerando, che la Capitolazione ¡1 « Fano segnata li 8 Termidoro scorso tra le Truppe Repubblicane Francesi, ed il Sig. Comand. le Truppe Russo-Turche è  stata. Violata nella sua esecuzione per lo stesso Comandante.

Considerando, che la morte sarebbe preferibile al disonore di trattare con delle Autorità che non conoscono il Diritto delle genti.

Vista la situazione, in cui si trova la divisione d’Ancona, e vista la quarta, ed ultima intimazione di resa fatta dal Sig. Barone BRELICH, Luogotenente Generale al servizio di Sua Maestà Imperatore, e Re, Comandante, in capo le: Truppe assedianti Ancona.

Dichiara, che egli non vuole entrare in Negoziazioni, che colle Truppe, ed il detto Luogotenente Generale al servizio di S. M. Imperatore, e Re.

 

CAPITOLAZIONE – ARTICOLO I.

Le Truppe della Guarnigione di Ancona, e Forti annessi al giorno, ed ora, che saranno convenuti, sortiranno dalla Piazza con tutti gli onori della Guerra, cioè: Con Tamburo battente, Bandiere spiegate, Miccio acceso, avendo alla testa due pezzi di Cannone di Campagna coi loro Cassoni, più uno d’Infanteria per rendersi in Francia per la via di terra la più comoda; Soldati, Ufficiali, Generali, ed ogni Militare si di terra, che di mare il Console della Republica Francese, gl’ Impiegati, e agenti Civili, e Militari porteranno seco le loro Armi, Effetti, e Proprietà personali di qualunque genere.

Saranno riguardate come Truppe della Divisione di Ancona, e saranno trattate sotto tutti i rapporti come Truppe della Republica Francese i Cisalpini, Romani, ed altri Italiani formati in Legioni, Battaglioni, o Compagnie, che portano le armi nella detta Divisione.

ARTICOLO II

La Divisione sarà accompagnata, e protetta nella sua marcia sino ai Posti awanzati dell’Armata Francese in Italia da un determinato corpo di Truppe Imperiali Comandate da un Uffiziale dello Stato Maggiore.

ARTICOLO III

La Divisione, che si porterà in Francia per la via che essa giudicherà la più comoda,, marcierà a spese di S.M. Imperatore, e Re:

Ogni Militare, o impiegato riceverà la Razione di ogni genere, e l’alloggio competente al suo grado secondo le Leggi, e Regolamenti Francesi. La marcia non sarà, forzata, ma regolata militarmente dietro quella dell’Infanteria Francese. Il Genera MONIER Comandante la Divisione farà di concerto coll’Uffiziale di Stato Maggiore Austriaco la determinazione dell’alloggio, o accampamento, se sarà giudicato convenevole, come, pure delle ore di partenza, e luoghi di dimora.

Risposta: Le Truppe della Guarnigione di Ancona, e dei Forti annessi sortiranno nel giorno, ed ora convenuta dalla Piazza con tutti gli onori di Guerra richiesti per rendersi in Francia come Prigionieri di Guerra, e non serviranno contro S.M. Imperiale, e contro i suoi Alleati che dopo un perfetto Cambio.

La Truppa deporrà le Armi nel luogo che sarà fissato da un Articolo Addizionale; i soldati e sotto Uffiziali conserveranno le loro muciglie, il Generale Comandante la Divisione, il Console della Repubblica Francese, i Generali, Uffiziali di terra, o di mare, gli Impiegati Civili e Militari conserveranno le loro Armi, Cavalli secondo i loro Gradi, ed i loro Effetti Personali.

Il Generale FRELICH volendo dare una prova di stima alle Truppe della Guarnigione per la Difesa coraggiosa, e contro ogni aspettativa, che esse hanno fatto, accorda ai Sotto Uffiziali il diritto di portare le loro Sciabole per rendersi al loro destino.

E per dare alla Divisione tutta, non meno che al General MONNIER, che la comanda un attestato della considerazione particolare, e della stima di nazione a Nazione contraenti, gli concede una Guardia di onore composta di quindici Uomini a Cavallo montati, armati equipaggiati, e di trenta Carabinieri Armati.

ARTICOLO IV

Sarà accordato a spese di S. M. Imperatore, e Re il numero de’ Carri attaccati, necessarj al trasporto degli Effetti personali degli Uffiziali, Impiegati, Consigli d’Amministrazione, e dei Depositi dei Corpi della Divisione: Il numero dei detti Carri sarà, convenuto d’appresso lo stato dei bisogni, che fornirà il Commissario di Guerra Francese

Il Generale Com. la Divisione, il Console della. Republica Francese, i Generali di Brigata Lucotte, Pino, Palombini, il Capo dello Stato Maggiore della Divisione, i Comandanti del Genio, e dell’Artiglieria, il Pagatore della Divisione, i Commiissarj di Guena, e della Marina Francese, l’Agente del Commissario Civile sono autorizzati di condurre ognuno il. loro Carro coperto pel trasporto delle loro Carte di Amministrazione, come di. Contabilità, ed i loro Effetti personali qualunque.

Risposta: Accordato ma a condizione che sarà Consegnato, da chi ne avrà il dritto, al Sig. Generale Barón di FRELICH l’attestato, che le Balle degli Uffiziali e Furgoni coperti non contenghino effetti di proprietà pubblica.

ARTICOLO V

I Bastimenti da Guerra della Repub. Francese, e Corsari coi loro Uffiziali, Impiegati in Amministrazione, ed Equipaggi si renderanno in uno dei Porti della Republica nello stato che si. ritrovano al momento della sottoscrizione della Capitolazione, muniti di Passaporto, e sotto la garanzia di S. M. Imperiale.

I viveri saranno forniti a spese della detta Potenza a ragione del viaggio.

Risposta:

INAMMISSIBILE ma se le Corsare la LUPE e la VENDETTA uscite dal Porto, e potendosi ripresentarsi di nuovo, rientreranno dopo la Capitolazione, li Marinari, che ne compongono l’Equipaggio, avranno la medesima sorte, che le Truppe esistenti attualmente nella Piazza.

ARTICOLO VI

I Malati dello Spedale della Divisione che potranno essere trasportati, lo saranno a spese di S. M. Imperatore, e Re coi viveri, e medicamenti e Casse di Chirurgia, ed Uffiziali di Sanità sufficienti pel viaggio d’Ancona in Francia.

Gli Ammalati, che senza pericolo, non potranno essere trasportati, resteranno in Ancona; essi saranno protetti come un Deposito Sacro, e trattati come gli Ammalati di S. M. Imperiale.

La Divisione li confida alla lealtà ed umanità della Nazione Austriaca.

II  General MONNIER gli determinerà il numero degli Uffiziali di Sanità, ed Infermieri indispensabili sotto la sorveglianza d’un Uffiziale Militare Francese, e di un Commissario di Guerra.

Subitochè il detto Uffiziale, Commissario richiederanno il trasporto dei Convalescenti o per mare, o per terra, secondochè sarà più convenevole al loro stato, gli verrà religiosamente accordato.

ARTICOLO VII

I Prigionieri fatti tanto durante il corso dell’Assedio d’Ancona che nelle Spedizioni precedenti, e che sono in Ancona, o sopra i Bastimenti Russo-Turchi o nella Divisione occupata dal Sig. Generale FRELIGFI, saranno resi da una parte, e dall’altra immediatamente dopo la sottoscrizione della presente Capitolazione e parteciperanno delle disposizioni contenute ne’ suoi Articoli.

Risposta:

ACCORDATO, per li Prigionieri Francesi solamente, che si troveranno ancora nella Divisione del Sig. Generale FRELIC

ARTICOLO VIII.

Tutti gli Individui di qualunque Nazione, o Religione essi siano abitanti nella Città d’Ancona , o che vi si trovino, e segnatamente gli Ebrei non potranno essere inquietati, molestati, né ricercati direttamente, o indirettamente essi, e le loro famiglie sul sospetto, e per la manifestazione delle loro opinioni civili, politiche, e religiose, come per li fatti che sono risultati, pendente il cangiamento del Governo nel Territorio Romano.

Questa disposizione risguarda quei fra loro, che hanno preso le armi, o esercitato degli impieghi Civili, o Amministrativi durante quest’epoca, e che verrebbero molestati per le loro ingerenze.

Risposta:

Il Governo Austriaco farà rispettare il diritto delle Genti verso li Cittadini senza distinzione di opinioni, o Religioni, purché si sottomettino alle leggi.

ARTICOLO IX.

La Commissione Amministrativa d’Ancona, i Membri anteriori delI’Amministrazioni Centrali dei Dipartimenti del Tronto, Musone, e Metauro, dei loro Tribunali, e Municipalità, gl’impiegati in tutti questi corpi Politici, ed i Patriotti della Republica Romana, come pure li Cittadini., e Sudditi delle Potenze alleate della Republica Francese, che vorranno seguire la Divisione d’Ancona, Essi, le loro Famiglie, ed effetti avranno la liberà più intera, né potranno essere ritardati, né impediti sotto qualunque pretesto.

Risposta.

L’Autorità Militare proteggerà l’esecuzione del presente Articolo, uniformandosi alla risposta fatta nel precedente Articolo.

ARTICOLO X.

Le Vendite, e Cessioni dei Beni, fondi situati in Ancona, e suo Territorio, come anche nei Dipartimenti Musone, Tronto, e Metauro sì autorizzate dal Consolato Romano, che dalla Repubblica Francese saranno mantenute inviolabili

Risposta:

Il Sig. Generale FRELICH non puoi decidere, e lascia l’assoluzione di questo articolo ai Gabinetti.

ARTICOLO XI

Li Cittadini Francesi, e loro alleati potranno alienare, o fare trasportare come a loro più piacerà per terra o per mare a loro spese gli effetti, e mercanzie da loro acquistate sino a quest’oggi.

Risposta:

Accordato; se gli Effetti, e Mercanzie non provengono dai Bastimenti, e Carichi presi dai Corsari sopra i Sudditi di S.M. Imperiale, e che non sarebbero stati giudicati di buona preda.

ARTICOLO XII

Sarà permesso alle persone comprese negli Articoli 8. 9.10. 11. di disporre delle loro Proprietà fondarie, e mobiliarie di venderle, o alienare, o percepirne l’entrate, come a loro piacerà: potranno egualmente in caso di vendita, o alienazione trasportarne esse medesime l’amontante, o inviarlo a loro piacimento nei luoghi, ch’essi desidereranno in Oro, Argento, Viglietti a ordine, o Cambiali.

Le suddette Persone potranno in conseguenza nell’intervallo dei sei mesi a contare dal giorno della sottoscrizione della Capitolazione continuare esse medesime la vendita dei loro Beni, e l’esigenza dei loro Crediti con tutta quiete, se esse non amano meglio abbandonare il Paese colla Divisione d’Ancona, e lasciare i Procuratori generali, e speciali, i quali godranno della protezione, di cui avrebbero goduto restando in Ancona.

Risposta:

ACCORDATO, se i Beni, di cui si tratta non erano di pertinenza dell’Antico Governo, delle Comunità Religiose soppresse; o dei Particolari Emigrati.

ARTICOLO XIII.

I Consoli di Spagna, e di Genova avranno la facoltà di restare in Ancona per lo spazio di sei mesi per terminarci i loro interessi con tutta garanzia delle loro Persone, Famiglie, Proprietà, e Carte Personali, o risguardanti le loro Amministrazioni, se meglio non amano ritirarsi colla Divisione d’Ancona, ed in tal caso saranno trattati come il Console della Rep. Francese.

Risposta:

I detti Consoli saranno rispettati, e protetti.

ARTICOLO XIV.

Se vi fosse qualche Articolo nella presente Capitolazione soggetto o qualche oscurità sarà interpretato secondo I’equità a favore della Divisione d’Ancona.

ARTICOLI ADDIZIONALI.

  1. La Cassa del Pagatore della Divisione, i Viveri, ed effetti dei magazzeni della Rep. Francese saranno rimessi appresso ricevuta nelle mani dell’Assediarne, segnata che sarà la Capitolazione.
  2. L’artiglieria dei Forti, del Porto, della Piazza, ed oggetti annessi, le Piante, e Carte relative alle Fortificazioni, ed all’interesse militare del Paese, saranno rimesse ai Commissarj , che saranno destinati per riceverli, dopo averne fatto Inventario, e rilasciata Ricevuta.
  3. Li disertori dell’una, e l’altra parte saranno restituiti.

Risposta:

CONVENUTO per li Disertori Austriaci solamente

  1. Per la garanzia, ed esecuzione di tutti gli Articoli della Capitolazione saranno dati degli ostaggi, ed il Sig. Barone di FRELIC Tenente Generale Commandante le Truppe Assedianti Ancona si rende responsabile della sicurezza della

Divisione dal momento dell’occupazione dei Posti sino al suo destino, come anche dei danni che potrebbero esser fatti a quelli, che la compongono.

  1. Segnati che saranno gli Articoli della Capitolazione, i Picchetti delle Truppe di S. M. Imperatore, e Re occuperanno le Porte di Francia, e Farina in numero eguale, e congiuntamente ai Francesi.
  2. Ventiquattro ore dopo la sottoscrizione dei ridetti Articoli le Truppe della Divisione d’Ancona evacueranno i Forti, e la Piazza in una sola Colonna con tutti gli onori della Guerra ottenuti nell’Articolo primo: si renderanno il medesimo giorno a Sinigaglia con le loro armi, che deporranno, eccettuati li Militari, ed Impiegati, che devono conservarle.

Risposta:

Convenuto, ma la Truppa Prigioniera deporrà le sue Armi a Fiumesino.

Fatto, convenuto, e decretato in Ancona li 23. Brumale an. 8, della Republica Francese una ed indivisibile.

Il Generale di Brigata Comandante la Divisione d’Ancona MONNIER

Sottoscritto Piè della Croce 13 Novembre 1799.

FRELIH Tenente Generale

DOCUMENTI RELATIVI ALLE INSORGENZE NEL PICENO NELL’ANNO 1799

a cura di Carlo Tomassini

Documento n. 1

Lettere di Pio VI e Giuseppe II d’Asburgo – 3 e 19 agosto 1782

= PIO VI. Prevalendoci di quella amichevole libertà che piacque alla M.V. gentilmente esibirci, cioè che quando avessimo inteso che fosse per farsi da V.M. alcuna mossa, che avessimo creduta discorde dalle buone regole e pregiudizievole alla Religione, ne avessimo scritto confidenzialmente in dirittura alla M.V. Quindi è che essendoci pervenuto all’orecchio che V.M. vada pensando di togliere tutti i fondi alle Chiese ed agli ecclesiastici della sua monarchia, e ridurli semplici pensionarj, non possiamo dispensarci di pone in vista che se si effettuasse un tal pensiero, ridonderebbe alla Chiesa una lacrimevole lesione ed ai buoni uno scandalo irreparabile. Non è di nostra ispezione entrare nel politico e nell’economico de’ suoi Stati – benché in questa parte non cediamo a qualche Affezionato suo per ogni di lei giusto vantaggio — tuttavia non dobbiamo prescindere dai riflessi di deperizione delle rendite ecclesiastiche che coll’amministrazione da farsi dai secolari dei fondi non propri, dell’infrazione dei patti stabiliti fra’ suoi antecessori e diverse province, della ferita apportata alla Costituzione degli Stati, della violazione delle disposizioni dei pii fondatori, delle conseguenti pretensioni, che susciterebbero i loro eredi di rivendicare gli stessi beni: tutto ciò lo lasceremo da parte, come oggetti alieni dal nostro ministero, e che non sfuggiranno dalla penetrazione di V.M. Parleremo soltanto di ciò che non possiamo omettere per debito di coscienza, e le diciamo che il privare le chiese e gli ecclesiastici del possesso dei loro fondi temporali è in dottrina cattolica un errore manifesto, condannato dai Concili, esecrato da’ santi Padri e qualificato dai più rispettabili scrittori per dottrina velenosa, per dogma scellerato. Ed infatti per sostenere una tal massima a pro del sovrano, convien ricorrere ai falsi insegnamenti dei Valdesi, dei Vecleisti e degli Ussiti e di quanti altri pur sono andati d’accordo con loro, e specialmente dei liberali infetti del tempo. Non dobbiamo qui annoiare con una tessitura di citazioni nelle quali si legge che quelli che mettono mano ai beni della Chiesa per loro profitto, Rei sunt damnationis Ananie et Saphire et oportet eiusmodi tradere satane ut spiritus salvus sit in die Domini. Solo ci ristringeremo a riscrivere quanto nel XII secolo avvertì Giovanni patriarca d’Antiochia, che quantunque scismatico, non poté soffrire l’abuso del Principe che voleva, come utile, disporre a favore de’ suoi Stati dei fondi delle Chiese, così scrivendo: “Essendo tu uomo corruttibile, mortale e di corta vita, osi di dare ad un altro uomo quello che non hai? E se dici di donare quello che hai, e pensi che siano tue le cose di Dio, fai Iddio te stesso. Qual uomo dotato di senno chiamerà ciò provvidenza ed utilità e non piuttosto trasgressione, disubbidienza estrema e perniciosissima iniquità? Come può essere e dirsi cristiano chi profana le cose, siano qualsivogliano, (de)dicate e consacrate al nostro Iddio e celeste re Cristo?” Sappiamo che i contraddittori, male interpretando ed abusando di alcuni testi delle sacre Lettere, credono di ben stabilire in questa parte i loro errori, ma noi senza venire ad un esame di tali maligne applicazioni, domandiamo a V.M. se in dicendo gli stessi autori, che in forza di altri testi delle sacre Scritture non si può ammettere nel mondo sovranità, crederebbe la M. V. che tali testi scritturali fossero chiari e convincenti per l’assunto onde doversi spogliare della sua sovranità per salvar l’anima? Noi crediamo anzi chi penserebbe il contrario, ed in così pensando, penserebbe come pensiamo anche noi. E lo stesso dee dirsi dell’altro, in cui li nemici seguenti della Chiesa, gli eretici, li cattolici di apparenza, i falsi maestri, e gli adulatori dei Principi, attribuiscono ai medesimi in base dei passi della Scrittura, il diritto di togliere alla Chiesa e ai suoi ministri la proprietà ed il possesso de’ loro beni. Dovrebbero pur sapere costoro che i Leviti d’Israello possedevano vaste campagne ed intere città e che come fondi santificati erano inalienabili ed in pertinenza del Sacerdozio. E perché dunque non conciliare il libro del Levitico, dei Numeri, dei Re con le altre espressioni che a chi non sa sembrano fra di loro contraddittorie e far lo stesso con i testi del Vangelo e con gli Atti degli Apostoli, come hanno fatto i santi Padri per tacciare, con manifeste eresie, di contraddizioni i sacri Libri dettati dalla stessa divina Sapienza? Facciamo uso di questi riflessi non perché possiamo mai persuaderci che V. M. abbia cuore di non rendere di peggiore condizione le Chiese, di qu(anto) sono le famiglie particolari, e di seguitare l’esempio di soli Principi Protestanti e segregati dalla nostra Comunione, ma affinché la M.V. senta in poche righe ciò che gli dee aver detto alcuno degli odierni pensatori. Non dissimuliamo che purtroppo alcuni fra i molti ecclesiastici faranno di tali beni un uso mai retto: ma che da ciò? Forse questa sarà ragione per farne uno spoglio ed una appropriazione chiamata sacrilega e farla generale a danno della Chiesa, dei successori e di quelli che l’impiegano secondo i dettami delle sacre Ordinazioni? Nei colloqui avuti con V. M. non entrammo in questa materia, che a termini di particolare temporaneo sequestro, e non ci siamo dimenticati di aver dette delle ragioni per le quali ci parve la M.V. persuasa a doversene astenere. Ma se ci avesse proposto il dubbio di una illimitata privazione per passare i beni delle Chiese all’amministrazione de’ secolari, le avre(mm)o aggiunto ragioni molto più rinforzate con le quali l’avre(mm)o convinta deporne il pensiero.

Quello che la mancanza di apertura non ci diede adito allora di fare colla viva voce, l’abbiamo fatto in ristretto colla presente, la quale, se non avesse eguale efficacia, farebbe conoscere a tutto il mondo cattolico che V.M. non ha fatto alcun conto dei nostri suggerimenti o che presto se n’è dimenticata: giacché in questa sola novità si conviene il rovesciamento di quelle massime cattoliche che ci permise di rilevare. Preghiamo di cuore il Signore che faccia sempre risplendere nell’effettivo Governo della M.V. quelle proteste del suo attaccamento alla purità della Religione in modo che mai restino deluse da fatti contrari. Fin qui ci siamo prevalsi di altra mano più corrente e più facile a leggersi della nostra, per affatigar e tanto di meno la vista di V.M. Con questa rispettosa dichiarazione passiamo ad abbracciarla con pienezza di affetto e col darle la Patema Apostolica Benedizione: Datum Romae apud s. Mariam Maiorem die 3 augusti 1782, pontificatus nostri anno VII. Pius pp. VI.

 

<RISPOSTA DELL’IMPERATORE>

= GIUSEPPE: Ho l’onore di rispondere a posta corrente alla lettera che là S.V. viene di scrivermi sul supposto che io voglia togliere tutti i fondi alle Chiese ed agli ecclesiastici e ridurli tutti ad essere semplici pensionarj. Le relazioni delle persone che mi procurarono già l’alto onore di vedere la S.V. alla mia residenza mi hanno anche senza dubbio procurata questa nuova testimonianza in scritto della sua amicizia e del suo zelo apostolico. Non posso dir altro, senza stendermi in lunghezze, se non che il supposto pervenuto alle sue orecchie, come la S.V. si esprime, è falso e senza andar cercando i testi tanto della Scrittura, che dei santi Padri, però sempre soggetti ad interpretazioni e spiegazioni, tengo una voce in me, che mi dice quello come Legislatore e Protettore della Religione mi convien di fare e di tralasciare. E questa voce coll’aiuto della divina grazia e col carattere onesto ed equo che mi sento, non può mai indurmi in errore. Se la S. V. vuole restar persuasa di questa verità, come lo spero, la prego anche di credermi con più filiale attaccamento e rispetto: 19 agosto 1782 Giuseppe.

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Documento n. 2

Sulla cessazione dello Stato Pontificio: P. Vincenzo Maria Strambi, anno 1798

(…) Se poi si domandasse sia espediente e vantaggioso che la Chiesa abbia dominio e Principato, vi si può rispondere che la cosa è assai dubbia e controversa anche presso le persone più savie e meglio affezionate alla stessa Chiesa. Imperocché se per una parte l’aver dominio è stato proprio perché dia alla Chiesa e ai suoi Ministri una maggior libertà nel promulgare la volontà dell’Altissimo e facilità maggiore nello stabilirne i mezzi per bene eseguirli. Per l’altra parte l’essere la Chiesa e i suoi Ministri privi di ricchezza e di dominio, pare che li mantenga più raccolti nel servizio di Dio, più distaccati dalle cose terrene, più umili in tutta la loro condotta, più affabili e più solleciti del bene del Prossimo, e cosi più amabili a Dio ed agli uomini.

Il certo si è che siccome l’uomo veramente savio si accomoda a tutte le disposizioni della provvidenza, e di quelle si prevale per adempire i disegni dell’Altissimo in bonum. Così quando una certa necessità, come la chiama S. Bernardo De Consideratione lib. 4, c. 3, faceva che si ritenesse dominio, e Principato, gli Ecclesiastici santi colla loro virtù tutto facevano servire all’accrescimento della gloria di Dio. Così mentre, non senza sovrana disposizione di Dio, la Chiesa resta priva di dominio, Dominus abstulit; gli Ecclesiastici che hanno veramente lo spirito del Signore e della sua Chiesa, non trascureranno di raccogliere da questa privazione tutti i preziosi vantaggi, che se ne possono ricavare.

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Documento n. 3

Omelia del Vescovo di Imola (futuro Pio VII), anno 1798

<Ecco le linee direttive dell’Omelia del Cardinale Chiaramonti: Libertà, fraternità, democrazia>.

«La libertà cara a Dio e agli uomini è una facoltà che fu donata all’uomo, è un dominio di poter fare e non fare, ma sempre sotto la legge divina ed umana. Non esercita ragionevolmente la sua libertà chi si oppone alla legge baldanzoso e ribelle;1 non esercita ragionevolmente la sua libertà chi contraddice a Dio e alla temporale sovranità, chi vuol seguire il piacere e lasciare l’onestà, chi s’attiene al vizio ed abbandona la virtù… La forma di governo democratico, adottata fra di noi, o dilettissimi fratelli, no, non è in opposizione colle massime fin qui esposte, né ripugna al Vangelo: esige anzi tutte quelle sublimi virtù che non s’imparano che colla scuola di Gesù Cristo, e le quali, se saranno da voi religiosamente praticate, formeranno la vostra felicità, la gloria e lo splendore della vostra repubblica » (…)

« Decidete quanto conferiscano i precetti del Vangelo, le tradizioni degli Apostoli e dei grandi filosofi Padri e Dottori cristiani a conservare la pace, a far risplendere la vera grandezza dello stato democratico, a fare di tanti uomini, dirò così, tanti eroi di umiltà, di prudenza nel governare, di carità nel fraternizzare fra loro stessi e con Gesù Cristo… Il luminoso oggetto della nostra democrazia dev’essere di stabilire la massima possibile unione di sentimenti, di cuori, di forze fisiche e. morali, onde ne derivi una soave fratellanza nella società (…) nella democrazia studiatevi di essere della massima possibile virtù e sarete i veri democratici: studiate ed eseguite il Vangelo e sarete la gioia della repubblica…

La religione cattolica sia l’oggetto più prezioso del vostro cuore, della vostra divozione e di ogni altro vostro sentimento. Non crediate che ella si opponga alla forma di governo democratico. In questo stato, vivendo uniti al vostro Divin Salvatore, potete concepire una giusta fiducia dell’eterna salute, potete operare la felicità temporale di voi stessi e dei vostri simili e procurare la gloria della repubblica e delle autorità costituite. Sì, miei cari fratelli, siate buoni cristiani e sarete ottimi democratici ».

 

Documento n. 4

Giuramento del Vescovo di Fano – 26 febbraio 1798

Voi ora siete Sovrano, o mio Popolo, e Dio, il grande Iddio vi ha dato questa sovranità. Io sono, o Popolo, il vostro Vescovo. E fu Dio che mi chiamò e per mezzo del suo Vicario mi ha assunto a carico così tremendo.

I regolatori voi siete di quelle vie che conducono l’uomo ad essere felice in terra, ed io sono il regolatore di quelle vie che conducono l’uomo ad essere felice in Cielo.

Io adoro nelle vostre mani le democratiche leggi, ma voi adorate ancor nelle mie, le leggi dell’Evangelo.

Oh sante leggi dell’Evangelo, qua, a me, oggi, che vi consegni al mio Popolo, onde egli che è Sovrano sia mai sempre democratico senza colpa, democratico con virtù. Oh, leggi democratiche, qua, a me, pure in quest’oggi. Voi avete, o Popolo, alle leggi dell’Evangelo quell’ossequio che è ben dovuto alle leggi dell’Evangelo di Gesù Cristo: morir piuttosto che violar questa legge.

Io debbo alle vostre leggi, ubbidienza e rispetto, e tal rispetto e ubbidienza che ognuno impari a rispettarle e ubbidire.

Ohimè! Se ardito io fossi di violarle, sarei colpevole di più delitti, sarei meritevole di molte pene. Ma o quali atroci pene voi pure avreste non solo in terra, ma anche all’inferno, se violate un sol precetto dell’Evangelo, se vi scostaste dagli esempi del Crocifisso:

Io no, che esser non voglio reo di in ubbidienza alle vostre leggi, ma voi nemmeno esser lo dovete a quelle che già vi imposi a nome del vostro Dio.

Deh, rammentate, o Popolo, in vostro cuore, rammentate quei giuramenti che faceste là nel Battistero, ché io, anch’io con giuramento m’obbligo al mio dovere.

GIURO, ecco, o Dio le mie parole, ecco la mia promessa, giuro fedeltà al democratico attual governo, giuro obbedienza alle sue leggi, ma ad un tempo a voi giuro fedeltà e ubbidienza, o mio Dio, fedeltà ed ubbidienza adorabili Comandamenti e alla vostra Chiesa

Oh, sacerdoti, o ministri del Divin Culto, giuro anche per voi, e Dio riceva in religioso olocausto i nostri inviolabili giuramenti.

Sebbene, ah, perché, o mio popolo, anzi miei figli, mia corona e mio gaudio, perché non posso giurare anche per voi. Voi sì che potete adesso formarvi i vostri rappresentanti, le vostre leggi, ma poi, formati gli uni, formate le altre, dovete anche voi rispettare entrambe, e ubbidire con fedeltà. E’ Dio che così vuole, quel sapientissimo Dio, che arbitro e regolatore delle sorti del mondo, le dispone e modera a suo talento.

Voi qui vedete tra i vostri concittadini, quegli che rappresentano la vostra sovranità.

Essi rispetteranno sempre la Religione, terranno da voi lontani i fulmini di Gesù Cristo, onoreranno l’infallibile successore di Pietro e la sua fede, saranno scudo e difesa al cattolico Culto, al sacro tempio, ai suoi ministri, ma tutti insieme custodi ed esecutori delle vostre leggi, ne esigeranno veglianti e solleciti l’adempimento.

Fra questa loro rappresentanza, non è ella tale che al dir di Paolo, vi obbliga ad adorare in esso gli altri decreti, e le disposizioni del vostro Dio, con spirito d’ubbidienza? Eh, sì pur dunque ubbidienza, anche per voi o mio popolo, fedeltà e ubbidienza all’attuai vostro Governo e agli attuai vostri rappresentanti. Ma avvertite questo spirito di fedeltà, questo spirito d’ubbidienza ove più vigoroso lo trovate, se non tra gli augusti veli di Religione?

Adempiansi queste leggi che io vostro Pastore vi addito nell’Evangelo e sarete Sovrani ad un tempo e sudditi integerrimi e virtuosi.

Oh, beato quel Popolo ove nelle massime e nei costumi, trionfa il Vangelo, perché trionfano insieme con lui, la pace il buon ordine, la giustizia!

Beato quel popolo ov’è la Repubblica protetta dal Crocifisso, e il Crocifisso difeso dalla Repubblica, mentre con sì mirabile unione, resta assicurato il doppio bene all’uomo in ordine alla terra e al Cielo.

Cari miei figli, mentre io su questo Altare, consapevole dei miei voti e delle antiche mie lagrime, Altare che mi mostra le sacre ceneri del mio Vescovo Fortunato, Altare che mi ricorda i favori e i voti dell’Ammirabile Madre Maria, mentre io deposito i miei già formulati giuramenti, voi venerateli con Religione. Son giuramenti del vostro Vescovo. Ma ad un tempo accoppiate ad essi le vostre risoluzioni, fervide risoluzioni d’osservare la santa legge di Dio, d’amarvi in Dio, d’essere cittadini nelle vostre intraprese, diretti sempre alle intenzioni di Dio

Oh, Dio, piovete amoroso Sole dal Cielo, che infiammi di carità, illumini le nostre menti, ecciti in cuore, generosi affetti di religione e di Fede.

Rendete santo il Pastore, rendete sante la Greggi onde tutti possiamo un giorno cantarvene, nell’eterna Gerusalemme, inno più giulivo e festoso, del festoso inno giulivo, che ora sciogliamo qui ai piedi del vostro Altare.

Nota: questo foglio, probabilmente portato da don Valeriano Orazi segretario del vescovo di Fano e canonico a Santa Vittoria, ov’è rilegato nel registro n° VI “Iura”, carte 359-360.

 

Documento n. 5

Proclama di Fernando re di Napoli – 14 novembre 1798 (ortografico)

= FERDINANDO IV per la grazia di Dio re delle Sicilie e di Gerusalemme, infante di Spagna, duca di Parma, Piacenza, gran Principe ereditario delle Toscane etc.

Quantunque fin dal principio delle rivoluzioni politiche, che da qualche tempo hanno turbato la tranquillità in varie parti del mondo, avessimo noi procurato di provvedere alla costante sicurezza dei nostri reali Stati e Domini col tenerle lontane le perniciose massime e i seduttori, riordinare ed accrescere le nostre forze armate, stringere con più forti nodi le alleanze con le potenze amiche, stipulare trattato di Pace con la Repubblica Francese, ed esaudire ogni altro mezzo di operazioni pacifiche: pure nondimeno ci siamo trovati nella dura circostanza di vedere in pericolo la quiete ed indennità dei nostri Stati per motivo dell’inaspettata mutazione di Governo del limitrofo Stato Romano, accompagnata dalla sovversione di ogni sano stabilimento, dal danno della santa religione cattolica e da civili discordie e luttuose scene di massacri e depredazioni. Questi avvenimenti, l’imprevista occupazione dell’Isola di Malta di nostra regia pertinenza e le continue minacce di prossima invasione nei nostri Domini, confermate da apparecchi guerrieri e da movimenti di truppe alla volta di questo Regno di Napoli, ci hanno indotto a prendere altri più efficaci provvedimenti, onde allontanare dai nostri Domini qualunque danno e pericolo. Abbiamo pertanto determinato di fare avanzare il nostro reale esercito dentro lo Stato Romano fin dove l’urgenza lo richiederà, con la ferma volontà di ravvivarvi la cattolica religione, farvi cessare l’anarchia, le stragi e le depredazioni, ricondurvi la Pace, e porlo sotto il regolare Governo del suo legittimo Sovrano. Dichiariamo ai nostri amatissimi sudditi, agli abitanti dello Stato Romano, ed agli altri popoli dell’intera Italia che (lungi dal muovere guerra contro alcuna Potenza) il solo desiderio di provvedere alla loro sicurezza e di rendere il dovuto onore alla religione ci ha mosso a questa intrapresa nella quale Noi col soccorso del sommo Dio, secondati dai validi aiuti dei nostri grandi alleati e dall’opera delle Nazioni Italiane, speriamo avere felicissimi eventi. Noi stessi alla testa dei prodi soldati del nostro invitto esercito, dirigeremo le loro operazioni militari e ci impegneremo di fare uso delle loro forze nei soli casi di resistenza e di aggressione, mentre in ogni altro rivolgeremo le nostre cure soltanto agli indicati sacri oggetti della Religione e del riordinamento del Governo dello Stato Romano. Con tale prevenzione adunque esortiamo gli abitanti tutti del detto Stato Romano di deporre le armi nel momento dell’ingresso del nostro esercito nel loro territorio; di conformare a quelle disposizioni che saremo per dare in favore di essi e della salvezza comune, di facilitare con i possibili mezzi e aiuti la nostra giustissima intrapresa, e di essere sicuri che Noi, facendo uso della nostra naturale giustizia e clemenza, non solo proteggeremo e ricompenseremo i buoni e virtuosi, ma ancora raccoglieremo con paterno affetto i traviati che, pentiti dei propri errori, volontariamente ritorneranno nel diritto sentiero e si sottoporranno al nostro comando.

Inculchiamo pertanto a tutti di abbandonare ogni idea di vendetta per il danno che per la passata rivoluzione gli uni avessero agli altri arrecati e di astenersi da qualunque sorta di eccesso di rappresaglia, sotto pena della nostra reale indignazione, di essere trattati i contravventori come nemici della pubblica sicurezza.

Esortiamo parimenti i Generali e Comandanti di qualunque esercito estero di far subito ritirare tutte le loro truppe fuori dal territorio romano, senza prendere ulteriormente parte nelle avventure di quello Stato la cui sorte per ragione di vicinanza e per altri legittimi motivi interessa principalmente la nostra Regia Podestà. Infine manifestiamo che dal punto in cui il nostro esercito sarà entrato nel territorio Romano, vi sarà libera comunicazione tra le sue popolazioni e quelle del Regno, del quale per provvedere alla sussistenza delle Reali truppe ed al bisogno degli abitanti dello Stato Romano, faremo nel medesimo trasportare i generi necessari di viveri ed altre occorrenze.

Dal Quartiere Generale di S. Germano 14 novembre dell’anno 1798. Ferdinando

  1. Acton

(Nel registro VI “Iura” dell’archivio capitolare Santa Vittoria in Matenano, cc.362s. Nota: la guerra del re di Napoli contro la Repubblica Romana, risulta dichiarata il 23 novembre 1798 nel “Distinto ragguaglio della totale disfatta riportata sul formidabile esercito napoletano dalle invitte falangi della Grande Nazione” stampa dell’epoca.)

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Documento n. 6

Ascoli 5 febbraio 1799: sottomissione pacifica

= LIBERTA’   REPUBBLICA ROMANA   EGUAGLIANZA

LA MUNICIPALITÀ’ D’ASCOLI

Alle Popolazioni vicine, Perdono, e Pace per le Communi Armate del Tronto. Dopo varie trattative in iscritto, e a voce colla mediazione nostra, e per mezzo de’ virtuosi Ecclesiastici, Secolari, e Regolati, spediti in tutte le Comuni, il General Francese dimostrando la sua brama di fare cessare i disordini, e risparmiare le conseguenze funeste di una spedizione di Truppe sulle nostre Campagne, trovò il Comandante, e Capitani delle Popolazioni armate, nelle medesime disposizioni di procurare il maggior bene; Quindi in risposta ad un foglio dei prelodati Capitani de’ 4 Febraro furono sottoscritti i seguenti Articoli fissati dal prode, ed umanissimo Generale.

Ascoli 5 Febbraro 1799 V.S. 17 Piovoso, Anno 7. della Repubblica Francese.

Il Generale Francese vede con piacere, che i Montagnoli Insorgenti vogliono acconsentire alla Pace.

Le Truppe Francesi non possono farne, che di onorevole, e di giusto: in conseguenza il Generale Francese animato dal desiderio della Pace, non può donarla, che alla Condizione di già descritta cioè:

  1. Perdono generale per tutte le Communi.
  2. Tutte le Communi daranno un Ostaggio della loro sincerità alla Pace.
  3. Questi Ostaggi saranno sotto la risponsabilità di un’abitante di Ascoli.
  4. Niuno sarà ricercato nella sua passata condotta.
  5. Non sarà levata alcuna requisizione alle circostanze insorte.
  6. Nel Caso, in cui non possa trovarsi un Ostaggio ne’ Villaggi, il Generale Francese accetterà un Abitante, o Prete di Ascoli, che rappresenterà questo Villaggio. (…) Firme di 22 Comandanti (omesse)

 

ARTICOLO ADDIZIONALE

Se non si sono posti gli Articoli relativi al servizio della Religione, alle Campane, e alle Prediche, è perché questi Articoli non possono incontrare alcuna difficoltà poiché già sono accordati dal Capo medesimo delle Truppe, il quale da vari giorni ha dato l’ordine di far suonare le Campane, ed hà protette tutte le Chiese, e promesso il libero esercizio del culto; poiché in fine la facoltà la più intiera sopra questo punto è già accordata da un Proclama del Generai Dahesmer. Per scanzo di ogni equivoco, il Generale Francese conferma le disposizioni a questo riguardo.   Ascoli 17. Piovoso Anno 7. DARGOUBET

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Documento n. 7

PROCLAMA 26 maggio 1799 a Servigliano per l’insorgenza

Per FERDINANDO IV Re delle Due Sicilie e di Gerusalemme, ecc.

Il conte CLEMENTE NAVARRA

Brigadiere delle Truppe arrolate in massa, Napol. e Pontificie

«Ergete la fronte, Popoli generosi del Piceno. Eccovi il felice momento di ravvivare la nostra Santa Religione, di rimostrare il nostro attaccamento al Sovrano e di sottrarci da questa anarchia che sì barbaramente ci opprime. Correte tutti alle armi, e ricordatevi di quel ch’è scritto nelle Sagre Carte nel libro di Judith, cap. 15, v. 6: Omnis itaque regio omnisque Urbs electam Juventutem armatam misit post eos, et persecuti sunt eos in ore gladii quousque pervenirent ad extremitatem finium eorum.

Io vi chiamo a difendere la causa comune, fidate in Dio, nei grandi alleati, nel coraggio avito… Si agirà col massimo rigore delle leggi, perché ritorni il buon ordine, facendo noto a tutti con questo Editto, che in ciascun paese siano reintegrate le Magistrature, alle quali inculco di proibire affatto, che truppe di gente armata dal capriccio, col pretesto della buona causa, vadino scorrendo per le campagne e paesi, arrestando delle persone, e farsi lecito di saccheggiare, fucilare, ed incendiare. Chiunque ardirà ciò tentare sarà considerato come nemico dello Stato, e punito come tale. Ogni truppa armata dovrà dall’invitto mio generale de Donatis, o da me dipendere, né si riconosceranno altre truppe, che quelle da Noi disposte, ma gli abitanti tutti siano preparati a prendere le armi al suono delle campane a martello; ed accorrere al bisogno, se mai truppa nemica ardisse attaccarci, avvertendo, che quel paese, che tardasse ad accorrere, sarà dichiarato ribelle, e come nemico della patria militarmente castigato. Epperò voi tutti del clero, e specialmente voi, Pastori delle Anime, concorrete ad una impresa così gloriosa, e destate con vivezza le scintille della Pietà, e del languente costume, e fate risorgere fra le vostre contrade la purità della infallibile Nostra Religione, e tentare ogni mezzo coll’esempio, e colla voce, perché ritorni in noi quella pace, che finora ci è stata sì barbaramente rapita. Chiunque vorrà con Noi prendere le armi in questa sì nobile gara, si presenti a me, e agli Uffiziali maggiori per avere le necessarie istruzioni e per essere autorizzati colle patenti del Re delle Due Sicilie e più d’ogni altro io chiamo coloro che con eguale valore e fedeltà diedero prova allorché erano aggregati alle truppe Pontificie.

Dato dal Quartiere gen. di Servigliano, questo dì 26 maggio 1799. »

Documento n. 8

PROCLAMA: Ascoli 27 maggio 1799 per l’insorgenza

= FERDINANDO IV PER LA GRAZIA DI DIO RE DELLE DUE SICILIE DI GERUSALEMME ECC.

  1. DONATO ANTONIO DE DONATIS GENERALE IN CAPO DELL’ESERCITO IN MASSA PER LA SUA MAESTÀ’, CHE DIO LA GUARDI

«Popoli di Acquaviva aprite ormai gli occhi alla luce del giorno. Sentite la voce di uno, che ama il vostro vero bene. O Voi stringete le armi in favore delle nostre vittoriose truppe, ed allora troverete in Noi un amico sincero, ed affettuoso, che lungi dal prendere vendette delle vostre insolenze passate addosserà la valida protezione e di Voi, e delle sostanze vostre: o vi dichiarate nostri nemici, ed allora aspettatevi pure, che Noi con tutte le nostre forze affronteremo i vostri fuochi, vi piomberemo addosso, vi saccheggeremo usando ogni rigore militare. Pensate a Voi: decidete con prontezza e dentro due ore mandatene la risposta ».

Ascoli, 27 maggio 1799.

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Documento n. 9

Insorgenza: 26-29 Maggio 1799 a Castel Clementino

Dì 26 del corrente mese di Maggio: si manifestò a Castel Clementino il piano di una controrivoluzione da eseguirsi con l’aiuto e intesa degli Insorgenti Napoletani, alla cui testa si pose Clemente Navarra con la carica di Brigadiere a lui conferita da D. Donato De Donatis, generale in capo dell’Armata in massa Napoletana. Con l’intesa, come dicono, che la mattina seguente dovesse ivi giungere l’avanguardia di tale armata. La mattina del divisato giorno si cercò che i Parroci di detto luogo avessero predicato dall’altare di doversi tutti venire contro i francesi; ma i Parroci mostrarono ripugnanza di farlo, e il curato Burocchi per non esserci obbligato pensò di celebrare nella sua chiesa. Nonostante s’inalberò la Bandiera Napoletana, e si affissero editti con i quali s’invitava il popolo ad unirsi e si ordinava il ristabilimento delle antiche magistrature. La Terra di Santa Vittoria si accomodò per prima a seguire tale piano. Vi si atterrò l’Albero, si unirono delle persone, e alla testa uscì il noto Majeschi il quale si mostrò meno impegnato. Dietro tali incitamenti il giorno appresso 27 detto, la campana di Castel Clementino, che aveva cominciato a suonare a martello insieme col tamburo la sera innanzi seguitò a fare lo stesso

fin dalle otto della mattina e lo stesso si fece in Santa Vittoria, per adunare gente. Il dopopranzo di tale giorno si sentì simile furore e rimbombo di tamburo in M. S. Martino dove però non accorsero se non pochissimi contadini, che, sentito il motivo, amarono meglio di tornarsene alle loro faccende della campagna.

Ieri mattina 28 si intese lo stesso suono in Sant’Angelo <in Pontano> dove era stato dichiarato capitano Giuseppe Gentili. Per buona sorte di questo luogo, la commissione di fare lo stesso fu data all’Egamennoni insieme con la patente di capitano e i proclami da affiggersi, con ordine di eseguire tutto appena qui ritornato. Ma poiché la patente l’aveva presa per forza, come dice, non eseguì punto l’addossatagli commissione, cosicché questo luogo si preservò immune fra l’incendio che ardeva in ogni intorno, e siamo stati solo spauriti di quello che facevano gli altri, fino alle ore 14 circa del giorno di ieri, quando si intesero dalla parte di Castel Clementino delle scariche di moschettieri, che, ignorando noi cosa significassero, senza pensare alla zuffa che vi seguì col distaccamento della truppa francese e insorgenti, non sapevamo indovinare la causa. Se ne concepì però un sospetto, al vedere per mezzo del cannocchiale, che truppa di gente dalla parte di Falerone andava direttamente a quel luogo, e passava il fiume senza scalzarsi. L’eccidio seguito fu poi saputo da persone che, per curiosità di sapere, s’inoltrarono verso quella parte e più in dettaglio si raccontò iersera, e questa mattina. I morti insorgenti sono stati almeno venti. Tra questi il figlio del Navarra che fu incontrato dalla truppa vicino al molino di Falerone, mentre con 50 insorgenti circa, andava in Falerone, e il capitano benedetto Gualtieri fu ucciso poi in casa al tempo del saccheggio, che fu dei più feroci, con altri vari dei quali non so il nome, e fra questi la persona che stava a suonare le campane a martello, la quale fu sbalzata dalla torre. Secondo le relazioni che giungono, oltre allo spoglio generale fatto in tutte le case di quanto vi era – e vi era molto in alcune specialmente, che non si persuadevano di tale visita – vi è stato il massacro di tutto il mobilio che non si poteva trasportare. I cristalli e i vetri delle finestre furono rotti, i parati lacerati, i comò, i tavolini, le sedie, fatti in pezzi. Insomma si fece un macello e di carne e di roba, come ognuno può figurarsi e come si sentirà più dettagliatamente in appresso.

La sera innanzi <27> di questo tragico fatto si erano fatti arrestare e condurre in quel quartiere generale (così denominato quel luogo dal proclama) il Valeriani e il Venantini di Santa Vittoria; altri di là erano fuggiti, come avevano fatto parimenti altri da Falerone, il cui popolo, come quello di Montegiorgio, era stato il primo ad accorrere per arruolarsi.

Il Brigadiere Navarra si salvò con la fuga, e così si salvarono altri uniti con lui, che presero la fuga chi per una parte e chi per un’altra. La truppa poi che si aspettava dalla parte di Ascoli la mattina del 27 non era giunta e non giunse, perché a Mont’Alto trovò delle resistenze. Il Majeschi che aveva tanto brigato è restato morto anche lui. Raccontano che alle ore 4 del 26 partisse dal quartiere

generale e se tornasse a Santa Vittoria, cosicché non fu presente alla zuffa, ma inteso poi quanto successo, dicono che tornasse là per comprare delle robe prese nel saccheggio e che da quattro contadini fosse ammazzato avendogli trovato addosso molti “pezzi duri”.

Non mancò poi neppure qui una scenetta e fu che alle (ore) 19 circa di ieri 28 si presentò il capitano Giuseppe Gentili con sette altre persone del seguito, entrati per la porta del forno, i quali direttamente andarono alla porta del convento di San Francesco, andando dicendo per la strada Napoletani! Napoletani!

Appena smontato di cavallo il capitano suddetto, invece di entrare in convento, fece sul momento arrestare Giovanni Vecchi che passava in quel punto, e poi per la stessa strada, se ne ritornarono indietro senza far altro. Giunti avanti alla casa di lui, si fece incontro la moglie che si mise con le lacrime a scongiurarli di lasciarle il marito; ma il capitano diceva di condurlo al quartiere generale (che non so dove fosse) e gli altri di farlo a pezzi fuori della porta come Giacobino e supposto reo di aver <informato> i francesi perché venissero contro Castel Clementino. Il fatto è che lo condussero fino a San Rocco, ma poi, sopraggiunto il padre e don Santi Luccarini, li cominciarono a pregare di nuovo del rilascio; e sul giuramento che prestò don Santi che non fosse Giacobino, e che non aveva mai avuto alcun carreggio lo dimisero e se ne andarono per i fatti loro.

Ecco la storia genuina dell’accaduto nelle nostre vicinanze, e qui preghiamo Dio che le cose finiscano così. Ma temo di peggio. Pacifico Cornacchia di Santa Vittoria, arrestato dai contadini, fu condannato a Mont’Alto. Andreozzi restò ferito in faccia. Marinelli scampò la morte fuggendo in certi fossi. Majeschi rimase ucciso. Tutti questi andavano uniti a Castel Clementinoper ottenere dal comandante francese che non facesse andare la truppa a Santa Vittoria, dove si credeva <fosse> diretta dopo il sacco di Castel dementino.

(Autore anonimo probabilmente faleronese di un manoscritto n. 946 presso la biblioteca comunale di Macerata qui riferito in trascrizione corretta per l’ortografia)

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Documento n. 10

IL COMANDANTE GENERALE DELLA MONTAGNA GIUSEPPE CELLINI AI POPOLI DELLO STATO PONTIFICIO – INDIRIZZO –

Ascoltate, o Popoli amici, la voce di chi ama il vostro bene. Non è più tempo giacere in una colpevole inerzia, e sostenere più lungamente una fatale indifferenza. Tutti i vostri Fratelli limitrofi all’Abruzzo Ultra e Citra colle anni in mano già sono in Campo. Essi sull’esempio dei valorosi Sanniti, e da loro scortati, han combattuto e son vincitori. Entro le mura de’ loro Paesi più non spira liberamente l’aria impura, né alcun Francese, né verun perfido Giacobino. Sì l’uno, che l’altro si trova fra’ ceppi, o pallido fugge, e ramingo. Quanto audace si mostra questa infida genìa nel vederci avviliti, tanto vile or si dimostra vedendo il nostro coraggio, l’unione e i progressi delle nostre armi. Queste già spiegano su una ben larga estensione la sua energia. E’ stato un punto, un punto solo investir Norcia, Cascia, Visso, Serravalle, Ponte della Trava, Camerino, Ascoli, Mandola, Comunanza, 5. Vittoria, Montalto, Monte di Novo, Affida ecc. ecc. occuparli, e sollevarli. E’ brava la gente, che muove all’impresa, esperti i Duci che la guidano.

Or siam giunti al felice momento, in cui tutta la fiorente un dì, ed ora languida, e desolata Marca è per prendere l’Armi su cui dietro al divin soccorso, è riposta la propria, e l’altrui salvezza. Correte, o Popoli amici, correte ad unirvi con Noi. Non dubitate, la vittoria è nostra. Non vi è più da temere. I Mari, che bagnano la bella Italia, appena reggono a sostenere gl’immensi Legni Inglesi, Moscoviti, Lusitani, Ottomani. Poche di essi si sono presentati in Ancona, e pochi colpi di Cannoni han fatto sentire a quella bloccata città; e nondimeno han destato in essa la più spaventevole costernazione.

L’invitte Falangi Austro-Russe sono arrivate a Bologna. A Soffia è giunto il real Principe di Napoli con il Figlio del Gran Signore conducente un Esercito sorpendentissimo. Da altra parte vola a prestarci aiuto l’immortale Cardianal Ruffo. Noi ci troviamo con numerosa Leva in Massa, al cui fianco vedesi la intrepidezza, il coraggio, la vittoria. Fiancheggiati, protetti, alleati, assistiti da tante Forze, ditemi, vi può essere da temere? Non vi fate ingannare da certi spiriti deboli, o maliziosi Allarmi, Allarmi.

A ciò vi obligano i doveri della propria coscienza, l’amor della Patria, la fedeltà giurata al Sovrano, la Professione di nostra Santa Religione, la quale, sussistendo, per altro breve tempora Cabala Filosofica, Ateistica, Massonica, va ad annientarsi nei nostri Paesi; vi obbliga il bene delle vostre Famiglie, la tenera vostra Figliolanza, che riclama il Cristiano costume, e la sana educazione; vi obbligano il pericolante onore delle vostre Mogli, il pudore compromesso delle vostre Figlie, i beni già invasi, i diritti violati, le proprie persone colle minacce, e colle armi tante volte investite. Se all’aspetto di santi motivi, e di sì potenti aiuti voi non vi scotete, voi siete colpevoli. Tremate. Il colpo desolatore poco

sta a piombarvi sulle Persone, e sulle Sostanze. Odiosi a Dio, al Sovrano, al Popolo fedele, che aspettar mai non vi dovete di avverso? Deh! riunitevi con noi, e non soffrite alcun disastro.

Giacobini, rovesciatori del Trono, sacrileghi invasori de’ Beni Ecclesiastici, Profanatori de’ Luoghi Sacri, Distruttori dell’Ordine sociale, Increduli, Miscredenti, Depravatori del buon Costume, Soldati della Cabala Ateistica voi impallidite, e ponete le ali ai piedi. Ma, che giova? L’arco feritore è rivolto contro di voi. Molti de’ vostri pari o son caduti, o son fra le ritorte. Lo so, voi fuggite: ma dove alla fine miseri andrete? Ovunque strascinate l’indegna esistenza, seguiravvi il rimorso tormentatore: ovunque troverete nemici; ovunque l’odio, l’esecrazione vi accompagnerà. Giacobini ricredetevi. Ancora siamo in tempo. Abbracciate anche voi la difesa della Causa comune, e sarete salvi. Ma se per altro breve spazio vi restarete ostinati nel partito Filosofico, guai a voi; siete perduti. Tremate.

In Camerino dal Quartiere Generale 5, Giugno 1799 G. Cellini Comand. Gener. In Capite.

In Camerino 1799. Per Vincenzo Gori.

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Documento n. 11

Difesa repubblicana: Ascoli 4 giugno 1799

LIBERTA’           EGUAGLIANZA      REPUBBLICA FRANCESE

Dal Quartiere Generale d’Ascoli li 16 Pratile Anno VII della

Repubblica Francese una, ed indivisibile.

MONNIER Generale di brigata Comandante in Ancona, e ne’ tre Dipartimenti riuniti in istato d’Assedio

La Città d’Ascoli, divenuta il soggiorno de’ Briganti Abruzzesi, ha posto il Dipartimento nel rischio di perdersi. Gli Abitanti di questa Città ribelle avevano già presa la Coccarda rossa, e trasformate in autorità Monarchiche le autorità tutte della Repubblica. Essi han dirette le orde de’ Briganti co’ quali eransi unite, e quest’uomini infami, vantando il nome di Dio, del Re, e de’ Preti, han commesso i più detestabili eccessi sulle persone, e se ne hanno usurpato tutte le mobili proprietà, ovunque si son presentati. Le prime lor vittime sono state le Comuni di Offida, di Castorano, di Colli, dì Pagliare, di Monte Prandone, e nelle Campagne che se estendono fino a Montalto.

Non potendo sì fatti eccessi non eccitare la generale indignazione, debbon essi risvegliare tutta l’energia delle autorità Civili, e precisamente dalle Guardie

Civiche, per opporsi vigorosamente alle intraprese, che tentar potessero nuovamente gli enunciati Briganti.

Le Truppe Repubblicane si misero in moto: I Briganti sono stati battuti a S. Benedetto, a Ripatransone, in Acquaviva. Hanno fatta la lor ritirata in Ascoli, e là si erano fortificati. La Città La presa d’assalto dopo due ore di combattimento. Questo giorno è stato spettatore delle nostre complete vittorie, e gli scellerati sono stati puniti. Tutti coloro, che non hanno imitato il lor Generale nella fuga, sano caduti sotto i colpi Repubblicani.

Le Truppe, ch’io lascio nel vostro Dipartimento, occupano delle posizioni vantaggiose. Sarà però stabilita, sotto la sorveglianza dell’Amministrazione Dipartimentale, un Cordone sul Tronto composto della Guardia Civica. Una colonna mobile si metterà subito in azione per portarsi su tutti i punti minacciati, ed occupati dai Briganti suddetti.

Ogni Brigante arrestato sarà fucilato sull’istante. Le Comuni, che non si opporranno al loro ingresso, incorreranno nelle pene già significate nel Proclama del giorno 14 (2 giugno).

Signato MONNIER

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Documento n. 12

Ladroneggi degli insorti, luglio 1799, Ascoli

GIUSEPPE COSTANTINI ALIAS SCIABOLONE COMANDANTE LE TRUPPE IN MASSA PER SUA MAESTÀ’

FERDINANDO IV E POTENZE ALLEATE

Io sono informato dei continui ladroneggi che tuttodì si commettono sì in mobili che in bestiami a svantaggio di pacifici contadini. Sono esacerbato oltremodo per tali misfatti e ne prenderò le misure le più forti. Sotto pretesto di nuocere ai giacobini, si commettono l’empietà le più esacrande. Nessun individuo ha il diritto di ciò fare, ancorché il sapete, ma compete al solo sovrano. E’ questo un procedere che si oppone alla Religione Cattolica ed alle leggi di qualunque Governo. Il fulmine del castigo sta per piombare sopra a quelli che invece di desistere da un tal procedere non restituiranno sull’istante ciò che ànno rubato contro ogni diritto di natura e contro la legge di Dio. Io parto sì per unirmi al prode Generale La-Hoz e battere i Francesi; ma guai a quelli che prenderanno a scherzo questa mia risoluzione. Sarò inesorabile anche co’ miei più stretti di sangue.

Ordino però che subito si rimettino i massari ne’ rispettivi paesi i quali formeranno un processo a quelli ritengono o hanno preso bestiami.

Tutti gli abitanti de’ paesi e contadini si uniranno ad arrestare questi

perturbatori del buon ordine. In caso disperato e di resistenza, li autorizzo a far fuoco a tal razza di gente tanto perniciosa alla società.

Questo ordine stampato che sarà, voglio sia affisso in ogni paese e pubblicato nelle Chiese dai rispettivi curati.

Dal Quartier Generale di Lisciano 16 luglio 1799.

LUIGI ANELLI Segretario.

 

Documento n. 13

REGGENZA a Macerata, 20 agosto 1799

L’IMPERIALE – REGIA – PONTIFICIA REGGENZA DELLA MARCA DI FERMO E DI ANCONA

EDITTO

Per supplire alle immense spese, che seco porta il mantenimento di una Truppa attualmente impiegata alla difesa di una causa tanto nobile, e gloriosa, necessita ricorrere sull’istante a dei temperamenti quanto pronti, altrettanto capaci a produrre tutto ciò, che faccia d’uopo al servizio della medesima. Avrebbe voluto l’imperiale-Reggia-Pontificia Reggenza dispensarsi dall’addossare alle Popolazioni qualunque più piccolo peso, ma I’ urgenza dell’affare, e la santità della causa, che si è impresa a trattare, e che siam prossimi a sentire finalmente decisa, esiggono nuovi sforzi da tutti. Quindi è, che dopo le più mature riflessioni, e li scandagli più esatti, quello essendosi creduto il temperamento meno sensibile di ricorrere all’imposizione di un Testarico, regolato però, e diviso nel caso presentaneo in quattro diversi gradi, si è trovata nella circostanza di determinare, come appresso.

Primo = Tutti gl’individui delle Famiglie Nobili, o ascritte in primo grado in qualunque Città, o Terra, comprese in questa Classe le Comunità Religiose, dovranno subito sborsare in mano dei rispettivi Esattori pubblici a quest’effetto deputati uno scudo per cadauna Testa, con l’obbligo di pagare per ciscun Uomo o Donna di servigio paoli tre moneta di rame.

Secondo = Tutti gl’individui delle Famiglie del secondo ceto, o grado, del primo , e secondo de’ Castelli, e de’ Mercanti saranno tenuti per lo stesso titolo pagare bajocchi 40 per cadauno, t ame sopra.

Terzo = Tutti gl’individui delle Famiglie di qualunque altro grado, o ceto saranno obbligati pagare bajocchi dieci per ciascuno come sopra.

Quarto = Tutti li Coloni dovranno pagare bajocchi cinque per ogni testa come sopra.

Macerata dalla Reggenza 20 Agosto 1799.

(Omissis)

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Documento n. 14

<RICORDO DEI NAPOLETANI A PEDASO>

– 25 agosto 1799

È giunto finalmente in questo nostro castello di Pedaso la Real Truppa dell’Invitto Re delle due Sicilie, comandata dal prode Generale Don Donato de Donatis tanto da noi aspettato, e desiderato, ad oggetto di condursi sotto la Piazza di Ancona, dentro la quale i malvagi Francesi e i loro cinque Partitari sonosi riuniti fuggendo. Mercé un tal forte e valoroso soccorso speriamo ora vicino l’esterminio di quella perfida gente, che resiste ancora alle forze delle Potenze alleate, e speriamo altresì di vedere sollecitamente restituita l’intera tranquillità a queste nostre contrade. Intanto, siccome abbiamo ammirato la moderatezza di detta Real Truppa, che, per li vari provvedimenti dati dal riferito signor Generale, non ha recato la menoma molestia e niun danneggiamento agli interessi ed alle persone di questo castello nostra patria, così ne produciamo un completissimo Avviso al pubblico, onde tutti si esultino di giubilo e di contentezza.

Pedaso, 25 agosto 1799.

Li residenti

NICOLA BERNARDINI, Vie. for. e Dep. eccl.

PROTASIO TEODORI, Govern. locale,

BENEDETTO ROSSI, Segretario.

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Documento 15

ARMISTIZIO PACATO, 13 novembre 1799

LIBERTA’             EGUAGLIANZA           REPUBLICA FRANCESE

Ancona Assediata li 23 Brumale Anno 8vo della Republica

Tra il Generai di Brigata. MONNIER’ Comandante in Capo la Divisione di Ancona autorizzato, dal Consiglio di Guerra tenuto a questo effetto di trattare la Resa di Ancona.

Ed il Sig. Barone di FRELTCH Luogotenente Generale di Sua Maestà Imperatore, e Re, Comandante in Capo le Truppe che assediano Ancona.

La. presente Capitolazione è stata discussa, risoluta, decretata irrevocabilmente nel modo che siegue.

 

ARTICOLO PRELIMINARE

Il Generale Comandante la Divisione d’Ancona, e le Truppe sotto i suoi ordini considerando, che la Capitolazione ¡1 « Fano segnata li 8 Termidoro scorso tra le Truppe Repubblicane Francesi, ed il Sig. Comand. le Truppe Russo-Turche è  stata. Violata nella sua esecuzione per lo stesso Comandante.

Considerando, che la morte sarebbe preferibile al disonore di trattare con delle Autorità che non conoscono il Diritto delle genti.

Vista la situazione, in cui si trova la divisione d’Ancona, e vista la quarta, ed ultima intimazione di resa fatta dal Sig. Barone BRELICH, Luogotenente Generale al servizio di Sua Maestà Imperatore, e Re, Comandante, in capo le: Truppe assedianti Ancona.

Dichiara, che egli non vuole entrare in Negoziazioni, che colle Truppe, ed il detto Luogotenente Generale al servizio di S. M. Imperatore, e Re.

 

CAPITOLAZIONE – ARTICOLO I.

Le Truppe della Guarnigione di Ancona, e Forti annessi al giorno, ed ora, che saranno convenuti, sortiranno dalla Piazza con tutti gli onori della Guerra, cioè: Con Tamburo battente, Bandiere spiegate, Miccio acceso, avendo alla testa due pezzi di Cannone di Campagna coi loro Cassoni, più uno d’Infanteria per rendersi in Francia per la via di terra la più comoda; Soldati, Ufficiali, Generali, ed ogni Militare si di terra, che di mare il Console della Republica Francese, gl’ Impiegati, e agenti Civili, e Militari porteranno seco le loro Armi, Effetti, e Proprietà personali di qualunque genere.

Saranno riguardate come Truppe della Divisione di Ancona, e saranno trattate sotto tutti i rapporti come Truppe della Republica Francese i Cisalpini, Romani, ed altri Italiani formati in Legioni, Battaglioni, o Compagnie, che portano le armi nella detta Divisione.

ARTICOLO II

La Divisione sarà accompagnata, e protetta nella sua marcia sino ai Posti awanzati dell’Armata Francese in Italia da un determinato corpo di Truppe Imperiali Comandate da un Uffiziale dello Stato Maggiore.

ARTICOLO III

La Divisione, che si porterà in Francia per la via che essa giudicherà la più comoda,, marcierà a spese di S.M. Imperatore, e Re:

Ogni Militare, o impiegato riceverà la Razione di ogni genere, e l’alloggio competente al suo grado secondo le Leggi, e Regolamenti Francesi. La marcia non sarà, forzata, ma regolata militarmente dietro quella dell’Infanteria Francese. Il Genera MONIER Comandante la Divisione farà di concerto coll’Uffiziale di Stato Maggiore Austriaco la determinazione dell’alloggio, o accampamento, se sarà giudicato convenevole, come, pure delle ore di partenza, e luoghi di dimora.

Risposta: Le Truppe della Guarnigione di Ancona, e dei Forti annessi sortiranno nel giorno, ed ora convenuta dalla Piazza con tutti gli onori di Guerra richiesti per rendersi in Francia come Prigionieri di Guerra, e non serviranno contro S.M. Imperiale, e contro i suoi Alleati che dopo un perfetto Cambio.

La Truppa deporrà le Armi nel luogo che sarà fissato da un Articolo Addizionale; i soldati e sotto Uffiziali conserveranno le loro muciglie, il Generale Comandante la Divisione, il Console della Repubblica Francese, i Generali, Uffiziali di terra, o di mare, gli Impiegati Civili e Militari conserveranno le loro Armi, Cavalli secondo i loro Gradi, ed i loro Effetti Personali.

Il Generale FRELICH volendo dare una prova di stima alle Truppe della Guarnigione per la Difesa coraggiosa, e contro ogni aspettativa, che esse hanno fatto, accorda ai Sotto Uffiziali il diritto di portare le loro Sciabole per rendersi al loro destino.

E per dare alla Divisione tutta, non meno che al General MONNIER, che la comanda un attestato della considerazione particolare, e della stima di nazione a Nazione contraenti, gli concede una Guardia di onore composta di quindici Uomini a Cavallo montati, armati equipaggiati, e di trenta Carabinieri Armati.

ARTICOLO IV

Sarà accordato a spese di S. M. Imperatore, e Re il numero de’ Carri attaccati, necessarj al trasporto degli Effetti personali degli Uffiziali, Impiegati, Consigli d’Amministrazione, e dei Depositi dei Corpi della Divisione: Il numero dei detti Carri sarà, convenuto d’appresso lo stato dei bisogni, che fornirà il Commissario di Guerra Francese

Il Generale Com. la Divisione, il Console della. Republica Francese, i Generali di Brigata Lucotte, Pino, Palombini, il Capo dello Stato Maggiore della Divisione, i Comandanti del Genio, e dell’Artiglieria, il Pagatore della Divisione, i Commiissarj di Guena, e della Marina Francese, l’Agente del Commissario Civile sono autorizzati di condurre ognuno il. loro Carro coperto pel trasporto delle loro Carte di Amministrazione, come di. Contabilità, ed i loro Effetti personali qualunque.

Risposta: Accordato ma a condizione che sarà Consegnato, da chi ne avrà il dritto, al Sig. Generale Barón di FRELICH l’attestato, che le Balle degli Uffiziali e Furgoni coperti non contenghino effetti di proprietà pubblica.

ARTICOLO V

I Bastimenti da Guerra della Repub. Francese, e Corsari coi loro Uffiziali, Impiegati in Amministrazione, ed Equipaggi si renderanno in uno dei Porti della Republica nello stato che si. ritrovano al momento della sottoscrizione della Capitolazione, muniti di Passaporto, e sotto la garanzia di S. M. Imperiale.

I viveri saranno forniti a spese della detta Potenza a ragione del viaggio.

Risposta:

INAMMISSIBILE ma se le Corsare la LUPE e la VENDETTA uscite dal Porto, e potendosi ripresentarsi di nuovo, rientreranno dopo la Capitolazione, li Marinari, che ne compongono l’Equipaggio, avranno la medesima sorte, che le Truppe esistenti attualmente nella Piazza.

ARTICOLO VI

I Malati dello Spedale della Divisione che potranno essere trasportati, lo saranno a spese di S. M. Imperatore, e Re coi viveri, e medicamenti e Casse di Chirurgia, ed Uffiziali di Sanità sufficienti pel viaggio d’Ancona in Francia.

Gli Ammalati, che senza pericolo, non potranno essere trasportati, resteranno in Ancona; essi saranno protetti come un Deposito Sacro, e trattati come gli Ammalati di S. M. Imperiale.

La Divisione li confida alla lealtà ed umanità della Nazione Austriaca.

II  General MONNIER gli determinerà il numero degli Uffiziali di Sanità, ed Infermieri indispensabili sotto la sorveglianza d’un Uffiziale Militare Francese, e di un Commissario di Guerra.

Subitochè il detto Uffiziale, Commissario richiederanno il trasporto dei Convalescenti o per mare, o per terra, secondochè sarà più convenevole al loro stato, gli verrà religiosamente accordato.

ARTICOLO VII

I Prigionieri fatti tanto durante il corso dell’Assedio d’Ancona che nelle Spedizioni precedenti, e che sono in Ancona, o sopra i Bastimenti Russo-Turchi o nella Divisione occupata dal Sig. Generale FRELIGFI, saranno resi da una parte, e dall’altra immediatamente dopo la sottoscrizione della presente Capitolazione e parteciperanno delle disposizioni contenute ne’ suoi Articoli.

Risposta:

ACCORDATO, per li Prigionieri Francesi solamente, che si troveranno ancora nella Divisione del Sig. Generale FRELIC

ARTICOLO VIII.

Tutti gli Individui di qualunque Nazione, o Religione essi siano abitanti nella Città d’Ancona , o che vi si trovino, e segnatamente gli Ebrei non potranno essere inquietati, molestati, né ricercati direttamente, o indirettamente essi, e le loro famiglie sul sospetto, e per la manifestazione delle loro opinioni civili, politiche, e religiose, come per li fatti che sono risultati, pendente il cangiamento del Governo nel Territorio Romano.

Questa disposizione risguarda quei fra loro, che hanno preso le armi, o esercitato degli impieghi Civili, o Amministrativi durante quest’epoca, e che verrebbero molestati per le loro ingerenze.

Risposta:

Il Governo Austriaco farà rispettare il diritto delle Genti verso li Cittadini senza distinzione di opinioni, o Religioni, purché si sottomettino alle leggi.

ARTICOLO IX.

La Commissione Amministrativa d’Ancona, i Membri anteriori delI’Amministrazioni Centrali dei Dipartimenti del Tronto, Musone, e Metauro, dei loro Tribunali, e Municipalità, gl’impiegati in tutti questi corpi Politici, ed i Patriotti della Republica Romana, come pure li Cittadini., e Sudditi delle Potenze alleate della Republica Francese, che vorranno seguire la Divisione d’Ancona, Essi, le loro Famiglie, ed effetti avranno la liberà più intera, né potranno essere ritardati, né impediti sotto qualunque pretesto.

Risposta.

L’Autorità Militare proteggerà l’esecuzione del presente Articolo, uniformandosi alla risposta fatta nel precedente Articolo.

ARTICOLO X.

Le Vendite, e Cessioni dei Beni, fondi situati in Ancona, e suo Territorio, come anche nei Dipartimenti Musone, Tronto, e Metauro sì autorizzate dal Consolato Romano, che dalla Repubblica Francese saranno mantenute inviolabili

Risposta:

Il Sig. Generale FRELICH non puoi decidere, e lascia l’assoluzione di questo articolo ai Gabinetti.

ARTICOLO XI

Li Cittadini Francesi, e loro alleati potranno alienare, o fare trasportare come a loro più piacerà per terra o per mare a loro spese gli effetti, e mercanzie da loro acquistate sino a quest’oggi.

Risposta:

Accordato; se gli Effetti, e Mercanzie non provengono dai Bastimenti, e Carichi presi dai Corsari sopra i Sudditi di S.M. Imperiale, e che non sarebbero stati giudicati di buona preda.

ARTICOLO XII

Sarà permesso alle persone comprese negli Articoli 8. 9.10. 11. di disporre delle loro Proprietà fondarie, e mobiliarie di venderle, o alienare, o percepirne l’entrate, come a loro piacerà: potranno egualmente in caso di vendita, o alienazione trasportarne esse medesime l’amontante, o inviarlo a loro piacimento nei luoghi, ch’essi desidereranno in Oro, Argento, Viglietti a ordine, o Cambiali.

Le suddette Persone potranno in conseguenza nell’intervallo dei sei mesi a contare dal giorno della sottoscrizione della Capitolazione continuare esse medesime la vendita dei loro Beni, e l’esigenza dei loro Crediti con tutta quiete, se esse non amano meglio abbandonare il Paese colla Divisione d’Ancona, e lasciare i Procuratori generali, e speciali, i quali godranno della protezione, di cui avrebbero goduto restando in Ancona.

Risposta:

ACCORDATO, se i Beni, di cui si tratta non erano di pertinenza dell’Antico Governo, delle Comunità Religiose soppresse; o dei Particolari Emigrati.

ARTICOLO XIII.

I Consoli di Spagna, e di Genova avranno la facoltà di restare in Ancona per lo spazio di sei mesi per terminarci i loro interessi con tutta garanzia delle loro Persone, Famiglie, Proprietà, e Carte Personali, o risguardanti le loro Amministrazioni, se meglio non amano ritirarsi colla Divisione d’Ancona, ed in tal caso saranno trattati come il Console della Rep. Francese.

Risposta:

I detti Consoli saranno rispettati, e protetti.

ARTICOLO XIV.

Se vi fosse qualche Articolo nella presente Capitolazione soggetto o qualche oscurità sarà interpretato secondo I’equità a favore della Divisione d’Ancona.

ARTICOLI ADDIZIONALI.

  1. La Cassa del Pagatore della Divisione, i Viveri, ed effetti dei magazzeni della Rep. Francese saranno rimessi appresso ricevuta nelle mani dell’Assediarne, segnata che sarà la Capitolazione.
  2. L’artiglieria dei Forti, del Porto, della Piazza, ed oggetti annessi, le Piante, e Carte relative alle Fortificazioni, ed all’interesse militare del Paese, saranno rimesse ai Commissarj , che saranno destinati per riceverli, dopo averne fatto Inventario, e rilasciata Ricevuta.
  3. Li disertori dell’una, e l’altra parte saranno restituiti.

Risposta:

CONVENUTO per li Disertori Austriaci solamente

  1. Per la garanzia, ed esecuzione di tutti gli Articoli della Capitolazione saranno dati degli ostaggi, ed il Sig. Barone di FRELIC Tenente Generale Commandante le Truppe Assedianti Ancona si rende responsabile della sicurezza della

Divisione dal momento dell’occupazione dei Posti sino al suo destino, come anche dei danni che potrebbero esser fatti a quelli, che la compongono.

  1. Segnati che saranno gli Articoli della Capitolazione, i Picchetti delle Truppe di S. M. Imperatore, e Re occuperanno le Porte di Francia, e Farina in numero eguale, e congiuntamente ai Francesi.
  2. Ventiquattro ore dopo la sottoscrizione dei ridetti Articoli le Truppe della Divisione d’Ancona evacueranno i Forti, e la Piazza in una sola Colonna con tutti gli onori della Guerra ottenuti nell’Articolo primo: si renderanno il medesimo giorno a Sinigaglia con le loro armi, che deporranno, eccettuati li Militari, ed Impiegati, che devono conservarle.

Risposta:

Convenuto, ma la Truppa Prigioniera deporrà le sue Armi a Fiumesino.

Fatto, convenuto, e decretato in Ancona li 23. Brumale an. 8, della Republica Francese una ed indivisibile.

Il Generale di Brigata Comandante la Divisione d’Ancona MONNIER

Sottoscritto Piè della Croce 13 Novembre 1799.

FRELIH Tenente Generale

DOCUMENTI RELATIVI ALLE INSORGENZE NEL PICENO NELL’ANNO 1799

a cura di Carlo Tomassini

Documento n. 1

Lettere di Pio VI e Giuseppe II d’Asburgo – 3 e 19 agosto 1782

= PIO VI. Prevalendoci di quella amichevole libertà che piacque alla M.V. gentilmente esibirci, cioè che quando avessimo inteso che fosse per farsi da V.M. alcuna mossa, che avessimo creduta discorde dalle buone regole e pregiudizievole alla Religione, ne avessimo scritto confidenzialmente in dirittura alla M.V. Quindi è che essendoci pervenuto all’orecchio che V.M. vada pensando di togliere tutti i fondi alle Chiese ed agli ecclesiastici della sua monarchia, e ridurli semplici pensionarj, non possiamo dispensarci di pone in vista che se si effettuasse un tal pensiero, ridonderebbe alla Chiesa una lacrimevole lesione ed ai buoni uno scandalo irreparabile. Non è di nostra ispezione entrare nel politico e nell’economico de’ suoi Stati – benché in questa parte non cediamo a qualche Affezionato suo per ogni di lei giusto vantaggio — tuttavia non dobbiamo prescindere dai riflessi di deperizione delle rendite ecclesiastiche che coll’amministrazione da farsi dai secolari dei fondi non propri, dell’infrazione dei patti stabiliti fra’ suoi antecessori e diverse province, della ferita apportata alla Costituzione degli Stati, della violazione delle disposizioni dei pii fondatori, delle conseguenti pretensioni, che susciterebbero i loro eredi di rivendicare gli stessi beni: tutto ciò lo lasceremo da parte, come oggetti alieni dal nostro ministero, e che non sfuggiranno dalla penetrazione di V.M. Parleremo soltanto di ciò che non possiamo omettere per debito di coscienza, e le diciamo che il privare le chiese e gli ecclesiastici del possesso dei loro fondi temporali è in dottrina cattolica un errore manifesto, condannato dai Concili, esecrato da’ santi Padri e qualificato dai più rispettabili scrittori per dottrina velenosa, per dogma scellerato. Ed infatti per sostenere una tal massima a pro del sovrano, convien ricorrere ai falsi insegnamenti dei Valdesi, dei Vecleisti e degli Ussiti e di quanti altri pur sono andati d’accordo con loro, e specialmente dei liberali infetti del tempo. Non dobbiamo qui annoiare con una tessitura di citazioni nelle quali si legge che quelli che mettono mano ai beni della Chiesa per loro profitto, Rei sunt damnationis Ananie et Saphire et oportet eiusmodi tradere satane ut spiritus salvus sit in die Domini. Solo ci ristringeremo a riscrivere quanto nel XII secolo avvertì Giovanni patriarca d’Antiochia, che quantunque scismatico, non poté soffrire l’abuso del Principe che voleva, come utile, disporre a favore de’ suoi Stati dei fondi delle Chiese, così scrivendo: “Essendo tu uomo corruttibile, mortale e di corta vita, osi di dare ad un altro uomo quello che non hai? E se dici di donare quello che hai, e pensi che siano tue le cose di Dio, fai Iddio te stesso. Qual uomo dotato di senno chiamerà ciò provvidenza ed utilità e non piuttosto trasgressione, disubbidienza estrema e perniciosissima iniquità? Come può essere e dirsi cristiano chi profana le cose, siano qualsivogliano, (de)dicate e consacrate al nostro Iddio e celeste re Cristo?” Sappiamo che i contraddittori, male interpretando ed abusando di alcuni testi delle sacre Lettere, credono di ben stabilire in questa parte i loro errori, ma noi senza venire ad un esame di tali maligne applicazioni, domandiamo a V.M. se in dicendo gli stessi autori, che in forza di altri testi delle sacre Scritture non si può ammettere nel mondo sovranità, crederebbe la M. V. che tali testi scritturali fossero chiari e convincenti per l’assunto onde doversi spogliare della sua sovranità per salvar l’anima? Noi crediamo anzi chi penserebbe il contrario, ed in così pensando, penserebbe come pensiamo anche noi. E lo stesso dee dirsi dell’altro, in cui li nemici seguenti della Chiesa, gli eretici, li cattolici di apparenza, i falsi maestri, e gli adulatori dei Principi, attribuiscono ai medesimi in base dei passi della Scrittura, il diritto di togliere alla Chiesa e ai suoi ministri la proprietà ed il possesso de’ loro beni. Dovrebbero pur sapere costoro che i Leviti d’Israello possedevano vaste campagne ed intere città e che come fondi santificati erano inalienabili ed in pertinenza del Sacerdozio. E perché dunque non conciliare il libro del Levitico, dei Numeri, dei Re con le altre espressioni che a chi non sa sembrano fra di loro contraddittorie e far lo stesso con i testi del Vangelo e con gli Atti degli Apostoli, come hanno fatto i santi Padri per tacciare, con manifeste eresie, di contraddizioni i sacri Libri dettati dalla stessa divina Sapienza? Facciamo uso di questi riflessi non perché possiamo mai persuaderci che V. M. abbia cuore di non rendere di peggiore condizione le Chiese, di qu(anto) sono le famiglie particolari, e di seguitare l’esempio di soli Principi Protestanti e segregati dalla nostra Comunione, ma affinché la M.V. senta in poche righe ciò che gli dee aver detto alcuno degli odierni pensatori. Non dissimuliamo che purtroppo alcuni fra i molti ecclesiastici faranno di tali beni un uso mai retto: ma che da ciò? Forse questa sarà ragione per farne uno spoglio ed una appropriazione chiamata sacrilega e farla generale a danno della Chiesa, dei successori e di quelli che l’impiegano secondo i dettami delle sacre Ordinazioni? Nei colloqui avuti con V. M. non entrammo in questa materia, che a termini di particolare temporaneo sequestro, e non ci siamo dimenticati di aver dette delle ragioni per le quali ci parve la M.V. persuasa a doversene astenere. Ma se ci avesse proposto il dubbio di una illimitata privazione per passare i beni delle Chiese all’amministrazione de’ secolari, le avre(mm)o aggiunto ragioni molto più rinforzate con le quali l’avre(mm)o convinta deporne il pensiero.

Quello che la mancanza di apertura non ci diede adito allora di fare colla viva voce, l’abbiamo fatto in ristretto colla presente, la quale, se non avesse eguale efficacia, farebbe conoscere a tutto il mondo cattolico che V.M. non ha fatto alcun conto dei nostri suggerimenti o che presto se n’è dimenticata: giacché in questa sola novità si conviene il rovesciamento di quelle massime cattoliche che ci permise di rilevare. Preghiamo di cuore il Signore che faccia sempre risplendere nell’effettivo Governo della M.V. quelle proteste del suo attaccamento alla purità della Religione in modo che mai restino deluse da fatti contrari. Fin qui ci siamo prevalsi di altra mano più corrente e più facile a leggersi della nostra, per affatigar e tanto di meno la vista di V.M. Con questa rispettosa dichiarazione passiamo ad abbracciarla con pienezza di affetto e col darle la Patema Apostolica Benedizione: Datum Romae apud s. Mariam Maiorem die 3 augusti 1782, pontificatus nostri anno VII. Pius pp. VI.

 

<RISPOSTA DELL’IMPERATORE>

= GIUSEPPE: Ho l’onore di rispondere a posta corrente alla lettera che là S.V. viene di scrivermi sul supposto che io voglia togliere tutti i fondi alle Chiese ed agli ecclesiastici e ridurli tutti ad essere semplici pensionarj. Le relazioni delle persone che mi procurarono già l’alto onore di vedere la S.V. alla mia residenza mi hanno anche senza dubbio procurata questa nuova testimonianza in scritto della sua amicizia e del suo zelo apostolico. Non posso dir altro, senza stendermi in lunghezze, se non che il supposto pervenuto alle sue orecchie, come la S.V. si esprime, è falso e senza andar cercando i testi tanto della Scrittura, che dei santi Padri, però sempre soggetti ad interpretazioni e spiegazioni, tengo una voce in me, che mi dice quello come Legislatore e Protettore della Religione mi convien di fare e di tralasciare. E questa voce coll’aiuto della divina grazia e col carattere onesto ed equo che mi sento, non può mai indurmi in errore. Se la S. V. vuole restar persuasa di questa verità, come lo spero, la prego anche di credermi con più filiale attaccamento e rispetto: 19 agosto 1782 Giuseppe.

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Documento n. 2

Sulla cessazione dello Stato Pontificio: P. Vincenzo Maria Strambi, anno 1798

(…) Se poi si domandasse sia espediente e vantaggioso che la Chiesa abbia dominio e Principato, vi si può rispondere che la cosa è assai dubbia e controversa anche presso le persone più savie e meglio affezionate alla stessa Chiesa. Imperocché se per una parte l’aver dominio è stato proprio perché dia alla Chiesa e ai suoi Ministri una maggior libertà nel promulgare la volontà dell’Altissimo e facilità maggiore nello stabilirne i mezzi per bene eseguirli. Per l’altra parte l’essere la Chiesa e i suoi Ministri privi di ricchezza e di dominio, pare che li mantenga più raccolti nel servizio di Dio, più distaccati dalle cose terrene, più umili in tutta la loro condotta, più affabili e più solleciti del bene del Prossimo, e cosi più amabili a Dio ed agli uomini.

Il certo si è che siccome l’uomo veramente savio si accomoda a tutte le disposizioni della provvidenza, e di quelle si prevale per adempire i disegni dell’Altissimo in bonum. Così quando una certa necessità, come la chiama S. Bernardo De Consideratione lib. 4, c. 3, faceva che si ritenesse dominio, e Principato, gli Ecclesiastici santi colla loro virtù tutto facevano servire all’accrescimento della gloria di Dio. Così mentre, non senza sovrana disposizione di Dio, la Chiesa resta priva di dominio, Dominus abstulit; gli Ecclesiastici che hanno veramente lo spirito del Signore e della sua Chiesa, non trascureranno di raccogliere da questa privazione tutti i preziosi vantaggi, che se ne possono ricavare.

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Documento n. 3

Omelia del Vescovo di Imola (futuro Pio VII), anno 1798

<Ecco le linee direttive dell’Omelia del Cardinale Chiaramonti: Libertà, fraternità, democrazia>.

«La libertà cara a Dio e agli uomini è una facoltà che fu donata all’uomo, è un dominio di poter fare e non fare, ma sempre sotto la legge divina ed umana. Non esercita ragionevolmente la sua libertà chi si oppone alla legge baldanzoso e ribelle;1 non esercita ragionevolmente la sua libertà chi contraddice a Dio e alla temporale sovranità, chi vuol seguire il piacere e lasciare l’onestà, chi s’attiene al vizio ed abbandona la virtù… La forma di governo democratico, adottata fra di noi, o dilettissimi fratelli, no, non è in opposizione colle massime fin qui esposte, né ripugna al Vangelo: esige anzi tutte quelle sublimi virtù che non s’imparano che colla scuola di Gesù Cristo, e le quali, se saranno da voi religiosamente praticate, formeranno la vostra felicità, la gloria e lo splendore della vostra repubblica » (…)

« Decidete quanto conferiscano i precetti del Vangelo, le tradizioni degli Apostoli e dei grandi filosofi Padri e Dottori cristiani a conservare la pace, a far risplendere la vera grandezza dello stato democratico, a fare di tanti uomini, dirò così, tanti eroi di umiltà, di prudenza nel governare, di carità nel fraternizzare fra loro stessi e con Gesù Cristo… Il luminoso oggetto della nostra democrazia dev’essere di stabilire la massima possibile unione di sentimenti, di cuori, di forze fisiche e. morali, onde ne derivi una soave fratellanza nella società (…) nella democrazia studiatevi di essere della massima possibile virtù e sarete i veri democratici: studiate ed eseguite il Vangelo e sarete la gioia della repubblica…

La religione cattolica sia l’oggetto più prezioso del vostro cuore, della vostra divozione e di ogni altro vostro sentimento. Non crediate che ella si opponga alla forma di governo democratico. In questo stato, vivendo uniti al vostro Divin Salvatore, potete concepire una giusta fiducia dell’eterna salute, potete operare la felicità temporale di voi stessi e dei vostri simili e procurare la gloria della repubblica e delle autorità costituite. Sì, miei cari fratelli, siate buoni cristiani e sarete ottimi democratici ».

 

Documento n. 4

Giuramento del Vescovo di Fano – 26 febbraio 1798

Voi ora siete Sovrano, o mio Popolo, e Dio, il grande Iddio vi ha dato questa sovranità. Io sono, o Popolo, il vostro Vescovo. E fu Dio che mi chiamò e per mezzo del suo Vicario mi ha assunto a carico così tremendo.

I regolatori voi siete di quelle vie che conducono l’uomo ad essere felice in terra, ed io sono il regolatore di quelle vie che conducono l’uomo ad essere felice in Cielo.

Io adoro nelle vostre mani le democratiche leggi, ma voi adorate ancor nelle mie, le leggi dell’Evangelo.

Oh sante leggi dell’Evangelo, qua, a me, oggi, che vi consegni al mio Popolo, onde egli che è Sovrano sia mai sempre democratico senza colpa, democratico con virtù. Oh, leggi democratiche, qua, a me, pure in quest’oggi. Voi avete, o Popolo, alle leggi dell’Evangelo quell’ossequio che è ben dovuto alle leggi dell’Evangelo di Gesù Cristo: morir piuttosto che violar questa legge.

Io debbo alle vostre leggi, ubbidienza e rispetto, e tal rispetto e ubbidienza che ognuno impari a rispettarle e ubbidire.

Ohimè! Se ardito io fossi di violarle, sarei colpevole di più delitti, sarei meritevole di molte pene. Ma o quali atroci pene voi pure avreste non solo in terra, ma anche all’inferno, se violate un sol precetto dell’Evangelo, se vi scostaste dagli esempi del Crocifisso:

Io no, che esser non voglio reo di in ubbidienza alle vostre leggi, ma voi nemmeno esser lo dovete a quelle che già vi imposi a nome del vostro Dio.

Deh, rammentate, o Popolo, in vostro cuore, rammentate quei giuramenti che faceste là nel Battistero, ché io, anch’io con giuramento m’obbligo al mio dovere.

GIURO, ecco, o Dio le mie parole, ecco la mia promessa, giuro fedeltà al democratico attual governo, giuro obbedienza alle sue leggi, ma ad un tempo a voi giuro fedeltà e ubbidienza, o mio Dio, fedeltà ed ubbidienza adorabili Comandamenti e alla vostra Chiesa

Oh, sacerdoti, o ministri del Divin Culto, giuro anche per voi, e Dio riceva in religioso olocausto i nostri inviolabili giuramenti.

Sebbene, ah, perché, o mio popolo, anzi miei figli, mia corona e mio gaudio, perché non posso giurare anche per voi. Voi sì che potete adesso formarvi i vostri rappresentanti, le vostre leggi, ma poi, formati gli uni, formate le altre, dovete anche voi rispettare entrambe, e ubbidire con fedeltà. E’ Dio che così vuole, quel sapientissimo Dio, che arbitro e regolatore delle sorti del mondo, le dispone e modera a suo talento.

Voi qui vedete tra i vostri concittadini, quegli che rappresentano la vostra sovranità.

Essi rispetteranno sempre la Religione, terranno da voi lontani i fulmini di Gesù Cristo, onoreranno l’infallibile successore di Pietro e la sua fede, saranno scudo e difesa al cattolico Culto, al sacro tempio, ai suoi ministri, ma tutti insieme custodi ed esecutori delle vostre leggi, ne esigeranno veglianti e solleciti l’adempimento.

Fra questa loro rappresentanza, non è ella tale che al dir di Paolo, vi obbliga ad adorare in esso gli altri decreti, e le disposizioni del vostro Dio, con spirito d’ubbidienza? Eh, sì pur dunque ubbidienza, anche per voi o mio popolo, fedeltà e ubbidienza all’attuai vostro Governo e agli attuai vostri rappresentanti. Ma avvertite questo spirito di fedeltà, questo spirito d’ubbidienza ove più vigoroso lo trovate, se non tra gli augusti veli di Religione?

Adempiansi queste leggi che io vostro Pastore vi addito nell’Evangelo e sarete Sovrani ad un tempo e sudditi integerrimi e virtuosi.

Oh, beato quel Popolo ove nelle massime e nei costumi, trionfa il Vangelo, perché trionfano insieme con lui, la pace il buon ordine, la giustizia!

Beato quel popolo ov’è la Repubblica protetta dal Crocifisso, e il Crocifisso difeso dalla Repubblica, mentre con sì mirabile unione, resta assicurato il doppio bene all’uomo in ordine alla terra e al Cielo.

Cari miei figli, mentre io su questo Altare, consapevole dei miei voti e delle antiche mie lagrime, Altare che mi mostra le sacre ceneri del mio Vescovo Fortunato, Altare che mi ricorda i favori e i voti dell’Ammirabile Madre Maria, mentre io deposito i miei già formulati giuramenti, voi venerateli con Religione. Son giuramenti del vostro Vescovo. Ma ad un tempo accoppiate ad essi le vostre risoluzioni, fervide risoluzioni d’osservare la santa legge di Dio, d’amarvi in Dio, d’essere cittadini nelle vostre intraprese, diretti sempre alle intenzioni di Dio

Oh, Dio, piovete amoroso Sole dal Cielo, che infiammi di carità, illumini le nostre menti, ecciti in cuore, generosi affetti di religione e di Fede.

Rendete santo il Pastore, rendete sante la Greggi onde tutti possiamo un giorno cantarvene, nell’eterna Gerusalemme, inno più giulivo e festoso, del festoso inno giulivo, che ora sciogliamo qui ai piedi del vostro Altare.

Nota: questo foglio, probabilmente portato da don Valeriano Orazi segretario del vescovo di Fano e canonico a Santa Vittoria, ov’è rilegato nel registro n° VI “Iura”, carte 359-360.

 

Documento n. 5

Proclama di Fernando re di Napoli – 14 novembre 1798 (ortografico)

= FERDINANDO IV per la grazia di Dio re delle Sicilie e di Gerusalemme, infante di Spagna, duca di Parma, Piacenza, gran Principe ereditario delle Toscane etc.

Quantunque fin dal principio delle rivoluzioni politiche, che da qualche tempo hanno turbato la tranquillità in varie parti del mondo, avessimo noi procurato di provvedere alla costante sicurezza dei nostri reali Stati e Domini col tenerle lontane le perniciose massime e i seduttori, riordinare ed accrescere le nostre forze armate, stringere con più forti nodi le alleanze con le potenze amiche, stipulare trattato di Pace con la Repubblica Francese, ed esaudire ogni altro mezzo di operazioni pacifiche: pure nondimeno ci siamo trovati nella dura circostanza di vedere in pericolo la quiete ed indennità dei nostri Stati per motivo dell’inaspettata mutazione di Governo del limitrofo Stato Romano, accompagnata dalla sovversione di ogni sano stabilimento, dal danno della santa religione cattolica e da civili discordie e luttuose scene di massacri e depredazioni. Questi avvenimenti, l’imprevista occupazione dell’Isola di Malta di nostra regia pertinenza e le continue minacce di prossima invasione nei nostri Domini, confermate da apparecchi guerrieri e da movimenti di truppe alla volta di questo Regno di Napoli, ci hanno indotto a prendere altri più efficaci provvedimenti, onde allontanare dai nostri Domini qualunque danno e pericolo. Abbiamo pertanto determinato di fare avanzare il nostro reale esercito dentro lo Stato Romano fin dove l’urgenza lo richiederà, con la ferma volontà di ravvivarvi la cattolica religione, farvi cessare l’anarchia, le stragi e le depredazioni, ricondurvi la Pace, e porlo sotto il regolare Governo del suo legittimo Sovrano. Dichiariamo ai nostri amatissimi sudditi, agli abitanti dello Stato Romano, ed agli altri popoli dell’intera Italia che (lungi dal muovere guerra contro alcuna Potenza) il solo desiderio di provvedere alla loro sicurezza e di rendere il dovuto onore alla religione ci ha mosso a questa intrapresa nella quale Noi col soccorso del sommo Dio, secondati dai validi aiuti dei nostri grandi alleati e dall’opera delle Nazioni Italiane, speriamo avere felicissimi eventi. Noi stessi alla testa dei prodi soldati del nostro invitto esercito, dirigeremo le loro operazioni militari e ci impegneremo di fare uso delle loro forze nei soli casi di resistenza e di aggressione, mentre in ogni altro rivolgeremo le nostre cure soltanto agli indicati sacri oggetti della Religione e del riordinamento del Governo dello Stato Romano. Con tale prevenzione adunque esortiamo gli abitanti tutti del detto Stato Romano di deporre le armi nel momento dell’ingresso del nostro esercito nel loro territorio; di conformare a quelle disposizioni che saremo per dare in favore di essi e della salvezza comune, di facilitare con i possibili mezzi e aiuti la nostra giustissima intrapresa, e di essere sicuri che Noi, facendo uso della nostra naturale giustizia e clemenza, non solo proteggeremo e ricompenseremo i buoni e virtuosi, ma ancora raccoglieremo con paterno affetto i traviati che, pentiti dei propri errori, volontariamente ritorneranno nel diritto sentiero e si sottoporranno al nostro comando.

Inculchiamo pertanto a tutti di abbandonare ogni idea di vendetta per il danno che per la passata rivoluzione gli uni avessero agli altri arrecati e di astenersi da qualunque sorta di eccesso di rappresaglia, sotto pena della nostra reale indignazione, di essere trattati i contravventori come nemici della pubblica sicurezza.

Esortiamo parimenti i Generali e Comandanti di qualunque esercito estero di far subito ritirare tutte le loro truppe fuori dal territorio romano, senza prendere ulteriormente parte nelle avventure di quello Stato la cui sorte per ragione di vicinanza e per altri legittimi motivi interessa principalmente la nostra Regia Podestà. Infine manifestiamo che dal punto in cui il nostro esercito sarà entrato nel territorio Romano, vi sarà libera comunicazione tra le sue popolazioni e quelle del Regno, del quale per provvedere alla sussistenza delle Reali truppe ed al bisogno degli abitanti dello Stato Romano, faremo nel medesimo trasportare i generi necessari di viveri ed altre occorrenze.

Dal Quartiere Generale di S. Germano 14 novembre dell’anno 1798. Ferdinando

  1. Acton

(Nel registro VI “Iura” dell’archivio capitolare Santa Vittoria in Matenano, cc.362s. Nota: la guerra del re di Napoli contro la Repubblica Romana, risulta dichiarata il 23 novembre 1798 nel “Distinto ragguaglio della totale disfatta riportata sul formidabile esercito napoletano dalle invitte falangi della Grande Nazione” stampa dell’epoca.)

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Documento n. 6

Ascoli 5 febbraio 1799: sottomissione pacifica

= LIBERTA’   REPUBBLICA ROMANA   EGUAGLIANZA

LA MUNICIPALITÀ’ D’ASCOLI

Alle Popolazioni vicine, Perdono, e Pace per le Communi Armate del Tronto. Dopo varie trattative in iscritto, e a voce colla mediazione nostra, e per mezzo de’ virtuosi Ecclesiastici, Secolari, e Regolati, spediti in tutte le Comuni, il General Francese dimostrando la sua brama di fare cessare i disordini, e risparmiare le conseguenze funeste di una spedizione di Truppe sulle nostre Campagne, trovò il Comandante, e Capitani delle Popolazioni armate, nelle medesime disposizioni di procurare il maggior bene; Quindi in risposta ad un foglio dei prelodati Capitani de’ 4 Febraro furono sottoscritti i seguenti Articoli fissati dal prode, ed umanissimo Generale.

Ascoli 5 Febbraro 1799 V.S. 17 Piovoso, Anno 7. della Repubblica Francese.

Il Generale Francese vede con piacere, che i Montagnoli Insorgenti vogliono acconsentire alla Pace.

Le Truppe Francesi non possono farne, che di onorevole, e di giusto: in conseguenza il Generale Francese animato dal desiderio della Pace, non può donarla, che alla Condizione di già descritta cioè:

  1. Perdono generale per tutte le Communi.
  2. Tutte le Communi daranno un Ostaggio della loro sincerità alla Pace.
  3. Questi Ostaggi saranno sotto la risponsabilità di un’abitante di Ascoli.
  4. Niuno sarà ricercato nella sua passata condotta.
  5. Non sarà levata alcuna requisizione alle circostanze insorte.
  6. Nel Caso, in cui non possa trovarsi un Ostaggio ne’ Villaggi, il Generale Francese accetterà un Abitante, o Prete di Ascoli, che rappresenterà questo Villaggio. (…) Firme di 22 Comandanti (omesse)

 

ARTICOLO ADDIZIONALE

Se non si sono posti gli Articoli relativi al servizio della Religione, alle Campane, e alle Prediche, è perché questi Articoli non possono incontrare alcuna difficoltà poiché già sono accordati dal Capo medesimo delle Truppe, il quale da vari giorni ha dato l’ordine di far suonare le Campane, ed hà protette tutte le Chiese, e promesso il libero esercizio del culto; poiché in fine la facoltà la più intiera sopra questo punto è già accordata da un Proclama del Generai Dahesmer. Per scanzo di ogni equivoco, il Generale Francese conferma le disposizioni a questo riguardo.   Ascoli 17. Piovoso Anno 7. DARGOUBET

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Documento n. 7

PROCLAMA 26 maggio 1799 a Servigliano per l’insorgenza

Per FERDINANDO IV Re delle Due Sicilie e di Gerusalemme, ecc.

Il conte CLEMENTE NAVARRA

Brigadiere delle Truppe arrolate in massa, Napol. e Pontificie

«Ergete la fronte, Popoli generosi del Piceno. Eccovi il felice momento di ravvivare la nostra Santa Religione, di rimostrare il nostro attaccamento al Sovrano e di sottrarci da questa anarchia che sì barbaramente ci opprime. Correte tutti alle armi, e ricordatevi di quel ch’è scritto nelle Sagre Carte nel libro di Judith, cap. 15, v. 6: Omnis itaque regio omnisque Urbs electam Juventutem armatam misit post eos, et persecuti sunt eos in ore gladii quousque pervenirent ad extremitatem finium eorum.

Io vi chiamo a difendere la causa comune, fidate in Dio, nei grandi alleati, nel coraggio avito… Si agirà col massimo rigore delle leggi, perché ritorni il buon ordine, facendo noto a tutti con questo Editto, che in ciascun paese siano reintegrate le Magistrature, alle quali inculco di proibire affatto, che truppe di gente armata dal capriccio, col pretesto della buona causa, vadino scorrendo per le campagne e paesi, arrestando delle persone, e farsi lecito di saccheggiare, fucilare, ed incendiare. Chiunque ardirà ciò tentare sarà considerato come nemico dello Stato, e punito come tale. Ogni truppa armata dovrà dall’invitto mio generale de Donatis, o da me dipendere, né si riconosceranno altre truppe, che quelle da Noi disposte, ma gli abitanti tutti siano preparati a prendere le armi al suono delle campane a martello; ed accorrere al bisogno, se mai truppa nemica ardisse attaccarci, avvertendo, che quel paese, che tardasse ad accorrere, sarà dichiarato ribelle, e come nemico della patria militarmente castigato. Epperò voi tutti del clero, e specialmente voi, Pastori delle Anime, concorrete ad una impresa così gloriosa, e destate con vivezza le scintille della Pietà, e del languente costume, e fate risorgere fra le vostre contrade la purità della infallibile Nostra Religione, e tentare ogni mezzo coll’esempio, e colla voce, perché ritorni in noi quella pace, che finora ci è stata sì barbaramente rapita. Chiunque vorrà con Noi prendere le armi in questa sì nobile gara, si presenti a me, e agli Uffiziali maggiori per avere le necessarie istruzioni e per essere autorizzati colle patenti del Re delle Due Sicilie e più d’ogni altro io chiamo coloro che con eguale valore e fedeltà diedero prova allorché erano aggregati alle truppe Pontificie.

Dato dal Quartiere gen. di Servigliano, questo dì 26 maggio 1799. »

Documento n. 8

PROCLAMA: Ascoli 27 maggio 1799 per l’insorgenza

= FERDINANDO IV PER LA GRAZIA DI DIO RE DELLE DUE SICILIE DI GERUSALEMME ECC.

  1. DONATO ANTONIO DE DONATIS GENERALE IN CAPO DELL’ESERCITO IN MASSA PER LA SUA MAESTÀ’, CHE DIO LA GUARDI

«Popoli di Acquaviva aprite ormai gli occhi alla luce del giorno. Sentite la voce di uno, che ama il vostro vero bene. O Voi stringete le armi in favore delle nostre vittoriose truppe, ed allora troverete in Noi un amico sincero, ed affettuoso, che lungi dal prendere vendette delle vostre insolenze passate addosserà la valida protezione e di Voi, e delle sostanze vostre: o vi dichiarate nostri nemici, ed allora aspettatevi pure, che Noi con tutte le nostre forze affronteremo i vostri fuochi, vi piomberemo addosso, vi saccheggeremo usando ogni rigore militare. Pensate a Voi: decidete con prontezza e dentro due ore mandatene la risposta ».

Ascoli, 27 maggio 1799.

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Documento n. 9

Insorgenza: 26-29 Maggio 1799 a Castel Clementino

Dì 26 del corrente mese di Maggio: si manifestò a Castel Clementino il piano di una controrivoluzione da eseguirsi con l’aiuto e intesa degli Insorgenti Napoletani, alla cui testa si pose Clemente Navarra con la carica di Brigadiere a lui conferita da D. Donato De Donatis, generale in capo dell’Armata in massa Napoletana. Con l’intesa, come dicono, che la mattina seguente dovesse ivi giungere l’avanguardia di tale armata. La mattina del divisato giorno si cercò che i Parroci di detto luogo avessero predicato dall’altare di doversi tutti venire contro i francesi; ma i Parroci mostrarono ripugnanza di farlo, e il curato Burocchi per non esserci obbligato pensò di celebrare nella sua chiesa. Nonostante s’inalberò la Bandiera Napoletana, e si affissero editti con i quali s’invitava il popolo ad unirsi e si ordinava il ristabilimento delle antiche magistrature. La Terra di Santa Vittoria si accomodò per prima a seguire tale piano. Vi si atterrò l’Albero, si unirono delle persone, e alla testa uscì il noto Majeschi il quale si mostrò meno impegnato. Dietro tali incitamenti il giorno appresso 27 detto, la campana di Castel Clementino, che aveva cominciato a suonare a martello insieme col tamburo la sera innanzi seguitò a fare lo stesso

fin dalle otto della mattina e lo stesso si fece in Santa Vittoria, per adunare gente. Il dopopranzo di tale giorno si sentì simile furore e rimbombo di tamburo in M. S. Martino dove però non accorsero se non pochissimi contadini, che, sentito il motivo, amarono meglio di tornarsene alle loro faccende della campagna.

Ieri mattina 28 si intese lo stesso suono in Sant’Angelo <in Pontano> dove era stato dichiarato capitano Giuseppe Gentili. Per buona sorte di questo luogo, la commissione di fare lo stesso fu data all’Egamennoni insieme con la patente di capitano e i proclami da affiggersi, con ordine di eseguire tutto appena qui ritornato. Ma poiché la patente l’aveva presa per forza, come dice, non eseguì punto l’addossatagli commissione, cosicché questo luogo si preservò immune fra l’incendio che ardeva in ogni intorno, e siamo stati solo spauriti di quello che facevano gli altri, fino alle ore 14 circa del giorno di ieri, quando si intesero dalla parte di Castel Clementino delle scariche di moschettieri, che, ignorando noi cosa significassero, senza pensare alla zuffa che vi seguì col distaccamento della truppa francese e insorgenti, non sapevamo indovinare la causa. Se ne concepì però un sospetto, al vedere per mezzo del cannocchiale, che truppa di gente dalla parte di Falerone andava direttamente a quel luogo, e passava il fiume senza scalzarsi. L’eccidio seguito fu poi saputo da persone che, per curiosità di sapere, s’inoltrarono verso quella parte e più in dettaglio si raccontò iersera, e questa mattina. I morti insorgenti sono stati almeno venti. Tra questi il figlio del Navarra che fu incontrato dalla truppa vicino al molino di Falerone, mentre con 50 insorgenti circa, andava in Falerone, e il capitano benedetto Gualtieri fu ucciso poi in casa al tempo del saccheggio, che fu dei più feroci, con altri vari dei quali non so il nome, e fra questi la persona che stava a suonare le campane a martello, la quale fu sbalzata dalla torre. Secondo le relazioni che giungono, oltre allo spoglio generale fatto in tutte le case di quanto vi era – e vi era molto in alcune specialmente, che non si persuadevano di tale visita – vi è stato il massacro di tutto il mobilio che non si poteva trasportare. I cristalli e i vetri delle finestre furono rotti, i parati lacerati, i comò, i tavolini, le sedie, fatti in pezzi. Insomma si fece un macello e di carne e di roba, come ognuno può figurarsi e come si sentirà più dettagliatamente in appresso.

La sera innanzi <27> di questo tragico fatto si erano fatti arrestare e condurre in quel quartiere generale (così denominato quel luogo dal proclama) il Valeriani e il Venantini di Santa Vittoria; altri di là erano fuggiti, come avevano fatto parimenti altri da Falerone, il cui popolo, come quello di Montegiorgio, era stato il primo ad accorrere per arruolarsi.

Il Brigadiere Navarra si salvò con la fuga, e così si salvarono altri uniti con lui, che presero la fuga chi per una parte e chi per un’altra. La truppa poi che si aspettava dalla parte di Ascoli la mattina del 27 non era giunta e non giunse, perché a Mont’Alto trovò delle resistenze. Il Majeschi che aveva tanto brigato è restato morto anche lui. Raccontano che alle ore 4 del 26 partisse dal quartiere

generale e se tornasse a Santa Vittoria, cosicché non fu presente alla zuffa, ma inteso poi quanto successo, dicono che tornasse là per comprare delle robe prese nel saccheggio e che da quattro contadini fosse ammazzato avendogli trovato addosso molti “pezzi duri”.

Non mancò poi neppure qui una scenetta e fu che alle (ore) 19 circa di ieri 28 si presentò il capitano Giuseppe Gentili con sette altre persone del seguito, entrati per la porta del forno, i quali direttamente andarono alla porta del convento di San Francesco, andando dicendo per la strada Napoletani! Napoletani!

Appena smontato di cavallo il capitano suddetto, invece di entrare in convento, fece sul momento arrestare Giovanni Vecchi che passava in quel punto, e poi per la stessa strada, se ne ritornarono indietro senza far altro. Giunti avanti alla casa di lui, si fece incontro la moglie che si mise con le lacrime a scongiurarli di lasciarle il marito; ma il capitano diceva di condurlo al quartiere generale (che non so dove fosse) e gli altri di farlo a pezzi fuori della porta come Giacobino e supposto reo di aver <informato> i francesi perché venissero contro Castel Clementino. Il fatto è che lo condussero fino a San Rocco, ma poi, sopraggiunto il padre e don Santi Luccarini, li cominciarono a pregare di nuovo del rilascio; e sul giuramento che prestò don Santi che non fosse Giacobino, e che non aveva mai avuto alcun carreggio lo dimisero e se ne andarono per i fatti loro.

Ecco la storia genuina dell’accaduto nelle nostre vicinanze, e qui preghiamo Dio che le cose finiscano così. Ma temo di peggio. Pacifico Cornacchia di Santa Vittoria, arrestato dai contadini, fu condannato a Mont’Alto. Andreozzi restò ferito in faccia. Marinelli scampò la morte fuggendo in certi fossi. Majeschi rimase ucciso. Tutti questi andavano uniti a Castel Clementinoper ottenere dal comandante francese che non facesse andare la truppa a Santa Vittoria, dove si credeva <fosse> diretta dopo il sacco di Castel dementino.

(Autore anonimo probabilmente faleronese di un manoscritto n. 946 presso la biblioteca comunale di Macerata qui riferito in trascrizione corretta per l’ortografia)

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Documento n. 10

IL COMANDANTE GENERALE DELLA MONTAGNA GIUSEPPE CELLINI AI POPOLI DELLO STATO PONTIFICIO – INDIRIZZO –

Ascoltate, o Popoli amici, la voce di chi ama il vostro bene. Non è più tempo giacere in una colpevole inerzia, e sostenere più lungamente una fatale indifferenza. Tutti i vostri Fratelli limitrofi all’Abruzzo Ultra e Citra colle anni in mano già sono in Campo. Essi sull’esempio dei valorosi Sanniti, e da loro scortati, han combattuto e son vincitori. Entro le mura de’ loro Paesi più non spira liberamente l’aria impura, né alcun Francese, né verun perfido Giacobino. Sì l’uno, che l’altro si trova fra’ ceppi, o pallido fugge, e ramingo. Quanto audace si mostra questa infida genìa nel vederci avviliti, tanto vile or si dimostra vedendo il nostro coraggio, l’unione e i progressi delle nostre armi. Queste già spiegano su una ben larga estensione la sua energia. E’ stato un punto, un punto solo investir Norcia, Cascia, Visso, Serravalle, Ponte della Trava, Camerino, Ascoli, Mandola, Comunanza, 5. Vittoria, Montalto, Monte di Novo, Affida ecc. ecc. occuparli, e sollevarli. E’ brava la gente, che muove all’impresa, esperti i Duci che la guidano.

Or siam giunti al felice momento, in cui tutta la fiorente un dì, ed ora languida, e desolata Marca è per prendere l’Armi su cui dietro al divin soccorso, è riposta la propria, e l’altrui salvezza. Correte, o Popoli amici, correte ad unirvi con Noi. Non dubitate, la vittoria è nostra. Non vi è più da temere. I Mari, che bagnano la bella Italia, appena reggono a sostenere gl’immensi Legni Inglesi, Moscoviti, Lusitani, Ottomani. Poche di essi si sono presentati in Ancona, e pochi colpi di Cannoni han fatto sentire a quella bloccata città; e nondimeno han destato in essa la più spaventevole costernazione.

L’invitte Falangi Austro-Russe sono arrivate a Bologna. A Soffia è giunto il real Principe di Napoli con il Figlio del Gran Signore conducente un Esercito sorpendentissimo. Da altra parte vola a prestarci aiuto l’immortale Cardianal Ruffo. Noi ci troviamo con numerosa Leva in Massa, al cui fianco vedesi la intrepidezza, il coraggio, la vittoria. Fiancheggiati, protetti, alleati, assistiti da tante Forze, ditemi, vi può essere da temere? Non vi fate ingannare da certi spiriti deboli, o maliziosi Allarmi, Allarmi.

A ciò vi obligano i doveri della propria coscienza, l’amor della Patria, la fedeltà giurata al Sovrano, la Professione di nostra Santa Religione, la quale, sussistendo, per altro breve tempora Cabala Filosofica, Ateistica, Massonica, va ad annientarsi nei nostri Paesi; vi obbliga il bene delle vostre Famiglie, la tenera vostra Figliolanza, che riclama il Cristiano costume, e la sana educazione; vi obbligano il pericolante onore delle vostre Mogli, il pudore compromesso delle vostre Figlie, i beni già invasi, i diritti violati, le proprie persone colle minacce, e colle armi tante volte investite. Se all’aspetto di santi motivi, e di sì potenti aiuti voi non vi scotete, voi siete colpevoli. Tremate. Il colpo desolatore poco

sta a piombarvi sulle Persone, e sulle Sostanze. Odiosi a Dio, al Sovrano, al Popolo fedele, che aspettar mai non vi dovete di avverso? Deh! riunitevi con noi, e non soffrite alcun disastro.

Giacobini, rovesciatori del Trono, sacrileghi invasori de’ Beni Ecclesiastici, Profanatori de’ Luoghi Sacri, Distruttori dell’Ordine sociale, Increduli, Miscredenti, Depravatori del buon Costume, Soldati della Cabala Ateistica voi impallidite, e ponete le ali ai piedi. Ma, che giova? L’arco feritore è rivolto contro di voi. Molti de’ vostri pari o son caduti, o son fra le ritorte. Lo so, voi fuggite: ma dove alla fine miseri andrete? Ovunque strascinate l’indegna esistenza, seguiravvi il rimorso tormentatore: ovunque troverete nemici; ovunque l’odio, l’esecrazione vi accompagnerà. Giacobini ricredetevi. Ancora siamo in tempo. Abbracciate anche voi la difesa della Causa comune, e sarete salvi. Ma se per altro breve spazio vi restarete ostinati nel partito Filosofico, guai a voi; siete perduti. Tremate.

In Camerino dal Quartiere Generale 5, Giugno 1799 G. Cellini Comand. Gener. In Capite.

In Camerino 1799. Per Vincenzo Gori.

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Documento n. 11

Difesa repubblicana: Ascoli 4 giugno 1799

LIBERTA’           EGUAGLIANZA      REPUBBLICA FRANCESE

Dal Quartiere Generale d’Ascoli li 16 Pratile Anno VII della

Repubblica Francese una, ed indivisibile.

MONNIER Generale di brigata Comandante in Ancona, e ne’ tre Dipartimenti riuniti in istato d’Assedio

La Città d’Ascoli, divenuta il soggiorno de’ Briganti Abruzzesi, ha posto il Dipartimento nel rischio di perdersi. Gli Abitanti di questa Città ribelle avevano già presa la Coccarda rossa, e trasformate in autorità Monarchiche le autorità tutte della Repubblica. Essi han dirette le orde de’ Briganti co’ quali eransi unite, e quest’uomini infami, vantando il nome di Dio, del Re, e de’ Preti, han commesso i più detestabili eccessi sulle persone, e se ne hanno usurpato tutte le mobili proprietà, ovunque si son presentati. Le prime lor vittime sono state le Comuni di Offida, di Castorano, di Colli, dì Pagliare, di Monte Prandone, e nelle Campagne che se estendono fino a Montalto.

Non potendo sì fatti eccessi non eccitare la generale indignazione, debbon essi risvegliare tutta l’energia delle autorità Civili, e precisamente dalle Guardie

Civiche, per opporsi vigorosamente alle intraprese, che tentar potessero nuovamente gli enunciati Briganti.

Le Truppe Repubblicane si misero in moto: I Briganti sono stati battuti a S. Benedetto, a Ripatransone, in Acquaviva. Hanno fatta la lor ritirata in Ascoli, e là si erano fortificati. La Città La presa d’assalto dopo due ore di combattimento. Questo giorno è stato spettatore delle nostre complete vittorie, e gli scellerati sono stati puniti. Tutti coloro, che non hanno imitato il lor Generale nella fuga, sano caduti sotto i colpi Repubblicani.

Le Truppe, ch’io lascio nel vostro Dipartimento, occupano delle posizioni vantaggiose. Sarà però stabilita, sotto la sorveglianza dell’Amministrazione Dipartimentale, un Cordone sul Tronto composto della Guardia Civica. Una colonna mobile si metterà subito in azione per portarsi su tutti i punti minacciati, ed occupati dai Briganti suddetti.

Ogni Brigante arrestato sarà fucilato sull’istante. Le Comuni, che non si opporranno al loro ingresso, incorreranno nelle pene già significate nel Proclama del giorno 14 (2 giugno).

Signato MONNIER

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Documento n. 12

Ladroneggi degli insorti, luglio 1799, Ascoli

GIUSEPPE COSTANTINI ALIAS SCIABOLONE COMANDANTE LE TRUPPE IN MASSA PER SUA MAESTÀ’

FERDINANDO IV E POTENZE ALLEATE

Io sono informato dei continui ladroneggi che tuttodì si commettono sì in mobili che in bestiami a svantaggio di pacifici contadini. Sono esacerbato oltremodo per tali misfatti e ne prenderò le misure le più forti. Sotto pretesto di nuocere ai giacobini, si commettono l’empietà le più esacrande. Nessun individuo ha il diritto di ciò fare, ancorché il sapete, ma compete al solo sovrano. E’ questo un procedere che si oppone alla Religione Cattolica ed alle leggi di qualunque Governo. Il fulmine del castigo sta per piombare sopra a quelli che invece di desistere da un tal procedere non restituiranno sull’istante ciò che ànno rubato contro ogni diritto di natura e contro la legge di Dio. Io parto sì per unirmi al prode Generale La-Hoz e battere i Francesi; ma guai a quelli che prenderanno a scherzo questa mia risoluzione. Sarò inesorabile anche co’ miei più stretti di sangue.

Ordino però che subito si rimettino i massari ne’ rispettivi paesi i quali formeranno un processo a quelli ritengono o hanno preso bestiami.

Tutti gli abitanti de’ paesi e contadini si uniranno ad arrestare questi

perturbatori del buon ordine. In caso disperato e di resistenza, li autorizzo a far fuoco a tal razza di gente tanto perniciosa alla società.

Questo ordine stampato che sarà, voglio sia affisso in ogni paese e pubblicato nelle Chiese dai rispettivi curati.

Dal Quartier Generale di Lisciano 16 luglio 1799.

LUIGI ANELLI Segretario.

 

Documento n. 13

REGGENZA a Macerata, 20 agosto 1799

L’IMPERIALE – REGIA – PONTIFICIA REGGENZA DELLA MARCA DI FERMO E DI ANCONA

EDITTO

Per supplire alle immense spese, che seco porta il mantenimento di una Truppa attualmente impiegata alla difesa di una causa tanto nobile, e gloriosa, necessita ricorrere sull’istante a dei temperamenti quanto pronti, altrettanto capaci a produrre tutto ciò, che faccia d’uopo al servizio della medesima. Avrebbe voluto l’imperiale-Reggia-Pontificia Reggenza dispensarsi dall’addossare alle Popolazioni qualunque più piccolo peso, ma I’ urgenza dell’affare, e la santità della causa, che si è impresa a trattare, e che siam prossimi a sentire finalmente decisa, esiggono nuovi sforzi da tutti. Quindi è, che dopo le più mature riflessioni, e li scandagli più esatti, quello essendosi creduto il temperamento meno sensibile di ricorrere all’imposizione di un Testarico, regolato però, e diviso nel caso presentaneo in quattro diversi gradi, si è trovata nella circostanza di determinare, come appresso.

Primo = Tutti gl’individui delle Famiglie Nobili, o ascritte in primo grado in qualunque Città, o Terra, comprese in questa Classe le Comunità Religiose, dovranno subito sborsare in mano dei rispettivi Esattori pubblici a quest’effetto deputati uno scudo per cadauna Testa, con l’obbligo di pagare per ciscun Uomo o Donna di servigio paoli tre moneta di rame.

Secondo = Tutti gl’individui delle Famiglie del secondo ceto, o grado, del primo , e secondo de’ Castelli, e de’ Mercanti saranno tenuti per lo stesso titolo pagare bajocchi 40 per cadauno, t ame sopra.

Terzo = Tutti gl’individui delle Famiglie di qualunque altro grado, o ceto saranno obbligati pagare bajocchi dieci per ciascuno come sopra.

Quarto = Tutti li Coloni dovranno pagare bajocchi cinque per ogni testa come sopra.

Macerata dalla Reggenza 20 Agosto 1799.

(Omissis)

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Documento n. 14

<RICORDO DEI NAPOLETANI A PEDASO>

– 25 agosto 1799

È giunto finalmente in questo nostro castello di Pedaso la Real Truppa dell’Invitto Re delle due Sicilie, comandata dal prode Generale Don Donato de Donatis tanto da noi aspettato, e desiderato, ad oggetto di condursi sotto la Piazza di Ancona, dentro la quale i malvagi Francesi e i loro cinque Partitari sonosi riuniti fuggendo. Mercé un tal forte e valoroso soccorso speriamo ora vicino l’esterminio di quella perfida gente, che resiste ancora alle forze delle Potenze alleate, e speriamo altresì di vedere sollecitamente restituita l’intera tranquillità a queste nostre contrade. Intanto, siccome abbiamo ammirato la moderatezza di detta Real Truppa, che, per li vari provvedimenti dati dal riferito signor Generale, non ha recato la menoma molestia e niun danneggiamento agli interessi ed alle persone di questo castello nostra patria, così ne produciamo un completissimo Avviso al pubblico, onde tutti si esultino di giubilo e di contentezza.

Pedaso, 25 agosto 1799.

Li residenti

NICOLA BERNARDINI, Vie. for. e Dep. eccl.

PROTASIO TEODORI, Govern. locale,

BENEDETTO ROSSI, Segretario.

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Documento 15

ARMISTIZIO PACATO, 13 novembre 1799

LIBERTA’             EGUAGLIANZA           REPUBLICA FRANCESE

Ancona Assediata li 23 Brumale Anno 8vo della Republica

Tra il Generai di Brigata. MONNIER’ Comandante in Capo la Divisione di Ancona autorizzato, dal Consiglio di Guerra tenuto a questo effetto di trattare la Resa di Ancona.

Ed il Sig. Barone di FRELTCH Luogotenente Generale di Sua Maestà Imperatore, e Re, Comandante in Capo le Truppe che assediano Ancona.

La. presente Capitolazione è stata discussa, risoluta, decretata irrevocabilmente nel modo che siegue.

 

ARTICOLO PRELIMINARE

Il Generale Comandante la Divisione d’Ancona, e le Truppe sotto i suoi ordini considerando, che la Capitolazione ¡1 « Fano segnata li 8 Termidoro scorso tra le Truppe Repubblicane Francesi, ed il Sig. Comand. le Truppe Russo-Turche è  stata. Violata nella sua esecuzione per lo stesso Comandante.

Considerando, che la morte sarebbe preferibile al disonore di trattare con delle Autorità che non conoscono il Diritto delle genti.

Vista la situazione, in cui si trova la divisione d’Ancona, e vista la quarta, ed ultima intimazione di resa fatta dal Sig. Barone BRELICH, Luogotenente Generale al servizio di Sua Maestà Imperatore, e Re, Comandante, in capo le: Truppe assedianti Ancona.

Dichiara, che egli non vuole entrare in Negoziazioni, che colle Truppe, ed il detto Luogotenente Generale al servizio di S. M. Imperatore, e Re.

 

CAPITOLAZIONE – ARTICOLO I.

Le Truppe della Guarnigione di Ancona, e Forti annessi al giorno, ed ora, che saranno convenuti, sortiranno dalla Piazza con tutti gli onori della Guerra, cioè: Con Tamburo battente, Bandiere spiegate, Miccio acceso, avendo alla testa due pezzi di Cannone di Campagna coi loro Cassoni, più uno d’Infanteria per rendersi in Francia per la via di terra la più comoda; Soldati, Ufficiali, Generali, ed ogni Militare si di terra, che di mare il Console della Republica Francese, gl’ Impiegati, e agenti Civili, e Militari porteranno seco le loro Armi, Effetti, e Proprietà personali di qualunque genere.

Saranno riguardate come Truppe della Divisione di Ancona, e saranno trattate sotto tutti i rapporti come Truppe della Republica Francese i Cisalpini, Romani, ed altri Italiani formati in Legioni, Battaglioni, o Compagnie, che portano le armi nella detta Divisione.

ARTICOLO II

La Divisione sarà accompagnata, e protetta nella sua marcia sino ai Posti awanzati dell’Armata Francese in Italia da un determinato corpo di Truppe Imperiali Comandate da un Uffiziale dello Stato Maggiore.

ARTICOLO III

La Divisione, che si porterà in Francia per la via che essa giudicherà la più comoda,, marcierà a spese di S.M. Imperatore, e Re:

Ogni Militare, o impiegato riceverà la Razione di ogni genere, e l’alloggio competente al suo grado secondo le Leggi, e Regolamenti Francesi. La marcia non sarà, forzata, ma regolata militarmente dietro quella dell’Infanteria Francese. Il Genera MONIER Comandante la Divisione farà di concerto coll’Uffiziale di Stato Maggiore Austriaco la determinazione dell’alloggio, o accampamento, se sarà giudicato convenevole, come, pure delle ore di partenza, e luoghi di dimora.

Risposta: Le Truppe della Guarnigione di Ancona, e dei Forti annessi sortiranno nel giorno, ed ora convenuta dalla Piazza con tutti gli onori di Guerra richiesti per rendersi in Francia come Prigionieri di Guerra, e non serviranno contro S.M. Imperiale, e contro i suoi Alleati che dopo un perfetto Cambio.

La Truppa deporrà le Armi nel luogo che sarà fissato da un Articolo Addizionale; i soldati e sotto Uffiziali conserveranno le loro muciglie, il Generale Comandante la Divisione, il Console della Repubblica Francese, i Generali, Uffiziali di terra, o di mare, gli Impiegati Civili e Militari conserveranno le loro Armi, Cavalli secondo i loro Gradi, ed i loro Effetti Personali.

Il Generale FRELICH volendo dare una prova di stima alle Truppe della Guarnigione per la Difesa coraggiosa, e contro ogni aspettativa, che esse hanno fatto, accorda ai Sotto Uffiziali il diritto di portare le loro Sciabole per rendersi al loro destino.

E per dare alla Divisione tutta, non meno che al General MONNIER, che la comanda un attestato della considerazione particolare, e della stima di nazione a Nazione contraenti, gli concede una Guardia di onore composta di quindici Uomini a Cavallo montati, armati equipaggiati, e di trenta Carabinieri Armati.

ARTICOLO IV

Sarà accordato a spese di S. M. Imperatore, e Re il numero de’ Carri attaccati, necessarj al trasporto degli Effetti personali degli Uffiziali, Impiegati, Consigli d’Amministrazione, e dei Depositi dei Corpi della Divisione: Il numero dei detti Carri sarà, convenuto d’appresso lo stato dei bisogni, che fornirà il Commissario di Guerra Francese

Il Generale Com. la Divisione, il Console della. Republica Francese, i Generali di Brigata Lucotte, Pino, Palombini, il Capo dello Stato Maggiore della Divisione, i Comandanti del Genio, e dell’Artiglieria, il Pagatore della Divisione, i Commiissarj di Guena, e della Marina Francese, l’Agente del Commissario Civile sono autorizzati di condurre ognuno il. loro Carro coperto pel trasporto delle loro Carte di Amministrazione, come di. Contabilità, ed i loro Effetti personali qualunque.

Risposta: Accordato ma a condizione che sarà Consegnato, da chi ne avrà il dritto, al Sig. Generale Barón di FRELICH l’attestato, che le Balle degli Uffiziali e Furgoni coperti non contenghino effetti di proprietà pubblica.

ARTICOLO V

I Bastimenti da Guerra della Repub. Francese, e Corsari coi loro Uffiziali, Impiegati in Amministrazione, ed Equipaggi si renderanno in uno dei Porti della Republica nello stato che si. ritrovano al momento della sottoscrizione della Capitolazione, muniti di Passaporto, e sotto la garanzia di S. M. Imperiale.

I viveri saranno forniti a spese della detta Potenza a ragione del viaggio.

Risposta:

INAMMISSIBILE ma se le Corsare la LUPE e la VENDETTA uscite dal Porto, e potendosi ripresentarsi di nuovo, rientreranno dopo la Capitolazione, li Marinari, che ne compongono l’Equipaggio, avranno la medesima sorte, che le Truppe esistenti attualmente nella Piazza.

ARTICOLO VI

I Malati dello Spedale della Divisione che potranno essere trasportati, lo saranno a spese di S. M. Imperatore, e Re coi viveri, e medicamenti e Casse di Chirurgia, ed Uffiziali di Sanità sufficienti pel viaggio d’Ancona in Francia.

Gli Ammalati, che senza pericolo, non potranno essere trasportati, resteranno in Ancona; essi saranno protetti come un Deposito Sacro, e trattati come gli Ammalati di S. M. Imperiale.

La Divisione li confida alla lealtà ed umanità della Nazione Austriaca.

II  General MONNIER gli determinerà il numero degli Uffiziali di Sanità, ed Infermieri indispensabili sotto la sorveglianza d’un Uffiziale Militare Francese, e di un Commissario di Guerra.

Subitochè il detto Uffiziale, Commissario richiederanno il trasporto dei Convalescenti o per mare, o per terra, secondochè sarà più convenevole al loro stato, gli verrà religiosamente accordato.

ARTICOLO VII

I Prigionieri fatti tanto durante il corso dell’Assedio d’Ancona che nelle Spedizioni precedenti, e che sono in Ancona, o sopra i Bastimenti Russo-Turchi o nella Divisione occupata dal Sig. Generale FRELIGFI, saranno resi da una parte, e dall’altra immediatamente dopo la sottoscrizione della presente Capitolazione e parteciperanno delle disposizioni contenute ne’ suoi Articoli.

Risposta:

ACCORDATO, per li Prigionieri Francesi solamente, che si troveranno ancora nella Divisione del Sig. Generale FRELIC

ARTICOLO VIII.

Tutti gli Individui di qualunque Nazione, o Religione essi siano abitanti nella Città d’Ancona , o che vi si trovino, e segnatamente gli Ebrei non potranno essere inquietati, molestati, né ricercati direttamente, o indirettamente essi, e le loro famiglie sul sospetto, e per la manifestazione delle loro opinioni civili, politiche, e religiose, come per li fatti che sono risultati, pendente il cangiamento del Governo nel Territorio Romano.

Questa disposizione risguarda quei fra loro, che hanno preso le armi, o esercitato degli impieghi Civili, o Amministrativi durante quest’epoca, e che verrebbero molestati per le loro ingerenze.

Risposta:

Il Governo Austriaco farà rispettare il diritto delle Genti verso li Cittadini senza distinzione di opinioni, o Religioni, purché si sottomettino alle leggi.

ARTICOLO IX.

La Commissione Amministrativa d’Ancona, i Membri anteriori delI’Amministrazioni Centrali dei Dipartimenti del Tronto, Musone, e Metauro, dei loro Tribunali, e Municipalità, gl’impiegati in tutti questi corpi Politici, ed i Patriotti della Republica Romana, come pure li Cittadini., e Sudditi delle Potenze alleate della Republica Francese, che vorranno seguire la Divisione d’Ancona, Essi, le loro Famiglie, ed effetti avranno la liberà più intera, né potranno essere ritardati, né impediti sotto qualunque pretesto.

Risposta.

L’Autorità Militare proteggerà l’esecuzione del presente Articolo, uniformandosi alla risposta fatta nel precedente Articolo.

ARTICOLO X.

Le Vendite, e Cessioni dei Beni, fondi situati in Ancona, e suo Territorio, come anche nei Dipartimenti Musone, Tronto, e Metauro sì autorizzate dal Consolato Romano, che dalla Repubblica Francese saranno mantenute inviolabili

Risposta:

Il Sig. Generale FRELICH non puoi decidere, e lascia l’assoluzione di questo articolo ai Gabinetti.

ARTICOLO XI

Li Cittadini Francesi, e loro alleati potranno alienare, o fare trasportare come a loro più piacerà per terra o per mare a loro spese gli effetti, e mercanzie da loro acquistate sino a quest’oggi.

Risposta:

Accordato; se gli Effetti, e Mercanzie non provengono dai Bastimenti, e Carichi presi dai Corsari sopra i Sudditi di S.M. Imperiale, e che non sarebbero stati giudicati di buona preda.

ARTICOLO XII

Sarà permesso alle persone comprese negli Articoli 8. 9.10. 11. di disporre delle loro Proprietà fondarie, e mobiliarie di venderle, o alienare, o percepirne l’entrate, come a loro piacerà: potranno egualmente in caso di vendita, o alienazione trasportarne esse medesime l’amontante, o inviarlo a loro piacimento nei luoghi, ch’essi desidereranno in Oro, Argento, Viglietti a ordine, o Cambiali.

Le suddette Persone potranno in conseguenza nell’intervallo dei sei mesi a contare dal giorno della sottoscrizione della Capitolazione continuare esse medesime la vendita dei loro Beni, e l’esigenza dei loro Crediti con tutta quiete, se esse non amano meglio abbandonare il Paese colla Divisione d’Ancona, e lasciare i Procuratori generali, e speciali, i quali godranno della protezione, di cui avrebbero goduto restando in Ancona.

Risposta:

ACCORDATO, se i Beni, di cui si tratta non erano di pertinenza dell’Antico Governo, delle Comunità Religiose soppresse; o dei Particolari Emigrati.

ARTICOLO XIII.

I Consoli di Spagna, e di Genova avranno la facoltà di restare in Ancona per lo spazio di sei mesi per terminarci i loro interessi con tutta garanzia delle loro Persone, Famiglie, Proprietà, e Carte Personali, o risguardanti le loro Amministrazioni, se meglio non amano ritirarsi colla Divisione d’Ancona, ed in tal caso saranno trattati come il Console della Rep. Francese.

Risposta:

I detti Consoli saranno rispettati, e protetti.

ARTICOLO XIV.

Se vi fosse qualche Articolo nella presente Capitolazione soggetto o qualche oscurità sarà interpretato secondo I’equità a favore della Divisione d’Ancona.

ARTICOLI ADDIZIONALI.

  1. La Cassa del Pagatore della Divisione, i Viveri, ed effetti dei magazzeni della Rep. Francese saranno rimessi appresso ricevuta nelle mani dell’Assediarne, segnata che sarà la Capitolazione.
  2. L’artiglieria dei Forti, del Porto, della Piazza, ed oggetti annessi, le Piante, e Carte relative alle Fortificazioni, ed all’interesse militare del Paese, saranno rimesse ai Commissarj , che saranno destinati per riceverli, dopo averne fatto Inventario, e rilasciata Ricevuta.
  3. Li disertori dell’una, e l’altra parte saranno restituiti.

Risposta:

CONVENUTO per li Disertori Austriaci solamente

  1. Per la garanzia, ed esecuzione di tutti gli Articoli della Capitolazione saranno dati degli ostaggi, ed il Sig. Barone di FRELIC Tenente Generale Commandante le Truppe Assedianti Ancona si rende responsabile della sicurezza della

Divisione dal momento dell’occupazione dei Posti sino al suo destino, come anche dei danni che potrebbero esser fatti a quelli, che la compongono.

  1. Segnati che saranno gli Articoli della Capitolazione, i Picchetti delle Truppe di S. M. Imperatore, e Re occuperanno le Porte di Francia, e Farina in numero eguale, e congiuntamente ai Francesi.
  2. Ventiquattro ore dopo la sottoscrizione dei ridetti Articoli le Truppe della Divisione d’Ancona evacueranno i Forti, e la Piazza in una sola Colonna con tutti gli onori della Guerra ottenuti nell’Articolo primo: si renderanno il medesimo giorno a Sinigaglia con le loro armi, che deporranno, eccettuati li Militari, ed Impiegati, che devono conservarle.

Risposta:

Convenuto, ma la Truppa Prigioniera deporrà le sue Armi a Fiumesino.

Fatto, convenuto, e decretato in Ancona li 23. Brumale an. 8, della Republica Francese una ed indivisibile.

Il Generale di Brigata Comandante la Divisione d’Ancona MONNIER

Sottoscritto Piè della Croce 13 Novembre 1799.

FRELIH Tenente Generale

DOCUMENTI RELATIVI ALLE INSORGENZE NEL PICENO NELL’ANNO 1799

a cura di Carlo Tomassini

Documento n. 1

Lettere di Pio VI e Giuseppe II d’Asburgo – 3 e 19 agosto 1782

= PIO VI. Prevalendoci di quella amichevole libertà che piacque alla M.V. gentilmente esibirci, cioè che quando avessimo inteso che fosse per farsi da V.M. alcuna mossa, che avessimo creduta discorde dalle buone regole e pregiudizievole alla Religione, ne avessimo scritto confidenzialmente in dirittura alla M.V. Quindi è che essendoci pervenuto all’orecchio che V.M. vada pensando di togliere tutti i fondi alle Chiese ed agli ecclesiastici della sua monarchia, e ridurli semplici pensionarj, non possiamo dispensarci di pone in vista che se si effettuasse un tal pensiero, ridonderebbe alla Chiesa una lacrimevole lesione ed ai buoni uno scandalo irreparabile. Non è di nostra ispezione entrare nel politico e nell’economico de’ suoi Stati – benché in questa parte non cediamo a qualche Affezionato suo per ogni di lei giusto vantaggio — tuttavia non dobbiamo prescindere dai riflessi di deperizione delle rendite ecclesiastiche che coll’amministrazione da farsi dai secolari dei fondi non propri, dell’infrazione dei patti stabiliti fra’ suoi antecessori e diverse province, della ferita apportata alla Costituzione degli Stati, della violazione delle disposizioni dei pii fondatori, delle conseguenti pretensioni, che susciterebbero i loro eredi di rivendicare gli stessi beni: tutto ciò lo lasceremo da parte, come oggetti alieni dal nostro ministero, e che non sfuggiranno dalla penetrazione di V.M. Parleremo soltanto di ciò che non possiamo omettere per debito di coscienza, e le diciamo che il privare le chiese e gli ecclesiastici del possesso dei loro fondi temporali è in dottrina cattolica un errore manifesto, condannato dai Concili, esecrato da’ santi Padri e qualificato dai più rispettabili scrittori per dottrina velenosa, per dogma scellerato. Ed infatti per sostenere una tal massima a pro del sovrano, convien ricorrere ai falsi insegnamenti dei Valdesi, dei Vecleisti e degli Ussiti e di quanti altri pur sono andati d’accordo con loro, e specialmente dei liberali infetti del tempo. Non dobbiamo qui annoiare con una tessitura di citazioni nelle quali si legge che quelli che mettono mano ai beni della Chiesa per loro profitto, Rei sunt damnationis Ananie et Saphire et oportet eiusmodi tradere satane ut spiritus salvus sit in die Domini. Solo ci ristringeremo a riscrivere quanto nel XII secolo avvertì Giovanni patriarca d’Antiochia, che quantunque scismatico, non poté soffrire l’abuso del Principe che voleva, come utile, disporre a favore de’ suoi Stati dei fondi delle Chiese, così scrivendo: “Essendo tu uomo corruttibile, mortale e di corta vita, osi di dare ad un altro uomo quello che non hai? E se dici di donare quello che hai, e pensi che siano tue le cose di Dio, fai Iddio te stesso. Qual uomo dotato di senno chiamerà ciò provvidenza ed utilità e non piuttosto trasgressione, disubbidienza estrema e perniciosissima iniquità? Come può essere e dirsi cristiano chi profana le cose, siano qualsivogliano, (de)dicate e consacrate al nostro Iddio e celeste re Cristo?” Sappiamo che i contraddittori, male interpretando ed abusando di alcuni testi delle sacre Lettere, credono di ben stabilire in questa parte i loro errori, ma noi senza venire ad un esame di tali maligne applicazioni, domandiamo a V.M. se in dicendo gli stessi autori, che in forza di altri testi delle sacre Scritture non si può ammettere nel mondo sovranità, crederebbe la M. V. che tali testi scritturali fossero chiari e convincenti per l’assunto onde doversi spogliare della sua sovranità per salvar l’anima? Noi crediamo anzi chi penserebbe il contrario, ed in così pensando, penserebbe come pensiamo anche noi. E lo stesso dee dirsi dell’altro, in cui li nemici seguenti della Chiesa, gli eretici, li cattolici di apparenza, i falsi maestri, e gli adulatori dei Principi, attribuiscono ai medesimi in base dei passi della Scrittura, il diritto di togliere alla Chiesa e ai suoi ministri la proprietà ed il possesso de’ loro beni. Dovrebbero pur sapere costoro che i Leviti d’Israello possedevano vaste campagne ed intere città e che come fondi santificati erano inalienabili ed in pertinenza del Sacerdozio. E perché dunque non conciliare il libro del Levitico, dei Numeri, dei Re con le altre espressioni che a chi non sa sembrano fra di loro contraddittorie e far lo stesso con i testi del Vangelo e con gli Atti degli Apostoli, come hanno fatto i santi Padri per tacciare, con manifeste eresie, di contraddizioni i sacri Libri dettati dalla stessa divina Sapienza? Facciamo uso di questi riflessi non perché possiamo mai persuaderci che V. M. abbia cuore di non rendere di peggiore condizione le Chiese, di qu(anto) sono le famiglie particolari, e di seguitare l’esempio di soli Principi Protestanti e segregati dalla nostra Comunione, ma affinché la M.V. senta in poche righe ciò che gli dee aver detto alcuno degli odierni pensatori. Non dissimuliamo che purtroppo alcuni fra i molti ecclesiastici faranno di tali beni un uso mai retto: ma che da ciò? Forse questa sarà ragione per farne uno spoglio ed una appropriazione chiamata sacrilega e farla generale a danno della Chiesa, dei successori e di quelli che l’impiegano secondo i dettami delle sacre Ordinazioni? Nei colloqui avuti con V. M. non entrammo in questa materia, che a termini di particolare temporaneo sequestro, e non ci siamo dimenticati di aver dette delle ragioni per le quali ci parve la M.V. persuasa a doversene astenere. Ma se ci avesse proposto il dubbio di una illimitata privazione per passare i beni delle Chiese all’amministrazione de’ secolari, le avre(mm)o aggiunto ragioni molto più rinforzate con le quali l’avre(mm)o convinta deporne il pensiero.

Quello che la mancanza di apertura non ci diede adito allora di fare colla viva voce, l’abbiamo fatto in ristretto colla presente, la quale, se non avesse eguale efficacia, farebbe conoscere a tutto il mondo cattolico che V.M. non ha fatto alcun conto dei nostri suggerimenti o che presto se n’è dimenticata: giacché in questa sola novità si conviene il rovesciamento di quelle massime cattoliche che ci permise di rilevare. Preghiamo di cuore il Signore che faccia sempre risplendere nell’effettivo Governo della M.V. quelle proteste del suo attaccamento alla purità della Religione in modo che mai restino deluse da fatti contrari. Fin qui ci siamo prevalsi di altra mano più corrente e più facile a leggersi della nostra, per affatigar e tanto di meno la vista di V.M. Con questa rispettosa dichiarazione passiamo ad abbracciarla con pienezza di affetto e col darle la Patema Apostolica Benedizione: Datum Romae apud s. Mariam Maiorem die 3 augusti 1782, pontificatus nostri anno VII. Pius pp. VI.

 

<RISPOSTA DELL’IMPERATORE>

= GIUSEPPE: Ho l’onore di rispondere a posta corrente alla lettera che là S.V. viene di scrivermi sul supposto che io voglia togliere tutti i fondi alle Chiese ed agli ecclesiastici e ridurli tutti ad essere semplici pensionarj. Le relazioni delle persone che mi procurarono già l’alto onore di vedere la S.V. alla mia residenza mi hanno anche senza dubbio procurata questa nuova testimonianza in scritto della sua amicizia e del suo zelo apostolico. Non posso dir altro, senza stendermi in lunghezze, se non che il supposto pervenuto alle sue orecchie, come la S.V. si esprime, è falso e senza andar cercando i testi tanto della Scrittura, che dei santi Padri, però sempre soggetti ad interpretazioni e spiegazioni, tengo una voce in me, che mi dice quello come Legislatore e Protettore della Religione mi convien di fare e di tralasciare. E questa voce coll’aiuto della divina grazia e col carattere onesto ed equo che mi sento, non può mai indurmi in errore. Se la S. V. vuole restar persuasa di questa verità, come lo spero, la prego anche di credermi con più filiale attaccamento e rispetto: 19 agosto 1782 Giuseppe.

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Documento n. 2

Sulla cessazione dello Stato Pontificio: P. Vincenzo Maria Strambi, anno 1798

(…) Se poi si domandasse sia espediente e vantaggioso che la Chiesa abbia dominio e Principato, vi si può rispondere che la cosa è assai dubbia e controversa anche presso le persone più savie e meglio affezionate alla stessa Chiesa. Imperocché se per una parte l’aver dominio è stato proprio perché dia alla Chiesa e ai suoi Ministri una maggior libertà nel promulgare la volontà dell’Altissimo e facilità maggiore nello stabilirne i mezzi per bene eseguirli. Per l’altra parte l’essere la Chiesa e i suoi Ministri privi di ricchezza e di dominio, pare che li mantenga più raccolti nel servizio di Dio, più distaccati dalle cose terrene, più umili in tutta la loro condotta, più affabili e più solleciti del bene del Prossimo, e cosi più amabili a Dio ed agli uomini.

Il certo si è che siccome l’uomo veramente savio si accomoda a tutte le disposizioni della provvidenza, e di quelle si prevale per adempire i disegni dell’Altissimo in bonum. Così quando una certa necessità, come la chiama S. Bernardo De Consideratione lib. 4, c. 3, faceva che si ritenesse dominio, e Principato, gli Ecclesiastici santi colla loro virtù tutto facevano servire all’accrescimento della gloria di Dio. Così mentre, non senza sovrana disposizione di Dio, la Chiesa resta priva di dominio, Dominus abstulit; gli Ecclesiastici che hanno veramente lo spirito del Signore e della sua Chiesa, non trascureranno di raccogliere da questa privazione tutti i preziosi vantaggi, che se ne possono ricavare.

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Documento n. 3

Omelia del Vescovo di Imola (futuro Pio VII), anno 1798

<Ecco le linee direttive dell’Omelia del Cardinale Chiaramonti: Libertà, fraternità, democrazia>.

«La libertà cara a Dio e agli uomini è una facoltà che fu donata all’uomo, è un dominio di poter fare e non fare, ma sempre sotto la legge divina ed umana. Non esercita ragionevolmente la sua libertà chi si oppone alla legge baldanzoso e ribelle;1 non esercita ragionevolmente la sua libertà chi contraddice a Dio e alla temporale sovranità, chi vuol seguire il piacere e lasciare l’onestà, chi s’attiene al vizio ed abbandona la virtù… La forma di governo democratico, adottata fra di noi, o dilettissimi fratelli, no, non è in opposizione colle massime fin qui esposte, né ripugna al Vangelo: esige anzi tutte quelle sublimi virtù che non s’imparano che colla scuola di Gesù Cristo, e le quali, se saranno da voi religiosamente praticate, formeranno la vostra felicità, la gloria e lo splendore della vostra repubblica » (…)

« Decidete quanto conferiscano i precetti del Vangelo, le tradizioni degli Apostoli e dei grandi filosofi Padri e Dottori cristiani a conservare la pace, a far risplendere la vera grandezza dello stato democratico, a fare di tanti uomini, dirò così, tanti eroi di umiltà, di prudenza nel governare, di carità nel fraternizzare fra loro stessi e con Gesù Cristo… Il luminoso oggetto della nostra democrazia dev’essere di stabilire la massima possibile unione di sentimenti, di cuori, di forze fisiche e. morali, onde ne derivi una soave fratellanza nella società (…) nella democrazia studiatevi di essere della massima possibile virtù e sarete i veri democratici: studiate ed eseguite il Vangelo e sarete la gioia della repubblica…

La religione cattolica sia l’oggetto più prezioso del vostro cuore, della vostra divozione e di ogni altro vostro sentimento. Non crediate che ella si opponga alla forma di governo democratico. In questo stato, vivendo uniti al vostro Divin Salvatore, potete concepire una giusta fiducia dell’eterna salute, potete operare la felicità temporale di voi stessi e dei vostri simili e procurare la gloria della repubblica e delle autorità costituite. Sì, miei cari fratelli, siate buoni cristiani e sarete ottimi democratici ».

 

Documento n. 4

Giuramento del Vescovo di Fano – 26 febbraio 1798

Voi ora siete Sovrano, o mio Popolo, e Dio, il grande Iddio vi ha dato questa sovranità. Io sono, o Popolo, il vostro Vescovo. E fu Dio che mi chiamò e per mezzo del suo Vicario mi ha assunto a carico così tremendo.

I regolatori voi siete di quelle vie che conducono l’uomo ad essere felice in terra, ed io sono il regolatore di quelle vie che conducono l’uomo ad essere felice in Cielo.

Io adoro nelle vostre mani le democratiche leggi, ma voi adorate ancor nelle mie, le leggi dell’Evangelo.

Oh sante leggi dell’Evangelo, qua, a me, oggi, che vi consegni al mio Popolo, onde egli che è Sovrano sia mai sempre democratico senza colpa, democratico con virtù. Oh, leggi democratiche, qua, a me, pure in quest’oggi. Voi avete, o Popolo, alle leggi dell’Evangelo quell’ossequio che è ben dovuto alle leggi dell’Evangelo di Gesù Cristo: morir piuttosto che violar questa legge.

Io debbo alle vostre leggi, ubbidienza e rispetto, e tal rispetto e ubbidienza che ognuno impari a rispettarle e ubbidire.

Ohimè! Se ardito io fossi di violarle, sarei colpevole di più delitti, sarei meritevole di molte pene. Ma o quali atroci pene voi pure avreste non solo in terra, ma anche all’inferno, se violate un sol precetto dell’Evangelo, se vi scostaste dagli esempi del Crocifisso:

Io no, che esser non voglio reo di in ubbidienza alle vostre leggi, ma voi nemmeno esser lo dovete a quelle che già vi imposi a nome del vostro Dio.

Deh, rammentate, o Popolo, in vostro cuore, rammentate quei giuramenti che faceste là nel Battistero, ché io, anch’io con giuramento m’obbligo al mio dovere.

GIURO, ecco, o Dio le mie parole, ecco la mia promessa, giuro fedeltà al democratico attual governo, giuro obbedienza alle sue leggi, ma ad un tempo a voi giuro fedeltà e ubbidienza, o mio Dio, fedeltà ed ubbidienza adorabili Comandamenti e alla vostra Chiesa

Oh, sacerdoti, o ministri del Divin Culto, giuro anche per voi, e Dio riceva in religioso olocausto i nostri inviolabili giuramenti.

Sebbene, ah, perché, o mio popolo, anzi miei figli, mia corona e mio gaudio, perché non posso giurare anche per voi. Voi sì che potete adesso formarvi i vostri rappresentanti, le vostre leggi, ma poi, formati gli uni, formate le altre, dovete anche voi rispettare entrambe, e ubbidire con fedeltà. E’ Dio che così vuole, quel sapientissimo Dio, che arbitro e regolatore delle sorti del mondo, le dispone e modera a suo talento.

Voi qui vedete tra i vostri concittadini, quegli che rappresentano la vostra sovranità.

Essi rispetteranno sempre la Religione, terranno da voi lontani i fulmini di Gesù Cristo, onoreranno l’infallibile successore di Pietro e la sua fede, saranno scudo e difesa al cattolico Culto, al sacro tempio, ai suoi ministri, ma tutti insieme custodi ed esecutori delle vostre leggi, ne esigeranno veglianti e solleciti l’adempimento.

Fra questa loro rappresentanza, non è ella tale che al dir di Paolo, vi obbliga ad adorare in esso gli altri decreti, e le disposizioni del vostro Dio, con spirito d’ubbidienza? Eh, sì pur dunque ubbidienza, anche per voi o mio popolo, fedeltà e ubbidienza all’attuai vostro Governo e agli attuai vostri rappresentanti. Ma avvertite questo spirito di fedeltà, questo spirito d’ubbidienza ove più vigoroso lo trovate, se non tra gli augusti veli di Religione?

Adempiansi queste leggi che io vostro Pastore vi addito nell’Evangelo e sarete Sovrani ad un tempo e sudditi integerrimi e virtuosi.

Oh, beato quel Popolo ove nelle massime e nei costumi, trionfa il Vangelo, perché trionfano insieme con lui, la pace il buon ordine, la giustizia!

Beato quel popolo ov’è la Repubblica protetta dal Crocifisso, e il Crocifisso difeso dalla Repubblica, mentre con sì mirabile unione, resta assicurato il doppio bene all’uomo in ordine alla terra e al Cielo.

Cari miei figli, mentre io su questo Altare, consapevole dei miei voti e delle antiche mie lagrime, Altare che mi mostra le sacre ceneri del mio Vescovo Fortunato, Altare che mi ricorda i favori e i voti dell’Ammirabile Madre Maria, mentre io deposito i miei già formulati giuramenti, voi venerateli con Religione. Son giuramenti del vostro Vescovo. Ma ad un tempo accoppiate ad essi le vostre risoluzioni, fervide risoluzioni d’osservare la santa legge di Dio, d’amarvi in Dio, d’essere cittadini nelle vostre intraprese, diretti sempre alle intenzioni di Dio

Oh, Dio, piovete amoroso Sole dal Cielo, che infiammi di carità, illumini le nostre menti, ecciti in cuore, generosi affetti di religione e di Fede.

Rendete santo il Pastore, rendete sante la Greggi onde tutti possiamo un giorno cantarvene, nell’eterna Gerusalemme, inno più giulivo e festoso, del festoso inno giulivo, che ora sciogliamo qui ai piedi del vostro Altare.

Nota: questo foglio, probabilmente portato da don Valeriano Orazi segretario del vescovo di Fano e canonico a Santa Vittoria, ov’è rilegato nel registro n° VI “Iura”, carte 359-360.

 

Documento n. 5

Proclama di Fernando re di Napoli – 14 novembre 1798 (ortografico)

= FERDINANDO IV per la grazia di Dio re delle Sicilie e di Gerusalemme, infante di Spagna, duca di Parma, Piacenza, gran Principe ereditario delle Toscane etc.

Quantunque fin dal principio delle rivoluzioni politiche, che da qualche tempo hanno turbato la tranquillità in varie parti del mondo, avessimo noi procurato di provvedere alla costante sicurezza dei nostri reali Stati e Domini col tenerle lontane le perniciose massime e i seduttori, riordinare ed accrescere le nostre forze armate, stringere con più forti nodi le alleanze con le potenze amiche, stipulare trattato di Pace con la Repubblica Francese, ed esaudire ogni altro mezzo di operazioni pacifiche: pure nondimeno ci siamo trovati nella dura circostanza di vedere in pericolo la quiete ed indennità dei nostri Stati per motivo dell’inaspettata mutazione di Governo del limitrofo Stato Romano, accompagnata dalla sovversione di ogni sano stabilimento, dal danno della santa religione cattolica e da civili discordie e luttuose scene di massacri e depredazioni. Questi avvenimenti, l’imprevista occupazione dell’Isola di Malta di nostra regia pertinenza e le continue minacce di prossima invasione nei nostri Domini, confermate da apparecchi guerrieri e da movimenti di truppe alla volta di questo Regno di Napoli, ci hanno indotto a prendere altri più efficaci provvedimenti, onde allontanare dai nostri Domini qualunque danno e pericolo. Abbiamo pertanto determinato di fare avanzare il nostro reale esercito dentro lo Stato Romano fin dove l’urgenza lo richiederà, con la ferma volontà di ravvivarvi la cattolica religione, farvi cessare l’anarchia, le stragi e le depredazioni, ricondurvi la Pace, e porlo sotto il regolare Governo del suo legittimo Sovrano. Dichiariamo ai nostri amatissimi sudditi, agli abitanti dello Stato Romano, ed agli altri popoli dell’intera Italia che (lungi dal muovere guerra contro alcuna Potenza) il solo desiderio di provvedere alla loro sicurezza e di rendere il dovuto onore alla religione ci ha mosso a questa intrapresa nella quale Noi col soccorso del sommo Dio, secondati dai validi aiuti dei nostri grandi alleati e dall’opera delle Nazioni Italiane, speriamo avere felicissimi eventi. Noi stessi alla testa dei prodi soldati del nostro invitto esercito, dirigeremo le loro operazioni militari e ci impegneremo di fare uso delle loro forze nei soli casi di resistenza e di aggressione, mentre in ogni altro rivolgeremo le nostre cure soltanto agli indicati sacri oggetti della Religione e del riordinamento del Governo dello Stato Romano. Con tale prevenzione adunque esortiamo gli abitanti tutti del detto Stato Romano di deporre le armi nel momento dell’ingresso del nostro esercito nel loro territorio; di conformare a quelle disposizioni che saremo per dare in favore di essi e della salvezza comune, di facilitare con i possibili mezzi e aiuti la nostra giustissima intrapresa, e di essere sicuri che Noi, facendo uso della nostra naturale giustizia e clemenza, non solo proteggeremo e ricompenseremo i buoni e virtuosi, ma ancora raccoglieremo con paterno affetto i traviati che, pentiti dei propri errori, volontariamente ritorneranno nel diritto sentiero e si sottoporranno al nostro comando.

Inculchiamo pertanto a tutti di abbandonare ogni idea di vendetta per il danno che per la passata rivoluzione gli uni avessero agli altri arrecati e di astenersi da qualunque sorta di eccesso di rappresaglia, sotto pena della nostra reale indignazione, di essere trattati i contravventori come nemici della pubblica sicurezza.

Esortiamo parimenti i Generali e Comandanti di qualunque esercito estero di far subito ritirare tutte le loro truppe fuori dal territorio romano, senza prendere ulteriormente parte nelle avventure di quello Stato la cui sorte per ragione di vicinanza e per altri legittimi motivi interessa principalmente la nostra Regia Podestà. Infine manifestiamo che dal punto in cui il nostro esercito sarà entrato nel territorio Romano, vi sarà libera comunicazione tra le sue popolazioni e quelle del Regno, del quale per provvedere alla sussistenza delle Reali truppe ed al bisogno degli abitanti dello Stato Romano, faremo nel medesimo trasportare i generi necessari di viveri ed altre occorrenze.

Dal Quartiere Generale di S. Germano 14 novembre dell’anno 1798. Ferdinando

  1. Acton

(Nel registro VI “Iura” dell’archivio capitolare Santa Vittoria in Matenano, cc.362s. Nota: la guerra del re di Napoli contro la Repubblica Romana, risulta dichiarata il 23 novembre 1798 nel “Distinto ragguaglio della totale disfatta riportata sul formidabile esercito napoletano dalle invitte falangi della Grande Nazione” stampa dell’epoca.)

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Documento n. 6

Ascoli 5 febbraio 1799: sottomissione pacifica

= LIBERTA’   REPUBBLICA ROMANA   EGUAGLIANZA

LA MUNICIPALITÀ’ D’ASCOLI

Alle Popolazioni vicine, Perdono, e Pace per le Communi Armate del Tronto. Dopo varie trattative in iscritto, e a voce colla mediazione nostra, e per mezzo de’ virtuosi Ecclesiastici, Secolari, e Regolati, spediti in tutte le Comuni, il General Francese dimostrando la sua brama di fare cessare i disordini, e risparmiare le conseguenze funeste di una spedizione di Truppe sulle nostre Campagne, trovò il Comandante, e Capitani delle Popolazioni armate, nelle medesime disposizioni di procurare il maggior bene; Quindi in risposta ad un foglio dei prelodati Capitani de’ 4 Febraro furono sottoscritti i seguenti Articoli fissati dal prode, ed umanissimo Generale.

Ascoli 5 Febbraro 1799 V.S. 17 Piovoso, Anno 7. della Repubblica Francese.

Il Generale Francese vede con piacere, che i Montagnoli Insorgenti vogliono acconsentire alla Pace.

Le Truppe Francesi non possono farne, che di onorevole, e di giusto: in conseguenza il Generale Francese animato dal desiderio della Pace, non può donarla, che alla Condizione di già descritta cioè:

  1. Perdono generale per tutte le Communi.
  2. Tutte le Communi daranno un Ostaggio della loro sincerità alla Pace.
  3. Questi Ostaggi saranno sotto la risponsabilità di un’abitante di Ascoli.
  4. Niuno sarà ricercato nella sua passata condotta.
  5. Non sarà levata alcuna requisizione alle circostanze insorte.
  6. Nel Caso, in cui non possa trovarsi un Ostaggio ne’ Villaggi, il Generale Francese accetterà un Abitante, o Prete di Ascoli, che rappresenterà questo Villaggio. (…) Firme di 22 Comandanti (omesse)

 

ARTICOLO ADDIZIONALE

Se non si sono posti gli Articoli relativi al servizio della Religione, alle Campane, e alle Prediche, è perché questi Articoli non possono incontrare alcuna difficoltà poiché già sono accordati dal Capo medesimo delle Truppe, il quale da vari giorni ha dato l’ordine di far suonare le Campane, ed hà protette tutte le Chiese, e promesso il libero esercizio del culto; poiché in fine la facoltà la più intiera sopra questo punto è già accordata da un Proclama del Generai Dahesmer. Per scanzo di ogni equivoco, il Generale Francese conferma le disposizioni a questo riguardo.   Ascoli 17. Piovoso Anno 7. DARGOUBET

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Documento n. 7

PROCLAMA 26 maggio 1799 a Servigliano per l’insorgenza

Per FERDINANDO IV Re delle Due Sicilie e di Gerusalemme, ecc.

Il conte CLEMENTE NAVARRA

Brigadiere delle Truppe arrolate in massa, Napol. e Pontificie

«Ergete la fronte, Popoli generosi del Piceno. Eccovi il felice momento di ravvivare la nostra Santa Religione, di rimostrare il nostro attaccamento al Sovrano e di sottrarci da questa anarchia che sì barbaramente ci opprime. Correte tutti alle armi, e ricordatevi di quel ch’è scritto nelle Sagre Carte nel libro di Judith, cap. 15, v. 6: Omnis itaque regio omnisque Urbs electam Juventutem armatam misit post eos, et persecuti sunt eos in ore gladii quousque pervenirent ad extremitatem finium eorum.

Io vi chiamo a difendere la causa comune, fidate in Dio, nei grandi alleati, nel coraggio avito… Si agirà col massimo rigore delle leggi, perché ritorni il buon ordine, facendo noto a tutti con questo Editto, che in ciascun paese siano reintegrate le Magistrature, alle quali inculco di proibire affatto, che truppe di gente armata dal capriccio, col pretesto della buona causa, vadino scorrendo per le campagne e paesi, arrestando delle persone, e farsi lecito di saccheggiare, fucilare, ed incendiare. Chiunque ardirà ciò tentare sarà considerato come nemico dello Stato, e punito come tale. Ogni truppa armata dovrà dall’invitto mio generale de Donatis, o da me dipendere, né si riconosceranno altre truppe, che quelle da Noi disposte, ma gli abitanti tutti siano preparati a prendere le armi al suono delle campane a martello; ed accorrere al bisogno, se mai truppa nemica ardisse attaccarci, avvertendo, che quel paese, che tardasse ad accorrere, sarà dichiarato ribelle, e come nemico della patria militarmente castigato. Epperò voi tutti del clero, e specialmente voi, Pastori delle Anime, concorrete ad una impresa così gloriosa, e destate con vivezza le scintille della Pietà, e del languente costume, e fate risorgere fra le vostre contrade la purità della infallibile Nostra Religione, e tentare ogni mezzo coll’esempio, e colla voce, perché ritorni in noi quella pace, che finora ci è stata sì barbaramente rapita. Chiunque vorrà con Noi prendere le armi in questa sì nobile gara, si presenti a me, e agli Uffiziali maggiori per avere le necessarie istruzioni e per essere autorizzati colle patenti del Re delle Due Sicilie e più d’ogni altro io chiamo coloro che con eguale valore e fedeltà diedero prova allorché erano aggregati alle truppe Pontificie.

Dato dal Quartiere gen. di Servigliano, questo dì 26 maggio 1799. »

Documento n. 8

PROCLAMA: Ascoli 27 maggio 1799 per l’insorgenza

= FERDINANDO IV PER LA GRAZIA DI DIO RE DELLE DUE SICILIE DI GERUSALEMME ECC.

  1. DONATO ANTONIO DE DONATIS GENERALE IN CAPO DELL’ESERCITO IN MASSA PER LA SUA MAESTÀ’, CHE DIO LA GUARDI

«Popoli di Acquaviva aprite ormai gli occhi alla luce del giorno. Sentite la voce di uno, che ama il vostro vero bene. O Voi stringete le armi in favore delle nostre vittoriose truppe, ed allora troverete in Noi un amico sincero, ed affettuoso, che lungi dal prendere vendette delle vostre insolenze passate addosserà la valida protezione e di Voi, e delle sostanze vostre: o vi dichiarate nostri nemici, ed allora aspettatevi pure, che Noi con tutte le nostre forze affronteremo i vostri fuochi, vi piomberemo addosso, vi saccheggeremo usando ogni rigore militare. Pensate a Voi: decidete con prontezza e dentro due ore mandatene la risposta ».

Ascoli, 27 maggio 1799.

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Documento n. 9

Insorgenza: 26-29 Maggio 1799 a Castel Clementino

Dì 26 del corrente mese di Maggio: si manifestò a Castel Clementino il piano di una controrivoluzione da eseguirsi con l’aiuto e intesa degli Insorgenti Napoletani, alla cui testa si pose Clemente Navarra con la carica di Brigadiere a lui conferita da D. Donato De Donatis, generale in capo dell’Armata in massa Napoletana. Con l’intesa, come dicono, che la mattina seguente dovesse ivi giungere l’avanguardia di tale armata. La mattina del divisato giorno si cercò che i Parroci di detto luogo avessero predicato dall’altare di doversi tutti venire contro i francesi; ma i Parroci mostrarono ripugnanza di farlo, e il curato Burocchi per non esserci obbligato pensò di celebrare nella sua chiesa. Nonostante s’inalberò la Bandiera Napoletana, e si affissero editti con i quali s’invitava il popolo ad unirsi e si ordinava il ristabilimento delle antiche magistrature. La Terra di Santa Vittoria si accomodò per prima a seguire tale piano. Vi si atterrò l’Albero, si unirono delle persone, e alla testa uscì il noto Majeschi il quale si mostrò meno impegnato. Dietro tali incitamenti il giorno appresso 27 detto, la campana di Castel Clementino, che aveva cominciato a suonare a martello insieme col tamburo la sera innanzi seguitò a fare lo stesso

fin dalle otto della mattina e lo stesso si fece in Santa Vittoria, per adunare gente. Il dopopranzo di tale giorno si sentì simile furore e rimbombo di tamburo in M. S. Martino dove però non accorsero se non pochissimi contadini, che, sentito il motivo, amarono meglio di tornarsene alle loro faccende della campagna.

Ieri mattina 28 si intese lo stesso suono in Sant’Angelo <in Pontano> dove era stato dichiarato capitano Giuseppe Gentili. Per buona sorte di questo luogo, la commissione di fare lo stesso fu data all’Egamennoni insieme con la patente di capitano e i proclami da affiggersi, con ordine di eseguire tutto appena qui ritornato. Ma poiché la patente l’aveva presa per forza, come dice, non eseguì punto l’addossatagli commissione, cosicché questo luogo si preservò immune fra l’incendio che ardeva in ogni intorno, e siamo stati solo spauriti di quello che facevano gli altri, fino alle ore 14 circa del giorno di ieri, quando si intesero dalla parte di Castel Clementino delle scariche di moschettieri, che, ignorando noi cosa significassero, senza pensare alla zuffa che vi seguì col distaccamento della truppa francese e insorgenti, non sapevamo indovinare la causa. Se ne concepì però un sospetto, al vedere per mezzo del cannocchiale, che truppa di gente dalla parte di Falerone andava direttamente a quel luogo, e passava il fiume senza scalzarsi. L’eccidio seguito fu poi saputo da persone che, per curiosità di sapere, s’inoltrarono verso quella parte e più in dettaglio si raccontò iersera, e questa mattina. I morti insorgenti sono stati almeno venti. Tra questi il figlio del Navarra che fu incontrato dalla truppa vicino al molino di Falerone, mentre con 50 insorgenti circa, andava in Falerone, e il capitano benedetto Gualtieri fu ucciso poi in casa al tempo del saccheggio, che fu dei più feroci, con altri vari dei quali non so il nome, e fra questi la persona che stava a suonare le campane a martello, la quale fu sbalzata dalla torre. Secondo le relazioni che giungono, oltre allo spoglio generale fatto in tutte le case di quanto vi era – e vi era molto in alcune specialmente, che non si persuadevano di tale visita – vi è stato il massacro di tutto il mobilio che non si poteva trasportare. I cristalli e i vetri delle finestre furono rotti, i parati lacerati, i comò, i tavolini, le sedie, fatti in pezzi. Insomma si fece un macello e di carne e di roba, come ognuno può figurarsi e come si sentirà più dettagliatamente in appresso.

La sera innanzi <27> di questo tragico fatto si erano fatti arrestare e condurre in quel quartiere generale (così denominato quel luogo dal proclama) il Valeriani e il Venantini di Santa Vittoria; altri di là erano fuggiti, come avevano fatto parimenti altri da Falerone, il cui popolo, come quello di Montegiorgio, era stato il primo ad accorrere per arruolarsi.

Il Brigadiere Navarra si salvò con la fuga, e così si salvarono altri uniti con lui, che presero la fuga chi per una parte e chi per un’altra. La truppa poi che si aspettava dalla parte di Ascoli la mattina del 27 non era giunta e non giunse, perché a Mont’Alto trovò delle resistenze. Il Majeschi che aveva tanto brigato è restato morto anche lui. Raccontano che alle ore 4 del 26 partisse dal quartiere

generale e se tornasse a Santa Vittoria, cosicché non fu presente alla zuffa, ma inteso poi quanto successo, dicono che tornasse là per comprare delle robe prese nel saccheggio e che da quattro contadini fosse ammazzato avendogli trovato addosso molti “pezzi duri”.

Non mancò poi neppure qui una scenetta e fu che alle (ore) 19 circa di ieri 28 si presentò il capitano Giuseppe Gentili con sette altre persone del seguito, entrati per la porta del forno, i quali direttamente andarono alla porta del convento di San Francesco, andando dicendo per la strada Napoletani! Napoletani!

Appena smontato di cavallo il capitano suddetto, invece di entrare in convento, fece sul momento arrestare Giovanni Vecchi che passava in quel punto, e poi per la stessa strada, se ne ritornarono indietro senza far altro. Giunti avanti alla casa di lui, si fece incontro la moglie che si mise con le lacrime a scongiurarli di lasciarle il marito; ma il capitano diceva di condurlo al quartiere generale (che non so dove fosse) e gli altri di farlo a pezzi fuori della porta come Giacobino e supposto reo di aver <informato> i francesi perché venissero contro Castel Clementino. Il fatto è che lo condussero fino a San Rocco, ma poi, sopraggiunto il padre e don Santi Luccarini, li cominciarono a pregare di nuovo del rilascio; e sul giuramento che prestò don Santi che non fosse Giacobino, e che non aveva mai avuto alcun carreggio lo dimisero e se ne andarono per i fatti loro.

Ecco la storia genuina dell’accaduto nelle nostre vicinanze, e qui preghiamo Dio che le cose finiscano così. Ma temo di peggio. Pacifico Cornacchia di Santa Vittoria, arrestato dai contadini, fu condannato a Mont’Alto. Andreozzi restò ferito in faccia. Marinelli scampò la morte fuggendo in certi fossi. Majeschi rimase ucciso. Tutti questi andavano uniti a Castel Clementinoper ottenere dal comandante francese che non facesse andare la truppa a Santa Vittoria, dove si credeva <fosse> diretta dopo il sacco di Castel dementino.

(Autore anonimo probabilmente faleronese di un manoscritto n. 946 presso la biblioteca comunale di Macerata qui riferito in trascrizione corretta per l’ortografia)

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Documento n. 10

IL COMANDANTE GENERALE DELLA MONTAGNA GIUSEPPE CELLINI AI POPOLI DELLO STATO PONTIFICIO – INDIRIZZO –

Ascoltate, o Popoli amici, la voce di chi ama il vostro bene. Non è più tempo giacere in una colpevole inerzia, e sostenere più lungamente una fatale indifferenza. Tutti i vostri Fratelli limitrofi all’Abruzzo Ultra e Citra colle anni in mano già sono in Campo. Essi sull’esempio dei valorosi Sanniti, e da loro scortati, han combattuto e son vincitori. Entro le mura de’ loro Paesi più non spira liberamente l’aria impura, né alcun Francese, né verun perfido Giacobino. Sì l’uno, che l’altro si trova fra’ ceppi, o pallido fugge, e ramingo. Quanto audace si mostra questa infida genìa nel vederci avviliti, tanto vile or si dimostra vedendo il nostro coraggio, l’unione e i progressi delle nostre armi. Queste già spiegano su una ben larga estensione la sua energia. E’ stato un punto, un punto solo investir Norcia, Cascia, Visso, Serravalle, Ponte della Trava, Camerino, Ascoli, Mandola, Comunanza, 5. Vittoria, Montalto, Monte di Novo, Affida ecc. ecc. occuparli, e sollevarli. E’ brava la gente, che muove all’impresa, esperti i Duci che la guidano.

Or siam giunti al felice momento, in cui tutta la fiorente un dì, ed ora languida, e desolata Marca è per prendere l’Armi su cui dietro al divin soccorso, è riposta la propria, e l’altrui salvezza. Correte, o Popoli amici, correte ad unirvi con Noi. Non dubitate, la vittoria è nostra. Non vi è più da temere. I Mari, che bagnano la bella Italia, appena reggono a sostenere gl’immensi Legni Inglesi, Moscoviti, Lusitani, Ottomani. Poche di essi si sono presentati in Ancona, e pochi colpi di Cannoni han fatto sentire a quella bloccata città; e nondimeno han destato in essa la più spaventevole costernazione.

L’invitte Falangi Austro-Russe sono arrivate a Bologna. A Soffia è giunto il real Principe di Napoli con il Figlio del Gran Signore conducente un Esercito sorpendentissimo. Da altra parte vola a prestarci aiuto l’immortale Cardianal Ruffo. Noi ci troviamo con numerosa Leva in Massa, al cui fianco vedesi la intrepidezza, il coraggio, la vittoria. Fiancheggiati, protetti, alleati, assistiti da tante Forze, ditemi, vi può essere da temere? Non vi fate ingannare da certi spiriti deboli, o maliziosi Allarmi, Allarmi.

A ciò vi obligano i doveri della propria coscienza, l’amor della Patria, la fedeltà giurata al Sovrano, la Professione di nostra Santa Religione, la quale, sussistendo, per altro breve tempora Cabala Filosofica, Ateistica, Massonica, va ad annientarsi nei nostri Paesi; vi obbliga il bene delle vostre Famiglie, la tenera vostra Figliolanza, che riclama il Cristiano costume, e la sana educazione; vi obbligano il pericolante onore delle vostre Mogli, il pudore compromesso delle vostre Figlie, i beni già invasi, i diritti violati, le proprie persone colle minacce, e colle armi tante volte investite. Se all’aspetto di santi motivi, e di sì potenti aiuti voi non vi scotete, voi siete colpevoli. Tremate. Il colpo desolatore poco

sta a piombarvi sulle Persone, e sulle Sostanze. Odiosi a Dio, al Sovrano, al Popolo fedele, che aspettar mai non vi dovete di avverso? Deh! riunitevi con noi, e non soffrite alcun disastro.

Giacobini, rovesciatori del Trono, sacrileghi invasori de’ Beni Ecclesiastici, Profanatori de’ Luoghi Sacri, Distruttori dell’Ordine sociale, Increduli, Miscredenti, Depravatori del buon Costume, Soldati della Cabala Ateistica voi impallidite, e ponete le ali ai piedi. Ma, che giova? L’arco feritore è rivolto contro di voi. Molti de’ vostri pari o son caduti, o son fra le ritorte. Lo so, voi fuggite: ma dove alla fine miseri andrete? Ovunque strascinate l’indegna esistenza, seguiravvi il rimorso tormentatore: ovunque troverete nemici; ovunque l’odio, l’esecrazione vi accompagnerà. Giacobini ricredetevi. Ancora siamo in tempo. Abbracciate anche voi la difesa della Causa comune, e sarete salvi. Ma se per altro breve spazio vi restarete ostinati nel partito Filosofico, guai a voi; siete perduti. Tremate.

In Camerino dal Quartiere Generale 5, Giugno 1799 G. Cellini Comand. Gener. In Capite.

In Camerino 1799. Per Vincenzo Gori.

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Documento n. 11

Difesa repubblicana: Ascoli 4 giugno 1799

LIBERTA’           EGUAGLIANZA      REPUBBLICA FRANCESE

Dal Quartiere Generale d’Ascoli li 16 Pratile Anno VII della

Repubblica Francese una, ed indivisibile.

MONNIER Generale di brigata Comandante in Ancona, e ne’ tre Dipartimenti riuniti in istato d’Assedio

La Città d’Ascoli, divenuta il soggiorno de’ Briganti Abruzzesi, ha posto il Dipartimento nel rischio di perdersi. Gli Abitanti di questa Città ribelle avevano già presa la Coccarda rossa, e trasformate in autorità Monarchiche le autorità tutte della Repubblica. Essi han dirette le orde de’ Briganti co’ quali eransi unite, e quest’uomini infami, vantando il nome di Dio, del Re, e de’ Preti, han commesso i più detestabili eccessi sulle persone, e se ne hanno usurpato tutte le mobili proprietà, ovunque si son presentati. Le prime lor vittime sono state le Comuni di Offida, di Castorano, di Colli, dì Pagliare, di Monte Prandone, e nelle Campagne che se estendono fino a Montalto.

Non potendo sì fatti eccessi non eccitare la generale indignazione, debbon essi risvegliare tutta l’energia delle autorità Civili, e precisamente dalle Guardie

Civiche, per opporsi vigorosamente alle intraprese, che tentar potessero nuovamente gli enunciati Briganti.

Le Truppe Repubblicane si misero in moto: I Briganti sono stati battuti a S. Benedetto, a Ripatransone, in Acquaviva. Hanno fatta la lor ritirata in Ascoli, e là si erano fortificati. La Città La presa d’assalto dopo due ore di combattimento. Questo giorno è stato spettatore delle nostre complete vittorie, e gli scellerati sono stati puniti. Tutti coloro, che non hanno imitato il lor Generale nella fuga, sano caduti sotto i colpi Repubblicani.

Le Truppe, ch’io lascio nel vostro Dipartimento, occupano delle posizioni vantaggiose. Sarà però stabilita, sotto la sorveglianza dell’Amministrazione Dipartimentale, un Cordone sul Tronto composto della Guardia Civica. Una colonna mobile si metterà subito in azione per portarsi su tutti i punti minacciati, ed occupati dai Briganti suddetti.

Ogni Brigante arrestato sarà fucilato sull’istante. Le Comuni, che non si opporranno al loro ingresso, incorreranno nelle pene già significate nel Proclama del giorno 14 (2 giugno).

Signato MONNIER

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Documento n. 12

Ladroneggi degli insorti, luglio 1799, Ascoli

GIUSEPPE COSTANTINI ALIAS SCIABOLONE COMANDANTE LE TRUPPE IN MASSA PER SUA MAESTÀ’

FERDINANDO IV E POTENZE ALLEATE

Io sono informato dei continui ladroneggi che tuttodì si commettono sì in mobili che in bestiami a svantaggio di pacifici contadini. Sono esacerbato oltremodo per tali misfatti e ne prenderò le misure le più forti. Sotto pretesto di nuocere ai giacobini, si commettono l’empietà le più esacrande. Nessun individuo ha il diritto di ciò fare, ancorché il sapete, ma compete al solo sovrano. E’ questo un procedere che si oppone alla Religione Cattolica ed alle leggi di qualunque Governo. Il fulmine del castigo sta per piombare sopra a quelli che invece di desistere da un tal procedere non restituiranno sull’istante ciò che ànno rubato contro ogni diritto di natura e contro la legge di Dio. Io parto sì per unirmi al prode Generale La-Hoz e battere i Francesi; ma guai a quelli che prenderanno a scherzo questa mia risoluzione. Sarò inesorabile anche co’ miei più stretti di sangue.

Ordino però che subito si rimettino i massari ne’ rispettivi paesi i quali formeranno un processo a quelli ritengono o hanno preso bestiami.

Tutti gli abitanti de’ paesi e contadini si uniranno ad arrestare questi

perturbatori del buon ordine. In caso disperato e di resistenza, li autorizzo a far fuoco a tal razza di gente tanto perniciosa alla società.

Questo ordine stampato che sarà, voglio sia affisso in ogni paese e pubblicato nelle Chiese dai rispettivi curati.

Dal Quartier Generale di Lisciano 16 luglio 1799.

LUIGI ANELLI Segretario.

 

Documento n. 13

REGGENZA a Macerata, 20 agosto 1799

L’IMPERIALE – REGIA – PONTIFICIA REGGENZA DELLA MARCA DI FERMO E DI ANCONA

EDITTO

Per supplire alle immense spese, che seco porta il mantenimento di una Truppa attualmente impiegata alla difesa di una causa tanto nobile, e gloriosa, necessita ricorrere sull’istante a dei temperamenti quanto pronti, altrettanto capaci a produrre tutto ciò, che faccia d’uopo al servizio della medesima. Avrebbe voluto l’imperiale-Reggia-Pontificia Reggenza dispensarsi dall’addossare alle Popolazioni qualunque più piccolo peso, ma I’ urgenza dell’affare, e la santità della causa, che si è impresa a trattare, e che siam prossimi a sentire finalmente decisa, esiggono nuovi sforzi da tutti. Quindi è, che dopo le più mature riflessioni, e li scandagli più esatti, quello essendosi creduto il temperamento meno sensibile di ricorrere all’imposizione di un Testarico, regolato però, e diviso nel caso presentaneo in quattro diversi gradi, si è trovata nella circostanza di determinare, come appresso.

Primo = Tutti gl’individui delle Famiglie Nobili, o ascritte in primo grado in qualunque Città, o Terra, comprese in questa Classe le Comunità Religiose, dovranno subito sborsare in mano dei rispettivi Esattori pubblici a quest’effetto deputati uno scudo per cadauna Testa, con l’obbligo di pagare per ciscun Uomo o Donna di servigio paoli tre moneta di rame.

Secondo = Tutti gl’individui delle Famiglie del secondo ceto, o grado, del primo , e secondo de’ Castelli, e de’ Mercanti saranno tenuti per lo stesso titolo pagare bajocchi 40 per cadauno, t ame sopra.

Terzo = Tutti gl’individui delle Famiglie di qualunque altro grado, o ceto saranno obbligati pagare bajocchi dieci per ciascuno come sopra.

Quarto = Tutti li Coloni dovranno pagare bajocchi cinque per ogni testa come sopra.

Macerata dalla Reggenza 20 Agosto 1799.

(Omissis)

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Documento n. 14

<RICORDO DEI NAPOLETANI A PEDASO>

– 25 agosto 1799

È giunto finalmente in questo nostro castello di Pedaso la Real Truppa dell’Invitto Re delle due Sicilie, comandata dal prode Generale Don Donato de Donatis tanto da noi aspettato, e desiderato, ad oggetto di condursi sotto la Piazza di Ancona, dentro la quale i malvagi Francesi e i loro cinque Partitari sonosi riuniti fuggendo. Mercé un tal forte e valoroso soccorso speriamo ora vicino l’esterminio di quella perfida gente, che resiste ancora alle forze delle Potenze alleate, e speriamo altresì di vedere sollecitamente restituita l’intera tranquillità a queste nostre contrade. Intanto, siccome abbiamo ammirato la moderatezza di detta Real Truppa, che, per li vari provvedimenti dati dal riferito signor Generale, non ha recato la menoma molestia e niun danneggiamento agli interessi ed alle persone di questo castello nostra patria, così ne produciamo un completissimo Avviso al pubblico, onde tutti si esultino di giubilo e di contentezza.

Pedaso, 25 agosto 1799.

Li residenti

NICOLA BERNARDINI, Vie. for. e Dep. eccl.

PROTASIO TEODORI, Govern. locale,

BENEDETTO ROSSI, Segretario.

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Documento 15

ARMISTIZIO PACATO, 13 novembre 1799

LIBERTA’             EGUAGLIANZA           REPUBLICA FRANCESE

Ancona Assediata li 23 Brumale Anno 8vo della Republica

Tra il Generai di Brigata. MONNIER’ Comandante in Capo la Divisione di Ancona autorizzato, dal Consiglio di Guerra tenuto a questo effetto di trattare la Resa di Ancona.

Ed il Sig. Barone di FRELTCH Luogotenente Generale di Sua Maestà Imperatore, e Re, Comandante in Capo le Truppe che assediano Ancona.

La. presente Capitolazione è stata discussa, risoluta, decretata irrevocabilmente nel modo che siegue.

 

ARTICOLO PRELIMINARE

Il Generale Comandante la Divisione d’Ancona, e le Truppe sotto i suoi ordini considerando, che la Capitolazione ¡1 « Fano segnata li 8 Termidoro scorso tra le Truppe Repubblicane Francesi, ed il Sig. Comand. le Truppe Russo-Turche è  stata. Violata nella sua esecuzione per lo stesso Comandante.

Considerando, che la morte sarebbe preferibile al disonore di trattare con delle Autorità che non conoscono il Diritto delle genti.

Vista la situazione, in cui si trova la divisione d’Ancona, e vista la quarta, ed ultima intimazione di resa fatta dal Sig. Barone BRELICH, Luogotenente Generale al servizio di Sua Maestà Imperatore, e Re, Comandante, in capo le: Truppe assedianti Ancona.

Dichiara, che egli non vuole entrare in Negoziazioni, che colle Truppe, ed il detto Luogotenente Generale al servizio di S. M. Imperatore, e Re.

 

CAPITOLAZIONE – ARTICOLO I.

Le Truppe della Guarnigione di Ancona, e Forti annessi al giorno, ed ora, che saranno convenuti, sortiranno dalla Piazza con tutti gli onori della Guerra, cioè: Con Tamburo battente, Bandiere spiegate, Miccio acceso, avendo alla testa due pezzi di Cannone di Campagna coi loro Cassoni, più uno d’Infanteria per rendersi in Francia per la via di terra la più comoda; Soldati, Ufficiali, Generali, ed ogni Militare si di terra, che di mare il Console della Republica Francese, gl’ Impiegati, e agenti Civili, e Militari porteranno seco le loro Armi, Effetti, e Proprietà personali di qualunque genere.

Saranno riguardate come Truppe della Divisione di Ancona, e saranno trattate sotto tutti i rapporti come Truppe della Republica Francese i Cisalpini, Romani, ed altri Italiani formati in Legioni, Battaglioni, o Compagnie, che portano le armi nella detta Divisione.

ARTICOLO II

La Divisione sarà accompagnata, e protetta nella sua marcia sino ai Posti awanzati dell’Armata Francese in Italia da un determinato corpo di Truppe Imperiali Comandate da un Uffiziale dello Stato Maggiore.

ARTICOLO III

La Divisione, che si porterà in Francia per la via che essa giudicherà la più comoda,, marcierà a spese di S.M. Imperatore, e Re:

Ogni Militare, o impiegato riceverà la Razione di ogni genere, e l’alloggio competente al suo grado secondo le Leggi, e Regolamenti Francesi. La marcia non sarà, forzata, ma regolata militarmente dietro quella dell’Infanteria Francese. Il Genera MONIER Comandante la Divisione farà di concerto coll’Uffiziale di Stato Maggiore Austriaco la determinazione dell’alloggio, o accampamento, se sarà giudicato convenevole, come, pure delle ore di partenza, e luoghi di dimora.

Risposta: Le Truppe della Guarnigione di Ancona, e dei Forti annessi sortiranno nel giorno, ed ora convenuta dalla Piazza con tutti gli onori di Guerra richiesti per rendersi in Francia come Prigionieri di Guerra, e non serviranno contro S.M. Imperiale, e contro i suoi Alleati che dopo un perfetto Cambio.

La Truppa deporrà le Armi nel luogo che sarà fissato da un Articolo Addizionale; i soldati e sotto Uffiziali conserveranno le loro muciglie, il Generale Comandante la Divisione, il Console della Repubblica Francese, i Generali, Uffiziali di terra, o di mare, gli Impiegati Civili e Militari conserveranno le loro Armi, Cavalli secondo i loro Gradi, ed i loro Effetti Personali.

Il Generale FRELICH volendo dare una prova di stima alle Truppe della Guarnigione per la Difesa coraggiosa, e contro ogni aspettativa, che esse hanno fatto, accorda ai Sotto Uffiziali il diritto di portare le loro Sciabole per rendersi al loro destino.

E per dare alla Divisione tutta, non meno che al General MONNIER, che la comanda un attestato della considerazione particolare, e della stima di nazione a Nazione contraenti, gli concede una Guardia di onore composta di quindici Uomini a Cavallo montati, armati equipaggiati, e di trenta Carabinieri Armati.

ARTICOLO IV

Sarà accordato a spese di S. M. Imperatore, e Re il numero de’ Carri attaccati, necessarj al trasporto degli Effetti personali degli Uffiziali, Impiegati, Consigli d’Amministrazione, e dei Depositi dei Corpi della Divisione: Il numero dei detti Carri sarà, convenuto d’appresso lo stato dei bisogni, che fornirà il Commissario di Guerra Francese

Il Generale Com. la Divisione, il Console della. Republica Francese, i Generali di Brigata Lucotte, Pino, Palombini, il Capo dello Stato Maggiore della Divisione, i Comandanti del Genio, e dell’Artiglieria, il Pagatore della Divisione, i Commiissarj di Guena, e della Marina Francese, l’Agente del Commissario Civile sono autorizzati di condurre ognuno il. loro Carro coperto pel trasporto delle loro Carte di Amministrazione, come di. Contabilità, ed i loro Effetti personali qualunque.

Risposta: Accordato ma a condizione che sarà Consegnato, da chi ne avrà il dritto, al Sig. Generale Barón di FRELICH l’attestato, che le Balle degli Uffiziali e Furgoni coperti non contenghino effetti di proprietà pubblica.

ARTICOLO V

I Bastimenti da Guerra della Repub. Francese, e Corsari coi loro Uffiziali, Impiegati in Amministrazione, ed Equipaggi si renderanno in uno dei Porti della Republica nello stato che si. ritrovano al momento della sottoscrizione della Capitolazione, muniti di Passaporto, e sotto la garanzia di S. M. Imperiale.

I viveri saranno forniti a spese della detta Potenza a ragione del viaggio.

Risposta:

INAMMISSIBILE ma se le Corsare la LUPE e la VENDETTA uscite dal Porto, e potendosi ripresentarsi di nuovo, rientreranno dopo la Capitolazione, li Marinari, che ne compongono l’Equipaggio, avranno la medesima sorte, che le Truppe esistenti attualmente nella Piazza.

ARTICOLO VI

I Malati dello Spedale della Divisione che potranno essere trasportati, lo saranno a spese di S. M. Imperatore, e Re coi viveri, e medicamenti e Casse di Chirurgia, ed Uffiziali di Sanità sufficienti pel viaggio d’Ancona in Francia.

Gli Ammalati, che senza pericolo, non potranno essere trasportati, resteranno in Ancona; essi saranno protetti come un Deposito Sacro, e trattati come gli Ammalati di S. M. Imperiale.

La Divisione li confida alla lealtà ed umanità della Nazione Austriaca.

II  General MONNIER gli determinerà il numero degli Uffiziali di Sanità, ed Infermieri indispensabili sotto la sorveglianza d’un Uffiziale Militare Francese, e di un Commissario di Guerra.

Subitochè il detto Uffiziale, Commissario richiederanno il trasporto dei Convalescenti o per mare, o per terra, secondochè sarà più convenevole al loro stato, gli verrà religiosamente accordato.

ARTICOLO VII

I Prigionieri fatti tanto durante il corso dell’Assedio d’Ancona che nelle Spedizioni precedenti, e che sono in Ancona, o sopra i Bastimenti Russo-Turchi o nella Divisione occupata dal Sig. Generale FRELIGFI, saranno resi da una parte, e dall’altra immediatamente dopo la sottoscrizione della presente Capitolazione e parteciperanno delle disposizioni contenute ne’ suoi Articoli.

Risposta:

ACCORDATO, per li Prigionieri Francesi solamente, che si troveranno ancora nella Divisione del Sig. Generale FRELIC

ARTICOLO VIII.

Tutti gli Individui di qualunque Nazione, o Religione essi siano abitanti nella Città d’Ancona , o che vi si trovino, e segnatamente gli Ebrei non potranno essere inquietati, molestati, né ricercati direttamente, o indirettamente essi, e le loro famiglie sul sospetto, e per la manifestazione delle loro opinioni civili, politiche, e religiose, come per li fatti che sono risultati, pendente il cangiamento del Governo nel Territorio Romano.

Questa disposizione risguarda quei fra loro, che hanno preso le armi, o esercitato degli impieghi Civili, o Amministrativi durante quest’epoca, e che verrebbero molestati per le loro ingerenze.

Risposta:

Il Governo Austriaco farà rispettare il diritto delle Genti verso li Cittadini senza distinzione di opinioni, o Religioni, purché si sottomettino alle leggi.

ARTICOLO IX.

La Commissione Amministrativa d’Ancona, i Membri anteriori delI’Amministrazioni Centrali dei Dipartimenti del Tronto, Musone, e Metauro, dei loro Tribunali, e Municipalità, gl’impiegati in tutti questi corpi Politici, ed i Patriotti della Republica Romana, come pure li Cittadini., e Sudditi delle Potenze alleate della Republica Francese, che vorranno seguire la Divisione d’Ancona, Essi, le loro Famiglie, ed effetti avranno la liberà più intera, né potranno essere ritardati, né impediti sotto qualunque pretesto.

Risposta.

L’Autorità Militare proteggerà l’esecuzione del presente Articolo, uniformandosi alla risposta fatta nel precedente Articolo.

ARTICOLO X.

Le Vendite, e Cessioni dei Beni, fondi situati in Ancona, e suo Territorio, come anche nei Dipartimenti Musone, Tronto, e Metauro sì autorizzate dal Consolato Romano, che dalla Repubblica Francese saranno mantenute inviolabili

Risposta:

Il Sig. Generale FRELICH non puoi decidere, e lascia l’assoluzione di questo articolo ai Gabinetti.

ARTICOLO XI

Li Cittadini Francesi, e loro alleati potranno alienare, o fare trasportare come a loro più piacerà per terra o per mare a loro spese gli effetti, e mercanzie da loro acquistate sino a quest’oggi.

Risposta:

Accordato; se gli Effetti, e Mercanzie non provengono dai Bastimenti, e Carichi presi dai Corsari sopra i Sudditi di S.M. Imperiale, e che non sarebbero stati giudicati di buona preda.

ARTICOLO XII

Sarà permesso alle persone comprese negli Articoli 8. 9.10. 11. di disporre delle loro Proprietà fondarie, e mobiliarie di venderle, o alienare, o percepirne l’entrate, come a loro piacerà: potranno egualmente in caso di vendita, o alienazione trasportarne esse medesime l’amontante, o inviarlo a loro piacimento nei luoghi, ch’essi desidereranno in Oro, Argento, Viglietti a ordine, o Cambiali.

Le suddette Persone potranno in conseguenza nell’intervallo dei sei mesi a contare dal giorno della sottoscrizione della Capitolazione continuare esse medesime la vendita dei loro Beni, e l’esigenza dei loro Crediti con tutta quiete, se esse non amano meglio abbandonare il Paese colla Divisione d’Ancona, e lasciare i Procuratori generali, e speciali, i quali godranno della protezione, di cui avrebbero goduto restando in Ancona.

Risposta:

ACCORDATO, se i Beni, di cui si tratta non erano di pertinenza dell’Antico Governo, delle Comunità Religiose soppresse; o dei Particolari Emigrati.

ARTICOLO XIII.

I Consoli di Spagna, e di Genova avranno la facoltà di restare in Ancona per lo spazio di sei mesi per terminarci i loro interessi con tutta garanzia delle loro Persone, Famiglie, Proprietà, e Carte Personali, o risguardanti le loro Amministrazioni, se meglio non amano ritirarsi colla Divisione d’Ancona, ed in tal caso saranno trattati come il Console della Rep. Francese.

Risposta:

I detti Consoli saranno rispettati, e protetti.

ARTICOLO XIV.

Se vi fosse qualche Articolo nella presente Capitolazione soggetto o qualche oscurità sarà interpretato secondo I’equità a favore della Divisione d’Ancona.

ARTICOLI ADDIZIONALI.

  1. La Cassa del Pagatore della Divisione, i Viveri, ed effetti dei magazzeni della Rep. Francese saranno rimessi appresso ricevuta nelle mani dell’Assediarne, segnata che sarà la Capitolazione.
  2. L’artiglieria dei Forti, del Porto, della Piazza, ed oggetti annessi, le Piante, e Carte relative alle Fortificazioni, ed all’interesse militare del Paese, saranno rimesse ai Commissarj , che saranno destinati per riceverli, dopo averne fatto Inventario, e rilasciata Ricevuta.
  3. Li disertori dell’una, e l’altra parte saranno restituiti.

Risposta:

CONVENUTO per li Disertori Austriaci solamente

  1. Per la garanzia, ed esecuzione di tutti gli Articoli della Capitolazione saranno dati degli ostaggi, ed il Sig. Barone di FRELIC Tenente Generale Commandante le Truppe Assedianti Ancona si rende responsabile della sicurezza della

Divisione dal momento dell’occupazione dei Posti sino al suo destino, come anche dei danni che potrebbero esser fatti a quelli, che la compongono.

  1. Segnati che saranno gli Articoli della Capitolazione, i Picchetti delle Truppe di S. M. Imperatore, e Re occuperanno le Porte di Francia, e Farina in numero eguale, e congiuntamente ai Francesi.
  2. Ventiquattro ore dopo la sottoscrizione dei ridetti Articoli le Truppe della Divisione d’Ancona evacueranno i Forti, e la Piazza in una sola Colonna con tutti gli onori della Guerra ottenuti nell’Articolo primo: si renderanno il medesimo giorno a Sinigaglia con le loro armi, che deporranno, eccettuati li Militari, ed Impiegati, che devono conservarle.

Risposta:

Convenuto, ma la Truppa Prigioniera deporrà le sue Armi a Fiumesino.

Fatto, convenuto, e decretato in Ancona li 23. Brumale an. 8, della Republica Francese una ed indivisibile.

Il Generale di Brigata Comandante la Divisione d’Ancona MONNIER

Sottoscritto Piè della Croce 13 Novembre 1799.

FRELIH Tenente Generale

DOCUMENTI RELATIVI ALLE INSORGENZE NEL PICENO NELL’ANNO 1799

a cura di Carlo Tomassini

Documento n. 1

Lettere di Pio VI e Giuseppe II d’Asburgo – 3 e 19 agosto 1782

= PIO VI. Prevalendoci di quella amichevole libertà che piacque alla M.V. gentilmente esibirci, cioè che quando avessimo inteso che fosse per farsi da V.M. alcuna mossa, che avessimo creduta discorde dalle buone regole e pregiudizievole alla Religione, ne avessimo scritto confidenzialmente in dirittura alla M.V. Quindi è che essendoci pervenuto all’orecchio che V.M. vada pensando di togliere tutti i fondi alle Chiese ed agli ecclesiastici della sua monarchia, e ridurli semplici pensionarj, non possiamo dispensarci di pone in vista che se si effettuasse un tal pensiero, ridonderebbe alla Chiesa una lacrimevole lesione ed ai buoni uno scandalo irreparabile. Non è di nostra ispezione entrare nel politico e nell’economico de’ suoi Stati – benché in questa parte non cediamo a qualche Affezionato suo per ogni di lei giusto vantaggio — tuttavia non dobbiamo prescindere dai riflessi di deperizione delle rendite ecclesiastiche che coll’amministrazione da farsi dai secolari dei fondi non propri, dell’infrazione dei patti stabiliti fra’ suoi antecessori e diverse province, della ferita apportata alla Costituzione degli Stati, della violazione delle disposizioni dei pii fondatori, delle conseguenti pretensioni, che susciterebbero i loro eredi di rivendicare gli stessi beni: tutto ciò lo lasceremo da parte, come oggetti alieni dal nostro ministero, e che non sfuggiranno dalla penetrazione di V.M. Parleremo soltanto di ciò che non possiamo omettere per debito di coscienza, e le diciamo che il privare le chiese e gli ecclesiastici del possesso dei loro fondi temporali è in dottrina cattolica un errore manifesto, condannato dai Concili, esecrato da’ santi Padri e qualificato dai più rispettabili scrittori per dottrina velenosa, per dogma scellerato. Ed infatti per sostenere una tal massima a pro del sovrano, convien ricorrere ai falsi insegnamenti dei Valdesi, dei Vecleisti e degli Ussiti e di quanti altri pur sono andati d’accordo con loro, e specialmente dei liberali infetti del tempo. Non dobbiamo qui annoiare con una tessitura di citazioni nelle quali si legge che quelli che mettono mano ai beni della Chiesa per loro profitto, Rei sunt damnationis Ananie et Saphire et oportet eiusmodi tradere satane ut spiritus salvus sit in die Domini. Solo ci ristringeremo a riscrivere quanto nel XII secolo avvertì Giovanni patriarca d’Antiochia, che quantunque scismatico, non poté soffrire l’abuso del Principe che voleva, come utile, disporre a favore de’ suoi Stati dei fondi delle Chiese, così scrivendo: “Essendo tu uomo corruttibile, mortale e di corta vita, osi di dare ad un altro uomo quello che non hai? E se dici di donare quello che hai, e pensi che siano tue le cose di Dio, fai Iddio te stesso. Qual uomo dotato di senno chiamerà ciò provvidenza ed utilità e non piuttosto trasgressione, disubbidienza estrema e perniciosissima iniquità? Come può essere e dirsi cristiano chi profana le cose, siano qualsivogliano, (de)dicate e consacrate al nostro Iddio e celeste re Cristo?” Sappiamo che i contraddittori, male interpretando ed abusando di alcuni testi delle sacre Lettere, credono di ben stabilire in questa parte i loro errori, ma noi senza venire ad un esame di tali maligne applicazioni, domandiamo a V.M. se in dicendo gli stessi autori, che in forza di altri testi delle sacre Scritture non si può ammettere nel mondo sovranità, crederebbe la M. V. che tali testi scritturali fossero chiari e convincenti per l’assunto onde doversi spogliare della sua sovranità per salvar l’anima? Noi crediamo anzi chi penserebbe il contrario, ed in così pensando, penserebbe come pensiamo anche noi. E lo stesso dee dirsi dell’altro, in cui li nemici seguenti della Chiesa, gli eretici, li cattolici di apparenza, i falsi maestri, e gli adulatori dei Principi, attribuiscono ai medesimi in base dei passi della Scrittura, il diritto di togliere alla Chiesa e ai suoi ministri la proprietà ed il possesso de’ loro beni. Dovrebbero pur sapere costoro che i Leviti d’Israello possedevano vaste campagne ed intere città e che come fondi santificati erano inalienabili ed in pertinenza del Sacerdozio. E perché dunque non conciliare il libro del Levitico, dei Numeri, dei Re con le altre espressioni che a chi non sa sembrano fra di loro contraddittorie e far lo stesso con i testi del Vangelo e con gli Atti degli Apostoli, come hanno fatto i santi Padri per tacciare, con manifeste eresie, di contraddizioni i sacri Libri dettati dalla stessa divina Sapienza? Facciamo uso di questi riflessi non perché possiamo mai persuaderci che V. M. abbia cuore di non rendere di peggiore condizione le Chiese, di qu(anto) sono le famiglie particolari, e di seguitare l’esempio di soli Principi Protestanti e segregati dalla nostra Comunione, ma affinché la M.V. senta in poche righe ciò che gli dee aver detto alcuno degli odierni pensatori. Non dissimuliamo che purtroppo alcuni fra i molti ecclesiastici faranno di tali beni un uso mai retto: ma che da ciò? Forse questa sarà ragione per farne uno spoglio ed una appropriazione chiamata sacrilega e farla generale a danno della Chiesa, dei successori e di quelli che l’impiegano secondo i dettami delle sacre Ordinazioni? Nei colloqui avuti con V. M. non entrammo in questa materia, che a termini di particolare temporaneo sequestro, e non ci siamo dimenticati di aver dette delle ragioni per le quali ci parve la M.V. persuasa a doversene astenere. Ma se ci avesse proposto il dubbio di una illimitata privazione per passare i beni delle Chiese all’amministrazione de’ secolari, le avre(mm)o aggiunto ragioni molto più rinforzate con le quali l’avre(mm)o convinta deporne il pensiero.

Quello che la mancanza di apertura non ci diede adito allora di fare colla viva voce, l’abbiamo fatto in ristretto colla presente, la quale, se non avesse eguale efficacia, farebbe conoscere a tutto il mondo cattolico che V.M. non ha fatto alcun conto dei nostri suggerimenti o che presto se n’è dimenticata: giacché in questa sola novità si conviene il rovesciamento di quelle massime cattoliche che ci permise di rilevare. Preghiamo di cuore il Signore che faccia sempre risplendere nell’effettivo Governo della M.V. quelle proteste del suo attaccamento alla purità della Religione in modo che mai restino deluse da fatti contrari. Fin qui ci siamo prevalsi di altra mano più corrente e più facile a leggersi della nostra, per affatigar e tanto di meno la vista di V.M. Con questa rispettosa dichiarazione passiamo ad abbracciarla con pienezza di affetto e col darle la Patema Apostolica Benedizione: Datum Romae apud s. Mariam Maiorem die 3 augusti 1782, pontificatus nostri anno VII. Pius pp. VI.

 

<RISPOSTA DELL’IMPERATORE>

= GIUSEPPE: Ho l’onore di rispondere a posta corrente alla lettera che là S.V. viene di scrivermi sul supposto che io voglia togliere tutti i fondi alle Chiese ed agli ecclesiastici e ridurli tutti ad essere semplici pensionarj. Le relazioni delle persone che mi procurarono già l’alto onore di vedere la S.V. alla mia residenza mi hanno anche senza dubbio procurata questa nuova testimonianza in scritto della sua amicizia e del suo zelo apostolico. Non posso dir altro, senza stendermi in lunghezze, se non che il supposto pervenuto alle sue orecchie, come la S.V. si esprime, è falso e senza andar cercando i testi tanto della Scrittura, che dei santi Padri, però sempre soggetti ad interpretazioni e spiegazioni, tengo una voce in me, che mi dice quello come Legislatore e Protettore della Religione mi convien di fare e di tralasciare. E questa voce coll’aiuto della divina grazia e col carattere onesto ed equo che mi sento, non può mai indurmi in errore. Se la S. V. vuole restar persuasa di questa verità, come lo spero, la prego anche di credermi con più filiale attaccamento e rispetto: 19 agosto 1782 Giuseppe.

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Documento n. 2

Sulla cessazione dello Stato Pontificio: P. Vincenzo Maria Strambi, anno 1798

(…) Se poi si domandasse sia espediente e vantaggioso che la Chiesa abbia dominio e Principato, vi si può rispondere che la cosa è assai dubbia e controversa anche presso le persone più savie e meglio affezionate alla stessa Chiesa. Imperocché se per una parte l’aver dominio è stato proprio perché dia alla Chiesa e ai suoi Ministri una maggior libertà nel promulgare la volontà dell’Altissimo e facilità maggiore nello stabilirne i mezzi per bene eseguirli. Per l’altra parte l’essere la Chiesa e i suoi Ministri privi di ricchezza e di dominio, pare che li mantenga più raccolti nel servizio di Dio, più distaccati dalle cose terrene, più umili in tutta la loro condotta, più affabili e più solleciti del bene del Prossimo, e cosi più amabili a Dio ed agli uomini.

Il certo si è che siccome l’uomo veramente savio si accomoda a tutte le disposizioni della provvidenza, e di quelle si prevale per adempire i disegni dell’Altissimo in bonum. Così quando una certa necessità, come la chiama S. Bernardo De Consideratione lib. 4, c. 3, faceva che si ritenesse dominio, e Principato, gli Ecclesiastici santi colla loro virtù tutto facevano servire all’accrescimento della gloria di Dio. Così mentre, non senza sovrana disposizione di Dio, la Chiesa resta priva di dominio, Dominus abstulit; gli Ecclesiastici che hanno veramente lo spirito del Signore e della sua Chiesa, non trascureranno di raccogliere da questa privazione tutti i preziosi vantaggi, che se ne possono ricavare.

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Documento n. 3

Omelia del Vescovo di Imola (futuro Pio VII), anno 1798

<Ecco le linee direttive dell’Omelia del Cardinale Chiaramonti: Libertà, fraternità, democrazia>.

«La libertà cara a Dio e agli uomini è una facoltà che fu donata all’uomo, è un dominio di poter fare e non fare, ma sempre sotto la legge divina ed umana. Non esercita ragionevolmente la sua libertà chi si oppone alla legge baldanzoso e ribelle;1 non esercita ragionevolmente la sua libertà chi contraddice a Dio e alla temporale sovranità, chi vuol seguire il piacere e lasciare l’onestà, chi s’attiene al vizio ed abbandona la virtù… La forma di governo democratico, adottata fra di noi, o dilettissimi fratelli, no, non è in opposizione colle massime fin qui esposte, né ripugna al Vangelo: esige anzi tutte quelle sublimi virtù che non s’imparano che colla scuola di Gesù Cristo, e le quali, se saranno da voi religiosamente praticate, formeranno la vostra felicità, la gloria e lo splendore della vostra repubblica » (…)

« Decidete quanto conferiscano i precetti del Vangelo, le tradizioni degli Apostoli e dei grandi filosofi Padri e Dottori cristiani a conservare la pace, a far risplendere la vera grandezza dello stato democratico, a fare di tanti uomini, dirò così, tanti eroi di umiltà, di prudenza nel governare, di carità nel fraternizzare fra loro stessi e con Gesù Cristo… Il luminoso oggetto della nostra democrazia dev’essere di stabilire la massima possibile unione di sentimenti, di cuori, di forze fisiche e. morali, onde ne derivi una soave fratellanza nella società (…) nella democrazia studiatevi di essere della massima possibile virtù e sarete i veri democratici: studiate ed eseguite il Vangelo e sarete la gioia della repubblica…

La religione cattolica sia l’oggetto più prezioso del vostro cuore, della vostra divozione e di ogni altro vostro sentimento. Non crediate che ella si opponga alla forma di governo democratico. In questo stato, vivendo uniti al vostro Divin Salvatore, potete concepire una giusta fiducia dell’eterna salute, potete operare la felicità temporale di voi stessi e dei vostri simili e procurare la gloria della repubblica e delle autorità costituite. Sì, miei cari fratelli, siate buoni cristiani e sarete ottimi democratici ».

 

Documento n. 4

Giuramento del Vescovo di Fano – 26 febbraio 1798

Voi ora siete Sovrano, o mio Popolo, e Dio, il grande Iddio vi ha dato questa sovranità. Io sono, o Popolo, il vostro Vescovo. E fu Dio che mi chiamò e per mezzo del suo Vicario mi ha assunto a carico così tremendo.

I regolatori voi siete di quelle vie che conducono l’uomo ad essere felice in terra, ed io sono il regolatore di quelle vie che conducono l’uomo ad essere felice in Cielo.

Io adoro nelle vostre mani le democratiche leggi, ma voi adorate ancor nelle mie, le leggi dell’Evangelo.

Oh sante leggi dell’Evangelo, qua, a me, oggi, che vi consegni al mio Popolo, onde egli che è Sovrano sia mai sempre democratico senza colpa, democratico con virtù. Oh, leggi democratiche, qua, a me, pure in quest’oggi. Voi avete, o Popolo, alle leggi dell’Evangelo quell’ossequio che è ben dovuto alle leggi dell’Evangelo di Gesù Cristo: morir piuttosto che violar questa legge.

Io debbo alle vostre leggi, ubbidienza e rispetto, e tal rispetto e ubbidienza che ognuno impari a rispettarle e ubbidire.

Ohimè! Se ardito io fossi di violarle, sarei colpevole di più delitti, sarei meritevole di molte pene. Ma o quali atroci pene voi pure avreste non solo in terra, ma anche all’inferno, se violate un sol precetto dell’Evangelo, se vi scostaste dagli esempi del Crocifisso:

Io no, che esser non voglio reo di in ubbidienza alle vostre leggi, ma voi nemmeno esser lo dovete a quelle che già vi imposi a nome del vostro Dio.

Deh, rammentate, o Popolo, in vostro cuore, rammentate quei giuramenti che faceste là nel Battistero, ché io, anch’io con giuramento m’obbligo al mio dovere.

GIURO, ecco, o Dio le mie parole, ecco la mia promessa, giuro fedeltà al democratico attual governo, giuro obbedienza alle sue leggi, ma ad un tempo a voi giuro fedeltà e ubbidienza, o mio Dio, fedeltà ed ubbidienza adorabili Comandamenti e alla vostra Chiesa

Oh, sacerdoti, o ministri del Divin Culto, giuro anche per voi, e Dio riceva in religioso olocausto i nostri inviolabili giuramenti.

Sebbene, ah, perché, o mio popolo, anzi miei figli, mia corona e mio gaudio, perché non posso giurare anche per voi. Voi sì che potete adesso formarvi i vostri rappresentanti, le vostre leggi, ma poi, formati gli uni, formate le altre, dovete anche voi rispettare entrambe, e ubbidire con fedeltà. E’ Dio che così vuole, quel sapientissimo Dio, che arbitro e regolatore delle sorti del mondo, le dispone e modera a suo talento.

Voi qui vedete tra i vostri concittadini, quegli che rappresentano la vostra sovranità.

Essi rispetteranno sempre la Religione, terranno da voi lontani i fulmini di Gesù Cristo, onoreranno l’infallibile successore di Pietro e la sua fede, saranno scudo e difesa al cattolico Culto, al sacro tempio, ai suoi ministri, ma tutti insieme custodi ed esecutori delle vostre leggi, ne esigeranno veglianti e solleciti l’adempimento.

Fra questa loro rappresentanza, non è ella tale che al dir di Paolo, vi obbliga ad adorare in esso gli altri decreti, e le disposizioni del vostro Dio, con spirito d’ubbidienza? Eh, sì pur dunque ubbidienza, anche per voi o mio popolo, fedeltà e ubbidienza all’attuai vostro Governo e agli attuai vostri rappresentanti. Ma avvertite questo spirito di fedeltà, questo spirito d’ubbidienza ove più vigoroso lo trovate, se non tra gli augusti veli di Religione?

Adempiansi queste leggi che io vostro Pastore vi addito nell’Evangelo e sarete Sovrani ad un tempo e sudditi integerrimi e virtuosi.

Oh, beato quel Popolo ove nelle massime e nei costumi, trionfa il Vangelo, perché trionfano insieme con lui, la pace il buon ordine, la giustizia!

Beato quel popolo ov’è la Repubblica protetta dal Crocifisso, e il Crocifisso difeso dalla Repubblica, mentre con sì mirabile unione, resta assicurato il doppio bene all’uomo in ordine alla terra e al Cielo.

Cari miei figli, mentre io su questo Altare, consapevole dei miei voti e delle antiche mie lagrime, Altare che mi mostra le sacre ceneri del mio Vescovo Fortunato, Altare che mi ricorda i favori e i voti dell’Ammirabile Madre Maria, mentre io deposito i miei già formulati giuramenti, voi venerateli con Religione. Son giuramenti del vostro Vescovo. Ma ad un tempo accoppiate ad essi le vostre risoluzioni, fervide risoluzioni d’osservare la santa legge di Dio, d’amarvi in Dio, d’essere cittadini nelle vostre intraprese, diretti sempre alle intenzioni di Dio

Oh, Dio, piovete amoroso Sole dal Cielo, che infiammi di carità, illumini le nostre menti, ecciti in cuore, generosi affetti di religione e di Fede.

Rendete santo il Pastore, rendete sante la Greggi onde tutti possiamo un giorno cantarvene, nell’eterna Gerusalemme, inno più giulivo e festoso, del festoso inno giulivo, che ora sciogliamo qui ai piedi del vostro Altare.

Nota: questo foglio, probabilmente portato da don Valeriano Orazi segretario del vescovo di Fano e canonico a Santa Vittoria, ov’è rilegato nel registro n° VI “Iura”, carte 359-360.

 

Documento n. 5

Proclama di Fernando re di Napoli – 14 novembre 1798 (ortografico)

= FERDINANDO IV per la grazia di Dio re delle Sicilie e di Gerusalemme, infante di Spagna, duca di Parma, Piacenza, gran Principe ereditario delle Toscane etc.

Quantunque fin dal principio delle rivoluzioni politiche, che da qualche tempo hanno turbato la tranquillità in varie parti del mondo, avessimo noi procurato di provvedere alla costante sicurezza dei nostri reali Stati e Domini col tenerle lontane le perniciose massime e i seduttori, riordinare ed accrescere le nostre forze armate, stringere con più forti nodi le alleanze con le potenze amiche, stipulare trattato di Pace con la Repubblica Francese, ed esaudire ogni altro mezzo di operazioni pacifiche: pure nondimeno ci siamo trovati nella dura circostanza di vedere in pericolo la quiete ed indennità dei nostri Stati per motivo dell’inaspettata mutazione di Governo del limitrofo Stato Romano, accompagnata dalla sovversione di ogni sano stabilimento, dal danno della santa religione cattolica e da civili discordie e luttuose scene di massacri e depredazioni. Questi avvenimenti, l’imprevista occupazione dell’Isola di Malta di nostra regia pertinenza e le continue minacce di prossima invasione nei nostri Domini, confermate da apparecchi guerrieri e da movimenti di truppe alla volta di questo Regno di Napoli, ci hanno indotto a prendere altri più efficaci provvedimenti, onde allontanare dai nostri Domini qualunque danno e pericolo. Abbiamo pertanto determinato di fare avanzare il nostro reale esercito dentro lo Stato Romano fin dove l’urgenza lo richiederà, con la ferma volontà di ravvivarvi la cattolica religione, farvi cessare l’anarchia, le stragi e le depredazioni, ricondurvi la Pace, e porlo sotto il regolare Governo del suo legittimo Sovrano. Dichiariamo ai nostri amatissimi sudditi, agli abitanti dello Stato Romano, ed agli altri popoli dell’intera Italia che (lungi dal muovere guerra contro alcuna Potenza) il solo desiderio di provvedere alla loro sicurezza e di rendere il dovuto onore alla religione ci ha mosso a questa intrapresa nella quale Noi col soccorso del sommo Dio, secondati dai validi aiuti dei nostri grandi alleati e dall’opera delle Nazioni Italiane, speriamo avere felicissimi eventi. Noi stessi alla testa dei prodi soldati del nostro invitto esercito, dirigeremo le loro operazioni militari e ci impegneremo di fare uso delle loro forze nei soli casi di resistenza e di aggressione, mentre in ogni altro rivolgeremo le nostre cure soltanto agli indicati sacri oggetti della Religione e del riordinamento del Governo dello Stato Romano. Con tale prevenzione adunque esortiamo gli abitanti tutti del detto Stato Romano di deporre le armi nel momento dell’ingresso del nostro esercito nel loro territorio; di conformare a quelle disposizioni che saremo per dare in favore di essi e della salvezza comune, di facilitare con i possibili mezzi e aiuti la nostra giustissima intrapresa, e di essere sicuri che Noi, facendo uso della nostra naturale giustizia e clemenza, non solo proteggeremo e ricompenseremo i buoni e virtuosi, ma ancora raccoglieremo con paterno affetto i traviati che, pentiti dei propri errori, volontariamente ritorneranno nel diritto sentiero e si sottoporranno al nostro comando.

Inculchiamo pertanto a tutti di abbandonare ogni idea di vendetta per il danno che per la passata rivoluzione gli uni avessero agli altri arrecati e di astenersi da qualunque sorta di eccesso di rappresaglia, sotto pena della nostra reale indignazione, di essere trattati i contravventori come nemici della pubblica sicurezza.

Esortiamo parimenti i Generali e Comandanti di qualunque esercito estero di far subito ritirare tutte le loro truppe fuori dal territorio romano, senza prendere ulteriormente parte nelle avventure di quello Stato la cui sorte per ragione di vicinanza e per altri legittimi motivi interessa principalmente la nostra Regia Podestà. Infine manifestiamo che dal punto in cui il nostro esercito sarà entrato nel territorio Romano, vi sarà libera comunicazione tra le sue popolazioni e quelle del Regno, del quale per provvedere alla sussistenza delle Reali truppe ed al bisogno degli abitanti dello Stato Romano, faremo nel medesimo trasportare i generi necessari di viveri ed altre occorrenze.

Dal Quartiere Generale di S. Germano 14 novembre dell’anno 1798. Ferdinando

  1. Acton

(Nel registro VI “Iura” dell’archivio capitolare Santa Vittoria in Matenano, cc.362s. Nota: la guerra del re di Napoli contro la Repubblica Romana, risulta dichiarata il 23 novembre 1798 nel “Distinto ragguaglio della totale disfatta riportata sul formidabile esercito napoletano dalle invitte falangi della Grande Nazione” stampa dell’epoca.)

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Documento n. 6

Ascoli 5 febbraio 1799: sottomissione pacifica

= LIBERTA’   REPUBBLICA ROMANA   EGUAGLIANZA

LA MUNICIPALITÀ’ D’ASCOLI

Alle Popolazioni vicine, Perdono, e Pace per le Communi Armate del Tronto. Dopo varie trattative in iscritto, e a voce colla mediazione nostra, e per mezzo de’ virtuosi Ecclesiastici, Secolari, e Regolati, spediti in tutte le Comuni, il General Francese dimostrando la sua brama di fare cessare i disordini, e risparmiare le conseguenze funeste di una spedizione di Truppe sulle nostre Campagne, trovò il Comandante, e Capitani delle Popolazioni armate, nelle medesime disposizioni di procurare il maggior bene; Quindi in risposta ad un foglio dei prelodati Capitani de’ 4 Febraro furono sottoscritti i seguenti Articoli fissati dal prode, ed umanissimo Generale.

Ascoli 5 Febbraro 1799 V.S. 17 Piovoso, Anno 7. della Repubblica Francese.

Il Generale Francese vede con piacere, che i Montagnoli Insorgenti vogliono acconsentire alla Pace.

Le Truppe Francesi non possono farne, che di onorevole, e di giusto: in conseguenza il Generale Francese animato dal desiderio della Pace, non può donarla, che alla Condizione di già descritta cioè:

  1. Perdono generale per tutte le Communi.
  2. Tutte le Communi daranno un Ostaggio della loro sincerità alla Pace.
  3. Questi Ostaggi saranno sotto la risponsabilità di un’abitante di Ascoli.
  4. Niuno sarà ricercato nella sua passata condotta.
  5. Non sarà levata alcuna requisizione alle circostanze insorte.
  6. Nel Caso, in cui non possa trovarsi un Ostaggio ne’ Villaggi, il Generale Francese accetterà un Abitante, o Prete di Ascoli, che rappresenterà questo Villaggio. (…) Firme di 22 Comandanti (omesse)

 

ARTICOLO ADDIZIONALE

Se non si sono posti gli Articoli relativi al servizio della Religione, alle Campane, e alle Prediche, è perché questi Articoli non possono incontrare alcuna difficoltà poiché già sono accordati dal Capo medesimo delle Truppe, il quale da vari giorni ha dato l’ordine di far suonare le Campane, ed hà protette tutte le Chiese, e promesso il libero esercizio del culto; poiché in fine la facoltà la più intiera sopra questo punto è già accordata da un Proclama del Generai Dahesmer. Per scanzo di ogni equivoco, il Generale Francese conferma le disposizioni a questo riguardo.   Ascoli 17. Piovoso Anno 7. DARGOUBET

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Documento n. 7

PROCLAMA 26 maggio 1799 a Servigliano per l’insorgenza

Per FERDINANDO IV Re delle Due Sicilie e di Gerusalemme, ecc.

Il conte CLEMENTE NAVARRA

Brigadiere delle Truppe arrolate in massa, Napol. e Pontificie

«Ergete la fronte, Popoli generosi del Piceno. Eccovi il felice momento di ravvivare la nostra Santa Religione, di rimostrare il nostro attaccamento al Sovrano e di sottrarci da questa anarchia che sì barbaramente ci opprime. Correte tutti alle armi, e ricordatevi di quel ch’è scritto nelle Sagre Carte nel libro di Judith, cap. 15, v. 6: Omnis itaque regio omnisque Urbs electam Juventutem armatam misit post eos, et persecuti sunt eos in ore gladii quousque pervenirent ad extremitatem finium eorum.

Io vi chiamo a difendere la causa comune, fidate in Dio, nei grandi alleati, nel coraggio avito… Si agirà col massimo rigore delle leggi, perché ritorni il buon ordine, facendo noto a tutti con questo Editto, che in ciascun paese siano reintegrate le Magistrature, alle quali inculco di proibire affatto, che truppe di gente armata dal capriccio, col pretesto della buona causa, vadino scorrendo per le campagne e paesi, arrestando delle persone, e farsi lecito di saccheggiare, fucilare, ed incendiare. Chiunque ardirà ciò tentare sarà considerato come nemico dello Stato, e punito come tale. Ogni truppa armata dovrà dall’invitto mio generale de Donatis, o da me dipendere, né si riconosceranno altre truppe, che quelle da Noi disposte, ma gli abitanti tutti siano preparati a prendere le armi al suono delle campane a martello; ed accorrere al bisogno, se mai truppa nemica ardisse attaccarci, avvertendo, che quel paese, che tardasse ad accorrere, sarà dichiarato ribelle, e come nemico della patria militarmente castigato. Epperò voi tutti del clero, e specialmente voi, Pastori delle Anime, concorrete ad una impresa così gloriosa, e destate con vivezza le scintille della Pietà, e del languente costume, e fate risorgere fra le vostre contrade la purità della infallibile Nostra Religione, e tentare ogni mezzo coll’esempio, e colla voce, perché ritorni in noi quella pace, che finora ci è stata sì barbaramente rapita. Chiunque vorrà con Noi prendere le armi in questa sì nobile gara, si presenti a me, e agli Uffiziali maggiori per avere le necessarie istruzioni e per essere autorizzati colle patenti del Re delle Due Sicilie e più d’ogni altro io chiamo coloro che con eguale valore e fedeltà diedero prova allorché erano aggregati alle truppe Pontificie.

Dato dal Quartiere gen. di Servigliano, questo dì 26 maggio 1799. »

Documento n. 8

PROCLAMA: Ascoli 27 maggio 1799 per l’insorgenza

= FERDINANDO IV PER LA GRAZIA DI DIO RE DELLE DUE SICILIE DI GERUSALEMME ECC.

  1. DONATO ANTONIO DE DONATIS GENERALE IN CAPO DELL’ESERCITO IN MASSA PER LA SUA MAESTÀ’, CHE DIO LA GUARDI

«Popoli di Acquaviva aprite ormai gli occhi alla luce del giorno. Sentite la voce di uno, che ama il vostro vero bene. O Voi stringete le armi in favore delle nostre vittoriose truppe, ed allora troverete in Noi un amico sincero, ed affettuoso, che lungi dal prendere vendette delle vostre insolenze passate addosserà la valida protezione e di Voi, e delle sostanze vostre: o vi dichiarate nostri nemici, ed allora aspettatevi pure, che Noi con tutte le nostre forze affronteremo i vostri fuochi, vi piomberemo addosso, vi saccheggeremo usando ogni rigore militare. Pensate a Voi: decidete con prontezza e dentro due ore mandatene la risposta ».

Ascoli, 27 maggio 1799.

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Documento n. 9

Insorgenza: 26-29 Maggio 1799 a Castel Clementino

Dì 26 del corrente mese di Maggio: si manifestò a Castel Clementino il piano di una controrivoluzione da eseguirsi con l’aiuto e intesa degli Insorgenti Napoletani, alla cui testa si pose Clemente Navarra con la carica di Brigadiere a lui conferita da D. Donato De Donatis, generale in capo dell’Armata in massa Napoletana. Con l’intesa, come dicono, che la mattina seguente dovesse ivi giungere l’avanguardia di tale armata. La mattina del divisato giorno si cercò che i Parroci di detto luogo avessero predicato dall’altare di doversi tutti venire contro i francesi; ma i Parroci mostrarono ripugnanza di farlo, e il curato Burocchi per non esserci obbligato pensò di celebrare nella sua chiesa. Nonostante s’inalberò la Bandiera Napoletana, e si affissero editti con i quali s’invitava il popolo ad unirsi e si ordinava il ristabilimento delle antiche magistrature. La Terra di Santa Vittoria si accomodò per prima a seguire tale piano. Vi si atterrò l’Albero, si unirono delle persone, e alla testa uscì il noto Majeschi il quale si mostrò meno impegnato. Dietro tali incitamenti il giorno appresso 27 detto, la campana di Castel Clementino, che aveva cominciato a suonare a martello insieme col tamburo la sera innanzi seguitò a fare lo stesso

fin dalle otto della mattina e lo stesso si fece in Santa Vittoria, per adunare gente. Il dopopranzo di tale giorno si sentì simile furore e rimbombo di tamburo in M. S. Martino dove però non accorsero se non pochissimi contadini, che, sentito il motivo, amarono meglio di tornarsene alle loro faccende della campagna.

Ieri mattina 28 si intese lo stesso suono in Sant’Angelo <in Pontano> dove era stato dichiarato capitano Giuseppe Gentili. Per buona sorte di questo luogo, la commissione di fare lo stesso fu data all’Egamennoni insieme con la patente di capitano e i proclami da affiggersi, con ordine di eseguire tutto appena qui ritornato. Ma poiché la patente l’aveva presa per forza, come dice, non eseguì punto l’addossatagli commissione, cosicché questo luogo si preservò immune fra l’incendio che ardeva in ogni intorno, e siamo stati solo spauriti di quello che facevano gli altri, fino alle ore 14 circa del giorno di ieri, quando si intesero dalla parte di Castel Clementino delle scariche di moschettieri, che, ignorando noi cosa significassero, senza pensare alla zuffa che vi seguì col distaccamento della truppa francese e insorgenti, non sapevamo indovinare la causa. Se ne concepì però un sospetto, al vedere per mezzo del cannocchiale, che truppa di gente dalla parte di Falerone andava direttamente a quel luogo, e passava il fiume senza scalzarsi. L’eccidio seguito fu poi saputo da persone che, per curiosità di sapere, s’inoltrarono verso quella parte e più in dettaglio si raccontò iersera, e questa mattina. I morti insorgenti sono stati almeno venti. Tra questi il figlio del Navarra che fu incontrato dalla truppa vicino al molino di Falerone, mentre con 50 insorgenti circa, andava in Falerone, e il capitano benedetto Gualtieri fu ucciso poi in casa al tempo del saccheggio, che fu dei più feroci, con altri vari dei quali non so il nome, e fra questi la persona che stava a suonare le campane a martello, la quale fu sbalzata dalla torre. Secondo le relazioni che giungono, oltre allo spoglio generale fatto in tutte le case di quanto vi era – e vi era molto in alcune specialmente, che non si persuadevano di tale visita – vi è stato il massacro di tutto il mobilio che non si poteva trasportare. I cristalli e i vetri delle finestre furono rotti, i parati lacerati, i comò, i tavolini, le sedie, fatti in pezzi. Insomma si fece un macello e di carne e di roba, come ognuno può figurarsi e come si sentirà più dettagliatamente in appresso.

La sera innanzi <27> di questo tragico fatto si erano fatti arrestare e condurre in quel quartiere generale (così denominato quel luogo dal proclama) il Valeriani e il Venantini di Santa Vittoria; altri di là erano fuggiti, come avevano fatto parimenti altri da Falerone, il cui popolo, come quello di Montegiorgio, era stato il primo ad accorrere per arruolarsi.

Il Brigadiere Navarra si salvò con la fuga, e così si salvarono altri uniti con lui, che presero la fuga chi per una parte e chi per un’altra. La truppa poi che si aspettava dalla parte di Ascoli la mattina del 27 non era giunta e non giunse, perché a Mont’Alto trovò delle resistenze. Il Majeschi che aveva tanto brigato è restato morto anche lui. Raccontano che alle ore 4 del 26 partisse dal quartiere

generale e se tornasse a Santa Vittoria, cosicché non fu presente alla zuffa, ma inteso poi quanto successo, dicono che tornasse là per comprare delle robe prese nel saccheggio e che da quattro contadini fosse ammazzato avendogli trovato addosso molti “pezzi duri”.

Non mancò poi neppure qui una scenetta e fu che alle (ore) 19 circa di ieri 28 si presentò il capitano Giuseppe Gentili con sette altre persone del seguito, entrati per la porta del forno, i quali direttamente andarono alla porta del convento di San Francesco, andando dicendo per la strada Napoletani! Napoletani!

Appena smontato di cavallo il capitano suddetto, invece di entrare in convento, fece sul momento arrestare Giovanni Vecchi che passava in quel punto, e poi per la stessa strada, se ne ritornarono indietro senza far altro. Giunti avanti alla casa di lui, si fece incontro la moglie che si mise con le lacrime a scongiurarli di lasciarle il marito; ma il capitano diceva di condurlo al quartiere generale (che non so dove fosse) e gli altri di farlo a pezzi fuori della porta come Giacobino e supposto reo di aver <informato> i francesi perché venissero contro Castel Clementino. Il fatto è che lo condussero fino a San Rocco, ma poi, sopraggiunto il padre e don Santi Luccarini, li cominciarono a pregare di nuovo del rilascio; e sul giuramento che prestò don Santi che non fosse Giacobino, e che non aveva mai avuto alcun carreggio lo dimisero e se ne andarono per i fatti loro.

Ecco la storia genuina dell’accaduto nelle nostre vicinanze, e qui preghiamo Dio che le cose finiscano così. Ma temo di peggio. Pacifico Cornacchia di Santa Vittoria, arrestato dai contadini, fu condannato a Mont’Alto. Andreozzi restò ferito in faccia. Marinelli scampò la morte fuggendo in certi fossi. Majeschi rimase ucciso. Tutti questi andavano uniti a Castel Clementinoper ottenere dal comandante francese che non facesse andare la truppa a Santa Vittoria, dove si credeva <fosse> diretta dopo il sacco di Castel dementino.

(Autore anonimo probabilmente faleronese di un manoscritto n. 946 presso la biblioteca comunale di Macerata qui riferito in trascrizione corretta per l’ortografia)

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Documento n. 10

IL COMANDANTE GENERALE DELLA MONTAGNA GIUSEPPE CELLINI AI POPOLI DELLO STATO PONTIFICIO – INDIRIZZO –

Ascoltate, o Popoli amici, la voce di chi ama il vostro bene. Non è più tempo giacere in una colpevole inerzia, e sostenere più lungamente una fatale indifferenza. Tutti i vostri Fratelli limitrofi all’Abruzzo Ultra e Citra colle anni in mano già sono in Campo. Essi sull’esempio dei valorosi Sanniti, e da loro scortati, han combattuto e son vincitori. Entro le mura de’ loro Paesi più non spira liberamente l’aria impura, né alcun Francese, né verun perfido Giacobino. Sì l’uno, che l’altro si trova fra’ ceppi, o pallido fugge, e ramingo. Quanto audace si mostra questa infida genìa nel vederci avviliti, tanto vile or si dimostra vedendo il nostro coraggio, l’unione e i progressi delle nostre armi. Queste già spiegano su una ben larga estensione la sua energia. E’ stato un punto, un punto solo investir Norcia, Cascia, Visso, Serravalle, Ponte della Trava, Camerino, Ascoli, Mandola, Comunanza, 5. Vittoria, Montalto, Monte di Novo, Affida ecc. ecc. occuparli, e sollevarli. E’ brava la gente, che muove all’impresa, esperti i Duci che la guidano.

Or siam giunti al felice momento, in cui tutta la fiorente un dì, ed ora languida, e desolata Marca è per prendere l’Armi su cui dietro al divin soccorso, è riposta la propria, e l’altrui salvezza. Correte, o Popoli amici, correte ad unirvi con Noi. Non dubitate, la vittoria è nostra. Non vi è più da temere. I Mari, che bagnano la bella Italia, appena reggono a sostenere gl’immensi Legni Inglesi, Moscoviti, Lusitani, Ottomani. Poche di essi si sono presentati in Ancona, e pochi colpi di Cannoni han fatto sentire a quella bloccata città; e nondimeno han destato in essa la più spaventevole costernazione.

L’invitte Falangi Austro-Russe sono arrivate a Bologna. A Soffia è giunto il real Principe di Napoli con il Figlio del Gran Signore conducente un Esercito sorpendentissimo. Da altra parte vola a prestarci aiuto l’immortale Cardianal Ruffo. Noi ci troviamo con numerosa Leva in Massa, al cui fianco vedesi la intrepidezza, il coraggio, la vittoria. Fiancheggiati, protetti, alleati, assistiti da tante Forze, ditemi, vi può essere da temere? Non vi fate ingannare da certi spiriti deboli, o maliziosi Allarmi, Allarmi.

A ciò vi obligano i doveri della propria coscienza, l’amor della Patria, la fedeltà giurata al Sovrano, la Professione di nostra Santa Religione, la quale, sussistendo, per altro breve tempora Cabala Filosofica, Ateistica, Massonica, va ad annientarsi nei nostri Paesi; vi obbliga il bene delle vostre Famiglie, la tenera vostra Figliolanza, che riclama il Cristiano costume, e la sana educazione; vi obbligano il pericolante onore delle vostre Mogli, il pudore compromesso delle vostre Figlie, i beni già invasi, i diritti violati, le proprie persone colle minacce, e colle armi tante volte investite. Se all’aspetto di santi motivi, e di sì potenti aiuti voi non vi scotete, voi siete colpevoli. Tremate. Il colpo desolatore poco

sta a piombarvi sulle Persone, e sulle Sostanze. Odiosi a Dio, al Sovrano, al Popolo fedele, che aspettar mai non vi dovete di avverso? Deh! riunitevi con noi, e non soffrite alcun disastro.

Giacobini, rovesciatori del Trono, sacrileghi invasori de’ Beni Ecclesiastici, Profanatori de’ Luoghi Sacri, Distruttori dell’Ordine sociale, Increduli, Miscredenti, Depravatori del buon Costume, Soldati della Cabala Ateistica voi impallidite, e ponete le ali ai piedi. Ma, che giova? L’arco feritore è rivolto contro di voi. Molti de’ vostri pari o son caduti, o son fra le ritorte. Lo so, voi fuggite: ma dove alla fine miseri andrete? Ovunque strascinate l’indegna esistenza, seguiravvi il rimorso tormentatore: ovunque troverete nemici; ovunque l’odio, l’esecrazione vi accompagnerà. Giacobini ricredetevi. Ancora siamo in tempo. Abbracciate anche voi la difesa della Causa comune, e sarete salvi. Ma se per altro breve spazio vi restarete ostinati nel partito Filosofico, guai a voi; siete perduti. Tremate.

In Camerino dal Quartiere Generale 5, Giugno 1799 G. Cellini Comand. Gener. In Capite.

In Camerino 1799. Per Vincenzo Gori.

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Documento n. 11

Difesa repubblicana: Ascoli 4 giugno 1799

LIBERTA’           EGUAGLIANZA      REPUBBLICA FRANCESE

Dal Quartiere Generale d’Ascoli li 16 Pratile Anno VII della

Repubblica Francese una, ed indivisibile.

MONNIER Generale di brigata Comandante in Ancona, e ne’ tre Dipartimenti riuniti in istato d’Assedio

La Città d’Ascoli, divenuta il soggiorno de’ Briganti Abruzzesi, ha posto il Dipartimento nel rischio di perdersi. Gli Abitanti di questa Città ribelle avevano già presa la Coccarda rossa, e trasformate in autorità Monarchiche le autorità tutte della Repubblica. Essi han dirette le orde de’ Briganti co’ quali eransi unite, e quest’uomini infami, vantando il nome di Dio, del Re, e de’ Preti, han commesso i più detestabili eccessi sulle persone, e se ne hanno usurpato tutte le mobili proprietà, ovunque si son presentati. Le prime lor vittime sono state le Comuni di Offida, di Castorano, di Colli, dì Pagliare, di Monte Prandone, e nelle Campagne che se estendono fino a Montalto.

Non potendo sì fatti eccessi non eccitare la generale indignazione, debbon essi risvegliare tutta l’energia delle autorità Civili, e precisamente dalle Guardie

Civiche, per opporsi vigorosamente alle intraprese, che tentar potessero nuovamente gli enunciati Briganti.

Le Truppe Repubblicane si misero in moto: I Briganti sono stati battuti a S. Benedetto, a Ripatransone, in Acquaviva. Hanno fatta la lor ritirata in Ascoli, e là si erano fortificati. La Città La presa d’assalto dopo due ore di combattimento. Questo giorno è stato spettatore delle nostre complete vittorie, e gli scellerati sono stati puniti. Tutti coloro, che non hanno imitato il lor Generale nella fuga, sano caduti sotto i colpi Repubblicani.

Le Truppe, ch’io lascio nel vostro Dipartimento, occupano delle posizioni vantaggiose. Sarà però stabilita, sotto la sorveglianza dell’Amministrazione Dipartimentale, un Cordone sul Tronto composto della Guardia Civica. Una colonna mobile si metterà subito in azione per portarsi su tutti i punti minacciati, ed occupati dai Briganti suddetti.

Ogni Brigante arrestato sarà fucilato sull’istante. Le Comuni, che non si opporranno al loro ingresso, incorreranno nelle pene già significate nel Proclama del giorno 14 (2 giugno).

Signato MONNIER

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Documento n. 12

Ladroneggi degli insorti, luglio 1799, Ascoli

GIUSEPPE COSTANTINI ALIAS SCIABOLONE COMANDANTE LE TRUPPE IN MASSA PER SUA MAESTÀ’

FERDINANDO IV E POTENZE ALLEATE

Io sono informato dei continui ladroneggi che tuttodì si commettono sì in mobili che in bestiami a svantaggio di pacifici contadini. Sono esacerbato oltremodo per tali misfatti e ne prenderò le misure le più forti. Sotto pretesto di nuocere ai giacobini, si commettono l’empietà le più esacrande. Nessun individuo ha il diritto di ciò fare, ancorché il sapete, ma compete al solo sovrano. E’ questo un procedere che si oppone alla Religione Cattolica ed alle leggi di qualunque Governo. Il fulmine del castigo sta per piombare sopra a quelli che invece di desistere da un tal procedere non restituiranno sull’istante ciò che ànno rubato contro ogni diritto di natura e contro la legge di Dio. Io parto sì per unirmi al prode Generale La-Hoz e battere i Francesi; ma guai a quelli che prenderanno a scherzo questa mia risoluzione. Sarò inesorabile anche co’ miei più stretti di sangue.

Ordino però che subito si rimettino i massari ne’ rispettivi paesi i quali formeranno un processo a quelli ritengono o hanno preso bestiami.

Tutti gli abitanti de’ paesi e contadini si uniranno ad arrestare questi

perturbatori del buon ordine. In caso disperato e di resistenza, li autorizzo a far fuoco a tal razza di gente tanto perniciosa alla società.

Questo ordine stampato che sarà, voglio sia affisso in ogni paese e pubblicato nelle Chiese dai rispettivi curati.

Dal Quartier Generale di Lisciano 16 luglio 1799.

LUIGI ANELLI Segretario.

 

Documento n. 13

REGGENZA a Macerata, 20 agosto 1799

L’IMPERIALE – REGIA – PONTIFICIA REGGENZA DELLA MARCA DI FERMO E DI ANCONA

EDITTO

Per supplire alle immense spese, che seco porta il mantenimento di una Truppa attualmente impiegata alla difesa di una causa tanto nobile, e gloriosa, necessita ricorrere sull’istante a dei temperamenti quanto pronti, altrettanto capaci a produrre tutto ciò, che faccia d’uopo al servizio della medesima. Avrebbe voluto l’imperiale-Reggia-Pontificia Reggenza dispensarsi dall’addossare alle Popolazioni qualunque più piccolo peso, ma I’ urgenza dell’affare, e la santità della causa, che si è impresa a trattare, e che siam prossimi a sentire finalmente decisa, esiggono nuovi sforzi da tutti. Quindi è, che dopo le più mature riflessioni, e li scandagli più esatti, quello essendosi creduto il temperamento meno sensibile di ricorrere all’imposizione di un Testarico, regolato però, e diviso nel caso presentaneo in quattro diversi gradi, si è trovata nella circostanza di determinare, come appresso.

Primo = Tutti gl’individui delle Famiglie Nobili, o ascritte in primo grado in qualunque Città, o Terra, comprese in questa Classe le Comunità Religiose, dovranno subito sborsare in mano dei rispettivi Esattori pubblici a quest’effetto deputati uno scudo per cadauna Testa, con l’obbligo di pagare per ciscun Uomo o Donna di servigio paoli tre moneta di rame.

Secondo = Tutti gl’individui delle Famiglie del secondo ceto, o grado, del primo , e secondo de’ Castelli, e de’ Mercanti saranno tenuti per lo stesso titolo pagare bajocchi 40 per cadauno, t ame sopra.

Terzo = Tutti gl’individui delle Famiglie di qualunque altro grado, o ceto saranno obbligati pagare bajocchi dieci per ciascuno come sopra.

Quarto = Tutti li Coloni dovranno pagare bajocchi cinque per ogni testa come sopra.

Macerata dalla Reggenza 20 Agosto 1799.

(Omissis)

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Documento n. 14

<RICORDO DEI NAPOLETANI A PEDASO>

– 25 agosto 1799

È giunto finalmente in questo nostro castello di Pedaso la Real Truppa dell’Invitto Re delle due Sicilie, comandata dal prode Generale Don Donato de Donatis tanto da noi aspettato, e desiderato, ad oggetto di condursi sotto la Piazza di Ancona, dentro la quale i malvagi Francesi e i loro cinque Partitari sonosi riuniti fuggendo. Mercé un tal forte e valoroso soccorso speriamo ora vicino l’esterminio di quella perfida gente, che resiste ancora alle forze delle Potenze alleate, e speriamo altresì di vedere sollecitamente restituita l’intera tranquillità a queste nostre contrade. Intanto, siccome abbiamo ammirato la moderatezza di detta Real Truppa, che, per li vari provvedimenti dati dal riferito signor Generale, non ha recato la menoma molestia e niun danneggiamento agli interessi ed alle persone di questo castello nostra patria, così ne produciamo un completissimo Avviso al pubblico, onde tutti si esultino di giubilo e di contentezza.

Pedaso, 25 agosto 1799.

Li residenti

NICOLA BERNARDINI, Vie. for. e Dep. eccl.

PROTASIO TEODORI, Govern. locale,

BENEDETTO ROSSI, Segretario.

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Documento 15

ARMISTIZIO PACATO, 13 novembre 1799

LIBERTA’             EGUAGLIANZA           REPUBLICA FRANCESE

Ancona Assediata li 23 Brumale Anno 8vo della Republica

Tra il Generai di Brigata. MONNIER’ Comandante in Capo la Divisione di Ancona autorizzato, dal Consiglio di Guerra tenuto a questo effetto di trattare la Resa di Ancona.

Ed il Sig. Barone di FRELTCH Luogotenente Generale di Sua Maestà Imperatore, e Re, Comandante in Capo le Truppe che assediano Ancona.

La. presente Capitolazione è stata discussa, risoluta, decretata irrevocabilmente nel modo che siegue.

 

ARTICOLO PRELIMINARE

Il Generale Comandante la Divisione d’Ancona, e le Truppe sotto i suoi ordini considerando, che la Capitolazione ¡1 « Fano segnata li 8 Termidoro scorso tra le Truppe Repubblicane Francesi, ed il Sig. Comand. le Truppe Russo-Turche è  stata. Violata nella sua esecuzione per lo stesso Comandante.

Considerando, che la morte sarebbe preferibile al disonore di trattare con delle Autorità che non conoscono il Diritto delle genti.

Vista la situazione, in cui si trova la divisione d’Ancona, e vista la quarta, ed ultima intimazione di resa fatta dal Sig. Barone BRELICH, Luogotenente Generale al servizio di Sua Maestà Imperatore, e Re, Comandante, in capo le: Truppe assedianti Ancona.

Dichiara, che egli non vuole entrare in Negoziazioni, che colle Truppe, ed il detto Luogotenente Generale al servizio di S. M. Imperatore, e Re.

 

CAPITOLAZIONE – ARTICOLO I.

Le Truppe della Guarnigione di Ancona, e Forti annessi al giorno, ed ora, che saranno convenuti, sortiranno dalla Piazza con tutti gli onori della Guerra, cioè: Con Tamburo battente, Bandiere spiegate, Miccio acceso, avendo alla testa due pezzi di Cannone di Campagna coi loro Cassoni, più uno d’Infanteria per rendersi in Francia per la via di terra la più comoda; Soldati, Ufficiali, Generali, ed ogni Militare si di terra, che di mare il Console della Republica Francese, gl’ Impiegati, e agenti Civili, e Militari porteranno seco le loro Armi, Effetti, e Proprietà personali di qualunque genere.

Saranno riguardate come Truppe della Divisione di Ancona, e saranno trattate sotto tutti i rapporti come Truppe della Republica Francese i Cisalpini, Romani, ed altri Italiani formati in Legioni, Battaglioni, o Compagnie, che portano le armi nella detta Divisione.

ARTICOLO II

La Divisione sarà accompagnata, e protetta nella sua marcia sino ai Posti awanzati dell’Armata Francese in Italia da un determinato corpo di Truppe Imperiali Comandate da un Uffiziale dello Stato Maggiore.

ARTICOLO III

La Divisione, che si porterà in Francia per la via che essa giudicherà la più comoda,, marcierà a spese di S.M. Imperatore, e Re:

Ogni Militare, o impiegato riceverà la Razione di ogni genere, e l’alloggio competente al suo grado secondo le Leggi, e Regolamenti Francesi. La marcia non sarà, forzata, ma regolata militarmente dietro quella dell’Infanteria Francese. Il Genera MONIER Comandante la Divisione farà di concerto coll’Uffiziale di Stato Maggiore Austriaco la determinazione dell’alloggio, o accampamento, se sarà giudicato convenevole, come, pure delle ore di partenza, e luoghi di dimora.

Risposta: Le Truppe della Guarnigione di Ancona, e dei Forti annessi sortiranno nel giorno, ed ora convenuta dalla Piazza con tutti gli onori di Guerra richiesti per rendersi in Francia come Prigionieri di Guerra, e non serviranno contro S.M. Imperiale, e contro i suoi Alleati che dopo un perfetto Cambio.

La Truppa deporrà le Armi nel luogo che sarà fissato da un Articolo Addizionale; i soldati e sotto Uffiziali conserveranno le loro muciglie, il Generale Comandante la Divisione, il Console della Repubblica Francese, i Generali, Uffiziali di terra, o di mare, gli Impiegati Civili e Militari conserveranno le loro Armi, Cavalli secondo i loro Gradi, ed i loro Effetti Personali.

Il Generale FRELICH volendo dare una prova di stima alle Truppe della Guarnigione per la Difesa coraggiosa, e contro ogni aspettativa, che esse hanno fatto, accorda ai Sotto Uffiziali il diritto di portare le loro Sciabole per rendersi al loro destino.

E per dare alla Divisione tutta, non meno che al General MONNIER, che la comanda un attestato della considerazione particolare, e della stima di nazione a Nazione contraenti, gli concede una Guardia di onore composta di quindici Uomini a Cavallo montati, armati equipaggiati, e di trenta Carabinieri Armati.

ARTICOLO IV

Sarà accordato a spese di S. M. Imperatore, e Re il numero de’ Carri attaccati, necessarj al trasporto degli Effetti personali degli Uffiziali, Impiegati, Consigli d’Amministrazione, e dei Depositi dei Corpi della Divisione: Il numero dei detti Carri sarà, convenuto d’appresso lo stato dei bisogni, che fornirà il Commissario di Guerra Francese

Il Generale Com. la Divisione, il Console della. Republica Francese, i Generali di Brigata Lucotte, Pino, Palombini, il Capo dello Stato Maggiore della Divisione, i Comandanti del Genio, e dell’Artiglieria, il Pagatore della Divisione, i Commiissarj di Guena, e della Marina Francese, l’Agente del Commissario Civile sono autorizzati di condurre ognuno il. loro Carro coperto pel trasporto delle loro Carte di Amministrazione, come di. Contabilità, ed i loro Effetti personali qualunque.

Risposta: Accordato ma a condizione che sarà Consegnato, da chi ne avrà il dritto, al Sig. Generale Barón di FRELICH l’attestato, che le Balle degli Uffiziali e Furgoni coperti non contenghino effetti di proprietà pubblica.

ARTICOLO V

I Bastimenti da Guerra della Repub. Francese, e Corsari coi loro Uffiziali, Impiegati in Amministrazione, ed Equipaggi si renderanno in uno dei Porti della Republica nello stato che si. ritrovano al momento della sottoscrizione della Capitolazione, muniti di Passaporto, e sotto la garanzia di S. M. Imperiale.

I viveri saranno forniti a spese della detta Potenza a ragione del viaggio.

Risposta:

INAMMISSIBILE ma se le Corsare la LUPE e la VENDETTA uscite dal Porto, e potendosi ripresentarsi di nuovo, rientreranno dopo la Capitolazione, li Marinari, che ne compongono l’Equipaggio, avranno la medesima sorte, che le Truppe esistenti attualmente nella Piazza.

ARTICOLO VI

I Malati dello Spedale della Divisione che potranno essere trasportati, lo saranno a spese di S. M. Imperatore, e Re coi viveri, e medicamenti e Casse di Chirurgia, ed Uffiziali di Sanità sufficienti pel viaggio d’Ancona in Francia.

Gli Ammalati, che senza pericolo, non potranno essere trasportati, resteranno in Ancona; essi saranno protetti come un Deposito Sacro, e trattati come gli Ammalati di S. M. Imperiale.

La Divisione li confida alla lealtà ed umanità della Nazione Austriaca.

II  General MONNIER gli determinerà il numero degli Uffiziali di Sanità, ed Infermieri indispensabili sotto la sorveglianza d’un Uffiziale Militare Francese, e di un Commissario di Guerra.

Subitochè il detto Uffiziale, Commissario richiederanno il trasporto dei Convalescenti o per mare, o per terra, secondochè sarà più convenevole al loro stato, gli verrà religiosamente accordato.

ARTICOLO VII

I Prigionieri fatti tanto durante il corso dell’Assedio d’Ancona che nelle Spedizioni precedenti, e che sono in Ancona, o sopra i Bastimenti Russo-Turchi o nella Divisione occupata dal Sig. Generale FRELIGFI, saranno resi da una parte, e dall’altra immediatamente dopo la sottoscrizione della presente Capitolazione e parteciperanno delle disposizioni contenute ne’ suoi Articoli.

Risposta:

ACCORDATO, per li Prigionieri Francesi solamente, che si troveranno ancora nella Divisione del Sig. Generale FRELIC

ARTICOLO VIII.

Tutti gli Individui di qualunque Nazione, o Religione essi siano abitanti nella Città d’Ancona , o che vi si trovino, e segnatamente gli Ebrei non potranno essere inquietati, molestati, né ricercati direttamente, o indirettamente essi, e le loro famiglie sul sospetto, e per la manifestazione delle loro opinioni civili, politiche, e religiose, come per li fatti che sono risultati, pendente il cangiamento del Governo nel Territorio Romano.

Questa disposizione risguarda quei fra loro, che hanno preso le armi, o esercitato degli impieghi Civili, o Amministrativi durante quest’epoca, e che verrebbero molestati per le loro ingerenze.

Risposta:

Il Governo Austriaco farà rispettare il diritto delle Genti verso li Cittadini senza distinzione di opinioni, o Religioni, purché si sottomettino alle leggi.

ARTICOLO IX.

La Commissione Amministrativa d’Ancona, i Membri anteriori delI’Amministrazioni Centrali dei Dipartimenti del Tronto, Musone, e Metauro, dei loro Tribunali, e Municipalità, gl’impiegati in tutti questi corpi Politici, ed i Patriotti della Republica Romana, come pure li Cittadini., e Sudditi delle Potenze alleate della Republica Francese, che vorranno seguire la Divisione d’Ancona, Essi, le loro Famiglie, ed effetti avranno la liberà più intera, né potranno essere ritardati, né impediti sotto qualunque pretesto.

Risposta.

L’Autorità Militare proteggerà l’esecuzione del presente Articolo, uniformandosi alla risposta fatta nel precedente Articolo.

ARTICOLO X.

Le Vendite, e Cessioni dei Beni, fondi situati in Ancona, e suo Territorio, come anche nei Dipartimenti Musone, Tronto, e Metauro sì autorizzate dal Consolato Romano, che dalla Repubblica Francese saranno mantenute inviolabili

Risposta:

Il Sig. Generale FRELICH non puoi decidere, e lascia l’assoluzione di questo articolo ai Gabinetti.

ARTICOLO XI

Li Cittadini Francesi, e loro alleati potranno alienare, o fare trasportare come a loro più piacerà per terra o per mare a loro spese gli effetti, e mercanzie da loro acquistate sino a quest’oggi.

Risposta:

Accordato; se gli Effetti, e Mercanzie non provengono dai Bastimenti, e Carichi presi dai Corsari sopra i Sudditi di S.M. Imperiale, e che non sarebbero stati giudicati di buona preda.

ARTICOLO XII

Sarà permesso alle persone comprese negli Articoli 8. 9.10. 11. di disporre delle loro Proprietà fondarie, e mobiliarie di venderle, o alienare, o percepirne l’entrate, come a loro piacerà: potranno egualmente in caso di vendita, o alienazione trasportarne esse medesime l’amontante, o inviarlo a loro piacimento nei luoghi, ch’essi desidereranno in Oro, Argento, Viglietti a ordine, o Cambiali.

Le suddette Persone potranno in conseguenza nell’intervallo dei sei mesi a contare dal giorno della sottoscrizione della Capitolazione continuare esse medesime la vendita dei loro Beni, e l’esigenza dei loro Crediti con tutta quiete, se esse non amano meglio abbandonare il Paese colla Divisione d’Ancona, e lasciare i Procuratori generali, e speciali, i quali godranno della protezione, di cui avrebbero goduto restando in Ancona.

Risposta:

ACCORDATO, se i Beni, di cui si tratta non erano di pertinenza dell’Antico Governo, delle Comunità Religiose soppresse; o dei Particolari Emigrati.

ARTICOLO XIII.

I Consoli di Spagna, e di Genova avranno la facoltà di restare in Ancona per lo spazio di sei mesi per terminarci i loro interessi con tutta garanzia delle loro Persone, Famiglie, Proprietà, e Carte Personali, o risguardanti le loro Amministrazioni, se meglio non amano ritirarsi colla Divisione d’Ancona, ed in tal caso saranno trattati come il Console della Rep. Francese.

Risposta:

I detti Consoli saranno rispettati, e protetti.

ARTICOLO XIV.

Se vi fosse qualche Articolo nella presente Capitolazione soggetto o qualche oscurità sarà interpretato secondo I’equità a favore della Divisione d’Ancona.

ARTICOLI ADDIZIONALI.

  1. La Cassa del Pagatore della Divisione, i Viveri, ed effetti dei magazzeni della Rep. Francese saranno rimessi appresso ricevuta nelle mani dell’Assediarne, segnata che sarà la Capitolazione.
  2. L’artiglieria dei Forti, del Porto, della Piazza, ed oggetti annessi, le Piante, e Carte relative alle Fortificazioni, ed all’interesse militare del Paese, saranno rimesse ai Commissarj , che saranno destinati per riceverli, dopo averne fatto Inventario, e rilasciata Ricevuta.
  3. Li disertori dell’una, e l’altra parte saranno restituiti.

Risposta:

CONVENUTO per li Disertori Austriaci solamente

  1. Per la garanzia, ed esecuzione di tutti gli Articoli della Capitolazione saranno dati degli ostaggi, ed il Sig. Barone di FRELIC Tenente Generale Commandante le Truppe Assedianti Ancona si rende responsabile della sicurezza della

Divisione dal momento dell’occupazione dei Posti sino al suo destino, come anche dei danni che potrebbero esser fatti a quelli, che la compongono.

  1. Segnati che saranno gli Articoli della Capitolazione, i Picchetti delle Truppe di S. M. Imperatore, e Re occuperanno le Porte di Francia, e Farina in numero eguale, e congiuntamente ai Francesi.
  2. Ventiquattro ore dopo la sottoscrizione dei ridetti Articoli le Truppe della Divisione d’Ancona evacueranno i Forti, e la Piazza in una sola Colonna con tutti gli onori della Guerra ottenuti nell’Articolo primo: si renderanno il medesimo giorno a Sinigaglia con le loro armi, che deporranno, eccettuati li Militari, ed Impiegati, che devono conservarle.

Risposta:

Convenuto, ma la Truppa Prigioniera deporrà le sue Armi a Fiumesino.

Fatto, convenuto, e decretato in Ancona li 23. Brumale an. 8, della Republica Francese una ed indivisibile.

Il Generale di Brigata Comandante la Divisione d’Ancona MONNIER

Sottoscritto Piè della Croce 13 Novembre 1799.

FRELIH Tenente Generale

DOCUMENTI RELATIVI ALLE INSORGENZE NEL PICENO NELL’ANNO 1799

a cura di Carlo Tomassini

Documento n. 1

Lettere di Pio VI e Giuseppe II d’Asburgo – 3 e 19 agosto 1782

= PIO VI. Prevalendoci di quella amichevole libertà che piacque alla M.V. gentilmente esibirci, cioè che quando avessimo inteso che fosse per farsi da V.M. alcuna mossa, che avessimo creduta discorde dalle buone regole e pregiudizievole alla Religione, ne avessimo scritto confidenzialmente in dirittura alla M.V. Quindi è che essendoci pervenuto all’orecchio che V.M. vada pensando di togliere tutti i fondi alle Chiese ed agli ecclesiastici della sua monarchia, e ridurli semplici pensionarj, non possiamo dispensarci di pone in vista che se si effettuasse un tal pensiero, ridonderebbe alla Chiesa una lacrimevole lesione ed ai buoni uno scandalo irreparabile. Non è di nostra ispezione entrare nel politico e nell’economico de’ suoi Stati – benché in questa parte non cediamo a qualche Affezionato suo per ogni di lei giusto vantaggio — tuttavia non dobbiamo prescindere dai riflessi di deperizione delle rendite ecclesiastiche che coll’amministrazione da farsi dai secolari dei fondi non propri, dell’infrazione dei patti stabiliti fra’ suoi antecessori e diverse province, della ferita apportata alla Costituzione degli Stati, della violazione delle disposizioni dei pii fondatori, delle conseguenti pretensioni, che susciterebbero i loro eredi di rivendicare gli stessi beni: tutto ciò lo lasceremo da parte, come oggetti alieni dal nostro ministero, e che non sfuggiranno dalla penetrazione di V.M. Parleremo soltanto di ciò che non possiamo omettere per debito di coscienza, e le diciamo che il privare le chiese e gli ecclesiastici del possesso dei loro fondi temporali è in dottrina cattolica un errore manifesto, condannato dai Concili, esecrato da’ santi Padri e qualificato dai più rispettabili scrittori per dottrina velenosa, per dogma scellerato. Ed infatti per sostenere una tal massima a pro del sovrano, convien ricorrere ai falsi insegnamenti dei Valdesi, dei Vecleisti e degli Ussiti e di quanti altri pur sono andati d’accordo con loro, e specialmente dei liberali infetti del tempo. Non dobbiamo qui annoiare con una tessitura di citazioni nelle quali si legge che quelli che mettono mano ai beni della Chiesa per loro profitto, Rei sunt damnationis Ananie et Saphire et oportet eiusmodi tradere satane ut spiritus salvus sit in die Domini. Solo ci ristringeremo a riscrivere quanto nel XII secolo avvertì Giovanni patriarca d’Antiochia, che quantunque scismatico, non poté soffrire l’abuso del Principe che voleva, come utile, disporre a favore de’ suoi Stati dei fondi delle Chiese, così scrivendo: “Essendo tu uomo corruttibile, mortale e di corta vita, osi di dare ad un altro uomo quello che non hai? E se dici di donare quello che hai, e pensi che siano tue le cose di Dio, fai Iddio te stesso. Qual uomo dotato di senno chiamerà ciò provvidenza ed utilità e non piuttosto trasgressione, disubbidienza estrema e perniciosissima iniquità? Come può essere e dirsi cristiano chi profana le cose, siano qualsivogliano, (de)dicate e consacrate al nostro Iddio e celeste re Cristo?” Sappiamo che i contraddittori, male interpretando ed abusando di alcuni testi delle sacre Lettere, credono di ben stabilire in questa parte i loro errori, ma noi senza venire ad un esame di tali maligne applicazioni, domandiamo a V.M. se in dicendo gli stessi autori, che in forza di altri testi delle sacre Scritture non si può ammettere nel mondo sovranità, crederebbe la M. V. che tali testi scritturali fossero chiari e convincenti per l’assunto onde doversi spogliare della sua sovranità per salvar l’anima? Noi crediamo anzi chi penserebbe il contrario, ed in così pensando, penserebbe come pensiamo anche noi. E lo stesso dee dirsi dell’altro, in cui li nemici seguenti della Chiesa, gli eretici, li cattolici di apparenza, i falsi maestri, e gli adulatori dei Principi, attribuiscono ai medesimi in base dei passi della Scrittura, il diritto di togliere alla Chiesa e ai suoi ministri la proprietà ed il possesso de’ loro beni. Dovrebbero pur sapere costoro che i Leviti d’Israello possedevano vaste campagne ed intere città e che come fondi santificati erano inalienabili ed in pertinenza del Sacerdozio. E perché dunque non conciliare il libro del Levitico, dei Numeri, dei Re con le altre espressioni che a chi non sa sembrano fra di loro contraddittorie e far lo stesso con i testi del Vangelo e con gli Atti degli Apostoli, come hanno fatto i santi Padri per tacciare, con manifeste eresie, di contraddizioni i sacri Libri dettati dalla stessa divina Sapienza? Facciamo uso di questi riflessi non perché possiamo mai persuaderci che V. M. abbia cuore di non rendere di peggiore condizione le Chiese, di qu(anto) sono le famiglie particolari, e di seguitare l’esempio di soli Principi Protestanti e segregati dalla nostra Comunione, ma affinché la M.V. senta in poche righe ciò che gli dee aver detto alcuno degli odierni pensatori. Non dissimuliamo che purtroppo alcuni fra i molti ecclesiastici faranno di tali beni un uso mai retto: ma che da ciò? Forse questa sarà ragione per farne uno spoglio ed una appropriazione chiamata sacrilega e farla generale a danno della Chiesa, dei successori e di quelli che l’impiegano secondo i dettami delle sacre Ordinazioni? Nei colloqui avuti con V. M. non entrammo in questa materia, che a termini di particolare temporaneo sequestro, e non ci siamo dimenticati di aver dette delle ragioni per le quali ci parve la M.V. persuasa a doversene astenere. Ma se ci avesse proposto il dubbio di una illimitata privazione per passare i beni delle Chiese all’amministrazione de’ secolari, le avre(mm)o aggiunto ragioni molto più rinforzate con le quali l’avre(mm)o convinta deporne il pensiero.

Quello che la mancanza di apertura non ci diede adito allora di fare colla viva voce, l’abbiamo fatto in ristretto colla presente, la quale, se non avesse eguale efficacia, farebbe conoscere a tutto il mondo cattolico che V.M. non ha fatto alcun conto dei nostri suggerimenti o che presto se n’è dimenticata: giacché in questa sola novità si conviene il rovesciamento di quelle massime cattoliche che ci permise di rilevare. Preghiamo di cuore il Signore che faccia sempre risplendere nell’effettivo Governo della M.V. quelle proteste del suo attaccamento alla purità della Religione in modo che mai restino deluse da fatti contrari. Fin qui ci siamo prevalsi di altra mano più corrente e più facile a leggersi della nostra, per affatigar e tanto di meno la vista di V.M. Con questa rispettosa dichiarazione passiamo ad abbracciarla con pienezza di affetto e col darle la Patema Apostolica Benedizione: Datum Romae apud s. Mariam Maiorem die 3 augusti 1782, pontificatus nostri anno VII. Pius pp. VI.

 

<RISPOSTA DELL’IMPERATORE>

= GIUSEPPE: Ho l’onore di rispondere a posta corrente alla lettera che là S.V. viene di scrivermi sul supposto che io voglia togliere tutti i fondi alle Chiese ed agli ecclesiastici e ridurli tutti ad essere semplici pensionarj. Le relazioni delle persone che mi procurarono già l’alto onore di vedere la S.V. alla mia residenza mi hanno anche senza dubbio procurata questa nuova testimonianza in scritto della sua amicizia e del suo zelo apostolico. Non posso dir altro, senza stendermi in lunghezze, se non che il supposto pervenuto alle sue orecchie, come la S.V. si esprime, è falso e senza andar cercando i testi tanto della Scrittura, che dei santi Padri, però sempre soggetti ad interpretazioni e spiegazioni, tengo una voce in me, che mi dice quello come Legislatore e Protettore della Religione mi convien di fare e di tralasciare. E questa voce coll’aiuto della divina grazia e col carattere onesto ed equo che mi sento, non può mai indurmi in errore. Se la S. V. vuole restar persuasa di questa verità, come lo spero, la prego anche di credermi con più filiale attaccamento e rispetto: 19 agosto 1782 Giuseppe.

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Documento n. 2

Sulla cessazione dello Stato Pontificio: P. Vincenzo Maria Strambi, anno 1798

(…) Se poi si domandasse sia espediente e vantaggioso che la Chiesa abbia dominio e Principato, vi si può rispondere che la cosa è assai dubbia e controversa anche presso le persone più savie e meglio affezionate alla stessa Chiesa. Imperocché se per una parte l’aver dominio è stato proprio perché dia alla Chiesa e ai suoi Ministri una maggior libertà nel promulgare la volontà dell’Altissimo e facilità maggiore nello stabilirne i mezzi per bene eseguirli. Per l’altra parte l’essere la Chiesa e i suoi Ministri privi di ricchezza e di dominio, pare che li mantenga più raccolti nel servizio di Dio, più distaccati dalle cose terrene, più umili in tutta la loro condotta, più affabili e più solleciti del bene del Prossimo, e cosi più amabili a Dio ed agli uomini.

Il certo si è che siccome l’uomo veramente savio si accomoda a tutte le disposizioni della provvidenza, e di quelle si prevale per adempire i disegni dell’Altissimo in bonum. Così quando una certa necessità, come la chiama S. Bernardo De Consideratione lib. 4, c. 3, faceva che si ritenesse dominio, e Principato, gli Ecclesiastici santi colla loro virtù tutto facevano servire all’accrescimento della gloria di Dio. Così mentre, non senza sovrana disposizione di Dio, la Chiesa resta priva di dominio, Dominus abstulit; gli Ecclesiastici che hanno veramente lo spirito del Signore e della sua Chiesa, non trascureranno di raccogliere da questa privazione tutti i preziosi vantaggi, che se ne possono ricavare.

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Documento n. 3

Omelia del Vescovo di Imola (futuro Pio VII), anno 1798

<Ecco le linee direttive dell’Omelia del Cardinale Chiaramonti: Libertà, fraternità, democrazia>.

«La libertà cara a Dio e agli uomini è una facoltà che fu donata all’uomo, è un dominio di poter fare e non fare, ma sempre sotto la legge divina ed umana. Non esercita ragionevolmente la sua libertà chi si oppone alla legge baldanzoso e ribelle;1 non esercita ragionevolmente la sua libertà chi contraddice a Dio e alla temporale sovranità, chi vuol seguire il piacere e lasciare l’onestà, chi s’attiene al vizio ed abbandona la virtù… La forma di governo democratico, adottata fra di noi, o dilettissimi fratelli, no, non è in opposizione colle massime fin qui esposte, né ripugna al Vangelo: esige anzi tutte quelle sublimi virtù che non s’imparano che colla scuola di Gesù Cristo, e le quali, se saranno da voi religiosamente praticate, formeranno la vostra felicità, la gloria e lo splendore della vostra repubblica » (…)

« Decidete quanto conferiscano i precetti del Vangelo, le tradizioni degli Apostoli e dei grandi filosofi Padri e Dottori cristiani a conservare la pace, a far risplendere la vera grandezza dello stato democratico, a fare di tanti uomini, dirò così, tanti eroi di umiltà, di prudenza nel governare, di carità nel fraternizzare fra loro stessi e con Gesù Cristo… Il luminoso oggetto della nostra democrazia dev’essere di stabilire la massima possibile unione di sentimenti, di cuori, di forze fisiche e. morali, onde ne derivi una soave fratellanza nella società (…) nella democrazia studiatevi di essere della massima possibile virtù e sarete i veri democratici: studiate ed eseguite il Vangelo e sarete la gioia della repubblica…

La religione cattolica sia l’oggetto più prezioso del vostro cuore, della vostra divozione e di ogni altro vostro sentimento. Non crediate che ella si opponga alla forma di governo democratico. In questo stato, vivendo uniti al vostro Divin Salvatore, potete concepire una giusta fiducia dell’eterna salute, potete operare la felicità temporale di voi stessi e dei vostri simili e procurare la gloria della repubblica e delle autorità costituite. Sì, miei cari fratelli, siate buoni cristiani e sarete ottimi democratici ».

 

Documento n. 4

Giuramento del Vescovo di Fano – 26 febbraio 1798

Voi ora siete Sovrano, o mio Popolo, e Dio, il grande Iddio vi ha dato questa sovranità. Io sono, o Popolo, il vostro Vescovo. E fu Dio che mi chiamò e per mezzo del suo Vicario mi ha assunto a carico così tremendo.

I regolatori voi siete di quelle vie che conducono l’uomo ad essere felice in terra, ed io sono il regolatore di quelle vie che conducono l’uomo ad essere felice in Cielo.

Io adoro nelle vostre mani le democratiche leggi, ma voi adorate ancor nelle mie, le leggi dell’Evangelo.

Oh sante leggi dell’Evangelo, qua, a me, oggi, che vi consegni al mio Popolo, onde egli che è Sovrano sia mai sempre democratico senza colpa, democratico con virtù. Oh, leggi democratiche, qua, a me, pure in quest’oggi. Voi avete, o Popolo, alle leggi dell’Evangelo quell’ossequio che è ben dovuto alle leggi dell’Evangelo di Gesù Cristo: morir piuttosto che violar questa legge.

Io debbo alle vostre leggi, ubbidienza e rispetto, e tal rispetto e ubbidienza che ognuno impari a rispettarle e ubbidire.

Ohimè! Se ardito io fossi di violarle, sarei colpevole di più delitti, sarei meritevole di molte pene. Ma o quali atroci pene voi pure avreste non solo in terra, ma anche all’inferno, se violate un sol precetto dell’Evangelo, se vi scostaste dagli esempi del Crocifisso:

Io no, che esser non voglio reo di in ubbidienza alle vostre leggi, ma voi nemmeno esser lo dovete a quelle che già vi imposi a nome del vostro Dio.

Deh, rammentate, o Popolo, in vostro cuore, rammentate quei giuramenti che faceste là nel Battistero, ché io, anch’io con giuramento m’obbligo al mio dovere.

GIURO, ecco, o Dio le mie parole, ecco la mia promessa, giuro fedeltà al democratico attual governo, giuro obbedienza alle sue leggi, ma ad un tempo a voi giuro fedeltà e ubbidienza, o mio Dio, fedeltà ed ubbidienza adorabili Comandamenti e alla vostra Chiesa

Oh, sacerdoti, o ministri del Divin Culto, giuro anche per voi, e Dio riceva in religioso olocausto i nostri inviolabili giuramenti.

Sebbene, ah, perché, o mio popolo, anzi miei figli, mia corona e mio gaudio, perché non posso giurare anche per voi. Voi sì che potete adesso formarvi i vostri rappresentanti, le vostre leggi, ma poi, formati gli uni, formate le altre, dovete anche voi rispettare entrambe, e ubbidire con fedeltà. E’ Dio che così vuole, quel sapientissimo Dio, che arbitro e regolatore delle sorti del mondo, le dispone e modera a suo talento.

Voi qui vedete tra i vostri concittadini, quegli che rappresentano la vostra sovranità.

Essi rispetteranno sempre la Religione, terranno da voi lontani i fulmini di Gesù Cristo, onoreranno l’infallibile successore di Pietro e la sua fede, saranno scudo e difesa al cattolico Culto, al sacro tempio, ai suoi ministri, ma tutti insieme custodi ed esecutori delle vostre leggi, ne esigeranno veglianti e solleciti l’adempimento.

Fra questa loro rappresentanza, non è ella tale che al dir di Paolo, vi obbliga ad adorare in esso gli altri decreti, e le disposizioni del vostro Dio, con spirito d’ubbidienza? Eh, sì pur dunque ubbidienza, anche per voi o mio popolo, fedeltà e ubbidienza all’attuai vostro Governo e agli attuai vostri rappresentanti. Ma avvertite questo spirito di fedeltà, questo spirito d’ubbidienza ove più vigoroso lo trovate, se non tra gli augusti veli di Religione?

Adempiansi queste leggi che io vostro Pastore vi addito nell’Evangelo e sarete Sovrani ad un tempo e sudditi integerrimi e virtuosi.

Oh, beato quel Popolo ove nelle massime e nei costumi, trionfa il Vangelo, perché trionfano insieme con lui, la pace il buon ordine, la giustizia!

Beato quel popolo ov’è la Repubblica protetta dal Crocifisso, e il Crocifisso difeso dalla Repubblica, mentre con sì mirabile unione, resta assicurato il doppio bene all’uomo in ordine alla terra e al Cielo.

Cari miei figli, mentre io su questo Altare, consapevole dei miei voti e delle antiche mie lagrime, Altare che mi mostra le sacre ceneri del mio Vescovo Fortunato, Altare che mi ricorda i favori e i voti dell’Ammirabile Madre Maria, mentre io deposito i miei già formulati giuramenti, voi venerateli con Religione. Son giuramenti del vostro Vescovo. Ma ad un tempo accoppiate ad essi le vostre risoluzioni, fervide risoluzioni d’osservare la santa legge di Dio, d’amarvi in Dio, d’essere cittadini nelle vostre intraprese, diretti sempre alle intenzioni di Dio

Oh, Dio, piovete amoroso Sole dal Cielo, che infiammi di carità, illumini le nostre menti, ecciti in cuore, generosi affetti di religione e di Fede.

Rendete santo il Pastore, rendete sante la Greggi onde tutti possiamo un giorno cantarvene, nell’eterna Gerusalemme, inno più giulivo e festoso, del festoso inno giulivo, che ora sciogliamo qui ai piedi del vostro Altare.

Nota: questo foglio, probabilmente portato da don Valeriano Orazi segretario del vescovo di Fano e canonico a Santa Vittoria, ov’è rilegato nel registro n° VI “Iura”, carte 359-360.

 

Documento n. 5

Proclama di Fernando re di Napoli – 14 novembre 1798 (ortografico)

= FERDINANDO IV per la grazia di Dio re delle Sicilie e di Gerusalemme, infante di Spagna, duca di Parma, Piacenza, gran Principe ereditario delle Toscane etc.

Quantunque fin dal principio delle rivoluzioni politiche, che da qualche tempo hanno turbato la tranquillità in varie parti del mondo, avessimo noi procurato di provvedere alla costante sicurezza dei nostri reali Stati e Domini col tenerle lontane le perniciose massime e i seduttori, riordinare ed accrescere le nostre forze armate, stringere con più forti nodi le alleanze con le potenze amiche, stipulare trattato di Pace con la Repubblica Francese, ed esaudire ogni altro mezzo di operazioni pacifiche: pure nondimeno ci siamo trovati nella dura circostanza di vedere in pericolo la quiete ed indennità dei nostri Stati per motivo dell’inaspettata mutazione di Governo del limitrofo Stato Romano, accompagnata dalla sovversione di ogni sano stabilimento, dal danno della santa religione cattolica e da civili discordie e luttuose scene di massacri e depredazioni. Questi avvenimenti, l’imprevista occupazione dell’Isola di Malta di nostra regia pertinenza e le continue minacce di prossima invasione nei nostri Domini, confermate da apparecchi guerrieri e da movimenti di truppe alla volta di questo Regno di Napoli, ci hanno indotto a prendere altri più efficaci provvedimenti, onde allontanare dai nostri Domini qualunque danno e pericolo. Abbiamo pertanto determinato di fare avanzare il nostro reale esercito dentro lo Stato Romano fin dove l’urgenza lo richiederà, con la ferma volontà di ravvivarvi la cattolica religione, farvi cessare l’anarchia, le stragi e le depredazioni, ricondurvi la Pace, e porlo sotto il regolare Governo del suo legittimo Sovrano. Dichiariamo ai nostri amatissimi sudditi, agli abitanti dello Stato Romano, ed agli altri popoli dell’intera Italia che (lungi dal muovere guerra contro alcuna Potenza) il solo desiderio di provvedere alla loro sicurezza e di rendere il dovuto onore alla religione ci ha mosso a questa intrapresa nella quale Noi col soccorso del sommo Dio, secondati dai validi aiuti dei nostri grandi alleati e dall’opera delle Nazioni Italiane, speriamo avere felicissimi eventi. Noi stessi alla testa dei prodi soldati del nostro invitto esercito, dirigeremo le loro operazioni militari e ci impegneremo di fare uso delle loro forze nei soli casi di resistenza e di aggressione, mentre in ogni altro rivolgeremo le nostre cure soltanto agli indicati sacri oggetti della Religione e del riordinamento del Governo dello Stato Romano. Con tale prevenzione adunque esortiamo gli abitanti tutti del detto Stato Romano di deporre le armi nel momento dell’ingresso del nostro esercito nel loro territorio; di conformare a quelle disposizioni che saremo per dare in favore di essi e della salvezza comune, di facilitare con i possibili mezzi e aiuti la nostra giustissima intrapresa, e di essere sicuri che Noi, facendo uso della nostra naturale giustizia e clemenza, non solo proteggeremo e ricompenseremo i buoni e virtuosi, ma ancora raccoglieremo con paterno affetto i traviati che, pentiti dei propri errori, volontariamente ritorneranno nel diritto sentiero e si sottoporranno al nostro comando.

Inculchiamo pertanto a tutti di abbandonare ogni idea di vendetta per il danno che per la passata rivoluzione gli uni avessero agli altri arrecati e di astenersi da qualunque sorta di eccesso di rappresaglia, sotto pena della nostra reale indignazione, di essere trattati i contravventori come nemici della pubblica sicurezza.

Esortiamo parimenti i Generali e Comandanti di qualunque esercito estero di far subito ritirare tutte le loro truppe fuori dal territorio romano, senza prendere ulteriormente parte nelle avventure di quello Stato la cui sorte per ragione di vicinanza e per altri legittimi motivi interessa principalmente la nostra Regia Podestà. Infine manifestiamo che dal punto in cui il nostro esercito sarà entrato nel territorio Romano, vi sarà libera comunicazione tra le sue popolazioni e quelle del Regno, del quale per provvedere alla sussistenza delle Reali truppe ed al bisogno degli abitanti dello Stato Romano, faremo nel medesimo trasportare i generi necessari di viveri ed altre occorrenze.

Dal Quartiere Generale di S. Germano 14 novembre dell’anno 1798. Ferdinando

  1. Acton

(Nel registro VI “Iura” dell’archivio capitolare Santa Vittoria in Matenano, cc.362s. Nota: la guerra del re di Napoli contro la Repubblica Romana, risulta dichiarata il 23 novembre 1798 nel “Distinto ragguaglio della totale disfatta riportata sul formidabile esercito napoletano dalle invitte falangi della Grande Nazione” stampa dell’epoca.)

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Documento n. 6

Ascoli 5 febbraio 1799: sottomissione pacifica

= LIBERTA’   REPUBBLICA ROMANA   EGUAGLIANZA

LA MUNICIPALITÀ’ D’ASCOLI

Alle Popolazioni vicine, Perdono, e Pace per le Communi Armate del Tronto. Dopo varie trattative in iscritto, e a voce colla mediazione nostra, e per mezzo de’ virtuosi Ecclesiastici, Secolari, e Regolati, spediti in tutte le Comuni, il General Francese dimostrando la sua brama di fare cessare i disordini, e risparmiare le conseguenze funeste di una spedizione di Truppe sulle nostre Campagne, trovò il Comandante, e Capitani delle Popolazioni armate, nelle medesime disposizioni di procurare il maggior bene; Quindi in risposta ad un foglio dei prelodati Capitani de’ 4 Febraro furono sottoscritti i seguenti Articoli fissati dal prode, ed umanissimo Generale.

Ascoli 5 Febbraro 1799 V.S. 17 Piovoso, Anno 7. della Repubblica Francese.

Il Generale Francese vede con piacere, che i Montagnoli Insorgenti vogliono acconsentire alla Pace.

Le Truppe Francesi non possono farne, che di onorevole, e di giusto: in conseguenza il Generale Francese animato dal desiderio della Pace, non può donarla, che alla Condizione di già descritta cioè:

  1. Perdono generale per tutte le Communi.
  2. Tutte le Communi daranno un Ostaggio della loro sincerità alla Pace.
  3. Questi Ostaggi saranno sotto la risponsabilità di un’abitante di Ascoli.
  4. Niuno sarà ricercato nella sua passata condotta.
  5. Non sarà levata alcuna requisizione alle circostanze insorte.
  6. Nel Caso, in cui non possa trovarsi un Ostaggio ne’ Villaggi, il Generale Francese accetterà un Abitante, o Prete di Ascoli, che rappresenterà questo Villaggio. (…) Firme di 22 Comandanti (omesse)

 

ARTICOLO ADDIZIONALE

Se non si sono posti gli Articoli relativi al servizio della Religione, alle Campane, e alle Prediche, è perché questi Articoli non possono incontrare alcuna difficoltà poiché già sono accordati dal Capo medesimo delle Truppe, il quale da vari giorni ha dato l’ordine di far suonare le Campane, ed hà protette tutte le Chiese, e promesso il libero esercizio del culto; poiché in fine la facoltà la più intiera sopra questo punto è già accordata da un Proclama del Generai Dahesmer. Per scanzo di ogni equivoco, il Generale Francese conferma le disposizioni a questo riguardo.   Ascoli 17. Piovoso Anno 7. DARGOUBET

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Documento n. 7

PROCLAMA 26 maggio 1799 a Servigliano per l’insorgenza

Per FERDINANDO IV Re delle Due Sicilie e di Gerusalemme, ecc.

Il conte CLEMENTE NAVARRA

Brigadiere delle Truppe arrolate in massa, Napol. e Pontificie

«Ergete la fronte, Popoli generosi del Piceno. Eccovi il felice momento di ravvivare la nostra Santa Religione, di rimostrare il nostro attaccamento al Sovrano e di sottrarci da questa anarchia che sì barbaramente ci opprime. Correte tutti alle armi, e ricordatevi di quel ch’è scritto nelle Sagre Carte nel libro di Judith, cap. 15, v. 6: Omnis itaque regio omnisque Urbs electam Juventutem armatam misit post eos, et persecuti sunt eos in ore gladii quousque pervenirent ad extremitatem finium eorum.

Io vi chiamo a difendere la causa comune, fidate in Dio, nei grandi alleati, nel coraggio avito… Si agirà col massimo rigore delle leggi, perché ritorni il buon ordine, facendo noto a tutti con questo Editto, che in ciascun paese siano reintegrate le Magistrature, alle quali inculco di proibire affatto, che truppe di gente armata dal capriccio, col pretesto della buona causa, vadino scorrendo per le campagne e paesi, arrestando delle persone, e farsi lecito di saccheggiare, fucilare, ed incendiare. Chiunque ardirà ciò tentare sarà considerato come nemico dello Stato, e punito come tale. Ogni truppa armata dovrà dall’invitto mio generale de Donatis, o da me dipendere, né si riconosceranno altre truppe, che quelle da Noi disposte, ma gli abitanti tutti siano preparati a prendere le armi al suono delle campane a martello; ed accorrere al bisogno, se mai truppa nemica ardisse attaccarci, avvertendo, che quel paese, che tardasse ad accorrere, sarà dichiarato ribelle, e come nemico della patria militarmente castigato. Epperò voi tutti del clero, e specialmente voi, Pastori delle Anime, concorrete ad una impresa così gloriosa, e destate con vivezza le scintille della Pietà, e del languente costume, e fate risorgere fra le vostre contrade la purità della infallibile Nostra Religione, e tentare ogni mezzo coll’esempio, e colla voce, perché ritorni in noi quella pace, che finora ci è stata sì barbaramente rapita. Chiunque vorrà con Noi prendere le armi in questa sì nobile gara, si presenti a me, e agli Uffiziali maggiori per avere le necessarie istruzioni e per essere autorizzati colle patenti del Re delle Due Sicilie e più d’ogni altro io chiamo coloro che con eguale valore e fedeltà diedero prova allorché erano aggregati alle truppe Pontificie.

Dato dal Quartiere gen. di Servigliano, questo dì 26 maggio 1799. »

Documento n. 8

PROCLAMA: Ascoli 27 maggio 1799 per l’insorgenza

= FERDINANDO IV PER LA GRAZIA DI DIO RE DELLE DUE SICILIE DI GERUSALEMME ECC.

  1. DONATO ANTONIO DE DONATIS GENERALE IN CAPO DELL’ESERCITO IN MASSA PER LA SUA MAESTÀ’, CHE DIO LA GUARDI

«Popoli di Acquaviva aprite ormai gli occhi alla luce del giorno. Sentite la voce di uno, che ama il vostro vero bene. O Voi stringete le armi in favore delle nostre vittoriose truppe, ed allora troverete in Noi un amico sincero, ed affettuoso, che lungi dal prendere vendette delle vostre insolenze passate addosserà la valida protezione e di Voi, e delle sostanze vostre: o vi dichiarate nostri nemici, ed allora aspettatevi pure, che Noi con tutte le nostre forze affronteremo i vostri fuochi, vi piomberemo addosso, vi saccheggeremo usando ogni rigore militare. Pensate a Voi: decidete con prontezza e dentro due ore mandatene la risposta ».

Ascoli, 27 maggio 1799.

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Documento n. 9

Insorgenza: 26-29 Maggio 1799 a Castel Clementino

Dì 26 del corrente mese di Maggio: si manifestò a Castel Clementino il piano di una controrivoluzione da eseguirsi con l’aiuto e intesa degli Insorgenti Napoletani, alla cui testa si pose Clemente Navarra con la carica di Brigadiere a lui conferita da D. Donato De Donatis, generale in capo dell’Armata in massa Napoletana. Con l’intesa, come dicono, che la mattina seguente dovesse ivi giungere l’avanguardia di tale armata. La mattina del divisato giorno si cercò che i Parroci di detto luogo avessero predicato dall’altare di doversi tutti venire contro i francesi; ma i Parroci mostrarono ripugnanza di farlo, e il curato Burocchi per non esserci obbligato pensò di celebrare nella sua chiesa. Nonostante s’inalberò la Bandiera Napoletana, e si affissero editti con i quali s’invitava il popolo ad unirsi e si ordinava il ristabilimento delle antiche magistrature. La Terra di Santa Vittoria si accomodò per prima a seguire tale piano. Vi si atterrò l’Albero, si unirono delle persone, e alla testa uscì il noto Majeschi il quale si mostrò meno impegnato. Dietro tali incitamenti il giorno appresso 27 detto, la campana di Castel Clementino, che aveva cominciato a suonare a martello insieme col tamburo la sera innanzi seguitò a fare lo stesso

fin dalle otto della mattina e lo stesso si fece in Santa Vittoria, per adunare gente. Il dopopranzo di tale giorno si sentì simile furore e rimbombo di tamburo in M. S. Martino dove però non accorsero se non pochissimi contadini, che, sentito il motivo, amarono meglio di tornarsene alle loro faccende della campagna.

Ieri mattina 28 si intese lo stesso suono in Sant’Angelo <in Pontano> dove era stato dichiarato capitano Giuseppe Gentili. Per buona sorte di questo luogo, la commissione di fare lo stesso fu data all’Egamennoni insieme con la patente di capitano e i proclami da affiggersi, con ordine di eseguire tutto appena qui ritornato. Ma poiché la patente l’aveva presa per forza, come dice, non eseguì punto l’addossatagli commissione, cosicché questo luogo si preservò immune fra l’incendio che ardeva in ogni intorno, e siamo stati solo spauriti di quello che facevano gli altri, fino alle ore 14 circa del giorno di ieri, quando si intesero dalla parte di Castel Clementino delle scariche di moschettieri, che, ignorando noi cosa significassero, senza pensare alla zuffa che vi seguì col distaccamento della truppa francese e insorgenti, non sapevamo indovinare la causa. Se ne concepì però un sospetto, al vedere per mezzo del cannocchiale, che truppa di gente dalla parte di Falerone andava direttamente a quel luogo, e passava il fiume senza scalzarsi. L’eccidio seguito fu poi saputo da persone che, per curiosità di sapere, s’inoltrarono verso quella parte e più in dettaglio si raccontò iersera, e questa mattina. I morti insorgenti sono stati almeno venti. Tra questi il figlio del Navarra che fu incontrato dalla truppa vicino al molino di Falerone, mentre con 50 insorgenti circa, andava in Falerone, e il capitano benedetto Gualtieri fu ucciso poi in casa al tempo del saccheggio, che fu dei più feroci, con altri vari dei quali non so il nome, e fra questi la persona che stava a suonare le campane a martello, la quale fu sbalzata dalla torre. Secondo le relazioni che giungono, oltre allo spoglio generale fatto in tutte le case di quanto vi era – e vi era molto in alcune specialmente, che non si persuadevano di tale visita – vi è stato il massacro di tutto il mobilio che non si poteva trasportare. I cristalli e i vetri delle finestre furono rotti, i parati lacerati, i comò, i tavolini, le sedie, fatti in pezzi. Insomma si fece un macello e di carne e di roba, come ognuno può figurarsi e come si sentirà più dettagliatamente in appresso.

La sera innanzi <27> di questo tragico fatto si erano fatti arrestare e condurre in quel quartiere generale (così denominato quel luogo dal proclama) il Valeriani e il Venantini di Santa Vittoria; altri di là erano fuggiti, come avevano fatto parimenti altri da Falerone, il cui popolo, come quello di Montegiorgio, era stato il primo ad accorrere per arruolarsi.

Il Brigadiere Navarra si salvò con la fuga, e così si salvarono altri uniti con lui, che presero la fuga chi per una parte e chi per un’altra. La truppa poi che si aspettava dalla parte di Ascoli la mattina del 27 non era giunta e non giunse, perché a Mont’Alto trovò delle resistenze. Il Majeschi che aveva tanto brigato è restato morto anche lui. Raccontano che alle ore 4 del 26 partisse dal quartiere

generale e se tornasse a Santa Vittoria, cosicché non fu presente alla zuffa, ma inteso poi quanto successo, dicono che tornasse là per comprare delle robe prese nel saccheggio e che da quattro contadini fosse ammazzato avendogli trovato addosso molti “pezzi duri”.

Non mancò poi neppure qui una scenetta e fu che alle (ore) 19 circa di ieri 28 si presentò il capitano Giuseppe Gentili con sette altre persone del seguito, entrati per la porta del forno, i quali direttamente andarono alla porta del convento di San Francesco, andando dicendo per la strada Napoletani! Napoletani!

Appena smontato di cavallo il capitano suddetto, invece di entrare in convento, fece sul momento arrestare Giovanni Vecchi che passava in quel punto, e poi per la stessa strada, se ne ritornarono indietro senza far altro. Giunti avanti alla casa di lui, si fece incontro la moglie che si mise con le lacrime a scongiurarli di lasciarle il marito; ma il capitano diceva di condurlo al quartiere generale (che non so dove fosse) e gli altri di farlo a pezzi fuori della porta come Giacobino e supposto reo di aver <informato> i francesi perché venissero contro Castel Clementino. Il fatto è che lo condussero fino a San Rocco, ma poi, sopraggiunto il padre e don Santi Luccarini, li cominciarono a pregare di nuovo del rilascio; e sul giuramento che prestò don Santi che non fosse Giacobino, e che non aveva mai avuto alcun carreggio lo dimisero e se ne andarono per i fatti loro.

Ecco la storia genuina dell’accaduto nelle nostre vicinanze, e qui preghiamo Dio che le cose finiscano così. Ma temo di peggio. Pacifico Cornacchia di Santa Vittoria, arrestato dai contadini, fu condannato a Mont’Alto. Andreozzi restò ferito in faccia. Marinelli scampò la morte fuggendo in certi fossi. Majeschi rimase ucciso. Tutti questi andavano uniti a Castel Clementinoper ottenere dal comandante francese che non facesse andare la truppa a Santa Vittoria, dove si credeva <fosse> diretta dopo il sacco di Castel dementino.

(Autore anonimo probabilmente faleronese di un manoscritto n. 946 presso la biblioteca comunale di Macerata qui riferito in trascrizione corretta per l’ortografia)

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Documento n. 10

IL COMANDANTE GENERALE DELLA MONTAGNA GIUSEPPE CELLINI AI POPOLI DELLO STATO PONTIFICIO – INDIRIZZO –

Ascoltate, o Popoli amici, la voce di chi ama il vostro bene. Non è più tempo giacere in una colpevole inerzia, e sostenere più lungamente una fatale indifferenza. Tutti i vostri Fratelli limitrofi all’Abruzzo Ultra e Citra colle anni in mano già sono in Campo. Essi sull’esempio dei valorosi Sanniti, e da loro scortati, han combattuto e son vincitori. Entro le mura de’ loro Paesi più non spira liberamente l’aria impura, né alcun Francese, né verun perfido Giacobino. Sì l’uno, che l’altro si trova fra’ ceppi, o pallido fugge, e ramingo. Quanto audace si mostra questa infida genìa nel vederci avviliti, tanto vile or si dimostra vedendo il nostro coraggio, l’unione e i progressi delle nostre armi. Queste già spiegano su una ben larga estensione la sua energia. E’ stato un punto, un punto solo investir Norcia, Cascia, Visso, Serravalle, Ponte della Trava, Camerino, Ascoli, Mandola, Comunanza, 5. Vittoria, Montalto, Monte di Novo, Affida ecc. ecc. occuparli, e sollevarli. E’ brava la gente, che muove all’impresa, esperti i Duci che la guidano.

Or siam giunti al felice momento, in cui tutta la fiorente un dì, ed ora languida, e desolata Marca è per prendere l’Armi su cui dietro al divin soccorso, è riposta la propria, e l’altrui salvezza. Correte, o Popoli amici, correte ad unirvi con Noi. Non dubitate, la vittoria è nostra. Non vi è più da temere. I Mari, che bagnano la bella Italia, appena reggono a sostenere gl’immensi Legni Inglesi, Moscoviti, Lusitani, Ottomani. Poche di essi si sono presentati in Ancona, e pochi colpi di Cannoni han fatto sentire a quella bloccata città; e nondimeno han destato in essa la più spaventevole costernazione.

L’invitte Falangi Austro-Russe sono arrivate a Bologna. A Soffia è giunto il real Principe di Napoli con il Figlio del Gran Signore conducente un Esercito sorpendentissimo. Da altra parte vola a prestarci aiuto l’immortale Cardianal Ruffo. Noi ci troviamo con numerosa Leva in Massa, al cui fianco vedesi la intrepidezza, il coraggio, la vittoria. Fiancheggiati, protetti, alleati, assistiti da tante Forze, ditemi, vi può essere da temere? Non vi fate ingannare da certi spiriti deboli, o maliziosi Allarmi, Allarmi.

A ciò vi obligano i doveri della propria coscienza, l’amor della Patria, la fedeltà giurata al Sovrano, la Professione di nostra Santa Religione, la quale, sussistendo, per altro breve tempora Cabala Filosofica, Ateistica, Massonica, va ad annientarsi nei nostri Paesi; vi obbliga il bene delle vostre Famiglie, la tenera vostra Figliolanza, che riclama il Cristiano costume, e la sana educazione; vi obbligano il pericolante onore delle vostre Mogli, il pudore compromesso delle vostre Figlie, i beni già invasi, i diritti violati, le proprie persone colle minacce, e colle armi tante volte investite. Se all’aspetto di santi motivi, e di sì potenti aiuti voi non vi scotete, voi siete colpevoli. Tremate. Il colpo desolatore poco

sta a piombarvi sulle Persone, e sulle Sostanze. Odiosi a Dio, al Sovrano, al Popolo fedele, che aspettar mai non vi dovete di avverso? Deh! riunitevi con noi, e non soffrite alcun disastro.

Giacobini, rovesciatori del Trono, sacrileghi invasori de’ Beni Ecclesiastici, Profanatori de’ Luoghi Sacri, Distruttori dell’Ordine sociale, Increduli, Miscredenti, Depravatori del buon Costume, Soldati della Cabala Ateistica voi impallidite, e ponete le ali ai piedi. Ma, che giova? L’arco feritore è rivolto contro di voi. Molti de’ vostri pari o son caduti, o son fra le ritorte. Lo so, voi fuggite: ma dove alla fine miseri andrete? Ovunque strascinate l’indegna esistenza, seguiravvi il rimorso tormentatore: ovunque troverete nemici; ovunque l’odio, l’esecrazione vi accompagnerà. Giacobini ricredetevi. Ancora siamo in tempo. Abbracciate anche voi la difesa della Causa comune, e sarete salvi. Ma se per altro breve spazio vi restarete ostinati nel partito Filosofico, guai a voi; siete perduti. Tremate.

In Camerino dal Quartiere Generale 5, Giugno 1799 G. Cellini Comand. Gener. In Capite.

In Camerino 1799. Per Vincenzo Gori.

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Documento n. 11

Difesa repubblicana: Ascoli 4 giugno 1799

LIBERTA’           EGUAGLIANZA      REPUBBLICA FRANCESE

Dal Quartiere Generale d’Ascoli li 16 Pratile Anno VII della

Repubblica Francese una, ed indivisibile.

MONNIER Generale di brigata Comandante in Ancona, e ne’ tre Dipartimenti riuniti in istato d’Assedio

La Città d’Ascoli, divenuta il soggiorno de’ Briganti Abruzzesi, ha posto il Dipartimento nel rischio di perdersi. Gli Abitanti di questa Città ribelle avevano già presa la Coccarda rossa, e trasformate in autorità Monarchiche le autorità tutte della Repubblica. Essi han dirette le orde de’ Briganti co’ quali eransi unite, e quest’uomini infami, vantando il nome di Dio, del Re, e de’ Preti, han commesso i più detestabili eccessi sulle persone, e se ne hanno usurpato tutte le mobili proprietà, ovunque si son presentati. Le prime lor vittime sono state le Comuni di Offida, di Castorano, di Colli, dì Pagliare, di Monte Prandone, e nelle Campagne che se estendono fino a Montalto.

Non potendo sì fatti eccessi non eccitare la generale indignazione, debbon essi risvegliare tutta l’energia delle autorità Civili, e precisamente dalle Guardie

Civiche, per opporsi vigorosamente alle intraprese, che tentar potessero nuovamente gli enunciati Briganti.

Le Truppe Repubblicane si misero in moto: I Briganti sono stati battuti a S. Benedetto, a Ripatransone, in Acquaviva. Hanno fatta la lor ritirata in Ascoli, e là si erano fortificati. La Città La presa d’assalto dopo due ore di combattimento. Questo giorno è stato spettatore delle nostre complete vittorie, e gli scellerati sono stati puniti. Tutti coloro, che non hanno imitato il lor Generale nella fuga, sano caduti sotto i colpi Repubblicani.

Le Truppe, ch’io lascio nel vostro Dipartimento, occupano delle posizioni vantaggiose. Sarà però stabilita, sotto la sorveglianza dell’Amministrazione Dipartimentale, un Cordone sul Tronto composto della Guardia Civica. Una colonna mobile si metterà subito in azione per portarsi su tutti i punti minacciati, ed occupati dai Briganti suddetti.

Ogni Brigante arrestato sarà fucilato sull’istante. Le Comuni, che non si opporranno al loro ingresso, incorreranno nelle pene già significate nel Proclama del giorno 14 (2 giugno).

Signato MONNIER

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Documento n. 12

Ladroneggi degli insorti, luglio 1799, Ascoli

GIUSEPPE COSTANTINI ALIAS SCIABOLONE COMANDANTE LE TRUPPE IN MASSA PER SUA MAESTÀ’

FERDINANDO IV E POTENZE ALLEATE

Io sono informato dei continui ladroneggi che tuttodì si commettono sì in mobili che in bestiami a svantaggio di pacifici contadini. Sono esacerbato oltremodo per tali misfatti e ne prenderò le misure le più forti. Sotto pretesto di nuocere ai giacobini, si commettono l’empietà le più esacrande. Nessun individuo ha il diritto di ciò fare, ancorché il sapete, ma compete al solo sovrano. E’ questo un procedere che si oppone alla Religione Cattolica ed alle leggi di qualunque Governo. Il fulmine del castigo sta per piombare sopra a quelli che invece di desistere da un tal procedere non restituiranno sull’istante ciò che ànno rubato contro ogni diritto di natura e contro la legge di Dio. Io parto sì per unirmi al prode Generale La-Hoz e battere i Francesi; ma guai a quelli che prenderanno a scherzo questa mia risoluzione. Sarò inesorabile anche co’ miei più stretti di sangue.

Ordino però che subito si rimettino i massari ne’ rispettivi paesi i quali formeranno un processo a quelli ritengono o hanno preso bestiami.

Tutti gli abitanti de’ paesi e contadini si uniranno ad arrestare questi

perturbatori del buon ordine. In caso disperato e di resistenza, li autorizzo a far fuoco a tal razza di gente tanto perniciosa alla società.

Questo ordine stampato che sarà, voglio sia affisso in ogni paese e pubblicato nelle Chiese dai rispettivi curati.

Dal Quartier Generale di Lisciano 16 luglio 1799.

LUIGI ANELLI Segretario.

 

Documento n. 13

REGGENZA a Macerata, 20 agosto 1799

L’IMPERIALE – REGIA – PONTIFICIA REGGENZA DELLA MARCA DI FERMO E DI ANCONA

EDITTO

Per supplire alle immense spese, che seco porta il mantenimento di una Truppa attualmente impiegata alla difesa di una causa tanto nobile, e gloriosa, necessita ricorrere sull’istante a dei temperamenti quanto pronti, altrettanto capaci a produrre tutto ciò, che faccia d’uopo al servizio della medesima. Avrebbe voluto l’imperiale-Reggia-Pontificia Reggenza dispensarsi dall’addossare alle Popolazioni qualunque più piccolo peso, ma I’ urgenza dell’affare, e la santità della causa, che si è impresa a trattare, e che siam prossimi a sentire finalmente decisa, esiggono nuovi sforzi da tutti. Quindi è, che dopo le più mature riflessioni, e li scandagli più esatti, quello essendosi creduto il temperamento meno sensibile di ricorrere all’imposizione di un Testarico, regolato però, e diviso nel caso presentaneo in quattro diversi gradi, si è trovata nella circostanza di determinare, come appresso.

Primo = Tutti gl’individui delle Famiglie Nobili, o ascritte in primo grado in qualunque Città, o Terra, comprese in questa Classe le Comunità Religiose, dovranno subito sborsare in mano dei rispettivi Esattori pubblici a quest’effetto deputati uno scudo per cadauna Testa, con l’obbligo di pagare per ciscun Uomo o Donna di servigio paoli tre moneta di rame.

Secondo = Tutti gl’individui delle Famiglie del secondo ceto, o grado, del primo , e secondo de’ Castelli, e de’ Mercanti saranno tenuti per lo stesso titolo pagare bajocchi 40 per cadauno, t ame sopra.

Terzo = Tutti gl’individui delle Famiglie di qualunque altro grado, o ceto saranno obbligati pagare bajocchi dieci per ciascuno come sopra.

Quarto = Tutti li Coloni dovranno pagare bajocchi cinque per ogni testa come sopra.

Macerata dalla Reggenza 20 Agosto 1799.

(Omissis)

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Documento n. 14

<RICORDO DEI NAPOLETANI A PEDASO>

– 25 agosto 1799

È giunto finalmente in questo nostro castello di Pedaso la Real Truppa dell’Invitto Re delle due Sicilie, comandata dal prode Generale Don Donato de Donatis tanto da noi aspettato, e desiderato, ad oggetto di condursi sotto la Piazza di Ancona, dentro la quale i malvagi Francesi e i loro cinque Partitari sonosi riuniti fuggendo. Mercé un tal forte e valoroso soccorso speriamo ora vicino l’esterminio di quella perfida gente, che resiste ancora alle forze delle Potenze alleate, e speriamo altresì di vedere sollecitamente restituita l’intera tranquillità a queste nostre contrade. Intanto, siccome abbiamo ammirato la moderatezza di detta Real Truppa, che, per li vari provvedimenti dati dal riferito signor Generale, non ha recato la menoma molestia e niun danneggiamento agli interessi ed alle persone di questo castello nostra patria, così ne produciamo un completissimo Avviso al pubblico, onde tutti si esultino di giubilo e di contentezza.

Pedaso, 25 agosto 1799.

Li residenti

NICOLA BERNARDINI, Vie. for. e Dep. eccl.

PROTASIO TEODORI, Govern. locale,

BENEDETTO ROSSI, Segretario.

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Documento 15

ARMISTIZIO PACATO, 13 novembre 1799

LIBERTA’             EGUAGLIANZA           REPUBLICA FRANCESE

Ancona Assediata li 23 Brumale Anno 8vo della Republica

Tra il Generai di Brigata. MONNIER’ Comandante in Capo la Divisione di Ancona autorizzato, dal Consiglio di Guerra tenuto a questo effetto di trattare la Resa di Ancona.

Ed il Sig. Barone di FRELTCH Luogotenente Generale di Sua Maestà Imperatore, e Re, Comandante in Capo le Truppe che assediano Ancona.

La. presente Capitolazione è stata discussa, risoluta, decretata irrevocabilmente nel modo che siegue.

 

ARTICOLO PRELIMINARE

Il Generale Comandante la Divisione d’Ancona, e le Truppe sotto i suoi ordini considerando, che la Capitolazione ¡1 « Fano segnata li 8 Termidoro scorso tra le Truppe Repubblicane Francesi, ed il Sig. Comand. le Truppe Russo-Turche è  stata. Violata nella sua esecuzione per lo stesso Comandante.

Considerando, che la morte sarebbe preferibile al disonore di trattare con delle Autorità che non conoscono il Diritto delle genti.

Vista la situazione, in cui si trova la divisione d’Ancona, e vista la quarta, ed ultima intimazione di resa fatta dal Sig. Barone BRELICH, Luogotenente Generale al servizio di Sua Maestà Imperatore, e Re, Comandante, in capo le: Truppe assedianti Ancona.

Dichiara, che egli non vuole entrare in Negoziazioni, che colle Truppe, ed il detto Luogotenente Generale al servizio di S. M. Imperatore, e Re.

 

CAPITOLAZIONE – ARTICOLO I.

Le Truppe della Guarnigione di Ancona, e Forti annessi al giorno, ed ora, che saranno convenuti, sortiranno dalla Piazza con tutti gli onori della Guerra, cioè: Con Tamburo battente, Bandiere spiegate, Miccio acceso, avendo alla testa due pezzi di Cannone di Campagna coi loro Cassoni, più uno d’Infanteria per rendersi in Francia per la via di terra la più comoda; Soldati, Ufficiali, Generali, ed ogni Militare si di terra, che di mare il Console della Republica Francese, gl’ Impiegati, e agenti Civili, e Militari porteranno seco le loro Armi, Effetti, e Proprietà personali di qualunque genere.

Saranno riguardate come Truppe della Divisione di Ancona, e saranno trattate sotto tutti i rapporti come Truppe della Republica Francese i Cisalpini, Romani, ed altri Italiani formati in Legioni, Battaglioni, o Compagnie, che portano le armi nella detta Divisione.

ARTICOLO II

La Divisione sarà accompagnata, e protetta nella sua marcia sino ai Posti awanzati dell’Armata Francese in Italia da un determinato corpo di Truppe Imperiali Comandate da un Uffiziale dello Stato Maggiore.

ARTICOLO III

La Divisione, che si porterà in Francia per la via che essa giudicherà la più comoda,, marcierà a spese di S.M. Imperatore, e Re:

Ogni Militare, o impiegato riceverà la Razione di ogni genere, e l’alloggio competente al suo grado secondo le Leggi, e Regolamenti Francesi. La marcia non sarà, forzata, ma regolata militarmente dietro quella dell’Infanteria Francese. Il Genera MONIER Comandante la Divisione farà di concerto coll’Uffiziale di Stato Maggiore Austriaco la determinazione dell’alloggio, o accampamento, se sarà giudicato convenevole, come, pure delle ore di partenza, e luoghi di dimora.

Risposta: Le Truppe della Guarnigione di Ancona, e dei Forti annessi sortiranno nel giorno, ed ora convenuta dalla Piazza con tutti gli onori di Guerra richiesti per rendersi in Francia come Prigionieri di Guerra, e non serviranno contro S.M. Imperiale, e contro i suoi Alleati che dopo un perfetto Cambio.

La Truppa deporrà le Armi nel luogo che sarà fissato da un Articolo Addizionale; i soldati e sotto Uffiziali conserveranno le loro muciglie, il Generale Comandante la Divisione, il Console della Repubblica Francese, i Generali, Uffiziali di terra, o di mare, gli Impiegati Civili e Militari conserveranno le loro Armi, Cavalli secondo i loro Gradi, ed i loro Effetti Personali.

Il Generale FRELICH volendo dare una prova di stima alle Truppe della Guarnigione per la Difesa coraggiosa, e contro ogni aspettativa, che esse hanno fatto, accorda ai Sotto Uffiziali il diritto di portare le loro Sciabole per rendersi al loro destino.

E per dare alla Divisione tutta, non meno che al General MONNIER, che la comanda un attestato della considerazione particolare, e della stima di nazione a Nazione contraenti, gli concede una Guardia di onore composta di quindici Uomini a Cavallo montati, armati equipaggiati, e di trenta Carabinieri Armati.

ARTICOLO IV

Sarà accordato a spese di S. M. Imperatore, e Re il numero de’ Carri attaccati, necessarj al trasporto degli Effetti personali degli Uffiziali, Impiegati, Consigli d’Amministrazione, e dei Depositi dei Corpi della Divisione: Il numero dei detti Carri sarà, convenuto d’appresso lo stato dei bisogni, che fornirà il Commissario di Guerra Francese

Il Generale Com. la Divisione, il Console della. Republica Francese, i Generali di Brigata Lucotte, Pino, Palombini, il Capo dello Stato Maggiore della Divisione, i Comandanti del Genio, e dell’Artiglieria, il Pagatore della Divisione, i Commiissarj di Guena, e della Marina Francese, l’Agente del Commissario Civile sono autorizzati di condurre ognuno il. loro Carro coperto pel trasporto delle loro Carte di Amministrazione, come di. Contabilità, ed i loro Effetti personali qualunque.

Risposta: Accordato ma a condizione che sarà Consegnato, da chi ne avrà il dritto, al Sig. Generale Barón di FRELICH l’attestato, che le Balle degli Uffiziali e Furgoni coperti non contenghino effetti di proprietà pubblica.

ARTICOLO V

I Bastimenti da Guerra della Repub. Francese, e Corsari coi loro Uffiziali, Impiegati in Amministrazione, ed Equipaggi si renderanno in uno dei Porti della Republica nello stato che si. ritrovano al momento della sottoscrizione della Capitolazione, muniti di Passaporto, e sotto la garanzia di S. M. Imperiale.

I viveri saranno forniti a spese della detta Potenza a ragione del viaggio.

Risposta:

INAMMISSIBILE ma se le Corsare la LUPE e la VENDETTA uscite dal Porto, e potendosi ripresentarsi di nuovo, rientreranno dopo la Capitolazione, li Marinari, che ne compongono l’Equipaggio, avranno la medesima sorte, che le Truppe esistenti attualmente nella Piazza.

ARTICOLO VI

I Malati dello Spedale della Divisione che potranno essere trasportati, lo saranno a spese di S. M. Imperatore, e Re coi viveri, e medicamenti e Casse di Chirurgia, ed Uffiziali di Sanità sufficienti pel viaggio d’Ancona in Francia.

Gli Ammalati, che senza pericolo, non potranno essere trasportati, resteranno in Ancona; essi saranno protetti come un Deposito Sacro, e trattati come gli Ammalati di S. M. Imperiale.

La Divisione li confida alla lealtà ed umanità della Nazione Austriaca.

II  General MONNIER gli determinerà il numero degli Uffiziali di Sanità, ed Infermieri indispensabili sotto la sorveglianza d’un Uffiziale Militare Francese, e di un Commissario di Guerra.

Subitochè il detto Uffiziale, Commissario richiederanno il trasporto dei Convalescenti o per mare, o per terra, secondochè sarà più convenevole al loro stato, gli verrà religiosamente accordato.

ARTICOLO VII

I Prigionieri fatti tanto durante il corso dell’Assedio d’Ancona che nelle Spedizioni precedenti, e che sono in Ancona, o sopra i Bastimenti Russo-Turchi o nella Divisione occupata dal Sig. Generale FRELIGFI, saranno resi da una parte, e dall’altra immediatamente dopo la sottoscrizione della presente Capitolazione e parteciperanno delle disposizioni contenute ne’ suoi Articoli.

Risposta:

ACCORDATO, per li Prigionieri Francesi solamente, che si troveranno ancora nella Divisione del Sig. Generale FRELIC

ARTICOLO VIII.

Tutti gli Individui di qualunque Nazione, o Religione essi siano abitanti nella Città d’Ancona , o che vi si trovino, e segnatamente gli Ebrei non potranno essere inquietati, molestati, né ricercati direttamente, o indirettamente essi, e le loro famiglie sul sospetto, e per la manifestazione delle loro opinioni civili, politiche, e religiose, come per li fatti che sono risultati, pendente il cangiamento del Governo nel Territorio Romano.

Questa disposizione risguarda quei fra loro, che hanno preso le armi, o esercitato degli impieghi Civili, o Amministrativi durante quest’epoca, e che verrebbero molestati per le loro ingerenze.

Risposta:

Il Governo Austriaco farà rispettare il diritto delle Genti verso li Cittadini senza distinzione di opinioni, o Religioni, purché si sottomettino alle leggi.

ARTICOLO IX.

La Commissione Amministrativa d’Ancona, i Membri anteriori delI’Amministrazioni Centrali dei Dipartimenti del Tronto, Musone, e Metauro, dei loro Tribunali, e Municipalità, gl’impiegati in tutti questi corpi Politici, ed i Patriotti della Republica Romana, come pure li Cittadini., e Sudditi delle Potenze alleate della Republica Francese, che vorranno seguire la Divisione d’Ancona, Essi, le loro Famiglie, ed effetti avranno la liberà più intera, né potranno essere ritardati, né impediti sotto qualunque pretesto.

Risposta.

L’Autorità Militare proteggerà l’esecuzione del presente Articolo, uniformandosi alla risposta fatta nel precedente Articolo.

ARTICOLO X.

Le Vendite, e Cessioni dei Beni, fondi situati in Ancona, e suo Territorio, come anche nei Dipartimenti Musone, Tronto, e Metauro sì autorizzate dal Consolato Romano, che dalla Repubblica Francese saranno mantenute inviolabili

Risposta:

Il Sig. Generale FRELICH non puoi decidere, e lascia l’assoluzione di questo articolo ai Gabinetti.

ARTICOLO XI

Li Cittadini Francesi, e loro alleati potranno alienare, o fare trasportare come a loro più piacerà per terra o per mare a loro spese gli effetti, e mercanzie da loro acquistate sino a quest’oggi.

Risposta:

Accordato; se gli Effetti, e Mercanzie non provengono dai Bastimenti, e Carichi presi dai Corsari sopra i Sudditi di S.M. Imperiale, e che non sarebbero stati giudicati di buona preda.

ARTICOLO XII

Sarà permesso alle persone comprese negli Articoli 8. 9.10. 11. di disporre delle loro Proprietà fondarie, e mobiliarie di venderle, o alienare, o percepirne l’entrate, come a loro piacerà: potranno egualmente in caso di vendita, o alienazione trasportarne esse medesime l’amontante, o inviarlo a loro piacimento nei luoghi, ch’essi desidereranno in Oro, Argento, Viglietti a ordine, o Cambiali.

Le suddette Persone potranno in conseguenza nell’intervallo dei sei mesi a contare dal giorno della sottoscrizione della Capitolazione continuare esse medesime la vendita dei loro Beni, e l’esigenza dei loro Crediti con tutta quiete, se esse non amano meglio abbandonare il Paese colla Divisione d’Ancona, e lasciare i Procuratori generali, e speciali, i quali godranno della protezione, di cui avrebbero goduto restando in Ancona.

Risposta:

ACCORDATO, se i Beni, di cui si tratta non erano di pertinenza dell’Antico Governo, delle Comunità Religiose soppresse; o dei Particolari Emigrati.

ARTICOLO XIII.

I Consoli di Spagna, e di Genova avranno la facoltà di restare in Ancona per lo spazio di sei mesi per terminarci i loro interessi con tutta garanzia delle loro Persone, Famiglie, Proprietà, e Carte Personali, o risguardanti le loro Amministrazioni, se meglio non amano ritirarsi colla Divisione d’Ancona, ed in tal caso saranno trattati come il Console della Rep. Francese.

Risposta:

I detti Consoli saranno rispettati, e protetti.

ARTICOLO XIV.

Se vi fosse qualche Articolo nella presente Capitolazione soggetto o qualche oscurità sarà interpretato secondo I’equità a favore della Divisione d’Ancona.

ARTICOLI ADDIZIONALI.

  1. La Cassa del Pagatore della Divisione, i Viveri, ed effetti dei magazzeni della Rep. Francese saranno rimessi appresso ricevuta nelle mani dell’Assediarne, segnata che sarà la Capitolazione.
  2. L’artiglieria dei Forti, del Porto, della Piazza, ed oggetti annessi, le Piante, e Carte relative alle Fortificazioni, ed all’interesse militare del Paese, saranno rimesse ai Commissarj , che saranno destinati per riceverli, dopo averne fatto Inventario, e rilasciata Ricevuta.
  3. Li disertori dell’una, e l’altra parte saranno restituiti.

Risposta:

CONVENUTO per li Disertori Austriaci solamente

  1. Per la garanzia, ed esecuzione di tutti gli Articoli della Capitolazione saranno dati degli ostaggi, ed il Sig. Barone di FRELIC Tenente Generale Commandante le Truppe Assedianti Ancona si rende responsabile della sicurezza della

Divisione dal momento dell’occupazione dei Posti sino al suo destino, come anche dei danni che potrebbero esser fatti a quelli, che la compongono.

  1. Segnati che saranno gli Articoli della Capitolazione, i Picchetti delle Truppe di S. M. Imperatore, e Re occuperanno le Porte di Francia, e Farina in numero eguale, e congiuntamente ai Francesi.
  2. Ventiquattro ore dopo la sottoscrizione dei ridetti Articoli le Truppe della Divisione d’Ancona evacueranno i Forti, e la Piazza in una sola Colonna con tutti gli onori della Guerra ottenuti nell’Articolo primo: si renderanno il medesimo giorno a Sinigaglia con le loro armi, che deporranno, eccettuati li Militari, ed Impiegati, che devono conservarle.

Risposta:

Convenuto, ma la Truppa Prigioniera deporrà le sue Armi a Fiumesino.

Fatto, convenuto, e decretato in Ancona li 23. Brumale an. 8, della Republica Francese una ed indivisibile.

Il Generale di Brigata Comandante la Divisione d’Ancona MONNIER

Sottoscritto Piè della Croce 13 Novembre 1799.

FRELIH Tenente Generale

DOCUMENTI RELATIVI ALLE INSORGENZE NEL PICENO NELL’ANNO 1799

a cura di Carlo Tomassini

Documento n. 1

Lettere di Pio VI e Giuseppe II d’Asburgo – 3 e 19 agosto 1782

= PIO VI. Prevalendoci di quella amichevole libertà che piacque alla M.V. gentilmente esibirci, cioè che quando avessimo inteso che fosse per farsi da V.M. alcuna mossa, che avessimo creduta discorde dalle buone regole e pregiudizievole alla Religione, ne avessimo scritto confidenzialmente in dirittura alla M.V. Quindi è che essendoci pervenuto all’orecchio che V.M. vada pensando di togliere tutti i fondi alle Chiese ed agli ecclesiastici della sua monarchia, e ridurli semplici pensionarj, non possiamo dispensarci di pone in vista che se si effettuasse un tal pensiero, ridonderebbe alla Chiesa una lacrimevole lesione ed ai buoni uno scandalo irreparabile. Non è di nostra ispezione entrare nel politico e nell’economico de’ suoi Stati – benché in questa parte non cediamo a qualche Affezionato suo per ogni di lei giusto vantaggio — tuttavia non dobbiamo prescindere dai riflessi di deperizione delle rendite ecclesiastiche che coll’amministrazione da farsi dai secolari dei fondi non propri, dell’infrazione dei patti stabiliti fra’ suoi antecessori e diverse province, della ferita apportata alla Costituzione degli Stati, della violazione delle disposizioni dei pii fondatori, delle conseguenti pretensioni, che susciterebbero i loro eredi di rivendicare gli stessi beni: tutto ciò lo lasceremo da parte, come oggetti alieni dal nostro ministero, e che non sfuggiranno dalla penetrazione di V.M. Parleremo soltanto di ciò che non possiamo omettere per debito di coscienza, e le diciamo che il privare le chiese e gli ecclesiastici del possesso dei loro fondi temporali è in dottrina cattolica un errore manifesto, condannato dai Concili, esecrato da’ santi Padri e qualificato dai più rispettabili scrittori per dottrina velenosa, per dogma scellerato. Ed infatti per sostenere una tal massima a pro del sovrano, convien ricorrere ai falsi insegnamenti dei Valdesi, dei Vecleisti e degli Ussiti e di quanti altri pur sono andati d’accordo con loro, e specialmente dei liberali infetti del tempo. Non dobbiamo qui annoiare con una tessitura di citazioni nelle quali si legge che quelli che mettono mano ai beni della Chiesa per loro profitto, Rei sunt damnationis Ananie et Saphire et oportet eiusmodi tradere satane ut spiritus salvus sit in die Domini. Solo ci ristringeremo a riscrivere quanto nel XII secolo avvertì Giovanni patriarca d’Antiochia, che quantunque scismatico, non poté soffrire l’abuso del Principe che voleva, come utile, disporre a favore de’ suoi Stati dei fondi delle Chiese, così scrivendo: “Essendo tu uomo corruttibile, mortale e di corta vita, osi di dare ad un altro uomo quello che non hai? E se dici di donare quello che hai, e pensi che siano tue le cose di Dio, fai Iddio te stesso. Qual uomo dotato di senno chiamerà ciò provvidenza ed utilità e non piuttosto trasgressione, disubbidienza estrema e perniciosissima iniquità? Come può essere e dirsi cristiano chi profana le cose, siano qualsivogliano, (de)dicate e consacrate al nostro Iddio e celeste re Cristo?” Sappiamo che i contraddittori, male interpretando ed abusando di alcuni testi delle sacre Lettere, credono di ben stabilire in questa parte i loro errori, ma noi senza venire ad un esame di tali maligne applicazioni, domandiamo a V.M. se in dicendo gli stessi autori, che in forza di altri testi delle sacre Scritture non si può ammettere nel mondo sovranità, crederebbe la M. V. che tali testi scritturali fossero chiari e convincenti per l’assunto onde doversi spogliare della sua sovranità per salvar l’anima? Noi crediamo anzi chi penserebbe il contrario, ed in così pensando, penserebbe come pensiamo anche noi. E lo stesso dee dirsi dell’altro, in cui li nemici seguenti della Chiesa, gli eretici, li cattolici di apparenza, i falsi maestri, e gli adulatori dei Principi, attribuiscono ai medesimi in base dei passi della Scrittura, il diritto di togliere alla Chiesa e ai suoi ministri la proprietà ed il possesso de’ loro beni. Dovrebbero pur sapere costoro che i Leviti d’Israello possedevano vaste campagne ed intere città e che come fondi santificati erano inalienabili ed in pertinenza del Sacerdozio. E perché dunque non conciliare il libro del Levitico, dei Numeri, dei Re con le altre espressioni che a chi non sa sembrano fra di loro contraddittorie e far lo stesso con i testi del Vangelo e con gli Atti degli Apostoli, come hanno fatto i santi Padri per tacciare, con manifeste eresie, di contraddizioni i sacri Libri dettati dalla stessa divina Sapienza? Facciamo uso di questi riflessi non perché possiamo mai persuaderci che V. M. abbia cuore di non rendere di peggiore condizione le Chiese, di qu(anto) sono le famiglie particolari, e di seguitare l’esempio di soli Principi Protestanti e segregati dalla nostra Comunione, ma affinché la M.V. senta in poche righe ciò che gli dee aver detto alcuno degli odierni pensatori. Non dissimuliamo che purtroppo alcuni fra i molti ecclesiastici faranno di tali beni un uso mai retto: ma che da ciò? Forse questa sarà ragione per farne uno spoglio ed una appropriazione chiamata sacrilega e farla generale a danno della Chiesa, dei successori e di quelli che l’impiegano secondo i dettami delle sacre Ordinazioni? Nei colloqui avuti con V. M. non entrammo in questa materia, che a termini di particolare temporaneo sequestro, e non ci siamo dimenticati di aver dette delle ragioni per le quali ci parve la M.V. persuasa a doversene astenere. Ma se ci avesse proposto il dubbio di una illimitata privazione per passare i beni delle Chiese all’amministrazione de’ secolari, le avre(mm)o aggiunto ragioni molto più rinforzate con le quali l’avre(mm)o convinta deporne il pensiero.

Quello che la mancanza di apertura non ci diede adito allora di fare colla viva voce, l’abbiamo fatto in ristretto colla presente, la quale, se non avesse eguale efficacia, farebbe conoscere a tutto il mondo cattolico che V.M. non ha fatto alcun conto dei nostri suggerimenti o che presto se n’è dimenticata: giacché in questa sola novità si conviene il rovesciamento di quelle massime cattoliche che ci permise di rilevare. Preghiamo di cuore il Signore che faccia sempre risplendere nell’effettivo Governo della M.V. quelle proteste del suo attaccamento alla purità della Religione in modo che mai restino deluse da fatti contrari. Fin qui ci siamo prevalsi di altra mano più corrente e più facile a leggersi della nostra, per affatigar e tanto di meno la vista di V.M. Con questa rispettosa dichiarazione passiamo ad abbracciarla con pienezza di affetto e col darle la Patema Apostolica Benedizione: Datum Romae apud s. Mariam Maiorem die 3 augusti 1782, pontificatus nostri anno VII. Pius pp. VI.

 

<RISPOSTA DELL’IMPERATORE>

= GIUSEPPE: Ho l’onore di rispondere a posta corrente alla lettera che là S.V. viene di scrivermi sul supposto che io voglia togliere tutti i fondi alle Chiese ed agli ecclesiastici e ridurli tutti ad essere semplici pensionarj. Le relazioni delle persone che mi procurarono già l’alto onore di vedere la S.V. alla mia residenza mi hanno anche senza dubbio procurata questa nuova testimonianza in scritto della sua amicizia e del suo zelo apostolico. Non posso dir altro, senza stendermi in lunghezze, se non che il supposto pervenuto alle sue orecchie, come la S.V. si esprime, è falso e senza andar cercando i testi tanto della Scrittura, che dei santi Padri, però sempre soggetti ad interpretazioni e spiegazioni, tengo una voce in me, che mi dice quello come Legislatore e Protettore della Religione mi convien di fare e di tralasciare. E questa voce coll’aiuto della divina grazia e col carattere onesto ed equo che mi sento, non può mai indurmi in errore. Se la S. V. vuole restar persuasa di questa verità, come lo spero, la prego anche di credermi con più filiale attaccamento e rispetto: 19 agosto 1782 Giuseppe.

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Documento n. 2

Sulla cessazione dello Stato Pontificio: P. Vincenzo Maria Strambi, anno 1798

(…) Se poi si domandasse sia espediente e vantaggioso che la Chiesa abbia dominio e Principato, vi si può rispondere che la cosa è assai dubbia e controversa anche presso le persone più savie e meglio affezionate alla stessa Chiesa. Imperocché se per una parte l’aver dominio è stato proprio perché dia alla Chiesa e ai suoi Ministri una maggior libertà nel promulgare la volontà dell’Altissimo e facilità maggiore nello stabilirne i mezzi per bene eseguirli. Per l’altra parte l’essere la Chiesa e i suoi Ministri privi di ricchezza e di dominio, pare che li mantenga più raccolti nel servizio di Dio, più distaccati dalle cose terrene, più umili in tutta la loro condotta, più affabili e più solleciti del bene del Prossimo, e cosi più amabili a Dio ed agli uomini.

Il certo si è che siccome l’uomo veramente savio si accomoda a tutte le disposizioni della provvidenza, e di quelle si prevale per adempire i disegni dell’Altissimo in bonum. Così quando una certa necessità, come la chiama S. Bernardo De Consideratione lib. 4, c. 3, faceva che si ritenesse dominio, e Principato, gli Ecclesiastici santi colla loro virtù tutto facevano servire all’accrescimento della gloria di Dio. Così mentre, non senza sovrana disposizione di Dio, la Chiesa resta priva di dominio, Dominus abstulit; gli Ecclesiastici che hanno veramente lo spirito del Signore e della sua Chiesa, non trascureranno di raccogliere da questa privazione tutti i preziosi vantaggi, che se ne possono ricavare.

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Documento n. 3

Omelia del Vescovo di Imola (futuro Pio VII), anno 1798

<Ecco le linee direttive dell’Omelia del Cardinale Chiaramonti: Libertà, fraternità, democrazia>.

«La libertà cara a Dio e agli uomini è una facoltà che fu donata all’uomo, è un dominio di poter fare e non fare, ma sempre sotto la legge divina ed umana. Non esercita ragionevolmente la sua libertà chi si oppone alla legge baldanzoso e ribelle;1 non esercita ragionevolmente la sua libertà chi contraddice a Dio e alla temporale sovranità, chi vuol seguire il piacere e lasciare l’onestà, chi s’attiene al vizio ed abbandona la virtù… La forma di governo democratico, adottata fra di noi, o dilettissimi fratelli, no, non è in opposizione colle massime fin qui esposte, né ripugna al Vangelo: esige anzi tutte quelle sublimi virtù che non s’imparano che colla scuola di Gesù Cristo, e le quali, se saranno da voi religiosamente praticate, formeranno la vostra felicità, la gloria e lo splendore della vostra repubblica » (…)

« Decidete quanto conferiscano i precetti del Vangelo, le tradizioni degli Apostoli e dei grandi filosofi Padri e Dottori cristiani a conservare la pace, a far risplendere la vera grandezza dello stato democratico, a fare di tanti uomini, dirò così, tanti eroi di umiltà, di prudenza nel governare, di carità nel fraternizzare fra loro stessi e con Gesù Cristo… Il luminoso oggetto della nostra democrazia dev’essere di stabilire la massima possibile unione di sentimenti, di cuori, di forze fisiche e. morali, onde ne derivi una soave fratellanza nella società (…) nella democrazia studiatevi di essere della massima possibile virtù e sarete i veri democratici: studiate ed eseguite il Vangelo e sarete la gioia della repubblica…

La religione cattolica sia l’oggetto più prezioso del vostro cuore, della vostra divozione e di ogni altro vostro sentimento. Non crediate che ella si opponga alla forma di governo democratico. In questo stato, vivendo uniti al vostro Divin Salvatore, potete concepire una giusta fiducia dell’eterna salute, potete operare la felicità temporale di voi stessi e dei vostri simili e procurare la gloria della repubblica e delle autorità costituite. Sì, miei cari fratelli, siate buoni cristiani e sarete ottimi democratici ».

 

Documento n. 4

Giuramento del Vescovo di Fano – 26 febbraio 1798

Voi ora siete Sovrano, o mio Popolo, e Dio, il grande Iddio vi ha dato questa sovranità. Io sono, o Popolo, il vostro Vescovo. E fu Dio che mi chiamò e per mezzo del suo Vicario mi ha assunto a carico così tremendo.

I regolatori voi siete di quelle vie che conducono l’uomo ad essere felice in terra, ed io sono il regolatore di quelle vie che conducono l’uomo ad essere felice in Cielo.

Io adoro nelle vostre mani le democratiche leggi, ma voi adorate ancor nelle mie, le leggi dell’Evangelo.

Oh sante leggi dell’Evangelo, qua, a me, oggi, che vi consegni al mio Popolo, onde egli che è Sovrano sia mai sempre democratico senza colpa, democratico con virtù. Oh, leggi democratiche, qua, a me, pure in quest’oggi. Voi avete, o Popolo, alle leggi dell’Evangelo quell’ossequio che è ben dovuto alle leggi dell’Evangelo di Gesù Cristo: morir piuttosto che violar questa legge.

Io debbo alle vostre leggi, ubbidienza e rispetto, e tal rispetto e ubbidienza che ognuno impari a rispettarle e ubbidire.

Ohimè! Se ardito io fossi di violarle, sarei colpevole di più delitti, sarei meritevole di molte pene. Ma o quali atroci pene voi pure avreste non solo in terra, ma anche all’inferno, se violate un sol precetto dell’Evangelo, se vi scostaste dagli esempi del Crocifisso:

Io no, che esser non voglio reo di in ubbidienza alle vostre leggi, ma voi nemmeno esser lo dovete a quelle che già vi imposi a nome del vostro Dio.

Deh, rammentate, o Popolo, in vostro cuore, rammentate quei giuramenti che faceste là nel Battistero, ché io, anch’io con giuramento m’obbligo al mio dovere.

GIURO, ecco, o Dio le mie parole, ecco la mia promessa, giuro fedeltà al democratico attual governo, giuro obbedienza alle sue leggi, ma ad un tempo a voi giuro fedeltà e ubbidienza, o mio Dio, fedeltà ed ubbidienza adorabili Comandamenti e alla vostra Chiesa

Oh, sacerdoti, o ministri del Divin Culto, giuro anche per voi, e Dio riceva in religioso olocausto i nostri inviolabili giuramenti.

Sebbene, ah, perché, o mio popolo, anzi miei figli, mia corona e mio gaudio, perché non posso giurare anche per voi. Voi sì che potete adesso formarvi i vostri rappresentanti, le vostre leggi, ma poi, formati gli uni, formate le altre, dovete anche voi rispettare entrambe, e ubbidire con fedeltà. E’ Dio che così vuole, quel sapientissimo Dio, che arbitro e regolatore delle sorti del mondo, le dispone e modera a suo talento.

Voi qui vedete tra i vostri concittadini, quegli che rappresentano la vostra sovranità.

Essi rispetteranno sempre la Religione, terranno da voi lontani i fulmini di Gesù Cristo, onoreranno l’infallibile successore di Pietro e la sua fede, saranno scudo e difesa al cattolico Culto, al sacro tempio, ai suoi ministri, ma tutti insieme custodi ed esecutori delle vostre leggi, ne esigeranno veglianti e solleciti l’adempimento.

Fra questa loro rappresentanza, non è ella tale che al dir di Paolo, vi obbliga ad adorare in esso gli altri decreti, e le disposizioni del vostro Dio, con spirito d’ubbidienza? Eh, sì pur dunque ubbidienza, anche per voi o mio popolo, fedeltà e ubbidienza all’attuai vostro Governo e agli attuai vostri rappresentanti. Ma avvertite questo spirito di fedeltà, questo spirito d’ubbidienza ove più vigoroso lo trovate, se non tra gli augusti veli di Religione?

Adempiansi queste leggi che io vostro Pastore vi addito nell’Evangelo e sarete Sovrani ad un tempo e sudditi integerrimi e virtuosi.

Oh, beato quel Popolo ove nelle massime e nei costumi, trionfa il Vangelo, perché trionfano insieme con lui, la pace il buon ordine, la giustizia!

Beato quel popolo ov’è la Repubblica protetta dal Crocifisso, e il Crocifisso difeso dalla Repubblica, mentre con sì mirabile unione, resta assicurato il doppio bene all’uomo in ordine alla terra e al Cielo.

Cari miei figli, mentre io su questo Altare, consapevole dei miei voti e delle antiche mie lagrime, Altare che mi mostra le sacre ceneri del mio Vescovo Fortunato, Altare che mi ricorda i favori e i voti dell’Ammirabile Madre Maria, mentre io deposito i miei già formulati giuramenti, voi venerateli con Religione. Son giuramenti del vostro Vescovo. Ma ad un tempo accoppiate ad essi le vostre risoluzioni, fervide risoluzioni d’osservare la santa legge di Dio, d’amarvi in Dio, d’essere cittadini nelle vostre intraprese, diretti sempre alle intenzioni di Dio

Oh, Dio, piovete amoroso Sole dal Cielo, che infiammi di carità, illumini le nostre menti, ecciti in cuore, generosi affetti di religione e di Fede.

Rendete santo il Pastore, rendete sante la Greggi onde tutti possiamo un giorno cantarvene, nell’eterna Gerusalemme, inno più giulivo e festoso, del festoso inno giulivo, che ora sciogliamo qui ai piedi del vostro Altare.

Nota: questo foglio, probabilmente portato da don Valeriano Orazi segretario del vescovo di Fano e canonico a Santa Vittoria, ov’è rilegato nel registro n° VI “Iura”, carte 359-360.

 

Documento n. 5

Proclama di Fernando re di Napoli – 14 novembre 1798 (ortografico)

= FERDINANDO IV per la grazia di Dio re delle Sicilie e di Gerusalemme, infante di Spagna, duca di Parma, Piacenza, gran Principe ereditario delle Toscane etc.

Quantunque fin dal principio delle rivoluzioni politiche, che da qualche tempo hanno turbato la tranquillità in varie parti del mondo, avessimo noi procurato di provvedere alla costante sicurezza dei nostri reali Stati e Domini col tenerle lontane le perniciose massime e i seduttori, riordinare ed accrescere le nostre forze armate, stringere con più forti nodi le alleanze con le potenze amiche, stipulare trattato di Pace con la Repubblica Francese, ed esaudire ogni altro mezzo di operazioni pacifiche: pure nondimeno ci siamo trovati nella dura circostanza di vedere in pericolo la quiete ed indennità dei nostri Stati per motivo dell’inaspettata mutazione di Governo del limitrofo Stato Romano, accompagnata dalla sovversione di ogni sano stabilimento, dal danno della santa religione cattolica e da civili discordie e luttuose scene di massacri e depredazioni. Questi avvenimenti, l’imprevista occupazione dell’Isola di Malta di nostra regia pertinenza e le continue minacce di prossima invasione nei nostri Domini, confermate da apparecchi guerrieri e da movimenti di truppe alla volta di questo Regno di Napoli, ci hanno indotto a prendere altri più efficaci provvedimenti, onde allontanare dai nostri Domini qualunque danno e pericolo. Abbiamo pertanto determinato di fare avanzare il nostro reale esercito dentro lo Stato Romano fin dove l’urgenza lo richiederà, con la ferma volontà di ravvivarvi la cattolica religione, farvi cessare l’anarchia, le stragi e le depredazioni, ricondurvi la Pace, e porlo sotto il regolare Governo del suo legittimo Sovrano. Dichiariamo ai nostri amatissimi sudditi, agli abitanti dello Stato Romano, ed agli altri popoli dell’intera Italia che (lungi dal muovere guerra contro alcuna Potenza) il solo desiderio di provvedere alla loro sicurezza e di rendere il dovuto onore alla religione ci ha mosso a questa intrapresa nella quale Noi col soccorso del sommo Dio, secondati dai validi aiuti dei nostri grandi alleati e dall’opera delle Nazioni Italiane, speriamo avere felicissimi eventi. Noi stessi alla testa dei prodi soldati del nostro invitto esercito, dirigeremo le loro operazioni militari e ci impegneremo di fare uso delle loro forze nei soli casi di resistenza e di aggressione, mentre in ogni altro rivolgeremo le nostre cure soltanto agli indicati sacri oggetti della Religione e del riordinamento del Governo dello Stato Romano. Con tale prevenzione adunque esortiamo gli abitanti tutti del detto Stato Romano di deporre le armi nel momento dell’ingresso del nostro esercito nel loro territorio; di conformare a quelle disposizioni che saremo per dare in favore di essi e della salvezza comune, di facilitare con i possibili mezzi e aiuti la nostra giustissima intrapresa, e di essere sicuri che Noi, facendo uso della nostra naturale giustizia e clemenza, non solo proteggeremo e ricompenseremo i buoni e virtuosi, ma ancora raccoglieremo con paterno affetto i traviati che, pentiti dei propri errori, volontariamente ritorneranno nel diritto sentiero e si sottoporranno al nostro comando.

Inculchiamo pertanto a tutti di abbandonare ogni idea di vendetta per il danno che per la passata rivoluzione gli uni avessero agli altri arrecati e di astenersi da qualunque sorta di eccesso di rappresaglia, sotto pena della nostra reale indignazione, di essere trattati i contravventori come nemici della pubblica sicurezza.

Esortiamo parimenti i Generali e Comandanti di qualunque esercito estero di far subito ritirare tutte le loro truppe fuori dal territorio romano, senza prendere ulteriormente parte nelle avventure di quello Stato la cui sorte per ragione di vicinanza e per altri legittimi motivi interessa principalmente la nostra Regia Podestà. Infine manifestiamo che dal punto in cui il nostro esercito sarà entrato nel territorio Romano, vi sarà libera comunicazione tra le sue popolazioni e quelle del Regno, del quale per provvedere alla sussistenza delle Reali truppe ed al bisogno degli abitanti dello Stato Romano, faremo nel medesimo trasportare i generi necessari di viveri ed altre occorrenze.

Dal Quartiere Generale di S. Germano 14 novembre dell’anno 1798. Ferdinando

  1. Acton

(Nel registro VI “Iura” dell’archivio capitolare Santa Vittoria in Matenano, cc.362s. Nota: la guerra del re di Napoli contro la Repubblica Romana, risulta dichiarata il 23 novembre 1798 nel “Distinto ragguaglio della totale disfatta riportata sul formidabile esercito napoletano dalle invitte falangi della Grande Nazione” stampa dell’epoca.)

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Documento n. 6

Ascoli 5 febbraio 1799: sottomissione pacifica

= LIBERTA’   REPUBBLICA ROMANA   EGUAGLIANZA

LA MUNICIPALITÀ’ D’ASCOLI

Alle Popolazioni vicine, Perdono, e Pace per le Communi Armate del Tronto. Dopo varie trattative in iscritto, e a voce colla mediazione nostra, e per mezzo de’ virtuosi Ecclesiastici, Secolari, e Regolati, spediti in tutte le Comuni, il General Francese dimostrando la sua brama di fare cessare i disordini, e risparmiare le conseguenze funeste di una spedizione di Truppe sulle nostre Campagne, trovò il Comandante, e Capitani delle Popolazioni armate, nelle medesime disposizioni di procurare il maggior bene; Quindi in risposta ad un foglio dei prelodati Capitani de’ 4 Febraro furono sottoscritti i seguenti Articoli fissati dal prode, ed umanissimo Generale.

Ascoli 5 Febbraro 1799 V.S. 17 Piovoso, Anno 7. della Repubblica Francese.

Il Generale Francese vede con piacere, che i Montagnoli Insorgenti vogliono acconsentire alla Pace.

Le Truppe Francesi non possono farne, che di onorevole, e di giusto: in conseguenza il Generale Francese animato dal desiderio della Pace, non può donarla, che alla Condizione di già descritta cioè:

  1. Perdono generale per tutte le Communi.
  2. Tutte le Communi daranno un Ostaggio della loro sincerità alla Pace.
  3. Questi Ostaggi saranno sotto la risponsabilità di un’abitante di Ascoli.
  4. Niuno sarà ricercato nella sua passata condotta.
  5. Non sarà levata alcuna requisizione alle circostanze insorte.
  6. Nel Caso, in cui non possa trovarsi un Ostaggio ne’ Villaggi, il Generale Francese accetterà un Abitante, o Prete di Ascoli, che rappresenterà questo Villaggio. (…) Firme di 22 Comandanti (omesse)

 

ARTICOLO ADDIZIONALE

Se non si sono posti gli Articoli relativi al servizio della Religione, alle Campane, e alle Prediche, è perché questi Articoli non possono incontrare alcuna difficoltà poiché già sono accordati dal Capo medesimo delle Truppe, il quale da vari giorni ha dato l’ordine di far suonare le Campane, ed hà protette tutte le Chiese, e promesso il libero esercizio del culto; poiché in fine la facoltà la più intiera sopra questo punto è già accordata da un Proclama del Generai Dahesmer. Per scanzo di ogni equivoco, il Generale Francese conferma le disposizioni a questo riguardo.   Ascoli 17. Piovoso Anno 7. DARGOUBET

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Documento n. 7

PROCLAMA 26 maggio 1799 a Servigliano per l’insorgenza

Per FERDINANDO IV Re delle Due Sicilie e di Gerusalemme, ecc.

Il conte CLEMENTE NAVARRA

Brigadiere delle Truppe arrolate in massa, Napol. e Pontificie

«Ergete la fronte, Popoli generosi del Piceno. Eccovi il felice momento di ravvivare la nostra Santa Religione, di rimostrare il nostro attaccamento al Sovrano e di sottrarci da questa anarchia che sì barbaramente ci opprime. Correte tutti alle armi, e ricordatevi di quel ch’è scritto nelle Sagre Carte nel libro di Judith, cap. 15, v. 6: Omnis itaque regio omnisque Urbs electam Juventutem armatam misit post eos, et persecuti sunt eos in ore gladii quousque pervenirent ad extremitatem finium eorum.

Io vi chiamo a difendere la causa comune, fidate in Dio, nei grandi alleati, nel coraggio avito… Si agirà col massimo rigore delle leggi, perché ritorni il buon ordine, facendo noto a tutti con questo Editto, che in ciascun paese siano reintegrate le Magistrature, alle quali inculco di proibire affatto, che truppe di gente armata dal capriccio, col pretesto della buona causa, vadino scorrendo per le campagne e paesi, arrestando delle persone, e farsi lecito di saccheggiare, fucilare, ed incendiare. Chiunque ardirà ciò tentare sarà considerato come nemico dello Stato, e punito come tale. Ogni truppa armata dovrà dall’invitto mio generale de Donatis, o da me dipendere, né si riconosceranno altre truppe, che quelle da Noi disposte, ma gli abitanti tutti siano preparati a prendere le armi al suono delle campane a martello; ed accorrere al bisogno, se mai truppa nemica ardisse attaccarci, avvertendo, che quel paese, che tardasse ad accorrere, sarà dichiarato ribelle, e come nemico della patria militarmente castigato. Epperò voi tutti del clero, e specialmente voi, Pastori delle Anime, concorrete ad una impresa così gloriosa, e destate con vivezza le scintille della Pietà, e del languente costume, e fate risorgere fra le vostre contrade la purità della infallibile Nostra Religione, e tentare ogni mezzo coll’esempio, e colla voce, perché ritorni in noi quella pace, che finora ci è stata sì barbaramente rapita. Chiunque vorrà con Noi prendere le armi in questa sì nobile gara, si presenti a me, e agli Uffiziali maggiori per avere le necessarie istruzioni e per essere autorizzati colle patenti del Re delle Due Sicilie e più d’ogni altro io chiamo coloro che con eguale valore e fedeltà diedero prova allorché erano aggregati alle truppe Pontificie.

Dato dal Quartiere gen. di Servigliano, questo dì 26 maggio 1799. »

Documento n. 8

PROCLAMA: Ascoli 27 maggio 1799 per l’insorgenza

= FERDINANDO IV PER LA GRAZIA DI DIO RE DELLE DUE SICILIE DI GERUSALEMME ECC.

  1. DONATO ANTONIO DE DONATIS GENERALE IN CAPO DELL’ESERCITO IN MASSA PER LA SUA MAESTÀ’, CHE DIO LA GUARDI

«Popoli di Acquaviva aprite ormai gli occhi alla luce del giorno. Sentite la voce di uno, che ama il vostro vero bene. O Voi stringete le armi in favore delle nostre vittoriose truppe, ed allora troverete in Noi un amico sincero, ed affettuoso, che lungi dal prendere vendette delle vostre insolenze passate addosserà la valida protezione e di Voi, e delle sostanze vostre: o vi dichiarate nostri nemici, ed allora aspettatevi pure, che Noi con tutte le nostre forze affronteremo i vostri fuochi, vi piomberemo addosso, vi saccheggeremo usando ogni rigore militare. Pensate a Voi: decidete con prontezza e dentro due ore mandatene la risposta ».

Ascoli, 27 maggio 1799.

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Documento n. 9

Insorgenza: 26-29 Maggio 1799 a Castel Clementino

Dì 26 del corrente mese di Maggio: si manifestò a Castel Clementino il piano di una controrivoluzione da eseguirsi con l’aiuto e intesa degli Insorgenti Napoletani, alla cui testa si pose Clemente Navarra con la carica di Brigadiere a lui conferita da D. Donato De Donatis, generale in capo dell’Armata in massa Napoletana. Con l’intesa, come dicono, che la mattina seguente dovesse ivi giungere l’avanguardia di tale armata. La mattina del divisato giorno si cercò che i Parroci di detto luogo avessero predicato dall’altare di doversi tutti venire contro i francesi; ma i Parroci mostrarono ripugnanza di farlo, e il curato Burocchi per non esserci obbligato pensò di celebrare nella sua chiesa. Nonostante s’inalberò la Bandiera Napoletana, e si affissero editti con i quali s’invitava il popolo ad unirsi e si ordinava il ristabilimento delle antiche magistrature. La Terra di Santa Vittoria si accomodò per prima a seguire tale piano. Vi si atterrò l’Albero, si unirono delle persone, e alla testa uscì il noto Majeschi il quale si mostrò meno impegnato. Dietro tali incitamenti il giorno appresso 27 detto, la campana di Castel Clementino, che aveva cominciato a suonare a martello insieme col tamburo la sera innanzi seguitò a fare lo stesso

fin dalle otto della mattina e lo stesso si fece in Santa Vittoria, per adunare gente. Il dopopranzo di tale giorno si sentì simile furore e rimbombo di tamburo in M. S. Martino dove però non accorsero se non pochissimi contadini, che, sentito il motivo, amarono meglio di tornarsene alle loro faccende della campagna.

Ieri mattina 28 si intese lo stesso suono in Sant’Angelo <in Pontano> dove era stato dichiarato capitano Giuseppe Gentili. Per buona sorte di questo luogo, la commissione di fare lo stesso fu data all’Egamennoni insieme con la patente di capitano e i proclami da affiggersi, con ordine di eseguire tutto appena qui ritornato. Ma poiché la patente l’aveva presa per forza, come dice, non eseguì punto l’addossatagli commissione, cosicché questo luogo si preservò immune fra l’incendio che ardeva in ogni intorno, e siamo stati solo spauriti di quello che facevano gli altri, fino alle ore 14 circa del giorno di ieri, quando si intesero dalla parte di Castel Clementino delle scariche di moschettieri, che, ignorando noi cosa significassero, senza pensare alla zuffa che vi seguì col distaccamento della truppa francese e insorgenti, non sapevamo indovinare la causa. Se ne concepì però un sospetto, al vedere per mezzo del cannocchiale, che truppa di gente dalla parte di Falerone andava direttamente a quel luogo, e passava il fiume senza scalzarsi. L’eccidio seguito fu poi saputo da persone che, per curiosità di sapere, s’inoltrarono verso quella parte e più in dettaglio si raccontò iersera, e questa mattina. I morti insorgenti sono stati almeno venti. Tra questi il figlio del Navarra che fu incontrato dalla truppa vicino al molino di Falerone, mentre con 50 insorgenti circa, andava in Falerone, e il capitano benedetto Gualtieri fu ucciso poi in casa al tempo del saccheggio, che fu dei più feroci, con altri vari dei quali non so il nome, e fra questi la persona che stava a suonare le campane a martello, la quale fu sbalzata dalla torre. Secondo le relazioni che giungono, oltre allo spoglio generale fatto in tutte le case di quanto vi era – e vi era molto in alcune specialmente, che non si persuadevano di tale visita – vi è stato il massacro di tutto il mobilio che non si poteva trasportare. I cristalli e i vetri delle finestre furono rotti, i parati lacerati, i comò, i tavolini, le sedie, fatti in pezzi. Insomma si fece un macello e di carne e di roba, come ognuno può figurarsi e come si sentirà più dettagliatamente in appresso.

La sera innanzi <27> di questo tragico fatto si erano fatti arrestare e condurre in quel quartiere generale (così denominato quel luogo dal proclama) il Valeriani e il Venantini di Santa Vittoria; altri di là erano fuggiti, come avevano fatto parimenti altri da Falerone, il cui popolo, come quello di Montegiorgio, era stato il primo ad accorrere per arruolarsi.

Il Brigadiere Navarra si salvò con la fuga, e così si salvarono altri uniti con lui, che presero la fuga chi per una parte e chi per un’altra. La truppa poi che si aspettava dalla parte di Ascoli la mattina del 27 non era giunta e non giunse, perché a Mont’Alto trovò delle resistenze. Il Majeschi che aveva tanto brigato è restato morto anche lui. Raccontano che alle ore 4 del 26 partisse dal quartiere

generale e se tornasse a Santa Vittoria, cosicché non fu presente alla zuffa, ma inteso poi quanto successo, dicono che tornasse là per comprare delle robe prese nel saccheggio e che da quattro contadini fosse ammazzato avendogli trovato addosso molti “pezzi duri”.

Non mancò poi neppure qui una scenetta e fu che alle (ore) 19 circa di ieri 28 si presentò il capitano Giuseppe Gentili con sette altre persone del seguito, entrati per la porta del forno, i quali direttamente andarono alla porta del convento di San Francesco, andando dicendo per la strada Napoletani! Napoletani!

Appena smontato di cavallo il capitano suddetto, invece di entrare in convento, fece sul momento arrestare Giovanni Vecchi che passava in quel punto, e poi per la stessa strada, se ne ritornarono indietro senza far altro. Giunti avanti alla casa di lui, si fece incontro la moglie che si mise con le lacrime a scongiurarli di lasciarle il marito; ma il capitano diceva di condurlo al quartiere generale (che non so dove fosse) e gli altri di farlo a pezzi fuori della porta come Giacobino e supposto reo di aver <informato> i francesi perché venissero contro Castel Clementino. Il fatto è che lo condussero fino a San Rocco, ma poi, sopraggiunto il padre e don Santi Luccarini, li cominciarono a pregare di nuovo del rilascio; e sul giuramento che prestò don Santi che non fosse Giacobino, e che non aveva mai avuto alcun carreggio lo dimisero e se ne andarono per i fatti loro.

Ecco la storia genuina dell’accaduto nelle nostre vicinanze, e qui preghiamo Dio che le cose finiscano così. Ma temo di peggio. Pacifico Cornacchia di Santa Vittoria, arrestato dai contadini, fu condannato a Mont’Alto. Andreozzi restò ferito in faccia. Marinelli scampò la morte fuggendo in certi fossi. Majeschi rimase ucciso. Tutti questi andavano uniti a Castel Clementinoper ottenere dal comandante francese che non facesse andare la truppa a Santa Vittoria, dove si credeva <fosse> diretta dopo il sacco di Castel dementino.

(Autore anonimo probabilmente faleronese di un manoscritto n. 946 presso la biblioteca comunale di Macerata qui riferito in trascrizione corretta per l’ortografia)

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Documento n. 10

IL COMANDANTE GENERALE DELLA MONTAGNA GIUSEPPE CELLINI AI POPOLI DELLO STATO PONTIFICIO – INDIRIZZO –

Ascoltate, o Popoli amici, la voce di chi ama il vostro bene. Non è più tempo giacere in una colpevole inerzia, e sostenere più lungamente una fatale indifferenza. Tutti i vostri Fratelli limitrofi all’Abruzzo Ultra e Citra colle anni in mano già sono in Campo. Essi sull’esempio dei valorosi Sanniti, e da loro scortati, han combattuto e son vincitori. Entro le mura de’ loro Paesi più non spira liberamente l’aria impura, né alcun Francese, né verun perfido Giacobino. Sì l’uno, che l’altro si trova fra’ ceppi, o pallido fugge, e ramingo. Quanto audace si mostra questa infida genìa nel vederci avviliti, tanto vile or si dimostra vedendo il nostro coraggio, l’unione e i progressi delle nostre armi. Queste già spiegano su una ben larga estensione la sua energia. E’ stato un punto, un punto solo investir Norcia, Cascia, Visso, Serravalle, Ponte della Trava, Camerino, Ascoli, Mandola, Comunanza, 5. Vittoria, Montalto, Monte di Novo, Affida ecc. ecc. occuparli, e sollevarli. E’ brava la gente, che muove all’impresa, esperti i Duci che la guidano.

Or siam giunti al felice momento, in cui tutta la fiorente un dì, ed ora languida, e desolata Marca è per prendere l’Armi su cui dietro al divin soccorso, è riposta la propria, e l’altrui salvezza. Correte, o Popoli amici, correte ad unirvi con Noi. Non dubitate, la vittoria è nostra. Non vi è più da temere. I Mari, che bagnano la bella Italia, appena reggono a sostenere gl’immensi Legni Inglesi, Moscoviti, Lusitani, Ottomani. Poche di essi si sono presentati in Ancona, e pochi colpi di Cannoni han fatto sentire a quella bloccata città; e nondimeno han destato in essa la più spaventevole costernazione.

L’invitte Falangi Austro-Russe sono arrivate a Bologna. A Soffia è giunto il real Principe di Napoli con il Figlio del Gran Signore conducente un Esercito sorpendentissimo. Da altra parte vola a prestarci aiuto l’immortale Cardianal Ruffo. Noi ci troviamo con numerosa Leva in Massa, al cui fianco vedesi la intrepidezza, il coraggio, la vittoria. Fiancheggiati, protetti, alleati, assistiti da tante Forze, ditemi, vi può essere da temere? Non vi fate ingannare da certi spiriti deboli, o maliziosi Allarmi, Allarmi.

A ciò vi obligano i doveri della propria coscienza, l’amor della Patria, la fedeltà giurata al Sovrano, la Professione di nostra Santa Religione, la quale, sussistendo, per altro breve tempora Cabala Filosofica, Ateistica, Massonica, va ad annientarsi nei nostri Paesi; vi obbliga il bene delle vostre Famiglie, la tenera vostra Figliolanza, che riclama il Cristiano costume, e la sana educazione; vi obbligano il pericolante onore delle vostre Mogli, il pudore compromesso delle vostre Figlie, i beni già invasi, i diritti violati, le proprie persone colle minacce, e colle armi tante volte investite. Se all’aspetto di santi motivi, e di sì potenti aiuti voi non vi scotete, voi siete colpevoli. Tremate. Il colpo desolatore poco

sta a piombarvi sulle Persone, e sulle Sostanze. Odiosi a Dio, al Sovrano, al Popolo fedele, che aspettar mai non vi dovete di avverso? Deh! riunitevi con noi, e non soffrite alcun disastro.

Giacobini, rovesciatori del Trono, sacrileghi invasori de’ Beni Ecclesiastici, Profanatori de’ Luoghi Sacri, Distruttori dell’Ordine sociale, Increduli, Miscredenti, Depravatori del buon Costume, Soldati della Cabala Ateistica voi impallidite, e ponete le ali ai piedi. Ma, che giova? L’arco feritore è rivolto contro di voi. Molti de’ vostri pari o son caduti, o son fra le ritorte. Lo so, voi fuggite: ma dove alla fine miseri andrete? Ovunque strascinate l’indegna esistenza, seguiravvi il rimorso tormentatore: ovunque troverete nemici; ovunque l’odio, l’esecrazione vi accompagnerà. Giacobini ricredetevi. Ancora siamo in tempo. Abbracciate anche voi la difesa della Causa comune, e sarete salvi. Ma se per altro breve spazio vi restarete ostinati nel partito Filosofico, guai a voi; siete perduti. Tremate.

In Camerino dal Quartiere Generale 5, Giugno 1799 G. Cellini Comand. Gener. In Capite.

In Camerino 1799. Per Vincenzo Gori.

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Documento n. 11

Difesa repubblicana: Ascoli 4 giugno 1799

LIBERTA’           EGUAGLIANZA      REPUBBLICA FRANCESE

Dal Quartiere Generale d’Ascoli li 16 Pratile Anno VII della

Repubblica Francese una, ed indivisibile.

MONNIER Generale di brigata Comandante in Ancona, e ne’ tre Dipartimenti riuniti in istato d’Assedio

La Città d’Ascoli, divenuta il soggiorno de’ Briganti Abruzzesi, ha posto il Dipartimento nel rischio di perdersi. Gli Abitanti di questa Città ribelle avevano già presa la Coccarda rossa, e trasformate in autorità Monarchiche le autorità tutte della Repubblica. Essi han dirette le orde de’ Briganti co’ quali eransi unite, e quest’uomini infami, vantando il nome di Dio, del Re, e de’ Preti, han commesso i più detestabili eccessi sulle persone, e se ne hanno usurpato tutte le mobili proprietà, ovunque si son presentati. Le prime lor vittime sono state le Comuni di Offida, di Castorano, di Colli, dì Pagliare, di Monte Prandone, e nelle Campagne che se estendono fino a Montalto.

Non potendo sì fatti eccessi non eccitare la generale indignazione, debbon essi risvegliare tutta l’energia delle autorità Civili, e precisamente dalle Guardie

Civiche, per opporsi vigorosamente alle intraprese, che tentar potessero nuovamente gli enunciati Briganti.

Le Truppe Repubblicane si misero in moto: I Briganti sono stati battuti a S. Benedetto, a Ripatransone, in Acquaviva. Hanno fatta la lor ritirata in Ascoli, e là si erano fortificati. La Città La presa d’assalto dopo due ore di combattimento. Questo giorno è stato spettatore delle nostre complete vittorie, e gli scellerati sono stati puniti. Tutti coloro, che non hanno imitato il lor Generale nella fuga, sano caduti sotto i colpi Repubblicani.

Le Truppe, ch’io lascio nel vostro Dipartimento, occupano delle posizioni vantaggiose. Sarà però stabilita, sotto la sorveglianza dell’Amministrazione Dipartimentale, un Cordone sul Tronto composto della Guardia Civica. Una colonna mobile si metterà subito in azione per portarsi su tutti i punti minacciati, ed occupati dai Briganti suddetti.

Ogni Brigante arrestato sarà fucilato sull’istante. Le Comuni, che non si opporranno al loro ingresso, incorreranno nelle pene già significate nel Proclama del giorno 14 (2 giugno).

Signato MONNIER

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Documento n. 12

Ladroneggi degli insorti, luglio 1799, Ascoli

GIUSEPPE COSTANTINI ALIAS SCIABOLONE COMANDANTE LE TRUPPE IN MASSA PER SUA MAESTÀ’

FERDINANDO IV E POTENZE ALLEATE

Io sono informato dei continui ladroneggi che tuttodì si commettono sì in mobili che in bestiami a svantaggio di pacifici contadini. Sono esacerbato oltremodo per tali misfatti e ne prenderò le misure le più forti. Sotto pretesto di nuocere ai giacobini, si commettono l’empietà le più esacrande. Nessun individuo ha il diritto di ciò fare, ancorché il sapete, ma compete al solo sovrano. E’ questo un procedere che si oppone alla Religione Cattolica ed alle leggi di qualunque Governo. Il fulmine del castigo sta per piombare sopra a quelli che invece di desistere da un tal procedere non restituiranno sull’istante ciò che ànno rubato contro ogni diritto di natura e contro la legge di Dio. Io parto sì per unirmi al prode Generale La-Hoz e battere i Francesi; ma guai a quelli che prenderanno a scherzo questa mia risoluzione. Sarò inesorabile anche co’ miei più stretti di sangue.

Ordino però che subito si rimettino i massari ne’ rispettivi paesi i quali formeranno un processo a quelli ritengono o hanno preso bestiami.

Tutti gli abitanti de’ paesi e contadini si uniranno ad arrestare questi

perturbatori del buon ordine. In caso disperato e di resistenza, li autorizzo a far fuoco a tal razza di gente tanto perniciosa alla società.

Questo ordine stampato che sarà, voglio sia affisso in ogni paese e pubblicato nelle Chiese dai rispettivi curati.

Dal Quartier Generale di Lisciano 16 luglio 1799.

LUIGI ANELLI Segretario.

 

Documento n. 13

REGGENZA a Macerata, 20 agosto 1799

L’IMPERIALE – REGIA – PONTIFICIA REGGENZA DELLA MARCA DI FERMO E DI ANCONA

EDITTO

Per supplire alle immense spese, che seco porta il mantenimento di una Truppa attualmente impiegata alla difesa di una causa tanto nobile, e gloriosa, necessita ricorrere sull’istante a dei temperamenti quanto pronti, altrettanto capaci a produrre tutto ciò, che faccia d’uopo al servizio della medesima. Avrebbe voluto l’imperiale-Reggia-Pontificia Reggenza dispensarsi dall’addossare alle Popolazioni qualunque più piccolo peso, ma I’ urgenza dell’affare, e la santità della causa, che si è impresa a trattare, e che siam prossimi a sentire finalmente decisa, esiggono nuovi sforzi da tutti. Quindi è, che dopo le più mature riflessioni, e li scandagli più esatti, quello essendosi creduto il temperamento meno sensibile di ricorrere all’imposizione di un Testarico, regolato però, e diviso nel caso presentaneo in quattro diversi gradi, si è trovata nella circostanza di determinare, come appresso.

Primo = Tutti gl’individui delle Famiglie Nobili, o ascritte in primo grado in qualunque Città, o Terra, comprese in questa Classe le Comunità Religiose, dovranno subito sborsare in mano dei rispettivi Esattori pubblici a quest’effetto deputati uno scudo per cadauna Testa, con l’obbligo di pagare per ciscun Uomo o Donna di servigio paoli tre moneta di rame.

Secondo = Tutti gl’individui delle Famiglie del secondo ceto, o grado, del primo , e secondo de’ Castelli, e de’ Mercanti saranno tenuti per lo stesso titolo pagare bajocchi 40 per cadauno, t ame sopra.

Terzo = Tutti gl’individui delle Famiglie di qualunque altro grado, o ceto saranno obbligati pagare bajocchi dieci per ciascuno come sopra.

Quarto = Tutti li Coloni dovranno pagare bajocchi cinque per ogni testa come sopra.

Macerata dalla Reggenza 20 Agosto 1799.

(Omissis)

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Documento n. 14

<RICORDO DEI NAPOLETANI A PEDASO>

– 25 agosto 1799

È giunto finalmente in questo nostro castello di Pedaso la Real Truppa dell’Invitto Re delle due Sicilie, comandata dal prode Generale Don Donato de Donatis tanto da noi aspettato, e desiderato, ad oggetto di condursi sotto la Piazza di Ancona, dentro la quale i malvagi Francesi e i loro cinque Partitari sonosi riuniti fuggendo. Mercé un tal forte e valoroso soccorso speriamo ora vicino l’esterminio di quella perfida gente, che resiste ancora alle forze delle Potenze alleate, e speriamo altresì di vedere sollecitamente restituita l’intera tranquillità a queste nostre contrade. Intanto, siccome abbiamo ammirato la moderatezza di detta Real Truppa, che, per li vari provvedimenti dati dal riferito signor Generale, non ha recato la menoma molestia e niun danneggiamento agli interessi ed alle persone di questo castello nostra patria, così ne produciamo un completissimo Avviso al pubblico, onde tutti si esultino di giubilo e di contentezza.

Pedaso, 25 agosto 1799.

Li residenti

NICOLA BERNARDINI, Vie. for. e Dep. eccl.

PROTASIO TEODORI, Govern. locale,

BENEDETTO ROSSI, Segretario.

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Documento 15

ARMISTIZIO PACATO, 13 novembre 1799

LIBERTA’             EGUAGLIANZA           REPUBLICA FRANCESE

Ancona Assediata li 23 Brumale Anno 8vo della Republica

Tra il Generai di Brigata. MONNIER’ Comandante in Capo la Divisione di Ancona autorizzato, dal Consiglio di Guerra tenuto a questo effetto di trattare la Resa di Ancona.

Ed il Sig. Barone di FRELTCH Luogotenente Generale di Sua Maestà Imperatore, e Re, Comandante in Capo le Truppe che assediano Ancona.

La. presente Capitolazione è stata discussa, risoluta, decretata irrevocabilmente nel modo che siegue.

 

ARTICOLO PRELIMINARE

Il Generale Comandante la Divisione d’Ancona, e le Truppe sotto i suoi ordini considerando, che la Capitolazione ¡1 « Fano segnata li 8 Termidoro scorso tra le Truppe Repubblicane Francesi, ed il Sig. Comand. le Truppe Russo-Turche è  stata. Violata nella sua esecuzione per lo stesso Comandante.

Considerando, che la morte sarebbe preferibile al disonore di trattare con delle Autorità che non conoscono il Diritto delle genti.

Vista la situazione, in cui si trova la divisione d’Ancona, e vista la quarta, ed ultima intimazione di resa fatta dal Sig. Barone BRELICH, Luogotenente Generale al servizio di Sua Maestà Imperatore, e Re, Comandante, in capo le: Truppe assedianti Ancona.

Dichiara, che egli non vuole entrare in Negoziazioni, che colle Truppe, ed il detto Luogotenente Generale al servizio di S. M. Imperatore, e Re.

 

CAPITOLAZIONE – ARTICOLO I.

Le Truppe della Guarnigione di Ancona, e Forti annessi al giorno, ed ora, che saranno convenuti, sortiranno dalla Piazza con tutti gli onori della Guerra, cioè: Con Tamburo battente, Bandiere spiegate, Miccio acceso, avendo alla testa due pezzi di Cannone di Campagna coi loro Cassoni, più uno d’Infanteria per rendersi in Francia per la via di terra la più comoda; Soldati, Ufficiali, Generali, ed ogni Militare si di terra, che di mare il Console della Republica Francese, gl’ Impiegati, e agenti Civili, e Militari porteranno seco le loro Armi, Effetti, e Proprietà personali di qualunque genere.

Saranno riguardate come Truppe della Divisione di Ancona, e saranno trattate sotto tutti i rapporti come Truppe della Republica Francese i Cisalpini, Romani, ed altri Italiani formati in Legioni, Battaglioni, o Compagnie, che portano le armi nella detta Divisione.

ARTICOLO II

La Divisione sarà accompagnata, e protetta nella sua marcia sino ai Posti awanzati dell’Armata Francese in Italia da un determinato corpo di Truppe Imperiali Comandate da un Uffiziale dello Stato Maggiore.

ARTICOLO III

La Divisione, che si porterà in Francia per la via che essa giudicherà la più comoda,, marcierà a spese di S.M. Imperatore, e Re:

Ogni Militare, o impiegato riceverà la Razione di ogni genere, e l’alloggio competente al suo grado secondo le Leggi, e Regolamenti Francesi. La marcia non sarà, forzata, ma regolata militarmente dietro quella dell’Infanteria Francese. Il Genera MONIER Comandante la Divisione farà di concerto coll’Uffiziale di Stato Maggiore Austriaco la determinazione dell’alloggio, o accampamento, se sarà giudicato convenevole, come, pure delle ore di partenza, e luoghi di dimora.

Risposta: Le Truppe della Guarnigione di Ancona, e dei Forti annessi sortiranno nel giorno, ed ora convenuta dalla Piazza con tutti gli onori di Guerra richiesti per rendersi in Francia come Prigionieri di Guerra, e non serviranno contro S.M. Imperiale, e contro i suoi Alleati che dopo un perfetto Cambio.

La Truppa deporrà le Armi nel luogo che sarà fissato da un Articolo Addizionale; i soldati e sotto Uffiziali conserveranno le loro muciglie, il Generale Comandante la Divisione, il Console della Repubblica Francese, i Generali, Uffiziali di terra, o di mare, gli Impiegati Civili e Militari conserveranno le loro Armi, Cavalli secondo i loro Gradi, ed i loro Effetti Personali.

Il Generale FRELICH volendo dare una prova di stima alle Truppe della Guarnigione per la Difesa coraggiosa, e contro ogni aspettativa, che esse hanno fatto, accorda ai Sotto Uffiziali il diritto di portare le loro Sciabole per rendersi al loro destino.

E per dare alla Divisione tutta, non meno che al General MONNIER, che la comanda un attestato della considerazione particolare, e della stima di nazione a Nazione contraenti, gli concede una Guardia di onore composta di quindici Uomini a Cavallo montati, armati equipaggiati, e di trenta Carabinieri Armati.

ARTICOLO IV

Sarà accordato a spese di S. M. Imperatore, e Re il numero de’ Carri attaccati, necessarj al trasporto degli Effetti personali degli Uffiziali, Impiegati, Consigli d’Amministrazione, e dei Depositi dei Corpi della Divisione: Il numero dei detti Carri sarà, convenuto d’appresso lo stato dei bisogni, che fornirà il Commissario di Guerra Francese

Il Generale Com. la Divisione, il Console della. Republica Francese, i Generali di Brigata Lucotte, Pino, Palombini, il Capo dello Stato Maggiore della Divisione, i Comandanti del Genio, e dell’Artiglieria, il Pagatore della Divisione, i Commiissarj di Guena, e della Marina Francese, l’Agente del Commissario Civile sono autorizzati di condurre ognuno il. loro Carro coperto pel trasporto delle loro Carte di Amministrazione, come di. Contabilità, ed i loro Effetti personali qualunque.

Risposta: Accordato ma a condizione che sarà Consegnato, da chi ne avrà il dritto, al Sig. Generale Barón di FRELICH l’attestato, che le Balle degli Uffiziali e Furgoni coperti non contenghino effetti di proprietà pubblica.

ARTICOLO V

I Bastimenti da Guerra della Repub. Francese, e Corsari coi loro Uffiziali, Impiegati in Amministrazione, ed Equipaggi si renderanno in uno dei Porti della Republica nello stato che si. ritrovano al momento della sottoscrizione della Capitolazione, muniti di Passaporto, e sotto la garanzia di S. M. Imperiale.

I viveri saranno forniti a spese della detta Potenza a ragione del viaggio.

Risposta:

INAMMISSIBILE ma se le Corsare la LUPE e la VENDETTA uscite dal Porto, e potendosi ripresentarsi di nuovo, rientreranno dopo la Capitolazione, li Marinari, che ne compongono l’Equipaggio, avranno la medesima sorte, che le Truppe esistenti attualmente nella Piazza.

ARTICOLO VI

I Malati dello Spedale della Divisione che potranno essere trasportati, lo saranno a spese di S. M. Imperatore, e Re coi viveri, e medicamenti e Casse di Chirurgia, ed Uffiziali di Sanità sufficienti pel viaggio d’Ancona in Francia.

Gli Ammalati, che senza pericolo, non potranno essere trasportati, resteranno in Ancona; essi saranno protetti come un Deposito Sacro, e trattati come gli Ammalati di S. M. Imperiale.

La Divisione li confida alla lealtà ed umanità della Nazione Austriaca.

II  General MONNIER gli determinerà il numero degli Uffiziali di Sanità, ed Infermieri indispensabili sotto la sorveglianza d’un Uffiziale Militare Francese, e di un Commissario di Guerra.

Subitochè il detto Uffiziale, Commissario richiederanno il trasporto dei Convalescenti o per mare, o per terra, secondochè sarà più convenevole al loro stato, gli verrà religiosamente accordato.

ARTICOLO VII

I Prigionieri fatti tanto durante il corso dell’Assedio d’Ancona che nelle Spedizioni precedenti, e che sono in Ancona, o sopra i Bastimenti Russo-Turchi o nella Divisione occupata dal Sig. Generale FRELIGFI, saranno resi da una parte, e dall’altra immediatamente dopo la sottoscrizione della presente Capitolazione e parteciperanno delle disposizioni contenute ne’ suoi Articoli.

Risposta:

ACCORDATO, per li Prigionieri Francesi solamente, che si troveranno ancora nella Divisione del Sig. Generale FRELIC

ARTICOLO VIII.

Tutti gli Individui di qualunque Nazione, o Religione essi siano abitanti nella Città d’Ancona , o che vi si trovino, e segnatamente gli Ebrei non potranno essere inquietati, molestati, né ricercati direttamente, o indirettamente essi, e le loro famiglie sul sospetto, e per la manifestazione delle loro opinioni civili, politiche, e religiose, come per li fatti che sono risultati, pendente il cangiamento del Governo nel Territorio Romano.

Questa disposizione risguarda quei fra loro, che hanno preso le armi, o esercitato degli impieghi Civili, o Amministrativi durante quest’epoca, e che verrebbero molestati per le loro ingerenze.

Risposta:

Il Governo Austriaco farà rispettare il diritto delle Genti verso li Cittadini senza distinzione di opinioni, o Religioni, purché si sottomettino alle leggi.

ARTICOLO IX.

La Commissione Amministrativa d’Ancona, i Membri anteriori delI’Amministrazioni Centrali dei Dipartimenti del Tronto, Musone, e Metauro, dei loro Tribunali, e Municipalità, gl’impiegati in tutti questi corpi Politici, ed i Patriotti della Republica Romana, come pure li Cittadini., e Sudditi delle Potenze alleate della Republica Francese, che vorranno seguire la Divisione d’Ancona, Essi, le loro Famiglie, ed effetti avranno la liberà più intera, né potranno essere ritardati, né impediti sotto qualunque pretesto.

Risposta.

L’Autorità Militare proteggerà l’esecuzione del presente Articolo, uniformandosi alla risposta fatta nel precedente Articolo.

ARTICOLO X.

Le Vendite, e Cessioni dei Beni, fondi situati in Ancona, e suo Territorio, come anche nei Dipartimenti Musone, Tronto, e Metauro sì autorizzate dal Consolato Romano, che dalla Repubblica Francese saranno mantenute inviolabili

Risposta:

Il Sig. Generale FRELICH non puoi decidere, e lascia l’assoluzione di questo articolo ai Gabinetti.

ARTICOLO XI

Li Cittadini Francesi, e loro alleati potranno alienare, o fare trasportare come a loro più piacerà per terra o per mare a loro spese gli effetti, e mercanzie da loro acquistate sino a quest’oggi.

Risposta:

Accordato; se gli Effetti, e Mercanzie non provengono dai Bastimenti, e Carichi presi dai Corsari sopra i Sudditi di S.M. Imperiale, e che non sarebbero stati giudicati di buona preda.

ARTICOLO XII

Sarà permesso alle persone comprese negli Articoli 8. 9.10. 11. di disporre delle loro Proprietà fondarie, e mobiliarie di venderle, o alienare, o percepirne l’entrate, come a loro piacerà: potranno egualmente in caso di vendita, o alienazione trasportarne esse medesime l’amontante, o inviarlo a loro piacimento nei luoghi, ch’essi desidereranno in Oro, Argento, Viglietti a ordine, o Cambiali.

Le suddette Persone potranno in conseguenza nell’intervallo dei sei mesi a contare dal giorno della sottoscrizione della Capitolazione continuare esse medesime la vendita dei loro Beni, e l’esigenza dei loro Crediti con tutta quiete, se esse non amano meglio abbandonare il Paese colla Divisione d’Ancona, e lasciare i Procuratori generali, e speciali, i quali godranno della protezione, di cui avrebbero goduto restando in Ancona.

Risposta:

ACCORDATO, se i Beni, di cui si tratta non erano di pertinenza dell’Antico Governo, delle Comunità Religiose soppresse; o dei Particolari Emigrati.

ARTICOLO XIII.

I Consoli di Spagna, e di Genova avranno la facoltà di restare in Ancona per lo spazio di sei mesi per terminarci i loro interessi con tutta garanzia delle loro Persone, Famiglie, Proprietà, e Carte Personali, o risguardanti le loro Amministrazioni, se meglio non amano ritirarsi colla Divisione d’Ancona, ed in tal caso saranno trattati come il Console della Rep. Francese.

Risposta:

I detti Consoli saranno rispettati, e protetti.

ARTICOLO XIV.

Se vi fosse qualche Articolo nella presente Capitolazione soggetto o qualche oscurità sarà interpretato secondo I’equità a favore della Divisione d’Ancona.

ARTICOLI ADDIZIONALI.

  1. La Cassa del Pagatore della Divisione, i Viveri, ed effetti dei magazzeni della Rep. Francese saranno rimessi appresso ricevuta nelle mani dell’Assediarne, segnata che sarà la Capitolazione.
  2. L’artiglieria dei Forti, del Porto, della Piazza, ed oggetti annessi, le Piante, e Carte relative alle Fortificazioni, ed all’interesse militare del Paese, saranno rimesse ai Commissarj , che saranno destinati per riceverli, dopo averne fatto Inventario, e rilasciata Ricevuta.
  3. Li disertori dell’una, e l’altra parte saranno restituiti.

Risposta:

CONVENUTO per li Disertori Austriaci solamente

  1. Per la garanzia, ed esecuzione di tutti gli Articoli della Capitolazione saranno dati degli ostaggi, ed il Sig. Barone di FRELIC Tenente Generale Commandante le Truppe Assedianti Ancona si rende responsabile della sicurezza della

Divisione dal momento dell’occupazione dei Posti sino al suo destino, come anche dei danni che potrebbero esser fatti a quelli, che la compongono.

  1. Segnati che saranno gli Articoli della Capitolazione, i Picchetti delle Truppe di S. M. Imperatore, e Re occuperanno le Porte di Francia, e Farina in numero eguale, e congiuntamente ai Francesi.
  2. Ventiquattro ore dopo la sottoscrizione dei ridetti Articoli le Truppe della Divisione d’Ancona evacueranno i Forti, e la Piazza in una sola Colonna con tutti gli onori della Guerra ottenuti nell’Articolo primo: si renderanno il medesimo giorno a Sinigaglia con le loro armi, che deporranno, eccettuati li Militari, ed Impiegati, che devono conservarle.

Risposta:

Convenuto, ma la Truppa Prigioniera deporrà le sue Armi a Fiumesino.

Fatto, convenuto, e decretato in Ancona li 23. Brumale an. 8, della Republica Francese una ed indivisibile.

Il Generale di Brigata Comandante la Divisione d’Ancona MONNIER

Sottoscritto Piè della Croce 13 Novembre 1799.

FRELIH Tenente Generale

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MATELICA MONASTERO DELLE CLARISSE DELLA BEATA MATTIA DOCUMENTI NOTARILI DAL 1227 AL 1399

P e r g a m e n e TRADOTTE Del Monastero della Beata Mattia A MATELICA Anni 1227-1399 ELENCO E TRADUZIONI

Carlo Tomassini e digitazione di Vesprini Albino

Per le pergamene dal 1227 al 1312 cfr. le sintesi in  “Quaderni dell’Archivio storico arcivescovile di Femo” anno 1998  n. 26  Pergamene del monastero matelicese di S. Maria Maddalena (=S. M. M.). Qui aggiunti l’elenco e le traduzioni delle pergamene dalle foto da P. Picciafuoco U. dall’anno 1325 al 1399

1227 settembre 12 Ricevuta di dote matrimoniale di Susanna

1233 aprile 11 Nuova costruzione nel monastero. Indulgenza del vescovo.

1233 settembre 9 Donazione di Alberico Finaguerra e della dote di Usularia.

1233 settembre 9 Donazione di Buon Frate all’abbadessa Beatrice e al monastero di Cupo Romano.

1237 gennaio 11 Consacrazione di donna Rosa nel monastero di S. Maria Maddalena.

1237 aprile 20 Accordo per i beni monastici di donna Rosa dall’eredità del padre Ranno.

1237 maggio  Donna Rosa fa rivalsa per l’eredità paterna e materna.

1237 settembre 2 Il notaio Benincasa vende un terreno ad Attone Petri.

1238 maggio 27 Benentenni del fu Bonasera permuta una casa con di Attone Petri.

1243 giugno 29 Giovanni di Pietro Sassolini e la moglie Letizia saldano ogni debito residuo a Venuto  di Berta Rigi.

1243 settembre 12 Patto di non far pace se non insieme tra Giovanni Finaguerra e Rainaldo contro Benvenuto.

1247 marzo 9 Spartizione di molini e diritti tra Attone e Lazzarello.

1247 maggio 23 Vendita di terra e molino da Giacomo di Valentino a Ugolino Albrici.

1247 ottobre 10 Accordo fra Ventura Carelli e Giovanni di Pietro per una tunica.

1254 febbraio 27 Vendita di vari terreni di Matteo ed Agnese a Iacopo Tertii.

1254 ottobre 20 Professione di donna Crescimbene al monastero di S. M. M.

1254 ottobre 28 Professione di Bartolo del fu Attone Tornaguerra religioso a S.M. M.

1256 dicembre 23 Le persone di S. Francesco di Acquaviva si donanoa  S. M. M.

1257 gennaio 25Guglielmo vescovo Camerinese aggiudica i beni di S. Francesco a S. M. M.

1258 ottobre 24 Annuncio del banditore comunale.

1268 maggio 15 Vendita di maestro Filippo Bonaventura a Rainuccio Attoni.

1270 dicembre 31 Guido vescovo di Camerino fa costruire a distanza da S. M. M.

1271 giugno 2 Testamento di Rainaldo di Gualtiero.

1271 giugno 16  Testamento di Rainalduccio del fu Rainaldo con legati pii.

1271 luglio 3 Promessa di esecuzione testamentaria.

1271 luglio 30 Pietro di Giacomo e Napolione Ranieri danno terra per costruire un monastero.

1271 agosto 10 Oblazione religiosa della giovane Mattia a S. M. M.

1271 settembre 14 Guido vescovo di Camerino fa trasferire il monastero di S. Agata.

1271 dicembre 8 Consegna di citazione vescovile.

1272 giugno 1 Fra Andrea viene nominato procuratore generale del monastero di S. Maria

Maddalena per la soluzione di vertenze.

1272 aprile 19 Venutula del fu Vitale dona sé stessa e i suoi beni al monastero di S. M. M.

1273 aprile 21 Indulto per offerte al monastero per la costruzione di una cisterna.

1274 (1273?)  aprile 19 Richiesta all’abbadessa di S. M. M. da parte di Frate Rainaldo per poter vivere monasticamente sul monte Gembo.

1274 agosto 18 Consegna di lettera del vicario pontificio.

1274 settembre 15 Lettera del vicario pontificio per la posa della prima pietra del nuovo convento di S. Agata.

1274 ottobre 7 Il vescovo Arnolfo di Numana concede indulgenza ai benefattori del convento di S. Agata.

1275 febbraio 11 Divieto di costruire nelle vicinanze del monastero di S. Maria Maddalena riconfermato dal vicario generale del Papa mastro Bernardo.

1277 maggio 30 Vitaliano Albrici vende a Fantesimo Rainaldo un terreno.

1278 febbraio 16 Oblazione di Alluminata e suore di S. Agata al monastero di S. M. M.

1278 marzo 7 Oblazione di religiose del monastero di S. Agata al monastero di S. M. M.

1278 luglio 17 Il sostituto del vescovo di Camerino vieta, sotto pena di scomunica, alle badesse dei monasteri di S. Agata e S. Maria Maddalena di procedere alla unione.

1278 luglio 17 Appello contro il precetto del sostituto del vescovo di Camerino.

1278 luglio 22 Accoglimento dell’appello presentato dai monasteri di S. Agata e S. Maria Maddalena al sostituto del vescovo di Camerino.

1278 Donna Billa dona i suoi beni al monastero di S. Maria Maddalena.

1278 ottobre 16 Vitaliano Albrici vende un terreno ad Andriolo Iacobi Sinibaldi.

1278 dicembre 2 Dote residua dovuta da Angeluccia del monastero di S. M. M.

1279 luglio 3 Donna Ricca dona una dote al monastero di S. M. M.

1280 settembre 4 Procura a Girardo Mattei di Matelica nella causa contro Mardonio Giacobelli ed altri  presso il giudice generale della Marca.

1282 luglio 14 Lettera di Guido di Villanova cappellano e nunzio papale.

1282 luglio 30 Colletta per spese dl nunzio papale.

1283 febbraio 1 Citazione fatta da Rainerio di Montefiascone a Napolione Rainieri.

1283 febbraio 2 Citazione a testimoniare dinanzi al giudice generale della Marca.

1283 febbraio 10 Convenzione per i molini.

1283 dicembre 4 Convenzione per un vallato dei molini.

1284 marzo 13 Testamento di donna Ventura con legati pii.

1284 giugno 10 Procuratore monastico il converso Fra Giacomo da Colle Stefano.

1284 luglio 11 Lettera del vicario pontificio della Marca.

1285 agosto 21 Procura per comporre una lite.

1286 febbraio 28 Indulto del vescovo di Camerino.

1286 settembre 12 Procura per una vertenza e autorizzazione a contrarre un mutuo.

1286 settembre 13 Indulto del vescovo di Camerino.

1286 novembre 14 Delibera del comune di Matelica sulla occupazione di suolo pubblico.

1286 novembre 20 Procura per dilazionare alcuni pagamenti.

1287 aprile 19 Ordinanza del giudice della Marca.

1287 aprile 27 Il balivo del giudice della Marca notifica l’ordinanza del 19 aprile.

1287 settembre 26 Procura per vertenza con i Frati di S. Agostino.

1287 dicembre 10 Procura per vertenza col vescovo di Camerino.

1288 ottobre 22 Il giudice comunale Bonaccorso da Montecchio ordina il completamento di una porta del monastero di S. M. M.  a Iagnino di mastro Percivalle della Romandiola.

1289 aprile 18  Giovanni Corradi giudice ordina a Iagnino di ultimare la porta di S. M. M.

1290 febbraio 23  Nicolò IV incarica il vescovo di Pesaro di dirimere una vertenza tra l’abate De Rotis ed il monastero di S. M. M.

1290 agosto 30 e settembre 8 e 11 Udienza giudiziaria.

1290 settembre 21, 26, 28 e ott. 5 Udienza giudiziaria pe  le monache di Fano.

1290 settembre 26  Il procuratore Lonardello presenta una richiesta al giudice.

1290 settembre 28 Accursio vescovo di Pesaro dichiara contumace Offreduccio di Tomasso di Matelica procuratore del monastero di S. M. M.

1290 ottobre 2 Don Matteo rettore di S. Donato dichiara avvenuta l’assegnazione dei beni al monastero di Fano secondo la sentenza del 28 settembre.

1290 ottobre 5 Don Matteo dichiara eseguita la sentenza del vescovo di Pesaro.

1290 ottobre 7 Appello al papa Nicolò IV da parte del monastero di S. M. M.

1291 settembre 27 e 29 Il vicario papale ordina al monastero di Matelica di desistere dal turbare il possesso delle terre assegnate al monastero di Fano.

1291 settembre 29 Notifica dell’ordinanza del vicario papale al monastero di S. M. M.

1292 febbraio 2 (1° atto) Il monastero cede a Petrono Rainaldi Bone un terreno.

1292 febbraio 2  (2° atto) Il monastero cede a Petrono Rainaldi in terreno.

1293 novembre 5 Benencasa di Pietro Brunelli fa ricevuta a Venuto di Venuto Beni della dote di Margherita di Venuto sposa di Benencasa.

1300 ottobre 27 Testamento di Benentendi del fu Accurimbona di Atto Simoni.

1301 marzo 24  Fra Iacopuccio procuratore di S. M. M. per la riscossione di somme.

1311 gennaio 29 Procura per appello al papa.

1312 luglio 8 Quietanza di pagamento per il prezzo di una campana.

1325 ottobre 20   (1° atto)  Donna Allorita fa oblazione monastica.

1325 ottobre 20  (2° atto) Donna Allorita fa oblazione monastica.

1331 febbraio 28 Affitto di molini.

1332 giugno 15 Il generale degli Eremitani concede indulgenze al monastero di S. M. M.

1335 aprile 17 Procura conferita a mastro Andreuccio Corraduzi di Osimo.

1335 settembre 14 Il monastero di S. M. M. vende un terreno a frate Guido converso.

1336 agosto 26 Nomina di un sostituto rappresentante del monastero di S. M. M.

1345 febbraio 19 – 26 Comparsa in giudizio.

1348 agosto 4 Testamento di Lucetta Ranucci.

1348    (inizio mancante)  Esecuzione del testamento di Nallo.

1348  (data mancante) Posizione giudiziaria di Lippi e convocazione dei testimoni.

1352 aprile 15 Il monastero di S. M. M. effettua vendite per il pagamento di debiti.

1355 ottobre 18 Lucio Ugolini di Matelica vende un terreno a Matteo detto Funario.

1363 marzo 6 Il monastero di S. Angelo vende un terreno a Cola Cagni Martini.

1363 maggio 24 Il vicario generale degli Eremitani concede indulgenza a S. M. M.

1367 gennaio 14 Vendita di casa con orto.

1375 giugno 21 Donazione di terreno con vigna al monastero di S. Maria Maddalena fatta da Mattiolo Petri Massarie da Matelica.

1375 luglio 15 Consegna di una lettera del 4 luglio 1375.

1375 luglio 17 Nomina procuratore del monastero di S. Maria Maddalena.

1376 maggio 10 Donazione fatta da Vannetta Gualtieri Atti Ricci da Matelica.

1387 febbraio 25 Il giudice autorizza il monastero alla donazione di Vannetta.

1380 aprile 30 Donna Catarina del fu Bindo Petri permuta terreno con Pacia Andreucci.

1383 agosto 28 Donazione fatta da Bartolomeo Pucci Venturelli da Matelica.

1383 settembre 2 Copia del testamento di Angelo Cicchi Levi.

1391 settembre 25 Donazione di Venanzo Rafini all’amministratore del di S. M. M.

1391 settembre 28 Esecuzione del testamento di Bitto Ruffini da Matelica.

1399 novembre 24 Testamento di Andrea Lippi Attucci da Matelica.

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1227 settembre 12 a Matelica. –    Nel nome di Dio. Amen. Nel suo anno 1227 indizione xv giorno dodici del mese di settembre (entrante) e tempo dell’Imperatore Federico II imperatore dei romani. Redatto nel castello di Matelica davanti alla casa di Tertio Erri, alla presenza di Angelo Attoni, Monaldo Massei, Accurrimbona Bracconi e Ugolino Viviani, testimoni chiamati. Andrea, figlio del fu Rainaldo da Clugiano dichiarò e fu soddisfatto di avere veramente ricevuto 30 libre che ricevette da Tertio Erri come dote di sua figlia Susanna moglie del predetto rinunciando a qualsiasi cavillo giuridico di contestazione del ricevuto. Lo stesso Andrea impegnò sé e gli eredi al patto che era obbligo restituire tale somma qualora il matrimonio si venisse a sciogliere per la morte o per il divorzio tra lui e Susanna a condizione che non fossero la loro nati figli giunti ad essere venticinquenni (s’intende maggiorenni) e ciò sotto penalità, in caso di inadempienza di pagare il doppio della dote e tutte le spese di lite. Notaio imperiale Pietro Albrici.

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1233 aprile 11 a Matelica –    Filippo vescovo di Camerino per grazia di Dio, rivolge il saluto nel Signore a tutti i fedeli cristiani del clero e del laicato stabiliti nella Diocesi di Camerino. Come disse l’Apostolo: tutti staremo davanti al tribunale di Cristo e riceveremo secondo come abbiamo agito nella vita corporale o in bene o in male. Pertanto dobbiamo prevenire il giorno dell’eterno giudizio con opere di misericordia e con il pensiero delle realtà eterne, dobbiamo seminare nella vita terrena quel che potremo raccogliere in cielo con frutto moltiplicato dal Signore che ce lo renderà. Teniamo con fiducia la ferma speranza che se chi poco semina mieterà pure poco, chi semina nel ben dire e ben fare mieterà pure la vita eterna. Dato che l’abbadessa, diletta in Cristo, e le consorella esistenti presso il castello di Matelica sopra la piana dell’Isola adiacente al fiume Gino, hanno cominciato lodevolmente a costruire il nuovo monastero e la chiesina (oratorio) ad onore di Dio e della beata aria Maddalena e di tutti i santi e non hanno mezzi di ultimare del tutto tale opera, preghiamo voi tutti comunitariamente, vi esortiamo vivamente e disponiamo per la remissione dei peccati che quando verranno gli incaricati delle stesse suore a chiedervi elemosine dai beni donati a voi dal Signore, vogliate aiutarle, cosicché, per queste ed altre opere buone ispirate dal Signore, possiate meritare i premi della vita eterna. Peraltro noi (vescovo) fiduciosi nella misericordia del Signore e nei meriti dei santi Venanzio, Ansovino, Vittorino e degli altri santi,  concediamo quaranta giorni di conforto dalla penitenza imposta nel Signore, a favore di tutti coloro che porgeranno aiuto caritatevole alla stessa costruzione delle suore o ai loro incaricati. Dato a Matelica il giorno 11 aprile.

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1233 settembre 9 a Matelica davanti al monastero  –     Nel nome di Dio. Amen. L’anno del Signore 1233, giorno 9 settembre a tempo di Papa  Gregorio e dell’imperatore dei romani Federico, indizione VI. Il signor Albrico, figlio del fu Finaguerra, di suo diritto diede, consegnò e concesse alla chiesa e al monastero delle donne di Cupo Romano presso l’Isola o a donna Beatrice abbadessa di esso monastero un terreno sito in Cupo Romano dove esiste tale monastero, terreno a confine con la via, con Rainaldo Saraceni, con il fiume, con Bruno Frate, facendo eccezione per il torrente con le “rote” dei figli di Stefo e di Rainaldo Saraceni. Donava in perpetuo questa terra al confinante monastero e chiesa assieme ai beni di Buono Frate, con tutte le pertinenze, in perpetuo con piena garanzia di non contrastare mai questa donazione. Inoltre stabiliva l’abbadessa (Beatrice) come sua amministratrice di 27 libre ravennati e anconetane. Questa somma faceva parte delle 40 libre di donna Usulalia quale dote di lei destinata a esser data come somma al monastero. Si impegnava pienamente con penalità e risarcimento spese. Redatto in località Cupo Romano davanti alla porta dello stesso monastero alla presenza dei testimoni richiesti: il signor Giberto; il signor Gentile; il signor Masseo Lazani; il signor Rainaldo; il signor Albrico Mori. Notaio apostolico, Pietro.

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1233 settembre 9 a Matelica nel monastero  –     Nel Nome di Dio. Amen. L’anno del Signore 1233 giorno 9 settembre a tempo di Papa Gregorio e di Federico imperatore dei romani, indizione VI. Buonfrate figlio del fu Rainaldo Albrici diede per diritto suo, consegnò e concesse alla chiesa o monastero delle donne di Cupo Romano presso l’Isola e a donna Beatrice abbadessa di tale chiesa e ricevente a none della stessa chiesa o monastero un terreno con vigna in parte e con corso d’acqua in località Piagge confinante con la via, con il monastero, con la terra del di Ugolino Albrici, con il vallato dei molini, rote e con il signor Albrico Finaguerra. Donava insieme ogni diritto, pertinenza e lo faceva per rimedio dei suoi peccati per l’anima sua e dei suoi parenti defunti dando tutte le garanzie di non contrastare mai questa donazione, anzi di assicurarla pagando ogni penalità, e spesa. Redatto nella casa o nel predetto monastero alla presenza dei testimoni richiesti e chiamati: il signor Gentile, il signor Masseo  Lazani, il signor Gualtiero Alberti, il signor Rainaldo Massei. Notaio rogante Pietro, notaio della Sede Apostolica.

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1237 gennaio 11  a Matelica nel monastero.  –     Nel nome di nostro Signore Gesù Cristo, anno 1237, indizione decima, giorno 11 gennaio, al tempo del Papa Gregorio e dell’imperatore Federico, alla presenza dei testimoni scritti sotto. Donna Rosa figlia del fu signor Ranno Alberto Gualtieri di propria spontanea buona volontà e per la redenzione delle anime dei genitori, delle sue sorelle e dell’anima propria dedicò se stessa ed i suoi beni (a Dio) ed entrò nel monastero e chiesa di S. Maria Maddalena. La detta signora promise obbedienza e riverenza a Fra Pietro, ministro dei Frati Minori ed alle consorelle e fu accolta a nome della stessa chiesa, con l’impegno che mai in alcun tempo sarebbe uscita da tale chiesa per andare o servire in altro luogo religioso per occasione di stare e rimanere, ma sempre sarebbe restata in tale luogo e rinunciò al mondo. Promise di mantenere la castità e l’unità e la necessità e lo fece a Dio per l’amore che ha verso nostro Signore Gesù Cristo, verso la Vergine Maria e Maria Maddalena. Mentre Fra Pietro predetto diceva: “Vuoi tu essere resa a Dio, a questo luogo di S. Vergine Maria e S. Maria Maddalena permanendo e stando davanti all’altare si S. Maria Maddalena ?”. Lei disse: “Lo voglio “. Lo stesso Fra Pietro e le consorelle la ricevettero a nome e in funzione della detta chiesa e la vestirono per mezzo dei panni dell’altare e del bacio della pace presso l’altare. E la stessa Rosa dopo queste cose donò e cedette ogni diritto ed ogni ragione ed azione che aveva in confronto al signor Masseo ed il signor Gentile Nazari di quattrocento libre che questi stessi erano tenuti a darle dalla vendita del podere paterno e materno, inoltre di centocinquantasei libre che donna Beatrice e la stessa donna Rosa avevano prima consegnato, come pure la stessa donna Rosa consegnò e diede al predetto monastero, o luogo, ogni suo bene oltre a ciò, quel che fosse di suo avere. Promise di mantenere stabile e definitiva questa sua consegna e donazione di non contrastarla in nessuna occasione, né riserva. Erano presenti il signor Bartolo Gentili, il signor Rainaldo giudice, Morico della Rocca, il signor Benintendi, il signor Bentivogio e molti altri testimoni richiesti, nella predetta chiesa. Fui presente io notaio Albertino che per mandato della stessa Rosa e delle consorelle scrissi l’atto e lo resi di pubblica forma.

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1237 aprile 20  –     Nel nome di Dio. Amen. L’anno del Signore 1237, aprile 20, a tempo di Papa Gregorio e di Federico imperatore dei romani, re di Sicilia e di Gerusalemme, indizione X. Il signor Masseo ed il signor Gentile Lazari da una parte e Attone Venimbene notaio amministratore del monastero di S. Maria Maddalena di Matelica dall’altra parte, a nome del collegio e per conto della comunità del monastero deposero, si comune accordo e volontà, presso il signor Morico di Rocca libre duecento ravennati e anconetane, prezzo della vendita di donna Rosa dai beni del defunto Ranno fatta ai figli di Lazario, con questo patto e con questa condizione posta, che qualunque cosa avrà espresso Frate Pietro, Ministro dei Frati Minori, la predetta donna con le consorelle sue e il sindaco della predetta comunità facciano la ricevuta di quietanza e transazione ai figli di Lazario e staranno tra di loro al detto di lui.E se capitasse che il detto Fra Pietro non venisse, o (non) decidesse da ora fino alla metà di maggio prossimo, Don Filippo vescovo di Camerino debba decidere e se capitasse che gli uomini predetti non decidessero, il denaro predetto di duecento libre sia restituito dal signor Morico ai predetti figli di Lazario. E qualora il vescovo dicesse che il predetto denaro fosse da restituire, il signor Morico lo dia, senza frapporre condizioni, alla signora predetta. Parimenti riguardo al testamento di donna (I)bilde, tutto ciò che uno dei predetti (ministro o vescovo) dichiarasse o sentenziasse, con più o meno considerazione, promisero tra di loro vicendevolmente che lo considereranno e lo terranno fermo (deciso) e lo promisero con solenne stipula sotto pena di duecento libre ravennati e promisero di rimborsare o restituire ogni danno di lite e le spese fatte per ciò o sostenute per ciò in qualunque modo mancassero, con solenne stipula tra di loro. E dopo che le cose predette fossero o non fossero pagate, tutto quanto stabilito promisero che resterà deciso. Si riserva ogni diritto al monastero per il fatto del monte, cioè per i dieci (o più) mogiuri (o modioli) e per quello che ha del manso di Martino Iunii e moglie, inoltre della chiusa (da molino) di Atto Deoni e del molino di Geometaria, cose che lasciò alla signora Rosa. Redatto nel detto monastero, presenti come testimoni: il signor Albrico Finaguerra; Rainaldo di Monte Melone; il signor Suppolino; il signor Albrico Mori; il signor Blasio e Giovanni di Albrico Guarnieri. Acto di Deone, avvocato, richiesto, scrisse come notaio apostolico.

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1237 maggio   (Inizio mancante)  –  Sono presenti le monache donna Isulana, donna Chiara, …Lucia, Agnese e Catalina con altre che insieme concordemente (elessero) il loro amministratore contro Masseo e il signor Gentile Lazarii, di fronte a Fra Pietro da Vercelli e di fronte al vescovo di Camerino Filippo per contestare la lite, per giurare nell’accusa e per fare tutto, con transazione, compromesso, ascolto della sentenza, appello, se necessario, che agisca, riceva e replichi come loro stesse potrebbero agire e replicare riguardo all’eredità famigliare di donna Rosa dal padre, signor Ranno e dalla madre donna Beatrice specialmente per 555 libre e per tutti gli altri beni spettanti a lei. Questa procura sarà stabile, non contraddetta per nessuna circostanza dalla abbadessa e dalle monache, senza limiti per condizione di foro ecclesiastico, per atti senza causa, per dolo o timore, con ogni ausilio legale, restituzione, e tutto quanto potesse essere a loro vantaggio o per le persone con loro correlate. Queste cose promisero sotto penalità di 200 libre, pagata o non pagata la penalità, restano stabili. Redatto nel monastero di S. Maria Maddalena alla presenza dei testimoni: signor Albrico Finaguerra, il signor Fianguerra, il signor Morico da Rocca, il signor Suppolino, il signor Albrico Mori, Giovanni Albrici, il signor Blasio.  Io notaio apostolico Atto di Deone avvocato fui presente a queste cose e richiesto dalla detta abbadessa e consorelle scrissi quanto si legge sopra e lo pubblicai.

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1237 settembre 2  –     Nel nome del Signore. Amen. L’anno del Signore n1237, indizione X, giorno 2 settembre, a tempo del Papa Gregorio e dell’Imperatore Federico. A Matelica, davanti alla casa di Gentile di Attone Strovegli, sono presenti i testimoni: il signor Morico da Rocca; Matteo di Attone Petri Albi e Salimbene Ranni. Il notaio Benencasa Alessandri di suo diritto vendé, assegnò e concesse ad Attone di Pietro Tebaldi un terreno arativo sito nel distretto di Matelica in località Casoie, a confine con Sorello, genero di Attolino, figli di Paganuccio e l’acquirente, in pieno dominio e uso comprese le pertinenze, al prezzo di quattro libre e sei soldi che vengono pagati nell’atto senza la possibilità di rivalse e contestazioni, sotto penalità del doppio rimanendo stabile il contratto.  Roga l’atto il notaio imperiale Bentevegna Alberti.

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1238 maggio 27  –     Nel nome del Signore. Amen. Nell’anno del Signore 1238, il giorno 27 maggio (cinque giorni al termine del mese) a tempo del Papa Gregorio e di Federico imperatore, indizione XI. Il signor Benentenni figlio del fu Bonasera fa una permuta (o concambio) con Attone di Pietro Tebaldi. Benentenni consegna ad Attone ed eredi una casa sita nel castello di Matelica a confine con Androna, i figli di Paganuccio, Accurro Bonasera con superficie di sedime e pertinenze, uscite sulla via e diritti. Riceve da Attone un’altra casa nel castello di Matelica confinante con Matteo di Attone Blanci, con Androna, con Bonaccorso di Attone Cristiani e moglie, con Bonora Beneraini. Nella permuta Attone aggiunge alla casa data la somma di quattro libre che Benentenni dichiara di aver ricevuto rinunciando ad ogni rivalsa o contraddizione, sotto penalità del doppio, con rimborso delle spese di lite, permanendo valido il contratto.  Redatto a Matelica nella “stazione” (sede) del notaio Benencasa alla presenza dei seguenti testimoni: Accurro Bonasera; Tomasio Blasii; Mercato Petri da Cerreto e Scagnarello di Albrico Tebaldi.  Notaio imperiale Benencasa.

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1243 giugno 29  –     Nel nome di Dio. Amen. L’anno del Signore 1243 indizione I, giorno 29 giugno (due giorni al termine) al tempo dell’impero di Federico secondo.

Venuto di Berta Rigi fa quietanza e transazione con Giovanni di Pietro Sassolini e con la moglie Letizia per tredici soldi e quattro denari che lo stesso venuto ricevette riguardo alla promessa rimasta insoluta per un campo o manso, ora definitivamente compensato, senza possibilità di rivalsa o di contraddizione, sotto penalità di venti libre, permanendo valida la quietanza. Redatto a Matelica nella casa del giudice Amicalo alla presenza dei seguenti testimoni; Benintenni; Amicalo; Accone Pegilli; Severino Azze; Attone di Accursio Franconi e Attone Deruni e altri. Roga l’atto il notaio imperiale Benenuntio.

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1243 settembre 12  –     Nell’anno del Signore 1243 a tempo di Federico imperatore romano, indizione I, il giorno 12 settembre Giovanni di Pietro Sassolini fece promessa con Finaguerra di Albrico e con il signor Rainaldo Gualtieri con l’impegno che non avrebbe fatto pace né accordo con Benvenuto  Bertenise senza che intervenissero gli stessi Finaguerra e Rainaldo che erano in lite con Benvenuto, a costo di morire e sotto pena di cento soldi. Reciprocamente anche i due alleati Finaguerra e Rainaldo si impegnavano con lo stesso Giovanni a non far pace né accordo con Benvenuto senza di lui. Redatto a Matelica in casa del pievano Matteo, alla presenza dei testimoni: Pietro Severini; Actolinello di Attone e Guintarello banditore.  Notaio Iacobo.

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1247 marzo 9  –     Nel nome di Dio. Amen. Nell’anno del Signore 1247, indizione V. A tempo di Papa Innocenzo, il giorno 9 marzo, nella pieve del castello di Matelica alla presenza dei testimoni chiamati per questo atto, il signor Giacomo Attolini; Ugolino Simeoni e Servedare. Questa è la divisione e spartizione che fece Atto del signor Gentile Lazani tra lui e Lazzanello del signor Giacomo Massei Laczani riguardo ai molini siti nel distretto di Matelica e tra di loro in comune. Queste sono le due porzioni. Una porzione comprende i tre molini siti a Villa Vabiano presso i beni Lanzuni nella catasta (dell’acqua) che è sopra con i canali, le macine, il pavimento, il vallato, la chiusa e con le pertinenze comuni  ai molini per scendere e discendere con accessi e uscite e con tutti i diritti pertinenti ad essi ma con l’esplicita condizione che chi verrà in possesso di tutta questa parte della divisione in atto non potrà impossessarsi né comperare né permutare con i molini vicini e in più resterà in debito con il condividente per la somma di libre sette che dovrà pagare per maggior valore entro il 15 maggio. Questa porzione fu assegnata in proprietà ad Attone. L’altra porzione comprendeva in molino e mezzo nella stessa località, nella catasta che è di sotto alla precedente, con le relative pertinenze e diritti e con l’impegno che il possessore non potrà rialzare il livello da capo né danneggiare gli altri molini. In questa seconda porzione sono comprese tre delle cinque parti del molino della catasta dei molini, quello del fu Pietro Migliorati a confine con il torrente, con Pietro Iaconelli,  per quanto spettante(canali, macine, pavimento, chiusa, vallato, “letricini”, accessori e diritti). Questa seconda porzione venne in proprietà a Lazzanello. Il patto impegnava i condividenti sotto pena di cinquanta libre e rimborso delle spese di lite. Notaio imperiale Salimbene.

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1247 maggio 23  –     Nel nome del Signore. Amen. Nell’anno del Signore 1247, indizione V, il giorno 23 (VIII uscente) del mese di maggio a tempo dell’imperatore romano Federico secondo.   Redatto a Matelica davanti alla casa di Pietro Venerie di fronte ai testimoni Suppolino, Raniero del signor Pietro, Attone di Giovanni ed altri.  Giacomo figlio del fu Valentino di suo diritto vendette, consegnò e concesse a Ugolino Albrici la quarta parte di un terreno indiviso o di una rota (molino) sita nel distretto di Matelica vicino all’Isola con questi confini: il torrente, la chiesa di S. Maria Maddalena, eventuali altri. La vendita comprendeva accessi, uscite verso la via pubblica, i diritti, gli usi e quanto spettante. Il prezzo pagato era di sei soldi. Rinunciava ad ogni contestazione per questa vendita o consegna, sotto penalità e con rimborso delle spese di lite, permanendo valido il contratto.  Notaio imperiale Alberto di Pietro.

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1247 ottobre 10  –     Nel nome di Dio. Amen. L’anno del Signore 1247, indizione V, il giorno 10 ottobre, a tempo di Papa Innocenzo.  Redatto a Matelica davanti alla casa del signor Masseo, Venura Carelli Aldevannino promette solennemente di pagare una certa somma (illeggibile) a Giovanni di Pietro Sassolini (di cui all’atto precedente del settembre 1243) e pone come termine di scadenza il prossimo Natale, sotto penalità di pagare il doppio, con ipoteca dei suoi beni, e ciò riguarda il prezzo di una tunica con cappuccio di panno fiorentino che lo stesso Giovanni (creditore) gli aveva venduto.  Notaio Benvenuto.

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1254 febbraio 27 –     Nel nome del Signore. Amen. Nell’anno del Signore 1254, indizione XII, a tempo di Papa Innocenzo, fu redatto nel Comitato di Camerino a Villa Masiani, nella Cassina Massoli, il giorno penultimo di febbraio alla presenza dei testimoni: Bonvillano Benvenuti, Benvenuto Andrea, Scagnitto Iacobi, Benvenuto Severini, Porriano Bonelli Sollis, Bentivene Paganuccio e altri.  Agnese figlia del fu Vitale Attoni Tebaldi e Matteo figlio di assoli Agresti, marito della stessa Agnese, con il consenso del padre Massolo Agresti e della moglie assieme vendettero e consegnarono in proprietà a Iacopo (Giacomo) Tertii, i terreni in parte con vigne siti in più località di Matelica (?). Un terreno era sito nel Piano di Matelica a confine con la via, con Giacomo di Giovanni, con lo stesso Iacobo. Un latro terreno era sito al Vado (= Guado) dei Militi a confine con il Vallato dei molini, con Michele Guidi, con i figli di Accursio Attolini. Altro terreno in località Querceto di Manfredo, a confine con Morico Paganucci, con maestro Pietro Paganucci ed altri, esattamente la metà dei diritti, come proprietà di Atto Tebaldi nonno della stessa Agnese. In località Querceto come sopra un altro terreno confinante con i figli di Albrico Tebaldi, con Giunta Attolini. Altro terreno a canneto era sito vicino al Fossato Gudenzili a confine con il Fossato stesso, con il signor Alberto Attoni Guarneri. Vicino al Fossato un altro terreno in Villa Casoie con vigna a confine con l’acquirente Iacobo ed ivi inoltre una terra vignata a confine con Benencasa Alessandri e con i figli del signor Sorello. Altro terreno in località Valle, a confine con Matteo Rainaldi e sua moglie donna Place e con terra dell’acquirente. Altro terreno in località Monacesca a confine con Bencivenga Paganucci e con Giunta Attolini. La vendita comprendeva ogni diritto, pertinenza, accesso, uso al prezzo di 31 libre. L’acquirente Iacobo consegnava subito in pagamento 20 libre; decidendo per la somma restante il venditore dichiarò che l’aveva già ricevuta. La vendita resterà stabile sotto penalità del doppio e del rimborso delle spese di lite, permanendo valido il contratto. Questi beni erano la dote di Agnese e il suocero di lei, Massolo obbligò e pignorò le 31 libre a favore di Agnese e di Bonvillano Benvenuti, con il consenso di tutti. Dato il fatto che la dote di Agnese ammontava a 41 libre, oltre alle 31 predette, fu consegnato il campo di terra arativa sita a Villa Masiani, in località Valla Bazzoni a confine con la via, con i figli del signor Salvo Bernardi e con il Fossato, campo che peraltro veniva stimato del valore di cento libre di prezzo. I coniugi Matteo e Agnese insieme lo vendettero allo stesso Iacobo che si impegnava a pagare. Il venditore Massolo assicurava la piena validità della vendita, rinunciando ad ogni controversia sotto penalità, rinunciava espressamente alla lettera dell’imperatore romano Adriano e al senatoconsulto relativo e ad ogni cavillo di legge. Il notaio chiese ai coniugi che asserivano di avere più di 14 anni di far giuramento sul Vangelo e pur minorenni dei 25 anni si impegnavano a rispettare il contratto di vendita.  Notaio Giacomo Sorelli.

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1254 ottobre 20  –     Nel nome di Dio. Amen. Nell’anno del Signore 1254, il giorno 20 (XII exeunte) del mese di ottobre, a tempo di Papa Innocenzo, indizione XII. Redatto presso il monastero delle donne di S. Maria Maddalena del Piano di Matelica sopra l’Isola, alla presenza dei testimoni richiesti: Pietro Pertenevole, suo figlio Pietro e Morico di Pietro Rustichelli e altri. Donna Crescimbene figlia del fu Matteo di Albrico Iordani, soprannominata Paola  di sua spontanea volontà e per la redenzione della sua anima e dei suoi parenti donò e dedicò sé stessa ed i propri beni entrando nel monastero o chiesa di S. Maria Maddalena e promise obbedienza e riverenza al sindaco del monastero, maestro Albertino Lombardo ed alle suore, a nome della stessa chiesa, che in nessun tempo si sarebbe allontanata andando e servendo a qualche luogo religioso in occasione di starvi o rimanervi, ma di voler rimanere nello stesso luogo. Rinunciò al mondo e promise di mantenere la castità, l’unità e la necessità. Lo volle fare a Dio per l’amore che ha verso nostro Signore Gesù Cristo e verso la Maria Vergine e verso Maria Maddalena, nel mentre il predetto Albertino diceva: “Vuoi tu essere resa a Dio, a questo luogo di S. Maria Vergine e di S. Maria Maddalena ?” e lei rispondeva: “Lo voglio”. Allora il sindaco Albertino e le consorelle l’accolsero a nome e per conto della stessa chiesa e la vestirono dei panni dell’altare e per mezzo del bacio della pace presso l’altare. Lei, donna Paola, dopo ciò donò e cedette ogni suo diritto, bene, azione o possesso che aveva, dandolo allo stesso monastero, in particolare diede una casa sita nel castello di S. Severino a confine con Lazano del signor Giacomo, con Guarnerio del signor Gentile e con la via. Lei diede anche il campo in località detta Strada, vicino ai beni del figlio di Benvenuto Bendenari e di Ligorio. Diede ogni altro suo bene al monastero, suo luogo, con l’impegno di non contravvenire alla donazione.

(Redazione della pergamena nell’anno 1261)   Notaio pubblico Pietro Nicolai. Lo stesso notaio per ordine del podestà del Comune di Matelica, Bucaro di S. aria del Monte, scrisse di nuovo la pergamena dell’atto, su richiesta del sindaco generale (amministratore) del monastero di S. Maria Maddalena e del convento, giurando il podestà Bucaro che l’atto scritto precedentemente non si ritrovava né presso il sindaco Finaguerra del signor Albrico, né presso il monastero né presso altri. Se tuttavia venisse a ritrovarsi tale atto originario scritto dallo stesso Notaio, doveva essere a lui restituito. Il nuovo atto è scritto dallo stesso notaio nell’anno 1261 il giorno 26 agosto a tempo di Manfredo re di Sicilia al quarto anno, indizione IV, all’interno della “sanna”  (transenna) della pieve di Matelica dove vengono redatte le carte dei diritti (o proprietà) alla presenza dei testimoni richiesti: Giacomo del Buon Frate, il signor Scanno di Rainaldo, il signor Pietro di Attone Graulini, il signor benteni Iacobi, Iohanni e Giacomo di Giovanni ed altri.

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1254 ottobre 28  –     Nel nome del Signore. Amen. Nell’anno del Signore 1254 giorno 28 ottobre (quarto dalla fine del mese) a tempo del Papa Innocenzo, indizione XII, in Matelica davanti alla casa di Alberto Lombardi alla presenza dei testimoni: il signor Morico Uguictioni, Rainaldo di Attone Albrici, Venturello Brune, Gianni di Attone Martini e Vitale Venuti e altri convocati. Bartolo figlio del fu Attone Tornaguerra di sua spontanea buona volontà per la redenzione dell’anima sua e di quella dei suoi parenti, donò sé stesso ed i suoi beni e entrò nel monastero o chiesa di S. Maria Maddalena. Bartolo promise obbedienza e riverenza a maestro Albertino Lombardi come sindaco del monastero ed alle sorelle ricevuti a nome della stessa chiesa (promettendo) che mai nel tempo sarebbe andato via da tale chiesa per servire a qualche altro luogo religioso con l’occasione di andarvi o starvi, ma di voler sempre rimanere nello stesso luogo (= convento). Rinunziò al mondo e promise di mantenere la castità e l’unità e la necessità. Lo fece per Dio per l’amore che ha verso nostro Signore Gesù Cristo e verso Maria Vergine e di S. Maria Maddalena, nel mentre Albertino diceva: “Vuoi tu essere reso a Dio, a questo luogo di S. Maria Vergine e di S. Maria Maddalena ?” lui rispose:”Lo voglio”. Lo stesso Albertino lo accolse a nome e per conto della stessa chiesa. Dopo ciò Bartolo diede e cedette allo stesso sindaco Albertino, ricevente per il monastero predetto, la terra e vigna sita nel distretto di S. Severino in località Cave, a confine con i figli di Benvenuto Bertonfili, con il signor Bonacurte, con Pietro Tornaguerra e con Benvenuto Andree. Donò insieme ogni suo diritto, possesso e bene promettendo di mantenere la donazione. Il notaio Pietro Nicolai era presente per ordine di Bucaro di Santa Maria del Monte, podestà del comune di Matelica scrisse di nuovo l’atto presente su richiesta del sindaco generale del monastero di S. Maria Maddalena signor Finaguerra del signor Albrico poiché tale istrumento non si ritrovava presso i predetti. Se però in futuro si ritrovasse dovrà essere riconsegnato al notaio stesso.  La nuova redazione dell’atto avvenne nell’anno 1261, il giorno 26 agosto, al tempo del regno di Manfredo re di Sicilia, anno quarto, indizione IV presso la transenna (“sanna”) del comune di Matelica ove si danno gli atti di diritti o proprietà alla presenza dei seguenti testimoni: il signor Iacopo del Buon Frate, il signor Scanno Rainaldi, il signor Pietro di Attone Graulini, il signor Beninte Iacobo di Giovanni e Giacomo di Giovanni ed altri.

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1256 dicembre 23  –     <Due testi: Le persone del convento di S. Francesco di Acquaviva si donano con i beni loro compresa la chiesa al monastero di S. Maria Maddalena. Per tradurre tale donazione occorre tenere presenti due diverse redazioni dell’atto, con diversità di impegni: testo A e testo b. Testo A: Nel nome di Dio. Amen. Nell’anno 1256, indizione XIV, al tempo del Papa Alessandro quarto, il giorno nono di dicembre uscente cioè il 23 (antivigilia di Natale) presso la chiesa di S. Francesco (o di Claudio) di Acquaviva, un tempo luogo (=convento) dei Frati Minori, nel distretto del castello di Matelica sono presenti come testimoni richiesti e chiamati (per l’atto): Abbrazzulo e Morico di Pietro Salvi e Pietro Nicolai.  Le persone che formano la famiglia (o familiari) della chiesa predetta e del luogo di S. Francesco di Acquaviva si offrono per andare a vivere a S. Maria Maddalena. Nell’elenco di queste persone alcune fecero l’atto il giorno 23 altre il giorno 24 (= vigilia di Natale).  Nell’antivigilia si donarono Francesca Petri chiamata Bladetta, Agnese di donna Venuta chiamata Berta, Benigna di Lenguazio chiamata Persa, lo stesso Lenguatio Petri e Ugolino da Rocca o Tancredi. Il giorno della vigilia si donarono Umile figlia del maestro Bruno chiamata Bruna, Marina e Lavernuzio. Il primo gruppo aveva dichiarato di vivere nel convento di Acquaviva senza una regola e senza un vincolo (di obbedienza). Ora tutti costoro vogliono essere sotto la regola e l’ordine di S. benedetto e servire Dio nel monastero delle donne di S. Maria Maddalena in perpetuo, di loro pura libera e spontanea volontà, senza forzature o timori, pienamente donando sé stessi e i loro beni.   (Nella formula A si ribadisce di voler rimanere nel convento del monastero e si esplicita l’obbedienza all’abbadessa del monastero come consorelle e familiari nell’osservanza della regola di S. Benedetto ivi osservata.)  \\ A ricevere la loro dedizione c’era il sacerdote (presbitero) don Zaccheo a nome dello stesso monastero e convento di S. Maria Maddalena per la sua qualità di Sindaco.  La donazione riguardava tutti i beni mobili ed immobili, i diritti, gli usi, i possessi,  le cose godute di diritto e di fatto di qualsiasi tipo, presenti o future anche quelle tenute da altri per loro, in particolare donavano al sacerdote don Zaccheo, per il monastero, il convento (luogo) e chiesa di S. Francesco o Claudio) di Acquaviva che, nel distretto di Matelica, era a confine per due lati con la via, sul terzo lato oltre alla via anche i beni di Paganello Attoni Massei e dei suoi consoci. Don Zaccheo ne avrebbe preso dominio diretto, materiale di piena autorità.   (Nella redazione A si precisa “per diritto loro proprio cedettero tali beni a don Zaccheo che prometteva loro la parte e la sorte di tutte le cose e dei beni del Monastero e convento di S. Maria Maddalena dove avrebbero avuto pane ed acqua come le altre persone del monastero e convento, in piena parità di regola e di obbedienza alla Badessa.)  Notaio pubblico: Grazia.  Testo B: Nel nome di Dio. Amen. Nell’anno 1256 indizione XIV, al tempo del Papa Alessandro IV nel giorno 9 dalla fine di Dicembre (23 dicembre) nel distretto del castello di Matelica presso la chiesa di S. Francesco o S. Claudio di Acquaviva un tempo luogo dei Frati Minori alla presenza di Abbrazzulo e Morico di Pietro Salvi e Pietro di Nicola, come testimoni richiesti e chiamati: Francesca di Pietro detta Bladetta, Agnese di donna venuta detta Berta,  Benigna di Lenguatio detta Persa, lo stesso Lenguatio di Pietro e ugolino dalla Rocca o Tancredi, famigli della stessa chiesa e luogo di S. Francesco d’Acquaviva, abitanti nella chiesa predetta o luogo, senza una regola né alcun vincolo d’obbedienza, volendo essere sotto la regola e l’ordine  di S. Benedetto e mettersi al servizio del Signore nel monastero delle donne di S. Maria Maddalena di Matelica e proponendo di restare nel monastero di S. Maria Maddalena di loro pieno, libera e spontanea volontà, non spinti da forza né da inganno donarono e offrirono sé stessi ed i propri beni al predetto  monastero e convento di S. Maria Maddalena e a don Zaccheo presbitero sindaco che li accoglie a nome dello stesso monastero e accetta tutti i loro beni stabili, mobili, semoventi, diritti, azioni, richieste, ragioni utili dirette e miste e contrarie di loro competenza di diritto e di fatto, quel che hanno, tengono, possiedono o quasi anche tramite altra persona a loro nome, o come tali o mediante altra persona in loro funzione e a nome loro  dovunque questi beni sono o possono trovarsi e specialmente il detto luogo e chiesa di S. Francesco o S. Claudio di Acquaviva con siti , selve e orti ed altra pertinenza sito nel distretto di Matelica, entro i seguenti confini: 1° e 2°, la via; 3° la via e paganello di Attone Massei con i suoi consorti tenendoli sino a che il monastero di S. Maria Maddalena  non ne prende diretto dominio per loro autorità e licenza senza contraddirlo. Tutto quanto sopra detto fu da loro attribuito, dato e concesso per amore di Dio, per la remissione dei peccati loro e dei parenti. Il giorno successivo (24 dicembre) fanno la cessione Umile di mastro Pietro detto Brune, Marina e Lavernutio  famigli del luogo e chiesa di S. Francesco o S. Claudio di Acquaviva nelle mani di Zaccheo predetto che accetta a nome del monastero e convento di S. Maria Maddalena, come fecero prima Francesca, Agnese, Benigna, Ugolino e Legnatio.  Donarono, concessero, fecero tutte e singole le cose sopra dette per la redenzione delle loro anime e i n modo che don Zaccheo come Sindaco del detto monastero, incaricato a nome e in funzione del detto monastero e del convento per tutte le cose dette prima e dette nel seguito per mezzo loro e dei loro successori, ricevette le loro persone come famiglie compartecipi del predetto monastero e del convento promettendo loro di aver parte e sorte di tutte le cose e dei beni dello stesso monastero, di aver pane e acqua nello stesso monastero come hanno gli altri della famiglia dello stesso monastero e del convento. Le donne sopra dette nelle mani di don Zaccheo presbitero che le riceve per l’abbadessa dello stesso monastero promisero e fecero voto di obbedienza e riverenza e di osservare la regola di S. Benedetto quale è osservata in detto monastero.  Alla presenza dei testimoni, a Matelica il giorno 8 dalla fine di dicembre (24 dicembre) Umile di mastro Pietro detta Bruna e Marina e Lavernuccio della famiglia del luogo sopradetto e della chiesa di S. Francesco d’Acquaviva fecero donazione e cessione al sopradetto don Zaccheo sindaco del monastero stipulante per lo stesso monastero e per il suo convento esattamente come avevano fatto Francesca, Agnese, Benigna, Ugolino e Lenguatio per il fatto che il sopradetto don Zaccheo sindaco, a nome ed in funzione del monastero e del convento, come sopra, fece promessa ed accordo con Umile. Marina, e Lavernutio come aveva concordato con Francesca, Agnese, Benigna, Ugolino e Lenguatio in tutto e per tutto come nel capitolo detto sopra.  Ed io Grazia pubblico notaio fui presente a tutto ciò e scrissi come si legge sopra e resi pubblico (sigillo notarile).

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1257 gennaio 25  –     Nel nome di Dio. Amen. Noi Guglielmo vescovo di Camerino per grazia divina ed apostolica, in qualità di arbitro, giudice, uditore e compositore amicale per elezione fatta da Lazano del signor Giacomo sindaco della abbadessa e del convento del monstero di S. Maria Maddalena da una parte e da mastro Admannito di Pietro, sindaco dell’abate e del convento del monastero da Roti e della abbadessa e convento del monastero di S. Francesco d’Acquaviva dall’altra parte; in merito alle questioni di contrasto e controversie che vertevano e potessero vertere tra di loro a motivo dello stesso monastero di S. Francesco d’Acquaviva con i suoi beni ed inoltre delle persone di esso monastero, come più chiaramente è espresso nel compromesso fatto e redatto tramite noi di mano del notaio Offreduccio a favore della pace e della concordia;  ora stabiliamo con decisione, e facciamo arbitrato e composizione amicale dopo aver invocato la grazia di Dio onnipotente, sentenziando che Lenguatio e la figlia con tutti i beni loro e Ugolino della Rocca con le terre e le vigne  che diede al monastero di S. Francesco, passino e vadano nel monastero di S. Maria Maddalena. Gli altri beni e persone che erano nel monastero di S. Francesco da Acquaviva, sin dal momento che si mosse la lite tra il monastero de Rotis ed il monastero di S. Maria Maddalena circa il monastero di Acquaviva, rimangano nel luogo di S. Francesco di Acquaviva, liberamente, pacificamente e serenamente. Inoltre diamo lodo ed arbitrato che l’abbadessa ed il convento del monastero di S. Maria Maddalena per mezzo del sindaco legalmente stabilito per questo scopo, faccia libera, totale quietanza e remissione a donna Elia abbadessa di S. Francesco d’ Acquaviva e al suo convento di ogni promessa fatta a lei e al detto monastero in qualunque modo,  o al suo sindaco o ad altri riguardo ai beni del detto monastero d’Acquaviva ed anche delle persone di esso, in conformità alla saggezza di donna Elia e del suo convento. Se poi venissero a trovarsi documenti riguardanti questa cose, siano nulli, cancellati e vani come sin da ora li cancelliamo, li annulliamo, e li riduciamo senza valore probatorio.   Parimenti diamo lodo ed arbitrato che l’abbadessa ed il convento del monastero di Acquaviva e l’abate ed il convento de Rotis, facciano documento di donazione, quietanza e remissione in conformità alla saggezza dell’abbadessa e delle donne di S. Maria Maddalena riguardo a Lenguatio e alla sua figlia ed ai loro beni e riguardo ad Ugolino della Rocca ed ai suoi beni in vigne e terre, ciò per mezzo di un sindaco a ciò legalmente stabilito. Parimenti diamo lodo ed arbitrato che tutti i beni che erano in casa di Lenguatio sin dall’inizio della lite debbono riconsegnarsi a tale casa, quelli che erano delle donne di Acquaviva siano ancora delle stesse e siano loro riconsegnati, così quelli che erano di Lenguatio e della figlia vadano assegnati al monastero di S. Maria Maddalena senza alcuna contraddizione.  Diamo lodo ed arbitrato decidendo ogni singola cosa come scritto sopra e comandiamo che si adempia inviolabilmente dall’una e dall’altra parte, sotto pena espressa nel compromesso, pena da applicare ed esigere ogni volta che si fa questione su quanto sopra detto o su qualche aspetto. Comunque, scontata o no la pena, il lodo ed arbitrato da noi dato resti sempre valido e vincolante.  Emanato nel palazzo di S. Vittore delle Chiuse alla presenza dell’abate di Grotta S. Vittore, don Giovanni da Bettonio, don Gualtiero canonico di Fabriano, don Vacumbene, mastro Benvenuto di Giovan Guidoni e molti altri testimoni nell’anno del Signore 1257, indizione XV, il settimo giorno dalla fine di gennaio (25 gennaio) al tempo del Papa Alessandro IV. Scrissi io Offreduccio notaio d’autorità imperiale.

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1258 ottobre 24  –     Al tempo di Papa Alessandro, presenti come testimoni maestro Giovanni Albrici e PietroAttorri Rigi, Micarello banditore comunale di Matelica rende atto di aver fatto nella piazza, a voce alta, il bando (avviso) per mandato del giudice comunale Iacobo (giacomo) Sorelli, che chiunque voleva difendere Pietro Benvenuti e suoi beni, entro cinque giorni si presentasse al fine di far stabilire la data di termine per rispondere alle tre petizioni avverse espresse da Giacomo Terzi e da Francone Gennari.  Notaio, comandato dal giudice, scrisse Salimbene.

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1268 maggio 15  –     Nel nome di Dio. Amen. Anno 1258, indizione XI, giorno 15 maggio a Fabriano nella casa di Pellegrino Pauli alla presenza di testimoni richiesti e chiamati: Pellegrino Deutesalve Albrici da Genga e Giovanni Albertucci. Il maestro Filippo di Bonaventura di Matelica per suo diritto vendette, consegnò, diede in perpetuo a Rainuccio Attoni Cambereni e suoi eredi un terreno arativo sito nel distretto di Matelica nella Villa San Severino a confine con la via pubblica, con Salimbene Albrici, con Bartolo Monaldi e con Accursio Bucarelli.  Il prezzo stabilito e pagato erano cento soldi, con la rinuncia di ogni atto in contrasto per la cessione della proprietà del terreno con tutte le sue pertinenze, sotto penalità del doppio del valore e rimborso delle spese di lite.  Notaio imperiale Mantia.

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1270 dicembre 31  –     Guido vescovo di Camerino per grazia divina ed apostolica saluta nel Signore le dilette in Cristo, abbadessa e conventuali del monastero di S. Maria Maddalena di Matelica, nostra diocesi. Di fronte alla richiesta giusta e dignitosa a noi presentata, come suggerisce il valore dell’equità e come esige la forza della ragione, noi per sollecitudine della nostra funzione vogliamo che abbia il dovuto effetto, pertanto, o dilette (figlie in Cristo, ascoltando le vostre domande e considerato un dovere l’indulgere a voi in modo che non si possa costruire né trasferire di nuovo alcun monastero né chiostro né chiesina di religiosi o religiose entro lo spazio di sessanta “canne” di misura vigente nell’ambito del comitato di Camerino , a distanza d’aria all’intorno dal confine del vostro monastero, tutt’intorno anche dove la disposizione del luogo non permetterebbe in altro luogo. Stabiliamo così che sia distrutto tutto ciò che, dopo la concessione presente, sia stato edificato o fatto in contrasto con la disposizione di quanto ordiniamo e indulgiamo qui. A nessuna persona mai sia lecito violare questo documento di indulgenza né contrastarlo con temerario ardire. Se però qualcuno userà la presunzione di tentarlo, sappia di incorrere nel nostro sdegno. Abbiamo comandato di rafforzare questo documento con la convalida del nostro sigillo per dare maggiore fede e certezza ad esso. Dato a Camerino, l’ultimo giorno di dicembre, in tempo di sede cavante a Roma, indizione tredicesima.

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1271 giugno 2  –     Nel nome di Dio Padre, Figlio e Spirito Santo. Amen. Nell’anno 1271 dalla nascita del Signore, indizione XIV, a tempo di sede apostolica vacante, il giorno 2 del mese di Giugno, a Matelica fu redatto nella casa dal sig. Rainaldo del sig. Masseo chiamato anche Rainaldo del sig. Gualtiero, alla presenza dei testimoni richiesti ed a ciò chiamati: il sig. rev. Morico di Giovanni chierico, il sig. rev. Giovanni Mistriani, il sig. Vengnate Severini, Salimbene del sig. Sinibaldo, Ivano del sig. Scagno, Napolione Rainerii, Ruggero del sig. Rainaldo del sig. Gualtiero chiamato anche Rainaldo del sig. Masseo faceva il suo testamento in cui tra l’altro lasciava a donna Floretta sua nipote come figlia del suo defunto figlio Masseo, la somma di dieci libre come sua parte ereditaria di spettanza, con accettazione della concessione di un versamento annuale di 20 soldi fino a completare il pagamento di dieci libre. Lo stesso Rainaldo stabilì come suo erede suo figlio Rainalduccio. Se peraltro costui avesse a morire senza figli maggiorenni di 25 anni, l’eredità era destinata a Lazano del sig. Gicomo che era autorizzato a vendere tutti i beni di Rainaldo che erano nel distretto di Matelica, ma non in quello di S. Severino a da tale vendita aggiunge alle precedenti dieci libre per Floretta, altre 50 (cinquanta) libre.  Floretta era monaca consacrata a S. Maria Maddalena. Dopo la morte di costei le 50 libre siano destinate a costruire una chiesa o casa a lode di Dio pro anima del testatore. Notaio Fantesino del sig. Rainaldo giudice ordinario.

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1271 giugno 16  –     Nel nome di Dio Padre Figlio e Spirito Santo. Amen. Nell’anno dalla natività del Signore 1271 indizione XIV, in tempo di sede apostolica vacante del pastore, il giorno sedici giugno a Matelica nella casa di Laczano del signor Giacomo alla presenza dei testimoni chiamati e richiesti: signor Bonacurte di Massei Laczani, Ivano del signor Scagno, Pietro del signor Giacomo, Napolione Rainerii, Laczano del signor Giacomo, Salimbene del signor Sinibaldo, Accurrimbona Nonvallia, Matteo Renzi, Salvo Rainaldi ed altri molti  si fece questo atto. Rainalduccio figlio del fu signor Rainaldo del signor Masseo Laczani, debole di corpo, sano di mente provvide al suo testamento nuncupativo senza scritti, nel quale lasciò anzitutto 40 soldi ravennati e anconetani per la sua anima da distribuire secondo la legge canonica. Lasciò 7 libre ravennati e anconetane come legato e fidecommesso di sua sepoltura per la remissione dei peccati suoi e del padre e della madre. Lasciò 36 soldi per restituzione o pagamento di quanto ricevuto ingiustamente e indebitamente da qualcuno di cui non ricorda il nome. Lasciò come legato o fidecommesso della chiesa di S. Maria del Piano o di Savenano, 20 soldi ravennati  e anconetani per la fabbrica e restauri della stessa chiesa. Lasciò e comandò di dare a pagare tutti i debiti di usura e di mortorio della sepoltura non pagati, del padre e madre suoi, come da loro testamento o da atti e testimoni. Lasciò come legato o fidecommesso a Floretta sua nipote vita natural durante un mantello ed una tunica ogni anno per sue necessità. Lasciò come legato per cantare le messe per la redenzione della sua anima   e per la remissione dei suoi peccati 40 soldi ravennati e anconetani. Lasciò come legato a Napolione Rainerii e a Pietro del signor Giacomo 20 libre. Lasciò come legato a Sibilia, sorella sua, una casa sita in Matelica, a confine con Pietro del sig. Giacomo, la via, il signor Finaguerra del signor Albrico e la ripa o fosso del comune matelicese, inoltre la vigna in Savenano a confine con la via, Sinibaldo Massei Sinibaldi, la via e la figlia di Giacomo Bene e fossato. Lasciò come legato a Laczano del signor Giacomo tutti i beni, diritti e azioni che il testatore o taluno per lui ha in qualsiasi modo presso il castello di San Severino o suo territorio confermando allo stesso Laczano la consegna fattane per mezzo del padre Rainaldo del signor Massei. Lasciò parimenti a Rialta moglie di Accurimbona Nonvollie 30 soldi. Ordinò che ogni precedente disposizione fosse eseguita entro quattro anni, cioè un quarto ogni anno. Per ogni altro bene erede universale sua sorella carnale Sibilia con ogni diritto.  Notaio Fantesino giudice figlio del signor Rainaldo.

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1271 luglio 3  –     Nel nome di Dio Padre Figlio e Spirito Santo. Amen. Anno dalla natività del Signore 1271, indizione VIV, a tempo di sede apostolica vacante del pastore, il giorno 3 del mese di luglio, alla presenza dei testimoni richiesti e chiamati a Matelica nella casa del fu signor Rainaldo del signor Masseo tra molti altri c’erano il signor Finaguerra del signor Albrico, il mastro Giacomo Palmuzi, Palmulo del signor Benvenuto, Salimbene del signor Sinibaldo, Laczano del signor Giacomo, Ugolino Fantesini, Ivano del signor Scagno quando donna Sibilia figlia del signor Rainaldo del signor Masseo Laczani con il consenso esplicito del marito Ivano del signor Scagno prese impegno nei confronti di Floretta figlia del signor Masseo del signor Rainaldo (nipote) di dare ogni anno a lei un paio di panni di gactinello cioè una tunica ed un mantello di misura a lei adatta, come da legato testamentale del fratello carnale di Sibilia stessa, Rainalduccio del signor Rainaldo e ciò sotto penalità del doppio del valore degli stessi abiti, con spese a suo carico, restando valido il contratto, senza eccezione come il senatoconsulto di Velleio o altro.  Notaio il giudice ordinario Fantesino del signor Rainaldo.

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1271 luglio 30  –     Nel nome di Dio. Amen. Copia dell’atto del defunto notaio mastro Matteo del signor Bentivoglio dell’anno 1271, indizione XIV, a tempo di sede romana vacante del pastore, il giorno 30 luglio, nella pieve di Matelica, presenti come testi, tra altri, il signor Matteo Petruzi, il signor Fantesino Rainaldi, il signor Giacomo Plebani. Questo il contenuto: Pietro del signor Giacomo e Napolione Ranieri di fronte al venerabile padre Guido vescovo di camerino e l’abate di Sant’Angelo donarono e consegnarono a Fra’ Rainaldo Topini religioso accettante la donazione per sé ed i confratelli anche in futuro,  un appezzamento di terra di quattro modioli con selva e montagna posto sul Monte Gemmo in località Trocche a confine con le terre dei donatori e con Nicola Guidi. Fra’ Rainaldo ed i confratelli successori possono godere tale superficie o anche di più per costruirvi un monastero ed eremo e la chiesa di Santa Margherita a lode di Dio e della Beata Vergine Maria. Donano per l’anima propria e dei parenti loro. La trascrizione dell’atto è fatta dal notaio pubblico Bonacasa Benvegnati, fedelmente, su richiesta del giudice e vicario del comune matelicese, Ugolino del signor Leti da Osimo podestà matelicese nonché per ordine del Consiglio Generale. Copiato l’anno 1280, indizione VIII, a tempo di sede romana vacante del pastore, il giorno 26 novembre, nella casa del comune con i testimoni Giacomo Plebani, Ivano Rocamboni Zugnetta banditore e Matteo figlio del notaio Raniero e di altri.

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1271 agosto 10  –     Nel nome del Signore. Amen. Nell’anno dalla sua natività 1271, indizione XIV, il giorno 10 agosto, essendo vacante la chiesa romana (per la morte) del Papa Clemente IV di felice memoria, fatto a Matelica nel monastero di S. Maria Maddalena, di fronte a don Morico di Giovanni, ora cappellano del detto monastero, al chierico Matteo di Giovanni e a Casarello di Donato Guarini da San Severino, quali testimoni richiesti e a ciò chiamati, Mattia figlia del fu Guarnerio (figlio) del signor Gentile Lazani, offrì sé stessa ed i suoi beni a Dio ed a S. Maria Maddalena e al suo monastero posto nel borgo del castello e comune di Matelica, nella mani di suor Amodea (Amadea) monaca di detto monastero che accoglie e stipula solennemente l’atto a nome ed in funzione dello stesso monastero.  Mattia offrì tanto i beni mobili, quanto i beni immobili e semoventi, tanto i beni urbani che rurali, mulini, boschi domestici e silvestri, prati e pascoli e possessioni, in particolare e in generale, ogni altro suo bene, possesso, diritto reale e personale, di qualsiasi luogo, provenienza, tempo modo e qualità spettanti ora e in futuro a lei, (li dona) per la salvezza della sua anima in remissione dei suoi peccati, dando e cedendo tutto quanto detto, in diritto di proprietà, di utilità, di dominio diretto, da possedere e tenere, in modo che da ora il predetto monastero abbia, tenga, possieda i predetti beni, cose, possessioni,  e quant’altro sopra detto e di ciò faccia quel che piacerà al monastero, all’abbadessa (presente) ed alle succeditrici o altri per loro, piacerà fare dei beni da ora, sempre, in perpetuo, con le adiacenze ed i confini superiori ed inferiori avuti, presenti, passati e futuri con tutte e singole le cose che ci sono o che ci saranno sopra, dentro o sotto, per intero, con ogni diritto, azione ed uso o richiesta, tutto quanto appartiene e spetta a Mattia da quei e per quei beni come detto sopra pertinenti e spettanti per la remissione dei suoi peccati e per la redenzione della sua anima.  Mattia stabilì di possedere queste cose, terreni e beni nel frattempo sempre a titolo precario a nome del detto monastero fino a quando (esso) n prenderà di sua autorità, una o più volte, il possesso corporale di persona o tramite altro, soprattutto tramite il sindaco dello stesso monastero. Mattia diede libera licenza e pieno potere che a suo nome il monastero o altri per esso possa fare tutto quanto detto sopra anche per richiesta della Curia o di un giudice. Mattia promise legalmente e solennemente ad Omodea di fornirle la difesa legale per il monastero stipulante solennemente e legittimamente e di non opporsi mai o agir contro per qualsiasi occasione ed eccezione in qualcosa di quanto sopra scritto, sotto penalità del doppio del valore d’estimo di detti beni e cose anche se acquisteranno maggiore valutazione nel tempo o saranno migliorate. Rinuncia in questo contratto alle eccezioni o condizioni di causa giusta o ingiusta, di inganno o fatto come pure a tutti gli aiuti e benefici che alla stessa Mattia competono o competessero per atti da invalidare o cambiare alcunché delle cose predette. Mattia si impegna per sé ed eredi a risarcire ogni spesa con interesse, paga e danno per tutto quanto sopra promesso solennemente e legalmente sotto penalità alla predetta Omodea per il detto monastero dando credito al giuramento dell’amministratore del monastero o per tassa di un giudice o rettore. Io notaio imperiale Matteo, presente, rogato, scrivente pubblicati tutto quanto sopra scritto.

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1271 settembre 14  –     Nel nome del Signore. Amen. Nell’anno dalla sua natività 1271, indizione XIV, il giorno 14 settembre, a tempo di sede romana vacante del pastore, nella pieve di Matelica di fronte ai testimoni richiesti e chiamati: Federico Attuzio del signor Alberto; il signor Giacomo del Plebano; il signor ventura di mastro Attone, il signor Bernardo ed altri. Il venerabile padre don Guido vescovo camerinese alla presenza del notaio Offreduccio e dei testimoni diede autorizzazione ad Anselmuccio amministratore e rappresentante dell’abbadessa e del convento e delle suore del monastero o chiesa di S. Agata di Matelica, sito vicino alla via che va a Santa Anatolia di mutare il luogo (convento) da dove era sito con facoltà di costruire di nuovo la chiesa entro la cerchia di Matelica nel terreno che hanno i figli di Matteo ed inoltre di celebrare ivi la messa e gli altri atti liturgici con un altare portatile e di fare come autorizzate nel precedente “luogo”. Diede ordine al pievano di Matelica di fare le sue veci nel prelevare la prima pietra che era nel “luogo” precedente e porla nella nuova costruzione facendo conosce le indulgenze già concesse per il precedente “luogo”, ora valide per il nuovo. Scrisse l’atto il notaio imperiale Offreduccio.

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1271 dicembre 8  –     Nel nome di Dio. Amen. Questa è la copia della lettera del venerabile padre don Guido vescovo di Camerino alle suore del “luogo” di S. Agata. Guido vescovo di Camerino per grazia di Dio e della sede apostolica saluta le sorelle in cristo suore del “luogo” di S. Agata di Matelica. Abbiamo accolto la querela di Fra’ Giacomo amministratore del monastero di S. Maria Maddalena per il fatto che costruite il nuovo “luogo” a Matelica con danno non lieve del monastero querelante. Pertanto dopo ricevuta questa lettera, entro il terzo giorno per mezzo del vostro amministratore dovete comparire alla nostra presenza per giustificare, altrimenti procederemo contro di voi secondo legge. La precedente lettera fu presentata da mastro Suppone notaio ed amministratore del monastero di S. Maria Maddalena a donna Latina abbadessa del monastero di S. Agata da parte del reverendo vescovo nell’anno 1271, indizione XIV, a tempo di sede romana vacante del pastore, il giorno 8 dicembre a Matelica presso la casa del figlio di Guarino del signor Uguccione alla presenza dei testimoni Masseo Guarnucci, Matteo Petri, Accurimbona di Attone e Benvenuto Camide.  Notaio rogante Rainaldo di donna Berta. (altra grafia) Il 31 dicembre è stata data scadenza per  dopo l’ottava dell’Epifania a suor Latina abbadessa del monastero di S. Agata di Matelica per dare risposta al “libello” (accusa) ricevuta da Fra’ Giacomo amministratore del monastero di S. Maria Maddalena.

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1272 giugno 1  –     Nel nome del Signore. Amen. Nell’anno dalla sua natività 1272, indizione XV, a tempo di Papa Gregorio X, il giorno primo del mese di giugno redatto davanti alla porta del monastero di S. Maria Maddalena di Matelica erano presenti i testimoni richiesti e chiamati: Petruzzolo Sartore, Pietro Attorri Filippi e Giovanni Compagnoni da S. Angelo. La prioressa del monastero di S. Maria Maddalena di Matelica, donna Allumenata, con il consenso unanime delle consorelle monache ivi esistenti, espresso  collegialmente in capitolo,  stabilirono e ordinarono come amministratore, rappresentante e messaggero speciale del loro monastero di tutti i beni e cose dell’eredità di Mattiola figlia del fu Guarnerio del signor Gentile Lazani e a tenerne  corporalmente il possesso, usarli, fruirne e agire in modo ordinario e straordinario contro Mattiola di fronte ad ogni Curia in particolare di fronte al giudice e vicario generale del Papa nella Marca, mastro Guglielmo e per chiedere a costui che la stessa Mattiola sia dal vicario stesso costretta a tornare nel predetto monastero per abitarvi e servire Dio in esso  come è tenuta e deve e promise al tempo della offerta da lei fatta  nel monastero predetto e a viversi come monaca regolare dello stesso monastero. Che il vicario ammonisca e costringa con coercizione canonica e giuridica Mattiola a tornare nel monastero stesso ed all’abbadessa o prioressa o rettrice e alle monache per viverci insieme con loro come conviene ed esigono le sanzioni canoniche, per servire ivi nostro Signore Gesù Cristo. Inoltre l’amministratore chiede a Ivano del signor Scagno o di sua moglie, donna Sibilia sono tenuti a dover dare un paio di panni di gattinello, a  Floretta o Rosa figlia del fu Masseo del signor Rainaldo, e di agire, difendere ed esercitare ogni altra cosa, in occasione e motivo di quanto detto prima necessario ed utile al monastero come meglio l’amministratore potrà decidere, anche con lo stabilire un altro o più amministratori, nello stesso tempo o in diversi tempi per fare le cose predette. Promettono per sé e per i successori a nome e per conto del monastero e del convento di S. Maria Maddalena di tenere come deciso e stabile quello che sarà fatto al riguardo dall’amministratore o dagli amministratori con ipoteca dei beni e cose del monastero. Io notaio Matteo d’autorità imperiale, richiesto dalla prioressa e suore e monache sottoscrissi e pubblicai quanto scritto sopra.

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1273 aprile 19  –     Nel nome del Signore. Amen. L’anno dalla sua natività 1273, indizione prima, il giorno 19 aprile, al tempo del Papa Gregorio X, a Matelica nel monastero di S. Maria Maddalena, alla presenza di don Morico di Giovanni, il signor Finaguerra del signor Albrico, frate Vitale, frate Lenguatio, frate Andrea conversi dello stesso monastero, come testimoni a ciò richiesti e chiamati. Venutula figlia del fu Vitale di cristiano che è chiamata anche Angeluccia di proprio diritto offrì sé stessa ed i suoi beni a Dio ed alla beata Maria Maddalena del monastero delle donne di Matelica, a donna Mattia abbadessa del detto luogo o monastero la quale ha ricevuto e stipulato a nome e per conto dello stesso monastero e convento. Venutula cedette e diede tutti i suoi beni mobili ed immobili, o semoventi, diritti e accessioni reali e personali, utili e dirette, miste e contrarie, che lei stessa ebbe un tempo, ha ora o potrebbe avere in qualunque modo o causa nel castello di Matelica e suo distretto e in ogni altro luogo; e i beni che un’altra persona per lei e da lei ha, tiene e possiede, e specialmente i beni, le case e i terreni che sono pertinenti alla stessa Venutula dalla successione di suo padre Vitale e di sua madre signora Benvenisti figlia del fu Albrico Carelli, da testamento o senza testamento, o diversamente, in modo che la predetta donna abbadessa e sue succeditrici e le altre persone per essa, abbiano, tengano e posseggano tutti i beni e ne facciano come vogliono con tutto quello che c’è o ci deve essere in integro e con ogni diritto e azione, in uso o requisizione per sé da quelle cose o per quelle cose pertinenti e spettanti. Lo fa per amore di Dio e per il bene dell’anima sua e per la remissione dei suoi peccati e dei suoi parenti. Tutti questi beni, case e terreni, in tutto Venutula stabilì di averne possesso a titolo precario ed a nome di detta donna abbadessa o del monastero fino a quando esso ne prenderà possesso corporale e diede licenza e pieno potere di prenderlo di propria autorità e di tenerlo da ora; e promise per sé, per i suoi eredi e successori alla stessa donna abbadessa per sé e per le succeditrici e per il detto monastero solennemente stipulante per queste cose non muovere lite né controversia, ma legalmente difendere i beni, le case, i terreni da ogni uomo comunità a favore di donna abbadessa e sue succeditrici, autorizzare, disbrigare e rifondere ogni danno e spesa, salari con interesse e tutto quel che la donna abbadessa e sue succeditrici o lo stesso monastero faranno e sosterranno in giudizio o fuori nell’andare, ritornare, stare o per altro luogo e causa al fine dei predetti beni o di qualcuno di questi integralmente ripagare e risarcire né agire mai contro le cose dette sopra o contro qualcuna di esse, da sé o per mezzo di altra persona a motivo di età minore o altra qualsiasi ragione od occasione, sotto penalità del doppio dell’estimo di detti beni, case o terreni, come nel tempo avranno valore e promessi dalla detta Venutula alla stessa donna abbadessa e per il detto monastero. Tutte queste cose ed ogni singola di quanto scritto sopra in ogni punto e capitolo scritti sopra restino sempre in perpetua stabilità comunque, pagata o non pagata la penalità,  e sotto ipoteca ed obbligazione dei suoi beni. Io Matteo notaio imperiale fui presente a tutte queste cose e sottoscrissi tutto quanto si legge sopra e lo pubblicai.

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1273 aprile 21  –     Il vicario generale del Papa nelle realtà spirituali nella Marca anconetana, nella Massa Trabaria  e nella città di Urbino, Tommaso preposto di Fano scrive ai suoi sudditi per senso di solidarietà verso le persone religiose. Le donne religiose dell’abbadessa e del convento del monastero di S. Maria Maddalena di Matelica hanno cominciato a fare una cisterna di acqua nel loro monastero per la grande utilità e necessità e non possono per la povertà portare a termine tale opera non avendo beni sufficienti per cui esortiamo voi ad aiutarle caritatevolmente con elemosine per la remissione dei peccati in modo tale che possano ultimare e voi possiate con questo ed altre opere buone giungere alla felicità eterna. Noi con fiducia nella misericordia di Cristo, per i meriti suoi, della gloriosa Beata Vergine Maria, dei beati Apostoli Pietro e Paolo, della beata Maria Maddalena e degli altri santi, avvalendoci dell’autorità del Papa come vicario concediamo cento giorni della penitenza imposta a coloro che presteranno aiuto a loro. Data a Iesi il 21 aprile dell’anno del Signore 1273, indizione prima, a tempo di Papa Gregorio X, con nostro sigillo.

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1274 aprile 19  –     Nel nome di Dio. Amen. Nell’anno dalla sua nascita 1273, indizione prima, il giorno 19 aprile, al tempo del Papa Gregorio X, a Matelica, nell’oratorio di S. Maria Maddalena di Matelica, di fronte ai testimoni chiamati e richiesti: don Accursio pievano della pieve di Matelica, frate Landolfo Iacomelli e frate Accurrimbona Severini Boni dell’Ordine dei Predicatori, mastro Aldobrandino vicario del comune di Matelica, il signor Fantegino Rainaldi, il signor Finaguerra del signor Albrico, Federico del signor Alberto, Albertuccio Bucari, Ivano del signor Scagno Bratte e Zovitta. Frate Rainaldo Topino chiese e umilmente supplicò l’abbadessa del monastero di S. Maria Maddalena di Matelica affinché si degnasse concedere allo stesso Frate Rainaldo, per speciale grazia, e dare l’autorizzazione con pieno potere ed autorità di usare il luogo del monte Gembo nel distretto matelicano dove si dice Trocche, per servire ivi Dio e far penitenza, per rimanervi a dimorare nel servizio a Gesù Cristo, nella vita e nella regola religiosa tenuta da S. Benedetto. L’abbadessa gli rispose dicendo che avrebbe richiesto la decisione ed il consenso delle sue suore e monache e, come d’uso, fece suonare subito la campana per riunire il capitolo nel convento. In questo, fatta la proposta e l’approvazione, di deliberò favorevolmente secondo la richiesta a lode dello stesso Frate Rainaldo amministratore. Inoltre l’abbadessa donna Mattia con il consenso e la volontà delle consorelle e delle monache dello stesso monastero, cioè con il consenso e la volontà delle seguenti suore: Alluminata, Omodea, Cristina, Giustina, Guiduccia, Agnese, Margarita, Benvenuta, Isabetta, Andreina, Catalina, Diotama, Francesca, Giacoma, Barbara, Lucia, Daniela, Berardesca, cristiana, Cecilia, Auria, Giacomella, Giovanna, Rosa, Mattiola, Caradonna, Mansueta, Lavinia, Anastasia, Tomassa, e Frate Lenguatio converso dello stesso monastero, fece l’assoluzione, la dimissione e liberò il predetto Frate Rainaldo da ogni vincolo di sua riverenza, obbedienza, da ogni sottomissione, promessa e obbligazione che lo stesso frate Rainaldo avesse fatto allo stesso monastero e all’abbadessa e comunque fosse vincolato, sottoposto, scritto, annesso o fosse tenuto, obbligato personalmente, realmente verso il monastero predetto e l’abbadessa predetta. La stessa abbadessa diede, con il consenso di tutte le predette consorelle e monache, licenza, potere pieno e autorità al frate Rainaldo di rimanere di servire Dio in unione spirituale, di far penitenza nel monte Gembo, distretto di Matelica, nel luogo detto Trocche, sotto la vita e la regola religiosa tenuta da S. Benedetto, in modo congruo e decente. In tal modo egli sia sin da ora esente e non vincolato realmente e personalmente in ogni cosa da qualunque precedente legame con il monastero e l’abbadessa predetti. Il frate acquisiva e acquisirà realmente e personalmente l’annessione al luogo detto Trocche. L’abbadessa, con il consenso e la volontà delle sue predette suore e monache, come detto sopra, stabilì e ordinò Frate Vitale converso dello stesso monastero come legittimo amministratore, procuratore, a nome suo, del monastero delle monache e suore, per liberare lo stesso Frate Rainaldo da ogni vincolo, come detto sopra, per rinunciare ad ogni diritto, azione, ragione che il monastero stesso e la sua abbadessa ebbero, hanno o avrebbero, nel passato, nel presente e nel futuro nei confronti di Frate Rainaldo e del luogo od oratorio e chiesa delle Trocche, per qualsiasi nome ed occasione di residenza, costruzione, opera o edificio che lo stesso Frate Rainaldo ha fatto, fa o farà anche tramite altra persona  parimenti per ogni acquisizione da parte del frate nel luogo Trocche. Inoltre lo rende autonomo per ogni donazione fattagli o fattibile da Pietro Iacobi e da Napolione Raineri e dal comune di Matelica o da altre persone dalle terre di montagna, selve e qualunque altro bene, promettendo il monastero che considera sin da ora definitivamente stabilito quello che l’amministratore Fra’ Vitale avrebbe deciso. Così lo stesso Fra’ Vitale fece ogni azione, esecuzione, promessa, contratto per obbligare solennemente e legalmente il detto monastero nei rapporti con Frate Rainaldo predetto. Scrive l’atto il notaio imperiale Matteo. <Una copia di quest’atto in data 11 giugno 1289 fu fatta nel comune di Matelica alla presenza di testimoni.>

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1274 agosto 18   –     Nel nome di Dio. Amen. Nell’anno suo 1274, indizione II, a tempo di Papa Gregorio X, il giorno 18 agosto, redatto a Matelica, davanti alla porta del monastero di S. Maria Maddalena di Matelica alla presenza del signor Giovanni Divizie, il signor Ventura di mastro Attone testimoni chiamati. Don Accursio pievano della pieve di Matelica per vigore della lettere a per autorità del cappellano del Papa maestro Bernardo arcidiacono narbonense vicario generale nelle realtà spirituali nella Marca di Ancona richiese, ammonì e sotto pena di scomunica  diede ordine a Mattia abbadessa del monastero di S. Maria Maddalena di Matelica, a Fra’ Giacomo amministratore di tale monastero ed a tutte le monache del luogo  a prestar giuramento personale e dire la verità circa le notizie richiesta dalla lettera. L’abbadessa e il sindaco e nome loro e del monastero e di tutto il convento, con voce unanime fecero appello per il fatto che dicendo di voler dire la verità senza giuramento, sono pronte a fare il possibile affinché la ragazza in questione entro il quarto giorno compaia personalmente alla presenza dello stesso vicario papale ed obbedisca ai suoi comandi. La lettera ha questo contenuto. Maestro Bernardo arcidiacono narbonense, cappellano vicario generale nelle cose spirituali della Marca anconetana.” Massa Trabaria e città di Urbino saluta il prudente don Accursio pievano matelicese.La vostra minaccia di scomunica contro l’abbadessa e convento del monastero di S. Maria Maddalena nell’occasione che tengono Venutola di Vitale di cui è tutore Pietro di Amate da Matelica era stata da noi sospesa a motivo del fatto che alla minaccia si è presentato a noi per lamentarsi. Noi vogliamo procedere in forma giuridica e d’autorità, con questa lettera, ti facciamo ingiunzione affinché, letta la presente, sotto penalità di scomunica, vi rechiate di persona al monastero per domandare alle monache e all’abbadessa di prestar giuramento e dire in verità se la ragazza era stata trattenuta e dominata dall’abbadessa e dalle monache in monastero al tempo del litigio che le donne e l’abbadessa ebbero con il tutore per tale problema. Per iscritto dateci informazione riguardo alle cose predette affinché noi possiamo procedere al riguardo secondo ragione.  Lettera scritta a Cingoli il 16 agosto, nell’anno terzo del pontificato di Papa Gregorio X.  Il pievano matelicese Accursio interrogò l’abbadessa del monastero e Fra’ Giacomo loro amministratore, se la ragazza in argomento fosse stata in monastero all’epoca del litigio e come fosse uscita dal monastero e dove si trovasse al presente. L’abbadessa rispose che Venutola era restata in monastero per undici mesi sino al giorno 5 dello scorso marzo. Interrogata su come era uscita rispose che l’aveva fatta uscire per consiglio di Fra’ Giacomo pievano di Pieve Favera e di altri “sapienti” del monastero. Interrogata dove si trovasse ora, disse che era in un monastero del ducato, monastero di S. Maria Maddalena.  Scrissi il presente atto io notaio imperiale Bonacasa Benvegnati, per ordine del detto pievano e pubblicai.

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1274 settembre 15  –     Nel nome di Dio. Amen. Nell’anno del Signore 1274, a tempo di Papa Gregorio X, indizione seconda, il giorno 15 settembre, nella pieve del castello di Matelica alla presenza dei testimoni chiamati: Ugolino del signor Monaldesco e Giacomo Ugolini Augustole si fece la consegna. Sinibaldo Massei amministratore del monastero di S. Agata di Matelica come agente di esso consegnava a don Accursio pievano di Matelica una lettera sigillata a cera del vicario generale (papale) nelle realtà spirituali della Marca, don Bernardo arcidiacono narbonense. Eccone il contenuto. Mastro Bernardo arcidiacono narbonense cappellano del Papa vicario generale della Marca anconetana, della massa Trabaria e della città e diocesi di Urbino saluta il pievano don Accursio e gli ordina di prendere la prima pietra a suo tempo benedetta dal vescovo nel convento del monastero di S. Agata, consegnatagli dalla badessa e di stabilirla nel nuovo “luogo” (convento) che le donne stesse stanno erigendo con lo stesso titolo. Data a Cingoli 5 settembre, anno terzo del pontificato di Gregorio X. Presente alla consegna il notaio imperiale Giacomo del signor Actolino.

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1274 ottobre 7  –     Nel vescovo di Numana Arnolfo saluta quanti leggeranno la sua lettera. Il fervore religioso dell’abbadessa e delle monache del monastero di S. Agata di Matelica diocesi di Camerino sotto la quale sono al servizio del Signore Gesù Cristo ed i meriti della loro devozione ci inducono ad agevolarle con speciale favore, esaudendo le loro richieste in una terza domenica di qualsiasi mese ed anno o nel giorno della festa della beata Agata visiteranno il monastero costruito nuovamente a lode di Dio e delle beata, concediamo per la misericordia di Dio onnipotente e per i meriti della B. Maria Vergine il condono della penitenza di un anno per i peccati veniali e di quaranta giorni dei mortali.

Data a Numana il 7 ottobre, indizione seconda.

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1275 febbraio 11  –     Lettera di mastro Bernardo, arcidiacono narbonense, cappellano e vicario generale (del Papa) nelle realtà spirituali della Marca anconetana, della massa Trabaria e della città e diocesi di Urbino, all’abbadessa ed al convento del monastero di S. Maria Maddalena di Matelica. “Avete presentato richiesta a noi per il fatto che il vescovo di Camerino Guido, di felice memoria, vi aveva concesso il privilegio che nessun monastero o chiostro od oratorio potesse costruirsi di nuovo nello spazio di sessanta “canne” attorno al vostro monastero secondo la misura esatta del comitato camerinese, da misurare in linea d’aria, chiedete che vi confermiamo ciò. Con la presente esaudiamo la richiesta vostra, confermandola di nostra autorità e con sigillo nostro. Data a Montecchio l’anno 1275, il giorno 11 febbraio, indizione terza, nell’anno terzo del pontificato di Gregorio X.

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1277 maggio 30  –     Nel nome del Signore. Amen. Nell’anno 1277, indizione V, a tempo di sede vacante della chiesa romana, il giorno 30 maggio a Matelica davanti alla casa di Raniero del signor Viveno, alla presenza dei testimoni Salimbene del signor Sinibaldo, Bencasa Ventura e altri si fece una vendita. Vitaliano Albrici del signor Sinibaldo vendette a Fantesino Rainaldi che rappresentava il signor Matteo del signor Sinibaldo, un terreno indiviso con vigna e l’alberata a confine con il fossato, con Salimbene del signor Sinibaldo, con il signor Berentillo e il predetto Matteo la sua proprietà stabilmente con ogni diritto che aveva nella terra confinante con il fossato, il predetto signor Berentillo e altri, con ogni pertinenza di accesso fino alla via pubblica al prezzo di cinque libre ravennati e anconetane, pagate all’atto concedendo al signor Berentillo,o al rappresentante signor Matteo ogni valore ulteriore con patto che eviti ogni lite sotto penalità del doppio del prezzo e del risarcimento delle eventuali spese di causa, restando valido il contratto sotto ipoteca dei beni. Il predetto Vitaliano di aspetto giovanile dichiarò di essere maggiorenne oltre i 25 anni senza giuramento. Notaio Francesco di Matteo Pietro di autorità imperiale. (Segue atto 1278 ottobre 16)

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1278 febbraio 16  –     Nel nome di Dio. Amen. Nell’anno del Signore 1278, indizione VI al tempo del Papa Nicolò III, il giorno 16 febbraio, redatto nel monastero o chiesa di S. Agata di Matelica, alla presenza del signor Ventura, mastro Compagnone, Ivano del signor Scagno, Boccabreza Bartuli, Pietro del signor Giacomo e Napolione di Raniero, testimoni a ciò chiamati.  Donna Alluminata o Latina abbadessa o prioressa del luogo e delle suore di S. Agata di Matelica, e suor Benvenuta monaca di detto luogo di S. Agata, dettero, donarono, consegnarono e sottomisero sé stesse e il detto luogo con i beni le cose e i terreni pertinenti al monastero di S. Maria Maddalena e a frate Giacomo amministratore di questo monastero, il quale le accoglie a nome e per conto di questo stesso monastero di S. Maria Maddalena di Matelica. Esse promisero all’amministratore che le riceve, a nome dell’abbadessa Mattia di esso monastero di S. Maria Maddalena, povertà e castità e di osservare gli istituti regolari del detto monastero. La predetta donna abbadessa possa stabilire le predette monache e suore nel detto luogo di S. Agata e rimuoverle dato che le dette suore di S. Agata vedono e riconoscono che esse non possono vivere decorosamente in tale luogo e per questo si donarono e si consegnano al monastero predetto per la redenzione dell’anima dai loro peccati. Frate Giacomo amministratore del detto monastero di S. Maria Maddalena accolse le dette suore sotto la regola di esso monastero, con le case, gli edifici, la piazza e il terreno del monastero di S. Agata e con tutti gli altri diritti, azioni, e tutto quello che il luogo loro e le stesse suore insieme o singolarmente hanno o possono avere in ogni modo o causa. Donna Alluminata si riserva la tenuta, il possesso, la proprietà di un pezzo di terra posta nel distretto di Matelica, a Villa Camerani, a confine con il signor Fantegino e con la via. La stessa Alluminata in vita e in morte può fare e lasciare questa particella a sua volontà, dando e concedendo a frate Giacomo amministratore del monastero di S. Maria Maddalena, libera licenza e pieno potere, di propria autorità, di prendere la tenuta ed il possesso delle cose predette di S. Agata e di fare di questo tutto quello che vorranno, promettendo mdi tenere stabile e deciso per sempre e non agire o fare contro in nessun modo, né occasione, né eccezione, obbligando in ciò i beni di S. Agata. Io Bonaventura Benennanti pubblico notaio richiesto presente a tutte le cose scritte, ho sottoscritto e pubblicato.

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1278 marzo 7  –    (inizio mancante)  …. fosso del comune, i beni dei figli del fu mastro Matteo, la via con le case, gli edifici……………… contenute entro i confini predetti. Cedettero insieme tutti gli altri diritti e azioni che il loro luogo e le dette suore congiuntamente o separatamente hanno o potessero avere in qualunque luogo o causa. Revocano ogni loro procuratore, amministratore agente specialmente Salimbene Compagnoni e Sinibaldo Massei per parte di esso luogo e suore di S. Agata, in causa contro il monastero di S. Maria Maddalena. Rinunciano all’interlocutoria o interlocutori e quanto presentato fino al tempo presente contro il monastero di S. Maria Maddalena nell’occasione del muro dell’edificio che veniva costruito in esso luogo e sito in contrasto con la norma di distanza del privilegio del monastero di S. Maria Maddalena. Stabiliscono che esse possedevano le terre predette, il “casareno”, la casa e gli edifici a nome del detto monastero di S. Maria Maddalena e della donna Mattia. Danno licenza e pieno potere alla stessa donna Mattia ricevente per il detto monastero di prendere possesso di propria autorità di tali beni e di farne quel che volesse. Promettono di mantenere stabile e fermo quest’atto in perpetuo e di rifondere danni e spese obbligando i beni del loro luogo di S. Agata, di non agire in contrario, né contrastare le cose predette né alcuna di esse, né direttamente né tramite altri, sotto la predetta penalità. Il contratto rimane stabile, ratificato, pagata o non pagata la penalità.

Notaio di autorità imperiale Morico da Fabriano richiesto di scrivere rese pubblico l’atto.

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1278 marzo 7  –     Nel nome del Signore. Amen. Nell’anno 1278, indizione VI, al tempo del Papa Nicolò III, il giorno 7 marzo, redatto a Matelica con i testimoni Valentino del signor Iacobo da Gubbio, il signor Federico del signor Alberto, don Accursio pievano della pieve di Matelica e il signor Finaguerra del signor Albricio e Corradino di Bartolo. Iacobuccia (Giacomuccia) di mastro Gentile, Amadea, Umile, Cecilia, Lucia e Angeluccia suore e monache e converse del monastero o del luogo di S. Agata da Matelica, concordemente e all’unanimità sottoposero al monastero di S. Maria Maddalena della stessa terra (Matelica) ed all’abbadessa donna Mattia sé stesse e lo stesso luogo (abitato dalle religiose) con i beni ad esso luogo pertinenti. L’abbadessa Mattia le accoglie a nome del predetto monastero di S. Maria Maddalena. Le suore promisero obbedienza, riverenza, povertà e castità e di osservare la regolare disciplina del predetto monastero. Promisero anche che la predetta abbadessa potesse porre le monache e suore nel detto luogo di S. Agata e che potesse rimuoverle. Le dette suore di S. Agata vedono e conoscono di non poter vivere decorosamente nel detto luogo di S. Agata in cui abitano, considerano che il sito contrasta  con il privilegio di S. Maria Maddalena (per la distanza) e non potendo vivere nella regolarità dentro il luogo di S. Agata donarono e cedettero per la redenzione dei loro peccati, la piazza e il territorio presso il castello di Matelica, con le case e gli edifici e con tutte e singole le cose contenute entro i confini della strada, del fosso del comune, i beni dei figli del fu mastro Matteo e della via. Cedettero insieme tutti gli altri diritti e azioni (giuridiche) che tale loro luogo e le stesse suore congiuntamente o separatamente hanno o potranno avere in qualunque modo o causa. Revocarono ogni procura destituendo ogni agente o amministratore, in particolare Salimbene di Compagnone e Sinibaldo di Masseo per parte di detto luogo e delle suore di S. Agata, già in causa contro il monastero di S. Maria Maddalena. Rinunciarono all’interlocutoria ed agli interlocutori, se fossero stati presentati sino al tempo presente contro il monastero di S. Maria Maddalena, in occasione del muro dell’edificio che veniva costruito in esso luogo e sito in contrasto con la distanza di privilegio del monastero di S. Maria Maddalena. Stabilirono che esse possedevano il territorio predetto, il casareno, la casa e gli edifici a nome del detto monastero (S. Maria Maddalena)e della detta donna Mattia. Diedero licenza e piena podestà alla predetta donna Mattia ricevente per detto monastero di prendere possesso di propria autorità di tali beni e di farne quel che avrebbe voluto. Promisero di mantenere stabile e sicuro questo atto in perpetuo e di rifondere danni e spese sotto obbligazione dei beni del loro “luogo” di S. Agata, di non agire contro, né contrastare alle cose predette né ad alcuna di esse, sotto la pena già detta, e in ogni caso con o senza pagamento della penalità il contratto permaneva ratificato.  Io Morico da Fabriano notaio di autorità imperiale, presente e richiesto di scrivere, scrissi e resi pubblico l’atto.

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1278 luglio 17  –     Nel nome di Dio. Amen. L’anno 1278, indizione VI, al tempo del Papa Nicolò  il giorno di domenica 17 luglio, redatto presso la casa del monastero di S. Maria Maddalena del castello di Matelica, mentre sono presenti come testimoni il signor don Sabbatino di Attone, Giacomo Bonitino e altri si faceva questo atto. L’amministratore del monastero di S. Maria Maddalena Ivano del signor Scagno a nome e per conto dello stesso monastero dichiarando che il monastero è gravato dal quanto contenuto nella lettera scritta sotto  il ricorso in appello contro  la seguente lettera che era di danno al monastero che rappresentava. Eccone il contenuto della lettera. Don Scagno pievano di Tolentino diocesi di Camerino, canonico e vicegerente dell’arcidiacono e del capitolo della chiesa maggiore (cattedrale) di Camerino saluta nel Signore suora Mattia abbadessa del monastero di S. Maria Maddalena di Matelica e le altre religiose monache di tale “luogo”. Dalla relazione presentata a noi sappiamo che voi di vostra autorità avete voluto fare l’unione della chiesa di S. Maria del predetto monastero con quella di S. Agata di Matelica. Ciò desta la nota meraviglia per il fatto che l’unirle non è affatto di vostra competenza. Pertanto ordiniamo a voi e a chiunque legga la presente lettera, per l’autorità che abbiamo  del nostro ufficio dalla chiesa di Camerino di desistere da tale unione e di rispettare in ciò la competenza del vescovo, almeno sino a quando non sarà tornato il vescovo, tutto sia riportato allo stato precedente. Se deciderete in modo diverso incorrerete nella scomunica, che potrà essere tolta dal vescovo. Riportate la situazione (delle due chiese) a come era precedentemente, altrimenti procederemo contro di voi. Data a Camerino il 16 luglio, indizione VI. In contrario potete presentare appello alla nostra presenza entro cinque giorni dopo ricevuta la presente tramite il vostro amministratore. Il notaio imperiale Giunta Albertuzzi scrisse questo appello.

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1278 luglio 17  –     Nel nome di Dio. Amen. Nel suo anno 1278, indizione VI, a tempo di Papa Nicolò III, giorno 17 luglio domenica. Redatto presso la casa del monastero di S. Maria Maddalena del castello di Matelica mentre sono presenti don Sabbatino di Attone, Giacomo di Bonitino ed altri testimoni. Ivano del signor Scagno, sindaco del monastero di S. Maria Maddalena del castello di Matelica a nome e per conto dello stesso monastero e a favore dello stesso monastero, dichiarando che egli ed il detto monastero si considerano gravati dal contenuto della lettera scritta di seguito a motivo dell’aggravio inflitto o da infliggere a lui e al detto monastero con l’occasione della stessa lettera vivamente fece appello.  Il contenuto di questa lettera è tale.  Don Scagno pievano di Tolentino canonico camerinese e vicegerente dell’arcidiacono e del capitolo della chiesa maggiore (o cattedrale) di Camerino saluta nel Signore suora Mattia abbadessa del monastero di S. Maria Maddalena di Matelica e alle altre religiose monache di detto luogo. Abbiamo notizia di pubblica diffusione che voi avete cominciato l’unione delle chiese di S. Maria Maddalena del monastero sopra detto con quella di S. Agata della detta terra d’autorità (vostra) propria. Siamo meravigliati dell’unione che fate delle predette (chiese) poiché ciò non spetta a voi e in nessun modo vi appartiene. Pertanto con l’ordine della presente lettera a voi e a ciascuno di voi ordiniamo per l’autorità che esercitiamo per la chiesa camerinese, facendo che non voi procediate in nessun modo nel fare la stessa unione, poiché spetta al vescovo camerinese nella sua diocesi, soprattutto in attesa del ritorno dello stesso vescovo. Sotto penalità di scomunica che vogliamo minacciare a voi ed a ciascuno di voi per lo stesso fatto se pensate di fare diversamente, se in qualcosa avete proceduto, riportatelo alla situazione precedente.

La penalità è da togliere ad arbitrio dello stesso vescovo. Diversamente procederemo contro di voi secondo giustizia. Data a Camerino il giorno 16 luglio entrante, indizione VI. Se in verità vi dichiarate gravate dalle cose dette prima provvedete a far giungere il vostro amministratore alla nostra presenza affinché riceva da noi riguardo a ciò il completamento della giustizia. Io Giunta Albertucci notaio pubblico di autorità della maestà imperiale fui presente a questo appello richiesto dal detto Ivano sottoscrissi e pubblicai.

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1278 luglio 22  –     Nel nome di Dio. Amen. Nell’anno del Signore 1278, indizione VI, a tempo di Papa Nicolò III, il giorno 22 luglio, nella città di Camerino, davanti alla chiesa maggiore (cattedrale) alla presenza di mastro Bonaventura Benecari notario e di Santisidoro  

Bonvicini, richiesti come testimoni, si fece il presente atto. Mastro Ivano del signor Scagno amministratore e difensore di suor Alluminata abbadessa del monastero si S. Agata e difensore del monastero di S. Maria Maddalena con procura amministrativa, a nome dell’abbadessa e del monastero dei quali era rappresentante, si presentò di fronte e don Scagno pievano di Tolentino e vice gerente dell’arcidiacono e del capitolo della chiesa maggiore di Camerino, secondo quanto richiesto dalla lettera inviata da don Scagno all’abbadessa e al predetto monastero. Il pievano revocò e sospese la sua lettera e gli ordini dati contro di loro, salvo il diritto di lite tra le parti. Rogava l’atto il notaio imperiale Nicola del signor Bentevenia.

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1278 agosto (?)  –     Billa concesse e diede ad Ivano del signor Scagno di Matelica, amministratore del monastero (di S. Maria Maddalena) ogni diritto e proprietà dei suoi beni e di quelli dell’eredità di suo padre Accursulo e della dote della stessa Billa data con atto notarile a Guccio di Giacomo Mazuca da Fabriano sposo di lei Billa cioè 10 libre ravennati e anconetane che Accursulo suo padre o Zuccio suo fratello aveva di fatto pagato a Guccio di Giacomo Mazuca predetto. Si impegnava a non contrastare mai questa donazione od offerta al monastero, neanche su richiesta di lei neppure col consenso dell’abbadessa. Billa stabiliva Ivano del signor Scagno come rappresentante legittimo, agente, fattore e messaggero speciale allo scopo di esigere dal predetto Guccio di Giacomo le dieci libre della dote anche ponendo causa presso la curia di Fabriano o in ogni altro modo con piena competenza senza alcuna possibilità di essere contrastata. Notaio pubblico Tomaso di Scagno.

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1278 ottobre 16  –     Nel nome del Signore. Amen. Nell’anno 1278, indizione VI, il giorno 16 ottobre al tempo di Papa Nicolò III, a Matelica, davanti alla chiesa di S. Maddalena alla presenza dei testimoni Raso Gualfredi e Benante Gentili Blasi ed altri chiamati per questa vendita, il signor Vitaliano Albrici del signor Sinibaldo vendette e consegnò in proprietà ad Andriolo Iacobi Sinibaldi un terreno arativo e boschivo con pertinenze e accesso sino alla via pubblica nel distretto di Matelica in località Colle a confine con Morico Brici di Gallio, con i figli di Cretarello, con Brunetto Nere, al prezzo pagato di cinquantuno soldi ravennati e anconetani con rinuncia ad ogni rivalsa, amichevolmente, sotto penalità del doppio e ipoteca dei beni, rimanendo valido il contratto. Vitaliano appariva molto giovane e dichiarò di avere più di 25 anni come maggiorenne, senza giuramento. Notaio Francesco del signor Pietro d’autorità imperiale. Segue la nota Fra’ Giacomo, alla presenza di altro frate testimone (nome frammentato=…….illo)  produsse questo documento come prova al Vicario il giorno 19. )

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1278 dicembre 2  –     Nel nome di Dio. Amen. Nel suo anno 1278, indizione VI, al tempo del Papa Nicolò III, il giorno 2 dicembre. Redatto a Matelica davanti al monastero di S, Maria Maddalena mentre so no presenti Matteo di Francone, Cagno di Rinaldo, Martino di Paolo e altri testimoni. Frate Andrea amministratore del monastero di S. Maria Maddalena con il   consenso e la volontà dell’abbadessa consenziente di proprio diritto e proprietà diede, concesse a Vivono un terreno                              (parte mancante)    che il detto Vivono (deve) avere da Angeluccia monaca del detto monastero erede di Andrea di mastro Pietro Boni per la dote e residuo dotale che il detto Vivono deve avere dal sopradetto mastro di Pietro Boni e suoi eredi come la sua signora Alarica a voce e la figlia del detto Vivono e per il residuo dotale che per essa ebbe dal detto Vivono per la detta donna Alarica e la figlia di detto Vivono e che da detta Angeluccia  per sua parte e ogni eredità è tenuta avere. Dà a Vivono libera licenza e pieno potere di tenuta delle terre, entrarvi, possederla, infeudarla e conservarla come piacerà a lui o a chi gli piacerà darla. Il sindaco con il consenso dell’abbadessa promette che questa terra non è vincolata a nessuno e non sarà concessa ad altri neanche in uso e qualora apparisse che si concedesse lo stesso Sindaco e l’abbadessa Mattia la conservano in dono e si impegnano a ripagare ogni danno di lite, spese e salari con interesse che il detto compratore farà e sosterrà riguardo a ciò con impegno solenne senza bisogno di far giuramento scritto. Il sindaco rinuncia ad ogni ausilio di beneficio o decreto o diritto con cui possa mettersi contro per qualsiasi modo e causa. Il sindaco con il consenso e la volontà dell’abbadessa promise di mantenere e osservare quanto sopra per il detto Vivono e altro concessionario suo sotto penalità di due libre ravennate ed anconetane e sotto ipoteca dei beni di detto monastero.  Le cose scritte sopra rimangono sempre stabili pagate o non pagate le penalità. E promise di rifondere le spese e mantenere tutte queste cose in perpetuo. Io Ventura Massei notaio pubblico fui presente a tutte queste cose e richiesto di scrivere sottoscritti e pubblicai.

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1279 luglio 3  –     Nel nome di Dio. Amen. Copia di un atto notarile nei quaderni di mastro Matteo del signo Bentivoglio notaio defunto. L’anno 1279, indizione VII, a tempo di Papa Nicolò III, il giorno 3 luglio nella chiesa di S. Maria Maddalena di Matelica mentre erano presenti come testimoni Fra’ Alessandro lettore fermano dell’Ordine di Predicatori, Fra’ Giacomo da Camerino dello stesso ordine, Fra’ Pietro Egisi, Fra’ Vitale Benvenuti ed il signor Giacomo da Gubbio. Eccone il contenuto. Donna Ricca figlia del fu Curtufone da “Pudio” fece dono puro, libero, semplice a donna Mattia abbadessa del monastero di S. Maria Maddalena stipulante a nome e per conto di tale monastero della sua dote di 100 (cento) libre ravennati e anconetane, con riserva di usufrutto vita naturale durante. Dopo la morte della donatrice l’usufrutto sia del monastero predetto. Dà e concede allo stesso ogni diritto ed azione che ha dei beni del signor Berretillo suo marito, in occasione della dote e l’abbadessa è resa procuratrice e messa in diritto di agire dopo la morte di costei per ricercare e ricevere la detta dote contro il signor Berretillo ed i suoi beni e abbia potere di fare. La donatrice ha fatto questo per la sua anima e per rimedio dei peccati suoi e dei suoi genitori. Promise che questa donazione non l’avrebbe revocata per nessuna causa d’ingratitudine o qualsiasi altro modo, sotto penalità del doppio della dote e inoltre giurò sui Santi Vangeli di Dio di mantenere stabile e deciso tutto quanto sopra detto e di non fare azione contraria sotto la penalità già detta e con l’obbligo di ripagare le cose dette, i danni e le spese con interessi. La copia del presente atto fu fatta dal notaio pubblico Bonacasa Benvegnati per ordine del giudice e vicario del comune di Matelica, signor Ugolino del signor Leti della città di Osimo e per ordine di Giacomello del signor Claudio da Osimo, con il mandato del Consiglio generale e speciale del predetto comune, nell’anno 1280 il giorno 26 novembre, a tempo di sede romana vacante, a Matelica nella “trasanna” del comune presenti come testimoni don Giacomo Plebani, Giacomo Benincasa, Ivano di Giacoponi e Francesco di mastro Pietro. Il giorno 19 luglio fu presentato di fronte al vescovo da Fra’ Giacomo, presente Fra’ Guglielmo.

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1280 settembre 4  –     Nel nome del Signore. Amen. L’anno 1280, indizione VIII, a tempo di sede romana vacante del pastore, il giorno 4 settembre, nell’edificio del comune di Matelica sono presenti come testimoni Andreolo Attoni del signor Gentile, mastro Francesco notaio, Attuzio Curtesoni ed altri. Ivano del signor Scagno amministratore del monastero di S. Maria Maddalena di Matelica stabiliva come messaggero e procuratore del monastero Girardo Mattei di Matelica con l’impegno speciale di presentarsi con ogni facoltà di fronte a don Toma giudice generale nella Marca nella causa contro Nardonio Giacobelli e Rainalduccio Rainaldi Maiani di San Severino per ottenere con precetto cinquanta libre ravennati e anconetane. Notaio pubblico Bonaventura di Giovanni.

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1282 luglio 14  –     Copia della lettera del cappellano del Papa don Guido da Villanova, con sigillo di cera rossa recante l’immagine della Madonna con il Bambino in braccio e sopra due angeli. V’era anche l’immagine dello stesso cappellano con la scritta: Sigillo di Guido da Villanova cappellano del Papa. Eccone il contenuto. Guido da Villanova cappellano del Papa e nunzio rende noto di aver ricevuto da Accursio pievano della pieve di Matelica tre fiorini d’oro per la sua permanenza di un giorno a Matelica. Dà ordine al pievano di ripartire detta somma tra gli ecclesiastici del castello e del territorio di Matelica, del castello e del territorio di S. Anatolia, del monastero di S. Angelo infra hostia, tra le chiede di Fonte Boni e di S. Maria de Galio, entro il termine di dieci giorni, dividendo in parti eguali alle rendite e con potere di scomunica e interdetto a discrezione del pievano. Inserita la seguente lettere apostolica.  Martino Vescovo servo dei servi di Dio a quanti riceveranno questa lettera l’apostolica benedizione (arcivescovi, vescovi, abati, priori, decani, arcidiaconi, arcipreti, pievani ed agli altri prelati, ai loro vicari, gerenti, agli ecclesiastici, religiose, ai capitoli delle chiese, ai conventi esenti e non esenti senza cura di anime dei vari ordini, premostratensi, camaldolesi di Vallombrosa, di S. Benedetto e di S. Agostino, inoltre ai maestri e precettori templari ed ospitalieri di S. Giovanni gerosolimitano e della B. Maria, dei teutonici). Il nostro diletto figlio maestro Guida da Villanova cappellano e nunzio nostro, latore della presente lettera merita per l’impegno e l’attenzione la nostra fiducia negli incarichi per alcuni negozi della chiesa romana. Con il presente scritto chiediamo a voi tutti esortandoci con autorità apostolica ad accoglierlo e trattarlo bene per riverenza alla sede apostolica, quando venisse fra voi, compensando la cifra di 30 soldi turanensi per ciascun giorno per le sue necessità e la sicurezza nell’esplicare le sue funzioni, andando, dimorando e tornando; secondo quanto “di provvigione” vi chiediamo o vi chiederà il suo messaggero. Fate che possiamo rendervi merito, altrimenti considereremo valida la sentenza che lui o altri per lui userà contro i ribelli, fino alla soddisfazione dovuta, senza possibilità di appello e ciò nonostante particolari indulti di legati o nunzi apostolici o lettere apostoliche, privilegi, indulgenze verso chiunque e comunque concessi in contrario. Dato a Orvieto il 1 giugno dell’anno secondo del nostro pontificato.  <La lettera del cappellano munita di sigillo era datata a Matelica il giorno di martedì 14 luglio, indizione X.>

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1282 luglio 30  –     Nel nome di Dio. Amen. Don Rainaldo Rampi a don Vitaliano Albricuzi Poiti incaricati della colletta tra chierici ed ecclesiastici o religiosi imposero alle donne di S. Maria maddalena e all’amministratore Fra’ Giacomo sei soldi ravennati e anconetani, con minaccia di scomunica se non versassero entro dieci giorni. Fra’ Giacomo a nome e per conto del monastero e del convento si dichiarò ingiustamente gravato e interpose appello al Papa e al suo camerario e uditori o altri giudici competenti perché mai i monasteri delle donne usarono far versamenti di collette insieme ai chierici e don Guido non ebbe intenzione di farlo con i monasteri delle donne. L’appello fu fatto a Matelica davanti alla pieve il 30 luglio 1282 presenti come testimoni Tomasio monaco del Rotis, Volriano del signor Giacomo da Gubbio e altri, con il notaio pubblico rogante Rigo Servitori.

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1283 gennaio 30  –     Nel nome di Dio. Amen. Copia di lettera.  Rainerio del signor Alioni da Monte Fiascone, giudice generale nella Marca scrive ai balivi di curia Gregorio e Graziolo con l’ordine di fare la citazione a tutti coloro che sono nominati per testimoniare da E(n)rico amministratore del monastero di S. Maria Maddalena di Matelica con l’ingiunzione di presentarsi di fronte allo stesso giudice entro il terzo giorno riguardo all’accusa mossa contro Napolione Raineri ed il suo servo Paulunco, altrimenti si procederà contro di loro.

Data a Tolentino li 30 gennaio, indizione XI.  Ecco i convocati: Giovannuccio Compagnoni, Rubeo (Rosso) Benditti, Nicola Ugolini, Giovannuccio Petri, Priziano Vitali. Citazione fatta come da relazione del 2 febbraio 1283 a Matelica davanti alla casa di mastro Ruggero (Irone ?) di fronte ai testimoni Pietro da S.Angelo, Vegnato Iacobi e altri. Notaio Ventura Massei richiesta da Gaziolo.

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1283 febbraio 1 e 2  –     Nel nome di Dio. Amen. Copia di lettera. Rainerio da Monte Fiascone giudice generale nella Marca scrive a Paolo servo (famigliare) di Napolione Rainerii da Matelica. Ti ordiniamo entro il terzo giorno dal ricevimento della presente lettera di presentarti obbligatoriamente di fronte a noi per giustificarti dell’accusa fatta contro di te da don E(n)rigo Guarneri, altrimenti procederemo secondo giustizia. Data a Tolentino il primo febbraio, indizione XI. Il balivo della curia Graziolo riferì al notaio rogante Ventura Massei di aver fatto la citazione predetta a Paolo il giorno di martedì 2 febbraio 1283. Scritta a Matelica davanti alla casa dei figli di Bucaro alla presenza dei testimoni mastro Benvenuto, Borlario Bonacase di Benvegnato e altri.

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1283   –     Nel nome di Dio. Amen. L’anno 1283, indizione XI, a tempo di Papa Martino IV, il giorno 10 febbraio, nel distretto di Matelica, presso i mulini Rote del monastero di S. Maria Maddalena di Matelica e presso la chiusa dei mulini de Porta, alla presenza dei testimoni chiamati signor Giacomo Plebani, Covitto di donna Altasere, Fra’ Stefano da Colle Stefano, Fra’ Vitale, conversi dello stesso monastero, Pietro da S. Angelo, Clorilto Attona Ivaldi, Giovannuccio Compagnoni ed altri si faceva la convenzione. Attuzio del signor Salimbene per sé e per Mattiolo Bucari e donna Clarissena figlia del fu Scagno per sé e per suo figlio Guarinuccio da una parte e dall’altra Fra’ Pietro Egidi amministratore e converso dello stesso monastero, come da procura scritta, per la determinazione dell’acqua del fiume Gino che scorre attraverso la chiusa di Attuzio. Di donna Clarissena e di Mattiolo Bucari, chiusa che sta sotto ai mulini del monastero, allo scopo di evitare ogni ulteriore lite né ci siano inconvenienti per i mulini delle due parti che si accordano sotto penalità di cinquanta libre ravennati e anconetane per i contraenti, restando valido questo patto. Si conviene che per regolare la quantità di flusso delle acque nei mulini sottostanti a quelli del monastero si rispetti il segno di ferro posto su una colonna e cioè quel ferro deve restare sempre scoperto dalla superficie delle acque fluenti per mezzo del “recessorio” della chiusa con “stracolo” dove ora esiste e rimane sino alla “stanga” di Salvone, segnata nella chiusa verso il vallato dei molini del monastero. In tale modo l’acqua è sufficiente ai contraenti e fluisce egualmente fino a detta “stanga” (traversa di legno) senza danni.  Qualora l’acqua salisse sopra al limite stabilito provvederebbero a regolarla. Notaio pubblico Ventura Massei.

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1283 febbraio 12  –     Nel nome del Signore. Amen. Nell’anno 1283, indizione XI, a tempo di Papa Martino IV, il giorno 12 febbraio, nel monastero di S. Maria Maddalena di Matelica sono presenti come testimoni il signor Finaguerra del signor Albrico, Tinglo (Tigno) del signor Albertino, Zovitta Attoni Rubei e Giovanni Petri Tarduzi quando si fa questa convenzione. Da una parte l’amministratore del monastero di S. Maria Maddalena Fra’ Giacomo da Colle Stefano dall’altra parte Napolione Raineri si accordano per la lite e questione riguardante la terra Rote e Acquimine sita nel fiume Gino. Stabilirono come arbitri Salimbene Bonagiunte presente e Benecasa Ventura assente per un lodo che amichevolmente sarebbe stato accettato dalle due parti in questione salvo l’ordine giuridico, anche nel caso che ciascuna delle due parti  dovesse fare atto di vendita o di permuta per qualche superficie della terra di Rote e Acquimine. I confini sarebbero stati posti per mezzo di Albricuccio Ugolini e di Pietro Bentevenga. L’accordo doveva restare stabile come da lodo o sentenza arbitrale, con penalità di cento libre ravennati e anconetane a chi di loro la contrastasse, sotto ipoteca dei beni.  Notaio pubblico Atto(ne) del signor Giacomo.

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1283 dicembre 4  –     Nel nome di Dio. Amen. Nell’anno del signore 1283, indizione XI, a tempo di Papa Martino IV, il giorno 4 dicembre nel castello di Matelica davanti alla casa di Mattiolo Bucari sono presenti come testimoni Giovanni Commanoli Giordani, Benencasa Venture, Sclacro Datali Bernardi e altri quando si fa questa concessione.  L’amministratore del monastero di S. Maria Maddalena di Mateliva, Fra’ Giacomo converso a nome del suo monastero e del convento dello stesso monastero concede a Boncore Buzerti e a Mattiolo figli del fu Bucaro un corso di acqua che passa per il vallato dei mulini di essi figli di Bucaro presso la terra del monastero, sopra e sotto il confine di mastro Bernardo con facoltà di deviare e contenere l’acqua nel corso del vallato che ora è quel che contiene la terra del monastero, evitando però ogni inconveniente per i mulini del monastero posti nel fiume Gino vicino alla terra del monastero. Il vallato del fiume doveva essere mantenuto così come era e doveva essere custodito e riattato a spese loro, senza alcun danno. Inoltre non doveva far tagliare le piante o alberi che erano nella terra del monastero. Concede quanto sopra in perpetuo con ogni pertinenza ed accesso alle vie pubbliche. Per chi delle due parti mancasse agli impegni, la penalità era stabilita a cinquanta libre ravennati e anconetane con risarcimento delle spese, sotto ipoteca dei beni.  Notaio ser Bartolomeo Scagni.

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1284 marzo 13  –     Nel nome di Dio. Amen. Nell’anno 1284, indizione XII, il giorno 13 marzo a tempo di Papa Martino IV, a Matelica nella casa della testatrice erano presenti come testimoni chiamati: Cagno Salvi Orselli, Bonagrazia Gennari, Bonconforto Iacobo Bruni, Attuzio Attoni Raini, Cenamuzio Danieli, Salimbene Ciceri, Rigozio Ascarano, Vanne da Firenze. Fece testamento donna Ventura vedova di Raniero Albertucci, malata nel corpo, sana di mente, per non far sorgere in seguito qualche lite  sui suoi beni. Lasciava in testamento 20 soldi da spendere secondo i canoni e le consuetudini della diocesi di Camerino. Lasciava per la sua anima 20 soldi ravennati e anconetani da spendere secondo la volontà della fidecommessa stabilita di seguito, in occasione del funere. Lasciava 20 soldi per quando sarà restaurata la chiesa di S. Paolo. Lasciava 5 soldi per riparare la chiesa di S. Antonio. Lasciava al cappellano di S. Paolo, per offerte e decime alla di lei morte 12 soldi.  Per eventuale maltolto altri cinque soldi. Lasciava per fare cantare le messe 12 soldi, affidati all’esecuzione testamentaria. Lasciava a Vanne da Firenze come legato 6 soldi. Stabiliva come erede degli altri suoi beni mobili ed immobili e dei diritti la figlia sua domma Massaria. Sceglieva la sepoltura nella chiesa di S. Antonio di Matelica. Come fideicommessa (esecutrice) stabiliva la stessa donna massaria. Questa era la sua ultima volontà da far valere come testamento o almeno come codicillo.  Notaio imperiale Peregrino Rubei.

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1284 giugno 10  –     Nel nome di Dio. Amen. L’anno del Signore 1284, indizione XII, a tempo del Papa Martino IV, il giorno 10 giugno, sono presenti come testimoni chiamati nel monastero di S. Maria Maddalena Lazano del signor Giacomo, Verliuzio del signor Giacomo, Fra’ Vitale, Fra’ Giacomuccio e altri per la seguente procura. Donna Mattia abbadessa del monastero di S. Maria Maddalena di Matelica con unanime volontà delle monache del monastero cioè delle consorelle Cristina, Agnese, Andrea, Luzia, Berardesca, Margarita, Isabetta, Catelli, Daniela, donna Cristina, Amadea, Agata, Daniela, Gicomuccia, Barbara, Aurea, Cecilia, Graziadeo, Giacomella, Mattiola, Aluminata, Vittoria, Filippuccia stabilì come procuratore del monastero, il suo converso Fra’ Giacono da Colle Stefano, amministratore, agente, fattore, nunzio speciale nella questione e causa contro Federico del signor Alberto, Adelarduzio suo figlio, il signor Matteo del signor Giovanni a motivo dei diritti di una chiesa di S. Maria de Vablano (Vibiano) e contro Corraduccio Bartoli e gli eredi di Rainalduccio del signor Alberto e in generale per le cause del monastero presso la curia del marchese e dei suoi ufficiali e presso qualunque altra curia, con tutte le competenze di procuratore sotto pena e ipoteca dei beni dello stesso monastero.  Notaio pubblico Ventura Massi.

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1284 luglio 11  –     Nel nome di Dio. Copia di lettera. Maestro Stefano canonico della chiesa di S. Petro Turrice, vicario generale nelle realtà spirituali della Marca anconetana scrive a don Rainaldo rettore della chiesa di S. Marcello di Matelica. Ordina di sequestrare i frutti o rendite della chiesa di S. Maria de Vablano (Vibiano) del distretto di Matelica e di tenerli lui fino a nuovo ordine dato il fatto che c’è questione aspra per la spartizione di essi tra l’amministratore del monastero di S. Maria Maddalena da una parte e dell’altra parte Federico del signor Alberto con il figlio Adelarduccio assieme al signor Matteo di Giovanni per la metà della chiesa e c’è pericolo che i contendenti giungano ad atti di rissa con armi. Data a Tolentino il giorno 11 luglio, indizione XII.  \ La lettera fu presentata  don Rainaldo da Fra’ Andrea amministratore del predetto monastero a Matelica presso l’abitazione di Giacomuccio Compagnoni alla presenza dei testimoni: Vitaliano, Venutolo di Morico Bernardi e di Giovanni Accurrimbone Gincleri il giorno 13 luglio 1284 a tempo di Papa Martino IV, indizione XII.  Notaio Bartolomeo Scagni.

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1285 agosto 21   –     Nel nome del Signore. Amen. L’anno 1285, a tempo di Papa Onorio IV, il giorno 21 agosto nella chiesa del monastero di S. Maria Maddalena di Matelica, mentre sono presenti frate Raniero di mastro Gicomo Accursi Blance, Vituzione Attolini e Andreolo di Ivano del signor Scagno testimoni a ciò richiesti e chiamati. Suor Mattia abbadessa di esso  monastero delle donne di S. Maria Maddalena con consenso unanime dello stesso convento del monastero, suor Agnese, suor Cristina, suor Margarita, suor Isabetta, suora Andrea, suor Diotama, Suor Aurea, suor Lucia, suor Daniela, suor Bernardesca, suor Cristiana, suor Giacomella, suor Giovanna, suor Mattiola, suor Vittoria, suor Catalina, suor Filippa, suor Isaia, suor Alluminata, suor Amadea, suor Graziadei, suor Simonetta, suor Gidiuccia. Suor cecilia, decisero di stabilire come loro amministratori, procuratori, messaggeri speciali in forma solidale il converso e famiglio del monastero Fra’ Vitale e Verbuzio del signor Giacono da Gubbio con tutte le competenze per trattare un compromesso con Fra’ Nicola vicario del vescovo di Camerino che amichevolmente deciderà delle questioni insorte tra il monastero da una parte e dall’altra parte Ivano del signor Scagno rappresentante della moglie Sibilia, figlia del fu Rainaldo, in particolare per la richiesta presentata da Ivano al monastero di ricevere 57 libre ravennati e anconetane a nome della moglie. Il monastero accoglierà le loro decisioni senza contrasti. Notaio pubblico Bonaventura di Giovanni.

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1286 febbraio 28  –     Rambotto per divina misericordia vescovo di Camerino a tutti i fedeli cristiani che vedranno questa lettera, salute nel Signore. Se consideriamo secondo il detto del Sapiente, che il tempo è da seminare con i meriti e dobbiamo raccogliere la mietitura di ciò che abbiamo in terra seminato con frutto moltiplicato in cielo, dobbiamo aprire il cuore caritatevole verso tutti i bisognosi, ma ancor più spiritualmente e più abbondantemente verso coloro che spontaneamente si sottopongono alla povertà di spirito.  Le dilette in Cristo monache e abbadessa del monastero di S. Maria Maddalena di Matelica nella diocesi di Camerino, disprezzando i piaceri mondani, scelsero di servire Dio aggiungendo una volontaria povertà ed hanno bisogno che i fedeli cristiani offrano piamente a loro l’aiuto caritatevole. Esortiamo e preghiamo tutti voi nel Signore, a remissione dei vostri peccati, disponendo che eroghiate loro sussidi caritatevoli in modo che la vostra sovvenzione dia loro un sussidio e voi, a motivo di questa o di altre opere buone che farete ispirati dal Signore, possiate giungere alla gioia dell’eterna felicità. Desideriamo che la predetta chiesa della Beatissima sia frequentata degnamente ed a tale scopo rilasciamo per la misericordia di Dio e dei beati apostoli Pietro e paolo, l’indulgenza di cento giorni sulla penitenza imposta nella confessione a coloro che pentiti si recheranno per devozione alla chiesa predetta in qualsiasi domenica fino alla festa di Pasqua inclusa la sua ottava, non oltre, e faranno opere di caritatevole aiuto. Data a Camerino li 28 febbraio 1286 (con sigillo pendente).

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1286 settembre 12  –     Nel nome di Dio. Amen. L’anno 1286, indizione XIV, a tempo di Papa Onorio IV, il giorno 12 settembre, nel monastero delle donne di S. Maria Maddalena del castello di Matelica sono presenti come testimoni Giacomo Benvenuti da Sefro, Francesco Marcloni e Domenico Petri Faide quando donna mattia abbadessa del monastero predetto con unanime volontà delle monache e suore del monastro Cristina, Agnese, Giacoma, Margarita, Catarina, Alluminata, Daniela, Graziadea, Diotama, Lucia, Vittoria, Cecilia, Cristiana, Aurea, Giacomuccia, Cecilia, Giustina, Andrea, Ogenia, donna Filippa, Isaia, Simonetta, Filippuccia, Amodea, Mattia, Gidiuccia, , Benvenuta, Isabetta e Sperandea stabilì Fra’ Giacomo Ugolini come amministratore, agente, procuratore e messaggero speciale del monastero e del suo convento con la procura a ricevere o la remissione e la quietanza definitiva del reverendo padre don Rambotto vescovo di Camerino riguardante la condanna a cinquanta libre ravennati e anconetane fatta dallo stesso vescovo contro il predetto monastero in occasione della devastazione fatta del monastero di S. Agata e inoltre con il mandato di presentarsi a don Gentila da Muralto canonico o a Mosca Savinelli a motivo del mutuo di 50 libre fino all’inizio dell’ottobre prossimo. Egli doveva dichiarare di fronte al vescovo tale debito e ricevere dal vescovo il precetto per tale somma. Se entro il termine stabilito non fosse stata pagata la somma predetta il monastero doveva essere sottoposto (si sottoponeva) alla scomunica e all’interdetto ecclesiastico contro l’abbadessa e contro le suore. Ogni decisione del procuratore rimaneva stabilita sotto ipoteca dei beni del monastero.  Notaio pubblico Atto(ne) del signor Giacomo.

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1286 settembre 13  –     Nel nome del Signore. Amen. L’anno del Signore 1286, a tempo di Papa Onorio IV, a Camerino nella cappella del palazzo dell’episcopato, il giorno 13 settembre sono presenti come testimoni chiamati Don Gualtiero priore di S. Sebastiano di Camerino, don Pietro priore di S. Giacomo di Muralto, mastro Offreduccio di donna Amata, Corrado di Giovanni e Corraducccio di Domestico, quando il vescovo di Camerino Rambotto a nome dell’episcopato per sé ed i suoi successori fece remissione, fine e quietanza definitiva valevole in perpetuo a Fra’ Giacomo Ugolini sindaco del monastero si S. Maria Maddalena di Matelica , agente a nome di esso monastero della somma di 100 libre di condanna fatta allo stesso monastero o suo sindaco Giacomuccio del signor Finaguerra in occasione della violazione e della scomparsa avvenuta del monastero di S. Agata sito presso il fosso di Matelica presso lo stesso monastero di S. Maria Maddalena ad opera dei famiglia, degli agenti e coadiutori di questo monastero. Il vescovo cancellava e annullava ogni condanna, sentenza e processo fattone contro questo monastero e contro il suo sindaco Giacomuccio o contro altro rappresentante. Annullava anche ogni promessa per mezzo di Giacomuccio al signor Finaguerra, amministratore, in particolare il precetto fattogli di pagare 50 libre scritto da mano del notaio mastro Nicola da Osimo. Il vescovo fece tutto ciò per il fatto che ricevette dallo stesso amministratore per conto del monastero predetto e suo convento, a tacitazione di tutte le spese calcolate nella scomparsa di S. Agata la somma di cinquanta libre ravennati e anconetane che il vescovo ebbe. Pertanto tutto veniva quietato con dichiarazione rilasciata all’amministratore Gicomuccio, valida in perpetuo sotto penalità del doppio con ipoteca dei beni dell’episcopato.  Notaio pubblico Riccerio, ora notaio del vescovo.

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1286 settembre 13  –     Rambotto vescovo di Camerino, per divina misericordia, saluta nel Signore le donne religiose, l’abbadessa ed il convento del monastero di S. Maria Maddalena da Matelica.  Di fronte ad una richiesta giusta, tanto la forza dell’equità quanto l’ordine razionale esigono che ciò per la sollecitudine del nostro ufficio giunga al dovuto effetto. Pertanto, o dilette (figlie) in Cristo, ascoltando la vostra domanda confermiamo l’unione, l’obbligazione, la sottomissione, la promessa, la donazione o cessione fatta per mezzo della prioressa o abbadessa e monache del luogo di S. Agata sito presso Matelica, dopo aver considerato la vicinanza e la povertà del predetto luogo di S. Agata, in cui le monache ivi dimoranti non potevano osservare la regolare continenza (vita religiosa), come risulta più chiaramente dal documento redatto dal notaio Morico da Fabriano il cui contenuto consideriamo da inserire qui parola per parola per maggior certezza e stabilità. Conosciamo con pienezza di scienza la sottomissione, la donazione, la cessione, la promessa, l’unione e ogni altro impegno deciso nell’atto scritto da mastro Morico da Fabriano da parte dell’abbadessa o prioressa del detto luogo di S. Agata e da parte delle monache del detto luogo alla detta abbadessa o del sindaco del detto monastero, confermiamo tutto ciò e se in tale atto si trovasse qualche difetto, suppliamo con la nostra ordinaria autorità e uniamo i luoghi predetti delle religiose.  Non sia lecito a nessuna persona violare questo nostro atto di unione e di conferma né contrastarlo con temerario ardire. Se qualcuno userà la presunzione di tentarlo sappia che incorre nell’indignazione dell’onnipotente, della Beata Vergine Maria, dei beati apostoli Pietro e Paolo, dei santi Venanzio martire ed Ansovino confessore.  Su nostro ordine il notaio Riccerio, nostro notaio scrive e rende pubblica la presente lettera e la convalida con l’apporvi il nostro sigillo per maggior fede e certezza. Fatto e dato a Camerino nella cappella del palazzo dell’episcopato nell’anno del Signore 1286, indizione XIV, a tempo del Papa Onorio IV, il giorno 13 settembre alla presenza di don Pietro priore di S. Giacomo di Muralto, don Gualtiero priore di S. Sebastiano, mastro Offreduccio notaio, Corrado di Giovannuccio e Corrado di Domestico, testimoni chiamati all’atto. Ed io Riccerio da Camerino, pubblico notaio, ora notaio del detto vescovo, presente a tutto ciò, su richiesta del vescovo scrissi per sua autorità, scrissi e resi pubblico l’atto e vi posi il mio nome e sigillo consueto.

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1286 novembre 14  –     Nel nome di Dio. Amen. Nell’anno del Signore 1286, indizione XIV, a tempo del Papa Onorio IV, il giorno 14 novembre, nel palazzo del comune di Matelica, dopo riunito per voce del banditore al suono della campana il consiglio generale speciale di credenza (economato) del Capitano delle Arti e del consiglieri, al solito modo, il signor Gualtiero da Macerata, giudice e vicario del comune di Matelica propose di trattare il da farsi riguardo al terreno o spazio delle donne del monastero di S. Maria Maddalena occupato dal comune per il muro comunale fatto di nuovo e riguardo al danno arrecato al monastero per il prato ed altro. Egli chiese si desse un buon consulto. Parlò Corraduccio Bartoli, alzandosi nell’arengo, propose una colletta di 40 libre ravennati ed anconetane di cui 30 per il terreno dovuto alle donne del monastero e 10 per il danno dato in occasione del muro comunale e per altri danni, e così pagare. Nella delibera del presente consiglio, dopo che il predetto giudice pose ai voti con l’alzarsi (a favore) e sedere (contro) piacque a tutti porre 40 libre nella dativa dell’anno corrente o nel dazio per il decoro e pagare come sopra al monastero.  Il notaio Mazio, con testimoni Corraduccio Bartoli, mastro Francesco di mastro Pietro, gioannuccio di Giacomo e Francesco B(on)afede, scrisse per ordine del giudice.

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1286 novembre 20. –   Nel nome di Dio. Amen. Nell’anno del Signore 1286, indizione XIV, a tempo del Papa Onorio IV, il giorno 20 novembre nel monastero di S. Maria Maddalena di Matelica erano presenti come testimoni Albrico di Giacomo Bruti, il mugnaio Matteo e Giovanni da Foligno quando l’abbadessa del monastero, donna Mattia con volontà unanime delle monache e suore e consorelle presenti Cristina, Agnese, Giacoma, Margarita, Catarina, Alluminata, Daniella, Graziadeo, Diotama, Lucia, Vittoria, Cecilia, Cristiana, Aurea, Giacomuccia, Cecilia, Giustina, Andrea, Eugenia, donna Filippa, Isaia, Simonetta, Filippuccia, Amadea, Mattia, Guiduccia, Benvenuta, Isabetta e Sperandia, riunite in capitolo stabilì assieme al convento il signor Enrico Guarneri accettante come legittimo amministratore, procuratore, messaggero speciale per presentarsi di fronte al reverendo padre e vescovo di Camerino, Rambotto per ottenere una proroga della scadenza di pagamento di tredici libre ravennati e anconetane, residuo del debito della condanna di cinquanta libre fatta al monastero dallo stesso Rambotto in occasione della devastazione del monastero di S. Agata. Tale proroga che iniziava dal giorno di S. Andrea sarebbe stata dilazionata a nuova scadenza secondo la volontà del vescovo che sarebbe stata comunicata a motivo del mutuo, sia a don Gentile da Muralto, sia a Mosca Savinelli. Si sottomettevano al dover, in caso di inadempienza, sottostare alla scomunica per lui per l’abbadessa e per le suore e all’interdetto ecclesiastico per il monastero loro.  Alla fine avrebbe ricevuto la quietanza e la liberazione del pagamento. Quanto avrebbe deciso il procuratore sarebbe stato stabilmente rispettato dal monastero, sotto ipoteca dei beni.  Notaio pubblico Salimbene del signor Sinibaldo.

1287 aprile 19  –     Nel nome di Dio. Amen. Copia di una lettera. Bernardo di Assisi giudice generale nella Marca scrive per parte del monastero di S. Maria Maddalena di Matelica a Matteo di Attone Bonatti,  a Benintenni Clementi, a Giacomo di Compagnone Bonatti, a Rainaldo Migliori, a Benvenuto di Compagnone Bonatti, a Giacomo di Ventura Bonatti, a Rainaldo Bonatti, a Benedetto di Accursio Paganelli, a Compagnone Petroceni e ai figli di Ugolino Accursi de Blanca di Matelica.  Ho ricevuto l’esposto contro di loro che lavorano e coltivano alcuni terreni posseduti un tempo da Beretillo o dal signor Matteo del signor Sinibaldo di Matelica. Ora li possiede legittimamente il monastero di S. Maria Maddalena. Ordiniamo a ciascuno di voi, sotto pena ad arbitrio nostro e della curia che dovete pagare integralmente i frutti di tali terreni al monastero predetto. Se volete contrapporvi presentatevi entro tre giorni dal ricevimento di questa lettera alla nostra presenza per rispondere a quanto sopra esposto e aver giustizia. Altrimenti procederemo contro di voi.  Data a Montolmo il giorno 19 aprile, indizione XV.  Questa lettera di citazione fu notificata dal balivo della curia Gregorio, eccetto Matteo di Attone Bonatti ed i figli di Ugolino Accursi che per essere minorenni sono dispensati.  Il balivo ne fece relazione al notaio pubblico Ventura Massei nel 1287 indizione XV, a tempo di sede romana vacante del pastore, il giorno 27 aprile a Matelica davanti alla casa del figlio di Rainaldo Cacciaconti alla presenza del testimoni Simone Severini, ser Vannetto, Salimbene, Giacomuccio di Rainaldi Bonatti.

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1287 settembre 26  –     Nel nome di Dio. Amen. Nell’anno 1287, indizione XV, quando la chiesa romana era vacante del pastore, il giorno 26 settembre a Matelica nel monastero di S. Maria Maddalena erano presenti come testimoni mastro Percivalle un tempo da Cesena, Giovanni duo figlio e Verbuzio del signor Giacomo. Dopo riunito il capitolo di tale monastero donna Mattia abbadessa della donne del monastero stesso con la volontà unanime delle consorelle viventi in monastero, Agnese, Margarita, Isabetta, Cristina, Daniela, Lucia, Andrea, Catarina, Diotama, donna Cristiana, Giacomucci, Giovanna, Mattiola, Vittoria, Isaia, Alluminata ed altre monache e suore, stabilì come legittimi amministratori, procuratori, agenti, difensori e messaggeri speciali il signor Enrico da San Severino e Fra’ Giacomuccio converso dello stesso monastero per presentarsi di fronte al reverendo padre vescovo di Camerino don Rambotto e alla sua curia e di fronte ai giudici generali “temporali” della chiesa romana per le questioni vertenti tra il monastero da una parte e dall’altra parte i Frati di S. Agostino a motivo dei beni del signor Ma(tt)eo (o Masseo) del signor Sinibaldo e don Vitaliano Albrici. Essi hanno tutte le competenze giuridiche e quanto sarà da loro stabilito sarà valido per il monastero, sotto ipoteca.  Notaio Leva di Bonagiunta da Matelica.

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1287 dicembre 10  –     Nel nome di Dio. Amen. Nell’anno 1287, indizione XV, quando la chiesa romana era vacante del pastore, il giorno 10 dicembre, nel castello di Matelica nella chiesa di S. Maria Maddalena, sono presenti come testimoni richiesti: Giacomuccio di Accursio Altemilie, mastro (Ra)nallo Carsolino e Sune Vitale. Dopo riunito il capitolo del monastero delle donne di S. Maria Maddalena di Matelica assieme all’abbadessa Matelda fu espressa la volontà unanime dalle sue consorelle e dalle suore, dai frati e dai conversi presenti in capitolo, cioè Cristina, Agnese, Margarita, Cristiana, Andrea, Catarina, Diotama, Isabetta, Lucia, Daniela, donna Cristina, Alluminata, Giacobuccia, Amadea, Filippuccia, Agata, Cecilia, Giustina, Gidiuccia e di tutte le altre monache e suore viventi nel suo monastero e stabilirono insieme suore e frati concordemente che Fra’ Giacomo del signor Scagno e Fra’ Giacomuccio conversi del loro monastero e Annibale del signor Scagno di Camerino come amministratori, delegati, agenti, difensori, procuratori e messaggeri speciali per presentarsi a nome del convento e del monastero di fronte al reverendo don Rambotto, vescovo di Camerino, alla curia e all’uditore vicario come pure di fronte al ogni giudice “temporale”e spirituale per la causa con suor Francesca figlia del fu signor Burgarelli con tutte le competenze giuridiche, ritenendo stabile quanto decideranno, sotto ipoteca dei beni monastici.  Notaio pubblico Tommaso Scagni.

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1288 ottobre 22  –     Nel nome di Dio. Amen. Nell’anno 1288, indizione prima, a tempo del Papa Nicolò IV, il giorno venerdì 22 ottobre nel palazzo del comune di Matelica sono presenti come testimoni Francesco Attolini e Faccibene Marzari quando il giudice e vicario del comune di Matelica il signor Bonaccorso di Montecchio (ora Treia) fece precetto di bando per Iagnino di mastro Percivalle della Romandiola con pena di 100 soldi ravennati e anconetani allo scopo che abbia a completare la porta entro tre mesi che promise di fare a Giacomuccio del signor Finaguerra per conto del monastero di S. Maria Maddalena.  Le ante della porta dovevano essere come quelle della porta del “luogo” (convento) dei Frati Minori di Morro. L’attuale amministratore del detto monastero Fra’ Giacomo darà il necessario per fare l’opera a Iagnino secondo l’atto scritto da mastro Rigo Servi e ciò su richiesta dello stesso amministratore. Inoltre il giudice Pancrazio incaricò Benvenuto Bellafonte a controllare che Ignino esegua  quanto sopra espresso.  Scrisse per ordine del giudice il notaio pubblico Monaldo Baculi.

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1289 aprile 18  –     Nel nome di Dio. Amen. L’anno 1289, indizione seconda, a tempo del Papa Nicolò IV, il giorno 18 aprile nel palazzo del comune di Matelica sono presenti mastro Attone del signor Giacomo e Giliolo Casaio, testimoni.,quando il giudice e vicario del comune di matelica, il signor Giovanni Corradi da Foligno, in esecuzione del precetto fatto dal predecessore giudice di Matelica, signor Bonaccorso di Montecchio (ora Treia) fece precetto a Iagno (Iagnino) di mastro Percivalle per bando di cento soldi ravennati e anconetani con scadenza a metà maggio per portare a termine  e perfezione la porta del monastero di S. Maria Maddalena secondo il contratto tra lo stesso Iagno (Iagnino) e l’incaricato del monastero Giacomuccio del signor Finaguerra, atto scritto dal notaio Rigo Servi. Ciò a richiesta dell’attuale amministratore del monastero Fra Giacomo. Il notaio pubblico Monaldo Baculi scrisse su mandato del giudice.

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1290 febbraio 23  –     Copia di lettera  Nicolò vescovo, servo dei servi di Dio, saluta il venerabile fratello vescovo di Pesaro con l’apostolica benedizione. Hanno presentato a noi querela l’abbadessa ed il convento di S. Maria Maddalena di Fano dell’ordine di S. Benedetto contro l’abate de Rotis e contro l’abbadessa di S. Maria Maddalena di Matelica dell’ordine predetto, diocesi di Camerino a motivo delle offese ricevute da loro riguardo ad alcune somme di denaro e ad altri beni terreni e possessi. Incarichiamo te, o fratello, con mandato apostolico di convocare le parti ed udire la causa, senza possibilità di appello, in modo da ultimarla e da far eseguire la sentenza che fari con censura ecclesiastica. Se i testimoni che saranno chiamati si ritirassero per timore o per odio, senza appello, con simile censura inducili a dar testimonianza veritiera. Data a Roma presso S. Maria maggiore il 24 febbraio del terzo anno del nostro pontificato. La lettera fu presentata al venerabile vescovo di Pesaro don Accursio nel palazzo del suo episcopato da don Benvenuto rettore della chiesa di S. Bartolo di Fano alla presenza dei testimoni Ugolino rettore della chiesa di S. Giovanni de Foldugo, Francesco sacrista della chiesa pesarese, Samperolo famiglio del sopradetto vescovo.  Il rescritto pontificio era con bolla (sigillo) pendente recante le immagini di S. Pietro e Paolo, l’anno 1209  <=errore> > Notaio imperiale Gerardo di Federico Teutonico di Matelica.

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1290 agosto 30  –     Nel nome di Dio. Amen. Nell’anno dalla natività 1290, indizione terza, a tempo del Papa Nicolò IV, il giorno 30 agosto il venerabile vescovo di Pesaro don Accursio incaricato di giudicare la causa del monastero di S. Maria Maddalena di Fano contro il monastero de Rotis e contro quello di S. Maria Maddalena di Matelica. Eran presenti i procuratori Ugolino rettore della chiesa di S. Giovanni dei figli di Ugone per l’abbadessa Giovanna di Fano da una parte dall’altra Offreduccio di Tomasso Bonagiunte di Matelica per l’abbadessa di Matelica. Il vescovo giudice assegna con la loro volontà la scadenza di otto giorni per presentare la risposta del monastero di Matelica. Erano presenti come testimoni Fra’ Grazia di Matelica, don Matteo di Rieti vicario del detto vescovo ed il signor Toma Florani di Matelica. Il giorno 8 settembre (domenica) di fronte allo stesso vescovo giudicante era presente il procuratore di S. Maria Maddalena di Fano, Ugolino e non era presente il procuratore di S. Maria Maddalena di Matelica. Offreduccio. Considerata la contumacia, mentre il procuratore avverso l’assegnazione dei beni chiesti, il vescovo, per essere equilibrato, prorogò la scadenza al lunedì prima dell’ora terza (mezzogiorno). Lunedì 9 settembre Offreduccio si presentò dichiarandosi pronto a sostenere le ragioni del monastero di Matelica che rappresentava per la giustizia.  Eccone il contenuto dell’accusa. Di fronte a voi venerabile vescovo di Pesaro, giudice delegato dal Papa, il procuratore di S. Maria maddalena di Fano, Lunardello Ranieri di Pesaro agisce contro il procuratore di S. Maria Maddalena di Matelica Offreduccio di Tomasso per riavere alcuni terreni qui elencati e l’abbadessa di Fano Giovanna portò con sé nel monastero di Acquaviva di Matelica quando vi fu presa come monaca. L’abbadessa di Fano poi ha preso (assunto) il monastero di Acquaviva con l’autorizzazione dell’abbadessa e delle consorelle di Acquaviva, ora vuole che le siano restituiti al monastero di S. Maria Maddalena di Fano con aggiunta i frutti e con risarcimento delle spese, salvi i suoi diritti. Si tratta di una vigna sita nel territorio di Matelica in località Subbiano a confine con la via, con i figli di Pietro Bize, e con altra via. Inoltre altra vigna nella stessa località a confine con la via, con Monaldo Bonomi da Pugito, con i figli di Tursolo, con Rubeo di Bone Benamate. Inoltre un campo in Casanova a confine con la via, con Salimbene Petri da Vinano e con Gualtiero. Il procuratore di S. Maria Maddalena di Matelica ricevette il testo dell’accusa. Il giudice don Accursio vescovo stabilì ai procuratori come scadenza per comparire con la risposta tra dieci giorni e se fosse giorno festivo, compaiano il giorno seguente, non festivo, ciò sotto minaccia di scomunica. Presenti come testimoni don Matteo vicario del predetto vescovo, e Bonacquisto da Matelica e altri. Notaio Gerardo Federici di Matelica figlio di Teutonico prima notaio imperiale ora notaio del vescovo di Pesaro.

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1290 settembre 21, 26, 28; ottobre   –     Nel nome di Dio. Amen. Nell’anno 1290, indizione terza, a tempo del Papa Nicolò IV, il giorno 21 settembre di fronte al venerabile Accursio, vescovo di Pesaro e giudice delegato dal Papa per questa causa, si presentò Lonardello procuratore del monastero, dell’abbadessa e del convento di S. Maria Maddalena di Fano per agire contro l’abbadessa del monastero di S. Maria Maddalena di Matelica e chiese che si procedesse data la contumacia del procuratore matelicese con l’assegnazione dei beni richiesti. Di seguito il 26 settembre lo stesso procuratore Lonardello presentò questa richiesta: “Di fronte a voi venerabile Accursio vescovo di Pesaro e giudice delegato dal Papa per la causa tra i monastero di S. Maria Maddalena, quello di Fano con l’abbadessa Giovanna contro quello di Matelica, il procuratore Lonardello (come sopra)  chiede che si pronunci la sentenza contro il monastero di Matelica perché dopo la scadenza perentoria è contumace  ed i beni da lui richiesti vengano dati al monastero di Fano “. Di seguito il 28 settembre. Noi Accursio per grazia divina vescovo di Pesaro e giudice delegato nella causa vertente tra l’abbadessa e convento del monastero di S. Maria Maddalena di Fano da una parte e dall’altra parte l’abbadessa del monastero di S. Maria Maddalena di Matelica , dato il fatto che Offreduccio di Tomasso di Matelica procuratore del monastero matelicese, dopo l’ingiunzione a comparire non si è presentato né direttamente né tramite altro responsabile per rispondere alle richieste di Lonardello procuratore del monastero fanese, nonostante la scadenza stabilita e prorogata, noi dichiariamo contumace e perché non si avvantaggi della sua disobbedienza, con l’autorità ricevuta decretiamo che il predetto Lonardello sia messo in possesso dei beni, allo scopo di salvaguardarli e cioè di una vigna in territorio matelicese, località Subbiano, inoltre altra vigna nella stessa località, a confine con la via, con Monaldo Bonomi da Pusito, con i figli di Torsolo e con Rubeo (Rosso) di Bone Bonamate, inoltre di un campo in località  Casanova di Matelica a confine con la via, con Salimbene di Pietro da Vinano e con Gualtiero, come beni rivendicati. Il procuratore Offreduccio viene condannato a pagare le spese fatte dal predetto Lonardello.  Scritto nel chiostro dell’episcopato di Pesaro alla presenza dei testimoni don Matteo del signor Paolo Oddoni di Rieti, vicario del predetto vescovo, Federico di Cunte Galiani da Fano, piacentino cuoco del predetto vescovo e Guglielmo Cuntoli da Sersulta (Seratta).  Il vescovo stabilì come esecutore don Matteo Vettorina da Matelica presbitero e rettore della chiesa di S. Donato di Monte Vetularum, diocesi di Pesaro.  Il giorno 5 ottobre nel palazzo dell’episcopato di Pesaro alla presenza di don Matteo del signor Gentile da Matelica e di don Matteo da Rieti, vicario del predetto vescovo, fece relazione don Matteo di Matelica, rettore di S. Donato dicendo di aver dato possesso dei beni come da sentenza all’abbadessa del monastero di Fano Giovanna.  Notaio imperiale e vescovile il matelicese Gerardo Federici figliolo del Teutonico.

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1290 ottobre 2  –     Nel nome di Dio. Amen. Nell’anno 1290, indizione terza, a tempo del Papa Nicolò IV, il giorno 2 ottobre, nel distretto di Matelica e nei luoghi espressi di seguito erano presenti come testimoni il notaio mastro Francesco di mastro Pietro, il medico mastro Simone di Egidio e Guccio Francisci, quando don Matteo rettore della chiesa di S. Donato di Monte Vetulalum per mandato scritto di don Accursio, vescovo di Pesaro e giudice delegato, diede in tenuta e possesso materiale a donna Giovanna, abbadessa del monastero di S. Maria Maddalena di Fano, una vigna nel distretto di Matelica in località Subbiano a confine con la via, inoltre altra vigna nella stessa località a confine con la via, con Monaldo Bonomi da Pugito, con i figli di Torsello e con Rubeo (Rosso) BoneBenamate, inoltre un campo in località matelicese Casanova a confine con la via, con Salimbene di Pietro da Vinano e con Gentile Gualtieri, allo scopo di tutela. Ciò in rivalsa sul monastero delle donne di S. Maria Maddalena di Matelica. Il gesto della presa corporale di possesso era il toccare le zolle, i rami e simili. Inoltre come messaggero speciale del vescovo, giudice delegato, don Matteo predetto ordinò sotto pena di scomunica, di non molestare donna Giovanna per tali possessi.  Notaio pubblico Monaldo Biaculi di Matelica.

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1290 ottobre 7  –     Nel nome di Dio. Amen. L’anno 1290, indizione terza, a tempo del Papa Nicolò IV, il giorno 7 ottobre, nel palazzo dell’episcopato di Pesaro erano presenti come testimoni  don Matteo Pauli Oddoni da Rieti, vicario del predetto vescovo, don Corrado arcidiacono di Pesaro e Bartolomeo di Vivitanova, quando Gratolo, della signora Altadonna di Matelica, come procuratore del monastero di S. Maria Maddalena di Matelica, presentò al venerabile vescovo di Pesaro don Accursio, delegato dal Papa, il seguente appello. “Di fronte a voi venerabile don Accursio (come sopra) io Gratolo di Altadonna procuratore del detto monastero e convento presento appello al Papa Nicolò IV, ed ai suoi uditori di camera contro la sentenza da voi emanata a danno del monastero di S. Maria Maddalena di Matelica ed a favore di Giovanna abbadessa come riferiscono del monastero di Fano con la consegna della vigna e della terra come scritto nella sentenza. E l’appello è dovuto al fatto che la stessa donna Giovanna rinunciò e disse alle donne del monastero di Matelica, in particolare alla monaca donna Bartolomea che lei non voleva presentarsi in causa di fronte a voi vescovo delegato né personalmente né tramite procura per tale questione. Disse che non era necessario, non c’era pregiudizio per il monastero matelicese, a lei non necessitava. Inoltre c’è il fatto che donna Mattia, abbadessa matelicese, non poté presentarsi di fronte a voi entro il termine stabilito a causa della malattia e della infermità e per altre cause giuste e legittime e che si riserva di esporre a richiesta. Con il presente appello al Papa chiedo che non si deve cambiare in nulla la situazione esistente.  Il vescovo disse che l’appello non era ammissibile perché non presentabile per rispetto verso la sede apostolica.  Notaio imperiale d vescovile il matelicese Gerardo di Federico.

 

1291 settembre 27, 29  –     Nel nome di Dio. Amen. Copia di lettera con sigillo di don Bernardo Ferrario vicario. Mastro Bernardo Ferrario, canonico di Val(enza) vicario generale nelle realtà spirituali della Marca di Ancona scrive alle donne, all’abbadessa ed al convento del monastero di S. Maria Maddalena di Matelica. Per parte dell’abbadessa e del convento del monastero di S. Maria Maddalena di Fano è stato presentato a noi l’esposto che lamenta molestie di agitazione e perturbazione per il possesso e per i frutti di alcuni terreni che dopo la vostra contumacia in giudizio hanno avuto in tutela. Con il presente precetto ordiniamo a voi di desistere da tali molestie, sotto pena di scomunica e lasciate libero possesso con raccolta dei frutti di tali terre al monastero di S. Maria di Fano. Se vi sentite danneggiate entro tre giorni presentatevi di fronte a noi che rappresentiamo il monastero di Fano, altrimenti procederemo secondo giustizia.  Da Macerata 27 settembre, indizione IV.  \\ Questa lettera fu presentata e data all’abbadessa di Matelica per mezzo di mastro Simone Egidi procuratore del predetto monastero di Fano, nell’anno 1291, indizione IV, a tempo di Papa Nicolò IV, nella chiesa del predetto monastero matelicese, il penultimo giorno di settembre dell’anno 1291, alla presenza dei testimoni Fra’ Enrico converso del monastero stesso e Albrinculo Acquistoli e Giovannuccio Benvenuti da Sefro.  Notaio pubblico Monaldo Bizuculi da Matelica.

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1292 febbraio 2   <1° atto>    –     Nel nome di Dio. Amen. L’anno 1292, indizione quinta, a tempo di Papa Nicolò IV, il giorno 2 febbraio, nel castello di Matelica, nella chiesa di S. Maria Maddalena, alla presenza dei testimoni richiesti Benenuzio di Tardo (Sintardo) Entendi, Salimbene  Fulcarelli e Lenuccio (Lenutio) Venture si fece l’atto con cui Ivano del signor Scagno, amministratore del monastero di S. Maria Maddalena di Matelica a nome dell’abbadessa Mattia e del convento del monastero coma da mandato scritto del notaio Bonaventura diede in proprietà stabilmente a Petrono Rainaldi un terreno del monastero predetto sito in località Cretaiolo a confine con Petrono, con Loveno Aiudi, con la moglie e figli di Giamello detto Fantilino, e con i figli di Giacomo Vallorini (Valentini) e con la via, con le rispettive pertinenze e diritti. Tale cessione di terreno è dovuta al fatto che Petrono eseguì la muratura di una canna di muro della cinta e della chiesa del monastero, con materiale cementizio buono e sufficiente, senza porre questione alcuna e con ogni diritto senza rivarlse sotto penalità del doppio della stima del terreno e sotto ipoteca dei beni del monastero.  Notaio pubblico Bonaventura di mastro Benvenuto.

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1292 febbraio 2    <2° atto>   –     Nel nome di Dio. Amen. L’anno 1292, indizione V,  a tempo del Papa Nicolò IV, il giorno 2 febbraio, nel castello di Matelica, nella chiesa del monastero di S. Maria Maddalena  alla presenza dei testimoni richiesti Benvenuto di Sintaldo Entendi, Salimbene Fulcarelli e Levutio Venture si fece questa procura. Donna Mattia abbadessa del monastero di S. Maria Maddalena di Matelica con l’unanime volontà delle sue suore, di conversi e famigli suoi, cioè Giacoma, Isabetta, Daniela, Giovanna, Vittoria, Diotama, Filippuccia, Barbara, Eugenia, Isaia, Gidiuccia, Graziadidio, Agata, Cecilia, Giustina, Aurea, Aviadei, Tuttasante e frate Guido e frate Salimbene e di tutte le monache e conversi di comune accordo, stabilì come legittimo amministratore, agente, fattore, economo, rappresentante e nunzio speciale Ivano del signor Scagno con la facoltà di dare e cedere a nome del monastero, della chiesa e del suo convento, a Petrono Rainaldi Bone un loro terreno sito nel distretto di Matelica in località Cretaiolo a confine con lo stesso Petrono, con Levono Aiuti, con la moglie e figli di Giacomello de Fantolini, con i figli di Giacomo Valentini e con la via, come prezzo e compenso per una “canna” o pertica di muro necessario alla loro chiesa a completo pagamento. Garantiscono la stabilità della concessione sotto pena del valore doppio e sotto ipoteca dei beni monastici.  Notaio pubblico Bonaventura di mastro Benvenuto.

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1293 novembre 5  –     Nel nome di Dio. Amen. Nell’anno dalla natività 1293, indizione quinta, in tempo di sede romana vacante del pastore per la morte del Papa Nicolò IV, il giorno 5 novembre, davanti al castello di Matelica nella casa del sottoscritto notaio Corbo erano presenti come testimoni il signor Vitale Petriani, Giacopone di Venuto Gozi e Vitale di Petruccio Caposerra ed altri chiamati. Quando Benencasa di Pietro Brunelli dichiarò di aver ricevuto da Venuto di Venuto Petri Bone come dote per lo sposalizio contratto tra Bonencasa e Margherita figlia del predetto Venuto e futura moglie di Benencasa la somma di 45 libre ravennati e anconetane in denari contati e cento (100) soldi ravennati e anconetani in “robe” di tal valore stimato da comuni amici, con esclusione di inganno. Lo sposo Benencasa ricevendo per sé ed eredi tale somma si impegnava a restituire tale dote se il matrimonio si fosse dissolto o diviso per morte, divorzio o altre cause ragionevoli, inoltre se da loro non fossero procreati figli provenienti all’età legale di 25 anni. Il contratto valeva sotto penalità del valore doppio e come pegno lo sposo Benencasa vincolava tutti i suoi beni mobili ed immobili presenti e futuri, con tutto il loro fruttato, sino alla somma da risarcire per lo scioglimento del matrimonio e ciò nonostante qualsiasi legge civile o municipale in contrario, con risarcimento. Notaio pubblico Corbo del signor Giovanni.

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1300 ottobre 27  –     (Copia di atto del notaio defunto Francesco Salimbene)  Nel nome di Dio. Amen. Nell’anno 1300, indizione XIII, a tempo del Papa Bonifacio VIII fece testamento il giorno 27 ottobre Benentendi del fu Accurrimbona di Atto Simoni, sano di mente e di corpo. Lasciò pr la sua anima 5 soldi ravennati e anconetani da spendere secondo la legge canonica; lasciò 10 soldi per la sua sepoltura se meglio capiterà nel castello di Matelica. Lasciò 20 soldi da dare ai poveri venerabili del castello di Matelica. Lasciò per messe da cantare 18 soldi. Lasciò a ciascuna “incarcerata” del castello di Matelica sette ducati. Lasciò per la restituzione del maltolto 11 soldi. Per le decime della chiesa di S. Angelo de Ocrusi 5 soldi. Per l’anima della madre 15 soldi di cui 5 per maltolto, 5  per la fraternità dei chierici. Lasciò per i Frati di S. Francesco 2 soldi per una penitenza omessa. Lasciò a Tomaso Silvestri per danni due soldi. Lasciò a Bartolomeo di Attone Barunei 20 soldi in restituzione. Lasciò a Tintio Bartoli da Foligno 10 soldi avuti in prestito. Lasciò a Donna Benvenisa, moglie del fu Giovannuccio Mollari, 20 soldi che gli doveva rendere per un mutuo. Stabilì come suoi fideicommissari per dare tali somme Albricuccio e Bartolomeo. Lasciò sua moglie per la dote avuta 50 libre. Lasciò dei suoi beni a lei, oltre la dote, altre 10 libre e tutti i suoi panni di lino e di lana. Lasciò sua moglie Margherita usufruttuaria dei suoi beni con l’uso della sua abitazione finché vi vorrà stare onestamente insieme con i loro figli. Stabilì come erede universale la figlia Annesuccia con una riserva e cioè nel caso in cui sua moglie fosse incinta o partorisse un figlio maschio, in tale caso Annesuccia riceverà 60 libre, mentre l’eredità passerebbe al maschio. Se partorisse una femmina diventerebbe coerede alla pari. Nell’ipotesi di morte dei figli propri e senza eredi, o che siano ancora minorenni rispetto ai 25 anni, stabilì di lasciare cento soldi ad Albricuccio di Atto Castellane ed altrettanti a Bartolomeo di Attone Borunci e che diano per l’anima dei loro genitori dieci libre. Eredi degli altri beni sua nipote Lucia e la sorella Planca.   Testamento scritto in casa del notaio (Francesco) alla presenza dei testimoni Albriculo di Attone Bulci, Matteo Pullie, Salimbene di Giovanni e Bonaventura Stuerini, Francesco Iacobi, Pietro Inistriani, Gicomuccio Silvestri.  La copia del testamento è di mano del notaio pubblico Matteo di mastro Giunta per ordine del consiglio generale e speciale del comune di Matelica.

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1301 marzo 24  –     Nel nome di Dio. Amen. Nell’anno 1301, indizione XIV, al tempo mdi Bonifacio VIII (Papa), il giorno 24 marzo, redatto a Matelica, nel monastero di S. Maria Maddalena mentre erano presenti Don Tomasso, cappellano della chiesa di S. Maria di Cerreto, Guarinuccio Coradi Guidarelli, converso del predetto monastero, come testimoni chiamati incaricati, domma Mattia abbadessa del monastero di S. Maria maddalena, assieme alle consorelle Isabetta, Graziadea, Mattiola, Eugenia, Bartolomea, Datadeo, mansueta, Simonetta, Vittoria, Filippuccia, Gera, Agata, Diotama, Lucia, Angelica, Cecilia, Isaia, Clavella, Margherita, Daniela suore e monache del monastero e del suo convento, tutto riunito al suono della campana, come d’uso, e senza alcun dissenso, la stessa donna abbadessa per licenza e volontà del convento assieme a loro deliberò, stabilì e ordinò Fra’ Iacopuccio come vero, legittimo sindaco, operatore, fattore e nunzio speciale del convento del monastero e dello stesso monastero allo scopo di prendere e ricevere dal “cameriere” (economo) del comune di Matelica o dal sindaco attuale o futuro di questo comune e da Buto di Tomasso o da altra persona che abbia specifica competenza, la quantità di denaro, o di “blado”, per intero o in parte come il monastero deve avere dal comune di Matelica o da persona interposta con la promessa per il comune di acquisire tale somma di denaro o “blado” in tutto o in parte e far quietanza, remissione e assolvere il “camerario” o il sindaco del comune e Buto di Tomasso e le altre persone tutte che debbono avere quietanza e solvenza del comune, per tutto quello che avrà ricevuto Fra’ Iacoputio (Iacopuccio) sindaco del monastero stesso e per tutto quanto egli riceverà a nome e per contro dello stesso monastero e del suo convento. La stessa donna abbadessa e tutto il convento dello stesso monastero, senza alcun dissenso, promisero che tutto quanto sarà fatto, detto, messo in quietanza, realizzato nelle cose  e per qualsiasi motivo predetto, sarebbe stato considerato in perpetuo e tenuto per sempre e non verrebbe contraddetto, né si agirà contro, sotto obbligazione e pena dei beni e delle cose dello stesso monastero e del suo convento, con l’impegno di dare e pagare la pena ogni qualvolta si avrà a contravvenire o agire in contrario e di rimborsare danni e spese.  Io notaio Ventura di Masseo, presente a tutto quanto sopra scritto, a richiesta scrissi e pubblicai.

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1311 gennaio 29  – 

   Nel nome di Dio. Amen. L’anno 1311, indizione nona, a tempo del Papa Clemente V, il giorno 29 gennaio, nella chiesa del monastero di S. Maria Maddalena di Matelica della diocesi di Camerino alla presenza dei testimoni richiesti Nuccio Nalli di donna Savia, Francesco e Nuccio Salimbeni di Atto da Monte Milone ora abitante della terra di Matelica si fece questa procura. La nobile donna e signora Mattia abbadessa del monastero di S. Maria Maddalena di Matelica della diocesi di Camerino insieme con Francesca, Mattiola, donna Alcegrima, Barbara, Filippuccia, Cecilia, Eugenia, Tuttasanta, Isaia, Manfreduccia, Gera, Agata, Marta, Lucia, Tomassuccia, Sperandio, Rosa, Zutia, Mita, Agnese, Angelica, Giacomuccia e Bartolomea, tutte monache del suo monastero da lei riunite e di concorde volontà stabilirono come loro veri, legittimi amministratori, rappresentanti, agenti, fattori e messaggeri speciali con pari potere il nobile Guarinuccio Guarini e Fra’ Giacobuccio e con facoltà di ciascuno a posto dell’altro e ciò per presentarsi di fronte al venerabile padre e vescovo di Camerino don Berardo per porre appello al Papa  o alla curia romana contro la lettera di precetto fatta recentemente dallo stesso vescovo o dai suoi officiali. Ai procuratori è data ogni facoltà con ipoteca dei beni monastici.  Notaio pubblico Nallo Zoni.

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1312 luglio 8  –     Nel nome di Dio. Amen. Nell’anno 1312 indizione decima, a tempo del Papa Clemente V il giorno 8 luglio, a Matelica nella chiesa del monastero di S. Maria Maddalena erano presenti come testimoni Giovannuccio Simonetti e Atto Giunte da Fabriano quando il signor Pace Mattioli da Matelica in qualità di rappresentante (procuratore) incaricato da don Giacomo Bicceri, cappellano e rettore della chiesa di S. Salvatore di Valle Acorani del distretto di Matelica, rilasciava ricevuta e quietanza del pagamento di 40 libre come prezzo del metallo di una campana rotta, 100 soldi ravennati e anconetani, denaro contato, senza altro da avere da donna Mattia, abbadessa del monastero e del suo convento di S. Maria Maddalena. Se il procuratore Pace avesse fatto rivalsa c’era per lui la penalità di 25 libre. Notaio pubblico Francesco di mastro Matteo di Matelica.

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 1325 – 1399 Non segnalati nel Quaderni ASAF 1998 n. 26

 

1325  ottobre 20  –      <1° atto>  \\  Nel nome di Dio. Amen. Nell’anno 1325, indizione ottava a tempo del Papa Giovanni XXII, il giorno 20 ottobre, a Matelica nella chiesa del monastero di S. Maria Maddalena sono presenti come testimoni richiesti: Giovannuccio Simonetti, Mattiolo di Nicola Ugolini, Venanzo Verluzi e Cicco di Benencasa Brunelli quando donna Allorita, figlia del fu Salimbene Compagnoni, vedova di Gianni di Bartolomeo Ammoniti di Matelica, in piena serenità e libertà, spontaneamente e irrevocabilmente fece donazione per amore di Dio onnipotente e di sua madre la Vergine Maria e della beata Maria Maddalena per la sua anima ed in remissione dei peccati di lei e dei genitori, alla nobile donna signora Francesca degnissima abbadessa del monastero di S. Maria Maddalena, che accettò a nome del capitolo del monastero e del suo convento, la dote di Allorita, cioè due terreni siti nel distretto di Matelica in contrada Caprosiani. Il primo appezzamento confinava con la via, con i figli di Vegnazio del signor Martino, con Bartolomeo Billi, con i figli di Benenante Gregogi e con Guido Micheli. Il secondo appezzamento confinava con la via, con i figli di Benenente Gregori di Benenente Dentaguide e nipoti, con Bartolomeo Billi, e con i figli di Vegnazio del signor Martino. Le dava ed assegnava anche ogni diritto, ragione ed uso sui beni del defunto marito Giovanni comprese 111 (centoundici) libre di eredità che riceveva come dote. Le donava anche l’eredità paterna che le spettava da Salimbene suo defunto genitore e parimenti l’eredità materna della defunta genitrice Guarnita, in ogni miglior modo di diritto. Faceva di tutto una donazione stabile, senza possibilità di rivalse, sotto penalità del doppio del valore. Per le sue necessità faceva riserva come vitalizio di tenere 100 libre  ed anche la terza parte di tutti i frutti provenienti dai predetti terreni. A maggior sicurezza faceva il solenne giuramento toccando i Vangeli.  Notaio pubblico imperiale Benenuzio Ugolinucci da Matelica.

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1325 ottobre 20   <2° atto>    –      Nel nome di Dio. Amen. L’anno 1325, indizione ottava, a tempo del Papa Giovanni XXII, il giorno 20 ottobre, a Matelica, nella chiesa del monastero di S. Maria Maddalena, cono presenti, come testimoni richiesti Giovannuccio Simonetti, Mattiolo di Nicola Ugole, Venanzio Verliuzi e Cicco di Benencasa Brunelli, quando la signora Allorita, figlia del fu Salimbene Compagnoni, e vedova del defunto Gianni di Bartolomeo Ammoniti di Matelica, di fronte alla nobile e religiosa donna signora Grancesca degnissima abbadessa del monastero di S, Maria Maddalena di Matelica della diocesi di Camerino dopo aver fatto donazione e consegna dei suoi beni e della sua dote alla abbadessa che li ricevette a nome del capitolo del monastero del suo convento come risulta scritto dallo stesso notaio Bentenuzio, volle liberamente divenire monaca non per dolore o timore, ma per consapevole e spontanea volontà meditando nel suo cuore e pensando a Dio onnipotente , alla sua madre la Vergine Maria ed alla beata Maria Maddalena. Volle “militare” nel monastero di S. Maria Maddalena di Matelica con abito monacale. Si presentò di fronte all’abbadessa predetta con le mani giunte chiedendo all’abbadessa che si degnasse di riceverla e di accettarla monca del detto monastero. E l’abbadessa non volendo resistere a tanto bene l’accolse monaca del detto monastero a pane e acqua per farla partecipe dei beni di esso. Allorita promise all’abbadessa di mantenere obbedienza e la riverenza, la povertà e la castità e inoltre diede sé stessa Allorita al monastero di S. Maria Maddalena e all’abbadessa che la riceve e fa con lei il patto a nome del capitolo del monastero e del suo convento. Promette di mantenere stabilmente tali offerta e dedizione solenne. Anche Allorita che era maggiore di 30 anni promise di mantenere irrevocabilmente nel suo cuore rinunciando al tempo di indulto di un anno di diritto e ragione di probandato e l’abbadessa accolse tale rinuncia e accettò di non farle fare l’anno di probandato per accertare (provare) i suoi comportamenti. Allorita si impegnò con giuramento toccando le sacre scritture per maggiore fermezza di vincolo.  Notaio pubblico imperiale Bentenuzio Ugolinucci di Matelica.

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1331 febbraio 28  –     Nel nome di Dio. Amen. Anno 1331, indizione XIV, a tempo di Papa Giovanni XXII, l’ultimo giorno di febbraio, L’imperiale notaio Atto di Giovanni redige l’atto nel balcone davanti alla porta del palazzo del monastero di S. Maria Maddalena, alla presenza dei seguenti testimoni: Nantulo Blanchi, frate Guido converso del predetto monastero, Matteo Vissani, Venanzo di Giovanni Marchi e Venanzo Verliuti, richiesti e chiamati per l’atto.  La nobile e religiosa donna Francesca abbadessa del monastero di S. Maria Maddalena di Matelica, a nome suo, a nome del monastero ed anche delle consorelle e monache dello stesso monastero, diede in locazione e conduzione a nolo o a pensione o a cottimo una parte del terreno monastico a Cola di mastro Matteo Raineri, terreno posto in contrada delle Rote, vicino al fiume Gino e al possedimento dello stesso monastero, ai piedi dell’Isoletta che è in tale possedimento. Cola, per contratto fatto per mano del notaio Hentendutio Verlinucci tiene ed usa i mulini del comune di Matelica insieme con altri suoi soci e cottimisti e per tutto il tempo che dura tale uso viene autorizzato dal monastero di S. Maria Maddalena a porre, costruire la chiusa, all’inizio o capo del vallato, per far passare l’acqua nella chiusa e vallato e facilmente portarla ai mulini che un tempo furono dello stesso monastero e ciò al prezzo di nolo o pensione (affitto del terreno) di nove libre di moneta in uso che vengono pagate direttamente di fronte al notaio con l’impegno di non addurre pretesti contro l’avvenuto pagamento né contro l’utilizzazione del terreno concesso per la chiusa o vallato, sotto penalità per il monastero con i suoi beni. Anche l’affittuario Cola è sottoposto alla penalità nel caso che alla scadenza del contratto rifiutasse di rilasciare e restituire libero e vuoto il terreno concessogli o facesse lite, penalità di 25 (venticinque) libre con ulteriore rimborso di spese per danni o cause.

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1332 giugno 15  –     Fra’ Guglielmo priore generale dei Frati Eremitani dell’Ordine di S. Agostino scrive alla grande nobiltà, onorata prosapia della religiosa donna Francesca, abbadessa del monastero di S. Maria Maddalena di Matelica ed a tutte le sue consorelle monache. Salute e preghiere nel Signore. Per effetto di pia devozione che avete verso il nostro Ordine, come informato dalla veridica relazione dei nostri frati, volendo con grato ricambio corrispondervi nelle cose spirituali in forza del presente documento rendo alla pari partecipi voi tutte, le anime dei vostri genitori e di tutti i defunti della vostra casa, di tutte le messe , le preghiere, le indulgenze, le predicazioni, i digiuni, le veglie, le astinenze, i lavori e degli altri beni che la benignità del Salvatore si degnerà praticare per mezzo dei frati di tutto il nostro Ordine. Aggiungo la speciale grazia per cui quando nel nostro capitolo generale si darà notizia della morte di qualcuna di voi, avverrà per voi quel che è solito avvenire in comune per i nostri frati defunti. A testimonianza faccio apporre al presente atto il sigillo della nostra confraternita. Da Venezia 15 giugno 1332, nel capitolo ivi celebrato.

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1335 aprile 17  –     Nel nome di Dio. Amen. Anno del Signore 1335, indizione quarta, a tempo di Papa Benedetto XII, il 17 aprile, il notaio redige l’atto a Recanati, davanti al banco della giustizia nella sala della curia generale, alla presenza di mastro Giovanni Guglielmi da Piacenza, mastro Benvenuto da Penne e Nicoluccio di Andrea Miliazi da Macerata, notaio del banco dei testimoni civili. Mastro Florano Mattei di Apiro stabilì legittimamente e comandò mastro Andreuccio Corraduzi di Osimo presente e accettante come vero rappresentante, agente, promotore e messaggero speciale o come validamente si riconosce nel diritto, per la difesa e azione civile e penale nella causa che ha e spera di avere con il comune, comunità e abitanti di Montecchio (ora Treia) e in generale con qualsiasi altra persona ecclesiastica e secolare presso la curia del signor Marchese e dei suoi ufficiali, in qualunque altra curia temporale o spirituale per tutti gli atti di competenza giudiziaria come vengono praticati (se ne elencano vari) con l’autorizzazione a stabilire e sostituire uno o più rappresentanti legali ed a fare o far fare ad altri ogni atto utile e opportuno, dando ad altri il suo potere e la facoltà di agire a nome suo. Mastro Florano si obbliga a tutto ciò con l’ipoteca dei suoi beni, facendo promessa di fronte al notaio.  Notaio imperiale Andrea Filippucci da Montecchio, rogante il pubblico atto.

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1335 settembre 14  –     (Testo trovato nei regesti Vogel – Biblioteca Benedettucci 5cII-5 atto n°935)

Nella chiesa del monastero di S. Maria Maddalena sono presenti i testimoni Cicco Casuzi Bencase. Muzio Corraducci Arnalli. Il proprietario Corrado Mattei Rinaldi fa atto di vendita a frate Guido converso e sindaco del monastero di S. Maria Maddalena per cedere il terreno con bosco e piante nel Monte Gemmi In contrada Canavine a confine con la via, con il fossato e con i beni di Corraduccio Mattei Petri ricevendo il pagamento di soldi venti.  Notaio è Guarda Iuani.

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1336 agosto 26  –     Nell’anno del Signore 1336, indizione quarta, il 26 agosto a tempo del Papa Benedetto XII, il notaio redige l’anno nella città di Macerata, nella piazza della città, davanti alla casa di Nicola da Matelica, alla presenza dei mastri Francesco Attuzi e Alessandruccio di mastro Alessandro maceratese, in base al mandato concesso a mastro Florano Mattei con atto del notaio Andrea Filippuzi da Montecchio di stabilire uno o più rappresentanti legali suoi sostituti, il rappresentante Androzio Corraducci a nome dello stesso mastro Florano stabilì come sostituto rappresentante ser Angelo Franceschi da Monte Rubbiano presente e accettante, con tutte le facoltà e poteri di chi sostituisce.  Notaio Nicoletto Iacobini Benvenuti da Ripatransone.

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1345 febbraio 19 – 26  –     Nel nome di Dio. Amen. Nell’anno del Signore 1345, indizione XIII, a tempo di Papa Clemente VI, il giorno 19 del mese di febbraio, Luzio Ugollini da Matelica comparve e si presentò personalmente di fronte al sapiente e prudentissimo uomo signor Cataldo del signor Compagni, giudice delle cause civili del comune di Visso sedente in tribunale nel palazzo vecchio di detto comune, per detto giorno, alla presenza di Riscio Car(isscii)….. da Visso, testimoni. Il giorno 20 dello stesso mese di febbraio, di fronte al giudice………. Luzio scomparve, erano testimoni lo stesso Riscio e vanne Cambi.  Il giorno 21, stesse mese, Luzio comparve di fronte al sapiente e prudente uomo signor Giovanni da Amatrice vicario del podestà del comune di Visso, in tribunale nel palazzo vecchio del comune, al banco di giustizia alla presenza di Riscio Carisci e di Cicco Pucci testimoni.  Il giorno 22, stesso mese,  comparve parimenti Luzio di fronte al predetto signor Giovanni, alla presenza dei testimoni Paolo e Mancino familiare del vicario stesso.

Il giorno 23 dello stesso mese, comparve ancora Luzio di fronte al vicario, alla presenza dei testimoni ser Matteo notaio dei malefici e Nallo Petrucci da Visso.

Il giorno 24 (seguente) Luzio era di fronte al giudice Cataldo alla presenza dei testimoni Apizarello di Cecco e cecco Tome da Visso.  Il giorno 25 di febbraio, Luzio di fronte al giudice Cataldo alla presenza dei testimoni Cecco di Petro (Banliore) e Nallo Cambi da Visso.

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1348 agosto 4  –     Nel nome di Dio. Amen. Nell’anno 1348, indizione prima, al tempo del Papa ,Clemente VI. Testamento di Lucetta Ranucci che lasciava 10 soldi per la sua anima; lasciava da distribuire a clero e poveri e per la cera 15 libre ed altre 35 libre per eventuale maltolto e per cose incerte. Lasciava 100 vestiti e 100 libre per i poveri. Lasciava 15 libre per far celebrare mille messe per la sua anima. Lasciava per un calice d’oro 18 libre al luogo o convento di S. Francesco (di Matelica) e al luogo di S. Francesco di Osimo lasciava un duplice assieme di panni. Lasciava un legato di 100 libre alla sorella Catarina ed altrettante alla sorella Guarnita. Stabiliva come esecutori testamentari il fratello Guido, la sorella Catarina e frate Gualfredo Levucci. Lasciava 40 soldi alla monaca Vannetta in S. Maria Maddalena. Lasciava 25 libre a Giacomo del signor Lippatio, avendole ricevute dalla moglie dello stesso Lippatio. Stabiliva per ogni altro suo bene come eredi i fratelli Corrado e Guido. Il testamento era scritto dal notaio Hentenducio Ugolinucci il giorno 4 agosto 1348 in casa dei figli di Ranuccio Burgarutii alla presenza dei testimoni Nuccio Ugolinucci, Cicco di Pietro Cagni, Antonio Francissi, Vannuccio Vanni, Marino Cicchi, del balestriere Bartolomuccio di Giovanni, Angelo Vannucci e Marino Giacometti.  Lasciava anche tutti i suoi panni per coperture di altari al luogo di S. Francesco di Matelica.  \\ Il 15 maggio 1350 il testamento veniva trascritto in copia fedele dal notaio Nisio Massi su autorizzazione del giudice della terra di Matelica signor Matteo da Fabriano, uomo prudente, e per decisione pubblica del rispettabile podestà di Matelica, nobile uomo Feltranino da Cingoli, alla presenza dei testimoni Angelo Benentendi Mattioli e Angeluccio di Pietro Levuccio, nel palazzo del comune di Matelica.

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1348      –  (lacerazione all’inizio)    Nell’ultima volontà testamentaria di Nallo, tra gli altri legati o lasciti da soddisfare, era scritto che una casa sua fosse venduta per amore di Dio ed a vantaggio dell’anima sua e di quelle dei genitori. Ma l’esecuzione di tale lascito non è avvenuta nel tempo stabilito dalla legge per cui interviene l’esecutore testamentario demandato dal vescovo Francesco di Camerino come suo vicario, per essere Nallo della sua Diocesi. Don Ilario è il vicario vescovile nella terra di Matelica. La casa da vendere è sita nel borgo di S. Maria Maddalena di Matelica a confine con la via, con i beni degli eredi di Guiduccio Guadagni, degli eredi di Cicco Mattioli Ugolini, di Bertoluzio Mattei. E viene venduta con tutte le sue pertinenze al prezzo di 6 fiorini di oro puro e ben pesato. L’acquirente è Catalina (=Catarina). Nella vendita il vicario agisce a nome di Lippa e degli eredi di lei. Si pattuisce di non sollevare controversie, sotto penalità. In ogni caso le eventuali liti sarebbero state ricevute dal vicario don Ilario a sue esclusive spese, liberandone l’acquirente, sotto pena del doppio del predetto prezzo. La consegna della casa viene fatta nelle mani della moglie (di Matteo Petri) Lippa e di Catalina.  Notaio Nisio Massi da Matelica d’autorità imperiale.  In fine è aggiunto che il giorno 11 settembre Lippa ebbe a far produrre e presentare questo documento di fronte al signor Angelo di Sassoferrato, giudice della terra di Matelica per mezzo del podestà di Matelica, il nobiluomo Nunzio Corraducci.

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1348    –    (Dopo un precedente atto stracciato di cui restano poche parole tra le quali compare il nome di Lippa che giura di difendere la giustizia, è posto il sigillo notarile con scitta la lettera “A” cui fa seguito il seguente atto.  \\\……….di fronte a voi, sapiente uomo signor Angelo da Sassoferrato, giudice e assessore della terra di Matelica, sono espresse le posizioni giudiziarie di Lippa, vedova di Pietro Matteucci con il suo rappresentante legale Guiduccio Angeli contro Pietro Mancati con cui è in lite per comprovare i suoi diritti.

1  = Nallo Mancati Savarelli nell’anno del Signore 1318, mese di Agosto, quando era          malato e in fin di vita, prima che morisse, diede disposizione di ultima volontà dei suoi beni e tra le altre cose stabilì e volle che la sua casa sita a Matelica a confine con Cicco Nicole e Guiduccio Guadagni e altri, fosse venduta ed il ricavato fosse dato in elemosina per amore di Dio a vantaggio dell’anima sua e di quelle dei genitori.  \2\  = Nallo nella sua ultima volontà stabilì suoi eredi Andriolo e Pietro suoi fratelli.   \3\  = Nallo morì senza altra volontà testamentaria.  \4\  = Andriolo e Pietro misero mano sull’eredità.  \5\  = Don Ilano (o Ilario), vicario a Matelica, del vescovo di Camerino Francesco, in esecuzione della volontà di Nallo (riguardante la casa) la vendette a Lippa al prezzo di 6 fiorini. \6 \ = Don Ilano (o Ilario) ricevette tale somma da Lippa.  \7\  = Si fece l’atto di vendita, prezzo e pagamento per mano del notaio Nisio Massi.  \8\  = Don Ilario è ufficialmente vicario del vescovo predetto, nella terra di Matelica.  \9\ = Nisio n