A FERMO UN DIPINTO NELL’ORATORIO DI SANTA MONICA. Notizie di Giuseppe Crocetti

PITTURE A FERMO

AUTORE attribuzioner a PIETRO ALIMA

MADONNA DEL LATTE

Affresco votivo, datato 1474

Collocazione: Fermo, Oratorio di S. Monica

Proprietà: Confraternita di Santa Monica nella chiesa di San’Agostino.

   L’Oratorio di Santa Monica è annesso alla chiesa di Sant’Agostino, nella piazzetta omonima presso Campoleggio a Fermo. La sua costruzione risale al 1425, come cappella dedicata a S. Giovanni Battista dal suo fondatore Giovanni di Guglielmo da Fermo, il quale dopo averla fatta decorare, la dotò di rendite di terreni e di case, cedendola ai Padri Agostiniani, mediante il suo testamento, rogato il 7 maggio 1439. La Confraternita di S. Monica l’ebbe in concessione per l’uso dei frati eremitani nel 1623; ne divenne proprietaria perpetua nel 1825. Nel 1935 l’Oratorio di S. Monica fu oggetto di generale restauro, tanto nella parte architettonica come in quella decorativa.

   Il ciclo degli affreschi che lo decorano è stato studiato da molti critici, senza giungere ad un definitivo giudizio di attribuzioni agli autori dei dipinti. Nelle vele sono raffigurati i Dottori della Chiesa e gli Evangelisti: nei pennacchi e negli spicchi inferiori e superiori le Virtù Teologali e Cardinali; nelle pareti, in due ordini sovrapposti, sono narrate le “Storie di S. Giovanni Battista e di S. Giovanni Evangelista”.

   L’affresco votivo oggetto di questo studio, è una aggiunta postuma, una sovrapposizione. Fu dipinto nel 1474, coprendo la zona inferiore della allegoria della “Fede”, figura muliebre che alza la croce con la mano destra. Si trova all’angolo sinistro, tra la controfacciata e la parete laterale. Vi si ripropone, rovesciata, la “Madonna delle rose” di Torre S. Patrizio (FM), col fondo che imita il drappo della “Madonna degli Angeli” di San Ginesio (MC).

   Da sottolineare la riquadratura con fascia tricolore che le gira attorno e la frangetta dei colori bianco, rosso e verde che figura nella parte alta. Quest’ultimo è un particolare che costantemente si ripete. Lo troviamo come ornamento su tre lati dei drappi che fanno da sfondo alla copiosa serie di affreschi votivi che decorano la chiesa rurale dell’Annunziata, dell’Oratorio del Verdente, in contrada Torbidello del Comune di Rotella (AP), un tempo appartenente alla giurisdizione comunale di Capradosso. Questo richiamo ha solo valore comparativo: infatti, diversa e più dimessa si manifesta la personalità artistica del Maestro del Verdente che, parimenti, si esprime in alcuni moduli della pittura farfense, con inflessioni popolari di estemporanea improvvisazione di gusto artigianale.

   L’attribuzione dell’affresco votivo fermano, datato 1474, in favore del pittore Pietro Alima trova aggancio storico anche nella introduzione storico-biografica, riguardante la presenza a Fermo, nel 1473, di un pittore albanese di nome Pietro, autore di una S. Maria Maddalena, andata perduta. Pertanto, per le evidenti consonanze stilistiche e storiche, la assegnazione del dipinto votivo in favore del pittore Pietro Alima è da annoverarsi tra le più sicure e convincenti.

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A SERVIGLIANO (FM) gli affreschi del XV secolo della scuola pittorica di Santa Vittoria in Matenano

A SERVIGLIANO il dipinto di GIACOMO DI COLA raffigurante S. ANTONIO ABATE

Affresco votivo, già coperto con strato di calce, (167 x 100) ora ripulito

Datazione: Seconda metà del sec. XV, datato 1468

Segnatura: HOC OPUS FIERI FECIT KATARINA ANDREUTII PRO VOTU ET JACOBUS ME PINSIT + .I.CCCC.68

Collocazione: a Servigliano, nella chiesa di S. Maria del Piano: retro sacrestia

Proprietà: Comune di Servigliano.

     La segnatura trascritta è posta alla base del dipinto. Non solo l’anno 1468 è molto precisa, è coeva ad altre opere, e anche la figura del Santo manifesta chiari rapporti col il Sant’Antonio Abate di Fra’ Marino Angeli presso l’Oratorio Farfense sul “cappellone” a Santa Vittoria in Matenano; e tenuto conto che Servigliano è comune confinante con Santa Vittoria in Matenano, è facile concludere che il “Jacobus me pinsit”, sia da identificarsi con il pittore Giacomo di Cola da Santa Vittoria in Matenano. Negli atti e nelle ricevute tra persone ben note dello stesso paese, di solito, si tralascia di scrivere il luogo di residenza o di provenienza; mentre con i forestieri, normalmente, si trascrivono sempre dati precisi e circostanziati.

   Nell’affresco firmato colpiscono, perché rimarchevoli, alcuni aspetti tecnici che riguardano la preferenza per il rosso, il modo un po’ grossolano di disegnare ed evidenziare le pieghe dei vestiti, il disegno graffito dell’aureola, l’uso del rosa acceso sulle guance. Tutto sommato, però, il pittore si configura come un volenteroso apprendista, che si potrebbe mettere in relazione anche con il maestro autore degli altri affreschi che, dopo tanti secoli, sono tornati alla luce, a Servigliano, sulle pareti dei due localetti, siti dietro la monumentale sacrestia della chiesa conventuale di Santa Maria del Piano.

   Intorno alla chiesa di S. Maria del Piano si hanno le seguenti notizie: fu costruita nel 1411 al centro di un’ampia pianura sul versante destro del fiume Tenna, in un luogo solitario, perché in quel tempo il Castello di Servigliano, con la pieve di S. Marco, era costruito sul più alto colle del suo territorio, a monte della frazione Curetta. Nel 1414 il vescovo di Fermo concede indulgenze per chi lascia offerte per la Chiesa di S. Maria in Piano, “nuovamente fondata ed eretta”. Nel 1457 il papa Callisto III concede l’indulgenza di sette anni per la festa (e la fiera) di S. Maria del Piano. Nel 1578 il Comune di Servigliano concede la chiesa e il circostante terreno ai Frati Minori dell’Osservanza, ai quali, come mezzo di sostentamento, sono anche concessi tutti i diritti sul prato adiacente e sui “posti e posteggi” delle celebri “Fiere del lu Pià”, che vi ci tenevano ogni anno in occasione delle feste dell’Annunziata (25-26 marzo) e della Natività di S. Maria SS.ma (8-9 settembre).

   La chiesa prese la forma attuale, con la ricostruzione anche dell’ampliamento dell’annesso convento, nel 1748. L’area della prima chiesa occupava lo spazio dell’attuale presbiterio e della sacrestia; nel rinnovamento questa fu arredata con artistici armadi nel 1760. Ai lati della sacrestia, ad est ed ovest, si formarono due piccoli ambienti incalcinati, mettendo nel più completo abbandono i suddetti affreschi.

   I Frati Minori dell’Osservanza, per le leggi eversive del governo regio dei Savoia, su ordine del Commissario Valerio, lasciarono chiesa e convento nel 1869. Successivamente, nel 1883, dalla amministrazione del demanio dello Stato dei Savoia furono ceduti al Comune di Servigliano per adibirli a Scuole Pubbliche e in seguito ad Asilo d’Infanzia, con obbligo, per il Comune, di mantenere aperta al culto l’annessa chiesa, e di provvedere per la sua officiatura.

   Il dipinto, insieme ai segni devastatori del tempo, presenta anche numerose martellature qua e là, per far aderire l’intonaco di copertura, che è stato rimosso. Il restauro, fatto a cura della Soprintendenza ai Beni Artistici e Storici della Marche si è limitato a colmare le lacune, a fissare alcune parti dell’intonaco, tendente al distacco dalla parete, alla ripulitura dell’intera superficie affrescata. I colori sono vivi; vi predomina il rosso combinato con il giallo ocra, con leggeri contrasti di un verde pisello nei risvolti del mantello.

L’affresco di S. Antonio abate, su fondo verdastro (167 x 100), delimitato da cornice realizzata con serie di archetti gotici, rappresenta la tradizionale figura di questo santo Abate, seduto in trono, in prospettiva frontale, con la destra alzata per benedire e la sinistra appoggiata al bastone viatorio degli Antoniani, ed è munito di campanella. Indossa un ampio mantello con cocolla sopra la veste in giallo d’ocra; sul davanti scende quella striscia di panno rosso che in gergo monastico è detta “pazienza”, ed anche “scapolare”, oppure “paternità”. Il capo è cinto dall’aureola, costituita da una superficie di fondo color beige, delimitata da tre circonferenze concentriche, graffite; la fascia esterna più chiara è rimarcata da puntini rossi. Lo sguardo profondo dell’abate è fisso verso l’infinito, la fronte spaziosa è solcata da rughe che, sul setto nasale, disegnano una specie di “U”. La barba lunga, fluente, filiforme e bipartita dona un aspetto venerando all’insieme dell’immagine. Il disegno della mano destra benedicente è poco leggibile per caduta di largo strato di intonaco; intatta si presenta la mano sinistra che si allunga sopra il ginocchio, mentre tra il pollice e l’indice è appoggiato, con leggere inclinazione, il bastone viatorio con la campanella. Al disegno di questa mano si può far riferimento nel discorso attributivo di altri dipinti, presentemente anonimi, ma che potrebbero assegnarsi a Giacomo di Cola.

Il dipinto sarà pietra di paragone per dare l’avvio alla formazione di un ristretto catalogo di opere, esistenti in alcune chiese dell’entroterra fermano.

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SERVIGLIANO

COLA DA S. VITTOIA – attribuzione

MAESTA’ – CROCIFISSIONE – PIETA’

Affreschi in stato frammentario

Datazione: Seconda metà del sec. XV, circa il 1457.

Collocazione: Servigliano, chiesa di S. Maria del Piano, locali di sacrestia.

Proprietà: Comune di Servigliano.

Attribuzione: Giacomo di Cola da Santa Vittoria in Matenano

   Una tradizione locale dice che questa “Maestà” dipinta nella chiesa di S. Maria del Piano, essendo oggetto di grande venerazione popolare, tagliato il muro, fu incastrata sul lato sinistro della retro-facciata, intorno alla metà del secolo XVIII.

   Guide turistiche locali la indicano genericamente come “affresco attribuito a Panfilo da Spoleto”, ma, al confronto con le poche opere certe di questo fantomatico artista, l’attribuzione è da respingere.

    La figura della Vergine è dipinta in prospettiva, seduta su di un trono gotico, mentre sorregge il Bambino sulla sua sinistra. Le immagini emergono nette nel contrasto di colori robusti; la tinta molto scura della preparazione di fondo, il giallo d’ocra del trono, il rosa delle carni, il verde cupo della veste e del manto con risvolti chiari in verde pisello, e un indefinibile colore per la veste del Bambino. In alto si vede un coro di Angeli musici: a sinistra di chi guarda stanno i cantori che si accompagnano con strumenti a corda: viola e mandola; a destra quelli che attendono all’organo: organista e tiramantici. Tutti insieme, nel brio delle posizioni e delle vesti, nelle combinazioni del verde chiaro e del rosa, danno un tono di vivacità alla scena caratterizzata dall’atteggiamento statico dei personaggi maggiori.

   Il capo della Madonna, circondato da una aureola con corona, è coperto da un velo scuro che, alle spalle, prende la forma di ampio mantello dai risvolti verdognoli. L’aspetto del volto è maestoso: gli occhi fissi nel vuoto dell’infinito, segnano una nota stilistica personale del pittore, unitamente allo sviluppo aperto ed allungato del collo, e alla profusione del rosa che imporpora le gote della madre e del Bambino. Il modo di rappresentare le mani, le combinazioni cromatiche delle vesti, il modo un po’ impacciato nel ritrarre le pieghe delle vesti degli angeli musici, indicano abbastanza chiaramente che il pittore di questa “Maestà” potrebbe essere il medesimo che ha dipinto le scene della “Crocifissione” a Servigliano ed a Magliano di Tenna. Qualcosa di simile anche sulle pareti dentro la santa Casa di Loreto.

   A Servigliano, nella chiesa di Santa Maria del Piano, altre scene della “Natività” e della “Crocifissione” sono affrescate nel retro-sacrestia di destra, verso oriente. Quella della “Pietà” o “Cristo nel sepolcro”, contornato dagli strumenti della sua passione, è affrescata in una lunetta del retro-sacrestia di destra.

   I resti della “Natività” sono di entità minima, per cui ci si limita a farne soltanto una doverosa segnalazione.

   Più significativa la scena della “Crocifissione” che, nonostante lo stato frammentario, permette una buona lettura per interessanti confronti stilistici. L’affresco è stato realizzato entro un contorno di arco gotico trilobato, sopra altro affresco preesistente. Sul fondo, in rosso mattone, si staglia la croce sulla quale è inchiodato il Crocifisso, raffigurato in grandezza naturale. Purtroppo il volto di Cristo è andato perduto per caduta dell’intonaco, ma resta la parte superiore del capo, adorno di una ricca corona di capelli, rappresentato in modo analogo a quello della “Crocifissione” di Magliano di Tenna. Gli “Angeli della Passione” si librano nell’aria con calici in mano per raccogliere il sangue che goccia dalle ferite delle mani e del costato. All’altezza dei piedi del Cristo, si vede la testa della Maddalena che, nella scena originaria, era stata rappresentata in ginocchio ai piedi della croce. Sulla sinistra, in piedi, la figura aureolata di S. Giovanni Evangelista in veste gialla e manto rosso. Sul lato opposto, la figura della Madre Addolorata è stata coperta dal muro trasversale.

   Il “Cristo nel sepolcro” è stato raffigurato ignudo, col capo reclinato sulla spalla destra e le braccia incrociate sul davanti. Nel fondo color rosso mattone della lunetta, si vedono rappresentati vari strumenti della Passione: la scala con i chiodi e le tenaglie, i flagelli, la lancia e la canna con spugna.

   Ci sia consentito aggiungere che ci sembra che possano essere attribuite a questo pittore alcune “scene evangeliche” che esistono nell’Oratorio Farfense di Montegiorgio, oltre le più note “storie” relative alla “Invenzione della Santa Croce” e che un opportuno restauro consenta una lettura attributiva veramente pertinente.

   Per la datazione degli affreschi di Servigliano si apre una ipotesi ben circostanziata. Nel 1457 il papa Callisto III concesse l’indulgenza di sette anni per la festa di S. Maria del Piano. Generalmente simili richieste e concessioni avevano luogo per raccogliere fondi destinati alla costruzione del sacro edificio, o per celebrare con maggior concorso di popolo il suo rinnovato decoro con dipinti di vario genere.

     Pertanto ci sembra di poter proporre l’anno 1457 come probabile datazione degli affreschi di S. Maria del Piano (Natività – Crocifissione – Pietà) i quali, pur precedendo di oltre un decennio l’affresco votivo di S. Antonio Abate (1468), manifestano una medesima area culturale, ancorata in schemi disegnativi, ed espressa dal genere popolaresco più vicino allo stile di Giovanni di Corraduccio, che non a quello del folignate Bartolomeo di Tommaso. Questi, nonostante la loro frammentarietà, offrono anche significative indicazioni per evidenziare anche alcune convergenze con l’arte e lo stile di Fra’ Marino Angeli: vedi, per esempio, la corona di spine, i capelli, il perizoma del Cristo, gli angeli che raccolgono nei calici il sangue che esce dalle ferite delle mani e del costato. Pertanto, volendo proporre un nome che faccia riferimento alla personalità di questo artista, presente in S. Maria del Piano e in altre chiese del Fermano, diverso da Giacomo di Cola da S. Vittoria, stanti alcune affinità con il monaco-pittore, non ci resta che indicare, fino a prova contraria, il pittore Cola da Santa Vittoria in Matenano, padre del suddetto Giacomo.

\\\ Testo derivato da uno scritto di Giuseppe Crocetti

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SAN GIUSEPPE MINISTRO DEL NEONATO SALVATORE

SAN GIUSEPPE

-Rallegrati Maria che sei sposa,

gradita sei tu qual fresca rosa –

   Giuseppe la riguarda e tira via

   per non sentire il pianto di Maria.

Giuseppe parte con dolce allegria

ed accarezza la madre Maria.

   “Un pezzo di pane ci porteremo,

   per quando noi la fame sentiremo.

Un somarello con noi condurremo

per quando noi ci stancheremo”.

   Quando fu l’ora del solleone

   si confortano con santa orazione.

“Su, Maria, se non puoi camminare,

c’è il somarello che ti può portare”.

   “Io, Giuseppe, non sono stanca.

   Lo Spirito Santo mi rinfranca”.

Quando Maria in sella era salita,

guarda la stella che era apparita.

   Era apparsa in certe capannelle,

   dove dormivano poche pecorelle.

“Qui Maria, dormi assai sicura,

e di nessuno puoi aver paura.

  “Stai pure tu, Giuseppe, qui sicuro,

  per me sei sempre lo sposo puro”.

Quando è l’ora della mezzanotte,

Maria ha il Figlio in una delle grotte.

   Il parto di Maria è un bel sorriso,

   è nato il Signore del Paradiso.

Il parto di Maria è gigli e canti,

è nato il Signore di tutti quanti.

   Nel parto di Maria è nato un fiore,

   è nato Gesù Cristo Salvatore.

Nel parto di Maria è nato un giglio,

beato Giuseppe con questo figlio.

   Nel parto di Maria è nato un santo,

   Giuseppe lo onora per tutto quanto”.

Sulla paglia sta il bambinello

scaldato dal bue con l’asinello.

   Gesù è più bello d’ogni figlio,

  Giuseppe gli cerca un bel giaciglio.

A Betlemme offre a loro la casa

donna Anna per l’amore che travasa.

<Derivato da un canto di Belmonte Piceno>

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REGALI DA FERMO 1586 A SISTO V imballo e trasporto

REGALI DA FERMO anno 1586 a SISTO V

   Furono inviati al pontefice Sisto V a Roma 8 marzo 1586 i deputati Ruggero Adami e Paccarone Paccaroni da Fermo e furono bene accolti con gradimento dei donativi. Questi sono registrati nel Camerlengato del Capitolo anno 1586 carta 84. La seguente trascrizione già edita è stata resa ortografica.

«Esplicò sua Santità l’animo suo di onorare la nostra Chiesa <Fermo>  dicendo, « che bisognerebbe e dotare e accrescere il numero di Canonici che fossero quindici, e cinque dignità cioè il Primicerio et il Tesoriere il quale avesse cura delle cose della Sacrestia, e della Chiesa e dieci Prebendati e dieci Preti ché in tutto fossero quaranta perché dai servizio degl’altri Preti si conoscesse la dignità del Canonico … Roma il di 8 di marzo 1586 …

 DONI SPEDITI

            Spese fatte per ordine del Rev. Capitolo per il presente mandato a sua Santità di gennaio <rendiconto di pagamenti>

   In prima per mille ostriche venute d’ Ancona per mezzo del Compare Messer Gianantonio Vittorio a bolognini sedici al cento pagai fiorini 4

   Item per un paio de Casse, Corde da imballar dette casse et premio al marinaio che le assettò in dette casse in tutto pagato per mano de Robustiero et Girò da Fermo mulattieri fiorino uno, bolognini quattordici.

   Item per quattro barilotti de gelatina de peso (libre) 158 a bolognini quattro la libra pagato per mano del Compar Mess. Gioantonio sono fiorini 15:3 2

   Item per paia 24 de bottareche pagate per mano del detto Compar Mess. Gioantoaio fiorini sei.

   Item per vettura di dette robe venute da Ancona pagai a Rebustiero et Girò da Fermo mulattieri fiorini tre.

   Item per mano di don Piermarino fattore pagai per una Cassetta per le bottareche bolognini dieci et per una gavetta di spago rafforzato per imballarla bolognini due. In tutto fiorini 12

   Item per mano del fattore pagai per quattro barilotti a Maestro Giordano Secchiaro per rifare di novo le gelatine et nuovo gelo fiorini 2: 10

   Item. per due rombi de libre trentatré comprate a bolognini sei la libra per aggiungere nelle gelatine venute da Ancona per esserci trovati pesci poco : convenienti pagai fiorini quattro bolognini trentotto 4: 38

   Item per mano del fattore per tredici barili di aceto per rifare nuovo gelo pagai bolognini ventisei 26

   Item per tre ottave et mezza de zafferano pagai per mano del fattore fiorini 0:14

   Item per mano del fattore per due some de legna pagai bolognini ventidue 0:22

   Item per mano del fattore per nove libre di Tomacchio per far il gelo pagai fiorini 0:21:3

   Item per quattro barilotti d’olive portate dal postiglione da Ascoli pagai per mano del fattore con la mercede del porto in tutto fiorini 5

   Item per due barilotti di Gelatina comprate per ricavare il meglio per quattro da mandarsi a Roma pagai per mano del fattore fiorini sette bolognini ventuno 7: 21

Item per nove altre libre de Tomachio per rifare nuovo gelo alle dette gelatine pagai per mano del fattore fiorini 21: 3

   Item per un paio di barili per l’olio da mandare a Roma pagai fiorino 1

   Item per arme (Stemmi) dodici pente in carta da mettere per segno di Sua Santità pagai per mano del fattore fiorini 1: 32

   Item per mano del fattore pagai per una pezza di riganelli per imballare le barilotte delle gelatine e olive fiorini 0: 3

   Item pagai a Gregorio mulattiero per vettura di tutte le retroscritte robe portate a Roma a sua Santità fiorini 24 e bolognini 24 e per portare scudi 30 di paoli mandati da commissione del rev. Capitolo al rev. Mess. Paccarone a buon conto della spedizione nella pieve di Ponzano pagai bolognini 12 il tutto contato per mano del fattore sono fiorini 89: 16

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<Dal vol. Erezione della chiesa cattedrale di Fermo a metropolitana. Terzo centenatio. Fermo 1890 pp.21-22>

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Felice Peretti futuro Sisto V rinuncia all’episcopato Fermano nel 1577

Anno 1577 Fermo vescovado.

Al Cardinal Felice Peretti il papa Gregorio XIII conferirì nuovi incarichi a Roma, nel 1577, per cui rassegnò le dimissioni dell’episcopato Fermano e informò il governo Fermano con questa lettera già edita e qui trascritta con aggiornamento ortografico.

Ai molto Magnifici come fratelli, i Priori di Fermo. \ Molto Magnifici Signori io mi vedo molto occupato per non dire oppresso da tanti negozi e non solo non posso fare il debito mio verso la Città e diocesi vostra, gregge a me commesso, ma neanche vedervi, né godervi ché mi trovo in molta amarezza di animo, considerando così il vostro patire come il mio mancare. Oltre per più utile vostro e per mancanza (di) incarico mio, mi sono risoluto scaricarmi di questo peso, rassegnare la cura di voi nelle mani di nostro signore, acciò Sua Santità provveda di un altro vescovo che debba essere continuamente presente ai vostri bisogni, consigliarvi nei pericoli e soccorrervi nelle necessità, <cosa> che mai ho potuto fare io, ancorché lo abbia sempre procurato e la molta amorevolezza vostra me ne abbia grandemente spinto

Come fratello a servirle \ Fra’ Felice cardinale da Montalto”.

<Dal vol. Erezione della chiesa cattedrale di Fermo a metropolitana. Terzo centenario. Fermo 1890 p. 20

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DOMENICA A BELMONTE

                                                                                                (A Belmonte)

          DOMENICA

II suon delle campane

che echeggia lungo la valle,

qualche colpo di fucile

dei cacciatori che si levano

presto con i loro cani

e frugano in cerca della preda

 tra le siepi e sulle sponde dei fiumi;

spari di mortaretti che richiamano

a feste paesane

rompono il silenzio

che stamane regna.

E’ domenica!

Ogni lavoro si è fermato:

non rumori, non voci di persone.

Un alito di festa pervade

le nostre contrade, i nostri paesi

che si popolano in piazza

di persone vestite a festa:

giorno di riposo che il Signore

per sé e per noi ha riservato.

   I fedeli in chiesa pregano,

elevano i cuori in alto,

in cerca di beni duraturi

che qui in terra mai trovano:

la felicità, la pace, la giustizia.

Tutti cercano questi beni,

solo Iddio ce le dona, per amore,

 con le Sue leggi che tutti gli uomini

affratellano.

                                    Gaetano Sbaffoni

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SBAFFONI GAETANO POETA E SCRITTORE da Belmonte Piceno e Falerone

Gaetano Sbaffoni

GUARDO QUESTO MONDO,           E’ TANTO BELLO

scritti

RICORDANDO MIO CUGINO DANTE AGOSTINI

-POETA-

    Dante Agostini nacque a Monteleone di Fermo il 10 maggio 1909. Fin da fanciullo mostrava ogni forma di buona volontà e di bene. Egli si sapeva sempre distinguere tra tutti i suoi compagni di scuola e di lavoro, volenteroso in tutte le attività.

   Mi pare di vederlo ancora fanciulletto con un grembiule davanti lavorare insieme al padre nella bottega di calzolaio, gli piaceva. Era bravo anche per altri lavoretti come impagliare fiaschi, fare canestri e cestini di ogni specie insieme a mio fratello Nello.

   Lavorava in campagna specie nei giorni della mietitura del grano e della raccolta del granoturco. Mi ricordo che dopo ottenuta la licenza della quarta elementare andò a Montegiorgio per gli esami di maturità come usava in quel tempo, e fu il più bravo tanto che ebbe degli elogi che entusiasmarono i suoi nonni ed i suoi genitori.

   Aveva solo diciotto anni quando gli morì la mamma. Furono quelli per Dante i giorni più tristi della sua vita, spesso sfogava il suo dolore in versi di tristezza. “Mai più vedrò quegli occhi tanto belli/ con la sua serica chioma di capelli” e ancora “Poi torna a rifiorir la primavera/ torna la rondine al nido/ torna la barca al lido/ma il ritorno di mamma non si spera”.

   Da quel momento, non essendo soddisfatto del lavoro di calzolaio, cominciò a fare il barbiere e tutti i giorni andava a Fermo in bicicletta per meglio perfezionarsi.

   Spesso dormiva nella mia casa a Belmonte Piceno perché mia madre era per lui e per gli altri fratellini rimasti orfani, la seconda mamma.

   Ero legato a lui con amore fraterno sia per lo stesso ideale sia per le amicizie intrecciate insieme con i Monti, i Rinaldi di Curetta di Servigliano e con Vitturini Secondo di Penna San Giovanni. I dibattiti poetici erano i passatempi delle lunghe sere d’inverno.

   Durante la mia vita militare a Fiume e più tardi ad Ancona, ci scrivevamo sempre, e lui sempre col dolore della perdita della sua giovane mamma. “Vivo così miseramente solo/ come battello sperso in alto mare/ solo nel desco, solo a lavorare/ e solo a riposar nel letticciuolo/ unica compagnia che mi conforta/ il bel ritratto della mamma morta”.

   Congedatosi dalla vita militare, aveva tanta voglia di studiare che tante volte mi diceva che sarebbe andato, pur di raggiungere lo scopo, nel convento dove studiava il fratello Dino.

   Più tardi si sposò con Orga Bracalenti di Curetta di Servigliano, donna laboriosa e molto economa con raffinato mestiere di sarta. Insieme con lui, che lavorava da barbiere, raggranellavano il denaro non solo per una vita dignitosa, ma pure per l’acquisto di libri per riprendere lo studio interrotto da Dante alla quarta elementare.

   Con poco tempo riuscì a meritare il diploma di ragioniere, ma non si accontentò. Si iscrisse all’università, frequentò per qualche anno la facoltà di economia e commercio. Ricordo ancora i suoi temi premiati.

   Subito dopo la guerra trovò impiego a Roma presso il Banco di San Paolo di Torino, ma il suo maggiore diletto, il suo hobby fin da fanciullo, fu sempre la poesia.

   Aleggiava in lui la spiritualità al di sopra della materia. Pubblicava le sue poesie nei giornali “Rugantino” e “Aquila Romana”.

   Dante fu un uomo di qualità stupende, di un’infinita delicatezza e di una bontà che oltrepassava i limiti, uomo onesto e di alto valore morale, amico e rispettoso con tutti. Se qualcuno lo offendeva rispondeva calmo e sorridente con parole dolci e pronte che sgorgavano dal suo cuore aperto e generoso.  Sempre pronto a pennellare i suoi pensieri con la sua grande vena poetica. Il destino ha voluto, proprio quando poteva raccogliere i frutti del suo sudato lavoro i lasciasse per sempre con un gran vuoto intorno a noi che gli volevamo tanto bene e che lo ricordiamo con tanto rimpianto come maestro di una cultura vasta e aperta e come amico sincero. E’ per me il cugino più caro.

***

La poesia Marchigiana

PER LA MORTE DI VITTURINI SECONDO

Un faro luminoso oggi si è spento,

si è spento un uomo dotto, uno scrittore

una fonte di sapere, un gran poeta,

semplice e buono, assai saggio e gentile,

genuina sorgente di poesia

nascosta tra le siepi, ove nessuno pensa

o va a cercare.

Noi che ti seguimmo e ti ammirammo

siamo restati sconsolati e mesti,

come scolari a cui manca il maestro,

come barca che ha rotto il timone

e nave senza nocchiero.

Tu non sei morto, no! Rivivi ancora:

nelle nostre memorie sempre echeggia il tuo canto.

Signor che tutto vedi dall’alto dei cieli,

il nostro amico Secondo Vitturini

accoglilo con Te, al regno beato

che sol da Te eguaglianza e giustizia egli ha sperato!

LA MIA TERRA

Amo questa terra marchigiana,

la bellezza delle sue colline,

ove si gustano le radiose aurore

e i silenziosi tramonti,

ove si scorgono sereni

interminabili orizzonti,

graziosi poggi, vecchi abituri e ville,

amo le lussureggianti sue vallate,

siepi e fossati verdi di viole,

torrenti e fiumi dalle limpide acque

che scorrono giù verso il mar

fresche e lucenti.

Amo l’azzurro mar, le amene spiagge,

i monti Sibillini a mesi nevosi

le cose antiche d’arti medievali,

le sue industrie, i suoi edifici,

i suoi paeselli arrampicati sui colli,

la brava gente laboriosa,

le case imbiancate con le soglie erbose,

dove sono i ricordi del passato,

gli amori giovanili,

i giorni di contento, di speranza

e di desìo.

Ricordo la vita allegra e miserella

di allora, gli allegri canti

degli agricoltori, le messi ondulate

dal vento, i prati verdi,

gli alberi mossi da un venticello

che mitigava la stanchezza dell’agricoltore.

Amo i boschi popolati

di volatili e altri animali,

le piante, i rovi, le acacie,

le ginestre, i ginepri con altri fiorellini

sconosciuti e selvatici:

un miscuglio di odori che rallegra e piace.

A tutte queste cose son legato

e tanto amore ho per la mia terra

dove sono nato e son cresciuto,

dove tanto ho goduto e tribolato

e ancor mi accoglierà al riposo eterno.

CHE COSA E’ PER ME LA POESIA?

La poesia è la bellezza interiore

Del nostro essere:

il fiore della letteratura.

Come il fiore è migliore

di tutte le cose che ha creato la natura:

migliore delle foglie,

dello stelo e del frutto…

E’ qualche cosa che esalta ed eleva

al di sopra del materialismo

e del fango umano.

La poesia ingentilisce l’animo del poeta,

lo distrae dalle cose più brutte ed effimere.

Aleggia la spiritualità

al di sopra della materia.

La poesia è amore perché il poeta ama:

assapora tutte le bellezze della natura,

le descrive, le ammira e le canta.

Il poeta sente il fascino della poesia,

guardando agli occhi di una fanciulla,

all’amore di una mamma,

alla bellezza di una donna, di un bimbo,

alla personalità di un uomo,

al fiorellino sperduto nei campi,

alle piante fiorite,

ai boschi profumati di fiori,

ai campi verdi, alle brezze mattutine,

agli uccellini che cantano,

alle zolle assetate,

alla pioggia che cade,

alla neve che fiocca:

quanta poesia v’è nell’aria!

Vorrei essere poeta per cantare

le grandezze delle piccole cose

ed “illuminarmi d’immenso…”.

TUTTO E’ POESIA

E’ poesia ritrovarsi insieme nonni e nipoti:

un vivo ricordo dei tempi lontani.

E’ poesia una montagna innevata,

una pioggia che cade,

un giardino fiorito,

un vigneto con i grappoli coloriti,

un passeggiar nelle sponde di un fiume,

tra la freschezza dell’acqua che scorre

e il tappeto di piante spontanee.

E’ poesia vedere un’aurora che nasce,

un tramonto estivo,

un merlo che fischia,

un usignolo che verseggia,

una rana che gracida nella fonte,

uno svolazzar di polli in una casa colonica,

un tintinnio di pecore alla pastura

o nelle capanne poste sulle cime

a tutti i venti

o nascoste nelle valli.

E’ poesia il sorriso di una fanciulla

Che cancella una tristezza,

annulla un  dispiacere.

Ripenso alla poesia di un tempo !

A quella vita tanto semplice e miserella,

ai lieti canti delle fanciulle.

Le gioie delle feste,

del vestito nuovo,

della befana

pregustate dall’attesa!

Poesia: le stelle che brillano

lassù nell’azzurro,

la luna che rischiara l’oscurità

della notte.

Poesia: le bellezze femminili,

muse ispiratrici dei poeti,

sentimentali di ogni tempo!

In occasione della festa degli anziani e dei nipoti il giorno dell’Epifania a Servigliano: 6/1/1989

L’anno nuovo

IL NUOVO ANNO

Ascolta, anno di speme, la preghiera

che con amore fa l’agricoltore,

riporta ansia di pace in seno al cuore,

di moralità e di giustizia vera.

     Della campagna la genìa più fiera

     sia nei tuoi campi e cessi il lividore

     dell’uomo indegno e regni aura d’amore

     la pia linfa di Dio viva ed imperi.

Risuoni in ogni dove il dolce canto

misto con quello degli uccelli in coro

che ti fa inorgoglir di onore e vanto.

     Il nuovo anno ci porti gran tesoro:

     tanta salute e di raccolto tanto,

     che è poi il compenso di tutto il lavoro!

LA NEVE

Oh, in che silenzio

scende la neve!

Come farfalla

agitata dal vento,

tutto imbianca

per tutto s’attacca.

Il gelido vento

trasporta la neve;

bufera invernale

che ancor non s’arresta,

agita, turba,

interrompe le strade,

copronsi gli alberi

copre le case,

ai monti e al piano

si vede sol neve!

Casette sperdute

in aperta campagna,

rimaste isolate.

Intorno al ceppo

che avvampa i camini

siedon sommessi

gli avi e i bambini.

Uccelli sgomenti

vanno alle stalle,

vanno ai pagliai

cercando il granello:

quelle bestiole

che di lieti canti

empivan la valle;

com’eran allegre!

Soffrono il freddo,

soffron la fame.

Il viandante s’affretta,

pauroso, sperduto,

traccia la neve

per rincasare:

i suoi cari l’attendon!

Molto sgomento

pei poverelli

che attendon con ansia

giornate migliori

per lavorare,

per guadagnare

il pane ai figlioli.

O inverno che fai?

Soltanto freddo

e diluvio di neve!

Dacci anche un giorno

di tiepido sole.

Facci scaldare,

distruggi la neve.

Quando vedremo

fiorir la semente

che bene riposa

sotto la neve?!

O inverno non puoi!

Verrà primavera,

verrà il sole d’oro

a ridare la vita!

LA NEVE

Mugola il vento,

scende la neve,

il sole, nascosto

tra un velo di nubi,

ogni tanto risplende

nel bianco lenzuolo,

sfavilla d’argento

il ghiaccio di neve.

Quante pitture

sulle grondaie,

sugli alberi nudi,

sui pali e sui muri,

sui monti e le valli,

in aperte campagne!

In case sperdute

guizza il camino,

il fuoco riscalda

l’intera famiglia

dei contadini

che giocano e veglian

in lunghe serate

e lunghi riposi,

pensano al pane,

al pane futuro

che è sotto la neve!

La Primavera

MARZO

Capriccioso e pazzerello

il sol scalda la campagna,

note allegre che accompagnan

il cantar del villanello.

     Spira ovunque un venticello,

     nuvolaie alla montagna,

     qualche spruzzo che ci bagna

     e poi il sole splende bello.

Brillar fa le goccioline

sugli alberi ormai in fiore

e le tenere fogline.

     Marzo spiri gioia e amore

     tu, a tutte le piantine

     dài più forza e più vigore!

PASQUA

E’ Pasqua, giorno felice:

suona a festa la campana!

Dalla Chiesa più lontana

che è risorto il Signore, dice.

     Ce lo comunica il sole d’oro!

     La natura si ridesta

     tutta pace e tutta festa!

     Tutto gioia, tutto un coro.

Non più nubi  fosco cielo

di giornate e passione,

tristi venti e confusione,

oggi invece senza velo

     splende il sole che rinnovella

     e ogni essere vivente

     più vicino a Dio si sente

     e con l’anima più bella!

Lo annuncian i fiorellini

che nei prati e nei fossati

ogni dove sono nati

belli, freschi e graziosini.

     E ancor le rondinelle

     a far festa son venute,

     così nobili ed astute

     come tante monachelle.

Tutto un inno di preghiera

sale al cielo col Signore

dalla terra con amore

in sì bella primavera!

E’ PASQUA

La festa che ci riempie di gioia,

la festa della vegetazione,

del risveglio di tutta la natura,

 di ritrovi, di scampagnate.

Fioriscono gli alberi di ogni specie,

i prati sono coperti di un tappeto verde,

con fiorellini sparsi.

Piante ondulate dal vento,

come onde del mare.

A tutte queste bellezze della natura,

s’accompagnano il cinguettìo dei passeri

in amore e il garrir di rondinelle

pellegrine ritornate da paesi lontani!

Dai versi degli usignoli,

dalle rane che a sera gracidano

nei fossati profumati di viole,

è tutto un festeggiar di canti diversi

per la Resurrezione di Gesù!

Per comprendere

questo grande mistero Pasquale

basta spaziare gli occhi lontano

tra i monti rinverditi dalla primavera,

con lo spirito sollevato dalla Fede

e da questa infinita bellezza nascono

e prosperano in noi il perdono,

la pace e l’amore!

IL GIORNO DOPO PASQUA

Mentre sto qui solo, in questa casetta,

lo sguardo spingo lungo la pianura:

vedo il bel manto fresco di verzura,

gli uccelli che festeggian tra l’erbetta.

     In questo lieto giorno di Pasquetta,

che son le piante in piena fioritura,

contemplo la bellezza che natura

offre alla mente mia fiacca e negletta.

     Se avessi intelligenza e più destrezza

     di queste belle Piane Falerone

     dipingerei il volto e la bellezza

per recitar di loro un gran sermone:

elogerei l’ingegno e l’accortezza,

tutta l’attività delle persone!

PIOGGERELLA D’APRILE

Da tutti attesa la pioggerellina

eccola calda,

fina e penetrante entro la terra.

La guardo qui dalla finestra,

mi par tant’oro che viene giù dal cielo!

Godo si una freschezza che m’invade

e di nuove speranze

il cuor s’accende.

Gli alberi ne han bisogno a primavera,

s’imbeve il succo e assorbon le radici;

il nutrimento dà fiori e frutta

e li fa crescer rigogliosi e belli!

Domani il sole scalderà la terra,

bietole, medicai, prati ed orti

cambiano volto

e verde aspetto prende la natura.

Gli uccelli, le rane nei fossati,

le rondini che volano,

sui tetti qui d’intorno,

godono tanta freschezza

e fanno festa!

Mi par già un mondo nuovo:

è vera provvidenza del Signore.

Pioggerella d’april, sii benvenuta!

APRILE

Ritorna con April la primavera

e ritorna la rondine sul tetto,

sulle ramaglie in fiore l’uccelletto

verseggia e canta da mattina a sera.

     Ogni essere creato si rallegra

     nel dolce tuo tepor, caro apriletto;

     piante, animali, campi, ed il boschetto

     ci parlano il linguaggio di preghiera.

Pure l’agricoltor spinge lo sguardo

col cuore già ricolmo di speranza,

come l’atleta prossimo al traguardo,

     al cielo con amore ed esultanza.

     Lieto nei campi lavora pregando

     perché i prodotti siano in abbondanza!

AURORA PRIMAVERILE

Mi affaccio alla finestra

e guardo l’aurora che sorge

e via via si fa sempre più lucente

perché s’appresta l’apparir del sole.

Tramontano le stelle

nel ciel sgombro di nubi e senza vento:

gli uccelli cantano gioiosi

al tepor di primavera.

Le rondini sono tornate ai vecchi nidi

l’aria è più leggera, profumata

di fiori che cominciano a sbocciare

in ogni luogo: i peschi e gli albicocchi

sono già in fiore.

Alla mia settantasettemima primavera

osservo questa mattina

e per un attimo mi sento

tranquillo e sereno

come nei giorni dell’età passata.

L’albero vicino alla morte

al risveglio della primavera,

magari per pochi giorni

riprende la vita.

Io pure avrò poco tempo

da vivere ancora:

verranno i giorni di tristezza

e d’angoscia,

ma oggi l’aurora annuncia

un bel giorno: oggi è primavera!

MATTINO DI PRIMAVERA

Nel mattino,

quando l’oriente si rischiara

di una luce che irradia tutto l’universo,

le stelle scompaiono,

gli uccelli festeggiano

tra le siepi e le acacie

biancheggianti di fior

e tra le tenere foglie degli alberi.

Gli operai vanno al lavoro,

un via vai di macchine, moto e biciclette.

In tutto questo piacevole risveglio

percorro in bicicletta la strada

per andare al mio campicello.

Amo la mia terra,

i miei animali domestici.

Mi diverte guardare

le messi ondulate dal vento,

i grappoletti dell’uva che nasce,

i ciliegi, i peschi

i mandorli, gli albicocchi

coperti di frutticini e di foglie.

E’ bello lavorare in silenzio

interrotto solo dal canto degli usignoli

e dall’acqua che scorre limpida

lungo l’ombroso canale.

Un delizioso venticello

allevia la stanchezza del mio lavoro…

Un alito di vita e di giovinezza

Mi spinge ad amare e pregare!

NOTTE DI MAGGIO

Piacevole e corta

questa notte di maggio!

Un venticello fresco,

un verso d’usignolo,

una nota stonata

di uccelli randagi,

una rana che canta nel fonte

rumore d’acqua che scorre,

la luna che splende,

le stelle brillano

lassù nell’azzurro;

io non vado a dormire

per guardare

e gustarmi il canto della natura

in questa notte di maggio

in cui tutto è poesia,

tutto è preghiera!

IN BICICLETTA

Ecco il mattino,

ce lo annuncia il gallo

e il suono della campana odo

della vicina Servigliano.

Giù nell’oriente vedo un chiaror d’oro,

un festeggiar d’uccelli tra le fonde,

un movimento di macchine e trattori.

Qualche bifolco con le vacche al giogo

mi ricorda i bei tempi passati…

mia gioventù nei campi consumata;

ripenso a quei giorni al mio lavoro,

immerso in questi pensieri, m’incammino

sotto il cielo di nubi un po’ velato.

Vi è qualche stella ancor verso ponente,

la luna si nasconde dietro al monte,

ed io con piacere corro in bicicletta,

mi gusto l’aria fresca mattutina,

pochi minuti, il pianeggiante asfalto.

Senza per nulla affaticar le gambe

silenziose girano le ruote!

UNA SERA DI PRIMAVERA

Sole che ci aiuti

con gli ultimi raggi d’or,

dietro i monti ti nascondi.

Segue buia la sera

con un luccicar di stelle,

lassù nel limpido cielo.

Nei paesi e villaggi sparsi,

splendono le lampade

mentre dall’oriente sorge la luna

che a poco a poco si alza e rischiara

sempre più questa verde pianura

e le circostanti colline.

Di tanto in tanto un venticello

porta strani e piacevoli odori.

Tutto è pace e silenzio,

in questo mondo così bello!

Sono i primi giorni della primavera

in cui tutta la natura si ridesta

dal lungo riposo invernale.

Ed io torno dal mio usato lavoro,

proprio in questa silenziosa sera,

scendo dalla mia bicicletta,

mi fermo a guardare, a pensare;

rivedo il mio nulla,

osservo le colline verdi,

le luci nelle case, nei paesi,

il limpido cielo, e assaporo

questa dolcezza primaverile.

Ripenso alla mia giovinezza lontana

tanto in fretta fuggita:

il tempo non passava mai

ed or mi accorgo che i mesi e gli anni

volano via come il vento.

Ricordo tutte le mie ottanta primavere:

da quand’ero spensierato fanciullo

alla mia giovinezza cui bastavano

uno sguardo, un sorriso, un saluto,

un incontro con una fanciulla

per rasserenare l’animo.

Ed in questo percorso  tra alti e bassi,

gioie e dispiaceri: quante speranze,

quanto lavoro! In attività diverse

principalmente d’agricoltore

che mi ha fatto conoscere

la vita delle piante, degli animali,

l’amore, la poesia,

il sacro, il bello, il buono,

l’umano.

La fede che mi ha accompagnato

Lungo il sentiero della vita,

spero mi sia ancora di guida

fino a quella sera

che non si farà più giorno …

… che sia bella come questa sera

di primavera!

UN MERLO CHE CANTA AL MATTINO

            SULLE ALTE PIANTE

Vago uccelletto

che verseggi e canti

tra le piante dei pioppi

in sulle cime

quando al mattino

si schiarisce il giorno

tu ci rallegri e svegli.

Io dalla cameretta

Guardo l’alte piante e la pineta,

ti sento, mi piaci, ti invidio

perché nessun problema

in te si pone.

Ti sai nascondere

da tempeste e venti

ed hai la libertà

ch’è tanto cara!

Beato te che poi volare in alto!

Godi la vita

sempre contento.

Oh, potessi teco

fuggir dal fango umano

e cantare in alto

per lodare Iddio!

MATTINO DI MAGGIO

Com’è bella questa mattina di maggio,

in un limpido cielo, senza nuvole!

Risplendono i primi raggi del sole nascente

nelle colline fiorite e nelle messi ondulate

che cominciano a maturare. Dai fieni sparsi

giungono insoliti profumi, mentre trilli d’uccelli

e metodici canti di usignoli, che mai ripetono

gli stessi versi, echeggiano

dagli ombrosi fossati odoranti di viole.

Lungo la strada, in questo lieto mattino di primavera,

s’odono i primi rumori delle automobili di operai

che si affrettano al solito lavoro.

Seguono i pulmini pieni di giovani donne

Tutte sorridenti e con le facce serene,

che si recano ai calzaturifici: sono stelle

che brillano sulla terra, unite con filo

invisibile a quelle che splendono, con lacrime

d’argento, nell’immenso infinito dei cieli.

Dopo poco, ecco i pulmini dell’asilo e delle scuole

dove altre stelle splendono per illuminare

le intelligenze umane.

Ed io, tra le bellezze naturali, lavorando

Nel silenzio dei campi, osservo i movimenti,

ascolto questi canti soavi, ed il mio cuore stanco

riprende un palpito di giovinezza e d’amore!

MAGGIO

Sento il venticello

che accarezza:

fresco e profumato.

Il sole splende bello

e ci riscalda,

risveglia tutto alla novella vita.

Par che torni a gioir

tutto il creato!

Il prato è fiorito

di tanti colori,

i bei fossati odoran di viole,

e nel boschetto

un gorgheggiar d’uccelli,

rumor dell’acqua

cristallina e chiara,

mentre le rane con le cantilene

gracidan giù nel fosso,

quando è sera.

Fertili colli rivestiti a festa!

Tra questa poesia

quanta bellezza!

Lavorano nei campi gli agricoltori,

lungo i filari irrorano le viti,

altri, con trattori e falciatrici,

tagliano l’erba,

raccolgono il fieno,

lo trasportano nei fienili

e nei pagliai,

sarchiano altri

bietole e granturco.

Tutto un via vai,

e tutto un  fermento,

ma ristorarsi

con buon vinetto

fresco e genuino

gusta nell’ombra

e un attimo riposa,

l’agricoltor sudato, affaticato

girando intorno

e alungo le pupille:

quanta dolcezza al cuor

quante speranze!

Sogna pieni i granai,

uva e frutta

saporita e bella!

L’estate

GRANDINATA A BELMONTE 7.06.1967

O bel paesello

d’invernale aspetto!

Più non ondeggian al vento

le tue messi e i verdi prati!

Festose piante, ombravate un viale

e con violenza restaste spoglie;

più non verseggia l’uccellin spaurito

per l’infuriar della tempesta.

Le viti carichi d’uva

ed i frutteti

spezzati, strangolati

hanno i bei tralci.

Il saltellar dei grossi

chicchi bianchi

infranser vetri e lampade

che a sera risplendean.

Squallide e desolate le verzure.

Addio liete speranze! Addio bei frutti!

Fra poco rinverdiranno gli alberi,

germoglieranno i grani

ed un tappeto verde rivestirà la terra.

Riprenderà a far festa l’uccellino

tra le novelle foglie.

Risplenderanno lampade alla sera

E pago l’occhio sarà dei campi verdi;

ma l’agricoltor più non s’allegra,

più non s’allegra chi ha perduto tutto!

Ogni ferita è una ferita al cuore

che guarirà soltanto a primavera!

DI MATTINO AL VIGNETO

Nel lieto mattino di giugno,

rinfrescato dalla recente pioggia

mentre il sole dirada le ombre,

lavoro nel vigneto a potare

ad arte gli inutili tralci delle viti

gustandomi il profumo

dei grappoletti in fiore.

Quanto entusiasmo!

E quanta dolcezza si assapora

Al sentire gorgheggi e trilli di uccelli,

di merli che nereggiano a coppie

sopra le piante di acacie

e sulle cime del vigneto.

Mi siedo un  momento

a riposar le ginocchia,

vicino al canale ove scorrono

le limpide acque

con i lati tappezzati di verde

e di fiori spontanei di fari colori.

Mentre mi gusto questo scenario

piacevole della natura,

rivolgo lo sguardo in alto.

Ripenso ai tempi della giovinezza

al cambiamento di usi e costumi

storici e politici,

a tutte le innovazioni avvenute

nel campo agricolo ed industriale,

mentre splendida resta la natura!

Le albe e i tramonti,

gli uccelli e le piante,

le messi ondulate, il sole,

la luna, le stelle, le colline verdi

sono come allora.

Con questi pensieri immersi tra memorie

trascorro gli ultimi giorni della mia vita

senza rimpiangere il peggio di ieri

per elogiare il benessere di oggi!

MATTINO D’ESTATE

Levarsi alla mattina di buon’ora,

respirar l’aria ossigenata e pura,

seppur la fatica sia un po’ dura,

quanta bellezza veder l’aurora!

     Gioisce il cuor dell’uomo che lavora

     In questa bella scena di natura,

     il Creato s’allegra e ogni creatura

     di fede e di speranza si avvalora.

Si vedon, nell’oriente, i bei colori

e qualche stella ancor nel firmamento:

voci nei campi e rombo di trattori,

     qualche paio di vacche, a passo lento

     e il sol che nasce, con i suoi splendori;

     specchia l’aratro di un color d’argento!

LAVORO RICCHEZZA PER TUTTI

In queste magnifiche giornate estive,

sotto il sole che brucia;

in questa deliziosa vallata

cosparsa di alberi, di olivi

e filari di viti,

il ronzio dei trattori che arano i campi

s’accompagna ai canti delle cicale

ed ai rumori del traffico. Corrono veloci

i pulmini, i motorini, le macchine

sul pianeggiante asfalto:

sono gli impiegati, i ragionieri,

gli operai, che pochi minuti dopo mezzogiorno

tornano dalla fornace, dall’edilmec,

dall’imbottigliamento d’acqua,

dai cantieri edili, dai calzaturifici.

Spesso anch’io in bicicletta m’incontro

in questo trafficar d’operosa gente.

Torno da un altro lavoro:

dalla stalla o dai campi …

a ciascuno la sua fatica!

Osservo questi movimenti,

contemplo la bellezza di questo spettacolo,

la grande macchina umana

che in funzioni diverse

opera per il bene comune …

PIOGGIA D’AGOSTO

Dopo giorni e giorni di calura,

tuoni e lampi là, verso ponente …

ecco vien l’aria fresca che rincuora

con la speranza d’una pioggiarella.

Bianchi nuvoloni su nei monti …

In qualche luogo già piove a dirotto, eccola!

Arriva qui, pure da noi:

incominciano a cadere dei goccioloni.

Io sto a guardar

dall’uscio della stalla

e il piacer sento

d’una freschezza nuova

che suscita nel cuor nuove speranze.

Mi par veder i campi rinverditi

come se fosse nuova primavera.

Le zolle arse dal sole apron la bocca

preparandosi ad accoglier le sementi.

Gli alberi rinverdiscono, si disetan

e tra le foglie dei boschi rinfrescati

che cinguettìo, che festa

per un avvenimento così grande!

E’ la natura che cambia all’improvviso

per un comando misterioso.

L’Autunno e l’Inverno

IL CILIEGIO VICINO ALLA STRADA

All’apparir del sole stamattina,

volgo lo sguardo al giovane alberello

coronato di goccioline d’oro,

che in brezza mattutina

splende e brilla!

T’ammiro e t’amo giovane alberello

Ognor sognando la tua ombrosa chioma.

Gli uccelletti festeggian all’intorno …

Sei piantato in fertile terreno

per meglio crescer rigoglioso e bello.

Verrai grande, godrai le belle primavere,

 le fresche rugiade, i ventosi autunni

poi le nevi e infreddolito, spoglio,

risorgerai ad ogni primavera,

profumerai l’aria con i tuoi

petali di fiori,

e darai buoni frutti.

Sarai il ricordo dei miei tempi lontani,

mi accoglierai negli ultimi giorni

della mia vita

all’ombra tua seduto!

SETTEMBRE

Settembre è il mese migliore:

più mite, più ricco e piacevole!

Si vedono i bei colli come un dipinto

di quadri di vari colori,

un  misto di verde, di pallido

di fresche zolle rivoltate di recente,

i bei vigneti sparsi qua e là,

dai pampini ormai sbiaditi

come i colori d’autunno;

dai tralci pendono i bei grappoli

vellutati, succosi e maturi.

Lungo le valli che solcano

Queste colline marchigiane,

strisce di terreno ben coltivate

vicino alle soglie delle case,

nei giardini, nelle aiuole,

ogni dove si ammirano

le bellezze dei fiori,

delle ultime rose

che non soffrono più il caldo

afoso d’agosto;

senza tema di brina,

come spesso avviene

con i capricci della primavera.

Nei boschi e sulle sponde dei fiumi

svolazzano gli uccelli di ogni specie,

si rallegrano di queste dolci

giornate di settembre,

pur temendo la morte,

perché i cacciatori

in questa fine d’estate

e principiar d’autunno,

sparano senza pietà.

Spesso, dal faticoso lavoro dei campi

volgo lo sguardo intorno,

ammiro le scene della natura

che vive ogni momento,

 le bellezze del cielo

e l’ubertosità della terra.

LA VENDEMMIA

Che venticello fresco stamattina,

dopo la pioggia ch’è caduta ieri,

par che sia ritornata la primavera,

il sole splende,

un lieto gorgheggiar tra le piante ombrose,

un chiacchierio,

un tic tac di forbici tra i vigneti

e nei filari sparsi nei colli

rinverditi dalla prime piogge.

I vendemmiatori tagliano i grappoli

Vellutati: quanta poesia!

Ripenso ai tempi lontani,

alle liete vendemmie di una volta.

Erano i giovani che andavano

Su e giù per i pioli delle scale.

Le ragazze ci allietavano

coi loro canti.

Le veglie serali per pigiar le uve,

 i mosti che bollivano nelle caldaie.

Or siamo tutti vecchi …

I giovani sono fuggiti dai campi alle città,

lavorano nelle industrie, negli uffici:

meno allegri e più insoddisfatti.

O bella vita dei campi!

Anche se miserella tanto cara …

Che piacere sentir il bollir dei mosti

e l’odore del buon vino.

Se io fossi giovanetto, ancor sarei

il contadinello spensierato e allegro

per vivere a tu per tu con la natura

tra le musiche più belle che ci siano.

LE RONDINI

Rondinelle pellegrine tutte pronte,

tutte in fila sopra i fili della luce,

dove andate?

Son tanto belle le vostre casette

impastate di sabbia

e riparate da venti e tempeste.

Andate in siti lontani

più riscaldati dal sole.

Senza avere calendario,

sapete che viene il freddo.

Alla scuola non andate,

per studiar la geografia,

eppur volate, volate lontano

al di sopra dei mari

nei cieli tra le nubi.

Ritrovate il vecchio nido …

Beate voi che sfuggite al gelido inverno!

Ritornate a primavera

a portare gioia nei cuori,

col far festa intorno al tetto,

anche noi rallegrate,

con fringuelli e canarini,

passerotti ed usignoli

salutate al mattino l’alba nascente

e i vostri canti mi commuovon!

Osannate

per il sole che ci scalda

per i prati che sono fioriti

per le gemme che veston gli alberi

per le messi che ondeggian nei campi

per i frutti della terra

coi canti “Grazie” voi dite al Signor.

NOVEMBRE

O mese di novembre

caro e mesto,

tu mi richiami

a meditar pensoso.

Mentre la vita fugge,

una tristezza m’invade:

meste e piovose giornate,

sole che non riscalda la terra

con i suoi raggi,

alberi che rimangono nudi

allo sferzar dei venti,

nebbie mattutine

che oscuran l’orizzonte,

uccelletti che svolazzano

attorno ai fienili,

come per annunciare

una prossima nevicata,

donnette vestite di nero,

in oscuri mattini

vanno in chiesa a pregare.

Tutta la natura si addormenta

mentre gli agricoltori si precipitano

a levare dai campi

gli ultimi raccolti;

 da qualche albero cadon

le foglie ingiallite.

In qualche notte serena

i campi cosparsi di brina

annuncian l’inverno che arriva.

Mese dei morti è questo!

In questi mesti giorni

tutto par che ci annunci

il tramontar della vita,

mentre i camposanti

son cosparsi

di lacrime e fiori!

Là una tomba di un giovane,

qua una mamma

i cui figli piangono attorno,

un simpatico vecchietto

da tutti conosciuto,

persone care!

Un genitore,

un figlio,

un marito.

Quanti ricordi!

Quanto dolore!

Che mistero è la vita!

RIVEDENDO IL MIO ARATRO

O mio aratro di ferro

gettato all’ombra di un antico gelso

come ferraccio vecchio arrugginito,

dopo molti anni ti rivedo!

E tanti ricordi mi ritornano in mente

di quando su di te curvo, energico e giovanile

ti afferravo, entusiasmato di vedere

il solco tuo profondo

e il versoio lucente d’argento che rivoltava

 e frantumava le zolle indurite dal sole.

Eri allora trainato da lenti buoi

aiutati da un paio di vacche davanti.

Ti guardo e penso a quando ti facevo risplendere

al sorgere del sole ed ai bei tramonti estivi,

nei solatii colli Belmontesi,

tra il festeggiar degli uccelli

ed il rintocco della campana che segnava l’ore.

Nella capanna aderente la casa colonica

in riposo invernale ti osservavo primeggiare

tra tutti gli attrezzi agricoli.

Pensavo al tuo solco profondo

e al risparmio della fatica umana!

Ora sei gettato via, dimenticato, inopportuno

alle nuove esigenze della meccanizzazione.

Io come te, vecchio e inosservato, dimenticato.

Rimangono solo a consolarmi i ricordi

di un tempo lontano, i campi verdi

tutte le belle aurore, le bellezze naturali

che non cambiano mai col passare degli anni.

L’ESTATE DI SAN MARTINO

Dopo piogge scroscianti

e nevicate,

improvvisamente s’è cambiato il tempo:

limpido il cielo,

l’aria più mite dei giorni passati.

Il sole nasce tra un velo di nebbia,

si vorrebbe nascondere vergognoso,

ma al suo alzarsi, la nebbia si dilegua

e tutta la natura si riscalda.

Ogni albero, ogni fiore

par che riprenda la vita.

Anche le foglie ingiallite

baciate dal sole

svolazzando nell’aria;

vorrebbero vivere ancora

in questo giorno di sole,

ma presto giunge la sera,

e un venticello fresco,

ancor più veloci,

le spinge a terra già morte.

Pure gli uccelli svolazzano allegri,

soltanto il pettirosso

nascosto tra le siepi

non festeggia, non canta,

silenzioso e pensoso!

Saran forse due giorni,

tre giorni,

ma sempre piacevole e calda

è l’estate di San Martino!

LA SEMINA DEL GRANO

Nei campi arati si semina il grano:

è l’autunno!

Giornate brevi di novembre,

dopo la pioggerella che il sol asciuga,

un affannarsi di agricoltori che seminano.

La terra rimossa fumiga ai primi raggi del sole.

Scorron veloci gli attrezzi

Che spianano e raffinano il terreno;

poi le seminatrici trainate dai trattori,

in diritte file lungo le valli

e nei clivi scoscesi,

in piccoli solchetti semiaperti

nascondono il seme.

Il grano fra pochi giorni

coprirà la terra di un bel tappeto verde

e abbellirà ancor più

le ridenti colline marchigiane

e le fertili valli che le circondano.

Mentre gli alberi rimangono nudi

i campi sono sempre belli

anche nel gelido inverno.

Vengono così affinate le bellezze naturali

dalle mani callose degli agricoltori:

uomini semplici e buoni

che nei silenzi dei campi

lavorano con fede e sacrificio,

con lo sguardo rivolto al cielo

allietati solo da un compenso divino!

Essi godono delle belle aurore,

dei primi raggi del nascente sole,

degli ultimi al tramonto

delle cangianti musiche del cosmo.

Cari ricordi di un tempo

quando col gesto della mano,

misurato col passo,

volava in aria il grano,

cadeva in terra a eguali distanze

ed il vecchio aratro di legno, poi,

trainato da buoi, lo ricopriva.

Sono cambiati i tempi, gli usi e i costumi

mentre immutata resta la natura.

I fiumi dalle grandi sponde ombrose,

la acque cristalline, i monti Sibillini,

la vecchia e verde pineta di S. Paolino

or io vedo di prospetto,

dalla mia cameretta ove ricordo

il giocar da fanciullo,

e il ripetersi delle stagioni.

Piacevole vision della natura

in cui io sento un alito divino:

impronta viva delle mani di Dio!

AUTUNNO

L’autunno arriva

con le piogge e il vento,

strappa le foglie

ingiallite e morte.

Spoglie le piante e desolate …

Vedo i vigneti coi capelli sciolti

dopo aver dato grappoli dorati.

Lontan per me non è

l’autunno della vita …

E come te, o foglia,

anch’io ho vissuto.

Tu riparasti da estivi calori

i frutti e i grappoletti belli!

Li difendesti ancor dalle intemperie

per farli diventar buoni e pregiati.

Io soffro ancora

per le ingiustizie umane

e fra tutti i tormenti

anch’io, ingiallito e vecchio, me ne andrò

a sopirmi con te,

e nulla rimarrà

perché m’avvedo

non ho potuto dar dei buoni frutti!

Natura mi fu avara,

 e vissuto così tra i poverelli,

lavorando nei campi silenzioso,

ho lo sguardo ognor rivolto al cielo

perché il breve percorso della vita

la luce della fede rischiari!

DOMENICA

Il suon delle campane

che echeggia lungo la valle

qualche colpo di fucile dei cacciatori

che si levano presto con i loro cani

e frugano in cerca di preda tra le siepi

e sulle sponde dei fiumi.

Spari di mortaletti che richiamano

a festicciole paesane

rompono il silenzio che stamane regna.

E’ domenica!

Ogni lavor si è fermato:

non rumori d’officine o di trattori,

non voci di agricoltori al lavoro nei campi.

Un alito di festa pervade

le nostre contrade, i nostri paesi

che si popolano in piazza

di persone vestite a festa:

giorno di riposo che il Signore

per sé e per noi ha riservato.

I fedeli in chiesa pregano,

elevano i cuori in alto,

in  cerca di beni duraturi

che qui in terra mai trovano:

la felicità, la pace, la giustizia.

Tutti le cercano,

solo Iddio ce le dona

per amore con le Sue leggi

che tutti gli uomini

affratellano.

RACCONTO DI UN POMERIGGIO DOMENICALE

In un pomeriggio d’autunno, in riposo dal mio usato lavoro dei campi, mi sono divertito a passeggiare lungo le sponde del fiume Tenna.

   Nella mia solitudine guardavo lungo lo spazio. Non ero solo!

   Spiritualmente sentivo qualcosa, come un immenso sussurrio della natura tra i campi coltivati e le sponde del fiume. Inoltrandomi poi tra le piante dalle foglie già ingiallite, piccole e grandi delle diverse specie,parlavano tutte un linguaggio diverso l’una dall’altra:  anche le pianticelle piccole mi dicevano qualche parola che io ho imparato a capire con l’esperienza dell’agricoltore.

   Molte di esse soffrivano perché attaccate dai parassiti, altre non potevano crescere perché avevano le radici vicino alle pietre e non potevano formare il terreno agrario per svilupparsi, altre soffrivano per mancanza di alimentazione, altre ferite dagli uomini. Vi erano invece piante belle e sane. Mi pareva udirle osannare la vita!

   Anche le pietre facevano rumoreggiare l’acqua che scorreva limpida e frettolosa lungo il fiume. Doveva arrivare presto!

   Dove? A riempire i laghi che alimentano le centrali elettriche per l’illuminazione di città, di paesi e di tutte le abitazioni; per far girare i motori delle fabbriche industriali e dei mulini … per spegnere un incendio e per irrigare i terreni aridi perché arsi dalle soleggiate estive.

   Guardavo ai piccoli animali: anch’essi sgomenti si affrettava no a procurarsi un riparo per le intemperie. Gli uccelli svolazzavano impauriti da qualche colpo di fucile dei cacciatori ed alcuni si nascondevano nei gruppetti di salici ancora verdi.

   Le erbe ed i fiori selvatici emanavano vari e piacevoli odori che io assaporavo con tanto piacere.

   Mi sono seduto sopra una pietra in compagnia di tutti questi esseri naturali ascoltando le loro voci che si riflettono all’umanità intera.

   Attraverso il mormorio di questi esseri al servizio dell’uomo, salivo con gli occhi della mente in alto, al di sopra dei folti rami, in un cielo spazioso ed infinitamente bello!

   Si scorgono l’immenso, l’infinito, il meraviglioso ed eterno ordine del creato!

   Il pensiero a Dio, l’essere supremo che ci ha creato queste bellezze naturali per farci gioire ed apprezzare ancor di più la nostra vita.

   Era quasi buio e me ne tornai a casa. Mai però potrò dimenticare quella bella serata di festa e quella silenziosa passeggiata vicino al fiume!

INVERNO

Scroscia la piaggia tanto attesa,

l’aspettavan le zolle arse nei colli

e gli alberi assetati,

l’aspettavan i boschi già ingialliti.

Son cadute le foglie per formare l’humus

a concimare le piante.

Ingrossano già i torrenti e i fiumi,

ristorano le vene semisecche.

Dormono i seminati

già imbevuti dall’acqua mista a neve.

L’inverno arriva col mantello bianco!

Arriva nelle montagne desolate,

nelle casette squallide campestri;

nelle città e villaggi.

Fan festa i bimbi con la prima neve!

Anche d’inverno la natura è bella!

I bei disegni scherzosi

Sulle grondaie delle case,

nei vigneti sui rami secchi,

sulle frasche delle siepi …

Tutto è adornato di pitture bianche:

nessun artista saprebbe dipingere

un simile spettacolo!

In ogni casa fumano i caminetti

di stufe, o di riscaldamenti.

Ma niente è più bello e piacevole

dell’antico focolare di legna.

I vecchi camini mi ricordano gli avi

e la fanciullezza.

Là presso l’affetto fiorisce, germoglia

e si espande.

LA PRIMA NEVICATA DI DICEMBRE

Silenziosa è la notte, gelido il vento,

uno strato di nebbia sottile

si spande lungo la valle,

la luna coperta da nuvolette bianche

proiettala luce un po’ velata

che s’accompagna al chiaror della neve;

si vedono i colli lontani coperti di neve.

Non si odono trilli di uccelletti,

cantilene di rane e voci dalle case,

solo l’eco dell’abbaiar di un cane

e i rintocchi dell’orologio

dalla torre di Servigliano.

Dalla finestra guardo le luci

delle case agglomerate e lontane,

osservo ogni colonna di fumo

che dai camini si sprigiona e si spande,

misurando coi rintocchi dell’orologio

il tempo che fugge.

Indietreggia il mio pensiero

agli inverni nevosi d’una volta:

facevamo festa tra la neve!

Quanta poesia ai tempi della fanciullezza!

Guardo la neve, mi piace

questo bianco lenzuolo disteso

che protegge i seminati dal freddo e dal gelo,

incorporando nel suolo acqua ed azoto

a disposizione degli alberi e dei seminati.

Sii benvenuta prima neve,

candida neve a dicembre!

La mamma Giustina

            A MIA MADRE

IL GIORNO DOPO LA SUA MORTE

Mamma! Mamma! Non ci sei più.

Tu sei partita in fretta, non mi hai parlato,

non mi hai detto addio!

Me lo dicesti

quando nel silenzio della notte

mi affacciavo alla porta semiaperta

della tua cameretta.

Sentivi già una voce divina misteriosa

che ti chiamava per il cielo!

Pochi minuti prima guardavi dalla finestra,

spingevi lo sguardo lontano.

Al richiamo rispondevi:

“Guardo il mondo che è tanto bello!”

Alle bellezze naturali che tanto amavi

e mi hai insegnato ad amare!

Ogni luogo, ogni oggetto, ogni sguardo

è per me un doloroso ricordo.

La cameretta fredda, il tuo lettino vuoto,

il tavolinetto dove sostavi in preghiera,

il libricino logorato dalle tue mani,

i quadri appesi alle pareti,

le foto dei sofferenti:

guardo, ripenso e piango!

A MAMMA

Sono passati dieci anni dalla tua scomparsa:

non mi sembra vero!

Mi par di vederti ancora:

ricordo le tue parole, mi par di sentire

la tua voce, come un’eco lontana

quella voce amorosa che ho sentito

per sessantasette anni.

Rivedo

i tuoi gesti, il tuo pregare,

i tuoi atteggiamenti,

il tuo comportamento, la tua bontà

la tua carità elargita

soprattutto a pro dei sofferenti.

Sei sempre davanti ai miei occhi

come allora, come sempre!

Più passa il tempo e più penso e ricordo:

fin da quando ero bambino

che mi “imparavi” a leggere il sillabario,

a lavorare, ad amare tutti e tutto.

Mi par di sentir la voce

che mi svegliava al mattino presto;

mi dicevi: “Se vuoi aver fortuna

devi esser mattiniero!”

Io debbo a te, mamma,

se alla soglia dei miei settantasette

anni ho ancora voglia di lavorare,

di amare e qualche volta anche di scrivere

di rassegnarmi ai sacrifici della vita,

d’innalzare a Dio la mia preghiera

nei momenti di sconforto,

di compatire, di accettare le ingiustizie

dell’attuale società.

Tu fortificasti il mio cuore,

tu mi hai insegnato che la condanna

più grave per chi mi faceva del male,

era il perdono.

Mamma! Ora tu non ci sei più,

non puoi parlare, dar consigli,

incoraggiami nei momenti di depressione

e di abbandono. Sì, mamma,

spiritualmente lo puoi ed io lo sento,

ti ascolto, sento ancora la dolcezza

del tuo amore sincero.

RICORDO DI MAMMA

Era dicembre

al principiar dell’inverno,

nei giorni gelidi,

scuri e nebbiosi,

gli alberi sfregati dal vento

rendevano alla terra

le loro foglie.

Tutta la natura già dormiva

quando anch’essa,

la mamma mia

s’addormentò nel sonno eterno.

Senza parlare

partì la mia mamma improvvisamente,

senza un lamento,

senza darci un addio!

Or che la primavera

è tornata

con i suoi fiori

e con il manto verde,

il sol splende

nei giorni riscaldati;

a me l’amor di mamma

non riscalda.

Più non la vedo seduta nell’aia

qui nel vecchio selciato

incontro al sole

o camminar appoggiata

al suo bastone;

non odo

la sua voce fioca e stanca

recitar preghiere per sofferenti

nella cameretta.

O mamma, ora sei là

In quel piccolo camposanto,

entro la tomba

col tuo sguardo

rivolto all’interno:

mi par di vederti

circondata da pellegrini celesti

come lo eri qui in terra

da pellegrini sofferenti.

Vengono a trovarti

come tu venivi da me,

quando eri lontana.

Riposi là, accanto al babbo,

compagno fedele della tua vita.

Volgi lo sguardo

ai tuoi figli

che lasciasti pellegrini in terra

e quando anche noi

ci addormenteremo per sempre

porgici ancor la tua mano

per condurci a te!

             DOMENICA 20 LUGLIO

DAVANTI ALLA TOMBA DELLA MAMMA

Mamma!

Sono venuto a trovarti stamattina

in questo campo santo.

Solo, nessuno si vede,

non odo voci o rumori, qui è pace, è silenzio,

mentre là, in chiesa, si celebra la messa.

Sono solo qui avanti alla tua tomba,

a colloquio con te, mamma!

Il mio cuore parla, ricorda e piange!

Da questo avello dove sei rinchiusa,

mi guardi, ancora

ed io in silenzio dico la preghiera

che da bambino mi hai insegnato.

Mamma! Vedo le tue mani incrociate

che stringono il Crocifisso,

quella mani  che mi hanno accarezzato,

che mi hanno retto nei primi passi,

che hai posato sulla mia fronte

nei momenti di dolore.

Le tue labbra mi hanno baciato tante volte

quando ero bambino e quando sono partito

e tornato da lontano.

Quei tuoi occhi così belli che posavi su di me

col tuo sguardo amoroso, la tua voce

 dalla quale ho imparato ad amare e pregare.

Mamma! Come sono felice di esserti vicino,

confidarmi con te, gustarmi tanti ricordi,

chiederti ancora consigli,

sentirmi ancora attratto dal tuo materno amore!

A MAMMA

Ho dei ricordi,

in questi luoghi belli,

della mia mamma!

Brucia il cuore mio

d’amor filiale:

mi fermo a pregare

la mamma celeste

al ricordo di quando lei pregava

preoccupata e ristabilir la chiesa

ed ora qui intorno al camposanto

e alla chiesetta

aleggia di splendor

e pieno di gloria

lo spirito suo immortale.

Ed io commosso, peccator pentito,

seguir l’orme vorrei

della mia mamma

e con lo spirito mio purificato,

in questo colle, insieme a mamma

abitar per sempre.

A MIA MADRE

Mia padre ha novant’anni …

Novant’anni: è ancor vegeta e gaia

come se avesse solo settant’anni.

Florido il viso, di color rosa,

gli occhi belli, lucida di mente,

legge e scrive

e non si sente stanca;

qualche ruga sulla fronte

e sulle gote,

cammina barcollando col bastone.

Non un lamento

per l’età avanzata:

paziente e generosa,

sempre prega!

Il libricino ha in mano e la corona,

par che sia sostenuta dalla fede.

Ed io guardo,

e col pensier ritesso

i tristi e lieti eventi del passato,

quando bambino mi porgea la mano

e seco mi portava,

mi additava lassù l’azzurro cielo:

“Di sopra ancor del sole e delle stelle, c’è Dio”

E m’imparava a farGli la preghiera!

Le fiabe d’inverno, intorno al fuoco …

Quando veniva a riscaldarmi il letto,

mi raccontava tante cose belle!

Mi mormorava d’essere più buono

e m’insegnava a vivere.

Ricordo ancor le birichinate,

tutta la mia fanciullezza

intrecciata alla sua giovinezza.

Caro ricordo del passato,

oh, come passa il tempo,

com’è misteriosa la vita!

Or son’io che la prendo per mano

per aiutarla a scendere e salire

e lieto sono perché compenso un po’

un atto gentile e generoso.

Ma sempre debitore

sono a colei che mi donò la vita

e nei momenti tristi del dolore

mi ha sempre circondato

del suo materno amore!

NATALE SENZA MAMMA

Il Natale senza mamma

come nebbia a primavera,

come buio nella sera,

come fuoco senza fiamma!

     Sempre triste resta l’alma

     e la casa non si allegra

     di gran festa e di preghiera,

     se non v’è il cuore di mamma!

Ella ti esorta, ti accarezza

e lenisce ogni dolore,

sempre pronta con dolcezza

     apre ai figli tutto il cuore

     con solerte sua accortezza

     e non v’è più grande amore!

AL CAMPOSANTO DI BELMONTE

Mentre sono a far visita

ai  miei cari morti,

invaso di mestizia,

il ricordo di lor

mi stringe il cuore!

Quanti pensieri

intorno a queste tombe!

Medito ad una ad una queste foto,

rivedo i loro volti,

ripenso ai colloqui,

ai ritrovi festivi,

alle sere d’inverno:

veglie e giochi.

O bella gioventù troppo fugace!

Troppo veloci passano

i miei giorni,

qui son gli amici di un tempo

i miei avi, il genitore,

i belmontesi

di un Belmonte caro!

Un altro paesello

fatto di tombe, croci

e cappelline care!

E’ bello star solo

in questo camposanto

all’imbrunir della sera,

circondato

da un silenzio cupo;

tra sospiri e ricordi

una preghiera!

La sposa Carolina

PRESSO L’ALBERO OMBROSO

    INSIEME A CAROLINA

Quando l’estate avvampa di calore,

oppur col venticello della sera,

ripenso ai dì festivi d’una volta,

all’ombrosa tua chioma,

ti rivedo come me invecchiato

coprire ancor quel tavolo di pietra

ove mangiavamo al fresco della sera

o al monotono canto di cicala.

Mi dispiace davvero esser lontano,

vorrei risiedermi insieme a Carolina,

come nei tempi andati,

or che siam vecchi, all’ombra tua dorata!

CINQUANTESIMO ANNO DEL MIO MATRIMONIO

Nel millenovecentoventinove,

ricordo quella data, sei gennaio,

quando incontrai la prima volta

la compagna che mi sta accanto!

Era una fanciulletta sedicenne,

andava insieme con le sue compagne

lungo la strada di Santelpidiuccio.

Con slancio giovanile mi accostai

vicino a quel gruppetto …

Lo sguardo si incontrò proprio con lei,

l’osservai, la guardai e riguardai ancora

e coraggio non ebbi di parlare.

Però rimase in me scolpita al cuore

quella figura bella di fanciulla

dai bei capelli con le trecce antiche,

 e con ingenuità contadinesca,

semplice nel vestir,

ancora inesperta,

come fiore sbocciato in mezzo al bosco.

Non fu per me la solita vampata

che in quell’età sovente m’invadeva.

Era lontana ed il mio pensier vicino,

l’amavo con amore puro e sincero

la sognavo compagna della vita!

Si realizzò il sogno!

Nei cinquantenni e più vissuti insieme,

quando le nubi della fantasia

portavano il cuor nella tortuosa via,ù

riflettevo e pensavo

a quella fanciulletta che incontrai

nella migliore età, sul fior degli anni.

Tanto tempo è passato!

Ed io ripenso al navigar trascorso.

Tra l’onde burrascose della vita,

la navicella non è mai affondata.

Ormai stanchi ed invecchiati

giunti al porto,

d’amore il cuore mio

s’accende ancor

come nei tempi della giovinezza!

SESSANT’ANNI INSIEME

Ricordo quel giovedì del 17 settembre 1931

e la chiesetta sulla cima più alta di Montelparo,

l’altare dove ci inginocchiammo

per giurarci reciproco amore!

Avevo allor venticinque anni e Carolina diciannove.

Era un giorno nuvoloso con temperatura mite.

Dopo pranzo un acquazzone di breve durata.

Fu una gran festa! Attorniati

dai parenti più stretti e pochi vicini.

Oggi quei ricordi tornano alla memoria.

Rivedo ad uno ad uno tutti i cari

che non ci sono più, i miei ed i tuoi genitori

che gioiosi e soddisfatti del nostro matrimonio

si sedevano accanto a noi.

Quanti avvenimenti in questo lungo percorso!

Disgrazie, malattie, lutti in famiglia, guerre,

Ma ogni evento ha contribuito a rinsaldare

il nostro amore.

Ed oggi a distanza di sessant’anni

siamo qui attorniati dai figli, nipoti, generi

e dai coniugi dei due nipoti, che tutti ci consolano

e ci riportano indietro nel tempo.

Ora non siamo più giovanissimi né belli

questa bella riunione famigliare

fa per un po’ dimenticare

le depressioni e gli acciacchi della vecchiaia

per far splendere dai nostri occhi

la fiamma viva d’amore che accese i nostri cuori

al primo incontro, nel gennaio del 1929

quando ci vedemmo per la prima volta.

Ed oggi auguro ai figli ed ai nipoti

per l’esperienza vissuta,

tanta felicità e tanto bene:

di camminar sempre uniti

e far brillare davanti ai vostri occhi la stella

che illumina il vostro cammino

intessuto di speranze, di pace e d’amore.

A MIA MOGLIE CAROLINA

Sono passati sessantuno anni

da quando ci siamo conosciuti.

Quanti ricordi! Quanti avvenimenti!

Quanta strada percorsa!

Ci siamo incontrati, poi sposati

anche superando le difficoltà.

Sempre vissuti insieme con l’entusiasmo

di un tempo, ci siamo resi liberi

senza la gelosia che poteva nascere

dal mio carattere espansivo e compassionevole

verso le donne tenute a quei tempi

come oggetti di piacere e macchine di lavoro

in un mondo abbrutito, dominato

dal potere economico indiscriminato

di uomini ricchi …

Malgrado tante avversità

non siamo due coniugi stanchi!

La vecchiaia con la malferma salute

che mi preoccupa per te

rinvigorisce il nostro amore.

Quando torno in bicicletta dal lavoro,

ti vedo che mi stai aspettando

e dai vetri della finestra vedo

sul tuo volto che si rallegra

un qualcosa di lieto che ti solleva: il desiderio

l’attesa come quando ero giovanetto

e venivo a trovarti, a volte a piedi,

da Belmonte, con il giornale in mano

che leggevo camminando,

nei tratti di strada meno frequentata.

Ricordi? Avevo sempre un fiorellino

oll’occhiello e una fogliolina di edera

segno di attaccamento e di amore.

Amavo anche allora la poesia

e la semplicità femminile.

Ero tanto bene accolto dalla tua famiglia

che mi riservava stima

e attenzione notevole.

Bei tempi della nostra giovinezza!

Ormai siamo arrivati al fine

di questa misera vita terrena,

senza un rimpianto che possa

amareggiare la nostra esistenza.

Il nostro lungo cammino è stato

sempre illuminato dalla fede

e sostenuto da un amore vero

sempre più rafforzato

or da tristi, or lieti eventi

e dall’affetto dei figli e dei nipoti.

A MIA MOGLIE MONALDI CAROLINA

Ti ricordi?

Fu proprio il sei gennaio 1929

che ci incontrammo la prima volta!

Sono passati cinquantanove anni

da quando apparisti agli occhi miei

come una luce che risplendeva nell’oscurità

di quel freddo e nebbioso pomeriggio festivo.

Non ci conoscevamo. Domandai il tuo nome

e per sapere la tua età andai a vedere

il registro di nascita al comune di Montelparo.

Avevi sedici anni, più giovane, sei anni, di me

tornato da un anno dal fare il militare.

Entrasti subito nel mio cuore

col tuo visino bello, la tua boccuccia

che muoveva il labbro ad un grazioso sorriso,

i tuoi capelli neri, crespi ed ondulati.

Vestivi un abito modellato alla tua vita

ben fatta, un fazzoletto color caffè

per coprirti il capo in chiesa,

un paio di stivaletti di cuoio.

Mi sembra rivederti come allora!

Così carina! Così fanciulla!

Purtroppo il tempo passa, ci trasforma,

ma non ci toglie la bellezza interiore:

l’amore non invecchia mai col passare degli anni.

Si consolida anzi con i giorni

tristi e gioiosi della vita.

Così è stato per noi!

Quanti ricordi!

L’amore vero si riconosce nelle sofferenze,

nel dolore cui siamo tutti sottoposti

chi più, chi meno, noi poveri mortali.

Tutti felici i primi anni insieme:

pieni di salute, di vita, con tre figlioletti

che crescevano come tre fiorellini.

Ma come sempre accade, dopo la felicità

Viene anche il dolore. Avevi trent’anni

Quando improvvisamente ti assalì un brutto male.

Come furono lunghe quelle quattro ore

che eri in sala operatoria!

E quando il professore che ti aveva operata

Mi comunicò le difficoltà per la tua sopravvivenza,

me ne andai a sedere al penultimo scalino

davanti all’ospedale a piangere tutta la notte,

fino alle cinque del mattino

quando potei tornare nella tua cameretta.

Ricordo che con le lacrime bagnai quelle scale:

conobbi com’è il dolore

e l’amore per la persona che si ama.

E capii che solo nella sofferenza

Si riconosce l’amore vero, che non ha mai fine

e che perpetua oltre la morte fisica.

Da quel momento ho aperto il mio cuore

A tutte le persone perseguitate,

a quelle che soffrono, che lavorano e amano,

dimenticate o fisicamente ammalate.

Tutto si risolse bene,

risultò un male di origine benigna.

Tornasti dopo due mesi dall’ospedale

a riabbracciare i figlioletti

ed a seguitare insieme a me

il cammino interrotto.

Sono passati altri quarantadue anni

di piena salute.

Il ventinove febbraio del 1984,

un altro intervento,

anche questa volta assai grave.

Ma grazie a Dio, tutto è andato per il meglio,

malgrado un po’ di acciacchi!

Ed eccoci ora arrivati

al cinquantasettesimo anno di matrimonio!

Siamo felici di essere ancora in cammino

e che il nostro amore non si è logorato

perché è sostenuto da un grande ideale

che va al di sopra dei fugaci piaceri

e delle terrestrità di cui siamo imbevuti.

IL RITRATTO DI MAMMA CAMILLA

Da sopra il letto della cameretta,

senza girarmi o sollevarmi affatto,

aprendo gli occhi, vedo di prospetto

il bel ritratto di mamma Camilla!

Vedo la donna intelligente e bella,

la donna tanto brava e laboriosa,

dal vispo sempre allegro e sorridente,

di cuore buono, aperta e franca.

Io la guardo, la ricordo,

insieme a Carolina giovinetta,

mi par vedere ancora le sembianze sue …

Mi sembrava diversa dalle altre,

miravo le sue doti, i suoi modi.

Le volevo bene, sapeva comandare,

dar consigli: era pure per me la mamma.

Mi sembrava non ci dovesse mai mancare,

ma in un momento inaspettato ci ha lasciati,

si è spento quel faro che risplendeva

e tutto è nel buio nella vecchia casa.

Noi soffrimmo per quel vuoto incolmabile

per quell’amore che ci venne meno …

Ora tu non ci sei più, ma ci ami ancora,

ci guardi, ci illumini questa cameretta.

A t il pensier mio, prima di prender sonno,

a te la mia preghiera, a te lo sguardo

quando mi sveglio al mattino.

Ci vuoi bene. Ci fai amare tra noi,

come quando eravam giovanetti

che pacificavi i nostri capricci amorosi.

Fa che sempre viviamo insieme,

nella chiarezza della fede in Dio

e regni tra noi pace ed amore

per ricongiungerti a te, lassù nel cielo!

  LORETA MONALDI

Morta all’età di quindici anni

Or quarant’anni

son già passati,

leggiadra fanciulla,

e ancor ti vedo

bella nella tua foto.

A me sembran lunghi,

al par d’un giorno:

il sole che nasce,

e si fa sera.

Al fiorir di primavera

di tua vita

Dio ti tolse dal giardin terreno:

eri innocente, semplice, graziosa,

era brava, gentile e tanto cara,

il viso roseo,

coi capelli biondi,

simile al fiorellin

sbocciato e spento,

ti vidi declinare a poco a poco:

il tuo visetto si faceva bianco,

in pochi giorni ci dicesti addio!

Partisti allegra,

senza un lamento …

Tutti piangean

e la mamma si disperava.

Tu rassegnata e pronta

a partire da questo mondo

nel momento in cui

davanti a te vedevi

delinearsi l’avvenire più bello,

come può veder

una giovinetta quindicenne,

non ti dolesti

della tua immatura fine:

guardavi sorridente il cielo!

Or che pur io verso il tramonto

stanco declino,

medito, penso

e dico: “Te beata!

Che innocente e pura

volasti al cielo,

perché il mondo

non dà ciò che promette

e spesso i figli suoi delude”.

Tu certo in seno a Dio

veloce andasti.

Pregalo pure per me

che senza duolo

passi dal mondo

alla celeste patria!

I Giovani Sposi

AD ANNA E DANIEL

Vorrei, con cuore aperto e animo gentile,

scriver due versi, e con tanto calore

augurarvi felicità e tempo migliore

per tutta l’esistenza: sempre aprile!

     L’ardente fiamma vivace e giovanile

     che vi ha uniti, prenda più vigore,

     come nel giardino il più bel fiore

     nella lieta stagion primaverile.

Oggi per voi facciamo questa festa

per dimostrar che vi vogliamo bene,

e impressa nel cuore sempre resta

     questa sera che tutta a voi appartiene,

     la luna, le stelle, il cielo lo manifesta

     col ponentin che a rinfrescar ci viene!

PER IL MATRIMONIO DI ROSSELLA E PEPPE

Carissimi Sposi,

   dopo la bella cerimonia in chiesa ed il discorso di don Franco che mi ha molto commosso, non avrei altre parola da aggiungere; ma è mia abitudine dire qualche parola in queste occasioni.

   Tanto più lo è per un nipote che mi è stato sempre tanto caro fin da quando era fanciulletto svelto e vivace che tutto voleva sapere e voleva fare mentre ero a lavorare nei campi: poi diventato più grandicello mi guidava il trattore che trainava il vecchio aratro usato con i buoi.

   Ed oggi in questa domenica di agosto ci fate gioire di questa bella festa per la celebrazione del vostro matrimonio che è il sacramento più nobile della vita perché unisce fisicamente e spiritualmente due persone che si vogliono veramente bene e che ai piedi dell’altare hanno giurato fedeltà ed amore.

   Noi tutti parenti ed amici siamo qui per testimoniare che vi volete bene e per augurarvi tanto benessere felicità e gioia ma soprattutto tanto amore.

   Amore vero, profondo da cui scaturiscono lealtà, compatibilità, tenerezza e reciprocità di affetto, e se è necessario anche sacrificio l’uno per l’altro.

   Amore che con il passare del tempo diventi sempre più grande e più radicato nei vostri cuori!

   Che mai, Giuseppe e Rossella, sia dimenticato da voi questo giorno ed il primo incontro, e ricordatelo soprattutto se qualche nube offuscherà l’orizzonte sereno della vostra vita; (io mi auguro non avvenga mai).

   Rinvigorite allora quella fiamma d’amore accesa da giovanetti e fatela sempre risplendere nei vostri occhi per illuminare sempre più il sentiero della vostra vita!

   Vi rinnovo i miei più sentiti auguri di tanto bene e di tanto amore, invocando Dio perché benedica questa nuova famiglia che oggi con tanto entusiasmo salutiamo!

AGLI SPOSI FORTUNATO E MARIA

A te, nipote mio, con tanto affetto

insieme alla tua giovinetta preferita

che hai scelto per compagna della vita

degna di ammirazione e di rispetto.

     Benché a scriver versi più non mi diletto,

     come facevo all’età mia fiorita,

     pur di scrivere qualcosa il cuor m’invita

     riportandomi ad un tempo giovanetto …

Per far gli auguri a voi di vero cuore

insieme ai parenti ed a chi vi onora

in questo giorno in cui vi unisce amore!

     Gioia e felicità vi accresca ancora

     e con spirito vital e con più fervore

     risplenda il vostro amor come l’aurora!

AGLI SPOSI VITTORIA E BENEDETTO

Con questi rozzi versi poverelli,

col cuore aperto e con sincero affetto,

auguro a Vittoria e a Benedetto

tanta felicità e giorni più belli!

     In questa festa per voi sposi novelli,

     amici e parenti son qui con gran diletto

     dopo che nell’altar vi han benedetto

     acciocché il giurato amor non si cancelli.

La fiamma accesa in voi da giovanetti

rimanga sempre tal nei vostri cuori,

senza accusar stanchezza oppur difetti.

     Senza cercar altri svaghi ed altri amori

     vi auguro vivere ognor sani e perfetti:

    questi son nella vita gran valori!

A CLAUDIO E LAURA

          -Ottava-

In questo giorno a voi sposi novelli

tanti auguro do di vero cuore,

splenda sempre nei vostri visi belli

viva la fiamma del giurato amore.

     Come due fiori, come due gemelli

     lo stesso stelo irradi di splendore:

     sempre bel tempo, senza mai bufera

     sorrida sempre a voi la giovinezza.

E la giocondità di primavera!

Coi migliori auguri di felicità

E benessere per tutta la vita!

A CLAUDIO E LAURA

       -Sonetto-

Ai vostri volti guardavo stamattina,

vi ho visto uniti nell’altar divino

in quella chiesa antica, San Ruffino

splendenti come un’alba mattutina.

     Vedevo, Claudio, te e la sposina

     che è un giardino dell’amore, un fiorellino

     or or sbocciato, candido e genuino:

     semplice, un po’ commossa assai carina.    

Voglile bene ed usa ogni accortezza,

come un tesoro, come cosa rara …

con tanto amore e con tanta dolcezza.

     Come il Petrarca per la donna rara

     descrisse, amò e cantò la sua bellezza,

     sì soave è l’amor alla tua Laura.

AGLI SPOSI MILENA E ROBERTO

Con tutto l’animo sincero ed aperto

ed ravvivato da tanto calore,

gli auguri vi fo di vero cuore

a te, Milena, con il tuo Roberto.

     Che stimo bravo, intelligente, esperto

     a fare il vostro avvenir ben migliore,

     con gioia, felicità, pace e amore!

     Lungo l’aspro sentier dubbioso e incerto.

Giammai l’amor giurato nell’altare

venga mai meno, e per nessun motivo

il rispetto tra voi deve mancare

     e di offuscate nubi ognor sia privo!

     Sempre come oggi vi dovete amare

     d’amor prolungato e sempre vivo!

I Nipoti e i Bambini

RICORDO DEL NIPOTINO GIOVANNINO

Chi ti colse, tenero fiorellino

In così verde età? Quanto dolore,

quanto strazio hai lasciato in ogni cuore!

Eri svelto, vivace, eri carino.

     Ti volevamo tutti bene, Giovannino;

      i genitori nutrivan tanto amore!

     Te, tra i figli, vedean il migliore:

     Dove sei andato caro nipotino?

Nel giardino celeste trapiantato

su sarai grande, su sarai allietato,

da tutti gli angioletti circondato

     Ognor con Gesù che in terra hai amato,

     pregalo tanto, or che sei ascoltato

     per venir noi con te al ciel beato.

DAVANTI ALLA TOMBA DEL NIPOTINO

Sono passati degli anni, mipotino

e piccolo ti vedo come allora.   

Qui, genuflesso, sulla tua dimora

Rivivo, insieme a te, come un bambino:

     a scuola e in bicicletta, Giovannino

     svelto e vivace, ti rivedo ancora,

     ripensando a quel maggio, mi addolora:

     che triste giorno, che fatal destino!

Più non sentimmo palpitare il cuore

non più una parola, un tuo sorriso.

Singhiozzanti e affranti di dolore

     Demmo gli ultimi basi sul tuo viso:

sembravi un angioletto, e come un fiore

Dio t’avea colto per il Paradiso!

A MARISA

Non dolerti, Marisa, del tuo male,

offrilo a Gesù, ch’è nostro Signore

che solo comprender sa pene e dolore

e conforto sa dare a ogni mortale.

     Sappi che a questo mondo poco vale

     aver tanta ricchezza, gioia e onore

     ma premio eterno avrà, che ha più valore,

     colui che col pensier su in alto sale.

Fatti sempre guidare dalla fede

senza segni di noia e di stanchezza

che, dopo la burrasca, il sol si vede

     e dopo il mal, del bene si ha certezza

     e al mondo gode sol chi spera e crede

     con animo sincero e con saggezza!

DISCORSO PRONUNCIATO A ROMA IN OCCASIONE

DELLA CELEBRAZIONE DELLA PRIMA MESSA DEL

                             NIPOTE FAUSTO

Fausto!

Questa mattina quando salivi l’altare ti ho guardato commosso. Indietreggiando il pensiero nel tempoti rivedevo fanciulletto vivace, un bambino come tanti altri. Volevi fare, volevi sapere: mi ricordo quando volevi guidare le vacche che trainavano un carro carico di fieno.

   Ti ho visto più tardi sui banchi di scuola: volevi con impegno essere il primo, il migliore, e lo eri davvero!

   Ad un certo momento diventato grandicello ti sei trovato davanti a tante strade: forse eri imbarazzato per la scelta in mezzo a tante ideologie politiche, a tante incertezze umane, a tanti piaceri effimeri, falsi e fugaci che ci offre la vita terrena?

   Tu hai preso la via spirituale, la via a volte più irta e faticosa che però conduce alla gloria eterna! Hai appreso l’insegnamento di Gesù: prendi la tua croce e seguimi …

La via dell’amore!

   Quante versioni ha questa parola: amore! Amore per le cose, per le persone, per il sesso, per le piante, per le bellezze naturali. Ma tu hai scelto l’amore spirituale, l’amore per i fratelli che soffrono, l’amore per tutta l’umanità, amici e nemici nella stessa misura.

   Tu da oggi in poi sei un soldato di Gesù, un combattente, non con la spada ma con l’amore, con l’esempio. “Con lo spander del tuo parlar sì largo fiume”, vuoi portare a salvamento l’umanità vacillante nel mare tempestoso della vita!

   Ora sei un ministro di Cristo, dell’eucarestia, e questa tua consacrazione ti mette al di sopra di tutti noi, a servizio degli altri, per il bene della Chiesa e del mondo.

   Noi siamo tanto contenti di te, ti ringraziamo per questa festa, ci sentiamo vicini oggi,  mentre ti festeggiamo insieme alla comunità religiosa di cui fai parte. Noi parenti vogliamo essere tutt’uno con la tua comunità.

   Hai aperto il tuo cuore ai bisogni del mondo, non hai guardato al denaro, non hai cercato il tuo interesse personale,  ma insieme con i fratelli hai sentito la forza dello Spirito Santo che ti ha chiamato e ti ha mandato tra i popoli.

   Vogliamo esprimerti il nostro augurio: che tu sia sempre felice di vivere con gli altri e per gli altri, che la tua missione apostolica sia feconda di fiori e frutti, che la felicità di questo giorno si rinnovi ogni giorno della tua vita.

   Anche tu ricordi nonna Giustina che sempre parlava di te e tanto pregava per te, perché prevedeva che avresti avuto una missione importante.

   Anche noi ti seguiamo con tutto il cuore, e tu non ci dimenticare!

ALLA NIPOTINA ANNARELLA

Pure tu volenterosa,

o mia cara nipotina,

vai alla scuola, alla mattina,

con le bimbe baldanzosa.

     Sempre forte e coraggiosa,

     con la nebbia e con la brina

     non fai mai la birichina

     sempre brava e assai studiosa.

Quando poi sei grandicella,

tu ricordi con amore

la tua brava monachella

     che per tante lunghe ore

     insegna, cara Annarella,

     come madre di gran cuore.

ALLA NIPOTINA MARIA GRAZIA

Sono fine le vacanze

liete e belle dell’estate.

Or la svegli ancor più presto

e con l’aria frizzantina

t’incammini per la scuola,

preoccupata e sbrigativa.

E così la vita cambia

ed il tempo passa e vola.

Tu il mare sogni ancora,

sulla spiaggia e tra la rena

ancor pensi di giocare.

L’aria fresca della sera

ed il sole risplendente

ti godevi con piacere,

sempre allegra e sorridente.

Io, Grazietta, ancor ti seguo,

da quassù col mio pensiero,

nella casa e nella scuola

sempre attenta e sempre brava,

ubbidiente e rispettosa.

Son le doti tanto care

Di una bimba come te!

ALLA NIPOTINA MARIA GRAZIA

Oggi scrivo in tutta fretta,

e con gran soddisfazione,

non curando occupazione

per risponderti, Grazietta!

     La tua bella paginetta

     scritta ben con attenzione

     dà al cuor consolazione:

     sei una brava scolaretta!

Ora è Pasqua, mia Grazietta,

primavera tutta in fiore

spira ovunque gioia e amore

nella festa benedetta.

     Fra i bei prati profumati,

l’acqua chiara, cristallina

sgorga giù dalla collina

tra i fioretti dei fossati.

     E le bimbe in vesti chiare

     stanno allegre sotto il sole

     profumate di viole

     non si stancan di giocare!

Pure te vorrei vedere

come giochi in mezzo al prato,

ed io pure sarei beato

in sì liete e fresche sere.

   Viver lieto e spensierato,

     senza pesi, né malanni,

     vecchio, stanco riposarmi

      dai nipotini accarezzato.

In sì bella primavera,

con Gesù resuscitato

che perdoni ogni peccato

tutti pregan e tutti speran!

     Pure tu Grazietta mia

     volgi al ciel la tua preghiera

     a Gesù, in sulla sera,

     che salute ognor ti dia.

Prega tu che sei innocente

per la mamma e per il tuo papà

perché possano campare

lunga vita allegramente.

     Prega ancor la Madonnina

     Perché in chiesa, a casa e a scuola,

     la tua mamma si consola

     nel  vederti assai bravina!

LA MATERNITA’ DI LAURA

Sbocciato nel tuo seno giovanile

come un fiore di candida bellezza

pieno di vita, pieno di dolcezza

quasi un nuovo miracolo d’aprile.

     Proprio nella tua età primaverile

     per te giovane mamma è una ricchezza:

     un sorriso di bimbo, una carezza

     specie nella tua età fresca e gentile.

Tu lo circondi di un amore profondo

lo stringi al petto tuo quest’angioletto.

Il novello Matteo venuto al mondo

     porti tanta allegria sotto il tuo tetto.

     Io gli auguro benessere fecondo

     crescere al fianco tuo sano e perfetto.

A PAOLETTA IL GIORNO DELLA

         PRIMA COMUNIONE

Questa festa è per te cara Paoletta!

Oggi Gesù è disceso nel tuo cuore,

con la Sua grazia e il Suo grande amore,

diventerai una brava fanciulletta.

      Prendi il sentiero della vita diretta

     Che col Vangelo ti addita il Signore,

     sana, robusta e pura al par di un fiore

     sempre graziosa, semplice e perfetta.

Prega, Paoletta, in questo santo giorno

per i tuoi nonni, per i genitori

per tutti quelli che ti stanno intorno.

     Pregalo ancor perché nei nostri cuori

     regni la vera gioia e perché un giorno

     viva l’umanità senza rancori!

A CINZIA

Con tutto l’animo mio e con affetto,

giacché di tua amicizia mi fai onore,

scrivo questa poesia con amore,

non per mio capriccio o per diletto.

     Sol perché ti stimo e per il rispetto

     che hai avuto per me col tuo buon cuore

     con tanta cordialità e uman calore

     le parole che hai scritto ad un vecchietto.

E’ stato per me un regalo eccezionale:

per un’ottantenne stanco ed avvilito

è qualcosa che sa di celestiale!

     E’ far rifiorire un albero ingiallito.

     Un grazie con l’augurio mio cordiale

     di felicità e successo infinito.

A MONIA

Per la prima comunione

Ti ho visto stamattina un po’ commossa,

con le manine umilmente piegate,

dolce, tenera, come un fior d’aprile,

come una rosa fresca e profumata

in una tiepida notte sbocciata:

alla prima alba di un lieto mattino.

     Oggi è sceso Gesù nel tuo cuore,

     con la Sua grazia e il Suo grande amore

     a illuminar della vita il sentiero

     con la luce che viene dalla fede,

     con la viva fiamma dell’innocenza.

Con te festeggiamo il giorno più bello

da ricordare sempre vivamente:

sia portatore d’altri lieti eventi

di bellezza interiore e di purezza,

da farti splender tra tutte le stelle

con femminile incanto sulla terra.

Gli Amici

BRINDISI A DON ELIO

Bersaglierescamente e con ardore

hai rinnovato Piane Falerone

diffondendo in tutte le persone

un’atmosfera di pace e d’amore.

     Con la tua bontà aperta ad ogni cuore

     e con lieta e sincera convinzione

     che ti fa degno di ammirazione

     a tutti sai lenire ogni dolore.

Tu il bene l’hai fatto e predicato

in venticinqu’anni di ministero

oggi preghiamo Gesù, caro Curato,

     che ad insegnare della fede il gran mistero

     sii sempre in mezzo a noi gaio e onorato.

     questo è l’augurio mio tanto sincero.

IN RICORDO DEL PARRO DI PIANE DI FALERONE

                       DON ELIO JACOPINI

Don Elio carissimo,

   tu ci hai lasciato, hai lasciato i tuoi parrocchiani che ti volevano bene e che tu amavi come una propria famiglia: noi siamo tutti addoloratissimi per la tua scomparsa.

   Sei stato per noi una guida, un maestro saggio, un consigliere spirituale.

   Ti ho conosciuto tanti anni fa, cioè quando dalla vicina Montottone ti trasferisti qui a Piane di Falerone e per motivi economici, famigliari, civici e politici venivi a trovarmi quando io non avevo il tempo di venire a parlare insieme!

   Dovevo a volte aspettare la pioggia per stare ore ed ore insieme. Tu mi consigliavi, mi insegnavi tante cose che io non capivo.

   Nei momenti di dolore accorrevi a confortare, ogni famiglia, ad ogni capezzale ove era un infermo e con parole di luce, con la tua bontà, col tuo grazioso sorriso, così caro, sapevi così bene lenire ogni dolore.

   Tu hai fatto del bene a tutti, specie ai giovani. Quando ne parlavamo cercavi sempre di esaltarne i pregi e nascondere i difetti.

   Eri qui a Piane un faro che risplendeva ed illuminava tutti la via della salvezza.

   Cari amici, Don Elio non fece mai discriminazioni di sorta, amò tutti nella stessa misura, non osservò le differenze tra opposte idee politiche: in poche parole, trattò tutti uguali nella grande famiglia umana, senza discostarsi dal campo spirituale.

   Tutta la sua vita è stata intensa di attività. E’ stato molto altruista, disinteressato, ha pensato più  per gli altri che per se stesso.

   Mi disse una volta: “La mia famiglia è la parrocchia e nulla debbo togliere ai miei figli, piuttosto dare a loro”.

   Sarebbe troppo lungo parlare delle sue attività: la chiesa, la casa, tanti impegni.

   Non sono io all’altezza di parlare del campo spirituale, spetta agli altri più bravi e più competenti.

   Don Elio! Noi parrocchiani ti vogliamo qui nel camposanto di Falerone: ancora in mezzo a noi.

   Sorridente col tuo sguardo benevolo ci parli ancora:  e spiritualmente ti ascoltiamo.

   Addio do Elio, addio, addio! Prega per noi perché dopo la parentesi terrena ci ritroviamo ancora insieme.

POSA DEL MONUMENTO A DON ELIO

   Con questo busto eretto nel piazzale abbiamo ancora don Elio immortalato in mezzo a noi: qui vicino a queste piante che lui tanto amava.

   Vicino a questi sedili, mi pare di vederlo ancora seduto a conversare con i suoi parrocchiani, specie nelle giornate estive quando il male gli vietava la solita vita attiva e movimentata com’era sua abitudine:in mezzo ai giovani che giocavano a pallone, oppure nei luoghi pubblici a conversare con le persone, o dopo lunghe passeggiate a piedi a trovare gli ammalati, gli amici.

   La sua vasta conoscenza di tutte le cose spirituali e umane, il suo zelo sacerdotale, la sua intelligenza, il suo carattere espansivo, lo resero caro a tutti.

   Era sempre presente in tutti i luoghi ove era necessario portare una buona parola di verità, di moralità e di pace.

   A Fermo a fare i corsi di cristianità; a predicare nei paesi limitrofi dove era chiamato in occasione di ricorrenze e festività paesane. A loro Piceno, Belmonte, Servigliano, a Monteleone di Fermo alla ricorrenza della Madonna del Soldato, in piazza tra i bersaglieri egli era sempre presente ed ovunque aveva apprezzamento e stima.

   Troppo approfittava della sua fibra robusta.

   Aveva sempre uno slancio giovanile ed una grande volontà di fare, affrontando ogni difficoltà per l’altrui bene.

   Sempre sereno, sempre col suo sguardo luminoso, sempre gioviale, sempre sorridente, sempre pronto ad incamminarsi sulla strada del colloquio con tutti: con tutti egli dialogava.

   Quante preoccupazioni! Quanti sacrifici, quante difficoltà ha incontrato per costruire la chiesa e la casa; quelli erano tempi difficili per trovare il denaro che occorreva.

   Altre difficoltà per unire la popolazione divisa da opposte ideologie politiche.

   Fece il cinema all’aperto, organizzò la squadra di calcio, procurava le riumioni nella sala parrocchiale senza distinzioni di idee e di categorie di cittadini.

   Egli, al di sopra delle ideologie, al di sopra dei difetti e dei pettegolezzi vedeva la persona, valorizzava la vita materiale e spirituale, gioiva nel vedersi attorniato da amici come un padre dai propri figli.

   Quanti ricordi abbiamo di lui, dei suoi ragionamenti! La sua voce eloquente, le sue parole penetranti scendevano nei nostri cuori con tanta dolcezza.

   Ora lui non c’è più, ma noi lo ricordiamo ed ancora chiediamo a lui di pregare per noi affinché in quelle belle Piane di Falerone regnino sempre la pace, la concordia, la giustizia e l’amore, la sopportazione ed il rispetto reciproco.

   Più ancora chiediamo a don Elio di pregare per il parroco don Giuseppe suo successore perché tutti i cittadini di Piane siano uniti in un solo ovile alla guida di un solo pastore.

DISCORSO IN CHIESA PER LA POSA DI UNA

       LAPIDE IN ONORE DI DON ELIO

   Dieci mesi orsono in questa stessa chiesa gremita, demmo l’ultimo addio al nostro caro don Elio, dico nostro perché don Elio era di tutti noi, il capo della famiglia parrocchiale a cui tutti volevamo bene.

   Egli fu in mezzo a noi per trentasei anni, come maestro, come guida spirituale, educatore, dotato di una grande intelligenza, di un cuore buono e di un perfetto ottimismo.

   Noi lo ricordiamo oggi con la posa di una lapide in questa  chiesa che lui eresse con tanti sacrifici e nella quale parlò, educò, insegnò a tutti noi.

   Da questo pulpito noi apprendevamo la sua parola esplicita, facile e penetrante, lui oltretutto sapeva parlarci col cuore!

   Questa lapide serve per ricordare don Elio non solo a tutti noi che l’abbiamo conosciuto. Il ricordo caro di lui l’abbiamo impresso nei nostri cuori, lo ricordiamo in chiesa quando andiamo a messa, quando ci mettiamo seduti all’ombra, i n quelle panchine, quei sedili e giriamo intorno lo sguardo per gustare le bellezze che lui ci creò, lo ricordiamo volgendo lo sguardo al loggiato dove molte volte conversava insieme: lo ricordiamo entrando nel salone dove lui faceva le riunioni, e dove celebrava la messa durante la sua lunga malattia.

   Ma soprattutto lo ricordano i giovani che gli furono vicini e con lo spirito giovanile di parroco bersagliere, sapeva interpretare i loro sentimenti, le loro ansie e le loro attese, noi a mezzo di questa lapide lo ricordiamo ancora alle nuove popolazioni future che verranno dopo di noi.

   Egli ci ha guidato con la sua parola, con il suo esempio,col suo coraggio nel mare burrascoso della vita!

   Con la sua personalità, col suo sorriso così grazioso sapeva ricondurre all’ovile pe pecorelle sperdute.

   Era molto altruista e disinteressato, amò tutti nella stessa misura senza discriminazioni,  giovani e meno giovani, poveri e ricchi, fu caro a tutti!

   Preoccupato per favorire lo sviluppo qui a Piane di Falerone di cui fu l’artefice primario.

   Per lui la ricchezza, la proprietà doveva sempre, in ogni circostanza, avere una funzione sociale …

   Lo ricordiamo ancora nella sua grave malattia, quando la sofferenza del male, a poco a poco, lo declinava consumando la sua fibra di bersagliere forte e robusto.

   Mi pare di vederlo ancora lungo la strada con la bicicletta a tre ruote, spesso si fermava all’ombra a parlare con gli amici per ore e alla domanda: “Come stai don Elio?” rispondeva sempre: “Bene!”.

   Accettò con molta rassegnazione tutte le sofferenze del male incurabile che lo consumava, anche negli ultimi giorni di vita a chi lo andava a trovare rispondeva col solito sorriso a fior di labbra: “Sto benissimo”!”.

   Si consolava guardando magari dalla finestra tutte le bellezze del creato che lui tanto amava.

   Guardava le piante fiorite, i campi verdi, il sorgere del sole, i silenziosi tramonti e tutte queste cose lo rallegravano, sottoponendosi umilmente alla volontà di Dio.

   Soffriva con molta rassegnazione e negli ultimi momenti, quasi agonizzante, apriva gli occhi per guardare i parrocchiani che lo andavano a trovare come per dal loro l’addio per sempre.

   No! Non ci siamo separati con don Elio, egli vive ancora spiritualmente dentro di noi, vediamo ancora aleggiare la sua figura immortale in questi luoghi, pregherà ancora per noi che serbiamo il di lui ricordo finché non lo raggiungeremo per sempre nella vita ultraterrena per godere anche noi delle beatitudini eterne!

ALLE LAVORATRICI ED AI LAVORATORI

                    DEL TOMAIFICIO

Ero timido e commosso quel giorno del nove giugno,

quando mi onoraste di un prezioso regalo.

Leggevo in voi tante bellezze interiori,

tanta femminilità, bontà e nobiltà d’animo

che si sprigionavano dai vostri cuori.

All’osservare voi o giovani mamme, anziane, fanciulle

Tanta poesia vibrava nel mio cuore stanco,

entro il vecchio stabile illuminato dai vostri volti.

Cominciavate a lavorare  mentre tante parole mi

venivano in mente, che non potei pronunciare,

emozionato dalle attenzioni da cui ero circondato,

tanto da suscitare in me un sentimento di affetto vivo,

un amore non profanato da erotismo,

ma limpido e puro come acqua sorgiva.

E’ verità quel detto poetico:

“spesso nascosti son tra vaghi fiori

aspidi crudi e velenosi serpi

e altre volte ancor li gran tesori

stan sotto i sassi e sotto rudi sterpi”.

Vi esprimo la mia stima con i meritati riconoscimenti

a tutti, operaie e operai del tomaificio

per il pensiero così nobile e gentile nei miei riguardi.

Sperando di scrivere ancora per rinnovare

un grazie di cuore per il regalo che ho tanto gradito,

lo tengo e lo terrò sulla scrivania come ricordo,

tanto caro tra i ricordi.

Cordialmente.

A TUTTE LE DONNE CHE LAVORANO

                   NEL TOMAIFICIO

   E’ Natale! Colgo l’occasione per farvi gli auguri e per rinnovare il mio grazie!

   Come posso io rinfrancare, se non con il mio affetto, con l’apprezzamento e la comprensione per il lavoro che fate?

Vi vedo sempre puntuali in questi gelidi mattini.

   Viene dimenticato spesso, purtroppo,che le donne sono gli angeli delle famiglie, le fonti vive della vita umana: lo dimostra anche la costernazione di una famiglia cui mancasse il sorriso della mamma che consola ed addolcisce.

   Sono le perle che splendono nelle maternità, nelle case, negli ospedali, nelle fabbriche ed in tutte le attività che danno ricchezza all’intera società.

   Formulo i migliori auguri per il Santo Natale e per l’anno nuovo: che porti a voi tutte tanta serenità, prosperità e pace con il riconoscimento per il ruolo importante che vi aspetta come operaie pur semplici per un mondo più giusto e più umano!

   Con tanta cordialità.

CHI E’ MARCELLA?

   Chi è Marcella? Perché alla mia età di 81 anni ho dedicato a lei alcune poesie?

   Marcella è una ragazza che abita a Penna San Giovanni, in contrada Caselunghe.  Da circa dieci anni la incontro più volte al giorno alla guida di un pulmino che trasporta le operaie che lavorano in un tomaificio qui vicino ed io ho voluto sceglierla come simbolo quale capofabbrica, soprattutto per la sua semplicità,la sua attenzione alla guida, la capacità nel lavoro che svolge, sempre a puntino, attiva, scrupolosa e cosciente nell’adempimento del dovere.

   Poi perché la mia maggiore stima, la mia simpatia, il mio modesto semplice scrivere vanno a coloro, donne o uomini che lavorano dalla mattina alla sera con coscienza, come queste umili e semplici operaie che hanno il senso dell’economia e del dovere, beni indispensabili alla società, come personaggi utili, al pari di scienziati, professori, dottori, infermieri, educatori dimenticati e inosservati dalla stampa, in poche parole a tutte le persone di cui nessun giornalista scrive, nessun ne parla dando loro valore umano come veramente meritano, mentre si parla, si scrive, si onorano persone che amministrano male il denaro, che fanno giocarelli alla TV, che sfruttano, sprecano ed amministrano male il denaro sudato dlla povera gente!

   Quante immeritate ricompense, quante buonuscite, quanti onori, quante ingiustizie umane si commettono?

POESIA A MARCELLA (I)

Bella giovanetta che incontro spesso

lungo la strada che passi ogni giorno

ti vedo nell’andar e nel ritorno

alla guida del pulmin nel luogo stesso.

     Con l’animo mio aperto ti confesso

     che a stile giovanil più non m’aggiorno

     giacché so n vecchio, stanco e disadorno

     pur ti auguro di cuor gioia e successo.

Sei negli anni miglior di tua givinezza

che ti basta uno sguardo ed un sorriso

per sentirti nel cuor tanta dolcezza!

     Un fulgente stella in te ravviso

     quando mi specchio nella tua bellezza

     e con i tuoi capelli penzolanti al viso!

POESIA A MARCELLA (II)

Cara Marcella, non prenderla a male

se un vecchierello che tanto ti stima

ti scrive poche righe messe in rima

in occasion del Santo Natale.

     Tu sei schivetta, limpida e leale

     nella scala dei valori sei alla cima

     perché da tutte le altre ti sublima

     la dote natural che tanto vale.

Ti mando tanti auguri con fervore

per Natal, Capodanno e per Pasquella:

goder nel bel giardino dell’amore!

     Or che trascorri l’età tua più bella

     col giovanetto che hai dentro il tuo cuore

     questo è l’augurio mio, cara Marcella!

POESIA A MARCELLA (III)

Come al limpido ciel fulgida stella

e lo sbocciar d’un fiore in mezzo al prato

dietro al bianco pulmino per l’asfalto,

a guida del volante appar Marcella.

     Sempre svelta, vivace, agile e snella

     ha gli occhi belli, il viso delicato,

     atteggiamento nobile e pacato

     dalle idee chiare e facile favella.

Attiva, intelligente e giudiziosa

per lavoro e dover donna esemplare

espressiva, espansiva e generosa.

     Brava per ubbidir e comandare

     beato il giovanetto che la sposa

     perché miglior mai potrà trovare.

POESIA A MARCELLA (IV)

Tanto ancor Marcella, per te scriverei,

pur dovendo la mente affaticare,

ma cosa fuori posto a me già appare

perché più non si addice agli anni miei!

     Pur tuttavia pago già sarei

     tu possa il verso mio u n po’ dilettare

     benché mi avvedo che non so poetare,

     scrivere qualcosa ancor io vorrei.

Il sentimento spontaneo e naturale

mi spinge, dico il ver, con tutto il cuore

a mandarti gli auguri per Natale.

     Il nuovo anno sia per te migliore

     portandoti ogni dono che più vale:

     tanta fortuna, gioia, pace e amore.

AGLI SPOSI (MARCELLA E MARTINO)

Avete scelto un giorno a primavera,

in cui si ridesta tutta la natura,

l’aria si è fatta tiepida e più pura,

s’ode un canto che tanto ci allegra!

     E’ un festeggiar gli sposi! Una preghiera,

     un porgervi gli auguri a dismisura

     di gioia e felicità duratura,

     e un buon auspicio di pace vera!    

Ve lo auguro pure io con tanto ardore:

nei vostri cuori ognor si rinnovelli

lo spirito vital con più vigore,

     per apprezzarvi voi come gioielli.

     La fiamma accesa del giurato amore

     Risplenda sempre in voi, negli occhi belli!

AL MAESTRO GENTILI

Maestro assai sapiente e gentile

che ai tuoi alunni insegni con amore,

nell’aula chiuso stai per lunghe ore

della tua vita in sì grazioso aprile.

     Io elogio e ammiro il tuo benigno stile,

     dei fanciulletti sei il benefattore,

     del campo del saper il coltivatore

     non ti dimostri mai noioso e vile.

Nutriente il succo della tua parola

irrobustisce lor la mente e il cuore

e ricordando ognor la prima scuola,

     quei ragazzetti ti faranno onore:

     la fama ti rimane il tempo vola!

     Io apprezzo la saggezza e il tuo valore!

DISCORSO PRONUNCIATO IN CHIESA

         PER LA IMMATURA MORTE

    DELLA PROFESSORESSA SANDRA

Prima di tutto ringrazio il parroco Don Giuseppe che mi ha permesso di parlare in chiesa per dare l’ultimo saluto, l’ultimo doloroso addio ad una giovane mamma, giovane sposa che oggi ci ha lasciato.

   Ha lasciato i suoi diletti figli che amava tanto, il suo Davide e la sua cara mamma. Tutti sappiamo delle conversazioni umili e fraterne, dell’insegnamento, del modo con cui trasfondeva nei giovani la luce del sapere.

   La vedevamo pregare in chiesa, apprezzavamo la cordialità con cui riceveva in casa ogni persona: senza inorgoglirsi della sua personalità e del suo titolo di studio.

   Sapeva vivere in una semplicità meravigliosa, aveva delle doti non comuni perfezionate con la saggezza e con la grazia di Dio. L’ho rivista questa mattina nella camera ardente dello spedale di Montegiorgio con un volto così angelico che mi ha dato l’impressione di una statua.

   Sandra resta indimenticabile per i giovani che hanno tratto profitto dal suo insegnamento e per noi tutti suoi compaesani che ricorderemo sempre quel suo modo benevolo e accogliente che ci lascia l’esempio della sua bontà.

   Noi preghiamo per te o Sandra e tu puoi fare ancora qualcosa per noi. Raccomanda al Signore la nostra gioventù e il nostro paese.

   Addio!

PER LA CHIUSURA VDELLA FORNACE

Ho rivisto la fornace: fa pena!

Vederla squallida, e già abbandonata,

lì nello spiazzo, intorno assai insozzata

da fradice foglie, erbacce e rena.

     Più non si sente il suon della sirena.

     Or la cornacchia sol nota stonata

     o randagio animal ulula e agguata

     nel rumor dell’acqua del Salino in piena.

Quegli automezzi carichi che vedevo,

quel via vai, quel rumor, quel movimento,

la grande utilità che intravedevo

     il perfetto funzionar d’ogni strumento

     sono le ragioni per cui credevo

     a un serio autorevole intervento!

(L’autore ha lamentato la mancata volontà politica di tenere attiva la fornace rinnovata)

AD ANNA GUALTIERI

Or son molti anni che si fa notare

al mattino, al meriggio, ed alla sera,

d’estate, d’autunno, inverno e primavera

mentre va con premura a lavorare.

     Sempre a puntino nel venire e andare

     in centoventisei la ragioniera,

     tanto gentile amabile ed austera

     sempre ligia al dover, donna esemplare.

La si conosce pur solo a guardarla

d’animo aperto, brava e intelligente,

io spesso mi onoro di incontrarla.

     Per le sue qualità sinceramente

Merita a mio parere di premiarla

Con una stella al merito …. Nascente.

Cari Paesi

RITORNANDO A VEDERE

Vecchia casetta

nera, affumicata,

dopo tant’anni

ti rivedo ancora.

Rivedo lo scalino

là, d’un lato

dove noi bimbi

sedevamo insieme;

il camino

e la pietra consumata,

la cappa col chiodetto

per il lume

ed un altro ov’era appesa la corona

per recitare il rosario

nella sera.

Il soffitto,

la scala di legno

rosa dai tarli

annerita dagli anni,

la cameretta

tutta screpolata

dove dormivo

insieme a mio fratello,

i due scalini

che vanno alla loggetta.

Il forno,

il fornacchiolo frantumato,

la stalla, la cantina,

la capanna.

Il pero, il melo, il ciliegio,

le noccioline

lì la concimaia.

Le grosse querce

vicino alla capanna;

sotto le chiome

si stendea un bel prato

ove noi bimbi

giocavamo insieme

e per gli adulti

affaticati e stanchi,

lieti riposi

nei giorni festivi;

o quando il sole

bruciava la campagna,

nelle ore del giorno

più infuocate.

Il suon del martello

che battea le faldi

il canto confonde

delle cicale.

Le corse per i campi,

la scuola,

il portar buoi e vacche

alla fontana.

Spighetta! La bella cavallina!

Il cenone,

le feste in famiglia,

e Sora Rosa

quando ci portava la befana.

Le veglie d’inverno

al tepor della stalla riscaldati.

Mi per di vedere nonna che filava

mentre mamma tesseva la tela

alla fioca luce d’un lumino

appeso là, d’un lato,

in un localetto tra stalla e cantina.

Rivedo quelle crepe,

il finestrino,

la porticina con i due scalini

che lì scendea

ov’era il telaio:

qualche sera

a mamma tenevo compagnia,

lieto di girare il filarello

con l’arcolaio

che girava insieme;

cari ricordo

dell’età infantile!

Giorni belli!

Tutta semplicità

pace e allegria!

Quando tra ingiustizie

e pensier gravi,

pace non trovo

 o non son tranquillo,

ripenso sempre a te,

vecchia casetta!

A BELMONTE PICENO

Sei bello, pittoresco

ed a me caro.

Da su, dall’alto

domini la valle!

Io da lontano

ognor t’ammiro.

Mi ridèsti i ricordi del passato.

Proprio là il boschetto

di alte piante

Ove si nota natural bellezza;

 e lo sguardo spingi

fino alla marina.

Nascosta tra le querce

Una casetta,

lì nacqui e poi emigrò

la fanciullezza

ma in te tornò

nell’età migliore,

quando tutto si vede più bello

quando il cuore palpita d’amore.

Tra la gente buona e laboriosa

la vita mi passò più spensierata.

Il lieto canto delle fanciullette

par riecheggiar ancor le tue colline,

dove la messe ondeggia come mare

 il contadinel pago si allegra.

Ma più vivi in mente

ancor mi restano

quel colle solatio,

quei pendii solchi coi lenti buoi,

le fresche aurore

ed i tramonti d’oro!

Parmi ancor di sentire

quel cinguettio d’uccelli

ed il fruscio d’ali

sulle querce annose

che con musica gentil

mi venia a salutar festosamente.

In te non v’è cosa:

alberi, strade, vie

e vecchie casette

che non mi ridesti ricordi.

Io son legato a te,

con tutto il cuore

t’amo, paesello mio,

con tanto amore.

Oh amici d’un tempo, vi rivedo tutti;

rivedo ancor la nonna e il genitore

posti lassù, col nipotino

all’ombra dei cipressi.

Vorrei venir pur io stanco

e smarrito nel peregrinare

tra l’ingiustizie umane,

per ritrovar la pace

quassù nell’alto colle

a poter dire:”Mio paesello,

tu mi desti la vita,

tra le festose piante.

Quando il Signore vorrà

te la rendo all’arido colle

per riposare il sonno della pace!”

LE DUE QUERCE

O grosse querce antiche,

mi fate ripensar gli ozi infantili,

i giochi al prato che ancora ombreggiate,

le canzoncine che da giovanotto,

sentivo riecheggiar da ogni luogo,

nell’aia lo sfogliar del granoturco,

lo sceglier la paglia dai covoni;

gli stanchi buoi ruminanti al fresco,

il canto degli uccelli e le cicale,

i quieti riposi sotto ombrose chiome.

O dell’età novella rimembranze!

Sono passati gli anni e sono già vecchio.

Voi invece sempre più belle, superbe e grandi,

par che dall’alto dominate tutto.

Né venti né tempeste v’han logorato,

nessun male giammai v’ha disturbato

e le vostre ghiande ancora belle e dorate.

Riparate gli uccellini nei nidi a primavera!

Voi siete sempre lì e godete le feconde rugiade,

il sol che nasce e i suoi tramonti,

mentre io in qua e in là sbalzato dall’imperversar

d’altre tempeste, vecchio e stanco,

sono tornato a vedervi ancora.

Or siete sole! Non più canti e rumori.

Non giochi di bimbi e svolazzar di polli.

Non più i canti degli agricoltori

 e i muggiti dei buoi.

Vi rivedo e ricordo, le gioie e le persone care.

Or tutto tace! Ed io contemplo

la vita fugace e le bellezze eterne

che mai non bambian col passar degli anni!

BELMONTE

Fertili colli,

sempre dal vento accarezzati,

io vi ripenso ognor e mi sovviene

quando ancor giovinetto, ci abitavo;

i lieti canti di allor dei mietitori,

le ridenti stagion di verdi prati,

di maggio le stellate sere,

quella chiesetta antica, San Simone,

dove alla sera si andava a pregare,

quella vita sì semplice e lieta:

ripenso e rimpiango.

Ti rivedo, o mio paesello,

le tue mura più abbrunite,

i figli tuoi che son partiti,

le scuole, il busto di quel grande

che ti onorò di sua fama immortale!

Ripenso alla casa affumicata

alle gioie, al dolor,

al genitor, al nipotino, alla famiglia,

qua e là sbalzata … Lì era unita.

Io pur son vecchio,

come i tuoi fabbricati, i tuoi alberi,

i tuoi abitanti che son con me qui nati.

Ritornerò da te come tuo figlio,

quando stanco del mio peregrinare

inerte riposerò per sempre

nel tuo silenzioso colle.

RIPASSANDO PER LA STRADA DI BELMONTE

Vi rivedo bei colli belmontesi

ove per trent’anni ho lavorato!

Or qui passando in bicicletta ancora,

mi riporto a quei tempi miei lontani,

vedo messi e rilucenti prati

piante di acacie ed alberi fronzuti,

l’annose querce su cui mi arrampicavo.

Oh! Garruli trilli e cinguettii d’amore!

E lieti canti delle fanciulle

belle sudanti, innamorate e schive.

Ripenso … a quei buoi placidi e buoni

che un muggito facean per salutarmi

se un momento da lor mi allontanavo,

…  quegli incontri!

… al passeggiar nelle stellate sere!

… alle liete attese nei giorni festivi!

…   alla casa crollata i cui mattoni

mi parlano ancor delle passate cose.

Al ripensar, quanti ricordi sono in voi racchiusi,

o ameni colli della mia Belmonte

del tanto caro a me natio paesello.

LA STAZIONE DI BELMONTE PICENO

Che solitudine!

Depressa e disabitata

la stazionetta!

Ricordo il movimento di una volta!

Quanta gente qui ho visto

arrivare, partire, sostare e parlare

in sala d’astetto …

Giovani, che partirono piangendo

per la guerra,

che io fin qui ho accompagnato.

Quante corse per prendere

il treno che mi portava a Fermo,

quel trenino che per tanti anni

ho visto correre su e giù

per la Val Tenna.

Quanto eri carina stazionetta!

Intorno circondata da fiori,

in aiuole del bel giardinetto …

Ricordo Giacinto, Maria

che oltre a capo stazione

accudiva alle cure esterne

e interne per far sempre più bella

e più accogliente la stazionetta.

Or ti rivedo circondata da rovi ed erbacce:

io solo e triste seduto

ov’erano i binari

della strada ferrata,

penso alle cose che cambiano,

invecchiano e finiscono.

Anch’io son solo,

non più circondato

da giovani amici

e giovanette di un tempo;

solo e pensoso aspetto!

Non il trenino che passa,

non il parlar di gente

che arriva e parte,

non aspetto coloro

che non ci sono più,

nella mia memoria;

ma il mio treno

veloce corre

per il viaggio

senza ritorno!

DAVANTI AL MONUMENTO DEL PROFESSORE

SILVESTRO BAGLIONI IN BELMONTE PICENO

Tu sei stato la gloria belmontese,

Iddio ti diede il portentoso dono

di tanta intelligenza, onesto e buono,

la fama tua nel mondo ognor si estese.

     Con tutti sempre affabile e cortese

     io qui avanti, riverente e prono

     ricordo lo scienziato, il grande, il buono

     orgoglio e vanto del nostro paese.

Chi non ricorda il tuo grande cuore?

O nel dolce tuo parlar con tutti eguale,

pel tuo paesello avevi un grande amore!

     E questo monumento tanto vale

     perché la scienza abbia più valore

     e per l’umanità resti immortale.

IL PROFESSORE SILVESTRO BAGLIONI

   Il professore Silvestro Baglioni nacque a Belmonte Piceno il 30 dicembre 1876, in contrada Colle Ete. Il padre Nicola faceva l’agricoltore. Fin da fanciullo dimostrò una spiccata simpatia ed una ferrea volontà per lo studio,tanto che mio padre che era amico di famiglia mi raccontava che il padre Nicola era entusiasta dell’intelligenza del figlio che studiava nel liceo di Fermo.

   Quando ero giovinetto, abitavamo a Falerone e ogni tanto veniva a casa qualcuno di Belmonte e parlava di questo famoso personaggio.

   Nelle elezioni politiche, mi pare nel 1919, mio padre si impegnò a far votare per lui. Per la prima volta,a dir la verità, non furono molti quelli che lo votarono a Falerone.

   Conobbi personalmente il professor Baglioni nel 1923 quando da Falerone ci trasferimmo a Belmonte Piceno mio paese natio.

   So che poi fu eletto deputato con un gran numero di voti. Al parlamento furono numerosi i suoi interventi specie nel campo scientifico e della medicina.

   Si distinse sempre per le sue pubblicazioni e spesso leggevo i suoi articoli nei giornali del tempo. Fu accademico d’Italia  in Svezia.  Ricordo si aver letto che aveva studiato una medicina estratta dal granturco.

   Si distinse sempre quale professore di medicina insegnando all’università di Roma. Parlare dei suoi meriti, dei testi universitari da lui scritti, delle sue numerose pubblicazioni scientifiche, è competenza degli studiosi, ho voluto solo accennare a qualcosa di mia conoscenza.

   Potrò invece raccontare di lui, del comportamento con i paesani, della sua bontà, dell’altruismo di questo grande umanista.

   Il professor Silvestro Baglioni fu esempio di onestà, altruista disinteressato. Non ho mai saputo che abbia fatto pagare le sue visite mediche agli abitanti di Belmonte e dei paesi vicini.

   Continuamente la gente si recava da lui per cure mediche e consigli.

   Mi sembra di vederlo ancora passeggiare, col bastoncino in mano, lungo la strada che dal paese segue per Servigliano, insieme con gli amici.

   Egli non faceva differenza se erano operai, contadini, oppure medici, o personaggi di grande cultura.

   Lo vedevo sempre attorniato da persone, quando ritornava a Belmonte per le vacanze estive.

   Aveva amore per il paese nativo, tanto che quando abitava a Roma non trasferì mai la sua residenza.

   Lo vedevo spesso giocare a carte con gli amici, specialmente muratori, operai che nelle serate estive tornavano dal lavoro quando c’era ancora il sole, e lui era ad attenderli passeggiando sullo spiazzale delle scuole per fare insieme una partita a carte attorno ad un tavolinetto all’ombra degli alberi davanti alla scuola.

   Spesso veniva nella mia abitazione, entrava nella stalla a vedere le bestie, s’intratteneva a parlare dei lavori agricoli, molte volte entrava nella cucina che era alzata dal piano terreno solo di tre scalini, si intratteneva con le donne a parlare di cucina, di cibi più o meno salutari, poi andava a vedere la chiesetta di S. Simone quale antichità architettonica, aveva molta passione per le opere d’arte.

   Quando nel 1943 passarono le truppe tedesche in ritirata, era a Belmonte e fu proprio lui a salvare questo paesino occupato da tedeschi e ciò perché parlava benissimo la loro lingua, e vi erano persino ufficiali ai quali lui aveva fatto scuola e così ci salvò dalle rappresaglie che ci avrebbero fatto.

   Credo che la sua scomparsa abbia lasciato un gran vuoto nel campo medico. Egli rimarrà nella storia e nel ricordo di tutti noi che l’abbiamo conosciuto e di quanti l’ebbero come maestro nel campo della medicina, e dei giovani.

   In ricordo di questo grande personaggio, professore, scrittore, umanista, scienziato, il comune di Belmonte ha posto un busto davanti alla scuola.

   Ricordo bene quel giorno quando Belmonte festeggiò la posa del busto, io ci andai insieme all’onorevole Francesco Concetti di Falerone, allora deputato, che rimase stupito perché non sapeva che Baglioni avesse tanto merito. Vi erano molti personaggi oltre ai direttori dei principali ospedali italiani e stranieri.

   Erano presenti anche uomini di grande cultura e di governo, compreso il ministro della sanità Vincenzo Monaldi, suo allievo,  che ne illustrò i meriti e ricordò le tappe più salienti della sua onorata carriera.

LA CASA A BASCIONE

  Dove abitavo fanciullo

Colle in cui abitavo un tempo,

nostalgico il mio cuor di rivederti,

ripenso, guardo e osservo in ogni luogo,

ma ohimé, che pena, che dolor io sento!

Veder la casa abbandonata e sola,

le soglie erbose, il vecchio selciato

coperte di rovi;

le ortiche hanno preso il posto delle rose.

Or tutto è desolato, tutto incolto!

Odo il lamento della madre terra

che accorata rimprovera i suoi

figli di oggi; rimpiange gli avi.

Il grano bello biondeggiante al sole

il granoturco nell’aia, i buoi,

le pecore, lo svolazzar dei polli nel cortile

sono i ricordi della fanciullezza.

Amata terra, attendi sperando

qualcun che ti riporti a nuova vita.

Se i miei settantadue anni fosser venti

in questo colle ritornerei a rivoltar le zolle

a ridarti l’antica giovinezza,

per rigodermi ancor quel venticello

e, da sopra il monte,

i bei tramonti estivi!

LA CHIESA DI PIANE DI FALERONE

Nobile, maestosa

sopra l’altre case,

con la facciata

che dà sulla strada:

ben attira

l’occhio del passante,

la bellezza angelica, divina

della chiesa parrocchiale

ove si possono osservare

vetrate artistiche moderne.

Riscaldamento, altoparlante.

La casa del Signore,

quanto è bella!

Qui si ravviva la fede

del credente,

del peccator pentito

e penitente

perché il Signor

cancelli ogni peccato.

Dentro al cuore,

quando si prega

si sente una gioia

che esprimer non si può:

il pensier s’innalza

verso il cielo

e la luce riflette dall’alto.

Un altro luogo

più splendido ancora

di riflesso vedi

con gli occhi della fede.

Benedici Signor

il nostro curato

che tanto zelo ha

per la Tua casa:

è ricco di sapere e di bontà.

Fa che seguiam la via

che lui ci addita.

Premialo ancor

di bene e lunga vita

perché dall’opera sua,

così feconda,

nessuna pecorella

sia smarrita!

Qui si conforta

chi soffre nel dolore,

chi l’ingiustizia umana,

or rattrista.

Chi dal retto sentiero

si è smarrito

ritrova la via

che al ciel conduce.

In questa chiesa

mi piace pregare,

mi par più accetta a Dio

la preghiera.

E quando l’anima dal corpo

si dischiude,

per l’ultima volta,

qui mi porteranno

col bagaglio di colpe e di peccati:

allor, Signore,

infinitamente buono,

sii indulgente con me con il perdono

e fammi degno

di salire in cielo!

       PIANE DI FALERONE

La festa per i duemila anni dalla nascita

Sono duemila anni

che nascesti, o Piane;

Falerio Picenus fu

tuo antico nome.

Nascesti al centro

tra mare e montagne,

tra pittoreschi monti

e il fiume Tenna:

tra il bello artificiale

e naturale.

T’amo e t’ammiro,

mia piccola patria,

e sento per te

piacevole attrattiva.

Quando all’ombra seduto

spingo lo sguardo intorno,

gusto una panoramica bellezza,

un non so che di dolcezza

e di poesia che mi rallegra,

ma non so spiegare.

Sei bella Piane,

bella in ogni tempo!

O che annunci il giorno

l’aurora mattutina

col venticello che vien giù

dai monti;

o nelle notti estive

al ciel sereno

col canto degli uccelli;

o che il sol si nasconda

dietro i monti lassù

e gli ultimi raggi a noi

danno l’addio:

allor splendono le luci

lungo i bei viali,

ornati da giardinetti

e da palazzi,

da aiuole fiorite e cipresseti.

Amo i tuoi declivi

e i tuoi vigneti

ed i pregiati ulivi,

i tuoi abitanti ricchi

di iniziative,

i tuoi giovani

che amore nutrono

allo studio e al lavoro

e chi si adopera

perché tu sempre più grande sia,

come lo fu un tempo

Falerio Picenus.

PIANE DI FALERONE

Quabro sei bella, Piane a primavera

quando il sole riscalda le giornate,

senti il profumo delle piante in fiore

e sui terrazzi sboccian fiorellini …

Ancor più bella sembri quando è sera,

quando il sole ci dà l’ultimo addio,

gli ultimi raggi specchia alle vetrate,

l’aria più dolce appare e più leggera,

il traffico più intenso, in un via vai

ti dà l’aspetto di città moderna!

Tornano gli operari dai cantieri

e i giovanetti giocano a pallone;

il parroco gentile e bersagliere,

sembra un tenente in mezzo ai soldati,

assiste sorridendo la partita

finché il rintocco della campanella

richiama tutti e invita alla preghiera!

Ovunque lo sguardo giri tutto è bello!

Case e palazzi di novello stile,

vi son le case antiche medioevali,

ruderi ancor dell’antica Faleria,

 fan da cornice i pittoreschi monti

ricchi di olivi, di frutti e di vigneti,

ma più che spicca, di colore rosso,

l’alta chiesa che domina

i fabbricati che stanno d’inorno

perché i fedeli volgono lo sguardo

lassù in alto al di sopra delle natural bellezze.

Bello vivere qui in lussuosa valle!

Una visione che rallegra e piace,

allo sguardo, all’udito e al pensier!

SERVIGLIANO ANTICO

Attento guardo questo  monticello

dove fu un tempo Servigliano antico!

E’ proprio pittoresco e tanto bello,

circondato di verde e di arboscelli.

Il primo raggio del sol qui si rispecchia

E l’ultimo al tramontar dà il suo saluto!

E’ bello qui guardar da tutti i lati …

È posto panoramico davvero!

Qui l’amico Rinaldi le sue ottave

con la sua bella voce fa echeggiare,

qui di poeti è  una canora schiera

che più belli ancor fan questi luoghi

e li descrive con tanta maestria

che io ne rimango sì meravigliato …

Perché la natura non  mi ha fornito

di tanta intelligenza e bravura

per cantar le bellezze de ‘sto sito

e descriver la bontà, la storia vera

di un antico e rustico paesello?

L’Agricoltura

BELLO FAR L’AGRICOLTORE

Nei campi è davvero la vita!

Al profumo dei fiori del prato,

lavoro, e lavoro accorato

col cuore gioioso e sereno

     Sia che zappo, che aro o che mieto

     Sotto i raggi del sole cocente

     in ogni momento si senton

     le speranze intessute nel cuor.

Questa è l’arte nobile, antica

cantata da illustri scrittori,

è la prima che in patria e fuori

muove tutto il commercio dell’uom.

     La bellezza ai campi si ammira,

     dai bei colli all’ampia pianura

     coltivata e retta con cura

     dalla mano dell’agricoltor.

Ovunque lo sguardo si gira

pago è l’occhio, e un amore sentito

par dica: “A restare ti invito

nei campi al proficuo lavor”.

     La terra vuol bene ai suoi figli

     la terra dà il pane che è oro

     dà prodotti come un tesoro:

     diamole dunque il suo valor!

LA MIA ARTE

Io son così, contadinello,

miseramente vivo e il mondo godo

lavoro tutto il giorno e son tranquillo

in mezzo ai campi dove tutto è bello,

dove si gode una pace infinita

e l’aria si respira pura e sana,

in compagnia dell’acqua cristallina:

questa è la vita da me preferita …

L’AGRICOLTORE

Che bella cosa far l’agricoltore,

godersi una bellezza indefinita;

davvero si può dir: “Questa è la vita!”

In cui pur regna vera pace e amore,

     nel lavorare con lena e con ardore.

     Questa è l’arte per me la più gradita

     da cui sorge una speme direi infinita

     per l’indefesso e buon coltivatore.

La terra giammai si mostra avara,

dà per poco l’indorato pane,

lasciare mai non potrei, tanto m’è cara.

     Non si disvii verso le mete vane!

     La terra è il cuor che tutto a noi prepara,

     la terra è fonte di ricchezze umane!

L’ARATRO

Non è la vanga ancor

dei nostri padri

ora è l’aratro con la punta d’oro.

Traina il trattore gli aratri lucenti,

rivoltano le zolle ad una ad una.

Le livella tutte l’un sull’altra:

tutto il terreno arato è assai più bello!

Ripenso ai tempi miei lontani

quand’andavo coi buoi.

Quant’era duro levarsi nella notte

e sempre curvo sull’aratro nel polverone

che la zampe dei buoi faceano alzare.

In quel colle solitario belmontese

mi rallegravan l’albe mattutine,

il canto degli uccelli,

le voci dei contadini intorno,

camminando su e giù in ripida china,

per giorni e giorni … non finivo mai.

Aravo, tutta la stagione estiva!

Or lavorar la terra è un’altra cosa;

non è un lavoro duro, come allora

e non mi stanco più anche se vecchio!

Vorrei diventar giovane ancora

Per dedicare, terra, tanto amore,

a te, gran madre nostra,

tanto cara! Tutto ci dai:

ci insegni ad essere buoni,

fai brillar negli occhi la speranza

e dall’alto, con Dio, ci benedici!

Ho ritrovato queste tre poesie nel giornale “L’amico dell’agricoltore” che le pubblicò in tempi diversi per l’agricoltura: più miserella, più lavoro, più poesia e tanta serenità.

PROPAGANDA PER L’ABBONAMENTO A

      “L’AMICO DELL’AGRICOLTORE”

La grande utilità e il certo valore

la gioia che procura ed il diletto

è tutto qui o lettor nel giornaletto

che è questo “Amico dell’Agricoltore”

     Se in pratica si mette con amore

     l’insegnamento suo così perfetto

     ogni agricoltor è senza difetto

     grazie all’insigne e bravo direttore.

E’ la luce che illumina il da fare

che dà progresso alle campagne: dico

risveglia, insegna e sprona a migliorare

     dell’arte dei campi informatore antico

     che sempre più ci ha fatto guadagnare

     tutti leggiam l’agricoltore amico.

LA MIETITURA

Quando si mieteva a mano con la falce, nei tempi in cui l’agricoltura aveva più valore, a capo dell’Ispettorato era il professore Nicola Tozzi Condivi ed io ero legato a lui da un’amicizia sincera.

Vivere in mezzo ai campi è una bellezza

si ammira il grano d’oro che è un’incanto

nei campi solatii incomincia intanto

la mietitura con tanta accortezza.

     Ormai di un buon raccolto si ha certezza,

     e i mietitor si pongono d’accanto

     le curve falci che al dorato manto

     crea di solerti lampi argentea brezza.

Che dolce festa è la mietitura!

Canti, entusiasmi crea ai suoi cultori

che tutto l’anno attendon con premura …

     Ambito premio avran gloria e onori

    che si consacra per l’agricoltura

    arte sublime di tanti valori.

PRIMAVERA

Con l’aria che si sente riscaldata

e il cinguettìo di augelli più festosi,

giorni più belli, splendidi e gioiosi,

sento che la primavera è ritornata.

     La campagna che si vede ornata

     di seminati verdi e rigogliosi

     rende gli agricoltori più orgogliosi

     delle fatiche e dell’arte lor pregiata.

Veder gli ameni campi a primavera

suscita ardor nell’animo e nel cuore

che in tutti i tempi ne gioisce e spera;

     nei campi si lavora con amore

     col cuore contento e l’anima sincera

     che infonde più salute e più vigore.

VERSO IL TRAMONTO

Ormai mi avvio verso il tramonto

come foglia ingiallita esposta al vento

nel denudato autunno,

appesa ancora nel ramo della vita

ed il primo venticel la spinge a terra.

Indietreggiando il pensier nel mio passato

mi rivedo allo specchio.

Or non sono quel giovanetto di un tempo

vestito di tessuto al telaio.

Con quello mi vestivo nel dì di festa.

Giorni sereni erano quelli!

Pieni di vita spensierata e gaia

Veglie serali ed amorosi incontri,

ma il mondo è bello ancor come allora.

Pure ora torna a rifiorire la primavera,

e torna maggio con l’odor dei fieni,

col festeggiar degli uccelletti in coro,

nei boschi profumati e campi verdi,

lungo le strade, nelle città e paesi

passeggiano ancora le coppie innamorate.

Il sole riscalda nei meriggi estivi,

l’alba e i tramonti sono come allora,

nell’ordine natural nulla è cambiato.

Ma per me mai più tornerà la primavera,

sono già vecchio, brutto, affievolito

e stanco,mia mano più non scrive

ed il mio cervel delira.

A che ha giovato affaticarmi tanto?

A che tanto sgomento?

Cosa val la mia vita?

Cosa sono io al paragon di Dio,

al creato, all’infinito?

Un briciolin di sabbia in riva al mare

un moscerin invisibile.

Io sono creatura e nell’eterno

alfin sarà mia sorte.

Non per mio vanto né per doti

natural che non ho avuto

onde lenir le sofferenze altrui.

Sempre al silenzio dei campi ho lavorato,

come albero senza frutti

strerile e dimenticato nel più semplice lavoro!

Gli uccelli  mi cantavan

le canzoni … bei versi recitava

l’usignolo e serenate mi facean le rane.

Così mia vita in un balen vissuta

or che il mio partir più si avvicina

ripenso, ricordo e chiedo venia

delle mie mancanze e che mi accolga

Dio lassù nel cielo!

       BREVE RACCONTO DELLA VITA

NELLE CAMPAGNE DALL’UNITA’ D’ITALIA

                      AI NOSTRI TEMPI

   L’unità d’Italia fu una grande conquista per quell’Italia allora divisa in sette stati.Si fecero tante cose belle che sono passate alla storia con i grandi personaggi dell’era risorgimentale.

   Furono invece trascurati gli interessamenti per i lavoratori dei campi che erano oppressi e schiavi dal grande capitalismo terriero.

   Ai quei tempi in campagna esisteva molta povertà, sia per la mancanza dei mezzi che la scienza non aveva ancora messo a disposizione dei lavoratori dei campi,  sia perché si era schiavi dei grandi proprietari terrieri, latifondisti di grande e media borghesia, principi, conti, marchesi, eccetera.

   Io sono nato nel gennaio 1906 a Belmonte Piceno, in un terreno dell’allora proprietà del conte Luigi Morrone Mozzo di Fermo; un luogo delizioso per la caccia, ricco di querce e di altre lussuose piante, con fabbricato annesso, usato dal padrone per le riunioni di personaggi illustri di quel tempo. Venivano lì a pranzare, a giuocare e bisbocciare specie in autunno all’apertura della caccia.

   Il conte Morrone aveva migliaia di ettari di terreno tutti coltivati da mezzadri. Vi erano molti amministratori anche perché la sua proprietà era un po’ frazionata con dieci grandi fondi tra Belmonte e Montottone (Forche di Tenna), molti altri a Fermo, Morrovalle, Monterubbiano ….

   Questi conti avevano molta servitù, fattori, contabili, magazzinieri, addetti ai cavalli, personale di servizio interno, camerieri e servi, in poche parole un piccolo “parlamento”; quando al mezzadro occorreva qualche cosa si doveva rivolgere al fattore che a sua volta lo faceva presente al ministro oppure al contabile se era di sua competenza.

   Ricordo inoltre il conte Marcello Gallo di Amandola, il conte Bernetti di Fermo, il conte Ganucci di Montegiorgio che oltre ad una grande proprietà terriera in Toscana aveva terre fertili ed irrigue a Piane di Montegiorgio e potrei elencarne molti altri, come i conti Piccolomini e Corsi di Belmonte Piceno, i Vinci di Fermo …

I prodotti venivano divisi in tre parti: due per il proprietario ed una per il mezzadro, ma l’oliva veniva divisa alla quinta parte: quattro per il proprietario ed una per il mezzadro.

   Nel 1915 scoppiò la grande guerra e tutte le forze giovanili partirono per la guerra: rimasero nelle case solo donne, vecchi e bambini.

   Alcuni proprietari, per non avere terreni incolti,  premiavano gli sforzi di costoro dividendo i prodotti a metà, ma per la verità erano in pochi.

   Terminata la guerra, i contadini stanchi della trincea e delle ingiustizie umane formarono le leghe bianche e le leghe rosse: fin dal 1917 cominciarono le lotte nelle campagne, ancora non terminata la guerra, poi nel novembre del 1918 erano in piena funzione.

   Mi ricordo nelle aie, le trebbiatrici ferme, circondate dai contadini armati solo di bastoni e furcine, che non facevano trebbiare finché il proprietario non decideva di dividere il prodotto a metà.

   Fra i personaggi che capeggiavano le leghe bianche del partito popolare di allora ricordo Sobrini di S. Elpidio Morico, rimastomi impresso come parlatore, trascinatore di folle. Lo ricordo bene: quando parlava le sue prime parole erano rivolte alla forza pubblica per giustificare l’insurrezione delle masse. Le leghe bianche e le leghe rosse facevano una lotta comune con lo slogan “Evviva le bollette* – Abbasso le scarpette” (* delle scarpe) finché ci fu la scissione nel 921 del partito socialista e nacque il Partito Comunista Italiano.

   Ricordo bene la settimana rossa capeggiata da Pietro Nenni ad Ancona che dette sì esiti positivi per un breve momento, ma poi finì male perché il suo compagno Benito Mussolini,  allora direttore del giornale “L’Avanti”, per porre fine al disordine che regnava, alle lotte e agli scioperi a catena si staccò completamente da Nenni, dando vita ad un altro movimento: il Partito Fascista.

   Ci fu allora un immediato benessere nelle campagne; nel 1922 si stipularono nuovi contratti di mezzadria e tutti i prodotti agricoli per legge dovevano essere divisi a metà. Finirono tutte le lotte: ogni comune nominava due rappresentanti: uno in difesa dei proprietari, l’altro in difesa dei mezzadri. Ogni piccola questione veniva discussa ed appianata insieme:  quando non si raggiungeva l’accordo si faceva il verbale e si mandava in tribunale ove veniva giudicato con sollecitudine.

   Ritornò così la pace nelle campagne. Cominciarono subito le bonifiche dell’Agro Pontino dove le terre erano tutte incolte e dove regnava la malaria (febbre terzana) e sorsero lì molte città: Latina, Pomezia, Sabaudia, Cisterna ed altre. Si fecero fondi con nuove e moderne case, con superfici di circa dieci ettari, e forniti di irrigazioni. Fu quella la vera riforma agraria perché essi furono gratuitamente assegnati ai contadini, soprattutto veneti, con famiglie numerose.

   Vi era un certo ordine, riprese di molto il valore della moneta italiana, nel 1931 fu al culmine che durò fino all’entrata in guerra. Poi incominciò lo scontento pure di quelli che avevano inneggiato al Duce.

   Non fu per gli italiani una guerra voluta. Finita la guerra avvenne quel che avvenne! L’esercito sbandato. Si istituirono in ogni comune i comitati di liberazione.

Si incominciò a discutere della gente dei campi. Mi ricordo che io disapprovavo il metodo violento con cui altri intendevano arrivare alle più alte conquiste sociali nella campagne. Preferivo raggiungere il benessere dei contadini attraverso la dialettica, le leggi più umane e più giuste senza ricorrere alle lotte selvagge, alla banalità ed all’odio.

   Era allora un tema preoccupante quello della gente dei campi, in quanto viveva in campagna un numero esorbitante di persone per cui non era possibile una vita decorosa con i pochi redditi della terra, redditi da destinare a troppe persone.

   Si bloccarono le disdette, si riaccesero le polemiche, le lotte, poi avvenne il lodo De Gasperi che consisteva in una percentuale sui prodotti divisi anche per gli anni precedenti, finché non si stipularono per legge contratti con la divisione dei prodotti al cinquantatre per cento a favore del mezzadro, percentuale che poi fu alzata al cinquantotto per cento.

   Si dette così avvio alle discussioni della riforma agraria cominciata dall’allora ministro Segni, sollecitata dalle organizzazioni sindacali e dai maggiori partiti politici. Contemporaneamente cominciava l’esodo dalle campagne soprattutto i giovani fuggivano in massa per andare nelle industrie, nelle città in cerca di un lavoro più decoroso e di maggior reddito.

   Si è discusso per anni ed anni il passaggio per legge dalle mezzadria all’affitto. Sono stati fatti molti disegni di legge per la proprietà contadina. Una delle migliori ha fatto sì che la maggior parte dei contadini, specie nei paesi collinari,  diventassero proprietari dei terreni che coltivavano. Sono intervenute le macchine ad aiutare l’uomo nel lavoro dei campi, sono state create nuove industrie, nuovi posti di lavoro. Qualche industriale acquista terreni per mettere al sicuro i propri risparmi e fa grosse aziende. Il mezzadro ha reddito minimo.

   Si sono fatte leggi per aiutare gli agricoltori con prestiti a tasso agevolato per attrezzi, macchine agricole, stalle, trattori, irrigatori ….

   Di recente è stata varata una legge per il passaggio dalla mezzadria all’affitto;  ma la mezzadria è  già finita per morte naturale, perché il mezzadro oggi non potrebbe vivere con i prezzi così poco remunerativi dei prodotti in rapporto al costo di produzione.

   Con l’entrata dell’Italia nel Mercato Comune, l’agricoltura italiana non è stata agevolata in quanto non siamo competitivi per ragioni di clima, di frazionamento dei terreni, dalla loro natura pedologica, oltre che per l’aumento indiscriminato dei costi di produzione.

   Vedo, a mio parere, uno squilibrio di massa creato dalla partitocrazia e dai sindacalisti:  alti stipendi in certi settori e bassi in altri; lavoratori occupati con pensione ed altro reddito, mentre ci sono molti disoccupati. Anche l’uso indiscriminato del denaro pubblico crea scontenti.

   Ma ritornando al tema: la campagna, oggi,  se non arricchisce come l’industria ed il commercio e se richiede molti sacrifici, pur tuttavia ciò viene compensato dal vivere all’aperto ed a contatto con la natura in un lavoro libero e responsabile che prima o poi riprenderà il ruolo importante che le spetta, quale arte primaria  fin dai tempi più remoti della storia dell’uomo a cui sono legate le industrie, i commerci, i trasporti ecc. …

        Beato colui che vive

        nei lieti campi suoi

        proprio cultore.

Meditando

O DIO, TI RINGRAZIO

O Dio, Ti ringrazio delle bellezze del creato

che davanti ai miei occhi si spalancano:

i pittoreschi monti, il mar, le valli,

tutto dipinto d vari colori.

Boschi rallegrati dagli uccelli,

bianche casette e luccicanti fiumi,

il profumo dei fieni,

le ondulate messi,

al piano e al monte olivi e frutta

e fiorenti vigneti,

o Dio grazie della tua Provvidenza!

La pioggia che rinfresca

e che disseta l’amica terra

l’uom fornisce per umani bisogni.

La luna che risplende, le stelle,

il ciel turchino:

tutto un insieme di cose belle.

Grazie della fede, di quel fascino sublime

che in alto mi trasporta

e della divina tua bontà

che mi fa godere queste bellezze terrene.

Illumina Signore, il mio cammino

nel buio della notte che mi circonda.

O DIO, TI VEDO

O Dio, Ti vedo nei limpidi mattini d’estate,

ogni volta che sorge l’auora,

e quando il sole splende nel cielo.

Ti vedo quando i miei occhi guardano lontano

tra i campi verdi   ,

o al di sopra dei monti, al di sopra delle nubi.

Ti vedo quando gli alberi fioriti,

col venticello primaverile,

gettano via i petali profumati

e gli uccelletti festeggiano

tra le novelle foglie.

Ti vedo nelle brezze mattutine d’autunno,

quando le foglie ingiallite

si staccano dal verde ramo

e danzano a terra col vento,

nelle immense pianure

di messi ondulate dal vento,

nell’umile fiorellino

sperduto nei boschi,

nell’acqua che scorre li,pida

lungo i fossati profumati di viole;

nella pioggia che cade;

nel bianco lenzuolo di nevi;

nelle brine notturne che spazzano via

le lordure del nostro pianeta.

Ti vedo e Ti prego

per tutta l’umanità sofferente,

per gli scienziati e per gli uomini

che detengono le sorti del mondo:

i talenti che ad essi hai donato

siano spesi per il bene comune

e siano promotori di pace

 e di benessere per tutti i popoli.

Inoltre Ti prego

per tutti quelli che lavorano:

gli operai delle industrie,

le giovani donne dei calzaturifici,

gli agricoltori e gli artigiani,

gli insegnanti, gli educatori

ed i religiosi;

per tutti ed in tutti i luoghi

penetri il raggio della tua luce

vivificatrice

e i loro occhi, nel proprio cammino,

vedano solo

bellezza.

O DIO, TI PREGO!

Quando vedo i bei prati

di verde tappezzati,

la violetta nata nei fossati

e ogni albero che emana

grato odore,

odo il fischiettar del merlo

lungo le siepi

tra le novelle foglie,

o il gorgheggiar dell’uccellin

sul far del giorno

mentre l’oriente s’irradia

di splendore,

col mio pensiero vado

a Dio Vicino!

Quando, stanco e sudato dal lavoro,

un attimo mi siedo,

volgo lo sguardo al cielo,

o Dio, Ti vedo!

Quando sboccia un fiorellino,

si dischiude poi

e nasce il frutticino,

cresce e matura

sotto gli occhi dell’agricoltore,

o Dio, Ti penso!

Quando un delizioso venticello

dall’albero i petali trasporta

come fiocchi di neve

nel pioppeto,

o Dio, Ti prego!

E quando guardo

alle stellate sere,

il mio pensier

su in alto sale:

o Dio, sei grande!

Quando nel mio campo arato

tra fresche zolle

mi par vedere

l’ondeggiar di messi,

verso il cielo

innalzo la preghiera!

Viene la pioggia

mitiga l’arsura,

crescon le piante

e i seminati:

Iddio provvede!

Quante cose ci insegni

o madre terra!

Maestra di bontà!

Chi in te rimane

e in te spera

gode delle bellezze naturali,

Dio lo premierà

con la sua grazia

perché al silenzio dei campi ancor

lavora e prega!

IL LAVORO MATTUTINO

Zappo con lena a braccia riposate

lungo i filari pria che sorga il sole

tra il festoso risveglio degli uccelli

e il profumo delle piante in fiore.

La brezza mattutina mi accarezza

mentre l’oriente di luci si colora

che annunciano il giorno

e spengono le stelle.

Gioisco in cor

e piano di speranze

verso il limpido ciel volgo lo sguardo,

vagando col pensier tra cielo e terra:

contemplo la bellezza dell’infinito:

Dio splende e regala il creato

benedicendo la fatica umana!

AL SOLE

Sei bello, sei vita, rischiari,

riscaldi, risvegli, dai forza,

bruci e sconvolgi le zolle,

asciughi e fecondi:

sei il migliore degli astri lucenti.

Dio ti ha dato potere

per tutti gli esseri

dagli uomini a tutti gli animali

che volano o strisciano in terra,

dagli alberi giganti all’umil fiorellino

sperduto tra le desolate montagne.

Senza di te la vita sarebbe morta.

E’ merito dei tuoi raggi

questo miscuglio di soavi odori

di fiori, di foglio, di piante,

che si spande nell’aria

che noi respiriamo.

Rispecchi i tuoi raggi

nell’acqua cristallina

che scorre lungo i fossati

nei fiumi che solcano

queste fertili colline marchigiane,

incanto di naturali bellezze

che io vedo, sento, assaporo,

grazie a Dio

che mi fa essere

in questi luoghi belli

in cui lavoro, prego e spero!

IL TRAMONTO D’ESTATE

Com’è bello il tramontar del sole

quando i suoi raggi tremuli, dorati

si proiettano sui campi dal ciel sereno.

L’aria allor si fa più dolce, s’allieta,

rinfresca, piace, conforta

dopo l’afoso ed infuocato giorno.

Oh lieti tramonti estivi!

Oh bei tempi della giovinezza,

quando nei colli verdi scampagnati,

m’era caro lavorar tra profumati fieni

o nei lieti canti della mietitura,

oppur tra zolle rivoltate al sole

che nell’indurito suol rompea l’aratro

allor trainato da pacati buoi.

Ora l’ombra avvolge la pianura

mentre tra i monti color di fuoco

si spegne il sol e si fa sera.

Non è così il tramonto della vita

in cui l’ombra tenebrosa e scura

ci avvolge tutti:

pianto e duolo intorno, tutto è buio.

Ti prego, Signore,

perché in quel triste momento

uno spiraglio di luce

mi circondi e conforti

ed aiutato dalla tua grazia

meno gravoso sia per me

il tramonto!

FIORE DI PRATO

O fiorellin del prato

che sbocci a primavera

in candida veste

riscaldato dal sole,

il tuo profumo spandi

e zefir etto lo porta lontano.

Tu ti distingui

tra l’erbe novelle

che a mille a mille

nascon a primavera!

Ti ammiro, sei bello!

E mi piace vederti soffrire,

se l’ape a punzecchiarti viene

oppur la farfallina in te riposa.

Oh. se tu fossi nato in u giardino!

Forse più accarezzato, èiù ammirato,

il giardiniere

ti avrebbe annaffiato

e non saresti, no, appassito al sole!

Non dolerti fiorellino mio

se vai al campo

a profumare il fieno!

Invece che dal giardino

al letamio!

RICORDI DELL’AGRICOLTORE

Scorrono i giorni, passano gli anni!

Sono i pensieri del dormiveglia

di queste lunghe notti d’inverno.

Settantatre anni!

Così fugaci, così brevi,

come un piacevole sogno;

mi pare ancora riveder quei luoghi

belli e popolati d’un tempo.

Or li rivedo silenziosi, desolati e incolti.

Piante spontanee e naturali nascono

ove un tempo si mieteva il grano,

profumo di fiori selvaggi, di ginestre

e cinguettio d’uccelli.

Le belle primavere della mia giovinezza,

i gelidi e nevosi inverni d’una volta.

Colli bruciati dal sole di luglio:

rivoltano le zolle

con l’aratro trainato dai buoi,

la lunga fila di uomini contenti, con la falce,

l’erba dei prati distendeva al suolo.

Le falci lucenti scintillanti al sole

e i campi di messi tremule alla brezza

cui i mietitor con slancio giovanil

rasente al suolo tagliavano steli.

Quanto m’è caro ricordar quei tempi,

or che son vecchio e vivo di ricordi;

con la memoria stanca e affievolita,

dico grazie al Signor che tutto bello,

in tutti i momenti, mi ha fatto vedere.

Lo prego ancor perché più bella sia

delle giornate terrene la fine!

Postfazione

INDOVINELLO: CHI E’?

Semplice e buono, privo di malizia,

altruista, simpatico e garbato,

lavoratore quasi esagerato

ignora il tornaconto e la furbizia.

     Di cuore aperto e di animo elevato,

     sa esprimersi con senno e con perizia

     ritiene più che sacra ogni amicizia

     ed è perciò stimato e rispettato.

Sicuramente lo protegge Igea

che vivendo la quarta giovinezza

ha un’energia da non averne idea ….

     Con la bici raggiunge il colle e il piano

     senza accusar fatica o spossatezza

     insomma è gran fenomeno: è Gaetano!

Dante Agostini poeta*

La poesia serve a presentare la personalità di Gaetano,  cugino di Dante da parte di Giustina Agostini sposata Sbaffoni.

AL MIO CARO CUGINO GAETANO

                                 I

Diciannove gennaio: freddo ingrato,

neve che cade, soffice e silente;

 ma da una casa rustica si sente

il vagito di un bimbo appena nato ….

     Festa in famiglia, giorno fortunato

     Per l’arrivo di un tenero innocente:

     la gioia scalda ormai tutto l’ambiente

     e il freddo intenso è presto superato!

Ma quel bimbo paffuto poi divenne,

col tempo, un uomo in gamba, forte e sano,

che con pregi e virtù ben si mantenne …

     Da quel gelido giorno, ormai lontano,

     quel bimbo, oggi è un simpatico ottantenne

     che risponde al bel nome di Gaetano!

                    II

Ed io che lo conobbi giovinetto,

sempre attivo, assennato e giudizioso,

gli dedico, con slancio generoso,

tutta la piena del mio grande affetto.

     Ottant’anni, non sono uno scherzetto!

     Ma poi portati in modo delizioso,

     come un  trentenne energico e focoso

     giovanile di spirito e di aspetto.

Auguri affettuosissimi e sinceri:

che tu possa toccare altri traguardi,

sempre in salute, ancor più lusinghieri …

     Questo è l’augurio mio, caro Gaetano,

che parte dal mio cuor, senza ritardi

perché raggiunga il tuo felice e sano!

Dante 19 gennaio 1986

AL MIO CARO CUGINO GAETANO

                            I

Mi è giunto ieri il tuo gradito plico

con dentro una sorpresa straordinaria:

molta tua produzione letteraria,

che mi ha fatto un piacer che non ti dico.

     Tu non solo sei stato esperto in Arte agraria,

     perché sei della terra un vero amico,

     e ti piace spaziar nel verde aprico,

     gustando quel salubre odor dell’aria.

Ma è l’aria aperta, il verde, la quiete,

ch’aiutan a far sbocciar pensieri belli

che tu poi esprimi in prosa o in rime liete.

     Ed è perciò che tu, caro Gaetano,

     ti distingui dal novero di quelli

     che fanno onore al gran consorzio umano.

                           II

Tu lavori la terra per diletto,

ma ti impegni nel campo letterario:

la tua mente si esprime in modo vario

perché attingi nei campi ogni concetto.

     Il possente vigore necessario

     alla esistenza, lo prelevi netto

     dalla natura viva al cui cospetto

     stacchi i fogli a quel tuo gran calendario.

La tua semplicità limpida e pura

la sai trasmetter a chi ti di avvicina

che in fondo è una virtù che rassicura.

     Qualcosa hai dentro della zia Giustina,

     perché pur non avendo una cultura

     svolgi temi di altissima dottrina!

Indice

Ricordando mio cugino Dante Agostini

LA POESIA MARCHIGIANA

Per la morte di Vitturini Secondo

La mia terra

Che cosa è per me la poesia? (19-01-1986)

Tutto è poesia (06-01-1989)

L’ANNO NUOVO

Il nuovo anno

La neve

La neve

LA PRIMAVERA

Marzo

Pasqua

E’ Pasqua

Il giorno dopo Pasqua

Pioggerella d’aprile

Aprile

Aurora primaverile

Mattino di primavera

Notte di maggio

In bicicletta

Una sera di primavera (1986)

A un merlo che canta al mattino sulle alte piante

Mattino di maggio (maggio-1089)

Maggio

L’ESTATE

Grandinata a Belmonte

Di mattino al vigneto (07-06-1993)

Mattino d’estate

Lavoro ricchezza per tutti

Pioggia d’agosto

L’AUTUNNO E L’INVERNO

Il ciliegio vicino alla strada

Settembre (16-09-1982)

La vendemmia

Le rondini

Novembre

Rivedendo il mio aratro (15-09-1982)

L’estate di san Martino

La semina del grano

Autunno

Domenica

Racconto di un pomeriggio domenicale

Inverno

La prima nevicata di dicembre

LA MAMMA GIUSTINA

A Mmia madre il giorno dopo la morte

A mamma

Ricordo

Domenica 20 luglio davanti alla tomba della mamma

A mamma

A mia madre

Natale senza mamma (1973)

Al Camposanto di Belmonte

LA SPOSA CAROLINA

Presso l’albero ombroso insieme a Carolina

Cinquantesimo anno del mio matrimonio (estate-1981)

Sessant’anni insieme (17-09-1991)

A mia moglie Carolina (06-01-1988)

A mia moglie Monaldi Carolina

Il ritratto di mamma Camilla

Loreta Monaldi

I GIOVANI SPOSI

Ad Anna a e Daniel (23-06-1986)

Per il matrimonio di Rossella e Peppe (27-08-1089)

Agli sposi Fortunato e Maria (19-07-1987)

Agli sposi Vittoria e Benedetto (24-09-1988)

A Claudio e Laura  (ottava) (10-04-1983)

 A Claudio e Laura (sonetto) (10-04-1983)

Agli Sposi Milena e Roberto (27-06-1987)

I NIPOTI E I BAMBINI

Ricordo nel nipote Giovannino

Davanti alla tomba del nipotino

A Marisa

Discorso pronunciato a Roma in occasione della celebrazione della prima messa del nipote Fausto

Alla nipotina Annarella

Alla nipotina Maria Grazia

Alla nipotina Maria Grazia (lettera)

La maternità di Laura (Pasqua 1984)

A Paoletta nel giorno della prima comunione (25-5-1975)

A Cinzia

A Monia per la prima comunione (27-5-1990)

GLI AMICI

Brindisi a don Elio

In ricordo del parroco di Piane di Falerone don Elio Jacopini

Posa del monumento a don Elio

Discorso in chiesa per la posa di una lapide in onore di don Elio

Alle lavoratrici ed ai lavoratori del tomaificio (10-06-1989)

A tutte le donne che lavorano nel tomaificio (natale-89)

Chi è Marcella?

Poesia a Marcella I

Poesia a Marcella II

Poesia a Marcella III (27-07-1986)

Poesia a Marcella IV (festività 1986-1987)

Agli sposi Marcella e Martino (25-04-1987)

Al maestro Gentili

Discorso pronunciato in chiesa per la immatura scomparsa della professoressa Sandra

Per la chiusura della fornace

Ad Anna Gualtieri

CARI PAESI

Ritornando a vedere

A Belmonte Piceno

Le due querce

Belmonte

Ripassando per la strada di Belmonte (giugno-1987)

La stazione di Belmonte

Davanti al monumento del professore Silvestro Baglioni in Belmonte Piceno

Il professore Silvestro Baglioni

La casa a Bascione (dove abitavo da fanciullo)

La chiesa di Piane di Falerone

Piane di Falerone (la festa per i duemila anni dalla nascita)

Pine di Falerone

Servigliano antico

L’AGRICOLTURA

Bello far l’agricoltore

La mia arte

L’agricoltore

L’aratro

Propaganda per l’abbonamento a “L’amico dell’agricoltore (1953)

La mietitura

Primavera

Verso il tramonto

Breve racconto della vita nelle campagne dall’unità d’Italia ai giorni nostri

MEDITANDO

O Dio, Ri ringrazio!

O Dio, Ti vedo! (16-11-1986)

 O Dio, Ti prego!

Il lavoro mattutino

Al sole

Il tramonto d’estate

Fiore del prato

Ricordi del passato

§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§           Digitazione

di Albino Vesprini

Gaetano Sbaffoni

GUARDO QUESTO MONDO,

            E’ TANTO BELLO

scritti

RICORDANDO MIO CUGINO DANTE AGOSTINI

-POETA-

    Dante Agostini nacque a Monteleone di Fermo il 10 maggio 1909. Fin da fanciullo mostrava ogni forma di buona volontà e di bene. Egli si sapeva sempre distinguere tra tutti i suoi compagni di scuola e di lavoro, volenteroso in tutte le attività.

   Mi pare di vederlo ancora fanciulletto con un grembiule davanti lavorare insieme al padre nella bottega di calzolaio, gli piaceva. Era bravo anche per altri lavoretti come impagliare fiaschi, fare canestri e cestini di ogni specie insieme a mio fratello Nello.

   Lavorava in campagna specie nei giorni della mietitura del grano e della raccolta del granoturco. Mi ricordo che dopo ottenuta la licenza della quarta elementare andò a Montegiorgio per gli esami di maturità come usava in quel tempo, e fu il più bravo tanto che ebbe degli elogi che entusiasmarono i suoi nonni ed i suoi genitori.

   Aveva solo diciotto anni quando gli morì la mamma. Furono quelli per Dante i giorni più tristi della sua vita, spesso sfogava il suo dolore in versi di tristezza. “Mai più vedrò quegli occhi tanto belli/ con la sua serica chioma di capelli” e ancora “Poi torna a rifiorir la primavera/ torna la rondine al nido/ torna la barca al lido/ma il ritorno di mamma non si spera”.

   Da quel momento, non essendo soddisfatto del lavoro di calzolaio, cominciò a fare il barbiere e tutti i giorni andava a Fermo in bicicletta per meglio perfezionarsi.

   Spesso dormiva nella mia casa a Belmonte Piceno perché mia madre era per lui e per gli altri fratellini rimasti orfani, la seconda mamma.

   Ero legato a lui con amore fraterno sia per lo stesso ideale sia per le amicizie intrecciate insieme con i Monti, i Rinaldi di Curetta di Servigliano e con Vitturini Secondo di Penna San Giovanni. I dibattiti poetici erano i passatempi delle lunghe sere d’inverno.

   Durante la mia vita militare a Fiume e più tardi ad Ancona, ci scrivevamo sempre, e lui sempre col dolore della perdita della sua giovane mamma. “Vivo così miseramente solo/ come battello sperso in alto mare/ solo nel desco, solo a lavorare/ e solo a riposar nel letticciuolo/ unica compagnia che mi conforta/ il bel ritratto della mamma morta”.

   Congedatosi dalla vita militare, aveva tanta voglia di studiare che tante volte mi diceva che sarebbe andato, pur di raggiungere lo scopo, nel convento dove studiava il fratello Dino.

   Più tardi si sposò con Orga Bracalenti di Curetta di Servigliano, donna laboriosa e molto economa con raffinato mestiere di sarta. Insieme con lui, che lavorava da barbiere, raggranellavano il denaro non solo per una vita dignitosa, ma pure per l’acquisto di libri per riprendere lo studio interrotto da Dante alla quarta elementare.

   Con poco tempo riuscì a meritare il diploma di ragioniere, ma non si accontentò. Si iscrisse all’università, frequentò per qualche anno la facoltà di economia e commercio. Ricordo ancora i suoi temi premiati.

   Subito dopo la guerra trovò impiego a Roma presso il Banco di San Paolo di Torino, ma il suo maggiore diletto, il suo hobby fin da fanciullo, fu sempre la poesia.

   Aleggiava in lui la spiritualità al di sopra della materia. Pubblicava le sue poesie nei giornali “Rugantino” e “Aquila Romana”.

   Dante fu un uomo di qualità stupende, di un’infinita delicatezza e di una bontà che oltrepassava i limiti, uomo onesto e di alto valore morale, amico e rispettoso con tutti. Se qualcuno lo offendeva rispondeva calmo e sorridente con parole dolci e pronte che sgorgavano dal suo cuore aperto e generoso.  Sempre pronto a pennellare i suoi pensieri con la sua grande vena poetica. Il destino ha voluto, proprio quando poteva raccogliere i frutti del suo sudato lavoro i lasciasse per sempre con un gran vuoto intorno a noi che gli volevamo tanto bene e che lo ricordiamo con tanto rimpianto come maestro di una cultura vasta e aperta e come amico sincero. E’ per me il cugino più caro.

***

La poesia Marchigiana

PER LA MORTE DI VITTURINI SECONDO

Un faro luminoso oggi si è spento,

si è spento un uomo dotto, uno scrittore

una fonte di sapere, un gran poeta,

semplice e buono, assai saggio e gentile,

genuina sorgente di poesia

nascosta tra le siepi, ove nessuno pensa

o va a cercare.

Noi che ti seguimmo e ti ammirammo

siamo restati sconsolati e mesti,

come scolari a cui manca il maestro,

come barca che ha rotto il timone

e nave senza nocchiero.

Tu non sei morto, no! Rivivi ancora:

nelle nostre memorie sempre echeggia il tuo canto.

Signor che tutto vedi dall’alto dei cieli,

il nostro amico Secondo Vitturini

accoglilo con Te, al regno beato

che sol da Te eguaglianza e giustizia egli ha sperato!

LA MIA TERRA

Amo questa terra marchigiana,

la bellezza delle sue colline,

ove si gustano le radiose aurore

e i silenziosi tramonti,

ove si scorgono sereni

interminabili orizzonti,

graziosi poggi, vecchi abituri e ville,

amo le lussureggianti sue vallate,

siepi e fossati verdi di viole,

torrenti e fiumi dalle limpide acque

che scorrono giù verso il mar

fresche e lucenti.

Amo l’azzurro mar, le amene spiagge,

i monti Sibillini a mesi nevosi

le cose antiche d’arti medievali,

le sue industrie, i suoi edifici,

i suoi paeselli arrampicati sui colli,

la brava gente laboriosa,

le case imbiancate con le soglie erbose,

dove sono i ricordi del passato,

gli amori giovanili,

i giorni di contento, di speranza

e di desìo.

Ricordo la vita allegra e miserella

di allora, gli allegri canti

degli agricoltori, le messi ondulate

dal vento, i prati verdi,

gli alberi mossi da un venticello

che mitigava la stanchezza dell’agricoltore.

Amo i boschi popolati

di volatili e altri animali,

le piante, i rovi, le acacie,

le ginestre, i ginepri con altri fiorellini

sconosciuti e selvatici:

un miscuglio di odori che rallegra e piace.

A tutte queste cose son legato

e tanto amore ho per la mia terra

dove sono nato e son cresciuto,

dove tanto ho goduto e tribolato

e ancor mi accoglierà al riposo eterno.

CHE COSA E’ PER ME LA POESIA?

La poesia è la bellezza interiore

Del nostro essere:

il fiore della letteratura.

Come il fiore è migliore

di tutte le cose che ha creato la natura:

migliore delle foglie,

dello stelo e del frutto…

E’ qualche cosa che esalta ed eleva

al di sopra del materialismo

e del fango umano.

La poesia ingentilisce l’animo del poeta,

lo distrae dalle cose più brutte ed effimere.

Aleggia la spiritualità

al di sopra della materia.

La poesia è amore perché il poeta ama:

assapora tutte le bellezze della natura,

le descrive, le ammira e le canta.

Il poeta sente il fascino della poesia,

guardando agli occhi di una fanciulla,

all’amore di una mamma,

alla bellezza di una donna, di un bimbo,

alla personalità di un uomo,

al fiorellino sperduto nei campi,

alle piante fiorite,

ai boschi profumati di fiori,

ai campi verdi, alle brezze mattutine,

agli uccellini che cantano,

alle zolle assetate,

alla pioggia che cade,

alla neve che fiocca:

quanta poesia v’è nell’aria!

Vorrei essere poeta per cantare

le grandezze delle piccole cose

ed “illuminarmi d’immenso…”.

TUTTO E’ POESIA

E’ poesia ritrovarsi insieme nonni e nipoti:

un vivo ricordo dei tempi lontani.

E’ poesia una montagna innevata,

una pioggia che cade,

un giardino fiorito,

un vigneto con i grappoli coloriti,

un passeggiar nelle sponde di un fiume,

tra la freschezza dell’acqua che scorre

e il tappeto di piante spontanee.

E’ poesia vedere un’aurora che nasce,

un tramonto estivo,

un merlo che fischia,

un usignolo che verseggia,

una rana che gracida nella fonte,

uno svolazzar di polli in una casa colonica,

un tintinnio di pecore alla pastura

o nelle capanne poste sulle cime

a tutti i venti

o nascoste nelle valli.

E’ poesia il sorriso di una fanciulla

Che cancella una tristezza,

annulla un  dispiacere.

Ripenso alla poesia di un tempo !

A quella vita tanto semplice e miserella,

ai lieti canti delle fanciulle.

Le gioie delle feste,

del vestito nuovo,

della befana

pregustate dall’attesa!

Poesia: le stelle che brillano

lassù nell’azzurro,

la luna che rischiara l’oscurità

della notte.

Poesia: le bellezze femminili,

muse ispiratrici dei poeti,

sentimentali di ogni tempo!

In occasione della festa degli anziani e dei nipoti il giorno dell’Epifania a Servigliano: 6/1/1989

L’anno nuovo

IL NUOVO ANNO

Ascolta, anno di speme, la preghiera

che con amore fa l’agricoltore,

riporta ansia di pace in seno al cuore,

di moralità e di giustizia vera.

     Della campagna la genìa più fiera

     sia nei tuoi campi e cessi il lividore

     dell’uomo indegno e regni aura d’amore

     la pia linfa di Dio viva ed imperi.

Risuoni in ogni dove il dolce canto

misto con quello degli uccelli in coro

che ti fa inorgoglir di onore e vanto.

     Il nuovo anno ci porti gran tesoro:

     tanta salute e di raccolto tanto,

     che è poi il compenso di tutto il lavoro!

LA NEVE

Oh, in che silenzio

scende la neve!

Come farfalla

agitata dal vento,

tutto imbianca

per tutto s’attacca.

Il gelido vento

trasporta la neve;

bufera invernale

che ancor non s’arresta,

agita, turba,

interrompe le strade,

copronsi gli alberi

copre le case,

ai monti e al piano

si vede sol neve!

Casette sperdute

in aperta campagna,

rimaste isolate.

Intorno al ceppo

che avvampa i camini

siedon sommessi

gli avi e i bambini.

Uccelli sgomenti

vanno alle stalle,

vanno ai pagliai

cercando il granello:

quelle bestiole

che di lieti canti

empivan la valle;

com’eran allegre!

Soffrono il freddo,

soffron la fame.

Il viandante s’affretta,

pauroso, sperduto,

traccia la neve

per rincasare:

i suoi cari l’attendon!

Molto sgomento

pei poverelli

che attendon con ansia

giornate migliori

per lavorare,

per guadagnare

il pane ai figlioli.

O inverno che fai?

Soltanto freddo

e diluvio di neve!

Dacci anche un giorno

di tiepido sole.

Facci scaldare,

distruggi la neve.

Quando vedremo

fiorir la semente

che bene riposa

sotto la neve?!

O inverno non puoi!

Verrà primavera,

verrà il sole d’oro

a ridare la vita!

LA NEVE

Mugola il vento,

scende la neve,

il sole, nascosto

tra un velo di nubi,

ogni tanto risplende

nel bianco lenzuolo,

sfavilla d’argento

il ghiaccio di neve.

Quante pitture

sulle grondaie,

sugli alberi nudi,

sui pali e sui muri,

sui monti e le valli,

in aperte campagne!

In case sperdute

guizza il camino,

il fuoco riscalda

l’intera famiglia

dei contadini

che giocano e veglian

in lunghe serate

e lunghi riposi,

pensano al pane,

al pane futuro

che è sotto la neve!

La Primavera

MARZO

Capriccioso e pazzerello

il sol scalda la campagna,

note allegre che accompagnan

il cantar del villanello.

     Spira ovunque un venticello,

     nuvolaie alla montagna,

     qualche spruzzo che ci bagna

     e poi il sole splende bello.

Brillar fa le goccioline

sugli alberi ormai in fiore

e le tenere fogline.

     Marzo spiri gioia e amore

     tu, a tutte le piantine

     dài più forza e più vigore!

PASQUA

E’ Pasqua, giorno felice:

suona a festa la campana!

Dalla Chiesa più lontana

che è risorto il Signore, dice.

     Ce lo comunica il sole d’oro!

     La natura si ridesta

     tutta pace e tutta festa!

     Tutto gioia, tutto un coro.

Non più nubi  fosco cielo

di giornate e passione,

tristi venti e confusione,

oggi invece senza velo

     splende il sole che rinnovella

     e ogni essere vivente

     più vicino a Dio si sente

     e con l’anima più bella!

Lo annuncian i fiorellini

che nei prati e nei fossati

ogni dove sono nati

belli, freschi e graziosini.

     E ancor le rondinelle

     a far festa son venute,

     così nobili ed astute

     come tante monachelle.

Tutto un inno di preghiera

sale al cielo col Signore

dalla terra con amore

in sì bella primavera!

E’ PASQUA

La festa che ci riempie di gioia,

la festa della vegetazione,

del risveglio di tutta la natura,

 di ritrovi, di scampagnate.

Fioriscono gli alberi di ogni specie,

i prati sono coperti di un tappeto verde,

con fiorellini sparsi.

Piante ondulate dal vento,

come onde del mare.

A tutte queste bellezze della natura,

s’accompagnano il cinguettìo dei passeri

in amore e il garrir di rondinelle

pellegrine ritornate da paesi lontani!

Dai versi degli usignoli,

dalle rane che a sera gracidano

nei fossati profumati di viole,

è tutto un festeggiar di canti diversi

per la Resurrezione di Gesù!

Per comprendere

questo grande mistero Pasquale

basta spaziare gli occhi lontano

tra i monti rinverditi dalla primavera,

con lo spirito sollevato dalla Fede

e da questa infinita bellezza nascono

e prosperano in noi il perdono,

la pace e l’amore!

IL GIORNO DOPO PASQUA

Mentre sto qui solo, in questa casetta,

lo sguardo spingo lungo la pianura:

vedo il bel manto fresco di verzura,

gli uccelli che festeggian tra l’erbetta.

     In questo lieto giorno di Pasquetta,

che son le piante in piena fioritura,

contemplo la bellezza che natura

offre alla mente mia fiacca e negletta.

     Se avessi intelligenza e più destrezza

     di queste belle Piane Falerone

     dipingerei il volto e la bellezza

per recitar di loro un gran sermone:

elogerei l’ingegno e l’accortezza,

tutta l’attività delle persone!

PIOGGERELLA D’APRILE

Da tutti attesa la pioggerellina

eccola calda,

fina e penetrante entro la terra.

La guardo qui dalla finestra,

mi par tant’oro che viene giù dal cielo!

Godo si una freschezza che m’invade

e di nuove speranze

il cuor s’accende.

Gli alberi ne han bisogno a primavera,

s’imbeve il succo e assorbon le radici;

il nutrimento dà fiori e frutta

e li fa crescer rigogliosi e belli!

Domani il sole scalderà la terra,

bietole, medicai, prati ed orti

cambiano volto

e verde aspetto prende la natura.

Gli uccelli, le rane nei fossati,

le rondini che volano,

sui tetti qui d’intorno,

godono tanta freschezza

e fanno festa!

Mi par già un mondo nuovo:

è vera provvidenza del Signore.

Pioggerella d’april, sii benvenuta!

APRILE

Ritorna con April la primavera

e ritorna la rondine sul tetto,

sulle ramaglie in fiore l’uccelletto

verseggia e canta da mattina a sera.

     Ogni essere creato si rallegra

     nel dolce tuo tepor, caro apriletto;

     piante, animali, campi, ed il boschetto

     ci parlano il linguaggio di preghiera.

Pure l’agricoltor spinge lo sguardo

col cuore già ricolmo di speranza,

come l’atleta prossimo al traguardo,

     al cielo con amore ed esultanza.

     Lieto nei campi lavora pregando

     perché i prodotti siano in abbondanza!

AURORA PRIMAVERILE

Mi affaccio alla finestra

e guardo l’aurora che sorge

e via via si fa sempre più lucente

perché s’appresta l’apparir del sole.

Tramontano le stelle

nel ciel sgombro di nubi e senza vento:

gli uccelli cantano gioiosi

al tepor di primavera.

Le rondini sono tornate ai vecchi nidi

l’aria è più leggera, profumata

di fiori che cominciano a sbocciare

in ogni luogo: i peschi e gli albicocchi

sono già in fiore.

Alla mia settantasettemima primavera

osservo questa mattina

e per un attimo mi sento

tranquillo e sereno

come nei giorni dell’età passata.

L’albero vicino alla morte

al risveglio della primavera,

magari per pochi giorni

riprende la vita.

Io pure avrò poco tempo

da vivere ancora:

verranno i giorni di tristezza

e d’angoscia,

ma oggi l’aurora annuncia

un bel giorno: oggi è primavera!

MATTINO DI PRIMAVERA

Nel mattino,

quando l’oriente si rischiara

di una luce che irradia tutto l’universo,

le stelle scompaiono,

gli uccelli festeggiano

tra le siepi e le acacie

biancheggianti di fior

e tra le tenere foglie degli alberi.

Gli operai vanno al lavoro,

un via vai di macchine, moto e biciclette.

In tutto questo piacevole risveglio

percorro in bicicletta la strada

per andare al mio campicello.

Amo la mia terra,

i miei animali domestici.

Mi diverte guardare

le messi ondulate dal vento,

i grappoletti dell’uva che nasce,

i ciliegi, i peschi

i mandorli, gli albicocchi

coperti di frutticini e di foglie.

E’ bello lavorare in silenzio

interrotto solo dal canto degli usignoli

e dall’acqua che scorre limpida

lungo l’ombroso canale.

Un delizioso venticello

allevia la stanchezza del mio lavoro…

Un alito di vita e di giovinezza

Mi spinge ad amare e pregare!

NOTTE DI MAGGIO

Piacevole e corta

questa notte di maggio!

Un venticello fresco,

un verso d’usignolo,

una nota stonata

di uccelli randagi,

una rana che canta nel fonte

rumore d’acqua che scorre,

la luna che splende,

le stelle brillano

lassù nell’azzurro;

io non vado a dormire

per guardare

e gustarmi il canto della natura

in questa notte di maggio

in cui tutto è poesia,

tutto è preghiera!

IN BICICLETTA

Ecco il mattino,

ce lo annuncia il gallo

e il suono della campana odo

della vicina Servigliano.

Giù nell’oriente vedo un chiaror d’oro,

un festeggiar d’uccelli tra le fonde,

un movimento di macchine e trattori.

Qualche bifolco con le vacche al giogo

mi ricorda i bei tempi passati…

mia gioventù nei campi consumata;

ripenso a quei giorni al mio lavoro,

immerso in questi pensieri, m’incammino

sotto il cielo di nubi un po’ velato.

Vi è qualche stella ancor verso ponente,

la luna si nasconde dietro al monte,

ed io con piacere corro in bicicletta,

mi gusto l’aria fresca mattutina,

pochi minuti, il pianeggiante asfalto.

Senza per nulla affaticar le gambe

silenziose girano le ruote!

UNA SERA DI PRIMAVERA

Sole che ci aiuti

con gli ultimi raggi d’or,

dietro i monti ti nascondi.

Segue buia la sera

con un luccicar di stelle,

lassù nel limpido cielo.

Nei paesi e villaggi sparsi,

splendono le lampade

mentre dall’oriente sorge la luna

che a poco a poco si alza e rischiara

sempre più questa verde pianura

e le circostanti colline.

Di tanto in tanto un venticello

porta strani e piacevoli odori.

Tutto è pace e silenzio,

in questo mondo così bello!

Sono i primi giorni della primavera

in cui tutta la natura si ridesta

dal lungo riposo invernale.

Ed io torno dal mio usato lavoro,

proprio in questa silenziosa sera,

scendo dalla mia bicicletta,

mi fermo a guardare, a pensare;

rivedo il mio nulla,

osservo le colline verdi,

le luci nelle case, nei paesi,

il limpido cielo, e assaporo

questa dolcezza primaverile.

Ripenso alla mia giovinezza lontana

tanto in fretta fuggita:

il tempo non passava mai

ed or mi accorgo che i mesi e gli anni

volano via come il vento.

Ricordo tutte le mie ottanta primavere:

da quand’ero spensierato fanciullo

alla mia giovinezza cui bastavano

uno sguardo, un sorriso, un saluto,

un incontro con una fanciulla

per rasserenare l’animo.

Ed in questo percorso  tra alti e bassi,

gioie e dispiaceri: quante speranze,

quanto lavoro! In attività diverse

principalmente d’agricoltore

che mi ha fatto conoscere

la vita delle piante, degli animali,

l’amore, la poesia,

il sacro, il bello, il buono,

l’umano.

La fede che mi ha accompagnato

Lungo il sentiero della vita,

spero mi sia ancora di guida

fino a quella sera

che non si farà più giorno …

… che sia bella come questa sera

di primavera!

UN MERLO CHE CANTA AL MATTINO

            SULLE ALTE PIANTE

Vago uccelletto

che verseggi e canti

tra le piante dei pioppi

in sulle cime

quando al mattino

si schiarisce il giorno

tu ci rallegri e svegli.

Io dalla cameretta

Guardo l’alte piante e la pineta,

ti sento, mi piaci, ti invidio

perché nessun problema

in te si pone.

Ti sai nascondere

da tempeste e venti

ed hai la libertà

ch’è tanto cara!

Beato te che poi volare in alto!

Godi la vita

sempre contento.

Oh, potessi teco

fuggir dal fango umano

e cantare in alto

per lodare Iddio!

MATTINO DI MAGGIO

Com’è bella questa mattina di maggio,

in un limpido cielo, senza nuvole!

Risplendono i primi raggi del sole nascente

nelle colline fiorite e nelle messi ondulate

che cominciano a maturare. Dai fieni sparsi

giungono insoliti profumi, mentre trilli d’uccelli

e metodici canti di usignoli, che mai ripetono

gli stessi versi, echeggiano

dagli ombrosi fossati odoranti di viole.

Lungo la strada, in questo lieto mattino di primavera,

s’odono i primi rumori delle automobili di operai

che si affrettano al solito lavoro.

Seguono i pulmini pieni di giovani donne

Tutte sorridenti e con le facce serene,

che si recano ai calzaturifici: sono stelle

che brillano sulla terra, unite con filo

invisibile a quelle che splendono, con lacrime

d’argento, nell’immenso infinito dei cieli.

Dopo poco, ecco i pulmini dell’asilo e delle scuole

dove altre stelle splendono per illuminare

le intelligenze umane.

Ed io, tra le bellezze naturali, lavorando

Nel silenzio dei campi, osservo i movimenti,

ascolto questi canti soavi, ed il mio cuore stanco

riprende un palpito di giovinezza e d’amore!

MAGGIO

Sento il venticello

che accarezza:

fresco e profumato.

Il sole splende bello

e ci riscalda,

risveglia tutto alla novella vita.

Par che torni a gioir

tutto il creato!

Il prato è fiorito

di tanti colori,

i bei fossati odoran di viole,

e nel boschetto

un gorgheggiar d’uccelli,

rumor dell’acqua

cristallina e chiara,

mentre le rane con le cantilene

gracidan giù nel fosso,

quando è sera.

Fertili colli rivestiti a festa!

Tra questa poesia

quanta bellezza!

Lavorano nei campi gli agricoltori,

lungo i filari irrorano le viti,

altri, con trattori e falciatrici,

tagliano l’erba,

raccolgono il fieno,

lo trasportano nei fienili

e nei pagliai,

sarchiano altri

bietole e granturco.

Tutto un via vai,

e tutto un  fermento,

ma ristorarsi

con buon vinetto

fresco e genuino

gusta nell’ombra

e un attimo riposa,

l’agricoltor sudato, affaticato

girando intorno

e alungo le pupille:

quanta dolcezza al cuor

quante speranze!

Sogna pieni i granai,

uva e frutta

saporita e bella!

L’estate

GRANDINATA A BELMONTE 7.06.1967

O bel paesello

d’invernale aspetto!

Più non ondeggian al vento

le tue messi e i verdi prati!

Festose piante, ombravate un viale

e con violenza restaste spoglie;

più non verseggia l’uccellin spaurito

per l’infuriar della tempesta.

Le viti carichi d’uva

ed i frutteti

spezzati, strangolati

hanno i bei tralci.

Il saltellar dei grossi

chicchi bianchi

infranser vetri e lampade

che a sera risplendean.

Squallide e desolate le verzure.

Addio liete speranze! Addio bei frutti!

Fra poco rinverdiranno gli alberi,

germoglieranno i grani

ed un tappeto verde rivestirà la terra.

Riprenderà a far festa l’uccellino

tra le novelle foglie.

Risplenderanno lampade alla sera

E pago l’occhio sarà dei campi verdi;

ma l’agricoltor più non s’allegra,

più non s’allegra chi ha perduto tutto!

Ogni ferita è una ferita al cuore

che guarirà soltanto a primavera!

DI MATTINO AL VIGNETO

Nel lieto mattino di giugno,

rinfrescato dalla recente pioggia

mentre il sole dirada le ombre,

lavoro nel vigneto a potare

ad arte gli inutili tralci delle viti

gustandomi il profumo

dei grappoletti in fiore.

Quanto entusiasmo!

E quanta dolcezza si assapora

Al sentire gorgheggi e trilli di uccelli,

di merli che nereggiano a coppie

sopra le piante di acacie

e sulle cime del vigneto.

Mi siedo un  momento

a riposar le ginocchia,

vicino al canale ove scorrono

le limpide acque

con i lati tappezzati di verde

e di fiori spontanei di fari colori.

Mentre mi gusto questo scenario

piacevole della natura,

rivolgo lo sguardo in alto.

Ripenso ai tempi della giovinezza

al cambiamento di usi e costumi

storici e politici,

a tutte le innovazioni avvenute

nel campo agricolo ed industriale,

mentre splendida resta la natura!

Le albe e i tramonti,

gli uccelli e le piante,

le messi ondulate, il sole,

la luna, le stelle, le colline verdi

sono come allora.

Con questi pensieri immersi tra memorie

trascorro gli ultimi giorni della mia vita

senza rimpiangere il peggio di ieri

per elogiare il benessere di oggi!

MATTINO D’ESTATE

Levarsi alla mattina di buon’ora,

respirar l’aria ossigenata e pura,

seppur la fatica sia un po’ dura,

quanta bellezza veder l’aurora!

     Gioisce il cuor dell’uomo che lavora

     In questa bella scena di natura,

     il Creato s’allegra e ogni creatura

     di fede e di speranza si avvalora.

Si vedon, nell’oriente, i bei colori

e qualche stella ancor nel firmamento:

voci nei campi e rombo di trattori,

     qualche paio di vacche, a passo lento

     e il sol che nasce, con i suoi splendori;

     specchia l’aratro di un color d’argento!

LAVORO RICCHEZZA PER TUTTI

In queste magnifiche giornate estive,

sotto il sole che brucia;

in questa deliziosa vallata

cosparsa di alberi, di olivi

e filari di viti,

il ronzio dei trattori che arano i campi

s’accompagna ai canti delle cicale

ed ai rumori del traffico. Corrono veloci

i pulmini, i motorini, le macchine

sul pianeggiante asfalto:

sono gli impiegati, i ragionieri,

gli operai, che pochi minuti dopo mezzogiorno

tornano dalla fornace, dall’edilmec,

dall’imbottigliamento d’acqua,

dai cantieri edili, dai calzaturifici.

Spesso anch’io in bicicletta m’incontro

in questo trafficar d’operosa gente.

Torno da un altro lavoro:

dalla stalla o dai campi …

a ciascuno la sua fatica!

Osservo questi movimenti,

contemplo la bellezza di questo spettacolo,

la grande macchina umana

che in funzioni diverse

opera per il bene comune …

PIOGGIA D’AGOSTO

Dopo giorni e giorni di calura,

tuoni e lampi là, verso ponente …

ecco vien l’aria fresca che rincuora

con la speranza d’una pioggiarella.

Bianchi nuvoloni su nei monti …

In qualche luogo già piove a dirotto, eccola!

Arriva qui, pure da noi:

incominciano a cadere dei goccioloni.

Io sto a guardar

dall’uscio della stalla

e il piacer sento

d’una freschezza nuova

che suscita nel cuor nuove speranze.

Mi par veder i campi rinverditi

come se fosse nuova primavera.

Le zolle arse dal sole apron la bocca

preparandosi ad accoglier le sementi.

Gli alberi rinverdiscono, si disetan

e tra le foglie dei boschi rinfrescati

che cinguettìo, che festa

per un avvenimento così grande!

E’ la natura che cambia all’improvviso

per un comando misterioso.

L’Autunno e l’Inverno

IL CILIEGIO VICINO ALLA STRADA

All’apparir del sole stamattina,

volgo lo sguardo al giovane alberello

coronato di goccioline d’oro,

che in brezza mattutina

splende e brilla!

T’ammiro e t’amo giovane alberello

Ognor sognando la tua ombrosa chioma.

Gli uccelletti festeggian all’intorno …

Sei piantato in fertile terreno

per meglio crescer rigoglioso e bello.

Verrai grande, godrai le belle primavere,

 le fresche rugiade, i ventosi autunni

poi le nevi e infreddolito, spoglio,

risorgerai ad ogni primavera,

profumerai l’aria con i tuoi

petali di fiori,

e darai buoni frutti.

Sarai il ricordo dei miei tempi lontani,

mi accoglierai negli ultimi giorni

della mia vita

all’ombra tua seduto!

SETTEMBRE

Settembre è il mese migliore:

più mite, più ricco e piacevole!

Si vedono i bei colli come un dipinto

di quadri di vari colori,

un  misto di verde, di pallido

di fresche zolle rivoltate di recente,

i bei vigneti sparsi qua e là,

dai pampini ormai sbiaditi

come i colori d’autunno;

dai tralci pendono i bei grappoli

vellutati, succosi e maturi.

Lungo le valli che solcano

Queste colline marchigiane,

strisce di terreno ben coltivate

vicino alle soglie delle case,

nei giardini, nelle aiuole,

ogni dove si ammirano

le bellezze dei fiori,

delle ultime rose

che non soffrono più il caldo

afoso d’agosto;

senza tema di brina,

come spesso avviene

con i capricci della primavera.

Nei boschi e sulle sponde dei fiumi

svolazzano gli uccelli di ogni specie,

si rallegrano di queste dolci

giornate di settembre,

pur temendo la morte,

perché i cacciatori

in questa fine d’estate

e principiar d’autunno,

sparano senza pietà.

Spesso, dal faticoso lavoro dei campi

volgo lo sguardo intorno,

ammiro le scene della natura

che vive ogni momento,

 le bellezze del cielo

e l’ubertosità della terra.

LA VENDEMMIA

Che venticello fresco stamattina,

dopo la pioggia ch’è caduta ieri,

par che sia ritornata la primavera,

il sole splende,

un lieto gorgheggiar tra le piante ombrose,

un chiacchierio,

un tic tac di forbici tra i vigneti

e nei filari sparsi nei colli

rinverditi dalla prime piogge.

I vendemmiatori tagliano i grappoli

Vellutati: quanta poesia!

Ripenso ai tempi lontani,

alle liete vendemmie di una volta.

Erano i giovani che andavano

Su e giù per i pioli delle scale.

Le ragazze ci allietavano

coi loro canti.

Le veglie serali per pigiar le uve,

 i mosti che bollivano nelle caldaie.

Or siamo tutti vecchi …

I giovani sono fuggiti dai campi alle città,

lavorano nelle industrie, negli uffici:

meno allegri e più insoddisfatti.

O bella vita dei campi!

Anche se miserella tanto cara …

Che piacere sentir il bollir dei mosti

e l’odore del buon vino.

Se io fossi giovanetto, ancor sarei

il contadinello spensierato e allegro

per vivere a tu per tu con la natura

tra le musiche più belle che ci siano.

LE RONDINI

Rondinelle pellegrine tutte pronte,

tutte in fila sopra i fili della luce,

dove andate?

Son tanto belle le vostre casette

impastate di sabbia

e riparate da venti e tempeste.

Andate in siti lontani

più riscaldati dal sole.

Senza avere calendario,

sapete che viene il freddo.

Alla scuola non andate,

per studiar la geografia,

eppur volate, volate lontano

al di sopra dei mari

nei cieli tra le nubi.

Ritrovate il vecchio nido …

Beate voi che sfuggite al gelido inverno!

Ritornate a primavera

a portare gioia nei cuori,

col far festa intorno al tetto,

anche noi rallegrate,

con fringuelli e canarini,

passerotti ed usignoli

salutate al mattino l’alba nascente

e i vostri canti mi commuovon!

Osannate

per il sole che ci scalda

per i prati che sono fioriti

per le gemme che veston gli alberi

per le messi che ondeggian nei campi

per i frutti della terra

coi canti “Grazie” voi dite al Signor.

NOVEMBRE

O mese di novembre

caro e mesto,

tu mi richiami

a meditar pensoso.

Mentre la vita fugge,

una tristezza m’invade:

meste e piovose giornate,

sole che non riscalda la terra

con i suoi raggi,

alberi che rimangono nudi

allo sferzar dei venti,

nebbie mattutine

che oscuran l’orizzonte,

uccelletti che svolazzano

attorno ai fienili,

come per annunciare

una prossima nevicata,

donnette vestite di nero,

in oscuri mattini

vanno in chiesa a pregare.

Tutta la natura si addormenta

mentre gli agricoltori si precipitano

a levare dai campi

gli ultimi raccolti;

 da qualche albero cadon

le foglie ingiallite.

In qualche notte serena

i campi cosparsi di brina

annuncian l’inverno che arriva.

Mese dei morti è questo!

In questi mesti giorni

tutto par che ci annunci

il tramontar della vita,

mentre i camposanti

son cosparsi

di lacrime e fiori!

Là una tomba di un giovane,

qua una mamma

i cui figli piangono attorno,

un simpatico vecchietto

da tutti conosciuto,

persone care!

Un genitore,

un figlio,

un marito.

Quanti ricordi!

Quanto dolore!

Che mistero è la vita!

RIVEDENDO IL MIO ARATRO

O mio aratro di ferro

gettato all’ombra di un antico gelso

come ferraccio vecchio arrugginito,

dopo molti anni ti rivedo!

E tanti ricordi mi ritornano in mente

di quando su di te curvo, energico e giovanile

ti afferravo, entusiasmato di vedere

il solco tuo profondo

e il versoio lucente d’argento che rivoltava

 e frantumava le zolle indurite dal sole.

Eri allora trainato da lenti buoi

aiutati da un paio di vacche davanti.

Ti guardo e penso a quando ti facevo risplendere

al sorgere del sole ed ai bei tramonti estivi,

nei solatii colli Belmontesi,

tra il festeggiar degli uccelli

ed il rintocco della campana che segnava l’ore.

Nella capanna aderente la casa colonica

in riposo invernale ti osservavo primeggiare

tra tutti gli attrezzi agricoli.

Pensavo al tuo solco profondo

e al risparmio della fatica umana!

Ora sei gettato via, dimenticato, inopportuno

alle nuove esigenze della meccanizzazione.

Io come te, vecchio e inosservato, dimenticato.

Rimangono solo a consolarmi i ricordi

di un tempo lontano, i campi verdi

tutte le belle aurore, le bellezze naturali

che non cambiano mai col passare degli anni.

L’ESTATE DI SAN MARTINO

Dopo piogge scroscianti

e nevicate,

improvvisamente s’è cambiato il tempo:

limpido il cielo,

l’aria più mite dei giorni passati.

Il sole nasce tra un velo di nebbia,

si vorrebbe nascondere vergognoso,

ma al suo alzarsi, la nebbia si dilegua

e tutta la natura si riscalda.

Ogni albero, ogni fiore

par che riprenda la vita.

Anche le foglie ingiallite

baciate dal sole

svolazzando nell’aria;

vorrebbero vivere ancora

in questo giorno di sole,

ma presto giunge la sera,

e un venticello fresco,

ancor più veloci,

le spinge a terra già morte.

Pure gli uccelli svolazzano allegri,

soltanto il pettirosso

nascosto tra le siepi

non festeggia, non canta,

silenzioso e pensoso!

Saran forse due giorni,

tre giorni,

ma sempre piacevole e calda

è l’estate di San Martino!

LA SEMINA DEL GRANO

Nei campi arati si semina il grano:

è l’autunno!

Giornate brevi di novembre,

dopo la pioggerella che il sol asciuga,

un affannarsi di agricoltori che seminano.

La terra rimossa fumiga ai primi raggi del sole.

Scorron veloci gli attrezzi

Che spianano e raffinano il terreno;

poi le seminatrici trainate dai trattori,

in diritte file lungo le valli

e nei clivi scoscesi,

in piccoli solchetti semiaperti

nascondono il seme.

Il grano fra pochi giorni

coprirà la terra di un bel tappeto verde

e abbellirà ancor più

le ridenti colline marchigiane

e le fertili valli che le circondano.

Mentre gli alberi rimangono nudi

i campi sono sempre belli

anche nel gelido inverno.

Vengono così affinate le bellezze naturali

dalle mani callose degli agricoltori:

uomini semplici e buoni

che nei silenzi dei campi

lavorano con fede e sacrificio,

con lo sguardo rivolto al cielo

allietati solo da un compenso divino!

Essi godono delle belle aurore,

dei primi raggi del nascente sole,

degli ultimi al tramonto

delle cangianti musiche del cosmo.

Cari ricordi di un tempo

quando col gesto della mano,

misurato col passo,

volava in aria il grano,

cadeva in terra a eguali distanze

ed il vecchio aratro di legno, poi,

trainato da buoi, lo ricopriva.

Sono cambiati i tempi, gli usi e i costumi

mentre immutata resta la natura.

I fiumi dalle grandi sponde ombrose,

la acque cristalline, i monti Sibillini,

la vecchia e verde pineta di S. Paolino

or io vedo di prospetto,

dalla mia cameretta ove ricordo

il giocar da fanciullo,

e il ripetersi delle stagioni.

Piacevole vision della natura

in cui io sento un alito divino:

impronta viva delle mani di Dio!

AUTUNNO

L’autunno arriva

con le piogge e il vento,

strappa le foglie

ingiallite e morte.

Spoglie le piante e desolate …

Vedo i vigneti coi capelli sciolti

dopo aver dato grappoli dorati.

Lontan per me non è

l’autunno della vita …

E come te, o foglia,

anch’io ho vissuto.

Tu riparasti da estivi calori

i frutti e i grappoletti belli!

Li difendesti ancor dalle intemperie

per farli diventar buoni e pregiati.

Io soffro ancora

per le ingiustizie umane

e fra tutti i tormenti

anch’io, ingiallito e vecchio, me ne andrò

a sopirmi con te,

e nulla rimarrà

perché m’avvedo

non ho potuto dar dei buoni frutti!

Natura mi fu avara,

 e vissuto così tra i poverelli,

lavorando nei campi silenzioso,

ho lo sguardo ognor rivolto al cielo

perché il breve percorso della vita

la luce della fede rischiari!

DOMENICA

Il suon delle campane

che echeggia lungo la valle

qualche colpo di fucile dei cacciatori

che si levano presto con i loro cani

e frugano in cerca di preda tra le siepi

e sulle sponde dei fiumi.

Spari di mortaletti che richiamano

a festicciole paesane

rompono il silenzio che stamane regna.

E’ domenica!

Ogni lavor si è fermato:

non rumori d’officine o di trattori,

non voci di agricoltori al lavoro nei campi.

Un alito di festa pervade

le nostre contrade, i nostri paesi

che si popolano in piazza

di persone vestite a festa:

giorno di riposo che il Signore

per sé e per noi ha riservato.

I fedeli in chiesa pregano,

elevano i cuori in alto,

in  cerca di beni duraturi

che qui in terra mai trovano:

la felicità, la pace, la giustizia.

Tutti le cercano,

solo Iddio ce le dona

per amore con le Sue leggi

che tutti gli uomini

affratellano.

RACCONTO DI UN POMERIGGIO DOMENICALE

In un pomeriggio d’autunno, in riposo dal mio usato lavoro dei campi, mi sono divertito a passeggiare lungo le sponde del fiume Tenna.

   Nella mia solitudine guardavo lungo lo spazio. Non ero solo!

   Spiritualmente sentivo qualcosa, come un immenso sussurrio della natura tra i campi coltivati e le sponde del fiume. Inoltrandomi poi tra le piante dalle foglie già ingiallite, piccole e grandi delle diverse specie,parlavano tutte un linguaggio diverso l’una dall’altra:  anche le pianticelle piccole mi dicevano qualche parola che io ho imparato a capire con l’esperienza dell’agricoltore.

   Molte di esse soffrivano perché attaccate dai parassiti, altre non potevano crescere perché avevano le radici vicino alle pietre e non potevano formare il terreno agrario per svilupparsi, altre soffrivano per mancanza di alimentazione, altre ferite dagli uomini. Vi erano invece piante belle e sane. Mi pareva udirle osannare la vita!

   Anche le pietre facevano rumoreggiare l’acqua che scorreva limpida e frettolosa lungo il fiume. Doveva arrivare presto!

   Dove? A riempire i laghi che alimentano le centrali elettriche per l’illuminazione di città, di paesi e di tutte le abitazioni; per far girare i motori delle fabbriche industriali e dei mulini … per spegnere un incendio e per irrigare i terreni aridi perché arsi dalle soleggiate estive.

   Guardavo ai piccoli animali: anch’essi sgomenti si affrettava no a procurarsi un riparo per le intemperie. Gli uccelli svolazzavano impauriti da qualche colpo di fucile dei cacciatori ed alcuni si nascondevano nei gruppetti di salici ancora verdi.

   Le erbe ed i fiori selvatici emanavano vari e piacevoli odori che io assaporavo con tanto piacere.

   Mi sono seduto sopra una pietra in compagnia di tutti questi esseri naturali ascoltando le loro voci che si riflettono all’umanità intera.

   Attraverso il mormorio di questi esseri al servizio dell’uomo, salivo con gli occhi della mente in alto, al di sopra dei folti rami, in un cielo spazioso ed infinitamente bello!

   Si scorgono l’immenso, l’infinito, il meraviglioso ed eterno ordine del creato!

   Il pensiero a Dio, l’essere supremo che ci ha creato queste bellezze naturali per farci gioire ed apprezzare ancor di più la nostra vita.

   Era quasi buio e me ne tornai a casa. Mai però potrò dimenticare quella bella serata di festa e quella silenziosa passeggiata vicino al fiume!

INVERNO

Scroscia la piaggia tanto attesa,

l’aspettavan le zolle arse nei colli

e gli alberi assetati,

l’aspettavan i boschi già ingialliti.

Son cadute le foglie per formare l’humus

a concimare le piante.

Ingrossano già i torrenti e i fiumi,

ristorano le vene semisecche.

Dormono i seminati

già imbevuti dall’acqua mista a neve.

L’inverno arriva col mantello bianco!

Arriva nelle montagne desolate,

nelle casette squallide campestri;

nelle città e villaggi.

Fan festa i bimbi con la prima neve!

Anche d’inverno la natura è bella!

I bei disegni scherzosi

Sulle grondaie delle case,

nei vigneti sui rami secchi,

sulle frasche delle siepi …

Tutto è adornato di pitture bianche:

nessun artista saprebbe dipingere

un simile spettacolo!

In ogni casa fumano i caminetti

di stufe, o di riscaldamenti.

Ma niente è più bello e piacevole

dell’antico focolare di legna.

I vecchi camini mi ricordano gli avi

e la fanciullezza.

Là presso l’affetto fiorisce, germoglia

e si espande.

LA PRIMA NEVICATA DI DICEMBRE

Silenziosa è la notte, gelido il vento,

uno strato di nebbia sottile

si spande lungo la valle,

la luna coperta da nuvolette bianche

proiettala luce un po’ velata

che s’accompagna al chiaror della neve;

si vedono i colli lontani coperti di neve.

Non si odono trilli di uccelletti,

cantilene di rane e voci dalle case,

solo l’eco dell’abbaiar di un cane

e i rintocchi dell’orologio

dalla torre di Servigliano.

Dalla finestra guardo le luci

delle case agglomerate e lontane,

osservo ogni colonna di fumo

che dai camini si sprigiona e si spande,

misurando coi rintocchi dell’orologio

il tempo che fugge.

Indietreggia il mio pensiero

agli inverni nevosi d’una volta:

facevamo festa tra la neve!

Quanta poesia ai tempi della fanciullezza!

Guardo la neve, mi piace

questo bianco lenzuolo disteso

che protegge i seminati dal freddo e dal gelo,

incorporando nel suolo acqua ed azoto

a disposizione degli alberi e dei seminati.

Sii benvenuta prima neve,

candida neve a dicembre!

La mamma Giustina

            A MIA MADRE

IL GIORNO DOPO LA SUA MORTE

Mamma! Mamma! Non ci sei più.

Tu sei partita in fretta, non mi hai parlato,

non mi hai detto addio!

Me lo dicesti

quando nel silenzio della notte

mi affacciavo alla porta semiaperta

della tua cameretta.

Sentivi già una voce divina misteriosa

che ti chiamava per il cielo!

Pochi minuti prima guardavi dalla finestra,

spingevi lo sguardo lontano.

Al richiamo rispondevi:

“Guardo il mondo che è tanto bello!”

Alle bellezze naturali che tanto amavi

e mi hai insegnato ad amare!

Ogni luogo, ogni oggetto, ogni sguardo

è per me un doloroso ricordo.

La cameretta fredda, il tuo lettino vuoto,

il tavolinetto dove sostavi in preghiera,

il libricino logorato dalle tue mani,

i quadri appesi alle pareti,

le foto dei sofferenti:

guardo, ripenso e piango!

A MAMMA

Sono passati dieci anni dalla tua scomparsa:

non mi sembra vero!

Mi par di vederti ancora:

ricordo le tue parole, mi par di sentire

la tua voce, come un’eco lontana

quella voce amorosa che ho sentito

per sessantasette anni.

Rivedo

i tuoi gesti, il tuo pregare,

i tuoi atteggiamenti,

il tuo comportamento, la tua bontà

la tua carità elargita

soprattutto a pro dei sofferenti.

Sei sempre davanti ai miei occhi

come allora, come sempre!

Più passa il tempo e più penso e ricordo:

fin da quando ero bambino

che mi “imparavi” a leggere il sillabario,

a lavorare, ad amare tutti e tutto.

Mi par di sentir la voce

che mi svegliava al mattino presto;

mi dicevi: “Se vuoi aver fortuna

devi esser mattiniero!”

Io debbo a te, mamma,

se alla soglia dei miei settantasette

anni ho ancora voglia di lavorare,

di amare e qualche volta anche di scrivere

di rassegnarmi ai sacrifici della vita,

d’innalzare a Dio la mia preghiera

nei momenti di sconforto,

di compatire, di accettare le ingiustizie

dell’attuale società.

Tu fortificasti il mio cuore,

tu mi hai insegnato che la condanna

più grave per chi mi faceva del male,

era il perdono.

Mamma! Ora tu non ci sei più,

non puoi parlare, dar consigli,

incoraggiami nei momenti di depressione

e di abbandono. Sì, mamma,

spiritualmente lo puoi ed io lo sento,

ti ascolto, sento ancora la dolcezza

del tuo amore sincero.

RICORDO DI MAMMA

Era dicembre

al principiar dell’inverno,

nei giorni gelidi,

scuri e nebbiosi,

gli alberi sfregati dal vento

rendevano alla terra

le loro foglie.

Tutta la natura già dormiva

quando anch’essa,

la mamma mia

s’addormentò nel sonno eterno.

Senza parlare

partì la mia mamma improvvisamente,

senza un lamento,

senza darci un addio!

Or che la primavera

è tornata

con i suoi fiori

e con il manto verde,

il sol splende

nei giorni riscaldati;

a me l’amor di mamma

non riscalda.

Più non la vedo seduta nell’aia

qui nel vecchio selciato

incontro al sole

o camminar appoggiata

al suo bastone;

non odo

la sua voce fioca e stanca

recitar preghiere per sofferenti

nella cameretta.

O mamma, ora sei là

In quel piccolo camposanto,

entro la tomba

col tuo sguardo

rivolto all’interno:

mi par di vederti

circondata da pellegrini celesti

come lo eri qui in terra

da pellegrini sofferenti.

Vengono a trovarti

come tu venivi da me,

quando eri lontana.

Riposi là, accanto al babbo,

compagno fedele della tua vita.

Volgi lo sguardo

ai tuoi figli

che lasciasti pellegrini in terra

e quando anche noi

ci addormenteremo per sempre

porgici ancor la tua mano

per condurci a te!

             DOMENICA 20 LUGLIO

DAVANTI ALLA TOMBA DELLA MAMMA

Mamma!

Sono venuto a trovarti stamattina

in questo campo santo.

Solo, nessuno si vede,

non odo voci o rumori, qui è pace, è silenzio,

mentre là, in chiesa, si celebra la messa.

Sono solo qui avanti alla tua tomba,

a colloquio con te, mamma!

Il mio cuore parla, ricorda e piange!

Da questo avello dove sei rinchiusa,

mi guardi, ancora

ed io in silenzio dico la preghiera

che da bambino mi hai insegnato.

Mamma! Vedo le tue mani incrociate

che stringono il Crocifisso,

quella mani  che mi hanno accarezzato,

che mi hanno retto nei primi passi,

che hai posato sulla mia fronte

nei momenti di dolore.

Le tue labbra mi hanno baciato tante volte

quando ero bambino e quando sono partito

e tornato da lontano.

Quei tuoi occhi così belli che posavi su di me

col tuo sguardo amoroso, la tua voce

 dalla quale ho imparato ad amare e pregare.

Mamma! Come sono felice di esserti vicino,

confidarmi con te, gustarmi tanti ricordi,

chiederti ancora consigli,

sentirmi ancora attratto dal tuo materno amore!

A MAMMA

Ho dei ricordi,

in questi luoghi belli,

della mia mamma!

Brucia il cuore mio

d’amor filiale:

mi fermo a pregare

la mamma celeste

al ricordo di quando lei pregava

preoccupata e ristabilir la chiesa

ed ora qui intorno al camposanto

e alla chiesetta

aleggia di splendor

e pieno di gloria

lo spirito suo immortale.

Ed io commosso, peccator pentito,

seguir l’orme vorrei

della mia mamma

e con lo spirito mio purificato,

in questo colle, insieme a mamma

abitar per sempre.

A MIA MADRE

Mia padre ha novant’anni …

Novant’anni: è ancor vegeta e gaia

come se avesse solo settant’anni.

Florido il viso, di color rosa,

gli occhi belli, lucida di mente,

legge e scrive

e non si sente stanca;

qualche ruga sulla fronte

e sulle gote,

cammina barcollando col bastone.

Non un lamento

per l’età avanzata:

paziente e generosa,

sempre prega!

Il libricino ha in mano e la corona,

par che sia sostenuta dalla fede.

Ed io guardo,

e col pensier ritesso

i tristi e lieti eventi del passato,

quando bambino mi porgea la mano

e seco mi portava,

mi additava lassù l’azzurro cielo:

“Di sopra ancor del sole e delle stelle, c’è Dio”

E m’imparava a farGli la preghiera!

Le fiabe d’inverno, intorno al fuoco …

Quando veniva a riscaldarmi il letto,

mi raccontava tante cose belle!

Mi mormorava d’essere più buono

e m’insegnava a vivere.

Ricordo ancor le birichinate,

tutta la mia fanciullezza

intrecciata alla sua giovinezza.

Caro ricordo del passato,

oh, come passa il tempo,

com’è misteriosa la vita!

Or son’io che la prendo per mano

per aiutarla a scendere e salire

e lieto sono perché compenso un po’

un atto gentile e generoso.

Ma sempre debitore

sono a colei che mi donò la vita

e nei momenti tristi del dolore

mi ha sempre circondato

del suo materno amore!

NATALE SENZA MAMMA

Il Natale senza mamma

come nebbia a primavera,

come buio nella sera,

come fuoco senza fiamma!

     Sempre triste resta l’alma

     e la casa non si allegra

     di gran festa e di preghiera,

     se non v’è il cuore di mamma!

Ella ti esorta, ti accarezza

e lenisce ogni dolore,

sempre pronta con dolcezza

     apre ai figli tutto il cuore

     con solerte sua accortezza

     e non v’è più grande amore!

AL CAMPOSANTO DI BELMONTE

Mentre sono a far visita

ai  miei cari morti,

invaso di mestizia,

il ricordo di lor

mi stringe il cuore!

Quanti pensieri

intorno a queste tombe!

Medito ad una ad una queste foto,

rivedo i loro volti,

ripenso ai colloqui,

ai ritrovi festivi,

alle sere d’inverno:

veglie e giochi.

O bella gioventù troppo fugace!

Troppo veloci passano

i miei giorni,

qui son gli amici di un tempo

i miei avi, il genitore,

i belmontesi

di un Belmonte caro!

Un altro paesello

fatto di tombe, croci

e cappelline care!

E’ bello star solo

in questo camposanto

all’imbrunir della sera,

circondato

da un silenzio cupo;

tra sospiri e ricordi

una preghiera!

La sposa Carolina

PRESSO L’ALBERO OMBROSO

    INSIEME A CAROLINA

Quando l’estate avvampa di calore,

oppur col venticello della sera,

ripenso ai dì festivi d’una volta,

all’ombrosa tua chioma,

ti rivedo come me invecchiato

coprire ancor quel tavolo di pietra

ove mangiavamo al fresco della sera

o al monotono canto di cicala.

Mi dispiace davvero esser lontano,

vorrei risiedermi insieme a Carolina,

come nei tempi andati,

or che siam vecchi, all’ombra tua dorata!

CINQUANTESIMO ANNO DEL MIO MATRIMONIO

Nel millenovecentoventinove,

ricordo quella data, sei gennaio,

quando incontrai la prima volta

la compagna che mi sta accanto!

Era una fanciulletta sedicenne,

andava insieme con le sue compagne

lungo la strada di Santelpidiuccio.

Con slancio giovanile mi accostai

vicino a quel gruppetto …

Lo sguardo si incontrò proprio con lei,

l’osservai, la guardai e riguardai ancora

e coraggio non ebbi di parlare.

Però rimase in me scolpita al cuore

quella figura bella di fanciulla

dai bei capelli con le trecce antiche,

 e con ingenuità contadinesca,

semplice nel vestir,

ancora inesperta,

come fiore sbocciato in mezzo al bosco.

Non fu per me la solita vampata

che in quell’età sovente m’invadeva.

Era lontana ed il mio pensier vicino,

l’amavo con amore puro e sincero

la sognavo compagna della vita!

Si realizzò il sogno!

Nei cinquantenni e più vissuti insieme,

quando le nubi della fantasia

portavano il cuor nella tortuosa via,ù

riflettevo e pensavo

a quella fanciulletta che incontrai

nella migliore età, sul fior degli anni.

Tanto tempo è passato!

Ed io ripenso al navigar trascorso.

Tra l’onde burrascose della vita,

la navicella non è mai affondata.

Ormai stanchi ed invecchiati

giunti al porto,

d’amore il cuore mio

s’accende ancor

come nei tempi della giovinezza!

SESSANT’ANNI INSIEME

Ricordo quel giovedì del 17 settembre 1931

e la chiesetta sulla cima più alta di Montelparo,

l’altare dove ci inginocchiammo

per giurarci reciproco amore!

Avevo allor venticinque anni e Carolina diciannove.

Era un giorno nuvoloso con temperatura mite.

Dopo pranzo un acquazzone di breve durata.

Fu una gran festa! Attorniati

dai parenti più stretti e pochi vicini.

Oggi quei ricordi tornano alla memoria.

Rivedo ad uno ad uno tutti i cari

che non ci sono più, i miei ed i tuoi genitori

che gioiosi e soddisfatti del nostro matrimonio

si sedevano accanto a noi.

Quanti avvenimenti in questo lungo percorso!

Disgrazie, malattie, lutti in famiglia, guerre,

Ma ogni evento ha contribuito a rinsaldare

il nostro amore.

Ed oggi a distanza di sessant’anni

siamo qui attorniati dai figli, nipoti, generi

e dai coniugi dei due nipoti, che tutti ci consolano

e ci riportano indietro nel tempo.

Ora non siamo più giovanissimi né belli

questa bella riunione famigliare

fa per un po’ dimenticare

le depressioni e gli acciacchi della vecchiaia

per far splendere dai nostri occhi

la fiamma viva d’amore che accese i nostri cuori

al primo incontro, nel gennaio del 1929

quando ci vedemmo per la prima volta.

Ed oggi auguro ai figli ed ai nipoti

per l’esperienza vissuta,

tanta felicità e tanto bene:

di camminar sempre uniti

e far brillare davanti ai vostri occhi la stella

che illumina il vostro cammino

intessuto di speranze, di pace e d’amore.

A MIA MOGLIE CAROLINA

Sono passati sessantuno anni

da quando ci siamo conosciuti.

Quanti ricordi! Quanti avvenimenti!

Quanta strada percorsa!

Ci siamo incontrati, poi sposati

anche superando le difficoltà.

Sempre vissuti insieme con l’entusiasmo

di un tempo, ci siamo resi liberi

senza la gelosia che poteva nascere

dal mio carattere espansivo e compassionevole

verso le donne tenute a quei tempi

come oggetti di piacere e macchine di lavoro

in un mondo abbrutito, dominato

dal potere economico indiscriminato

di uomini ricchi …

Malgrado tante avversità

non siamo due coniugi stanchi!

La vecchiaia con la malferma salute

che mi preoccupa per te

rinvigorisce il nostro amore.

Quando torno in bicicletta dal lavoro,

ti vedo che mi stai aspettando

e dai vetri della finestra vedo

sul tuo volto che si rallegra

un qualcosa di lieto che ti solleva: il desiderio

l’attesa come quando ero giovanetto

e venivo a trovarti, a volte a piedi,

da Belmonte, con il giornale in mano

che leggevo camminando,

nei tratti di strada meno frequentata.

Ricordi? Avevo sempre un fiorellino

oll’occhiello e una fogliolina di edera

segno di attaccamento e di amore.

Amavo anche allora la poesia

e la semplicità femminile.

Ero tanto bene accolto dalla tua famiglia

che mi riservava stima

e attenzione notevole.

Bei tempi della nostra giovinezza!

Ormai siamo arrivati al fine

di questa misera vita terrena,

senza un rimpianto che possa

amareggiare la nostra esistenza.

Il nostro lungo cammino è stato

sempre illuminato dalla fede

e sostenuto da un amore vero

sempre più rafforzato

or da tristi, or lieti eventi

e dall’affetto dei figli e dei nipoti.

A MIA MOGLIE MONALDI CAROLINA

Ti ricordi?

Fu proprio il sei gennaio 1929

che ci incontrammo la prima volta!

Sono passati cinquantanove anni

da quando apparisti agli occhi miei

come una luce che risplendeva nell’oscurità

di quel freddo e nebbioso pomeriggio festivo.

Non ci conoscevamo. Domandai il tuo nome

e per sapere la tua età andai a vedere

il registro di nascita al comune di Montelparo.

Avevi sedici anni, più giovane, sei anni, di me

tornato da un anno dal fare il militare.

Entrasti subito nel mio cuore

col tuo visino bello, la tua boccuccia

che muoveva il labbro ad un grazioso sorriso,

i tuoi capelli neri, crespi ed ondulati.

Vestivi un abito modellato alla tua vita

ben fatta, un fazzoletto color caffè

per coprirti il capo in chiesa,

un paio di stivaletti di cuoio.

Mi sembra rivederti come allora!

Così carina! Così fanciulla!

Purtroppo il tempo passa, ci trasforma,

ma non ci toglie la bellezza interiore:

l’amore non invecchia mai col passare degli anni.

Si consolida anzi con i giorni

tristi e gioiosi della vita.

Così è stato per noi!

Quanti ricordi!

L’amore vero si riconosce nelle sofferenze,

nel dolore cui siamo tutti sottoposti

chi più, chi meno, noi poveri mortali.

Tutti felici i primi anni insieme:

pieni di salute, di vita, con tre figlioletti

che crescevano come tre fiorellini.

Ma come sempre accade, dopo la felicità

Viene anche il dolore. Avevi trent’anni

Quando improvvisamente ti assalì un brutto male.

Come furono lunghe quelle quattro ore

che eri in sala operatoria!

E quando il professore che ti aveva operata

Mi comunicò le difficoltà per la tua sopravvivenza,

me ne andai a sedere al penultimo scalino

davanti all’ospedale a piangere tutta la notte,

fino alle cinque del mattino

quando potei tornare nella tua cameretta.

Ricordo che con le lacrime bagnai quelle scale:

conobbi com’è il dolore

e l’amore per la persona che si ama.

E capii che solo nella sofferenza

Si riconosce l’amore vero, che non ha mai fine

e che perpetua oltre la morte fisica.

Da quel momento ho aperto il mio cuore

A tutte le persone perseguitate,

a quelle che soffrono, che lavorano e amano,

dimenticate o fisicamente ammalate.

Tutto si risolse bene,

risultò un male di origine benigna.

Tornasti dopo due mesi dall’ospedale

a riabbracciare i figlioletti

ed a seguitare insieme a me

il cammino interrotto.

Sono passati altri quarantadue anni

di piena salute.

Il ventinove febbraio del 1984,

un altro intervento,

anche questa volta assai grave.

Ma grazie a Dio, tutto è andato per il meglio,

malgrado un po’ di acciacchi!

Ed eccoci ora arrivati

al cinquantasettesimo anno di matrimonio!

Siamo felici di essere ancora in cammino

e che il nostro amore non si è logorato

perché è sostenuto da un grande ideale

che va al di sopra dei fugaci piaceri

e delle terrestrità di cui siamo imbevuti.

IL RITRATTO DI MAMMA CAMILLA

Da sopra il letto della cameretta,

senza girarmi o sollevarmi affatto,

aprendo gli occhi, vedo di prospetto

il bel ritratto di mamma Camilla!

Vedo la donna intelligente e bella,

la donna tanto brava e laboriosa,

dal vispo sempre allegro e sorridente,

di cuore buono, aperta e franca.

Io la guardo, la ricordo,

insieme a Carolina giovinetta,

mi par vedere ancora le sembianze sue …

Mi sembrava diversa dalle altre,

miravo le sue doti, i suoi modi.

Le volevo bene, sapeva comandare,

dar consigli: era pure per me la mamma.

Mi sembrava non ci dovesse mai mancare,

ma in un momento inaspettato ci ha lasciati,

si è spento quel faro che risplendeva

e tutto è nel buio nella vecchia casa.

Noi soffrimmo per quel vuoto incolmabile

per quell’amore che ci venne meno …

Ora tu non ci sei più, ma ci ami ancora,

ci guardi, ci illumini questa cameretta.

A t il pensier mio, prima di prender sonno,

a te la mia preghiera, a te lo sguardo

quando mi sveglio al mattino.

Ci vuoi bene. Ci fai amare tra noi,

come quando eravam giovanetti

che pacificavi i nostri capricci amorosi.

Fa che sempre viviamo insieme,

nella chiarezza della fede in Dio

e regni tra noi pace ed amore

per ricongiungerti a te, lassù nel cielo!

  LORETA MONALDI

Morta all’età di quindici anni

Or quarant’anni

son già passati,

leggiadra fanciulla,

e ancor ti vedo

bella nella tua foto.

A me sembran lunghi,

al par d’un giorno:

il sole che nasce,

e si fa sera.

Al fiorir di primavera

di tua vita

Dio ti tolse dal giardin terreno:

eri innocente, semplice, graziosa,

era brava, gentile e tanto cara,

il viso roseo,

coi capelli biondi,

simile al fiorellin

sbocciato e spento,

ti vidi declinare a poco a poco:

il tuo visetto si faceva bianco,

in pochi giorni ci dicesti addio!

Partisti allegra,

senza un lamento …

Tutti piangean

e la mamma si disperava.

Tu rassegnata e pronta

a partire da questo mondo

nel momento in cui

davanti a te vedevi

delinearsi l’avvenire più bello,

come può veder

una giovinetta quindicenne,

non ti dolesti

della tua immatura fine:

guardavi sorridente il cielo!

Or che pur io verso il tramonto

stanco declino,

medito, penso

e dico: “Te beata!

Che innocente e pura

volasti al cielo,

perché il mondo

non dà ciò che promette

e spesso i figli suoi delude”.

Tu certo in seno a Dio

veloce andasti.

Pregalo pure per me

che senza duolo

passi dal mondo

alla celeste patria!

I Giovani Sposi

AD ANNA E DANIEL

Vorrei, con cuore aperto e animo gentile,

scriver due versi, e con tanto calore

augurarvi felicità e tempo migliore

per tutta l’esistenza: sempre aprile!

     L’ardente fiamma vivace e giovanile

     che vi ha uniti, prenda più vigore,

     come nel giardino il più bel fiore

     nella lieta stagion primaverile.

Oggi per voi facciamo questa festa

per dimostrar che vi vogliamo bene,

e impressa nel cuore sempre resta

     questa sera che tutta a voi appartiene,

     la luna, le stelle, il cielo lo manifesta

     col ponentin che a rinfrescar ci viene!

PER IL MATRIMONIO DI ROSSELLA E PEPPE

Carissimi Sposi,

   dopo la bella cerimonia in chiesa ed il discorso di don Franco che mi ha molto commosso, non avrei altre parola da aggiungere; ma è mia abitudine dire qualche parola in queste occasioni.

   Tanto più lo è per un nipote che mi è stato sempre tanto caro fin da quando era fanciulletto svelto e vivace che tutto voleva sapere e voleva fare mentre ero a lavorare nei campi: poi diventato più grandicello mi guidava il trattore che trainava il vecchio aratro usato con i buoi.

   Ed oggi in questa domenica di agosto ci fate gioire di questa bella festa per la celebrazione del vostro matrimonio che è il sacramento più nobile della vita perché unisce fisicamente e spiritualmente due persone che si vogliono veramente bene e che ai piedi dell’altare hanno giurato fedeltà ed amore.

   Noi tutti parenti ed amici siamo qui per testimoniare che vi volete bene e per augurarvi tanto benessere felicità e gioia ma soprattutto tanto amore.

   Amore vero, profondo da cui scaturiscono lealtà, compatibilità, tenerezza e reciprocità di affetto, e se è necessario anche sacrificio l’uno per l’altro.

   Amore che con il passare del tempo diventi sempre più grande e più radicato nei vostri cuori!

   Che mai, Giuseppe e Rossella, sia dimenticato da voi questo giorno ed il primo incontro, e ricordatelo soprattutto se qualche nube offuscherà l’orizzonte sereno della vostra vita; (io mi auguro non avvenga mai).

   Rinvigorite allora quella fiamma d’amore accesa da giovanetti e fatela sempre risplendere nei vostri occhi per illuminare sempre più il sentiero della vostra vita!

   Vi rinnovo i miei più sentiti auguri di tanto bene e di tanto amore, invocando Dio perché benedica questa nuova famiglia che oggi con tanto entusiasmo salutiamo!

AGLI SPOSI FORTUNATO E MARIA

A te, nipote mio, con tanto affetto

insieme alla tua giovinetta preferita

che hai scelto per compagna della vita

degna di ammirazione e di rispetto.

     Benché a scriver versi più non mi diletto,

     come facevo all’età mia fiorita,

     pur di scrivere qualcosa il cuor m’invita

     riportandomi ad un tempo giovanetto …

Per far gli auguri a voi di vero cuore

insieme ai parenti ed a chi vi onora

in questo giorno in cui vi unisce amore!

     Gioia e felicità vi accresca ancora

     e con spirito vital e con più fervore

     risplenda il vostro amor come l’aurora!

AGLI SPOSI VITTORIA E BENEDETTO

Con questi rozzi versi poverelli,

col cuore aperto e con sincero affetto,

auguro a Vittoria e a Benedetto

tanta felicità e giorni più belli!

     In questa festa per voi sposi novelli,

     amici e parenti son qui con gran diletto

     dopo che nell’altar vi han benedetto

     acciocché il giurato amor non si cancelli.

La fiamma accesa in voi da giovanetti

rimanga sempre tal nei vostri cuori,

senza accusar stanchezza oppur difetti.

     Senza cercar altri svaghi ed altri amori

     vi auguro vivere ognor sani e perfetti:

    questi son nella vita gran valori!

A CLAUDIO E LAURA

          -Ottava-

In questo giorno a voi sposi novelli

tanti auguro do di vero cuore,

splenda sempre nei vostri visi belli

viva la fiamma del giurato amore.

     Come due fiori, come due gemelli

     lo stesso stelo irradi di splendore:

     sempre bel tempo, senza mai bufera

     sorrida sempre a voi la giovinezza.

E la giocondità di primavera!

Coi migliori auguri di felicità

E benessere per tutta la vita!

A CLAUDIO E LAURA

       -Sonetto-

Ai vostri volti guardavo stamattina,

vi ho visto uniti nell’altar divino

in quella chiesa antica, San Ruffino

splendenti come un’alba mattutina.

     Vedevo, Claudio, te e la sposina

     che è un giardino dell’amore, un fiorellino

     or or sbocciato, candido e genuino:

     semplice, un po’ commossa assai carina.    

Voglile bene ed usa ogni accortezza,

come un tesoro, come cosa rara …

con tanto amore e con tanta dolcezza.

     Come il Petrarca per la donna rara

     descrisse, amò e cantò la sua bellezza,

     sì soave è l’amor alla tua Laura.

AGLI SPOSI MILENA E ROBERTO

Con tutto l’animo sincero ed aperto

ed ravvivato da tanto calore,

gli auguri vi fo di vero cuore

a te, Milena, con il tuo Roberto.

     Che stimo bravo, intelligente, esperto

     a fare il vostro avvenir ben migliore,

     con gioia, felicità, pace e amore!

     Lungo l’aspro sentier dubbioso e incerto.

Giammai l’amor giurato nell’altare

venga mai meno, e per nessun motivo

il rispetto tra voi deve mancare

     e di offuscate nubi ognor sia privo!

     Sempre come oggi vi dovete amare

     d’amor prolungato e sempre vivo!

I Nipoti e i Bambini

RICORDO DEL NIPOTINO GIOVANNINO

Chi ti colse, tenero fiorellino

In così verde età? Quanto dolore,

quanto strazio hai lasciato in ogni cuore!

Eri svelto, vivace, eri carino.

     Ti volevamo tutti bene, Giovannino;

      i genitori nutrivan tanto amore!

     Te, tra i figli, vedean il migliore:

     Dove sei andato caro nipotino?

Nel giardino celeste trapiantato

su sarai grande, su sarai allietato,

da tutti gli angioletti circondato

     Ognor con Gesù che in terra hai amato,

     pregalo tanto, or che sei ascoltato

     per venir noi con te al ciel beato.

DAVANTI ALLA TOMBA DEL NIPOTINO

Sono passati degli anni, mipotino

e piccolo ti vedo come allora.   

Qui, genuflesso, sulla tua dimora

Rivivo, insieme a te, come un bambino:

     a scuola e in bicicletta, Giovannino

     svelto e vivace, ti rivedo ancora,

     ripensando a quel maggio, mi addolora:

     che triste giorno, che fatal destino!

Più non sentimmo palpitare il cuore

non più una parola, un tuo sorriso.

Singhiozzanti e affranti di dolore

     Demmo gli ultimi basi sul tuo viso:

sembravi un angioletto, e come un fiore

Dio t’avea colto per il Paradiso!

A MARISA

Non dolerti, Marisa, del tuo male,

offrilo a Gesù, ch’è nostro Signore

che solo comprender sa pene e dolore

e conforto sa dare a ogni mortale.

     Sappi che a questo mondo poco vale

     aver tanta ricchezza, gioia e onore

     ma premio eterno avrà, che ha più valore,

     colui che col pensier su in alto sale.

Fatti sempre guidare dalla fede

senza segni di noia e di stanchezza

che, dopo la burrasca, il sol si vede

     e dopo il mal, del bene si ha certezza

     e al mondo gode sol chi spera e crede

     con animo sincero e con saggezza!

DISCORSO PRONUNCIATO A ROMA IN OCCASIONE

DELLA CELEBRAZIONE DELLA PRIMA MESSA DEL

                             NIPOTE FAUSTO

Fausto!

Questa mattina quando salivi l’altare ti ho guardato commosso. Indietreggiando il pensiero nel tempoti rivedevo fanciulletto vivace, un bambino come tanti altri. Volevi fare, volevi sapere: mi ricordo quando volevi guidare le vacche che trainavano un carro carico di fieno.

   Ti ho visto più tardi sui banchi di scuola: volevi con impegno essere il primo, il migliore, e lo eri davvero!

   Ad un certo momento diventato grandicello ti sei trovato davanti a tante strade: forse eri imbarazzato per la scelta in mezzo a tante ideologie politiche, a tante incertezze umane, a tanti piaceri effimeri, falsi e fugaci che ci offre la vita terrena?

   Tu hai preso la via spirituale, la via a volte più irta e faticosa che però conduce alla gloria eterna! Hai appreso l’insegnamento di Gesù: prendi la tua croce e seguimi …

La via dell’amore!

   Quante versioni ha questa parola: amore! Amore per le cose, per le persone, per il sesso, per le piante, per le bellezze naturali. Ma tu hai scelto l’amore spirituale, l’amore per i fratelli che soffrono, l’amore per tutta l’umanità, amici e nemici nella stessa misura.

   Tu da oggi in poi sei un soldato di Gesù, un combattente, non con la spada ma con l’amore, con l’esempio. “Con lo spander del tuo parlar sì largo fiume”, vuoi portare a salvamento l’umanità vacillante nel mare tempestoso della vita!

   Ora sei un ministro di Cristo, dell’eucarestia, e questa tua consacrazione ti mette al di sopra di tutti noi, a servizio degli altri, per il bene della Chiesa e del mondo.

   Noi siamo tanto contenti di te, ti ringraziamo per questa festa, ci sentiamo vicini oggi,  mentre ti festeggiamo insieme alla comunità religiosa di cui fai parte. Noi parenti vogliamo essere tutt’uno con la tua comunità.

   Hai aperto il tuo cuore ai bisogni del mondo, non hai guardato al denaro, non hai cercato il tuo interesse personale,  ma insieme con i fratelli hai sentito la forza dello Spirito Santo che ti ha chiamato e ti ha mandato tra i popoli.

   Vogliamo esprimerti il nostro augurio: che tu sia sempre felice di vivere con gli altri e per gli altri, che la tua missione apostolica sia feconda di fiori e frutti, che la felicità di questo giorno si rinnovi ogni giorno della tua vita.

   Anche tu ricordi nonna Giustina che sempre parlava di te e tanto pregava per te, perché prevedeva che avresti avuto una missione importante.

   Anche noi ti seguiamo con tutto il cuore, e tu non ci dimenticare!

ALLA NIPOTINA ANNARELLA

Pure tu volenterosa,

o mia cara nipotina,

vai alla scuola, alla mattina,

con le bimbe baldanzosa.

     Sempre forte e coraggiosa,

     con la nebbia e con la brina

     non fai mai la birichina

     sempre brava e assai studiosa.

Quando poi sei grandicella,

tu ricordi con amore

la tua brava monachella

     che per tante lunghe ore

     insegna, cara Annarella,

     come madre di gran cuore.

ALLA NIPOTINA MARIA GRAZIA

Sono fine le vacanze

liete e belle dell’estate.

Or la svegli ancor più presto

e con l’aria frizzantina

t’incammini per la scuola,

preoccupata e sbrigativa.

E così la vita cambia

ed il tempo passa e vola.

Tu il mare sogni ancora,

sulla spiaggia e tra la rena

ancor pensi di giocare.

L’aria fresca della sera

ed il sole risplendente

ti godevi con piacere,

sempre allegra e sorridente.

Io, Grazietta, ancor ti seguo,

da quassù col mio pensiero,

nella casa e nella scuola

sempre attenta e sempre brava,

ubbidiente e rispettosa.

Son le doti tanto care

Di una bimba come te!

ALLA NIPOTINA MARIA GRAZIA

Oggi scrivo in tutta fretta,

e con gran soddisfazione,

non curando occupazione

per risponderti, Grazietta!

     La tua bella paginetta

     scritta ben con attenzione

     dà al cuor consolazione:

     sei una brava scolaretta!

Ora è Pasqua, mia Grazietta,

primavera tutta in fiore

spira ovunque gioia e amore

nella festa benedetta.

     Fra i bei prati profumati,

l’acqua chiara, cristallina

sgorga giù dalla collina

tra i fioretti dei fossati.

     E le bimbe in vesti chiare

     stanno allegre sotto il sole

     profumate di viole

     non si stancan di giocare!

Pure te vorrei vedere

come giochi in mezzo al prato,

ed io pure sarei beato

in sì liete e fresche sere.

   Viver lieto e spensierato,

     senza pesi, né malanni,

     vecchio, stanco riposarmi

      dai nipotini accarezzato.

In sì bella primavera,

con Gesù resuscitato

che perdoni ogni peccato

tutti pregan e tutti speran!

     Pure tu Grazietta mia

     volgi al ciel la tua preghiera

     a Gesù, in sulla sera,

     che salute ognor ti dia.

Prega tu che sei innocente

per la mamma e per il tuo papà

perché possano campare

lunga vita allegramente.

     Prega ancor la Madonnina

     Perché in chiesa, a casa e a scuola,

     la tua mamma si consola

     nel  vederti assai bravina!

LA MATERNITA’ DI LAURA

Sbocciato nel tuo seno giovanile

come un fiore di candida bellezza

pieno di vita, pieno di dolcezza

quasi un nuovo miracolo d’aprile.

     Proprio nella tua età primaverile

     per te giovane mamma è una ricchezza:

     un sorriso di bimbo, una carezza

     specie nella tua età fresca e gentile.

Tu lo circondi di un amore profondo

lo stringi al petto tuo quest’angioletto.

Il novello Matteo venuto al mondo

     porti tanta allegria sotto il tuo tetto.

     Io gli auguro benessere fecondo

     crescere al fianco tuo sano e perfetto.

A PAOLETTA IL GIORNO DELLA

         PRIMA COMUNIONE

Questa festa è per te cara Paoletta!

Oggi Gesù è disceso nel tuo cuore,

con la Sua grazia e il Suo grande amore,

diventerai una brava fanciulletta.

      Prendi il sentiero della vita diretta

     Che col Vangelo ti addita il Signore,

     sana, robusta e pura al par di un fiore

     sempre graziosa, semplice e perfetta.

Prega, Paoletta, in questo santo giorno

per i tuoi nonni, per i genitori

per tutti quelli che ti stanno intorno.

     Pregalo ancor perché nei nostri cuori

     regni la vera gioia e perché un giorno

     viva l’umanità senza rancori!

A CINZIA

Con tutto l’animo mio e con affetto,

giacché di tua amicizia mi fai onore,

scrivo questa poesia con amore,

non per mio capriccio o per diletto.

     Sol perché ti stimo e per il rispetto

     che hai avuto per me col tuo buon cuore

     con tanta cordialità e uman calore

     le parole che hai scritto ad un vecchietto.

E’ stato per me un regalo eccezionale:

per un’ottantenne stanco ed avvilito

è qualcosa che sa di celestiale!

     E’ far rifiorire un albero ingiallito.

     Un grazie con l’augurio mio cordiale

     di felicità e successo infinito.

A MONIA

Per la prima comunione

Ti ho visto stamattina un po’ commossa,

con le manine umilmente piegate,

dolce, tenera, come un fior d’aprile,

come una rosa fresca e profumata

in una tiepida notte sbocciata:

alla prima alba di un lieto mattino.

     Oggi è sceso Gesù nel tuo cuore,

     con la Sua grazia e il Suo grande amore

     a illuminar della vita il sentiero

     con la luce che viene dalla fede,

     con la viva fiamma dell’innocenza.

Con te festeggiamo il giorno più bello

da ricordare sempre vivamente:

sia portatore d’altri lieti eventi

di bellezza interiore e di purezza,

da farti splender tra tutte le stelle

con femminile incanto sulla terra.

Gli Amici

BRINDISI A DON ELIO

Bersaglierescamente e con ardore

hai rinnovato Piane Falerone

diffondendo in tutte le persone

un’atmosfera di pace e d’amore.

     Con la tua bontà aperta ad ogni cuore

     e con lieta e sincera convinzione

     che ti fa degno di ammirazione

     a tutti sai lenire ogni dolore.

Tu il bene l’hai fatto e predicato

in venticinqu’anni di ministero

oggi preghiamo Gesù, caro Curato,

     che ad insegnare della fede il gran mistero

     sii sempre in mezzo a noi gaio e onorato.

     questo è l’augurio mio tanto sincero.

IN RICORDO DEL PARRO DI PIANE DI FALERONE

                       DON ELIO JACOPINI

Don Elio carissimo,

   tu ci hai lasciato, hai lasciato i tuoi parrocchiani che ti volevano bene e che tu amavi come una propria famiglia: noi siamo tutti addoloratissimi per la tua scomparsa.

   Sei stato per noi una guida, un maestro saggio, un consigliere spirituale.

   Ti ho conosciuto tanti anni fa, cioè quando dalla vicina Montottone ti trasferisti qui a Piane di Falerone e per motivi economici, famigliari, civici e politici venivi a trovarmi quando io non avevo il tempo di venire a parlare insieme!

   Dovevo a volte aspettare la pioggia per stare ore ed ore insieme. Tu mi consigliavi, mi insegnavi tante cose che io non capivo.

   Nei momenti di dolore accorrevi a confortare, ogni famiglia, ad ogni capezzale ove era un infermo e con parole di luce, con la tua bontà, col tuo grazioso sorriso, così caro, sapevi così bene lenire ogni dolore.

   Tu hai fatto del bene a tutti, specie ai giovani. Quando ne parlavamo cercavi sempre di esaltarne i pregi e nascondere i difetti.

   Eri qui a Piane un faro che risplendeva ed illuminava tutti la via della salvezza.

   Cari amici, Don Elio non fece mai discriminazioni di sorta, amò tutti nella stessa misura, non osservò le differenze tra opposte idee politiche: in poche parole, trattò tutti uguali nella grande famiglia umana, senza discostarsi dal campo spirituale.

   Tutta la sua vita è stata intensa di attività. E’ stato molto altruista, disinteressato, ha pensato più  per gli altri che per se stesso.

   Mi disse una volta: “La mia famiglia è la parrocchia e nulla debbo togliere ai miei figli, piuttosto dare a loro”.

   Sarebbe troppo lungo parlare delle sue attività: la chiesa, la casa, tanti impegni.

   Non sono io all’altezza di parlare del campo spirituale, spetta agli altri più bravi e più competenti.

   Don Elio! Noi parrocchiani ti vogliamo qui nel camposanto di Falerone: ancora in mezzo a noi.

   Sorridente col tuo sguardo benevolo ci parli ancora:  e spiritualmente ti ascoltiamo.

   Addio do Elio, addio, addio! Prega per noi perché dopo la parentesi terrena ci ritroviamo ancora insieme.

POSA DEL MONUMENTO A DON ELIO

   Con questo busto eretto nel piazzale abbiamo ancora don Elio immortalato in mezzo a noi: qui vicino a queste piante che lui tanto amava.

   Vicino a questi sedili, mi pare di vederlo ancora seduto a conversare con i suoi parrocchiani, specie nelle giornate estive quando il male gli vietava la solita vita attiva e movimentata com’era sua abitudine:in mezzo ai giovani che giocavano a pallone, oppure nei luoghi pubblici a conversare con le persone, o dopo lunghe passeggiate a piedi a trovare gli ammalati, gli amici.

   La sua vasta conoscenza di tutte le cose spirituali e umane, il suo zelo sacerdotale, la sua intelligenza, il suo carattere espansivo, lo resero caro a tutti.

   Era sempre presente in tutti i luoghi ove era necessario portare una buona parola di verità, di moralità e di pace.

   A Fermo a fare i corsi di cristianità; a predicare nei paesi limitrofi dove era chiamato in occasione di ricorrenze e festività paesane. A loro Piceno, Belmonte, Servigliano, a Monteleone di Fermo alla ricorrenza della Madonna del Soldato, in piazza tra i bersaglieri egli era sempre presente ed ovunque aveva apprezzamento e stima.

   Troppo approfittava della sua fibra robusta.

   Aveva sempre uno slancio giovanile ed una grande volontà di fare, affrontando ogni difficoltà per l’altrui bene.

   Sempre sereno, sempre col suo sguardo luminoso, sempre gioviale, sempre sorridente, sempre pronto ad incamminarsi sulla strada del colloquio con tutti: con tutti egli dialogava.

   Quante preoccupazioni! Quanti sacrifici, quante difficoltà ha incontrato per costruire la chiesa e la casa; quelli erano tempi difficili per trovare il denaro che occorreva.

   Altre difficoltà per unire la popolazione divisa da opposte ideologie politiche.

   Fece il cinema all’aperto, organizzò la squadra di calcio, procurava le riumioni nella sala parrocchiale senza distinzioni di idee e di categorie di cittadini.

   Egli, al di sopra delle ideologie, al di sopra dei difetti e dei pettegolezzi vedeva la persona, valorizzava la vita materiale e spirituale, gioiva nel vedersi attorniato da amici come un padre dai propri figli.

   Quanti ricordi abbiamo di lui, dei suoi ragionamenti! La sua voce eloquente, le sue parole penetranti scendevano nei nostri cuori con tanta dolcezza.

   Ora lui non c’è più, ma noi lo ricordiamo ed ancora chiediamo a lui di pregare per noi affinché in quelle belle Piane di Falerone regnino sempre la pace, la concordia, la giustizia e l’amore, la sopportazione ed il rispetto reciproco.

   Più ancora chiediamo a don Elio di pregare per il parroco don Giuseppe suo successore perché tutti i cittadini di Piane siano uniti in un solo ovile alla guida di un solo pastore.

DISCORSO IN CHIESA PER LA POSA DI UNA

       LAPIDE IN ONORE DI DON ELIO

   Dieci mesi orsono in questa stessa chiesa gremita, demmo l’ultimo addio al nostro caro don Elio, dico nostro perché don Elio era di tutti noi, il capo della famiglia parrocchiale a cui tutti volevamo bene.

   Egli fu in mezzo a noi per trentasei anni, come maestro, come guida spirituale, educatore, dotato di una grande intelligenza, di un cuore buono e di un perfetto ottimismo.

   Noi lo ricordiamo oggi con la posa di una lapide in questa  chiesa che lui eresse con tanti sacrifici e nella quale parlò, educò, insegnò a tutti noi.

   Da questo pulpito noi apprendevamo la sua parola esplicita, facile e penetrante, lui oltretutto sapeva parlarci col cuore!

   Questa lapide serve per ricordare don Elio non solo a tutti noi che l’abbiamo conosciuto. Il ricordo caro di lui l’abbiamo impresso nei nostri cuori, lo ricordiamo in chiesa quando andiamo a messa, quando ci mettiamo seduti all’ombra, i n quelle panchine, quei sedili e giriamo intorno lo sguardo per gustare le bellezze che lui ci creò, lo ricordiamo volgendo lo sguardo al loggiato dove molte volte conversava insieme: lo ricordiamo entrando nel salone dove lui faceva le riunioni, e dove celebrava la messa durante la sua lunga malattia.

   Ma soprattutto lo ricordano i giovani che gli furono vicini e con lo spirito giovanile di parroco bersagliere, sapeva interpretare i loro sentimenti, le loro ansie e le loro attese, noi a mezzo di questa lapide lo ricordiamo ancora alle nuove popolazioni future che verranno dopo di noi.

   Egli ci ha guidato con la sua parola, con il suo esempio,col suo coraggio nel mare burrascoso della vita!

   Con la sua personalità, col suo sorriso così grazioso sapeva ricondurre all’ovile pe pecorelle sperdute.

   Era molto altruista e disinteressato, amò tutti nella stessa misura senza discriminazioni,  giovani e meno giovani, poveri e ricchi, fu caro a tutti!

   Preoccupato per favorire lo sviluppo qui a Piane di Falerone di cui fu l’artefice primario.

   Per lui la ricchezza, la proprietà doveva sempre, in ogni circostanza, avere una funzione sociale …

   Lo ricordiamo ancora nella sua grave malattia, quando la sofferenza del male, a poco a poco, lo declinava consumando la sua fibra di bersagliere forte e robusto.

   Mi pare di vederlo ancora lungo la strada con la bicicletta a tre ruote, spesso si fermava all’ombra a parlare con gli amici per ore e alla domanda: “Come stai don Elio?” rispondeva sempre: “Bene!”.

   Accettò con molta rassegnazione tutte le sofferenze del male incurabile che lo consumava, anche negli ultimi giorni di vita a chi lo andava a trovare rispondeva col solito sorriso a fior di labbra: “Sto benissimo”!”.

   Si consolava guardando magari dalla finestra tutte le bellezze del creato che lui tanto amava.

   Guardava le piante fiorite, i campi verdi, il sorgere del sole, i silenziosi tramonti e tutte queste cose lo rallegravano, sottoponendosi umilmente alla volontà di Dio.

   Soffriva con molta rassegnazione e negli ultimi momenti, quasi agonizzante, apriva gli occhi per guardare i parrocchiani che lo andavano a trovare come per dal loro l’addio per sempre.

   No! Non ci siamo separati con don Elio, egli vive ancora spiritualmente dentro di noi, vediamo ancora aleggiare la sua figura immortale in questi luoghi, pregherà ancora per noi che serbiamo il di lui ricordo finché non lo raggiungeremo per sempre nella vita ultraterrena per godere anche noi delle beatitudini eterne!

ALLE LAVORATRICI ED AI LAVORATORI

                    DEL TOMAIFICIO

Ero timido e commosso quel giorno del nove giugno,

quando mi onoraste di un prezioso regalo.

Leggevo in voi tante bellezze interiori,

tanta femminilità, bontà e nobiltà d’animo

che si sprigionavano dai vostri cuori.

All’osservare voi o giovani mamme, anziane, fanciulle

Tanta poesia vibrava nel mio cuore stanco,

entro il vecchio stabile illuminato dai vostri volti.

Cominciavate a lavorare  mentre tante parole mi

venivano in mente, che non potei pronunciare,

emozionato dalle attenzioni da cui ero circondato,

tanto da suscitare in me un sentimento di affetto vivo,

un amore non profanato da erotismo,

ma limpido e puro come acqua sorgiva.

E’ verità quel detto poetico:

“spesso nascosti son tra vaghi fiori

aspidi crudi e velenosi serpi

e altre volte ancor li gran tesori

stan sotto i sassi e sotto rudi sterpi”.

Vi esprimo la mia stima con i meritati riconoscimenti

a tutti, operaie e operai del tomaificio

per il pensiero così nobile e gentile nei miei riguardi.

Sperando di scrivere ancora per rinnovare

un grazie di cuore per il regalo che ho tanto gradito,

lo tengo e lo terrò sulla scrivania come ricordo,

tanto caro tra i ricordi.

Cordialmente.

A TUTTE LE DONNE CHE LAVORANO

                   NEL TOMAIFICIO

   E’ Natale! Colgo l’occasione per farvi gli auguri e per rinnovare il mio grazie!

   Come posso io rinfrancare, se non con il mio affetto, con l’apprezzamento e la comprensione per il lavoro che fate?

Vi vedo sempre puntuali in questi gelidi mattini.

   Viene dimenticato spesso, purtroppo,che le donne sono gli angeli delle famiglie, le fonti vive della vita umana: lo dimostra anche la costernazione di una famiglia cui mancasse il sorriso della mamma che consola ed addolcisce.

   Sono le perle che splendono nelle maternità, nelle case, negli ospedali, nelle fabbriche ed in tutte le attività che danno ricchezza all’intera società.

   Formulo i migliori auguri per il Santo Natale e per l’anno nuovo: che porti a voi tutte tanta serenità, prosperità e pace con il riconoscimento per il ruolo importante che vi aspetta come operaie pur semplici per un mondo più giusto e più umano!

   Con tanta cordialità.

CHI E’ MARCELLA?

   Chi è Marcella? Perché alla mia età di 81 anni ho dedicato a lei alcune poesie?

   Marcella è una ragazza che abita a Penna San Giovanni, in contrada Caselunghe.  Da circa dieci anni la incontro più volte al giorno alla guida di un pulmino che trasporta le operaie che lavorano in un tomaificio qui vicino ed io ho voluto sceglierla come simbolo quale capofabbrica, soprattutto per la sua semplicità,la sua attenzione alla guida, la capacità nel lavoro che svolge, sempre a puntino, attiva, scrupolosa e cosciente nell’adempimento del dovere.

   Poi perché la mia maggiore stima, la mia simpatia, il mio modesto semplice scrivere vanno a coloro, donne o uomini che lavorano dalla mattina alla sera con coscienza, come queste umili e semplici operaie che hanno il senso dell’economia e del dovere, beni indispensabili alla società, come personaggi utili, al pari di scienziati, professori, dottori, infermieri, educatori dimenticati e inosservati dalla stampa, in poche parole a tutte le persone di cui nessun giornalista scrive, nessun ne parla dando loro valore umano come veramente meritano, mentre si parla, si scrive, si onorano persone che amministrano male il denaro, che fanno giocarelli alla TV, che sfruttano, sprecano ed amministrano male il denaro sudato dlla povera gente!

   Quante immeritate ricompense, quante buonuscite, quanti onori, quante ingiustizie umane si commettono?

POESIA A MARCELLA (I)

Bella giovanetta che incontro spesso

lungo la strada che passi ogni giorno

ti vedo nell’andar e nel ritorno

alla guida del pulmin nel luogo stesso.

     Con l’animo mio aperto ti confesso

     che a stile giovanil più non m’aggiorno

     giacché so n vecchio, stanco e disadorno

     pur ti auguro di cuor gioia e successo.

Sei negli anni miglior di tua givinezza

che ti basta uno sguardo ed un sorriso

per sentirti nel cuor tanta dolcezza!

     Un fulgente stella in te ravviso

     quando mi specchio nella tua bellezza

     e con i tuoi capelli penzolanti al viso!

POESIA A MARCELLA (II)

Cara Marcella, non prenderla a male

se un vecchierello che tanto ti stima

ti scrive poche righe messe in rima

in occasion del Santo Natale.

     Tu sei schivetta, limpida e leale

     nella scala dei valori sei alla cima

     perché da tutte le altre ti sublima

     la dote natural che tanto vale.

Ti mando tanti auguri con fervore

per Natal, Capodanno e per Pasquella:

goder nel bel giardino dell’amore!

     Or che trascorri l’età tua più bella

     col giovanetto che hai dentro il tuo cuore

     questo è l’augurio mio, cara Marcella!

POESIA A MARCELLA (III)

Come al limpido ciel fulgida stella

e lo sbocciar d’un fiore in mezzo al prato

dietro al bianco pulmino per l’asfalto,

a guida del volante appar Marcella.

     Sempre svelta, vivace, agile e snella

     ha gli occhi belli, il viso delicato,

     atteggiamento nobile e pacato

     dalle idee chiare e facile favella.

Attiva, intelligente e giudiziosa

per lavoro e dover donna esemplare

espressiva, espansiva e generosa.

     Brava per ubbidir e comandare

     beato il giovanetto che la sposa

     perché miglior mai potrà trovare.

POESIA A MARCELLA (IV)

Tanto ancor Marcella, per te scriverei,

pur dovendo la mente affaticare,

ma cosa fuori posto a me già appare

perché più non si addice agli anni miei!

     Pur tuttavia pago già sarei

     tu possa il verso mio u n po’ dilettare

     benché mi avvedo che non so poetare,

     scrivere qualcosa ancor io vorrei.

Il sentimento spontaneo e naturale

mi spinge, dico il ver, con tutto il cuore

a mandarti gli auguri per Natale.

     Il nuovo anno sia per te migliore

     portandoti ogni dono che più vale:

     tanta fortuna, gioia, pace e amore.

AGLI SPOSI (MARCELLA E MARTINO)

Avete scelto un giorno a primavera,

in cui si ridesta tutta la natura,

l’aria si è fatta tiepida e più pura,

s’ode un canto che tanto ci allegra!

     E’ un festeggiar gli sposi! Una preghiera,

     un porgervi gli auguri a dismisura

     di gioia e felicità duratura,

     e un buon auspicio di pace vera!    

Ve lo auguro pure io con tanto ardore:

nei vostri cuori ognor si rinnovelli

lo spirito vital con più vigore,

     per apprezzarvi voi come gioielli.

     La fiamma accesa del giurato amore

     Risplenda sempre in voi, negli occhi belli!

AL MAESTRO GENTILI

Maestro assai sapiente e gentile

che ai tuoi alunni insegni con amore,

nell’aula chiuso stai per lunghe ore

della tua vita in sì grazioso aprile.

     Io elogio e ammiro il tuo benigno stile,

     dei fanciulletti sei il benefattore,

     del campo del saper il coltivatore

     non ti dimostri mai noioso e vile.

Nutriente il succo della tua parola

irrobustisce lor la mente e il cuore

e ricordando ognor la prima scuola,

     quei ragazzetti ti faranno onore:

     la fama ti rimane il tempo vola!

     Io apprezzo la saggezza e il tuo valore!

DISCORSO PRONUNCIATO IN CHIESA

         PER LA IMMATURA MORTE

    DELLA PROFESSORESSA SANDRA

Prima di tutto ringrazio il parroco Don Giuseppe che mi ha permesso di parlare in chiesa per dare l’ultimo saluto, l’ultimo doloroso addio ad una giovane mamma, giovane sposa che oggi ci ha lasciato.

   Ha lasciato i suoi diletti figli che amava tanto, il suo Davide e la sua cara mamma. Tutti sappiamo delle conversazioni umili e fraterne, dell’insegnamento, del modo con cui trasfondeva nei giovani la luce del sapere.

   La vedevamo pregare in chiesa, apprezzavamo la cordialità con cui riceveva in casa ogni persona: senza inorgoglirsi della sua personalità e del suo titolo di studio.

   Sapeva vivere in una semplicità meravigliosa, aveva delle doti non comuni perfezionate con la saggezza e con la grazia di Dio. L’ho rivista questa mattina nella camera ardente dello spedale di Montegiorgio con un volto così angelico che mi ha dato l’impressione di una statua.

   Sandra resta indimenticabile per i giovani che hanno tratto profitto dal suo insegnamento e per noi tutti suoi compaesani che ricorderemo sempre quel suo modo benevolo e accogliente che ci lascia l’esempio della sua bontà.

   Noi preghiamo per te o Sandra e tu puoi fare ancora qualcosa per noi. Raccomanda al Signore la nostra gioventù e il nostro paese.

   Addio!

PER LA CHIUSURA VDELLA FORNACE

Ho rivisto la fornace: fa pena!

Vederla squallida, e già abbandonata,

lì nello spiazzo, intorno assai insozzata

da fradice foglie, erbacce e rena.

     Più non si sente il suon della sirena.

     Or la cornacchia sol nota stonata

     o randagio animal ulula e agguata

     nel rumor dell’acqua del Salino in piena.

Quegli automezzi carichi che vedevo,

quel via vai, quel rumor, quel movimento,

la grande utilità che intravedevo

     il perfetto funzionar d’ogni strumento

     sono le ragioni per cui credevo

     a un serio autorevole intervento!

(L’autore ha lamentato la mancata volontà politica di tenere attiva la fornace rinnovata)

AD ANNA GUALTIERI

Or son molti anni che si fa notare

al mattino, al meriggio, ed alla sera,

d’estate, d’autunno, inverno e primavera

mentre va con premura a lavorare.

     Sempre a puntino nel venire e andare

     in centoventisei la ragioniera,

     tanto gentile amabile ed austera

     sempre ligia al dover, donna esemplare.

La si conosce pur solo a guardarla

d’animo aperto, brava e intelligente,

io spesso mi onoro di incontrarla.

     Per le sue qualità sinceramente

Merita a mio parere di premiarla

Con una stella al merito …. Nascente.

Cari Paesi

RITORNANDO A VEDERE

Vecchia casetta

nera, affumicata,

dopo tant’anni

ti rivedo ancora.

Rivedo lo scalino

là, d’un lato

dove noi bimbi

sedevamo insieme;

il camino

e la pietra consumata,

la cappa col chiodetto

per il lume

ed un altro ov’era appesa la corona

per recitare il rosario

nella sera.

Il soffitto,

la scala di legno

rosa dai tarli

annerita dagli anni,

la cameretta

tutta screpolata

dove dormivo

insieme a mio fratello,

i due scalini

che vanno alla loggetta.

Il forno,

il fornacchiolo frantumato,

la stalla, la cantina,

la capanna.

Il pero, il melo, il ciliegio,

le noccioline

lì la concimaia.

Le grosse querce

vicino alla capanna;

sotto le chiome

si stendea un bel prato

ove noi bimbi

giocavamo insieme

e per gli adulti

affaticati e stanchi,

lieti riposi

nei giorni festivi;

o quando il sole

bruciava la campagna,

nelle ore del giorno

più infuocate.

Il suon del martello

che battea le faldi

il canto confonde

delle cicale.

Le corse per i campi,

la scuola,

il portar buoi e vacche

alla fontana.

Spighetta! La bella cavallina!

Il cenone,

le feste in famiglia,

e Sora Rosa

quando ci portava la befana.

Le veglie d’inverno

al tepor della stalla riscaldati.

Mi per di vedere nonna che filava

mentre mamma tesseva la tela

alla fioca luce d’un lumino

appeso là, d’un lato,

in un localetto tra stalla e cantina.

Rivedo quelle crepe,

il finestrino,

la porticina con i due scalini

che lì scendea

ov’era il telaio:

qualche sera

a mamma tenevo compagnia,

lieto di girare il filarello

con l’arcolaio

che girava insieme;

cari ricordo

dell’età infantile!

Giorni belli!

Tutta semplicità

pace e allegria!

Quando tra ingiustizie

e pensier gravi,

pace non trovo

 o non son tranquillo,

ripenso sempre a te,

vecchia casetta!

A BELMONTE PICENO

Sei bello, pittoresco

ed a me caro.

Da su, dall’alto

domini la valle!

Io da lontano

ognor t’ammiro.

Mi ridèsti i ricordi del passato.

Proprio là il boschetto

di alte piante

Ove si nota natural bellezza;

 e lo sguardo spingi

fino alla marina.

Nascosta tra le querce

Una casetta,

lì nacqui e poi emigrò

la fanciullezza

ma in te tornò

nell’età migliore,

quando tutto si vede più bello

quando il cuore palpita d’amore.

Tra la gente buona e laboriosa

la vita mi passò più spensierata.

Il lieto canto delle fanciullette

par riecheggiar ancor le tue colline,

dove la messe ondeggia come mare

 il contadinel pago si allegra.

Ma più vivi in mente

ancor mi restano

quel colle solatio,

quei pendii solchi coi lenti buoi,

le fresche aurore

ed i tramonti d’oro!

Parmi ancor di sentire

quel cinguettio d’uccelli

ed il fruscio d’ali

sulle querce annose

che con musica gentil

mi venia a salutar festosamente.

In te non v’è cosa:

alberi, strade, vie

e vecchie casette

che non mi ridesti ricordi.

Io son legato a te,

con tutto il cuore

t’amo, paesello mio,

con tanto amore.

Oh amici d’un tempo, vi rivedo tutti;

rivedo ancor la nonna e il genitore

posti lassù, col nipotino

all’ombra dei cipressi.

Vorrei venir pur io stanco

e smarrito nel peregrinare

tra l’ingiustizie umane,

per ritrovar la pace

quassù nell’alto colle

a poter dire:”Mio paesello,

tu mi desti la vita,

tra le festose piante.

Quando il Signore vorrà

te la rendo all’arido colle

per riposare il sonno della pace!”

LE DUE QUERCE

O grosse querce antiche,

mi fate ripensar gli ozi infantili,

i giochi al prato che ancora ombreggiate,

le canzoncine che da giovanotto,

sentivo riecheggiar da ogni luogo,

nell’aia lo sfogliar del granoturco,

lo sceglier la paglia dai covoni;

gli stanchi buoi ruminanti al fresco,

il canto degli uccelli e le cicale,

i quieti riposi sotto ombrose chiome.

O dell’età novella rimembranze!

Sono passati gli anni e sono già vecchio.

Voi invece sempre più belle, superbe e grandi,

par che dall’alto dominate tutto.

Né venti né tempeste v’han logorato,

nessun male giammai v’ha disturbato

e le vostre ghiande ancora belle e dorate.

Riparate gli uccellini nei nidi a primavera!

Voi siete sempre lì e godete le feconde rugiade,

il sol che nasce e i suoi tramonti,

mentre io in qua e in là sbalzato dall’imperversar

d’altre tempeste, vecchio e stanco,

sono tornato a vedervi ancora.

Or siete sole! Non più canti e rumori.

Non giochi di bimbi e svolazzar di polli.

Non più i canti degli agricoltori

 e i muggiti dei buoi.

Vi rivedo e ricordo, le gioie e le persone care.

Or tutto tace! Ed io contemplo

la vita fugace e le bellezze eterne

che mai non bambian col passar degli anni!

BELMONTE

Fertili colli,

sempre dal vento accarezzati,

io vi ripenso ognor e mi sovviene

quando ancor giovinetto, ci abitavo;

i lieti canti di allor dei mietitori,

le ridenti stagion di verdi prati,

di maggio le stellate sere,

quella chiesetta antica, San Simone,

dove alla sera si andava a pregare,

quella vita sì semplice e lieta:

ripenso e rimpiango.

Ti rivedo, o mio paesello,

le tue mura più abbrunite,

i figli tuoi che son partiti,

le scuole, il busto di quel grande

che ti onorò di sua fama immortale!

Ripenso alla casa affumicata

alle gioie, al dolor,

al genitor, al nipotino, alla famiglia,

qua e là sbalzata … Lì era unita.

Io pur son vecchio,

come i tuoi fabbricati, i tuoi alberi,

i tuoi abitanti che son con me qui nati.

Ritornerò da te come tuo figlio,

quando stanco del mio peregrinare

inerte riposerò per sempre

nel tuo silenzioso colle.

RIPASSANDO PER LA STRADA DI BELMONTE

Vi rivedo bei colli belmontesi

ove per trent’anni ho lavorato!

Or qui passando in bicicletta ancora,

mi riporto a quei tempi miei lontani,

vedo messi e rilucenti prati

piante di acacie ed alberi fronzuti,

l’annose querce su cui mi arrampicavo.

Oh! Garruli trilli e cinguettii d’amore!

E lieti canti delle fanciulle

belle sudanti, innamorate e schive.

Ripenso … a quei buoi placidi e buoni

che un muggito facean per salutarmi

se un momento da lor mi allontanavo,

…  quegli incontri!

… al passeggiar nelle stellate sere!

… alle liete attese nei giorni festivi!

…   alla casa crollata i cui mattoni

mi parlano ancor delle passate cose.

Al ripensar, quanti ricordi sono in voi racchiusi,

o ameni colli della mia Belmonte

del tanto caro a me natio paesello.

LA STAZIONE DI BELMONTE PICENO

Che solitudine!

Depressa e disabitata

la stazionetta!

Ricordo il movimento di una volta!

Quanta gente qui ho visto

arrivare, partire, sostare e parlare

in sala d’astetto …

Giovani, che partirono piangendo

per la guerra,

che io fin qui ho accompagnato.

Quante corse per prendere

il treno che mi portava a Fermo,

quel trenino che per tanti anni

ho visto correre su e giù

per la Val Tenna.

Quanto eri carina stazionetta!

Intorno circondata da fiori,

in aiuole del bel giardinetto …

Ricordo Giacinto, Maria

che oltre a capo stazione

accudiva alle cure esterne

e interne per far sempre più bella

e più accogliente la stazionetta.

Or ti rivedo circondata da rovi ed erbacce:

io solo e triste seduto

ov’erano i binari

della strada ferrata,

penso alle cose che cambiano,

invecchiano e finiscono.

Anch’io son solo,

non più circondato

da giovani amici

e giovanette di un tempo;

solo e pensoso aspetto!

Non il trenino che passa,

non il parlar di gente

che arriva e parte,

non aspetto coloro

che non ci sono più,

nella mia memoria;

ma il mio treno

veloce corre

per il viaggio

senza ritorno!

DAVANTI AL MONUMENTO DEL PROFESSORE

SILVESTRO BAGLIONI IN BELMONTE PICENO

Tu sei stato la gloria belmontese,

Iddio ti diede il portentoso dono

di tanta intelligenza, onesto e buono,

la fama tua nel mondo ognor si estese.

     Con tutti sempre affabile e cortese

     io qui avanti, riverente e prono

     ricordo lo scienziato, il grande, il buono

     orgoglio e vanto del nostro paese.

Chi non ricorda il tuo grande cuore?

O nel dolce tuo parlar con tutti eguale,

pel tuo paesello avevi un grande amore!

     E questo monumento tanto vale

     perché la scienza abbia più valore

     e per l’umanità resti immortale.

IL PROFESSORE SILVESTRO BAGLIONI

   Il professore Silvestro Baglioni nacque a Belmonte Piceno il 30 dicembre 1876, in contrada Colle Ete. Il padre Nicola faceva l’agricoltore. Fin da fanciullo dimostrò una spiccata simpatia ed una ferrea volontà per lo studio,tanto che mio padre che era amico di famiglia mi raccontava che il padre Nicola era entusiasta dell’intelligenza del figlio che studiava nel liceo di Fermo.

   Quando ero giovinetto, abitavamo a Falerone e ogni tanto veniva a casa qualcuno di Belmonte e parlava di questo famoso personaggio.

   Nelle elezioni politiche, mi pare nel 1919, mio padre si impegnò a far votare per lui. Per la prima volta,a dir la verità, non furono molti quelli che lo votarono a Falerone.

   Conobbi personalmente il professor Baglioni nel 1923 quando da Falerone ci trasferimmo a Belmonte Piceno mio paese natio.

   So che poi fu eletto deputato con un gran numero di voti. Al parlamento furono numerosi i suoi interventi specie nel campo scientifico e della medicina.

   Si distinse sempre per le sue pubblicazioni e spesso leggevo i suoi articoli nei giornali del tempo. Fu accademico d’Italia  in Svezia.  Ricordo si aver letto che aveva studiato una medicina estratta dal granturco.

   Si distinse sempre quale professore di medicina insegnando all’università di Roma. Parlare dei suoi meriti, dei testi universitari da lui scritti, delle sue numerose pubblicazioni scientifiche, è competenza degli studiosi, ho voluto solo accennare a qualcosa di mia conoscenza.

   Potrò invece raccontare di lui, del comportamento con i paesani, della sua bontà, dell’altruismo di questo grande umanista.

   Il professor Silvestro Baglioni fu esempio di onestà, altruista disinteressato. Non ho mai saputo che abbia fatto pagare le sue visite mediche agli abitanti di Belmonte e dei paesi vicini.

   Continuamente la gente si recava da lui per cure mediche e consigli.

   Mi sembra di vederlo ancora passeggiare, col bastoncino in mano, lungo la strada che dal paese segue per Servigliano, insieme con gli amici.

   Egli non faceva differenza se erano operai, contadini, oppure medici, o personaggi di grande cultura.

   Lo vedevo sempre attorniato da persone, quando ritornava a Belmonte per le vacanze estive.

   Aveva amore per il paese nativo, tanto che quando abitava a Roma non trasferì mai la sua residenza.

   Lo vedevo spesso giocare a carte con gli amici, specialmente muratori, operai che nelle serate estive tornavano dal lavoro quando c’era ancora il sole, e lui era ad attenderli passeggiando sullo spiazzale delle scuole per fare insieme una partita a carte attorno ad un tavolinetto all’ombra degli alberi davanti alla scuola.

   Spesso veniva nella mia abitazione, entrava nella stalla a vedere le bestie, s’intratteneva a parlare dei lavori agricoli, molte volte entrava nella cucina che era alzata dal piano terreno solo di tre scalini, si intratteneva con le donne a parlare di cucina, di cibi più o meno salutari, poi andava a vedere la chiesetta di S. Simone quale antichità architettonica, aveva molta passione per le opere d’arte.

   Quando nel 1943 passarono le truppe tedesche in ritirata, era a Belmonte e fu proprio lui a salvare questo paesino occupato da tedeschi e ciò perché parlava benissimo la loro lingua, e vi erano persino ufficiali ai quali lui aveva fatto scuola e così ci salvò dalle rappresaglie che ci avrebbero fatto.

   Credo che la sua scomparsa abbia lasciato un gran vuoto nel campo medico. Egli rimarrà nella storia e nel ricordo di tutti noi che l’abbiamo conosciuto e di quanti l’ebbero come maestro nel campo della medicina, e dei giovani.

   In ricordo di questo grande personaggio, professore, scrittore, umanista, scienziato, il comune di Belmonte ha posto un busto davanti alla scuola.

   Ricordo bene quel giorno quando Belmonte festeggiò la posa del busto, io ci andai insieme all’onorevole Francesco Concetti di Falerone, allora deputato, che rimase stupito perché non sapeva che Baglioni avesse tanto merito. Vi erano molti personaggi oltre ai direttori dei principali ospedali italiani e stranieri.

   Erano presenti anche uomini di grande cultura e di governo, compreso il ministro della sanità Vincenzo Monaldi, suo allievo,  che ne illustrò i meriti e ricordò le tappe più salienti della sua onorata carriera.

LA CASA A BASCIONE

  Dove abitavo fanciullo

Colle in cui abitavo un tempo,

nostalgico il mio cuor di rivederti,

ripenso, guardo e osservo in ogni luogo,

ma ohimé, che pena, che dolor io sento!

Veder la casa abbandonata e sola,

le soglie erbose, il vecchio selciato

coperte di rovi;

le ortiche hanno preso il posto delle rose.

Or tutto è desolato, tutto incolto!

Odo il lamento della madre terra

che accorata rimprovera i suoi

figli di oggi; rimpiange gli avi.

Il grano bello biondeggiante al sole

il granoturco nell’aia, i buoi,

le pecore, lo svolazzar dei polli nel cortile

sono i ricordi della fanciullezza.

Amata terra, attendi sperando

qualcun che ti riporti a nuova vita.

Se i miei settantadue anni fosser venti

in questo colle ritornerei a rivoltar le zolle

a ridarti l’antica giovinezza,

per rigodermi ancor quel venticello

e, da sopra il monte,

i bei tramonti estivi!

LA CHIESA DI PIANE DI FALERONE

Nobile, maestosa

sopra l’altre case,

con la facciata

che dà sulla strada:

ben attira

l’occhio del passante,

la bellezza angelica, divina

della chiesa parrocchiale

ove si possono osservare

vetrate artistiche moderne.

Riscaldamento, altoparlante.

La casa del Signore,

quanto è bella!

Qui si ravviva la fede

del credente,

del peccator pentito

e penitente

perché il Signor

cancelli ogni peccato.

Dentro al cuore,

quando si prega

si sente una gioia

che esprimer non si può:

il pensier s’innalza

verso il cielo

e la luce riflette dall’alto.

Un altro luogo

più splendido ancora

di riflesso vedi

con gli occhi della fede.

Benedici Signor

il nostro curato

che tanto zelo ha

per la Tua casa:

è ricco di sapere e di bontà.

Fa che seguiam la via

che lui ci addita.

Premialo ancor

di bene e lunga vita

perché dall’opera sua,

così feconda,

nessuna pecorella

sia smarrita!

Qui si conforta

chi soffre nel dolore,

chi l’ingiustizia umana,

or rattrista.

Chi dal retto sentiero

si è smarrito

ritrova la via

che al ciel conduce.

In questa chiesa

mi piace pregare,

mi par più accetta a Dio

la preghiera.

E quando l’anima dal corpo

si dischiude,

per l’ultima volta,

qui mi porteranno

col bagaglio di colpe e di peccati:

allor, Signore,

infinitamente buono,

sii indulgente con me con il perdono

e fammi degno

di salire in cielo!

       PIANE DI FALERONE

La festa per i duemila anni dalla nascita

Sono duemila anni

che nascesti, o Piane;

Falerio Picenus fu

tuo antico nome.

Nascesti al centro

tra mare e montagne,

tra pittoreschi monti

e il fiume Tenna:

tra il bello artificiale

e naturale.

T’amo e t’ammiro,

mia piccola patria,

e sento per te

piacevole attrattiva.

Quando all’ombra seduto

spingo lo sguardo intorno,

gusto una panoramica bellezza,

un non so che di dolcezza

e di poesia che mi rallegra,

ma non so spiegare.

Sei bella Piane,

bella in ogni tempo!

O che annunci il giorno

l’aurora mattutina

col venticello che vien giù

dai monti;

o nelle notti estive

al ciel sereno

col canto degli uccelli;

o che il sol si nasconda

dietro i monti lassù

e gli ultimi raggi a noi

danno l’addio:

allor splendono le luci

lungo i bei viali,

ornati da giardinetti

e da palazzi,

da aiuole fiorite e cipresseti.

Amo i tuoi declivi

e i tuoi vigneti

ed i pregiati ulivi,

i tuoi abitanti ricchi

di iniziative,

i tuoi giovani

che amore nutrono

allo studio e al lavoro

e chi si adopera

perché tu sempre più grande sia,

come lo fu un tempo

Falerio Picenus.

PIANE DI FALERONE

Quabro sei bella, Piane a primavera

quando il sole riscalda le giornate,

senti il profumo delle piante in fiore

e sui terrazzi sboccian fiorellini …

Ancor più bella sembri quando è sera,

quando il sole ci dà l’ultimo addio,

gli ultimi raggi specchia alle vetrate,

l’aria più dolce appare e più leggera,

il traffico più intenso, in un via vai

ti dà l’aspetto di città moderna!

Tornano gli operari dai cantieri

e i giovanetti giocano a pallone;

il parroco gentile e bersagliere,

sembra un tenente in mezzo ai soldati,

assiste sorridendo la partita

finché il rintocco della campanella

richiama tutti e invita alla preghiera!

Ovunque lo sguardo giri tutto è bello!

Case e palazzi di novello stile,

vi son le case antiche medioevali,

ruderi ancor dell’antica Faleria,

 fan da cornice i pittoreschi monti

ricchi di olivi, di frutti e di vigneti,

ma più che spicca, di colore rosso,

l’alta chiesa che domina

i fabbricati che stanno d’inorno

perché i fedeli volgono lo sguardo

lassù in alto al di sopra delle natural bellezze.

Bello vivere qui in lussuosa valle!

Una visione che rallegra e piace,

allo sguardo, all’udito e al pensier!

SERVIGLIANO ANTICO

Attento guardo questo  monticello

dove fu un tempo Servigliano antico!

E’ proprio pittoresco e tanto bello,

circondato di verde e di arboscelli.

Il primo raggio del sol qui si rispecchia

E l’ultimo al tramontar dà il suo saluto!

E’ bello qui guardar da tutti i lati …

È posto panoramico davvero!

Qui l’amico Rinaldi le sue ottave

con la sua bella voce fa echeggiare,

qui di poeti è  una canora schiera

che più belli ancor fan questi luoghi

e li descrive con tanta maestria

che io ne rimango sì meravigliato …

Perché la natura non  mi ha fornito

di tanta intelligenza e bravura

per cantar le bellezze de ‘sto sito

e descriver la bontà, la storia vera

di un antico e rustico paesello?

L’Agricoltura

BELLO FAR L’AGRICOLTORE

Nei campi è davvero la vita!

Al profumo dei fiori del prato,

lavoro, e lavoro accorato

col cuore gioioso e sereno

     Sia che zappo, che aro o che mieto

     Sotto i raggi del sole cocente

     in ogni momento si senton

     le speranze intessute nel cuor.

Questa è l’arte nobile, antica

cantata da illustri scrittori,

è la prima che in patria e fuori

muove tutto il commercio dell’uom.

     La bellezza ai campi si ammira,

     dai bei colli all’ampia pianura

     coltivata e retta con cura

     dalla mano dell’agricoltor.

Ovunque lo sguardo si gira

pago è l’occhio, e un amore sentito

par dica: “A restare ti invito

nei campi al proficuo lavor”.

     La terra vuol bene ai suoi figli

     la terra dà il pane che è oro

     dà prodotti come un tesoro:

     diamole dunque il suo valor!

LA MIA ARTE

Io son così, contadinello,

miseramente vivo e il mondo godo

lavoro tutto il giorno e son tranquillo

in mezzo ai campi dove tutto è bello,

dove si gode una pace infinita

e l’aria si respira pura e sana,

in compagnia dell’acqua cristallina:

questa è la vita da me preferita …

L’AGRICOLTORE

Che bella cosa far l’agricoltore,

godersi una bellezza indefinita;

davvero si può dir: “Questa è la vita!”

In cui pur regna vera pace e amore,

     nel lavorare con lena e con ardore.

     Questa è l’arte per me la più gradita

     da cui sorge una speme direi infinita

     per l’indefesso e buon coltivatore.

La terra giammai si mostra avara,

dà per poco l’indorato pane,

lasciare mai non potrei, tanto m’è cara.

     Non si disvii verso le mete vane!

     La terra è il cuor che tutto a noi prepara,

     la terra è fonte di ricchezze umane!

L’ARATRO

Non è la vanga ancor

dei nostri padri

ora è l’aratro con la punta d’oro.

Traina il trattore gli aratri lucenti,

rivoltano le zolle ad una ad una.

Le livella tutte l’un sull’altra:

tutto il terreno arato è assai più bello!

Ripenso ai tempi miei lontani

quand’andavo coi buoi.

Quant’era duro levarsi nella notte

e sempre curvo sull’aratro nel polverone

che la zampe dei buoi faceano alzare.

In quel colle solitario belmontese

mi rallegravan l’albe mattutine,

il canto degli uccelli,

le voci dei contadini intorno,

camminando su e giù in ripida china,

per giorni e giorni … non finivo mai.

Aravo, tutta la stagione estiva!

Or lavorar la terra è un’altra cosa;

non è un lavoro duro, come allora

e non mi stanco più anche se vecchio!

Vorrei diventar giovane ancora

Per dedicare, terra, tanto amore,

a te, gran madre nostra,

tanto cara! Tutto ci dai:

ci insegni ad essere buoni,

fai brillar negli occhi la speranza

e dall’alto, con Dio, ci benedici!

Ho ritrovato queste tre poesie nel giornale “L’amico dell’agricoltore” che le pubblicò in tempi diversi per l’agricoltura: più miserella, più lavoro, più poesia e tanta serenità.

PROPAGANDA PER L’ABBONAMENTO A

      “L’AMICO DELL’AGRICOLTORE”

La grande utilità e il certo valore

la gioia che procura ed il diletto

è tutto qui o lettor nel giornaletto

che è questo “Amico dell’Agricoltore”

     Se in pratica si mette con amore

     l’insegnamento suo così perfetto

     ogni agricoltor è senza difetto

     grazie all’insigne e bravo direttore.

E’ la luce che illumina il da fare

che dà progresso alle campagne: dico

risveglia, insegna e sprona a migliorare

     dell’arte dei campi informatore antico

     che sempre più ci ha fatto guadagnare

     tutti leggiam l’agricoltore amico.

LA MIETITURA

Quando si mieteva a mano con la falce, nei tempi in cui l’agricoltura aveva più valore, a capo dell’Ispettorato era il professore Nicola Tozzi Condivi ed io ero legato a lui da un’amicizia sincera.

Vivere in mezzo ai campi è una bellezza

si ammira il grano d’oro che è un’incanto

nei campi solatii incomincia intanto

la mietitura con tanta accortezza.

     Ormai di un buon raccolto si ha certezza,

     e i mietitor si pongono d’accanto

     le curve falci che al dorato manto

     crea di solerti lampi argentea brezza.

Che dolce festa è la mietitura!

Canti, entusiasmi crea ai suoi cultori

che tutto l’anno attendon con premura …

     Ambito premio avran gloria e onori

    che si consacra per l’agricoltura

    arte sublime di tanti valori.

PRIMAVERA

Con l’aria che si sente riscaldata

e il cinguettìo di augelli più festosi,

giorni più belli, splendidi e gioiosi,

sento che la primavera è ritornata.

     La campagna che si vede ornata

     di seminati verdi e rigogliosi

     rende gli agricoltori più orgogliosi

     delle fatiche e dell’arte lor pregiata.

Veder gli ameni campi a primavera

suscita ardor nell’animo e nel cuore

che in tutti i tempi ne gioisce e spera;

     nei campi si lavora con amore

     col cuore contento e l’anima sincera

     che infonde più salute e più vigore.

VERSO IL TRAMONTO

Ormai mi avvio verso il tramonto

come foglia ingiallita esposta al vento

nel denudato autunno,

appesa ancora nel ramo della vita

ed il primo venticel la spinge a terra.

Indietreggiando il pensier nel mio passato

mi rivedo allo specchio.

Or non sono quel giovanetto di un tempo

vestito di tessuto al telaio.

Con quello mi vestivo nel dì di festa.

Giorni sereni erano quelli!

Pieni di vita spensierata e gaia

Veglie serali ed amorosi incontri,

ma il mondo è bello ancor come allora.

Pure ora torna a rifiorire la primavera,

e torna maggio con l’odor dei fieni,

col festeggiar degli uccelletti in coro,

nei boschi profumati e campi verdi,

lungo le strade, nelle città e paesi

passeggiano ancora le coppie innamorate.

Il sole riscalda nei meriggi estivi,

l’alba e i tramonti sono come allora,

nell’ordine natural nulla è cambiato.

Ma per me mai più tornerà la primavera,

sono già vecchio, brutto, affievolito

e stanco,mia mano più non scrive

ed il mio cervel delira.

A che ha giovato affaticarmi tanto?

A che tanto sgomento?

Cosa val la mia vita?

Cosa sono io al paragon di Dio,

al creato, all’infinito?

Un briciolin di sabbia in riva al mare

un moscerin invisibile.

Io sono creatura e nell’eterno

alfin sarà mia sorte.

Non per mio vanto né per doti

natural che non ho avuto

onde lenir le sofferenze altrui.

Sempre al silenzio dei campi ho lavorato,

come albero senza frutti

strerile e dimenticato nel più semplice lavoro!

Gli uccelli  mi cantavan

le canzoni … bei versi recitava

l’usignolo e serenate mi facean le rane.

Così mia vita in un balen vissuta

or che il mio partir più si avvicina

ripenso, ricordo e chiedo venia

delle mie mancanze e che mi accolga

Dio lassù nel cielo!

       BREVE RACCONTO DELLA VITA

NELLE CAMPAGNE DALL’UNITA’ D’ITALIA

                      AI NOSTRI TEMPI

   L’unità d’Italia fu una grande conquista per quell’Italia allora divisa in sette stati.Si fecero tante cose belle che sono passate alla storia con i grandi personaggi dell’era risorgimentale.

   Furono invece trascurati gli interessamenti per i lavoratori dei campi che erano oppressi e schiavi dal grande capitalismo terriero.

   Ai quei tempi in campagna esisteva molta povertà, sia per la mancanza dei mezzi che la scienza non aveva ancora messo a disposizione dei lavoratori dei campi,  sia perché si era schiavi dei grandi proprietari terrieri, latifondisti di grande e media borghesia, principi, conti, marchesi, eccetera.

   Io sono nato nel gennaio 1906 a Belmonte Piceno, in un terreno dell’allora proprietà del conte Luigi Morrone Mozzo di Fermo; un luogo delizioso per la caccia, ricco di querce e di altre lussuose piante, con fabbricato annesso, usato dal padrone per le riunioni di personaggi illustri di quel tempo. Venivano lì a pranzare, a giuocare e bisbocciare specie in autunno all’apertura della caccia.

   Il conte Morrone aveva migliaia di ettari di terreno tutti coltivati da mezzadri. Vi erano molti amministratori anche perché la sua proprietà era un po’ frazionata con dieci grandi fondi tra Belmonte e Montottone (Forche di Tenna), molti altri a Fermo, Morrovalle, Monterubbiano ….

   Questi conti avevano molta servitù, fattori, contabili, magazzinieri, addetti ai cavalli, personale di servizio interno, camerieri e servi, in poche parole un piccolo “parlamento”; quando al mezzadro occorreva qualche cosa si doveva rivolgere al fattore che a sua volta lo faceva presente al ministro oppure al contabile se era di sua competenza.

   Ricordo inoltre il conte Marcello Gallo di Amandola, il conte Bernetti di Fermo, il conte Ganucci di Montegiorgio che oltre ad una grande proprietà terriera in Toscana aveva terre fertili ed irrigue a Piane di Montegiorgio e potrei elencarne molti altri, come i conti Piccolomini e Corsi di Belmonte Piceno, i Vinci di Fermo …

I prodotti venivano divisi in tre parti: due per il proprietario ed una per il mezzadro, ma l’oliva veniva divisa alla quinta parte: quattro per il proprietario ed una per il mezzadro.

   Nel 1915 scoppiò la grande guerra e tutte le forze giovanili partirono per la guerra: rimasero nelle case solo donne, vecchi e bambini.

   Alcuni proprietari, per non avere terreni incolti,  premiavano gli sforzi di costoro dividendo i prodotti a metà, ma per la verità erano in pochi.

   Terminata la guerra, i contadini stanchi della trincea e delle ingiustizie umane formarono le leghe bianche e le leghe rosse: fin dal 1917 cominciarono le lotte nelle campagne, ancora non terminata la guerra, poi nel novembre del 1918 erano in piena funzione.

   Mi ricordo nelle aie, le trebbiatrici ferme, circondate dai contadini armati solo di bastoni e furcine, che non facevano trebbiare finché il proprietario non decideva di dividere il prodotto a metà.

   Fra i personaggi che capeggiavano le leghe bianche del partito popolare di allora ricordo Sobrini di S. Elpidio Morico, rimastomi impresso come parlatore, trascinatore di folle. Lo ricordo bene: quando parlava le sue prime parole erano rivolte alla forza pubblica per giustificare l’insurrezione delle masse. Le leghe bianche e le leghe rosse facevano una lotta comune con lo slogan “Evviva le bollette* – Abbasso le scarpette” (* delle scarpe) finché ci fu la scissione nel 921 del partito socialista e nacque il Partito Comunista Italiano.

   Ricordo bene la settimana rossa capeggiata da Pietro Nenni ad Ancona che dette sì esiti positivi per un breve momento, ma poi finì male perché il suo compagno Benito Mussolini,  allora direttore del giornale “L’Avanti”, per porre fine al disordine che regnava, alle lotte e agli scioperi a catena si staccò completamente da Nenni, dando vita ad un altro movimento: il Partito Fascista.

   Ci fu allora un immediato benessere nelle campagne; nel 1922 si stipularono nuovi contratti di mezzadria e tutti i prodotti agricoli per legge dovevano essere divisi a metà. Finirono tutte le lotte: ogni comune nominava due rappresentanti: uno in difesa dei proprietari, l’altro in difesa dei mezzadri. Ogni piccola questione veniva discussa ed appianata insieme:  quando non si raggiungeva l’accordo si faceva il verbale e si mandava in tribunale ove veniva giudicato con sollecitudine.

   Ritornò così la pace nelle campagne. Cominciarono subito le bonifiche dell’Agro Pontino dove le terre erano tutte incolte e dove regnava la malaria (febbre terzana) e sorsero lì molte città: Latina, Pomezia, Sabaudia, Cisterna ed altre. Si fecero fondi con nuove e moderne case, con superfici di circa dieci ettari, e forniti di irrigazioni. Fu quella la vera riforma agraria perché essi furono gratuitamente assegnati ai contadini, soprattutto veneti, con famiglie numerose.

   Vi era un certo ordine, riprese di molto il valore della moneta italiana, nel 1931 fu al culmine che durò fino all’entrata in guerra. Poi incominciò lo scontento pure di quelli che avevano inneggiato al Duce.

   Non fu per gli italiani una guerra voluta. Finita la guerra avvenne quel che avvenne! L’esercito sbandato. Si istituirono in ogni comune i comitati di liberazione.

Si incominciò a discutere della gente dei campi. Mi ricordo che io disapprovavo il metodo violento con cui altri intendevano arrivare alle più alte conquiste sociali nella campagne. Preferivo raggiungere il benessere dei contadini attraverso la dialettica, le leggi più umane e più giuste senza ricorrere alle lotte selvagge, alla banalità ed all’odio.

   Era allora un tema preoccupante quello della gente dei campi, in quanto viveva in campagna un numero esorbitante di persone per cui non era possibile una vita decorosa con i pochi redditi della terra, redditi da destinare a troppe persone.

   Si bloccarono le disdette, si riaccesero le polemiche, le lotte, poi avvenne il lodo De Gasperi che consisteva in una percentuale sui prodotti divisi anche per gli anni precedenti, finché non si stipularono per legge contratti con la divisione dei prodotti al cinquantatre per cento a favore del mezzadro, percentuale che poi fu alzata al cinquantotto per cento.

   Si dette così avvio alle discussioni della riforma agraria cominciata dall’allora ministro Segni, sollecitata dalle organizzazioni sindacali e dai maggiori partiti politici. Contemporaneamente cominciava l’esodo dalle campagne soprattutto i giovani fuggivano in massa per andare nelle industrie, nelle città in cerca di un lavoro più decoroso e di maggior reddito.

   Si è discusso per anni ed anni il passaggio per legge dalle mezzadria all’affitto. Sono stati fatti molti disegni di legge per la proprietà contadina. Una delle migliori ha fatto sì che la maggior parte dei contadini, specie nei paesi collinari,  diventassero proprietari dei terreni che coltivavano. Sono intervenute le macchine ad aiutare l’uomo nel lavoro dei campi, sono state create nuove industrie, nuovi posti di lavoro. Qualche industriale acquista terreni per mettere al sicuro i propri risparmi e fa grosse aziende. Il mezzadro ha reddito minimo.

   Si sono fatte leggi per aiutare gli agricoltori con prestiti a tasso agevolato per attrezzi, macchine agricole, stalle, trattori, irrigatori ….

   Di recente è stata varata una legge per il passaggio dalla mezzadria all’affitto;  ma la mezzadria è  già finita per morte naturale, perché il mezzadro oggi non potrebbe vivere con i prezzi così poco remunerativi dei prodotti in rapporto al costo di produzione.

   Con l’entrata dell’Italia nel Mercato Comune, l’agricoltura italiana non è stata agevolata in quanto non siamo competitivi per ragioni di clima, di frazionamento dei terreni, dalla loro natura pedologica, oltre che per l’aumento indiscriminato dei costi di produzione.

   Vedo, a mio parere, uno squilibrio di massa creato dalla partitocrazia e dai sindacalisti:  alti stipendi in certi settori e bassi in altri; lavoratori occupati con pensione ed altro reddito, mentre ci sono molti disoccupati. Anche l’uso indiscriminato del denaro pubblico crea scontenti.

   Ma ritornando al tema: la campagna, oggi,  se non arricchisce come l’industria ed il commercio e se richiede molti sacrifici, pur tuttavia ciò viene compensato dal vivere all’aperto ed a contatto con la natura in un lavoro libero e responsabile che prima o poi riprenderà il ruolo importante che le spetta, quale arte primaria  fin dai tempi più remoti della storia dell’uomo a cui sono legate le industrie, i commerci, i trasporti ecc. …

        Beato colui che vive

        nei lieti campi suoi

        proprio cultore.

Meditando

O DIO, TI RINGRAZIO

O Dio, Ti ringrazio delle bellezze del creato

che davanti ai miei occhi si spalancano:

i pittoreschi monti, il mar, le valli,

tutto dipinto d vari colori.

Boschi rallegrati dagli uccelli,

bianche casette e luccicanti fiumi,

il profumo dei fieni,

le ondulate messi,

al piano e al monte olivi e frutta

e fiorenti vigneti,

o Dio grazie della tua Provvidenza!

La pioggia che rinfresca

e che disseta l’amica terra

l’uom fornisce per umani bisogni.

La luna che risplende, le stelle,

il ciel turchino:

tutto un insieme di cose belle.

Grazie della fede, di quel fascino sublime

che in alto mi trasporta

e della divina tua bontà

che mi fa godere queste bellezze terrene.

Illumina Signore, il mio cammino

nel buio della notte che mi circonda.

O DIO, TI VEDO

O Dio, Ti vedo nei limpidi mattini d’estate,

ogni volta che sorge l’auora,

e quando il sole splende nel cielo.

Ti vedo quando i miei occhi guardano lontano

tra i campi verdi   ,

o al di sopra dei monti, al di sopra delle nubi.

Ti vedo quando gli alberi fioriti,

col venticello primaverile,

gettano via i petali profumati

e gli uccelletti festeggiano

tra le novelle foglie.

Ti vedo nelle brezze mattutine d’autunno,

quando le foglie ingiallite

si staccano dal verde ramo

e danzano a terra col vento,

nelle immense pianure

di messi ondulate dal vento,

nell’umile fiorellino

sperduto nei boschi,

nell’acqua che scorre li,pida

lungo i fossati profumati di viole;

nella pioggia che cade;

nel bianco lenzuolo di nevi;

nelle brine notturne che spazzano via

le lordure del nostro pianeta.

Ti vedo e Ti prego

per tutta l’umanità sofferente,

per gli scienziati e per gli uomini

che detengono le sorti del mondo:

i talenti che ad essi hai donato

siano spesi per il bene comune

e siano promotori di pace

 e di benessere per tutti i popoli.

Inoltre Ti prego

per tutti quelli che lavorano:

gli operai delle industrie,

le giovani donne dei calzaturifici,

gli agricoltori e gli artigiani,

gli insegnanti, gli educatori

ed i religiosi;

per tutti ed in tutti i luoghi

penetri il raggio della tua luce

vivificatrice

e i loro occhi, nel proprio cammino,

vedano solo

bellezza.

O DIO, TI PREGO!

Quando vedo i bei prati

di verde tappezzati,

la violetta nata nei fossati

e ogni albero che emana

grato odore,

odo il fischiettar del merlo

lungo le siepi

tra le novelle foglie,

o il gorgheggiar dell’uccellin

sul far del giorno

mentre l’oriente s’irradia

di splendore,

col mio pensiero vado

a Dio Vicino!

Quando, stanco e sudato dal lavoro,

un attimo mi siedo,

volgo lo sguardo al cielo,

o Dio, Ti vedo!

Quando sboccia un fiorellino,

si dischiude poi

e nasce il frutticino,

cresce e matura

sotto gli occhi dell’agricoltore,

o Dio, Ti penso!

Quando un delizioso venticello

dall’albero i petali trasporta

come fiocchi di neve

nel pioppeto,

o Dio, Ti prego!

E quando guardo

alle stellate sere,

il mio pensier

su in alto sale:

o Dio, sei grande!

Quando nel mio campo arato

tra fresche zolle

mi par vedere

l’ondeggiar di messi,

verso il cielo

innalzo la preghiera!

Viene la pioggia

mitiga l’arsura,

crescon le piante

e i seminati:

Iddio provvede!

Quante cose ci insegni

o madre terra!

Maestra di bontà!

Chi in te rimane

e in te spera

gode delle bellezze naturali,

Dio lo premierà

con la sua grazia

perché al silenzio dei campi ancor

lavora e prega!

IL LAVORO MATTUTINO

Zappo con lena a braccia riposate

lungo i filari pria che sorga il sole

tra il festoso risveglio degli uccelli

e il profumo delle piante in fiore.

La brezza mattutina mi accarezza

mentre l’oriente di luci si colora

che annunciano il giorno

e spengono le stelle.

Gioisco in cor

e piano di speranze

verso il limpido ciel volgo lo sguardo,

vagando col pensier tra cielo e terra:

contemplo la bellezza dell’infinito:

Dio splende e regala il creato

benedicendo la fatica umana!

AL SOLE

Sei bello, sei vita, rischiari,

riscaldi, risvegli, dai forza,

bruci e sconvolgi le zolle,

asciughi e fecondi:

sei il migliore degli astri lucenti.

Dio ti ha dato potere

per tutti gli esseri

dagli uomini a tutti gli animali

che volano o strisciano in terra,

dagli alberi giganti all’umil fiorellino

sperduto tra le desolate montagne.

Senza di te la vita sarebbe morta.

E’ merito dei tuoi raggi

questo miscuglio di soavi odori

di fiori, di foglio, di piante,

che si spande nell’aria

che noi respiriamo.

Rispecchi i tuoi raggi

nell’acqua cristallina

che scorre lungo i fossati

nei fiumi che solcano

queste fertili colline marchigiane,

incanto di naturali bellezze

che io vedo, sento, assaporo,

grazie a Dio

che mi fa essere

in questi luoghi belli

in cui lavoro, prego e spero!

IL TRAMONTO D’ESTATE

Com’è bello il tramontar del sole

quando i suoi raggi tremuli, dorati

si proiettano sui campi dal ciel sereno.

L’aria allor si fa più dolce, s’allieta,

rinfresca, piace, conforta

dopo l’afoso ed infuocato giorno.

Oh lieti tramonti estivi!

Oh bei tempi della giovinezza,

quando nei colli verdi scampagnati,

m’era caro lavorar tra profumati fieni

o nei lieti canti della mietitura,

oppur tra zolle rivoltate al sole

che nell’indurito suol rompea l’aratro

allor trainato da pacati buoi.

Ora l’ombra avvolge la pianura

mentre tra i monti color di fuoco

si spegne il sol e si fa sera.

Non è così il tramonto della vita

in cui l’ombra tenebrosa e scura

ci avvolge tutti:

pianto e duolo intorno, tutto è buio.

Ti prego, Signore,

perché in quel triste momento

uno spiraglio di luce

mi circondi e conforti

ed aiutato dalla tua grazia

meno gravoso sia per me

il tramonto!

FIORE DI PRATO

O fiorellin del prato

che sbocci a primavera

in candida veste

riscaldato dal sole,

il tuo profumo spandi

e zefir etto lo porta lontano.

Tu ti distingui

tra l’erbe novelle

che a mille a mille

nascon a primavera!

Ti ammiro, sei bello!

E mi piace vederti soffrire,

se l’ape a punzecchiarti viene

oppur la farfallina in te riposa.

Oh. se tu fossi nato in u giardino!

Forse più accarezzato, èiù ammirato,

il giardiniere

ti avrebbe annaffiato

e non saresti, no, appassito al sole!

Non dolerti fiorellino mio

se vai al campo

a profumare il fieno!

Invece che dal giardino

al letamio!

RICORDI DELL’AGRICOLTORE

Scorrono i giorni, passano gli anni!

Sono i pensieri del dormiveglia

di queste lunghe notti d’inverno.

Settantatre anni!

Così fugaci, così brevi,

come un piacevole sogno;

mi pare ancora riveder quei luoghi

belli e popolati d’un tempo.

Or li rivedo silenziosi, desolati e incolti.

Piante spontanee e naturali nascono

ove un tempo si mieteva il grano,

profumo di fiori selvaggi, di ginestre

e cinguettio d’uccelli.

Le belle primavere della mia giovinezza,

i gelidi e nevosi inverni d’una volta.

Colli bruciati dal sole di luglio:

rivoltano le zolle

con l’aratro trainato dai buoi,

la lunga fila di uomini contenti, con la falce,

l’erba dei prati distendeva al suolo.

Le falci lucenti scintillanti al sole

e i campi di messi tremule alla brezza

cui i mietitor con slancio giovanil

rasente al suolo tagliavano steli.

Quanto m’è caro ricordar quei tempi,

or che son vecchio e vivo di ricordi;

con la memoria stanca e affievolita,

dico grazie al Signor che tutto bello,

in tutti i momenti, mi ha fatto vedere.

Lo prego ancor perché più bella sia

delle giornate terrene la fine!

Postfazione

INDOVINELLO: CHI E’?

Semplice e buono, privo di malizia,

altruista, simpatico e garbato,

lavoratore quasi esagerato

ignora il tornaconto e la furbizia.

     Di cuore aperto e di animo elevato,

     sa esprimersi con senno e con perizia

     ritiene più che sacra ogni amicizia

     ed è perciò stimato e rispettato.

Sicuramente lo protegge Igea

che vivendo la quarta giovinezza

ha un’energia da non averne idea ….

     Con la bici raggiunge il colle e il piano

     senza accusar fatica o spossatezza

     insomma è gran fenomeno: è Gaetano!

Dante Agostini poeta*

La poesia serve a presentare la personalità di Gaetano,  cugino di Dante da parte di Giustina Agostini sposata Sbaffoni.

AL MIO CARO CUGINO GAETANO

                                 I

Diciannove gennaio: freddo ingrato,

neve che cade, soffice e silente;

 ma da una casa rustica si sente

il vagito di un bimbo appena nato ….

     Festa in famiglia, giorno fortunato

     Per l’arrivo di un tenero innocente:

     la gioia scalda ormai tutto l’ambiente

     e il freddo intenso è presto superato!

Ma quel bimbo paffuto poi divenne,

col tempo, un uomo in gamba, forte e sano,

che con pregi e virtù ben si mantenne …

     Da quel gelido giorno, ormai lontano,

     quel bimbo, oggi è un simpatico ottantenne

     che risponde al bel nome di Gaetano!

                    II

Ed io che lo conobbi giovinetto,

sempre attivo, assennato e giudizioso,

gli dedico, con slancio generoso,

tutta la piena del mio grande affetto.

     Ottant’anni, non sono uno scherzetto!

     Ma poi portati in modo delizioso,

     come un  trentenne energico e focoso

     giovanile di spirito e di aspetto.

Auguri affettuosissimi e sinceri:

che tu possa toccare altri traguardi,

sempre in salute, ancor più lusinghieri …

     Questo è l’augurio mio, caro Gaetano,

che parte dal mio cuor, senza ritardi

perché raggiunga il tuo felice e sano!

Dante 19 gennaio 1986

AL MIO CARO CUGINO GAETANO

                            I

Mi è giunto ieri il tuo gradito plico

con dentro una sorpresa straordinaria:

molta tua produzione letteraria,

che mi ha fatto un piacer che non ti dico.

     Tu non solo sei stato esperto in Arte agraria,

     perché sei della terra un vero amico,

     e ti piace spaziar nel verde aprico,

     gustando quel salubre odor dell’aria.

Ma è l’aria aperta, il verde, la quiete,

ch’aiutan a far sbocciar pensieri belli

che tu poi esprimi in prosa o in rime liete.

     Ed è perciò che tu, caro Gaetano,

     ti distingui dal novero di quelli

     che fanno onore al gran consorzio umano.

                           II

Tu lavori la terra per diletto,

ma ti impegni nel campo letterario:

la tua mente si esprime in modo vario

perché attingi nei campi ogni concetto.

     Il possente vigore necessario

     alla esistenza, lo prelevi netto

     dalla natura viva al cui cospetto

     stacchi i fogli a quel tuo gran calendario.

La tua semplicità limpida e pura

la sai trasmetter a chi ti di avvicina

che in fondo è una virtù che rassicura.

     Qualcosa hai dentro della zia Giustina,

     perché pur non avendo una cultura

     svolgi temi di altissima dottrina!

Indice

Ricordando mio cugino Dante Agostini

LA POESIA MARCHIGIANA

Per la morte di Vitturini Secondo

La mia terra

Che cosa è per me la poesia? (19-01-1986)

Tutto è poesia (06-01-1989)

L’ANNO NUOVO

Il nuovo anno

La neve

La neve

LA PRIMAVERA

Marzo

Pasqua

E’ Pasqua

Il giorno dopo Pasqua

Pioggerella d’aprile

Aprile

Aurora primaverile

Mattino di primavera

Notte di maggio

In bicicletta

Una sera di primavera (1986)

A un merlo che canta al mattino sulle alte piante

Mattino di maggio (maggio-1089)

Maggio

L’ESTATE

Grandinata a Belmonte

Di mattino al vigneto (07-06-1993)

Mattino d’estate

Lavoro ricchezza per tutti

Pioggia d’agosto

L’AUTUNNO E L’INVERNO

Il ciliegio vicino alla strada

Settembre (16-09-1982)

La vendemmia

Le rondini

Novembre

Rivedendo il mio aratro (15-09-1982)

L’estate di san Martino

La semina del grano

Autunno

Domenica

Racconto di un pomeriggio domenicale

Inverno

La prima nevicata di dicembre

LA MAMMA GIUSTINA

A Mmia madre il giorno dopo la morte

A mamma

Ricordo

Domenica 20 luglio davanti alla tomba della mamma

A mamma

A mia madre

Natale senza mamma (1973)

Al Camposanto di Belmonte

LA SPOSA CAROLINA

Presso l’albero ombroso insieme a Carolina

Cinquantesimo anno del mio matrimonio (estate-1981)

Sessant’anni insieme (17-09-1991)

A mia moglie Carolina (06-01-1988)

A mia moglie Monaldi Carolina

Il ritratto di mamma Camilla

Loreta Monaldi

I GIOVANI SPOSI

Ad Anna a e Daniel (23-06-1986)

Per il matrimonio di Rossella e Peppe (27-08-1089)

Agli sposi Fortunato e Maria (19-07-1987)

Agli sposi Vittoria e Benedetto (24-09-1988)

A Claudio e Laura  (ottava) (10-04-1983)

 A Claudio e Laura (sonetto) (10-04-1983)

Agli Sposi Milena e Roberto (27-06-1987)

I NIPOTI E I BAMBINI

Ricordo nel nipote Giovannino

Davanti alla tomba del nipotino

A Marisa

Discorso pronunciato a Roma in occasione della celebrazione della prima messa del nipote Fausto

Alla nipotina Annarella

Alla nipotina Maria Grazia

Alla nipotina Maria Grazia (lettera)

La maternità di Laura (Pasqua 1984)

A Paoletta nel giorno della prima comunione (25-5-1975)

A Cinzia

A Monia per la prima comunione (27-5-1990)

GLI AMICI

Brindisi a don Elio

In ricordo del parroco di Piane di Falerone don Elio Jacopini

Posa del monumento a don Elio

Discorso in chiesa per la posa di una lapide in onore di don Elio

Alle lavoratrici ed ai lavoratori del tomaificio (10-06-1989)

A tutte le donne che lavorano nel tomaificio (natale-89)

Chi è Marcella?

Poesia a Marcella I

Poesia a Marcella II

Poesia a Marcella III (27-07-1986)

Poesia a Marcella IV (festività 1986-1987)

Agli sposi Marcella e Martino (25-04-1987)

Al maestro Gentili

Discorso pronunciato in chiesa per la immatura scomparsa della professoressa Sandra

Per la chiusura della fornace

Ad Anna Gualtieri

CARI PAESI

Ritornando a vedere

A Belmonte Piceno

Le due querce

Belmonte

Ripassando per la strada di Belmonte (giugno-1987)

La stazione di Belmonte

Davanti al monumento del professore Silvestro Baglioni in Belmonte Piceno

Il professore Silvestro Baglioni

La casa a Bascione (dove abitavo da fanciullo)

La chiesa di Piane di Falerone

Piane di Falerone (la festa per i duemila anni dalla nascita)

Pine di Falerone

Servigliano antico

L’AGRICOLTURA

Bello far l’agricoltore

La mia arte

L’agricoltore

L’aratro

Propaganda per l’abbonamento a “L’amico dell’agricoltore (1953)

La mietitura

Primavera

Verso il tramonto

Breve racconto della vita nelle campagne dall’unità d’Italia ai giorni nostri

MEDITANDO

O Dio, Ri ringrazio!

O Dio, Ti vedo! (16-11-1986)

 O Dio, Ti prego!

Il lavoro mattutino

Al sole

Il tramonto d’estate

Fiore del prato

Ricordi del passato

§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§           Digitazione

di Albino Vesprini

di Albino Vesprini

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PERETTI CARDINAL FELICE VESCOVO DI FERMO anno 1571 scrive una LETTERA alla CITTA’

<Lettera di partecipazione del Cardinal Felice Peretti che invia un sacerdote per la presa di possesso del Vescovato e assicura di servire fedelmente la Città dove la sua famiglia è stata allevata e nutrita>

<fuori> Alli Molto Magnifici Signori come fratelli li Signori Antiani di Fermo.

Fermo <dentro>

       Molto Magnifici Signori è piaciuto  alla Santità di Nostro Signore, et à questo Sacro Collegio di darmi il carigo del governo della Chiesa vostra di Fermo et ancorché sia peso molto grave alle spalle mie nondimeno per obedienza santa che debbo à questa Santa Sede sono stato forzato pigliarlo: è ben vero che molto hà aggevoIato questo peso il pensar di haver à star’ et conversar con le Signorie Vostre appresso le quali et nel Stato loro si sono allevati et nodriti il Padre et  la Madre mia et nato ancor’io donde pensando dover ritornare à conversare et trattar con li miei mi hà fatto che più facilmente mi son sottoposto alla all’obedienza, mando Mons. Don Teseo Costantini da Mont’ alto sacerdote dotto et honorato à salutar le Signorie Vostre, entrar’ in possesso del Vescovato et dell’ amorevolezze di Vostre Signorie le prega lo veda volentiero, li prestino ogni favore et me lo rimandino consolato et in quello ch’io le posso servire si degnino commandarmi perché si troveranno sempre da me fedelmente servite et Dio Nostro Signore, le consoli sempre. Di Roma lì 18 di Decembre 1571.

 Di Vostre Signorie Com’ Fratello a servirle.

                                    Il Card. de Montalto

NOTA – Da ”Erezione della chiesa cattedrale di Fermo a metropolitana. Terzo centenario”. Fermo, Stabilimento Tip. Bacher 1890 pag.19 nota 10.La famiglia di Felice Peretti abitava nella possessione che il vescovo di Fermo aveva a Grottammare presso la storica chiesa di San Martino. Nella stessa pagina alla nota 9 gli autori Francesco Trebbi e Gabriele Filoni riportano le parole del Breve dei Clemente VIII in data 20 novembre 1606 con cui comunicava all’arcivescovo di Fermo card. Ottavio Bandini che Camilla Peretti aveva fondato un Monte dell’Abbondanza nel 1590 a Grottammare, castello in cui erano nati Sisto V e sua sorella la stessa Camilla Peretti.

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PASQUALETTI OLINDO LATINISTA

Notizie derivate da Gabriele Nepi

Olindo Pasqualetti (Offida, 12 settembre 1916 – Torino, 22 novembre 1996) missionario, docente universitario e autore di vari testi in italiano, latino e greco.

Quand’era ragazzo, la sua famiglia, dal paese suo natale di Offida, si trasferì a San Benedetto del Tronto, dove egli terminò il ciclo degli studi elementari. Nell’ottantesimo genetliaco, che fu l’ultimo suo, gli è stato assegnato per benemerenze il “Premio Truentum” dall’amministrazione comunale di San Benedetto del Tronto.

Completò gli studi superiori a Torino nell’istituto Missioni Consolata e vi fu ordinato sacerdote nel 1940. Fin da giovanissimo sapeva parlare in lingua latina. Laureatosi in Lettere nell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, insegnò nei seminari minori e maggiori dei Missionari della Consolata e nei Licei-ginnasi legalmente riconosciuti e statali di Varallo Sesia, Vercelli, Fermo. Chiamato all’Università Cattolica del Sacro Cuore, ha volto il ruolo di docente di latino fino alla pensione. Si è trasferto poi a Fermo presso i Missionari della Consolata a Santa Maria a Mare, dove il Comune, qualche anno dopo la morte avventa il 21 novembre 1996 ha intitolato un piazzale a questo illustre docente che ha vinto molti premi letterari ed ha pubblicato in riviste nazionali ed estere poesie, componimenti in prosa, saggi di letteratura (Pascoli, Virgilio, Orazio), recensioni in lingua latina, inoltre pubblicazioni universitarie e testi scolastici. Dal 1983 per una decina di anni ha insegnato latino e greco al triennio del Liceo Classico Paolo VI di Fermo. Ha alimentato la cultura neoclassica con forte senso di attualità, traducendo in latino le gare sportive dei calciatori, degli sciatori, dei nuotatoti, dei cacciatori e le attività di floricoltura, apicoltura, artigianato, viaggi spaziali. Il prof. Gabriele Nepi ha raccolto in un libro moltissimi suoi testi: Carmi Latini; Lirica minore greca; Myrice filologiche; Sermoni, anche inni sacri che alle consapevolezze umane uniscono quelle cristiane.

Nel partecipare a moltissimi concorsi di poesia e di prosa latina, ha conseguito 14 primi premi, 10 secondi premi, 23 terzi premi. Quasi tutte le sue opere poetiche in latino e in greco sono state raccolte nel voluminoso libro “Gemina Musa”, e in Tre appendici a Gemina Musa. Per gli studi sugli autori latini ha collaborato all’Enciclopedia Virgiliana. Socio di centri culturali superiori, quali l’Opus Fundatum “Latinitas” (Città del Vaticano), il Centro studi Varroniano, l’Accademia di Scienze di Roma, l’Accademia Marchigiana di Scienze e Lettere ed Arti.

Alcuni Premi

Certamen Vaticanum premio 1962, con Mollis aquae natura

Certamen Vaticanum premio 1963, con Recentior ornithon

Certamen Pascolianum premio 1966, con Ioannes Pascoli carcere inclusus

Certamen Vaticanum premio 1967, con Quod olim, quod postea

Certamen Vaticanum premio 1971, con Audis idemque vides

Certamen Hoeufftianum premio 1974, con Excubans poetae morienti feles

Certamen Avenionense premio 1978, con Antiquam exquirite matrem

Certamen Catullianum premio 1979, con Sirmionis memoria

Certamen Capitolinum premio 1982, con Hibernae noctis somnium

Certamen Vergilianum premio 1982, con Amaryllis Vergilio

Certamen Vaticanum premio 1992, con Annus millesimus …

Certamen Vaticanum premio 1995, con Flos deciduus

È considerato uno tra i più brillanti poeti e prosatori latinisti e grecisti vissuti nel XX secolo.

Bibliografia

o. Pasqualetti, Antologia di poeti umanisti. Ed. Dante Alighieri, Milano, Roma, Napoli …1964

O. Pasqualetti – L. dal Santo: Elegi selecti, Minerva Italica, Bergamo, 1969

O. Pasqualetti: Poeti neoumanisti, Dante Alighieri, Città di Castello, 1971

O. Pasqualetti: Appunti di lingua Latina, Celuc, Milano, 1972

O. Pasqualetti: In margine alla grammatica latina, C.U.S.L., Milano, 1974

O. Pasqualetti: Note sussidiarie di sintassi latina (anno accademico 1976-77), C.U.S.L., Milano

G. Angelino: Olyntus Pasqualetti Nare sagax Lycisca. Istituto di Studi Romani, Roma 1980

Olynthi Pasqualetti Hibernae noctis somnium Guidoni Angelino, De Alice et Poldina. Roma 1982

O. Pasqualetti: Gemina Musa (poesie e prose latine e greche), Piediripa di Macerata, 1987

O. Pasqualetti: Appendici a Gemina Musa, Fermo, 1992

AA. VV.: Atti del convegno su La letteratura neoumanistica nella tradizione culturale europea, In memoria di P. Olindo Pasqualetti, 1º marzo 1997, San Benedetto del Tronto – Offida

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Candelabro ebraico a sette luci e l’ottava luce nelle sinagoghe e nel Cenacolo

IL CANDELABRO A SETTE LUCI E L’OTTAVA LUCE

Nel libro di Maria Valtorta “L’Evangelo come mi è stato rivelato” (edit. Pisani) vol. 2.106.1 il candelabro di sette luci (menorah) era acceso nella sinagoga di Nazaret frequentata da Gesù per il culto del Dio dell’Alleanza. Nel vol. 9.600.1 la Valtorta parla del Cenacolo a Gerusalemme dove Gesù proclamò la nuova eterna Alleanza e le luci d’illuminazione erano otto. Questo riferimento alle luci (sette e otto) del candelabro ha un qualche riscontro perché il candelabro con sette lampade è raffigurato nello stemma ufficiale dello Stato di Israel e lo si trova spesso nelle sinagoghe perché considerato simbolo della religione del popolo d’Israele; ma non è un candelabro liturgico, piuttosto una semplice illuminazione a sette luci come si vede, tra l’altro, raffigurato nella pietra a Peki’in in Israele (Wikipedia). L’ottava luce nelle sinagoghe è la lampada di fronte all’ARON ed è chiamata Luce Eterna (Ner Tamid) e per la Diaspora ha un profondo significato di eternità. A Gerusalemme nel Cenacolo, Gesù Cristo ha chiamato la sua Alleanza “eterna” di fronte a un candelabro di otto luci.

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