Domenica seconda di Pasqua. Blasi don Mario parroco annuncia il Vangelo di Tommaso: credere per vedere. Gv 20,19ss

II DOMENICA DI PASQUA (Gv.20,19-31) “Pace a voi” Detto questo mostrò loro le mani e il costato”.
E’ il primo giorno della settimana. Il giorno della Risurrezione di Gesù e della Sua apparizione ai discepoli. Il Signore è vivo e sta in mezzo ai Suoi.
I discepoli sono chiusi nel cenacolo per paura. La paura è forte! Essi temono la violenza dei giudei. E’ una paura che viene dall’esterno: temono di essere ricattati. Il ricatto non è degno dell’uomo.
“La paura entra nel profondo se si è ricattati, se qualcosa ci importa più di Gesù. E questo qualcosa può essere la vita, anche se, più spesso, si ha paura per molto di meno”. “Ma ora che il Signore è risorto, non c’è più ragione di avere alcuna paura. Perfino la morte è vinta: di cosa avere paura allora?”
I discepoli sono nel cenacolo, non attendono il Signore. Egli entra e dopo il saluto di pace, si fa riconoscere con i segni della croce. “Il Risorto sceglie la croce per farsi riconoscere. Le tracce del Suo martirio lo accompagnano nella nuova Sua condizione. La Risurrezione non fa dimenticare la croce: la trasfigura. Le tracce della crocifissione sono ancora visibili, perché sono proprio loro ad indicare l’identità del Risorto (il vivente è proprio Colui che è stato crocifisso), la Sua vittoria sulla morte, la permanenza del Suo Amore (il fianco trafitto da cui sono scaturiti l’acqua e il sangue)”.
“Dal fianco trafitto l’Evangelista ha già parlato nel racconto della crocifissione, non però delle mani trafitte, che compaiono qui per la prima volta”. (da B.Maggioni).
“Non essere più incredulo, ma credente”.
Dopo otto giorni Gesù si presenta anche a Tommaso mostrandogli i segni del riconoscimento: le mani e il costato. Tommaso riconosce il Risorto e fa il più alto atto di fede: “Il mio Signore e il mio Dio”. “Sei il mio unico Signore e il mio unico Dio”. “Tommaso non esprime soltanto la propria fede personale né soltanto è il portavoce del gruppo dei discepoli, ma diventa anche il portavoce della fede della Chiesa di ogni tempo”. (da B.Maggioni).
\\ \\ \\ SECONDA DOMENICA DI PASQUA = FESTA DELLA DIVINA MISERICORDIA.
Da santa Faustina Kowalska: ” LA MIA DIVINA MISERICORDIA PRIMA DELLA MIA DIVINA GIUSTIZIA ” “Segretaria della Mia Misericordia, scrivi, parla alle anime di questa Mia grande Misericordia, poiché è vicino il giorno terribile, il giorno della Mia Giustizia”.
L’immagine di Gesù Misericordioso: L’immagine occupa una posizione – chiave in tutta la devozione alla Divina Misericordia, essa riproduce la figura di Cristo risorto e benedicente, secondo quanto descritto da Suor Faustina dopo la visione da lei avuta il 22 febbraio 1931, in cui il Signore le chiedeva: “Dipingi un’immagine secondo il modello che vedi, con sotto scritto: “Gesù confido in Te!”. Desidero che questa immagine venga venerata prima nella vostra cappella e poi nel mondo intero.”.
Gli elementi più caratteristici dell’immagine sono i due raggi. Gesù ne spiega così il significato: “Il raggio pallido rappresenta l’Acqua, che giustifica le anime; il raggio rosso rappresenta il Sangue, che è la vita delle anime… Beato colui che vivrà alla loro ombra.” L’immagine viene chiamata “il recipiente”: “Porgo agli uomini il recipiente, col quale debbono venire ad attingere le grazie alla sorgente della mia Misericordia”.
Il Signore promette molte grazie a chi la venererà con fiducia: “Attraverso questa immagine concederò molte grazie alle anime, perciò ogni anima deve poter accedere ad essa”; “l’anima che venererà questa immagine, non perirà”.

II DOMENICA DI PASQUA (Gv 20,19-31)
“Pace a voi. Detto questo mostrò loro le mani e il costato. I discepoli gioirono nel vedere il Signore”.
“E’ nel Crocifisso Risorto che si manifesta ciò che l’uomo va cercando:
Che l’Amore è il volto di Dio e dell’Uomo (il Crocifisso) e che questo Amore – che troppo spesso appare sconfitto e inutile (la croce) – è in realtà forte al punto da aprirsi una strada attraverso la morte (il Risorto)”.
Gesù sta in mezzo ai Suoi discepoli e “si fa riconoscere con i segni della croce. Le tracce del Suo martirio lo accompagnano.
La Risurrezione non fa dimenticare la croce: la trasfigura.
Gesù mostra i segni del costato e delle mani. Le tracce della crocifissione sono ancora visibili, perché sono proprio loro ad indicare l’identità del Risorto, la Sua vittoria sulla morte, la permanenza del Suo Amore (il fianco trafitto da cui sono scaturite l’acqua e il sangue). Le mani di Gesù sono importanti. Sono le mani a cui il Padre ha affidato ogni cosa e sono le mani che hanno lavato i piedi dei discepoli. Mani che tutto hanno ricevuto e che tutto hanno ridonato. Mani che tengono strette le pecore che il Padre gli ha affidato, al sicuro, come si tiene stretta una cosa preziosa o molto amata, che non si vuole in nessun modo perdere: “Io do loro la vita e non andranno mai perdute e nessuno le rapirà dalla mia mano”. Ha il potere di dare la sua vita e di riprenderla Gv 10, 18.
“Vi do la mia pace”.
“La pace che dona Gesù è diversa da quella che dà il mondo.
E’ diversa nella natura e nel modo con cui viene proposta;
E’ diversa perché dono di Dio, non conquista della buona volontà dell’uomo;
E’ diversa, perché va alla radice, là dove l’uomo decide la scelta della menzogna o della verità;
E’ diversa perché è una pace che sa pagare il prezzo della verità: è la pace vissuta dal Crocifisso”.
“La pace di Gesù non promette di eliminare la croce – né nella vita del cristiano, né nella storia del mondo – ma rende certi della Sua vittoria: “Io ho vinto il mondo”.
Pace e gioia sono al tempo stesso il dono del Risorto e le tracce per riconoscerlo”.
( da B.Maggioni).

II DOMENICA DI PASQUA (Gv 20,19-31)
“Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiedi e non metto il mio dito dentro il posto dei chiodi e non metto la mia mano nel suo costato, non crederò”.
“La fede di Tommaso è fortemente scossa dal dubbio: non si lascia convincere dagli apostoli che dicono: “Abbiamo visto il Signore”.
Tommaso rappresenta lo scetticismo naturale dell’uomo di fronte all’annuncio inaudito della vittoria sulla morte.
L’annuncio della Risurrezione di Gesù da parte degli apostoli cade nel vuoto. All’annuncio gioioso dei discepoli, Tommaso contrappone la sua puntigliosa e drastica condizione: vuole personalmente vedere e toccare. · · La sua fede è fortemente scossa dal dubbio.
Le sue parole sono decise. Tre volte ridice le sue pretese: “Se non vedo, se non metto il mio dito, se non pongo la mia mano”. Non solo vuole vedere l’identità di Gesù, ma vuole anche verificare la realtà del Suo corpo.
Il primo giorno della settimana Gesù viene a porte chiuse, si ferma nel mezzo, ripete il saluto (Pace a voi!).
Questa volta è presente anche Tommaso. L’attenzione è tutta rivolta a lui. I presenti assistono come testimoni immobili e silenziosi. Gesù si presenta a Tommaso mostrandogli i segni del riconoscimento da lui richiesti: le mani e il costato trafitto e accompagna i segni con l’invito: “non continuare ad essere incredulo, ma credente”.
Tommaso aveva chiesto di toccare i segni della croce, ora gli basta vederli. Riconosce il Risorto nei segni del Crocifisso, un riconoscimento pieno, il più alto ed esplicito dell’intero Vangelo:
“Il mio Signore e il mio Dio”.
Tommaso diventa il portavoce della fede della Chiesa di ogni tempo. Il vero credente è colui che ascolta Gesù e lo ama. Chi comprende il Suo comandamento di amore e lo pratica, è beato” (B. Maggioni).

II DOMENICA DI PASQUA (Gv 20,19-31)
“SE NON VEDO NELLE SUE MANI IL SEGNO DEI CHIODI E NON METTO IL MIO DITO NEL POSTO DEI CHIODI E NON METTO LA MIA MANO NEL SUO COSTATO, NON CREDERO’ “.
“Tommaso non nega la Risurrezione di Gesù, ma grida il bisogno disperato di crederci.
Otto giorni dopo, quando la comunità è nuovamente riunita per celebrare la vittoria della vita sulla morte, Gesù torna a manifestarsi in mezzo a loro (Gv. 20,26).
Questa volta Tommaso può non solo vedere Gesù, ma ascoltare le Sue parole: “metti qui il tuo dito e guarda le mie mani; tendi la tua mano e mettila nel mio fianco; e non essere incredulo, ma credente” (Gv. 20,27).
Tommaso non ficca le sue dita nei fori dei chiodi e non mette la mano nel fianco di Gesù, ma prorompe nella più elevata professione di fede di tutto il Vangelo: “Mio Signore e mio Dio! “.
Tommaso, non solo crede che il suo Maestro sia risuscitato, ma giunge a proclamare che Gesù è Dio. Il Dio che nessuno ha mai visto (Gv. 1,18), viene per la prima volta riconosciuto nell’Uomo Gesù: Chi ha visto me ha visto il Padre (Gv. 14,9).
Una fede così intensa non nasce all’improvviso e non è frutto istantaneo dell’incontro con Gesù, ma aveva iniziato a germinare in Tommaso fin da quando il discepolo si era dichiarato disposto a morire con il suo Maestro. Seguendo Gesù nel dono della propria vita, Tommaso si era messo sulla via della verità (Gv. 14,6).
Nonostante l’apostolo sia giunto a questa piena definizione di fede, Gesù non lo pone a modello dei credenti: perché mi hai veduto, mi hai creduto, beati quelli che crederanno, pur senza aver visto (Gv. 20,29).
Per Gesù, vero fondamento della fede, non sono visioni e apparizioni, ma il servizio reso per amore.
Non c’è bisogno di vedere per arrivare a credere. Occorre credere per vedere: Se crederai, vedrai la gloria di Dio (Gv. 11,40).
Dichiarando beati quanti credono senza aver bisogno di vedere, Gesù ricorda a Tommaso e alla comunità la beatitudine da Lui pronunciata durante l’Ultima Cena, quando, dopo aver lavato i piedi ai discepoli, li aveva invitati a fare altrettanto dicendo: Sapendo queste cose siete beati se le metterete in pratica (Gv. 13,17).
Quanti per amore mettono la propria vita a servizio degli altri sperimentano costantemente la presenza di Gesù nella loro esistenza senza avere bisogno di esperienze straordinarie” (A.Maggi).

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MURRI AUGUSTO medico Fermo 1841 Bologna 1932 medicina e ricercato. Notizie desunte da un articolo di Gabriele NEPI

MURRI AUGUSTO Notizie desunte da un articolo di NEPI Gabriele
(Fermo 1841 Bologna 1932) Il clinico che curò Carducci e D’Annunzio
Era di venerdì, quell’undici novembre 1932, quando lugubri rintocchi annunciavano la scomparsa di Augusto Murri, clinico di fama internazionale. La sua morte gettò nel lutto il mondo medico di allora nella dotta Bologna, dove esercitava la sua professione.
“Nella mestizia del grigiore autunnale, onde natura si assopisce, serrando in se stessa ogni forma di vita, si è spenta l’operosa esistenza di un uomo che, salito per ardua e tenace virtù propria agli alti fastigi della scienza, lascia dietro di sé un’orma profonda, incancellabile, Augusto Murri il clinico insigne, il filantropo illuminato non è più… Bologna che si gloriò dell’opere di lui per il vanto che ne venne al suo Ateneo, che del Maestro raccolse non soltanto i fecondi insegnamenti ma la generosa umanità, sente il troncarsi di una consuetudine affettuosa” etc. Così uno dei tanti manifesti che costellavano la città di Bologna.
Nato a Fermo l’8 settembre 1841, laureato in medicina nel 1864, continuò gli studi a Parigi e a Berlino e fu aiuto di Guido Baccelli. Nel 1877 ebbe la cattedra di clinica medica di Bologna, tenendola fino al 1916, conquistandosi fama e gloria. Innumerevoli le sue pubblicazioni; quelle anteriori al 1902 sono raccolte in tre grossi volumi.
Personalità illustri “ruotarono” attorno a questo nostro concittadino, così famoso che, secondo D’Annunzio, Dante lo avrebbe posto nel “l9 Cerchio”, fra Dioscoride, Ippocrate e Galeno. Giosuè Carducci fu da lui curato e guarito, Giovanni Pascoli che lo ebbe amico, Ada Negri che ne cantò il dolore, furono in stretta relazione col nostro Murri.
Anche la televisione italiana si è occupata di Murri e delle vicende familiari, sceneggiando “II caso Murri” 1982. Anch’egli infatti non fu immune dalla sventura. Sfogliando i giornali del 1932 che annunciavano la sua morte, emerge da essi (La lettura, il Giornale d’Italia, la Tribuna, L’Illustrazione Italiana, ecc.) il suo altissimo sapere e la profonda umanità.
“Per il medico il sapere è il mezzo, ma la carità fu e deve rimanere il fine di ogni attività” così soleva dire. Murri è di attualità ancor oggi. A D’Annunzio (che egli curò e fu suo ospite a Fiume) un giorno che il poeta vantava la sua sobrietà rispose: “Voi affermate di essere sobrio, ebbene anche l’uomo cosiddetto sobrio, mangia dieci volte più del necessario”.
Il grande clinico volle essere sepolto a Fermo, cullato dal pianto delle natie campane. Una modesta tomba racchiude le sue spoglie mortali ma “la sua fama ancor nel mondo dura / e durerà quanto il mondo lontana” (Inf. II, 59.60).

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NEPI Gabriele Notizie sulla sagra dello ‘scacciare la pica’ dei Piceni riferimenti a Luigi Centanni. I preparativi del venerdì e del sabato prima di Pentecoste. Presentazione di Alvaro Valentini

NEPI Notizie sulla sagra dei Piceni “Scaccio la pica” notizie desunte dagli scritti di Cantanni Luii 1903 e 1927
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LA FESTA DELLA STORIA PICENA A Monterubbiano. E’ una delle cittadine picene che con amore e gelosia ha saputo custodire le sue tradizioni più significative. Ha voluto ridonare tutto l’antico splendore alla sua festa di Pentecoste… Tra le antiche mura monterubbianesi, così, è passato quest’ anno, più vistoso e solenne del solito, un antico corteo. Cioè e passata un po’ della storia picena in una cavalcata che non è soltanto folklore e non è soltanto spettacolo; ma è il ricordo di un’età in cui «tutto il popolo era cavaliere» e nascevano l’industria, la libertà, la democrazia dei Comuni italiani in un clima di religiosità tanto vivo che, cristianizzando le consuetudini persistenti del paganesimo, santificava il lavoro e dava agli uomini l’orgoglio di operare per sé e per gli altri in collaborazione feconda.” Scritto da ALVARO VALENTINI
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Le feste di Maggio, ricordo ed imitazione delle antichissime e celebri Floreali, furono continuate dopo la decadenza dell’impero romano, nei tempi del basso medioevo ed in seguito, per tutta Italia. Il primo del mese (Calendimaggio) al levar del sole uscivano i giovani a frotte dalle case, e al suono di flauti e di zampogne, correndo gioiosamente e danzando, si recavano nei campi; là coglievano rami verdi appena fioriti, per intrecciarsene ghirlande e sradicavano arboscelli che andavano a piantare dinanzi alla porta di amici, di parenti, di innamorate.
In città poi le corporazioni delle arti e mestieri facevano processioni solenni, e la festa finiva la sera con danze e canti e suoni attorno a un albero piantato per l’occasione, detto ’Maggio’ in un tripudio di fiori e di profumi. Era l’inno primaverile della giovinezza in onore del rinnovarsi della vita.
Il Cristianesimo in tal modo aveva cercato di valorizzare queste usanze pagane con il riannodarle alle proprie solennità religiose. Di fatto rivissero specialmente in occasione delle feste dei santi Patroni locali, perdendo talora la data di ricorrenza del mese dei fiori, maggio. Restarono tuttavia nella bella stagione. Citiamo nel Piceno la festa della Croce a Belmonte Piceno e in Offida, il Sant’Emidio in Ascoli e la famosa Cavalcata di mezzo agosto a Fermo.
Le nostre feste di Pentecoste non godettero di minore rinomanza. Vuole una tradizione che in un giorno di Pentecoste, in antico, la terra, per intercessione della Madonna del Soccorso, fosse liberata dal Tiranno (?). Perciò la Comunità fece voto di festeggiare, tutti gli anni ed in perpetuo, solennemente tale data.
Otto giorni prima veniva inalberata sulla torre del Comune la bandiera rossa della franchigia e da quel dì il sole della libertà allietava per mezzo mese la fronte dei cittadini. Veniva meno ogni rigore dell’autorità politica, nessuno poteva essere molestato a causa di debiti. I mercati andavano esenti da dazi e gabelle.
Intanto per provvedere all’ordine e alla pubblica sicurezza si era costituita l’ARMATA: quaranta (talvolta più) baldi giovani in smaglianti divise, ricche di gala di trine e di frange di oro, armati di spada e di alabarda, scelti dieci per ciascuna delle quattro Corporazioni cioè artisti, mulattieri, bifolchi e zappaterra e comandati da quattro rispettivi Capitani delle Arti. A tutti presiedeva il Capitano d’Armata, che incedeva pomposamente a cavallo stringendo in pugno la mazza del comando.
Gli alabardieri, tutti i pomeriggi fino alla vigilia della festa, salivano sulla torre del Comune e in mezzo al frastuono delle campane, delle trombe e dei tamburi, sparavano replicati colpi di archibugi, quasi ad avvisare i lontani che il gran giorno s’appressava. La Terra così si veniva a popolare di un’infinità di pellegrini, che arrivavano a torme, cantando laudi, a visitare il Santuario di Santa Maria del Soccorso, parato a festa e sfolgorante di ceri.
E il dì della vigilia, gira il banditore per le contrade ad avvertire che tutte le vie e le case siano ripulite ed adornate e che tutti l’indomani accorrano in Santa Maria de’ Letterati, da dove si avvierà la processione.
La domenica fin dal mattino il paese rigurgita di popolo; le strade scintillano al bel sole di Primavera in una vivacità di colori, festoni, fiori, drappi e stendardi; i suonatori piovuti d’ogni intorno fanno un chiasso ridondante, e i canterini lanciano gioconde maggiolate alle belle.
Terminata la Messa solenne, mancando circa una ora al mezzogiorno, l’eccellentissimo Potestà, dalla Loggia, prima di cedere i poteri al Capitano d’Armata, dà lettura della Rubrìca II del Libro I del patrio Statuto, che riguarda il modo come si doveva celebrare la festa. Il testo tradotto dal latino dice:
«Poiché Iddio clemente viene onorato con l’omaggio ed il culto dei Santi ed in particolare affinché per la intercessione della Beatissima Vergine Santa Maria del Soccorso, la nostra Città di Monterubbiano continui ad essere assistita dalla fortuna, cresca in dimensione, aumenti in prosperità, stabiliamo che annualmente — arrivando la festa — i Magnifici Priori, insieme con il Potestà, provvedano la sera precedente a rendere noto, nelle consuete località e con i soliti modi, che tutti, sia maschi che femmine, si raccolgano la mattina seguente nella Piazza Maggiore di Santa Maria de’ Letterati per poi procedere, com’è costume, in solenne processione per andare nella Chiesa di Santa Maria del Soccorso insieme con i Magnifici Priori, il Potestà, i Salariati del Comune, i Sacerdoti, i Chierici, i Frati e i loro pari grado. E il “Monterubbiano d’argento” sarà portato da un famiglio, ed ognuno porterà delle candele accese che verranno offerte in elemosina alla Chiesa del Soccorso.
Per di più in detta processione oltre ai già citati, schierino i capitani delle Corporazioni – dei bifolchi, dei mulattieri e di tutte le altre arti – con la solita procedura, con grandi ceri accesi, uno per arte, e con una candela per ciascuno di essi da offrire umilmente alla sullodata Chiesa; e mentre vi si dirigono squillino tutte le campane della Città, sparino secondo il solito le artiglierie; la Compagnia assista alle Messe che in detta Chiesa devono essere celebrate; dopo di che, faccia ritorno in Città.
Provvedano anche, il giorno precedente, il Potestà e i Magnifici Priori, a rendere noto che le vie pubbliche cittadine vengano nettate da ogni immondizia, siano ornate e rese adeguatamente adatte: i contravventori di una sola delle disposizioni precedenti siano puniti a discrezione del Potestà e dei Magnifici Priori.
Per solennizzare maggiormente la ricorrenza si tengano delle fiere, si corra l’anello e si curino le istituzioni tradizionali, secondo la secolare consuetudine della nostra Città ».
Dopo di che comincia a muovere lentamente il corteo, mentre tutte le campane suonano a distesa e rimbombano i colpi delle artiglierie. Lo aprono un battistrada a cavallo e i donzelli municipali in divisa; seguono le i Religiosi delle Fraterie, i Chierici, i Sacerdoti, tutti gli Impiegati del Comune (medici, maestri, cancellieri, ecc.); un famiglio (balivo) che porta in una guantiera il ‘Monterubbiano d’argento’, e poi il Magistrato in pompa magna, cioè il Magnifici Priori e l’eccellentissimo Potestà.
In tempi più recenti si aggiunsero nuove Confraternite. Ultime schierano in lunga fila le quattro Corporazioni, guidate da’ Capitani e preceduta ciascuna dal labaro con la insegna dell’arte e dal grande cero adorno a gara di nastri e di fiori. Qua e là intramezzati alla colonna suonatori di pifferi, tamburi, cetre, violini, che intonano motivi tradizionali.
Chiudono la sfilata gli Zappaterra, richiamando l’attenzione per una costumanza caratteristica ed esclusivamente monterubbianese.
Un contadino vestito di guazzarone e in berretto rosso sostiene in mano un giovane ciliegio, tagliato a bella posta e decorato di fiori e di primizie della stagione, su un ramo del quale è assicurata con una cordicella una pica: gli sono ai fianchi due altri uomini nella stessa uniforme e con cappello di paglia, di cui uno porta la zappa e l’altro una canna e una borraccia a tracolla.
Al ritorno dal tempio di S. Maria del Soccorso verso la città, si ammira uno spettacolo curiosissimo. Lo zappaterra che porta il ciliegio, dove vede più fitta la folla accorre e finge di piantare l’albero; il compagno fa mostra colla zappa d’incalzarlo e va invece a rasentare le scarpe delle allegre villane, che danno indietro e fanno piazza; mentre il terzo, scaccia con la canna il povero uccello e grida «Sciò la pica!», e all’improvviso sbruffa dalle labbra sulla folla il vino della borraccia. E la baraonda si ripete più e più volte lungo il percorso tra il fuggi fuggi delle donne, le audacie de’ giovanotti e lo scoppiettar delle risa.
La rozza e semplice costumanza ha sapore di qualcosa di primitivo e allude esplicitamente ad una reminiscenza delle feste antichissime che celebravano i Piceni in onore dell’uccello sacro che, secondo il mito, li aveva condotti nella nostra regione. Le testimonianze più illustri sono state scritte dagli storici Festo e Strabone.
La leggenda aggiunge che il picchio sacro, svolazzando d’albero in albero, ed alternamente riportandosi sulle insegne dei Sabini in marcia, segnava la via da seguire: ed ebbe quiete solo quando, goloso com’era della robbia, una pianticella dalle bacche rossastre, ne trovò in abbondanza sul colle monterabbianese; dopo poco scomparve ed i Sabini si stabilirono nella zona. (Parrebbe che il nome Monte-rubbiano nasca dalla robbia, tant’è che essa figura nell’emblema del Comune.)
Gli zappaterra provvedono a spostare il -giovane ciliegio, finendo sui piedi del popolo in festa, mentre la pica resta legata al ciliegio della festa. Con la canna si invita l’uccello a che si muova: «Sciò la pica!» e usando la borraccia allude all’onore per la genesi della stirpe picena, forte e alacre, con lo sbruffo del vino sincero, segno d’abbondanza, motivo d’allegria.
Infine dietro agli Zappaterra, tra la ressa dal popolo che s’accoda al corteo, sfila un simbolico esercito di piccoli Sabini, quasi una scorta armata che in origine vigilava sulla “Primavera Sacra” e che, nel corso elei secoli, assicurava l’ordine durante le Sagre.
Non va altresì dimenticato che la sfilata impegna nella memoria le generazioni trascorse, a ritroso, dal milleduecento al primo medioevo, alla migrazione sabina; ed il circuito è chiuso con la saldatura dei Sabini venuti per primi, con gli ultimi, cioè i contemporanei.
Rientrati in paese e accompagnato il MAGISTRATO in Palazzo, le ARTI si recano nella Chiesa di San Francesco dove un sacerdote procede al sorteggio dei nuovi Capitani per l’anno venturo. Quindi torna ciascuna alla propria sede, che accoglie tutti i soci a fraterno banchetto, in tavoliate abbellite di verde e di fiori, festino rallegrato da suoni e da brindisi di popolari poeti improvvisati. Nel frattempo è stato prolungato all’aperto il baccanale “SCACCIO LA PICA”.

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NEPI Gabriele racconta lo scacciare la pica nella Sagra dei Piceni a Monterubbiano il giorno di Pentecoste 1965

NEPI Gabrile Scaccio la pica -parte-
Nel pomeriggio della domenica di Pentecoste usavano a Monterubbiano feste e spettacoli.
Nel medioevo, «quando tutto il popolo era cavaliere» e si ammiravano quasi con culto, la gagliardia dei muscoli e l’agilità della memoria, andava famosa la Corsa dell’anello. A Monterubbiano si svolgeva nella Piazza maggiore, resa luogo chiuso con uno steccato; in fondo il palco dei Maestrati, che presiedevano a questa bella gara di destrezza, con il Potestà, i Priori, i Consoli, i Capitani, attorniati da alabardieri e donzelli.
In piazza, montati sopra superbi cavalli coperti di gualdrappe e con briglie a borchie d’argento si agitavano i giostratori. Fuori dello steccato, per le finestre, pei balconi, intorno, la solita folla spettatrice, pronta ad applaudire o disapprovare. Ad un segnale di tromba, i cavalieri, l’un dopo l’altro, si muovono, spronano, si slanciano a corsa vertiginosa e a braccio libero, colla punta della lancia procurano di infilare un anello d’argento che pende da una corda tesa ai due terzi della lizza.
E chi riusciva nella prova s’aveva le acclamazioni del pubblico, il sorriso delle dame, e dal Magistrato non l’anello d’argento che era conservato in Comune per gli anni successivi, ma un bel fiorino d’oro.
Più tardi vennero in uso la corsa dei berberi (= berberi) col premio di scudi 12; inoltre il tiro al gallo; l’albero della cuccagna, e altri spettacoli e giochi.
Domenica sera sfilano di nuovo le Arti verso la Chiesa di Santa Maria del Soccorso per la funzione di ringraziamento, e all’uscita i vecchi Capitani consegnano ai nuovi le bandiere quasi in segno di trasmissione del comando; questi poi, in pegno di accettazione, giunti in paese, offrono alla società plaudente in piazza un rinfresco.
Sull’imbrunire, mentre il paese si va illuminando, tutti si danno alla più pazza gioia: è una frenesia di canti, suoni, danze,” rispetti “ per le vie e per le piazze, un vociar di gente (quasi ubriaca) e par di assistere ad una orgia.
Dopo le precedenti notizie desunte da Luigi CENTANNI, “Bollettino Storico Monterubbianese” n. 5 del Maggio 1903, notiamo che il tempo — come prevedeva del resto l’illustre studioso — avrebbe portato delle variazioni di luogo e di circostanza che tuttavia non avrebbero intaccato la natura della Sagra.
Così l’edizione 1965 dello Scaccio la Pica e quelle che seguiranno sono reinterpretate in costumi duecenteschi e perché il documento originale che più autorevolmente ne parla risale al 1180 (citando le immemorabili manifestazioni precedenti tale data) e perché il complesso architettonico monterubbianese — nonostante le modifiche talora intemperanti registrate nel corso dei secoli — oggi conservato nel centro storico — si armonizza con i primi due, tre secoli dopo il mille.
La designazione dei vari Capitani, delle Dame e degli Alabardieri dell’Armata è relativa alla tradizione di famiglia in ordine alle quattro Corporazioni.
La Corporazione degli Artisti raccoglie artigiani, commercianti, studenti, insegnanti e professionisti.
La Corporazione dei Mulattieri raccoglie i lavoratori che – una volta con carretto e mulo, oggi con corriere, camion e taxi — sono impegnati nel settore dei trasporti.
La Corporazione dei Bifolchi comprende mezzadri e coltivatori diretti (da cui i due ceri della corporazione).
La Corporazione degli Zappaterra raccoglie coloro che, abitando entro la cerchia delle mura sforzesche, coltivavano piccoli appezzamenti di terra in agro monterubbianese, e cioè i cosiddetti “terrazzani”. Oggi la Corporazione raccoglie i discendenti delle famiglie ‘terrazzane’ d’una volta anche se, naturalmente, hanno cambiato professione.
L’Eccellentissimo Potestà è il Sindaco di Monterubbiano. I Magnifici Priori sono gli Assessori comunali. Essi insieme formano il Magistrato.
I Consoli sono i responsabili degli Enti o istituzioni del luogo. Le confraternite degli Ordini religiosi di Frati Minori francescani, Agostiniani e Carmelitani, chiamati Fraterie, le cui congregazioni ebbero in antico Conventi a Monterubbiano, da cui le Confraternite hanno ereditato o il titolo o i benefici.
Il Capitano dell’Armata veste in bianco e rosso, i colori della Terra di Monterubbiano; lo stesso motivo adorna la mazza del comando che riceve dall’Eccellentissimo Potestà dopo la lettura del patrio Statuto, con ciò delegando al capo dell’Armata di Pentecoste tutti i poteri costituiti.
……. L’eccellentissimo Podestà che va sempre solo indossa, come i Magnifici Priori — che procedono sempre in sei — toga scura e cappa di broccato.
. I colori degli Artisti — ripetuti dalla bandiera, come del resto rispettivamente succede per le altre Corporazioni — sono il giallo e il bleu.
. I colori dei Mulattieri sono il bianco e azzurro.
. I Bifolchi portano il giallo ed il rosso.
. Gli Zappaterra vanno in verde e bianco.
Questi Zappaterra interpretano il mito dello « Sciò la Pica », in fondo al corteo che rientra in città dopo i riti religiosi che si svolgono nel Santuario di S. Maria del Soccorso. Indossano un ‘guazzarone’ antico costume chiaro che i terrazzani indossavano sopra il consueto vestimento quando attendevano al lavoro dei campi.
La Chiesa di Santa Maria del Soccorso, fino agli ultimi anni del secolo XVIII, non era dov’è attualmente, ma a mezzo chilometro a nord del paese, lungo la strada per Fermo, nel punto detto oggi la “Croce”. Cadde per le fenditure del terreno, che fecero far mossa alle fondamenta, né più fu ricostruita. Era di mediocre grandezza, a tre navate, tutta adorna di preziosi affreschi dei Maestri medievali; di tanta venerazione che il misticismo medioevale la fece meta di lunghi pellegrinaggi, e si dice che ai suoi tempi vi si recasse anche S. Francesco d’Assisi.
L’Albero degli Zappaterra, che sfila la domenica di Pentecoste, negli antichi tempi era portato fin dentro la Chiesa del Soccorso (usanza abolita dall’arcivescovo fermano, Cardinale Ferretti nel 1838) dove, sempre con accompagno di suoni e canti liturgici, veniva celebrata una Messa solenne, prima di far ritorno in paese.
Fino al secolo XVII la Processione si ripeteva il lunedì con lo stesso ordine della domenica, eccettuato il Clero; ma poi essendo stata fissata per quel giorno la grande fiera, a causa della confusione, fu dovuta sospendere.
Il terzo giorno, martedì, il corteo si rinnovava: in Santa Maria del Soccorso erano celebrate le Messe, al termine delle quali tutti lasciavano le loro offerte.
La Giostra dell’Anello, che si svolge il pomeriggio della domenica di Pentecoste, in origine si teneva in Piazza Maggiore, ridotta a luogo chiuso. Essendo oggi limitato lo spazio dell’antico sito per il prevalere dei grandi edifici pubblici sul vecchio incasato che permetteva la visione del torneo dalle finestre! e dai balconi degradanti, viene giocata al Campo Sportivo Comunale. Rimane il tradizionale percorso.
Attualmente il Palio d’argento raffigurante lo stemma di Monterubbiano sostituisce la consegna de fiorino d’oro, che rappresentava il premio della Giostra. Al fantino della Corporazione vincente spetta in soldi il valore equivalente, mentre il Palio d’argento va in consegna alla Corporazione che — a discrezione — lo conserva per un anno nel palazzo di Città (Municipio), o in S. Maria de’ Letterati (Sede del Capitolo) o in San Francesco (Sede delle quattro Corporazioni); allo scadere dell’anno sulla Bandiera della Corporazione vincente viene appuntata una medaglia che rimane a segno d’un Palio conquistato.
Il fraterno banchetto delle Corporazioni si tiene il martedì di Pentecoste.
Davanti alle Sale che ospitano le Corporazioni sono esposte le Bandiere, che ne indicano la sede ufficiale.
Il rinfresco — offerto dai Capitani entranti, tirati a sorte — viene consumato invece a S. Rocco.
== Le fasi della Sagra dei Piceni si susseguono in questo ordine:
* Venerdì
– Imbandieramento delle torri e delle mura
– Sparo delle artiglierie e suono della campana maggiore
** Sabato
– Sparo delle artiglierie e suono della campana maggiore.
– Decorazione della Bandiera della Corporazione che riconsegna il Palio sul sagrato di S. Francesco.
– Sorteggio dell’ordine di corsa dei giostranti nel Torneo dell’Anello.
*** Domenica di Pentecoste
I Figuranti delle Arti vengono accolti nel Palazzo di Città; schierano la Guardia; il Potestà riceve la loro Dama
– Gli Artisti partono dal Cassero;
– I Mulattieri partono da Porta San Basso
– I Bifolchi vengono da Porta Sant’Andrea
– Gli Zappaterra partono dal Torrione Còccaro
– Poi il ricevimento della Dama dei Palio.
Ore 11 – Schieramento delle Corporazioni in Piazza Maggiore
Lettura dello Statuto della Terra dalla Loggia del Palazzo di Città ed investitura del Capitano dell’Armata di Pentecoste
Corteo delle Corporazioni
Saluto alla folla sul Campo del Palio
Offerta dei Ceri in Santa Maria del Soccorso.
Ritorno in Città Sciò la Pica
Deposizione delle insegne nella Sala dei Priori.
Ore 16 – Corporazioni in corteo al Campo del Palio.
Saluto al Magistrato.
Delimitazione del Campo di gara con Ceri e Bandiere
Consegna delle lance ai giostranti
Pegno augurale della Dama al Cavaliere
Sfilato dei Cavalieri.
Chiamata alla partenza.
In ordine di sorteggio, tre tornate per ogni Cavaliere e assalto agili anelli via via più piccoli.
Ricomposizione del corteo e ritorno in Città.
.Premiazione del Cavaliere vittorioso in Piazza Maggiore
*Lunedì di Pentecoste
— Grande fiera
— Maggiolata alle Dame del Corteo
*Martedì di Pentecoste
— Ore 11 – Estrazione a sorte dei Messeri delle Arti
— Ore 13 – Sparo delle artiglierie per le Corporazioni a convegno.
— Fraterno banchetto delle Corporazioni.
— Ore 16,30 – Baccanale dello « Sciò la Pica » a S. Rocco.

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NEPI Gabriele Direttore didattico presenta Monterubbiano agli scolari. Sciò la pica 1965 <=scaccio la pica>

MONTERUBBIANO negli scritti di NEPI Gabriele “Monterubbiano. Sagra dei Piceni” 1965
Il paese di Monterubbiano è situato fra i fiumi Aso ed Ete Vivo, sulla vetta d’una collina pliocenica, costituita da grossi strati di conglomerati e ghiaie e di sabbie gialle, sovrapposti a potenti assise di marne turchine ricche di conchiglie fossili.
La collina di Monterubbiano è la più alta delle colline litoranee di tutte le Marche, tanto da apparire inaccessibile da ogni lato.
Il clima è mite, come dimostra la diffusa coltura della vite e dell’olivo fino alla vetta.
La flora è assai varia e va dagli esemplari preappenninici, che si riscontrano nella zona montana, a qualche ardito pioniere delle specie marittime che risale la vallata dell’Aso.
Quanto alla fauna si nota qualche rarissimo esemplare di tasso, specie nei residui di selve che ricoprono il dirupato crinale settentrionale dei monti; sui versanti esposti a mezzogiorno abbondano volpi e lepri; ambite dai cacciatori della regione.
L’origine del paese è antichissima e si perde tra le leggende dei primi abitatori Siculi ed Umbri del Piceno.
Dalla Grecia approdarono le immigrazioni micenee, risalirono le colline dell’Agro Palmense, raggiunsero la vetta del monte e vi si stabilirono, allettate dalla salubrità del clima e dalla posizione dominante, adatta alla difesa.
Ne fa fede la frequenza delle tombe sparse e delle piccole necropoli che spesso ancora affiorano nei dintorni del paese con relativi torques, braccialetti, fibule, collane, ornamenti, pendagli, elmi, pugnali, lance, tutti dell’alba dell’età del ferro, per lo più andati dispersi, ma in piccola parte conservati nel Museo di Ancona e nel Municipio.
La più comune tradizione, quella che fa derivare i Piceni da una Primavera sacra di Sabini, guidati da una pica o da un picchio nelle nostre terre, se per tutti è la leggenda che giustifica le oscurità della storia autentica, a Monterubbiano è certezza tradizionale che ha la sua riprova nel celebrare appunto la Sagra dei Piceni, costumanza nella quale gli etnologi vedono le ultime vestigia delle feste di maggio che si tributavano da tutti i Piceni in onore dell’uccello sacro, il quale primo, secondo la leggenda, li aveva guidati in queste contrade e ad esse ha dato il nome.
Altri meno numerosi ma pur importanti oggetti di scavo pavimenti a mosaico, figurine impresse, urne cinerarie, fregi marmorei, monete, bronzi provengono dell’epoca Romana.
Quando Roma (269 a.C.) s’impadronì del Piceno e mandò ad occuparne i più importanti centri, il paese non tardò ad essere prescelto dai nuovi coloni, che gli imposero il più romano dei nomi: Urbs Urbana od Urbana Civitas, cioè Città Romana. Il Laurenzi, nel 1619, riferisce che nella selva estendentesi lungo la cresta dei monti fino all’Adriatico, sorgeva un tempio dove i Piceni prestavano culto al dio Nettuno, mentre il dio Giove si aveva entro la Città Urbana are e solenni onori e che Monterubbiano «fu Colonia dei Romani, come si legge in S. Francesco, nella lapide vicino alla Porta maggiore del Convento».
Dopo la caduta dell’Impero, Monterubbiano soggiacque alle devastazioni delle innumerevoli irruzioni barbariche. Più disastrosa di tutte fu quella dei Goti nel sec. V: essi, dopo aver saccheggiato il paese, ne diedero in preda alle fiamme tutta la parte situata verso la Villa Còccaro con la maggiore fortezza, sicché coll’avanzo delle rovine i superstiti costruirono il piccolo Castello di Moresco, quasi ad avanguardia di difesa contro nuove invasioni.
Risorse lentamente ed intorno al mille compare col nome più modesto di Urbiano od Ornano, donde parrebbe derivata l’attuale denominazione, incerta ancora sull’assonanza della robbia. Nell’XI secolo vi ebbero vasti possedimenti i Benedettini di Monte Cassino, sostituiti più tardi dai Monaci di Farfa.
Nel 1175 fu saccheggiato da Cristiano, Vescovo di Magonza, Cancelliere di Federico Barbarossa. In lotta continua di prestigio coi Fermani, questi, nel 1182, costrinsero 50 primari cittadini a stabilirsi a Fermo, e nella festa dell’Assunta portavano alla Cattedrale Fermana il pallio segno di alleanza e di sottomissione alla giurisdizione dei Fermani nel rispetto della sua libertà.
Nel 1237, prevalendo la fazione Ghibellina, riconobbe Federico II. Poi nel 1244 tornò sotto il dominio della Chiesa. Di nuovo dal 1258 al 1266 soggiacque a re svevo Manfredi.
Nel 1309, Clemente V il Papa che trasferì la sede papale da Roma in Avignone, inflisse l’interdetto a Monterubbaino, per aver preso parte alla lega Ghibellina di molti Comuni marchigiani.
Ben presto nei sec. XIII e XIV raggiunse la sua maggior floridezza. Vi si contavano in quel periodo una ventina di chiese, tre conventi e dodici parrocchie, oltre al Ghetto degli Ebrei, di cui si serba tuttora l’incasato e il nome.
A somiglianza delle maggiori città, fu diviso in rioni o quartieri che erano sei: le contrade di Monte Rubbiano (o centro), di S. Nicolò, di S. Basso, di Torno, di Coccaro e di San Giovanni. Nel 1357 è registrata nelle Costituzioni Egidiane per le Marche, emanate dal Card. Albornoz, annoverata tra le cittadine medie delle Marche, a livello di Osimo, Cingoli, Tolentino. Poi le guerre, le pestilenze, le lotte civili recarono povertà e lutti.
Monterubbiano nel 1334 fu assalito e saccheggiato da Mercenario da Monteverde, tiranno di Fermo, e nuovamente fu devastato nel 1360 dai Fermani capitanati da Giovanni Visconti da Oleggio. Nel 1380 si sollevò contro Brancuccio che si era fatto tiranno della sua Patria.
Sul principio del sec. XV fu oggetto di continue incursioni a motivo delle contese fra il re Ladislao di Napoli, e i signori Carlo Malatesta e Lodovico Migliorati, signore di Fermo: Carlo Malatesta, guerreggiando contro il Migliorati, lo vinse ed il 9 gennaio 1413 entrò in Monterubbiano; ma già l’anno appresso il paese ricadeva nella soggezione di Ladislao; se non che, morto questi improvvisamente ai primi di agosto, il Migliorati tornò subito ad impadronirsene e ne mantenne il possesso. Come per rinsaldare tale dominio il 27 gennaio 1426 diede in sposa una sua figlia ad un erede della potente famiglia Brancuccio.
Monterubbiano, che si era costituito in Comune fin dal sec. XII, fu poi sempre gelosissimo della sua autonomia e non tollerò mai d’esser tenuto a feudo. Nemmeno le disastrose guerre con Fermo del ‘300 e del ‘400 riuscirono a fiaccarlo, e risollevò sempre subito il capo. All’interno dell’ordinamento politico del governo Romano, le sue franchigie municipali furono ininterrottamente piene, salvo l’annuo tributo da pagare alla Camera Apostolica.
Nel 1433 giunse il capitano milanese Francesco Sforza. Egli intuitane l’importanza strategica, trasformò Monterubbiano in fortezza imprendibile, circondandolo di baluardi e delle mura castellane di cui tuttora si ammirano i magnifici ruderi per quasi due chilometri: infatti l’esercito di suo fratello Alessandro, scacciato dalla Puglia dalle truppe di Alfonso di Aragona nel 1441, si ritirò nelle Marche e pose il campo a Monterubbiano, dove s’intrattenne per 4 mesi, recando gravi molestie al paese ed ai luoghi circonvicini. Pochi anni dopo, nel 1450, Carlo degli Oddi di Perugia, Capitano di Santa Chiesa, campeggiò anch’egli con l’esercito a Monterubbiano.
Il comune di Monterubbiano ebbe proprie leggi e propri Statuti, scelse da sé Consoli e Potestà, si difese dalle incursioni. E Fermo, che pure se lo vedeva vicino davanti agli occhi nel panorama, non riuscì a togliergli la propria giurisdizione statutaria. Cavallerescamente trattandolo da pari a pari, in un’ordinanza dell’8 dicembre 1458 diretta a tutti i castelli del suo Comitato, statuì che i Monterubbianesi venissero considerati in tutto e per tutto uguali ai cittadini fermani.
Un’altra prova della stima nella quale i monterubbianesi erano tenuti dai fermani si deduce dal posto onorifico assegnato loro nella famosa Cavalcata, dove primo sfilava il valletto di Monterubbiano, recante in mano in un drappo verde il gonfalone, in mezzo a due valletti del Comune di Fermo:
Nel 1466 accolse una numerosa colonia di Albanesi, profughi della loro Patria, dopo la morte del grande condottiero Giorgio Skanderbegh, per non soffrire il giogo mussulmano di Maometto II, e man mano li assimilò. Risale appunto a questa immigrazione albanese la famiglia Mircoli (da Mirko) ammessa alla cittadinanza, poi moltiplicatasi in numerosissimi rami.
Finalmente, dopo tante calamità e depredazioni, tacciono le vicende guerresche e succede un periodo di relativa quiete. Nel 1586 Monterubbiano fu da Sisto V tolto al Governo Generale della Marca e posto alle dipendenze del Presidiato di Montalto, fissandolo però quale centro di mobilitazione per tutte le truppe del Presidiato stesso.
Per altri gli ulteriori tre secoli soggiacque pacificamente al Governo papale fino all’epoca della occupazione francese del 1797. In questo breve periodo del Governo francese repubblicano venne assegnato, per ragioni politiche, al Cantone di Petritoli; ma subito dopo, sotto il primo Regno Italico (1808), divenne uno dei centri amministrativi pel Dipartimento del Tronto, con giurisdizione su vari paesi finitimi ed ebbe aggregati i paeselli di Moresco e di Torchiaro.
Ripristinato nel 1816 il Governo Pontificio, Monterubbiano fu da Pio VII dichiarato sede del Governo Distrettuale di 2° Ordine con Giurisdizione sugli stessi paesi che poi fecero parte del suo Mandamento.
I moti del 1831 e del 1848 registrano parecchi cittadini cospiratori e volontari nelle guerre d’indipendenza. Definitivamente, nel 1860, coll’annessione delle Marche, venne unito al Regno d’Italia ed elevato a capoluogo di Mandamento.
Nella grande guerra 1915-1918 immolò 62 dei suoi migliori figli; e 27 nell’ultimo conflitto mondiale 1939-1945.
La popolazione di Monterubbiano nella nuova epoca della Repubblica Italiana è variata da abitanti 4123 nell’anno 1951 a 2387 abb. cinquant’anni dopo, nel 2001. Oggi Monterubbiano è notevole centro agricolo in cui sono presenti esportatori ed operatori interessati alla produzione di frutta e di ortofrutticoli. Vi sono attivi l’artigianato e il commercio. Sono favorevoli le prospettive turistiche assicurate dall’amenità del sito, dalla ricchezza delle tracce storiche e dalla intensa cordialità di accoglienza da parte dei suoi figli.

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POESIA DI GAETANO SBAFFONI SULLA PASQUA dedicata alla nipotina che gli aveva scritto gli auguri

Alla nipotina Maria Grazia: lettera del nonno Gaetano
E’ PASQUA!
Oggi scrivo in tutta fretta,
e con gran soddisfazione,
non curando occupazione
per risponderti, Grazietta!
La tua bella paginetta
scritta ben con attenzione
dà al cuor consolazione:
sei una brava scolaretta!
Ora è Pasqua, mia Grazietta,
primavera tutta in fiore
spira ovunque gioia e amore
nella festa benedetta.
Fra i bei prati profumati,
l’acqua chiara, cristallina
sgorga giù dalla collina
tra i fioretti dei fossati.
E le bimbe in vesti chiare
stanno allegre sotto il sole,
profumate di viole
non si stancan di giocare!
Pure te vorrei vedere
come giochi in mezzo al prato,
ed io pur sarei beato
in sì liete e fresche sere.
Viver lieto e spensierato,
senza pesi, né malanni,
vecchio, stanco riposarmi,
dai nipotini accarezzato.
In sì bella primavera,
con Gesù resuscitato
che perdoni ogni peccato
tutti pregan e tutti speran!
Pure tu, Grazietta mia
volgi al del la tua preghiera
a Gesù, in sulla sera,
che salute ognor ti dia.
Prega tu che sei innocente
per la mamma e per il tuo papà
perché possano campare
lunga vita allegramente.
Prega ancor la Madonnina
perché in chiesa, a casa e a scuola,
la tua mamma si consola,
nel vederti assai bravina!

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FERMO E LA LEGA FIORENTINA CONTRO IL PAPA. Nuovi Statuti Fermani. Notizie desunta anche da un articolo di NEPI Gabriele

IL MAGISTRATO FIORENTINO DEGLI OTTO PER LA GUERRA DETTO DEGLI OTTO SANTI CONTRO IL PAPATO col motto “Libertas” 1375-1378. Poi Fermo fa nuovi Statuti. ( Notizie desunte da un articolo di NEPI Gabriele)
Nel 1374 Firenze soffriva per la carestia e per la peste. Roma soffriva per l’assenza del papa. Dal 1309 al 1377 sette papi tutti francesi risiedettero ad Avignone. Un breve ritorno di Urbano V a Roma dal 1367 al 1370 aveva accresciuto la delusione nello Stato Romano.
Il comune di Firenze si mise contro il papa e cercò alleanze con le città ribelli di questo Stato. Nel 1376 alla Lega Fiorentina aderirono quasi tutte le città dello Stato pontificio. I Fraticelli fomentavano nel popolo la ribellione contro il lusso papale ad Avignone. La magistratura fiorentina “degli otto” della guerra affidò l’esercito al tedesco Corrado di Svevia
Gregorio allora chiamò i soldati mercenari ed inviò in Italia bretoni e inglesi (quest’ultimi capeggiati da Giovanni Acuto). Essi si diressero verso Firenze e verso il settore adriatico, per dare una “lezione” agli insorti. Ci furono eccidi a Faenza nel 1376 e a Cesena nel 1377. La scomunica fulminata contro i ribelli da Gregorio XI ebbe effetto. Molti ruppero le relazioni diplomatiche con la lega per timore di essere a loro volta scomunicati.
La magistratura fiorentina per la guerra aveva assoldato il tiranno di Fermo Rinaldo da Monteverde per indurre Ascoli Piceno a passare nella lega dei rivoltosi. Negli Statuti Ascolani redatti nel 1377 “Statuti del Comune e Statuti del Popolo” nel proemio si dichiara che servivano a onore, trionfo ed esaltazione della felice lega della italica libertà e di tutti gli altri collegati massimamente dei magnifici comuni delle città di Firenze e di Perugia.
Tra Firenze ed Ascoli Piceno ci fu in quell’anno uno scambio di ufficiali pubblici. In questi stessi statuti si invocano onore e riverenza alla sacrosanta Chiesa Romana insieme con la conservazione della perpetua Libertà e dello Stato ecclesiastico e dello Stato popolare.
Un fatto singolare si inquadra nel contesto di questa lega. Ascoli voleva aderire, ma vi fu immediata repressione del vicario papale Gomez Albornoz, il quale proibiva persino di pronunciare la parola dei ribelli ‘Libertas’. Ascoli chiese aiuto ai vicini; aiuto disperato, perché contro di essa dalla valle del Tronto venivano le truppe della Regina Giovanna di Napoli in aiuto all’Albornoz.
Il “grido di dolore” fu raccolto dal tiranno di Fermo, che allestì immediatamente un esercito di diecimila uomini e corse a liberare Ascoli, con cui anni prima (1348) era stata in guerra. Coluccio Salutati, il cancelliere del Comune di Firenze, mandò ai fermani una nobilissima lettera di ringraziamento per aver salvato Ascoli, caposaldo importante per la Lega. “Per vostro merito” dice fra l’altro.
Alla fine però la Lega ha la peggio! Le sollecitazioni dei fedeli, in particolare di Caterina Benincasa da Siena inducono il papa a ritornare a Roma, come avviene definitivamente il 13 gennaio 1377. Egli sollecita tutti a trattare la pace, in una fase di stanchezza generale, ma muore nel 1378 e gli succede Urbano VI napoletano; con lui si addiviene ad un trattato di pace.
Firenze nel 1378 era in difficoltà accresciute dall’interno tumulto dei Ciompi. Nelle condizioni conclusive si obbliga Firenze a sborsare 250.000 fiorini d’oro. Anche Fermo, e Ascoli debbono versare la loro quota. Fermo decide di sbarazzarsi del tiranno Rinaldo da Monteverde, come avviene, cacciandolo nel 1379 il 24 agosto, giorno ricordativo secondo gli Statuti dei Fermani scritti nell’anno 1380 (pergamena 1006), giorno dell’apostolo san Bartolomeo.

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CONDIVI ASCANIO BIOGRAFO CHE RIVALUTA MICHELANGELO BUONARROTI. Notizie desunte da un articolo di NEPI Gabriele

CONDIVI ASCANIO DI RIPATRANSONE Biografo del Buonarroti. Notizie desunte da un articolo di Gabriele NEPI
Ascanio Condivi nato nel 1525 a Ripatransone (AP), si recò ventenne a Roma, allontanandosi dalla casa paterna e dai quattro fratelli per avvicinarsi allo zio Francesco, che era nella corte papale come notaio dei Mandati Camerali.
Dal sodalizio fu introdotto nel 1549 nel laboratorio di Michelangiolo Buonarroti (1475- 1564)) artista di gran celebrità. Nel 1553 Ascanio Condivi, per desiderio del papa Giulio III, pubblicò la sua appassionata e particolareggiata biografia dell’amico Buonarroti correggendo qualche notizia inesatta di Giorgio Vasari. Michelangelo si affezionò subito al mite Condivi, del quale ammirava la bontà d’animo. Per alcuni Michelangelo sembrava burbero, ma la nuova biografia ne fece apprezzare l’indole.
Trentenne, nel 1555 a Civitanova Marche il Condivi celebrò le nozze con Porzia Caro, figlia di Giovanni fratello di Annibal Caro, già celebre letterato. Non sembra improbabile che il Caro perfezionasse il testo del parente Condivi per maggior pregio letterario.
Il Condivi aveva riflettuto sull’idea di scrivere la vita del Michelangelo, parlandone con lo stesso personaggio narrato nella biografia. Scrive “Mi diedi con ogni attenzione e ogni studio a osservare e mettere insieme non solamente i precetti ch’egli mi dava dell’arte, ma i detti, l’azione e i costumi suoi, con tutto quello che mi paresse degno di maraviglia e d’imitazione o di lode in tutta la sua vita, con animo ancora di scriverne a qualche tempo”.
Nel 1550 era apparsa la Vita del Vasari, ma Michelangelo non ne fu soddisfatto. Lo stesso Ascanio Condivi lamenta che vi sono “alcuni che scrivono di questo raro uomo… da canto hanno detto cose che mai non furono; dall’altro lassatene molte di quelle che sono dignissime di essere notate”. Michelangelo, come accennato, aveva intravisto nel Condivi il suo biografo; questi non era un letterato di grido, tuttavia avrebbe ritratto docilmente e diligentemente la figura del maestro.
Con destrezza e con lunga pazienza “cavò le notizie dal vivo oraculo” del sommo artista, il quale non doveva essere certo insensibile all’iniziativa del Condivi. Dato il suo carattere fiero e chiuso, non avrebbe palesato ad altri la sua vita famigliare, se non avesse veduto nel Condivi colui che lo avrebbe celebrato per la posterità. La Vita di Michelangelo, compilata tra il 1550 e il 1552, uscì a Roma per i tipi di Antonio Biado nel 1553. Andò a ruba.
Nel 1568, il Vasari che si sentì offeso dal giudizio dato dal Condivi sulla biografia dell’artista, ne fece una seconda, saccheggiando, per quanto riguarda Michelangelo, quella di Condivi, senza mai citare l’autore, anzi lo citò una sola volta “con astio e veleno”, descrivendolo come pittore senza frutto.
Condivi invece, che pare sia stato iniziato alla pittura dal monterubbianese Vincenzo Pagani, operò con una discreta fama nelle Marche. Dipinse gli stemmi della città natia e dei Farnese. Nel 1571 ottenne da Alessandro Farneseil titolo di città per Ripatransone.
A Ripatransone, sua patria, si conservano 15 quadretti dei Misteri della Vergine. A lui sono attribuiti anche la Deposizione, con influssi michelangioleschi, e la Madonna con Bambino che si trova nella casa di Michelangelo, su schizzo dello scultore stesso.
La morte avvenuta il 10 dicembre 1574 per annegamento mentre attraversava il torrente Menocchia rigonfio d’acqua, gli tolse la possibilità di raccogliere le rime e le tavole di “anatomia pittorica”, che egli vagheggiava di raccogliere ad onore e gloria di Michelangelo.
Condivi ha il merito di essere stato il più efficace ed attendibile biografo di Michelangelo. La “Vita di Michelangelo Buonarroti, pittore scultore e Architetto e gentiluomo fiorentino, pubblicata dal suo scolaro Ascanio Condivi”, vide la luce in seconda edizione a Firenze nel 1746 corretta ed “accresciuta con ritratto del medesimo ed altre figure in rame”. Seguirono altre edizioni.
Merito del Condivi è quello d’aver fatto conoscere in tutto il mondo colui che alzò un “Nuovo Olimpo ai celesti” con una narrazione viva, aderente alla realtà, di aver compilato la vita di questo gran “Maestro”, in tutte e tre le nobili professioni e nella poesia ancora piena di maestà e di sodezza e che fece esclamare all’Ariosto: “Michel più che mortale, Angiol divino”.
Cfr. NEPI Gabriele, “Curiosità storiche su Fermo e il Fermano” Fermo 1996 pp. 152-154

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DON BOSCO A FERMO IL GIOVEDI’ GRASSO 1867 E IL CARD. FILIPPO DE ANGELIS- Desunto da un articolo di Gabriele Nepi

DON BOSCO A FERMO e si intrattiene con il cardinal Filippo De Angelis. Notizie da un articolo di NEPI Gabriele
Nei giorni 27 e 28 febbraio 1867, si preparava e festeggiava il “giovedì grasso”, si era in pieno tempo di carnevale e a sera da Roma, dopo un faticoso viaggio, giungeva a Fermo l’ormai famoso Don Bosco, accompagnato dal suo fedele segretario Don Francesia.
Don Bosco veniva a salutare e a rivedere il suo amico, l’arcivescovo Cardinale Filippo de Angelis, che aveva conosciuto a Torino dove, dal 1860 al 1866, era stato mandato in esilio dal governo piemontese.
Dopo la battaglia di Castelfidardo (18 settembre 1860), i Piemontesi avevano invaso le Marche, avevano innanzitutto soppresso ordini e congregazioni religiose confiscandone i beni, abbattuto gli stemmi pontifici e mandato in esilio il De Angelis, perché vedevano in lui il fiero oppositore del nuovo governo e il punto di riferimento dei “nostalgici” pontifici.
Il Card. De Angelis fu tenuto in esilio per sei anni, ospitato a Torino nella casa dei padri Lazzaristi e sorvegliato a distanza dalla polizia di Cavour. Don Bosco lo andò a visitare per la prima volta nell’aprile del 1861. Conosceva di fama il card. De Angelis (si occupò di lui anche il regio commissario per le Marche Lorenzo Valerio) e il De Angelis conosceva anch’egli di fama il sacerdote Giovanni Bosco, che due anni prima aveva fondato i Salesiani.
Tra i due, nacque una nobile amicizia sostanziata da reciproca stima e ammirazione. De Angelis era molto quotato in Vaticano. Gli incontri fra Don Bosco e il Cardinale furono frequenti. Don Bosco andava spesso a trovare il porporato. L’esilio è sempre triste ed essere confinati, non è certo “idilliaco” tanto più che nel 1849 De Angelis aveva subito un altro esilio in Ancona, durato cento giorni.
Nel 1866, una disposizione del ministro Bettino Ricasoli permise ai Vescovi e prelati esiliati in Piemonte o rifugiatisi a Roma, di poter tornare alle loro sedi. De Angelis era libero. La notizia non gli fu notificata personalmente, ma venne data al superiore delle Case dei Lazzaristi dove era ospitato. Tuttavia poté tornare a Fermo nel novembre 1866.
Intanto Don Bosco che, come detto, aveva fondato i Salesiani, non riusciva dopo quasi otto anni ad avere l’approvazione pontificia. Da Torino si era recato a Roma, accompagnato dal suo segretario don Francesia. Nella città eterna aveva contattato vari prelati e cardinali, ma invano.
L’approvazione della Santa Sede non arrivava. Pensò allora al suo amico Card. De Angelis e da Roma venne direttamente a Fermo a trovarlo. Inutile dire che fu accolto con la più festosa cordialità. Dopo qualche mese i due si ritrovavano non più nell’esilio di Torino, ma nella sede arcivescovile del cardinale, a Fermo.
Nel frattempo De Angelis era stato nominato camerlengo di Santa Romana Chiesa; il suo “peso” e la sua influenza erano aumentati. Era inoltre stimato moltissimo da Pio IX. Chi meglio di lui poteva aiutare Don Bosco per ottenere l’approvazione pontificia della Società Salesiana? Il Card. De Angelis prese a cuore la cosa e la sospirata approvazione venne.
Nel suo soggiorno a Fermo, Don Bosco visitò la città, il seminario e parlò ai chierici. Uno di essi, Domenico Svampa, che sarà poi Arcivescovo e Cardinale a Bologna, gli lesse una poesia da lui composta che Don Bosco gradì moltissimo. E così i Salesiani, ora sparsi in tutto il mondo (sono 18.000) con scuole, istituti di educazione, ospedali, missioni e università, furono approvati grazie all’interessamento del Card. De Angelis, amico ed estimatore di Don Bosco.

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