DON GIOVANNI BOSCO E LA DIOCESI DI FERMO note storiche di don GERMANO LIBERATI

Don Bosco  e la sua opera nell’ Archidiocesi di Fermo

Brevi note storiche a cura di Germano Liberati (1939- 2010) in occasione del centenario della morte di Don Bosco

e del 25° di erezione della Parrocchia di S. Giovanni Bosco a Molini – Girola di Fermo. 31 Gennaio 1988

PRESENTAZIONE FATTA DALL’ARCIVESCOVO FERMANO MONS. CLETO BELLUCCI.

Sono lieto di esprimere alcuni pensieri su questo numero unico che la Parrocchia di S. Giovanni Bosco di Fermo vuole pubblicare per onorare l’anno centenario della morte del Santo. Me ne parlò la prima volta il mio parroco, un santo Sacerdote di Ancona: Mons. Antonio Gioia.

Avevo appena dieci anni. Forse lo aveva conosciuto, certamente ne era affascinato e portava nel cuore lo stesso amore ai ragazzi e ai giovani: il primo oratorio ad Ancona fu fondato da lui. Mi invitò ad entrare in Seminario, e cercava di farmi capire la missione sacerdotale col narrarmi gli amori caratteristici di Don Bosco: il Cristo, la Madonna, i giovani, i poveri, le missioni.

Nei lunghi anni del Seminario la vita del Santo ha riacceso più volte la fiamma della vocazione nei momenti di dubbio e incertezza. Quante e quante volte la sera si andava a letto sereni e ritemprati dalla lettura dei “sogni” di Don Bosco che il Padre Spirituale ci leggeva per darci la buona notte.

Negli anni indimenticabili passati al Seminario di Chieti, i due santi sulla cui vita si cercava di illuminare e temprare l’animo dei giovani alla sequela del Cristo, erano Don Bosco e il Curato d’Ars.

Sto rileggendo in questi giorni la vita del Santo. Auguro di rileggerla ai sacerdoti, ai genitori, ai giovani.

Vi troveranno speranza contro ogni sconforto, chiarezza di idee, amore, coraggio, tenacia e gioia nell’educazione cristiana dei ragazzi e dei giovani; il calore dell’amicizia, della vita comunitaria, dell’aiuto reciproco, la forza dell’amore.

Mons. Cleto Bellucci        Arcivescovo di Fermo

LIBERATI DON GERMANO – INTRODUZIONE – Il centenario della morte di S. Giovanni Bosco, che si sta celebrando con manifestazioni, convegni, pubblicazioni e culminerà con la visita del Papa a Torino, è un’occasione per riproporre eventi, offrire ritrattazioni e approfondimenti di temi specifici.

Se ormai in sede di storia generale la figura del Santo emerge assai chiara, molto resta da fare alla storia locale, la quale, avendo il duplice scopo sia di contestualizzare tempi e luoghi di per sé circoscritti, sia di offrire occasioni integrative alla visione d’insieme, ha la possibilità di cogliere aspetti e rapporti volti a sostanziare la sintesi generale sull’Uomo e il suo tempo. Pertanto quando mi è stato proposto di riesaminare i legami intercorsi tra Don Bosco, Fermo e i suoi Vescovi, mi sono prefisso con nuovi apporti, un “aggiornamento” della pubblicazione del 1930, contestualizzando fatti ed eventi di per sé non avulsi da situazioni più generali e l’integrazione dei cinquant’anni successivi a tale data.

Altre fonti sono state esplorate, altre testimonianze sono state raccolte; la visione si è arricchita ed ha assunto maggiore articolazione. Ne è scaturito il presente opuscolo costituito da due parti ben distinte. Innanzitutto la prima e più ampia, che è quella intesa a ricostruire e vagliare i vari eventi e la molteplicità dei rapporti di Fermo sia con Don Bosco che la Pia Società di S. Francesco di Sales; la seconda, meno ampia, ma preziosa, consistente in una silloge di documenti editi ed inediti. L’apparato di note ricco e, per quanto possibile, preciso, suffraga e documenta affermazioni e interpretazioni.

Spero ne risulti uno “spaccato”, sia pur modesto, ma sufficientemente preciso e vivo di storia locale, proprio là ove essa travalica luoghi e tempi circoscritti e si volge a legami più vasti e più generali.

Liberati don Germano

IL CARD. DE ANGELIS E DON BOSCO

La storia dei rapporti tra la Diocesi di Fermo e Don Bosco inizia in un momento politico assai difficile e delicato. Siamo nel 1860. Lo Stato Pontificio, dopo l’invasione militare piemontese era passato in gran parte sotto le autorità del Regno Sabaudo.  A Fermo, occupata militarmente il 21 settembre, perché il trapasso fosse netto e definitivo, onde sopire presunte “nostalgie” o comunque affinché il clero e i laici più influenti fossero posti a tacere di fronte al fatto compiuto, il più grave ostacolo era rappresentato dal Cardinale Arcivescovo. La ferma e decisa presa di posizione del Card. Filippo De Angelis, come già al tempo della Repubblica Romana, non fu gradita: si vide in lui, non tanto un difensore dei diritti della Chiesa, ma un retrogrado ed un pericoloso ribelle alle autorità piemontesi e se ne decretò il confino, o come si diceva allora, il domicilio coatto.

Il 28 settembre fu comunicato il provvedimento firmato dal Gen. Fanti ed il Cardinale due ore dopo lasciava Fermo e raggiungeva Torino.   Il sistema di “decapitare” le strutture religiose e talora amministrative dello Stato Pontificio apparve allora al governo Piemontese come il miglior modo per garantire un trapasso giuridico-istituzionale senza danni, opposizioni e presunti pericoli.

Il Card. De Angelis, una volta giunto a Torino, prese alloggio presso la Casa dei PP. Lazzaristi, detti della Missione. Ma l’arrivo del Cardinale non fu né incognito né privo di risonanze. Torino era ancora capitale del Regno, nell’impero politico incontrastato di Cavour, con una massoneria e un anticlericalismo diffusi e potenti. Tuttavia anni addietro ed in quelle circostanze, voci di sacerdoti integerrimi e santi si erano levate contro leggi e costume tendenti ad una laicizzazione progressiva della società. La formula Cavouriana “libera chiesa in libero stato” era, nonostante l’apparente apertura libertaria, subdola ed ambigua: si voleva ridurre la comunità cristiana ad esprimersi esclusivamente nel privato e nelle chiese, emarginata dalle istituzioni e fuori da ogni possibilità di presenza educativa.

Lo Statuto Albertino, il Codice Napoleonico, le leggi Siccardi erano la testimonianza più patente di una certa intolleranza religiosa. Le voci dei Vescovi di Torino e di sacerdoti come Don Cafasso, Don Cottolengo e soprattutto Don Bosco, si erano chiaramente alzate e la loro opera umanitaria aveva cercato di ricuperare spazi che le istituzioni civili, per incapacità ed insensibilità, non riuscivano a capire e soprattutto perché la gente, profondamente cristiana, non era disposta a farsi strappare.

Naturale fu dunque l’incontro tra due anime che, sia pur in contesti differenti, avevano di mira il bene dei fedeli e soffrivano per la libertà della Chiesa. L’incontro ci fu. Non sappiamo se sollecitato dal Card. De Angelis o di libera iniziativa di Don Giovanni Bosco.

Era l’aprile del 1861, quando Don Bosco varcava la soglia della Casa dei Lazzaristi per incontrarsi con il Cardinale. La vita in quei giorni trascorsi a Torino era stata per il Cardinale una vera e propria prigionia, parte per le restrizioni, parte per una sua presa di posizione, per cui non era mai uscito dalla Casa dove era ospitato, considerandosi prigioniero [Annali della Società Salesiana, vol 1°, p. 103]. Alla segregazione si aggiunga la sofferenza morale per la lontananza dalla sua Diocesi per la quale si era sempre prodigato con grande zelo pastorale. Questo era, ad un di presso, lo stato d’animo del Cardinale.

Che cosa si dissero in quell’incontro i due non ci è dato saperlo, al di fuori dell’aneddotica che è anch’essa veritiera perché parte dalla infinita trama degli eventi, sogni e fatti curiosi di cui è intessuta la vita di Don Bosco [- Riportiamo alcuni tratti di quel curioso e significativo dialogo: ” Sua Eminenza gli disse: – Mi racconti qualcosa da tenermi allegro.” . -Le racconterò un sogno.-

“Volentieri, sentiamo.”  “Don Bosco cominciò a narrargli quanto sopra abbiamo descritto, però con maggiori particolarità e riflessioni; ma quando fu al “lago di sangue” il Cardinale si faceva serio e malinconico. Allora D. Bosco troncò il racconto dicendo:  -Fin qui !- “Vada avanti!  gli disse il Cardinale. -Fin qui e basta – concluse D. Bosco e prese a discorrere di fatti ameni.” (LEMOYNE, Memorie di don Bosco, vol. VI, p. 881].

E’ certo comunque che fu un incontro che mise di fronte due uomini che già si conoscevano per fama. Entrambi si saranno confidati le loro pene e le loro difficoltà, entrambi avranno fatto ricorso alla speranza cristiana che non delude perché legata alla provvidenza divina. Il fatto è che questa visita non fu unica, segno quindi di un affiatamento che si era instaurato; e Don Bosco, in quei lunghi sei anni che il Cardinale restò a Torino, tornò a incontrarlo più volte, portando con sé altri sacerdoti suoi collaboratori, come Don Francesia e Don Berto [” La seconda testimonianza è del Cardinal De Angelis, Arcivescovo di Fermo, che, condotto in prigione a Torino durante i rivolgimenti politici del 1860, era stato relegato per sei anni nella casa dei Lazzaristi, dove aveva stretto relazione con Don Bosco, solito a visitarlo senza temere le ire dei malevoli” [ivi].

Durante quelle visite il Cardinale si interessava “vivamente delle cose dell’Oratorio a segno che, con chiunque gliene parlasse, si mostrava premuroso di sapere tutto ciò che riguardava il suo buon andamento. Il Servo di Dio [Don Bosco] lo aveva lungamente intrattenuto sulle grazie che Maria SS. concedeva ai suoi giovinetti, e come talvolta loro svelasse il futuro. E l’Eminentissimo lo ascoltava con infantile semplicità e più volte lo pregò a dirgli qualche cosa sopra il suo avvenire” [ibidem vol. VIII, p. 523]. Da questa frequentazione in amicizia e stima reciproche nacque una particolare condiscendenza e disponibilità da parte del Presule verso l’opera Salesiana e grande fiducia da parte di Don Bosco, che avranno in seguito notevoli ri- percussioni. In altri termini, gli incontri torinesi costituirono l’inizio di quei rapporti tra opera salesiana e Fermo che hanno avuto propagginazioni fino ad oggi.

A Torino i rapporti tra i due ebbero termine alla fine del 1866. Il Ministro Bettino Ricasoli in due successive circolari [2 ottobre e 15 novembre], aveva consentito ai vescovi che durante l’annessione piemontese si erano o rifugiati a Roma o erano stati confinati, di ritornare alle loro sedi.

Don Bosco un giorno prima che la seconda circolare fosse pubblicata, era andato a far visita al Cardinale. Tra loro avvenne un dialogo che il cronista salesiano riassume in questi termini:

“-Ebbene, Don Bosco, gli disse l’Eminentissimo appena lo vide; sapete qualcosa del mio avvenire?

-Prepari i bauli, Eminenza, perché presto potrà ritornare a Fermo.

-Ritornare a Fermo? Ora? Con questa guerra che si muove al clero?

-Eppure è cosi, la Madonna l’ha detto ad un nostro giovane. -Ebbene, quando sarò libero, voglio recarmi subito dove mi chiama il dovere, ma prima passerò all’Oratorio per restituirle le visite e testificare la mia gratitudine alla Madonna”

[L’accenno “alla guerra contro il clero”  trova documentazione nelle stesse Memorie: “L’odio contro il clero, invece di placarsi dopo tante sevizie, pareva si accentuasse con rabbia speciale in un certo partito del Parlamento, e qualche deputato voleva proporre una legge con cui si obbligassero i Preti a deporre la veste talare e ad andar vestiti come laici. Tutto accennava a nuove persecuzioni, quindi appariva sempre più lontana ogni speranza di liberazione del Cardinale”. (ivi)].

E la previsione si avverò: dopo qualche giorno, giunse al Cardinale l’avviso di poter tornare alla sua sede vescovile . Un solo giorno si fermò ancora a Torino e solo per fare alcune visite di cortesia e per il dovere di ricambiare1 l’affetto e la stima a Don Bosco.

“Il 23 novembre [I866]…fu solenne e giocondo per i giovani dell’Oratorio. Celebrata la s. Messa alla Consolata, egli scese a Valdocco e saliva allo studio dove Don Francesia lesse una bella poesia all’Apostolo che per l’amor di Dio e per fedeltà al Vicario di Gesù Cristo aveva sofferto così lunga detenzione.

A SUA EMINENZA REVERENDISSIMA IL CARDINALE FILIPPO DE ANGELIS ARCIVESCOVO DI FERMO

I GIOVANI DELL’ ORATORIO DI S. FRANCESCO DI SALES FESTOSI PEL SUO RITORNO IN DIOCESI DOPO SEI ANNI D’ESILIO NEL DÌ CHE LI VISITAVA 23 NOVEMBRE 1866 DI SEMPRE CARA E RICONOSCENTE RIMEMBRANZA                                                          ODE

Angiol di Fermo, oh giubila!

Schiudi a letizia il cuore,

ecco il tuo piede è libero

del carcere all’ orrore,

e alfin in mezzo ai teneri

bramosi figli tuoi

che tempo già t’aspettano

lieto tornar or puoi.

 

Quando quel pio che regola

in queste sacre mura

ci ricordò gli aneliti

dell’alma tua secura

quanta speranza, o Presule,

di rivederti un dì,

e di baciar la porpora

che tanto onor sortì.

E allora in calde lacrime,

presso ai sacrati altari

pensammo alli tuoi gemiti

a’ tuoi dolori amari,

e lieti sempre e trepidi

fummo nel supplicar

Lui che incatena il turbine

Lui che acquieta il mar.

Tergi il mio pianto, allegrati,

depon la negra vesta,

o Fermo, e il sacro tempio

d’oro e di fior si vesta.

Ecco … ritorna l’Angiolo

che ti rapì il dolor,

Iddio pietoso all’Orfana

ridona il suo Pastor.

Oh quante volte al tacito

morir d’un lento giorno

andasti in ala rapida

alla tua Chiesa attorno

per consolar quei trepidi

figli, che nel dolor

piangenti al ciel chiamavano

il loro pio Pastor.

Se alla città del Tevere

ti porterà il desìo

dove sereno domina

e siede il nono Pio,

digli che a Lui sacrarono

eterna la lor fe’

più di ottocento giovani

che vedi qui al tuo pie’.

 

L’Eminentissimo Porporato parlò a tutti con grande spirito di bontà, dicendo che quel mattino aveva pregato anche per loro, avendo essi pregato per lui perché potesse tornar presto alla sua diocesi: e li assicurò che andando a Roma non avrebbe mancato di far parola di loro al S. Padre, mentre dal canto suo li avrebbe sempre aiutati secondo le sue forze. In fine, a due a due, i giovani si appressarono a baciargli l’anello. Don Bosco stava al suo fianco…Dall’Oratorio passò a visitare il Cottolengo e il giorno dopo partì per Fermo ” [ivi pp. 524-525].

Ritornato a Fermo, il Cardinale non accantonò quella amicizia, sia per alcune sollecitazioni da parte di Don Bosco stesso, sia per una intrinseca consapevolezza del valore dell’esperienza vissuta a Torino. Ai fedeli della Diocesi nella prima lettera pastorale così scriveva: “Ci piace ricordare quel provvidenziale Oratorio di giovani affidato alla speciale protezione di S. Francesco di Sales e della Gran Vergine Ausiliatrice, creato e sostenuto dallo zelo di un povero prete”.

Anche altri vescovi inclini verso l’opera di Don Bosco, desiderando una sua visita in Diocesi si raccomandavano al Card. De Angelis perché interponesse verso il Santo i suoi buoni uffici. Valga per tutti quanto Mons. Rota Vescovo di Guastalla scriveva il 25.2.1867: “Ho subito scritto a Sua Eminenza il Card. Arcivescovo di Fermo pregandolo che comandi a Don Bosco di venire a Guastalla” (LEMOYNE, VIII, p. 695).

Nel frattempo tuttavia il fondatore dell’Oratorio Salesiano aveva premura che la S. Sede riconoscesse la sua Pia Società e si rivolgeva ai vescovi suoi estimatori ed al corrente della sua opera, perché gli rilasciassero lettere commendatizie in proposito. Ma la corrispondenza con il Card. De Angelis andò ben oltre negli anni 1867-68. Non solo a lui Don Bosco si rivolgeva per ottenere lettere commendatizie ma addirittura perché personalmente interponesse Ì suoi buoni uffici a Roma; un ulteriore segno della intimità e confidenza che esisteva tra i due.

E quando Don Bosco personalmente nel 1867 si recò a Roma a questo scopo, colse l’occasione per far visita al Cardinale venendo a Fermo.

DON BOSCO A FERMO

Non abbiamo dati per stabilire se la visita avvenne su iniziativa di Don Bosco che così voleva personalmente perorare la sua causa presso il Card. Arcivescovo o l’invito gli fosse stato rivolto dal Porporato per il desiderio di rivederlo e così ricambiare in qualche modo le attenzioni ricevute a Torino.

Era partito da Roma in compagnia di Don Francesia la sera del 26 febbraio e dopo una notte di viaggio, era giunto a Fermo nella tarda mattinata. Alle 10,30 si presentava al Cardinale in Episcopio che lo accoglieva con “grande gioia”.

[Il giorno stesso dell’arrivo a Fermo, Don Francesia, che accompagnava don Bosco, scrive ad un amico in questi termini: “Fermo, 27 febbraio 1867 – -Carissimo sig. Cavaliere, Ieri sera soltanto abbiamo lasciato Roma e dopo felice, se non lieto, viaggio siamo arrivati a Fermo. Abbiamo incontrato sua Eminenza; sta bene; il suo segretario e gli altri di sua famiglia, tutti bene, e ci accolsero colle feste più belle e care…” (Op. cit. p. 708 ).].

La permanenza di Don Bosco a Fermo, in quella che fu l’unica visita, durò un giorno e mezzo ed è assai agevole ricostruirne il programma. Per tutto il giorno 27 febbraio egli si trattenne con il Cardinale che lo ospitò: del resto cose da dirsi ne avevano in abbondanza [rievocare ricordi passati, ragguagli, consigli e richieste di Don Bosco circa la Società Salesiana per la quale si stava adoperando onde ottenere la approvazione pontificia]. Non bisogna inoltre escludere qualche altra visita ed incontro: il Cardinale certamente si sarà premurato di presentare al Santo sacerdoti e laici più autorevoli [Don Pellegrino Tofoni era il segretario in compagnia con il cardinale a Torino]. E per il mattino dopo, quale incontro più significativo e costruttivo se non quello con gli alunni del Seminario? Il Cardinale avrà pensato che un incontro dei suoi giovani aspiranti al sacerdozio con un sacerdote così zelante e un educatore così perspicace e incisivo fosse la maniera migliore di approfittare di una tale presenza.

Il 28 febbraio, infatti, Don Bosco, al mattino, si recò al Seminario, allora a pochi passi dall’Episcopio, e incontrò la comunità nella celebrazione liturgica, al termine della quale parlò ai giovani. Un testimone qualificato e attento, il futuro Cardinale Svampa, così riassume quell’omelia: “Ci parlò come parla un padre ai suoi figlioli, non nella sublimità del sermone, ma nel manifestare lo spirito il giorno stesso dell’arrivo a Fermo, Don Francesia, che accompagnava don Bosco, scrive ad un amico in questi termini: “Fermo, 27 febbraio 1867 – -Carissimo sig. Cavaliere, Ieri sera soltanto abbiamo lasciato Roma e dopo felice, se non lieto, viaggio siamo arrivati a Fermo. Abbiamo incontrato sua Eminenza; sta bene; il suo segretario e gli altri di sua famiglia, tutti bene, e ci accolsero colle feste più belle e care…” (Memorie-cit., Vol. VIII, p. 708 ). … due cose ci raccomandò specialmente: la devozione a Gesù Sacramentato e la devozione alla nostra cara Madre celeste” [Bollettino salesiano, 1907]. Del resto chi non vede come i due temi siano quelli ricorrenti nell’insegnamento e nella pedagogia di Don Bosco? Dunque, un discorso perfettamente in linea con la sua fede e il suo zelo sacerdotale.

A DON GIOVANNI BOSCO

   Salve, Giovanni, Oh! il giubilo

figlio di caldo affetto,

oh! il gaudio e la letizia

di cui ci esulta il petto

   or che il dolce e amabile

sembiante tuo miriamo,

ora che un bacio imprimere

sulla tua man possiamo.

   Più volte del tuo giungere

volò tra noi la fama,

di te più volte vivida

si accese in cuor la brama,

   ed ecco alfin s’appagano

i desideri ardenti:

alfin ci è dato scorgerti

ci è dato udir tuoi accenti.

   Siccome in notte placida

bella è a mirar la luna

in cui candore argenteo,

almo splendor s’aduna,

   come di varii e fulgidi

color l’iri s’abbella,

qual sorge dall’oceano

ridente amica stella,

   così soave e amabile

ne appare il tuo sorriso,

in cui la luce splendere

veggiam del Paradiso.

   Dunque gradisci il giubilo,

figlio di caldo affetto,

gradisci la letizia

di cui ci esulta il petto.

   e in sul partir, deh! a’ pargoli

sorridi e benedici:

non chieggon più, ché renderli

può questo sol felici

           Domenico Svampa

 

L’incontro con i seminaristi si prolungò oltre, attraverso la visita alle sei camerate in cui erano divisi secondo l’età e l’avanzamento negli studi. In quegli incontri settoriali, il clima e la formalità del primo impatto dovettero certo essere superati da una maggior confidenza di dialogo ed una atmosfera di festa più spontanea e aperta. In ciascuna camerata un componente indirizzò a Don Bosco un saluto, in versi, come allora era d’uso in tutte le scuole umanistiche. Il Santo rispondeva in ogni caso, parlava con qualche singolo, rivolgeva domande; l’incontro si concludeva con la sua benedizione.

Nel pomeriggio Don Bosco, accingendosi alla partenza, consegnò al Card. De Angelis una copia del suo volume La Storia d’Italia” con dedica autografa nella quale ricorre l’espressione: “Cordialissimo omaggio dell’autore”, a testimoniare l’intimità e familiarità di rapporti esistenti fra i due. E come se ce ne fosse bisogno, ulteriore prova si può ritrovare al momento in cui tra gli ultimi saluti il Cardinale chiese e, dopo schermaglie e insistenze, ottenne di essere benedetto dal Santo.

[Questo significativo episodio della Benedizione è narrato nelle fonti salesiane: Memorie cit., Vol.VII, p. 712.

All’ora della partenza il Card. De Angelis si inginocchiò per terra e pregò don Bosco a benedirlo; ma il Venerabile si gettò anch’egli in ginocchio davanti al Cardinale. Questi continuava:

-Sono vecchio, non ci vedremo più su questa terra: D. Bosco mi benedica!

-Io benedirlo!? Io povero prete? Mai più!

– Oh si che mi benedirà!

-Ma come? io povero pretazzuolo benedire un Cardinale, un Vescovo, un Principe?  Tocca a Lei benedir me!

– Quando è cosi, vede D. Bosco quella borsa? – e gliel’additava – E’ poca cosa, ma se mi benedice gliela dono per la sua Chiesa; altrimenti no!

Don Bosco pensò alquanto e poi concluse:

-Quando è cosi, io la benedico. Vostra Eminenza della mia benedizione non ne ha bisogno, mentre io invece ho bisogno dei suoi denari. ]

In questa visita, sia pur fugace, si possono tuttavia individuare  componenti importanti e feconde. Per Don Bosco questo ulteriore attestato di stima era importante in quel momento di impasse. [Il Cardinale fermano il 7 ottobre 1867 fu nominato Camerlengo di Santa Romana Chiesa acquistando maggior “peso” a Roma. Se si tiene conto della visita a Fermo e della successiva lunga e frequente corrispondenza epistolare, si può agevolmente pensare che quando nel 1869 la P. Società Salesiana ottenne l’approvazione provvisoria, gran parte del merito sia proprio del Cardinal De Angelis nell’approvazione dell’Istituto: ne sono testimonianza i successivi contatti epistolari intrattenuti con il Cardinale in cui emergono soprattutto due fondamentali preoccupazioni di Don Bosco. Innanzitutto il fatto che la Società Salesiana, che ormai si stava espandendo in Piemonte ed in altre parti d’Italia, aveva necessità di un riconoscimento pontificio e il Cardinale, proprio per la stima che godeva presso Pio IX, era il migliore interprete e patrocinatore. Inoltre, proprio per questo riconoscimento non ancora ottenuto, Don Bosco che era preoccupato della formazione dei suoi chierici, era costretto a sottostare ai regolamenti del Seminario di Torino e, dopo le recenti disposizioni dell’Arcivescovo, forse sarebbe stato costretto anche a dover far loro frequentare il Seminario: regolamento e ambiente assai lontani dalle visioni pedagogiche del Santo. Su questi problemi vertono le lettere di Don Bosco che nel Cardinale trovava sempre un caro amico e confidente ed un saggio consigliere [18].

Per Fermo, la visita fu seme che produrrà i suoi frutti negli anni successivi, con un contatto sempre più stretto con la Società Salesiana e soprattutto per la progressiva applicazione pastorale dell’attività degli Oratori per incontrare ed educare i giovani.

IL “SALESIANO” CARD. DOMENICO SVAMPA

Il Cardinal Domenico Svampa era nato a Montegranaro il 13 giugno 1851. Compì gli studi prima al Seminario di Fermo e poi al Seminario Pio  di Roma conseguendo la laurea in filosofia, teologia e in diritto. Ordinato Sacerdote fu insegnante nel Seminario di Fermo e poi ottenne la cattedra di diritto all1 Apollinare di Roma. Nel 1887 fu nominato vescovo di Forlì: Il 18maggio del 1894 Leone XIII lo elevava alla porpora cardinalizia, destinandolo alla sede di Bologna, poco più che quarantenne. Vi moriva il 10 agosto 1907.

Era ancora convittore quando nel Seminario di Fermo era venuto don Bosco e toccò a lui, durante la visita alla camerata S. Luigi”, indirizzare il saluto a nome di tutti. Lo fece in poesia, con una graziosa se pur scolastica composizione, mettendo in evidenza la fama di lui ormai giunta anche a Fermo ed esprimendo la gioia dell’incontro. La lirica si concludeva con una appassionata richiesta:

” E in sul partir, deh! a’ pargoli sorridi e benedici: non chieggon più, che renderli può questo sol felici”.

E n’ebbe assai di più il giovinetto Svampa dal Santo, come le Memorie di Don Bosco annotano: “un alunno della camerata di S. Luigi leggevagli e consegnavagli una poesia con la propria firma…il Venerabile disse una parolina all’orecchio e diede uno sguardo affettuoso e una piccola medaglia al caro poeta”. Il giovinetto, divenuto poi sacerdote, successivamente Vescovo di Forlì e di lì promosso con la porpora cardinalizia alla prestigiosa sede di Bologna, appena quarantenne, nel 1894, mostrò di non aver dimenticato quell’incontro che forse aveva segnato la sua vita.

Già dalla sede di Forlì intratteneva regolari rapporti epistolari con il successore di Don Bosco, Don Rua; e, nel settembre 1894, in procinto di partire per la nuova sede emiliana, gli scriveva: “Io spero che Don Bosco dal paradiso mi guardi come uno dei suoi figli e che mi darà a Bologna la sospiratissima consolazione di vedere impiantata una sua opera per la salvezza dei poveri figli del popolo” [Bollettino del Santuario del santuario del S. Cuore, nov. 1897].

Don Bosco si era recato più volte a Bologna, ma non risulta che avesse mai trattato per impiantare una sua casa in quella città. E toccò proprio all’animo salesiano del Card. Svampa vedere realizzata questa iniziativa. Ma affinché la presenza salesiana potesse essere efficace, occorreva preparare il terreno e proprio l’anno successivo al suo arrivo, il Cardinale si adoperò per organizzare proprio a Bologna il primo Congresso dei Cooperatori Salesiani. Si svolse nell’aprile del 1895 e dall’apertura dei lavori, il Cardinale, ricordando la venerazione per Don Bosco, si abbandona alle memorie ed esprime speranze: “Per me, mi sia consentito il dirlo, la memoria e la venerazione profonda che sento per Don Bosco e per l’opera sua è antica, perché si riannoda ai miei primi anni. Incominciò da quando, appena trilustre, ebbi la fortuna di incontrarmi con quell’uomo straordinario, ne intesi la calda parola, ricevetti dalle sue mani la S. Eucarestia, la S. Benedizione, e fui regalato di una piccola medaglia che tuttora porto al petto” [LEMOYNE, VIII, 711].

Questa straordinaria testimonianza del Pastore di Bologna mosse Don Rua ad adoperarsi per aprire la prima casa salesiana, affidandola alla prestigiosa personalità di Don Carlo Viglietti, ex-segretario di Don Bosco; l’Oratorio fu aperto nei locali detti di S. Carlino; il nuovo Istituto, fuori porta Galliera, fu inaugurato nel 1899. Ma il Cardinale non era pago di questa presenza e promosse addirittura la costruzione di un santuario dedicato al S. Cuore, ché coltivava l’aspirazione di fare del capoluogo emiliano un centro di diffusione della devozione al Sacro Cuore di Gesù. Nel discorso, in occasione della posa della prima pietra, il 14 giugno 1901, così il Card. Svampa affermò: “L’Istituto Salesiano ed il tempio del S. Cuore realizzano nei mio pensiero un passo avanti nel progresso del bene; sono quasi il segnale di una nuova alleanza fra il cielo e la terra nella diocesi bolognese” [La città di Bologna si presentava “laica”].

Il Card. Svampa non poté vedere conclusa la sua opera, che fu inaugurata dal suo successore, il Card. Giacomo Della Chiesa [futuro Papa Benedetto XV]. Tuttavia il 3 giugno 1903, festa del Sacro Cuore, il Cardinale consacrava la cripta affidandone l’ufficiatura ai Salesiani. In quella cripta verrà poi tumulata la sua salma [1912] – e vi riposa ancora – alcuni anni dopo la sua morte avvenuta nel 1907.

DON BOSCO NEI RICORDI DI ALCUNI ALUNNI DEL SEMINARIO DI FERMO

La visita di Don Bosco, se ebbe particolare incisività nell’allora convittore Domenico Svampa, non certo restò indifferente e insignificante per altri alunni del Seminario, in quel suo vagare la mattina del 28 febbraio nelle camerate del Seminario.

Nel 1930, in occasione della Beatificazione del sacerdote di Valdocco, furono raccolte alcune testimonianze, quelle di ex seminaristi ancora vivi, sacerdoti e non. In tutte c’è una concordanza di accenti, di ricordi e di momenti particolarmente significativi di quella visita ed ancor vivi nella loro memoria di uomini ormai avanti negli anni. E ciò che più colpisce, è che questa concordanza si riscontra sia in quelli che giunsero al sacerdozio che in quelli che scelsero la vita laicale.

Mons. Jaffei, Vescovo di Forlì, così si esprime: “Lo accogliemmo con entusiasmo, felicissimi di conoscere personalmente l’illustre educatore della gioventù, del quale conoscevamo libri di letture e di scuola” [Numdero unico: Il beato don Bosco. Fermo 1930].

Gli fa eco Mons. Occhioni che mostra, all’età di ottantuno anni, avere vivissima la memoria, quasi fotografica, di quell’incontro: “Vi giunse accompagnato da un correligioso e si fermò nel mezzo del camerone, mentre noi festanti ci stringevamo intorno alla sua persona. Teneva le mani conserte, gli occhi e la testa bassi. Da un superiore venne invitato a visitare l’ambiente quindi seguì un breve indirizzo letto dall’alunno Francesco Astorri…”.

Analoga la testimonianza di laici. Al Prof. Serafino Alessandrini, allora alunno del Seminario, quando il Santo giunse nella camerata “S. Giuseppe”, toccò il compito di offrire il suo saluto poetico. E negli ultimi anni della sua vita [morì nel 1927], a chi gli chiedeva di quell’incontro, rispondeva che “gli sembrava di vederlo ancora ascoltare la poesia e chiederne, con un movimento dell’indice, il manoscritto al giovane autore”.

Nel 1915, nel centenario della nascita del Santo, sempre in rapporto alla visita nel Seminario di cui era stato testimone, tenne il discorso commemorativo e le sue parole, proprio perché di un laico, suscitarono entusiasmo e commozione.

Ma nella memoria di tutti i testimoni, in genere, ciò che colpisce è il vivo ricordo di quell’incontro che si contorna di particolari, di per sé marginali, ma che nel loro complesso costituiscono il carattere di una impronta indelebile.

“Dopo le iterate e festose accoglienze dei superiori e degli alunni – è Mons. Jaffei che precisa – l’amabilità di Don Bosco si compiacque di percorrere tutto il Seminario per trovarci nelle singole camerate, donandoci una medaglia a ciascuno e ne aveva in un borsellino, anche per i suoi figli di Torino. Ci dissero che sotto la mano distributrice di Don Bosco si moltiplicassero”.

E dal ricordo di ciò che avvenne nella camerata “S. Giuseppe”, nella memoria di Mons. Occhioni emerge un’altra figura di rilievo tra i giovani seminaristi del tempo, oltre al già menzionato Card. Svampa: “…..  quindi seguì un breve indirizzo letto dall’alunno Francesco Astorri di Campofilone, che chiudeva implorando la Santa Benedizione. Questa benedizione certo scese copiosissima – è ancora Mons. Occhioni che commenta – su chi aveva presentato l’indirizzo. Lo rese infatti privilegiato innanzi a Dio, giacché fu cristiano tutto d’un pezzo, ottimo padre di famiglia, cui corrisposero egregiamente i figliuoli; lo rese pure privilegiato innanzi agli uomini perché l’Astorri riuscì ottimo Ingegnere Idraulico stimato e venerato”.

Come si vede, a distanza di anni, quel piccolo seme era ancora rigoglioso di frutti.

MONS. CASTELLI E LE CELEBRAZIONI PER LA BEATIFICAZIONE DI DON BOSCO

Nel 1929, al termine del processo canonico, Don Bosco veniva dal Papa Pio XI elevato agli onori degli altari e proclamato Beato. Tra le innumerevoli celebrazioni e commemorazioni della sua persona, anche a Fermo si pensò di ricordare il nuovo Beato proprio per il legame con la Diocesi, con il Seminario e soprattutto con l’Arcivescovo di quel tempo, il Card. Filippo De Angelis. Patrocinatore dell’iniziativa fu l’Arcivescovo Mons. Carlo Castelli il quale per strani ed insondabili fili provvidenziali, aveva anche lui, ancor giovinetto, conosciuto Don Bosco ed ora Presule di quella Diocesi che nel Card. De Angelis e nel Card. Svampa era apparsa tanto legata al Sacerdote di Valdocco.

La testimonianza di Mons. Castelli di quell’incontro col Santo è viva e nitida nei contorni, per cui è bene lasciare a lui stesso la parola: “Lo conobbi personalmente. E’ questa un’altra grande grazia che mi fece il Signore, della quale, come di tutte le altre lo ringrazio di cuore.

Nel 1883, ero suddiacono, fatti i bagni di mare ad Alassio nel grande Collegio che ivi tengono i Salesiani, nel ritorno volli passare a Torino, precisamente per vedere Don Bosco, ed ottenerne la Benedizione. Vi giunsi la vigilia del suo genetliaco che si festeggiava il 15 di agosto. L’indomani Don Bosco avrebbe raggiunto il suo sessantanovesimo anno. Accolto con molta benevolenza dai figli di Don Bosco, la sera ebbi la fortuna di ascoltare il discorsetto che egli, d. Bosco, soleva fare ai suoi figli sotto il portico aperto del grande cortile prima che si coricassero, di baciargli la mano e di averne la prima benedizione. L’indomani mi volli confessare da lui, potei parlargli con molta confidenza, che la dava a tutti; e la sera partecipai ad un’accademia [intrattenimento, n. d. r.], ben riuscita, data dai Salesiani in onore del loro amato Padre. Poesie, canti, bande, discorsetti: una vera festa di famiglia … Prima di partire potei ancora parlare con Don Bosco nel suo studiolo, su al secondo piano, in fondo al ballatoio. Quanta bontà in quell’uomo! Quanta semplicità nelle parole, nel gesto, in tutto. Mi benedisse, mi confortò e mi assicurò che nonostante i disturbi di stomaco che pativo quella mattina, avrei fatto buon viaggio, e che giunto a Milano mi sarei sentito benissimo come di fatto avvenne.

Altre due volte ebbi la ventura di conferire con Don Bosco, e sempre ne ebbi l’impressione di parlare con un Santo: semplicità, affabilità, cordialità, sempre il sorriso sulle labbra; mai dimostrava stanchezza, noia, fretta, sempre la massima calma come se non avesse avuto a far altro che parlare con me! E lui aveva affari con tutto il mondo!”[ivi]. Proprio questo affetto per i Salesiani e Don Bosco fu la spinta che nel 1930 a Fermo si indicessero celebrazioni per il nuovo Beato. Si svolsero dal 29 maggio al 1 giugno e l’organizzazione fu affidata ai superiori, agli insegnanti e agli alunni del Seminario. Il triduo solenne si svolse nella attigua chiesa del Carmine, con largo concorso di fedeli; la predicazione fu affidata all’ “illustre predicatore Mons. A. Crocetti” di Ancona.

il primo giugno la solenne celebrazione: alle 7 la messa dell’Arcivescovo Mons. Castelli con la partecipazione della “gioventù studentesca” della città; alle 10,30 la messa solenne con assistenza pontificale.

Il clou della manifestazione si raggiunse al pomeriggio in Seminario, con inizio alle ore 17: furono scoperti il busto e la lapide commemorativa della visita di Don Bosco al Seminario nel 1867, cui seguì una solenne “accademia” musicale-letteraria, nella quale il discorso commemorativo fu tenuto dal Comm. C. Ossicini di Milano [Va sottolineata l’iniziativa di radunare la “gioventù studentesca” di Fermo, cui si aggiunsero i giovani di A.C. della Diocesi. Siamo infatti negli anni difficili, dopo la Conciliazione, in cui il Governo Italiano e il Partito Fascista si stavano scagliando contro le associazioni cattoliche. Una manifestazione giovanile di questo genere rappresentava un atto di coraggio ed una risposta].

Una particolare sottolineatura merita la lapide dettata in latino da Mons. Giovanni Cicconi, noto umanista e storico [34],

ANNO CHRISTIANO MDCCCLXVII \ III KAL. MARTIAS \ JOANNES BOSCO

FUIT HOSPES APUD V. E. \ CARD. PHILIPPIM DE ANGELIS ARCHIEP. PRINC. N.

SEMINARIUM H. MAGNIS EXCEPTUS LAETITIIS \ OPTATISSIMO ADSPECTU SUO MONESTAVIT

ALUMNOS AD VIRTUTEM SANCTISSIMIS VERBIS \ COHORTATUS EST

NUNC AUCTUS HONORE COELITUM BEATORUM \ VOLENS PROPITIUS USQUE ADSIT

MAGISTER BONUS ET CUSTOS \ AN. MCMXXX

Nella traduzione italiana suona ad un dipresso così:

= NELL’ANNO DELL’ERA CRISTIANA 1867 \ IL 28 FEBBRAIO \ GIOVANNI BOSCO \ OSPITE A FERMO DEL CARD. FILIPPO DE ANGELIS \ ARCIV. E PRINCIPE NOSTRO \ FU ACCOLTO CON GRANDE GIOIA \ ONORO’ QUESTO SEMINARIO \ CON LA SUA PRESENZA TANTO DESIDERATA \ ESORTO’ CON SANTE PAROLE ISPIRATE GLI ALUNNI ALLA VIRTÙ’ \ANNO 1930 \ ORA INNALZATO ALL’ONORE DEI CELESTI BEATI \ CONDISCENDENDO ANCORA PROPIZIO \ SIA PRESENTE COME BUON MAESTRO E CUSTODE =

Ma quel che più conta, le celebrazioni furono accompagnate. dalla pubblicazione di un fascicolo dal titolo “Il Beato Giova Bosco – omaggio del Ven. Seminario Arc.le di Fermo”, in data giugno 1930. Al di là di un sistema storiografico forse ora superato, quanto indulgente all’aneddotica e privo di quel contesto storico religioso in cui i fatti locali prendono consistenza e significato, lavoro si presenta ricco di spunti, abbondante nella documentazione testimonianza significativa di entusiasmo e coscienza di un legame che a distanza di decenni era ancor vivo e profondo. Le attestazioni stesse di alcuni tra coloro che furono un tempo i giovani seminaristi che Don Bosco aveva incontrato nel lontano 1867, stupisco il lettore di oggi, e contribuiscono a delineare un quadro assai interessante e prezioso per lo storico.

A dare il significato globale del lavoro possono essere utili alcune espressioni di Mons. Castelli poste in prima pagina con presentazione del fascicolo commemorativo: “Don Bosco fu qui Fermo; si ricorda ancora con vera compiacenza il suo incontro col nostro Venerando Card. De Angelis, e si leggono con commozione le lettere che Don Bosco scriveva a lui per avere consigli ed appoggio in merito alla fondazione della Società Salesiana: egli ebbe per noi, figli di Alessandro e Filippo un particolare affetto che dimostrò anche quando il Card. Arcivescovo fu deportato Torino”.

L’ARCIVESCOVO MONS. PERINI E I SALESIANI IN DIOCESI

Nonostante i legami che avevano unito la diocesi a Don Bosco, le successive celebrazioni e lo spirito e la “formazione” salesiani di alcuni suoi vescovi, i Salesiani, come presenza attiva nella vita diocesana, non vi erano ancora. A fare questo ultimo passo e a rinvigorire anche altri aspetti dello spirito di Don Bosco, toccò a Mons. Norberto Perini, negli anni dell’immediato dopo guerra. Egli volle con ferma convinzione i Salesiani in Diocesi. Le motivazioni di questa sua scelta vanno ricercate sia nei personali legami di affetto che il presule aveva con la Società Salesiana, sia nelle particolari condizioni socio-politiche e religiose di alcuni centri della nostra Diocesi.

Mons. Perini prima di entrare nel Seminario Ambrosiano era stato alunno al Ginnasio presso l’Istituto Salesiano “S. Ambrogio” di Milano con grande profitto scolastico, riuscendo sempre tra i premiati: erano i lontani anni 1901-1904. Questo Istituto era stato fondato nel 1897, appena nove anni dopo la morte di Don Bosco, e diretto da Don Lorenzo Saluzzo che fin da ragazzo era cresciuto all’Oratorio di Don Bosco e con lui aveva fatto le prime esperienze di sacerdote salesiano. Vi si doveva respirare dunque un’aria autentica di spiritualità salesiana quale Don Bosco l’aveva ispirata. Certo, per il ragazzo che veniva dalla provincia [Carpiano], fu un motivo di forte ripensamento e soprattutto di maturazione interiore. In quella esperienza il giovane Norberto Perini maturerà la sua decisione sacerdotale come del resto egli stesso confida in una sua lettera al superiore dell’Istituto, nel 1954: “Ricordo sempre con piacere e alcune volte con commozione l’Istituto dove ho trascorso i primi anni di Ginnasio e dove si è chiarita la mia Vocazione al sacerdozio” [Lettera dell’arc. Perini 25.III.1954]. La confidenza citata è suffragata dal suo successivo comportamento, secondo quanto ricorda Don Alfonso Minonzio: “Quando ero ragazzo, tra il 1931 e il ’35, ho .sentito Mons. Perini, prima rettore a Tradate e poi prevosto a Busto [Arsizio], perché nelle visite all’Istituto parlava a noi ragazzi; ricordo poi la visita che volle fare appena divenuto vescovo [di Fermo] come atto di riconoscenza perché amava Don Bosco e ricordava con affetto i Salesiani che aveva conosciuto da ragazzo. Lo vidi l’ultima volta a Rho: accompagnavo il direttore don Franzetti e altri confratelli per un atto di omaggio e di gratitudine per chi amava tanto Don Bosco e questo Istituto” [D. A. Minonzio 29.XII.1987].

Il suo stesso fresco ed agile volumetto dedicato ai giovani “L’Età Fiorita” sprigiona più d’uno dei principi pedagogici di Don Bosco e fa costante riferimento allo spirito salesiano. E ispirata alla pedagogia salesiana fu anche la rivista “Catechesi” che egli ancor sacerdote, insieme a Don Montalbetti [futuro vescovo di Reggio C.] fondò e diresse tanto che, dopo qualche anno di cessata pubblicazione, fu rilevata dai Salesiani ed edita ancor oggi per i tipi della ELLE Di Ci.

Quando venne a Fermo, nel 1942, notò la mancanza di questa presenza: ma non erano quelli i tempi propizi per una iniziativa che potesse sopperirvi.

Alcuni fenomeni socio-politici che hanno caratterizzato il dopo guerra nella nostra Diocesi, sono stati allora il segno che questa impresa si dovesse realizzare. Negli anni della ricostruzione i centri costieri hanno visto una fortissima immigrazione, duplicando e triplicando il numero di abitanti. Occorrevano interventi pastorali più precisi e più decisi per tenere il passo con i fenomeni in corso. Tra questi centri, Porto Civitanova era quello che maggiormente aveva urgenza di una nuova sistemazione parrocchiale e di una più incisiva pastorale giovanile. Infatti la città era la più industrializzata della zona e presentava i maggiori squilibri sociali, urbanistici e ideologici. Il Vescovo se ne era interessato e soprattutto aveva fatto qualche tentativo per ovviarvi. Ma non bastava. Da più parti, laici soprattutto, avevano chiesto un intervento più preciso e più radicale. “Mi permetto di interessarmi a questa situazione tremenda pensando all’avvenire dei miei tre figli e di tutta l’Italia e oso chiedere un aiuto effettivo per questi nostri figli…” si legge in una delle numerose petizioni [40]. Le richieste erano precise: “occorrono circoli cattolici, ricreativi, teatrini, cinema, sale di lettura, il posto dove questi giovani possano passare ore di svago ….” [Lettera di S. P. 14.XII.1950].

Di fronte a queste denunce accorate e richieste pressanti, niente di più opportuno che rivolgersi ai Salesiani, esperti e accorti educatori di giovani. Il problema era però duplice: la ricerca di un’area adatta ed adeguata e l’opera di convincimento da compiersi presso i superiori dell’Istituto.

Si pensò subito al Santuario di S. Marone, con la casa annessa che fungeva allora da rettoria. Si trovava, in quegli anni, in una zona quasi suburbana, collegata al centro e attigua alla zona industriale. In più era zona prevista di sviluppo urbano e quindi destinata a crescere. Mancava tuttavia un’area sufficiente per le strutture ricreative e di accoglienza dei giovani. A fianco della chiesa v’era un terreno agricolo appartenente alla tenuta del Principe Napoleone Bonaparte, già previsto come area fabbricabile. Mons. Perini prese personalmente contratti con il Principe che si dichiarò disposto ad una donazione purché fossero rispettati gli scopi e la destinazione di essa.

Le trattative si conclusero a metà del 1950 ed un’area dì 20.000 mq. fu ceduta alla Diocesi che avrebbe provveduto a destinarla per opere di assistenza giovanile. Nel frattempo, vista la ben avviata trattativa per l’area, l’Arcivescovo incaricò Mons. Emilio Del Bianco di prendere contatti con l’Ispettoria Salesiana “Adriatica”, allora con sede a Macerata. Una fitta corrispondenza e forse anche contatti personali portarono ad una felice conclusione.

I Salesiani chiedevano precisazioni; il Vescovo faceva rispondere con chiarezza e decisione: “E’ desiderio dell’Ecc. Presule che i Salesiani a Porto Civitanova abbiano a creare una loro opera completa, cominciando con oratorio per la gioventù… e quanto altro si riterrà opportuno per la educazione cristiana della gioventù operaia”. [Lettera 7.X.1950].

Si giunse così alla “Convenzione tra l’Archidiocesi di Fermo e l’Ispettoria Salesiana Adriatica” stipulata il 4 aprile 1951. I Salesiani presero così possesso della casa è della chiesa di S. Marone il 1 settembre 1951.

Successivamente, con Decreto arcivescovile del 25.5.1952, la Rettoria fu elevata a parrocchia con un suo proprio territorio. Nel frattempo crescevano le strutture dell’opera educativa dei figli di Don Bosco che portavano lo spirito del Fondatore nella città più popolosa e articolata della Diocesi.

LA PARROCCHIA E LA CHIESA DI S. GIOVANNI BOSCO A MOLINI-GIROLA DI FERMO

Anche l’attività di Mons. Perini che si proiettò in tutta la Diocesi nella ridefinizione delle parrocchie, nella costruzione di nuove chiese, per far fronte ai nuovi insediamenti ed alle nuove proiezioni urbanistiche dei maggiori centri, ebbe presente il Sacerdote di Valdocco. Mancavano in Diocesi una chiesa ed una parrocchia a lui dedicate. Pertanto, quando nell’area ora denominata Molini-Girola, in seguito alla crescente urbanizzazione, si fece sentire la necessità’ di una parrocchia autonoma, l’Arcivescovo operò uno stralcio di territorio dalla parrocchia urbana di S. Lucia e con Decreto del 7 marzol962 eresse una nuova parrocchia.

E’ curioso e nello stesso tempo sintomatico notare come il Decreto di erezione stilato dalla Cancelleria Arcivescovile parli di contrada Girola di Fermo con la chiesa del Sacro Cuore di Gesù eretta a Parrocchia. Ma poi nella domanda inviata al Ministero dell’Interno in data 3.10.1962 si legge: “Il sottoscritto Arcivescovo di Fermo chiede…. venga riconosciuto agli effetti civili il Decreto di Erezione della nuova Parrocchia di “San Giovanni Bosco” con sede nella chiesa del S. Cuore, in contrada Girola nel territorio di Fermo, emesso in data 7 marzo 1962″.

Era avvenuto che nel tempo intercorso tra l’emissione del Decreto di erezione e l’inoltro della pratica per il riconoscimento civile era maturata nell’animo di Mons. Perini la decisione di intestare la nuova parrocchia a S. Giovanni Bosco e di costruire la chiesa omonima nel territorio della nuova parrocchia, ma in contrada Molini di Tenna, dove già funzionava come centro di culto uno dei capannoni dell’industria conciaria SACOMAR s. p. a. dei Fratelli Santori, capannone che, per la sua ampiezza e ubicazione, per oltre sette anni assolse in pratica la funzione di chiesa parrocchiale. Il Decreto di riconoscimento civile, firmato dal Presidente della Repubblica Antonio Segni, porta la data del 22 marzo 1963. L’attività pastorale della nuova parrocchia ebbe inizio il 13 ottobre 1963 con l’ingresso del primo Parroco, il Sac. Giuseppe Paci.

Per quanto riguarda la nuova chiesa parrocchiale bastino questi brevi accenni: nel 1967 fu acquistata dall’Opera Pia Ospedale di Fermo l’area di circa 6.000 mq. strutture ricreative e di accoglienza dei giovani. A fianco della chiesa vi era un terreno agricolo appartenente alla tenuta del Principe Napoleone Bonaparte, già previsto come area fabbricabile. Mons. Perini prese personalmente contratti con il Principe che si dichiarò disposto ad una donazione purché fossero rispettati gli scopi e la destinazione di essa.

Le trattative si conclusero a metà del 1950 ed un’area di 20.000 mq. fu ceduta alla Diocesi che avrebbe provveduto a destinarla per opere di assistenza giovanile. Nel frattempo, vista la ben avviata trattativa per l’area, l’Arcivescovo incaricò Mons. Emilio Del Bianco di prendere contatti con l’Ispettoria Salesiana “Adriatica”, allora con sede a Macerata. Una fitta corrispondenza e forse anche contatti personali portarono ad una felice conclusione.

I Salesiani chiedevano precisazioni; il Vescovo faceva rispondere con chiarezza e decisione: “E’ desiderio dell’Eco. Presule che i Salesiani a Porto Civitanova abbiano a creare una loro opera completa, cominciando con oratorio per la gioventù… e quanto altro si riterrà opportuno per la educazione cristiana della gioventù operaia”.

Si giunse cosi alla “Convenzione tra l’Archidiocesi di Fermo e l’Ispettoria Salesiana Adriatica” stipulata il 4 aprile 1951. I Salesiani presero così possesso della casa è della chiesa di S. Marone il 1 settembre 1951.

Successivamente, con Decreto arcivescovile del 25.5.1952, la Rettoria fu elevata a parrocchia con un suo proprio territorio. Nel frattempo crescevano le strutture dell’opera educativa dei figli di Don Bosco che portavano lo spirito del Fondatore nella città più popolosa e articolata della Diocesi.

La progettazione della chiesa e annessa casa parrocchiale fu affidata personalmente da Mons. Perini all’Arch. Sac. Gaetano Banfi di Saronno, che si era offerto di eseguirlo gratuitamente in segno di riconoscenza all’Arcivescovo che lo aveva accolto nel Seminario e lo aveva ordinato sacerdote incardinandolo nell’Archi- diocesi di Fermo.

I lavori di costruzione furono aggiudicati, in seguito a gara d’appalto, all’Impresa Edile Mazzoni Basilio e Figli di Porto S. Giorgio. Il 17 novembre 1968 Mons. Perini pose la Prima Pietra del nuovo complesso parrocchiale e per la prima volta celebrò la S. Messa nella nuova chiesa, ancora incompleta, il 30 agosto 1970, amministrando la S. Cresima a 27 ragazzi della parrocchia.

L’Arcivescovo Mons. Ernesto Civardi, allora Segretario della S. Congregazione dei Vescovi, oggi Cardinale, la consacrava il 1 maggio 1974. Mons. Perini, nonostante gli 86 anni e gli acciacchi, volle essere presente e concelebrò stando quasi sempre seduto a lato dell’altare, ma si notava sul suo volto la gioia e la soddisfazione di vedere ormai completamente realizzata, dopo oltre 10 anni, un’opera da lui tanto vivamente desiderata.

Mons. Cleto Bellucci, allora Amministratore Apostolico della Archidiocesi, non poté essere presente perché costretto ad un ricovero ospedaliero per un grave incidente automobilistico occorsogli pochi giorni prima, ma lo fu spiritualmente con la preghiera e l’offerta delle sue sofferenze.

Quattro targhe di rame, poste all’ingresso della chiesa nella Pasqua 1982, sintetizzano la storia dell’ultimo omaggio di devozione filiale a S. Giovanni Bosco di Mons. Norberto Perini.

vanni Bosco è tutta conservata nell’Archivio Storico dell’Archidiocesi di Fermo.

46- Alla nota n. 34 dopo “Aula Magna” si aggiunga: “posto al di sopra di una lapide con iscrizione latina dettata dall’illustre latinista mons. Tommaso Mariucci, della Segreteria di Stato di Sua Santità”

 

<Poesia di un alunno dell’oratorio di don Bosco>

 

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+++++++++++++++++++ Questa digitazione dell’opera è di VESPRINI ALBINO

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CAMPO DEI PRIGIONERI DI GUERRA E CENTRO RACCOLTA PROFUGHI A SERVIGLIANO

TESTO DI GIUSEPPE ORESTE VIOZZI (1890- 1966) arciprete a Servigliano

IL CAMPO « PRIGIONIERI DI GUERRA »

Un fatto che dal 1915 fino al 1955, ha portato la piccola cittadina di Servigliano al primo piano della notorietà internazionale, è stato il « Campo prigionieri di Guerra » e successivamente « Centro Raccolta Profughi »,

Il 24 maggio 1915, quando già fin dall’agosto del 1914, divampava feroce la guerra, fra diverse nazioni d’Europa, l’Italia entra anch’essa in guerra contro l’Austria Ungheria, mentre nell’agosto successivo la dichiara alla Turchia, alla Germania, ed ai paesi dello scacchiere balcanico. In tal modo tutta l’Europa è in conflitto, schierata in due parti. E’ la cosiddetta Prima Guerra Mondiale 1914-1919. Non è nostro compito accennare qui, anche sommariamente, a questo complesso e tragico avvenimento dei primi anni del ventesimo secolo. Ne parla la storia. Crediamo però conveniente mandare alla memoria il ricordo del « Campo Prigionieri » appunto perché esso ha relazione con Servigliano.

Non ci consta il motivo: se per disposizioni superiori o se per iniziativa di qualche influente personaggio della vita locale, che intendeva dare incremento al modesto paese; anche a Servigliano venne costruito un grande accampamento per accogliere gli eventuali prigionieri di guerra.

Il luogo scelto fu la immediata periferia del paese stesso, lato mezzogiorno, lungo la via per Amandola. Furono espropriati, a diversi privati, circa tre ettari di terreno, e vi si costruirono più di 40 baracche in legno, ognuna dell’ampiezza di 500-600 metri quadrati, oltre a tutti gli altri numerosi locali per servizi ed alloggi dei militari di vigilanza al Campo. Le baracche erano capaci di ospitare circa 10.000 prigionieri, ma tale numero non sembra sia stato mai raggiunto.

Ad ogni modo, a meno di un anno dallo scoppio della guerra, le costruzioni e relative attrezzature erano ultimate, e nell’agosto del 1916, vi affluirono i prigionieri. Il primo Comandante del Campo fu il Ten. Colonnello Cav. Antonio Simoni da Firenze.

Fra i Sacerdoti incaricati all’assistenza religiosa dei prigionieri, crediamo segnalare il Sac. Marcello Mimmi, Vice-Parroco di una Parrocchia di Bologna, poi Rettore del Seminario Interregionale di quella città, in seguito Vescovo di Crema, quindi Arcivescovo di Bari, poi Cardinale Arcivescovo di Napoli ed in fine Segretario della S. Congregazione Concistoriale, e morto a Roma nel 1962.

I prigionieri furono generalmente di nazionalità austro-ungarica, turchi, serbi, ecc. Anche le religioni professate erano diverse. Durante il funzionamento del Campo, ve ne morirono ventidue per malattie varie.

I loro cadaveri furono sepolti nel Cimitero comunale del paese. Di essi soltanto uno, cioè il Ten. Colonnello Gergò Vittorio de Kormand, oriundo da Budapest, venne riesumato ed il 17 ottobre 1925, fu trasportato in Ungheria, mentre i resti di tutti gli altri, durante una esumazione generale delle salme del settore, vennero deposti, nella tomba comune, senza nessun segno di riconoscimento. Il Campo fu sgomberato definitivamente e chiuso per tutti, nel mese di. dicembre del 1919.

Così aveva termine la prima parte, diciamo, della storia di questo Campo, che nello spazio di tre anni, tante miserie e tante lacrime aveva visto degli infelici prigionieri di quella guerra che innumerevoli distruzioni di uomini e di cose portò in tutto il mondo: milioni di morti e di mutilati; miliardi, senza fine, di danni.

Questo costituì la prima guerra mondiale che il grande pontefice Papa Benedetto XV, che la seguì e la visse, giustamente chiamò: «Una inutile strage». Tutti gli eventi che seguirono, vicini e lontani, diedero piena ragione al grande Papa, che però in un primo momento, dalla massoneria internazionale venne ingiustamente dichiarato « disfattista ». Era allora la parola usata, per indicare, coloro che in fatto di guerra non la pensavano come i Capi, anche se questi avessero pieno torto.

Come abbiamo detto, alla fine del 1919 venne definitivamente chiuso, pur rimanendo tutta la sua attrezzatura intatta e in assetto di piena funzionalità.

Nel 1935 il demanio dello Stato che ne deteneva la proprietà tentò di vendere tutto il Campo, ma non vi furono acquirenti, dimodoché ne cedette, a basso prezzo, una parte, al Dopolavoro Comunale (Ente ricreativo creato dal fascismo), che rivendendolo, ci attrezzò locali in paese, ed in parte lo destinò a un vasto campo sportivo. Nelle baracche rimaste il Governo sistemò un deposito di materiale bellico e cannoni, che poi vennero inviati nella guerra di Spagna (1938-1939).

Nel 1940 era già scoppiata la seconda guerra mondiale ed anche l’Italia (insieme con Germania, Austria Ungheria, ecc. contro l’America, Inghilterra ecc.) entrava in guerra nel giugno del 1940. E così, nel dicembre di questo anno, la parte rimasta libera del Campo, venne in fretta riattivata alla meglio, per accogliere nuovamente prigionieri di guerra. Infatti il 5 gennaio 1941 fu riaperto ufficialmente, con l’arrivo del Corpo di Guarnigione. Nel febbraio successivo, arriva il primo nucleo di prigionieri di guerra, Greci, ed in pochi mesi si raggiunge il numero di 3.000.

Il 27 luglio dello stesso anno, inviato dalla Santa Sede, si reca in visita ufficiale al Campo, S. E. Rev.ma Mons. Borgoncini Duca, Nunzio Apostolico presso il Regno d’Italia. Fu naturalmente accolto con tutti gli onori dovuti al suo grado, molto festeggiato anche dai prigionieri, quantunque appena 10% fossero di religione cattolica, ed il rimanente « ortodossi », o di altre religioni. Parlò loro in lingua francese, conosciuta dalla quasi totalità. A nome del santo Padre lasciò vari doni e somme di denaro per miglioramento «rancio».

Erano molto disciplinati e perciò trattati con molta umanità, nessuna misura di rigore fu presa nei loro riguardi. L’assistenza religiosa, in un primo tempo, veniva disimpegnata dall’Arciprete Parroco del luogo Don Oreste Viozzi, ed anche tutti gli “ortodossi” assistevano alla “celebrazione della santa Messa. Nel mese di giugno 1941, venne in paese, quale internato politico un « Pope », Sacerdote ortodosso, Rettore della chiesa ortodossa a Napoli. Allora la assistenza per gli Ortodossi, venne fatta dal Pope stesso, mentre per i cattolici, continuò il Parroco don Viozzi.

Entro il mese di dicembre, sempre dello stesso anno 1941, il Campo si vuota dei prigionieri greci, i quali vengono in parte rimpatriati, altri inviati a lavorare in Sardegna ed un forte contingente viene mandato nel Campo di Cairo Montenotte, in provincia di Savona.

ARRIVANO I PRIGIONIERI DELLE NAZIONI ALLEATE

Rimasto dunque libero il campo, con la partenza dei prigionieri greci, esso viene subito preparato, per accogliere i prigionieri delle Nazioni alleate (Inglesi, Americani, ecc.). I primi contingenti arrivarono nel febbraio del 1942. In seguito, complessivamente, raggiunsero il numero di circa 2.000. Di essi appena il 10% erano cattolici, e altri Protestanti. Nei primi mesi l’assistenza religiosa (cui prendevano parte solamente i cattolici) era svolta dall’Arciprete Parroco del luogo. Il 26 marzo poi, inviato dal Ministero della Guerra, viene il rev. p. Antonio da Persiceto (Bologna) Minore Cappuccino, che era stato per 25 anni Missionario nell’India inglese, ed incaricato colà della assistenza religiosa ai militari dell’Inghilterra di stanza in quella colonia.

Il 6 settembre pure del 1942, accolto con gli onori dovuti al suo grado, è in visita ufficiale al Campo, S. E. mons. Antonio Giordani, Vescovo della G.I.L. (Organizzazione giovanile creata dal Fascismo) che amministra la Cresima a 12 prigionieri convertitisi alla religione cattolica.

Il 17 dicembre, sempre del 1942, inviato dalla S. Sede, il Campo ha l’onore di ricevere, per la seconda volta, in visita ufficiale, S. E. rev.ma Mons. Borgoncini Duca. Anche questa volta, l’accoglienza è entusiasta, pure da parte dei protestanti che costituiscono il 90%. Bel gruppo. Essi ne riportano una grandissima impressione, specialmente per i suoi modi gentili, cordiali, e (diciamo noi che eravamo presenti alla scena) quasi familiari. A nome del santo Padre, lascia in dono, due maestose fisarmoniche, strumento musicale particolarmente gradito agli inglesi. Questa volta il Nunzio parla in italiano e la traduzione in lingua inglese è fatta contemporaneamente dal Cappellano P. Antonio da Persiceto.

Da questo tempo la vita del Campo si svolge più o meno normale (eccetto i tentativi di … fuga, da parte di alcuni prigionieri), fino alla data dell’armistizio, del settembre 1943. I prigionieri subivano frequenti cambi, ma erano sempre: Americani, Inglesi, e dell’Isola di Cipro.

Avvenuto l’armistizio dell’Italia, con gli Alleati, i circa 2.000 prigionieri, nella notte del 14 settembre 1943, temendo, da un momento all’altro, l’arrivo delle truppe Tedesche, che dal Sud risalivano verso il Nord, si dispersero nelle campagne e paesi vicini, ed ivi rimasero nascosti fino alla completa liberazione, ossia fino al 14 giugno 1944. Nelle famiglie coloniche, in modo speciale, essi trovarono cordiale e generosa ospitalità, in parte poi ricompensata alla fine della guerra.

Intanto alcuni militari di Reparti Tedeschi, prendono possesso del Campo e nei giorni 3-4-5 ottobre asportano parecchie centinaia di pacchi, appartenenti ai prigionieri inglesi. Due civili italiani (marito e moglie) che tentano di prendere anch’essi del materiale, vi trovano la morte, da parte dei Tedeschi stessi, ormai padroni del campo.

Verso la fine di ottobre, sempre del 1943, vengono raccolte nel campo, alcune decine di Ebrei, qui internati, che nel mese di dicembre raggiungono il numero di circa 200. In questi giorni fa loro visita S.E. Mons. Norberto Perini, Arcivescovo di Fermo, che li conforta con la parola, e lascia in dono una certa somma di denaro.

Ai principi del 1944; nel mese di Febbraio, vi vengono internati circa 300 maltesi-tripolini, che insieme ad altri 4.000, da circa 2 anni, si trovano in Italia, provenienti da Tripoli. Questi, quantunque emigrati da secoli dall’isola di Malta, loro patria di origine, tenevano ancora la cittadinanza inglese, nonostante che nella lingua, nella religione (esemplari cattolici) e nello spirito, si sentissero veramente italiani. Erano divisi in circa 70 famiglie, con componenti di ogni età.

A mano a mano che il fronte di guerra, avanza verso di noi, in questa primavera affluiscono al Campo, ogni giorno, altri Ebrei, e parecchi Cinesi. Il 3 maggio, alle ore 22,30, il campo viene bombardato da un aereo di ignota nazione. Si seppe, più tardi che esso era inglese, ed aveva sorvolato il campo, per dare l’allarme e mettere lo scompiglio, e far in modo che gli Ebrei si dessero alla fuga, essendo imminente l’arrivo di automezzi tedeschi, per prelevarli e farli uccidere. Fra gli internati di Tripoli, si ha un morto ed alcuni feriti. Dopo questo fatto tutti fuggono dal campo, e gli Ebrei, a conoscenza forse del loro pericolo, si rifugiano nei luoghi circostanti.

Al mattino del 4 maggio, parecchi automezzi tedeschi sono dinanzi al Campo, per caricare gli Ebrei dei quali parleremo tra poco. Una settimana dopo, tutti indistintamente, debbono rientrare al Campo. Il 4 giugno Mons. Norberto Perini, Arcivescovo di Fermo, fa nuovamente una visita al campo ed amministra la santa Cresima a circa 13 bambini, maltesi- tripolini.

In questo stesso pomeriggio, giunge la notizia, che i Tedeschi hanno lasciato libera Roma. Dal 14 al 18 giugno, giorni di ansia e trepidazione per tutti, a causa del passaggio delle truppe tedesche, che si ritirano verso il nord. Fuga dei giovani; verso le campagne, tentata requisizione di bestiame e generi, ostruzione delle strade, nascondimenti di apparecchi radio per ascoltare clandestinamente le notizie degli avvenimenti che precipitano verso l’epilogo.

La grande piazza del paese è letteralmente occupata, per tre o quattro giorni, dai grandi automezzi tedeschi, che hanno posto i loro Uffici nel Palazzo Comunale. Ciò nonostante la popolazione si mantiene calma e non tenta nessuna inutile reazione, perciò non si verificarono incidenti di rilievo, mentre indisturbati transitavano automezzi, cavalli e truppa, affluendo dalla strada di S. Vittoria, e da Amandola, dirigendosi verso l’interno, via Macerata, Foligno, e oltre.

Un solo caso deplorevole ed inumano è da ricordare: l’uccisione dell’ebreo Schlaf Jesael Isidor, barbaramente trucidato ad un Km. da Servigliano, lungo la strada Matenana, per il solo motivo che venne riconosciuto di razza ebraica.

Il monumentale ponte sul Tenna, in precedenza preparato e minato, sotto gli occhi dei cittadini, è fatto saltare la sera del 19 giugno, alle ore 21,30, per quasi un terzo dei suoi 15 pilastri, dalle truppe tedesche disordinatamente in ritirata, verso il nord.

Una grande emozione, in quella storica sera di giugno, invase tutti gli spettatori, che finalmente si sentirono liberi e sicuri. La guerra per noi era finita!

Unici internati, rimasti nel Campo, erano i maltesi-tripolini, che dopo un naturale sbandamento avvenuto anche per loro, il 22 giugno rientrano nelle loro baracche ed il 17 luglio, su più di 30 automezzi, vengono trasportati a Bari e da qui imbarcati per la loro Tripoli d’Africa.

Così il Campo ritorna nuovamente semideserto, custodito da un minuscolo Corpo militare di guardia; ma questo silenzio è di breve durata, perché sarà presto riattivato e si denominerà «Centro raccolta profughi».

IL CENTRO RACCOLTA PROFUGHI CIVILI

Il Campo, nella avanzata primavera del 1945, cioè a neppure un anno dalla partenza degli ultimi internati di guerra, viene frettolosamente ed alla meglio riadattato. Intanto, sia in questo, come nelle case del paese, arrivano circa 800 militari Polacchi, per un corso di addestramento, e vi rimangono per più di un anno. Hanno anche il loro Cappellano, ed officiano, alla domenica, nella chiesa parrocchiale.

Il giorno 3 settembre 1945, nuovamente si ripopola e si rianima per essere Centro Raccolta Profughi. Arrivano circa 1300 profughi dalla Slovenia (Jugoslavia) e precisamente della Diocesi di Lubiana. Sono persone di ogni età, qualcuno anche novantenne e di ogni categoria sociale, ma nella maggioranza operai e contadini. Sono con essi cinquanta Sacerdoti cattolici. Si trovano sotto la protezione e l’assistenza della Organizzazione internazionale U.N.R.A.

Il motivo della loro fuga dalla patria, è la persecuzione religiosa e politica, ingaggiata dal Comunismo, specie per opera del dittatore « Tito ». Sono tutti esemplari cattolici e per i primi 6 mesi, i 50 Sacerdoti, celebrano tutti, ogni giorno, la santa Messa, nella chiesa parrocchiale, poi adattano a cappella una baracca del Campo, ed una metà celebra lì. Istituiscono anche una scuola, o Seminario, per i loro giovani. Tale scuola viene ufficialmente riconosciuta dagli Alleati.

Alcuni di questi Sacerdoti si prestano per le confessioni e predicazione, data la conoscenza che parecchi avevano della lingua italiana, essendo delle vicinanze di Trieste e Gorizia. Il 17 novembre del 1945, S. E. Mons. Norberto Perini Arcivescovo di Fermo, si reca in visita al Centro Profughi., intrattenendosi in lunga conversazione specialmente con i 50 Sacerdoti. Dai Registri parrocchiali si nota che numerosi furono i Battesimi dei bambini sloveni qui nati, come anche i matrimoni celebrati, ma sempre tra gli sloveni medesimi.

Siamo così al 1946, ed il 24 maggio di questo anno, è ancora una volta, al Centro Profughi, S. E. Mons. Arcivescovo che, nella baracca adibita a Cappella, amministra la S. Cresima a circa 30 bambini e bambine e rivolge agli sloveni un nobile discorso, che viene simultaneamente tradotto da un loro Sacerdote, in lingua slovena. E’ doveroso notare come fra detti Sacerdoti, ve ne fossero parecchi competentissimi in musica sacra, disegno ed altre arti liberali.

Il 1 luglio 1946, lasciano Servigliano gli 800 militari polacchi, essendo terminato il loro corso di addestramento.

Anche i profughi sloveni si preparano a partire: il 24 luglio 1946, tutti, con i 50 Sacerdoti, vengono, sempre dagli Alleati, trasferiti al Campo Profughi di Senigallia (Ancona). Da qui, dopo appena un anno, come ci risulta, partono per la Repubblica Argentina, ove fondano una loro colonia; colà i Sacerdoti assistono anche i fedeli del luogo.

Un’altra volta il centro profughi rimane abbandonato e deserto. Si intuisce però che presto verranno altri « inquilini » ad abitarlo. Intanto si procede a sommarie disinfezioni e restauri, ed appena ad un anno dal trasferimento degli Sloveni, il Centro si ripopola di nuovo.

Il 20 settembre 1947, nelle baracche, restaurate alla meglio, cominciano ad affluire altri profughi. D’ora in avanti, e per quasi 8 anni, essi saranno tutti italiani, o di provincie già appartenente all’Italia!

I primi arrivati in numero di circa 300, provenivano dalla Dalmazia, Venezia Giulia, Istria, Fiume. Negli anni successivi vennero dalla Tripolitania, Etiopia, e altrove.  Tutte quelle colonie, che una volta erano sotto I’Italia, in forza del trattato di pace, dopo la seconda guerra mondiale, ritornarono ai loro vecchi padroni; perciò molti italiani, spontaneamente o costretti, rimpatriarono.

Dato che nella quasi totalità si trattava di operai e coloni, trasferiti sotto il fascismo nell’Africa orientale, ed avendo dovuto lasciare improvvisamente i modesti averi e le proprie attività, colà avviate, si riscontrava in tutti una grande miseria materiale, ma specialmente morale e religiosa. Nel Campo avevano l’assistenza dal Governo italiano, prima in natura, poi in denaro. Nel Comune avevano « anagrafe » speciale ed erano ammessi al voto, nelle varie circostanze che vi capitavano.

L’assistenza religiosa era disimpegnata da un Sacerdote, nominato da S. E. Mons. Arcivescovo, che una prima volta si recò per una visita la sera del 30 settembre 1947, inaugurando nella circostanza il servizio di altoparlanti nella Chiesa parrocchiale.

In otto anni, passarono dai 40 ai 50 mila profughi che gradatamente venivano immessi nella vita civile e nelle varie attività della nostra nazione. Fino al 1955, la vita del Centro Profughi si svolge su questa alternativa di profughi che vengono e profughi che vanno. Dai registri parrocchiali si rileva che numerosi battesimi furono amministrati ai bambini ivi nati, parecchi furono i matrimoni celebrati, fra i profughi stessi e non pochi furono, in detti anni, i deceduti, per cause diverse.

Li 11 luglio 1955, tornandovi, S. E. Mons. Arcivescovo amministra la S. Cresima ai 28 bambini dei profughi e nella loro Cappella celebra la S. Messa. In questa estate del 1955, gli «arrivi» si stanno esaurendo, mentre le «partenze » sono accelerate: il Centro si sta «sfollando» e nell’ottobre di quell’anno, esso è definitivamente vuoto, per cui venne ufficialmente chiuso.

 

PER 40 ANNI SI UDIRONO LINGUE DIVERSE

Anche il Centro Raccolta Profughi ha concluso definitivamente e speriamo per sempre, la sua attività. A noi che abbiamo visto, ed almeno spiritualmente, vissuto questa tragedia morale del Campo si impone una conclusione a queste note di cronaca.

Dai prigionieri della prima guerra mondiale (1915-1918), a quelli della successiva (1940-1944), alle migliaia di internati politici, ed agli altrettanti profughi civili stranieri ed italiani, succedutesi nel lungo arco di tempo di 40 anni, quante lingue diverse hanno udito le annose baracche; quanti sospiri e quante lacrime, nelle interminabili notti insonni, al pensiero dei parenti lontani, oltre i monti, oltre i mari, a migliaia di chilometri!

Qui si vedevano morire, senza lo sguardo e la carezza materna, sopra una nuda branda da campo, e sepolti in una fossa comune … che non era quella della propria Patria, del proprio paese nativo, ove dormivano i loro cari! «Sunt lacrimae rerum…» anche le cose piangono…!

Orgoglio … ambizione … pazzie … di Capi, portano a quella abominevole cosa che è la Guerra, inutile strage di popoli e nazioni! Tutte queste brutte cose …sono dette ai posteri dal Campo prigionieri e Profughi di Servigliano, ed insieme ad esso dai tanti e tanti altri d’Italia fino ai più tragici, più disumani, ed obbrobriosi di Europa, e del mondo in guerra…! Il mondo ha perduto la coscienza e l’idea delle leggi divine della umana fratellanza.

<1966> Scriviamo queste note e questi ricordi a 12 anni di distanza dalla chiusura definitiva di questo Campo. Le attrezzature tutte in legno, dopo 40 anni, abbandonate a se stesse, stanno subendo la sorte del tempo, che tutto distrugge. Forse presto il cumulo di dolorosi e tragici ricordi sarà tutto raso al suolo, e ritornerà a rifiorirvi la vita e l’umano lavoro. Queste cose le abbiamo volute scrivere a ricordo del passato, e ad ammaestramento dei posteri … lontani!

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EBREI nel concentramento a SERVIGLIANO 1940- 1944 ricordati dall’arciprete don Giuseppe Oreste Viozzi Gi

Cenni Storici su Servigliano di don Giuseppe Oreste Viozzi .

Ricordi riguardanti il concentramento degli Israeliti.

GLI ISRAELITI NEL CAMPO DI SERVIGLIANO

Non risulta che, almeno nelle Marche, gli Ebrei siano stati concentrati, in numero tanto rilevante, come a Servigliano, durante la seconda guerra mondiale. I primi israeliti, confinati a Servigliano, giunsero il 30 ottobre 1940, altri arrivarono nel dicembre successivo, e fino al settembre del 1943, raggiunsero il numero di 20-25.

Le cose però cambiarono dopo l’B settembre 1943, quando essi da confinati, divennero internati, sotto speciale vigilanza e racchiusi nel Campo, allora lasciato libero dai prigionieri inglesi, datisi alla fuga in seguito alla cessazione delle ostilità.

Altro gruppo di Ebrei qui trasferito dal Sud (non ci risulta l’esatta località di provenienza) giunse nell’ottobre-novembre 1943. Erano in numero di circa 70.

L’inverno 1943-44, si presentò molto rigido, ed essi dovettero soffrire le dure conseguenze, anche perché alloggiati in vecchie e logore baracche di legno, (costruite nel 1915) su giacigli preparati alla meglio e riscaldati solo da qualche coperta.

Siccome nel vasto Campo si trovavano anche altri internati civili, essi ebbero, in quel novembre una visita dell’Arcivescovo di Fermo, mons. Norberto Perini, che lasciò loro qualche aiuto in denaro.

Anche la popolazione del luogo, specie le Associazioni cattoliche, davano gli aiuti loro possibili. Si favoriva la clandestina evasione dal campo, come avvenne, nell’aprile del 1944, per la famiglia dell’Ingegnere Ettore Viterbo, già Capo Ufficio del Genio Civile di Venezia ed Ufficiale mutilato della guerra del 1915-18.

Alle ore 22,30 del 24 marzo 1944, un gruppo di patrioti irruppe nel Campo per tentare la liberazione degli internati, specialmente Ebrei, che correvano sempre i maggiori pericoli. Nella quasi totalità, però, si rifiutarono di evadere, nella incertezza di trovare un ricovero anche per il fatto che le campagne limitrofe, erano piene di prigionieri inglesi, fuggiti dal campo nella notte dell’8 settembre 1943, per cui i civili non avrebbero potuto sopportare, anche volendo, il peso del loro mantenimento.

Uno strano lancio di «spezzoni», a mezzo di misterioso aeroplano, si verificò nelle prime ore della notte del 3 maggio 1944; nel Campo vi fu un morto e qualche ferito. Si venne poi a sapere che l’aeroplano, di nazionalità inglese, era ivi sorvolato per dare l’allarme e mettere in fuga anche il corpo di guardia italiano, data la imminente cattura degli Ebrei da parte dei Tedeschi. E ciò si verificò purtroppo il giorno successivo 4 maggio. Il campo intanto nella notte venne completamente evacuato e gli Ebrei (oltre 150) fuggirono quasi tutti, perché nell’incalzare degli avvenimenti, e nel timore di essere presi cercavano mettersi in salvo altrove. Alcuni rimasero nell’abitato del paese, mentre la maggioranza si rifugiò nelle vicine case coloniche.

Come si temeva, alle ore 10 del 4 maggio, giunsero al Campo alcuni automezzi tedeschi e, vedendolo vuoto, si riversarono alla caccia degli Ebrei, nelle case del paese ed abitazioni limitrofe. Favoriti anche da segnalazioni e tradimenti, riuscirono a catturarne 25-30, che caricati, in modo inumano, su di un autocarro, vennero portati verso il nord e senza dubbio trucidati, come si può desumere dal fatto che restarono sempre senza notizie i rimasti a Servigliano. Anche la Croce Rossa Svizzera, che chiedeva insistentemente notizie dell’Ebreo Maurizio Hauser, con la moglie e 4 figli, non ebbe nessuna risposta, mentre risultava che anche essi erano stati caricati sul tragico convoglio della morte.

Dopo il bombardamento del 3 maggio e la deportazione di numerosi Ebrei, tutti gli internati furono invitati a rientrare nel Campo. E molti Ebrei ubbidirono anche per il fatto che non era loro facile trovare fuori un modesto vitto ed alloggio.

Il giorno 29 maggio sempre del ’44, viene portato nel Campo un altro gruppo di 60 Ebrei, provenienti dal concentramento di Corropoli (Teramo). Fra essi si trovano persone distinte per cultura, posizione sociale, nonché per uffici pubblici in antecedenza ricoperti in Italia ed all’estero da dove per la maggior parte provenivano.

Il 4 giugno ‘44, ancora un’altra volta, ricevono una visita da parte dell’Arcivescovo di Fermo mons. Norberto Perini. Il fiduciario di essi rivolge a mons. Arcivescovo un indirizzo di devoto omaggio.

In tale periodo il Parroco don Oreste Viozzi, distribuiva rilevanti somme di denaro, rimessegli dal Comitato clandestino di Liberazione Nazionale, nell’incalzare degli avvenimenti che precipitavano verso il ‘loro epilogo.

Tutto ciò è stato anche rilevato in un articolo del Colonnello Arturo Strinati da Porto San Giorgio e Vice Presidente del Comitato Provinciale di Liberazione, nel quotidiano « Il Tirreno » di Livorno (N. 20 del 16 maggio 1949).

La sera dal 7 all’8 giugno 1944, un forte nucleo di Patrioti irrompe nel Campo, e ne ordina la completa evacuazione che avviene in poche ore e senza incidenti di sorta. Ormai il Corpo di Guardia, addetto all’ordine del Campo, si era dileguato. Così gli israeliti si disperdono per diverse destinazioni. Alcuni chiedono al Parroco lettere di raccomandazione, che vengono loro ben volentieri rilasciate.

La nostra cronistoria ci porta alla sera del 14 giugno, quando inizia il passaggio delle truppe tedesche in ritirata verso il nord. Data la posizione topografica di Servigliano, situato alla confluenza delle più importanti strade della Provincia, qui transitano le truppe che vengono da Ascoli Piceno, Santa Vittoria in Matenano, ed Amandola, nonché da altre vie secondarie, per inoltrarsi nelle zone interne.

Quivi insediano una specie di Quartiere generale, con sede di un Comando, e vi rimangono per quasi una settimana, per regolare la ritirata delle truppe.

Nella notte del 16 giugno, ad un chilometro dall’abitato, è trovato barbaramente trucidato l’ebreo Schlaf Jesael Isidor, dell’Alto Adige. Era persona semplice ed innocua, che dal Campo si era rifugiato in una casa colonica del contado, ma le truppe tedesche lo uccisero solo perché ebreo. Con difficoltà fu possibile ottenere dal Comando tedesco il permesso, per il suo seppellimento nel Cimitero Comunale.

Il giorno 19 giugno tutte le truppe tedesche sono già oltre il Tenna (a 200 metri dal paese), ne fanno saltare il ponte, che aveva importanza architettonica.

Gli Ebrei dispersi ritornano in paese, ed anche nel Campo, per procurarsi un alloggio, ma poi in pochi giorni raggiungono altre destinazioni. Anche ora il Parroco consegna loro lettere di presentazione e raccomandazione; essi le gradirono, come hanno dimostrato i ringraziamenti in seguito inviati.

Si crede opportuno chiudere queste note di cronaca, riportando copia di una lettera di ringraziamento inviata dal Rabbino Capo di Ancona.

IL RABBINO CAPO

( omissis )

Ancona lì 9 luglio 1942

Rev.do don Oreste Viozzi

SERVIGLIANO

Con riferimento alla Vs. in data 27-4-1942, Vi comunico di avere inviato al Vostro indirizzo, un pacco di libri di preghiere, in lingua ebraica, affinché vogliate avere la bontà di consegnarli a chi ve ne fece richiesta.

Mi è grata l’occasione di porgervi, insieme con i più sentiti ringraziamenti, distinti ossequi.

IL RABBINO CAPO

firmato Dr. Elio Toaff

 

L’autore

Viozzi don Giuseppe Oreste

figlio di Achille e di Bruni Carolina, nato a Servigliano il 9 agosto 1890, battezzata nella Parrocchia S. Marco. Cresimato il 4.5.1892. Completa gli studi a Fermo in Seminario e ordinato Sacerdote da S. E. mons. Arcivescovo Carlo Castelli il 18 marzo 1915, parte soldato il 24 novembre 1915 restandovi per quattro anni fino al 16 agosto 1919. Poi vicario cooperatore a Pedaso ed a Mante San Pietrangeli. Il 16.9.1921 è nominato arciprete parroco a Servigliano, e vi dedicando ben  45 anni.  Dal 1961 Cameriere segreto soprannumerario del Papa. Fu Vicario foraneo del clero della zona media Tenna.  Ha esercitato la sua missione di parroco, guida, esempio e sostegno per i fedeli, ricambiato di stima, fiducia, collaborazione e solidarietà. Grazie a Dio.

\\\\\\\\\\\\——Digitazione di Vesprini Albino sollecitato da Carlo Tomassini

 

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VECCHIOTTI LUIGI musicista di Servigliano (1804-1864) rciordato da don Giuseppe Oreste Viozzi parroco

LUIGI VECCHIOTTI

Servigliano si gloria di avere dato i natali a Luigi Vecchiotti, insigne musicista e filosofo del secolo XIX.

Nacque Luigi Vecchiotti a Servigliano (allora Castel Clementino) li 2 maggio 1804, da una nobile ed agiata Famiglia, tutt’ora esistente, e oriunda da patrizi Sammarinesi.

Il giovane Vecchiotti, fin dall’infanzia, dimostrò grande amore alla musica ed a 8 anni iniziò lo studio con un esperto Maestro locale. Da questo rigido insegnante egli apprese le prime regole dell’arte dei suoni e solo il suo grande amore alla musica poté farlo resistere alla rigidità del burbero metodo.

All’età di 11 anni fu, dal padre, affidato ai PP. Filippini dello Studio di Fermo, presso i quali imparò filosofia, continuando a perfezionarsi nella musica, sotto la guida del Direttore della Cappella musicale della Metropolitana di Fermo.

Coltivò così con amore anche la filosofia, che ebbe una grande influenza nell’arte da lui prediletta.

A 18 anni, a Bologna, fu allievo di P. Stanislao Mattei, il quale fu anche Maestro di Rossini e di Donizetti. I suoi notevoli progressi gli valsero la stima del suo maestro, che gli affidò la direzione della Cappella, e l’insegnamento durante la sua infermità.

Morto il Mattei, Luigi Vecchiotti passò a Milano, ed in quel Conservatorio studiò composizione, sotto il maestro Federici. Era appena ventenne, quando compose la farsa « La fedeltà in pericolo. » che ebbe ottima accoglienza dal pubblico romano.

Il 30 maggio 1827 (aveva 23 anni) fu nominato Direttore della Cappella musicale di Urbino, essendo stato giudicato « primo fra i ragguardevoli soggetti ». Ed eccolo, ad Urbino, dedicarsi con entusiasmo di giovane e di artista al nuovo incarico. Abbiamo così le sue prime composizioni di musica sacra, piene di vivacità, fantasia e sentimento,, che gli valsero la stima e l’ammirazione del pubblico.

La sua fama come direttore e come compositore non tardò ad espandersi per cui molti furono gli inviti, nelle città vicine.  Volle pure ritentare il lavoro per il teatro, forse in ciò spinto dagli amici ed ammiratori, e musicò l’operetta l’« Adelasia », che fu rappresentata al Valle di Roma, nel 1831.

Pur avendo anche qui incontrato il favore del pubblico, non si dedicò più al teatro, col quale forse contrastava (come dice il relatore del cenno biografico pubblicato nel 1864 negli Atti dell’Accademia del reale Istituto musicale di Firenze) la sua  “patriarcale delicatezza di carattere”.

L’unica sua opera pubblicata è una Messa, per banda, composta nel 1840, mentre le numerose composizioni di quel periodo, furono dal Vecchiotti stesso distrutte prima della sua morte. Non mancano peraltro notizie dei successi ottenuti, ed i giornali del tempo parlano dell’egregio Maestro e della «fortunata Urbino», che aveva il bene di ospitarlo.

A proposito di una Messa scritta nel 1838, non si esitò a definire il Vecchiotti « il Dante della musica, tanta è la verità, l’espressione, la robustezza, che Egli, con stile veramente originale, sa imprimere nei suoi musicali componimenti… ». Così pure si ricorda l’accoglienza straordinaria che ebbe, a Camerino la sua musica, per una poesia del Mezzanotte; ed a proposito un cronista nota i  “sincerissimi applausi di tutta la gente, che con forti gridi di continuo lo acclamò …, caramente lo circondò, ed allo splendore di ricche faci…, nella propria dimora il condusse… “ (cfr. L’Aurora anno XIII n. 26 Urbino – 2 maggio 1913).

Accanto all’entusiasmo del popolo ebbe la stima delle più nobili famiglie e di numerosi allievi che si affidarono a lui.  Degni di ricordo, sono: P. Alessandro Capanna, Basilio Amati, Roberto Amadei, Domenico Lucilla; quest’ultimo fu consigliato dal Rossini stesso ad affidarsi alla guida del Vecchiotti: né questa fu l’unica prova di stima da parte del grande musicista italiano, che definì il Vecchiotti: « il primo Maestro di chiesa ».

Fu quindi nominato Direttore della Cappella musicale della Basilica di Loreto e le opere di Luigi Vecchiotti, composte nei 21 anni ivi trascorsi, riempiono un intero scaffale di archivio. Non il tramonto della sua arte le ha relegate nel silenzio delle cose storiche, ma la riforma della musica sacra voluta da Pio X.

L’arte vera del Vecchiotti attende chi le ridoni il suo posto nella produzione italiana, arte di precursore, poiché i suoi studi filosofici gli permisero di divinare la riforma musicale, basata su criteri psicologici, come in Wagner.

Il suo capolavoro, pure inedito, è la grande Messa funebre, composta ed eseguita, per i caduti nella battaglia di Castelfidardo, fatto cui poté assistere dall’alto di una torre di Loreto (18 settembre 1860: l’esercito italiano guidato dal Generale Cialdini sconfisse quello Pontificio). In quest’opera il Vecchiotti profuse esempi di quella che oggi è chiamata musica sinfonica, e di cui si riconoscono iniziatori Balcoz, Listz, e Wagner. Quella Messa, fu eseguita, per la prima volta, per le sue esequie il 10 febbraio 1863. Così la meravigliosa composizione ne condusse l’anima a Dio.

L’illustre biologo Prof. Silvestro Baglioni, nella sua Conferenza tenuta al Circolo marchigiano di Roma li 8 marzo 1913, auspica che nel rigoglioso risveglio dell’arte musicale italiana, una giusta rivendicazione di quest’ultimo suo capolavoro, ne diffonda la conoscenza. Spentosi a Loreto nel 1863, il Vecchiotti fu sepolto nella navata laterale sinistra della chiesa stessa, dove lo ricorda questa lapide:

Qui aspettano

il suono dell’angelica tromba

le ceneri del Cav. Luigi Vecchiotti

autore insigne di sacre melodie

e per 21 anni Maestro di questa augusta Basilica

Riconoscente piissimo

legò a S. Casa le sue opere musicali

testimoni perenni

di quanto si ispiri nella parola del nostro culto

l’arte dei suoni

Visse fino al 1863 – anni 58 m. 9.

Il suo paese natale, che egli mai dimenticò, ha posto una lapide con busto in marmo, nella Sala Consiliare del Comune; al suo nome è dedicata pure la Scuola Media e la Via dove sorge la casa che lo vide nascere, via che dalla porta di ponente sfocia dritta nella grande piazza, in cui trionfa la chiesa, quasi simbolo della sua vita, fatta di rettitudine, aperta agli orizzonti infiniti dell’arte, innalzata nel sentimento religioso che fu sempre vivo nel suo cuore di cristiano e di artista.

LUIGI VECCHIOTTI

Servigliano si gloria di avere dato i natali a Luigi Vecchiotti, insigne musicista e filosofo del secolo XIX.

Nacque Luigi Vecchiotti a Servigliano (allora Castel Clementino) li 2 maggio 1804, da una nobile ed agiata Famiglia, tutt’ora esistente, e oriunda da patrizi Sammarinesi.

Il giovane Vecchiotti, fin dall’infanzia, dimostrò grande amore alla musica ed a 8 anni iniziò lo studio con un esperto Maestro locale. Da questo rigido insegnante egli apprese le prime regole dell’arte dei suoni e solo il suo grande amore alla musica poté farlo resistere alla rigidità del burbero metodo.

All’età di 11 anni fu, dal padre, affidato ai PP. Filippini dello Studio di Fermo, presso i quali imparò filosofia, continuando a perfezionarsi nella musica, sotto la guida del Direttore della Cappella musicale della Metropolitana di Fermo.

Coltivò così con amore anche la filosofia, che ebbe una grande influenza nell’arte da lui prediletta.

A 18 anni, a Bologna, fu allievo di P. Stanislao Mattei, il quale fu anche Maestro di Rossini e di Donizetti. I suoi notevoli progressi gli valsero la stima del suo maestro, che gli affidò la direzione della Cappella, e l’insegnamento durante la sua infermità.

Morto il Mattei, Luigi Vecchiotti passò a Milano, ed in quel Conservatorio studiò composizione, sotto il maestro Federici. Era appena ventenne, quando compose la farsa « La fedeltà in pericolo. » che ebbe ottima accoglienza dal pubblico romano.

Il 30 maggio 1827 (aveva 23 anni) fu nominato Direttore della Cappella musicale di Urbino, essendo stato giudicato « primo fra i ragguardevoli soggetti ». Ed eccolo, ad Urbino, dedicarsi con entusiasmo di giovane e di artista al nuovo incarico. Abbiamo così le sue prime composizioni di musica sacra, piene di vivacità, fantasia e sentimento,, che gli valsero la stima e l’ammirazione del pubblico.

La sua fama come direttore e come compositore non tardò ad espandersi per cui molti furono gli inviti, nelle città vicine.  Volle pure ritentare il lavoro per il teatro, forse in ciò spinto dagli amici ed ammiratori, e musicò l’operetta l’« Adelasia », che fu rappresentata al Valle di Roma, nel 1831.

Pur avendo anche qui incontrato il favore del pubblico, non si dedicò più al teatro, col quale forse contrastava (come dice il relatore del cenno biografico pubblicato nel 1864 negli Atti dell’Accademia del reale Istituto musicale di Firenze) la sua  “patriarcale delicatezza di carattere”.

L’unica sua opera pubblicata è una Messa, per banda, composta nel 1840, mentre le numerose composizioni di quel periodo, furono dal Vecchiotti stesso distrutte prima della sua morte. Non mancano peraltro notizie dei successi ottenuti, ed i giornali del tempo parlano dell’egregio Maestro e della «fortunata Urbino», che aveva il bene di ospitarlo.

A proposito di una Messa scritta nel 1838, non si esitò a definire il Vecchiotti « il Dante della musica, tanta è la verità, l’espressione, la robustezza, che Egli, con stile veramente originale, sa imprimere nei suoi musicali componimenti… ». Così pure si ricorda l’accoglienza straordinaria che ebbe, a Camerino la sua musica, per una poesia del Mezzanotte; ed a proposito un cronista nota i  “sincerissimi applausi di tutta la gente, che con forti gridi di continuo lo acclamò …, caramente lo circondò, ed allo splendore di ricche faci…, nella propria dimora il condusse… “ (cfr. L’Aurora anno XIII n. 26 Urbino – 2 maggio 1913).

Accanto all’entusiasmo del popolo ebbe la stima delle più nobili famiglie e di numerosi allievi che si affidarono a lui.  Degni di ricordo, sono: P. Alessandro Capanna, Basilio Amati, Roberto Amadei, Domenico Lucilla; quest’ultimo fu consigliato dal Rossini stesso ad affidarsi alla guida del Vecchiotti: né questa fu l’unica prova di stima da parte del grande musicista italiano, che definì il Vecchiotti: « il primo Maestro di chiesa ».

Fu quindi nominato Direttore della Cappella musicale della Basilica di Loreto e le opere di Luigi Vecchiotti, composte nei 21 anni ivi trascorsi, riempiono un intero scaffale di archivio. Non il tramonto della sua arte le ha relegate nel silenzio delle cose storiche, ma la riforma della musica sacra voluta da Pio X.

L’arte vera del Vecchiotti attende chi le ridoni il suo posto nella produzione italiana, arte di precursore, poiché i suoi studi filosofici gli permisero di divinare la riforma musicale, basata su criteri psicologici, come in Wagner.

Il suo capolavoro, pure inedito, è la grande Messa funebre, composta ed eseguita, per i caduti nella battaglia di Castelfidardo, fatto cui poté assistere dall’alto di una torre di Loreto (18 settembre 1860: l’esercito italiano guidato dal Generale Cialdini sconfisse quello Pontificio). In quest’opera il Vecchiotti profuse esempi di quella che oggi è chiamata musica sinfonica, e di cui si riconoscono iniziatori Balcoz, Listz, e Wagner. Quella Messa, fu eseguita, per la prima volta, per le sue esequie il 10 febbraio 1863. Così la meravigliosa composizione ne condusse l’anima a Dio.

L’illustre biologo Prof. Silvestro Baglioni, nella sua Conferenza tenuta al Circolo marchigiano di Roma li 8 marzo 1913, auspica che nel rigoglioso risveglio dell’arte musicale italiana, una giusta rivendicazione di quest’ultimo suo capolavoro, ne diffonda la conoscenza. Spentosi a Loreto nel 1863, il Vecchiotti fu sepolto nella navata laterale sinistra della chiesa stessa, dove lo ricorda questa lapide:

Qui aspettano

il suono dell’angelica tromba

le ceneri del Cav. Luigi Vecchiotti

autore insigne di sacre melodie

e per 21 anni Maestro di questa augusta Basilica

Riconoscente piissimo

legò a S. Casa le sue opere musicali

testimoni perenni

di quanto si ispiri nella parola del nostro culto

l’arte dei suoni

Visse fino al 1863 – anni 58 m. 9.

Il suo paese natale, che egli mai dimenticò, ha posto una lapide con busto in marmo, nella Sala Consiliare del Comune; al suo nome è dedicata pure la Scuola Media e la Via dove sorge la casa che lo vide nascere, via che dalla porta di ponente sfocia dritta nella grande piazza, in cui trionfa la chiesa, quasi simbolo della sua vita, fatta di rettitudine, aperta agli orizzonti infiniti dell’arte, innalzata nel sentimento religioso che fu sempre vivo nel suo cuore di cristiano e di artista.

LUIGI VECCHIOTTI

Servigliano si gloria di avere dato i natali a Luigi Vecchiotti, insigne musicista e filosofo del secolo XIX.

Nacque Luigi Vecchiotti a Servigliano (allora Castel Clementino) li 2 maggio 1804, da una nobile ed agiata Famiglia, tutt’ora esistente, e oriunda da patrizi Sammarinesi.

Il giovane Vecchiotti, fin dall’infanzia, dimostrò grande amore alla musica ed a 8 anni iniziò lo studio con un esperto Maestro locale. Da questo rigido insegnante egli apprese le prime regole dell’arte dei suoni e solo il suo grande amore alla musica poté farlo resistere alla rigidità del burbero metodo.

All’età di 11 anni fu, dal padre, affidato ai PP. Filippini dello Studio di Fermo, presso i quali imparò filosofia, continuando a perfezionarsi nella musica, sotto la guida del Direttore della Cappella musicale della Metropolitana di Fermo.

Coltivò così con amore anche la filosofia, che ebbe una grande influenza nell’arte da lui prediletta.

A 18 anni, a Bologna, fu allievo di P. Stanislao Mattei, il quale fu anche Maestro di Rossini e di Donizetti. I suoi notevoli progressi gli valsero la stima del suo maestro, che gli affidò la direzione della Cappella, e l’insegnamento durante la sua infermità.

Morto il Mattei, Luigi Vecchiotti passò a Milano, ed in quel Conservatorio studiò composizione, sotto il maestro Federici. Era appena ventenne, quando compose la farsa « La fedeltà in pericolo. » che ebbe ottima accoglienza dal pubblico romano.

Il 30 maggio 1827 (aveva 23 anni) fu nominato Direttore della Cappella musicale di Urbino, essendo stato giudicato « primo fra i ragguardevoli soggetti ». Ed eccolo, ad Urbino, dedicarsi con entusiasmo di giovane e di artista al nuovo incarico. Abbiamo così le sue prime composizioni di musica sacra, piene di vivacità, fantasia e sentimento,, che gli valsero la stima e l’ammirazione del pubblico.

La sua fama come direttore e come compositore non tardò ad espandersi per cui molti furono gli inviti, nelle città vicine.  Volle pure ritentare il lavoro per il teatro, forse in ciò spinto dagli amici ed ammiratori, e musicò l’operetta l’« Adelasia », che fu rappresentata al Valle di Roma, nel 1831.

Pur avendo anche qui incontrato il favore del pubblico, non si dedicò più al teatro, col quale forse contrastava (come dice il relatore del cenno biografico pubblicato nel 1864 negli Atti dell’Accademia del reale Istituto musicale di Firenze) la sua  “patriarcale delicatezza di carattere”.

L’unica sua opera pubblicata è una Messa, per banda, composta nel 1840, mentre le numerose composizioni di quel periodo, furono dal Vecchiotti stesso distrutte prima della sua morte. Non mancano peraltro notizie dei successi ottenuti, ed i giornali del tempo parlano dell’egregio Maestro e della «fortunata Urbino», che aveva il bene di ospitarlo.

A proposito di una Messa scritta nel 1838, non si esitò a definire il Vecchiotti « il Dante della musica, tanta è la verità, l’espressione, la robustezza, che Egli, con stile veramente originale, sa imprimere nei suoi musicali componimenti… ». Così pure si ricorda l’accoglienza straordinaria che ebbe, a Camerino la sua musica, per una poesia del Mezzanotte; ed a proposito un cronista nota i  “sincerissimi applausi di tutta la gente, che con forti gridi di continuo lo acclamò …, caramente lo circondò, ed allo splendore di ricche faci…, nella propria dimora il condusse… “ (cfr. L’Aurora anno XIII n. 26 Urbino – 2 maggio 1913).

Accanto all’entusiasmo del popolo ebbe la stima delle più nobili famiglie e di numerosi allievi che si affidarono a lui.  Degni di ricordo, sono: P. Alessandro Capanna, Basilio Amati, Roberto Amadei, Domenico Lucilla; quest’ultimo fu consigliato dal Rossini stesso ad affidarsi alla guida del Vecchiotti: né questa fu l’unica prova di stima da parte del grande musicista italiano, che definì il Vecchiotti: « il primo Maestro di chiesa ».

Fu quindi nominato Direttore della Cappella musicale della Basilica di Loreto e le opere di Luigi Vecchiotti, composte nei 21 anni ivi trascorsi, riempiono un intero scaffale di archivio. Non il tramonto della sua arte le ha relegate nel silenzio delle cose storiche, ma la riforma della musica sacra voluta da Pio X.

L’arte vera del Vecchiotti attende chi le ridoni il suo posto nella produzione italiana, arte di precursore, poiché i suoi studi filosofici gli permisero di divinare la riforma musicale, basata su criteri psicologici, come in Wagner.

Il suo capolavoro, pure inedito, è la grande Messa funebre, composta ed eseguita, per i caduti nella battaglia di Castelfidardo, fatto cui poté assistere dall’alto di una torre di Loreto (18 settembre 1860: l’esercito italiano guidato dal Generale Cialdini sconfisse quello Pontificio). In quest’opera il Vecchiotti profuse esempi di quella che oggi è chiamata musica sinfonica, e di cui si riconoscono iniziatori Balcoz, Listz, e Wagner. Quella Messa, fu eseguita, per la prima volta, per le sue esequie il 10 febbraio 1863. Così la meravigliosa composizione ne condusse l’anima a Dio.

L’illustre biologo Prof. Silvestro Baglioni, nella sua Conferenza tenuta al Circolo marchigiano di Roma li 8 marzo 1913, auspica che nel rigoglioso risveglio dell’arte musicale italiana, una giusta rivendicazione di quest’ultimo suo capolavoro, ne diffonda la conoscenza. Spentosi a Loreto nel 1863, il Vecchiotti fu sepolto nella navata laterale sinistra della chiesa stessa, dove lo ricorda questa lapide:

Qui aspettano

il suono dell’angelica tromba

le ceneri del Cav. Luigi Vecchiotti

autore insigne di sacre melodie

e per 21 anni Maestro di questa augusta Basilica

Riconoscente piissimo

legò a S. Casa le sue opere musicali

testimoni perenni

di quanto si ispiri nella parola del nostro culto

l’arte dei suoni

Visse fino al 1863 – anni 58 m. 9.

Il suo paese natale, che egli mai dimenticò, ha posto una lapide con busto in marmo, nella Sala Consiliare del Comune; al suo nome è dedicata pure la Scuola Media e la Via dove sorge la casa che lo vide nascere, via che dalla porta di ponente sfocia dritta nella grande piazza, in cui trionfa la chiesa, quasi simbolo della sua vita, fatta di rettitudine, aperta agli orizzonti infiniti dell’arte, innalzata nel sentimento religioso che fu sempre vivo nel suo cuore di cristiano e di artista.

LUIGI VECCHIOTTI

Servigliano si gloria di avere dato i natali a Luigi Vecchiotti, insigne musicista e filosofo del secolo XIX.

Nacque Luigi Vecchiotti a Servigliano (allora Castel Clementino) li 2 maggio 1804, da una nobile ed agiata Famiglia, tutt’ora esistente, e oriunda da patrizi Sammarinesi.

Il giovane Vecchiotti, fin dall’infanzia, dimostrò grande amore alla musica ed a 8 anni iniziò lo studio con un esperto Maestro locale. Da questo rigido insegnante egli apprese le prime regole dell’arte dei suoni e solo il suo grande amore alla musica poté farlo resistere alla rigidità del burbero metodo.

All’età di 11 anni fu, dal padre, affidato ai PP. Filippini dello Studio di Fermo, presso i quali imparò filosofia, continuando a perfezionarsi nella musica, sotto la guida del Direttore della Cappella musicale della Metropolitana di Fermo.

Coltivò così con amore anche la filosofia, che ebbe una grande influenza nell’arte da lui prediletta.

A 18 anni, a Bologna, fu allievo di P. Stanislao Mattei, il quale fu anche Maestro di Rossini e di Donizetti. I suoi notevoli progressi gli valsero la stima del suo maestro, che gli affidò la direzione della Cappella, e l’insegnamento durante la sua infermità.

Morto il Mattei, Luigi Vecchiotti passò a Milano, ed in quel Conservatorio studiò composizione, sotto il maestro Federici. Era appena ventenne, quando compose la farsa « La fedeltà in pericolo. » che ebbe ottima accoglienza dal pubblico romano.

Il 30 maggio 1827 (aveva 23 anni) fu nominato Direttore della Cappella musicale di Urbino, essendo stato giudicato « primo fra i ragguardevoli soggetti ». Ed eccolo, ad Urbino, dedicarsi con entusiasmo di giovane e di artista al nuovo incarico. Abbiamo così le sue prime composizioni di musica sacra, piene di vivacità, fantasia e sentimento,, che gli valsero la stima e l’ammirazione del pubblico.

La sua fama come direttore e come compositore non tardò ad espandersi per cui molti furono gli inviti, nelle città vicine.  Volle pure ritentare il lavoro per il teatro, forse in ciò spinto dagli amici ed ammiratori, e musicò l’operetta l’« Adelasia », che fu rappresentata al Valle di Roma, nel 1831.

Pur avendo anche qui incontrato il favore del pubblico, non si dedicò più al teatro, col quale forse contrastava (come dice il relatore del cenno biografico pubblicato nel 1864 negli Atti dell’Accademia del reale Istituto musicale di Firenze) la sua  “patriarcale delicatezza di carattere”.

L’unica sua opera pubblicata è una Messa, per banda, composta nel 1840, mentre le numerose composizioni di quel periodo, furono dal Vecchiotti stesso distrutte prima della sua morte. Non mancano peraltro notizie dei successi ottenuti, ed i giornali del tempo parlano dell’egregio Maestro e della «fortunata Urbino», che aveva il bene di ospitarlo.

A proposito di una Messa scritta nel 1838, non si esitò a definire il Vecchiotti « il Dante della musica, tanta è la verità, l’espressione, la robustezza, che Egli, con stile veramente originale, sa imprimere nei suoi musicali componimenti… ». Così pure si ricorda l’accoglienza straordinaria che ebbe, a Camerino la sua musica, per una poesia del Mezzanotte; ed a proposito un cronista nota i  “sincerissimi applausi di tutta la gente, che con forti gridi di continuo lo acclamò …, caramente lo circondò, ed allo splendore di ricche faci…, nella propria dimora il condusse… “ (cfr. L’Aurora anno XIII n. 26 Urbino – 2 maggio 1913).

Accanto all’entusiasmo del popolo ebbe la stima delle più nobili famiglie e di numerosi allievi che si affidarono a lui.  Degni di ricordo, sono: P. Alessandro Capanna, Basilio Amati, Roberto Amadei, Domenico Lucilla; quest’ultimo fu consigliato dal Rossini stesso ad affidarsi alla guida del Vecchiotti: né questa fu l’unica prova di stima da parte del grande musicista italiano, che definì il Vecchiotti: « il primo Maestro di chiesa ».

Fu quindi nominato Direttore della Cappella musicale della Basilica di Loreto e le opere di Luigi Vecchiotti, composte nei 21 anni ivi trascorsi, riempiono un intero scaffale di archivio. Non il tramonto della sua arte le ha relegate nel silenzio delle cose storiche, ma la riforma della musica sacra voluta da Pio X.

L’arte vera del Vecchiotti attende chi le ridoni il suo posto nella produzione italiana, arte di precursore, poiché i suoi studi filosofici gli permisero di divinare la riforma musicale, basata su criteri psicologici, come in Wagner.

Il suo capolavoro, pure inedito, è la grande Messa funebre, composta ed eseguita, per i caduti nella battaglia di Castelfidardo, fatto cui poté assistere dall’alto di una torre di Loreto (18 settembre 1860: l’esercito italiano guidato dal Generale Cialdini sconfisse quello Pontificio). In quest’opera il Vecchiotti profuse esempi di quella che oggi è chiamata musica sinfonica, e di cui si riconoscono iniziatori Balcoz, Listz, e Wagner. Quella Messa, fu eseguita, per la prima volta, per le sue esequie il 10 febbraio 1863. Così la meravigliosa composizione ne condusse l’anima a Dio.

L’illustre biologo Prof. Silvestro Baglioni, nella sua Conferenza tenuta al Circolo marchigiano di Roma li 8 marzo 1913, auspica che nel rigoglioso risveglio dell’arte musicale italiana, una giusta rivendicazione di quest’ultimo suo capolavoro, ne diffonda la conoscenza. Spentosi a Loreto nel 1863, il Vecchiotti fu sepolto nella navata laterale sinistra della chiesa stessa, dove lo ricorda questa lapide:

Qui aspettano

il suono dell’angelica tromba

le ceneri del Cav. Luigi Vecchiotti

autore insigne di sacre melodie

e per 21 anni Maestro di questa augusta Basilica

Riconoscente piissimo

legò a S. Casa le sue opere musicali

testimoni perenni

di quanto si ispiri nella parola del nostro culto

l’arte dei suoni

Visse fino al 1863 – anni 58 m. 9.

Il suo paese natale, che egli mai dimenticò, ha posto una lapide con busto in marmo, nella Sala Consiliare del Comune; al suo nome è dedicata pure la Scuola Media e la Via dove sorge la casa che lo vide nascere, via che dalla porta di ponente sfocia dritta nella grande piazza, in cui trionfa la chiesa, quasi simbolo della sua vita, fatta di rettitudine, aperta agli orizzonti infiniti dell’arte, innalzata nel sentimento religioso che fu sempre vivo nel suo cuore di cristiano e di artista.

LUIGI VECCHIOTTI

Servigliano si gloria di avere dato i natali a Luigi Vecchiotti, insigne musicista e filosofo del secolo XIX.

Nacque Luigi Vecchiotti a Servigliano (allora Castel Clementino) li 2 maggio 1804, da una nobile ed agiata Famiglia, tutt’ora esistente, e oriunda da patrizi Sammarinesi.

Il giovane Vecchiotti, fin dall’infanzia, dimostrò grande amore alla musica ed a 8 anni iniziò lo studio con un esperto Maestro locale. Da questo rigido insegnante egli apprese le prime regole dell’arte dei suoni e solo il suo grande amore alla musica poté farlo resistere alla rigidità del burbero metodo.

All’età di 11 anni fu, dal padre, affidato ai PP. Filippini dello Studio di Fermo, presso i quali imparò filosofia, continuando a perfezionarsi nella musica, sotto la guida del Direttore della Cappella musicale della Metropolitana di Fermo.

Coltivò così con amore anche la filosofia, che ebbe una grande influenza nell’arte da lui prediletta.

A 18 anni, a Bologna, fu allievo di P. Stanislao Mattei, il quale fu anche Maestro di Rossini e di Donizetti. I suoi notevoli progressi gli valsero la stima del suo maestro, che gli affidò la direzione della Cappella, e l’insegnamento durante la sua infermità.

Morto il Mattei, Luigi Vecchiotti passò a Milano, ed in quel Conservatorio studiò composizione, sotto il maestro Federici. Era appena ventenne, quando compose la farsa « La fedeltà in pericolo. » che ebbe ottima accoglienza dal pubblico romano.

Il 30 maggio 1827 (aveva 23 anni) fu nominato Direttore della Cappella musicale di Urbino, essendo stato giudicato « primo fra i ragguardevoli soggetti ». Ed eccolo, ad Urbino, dedicarsi con entusiasmo di giovane e di artista al nuovo incarico. Abbiamo così le sue prime composizioni di musica sacra, piene di vivacità, fantasia e sentimento,, che gli valsero la stima e l’ammirazione del pubblico.

La sua fama come direttore e come compositore non tardò ad espandersi per cui molti furono gli inviti, nelle città vicine.  Volle pure ritentare il lavoro per il teatro, forse in ciò spinto dagli amici ed ammiratori, e musicò l’operetta l’« Adelasia », che fu rappresentata al Valle di Roma, nel 1831.

Pur avendo anche qui incontrato il favore del pubblico, non si dedicò più al teatro, col quale forse contrastava (come dice il relatore del cenno biografico pubblicato nel 1864 negli Atti dell’Accademia del reale Istituto musicale di Firenze) la sua  “patriarcale delicatezza di carattere”.

L’unica sua opera pubblicata è una Messa, per banda, composta nel 1840, mentre le numerose composizioni di quel periodo, furono dal Vecchiotti stesso distrutte prima della sua morte. Non mancano peraltro notizie dei successi ottenuti, ed i giornali del tempo parlano dell’egregio Maestro e della «fortunata Urbino», che aveva il bene di ospitarlo.

A proposito di una Messa scritta nel 1838, non si esitò a definire il Vecchiotti « il Dante della musica, tanta è la verità, l’espressione, la robustezza, che Egli, con stile veramente originale, sa imprimere nei suoi musicali componimenti… ». Così pure si ricorda l’accoglienza straordinaria che ebbe, a Camerino la sua musica, per una poesia del Mezzanotte; ed a proposito un cronista nota i  “sincerissimi applausi di tutta la gente, che con forti gridi di continuo lo acclamò …, caramente lo circondò, ed allo splendore di ricche faci…, nella propria dimora il condusse… “ (cfr. L’Aurora anno XIII n. 26 Urbino – 2 maggio 1913).

Accanto all’entusiasmo del popolo ebbe la stima delle più nobili famiglie e di numerosi allievi che si affidarono a lui.  Degni di ricordo, sono: P. Alessandro Capanna, Basilio Amati, Roberto Amadei, Domenico Lucilla; quest’ultimo fu consigliato dal Rossini stesso ad affidarsi alla guida del Vecchiotti: né questa fu l’unica prova di stima da parte del grande musicista italiano, che definì il Vecchiotti: « il primo Maestro di chiesa ».

Fu quindi nominato Direttore della Cappella musicale della Basilica di Loreto e le opere di Luigi Vecchiotti, composte nei 21 anni ivi trascorsi, riempiono un intero scaffale di archivio. Non il tramonto della sua arte le ha relegate nel silenzio delle cose storiche, ma la riforma della musica sacra voluta da Pio X.

L’arte vera del Vecchiotti attende chi le ridoni il suo posto nella produzione italiana, arte di precursore, poiché i suoi studi filosofici gli permisero di divinare la riforma musicale, basata su criteri psicologici, come in Wagner.

Il suo capolavoro, pure inedito, è la grande Messa funebre, composta ed eseguita, per i caduti nella battaglia di Castelfidardo, fatto cui poté assistere dall’alto di una torre di Loreto (18 settembre 1860: l’esercito italiano guidato dal Generale Cialdini sconfisse quello Pontificio). In quest’opera il Vecchiotti profuse esempi di quella che oggi è chiamata musica sinfonica, e di cui si riconoscono iniziatori Balcoz, Listz, e Wagner. Quella Messa, fu eseguita, per la prima volta, per le sue esequie il 10 febbraio 1863. Così la meravigliosa composizione ne condusse l’anima a Dio.

L’illustre biologo Prof. Silvestro Baglioni, nella sua Conferenza tenuta al Circolo marchigiano di Roma li 8 marzo 1913, auspica che nel rigoglioso risveglio dell’arte musicale italiana, una giusta rivendicazione di quest’ultimo suo capolavoro, ne diffonda la conoscenza. Spentosi a Loreto nel 1863, il Vecchiotti fu sepolto nella navata laterale sinistra della chiesa stessa, dove lo ricorda questa lapide:

Qui aspettano

il suono dell’angelica tromba

le ceneri del Cav. Luigi Vecchiotti

autore insigne di sacre melodie

e per 21 anni Maestro di questa augusta Basilica

Riconoscente piissimo

legò a S. Casa le sue opere musicali

testimoni perenni

di quanto si ispiri nella parola del nostro culto

l’arte dei suoni

Visse fino al 1863 – anni 58 m. 9.

Il suo paese natale, che egli mai dimenticò, ha posto una lapide con busto in marmo, nella Sala Consiliare del Comune; al suo nome è dedicata pure la Scuola Media e la Via dove sorge la casa che lo vide nascere, via che dalla porta di ponente sfocia dritta nella grande piazza, in cui trionfa la chiesa, quasi simbolo della sua vita, fatta di rettitudine, aperta agli orizzonti infiniti dell’arte, innalzata nel sentimento religioso che fu sempre vivo nel suo cuore di cristiano e di artista.

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CURI AUGUSTO (1870- 1933) ARCIVESCOVO DI BARI SERVIGLIANESE narrato da AchilleCorradini.

Mons. Augusto Curi, Arcivescovo di Bari,

nota gentilmente compilata da Mons. Achille Corradini.

MONS AUGUSTO CURI, Arcivescovo di Bari

Mons. Augusto Curi nacque a Servigliano, da Geremia e Virginia Graziapiena, il 15 agosto 1870. Ebbe la fortuna di essere preparato dal futuro Card. Domenico Svampa arcivescovo di Bologna, alla prima Comunione che ricevette dalle mani del Card. Amilcare Malagola, arcivescovo di Fermo, nel 1881.

Entrato nel Seminario diocesano nel novembre dello stesso anno, percorse brillantemente la via degli studi e, come Egli stesso scrisse, non ebbe mai alcuna incertezza sulla sublime realtà della sua vocazione: il 24 marzo 1894 veniva ordinato sacerdote.

Gli fu subito dato l’incarico di Cancelliere e Segretario del suo Cardinale Arcivescovo e contemporaneamente fu incaricato a reggere la parrocchia cittadina dei S.S. Cosma e Damiano. In seguito a concorso fu nominato Parroco dell’importante arcipretura di Montottone che conservò per poco tempo essendo stato eletto, con voto plebiscitario, Priore Parroco della Collegiata di S. Michele Arcangelo in Fermo. Qui profondeva tesori di sapienza e di carità, moltiplicando le opere di un fervido apostolato.

Nel 1912 fu chiamato a far parte del Capitolo Metropolitano, in qualità di Arcidiacono. Il Seminario interdiocesano lo volle insegnante di teologia morale e pastorale; sempre ammirato dagli alunni per la vastità del sapere, per la chiarezza del linguaggio, per la dolcezza e la signorilità dei modi.

Nel 1918, già ricco di meriti e di esperienza, con Bolla Pontificia del 23 dicembre, fu eletto Vescovo della Diocesi di Cagli e Pergola. Ma un campo più vasto era destinato alla sua intensa attività:’, l’Archidiocesi di Bari, dove giungeva solennemente festeggiato da autorità, clero e popolo, il 18 ottobre 1925.

Mons. Curi fu uomo e vescovo di grande cuore, sensibile, delicato, generoso. Il suo aspetto fisico, bello e signorile, la sua voce dolce e suasiva contribuivano ad affascinare e conquistare quanti lo avvicinavano.

Abbiamo già detto della vivacità del suo ingegno, della vastità della sua cultura, della profonda preparazione ai suoi compiti di Vescovo: ma la nota distintiva della sua personalità era indubbiamente l’eccellente bontà del cuore che veniva notata con immediatezza da chiunque lo conoscesse.

A Fermo ebbe attività molteplice. Riacquistati i beni della Collegiata, ne fu amministratore competente e fedele. Ripristinò e rese fiorente l’Ufficiatura, accrebbe notevolmente gli arredi sacri. Fondò una Cassa Rurale, tra le più fiorenti e provvide della Diocesi. Presenziò e animò tutte le buone iniziative; appartenne ad Istituti di Credito e ad Opere Pie. Curò i vecchi poveri, gli artigianelli, le fanciulle del popolo. Fu membro attivissimo delle conferenze di san Vincenzo de Paoli, del Consiglio delle Cucine economiche e del Consiglio dell’Unione Cooperativa, composto di cittadini di ogni partito.

Con mons. Luigi Capo tosti, poi Cardinale, con mons. Domenico Artesi e con mons. Giovanni Cicconi, fece del periodico « La Voce delle Marche » un valido mezzo per diffondere e difendere la verità, combattendo aspre battaglie in momenti molto difficili.

Percorse la Diocesi più volte, richiesto da tanti suoi confratelli per la sacra predicazione, sempre ascoltato con piacere e profitto.

In periodi critici, in situazioni scabrose, tra contrasti che sembravano implacabili, con tatto, prudenza e carità, riuscì spesso a soluzioni insperate. Durante la guerra del 1915-1918, si adoperò per infondere coraggio, suggerire rassegnazione, assistere i cittadini bisognosi. Per questo i Fermami lo ebbero caro.

Quando il 1° febbraio 1920 il suo ingresso a Cagli, fu accolto da un branco di scamiciati tra cui una donna, al canto di « Bandiera Rossa… » sopportò quella difficile giornata sorridendo e benedicendo, sicuro che avrebbe vinto il male col bene: e così fu. Vinse con le armi a cui nessuno può resistere: col fascino della sua personalità, con le parole della verità, con le opere della carità.

Ricordiamo qui solo le quattro parrocchie da Lui fondate a Cagli e la chiesa eretta in onore del S. Cuore di Gesù a Bellisio di Pergola, profondendo tanta parte del suo patrimonio. Quando dopo cinque anni si allontanò da Cagli e Pergola, il popolo piangeva.

Che cosa egli fece a Bari? Si potrebbe sintetizzare con una frase del Vangelo: « Passò facendo del bene a tutti, sanando tante piaghe… ». Fece dono inesausto ai suoi figli, non solo del tanto cammino per vederli, del tanto parlare per illuminarli, delle tante benedizioni perché vivessero in pace: fece dono ad essi dei suoi averi, vivendo da povero e povero morendo.

A Bari non fu soltanto il Vescovo zelante, ma anche il cittadino esemplare e il fervente patriota; e come ben pochi seppe armonizzare l’amore alla Chiesa e l’amore all’Italia. Consacrò le forze alla concordia cittadina, consentì con entusiasmo a tutte le iniziative per fare di Bari una delle più belle città d’Italia, sinceramente godendo di tutti i suoi progressi.

Riposano le sue spoglie mortali accanto a quelle dell’illustre predecessore Mons. Vaccaro, in quel tempio di S. Giuseppe, che i due pastori vollero eretto nel rione più nuovo e progredito della città. Monumento più bello non poteva esserci a Bari, per ricordare con devota gratitudine uno dei suoi Arcivescovi più grandi, il 93° della serie gloriosa,

 

morto il 28 marzo 1933.

Servigliano, che gli diede i natali, lo ricorda con ammirazione ed affetto.

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SERVIGLIANO E IL SUO ARCIPRETE GIUSEPPE ORESTE VIOZZI 1921- 1955 rIcordato da don ELIO IACOPINI

Ricordo di Mons. Giuseppe Oreste Viozzi arciprete di Servigliano  (di don Elio Jacopini parroco nella vicina Piane di Falerone)

Quella sera per la prima volta non fu puntuale, come lo era stato per quarantacinque anni. L’orologio aveva suonato le quattro del pomeriggio ed il suo gruppo di persone stava in chiesa e lo attendeva per il Rosario: come mai l’arciprete ritarda?

L’arciprete era morto all’improvviso, mentre scendeva in chiesa, appunto, per la Benedizione. Era l’ultima domenica dell’anno liturgico dopo Pentecoste, la domenica con la visione apocalittica della fine di Gerusalemme e del mondo. All’omelia della Messa, su quello spunto aveva inserito il pensiero della morte con accenti particolarmente commossi, che avevano reso più attento l’uditorio. Così aveva condotto a termine la sua azione liturgica, sempre svolta con ordinata ed austera religiosità, ed era uscito silenziosamente come sua abitudine.

La notizia mi arrivò poco dopo, sul filo del telefono, mentre stavo registrando il nome di un neonato nel Libro dei battezzati. Non ho saputo frenarmi ed ho pianto a lungo, sul Libro aperto, mentre i padrini mi guardavano muti e meravigliati. Essi non potevano sapere cosa rappresentava per me quell’uomo, pur severo e rude, da me tanto diverso come formazione, carattere, precisione! In lui ammiravo le doti che mancano in me e ne godevo, me ne arricchivo. Ad ogni difficoltà mi bastava comporre un numero telefonico e poco dopo la sua voce afona mi dava la risposta, precisa e sicura.

Ora, come più vicino sacerdote, avevo un dovere da compiere e corsi per l’ultima volta da lui. Trovai la grande piazza di Servigliano, di fronte alla Parrocchia, a quell’ora quasi sempre deserta, animata di gente di ogni categoria che accorreva dalle case e dalla campagna: bambini pieni di stupore di fronte ad un fatto che li tocca da vicino ma di cui stentano a capire il vero significato; donne sgomente ed in lacrime; giovani che hanno perso l’aria scanzonata della festa e si fermano pensosi; uomini il cui dolore si legge nel volto mentre parlano sottovoce. Poi arrivano i preti dei paesi vicini che tracciano un segno di croce e bisbigliano preghiere trattenendo a stento le lacrime mentre attorno a lui, apertamente piangenti, sono i più vicini di ogni giorno: il fratello Giulio, il cappellano don Lidio, la fedele perpetua.

Cerchiamo le sue ultime disposizioni e troviamo subito il testamento, nel primo cassetto della scrivania, in una grande busta rossa: un esempio mirabile di modestia, fede, delicatezza e rettitudine, preciso come tutta la sua vita. Vi è accanto un grosso volume di Cronistoria della Parrocchia, in cui ha annotato in sintesi ma meticolosamente i fatti salienti dell’attività pastorale, con la sua breve biografia e quelle dei suoi predecessori. Di sé non intendeva scrivere altro: vi leggiamo infatti, di suo pugno, « deceduto a Servigliano li… » (la data, 20 novembre 1966, l’ho poi messa io).

Era nato a Servigliano il 9 agosto 1890 da Achille, morto nel 1942 a 79 anni, e da Carolina Bruni. La madre, morta novantenne nel 1956, l’aveva sempre voluta tenere in casa con sé, avvolgendola di venerazione, specie quando aveva cominciato a declinare e perdere lucidità.

I compagni d’infanzia, ai quali rimase sempre legato da robusta amicizia che neppure la diversità di idee era riuscita ad incrinare, lo ricordano ragazzo con loro: di ingegno assai vivace ma fin d’allora molto riservato. Il Seminario, dove entrò nell’ottobre del 1904, trovò in lui un terreno adatto per piantarci seme buono e genuino, che prometteva un proficuo raccolto. Non sempre è così: per molti di noi l’aratro deve prima scavare in profondità ed a lungo, con pazienza, perché trova piante aspre da estirpare. Ma per tutti, sono dodici anni di sacrifici, poiché un ragazzo è sognatore e ribelle anche se rinchiuso in una tonaca nera e lunga. A quei sacrifici non si resiste se non c’è un ideale che li renda accettabili, così come non si discute di problemi più grandi degli uomini e si canta in serenità il Tantum Ergo, mentre i coetanei corrono al sole e cantano canzoni d’amore.

Egli, a 23 anni scriveva nel suo Diario: “Presto il mio nome si cancellerà dalla memoria degli uomini e sole rimarranno dinanzi a Dio le mie opere”. Per un temperamento così schivo e già fin d’allora negato ad ogni forma di retorica e di compiacimento delle proprie parole, questa frase è illuminante e da sola definisce i frutti che il Seminario dava nella sua anima. Non minori, d’altronde, ne dava nel suo intelletto poiché i suoi antichi insegnanti lo indicavano come il primo nel profitto e speravano che continuasse anche dopo a coltivare gli studi.

Ogni anno un gruppo di giovani arriva all’ordinazione sacerdotale e si disperde, per andare ognuno verso un punto della Diocesi. Per lui quel giorno arrivò il 18 marzo 1915; era il sabato delle Quattro Tempora e venne ordinato nella Cappella del Seminario dall’Arcivescovo Mons. Castelli. Ma poi ripartì subito per la guerra, a continuare il servizio militare fino all’agosto del 1919.

L’emozione, gli slanci, i propositi, le preoccupazioni di quel periodo le appuntò nel suo Diario con stile scarno ed incisivo. Quelle non molte pagine di un quaderno ingiallito sono piene di riflessioni acute su realtà che molti di noi hanno vissuto e sofferto, ma viste con altri occhi: la vita del Seminario, l’evento tragico della guerra (l’avanzata, Caporetto, le tradotte, il Piave, i fanti, la loro religiosità, il suo ministero, i lunghi trasferimenti…).

Al periodo passato sotto le armi è poi rimasto sempre affezionato; ma a chiarire il senso di questo suo atteggiamento valgono le espressioni di condanna della guerra che ha scritto con una forza che forse sorprenderà, a proposito della seconda guerra mondiale, e che sono riportate in questo suo libro di Cenni Storici su Servigliano.

Dall’ottobre del 1919 al novembre del 1921 fu cappellano a Pedaso e successivamente a Monte S. Pietrangeli. L’11 novembre 1921, su chiamata della Congregazione del SS. Crocefisso entra come Arciprete parroco nella Parrocchia di S. Marco a Servigliano, tra i suoi «concittadini festanti» (lo fa notare nella Cronistoria). A questo punto il suo Diario, già negli ultimi anni divenuto una semplice annotazione di date, si ferma per non più riprendere: la sua vita (forse questa ne è l’interpretazione) cessa di appartenere a se stesso e d’ora innanzi, anche nei suoi aspetti spirituali, interessa solo come vita dell’arciprete parroco, di cui parlare dunque, come si parlerebbe di altra persona, solo nella Cronistoria della Parrocchia. uarantacinque anni di ministero pastorale a Servigliano e cinquanta anni di sacerdozio. Quanto ha seminato?!

Si potrebbe precisare quanti battesimi ha impartito, quante prime Comunioni ha somministrato, quanti matrimoni ha celebrato, quanti moribondi ha assistito: sono fatti che riguardano tutta la popolazione nata, vissuta o morta in 45 anni a Servigliano. Ma per lui veramente, che ha inteso sempre e soltanto fare il parroco, la realtà dei fatti espliciti è quella che meno conta, e l’altra non è registrabile in termini umani.

Ho assistito all’8° Congresso Eucaristico parrocchiale, nell’agosto del 1948, ed ho visto l’intensa commozione spirituale di una folla imponente e raccolta. Ho ascoltato il racconto di tanti episodi di bene che l’arciprete aveva fatto a Piane di Falerone, quando ancora non c’era l’attuale mia parrocchia. Mi sono trovato alle ultime vicende del Campo Raccolta Profughi e so quanto bene vi ha profuso durante lunghi anni, quanta strada ha sempre a passo svelto percorso per portare, innumerevoli volte aiuti e sollievo a molte decine di migliaia di esseri umani di ogni razza e religione, sbattuti qua e là dalle varie vicende belliche e postbelliche.

Ho preso parte ai festeggiamenti del 50° del suo sacerdozio e tutti abbiamo in quell’occasione capito di quanto affetto fosse circondato questo prete taciturno, estraneo alle lotte di parte, sempre dignitosissimo, profondamente affezionato al suo paese e pronto a concorrere per la soluzione dei suoi problemi. Povero come può esserlo un sacerdote che si interessa solo alla ricchezza interiore e soccorre sommessamente la povertà altrui con tutte le risorse non dedicate alla sua chiesa: nulla per sé neppure una bicicletta. Non se ne è mai lamentato, come mai si è udita una sua parola sulle molte sofferenze fisiche alle quali non concesse nulla, fino alla morte. Ma quando si arrivava a casa sua, l’ospitalità era sempre pronta, cordiale, signorile.

Quando, l’ultimo momento, mi fu detto di parlare per il suo 50° di sacerdozio, in luogo di Mons. Marconi, tanto più idoneo di me ma impedito già dal male che lo avrebbe in breve tempo condotto a morte, presi coraggio da una frase pronunziata da persone del tutto lontane: «Può dirne tutto il bene che vuole: è un vero prete». Parlai sospinto da questa convinzione, che era anche la convinzione della grande folla presente, gioiosa, entusiasta, superiore a tutte le previsioni. Lui sorrideva divertito alle mie battute, ma alla fine, come dopo le prediche, mi ripeté in un sussurro rapido:” bravo, bravo”.

Quanti, fra quella moltitudine, avevano avuto una pena segreta nel cuore che lui aveva lenito? Quanti erano stati salvati dallo sconforto, o trattenuti da atti irreparabili, o semplicemente ricondotti a sorridere al prossimo? Non vi è dubbio che quella festa fu un atto di riconoscenza: nessuno poteva sapere che sarebbe stato l’ultimo.

Fu Monsignore, Cameriere Segreto di sua santità il Papa; Vicario Foraneo, Parroco Consultore; ebbe incarichi per opere culturali, assistenziali, caritative. Ma sempre e soprattutto fu l’Arciprete di Servigliano.

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DON BOSCO e la diocesi di FERMO: studio di don Germano Liberati con la parrocchia S. Giovanni Bosco

Don Bosco

e la sua opera nell’ Archidiocesi di Fermo

Brevi note storiche a cura di Germano Liberati in occasione del centenario della morte di Don Bosco

e del 25° di erezione della Parrocchia di S. Giovanni Bosco a Molini – Girola di Fermo. 31 Gennaio 1988

PRESENTAZIONE FATTA DALL’ARCIVESCOVO FERMANO MONS. CLETO BELLUCCI.

Sono lieto di esprimere alcuni pensieri su questo numero unico che la Parrocchia di S. Giovanni Bosco di Fermo vuole pubblicare per onorare l’anno centenario della morte del Santo. Me ne parlò la prima volta il mio parroco, un santo Sacerdote di Ancona: Mons. Antonio Gioia.

Avevo appena dieci anni. Forse lo aveva conosciuto, certamente ne era affascinato e portava nel cuore lo stesso amore ai ragazzi e ai giovani: il primo oratorio ad Ancona fu fondato da lui. Mi invitò ad entrare in Seminario, e cercava di farmi capire la missione sacerdotale col narrarmi gli amori caratteristici di Don Bosco: il Cristo, la Madonna, i giovani, i poveri, le missioni.

Nei lunghi anni del Seminario la vita del Santo ha riacceso più volte la fiamma della vocazione nei momenti di dubbio e incertezza. Quante e quante volte la sera si andava a letto sereni e ritemprati dalla lettura dei “sogni” di Don Bosco che il Padre Spirituale ci leggeva per darci la buona notte.

Negli anni indimenticabili passati al Seminario di Chieti, i due santi sulla cui vita si cercava di illuminare e temprare l’animo dei giovani alla sequela del Cristo, erano Don Bosco e il Curato d’Ars.

Sto rileggendo in questi giorni la vita del Santo. Auguro di rileggerla ai sacerdoti, ai genitori, ai giovani.

Vi troveranno speranza contro ogni sconforto, chiarezza di idee, amore, coraggio, tenacia e gioia nell’educazione cristiana dei ragazzi e dei giovani; il calore dell’amicizia, della vita comunitaria, dell’aiuto reciproco, la forza dell’amore.

Mons. Cleto Bellucci        Arcivescovo di Fermo

LIBERATI DON GERMANO – INTRODUZIONE – Il centenario della morte di S. Giovanni Bosco, che si sta celebrando con manifestazioni, convegni, pubblicazioni e culminerà con la visita del Papa a Torino, è un’occasione per riproporre eventi, offrire ritrattazioni e approfondimenti di temi specifici.

Se ormai in sede di storia generale la figura del Santo emerge assai chiara, molto resta da fare alla storia locale, la quale, avendo il duplice scopo sia di contestualizzare tempi e luoghi di per sé circoscritti, sia di offrire occasioni integrative alla visione d’insieme, ha la possibilità di cogliere aspetti e rapporti volti a sostanziare la sintesi generale sull’Uomo e il suo tempo. Pertanto quando mi è stato proposto di riesaminare i legami intercorsi tra Don Bosco, Fermo e i suoi Vescovi, mi sono prefisso con nuovi apporti, un “aggiornamento” della pubblicazione del 1930, contestualizzando fatti ed eventi di per sé non avulsi da situazioni più generali e l’integrazione dei cinquant’anni successivi a tale data.

Altre fonti sono state esplorate, altre testimonianze sono state raccolte; la visione si è arricchita ed ha assunto maggiore articolazione. Ne è scaturito il presente opuscolo costituito da due parti ben distinte. Innanzitutto la prima e più ampia, che è quella intesa a ricostruire e vagliare i vari eventi e la molteplicità dei rapporti di Fermo sia con Don Bosco che la Pia Società di S. Francesco di Sales; la seconda, meno ampia, ma preziosa, consistente in una silloge di documenti editi ed inediti. L’apparato di note ricco e, per quanto possibile, preciso, suffraga e documenta affermazioni e interpretazioni.

Spero ne risulti uno “spaccato”, sia pur modesto, ma sufficientemente preciso e vivo di storia locale, proprio là ove essa travalica luoghi e tempi circoscritti e si volge a legami più vasti e più generali.

Liberati don Germano

IL CARD. DE ANGELIS E DON BOSCO

La storia dei rapporti tra la Diocesi di Fermo e Don Bosco inizia in un momento politico assai difficile e delicato. Siamo nel 1860. Lo Stato Pontificio, dopo l’invasione militare piemontese era passato in gran parte sotto le autorità del Regno Sabaudo.  A Fermo, occupata militarmente il 21 settembre, perché il trapasso fosse netto e definitivo, onde sopire presunte “nostalgie” o comunque affinché il clero e i laici più influenti fossero posti a tacere di fronte al fatto compiuto, il più grave ostacolo era rappresentato dal Cardinale Arcivescovo. La ferma e decisa presa di posizione del Card. Filippo De Angelis, come già al tempo della Repubblica Romana, non fu gradita: si vide in lui, non tanto un difensore dei diritti della Chiesa, ma un retrogrado ed un pericoloso ribelle alle autorità piemontesi e se ne decretò il confino, o come si diceva allora, il domicilio coatto.

Il 28 settembre fu comunicato il provvedimento firmato dal Gen. Fanti ed il Cardinale due ore dopo lasciava Fermo e raggiungeva Torino.   Il sistema di “decapitare” le strutture religiose e talora amministrative dello Stato Pontificio apparve allora al governo Piemontese come il miglior modo per garantire un trapasso giuridico-istituzionale senza danni, opposizioni e presunti pericoli.

Il Card. De Angelis, una volta giunto a Torino, prese alloggio presso la Casa dei PP. Lazzaristi, detti della Missione. Ma l’arrivo del Cardinale non fu né incognito né privo di risonanze. Torino era ancora capitale del Regno, nell’impero politico incontrastato di Cavour, con una massoneria e un anticlericalismo diffusi e potenti. Tuttavia anni addietro ed in quelle circostanze, voci di sacerdoti integerrimi e santi si erano levate contro leggi e costume tendenti ad una laicizzazione progressiva della società. La formula Cavouriana “libera chiesa in libero stato” era, nonostante l’apparente apertura libertaria, subdola ed ambigua: si voleva ridurre la comunità cristiana ad esprimersi esclusivamente nel privato e nelle chiese, emarginata dalle istituzioni e fuori da ogni possibilità di presenza educativa.

Lo Statuto Albertino, il Codice Napoleonico, le leggi Siccardi erano la testimonianza più patente di una certa intolleranza religiosa. Le voci dei Vescovi di Torino e di sacerdoti come Don Cafasso, Don Cottolengo e soprattutto Don Bosco, si erano chiaramente alzate e la loro opera umanitaria aveva cercato di ricuperare spazi che le istituzioni civili, per incapacità ed insensibilità, non riuscivano a capire e soprattutto perché la gente, profondamente cristiana, non era disposta a farsi strappare.

Naturale fu dunque l’incontro tra due anime che, sia pur in contesti differenti, avevano di mira il bene dei fedeli e soffrivano per la libertà della Chiesa. L’incontro ci fu. Non sappiamo se sollecitato dal Card. De Angelis o di libera iniziativa di Don Giovanni Bosco.

Era l’aprile del 1861, quando Don Bosco varcava la soglia della Casa dei Lazzaristi per incontrarsi con il Cardinale. La vita in quei giorni trascorsi a Torino era stata per il Cardinale una vera e propria prigionia, parte per le restrizioni, parte per una sua presa di posizione, per cui non era mai uscito dalla Casa dove era ospitato, considerandosi prigioniero [Annali della Società Salesiana, vol 1°, p. 103]. Alla segregazione si aggiunga la sofferenza morale per la lontananza dalla sua Diocesi per la quale si era sempre prodigato con grande zelo pastorale. Questo era, ad un di presso, lo stato d’animo del Cardinale.

Che cosa si dissero in quell’incontro i due non ci è dato saperlo, al di fuori dell’aneddotica che è anch’essa veritiera perché parte dalla infinita trama degli eventi, sogni e fatti curiosi di cui è intessuta la vita di Don Bosco [- Riportiamo alcuni tratti di quel curioso e significativo dialogo: ” Sua Eminenza gli disse: – Mi racconti qualcosa da tenermi allegro.” . -Le racconterò un sogno.-

“Volentieri, sentiamo.”  “Don Bosco cominciò a narrargli quanto sopra abbiamo descritto, però con maggiori particolarità e riflessioni; ma quando fu al “lago di sangue” il Cardinale si faceva serio e malinconico. Allora D. Bosco troncò il racconto dicendo:  -Fin qui !- “Vada avanti!  gli disse il Cardinale. -Fin qui e basta – concluse D. Bosco e prese a discorrere di fatti ameni.” (LEMOYNE, Memorie di don Bosco, vol. VI, p. 881].

E’ certo comunque che fu un incontro che mise di fronte due uomini che già si conoscevano per fama. Entrambi si saranno confidati le loro pene e le loro difficoltà, entrambi avranno fatto ricorso alla speranza cristiana che non delude perché legata alla provvidenza divina. Il fatto è che questa visita non fu unica, segno quindi di un affiatamento che si era instaurato; e Don Bosco, in quei lunghi sei anni che il Cardinale restò a Torino, tornò a incontrarlo più volte, portando con sé altri sacerdoti suoi collaboratori, come Don Francesia e Don Berto [” La seconda testimonianza è del Cardinal De Angelis, Arcivescovo di Fermo, che, condotto in prigione a Torino durante i rivolgimenti politici del 1860, era stato relegato per sei anni nella casa dei Lazzaristi, dove aveva stretto relazione con Don Bosco, solito a visitarlo senza temere le ire dei malevoli” [ivi].

Durante quelle visite il Cardinale si interessava “vivamente delle cose dell’Oratorio a segno che, con chiunque gliene parlasse, si mostrava premuroso di sapere tutto ciò che riguardava il suo buon andamento. Il Servo di Dio [Don Bosco] lo aveva lungamente intrattenuto sulle grazie che Maria SS. concedeva ai suoi giovinetti, e come talvolta loro svelasse il futuro. E l’Eminentissimo lo ascoltava con infantile semplicità e più volte lo pregò a dirgli qualche cosa sopra il suo avvenire” [ibidem vol. VIII, p. 523]. Da questa frequentazione in amicizia e stima reciproche nacque una particolare condiscendenza e disponibilità da parte del Presule verso l’opera Salesiana e grande fiducia da parte di Don Bosco, che avranno in seguito notevoli ri- percussioni. In altri termini, gli incontri torinesi costituirono l’inizio di quei rapporti tra opera salesiana e Fermo che hanno avuto propagginazioni fino ad oggi.

A Torino i rapporti tra i due ebbero termine alla fine del 1866. Il Ministro Bettino Ricasoli in due successive circolari [2 ottobre e 15 novembre], aveva consentito ai vescovi che durante l’annessione piemontese si erano o rifugiati a Roma o erano stati confinati, di ritornare alle loro sedi.

Don Bosco un giorno prima che la seconda circolare fosse pubblicata, era andato a far visita al Cardinale. Tra loro avvenne un dialogo che il cronista salesiano riassume in questi termini:

“-Ebbene, Don Bosco, gli disse l’Eminentissimo appena lo vide; sapete qualcosa del mio avvenire?

-Prepari i bauli, Eminenza, perché presto potrà ritornare a Fermo.

-Ritornare a Fermo? Ora? Con questa guerra che si muove al clero?

-Eppure è cosi, la Madonna l’ha detto ad un nostro giovane. -Ebbene, quando sarò libero, voglio recarmi subito dove mi chiama il dovere, ma prima passerò all’Oratorio per restituirle le visite e testificare la mia gratitudine alla Madonna”

[L’accenno “alla guerra contro il clero”  trova documentazione nelle stesse Memorie: “L’odio contro il clero, invece di placarsi dopo tante sevizie, pareva si accentuasse con rabbia speciale in un certo partito del Parlamento, e qualche deputato voleva proporre una legge con cui si obbligassero i Preti a deporre la veste talare e ad andar vestiti come laici. Tutto accennava a nuove persecuzioni, quindi appariva sempre più lontana ogni speranza di liberazione del Cardinale”. (ivi)].

E la previsione si avverò: dopo qualche giorno, giunse al Cardinale l’avviso di poter tornare alla sua sede vescovile . Un solo giorno si fermò ancora a Torino e solo per fare alcune visite di cortesia e per il dovere di ricambiare1 l’affetto e la stima a Don Bosco.

“Il 23 novembre [I866]…fu solenne e giocondo per i giovani dell’Oratorio. Celebrata la s. Messa alla Consolata, egli scese a Valdocco e saliva allo studio dove Don Francesia lesse una bella poesia all’Apostolo che per l’amor di Dio e per fedeltà al Vicario di Gesù Cristo aveva sofferto così lunga detenzione.

A SUA EMINENZA REVERENDISSIMA IL CARDINALE FILIPPO DE ANGELIS ARCIVESCOVO DI FERMO

I GIOVANI DELL’ ORATORIO DI S. FRANCESCO DI SALES FESTOSI PEL SUO RITORNO IN DIOCESI DOPO SEI ANNI D’ESILIO NEL DÌ CHE LI VISITAVA 23 NOVEMBRE 1866 DI SEMPRE CARA E RICONOSCENTE RIMEMBRANZA                                                          ODE

Angiol di Fermo, oh giubila!

Schiudi a letizia il cuore,

ecco il tuo piede è libero

del carcere all’ orrore,

e alfin in mezzo ai teneri

bramosi figli tuoi

che tempo già t’aspettano

lieto tornar or puoi.

 

Quando quel pio che regola

in queste sacre mura

ci ricordò gli aneliti

dell’alma tua secura

quanta speranza, o Presule,

di rivederti un dì,

e di baciar la porpora

che tanto onor sortì.

E allora in calde lacrime,

presso ai sacrati altari

pensammo alli tuoi gemiti

a’ tuoi dolori amari,

e lieti sempre e trepidi

fummo nel supplicar

Lui che incatena il turbine

Lui che acquieta il mar.

Tergi il mio pianto, allegrati,

depon la negra vesta,

o Fermo, e il sacro tempio

d’oro e di fior si vesta.

Ecco … ritorna l’Angiolo

che ti rapì il dolor,

Iddio pietoso all’Orfana

ridona il suo Pastor.

Oh quante volte al tacito

morir d’un lento giorno

andasti in ala rapida

alla tua Chiesa attorno

per consolar quei trepidi

figli, che nel dolor

piangenti al ciel chiamavano

il loro pio Pastor.

Se alla città del Tevere

ti porterà il desìo

dove sereno domina

e siede il nono Pio,

digli che a Lui sacrarono

eterna la lor fe’

più di ottocento giovani

che vedi qui al tuo pie’.

 

L’Eminentissimo Porporato parlò a tutti con grande spirito di bontà, dicendo che quel mattino aveva pregato anche per loro, avendo essi pregato per lui perché potesse tornar presto alla sua diocesi: e li assicurò che andando a Roma non avrebbe mancato di far parola di loro al S. Padre, mentre dal canto suo li avrebbe sempre aiutati secondo le sue forze. In fine, a due a due, i giovani si appressarono a baciargli l’anello. Don Bosco stava al suo fianco…Dall’Oratorio passò a visitare il Cottolengo e il giorno dopo partì per Fermo ” [ivi pp. 524-525].

Ritornato a Fermo, il Cardinale non accantonò quella amicizia, sia per alcune sollecitazioni da parte di Don Bosco stesso, sia per una intrinseca consapevolezza del valore dell’esperienza vissuta a Torino. Ai fedeli della Diocesi nella prima lettera pastorale così scriveva: “Ci piace ricordare quel provvidenziale Oratorio di giovani affidato alla speciale protezione di S. Francesco di Sales e della Gran Vergine Ausiliatrice, creato e sostenuto dallo zelo di un povero prete”.

Anche altri vescovi inclini verso l’opera di Don Bosco, desiderando una sua visita in Diocesi si raccomandavano al Card. De Angelis perché interponesse verso il Santo i suoi buoni uffici. Valga per tutti quanto Mons. Rota Vescovo di Guastalla scriveva il 25.2.1867: “Ho subito scritto a Sua Eminenza il Card. Arcivescovo di Fermo pregandolo che comandi a Don Bosco di venire a Guastalla” (LEMOYNE, VIII, p. 695).

Nel frattempo tuttavia il fondatore dell’Oratorio Salesiano aveva premura che la S. Sede riconoscesse la sua Pia Società e si rivolgeva ai vescovi suoi estimatori ed al corrente della sua opera, perché gli rilasciassero lettere commendatizie in proposito. Ma la corrispondenza con il Card. De Angelis andò ben oltre negli anni 1867-68. Non solo a lui Don Bosco si rivolgeva per ottenere lettere commendatizie ma addirittura perché personalmente interponesse Ì suoi buoni uffici a Roma; un ulteriore segno della intimità e confidenza che esisteva tra i due.

E quando Don Bosco personalmente nel 1867 si recò a Roma a questo scopo, colse l’occasione per far visita al Cardinale venendo a Fermo.

DON BOSCO A FERMO

Non abbiamo dati per stabilire se la visita avvenne su iniziativa di Don Bosco che così voleva personalmente perorare la sua causa presso il Card. Arcivescovo o l’invito gli fosse stato rivolto dal Porporato per il desiderio di rivederlo e così ricambiare in qualche modo le attenzioni ricevute a Torino.

Era partito da Roma in compagnia di Don Francesia la sera del 26 febbraio e dopo una notte di viaggio, era giunto a Fermo nella tarda mattinata. Alle 10,30 si presentava al Cardinale in Episcopio che lo accoglieva con “grande gioia”.

[Il giorno stesso dell’arrivo a Fermo, Don Francesia, che accompagnava don Bosco, scrive ad un amico in questi termini: “Fermo, 27 febbraio 1867 – -Carissimo sig. Cavaliere, Ieri sera soltanto abbiamo lasciato Roma e dopo felice, se non lieto, viaggio siamo arrivati a Fermo. Abbiamo incontrato sua Eminenza; sta bene; il suo segretario e gli altri di sua famiglia, tutti bene, e ci accolsero colle feste più belle e care…” (Op. cit. p. 708 ).].

La permanenza di Don Bosco a Fermo, in quella che fu l’unica visita, durò un giorno e mezzo ed è assai agevole ricostruirne il programma. Per tutto il giorno 27 febbraio egli si trattenne con il Cardinale che lo ospitò: del resto cose da dirsi ne avevano in abbondanza [rievocare ricordi passati, ragguagli, consigli e richieste di Don Bosco circa la Società Salesiana per la quale si stava adoperando onde ottenere la approvazione pontificia]. Non bisogna inoltre escludere qualche altra visita ed incontro: il Cardinale certamente si sarà premurato di presentare al Santo sacerdoti e laici più autorevoli [Don Pellegrino Tofoni era il segretario in compagnia con il cardinale a Torino]. E per il mattino dopo, quale incontro più significativo e costruttivo se non quello con gli alunni del Seminario? Il Cardinale avrà pensato che un incontro dei suoi giovani aspiranti al sacerdozio con un sacerdote così zelante e un educatore così perspicace e incisivo fosse la maniera migliore di approfittare di una tale presenza.

Il 28 febbraio, infatti, Don Bosco, al mattino, si recò al Seminario, allora a pochi passi dall’Episcopio, e incontrò la comunità nella celebrazione liturgica, al termine della quale parlò ai giovani. Un testimone qualificato e attento, il futuro Cardinale Svampa, così riassume quell’omelia: “Ci parlò come parla un padre ai suoi figlioli, non nella sublimità del sermone, ma nel manifestare lo spirito il giorno stesso dell’arrivo a Fermo, Don Francesia, che accompagnava don Bosco, scrive ad un amico in questi termini: “Fermo, 27 febbraio 1867 – -Carissimo sig. Cavaliere, Ieri sera soltanto abbiamo lasciato Roma e dopo felice, se non lieto, viaggio siamo arrivati a Fermo. Abbiamo incontrato sua Eminenza; sta bene; il suo segretario e gli altri di sua famiglia, tutti bene, e ci accolsero colle feste più belle e care…” (Memorie-cit., Vol. VIII, p. 708 ). … due cose ci raccomandò specialmente: la devozione a Gesù Sacramentato e la devozione alla nostra cara Madre celeste” [Bollettino salesiano, 1907]. Del resto chi non vede come i due temi siano quelli ricorrenti nell’insegnamento e nella pedagogia di Don Bosco? Dunque, un discorso perfettamente in linea con la sua fede e il suo zelo sacerdotale.

A DON GIOVANNI BOSCO

   Salve, Giovanni, Oh! il giubilo

figlio di caldo affetto,

oh! il gaudio e la letizia

di cui ci esulta il petto

   or che il dolce e amabile

sembiante tuo miriamo,

ora che un bacio imprimere

sulla tua man possiamo.

   Più volte del tuo giungere

volò tra noi la fama,

di te più volte vivida

si accese in cuor la brama,

   ed ecco alfin s’appagano

i desideri ardenti:

alfin ci è dato scorgerti

ci è dato udir tuoi accenti.

   Siccome in notte placida

bella è a mirar la luna

in cui candore argenteo,

almo splendor s’aduna,

   come di varii e fulgidi

color l’iri s’abbella,

qual sorge dall’oceano

ridente amica stella,

   così soave e amabile

ne appare il tuo sorriso,

in cui la luce splendere

veggiam del Paradiso.

   Dunque gradisci il giubilo,

figlio di caldo affetto,

gradisci la letizia

di cui ci esulta il petto.

   e in sul partir, deh! a’ pargoli

sorridi e benedici:

non chieggon più, ché renderli

può questo sol felici

           Domenico Svampa

 

L’incontro con i seminaristi si prolungò oltre, attraverso la visita alle sei camerate in cui erano divisi secondo l’età e l’avanzamento negli studi. In quegli incontri settoriali, il clima e la formalità del primo impatto dovettero certo essere superati da una maggior confidenza di dialogo ed una atmosfera di festa più spontanea e aperta. In ciascuna camerata un componente indirizzò a Don Bosco un saluto, in versi, come allora era d’uso in tutte le scuole umanistiche. Il Santo rispondeva in ogni caso, parlava con qualche singolo, rivolgeva domande; l’incontro si concludeva con la sua benedizione.

Nel pomeriggio Don Bosco, accingendosi alla partenza, consegnò al Card. De Angelis una copia del suo volume La Storia d’Italia” con dedica autografa nella quale ricorre l’espressione: “Cordialissimo omaggio dell’autore”, a testimoniare l’intimità e familiarità di rapporti esistenti fra i due. E come se ce ne fosse bisogno, ulteriore prova si può ritrovare al momento in cui tra gli ultimi saluti il Cardinale chiese e, dopo schermaglie e insistenze, ottenne di essere benedetto dal Santo.

[Questo significativo episodio della Benedizione è narrato nelle fonti salesiane: Memorie cit., Vol.VII, p. 712.

All’ora della partenza il Card. De Angelis si inginocchiò per terra e pregò don Bosco a benedirlo; ma il Venerabile si gettò anch’egli in ginocchio davanti al Cardinale. Questi continuava:

-Sono vecchio, non ci vedremo più su questa terra: D. Bosco mi benedica!

-Io benedirlo!? Io povero prete? Mai più!

– Oh si che mi benedirà!

-Ma come? io povero pretazzuolo benedire un Cardinale, un Vescovo, un Principe?  Tocca a Lei benedir me!

– Quando è cosi, vede D. Bosco quella borsa? – e gliel’additava – E’ poca cosa, ma se mi benedice gliela dono per la sua Chiesa; altrimenti no!

Don Bosco pensò alquanto e poi concluse:

-Quando è cosi, io la benedico. Vostra Eminenza della mia benedizione non ne ha bisogno, mentre io invece ho bisogno dei suoi denari. ]

In questa visita, sia pur fugace, si possono tuttavia individuare  componenti importanti e feconde. Per Don Bosco questo ulteriore attestato di stima era importante in quel momento di impasse. [Il Cardinale fermano il 7 ottobre 1867 fu nominato Camerlengo di Santa Romana Chiesa acquistando maggior “peso” a Roma. Se si tiene conto della visita a Fermo e della successiva lunga e frequente corrispondenza epistolare, si può agevolmente pensare che quando nel 1869 la P. Società Salesiana ottenne l’approvazione provvisoria, gran parte del merito sia proprio del Cardinal De Angelis nell’approvazione dell’Istituto: ne sono testimonianza i successivi contatti epistolari intrattenuti con il Cardinale in cui emergono soprattutto due fondamentali preoccupazioni di Don Bosco. Innanzitutto il fatto che la Società Salesiana, che ormai si stava espandendo in Piemonte ed in altre parti d’Italia, aveva necessità di un riconoscimento pontificio e il Cardinale, proprio per la stima che godeva presso Pio IX, era il migliore interprete e patrocinatore. Inoltre, proprio per questo riconoscimento non ancora ottenuto, Don Bosco che era preoccupato della formazione dei suoi chierici, era costretto a sottostare ai regolamenti del Seminario di Torino e, dopo le recenti disposizioni dell’Arcivescovo, forse sarebbe stato costretto anche a dover far loro frequentare il Seminario: regolamento e ambiente assai lontani dalle visioni pedagogiche del Santo. Su questi problemi vertono le lettere di Don Bosco che nel Cardinale trovava sempre un caro amico e confidente ed un saggio consigliere [18].

Per Fermo, la visita fu seme che produrrà i suoi frutti negli anni successivi, con un contatto sempre più stretto con la Società Salesiana e soprattutto per la progressiva applicazione pastorale dell’attività degli Oratori per incontrare ed educare i giovani.

IL “SALESIANO” CARD. DOMENICO SVAMPA

Il Cardinal Domenico Svampa era nato a Montegranaro il 13 giugno 1851. Compì gli studi prima al Seminario di Fermo e poi al Seminario Pio  di Roma conseguendo la laurea in filosofia, teologia e in diritto. Ordinato Sacerdote fu insegnante nel Seminario di Fermo e poi ottenne la cattedra di diritto all1 Apollinare di Roma. Nel 1887 fu nominato vescovo di Forlì: Il 18maggio del 1894 Leone XIII lo elevava alla porpora cardinalizia, destinandolo alla sede di Bologna, poco più che quarantenne. Vi moriva il 10 agosto 1907.

Era ancora convittore quando nel Seminario di Fermo era venuto don Bosco e toccò a lui, durante la visita alla camerata S. Luigi”, indirizzare il saluto a nome di tutti. Lo fece in poesia, con una graziosa se pur scolastica composizione, mettendo in evidenza la fama di lui ormai giunta anche a Fermo ed esprimendo la gioia dell’incontro. La lirica si concludeva con una appassionata richiesta:

” E in sul partir, deh! a’ pargoli sorridi e benedici: non chieggon più, che renderli può questo sol felici”.

E n’ebbe assai di più il giovinetto Svampa dal Santo, come le Memorie di Don Bosco annotano: “un alunno della camerata di S. Luigi leggevagli e consegnavagli una poesia con la propria firma…il Venerabile disse una parolina all’orecchio e diede uno sguardo affettuoso e una piccola medaglia al caro poeta”. Il giovinetto, divenuto poi sacerdote, successivamente Vescovo di Forlì e di lì promosso con la porpora cardinalizia alla prestigiosa sede di Bologna, appena quarantenne, nel 1894, mostrò di non aver dimenticato quell’incontro che forse aveva segnato la sua vita.

Già dalla sede di Forlì intratteneva regolari rapporti epistolari con il successore di Don Bosco, Don Rua; e, nel settembre 1894, in procinto di partire per la nuova sede emiliana, gli scriveva: “Io spero che Don Bosco dal paradiso mi guardi come uno dei suoi figli e che mi darà a Bologna la sospiratissima consolazione di vedere impiantata una sua opera per la salvezza dei poveri figli del popolo” [Bollettino del Santuario del santuario del S. Cuore, nov. 1897].

Don Bosco si era recato più volte a Bologna, ma non risulta che avesse mai trattato per impiantare una sua casa in quella città. E toccò proprio all’animo salesiano del Card. Svampa vedere realizzata questa iniziativa. Ma affinché la presenza salesiana potesse essere efficace, occorreva preparare il terreno e proprio l’anno successivo al suo arrivo, il Cardinale si adoperò per organizzare proprio a Bologna il primo Congresso dei Cooperatori Salesiani. Si svolse nell’aprile del 1895 e dall’apertura dei lavori, il Cardinale, ricordando la venerazione per Don Bosco, si abbandona alle memorie ed esprime speranze: “Per me, mi sia consentito il dirlo, la memoria e la venerazione profonda che sento per Don Bosco e per l’opera sua è antica, perché si riannoda ai miei primi anni. Incominciò da quando, appena trilustre, ebbi la fortuna di incontrarmi con quell’uomo straordinario, ne intesi la calda parola, ricevetti dalle sue mani la S. Eucarestia, la S. Benedizione, e fui regalato di una piccola medaglia che tuttora porto al petto” [LEMOYNE, VIII, 711].

Questa straordinaria testimonianza del Pastore di Bologna mosse Don Rua ad adoperarsi per aprire la prima casa salesiana, affidandola alla prestigiosa personalità di Don Carlo Viglietti, ex-segretario di Don Bosco; l’Oratorio fu aperto nei locali detti di S. Carlino; il nuovo Istituto, fuori porta Galliera, fu inaugurato nel 1899. Ma il Cardinale non era pago di questa presenza e promosse addirittura la costruzione di un santuario dedicato al S. Cuore, ché coltivava l’aspirazione di fare del capoluogo emiliano un centro di diffusione della devozione al Sacro Cuore di Gesù. Nel discorso, in occasione della posa della prima pietra, il 14 giugno 1901, così il Card. Svampa affermò: “L’Istituto Salesiano ed il tempio del S. Cuore realizzano nei mio pensiero un passo avanti nel progresso del bene; sono quasi il segnale di una nuova alleanza fra il cielo e la terra nella diocesi bolognese” [La città di Bologna si presentava “laica”].

Il Card. Svampa non poté vedere conclusa la sua opera, che fu inaugurata dal suo successore, il Card. Giacomo Della Chiesa [futuro Papa Benedetto XV]. Tuttavia il 3 giugno 1903, festa del Sacro Cuore, il Cardinale consacrava la cripta affidandone l’ufficiatura ai Salesiani. In quella cripta verrà poi tumulata la sua salma [1912] – e vi riposa ancora – alcuni anni dopo la sua morte avvenuta nel 1907.

DON BOSCO NEI RICORDI DI ALCUNI ALUNNI DEL SEMINARIO DI FERMO

La visita di Don Bosco, se ebbe particolare incisività nell’allora convittore Domenico Svampa, non certo restò indifferente e insignificante per altri alunni del Seminario, in quel suo vagare la mattina del 28 febbraio nelle camerate del Seminario.

Nel 1930, in occasione della Beatificazione del sacerdote di Valdocco, furono raccolte alcune testimonianze, quelle di ex seminaristi ancora vivi, sacerdoti e non. In tutte c’è una concordanza di accenti, di ricordi e di momenti particolarmente significativi di quella visita ed ancor vivi nella loro memoria di uomini ormai avanti negli anni. E ciò che più colpisce, è che questa concordanza si riscontra sia in quelli che giunsero al sacerdozio che in quelli che scelsero la vita laicale.

Mons. Jaffei, Vescovo di Forlì, così si esprime: “Lo accogliemmo con entusiasmo, felicissimi di conoscere personalmente l’illustre educatore della gioventù, del quale conoscevamo libri di letture e di scuola” [Numdero unico: Il beato don Bosco. Fermo 1930].

Gli fa eco Mons. Occhioni che mostra, all’età di ottantuno anni, avere vivissima la memoria, quasi fotografica, di quell’incontro: “Vi giunse accompagnato da un correligioso e si fermò nel mezzo del camerone, mentre noi festanti ci stringevamo intorno alla sua persona. Teneva le mani conserte, gli occhi e la testa bassi. Da un superiore venne invitato a visitare l’ambiente quindi seguì un breve indirizzo letto dall’alunno Francesco Astorri…”.

Analoga la testimonianza di laici. Al Prof. Serafino Alessandrini, allora alunno del Seminario, quando il Santo giunse nella camerata “S. Giuseppe”, toccò il compito di offrire il suo saluto poetico. E negli ultimi anni della sua vita [morì nel 1927], a chi gli chiedeva di quell’incontro, rispondeva che “gli sembrava di vederlo ancora ascoltare la poesia e chiederne, con un movimento dell’indice, il manoscritto al giovane autore”.

Nel 1915, nel centenario della nascita del Santo, sempre in rapporto alla visita nel Seminario di cui era stato testimone, tenne il discorso commemorativo e le sue parole, proprio perché di un laico, suscitarono entusiasmo e commozione.

Ma nella memoria di tutti i testimoni, in genere, ciò che colpisce è il vivo ricordo di quell’incontro che si contorna di particolari, di per sé marginali, ma che nel loro complesso costituiscono il carattere di una impronta indelebile.

“Dopo le iterate e festose accoglienze dei superiori e degli alunni – è Mons. Jaffei che precisa – l’amabilità di Don Bosco si compiacque di percorrere tutto il Seminario per trovarci nelle singole camerate, donandoci una medaglia a ciascuno e ne aveva in un borsellino, anche per i suoi figli di Torino. Ci dissero che sotto la mano distributrice di Don Bosco si moltiplicassero”.

E dal ricordo di ciò che avvenne nella camerata “S. Giuseppe”, nella memoria di Mons. Occhioni emerge un’altra figura di rilievo tra i giovani seminaristi del tempo, oltre al già menzionato Card. Svampa: “…..  quindi seguì un breve indirizzo letto dall’alunno Francesco Astorri di Campofilone, che chiudeva implorando la Santa Benedizione. Questa benedizione certo scese copiosissima – è ancora Mons. Occhioni che commenta – su chi aveva presentato l’indirizzo. Lo rese infatti privilegiato innanzi a Dio, giacché fu cristiano tutto d’un pezzo, ottimo padre di famiglia, cui corrisposero egregiamente i figliuoli; lo rese pure privilegiato innanzi agli uomini perché l’Astorri riuscì ottimo Ingegnere Idraulico stimato e venerato”.

Come si vede, a distanza di anni, quel piccolo seme era ancora rigoglioso di frutti.

MONS. CASTELLI E LE CELEBRAZIONI PER LA BEATIFICAZIONE DI DON BOSCO

Nel 1929, al termine del processo canonico, Don Bosco veniva dal Papa Pio XI elevato agli onori degli altari e proclamato Beato. Tra le innumerevoli celebrazioni e commemorazioni della sua persona, anche a Fermo si pensò di ricordare il nuovo Beato proprio per il legame con la Diocesi, con il Seminario e soprattutto con l’Arcivescovo di quel tempo, il Card. Filippo De Angelis. Patrocinatore dell’iniziativa fu l’Arcivescovo Mons. Carlo Castelli il quale per strani ed insondabili fili provvidenziali, aveva anche lui, ancor giovinetto, conosciuto Don Bosco ed ora Presule di quella Diocesi che nel Card. De Angelis e nel Card. Svampa era apparsa tanto legata al Sacerdote di Valdocco.

La testimonianza di Mons. Castelli di quell’incontro col Santo è viva e nitida nei contorni, per cui è bene lasciare a lui stesso la parola: “Lo conobbi personalmente. E’ questa un’altra grande grazia che mi fece il Signore, della quale, come di tutte le altre lo ringrazio di cuore.

Nel 1883, ero suddiacono, fatti i bagni di mare ad Alassio nel grande Collegio che ivi tengono i Salesiani, nel ritorno volli passare a Torino, precisamente per vedere Don Bosco, ed ottenerne la Benedizione. Vi giunsi la vigilia del suo genetliaco che si festeggiava il 15 di agosto. L’indomani Don Bosco avrebbe raggiunto il suo sessantanovesimo anno. Accolto con molta benevolenza dai figli di Don Bosco, la sera ebbi la fortuna di ascoltare il discorsetto che egli, d. Bosco, soleva fare ai suoi figli sotto il portico aperto del grande cortile prima che si coricassero, di baciargli la mano e di averne la prima benedizione. L’indomani mi volli confessare da lui, potei parlargli con molta confidenza, che la dava a tutti; e la sera partecipai ad un’accademia [intrattenimento, n. d. r.], ben riuscita, data dai Salesiani in onore del loro amato Padre. Poesie, canti, bande, discorsetti: una vera festa di famiglia … Prima di partire potei ancora parlare con Don Bosco nel suo studiolo, su al secondo piano, in fondo al ballatoio. Quanta bontà in quell’uomo! Quanta semplicità nelle parole, nel gesto, in tutto. Mi benedisse, mi confortò e mi assicurò che nonostante i disturbi di stomaco che pativo quella mattina, avrei fatto buon viaggio, e che giunto a Milano mi sarei sentito benissimo come di fatto avvenne.

Altre due volte ebbi la ventura di conferire con Don Bosco, e sempre ne ebbi l’impressione di parlare con un Santo: semplicità, affabilità, cordialità, sempre il sorriso sulle labbra; mai dimostrava stanchezza, noia, fretta, sempre la massima calma come se non avesse avuto a far altro che parlare con me! E lui aveva affari con tutto il mondo!”[ivi]. Proprio questo affetto per i Salesiani e Don Bosco fu la spinta che nel 1930 a Fermo si indicessero celebrazioni per il nuovo Beato. Si svolsero dal 29 maggio al 1 giugno e l’organizzazione fu affidata ai superiori, agli insegnanti e agli alunni del Seminario. Il triduo solenne si svolse nella attigua chiesa del Carmine, con largo concorso di fedeli; la predicazione fu affidata all’ “illustre predicatore Mons. A. Crocetti” di Ancona.

il primo giugno la solenne celebrazione: alle 7 la messa dell’Arcivescovo Mons. Castelli con la partecipazione della “gioventù studentesca” della città; alle 10,30 la messa solenne con assistenza pontificale.

Il clou della manifestazione si raggiunse al pomeriggio in Seminario, con inizio alle ore 17: furono scoperti il busto e la lapide commemorativa della visita di Don Bosco al Seminario nel 1867, cui seguì una solenne “accademia” musicale-letteraria, nella quale il discorso commemorativo fu tenuto dal Comm. C. Ossicini di Milano [Va sottolineata l’iniziativa di radunare la “gioventù studentesca” di Fermo, cui si aggiunsero i giovani di A.C. della Diocesi. Siamo infatti negli anni difficili, dopo la Conciliazione, in cui il Governo Italiano e il Partito Fascista si stavano scagliando contro le associazioni cattoliche. Una manifestazione giovanile di questo genere rappresentava un atto di coraggio ed una risposta].

Una particolare sottolineatura merita la lapide dettata in latino da Mons. Giovanni Cicconi, noto umanista e storico [34],

ANNO CHRISTIANO MDCCCLXVII \ III KAL. MARTIAS \ JOANNES BOSCO

FUIT HOSPES APUD V. E. \ CARD. PHILIPPIM DE ANGELIS ARCHIEP. PRINC. N.

SEMINARIUM H. MAGNIS EXCEPTUS LAETITIIS \ OPTATISSIMO ADSPECTU SUO MONESTAVIT

ALUMNOS AD VIRTUTEM SANCTISSIMIS VERBIS \ COHORTATUS EST

NUNC AUCTUS HONORE COELITUM BEATORUM \ VOLENS PROPITIUS USQUE ADSIT

MAGISTER BONUS ET CUSTOS \ AN. MCMXXX

Nella traduzione italiana suona ad un dipresso così:

= NELL’ANNO DELL’ERA CRISTIANA 1867 \ IL 28 FEBBRAIO \ GIOVANNI BOSCO \ OSPITE A FERMO DEL CARD. FILIPPO DE ANGELIS \ ARCIV. E PRINCIPE NOSTRO \ FU ACCOLTO CON GRANDE GIOIA \ ONORO’ QUESTO SEMINARIO \ CON LA SUA PRESENZA TANTO DESIDERATA \ ESORTO’ CON SANTE PAROLE ISPIRATE GLI ALUNNI ALLA VIRTÙ’ \ANNO 1930 \ ORA INNALZATO ALL’ONORE DEI CELESTI BEATI \ CONDISCENDENDO ANCORA PROPIZIO \ SIA PRESENTE COME BUON MAESTRO E CUSTODE =

Ma quel che più conta, le celebrazioni furono accompagnate. dalla pubblicazione di un fascicolo dal titolo “Il Beato Giova Bosco – omaggio del Ven. Seminario Arc.le di Fermo”, in data giugno 1930. Al di là di un sistema storiografico forse ora superato, quanto indulgente all’aneddotica e privo di quel contesto storico religioso in cui i fatti locali prendono consistenza e significato, lavoro si presenta ricco di spunti, abbondante nella documentazione testimonianza significativa di entusiasmo e coscienza di un legame che a distanza di decenni era ancor vivo e profondo. Le attestazioni stesse di alcuni tra coloro che furono un tempo i giovani seminaristi che Don Bosco aveva incontrato nel lontano 1867, stupisco il lettore di oggi, e contribuiscono a delineare un quadro assai interessante e prezioso per lo storico.

A dare il significato globale del lavoro possono essere utili alcune espressioni di Mons. Castelli poste in prima pagina con presentazione del fascicolo commemorativo: “Don Bosco fu qui Fermo; si ricorda ancora con vera compiacenza il suo incontro col nostro Venerando Card. De Angelis, e si leggono con commozione le lettere che Don Bosco scriveva a lui per avere consigli ed appoggio in merito alla fondazione della Società Salesiana: egli ebbe per noi, figli di Alessandro e Filippo un particolare affetto che dimostrò anche quando il Card. Arcivescovo fu deportato Torino”.

L’ARCIVESCOVO MONS. PERINI E I SALESIANI IN DIOCESI

Nonostante i legami che avevano unito la diocesi a Don Bosco, le successive celebrazioni e lo spirito e la “formazione” salesiani di alcuni suoi vescovi, i Salesiani, come presenza attiva nella vita diocesana, non vi erano ancora. A fare questo ultimo passo e a rinvigorire anche altri aspetti dello spirito di Don Bosco, toccò a Mons. Norberto Perini, negli anni dell’immediato dopo guerra. Egli volle con ferma convinzione i Salesiani in Diocesi. Le motivazioni di questa sua scelta vanno ricercate sia nei personali legami di affetto che il presule aveva con la Società Salesiana, sia nelle particolari condizioni socio-politiche e religiose di alcuni centri della nostra Diocesi.

Mons. Perini prima di entrare nel Seminario Ambrosiano era stato alunno al Ginnasio presso l’Istituto Salesiano “S. Ambrogio” di Milano con grande profitto scolastico, riuscendo sempre tra i premiati: erano i lontani anni 1901-1904. Questo Istituto era stato fondato nel 1897, appena nove anni dopo la morte di Don Bosco, e diretto da Don Lorenzo Saluzzo che fin da ragazzo era cresciuto all’Oratorio di Don Bosco e con lui aveva fatto le prime esperienze di sacerdote salesiano. Vi si doveva respirare dunque un’aria autentica di spiritualità salesiana quale Don Bosco l’aveva ispirata. Certo, per il ragazzo che veniva dalla provincia [Carpiano], fu un motivo di forte ripensamento e soprattutto di maturazione interiore. In quella esperienza il giovane Norberto Perini maturerà la sua decisione sacerdotale come del resto egli stesso confida in una sua lettera al superiore dell’Istituto, nel 1954: “Ricordo sempre con piacere e alcune volte con commozione l’Istituto dove ho trascorso i primi anni di Ginnasio e dove si è chiarita la mia Vocazione al sacerdozio” [Lettera dell’arc. Perini 25.III.1954]. La confidenza citata è suffragata dal suo successivo comportamento, secondo quanto ricorda Don Alfonso Minonzio: “Quando ero ragazzo, tra il 1931 e il ’35, ho .sentito Mons. Perini, prima rettore a Tradate e poi prevosto a Busto [Arsizio], perché nelle visite all’Istituto parlava a noi ragazzi; ricordo poi la visita che volle fare appena divenuto vescovo [di Fermo] come atto di riconoscenza perché amava Don Bosco e ricordava con affetto i Salesiani che aveva conosciuto da ragazzo. Lo vidi l’ultima volta a Rho: accompagnavo il direttore don Franzetti e altri confratelli per un atto di omaggio e di gratitudine per chi amava tanto Don Bosco e questo Istituto” [D. A. Minonzio 29.XII.1987].

Il suo stesso fresco ed agile volumetto dedicato ai giovani “L’Età Fiorita” sprigiona più d’uno dei principi pedagogici di Don Bosco e fa costante riferimento allo spirito salesiano. E ispirata alla pedagogia salesiana fu anche la rivista “Catechesi” che egli ancor sacerdote, insieme a Don Montalbetti [futuro vescovo di Reggio C.] fondò e diresse tanto che, dopo qualche anno di cessata pubblicazione, fu rilevata dai Salesiani ed edita ancor oggi per i tipi della ELLE Di Ci.

Quando venne a Fermo, nel 1942, notò la mancanza di questa presenza: ma non erano quelli i tempi propizi per una iniziativa che potesse sopperirvi.

Alcuni fenomeni socio-politici che hanno caratterizzato il dopo guerra nella nostra Diocesi, sono stati allora il segno che questa impresa si dovesse realizzare. Negli anni della ricostruzione i centri costieri hanno visto una fortissima immigrazione, duplicando e triplicando il numero di abitanti. Occorrevano interventi pastorali più precisi e più decisi per tenere il passo con i fenomeni in corso. Tra questi centri, Porto Civitanova era quello che maggiormente aveva urgenza di una nuova sistemazione parrocchiale e di una più incisiva pastorale giovanile. Infatti la città era la più industrializzata della zona e presentava i maggiori squilibri sociali, urbanistici e ideologici. Il Vescovo se ne era interessato e soprattutto aveva fatto qualche tentativo per ovviarvi. Ma non bastava. Da più parti, laici soprattutto, avevano chiesto un intervento più preciso e più radicale. “Mi permetto di interessarmi a questa situazione tremenda pensando all’avvenire dei miei tre figli e di tutta l’Italia e oso chiedere un aiuto effettivo per questi nostri figli…” si legge in una delle numerose petizioni [40]. Le richieste erano precise: “occorrono circoli cattolici, ricreativi, teatrini, cinema, sale di lettura, il posto dove questi giovani possano passare ore di svago ….” [Lettera di S. P. 14.XII.1950].

Di fronte a queste denunce accorate e richieste pressanti, niente di più opportuno che rivolgersi ai Salesiani, esperti e accorti educatori di giovani. Il problema era però duplice: la ricerca di un’area adatta ed adeguata e l’opera di convincimento da compiersi presso i superiori dell’Istituto.

Si pensò subito al Santuario di S. Marone, con la casa annessa che fungeva allora da rettoria. Si trovava, in quegli anni, in una zona quasi suburbana, collegata al centro e attigua alla zona industriale. In più era zona prevista di sviluppo urbano e quindi destinata a crescere. Mancava tuttavia un’area sufficiente per le strutture ricreative e di accoglienza dei giovani. A fianco della chiesa v’era un terreno agricolo appartenente alla tenuta del Principe Napoleone Bonaparte, già previsto come area fabbricabile. Mons. Perini prese personalmente contratti con il Principe che si dichiarò disposto ad una donazione purché fossero rispettati gli scopi e la destinazione di essa.

Le trattative si conclusero a metà del 1950 ed un’area dì 20.000 mq. fu ceduta alla Diocesi che avrebbe provveduto a destinarla per opere di assistenza giovanile. Nel frattempo, vista la ben avviata trattativa per l’area, l’Arcivescovo incaricò Mons. Emilio Del Bianco di prendere contatti con l’Ispettoria Salesiana “Adriatica”, allora con sede a Macerata. Una fitta corrispondenza e forse anche contatti personali portarono ad una felice conclusione.

I Salesiani chiedevano precisazioni; il Vescovo faceva rispondere con chiarezza e decisione: “E’ desiderio dell’Ecc. Presule che i Salesiani a Porto Civitanova abbiano a creare una loro opera completa, cominciando con oratorio per la gioventù… e quanto altro si riterrà opportuno per la educazione cristiana della gioventù operaia”. [Lettera 7.X.1950].

Si giunse così alla “Convenzione tra l’Archidiocesi di Fermo e l’Ispettoria Salesiana Adriatica” stipulata il 4 aprile 1951. I Salesiani presero così possesso della casa è della chiesa di S. Marone il 1 settembre 1951.

Successivamente, con Decreto arcivescovile del 25.5.1952, la Rettoria fu elevata a parrocchia con un suo proprio territorio. Nel frattempo crescevano le strutture dell’opera educativa dei figli di Don Bosco che portavano lo spirito del Fondatore nella città più popolosa e articolata della Diocesi.

LA PARROCCHIA E LA CHIESA DI S. GIOVANNI BOSCO A MOLINI-GIROLA DI FERMO

Anche l’attività di Mons. Perini che si proiettò in tutta la Diocesi nella ridefinizione delle parrocchie, nella costruzione di nuove chiese, per far fronte ai nuovi insediamenti ed alle nuove proiezioni urbanistiche dei maggiori centri, ebbe presente il Sacerdote di Valdocco. Mancavano in Diocesi una chiesa ed una parrocchia a lui dedicate. Pertanto, quando nell’area ora denominata Molini-Girola, in seguito alla crescente urbanizzazione, si fece sentire la necessità’ di una parrocchia autonoma, l’Arcivescovo operò uno stralcio di territorio dalla parrocchia urbana di S. Lucia e con Decreto del 7 marzol962 eresse una nuova parrocchia.

E’ curioso e nello stesso tempo sintomatico notare come il Decreto di erezione stilato dalla Cancelleria Arcivescovile parli di contrada Girola di Fermo con la chiesa del Sacro Cuore di Gesù eretta a Parrocchia. Ma poi nella domanda inviata al Ministero dell’Interno in data 3.10.1962 si legge: “Il sottoscritto Arcivescovo di Fermo chiede…. venga riconosciuto agli effetti civili il Decreto di Erezione della nuova Parrocchia di “San Giovanni Bosco” con sede nella chiesa del S. Cuore, in contrada Girola nel territorio di Fermo, emesso in data 7 marzo 1962″.

Era avvenuto che nel tempo intercorso tra l’emissione del Decreto di erezione e l’inoltro della pratica per il riconoscimento civile era maturata nell’animo di Mons. Perini la decisione di intestare la nuova parrocchia a S. Giovanni Bosco e di costruire la chiesa omonima nel territorio della nuova parrocchia, ma in contrada Molini di Tenna, dove già funzionava come centro di culto uno dei capannoni dell’industria conciaria SACOMAR s. p. a. dei Fratelli Santori, capannone che, per la sua ampiezza e ubicazione, per oltre sette anni assolse in pratica la funzione di chiesa parrocchiale. Il Decreto di riconoscimento civile, firmato dal Presidente della Repubblica Antonio Segni, porta la data del 22 marzo 1963. L’attività pastorale della nuova parrocchia ebbe inizio il 13 ottobre 1963 con l’ingresso del primo Parroco, il Sac. Giuseppe Paci.

Per quanto riguarda la nuova chiesa parrocchiale bastino questi brevi accenni: nel 1967 fu acquistata dall’Opera Pia Ospedale di Fermo l’area di circa 6.000 mq. strutture ricreative e di accoglienza dei giovani. A fianco della chiesa vi era un terreno agricolo appartenente alla tenuta del Principe Napoleone Bonaparte, già previsto come area fabbricabile. Mons. Perini prese personalmente contratti con il Principe che si dichiarò disposto ad una donazione purché fossero rispettati gli scopi e la destinazione di essa.

Le trattative si conclusero a metà del 1950 ed un’area di 20.000 mq. fu ceduta alla Diocesi che avrebbe provveduto a destinarla per opere di assistenza giovanile. Nel frattempo, vista la ben avviata trattativa per l’area, l’Arcivescovo incaricò Mons. Emilio Del Bianco di prendere contatti con l’Ispettoria Salesiana “Adriatica”, allora con sede a Macerata. Una fitta corrispondenza e forse anche contatti personali portarono ad una felice conclusione.

I Salesiani chiedevano precisazioni; il Vescovo faceva rispondere con chiarezza e decisione: “E’ desiderio dell’Eco. Presule che i Salesiani a Porto Civitanova abbiano a creare una loro opera completa, cominciando con oratorio per la gioventù… e quanto altro si riterrà opportuno per la educazione cristiana della gioventù operaia”.

Si giunse cosi alla “Convenzione tra l’Archidiocesi di Fermo e l’Ispettoria Salesiana Adriatica” stipulata il 4 aprile 1951. I Salesiani presero così possesso della casa è della chiesa di S. Marone il 1 settembre 1951.

Successivamente, con Decreto arcivescovile del 25.5.1952, la Rettoria fu elevata a parrocchia con un suo proprio territorio. Nel frattempo crescevano le strutture dell’opera educativa dei figli di Don Bosco che portavano lo spirito del Fondatore nella città più popolosa e articolata della Diocesi.

La progettazione della chiesa e annessa casa parrocchiale fu affidata personalmente da Mons. Perini all’Arch. Sac. Gaetano Banfi di Saronno, che si era offerto di eseguirlo gratuitamente in segno di riconoscenza all’Arcivescovo che lo aveva accolto nel Seminario e lo aveva ordinato sacerdote incardinandolo nell’Archi- diocesi di Fermo.

I lavori di costruzione furono aggiudicati, in seguito a gara d’appalto, all’Impresa Edile Mazzoni Basilio e Figli di Porto S. Giorgio. Il 17 novembre 1968 Mons. Perini pose la Prima Pietra del nuovo complesso parrocchiale e per la prima volta celebrò la S. Messa nella nuova chiesa, ancora incompleta, il 30 agosto 1970, amministrando la S. Cresima a 27 ragazzi della parrocchia.

L’Arcivescovo Mons. Ernesto Civardi, allora Segretario della S. Congregazione dei Vescovi, oggi Cardinale, la consacrava il 1 maggio 1974. Mons. Perini, nonostante gli 86 anni e gli acciacchi, volle essere presente e concelebrò stando quasi sempre seduto a lato dell’altare, ma si notava sul suo volto la gioia e la soddisfazione di vedere ormai completamente realizzata, dopo oltre 10 anni, un’opera da lui tanto vivamente desiderata.

Mons. Cleto Bellucci, allora Amministratore Apostolico della Archidiocesi, non poté essere presente perché costretto ad un ricovero ospedaliero per un grave incidente automobilistico occorsogli pochi giorni prima, ma lo fu spiritualmente con la preghiera e l’offerta delle sue sofferenze.

Quattro targhe di rame, poste all’ingresso della chiesa nella Pasqua 1982, sintetizzano la storia dell’ultimo omaggio di devozione filiale a S. Giovanni Bosco di Mons. Norberto Perini.

vanni Bosco è tutta conservata nell’Archivio Storico dell’Archidiocesi di Fermo.

46- Alla nota n. 34 dopo “Aula Magna” si aggiunga: “posto al di sopra di una lapide con iscrizione latina dettata dall’illustre latinista mons. Tommaso Mariucci, della Segreteria di Stato di Sua Santità”

 

<Poesia di un alunno dell’oratorio di don Bosco>

 

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ISCRIZIONI DELLE SIBILLE NEL SACELLO DELLA MADONNA DELL’AMBRO, DIPINTE SEC. xvii. MARTINO BONFINI

Iscrizioni assegnate alle Sibille nei dipinti di M;artino Bonfini nel sacello della Madonna dell’Ambro  (C. Tomassini – A. Vesprini)

ERITHFA <intendi Eretria>

UMILIABITUR PROLES DOMINA UNIETUR HUMANITATI DIVINITAS.

= Il Figlio Sovrano si umilierà: si unirà la Divinità all’Umanità.

CUMANA

MAGNUS AB INTEGRO SECULORUM NASCITUR ORDO IAM REDIT ET VIRGO

REDEUNT SATURNIA REGIAQUE NOVA PROGENIES CELO DIMITTITUR ALTO.

= Un potente ordine è originato dalla pienezza dei secoli:

E di già arriva la Vergine; le feste di Saturno tornano

e la regale Progenie è novità che discende dall’alto dei cieli

AGRIPPA <int. Agrippense>

Senza iscrizione

HELLESPONTICA

Senza iscrizione.

DELPHICA

NASCETUR PROPHETA ABSQUE MATRIS COITU EX VIRGINE EIUS.

= Un Profeta nascerà dalla Vergine sua Madre, senza coito.

CHIMICA (Int. Cimmeria)

IN P(ROPRI)A FACIE VIRGINIS ASCENDET PUELLA FACIE PULCRA SEDENS

 SUPER SEDEM STRATAM PUERUM NUTRIENS DANS EI IUS PROPRIUM.

= Nella propria bellezza di Vergine, la giovane dal bel volto

si eleverà, mentre in una dimora preparata

nutre il bimbo dandogli la dignità propria.

LIBICA

UTERUS MATRIS EIUS ERIT STATERA CUNCTORUM.

= L’utero di sua Madre sarà valore di misura di tutti.

SAMIA

ECCE VENIET DIVES ET NASCETUR DE PAUPERCULA.

Ecco venire il ricco e nascerà da una poverella.

PERSICA <int. Persiana>

ET GREMIUM VIRGINIS ERIT SALUS GENTIUM.

= Poi il grembo della Vergine sarà la salvezza dei popoli.

FRIGIA

ANNUNCIABITUR IN VALLIBUS DESERTORUM VIRGO

= La Vergine sarà annunciata nelle valli dei deserti.

TIBURTINA

O FELIX ILLA MATER CUIUS UBERA ILLUM LACTABUNT.

= Oh felice quella Madre le cui poppe lo allatteranno.

SIBILLA <anonima forse Ebraica>

<Cfr.G: FLAVIO, Antichità giudaiche. I 4, 118>

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DIPINTI I SANTI PELLEGRINI NEL SANTUARIO DELLA MADONNA DELL’AMBRO A MONTEFORTINO DI FERMO

SALVATORE TRICARICO: DIPINTI AL SANTUARIO DELLA MADONNA DELL’AMBRO (Montefortino FM)

1999 – SAN SERAFINO DA MONTEGRANARO

San Serafino nacque nel 1540 a Montegranaro da genitori umili ma cristiani.  Da ragazzo lavorò per un certo tempo come garzone.

A 18 anni si presentò al convento  dei Cappuccini di Tolentino. Fu accolto qui e fu trasferito poi in quasi tutti i conventi delle Marche. I superiori apprezzavano in lui la bontà, la povertà, l’umiltà, la purezza e la mortificazione.

Fu incaricato agli uffici  di portinaio e di questuante. Viveva a contatto con i più svariati ceti e sapeva trovare le parole più delicate per ciascuna persona in modo da condurla a Dio. Dal 1590 fu stabilito definitivamente ad Ascoli Piceno. La città si affezionò a lui che era un messaggero di pace e di bene. La sua parola riusciva a comporre situazioni contrastanti, ad estinguere odi inveterati e ad infervorare alla virtù:  umiltà, penitenza, lavoro e tanta pazienza.

Pregava di continuo e Dio lo aiutava in cucina, alla porta, nell’orto, alla questua, concedendogli carismi per i miracoli,  per l’introspezione dei cuori, per saper confortare gli altri cristianamente. Rimaneva contento unicamente di amare Dio e il prossimo. Era affezionato al Crocifisso e alla corona del rosario..

A 64 anni sorella morte lo colse il 12 ottobre 1604. La fama lo diceva santo. Fu canonizzato da Clemente XIII il 16 luglio 1767.

Dipinto di Salvatore Tricarico nel santuario della Madonna dell’Ambro

2001:  SAN LIBERATO DA LORO

Nei Fioretti che raccolgono le memorie di primi frati francescani, al capitolo 37 si parla di un giovane nobile che san Francesco chiamò con sé, ma il suo nome non v’è scritto. Anche nei capitoli 46 e 47 si narra la vita di questo anonimo che gli studiosi riconoscono in Fra Liberato da Loro.

Nel secolo XIII le guerre tra i cittadini e tra i Comuni mietevano moltissime vittime in Italia, tra distruzioni, inganni, rapine, prepotenze. Voce di pace era il Vangelo proclamato ed accolto dalle persone umili che volevano sostituire l’amore all’odio con cuore pacifico. Ne diede l’esempio il ricco Francesco d’ Assisi, chiamato poi il poverello che fu seguito da schiere di religiosi, convertiti come lui dall’ardore del Cristo crocifisso e risorto.

Secondo i biografi san Liberato nacque in un anno attorno al 1215, dalla discendenza dei signori di Loro Piceno. Nella vita di san Francesco risulta che egli attorno al 1234 venne a Roccabruna, nei pressi di Sarnano, e accolse nel suo Ordine un ricco e gentile cavaliere che poi fu onorato come modello di perfezione. Per seguire il Vangelo, rinunciò alle comodità,  studiò e fu ordinato sacerdote nel 1240 circa. Morì prima del 1258.

Si distinse per la contemplazione e la solitudine, nell’eremo di Soffiano, racchiuso dal verde montano.  Nei Fioretti si narra che  attorno a Fra Liberato in preghiera si soffermavano gli uccelli. Del santo si dice che professò in modo eroico la fede in Cristo fino al martirio bianco, conseguente alla vita penitente.  Prima della sua morte ebbe la consolazione di visioni celesti della Madonna, degli angeli e di tre sante vergini.

Molti prodigi attirarono la venerazione popolare che ha considerato san Liberato nel cielo degli Eletti, e nel 1713 Clemente I papa lo riconobbe venerabile e fu canonizzato nel 1868 da Pio IX. Molto frequentata la sua tomba nella chiesa di San Liberato tra San Ginesio e Sarnano.

Dipinto di Salvatore Tricarico nel santuario della Madonna dell’Ambro

2006:  BEATO  ANTONIO DA AMANDOLA

Antonio Migliorati nacque ad Amandola il 17 gennaio 1355 da padre contadino. La fama dei santi agostiniani lo spinse ad entrare nel convento del paese nativo, dove fu ordinato sacerdote. Poi passò circa dodici anni nel convento di Tolentino, quindi  a Bari, da dove ai primi del sec. XV fece ritorno ad Amandola, dove fu superiore del conventino, che fece ampliare e accanto al quale diede inizio alla costruzione di una nuova chiesa.

Era ammirato  per l’umiltà, lo spirito d’obbedienza e di mortificazione e per lo zelo apostolico. La venerazione rimase dopo la morte la morte, sopravvenuta il 25 gennaio 1450. Nel 1453 il suo corpo fu sistemato in un’arca di legno sopra un altare che si intitolò al suo nome, mentre i prodigi (persino la resurrezione di morti) si moltiplicavano. Ogni anno è stato celebrato il “dies natalis”. Nel 1759 Clemente XIII ascrisse Antonio nel numero dei beati. Nel 1890 Leone XIII concesse l’indulgenza plenaria ai visitatori del suo santuario.

Il beato Antonio da Amandola si recava pellegrino al santuario della Madonna dell’Ambro ed il nuovo dipinto del 2006 fa notare la sua fiducia nel Vangelo di Gesù Cristo, il Figlio di Dio  che ha vinto ogni male per mezzo della sua risurrezione dalla morte. “Chiamo Lui, speranza mia” pregava il beato Antonio.

La persona pellegrinante  gusta la dolcezza di affidare ogni speranza a lui, in attesa della visione beatifica. Il risorto farà risorgere chi in lui confida e lo rende partecipe della sua gioia attraverso la Madre Maria. L’esempio del beato amandolese attira i pellegrini  a recarsi dalla stessa Madonna, anche per recuperare le radici storiche della  nostra tradizione culturale cristiana.

Dipinto di Salvatore Tricarico nel santuario della Madonna dell’Ambro

2008:  S. GIACOMO DELLA MARCA

San Giacomo da Monteprandone soprannominato ‘della Marca’ nacque nel 1394 e si occupò di giurisprudenza. A 22 anni, in Santa Maria degli Angeli, ricevette il saio francescano da San Bernardino da Siena. Si diede alla predicazione, con grande successo, non solo in Italia, anche in Bosnia, in Boemia, in Polonia e in l’Ungheria, per sincera e umile obbedienza.

Era esemplare nel condurre una vita penitente. Era casto, in ogni aspetto e, tormentato da tentazioni, si disciplinava. Malato, ebbe sei volte l’Estrema Unzione,  resistette fino agli ottanta anni, nella faticosa vita dei predicatore  itinerante. Tra i temi della sua predicazione san Giacomo insisteva sulla pacificazione e sulla correzione dei vizi degli avari, e degli usurai che erano chiamati da San Bernardino ” succhiatori del sangue di Cristo “.

Per sconfiggere l’usura, San Giacomo della Marca ideò i Monti di Pietà, dove i miseri potevano impegnare le proprie cose, ad un interesse minimo. Colto da terribili coliche, questo magro  predicatore temeva soltanto che il dolore fisico lo distraesse dalla preghiera. Nelle ultime ore della sua vita chiedeva perdono per i cattivi esempi che avesse dato.

Morì a Napoli, nel 1476, dicendo: ” Gesù, Maria. Benedetta la Passione di Gesù “.

Dipinto di Salvatore Tricarico nel santuario della Madonna dell’Ambro

2010:  BEATA M. ASSUNTA PALLOTTA

La Beata Maria Assunta Pallotta, nata  a Force nel 1878, da ragazza  intraprese l’umile vita lavorativa, per aiutare la sua famiglia e si dimostrava assidua  nella preghiera. Quando poteva andare in chiesa restava dinanzi al SS. Sacramento. Indossava anche il cilicio. Prestava aiuto agli anziani, in particolare alla sua povera vicina. Amava leggere le vite dei santi, e recitava il rosario, suo inseparabile amico.

Nella serata di carnevale del 1897, ricevette la chiamata divina nel partecipare al ballo nel palazzo comunale,  dove fu avvicinata da un giovane che le chiese se poteva darle un bacio. Rifiutò. Da quel momento la piccola Assunta pensò di dedicarsi ad una vita monastica a servizio dei bisognosi. A venti anni, ammessa tra le Francescane Missionarie di Maria, divenne novizia presso i monasteri di Firenze Roma e Grottaferrata.

Nel 1904 si unì alle suore che andavano in missione nella Cina dove fu infermiera e cuoca presso la missione, con tanta bontà d’animo e semplicità, tali che molte persone erano ammirate dal suo operare ispirato all’amore divino. Nel 1905, malata di tifo, serenamente morì il 7 aprile. Il funerale fu accompagnato da un grande pellegrinaggio di gente.

Molti miracoli avvennero per intercessione di suora Assunta, per cui fu avviata la causa di canonizzazione e nel 1913 riesumandosi il corpo di Assunta, venne trovato incorrotto. Nel 1954 venne proclamata Beata.

Dipinto di Salvatore Tricarico nel santuario della Madonna dell’Ambro

2012:  SAN BENEDETTO GIUSEPPE LABRE

San Benedetto Giuseppe nacque in Francia nel 1748 ed è conosciuto come Il vagabondo di Dio, per il suo esempio di povertà praticata pellegrinando in Fede, Speranza, Carità, Umiltà, Orazione, Pazienza e Mortificazione cristiana, per giungere alla patria del Paradiso. Respinto da vari monasteri, visse la vocazione del pellegrino penitente e si calcola che in 13 anni ha visitato i santuari  di Germania, Francia, Spagna e Italia.

Giunse a Roma nel 1777, e visse sotto un’arcata del Colosseo; predicava il Vangelo con l’esemplare umiltà. Morì qui il 16 aprile del 1783, a 35 anni. Venne sepolto, con grande partecipazione di popolo, nella chiesa di Santa Maria ai Monti. Beatificato da Pio IX, venne canonizzato nel 1881. Questo santo vagabondo di Dio è il patrono dei barboni, dei mendicanti e senzatetto.

I pellegrinaggi di San Benedetto Giuseppe Labre in Italia sono ricordati in particolare per i santuari di Loreto, Assisi e Bari (San Nicola) ed hanno il doppio valore: devozionale e penitenziale.  L’immagine pittorica di Salvatore Tricarico realizza la figura del santo, nel paradosso cristiano di presentare la forza nella debolezza.

La povertà lo arricchisce avvicinandolo a Dio. Dallo sguardo traspare l’indicibile “beatitudine” nell’unione spirituale intima con il Signore vivendo i valori evangelici come pellegrino in cammino verso la “patria del Paradiso”. San Benedetto Giuseppe ha creduto alla gloria della croce nella donazione di sé mettendosi alla sequela di Gesù immolato e risorto.

GRAZIE

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MIOLA GABRIELE sacerdote docente Sacra Scrittura vita a servizio dello Spirito Santo.

Preghiera

Grazie, Padre Santo, che mi hai chiamato alla vita e tre giorni dopo la mia nascita al fonte battesimale su di me hai detto: “tu sei mio figlio”. Nel tuo Figlio mi hai fatto figlio e per lo Spirito mi hai reso partecipe della tua vita divina. Non finirò mai in questa vita di renderti grazie e gloria per l’amore che hai riversato su di me; solo nell’eternità potrò conoscere la grandezza del tuo disegno d’amore e lodarti per sempre.

Grazie per i miei genitori, babbo Angelo e mamma Pierina, attraverso di loro ho imparato a pregarti e da loro ho ricevuto gli insegnamenti della fede.

Grazie per il bene che ho avuto dalla scuola, dai miei insegnanti e dai miei compagni e soprattutto per la vocazione che hai fatto sbocciare in me attraverso l’allora seminarista Damiano Ferrini. Grazie per il seminario in cui ho compiuto gli studi dalla media al liceo e dove attraverso i superiori ho potuto maturare e confermare la tua chiamata.

Ti ringrazio particolarmente per avermi chiamato ad essere prete nella tua Chiesa e per avermi dato l’opportunità di fare gli anni della teologia a Roma e soprattutto di avermi aperto la porta, attraverso i miei superiori, per fare gli studi biblici e di vivere intensamente, appena dopo l’ordinazione, gli anni del Concilio.

Ogni periodo, Padre, è stato ricco della tua presenza amorosa e pieno delle mie incorrispondenze e dei miei peccati, debbo dire, sempre più numerosi e gravi man mano che passavano gli anni e crescevano le responsabilità. Imploro misericordia e perdono per tutte le mie infedeltà e tutti i miei peccati, Padre di ogni misericordia.

Ti ringrazio, Padre santo, per tutte le persone che mi hai poste accanto: oltre ai miei genitori, i miei fratelli Pietro e Umberto, che si sono prodigati in ogni modo per rendermi possibile il cammino di seminario e di studio verso il sacerdozio; anche mia cognata Fulvia, la moglie di Umberto, mi è stata vicina nel mio cammino di prete ed io le sono stato vicino nella sua precoce vedovanza. Ti ringrazio per i due miei nipoti, Massimo e Mariagrazia, e poi per le persone, i preti, i superiori, i vescovi che mi sono stati vicini e mi hanno arricchito con le loro premure e del loro affetto.

Ti ringrazio per il Concilio Vaticano II, celebrato proprio all’alba del mio ministero, e perché in questa stagione conciliare mi hai fatto toccare con mano la forza rinnovatrice del tuo Spirito e una nuova fioritura primaverile per la tua Chiesa. Donaci di essere fedeli a quello Spirito che ci ha dato il Vaticano II e che coloro che hai posto come pastori della tua Chiesa, in mezzo al turbinio dei cuori accecati dall’orgoglio, rimangano saldi a guidare i passi, altrimenti incerti, dei tuoi figli.

Non so, Padre, quanto ancora di vita mi darai in questa terra; donami fede e fa che ti possa lodare per “sora nostra morte corporale, dalla quale nullo homo vivente può scappare”; fin d’ora voglio accoglierla quando e come tu verrai mi venga incontro. Ti prego che tutte le benedizioni, con le quali mi hai benedetto in Cristo Gesù, portino per me frutto di pace, di amore e di vita eterna nella tua casa, Padre, per la forza del tuo Spirito, per lodarti in eterno, Santa Trinità, insieme alla Santa Vergine Maria, madre del tuo Figlio e mia, e insieme agli angeli, ai santi e, lo credo con tutto il cuore, insieme ai miei cari AMEN.

4 Giugno 2006                                        Miola sacerdote Gabriele

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