ISCRIZIONI DELLE SIBILLE NEL SACELLO DELLA MADONNA DELL’AMBRO, DIPINTE SEC. xvii. MARTINO BONFINI

Iscrizioni assegnate alle Sibille nei dipinti di M;artino Bonfini nel sacello della Madonna dell’Ambro  (C. Tomassini – A. Vesprini)

ERITHFA <intendi Eretria>

UMILIABITUR PROLES DOMINA UNIETUR HUMANITATI DIVINITAS.

= Il Figlio Sovrano si umilierà: si unirà la Divinità all’Umanità.

CUMANA

MAGNUS AB INTEGRO SECULORUM NASCITUR ORDO IAM REDIT ET VIRGO

REDEUNT SATURNIA REGIAQUE NOVA PROGENIES CELO DIMITTITUR ALTO.

= Un potente ordine è originato dalla pienezza dei secoli:

E di già arriva la Vergine; le feste di Saturno tornano

e la regale Progenie è novità che discende dall’alto dei cieli

AGRIPPA <int. Agrippense>

Senza iscrizione

HELLESPONTICA

Senza iscrizione.

DELPHICA

NASCETUR PROPHETA ABSQUE MATRIS COITU EX VIRGINE EIUS.

= Un Profeta nascerà dalla Vergine sua Madre, senza coito.

CHIMICA (Int. Cimmeria)

IN P(ROPRI)A FACIE VIRGINIS ASCENDET PUELLA FACIE PULCRA SEDENS

 SUPER SEDEM STRATAM PUERUM NUTRIENS DANS EI IUS PROPRIUM.

= Nella propria bellezza di Vergine, la giovane dal bel volto

si eleverà, mentre in una dimora preparata

nutre il bimbo dandogli la dignità propria.

LIBICA

UTERUS MATRIS EIUS ERIT STATERA CUNCTORUM.

= L’utero di sua Madre sarà valore di misura di tutti.

SAMIA

ECCE VENIET DIVES ET NASCETUR DE PAUPERCULA.

Ecco venire il ricco e nascerà da una poverella.

PERSICA <int. Persiana>

ET GREMIUM VIRGINIS ERIT SALUS GENTIUM.

= Poi il grembo della Vergine sarà la salvezza dei popoli.

FRIGIA

ANNUNCIABITUR IN VALLIBUS DESERTORUM VIRGO

= La Vergine sarà annunciata nelle valli dei deserti.

TIBURTINA

O FELIX ILLA MATER CUIUS UBERA ILLUM LACTABUNT.

= Oh felice quella Madre le cui poppe lo allatteranno.

SIBILLA <anonima forse Ebraica>

<Cfr.G: FLAVIO, Antichità giudaiche. I 4, 118>

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DIPINTI I SANTI PELLEGRINI NEL SANTUARIO DELLA MADONNA DELL’AMBRO A MONTEFORTINO DI FERMO

SALVATORE TRICARICO: DIPINTI AL SANTUARIO DELLA MADONNA DELL’AMBRO (Montefortino FM)

1999 – SAN SERAFINO DA MONTEGRANARO

San Serafino nacque nel 1540 a Montegranaro da genitori umili ma cristiani.  Da ragazzo lavorò per un certo tempo come garzone.

A 18 anni si presentò al convento  dei Cappuccini di Tolentino. Fu accolto qui e fu trasferito poi in quasi tutti i conventi delle Marche. I superiori apprezzavano in lui la bontà, la povertà, l’umiltà, la purezza e la mortificazione.

Fu incaricato agli uffici  di portinaio e di questuante. Viveva a contatto con i più svariati ceti e sapeva trovare le parole più delicate per ciascuna persona in modo da condurla a Dio. Dal 1590 fu stabilito definitivamente ad Ascoli Piceno. La città si affezionò a lui che era un messaggero di pace e di bene. La sua parola riusciva a comporre situazioni contrastanti, ad estinguere odi inveterati e ad infervorare alla virtù:  umiltà, penitenza, lavoro e tanta pazienza.

Pregava di continuo e Dio lo aiutava in cucina, alla porta, nell’orto, alla questua, concedendogli carismi per i miracoli,  per l’introspezione dei cuori, per saper confortare gli altri cristianamente. Rimaneva contento unicamente di amare Dio e il prossimo. Era affezionato al Crocifisso e alla corona del rosario..

A 64 anni sorella morte lo colse il 12 ottobre 1604. La fama lo diceva santo. Fu canonizzato da Clemente XIII il 16 luglio 1767.

Dipinto di Salvatore Tricarico nel santuario della Madonna dell’Ambro

2001:  SAN LIBERATO DA LORO

Nei Fioretti che raccolgono le memorie di primi frati francescani, al capitolo 37 si parla di un giovane nobile che san Francesco chiamò con sé, ma il suo nome non v’è scritto. Anche nei capitoli 46 e 47 si narra la vita di questo anonimo che gli studiosi riconoscono in Fra Liberato da Loro.

Nel secolo XIII le guerre tra i cittadini e tra i Comuni mietevano moltissime vittime in Italia, tra distruzioni, inganni, rapine, prepotenze. Voce di pace era il Vangelo proclamato ed accolto dalle persone umili che volevano sostituire l’amore all’odio con cuore pacifico. Ne diede l’esempio il ricco Francesco d’ Assisi, chiamato poi il poverello che fu seguito da schiere di religiosi, convertiti come lui dall’ardore del Cristo crocifisso e risorto.

Secondo i biografi san Liberato nacque in un anno attorno al 1215, dalla discendenza dei signori di Loro Piceno. Nella vita di san Francesco risulta che egli attorno al 1234 venne a Roccabruna, nei pressi di Sarnano, e accolse nel suo Ordine un ricco e gentile cavaliere che poi fu onorato come modello di perfezione. Per seguire il Vangelo, rinunciò alle comodità,  studiò e fu ordinato sacerdote nel 1240 circa. Morì prima del 1258.

Si distinse per la contemplazione e la solitudine, nell’eremo di Soffiano, racchiuso dal verde montano.  Nei Fioretti si narra che  attorno a Fra Liberato in preghiera si soffermavano gli uccelli. Del santo si dice che professò in modo eroico la fede in Cristo fino al martirio bianco, conseguente alla vita penitente.  Prima della sua morte ebbe la consolazione di visioni celesti della Madonna, degli angeli e di tre sante vergini.

Molti prodigi attirarono la venerazione popolare che ha considerato san Liberato nel cielo degli Eletti, e nel 1713 Clemente I papa lo riconobbe venerabile e fu canonizzato nel 1868 da Pio IX. Molto frequentata la sua tomba nella chiesa di San Liberato tra San Ginesio e Sarnano.

Dipinto di Salvatore Tricarico nel santuario della Madonna dell’Ambro

2006:  BEATO  ANTONIO DA AMANDOLA

Antonio Migliorati nacque ad Amandola il 17 gennaio 1355 da padre contadino. La fama dei santi agostiniani lo spinse ad entrare nel convento del paese nativo, dove fu ordinato sacerdote. Poi passò circa dodici anni nel convento di Tolentino, quindi  a Bari, da dove ai primi del sec. XV fece ritorno ad Amandola, dove fu superiore del conventino, che fece ampliare e accanto al quale diede inizio alla costruzione di una nuova chiesa.

Era ammirato  per l’umiltà, lo spirito d’obbedienza e di mortificazione e per lo zelo apostolico. La venerazione rimase dopo la morte la morte, sopravvenuta il 25 gennaio 1450. Nel 1453 il suo corpo fu sistemato in un’arca di legno sopra un altare che si intitolò al suo nome, mentre i prodigi (persino la resurrezione di morti) si moltiplicavano. Ogni anno è stato celebrato il “dies natalis”. Nel 1759 Clemente XIII ascrisse Antonio nel numero dei beati. Nel 1890 Leone XIII concesse l’indulgenza plenaria ai visitatori del suo santuario.

Il beato Antonio da Amandola si recava pellegrino al santuario della Madonna dell’Ambro ed il nuovo dipinto del 2006 fa notare la sua fiducia nel Vangelo di Gesù Cristo, il Figlio di Dio  che ha vinto ogni male per mezzo della sua risurrezione dalla morte. “Chiamo Lui, speranza mia” pregava il beato Antonio.

La persona pellegrinante  gusta la dolcezza di affidare ogni speranza a lui, in attesa della visione beatifica. Il risorto farà risorgere chi in lui confida e lo rende partecipe della sua gioia attraverso la Madre Maria. L’esempio del beato amandolese attira i pellegrini  a recarsi dalla stessa Madonna, anche per recuperare le radici storiche della  nostra tradizione culturale cristiana.

Dipinto di Salvatore Tricarico nel santuario della Madonna dell’Ambro

2008:  S. GIACOMO DELLA MARCA

San Giacomo da Monteprandone soprannominato ‘della Marca’ nacque nel 1394 e si occupò di giurisprudenza. A 22 anni, in Santa Maria degli Angeli, ricevette il saio francescano da San Bernardino da Siena. Si diede alla predicazione, con grande successo, non solo in Italia, anche in Bosnia, in Boemia, in Polonia e in l’Ungheria, per sincera e umile obbedienza.

Era esemplare nel condurre una vita penitente. Era casto, in ogni aspetto e, tormentato da tentazioni, si disciplinava. Malato, ebbe sei volte l’Estrema Unzione,  resistette fino agli ottanta anni, nella faticosa vita dei predicatore  itinerante. Tra i temi della sua predicazione san Giacomo insisteva sulla pacificazione e sulla correzione dei vizi degli avari, e degli usurai che erano chiamati da San Bernardino ” succhiatori del sangue di Cristo “.

Per sconfiggere l’usura, San Giacomo della Marca ideò i Monti di Pietà, dove i miseri potevano impegnare le proprie cose, ad un interesse minimo. Colto da terribili coliche, questo magro  predicatore temeva soltanto che il dolore fisico lo distraesse dalla preghiera. Nelle ultime ore della sua vita chiedeva perdono per i cattivi esempi che avesse dato.

Morì a Napoli, nel 1476, dicendo: ” Gesù, Maria. Benedetta la Passione di Gesù “.

Dipinto di Salvatore Tricarico nel santuario della Madonna dell’Ambro

2010:  BEATA M. ASSUNTA PALLOTTA

La Beata Maria Assunta Pallotta, nata  a Force nel 1878, da ragazza  intraprese l’umile vita lavorativa, per aiutare la sua famiglia e si dimostrava assidua  nella preghiera. Quando poteva andare in chiesa restava dinanzi al SS. Sacramento. Indossava anche il cilicio. Prestava aiuto agli anziani, in particolare alla sua povera vicina. Amava leggere le vite dei santi, e recitava il rosario, suo inseparabile amico.

Nella serata di carnevale del 1897, ricevette la chiamata divina nel partecipare al ballo nel palazzo comunale,  dove fu avvicinata da un giovane che le chiese se poteva darle un bacio. Rifiutò. Da quel momento la piccola Assunta pensò di dedicarsi ad una vita monastica a servizio dei bisognosi. A venti anni, ammessa tra le Francescane Missionarie di Maria, divenne novizia presso i monasteri di Firenze Roma e Grottaferrata.

Nel 1904 si unì alle suore che andavano in missione nella Cina dove fu infermiera e cuoca presso la missione, con tanta bontà d’animo e semplicità, tali che molte persone erano ammirate dal suo operare ispirato all’amore divino. Nel 1905, malata di tifo, serenamente morì il 7 aprile. Il funerale fu accompagnato da un grande pellegrinaggio di gente.

Molti miracoli avvennero per intercessione di suora Assunta, per cui fu avviata la causa di canonizzazione e nel 1913 riesumandosi il corpo di Assunta, venne trovato incorrotto. Nel 1954 venne proclamata Beata.

Dipinto di Salvatore Tricarico nel santuario della Madonna dell’Ambro

2012:  SAN BENEDETTO GIUSEPPE LABRE

San Benedetto Giuseppe nacque in Francia nel 1748 ed è conosciuto come Il vagabondo di Dio, per il suo esempio di povertà praticata pellegrinando in Fede, Speranza, Carità, Umiltà, Orazione, Pazienza e Mortificazione cristiana, per giungere alla patria del Paradiso. Respinto da vari monasteri, visse la vocazione del pellegrino penitente e si calcola che in 13 anni ha visitato i santuari  di Germania, Francia, Spagna e Italia.

Giunse a Roma nel 1777, e visse sotto un’arcata del Colosseo; predicava il Vangelo con l’esemplare umiltà. Morì qui il 16 aprile del 1783, a 35 anni. Venne sepolto, con grande partecipazione di popolo, nella chiesa di Santa Maria ai Monti. Beatificato da Pio IX, venne canonizzato nel 1881. Questo santo vagabondo di Dio è il patrono dei barboni, dei mendicanti e senzatetto.

I pellegrinaggi di San Benedetto Giuseppe Labre in Italia sono ricordati in particolare per i santuari di Loreto, Assisi e Bari (San Nicola) ed hanno il doppio valore: devozionale e penitenziale.  L’immagine pittorica di Salvatore Tricarico realizza la figura del santo, nel paradosso cristiano di presentare la forza nella debolezza.

La povertà lo arricchisce avvicinandolo a Dio. Dallo sguardo traspare l’indicibile “beatitudine” nell’unione spirituale intima con il Signore vivendo i valori evangelici come pellegrino in cammino verso la “patria del Paradiso”. San Benedetto Giuseppe ha creduto alla gloria della croce nella donazione di sé mettendosi alla sequela di Gesù immolato e risorto.

GRAZIE

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MIOLA GABRIELE sacerdote docente Sacra Scrittura vita a servizio dello Spirito Santo.

Preghiera

Grazie, Padre Santo, che mi hai chiamato alla vita e tre giorni dopo la mia nascita al fonte battesimale su di me hai detto: “tu sei mio figlio”. Nel tuo Figlio mi hai fatto figlio e per lo Spirito mi hai reso partecipe della tua vita divina. Non finirò mai in questa vita di renderti grazie e gloria per l’amore che hai riversato su di me; solo nell’eternità potrò conoscere la grandezza del tuo disegno d’amore e lodarti per sempre.

Grazie per i miei genitori, babbo Angelo e mamma Pierina, attraverso di loro ho imparato a pregarti e da loro ho ricevuto gli insegnamenti della fede.

Grazie per il bene che ho avuto dalla scuola, dai miei insegnanti e dai miei compagni e soprattutto per la vocazione che hai fatto sbocciare in me attraverso l’allora seminarista Damiano Ferrini. Grazie per il seminario in cui ho compiuto gli studi dalla media al liceo e dove attraverso i superiori ho potuto maturare e confermare la tua chiamata.

Ti ringrazio particolarmente per avermi chiamato ad essere prete nella tua Chiesa e per avermi dato l’opportunità di fare gli anni della teologia a Roma e soprattutto di avermi aperto la porta, attraverso i miei superiori, per fare gli studi biblici e di vivere intensamente, appena dopo l’ordinazione, gli anni del Concilio.

Ogni periodo, Padre, è stato ricco della tua presenza amorosa e pieno delle mie incorrispondenze e dei miei peccati, debbo dire, sempre più numerosi e gravi man mano che passavano gli anni e crescevano le responsabilità. Imploro misericordia e perdono per tutte le mie infedeltà e tutti i miei peccati, Padre di ogni misericordia.

Ti ringrazio, Padre santo, per tutte le persone che mi hai poste accanto: oltre ai miei genitori, i miei fratelli Pietro e Umberto, che si sono prodigati in ogni modo per rendermi possibile il cammino di seminario e di studio verso il sacerdozio; anche mia cognata Fulvia, la moglie di Umberto, mi è stata vicina nel mio cammino di prete ed io le sono stato vicino nella sua precoce vedovanza. Ti ringrazio per i due miei nipoti, Massimo e Mariagrazia, e poi per le persone, i preti, i superiori, i vescovi che mi sono stati vicini e mi hanno arricchito con le loro premure e del loro affetto.

Ti ringrazio per il Concilio Vaticano II, celebrato proprio all’alba del mio ministero, e perché in questa stagione conciliare mi hai fatto toccare con mano la forza rinnovatrice del tuo Spirito e una nuova fioritura primaverile per la tua Chiesa. Donaci di essere fedeli a quello Spirito che ci ha dato il Vaticano II e che coloro che hai posto come pastori della tua Chiesa, in mezzo al turbinio dei cuori accecati dall’orgoglio, rimangano saldi a guidare i passi, altrimenti incerti, dei tuoi figli.

Non so, Padre, quanto ancora di vita mi darai in questa terra; donami fede e fa che ti possa lodare per “sora nostra morte corporale, dalla quale nullo homo vivente può scappare”; fin d’ora voglio accoglierla quando e come tu verrai mi venga incontro. Ti prego che tutte le benedizioni, con le quali mi hai benedetto in Cristo Gesù, portino per me frutto di pace, di amore e di vita eterna nella tua casa, Padre, per la forza del tuo Spirito, per lodarti in eterno, Santa Trinità, insieme alla Santa Vergine Maria, madre del tuo Figlio e mia, e insieme agli angeli, ai santi e, lo credo con tutto il cuore, insieme ai miei cari AMEN.

4 Giugno 2006                                        Miola sacerdote Gabriele

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DOMENICA XIX TEMPO ORDINARIO ANNO C. PARROCO BLASI MARIO VANGELO LUCA 12,32

XIX DOMENICA ORDINARIA (Lc 12,32-38)

“Non temete, piccolo gregge, perché al Padre vostro è piaciuto darvi il suo Regno”.

Dio Padre ha scelto un piccolo gregge per portare il Suo Regno nella storia. Questo piccolo gregge non deve aver paura nelle difficoltà. Dio lo guida e lo protegge. Portare l’Amore di Dio nel cuore di ogni uomo non è un compito facile, anche se il cuore dell’uomo è fatto per accogliere la bontà di Dio: bontà che deve essere accolta e ridonata.

Il cristiano sia sempre pronto ad accogliere Gesù e il Suo messaggio, sia figlio della luce, viva felice nonostante le difficoltà di ogni giorno.

Il cristiano fedele e sincero è accolto nella Casa del Padre. Il Signore lo fa mettere a tavola ed Egli passa a servirlo. Cosa stupenda ed inimmaginabile: il padrone stesso si fa servo! Così deve fare ogni uomo che ha in mano il potere religioso o civile. Chi ha in mano il potere è chiamato a servire. Solo Gesù si è fatto servo di tutti, donando la vita.

I dominatori di questo mondo sono chiamati ad imitare Gesù Salvatore. Chi ha autorità nella Chiesa deve servire i fedeli per farli crescere in armonia tra di loro.

La Chiesa è un’orchestra dove tutti, con strumenti diversi, devono elevare una sinfonia a lode di Dio per la gioia di tutti.

“Beati quei servi che il padrone,

al suo ritorno, troverà ancora svegli”.

Chi ha il compito di amministrare il Regno di Dio lo faccia con intelligenza, amministri i beni della Chiesa per il bene di tutti.

Le ricchezze, però, possono assorbire energie e determinare decisioni non coerenti con il Regno di Dio e possono spostare, a poco a poco, il centro delle attività rendendole non conformi al messaggio evangelico.

Gli amministratori non devono approfittare del ritardo del padrone per vivere in modo incoerente al messaggio ricevuto.

Al ritorno il padrone li potrà trovare infedeli. Chi conosce la volontà del padrone, ma non la realizza, sarà punito severamente. Il fedele meno informato sarà trattato con indulgenza.

Il messaggio di Gesù è esigente: è un messaggio di vita.

A chi fu dato molto sarà richiesto molto e chi sarà dato poco, sarà richiesto ancora meno.

Chi accoglie Gesù e il Suo messaggio partecipa del Suo potere e della Sua gioia.

\\\

“Dove è il vostro tesoro, là sarà anche il vostro cuore”.

     Quale atteggiamento deve avere il cristiano di fronte ai beni di questo mondo?

Il cristiano è consapevole che il cuore dell’uomo è fatto per Iddio: l’Eterno. I beni sono caduchi e non appagano il cuore. Le ricchezze Dio le ha create per servire l’uomo.

Signore, l’uomo”l’hai fatto poco meno degli angeli,

di gloria e di onore l’hai coronato;

gli hai dato potere sulle opere delle tue mani;

tutto hai posto sotto i suoi piedi;

tutti i greggi e gli armenti;

tutte le bestie della campagna;

gli uccelli del cielo e i pesci del mare,

che percorrono le vie del mare” (Sal.8).

Ogni uomo, ma in modo particolare il cristiano, deve adoperare le ricchezze, dono di Dio, per il bene  proprio e dei fratelli. Il cuore del cristiano è per il Regno di Dio: bene essenziale per la vita. Il Padre, con sovrana iniziativa della Sua Grazia, lo dona a tutti. Questa promessa è certa: Gesù nostra salvezza è già presente  nella storia.

         Il Regno di Dio, però, non si impone con la forza e con il dominio, ma con l’amore: “Amatevi”.

Siate pronti con le cinture ai fianchi e le lucerne accese”.

Il dono della salvezza deve essere continuamente accolto. Il cristiano vegli in tenuta di lavoro, con la tunica rialzata e fermata dalla cintura e le lucerne accesesia sempre pronto ad accogliere il Signore. Egli può tornare in un momento non atteso.

Chi è pronto è Beato e ha una sorpresa: riceve pienezza di vita. Diventa anche padrone di tutti i beni del suo Signore.

Gesù, però, mette in guardia i Suoi discepoli: le ricchezze possono assorbire molte energie e possono determinare decisioni non conformi al Regno di Dio; spostano a poco, a poco, il centro ideale, da Dio, all’interesse particolare personale. Questo pericolo, nella Chiesa, si può determinare. La Chiesa, con amore, deve servire con i beni di questo mondo i fratelli.

Chi accoglie il dono del Regno deve essere fedele all’impegno: amare i fratelli con lo stesso amore di Gesù. Dell’Amore di Gesù tutti hanno bisogno.

LA LEGGE DEL SIGNORE

è la nostra gioia

PREGATE SEMPRE….

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Domenica XVIII tempo ordinario anno C Parroco Blasi Mario evangelizza Luca 12, 32s

Domenica XVIII tempo ordinario anno C vangelo Luca 12, 13 -21

parroco Blasi Mario

“Questa notte stessa ti sarà chiesta la vita”.

     “ISignore Dio prese l’uomo e lo pose nel giardino di Eden perché lo custodisse e lo coltivasse” (Gen.2,15).

Tutto ciò che Dio ha creato è buono, rivela cioè la Sua bontà, la Sua grandezza e la Sua potenza. Tutti i beni di questo mondo sono al servizio della vita, ma la vita li supera tutti. I beni sostengono la vita, ma non danno né sicurezza né senso al vivere umano. La ricchezza appaga in modo illusorio la vita, la quale non dipende da quello che uno possiede, ma da Dio. In questo mondo tutto è effimero. Tutto è fumo. “Tutto è vanità”.

Gesù, all’uomo che gli chiede di dividere con il fratello l’eredità dice: “O uomo, chi mi ha costituito giudice o mediatore sopra di voi?”.

Gesù è Colui che porta a compimento la legge, non la impone, ma dà senso alla vita. Mette in guardia tutti dal desiderio sfrenato di possedere  L’avere sempre di più nasce dalla convinzione che la vita dipende dalla abbondanza dei beni.

La ricchezza illude! Al ricco proprietario la campagna aveva fruttato moltissimo. Egli pensa che, con questa grande ricchezza, possa godere e avere un futuro senza preoccupazioni.

Chi non desidera vivere nella serenità e nella sicurezza!

A quest’uomo normale, di buon senso, arricchito in modo lecito, Gesù dice:

Stolto”.

Stolto è l’uomo che conta sulle ricchezze per godersi una felicità duraturavive, pensa, agisce senza Dio. Iddio nella sua vita non ha nessunaimportanza, egli prevede un futuro meraviglioso, ma Dio su di lui ha un altro disegno.

Dio solo determina il futuro dell’esistenza.

Il ricco pensa solo a se stesso e mai agli altri.

Ogni uomo è chiamato a vivere con l’amore di Dio nel cuore per ridonarlo. La vita non è solo godere, mangiare e dormire, ma è un dono di Dio e che a Dio bisogna restituire arricchito di opere di bontàamare, aiutare, dare senso al lavoro, aiutare i giovani nelle scelte della vita, educare bene i figli, fare scelte utili nella vita sociale e politica.

La vita cresce se si ama Dio e i fratelli. Il cristiano deve lavorare innanzi tutto per il Regno di Dio, per la Sua gloria, per la giustizia e per la salvezza degli uomini.

LA LEGGE DEL SIGNORE  è la nostra gioia

PREGARE LA VERGINE MARIA

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Il Parroco don Mario Blasi evangelizza la XVII domenica tempo ordinario anno C Luca 11,1

Domenica XVII tempo ordinario anno C parroco don Mario Blasi

Lc.11,1-13   “Quando pregate dite: Padre”

Di questa  bellissima preghiera abbiamo quattro versioni: quella di Matteo, quella di Luca, quella della Didachè e quella di Marcione. In tutte le tradizioni del Padre Nostro al centro c’è: “Dacci ogni giorno il nostro pane quotidiano  “epiousios”).

L’Evangelista Luca dice: “Padre,

a – Sia santificato il Tuo nome;

b – Venga il Tuo Regno;

Dacci ogni giorno il nostro pane quotidiano.

a – Perdonaci i nostri peccati perché anche noi perdoniamo ad ogni nostro debitore.

b – Non ci indurre in tentazione.

Si ammiri il bell’ordine del Padre Nostro:

 primo: l’onore al Padre;

secondo: il Suo Regno in terra;

terzo: il bisogno dell’orante: il Pane, il Perdono, la Pace.

Dio è Padre, non solo degli Israeliti, ma di tutti gli uomini.

Sia santificato il Tuo nome”.

Il nome di Dio è Santo e tale deve essere considerato da tutti. Nessuno lo deve profanare. Tutti riconoscano la Sua paternità. Il Suo nome di Padre sia rispettato e lodato da ogni uomo. I Suoi figli rendano visibili la Sua bontà e ogni creatura sperimenti la Sua paternità.

Venga il Tuo Regno”.

Il Regno di Dio è già presente nella storia, ma deve crescere ed entrare nel cuore di ogni uomo. Dio esercita la Sua regalità, manifestandosi Padre. Egli si prende cura dei deboli e dei poveri. “La paternità di Dio viene sperimentata nei gesti quotidiani di perdono e nella generosa condivisione che rendono visibile la santificazione del Padre”.

Dacci ogni giorno il nostro pane quotidiano”.

 Il pane è un alimento vitale. Il pane che nutre l’uomo in  questo mondo non va chiesto a Dio e non viene dal cielo, ma dal lavoro dell’uomo, deve essere procurato con giuste fatiche e condiviso generosamente con chi non ne ha. “Il Pane donato da Dio non è prodotto dall’uomo. E’ una realtà divina che non può essere acquistata attraverso lo sforzo umano, ma è un dono da richiedere a Dio”. E’ Gesù, Dio-con-noi-, manna nascosta, nutrimento per ogni uomo, “Chi mangia di questo pane vivrà in eterno”.

Perdonaci”.

Perdonare significa rinunciare volontariamente a punire una mancanza o un’offesa. Dio cancella il debito, la somma dovuta.

Non ci indurre in tentazione”.

Signore, Tu sei Padre, non farci soccombere nella prova. “La fedeltà a Gesù e al Suo messaggio garantisce di non soccombere nella prova” (A.Maggi).

\\\\

“Padre, sia santificato il tuo nome “.

La preghiera del Padre Nostro è stata tramandata in tre versioni: da Matteo, da Luca e dal primitivo catechismo della Chiesa (la Didaché).

In Israele Dio è chiamato anche Padre, ma con Gesù acquista una dimensione universale e illimitata e diventa nome comune e gradito a tutti.

Il Dio Creatore di tutta l’umanità è Padre per quelli che accettano il programma del Regno. I credenti in Cristo sperimentano la paternità di Dio e la devono rendere visibile. “Risplenda la vostra luce davanti agli uomini perché vedano le vostre opere buone e rendano gloria al Padre vostro che è nei Cieli“.

“Venga il tuo Regno”.

Gesù vuole che il Regno di Dio, Regno di Amore, si inserisca e si affermi nella storia degli uomini.

La paternità di Dio sia riconosciuta da tutti. I credenti in Cristo riconoscono questa paternità, la manifestano e diffondono il Regno di Dio. Dio esercita la Sua regalità manifestandosi come Padre. E’ il Padre che si prende cura dei poveri e dei deboli. L’Amore di Dio è per ogni uomo. Dio non ama l’uomo per i suoi meriti, ma lo ama per i suoi bisogni. Ogni uomo ha bisogno dell’Amore di Dio: amore che non si merita ma che si accoglie.

Il cristiano è chiamato ad imitare il Padre. Il cristiano non deve donare il suo amore perché l’altro lo merita, ma perché ne ha bisogno.

“Dacci oggi il nostro pane quotidiano”.

Il pane che nutre l’uomo non viene richiesto a Dio, non viene dal Cielo. L’uomo, con l’aiuto di Dio, lo produce e lo deve condividere generosamente con chi non ne ha.

Il Pane donato da Dio non è prodotto dall’uomo e acquistato attraverso il suo sforzo, ma è dono gratuito. Gesù è il Pane gratuito dato agli uomini. E’ Gesù Dio con noi. Egli è la manna nascosta; chi ne mangia vive in eterno.

“Perdonaci i nostri peccati perché anche noi perdoniamo”.

Non abbiate alcun debito con alcuno se non quello di un amore vicendevole“.

·  ·  ·  ·  “Non ci indurre in tentazione”.

Il cristiano prega il Padre perché non lo faccia soccombere nella prova.

Chi è fedele a Gesù e al Suo messaggio ha in sé la forza per non soccombere nelle difficili situazioni causate dalle prove.

 

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IL PARROCO DON MARIO BLASI EVANGELIZZA LA XVI domenica T. ordinario anno C. Lc 10, 38 ss

Sac. Blasi Mario parroco evangelizza Luca 10 38 ss

XVI DOMENICA ORDINARIA (Lc 10,38-42)
Mentre erano in cammino, entrò in un villaggio e una donna di nome Marta lo accolse nella sua casa “.

Perché i discepoli non entrano insieme con Gesù nella casa di Marta?

“Marta ha una sorella di nome Maria, la quale, seduta ai piedi di Gesù, ascoltava la Sua Parola. Quello di Maria verso di Gesù è l’abituale atteggiamento del discepolo di fronte al suo maestro.

Maria non contempla Gesù, ma lo accoglie e lo ascolta, desiderosa di apprendere il Suo messaggio.

Il modo di fare di Maria, in una cultura fortemente maschile, come era quella orientale, non poteva essere tollerata. E’ proprio dell’uomo fare gli onori di casa. La donna sta nascosta. Marta si crede la regina della casa, mentre in realtà è la schiava della sua condizione. E’ la grande vittoria del potere: dominare le persone illudendole di essere libere.

La situazione che si è venuta a trovare nella casa delle due sorelle diventa insostenibile. Visto che Gesù pare non accorgersi della grave trasgressione compiuta da Maria, è Marta che interviene furibonda, rimproverando sia il Maestro sia la sorella.

Signore, non ti importa nulla che mia sorella mi abbia lasciato sola a servire? Ordinale dunque che mi aiuti!”.

Per Marta è intollerabile l’atteggiamento della sorella che intrattiene e ascolta Gesù. Marta non ascolta il messaggio di Colui che di Sé ha detto che è venuto per rimettere in libertà gli oppressi.

Gesù, anziché rimproverare Maria e ricacciarla nel ruolo dove tradizione e decenza hanno sempre confinato le donne, richiama la padrona di casa:

“Marta, Marta, tu ti affanni e ti agiti per molte cose,

ma di una cosa c’è bisogno”.

Gesù rimprovera la perfetta padrona di casa e le dice che Maria “ha scelto la parte migliore che non le sarà tolta”, invitandola a fare lo stesso.

Questa parte eccellente che non può essere tolta è la libertà interiore, garanzia della presenza dello Spirito di Dio, perché, dove c’è lo Spirito del Signore, c’è libertà.

Tutto può essere strappato all’uomo, anche la vita, ma non la libertà interiore. Mentre la libertà esteriore può essere data e tolta agli uomini, la libertà conquistata, frutto di un profondo convincimento interiore, nessuno la potrà più sottrarre all’uomo“.

Da A.Maggi,”Le cipolle di Marta” , Cittadella Editrice, 2000)

 

XVI TEMPO ORDINARIO (Lc.10,38-42)

“Una sola è la cosa di cui c’è bisogno”.

Due sorelle, Marta e Maria, accolgono Gesù nella loro casa.

Maria è seduta ai piedi di Gesù e ascolta in silenzio il Suo insegnamento. Marta sta in piedi e parla a Gesù.

Gli atteggiamenti delle due sorelle sono completamente diversi. Il contrasto è tra le molte cose e una sola.

Il servizio di Marta non viene messo in discussione, ma l’eccessiva preoccupazione per accogliere Gesù in casa. E’ buona cosa preparare un pranzo per l’ospite illustre. Preparare un banchetto per Gesù e i Suoi discepoli è da lodare!

Maria, ai piedi di Gesù, realizza una cosa necessariaascolta e accoglie il Suo messaggio di amore che rende veramente libero l’uomo. “La Verità vi renderà liberi”.

Marta si lascia soffocare dalle troppe preoccupazioni; si agita. Non è capace di scegliere la parte buona. E’ soffocata dalle molte cose da fare. La sua generosità non la rende libera, non l’avvicina a Gesù, ma la allontana.

La Parola di Gesù rende libero l’uomo.

Marta è ospitale, generosa, caritatevole, ma l’ansia la distoglie dall’ascolto della Parola.

Prima di servire i fratelli, è necessario ascoltare, custodire, accogliere e vivere il messaggio di Gesù.

Maria sceglie la parte buonaASCOLTA. Così dice la Bibbia: “Ascolta Israele”. Maria non sarà delusa della scelta.

Marta è presa dall’affanno e dice a Gesù:

Dille dunque che mi venga in aiuto”.

Ma Gesù non rimprovera Maria e non la caccia “nel ruolo dove tradizione e decenza hanno sempre confinato le donne. Gesù richiama la padrona di casa:

Marta, Marta, tu ti affanni e ti agiti per molte cose, ma di una sola c’è bisogno”.

La situazione di Marta è drammatica, perché è come quella degli schiavi contenti di esserlo”. La parte buona, “che non può essere tolta, è la libertà interiore, garanzia dello Spirito di Dio, perché dove c’è lo Spirito del Signore, c’è libertà”. “Tutto può essere strappato all’uomo, anche la vita, ma non la libertà interiore” (A.Maggi, “Le cipolle di Marta”).

Gesù è l’Ospite e bussa alle porte del cuore dell’uomo, perché sia veramente libero figlio di Dio.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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BLASI Mario Parroco evangelizza la XV domenica tempo ordinario anno C Luca 10, 25 s

XV DOMENICA ORDINARIA (Lc 10,25-37)
S. Benedetto

“Quegli rispose: chi ha avuto compassione di lui”.

Gesù espone la parabola del buon samaritano ad uno scriba che gli chiede come deve agire per avere la vita eterna.

Gesù gli presenta un samaritano, un meticcio, un eretico, un uomo fuori della legge capace di farsi prossimo ad un uomo ferito dai briganti lungo la strada.

Il moribondo non ha più la speranza di vivere. Per fortuna in quella medesima strada passa un sacerdote che viene dal tempio. E’ giunta la salvezza per quell’uomo? Il sacerdote vede, non si ferma, passa oltre. Ha paura di diventare impuro toccando il moribondo: sacrifica l’uomo, ma osserva la legge del levitico(chi tocca un ferito o un moribondo, diventa impuro).

Passa un levita, ma anche per lui la legge del levitico è più importante del bene dell’uomo!

Dio preferisce l’osservanza della legge del levitico o il bene dell’uomo?

Arriva infine un samaritano; vede, ha compassione e si avvicina. Tre persone vedono, ma uno solo ha compassione! Uno solo ha l’amore nel cuore che comunica vitaUno solo è capace di amare come ama Dio!

Per il samaritano, la cosa più importante in quel momento è restituire la vita al moribondo. Tutto il resto passa in secondo piano, anche il viaggio che sta compiendo.

Il sacerdote e il levita vedono, ma passano oltre.

I briganti spogliano, ma il samaritano riveste!

I briganti percuotono, il samaritano cura le ferite!

I briganti abbandonano il moribondo, il samaritano si china per risanare!

Gli ascoltatori del tempo di Gesù conoscono bene i luoghi descritti. Gli ascoltatori di ogni tempo si stupiscono: il samaritano cede la propria cavalcatura al ferito e affronta a piedi i disagi del difficile e faticoso percorso del deserto. Il samaritano si comporta come un servo che conduce l’animale con il suo padrone. Il samaritano dona anche gratuitamente il suo tempo e il suo denaro senza alcuna speranza di ricevere qualche cosa in contraccambio.

“Va’ e anche tu fa’ lo stesso”.

Solo attraverso il servizio esercitato con amore si può uscire dalle tenebre ed  entrare nella vita.

La comunità cristiana nutrita alla Mensa del Signore operi misericordia verso ogni fratello bisognoso! ( Da A.Maggi,”Parabole come Pietre” , Cittadella Editrice, 2001)

XV TEMPO ORDINARIO ( Lc. 10, 25-37) 

“Si prese cura di lui”

       La parabola del Samaritano capovolge il significato di prossimo che si ha nella mente e cambia il significato di credente.

       Chi è il prossimo?  “Non è colui che è amato, ma colui che ama “

E’ colui che si prende cura del fratello.

       Il prossimo non è una persona da amare per ottenere una ricompensa divina, ma è “colui che ama come ama Dio”.

       “Per questo essere prossimo non dipende da chi si trova nel bisogno, ma da chi gli si avvicina (approssima) per aiutarlo”.

Nella parabola Gesù fa capire che “farsi prossimo dell’ altro significa mettersi a suo servizio offrendogli i mezzi necessari per vivere”.

“Il Samaritano, nemico per eccellenza dei giudei, è l’ unico che si dimostra capace di amare”.

Solo attraverso il servizio esercitato con amore si passa dalle tenebre del male alla vita. L’ amore di Dio è gratuito “che non guarda i meriti della persona, ma i suoi bisogni”.

Il Samaritano dona gratuitamente il suo tempo ed anche il suo denaro senza alcuna speranza di poter ottenere qualcosa in cambio. Gesù, con la parabola, cambia anche “il concetto di credente”. “Per Gesù il vero credente è colui cheassomiglia al Padre praticando un amore simile al Suo”. Il credente è colui cheha amore verso tutti gli uomini buoni e cattivi. “E’ l’ amore che determina chi crede e chi non crede” (1Gv. 4,7).  Il vero credente è colui che cerca il bene dell’ uomo.

“Il Samaritano, avendolo visto, ebbe compassione”.

Il sacerdote e il levita vedono il povero uomo mezzo morto, ma passano oltre. Dio chiede a tutti di soccorrere gli oppressi. Tre sono le persone che vedono il ferito, ma “uno solo trasforma questa visione in un atteggiamento (la compassione) che comunica vita”.

“La compassione è un’ azione divina con la quale si restituisce vita”. La compassione è l’ amore di Dio che dà vita. Gesù applica al Samaritano “le stesse azioni compassionevoli proprie di Dio, il tre volte Santo”. Il Samaritano è l’ uomo capace di amare come ama Dio : vuole restituire vita al moribondo. Cura, trasporta come un servo, spende tempo e denaro senza alcuna ricompensa.

Gesù dice al dottore della legge:

“Và e anche tu fà lo stesso”.

“Gesù invita il dottore della legge ( e ogni uomo) a scendere dal piedistallo del prestigio e dell’ onore per mettersi al servizio dei fratelli, come il Samaritano si è fatto servo dell’ uomo ferito”. (da Parabole come pietre di A. Maggi).

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LIBERATI MONS. GERMANO RICORDATO DAL PARROCO DON RASTELLI DON SILVIO MONTEGIORGIO

LIBERATI MONS. GERMANO (1939-2010)  parroco docenti Direttore Beni Culturali arcidiocesi Fermo Liceo Paolo VI preside professore arte letteratura storia musica

Dal Parroco di san Paolo a Montegiorgio Rastelli don Silvio – Omaggio a don Germano

   Davanti alle spoglie mortali di Don Germano (per rispetto al suo stile silenzioso di sé) sarebbe più logico meditare in silenzio la sua rapida dipartita da noi, meditarla nel raccoglimento orante per rivivere i preziosi insegnamenti che il suo spessore esistenziale e operativo ci lascia, (come del resto ci ha fatto capire l’alta omelia dell’Arcivescovo Luigi Conti nonché l’affettuosa e profonda parola di Mons. Cleto). Ma l’uomo non è soltanto pensiero, riflessione ma pure è sentimento, sensibilità, affettività e tende ad esprimersi in tutto il suo essere; perciò mi si perdoni la testimonianza come confratello nella unità pastorale di Montegiorgio e per il pluriennale rapporto con Don Germano, di cui sono ammirato.

La vita di Don Germano la vedo paolinamente vissuta nascosta con Cristo in Dio sotto il manto soffice di una normalità battesimale e crismale arricchita della vocazione presbiterale.

Tale vita la vedo svolta senza pose inopportune, mettendo a servizio con competenza e Fede le doti gratuite di mente, di cuore, di cultura, di accattivante comunicativa, di voce… …e si è conclusa nel silenzio di una cameretta in atteggiamento soave di offerta immolativa “ad salutem animarum”, così come Cristo.

E’ la vita del prete invocata da Cristo la sera dei Giovedì Santo ed esemplarizzata sulla croce redentiva il Venerdì (così l’ha interpretata magistralmente e caldamente l’Arcivescovo Mons. Conti).

Grazie, Don Germano, sei stato sempre profondo e discreto sotto il manto della normalità (senza pose inopportune): così come Gesù è profondo sotto i fragili veli dell’ostia consacrata e come lo è stato sotto l’apparente fallimento della croce.

Hai servito la Chiesa, la Diocesi e la Tua cara parrocchia di Montegiorgio con slncio di generosità e agilità di competenza. (Così io ti ho sperimentato e mi sei stato di edificazione). L’azione apostolica si è svolta in particolare fra le aule del Liceo Ginnasio Paolo Vi come insegnante di Lettere e di Storia dell’Arte. I semi di Vero, di Bene, di Bello, da te gettati nell’insegnamento (come anche nel tuo specifico pastorato) in quante creature germoglieranno al momento di Dio opportuno! Dio non ha fretta: è al di fuori del tempo, e tu hai seminato a larga mano sicuro dei lavorio di Dio. Non hai contato i giorni dei lavoro, sapendo che Dio li scriveva nel Suo Cuore.     

Un fatto particolare mi ha colpito di te Pastore (che è altamente edificante rilevare): la tua silenziosa attività di confessore e di padre spirituale ricercato. Con appassionato impegno hai saputo trovare i! tempo da dedicare al Confessionale, Grazie a nome di quanti ne hanno usufruito. Quanto detto è lungi da un usuale panegirico: siamo tutti limitati e fallibili. Del resto la religione cristiana non è dei perfetti, ma di coloro che diuturnamente camminano verso la perfezione proposta da Gesù: il giusto nell’Antico Testamento è chiamato “vir desideriorum”; in Giuseppe Mazzini, pur nel suo vaporoso senso religioso, troviamo una perla raggiante: “Dio non misura le forze, ma le intenzioni” (da I doveri degli uomini): concetto consolante, questo, che si riscontra nella mistica e in espressioni di diversi esemplari di santità. Frase che io amo considerare come uno dei Semi del Verbo circolanti nell’intimo dellio umano come dice il simpaticissimo Sant’Agostino.

Anche Don Germano si è cimentato nel diuturno lavorio dell’ascesi cristiana battesimale in una natura vulnerata, ferita.

Cera sì, in lui una scorza esteriore che a volte poteva pungere e soggiogare, uno stile categorico, ma sotto la scorza c’era un succo di intelligente umanità che mutava la sentenza in educata divergenza.

Nel chiudere non posso tacere un particolare, forse ingenuo, ma simpatico e perdonabile: un giorno (ancora lontano dalla sua crisi di salute) gli dissi: Don Germa’ tu avresti tutti i crismi culturali, biblici, dogmatici, letterari, artistici per lanciare da un articolo l’idea di una possibile inserzione nella Liturgia delle Ore di versi scelti dal Canto alla Vergine del Petrarca..

   Nella invocazione del paradiso dantesco è il mistico contemplativo Bernardo che intercede presso l’Altissima la mediazione che permetta a Dante purificato di vedere direttamente viso a viso Dio, invece in Petrarca è il peccatore che sta sperimentando la propria fragilità; ma, pur brancolando, vuole cimentarsi nell’ascesa battesimale e crismale della sua assimilazione a Cristo, che lo abiliti al paradiso, e chiede aiuto. (Lo chiede all’Altissima Madre di Dio e pur vicinissima Madre dei cristi).

Io personalmente mi ritrovo in questa supplica petrarchesca e mi piace invocare Maria come Madre vicina ai cristi battesimali. Ciascun uomo è chiamato ad essere figlio nel Figlio. Le vie del Redentore per arrivare ai cuori sono infinite, quanto infinito è l’amore del Verbo Incarnato. Non ci fu un rifiuto categorico, da parte di Don Germano, ma rimase in un atteggiamento pensoso.

   Amerei pensare che dall’eletta equipe dottrinale del Seminario sorgesse un altro Don Germano che con competenza ed autorevolezza realizzasse quella pensosità del confratello defunto.

Don Silvio Rastelli

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LIBERATI MONS. GERMANO RICORDATO DAL PARROCO SAC. CICCARE’ PIERLUIGI

LIBERATI Don Germano (1939-2010) ….. e i nostro ricordi < pubblicazione fatta a Montegiorgio

 

   Desidero portare la mia piccola testimonianza, che vuole essere un grande grazie e un’infinita lode al Signore per quanto Egli ha operato nella vita di don Germano e, attraverso di lui, nella nostra Comunità Parrocchiale di Montegiorgio. Nel settembre 1997 Mons. Arcivescovo mi ha inviato come parroco a Montegiorgio, nella parrocchia dei Ss. Giovanni Battista e Nicolò per sostituire don Germano, visti i suoi molteplici impegni in Diocesi. Egli rimaneva con noi, continuava ad abitare in parrocchia, prestava alcuni servizi nell’ambito della nostra realtà cittadina, ma la maggior parte del suo tempo veniva dedicato a tutti quei ministeri che gli erano stati affidati. Dapprincipio la convivenza non sempre è stata facile: capirsi, accettarsi, condividere, collaborare è stato un crescere lento e faticoso. Con l’aiuto dei Signore, man mano siamo riusciti a entrare in sintonia fino a conquistare una buona stima reciproca. Poi, ecco all’improvviso, sopraggiungere la malattia, siamo nel dicembre 2008. I nostri rapporti si sono rafforzati: c’è stata, da parte sua, una richiesta di aiuto, di sostegno in un momento così delicato e fragile della vita. Questo aprirsi a me, ma anche alla Comunità Parrocchiale, ci ha fatto cogliere la sua umanità, il suo bisogno di aiuto e di una nostra presenza discreta e amorevole. La nostra è stata una gara di solidarietà fraterna che l’ha accompagnato, lira sostenuto nei “ lunghi mesi della malattia. Lo abbiamo ricordato ogni giorno nelle nostre preghiere, incessantemente abbiamo chiesto la grazia della guarigione.   Questo lungo periodo di sofferenza è stato per tutti noi un momento è stato per tutti noi un momento importante: ci ha permesso di cogliere le nostre fragilità umane, di dare voce alle nostre paure, di condividerle, di accettare l’aiuto dell’altro ma, soprattutto, di credere fermamente nell’Amore infinito dei Padre. La malattia si è protratta per vari mesi con la degenza in diverse strutturi ospedaliere. Il suo ritorno a casa ha favorito un graduale miglioramenti sia sul piano fisico sia psicologico. È stato continuamente contornato e confortato dall’affetto di tutti noi montegiorgesi.   Col passare del tempo, è tornato ad essere membro attivo della vita parrocchiale e cittadina. Tutti eravamo orgogliosi della salute ritrovata, e godevamo a pieno della sua maggiore serenità, del tornare a curare con dedizione: il gruppo Scout, l’UNITALSI, il Coro D. Alaleona. Tutti i giorni spendeva molto del suo tempo per celebrare il sacramento della Penitenza, credeva fermamente nella Grazia del Perdono dei Padre.

Ma, ecco, improvvisamente e in modo del tutto inaspettato, sopraggiungere una nuova fase della malattia, la più violenta, quella contro la quale nessuno ha potuto far nulla. Il suo repentino aggravarsi ha suscitato in tutti noi un grande senso di disorientamento; subito allarmati, ci siamo posti al suo fianco, lo abbiamo incoraggiato e a credere nella vita nonostante tutto; insieme al diacono Mario Liberati sono accorso al suo capezzale e ho condiviso con lui il momento del trapasso. Negli ultimi giorni della malattia e in quelli della sua dipartita, mi è venuta fortemente in luce una certezza: Don Germano godeva appieno e con serenità i giorni che il Signore gli donava, credeva fortemente nel Suo Amore di Padre e in Lui confidava pienamente. Sono convinto che il Signore lo abbia preparato di giorno in giorno all’incontro con Lui. Don Germano ha accolto con disponibilità il disegno di Dio e in Lui si è abbandonato fiducioso e ha risposto il suo Sì. Ecco perché oggi, con semplicità, insieme a tutta la comunità di Montegiorgio, voglio rendere grazie al Signore per quanto ha operato nella vita di Don Germano e, attraverso di lui, è giunto a noi. Voglio anche rivolgere un mio sentito grazie a Don Germano per il grande esempio che ci ha dato: una malattia vissuta con serenità e grande fede. La sua memoria rimarrà sempre viva in noi. Il Signore gli doni la gioia del Paradiso.

Don Pietro Ciccarè – Parroco

 

 

 

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