A MONTERUBBIANO NELLA CHIESA DI SAN GIOVANNI I DIPINTI ATTRIBUITI DA CROCETTI GIUSEPPE AI MASTRI COLA DA SANTA VITTORIA IN MATENANO

Opere d’arte

A MONTERUBBIANO (FM)

Pittori: COLA DA S. VITTORIA e GIACOMO di COLA

CAPPELLA DI SANTA CATERINA CON AFFRESCHI VOTIVI

Datazione. Seconda metà del sec. XV, in una segnatura l’anno 1462

Collocazione: Monterubbiano, Chiesa di S. Giovanni.

Proprietà: Parrocchia di S. Giovanni

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(a) La Cappella di S. Caterina

   Stando ai documenti del tempo, esistenti negli archivi di Fermo, Amandola, Santa Vittoria, nel 1462 si abbatté nel territorio Fermano una grande carestia seguita da una pestilenza che fece molte vittime. Gli scampati di Monterubbiano per ringraziare Dio e i loro Santi avvocati – fra questi la prima, Santa Caterina d’Alessandria – eressero nella chiesa parrocchiale di S. Giovanni questa Cappella, facendovi dipingere, di fronte all’altare, “Lo Sposalizio Mistico di Santa Caterina con il divino Bambino e i santi San Giovanni Battista e Sant’Agostino sotto arco. L’anno è segnato nella colonna di fronte, ove furono commissionati altri affreschi votivi. La pala dell’altare ha forma rettangolare; la parte superiore è delimitata da un arco a tutto sesto; misura 183 x 158.

   All’intorno corre una cornicetta gotica in giallo d’ocra, sul fondo violaceo è applicato un grazioso drappo bianco trasparente con disegno a tombolo. La Madonna è seduta, nell’atto di sorreggere il Bambino che, in piedi sulle ginocchia di lei, è proteso verso Santa Caterina per infilarle l’anello nuziale nella mano destra. La Santa è in piedi, fuori del suppedaneo del trono; ha la corona regale sul capo, con la sinistra regge una minuscola ruota, simbolo del suo martirio.

   Ricca e di gradevole effetto è da considerarsi la combinazione dei vari colori. L’ampio mantello che scende dal capo della Madonna fino ai piedi è d’un verde cupo miscelato all’azzurro, per cui notevole è il rilievo di tutta la figura dal fondo e dal trono stesso, mentre, sul davanti, si apre uno squarcio donde rifulge il rosso della veste, sulla quale spiccano le bianche membra del Bambino, ricoperte dal vestitino viola. Da notare l’apertura a “V” della veste sul davanti, propria del costume popolare fermano. Dal capo di S. Caterina fluiscono biondi capelli e vanno a confondersi col giallo d’ocra di un corto mantello. Verdi sono le maniche della veste, mentre una lunga sopravveste, con tante pieghe fermate sotto il busto dalla cintura, scende fino a terra, in un colore misto tra il rosa e il viola, imprimendo alla figura un dignitoso senso di regale compostezza, unito a candore verginale.

   La figura di S. Giovanni Battista, dipinta a tre quarti, lungo l’intradosso sinistro dell’arco, è presentata con notevole vigoria, in un atteggiamento iconografico quasi nuovo; sul tradizionale vessillo con la scritta inneggiante all’Agnello di Dio ha aggiunto un “Agnus Dei” raffigurato in un tondo, ed indicato dall’indice della mano sinistra.

   La veste ricavata dall’usuale vello caprino è stretta ai fianchi da una fascia o meglio sciarpa, che presenta una tipica annodatura sul davanti, simile a quella degli Angeli della “Madonna di Loreto” in Loro Piceno; un manto rosso, foderato di verde, copre il tutto. Sull’intradosso opposto è stato raffigurato un Santo Vescovo, forse Sant’Agostino, con mitria e pastorale, benedicente in abiti pontificali. Con la stessa intensità di sguardo, analoga figura si può vedere a Fermo, nell’atrio della Chiesa di Sant’Agostino, e precisamente nell’intradosso sinistro della lunetta “Natività”, ove si può notare anche l’identità dell’aureola.

   Parimenti il frammento di un affresco con la figura di Sant’Amico che si vede fuori dalla cappella, sulla parte rientrante della chiesa, è molto vicina alla rappresentazione di Sant’Amico dipinto nello stesso atrio di Sant’Agostino di Fermo, nel secondo arcosolio, sottarco sinistro. Il Dania vi identifica un S. Bernardo attribuibile ad un pittore più tardo cioè della metà del sec. XV.

(b) Gli Affreschi votivi della colonna

   Sono nove le immagini di Santi e di Sante affrescate in altrettanti lati concavi della colonna, posta di fronte alla cappella dello “Sposalizio Mistico di S. Caterina”, che si succedono con quest’ordine: l’Arcangelo Gabriele, raffigurato nell’aspetto di un giovane che porge il saluto alla Vergine Maria che, nel lato accanto, incrocia le mani sul petto, intenta alla meditazione di un libro sacro.

   La figura di Sant’Andrea Apostolo non si vede più, però è documentata dalla segnatura in caratteri gotici. Segue l’immagine di S. Leonardo abate, riconoscibile per il ceppo dei prigionieri che regge in mano; accanto è dipinta una Santa con libro nella mano sinistra, mentre la caduta del colore non ci permette più di vedere cosa reggeva con la destra tesa verso il basso: vi si potrebbe identificare Santa Vittoria che nella destra stringeva una catena alla quale, verosimilmente, era legato il tradizionale dragone, dipinto ai piedi della Santa, nella zona lacunosa.

Altri vi hanno identificato S. Caterina d’Alessandria; questa individuazione non è sostenibile perché la Santa non ha la tipica corona regale sul capo; inoltre manca ogni segno nel dipinto che possa far intravedere la ruota dentata, suo simbolo iconografico; perché nella cappella è già stata rappresentata, come soggetto primario, insieme alla Madonna e al Bambino.

Segue un Sant’Antonio Abate, che con la sua corporatura abbondante ha un aspetto maestoso e venerando, stabilendo un evidente contrasto con l’esile figura della Santa accanto.

   Veramente fine e delicata è l’immagine della Madonna con il Bambino, da ritenersi stilisticamente molto interessante per confronti attributivi, insieme alla figura accanto che una segnatura indica essere l’Evangelista S. Luca, precisando che il dipinto fu eseguito nel 1462.

   La serie delle figure termina con un santo diacono, probabilmente Santo Stefano, patrono di Monterubbiano.

(c) Attribuzioni

   Questi dipinti sulla colonna, a differenza degli altri schedati in questo paragrafo, hanno avuto l’onore di essere presi in considerazione nella storia dell’arte. In proposito scriveva Luigi Centanni, nel 1947: “La pittura (della Cappella) nella chiesa di S. Giovanni non era sfuggita alla critica d’arte e già Amico Ricci, nel 1934, la aggiudicò all’Alemanno, come, nel 1904, volle confermare dubbiosamente Carlo Astolfi. Ma Arduino Colasanti, Direttore generale delle Belle Arti, lo stesso anno ne spostò l’assegnazione, attribuendola alla scuola pittorica fabrianese. Uno studio più vasto vi dedicò più tardi Luigi Serra, Soprintendente ai Monumenti per le Marche di Ancona, il quale, da un superficiale confronto con la “Madonna delle Rose” a Torre San patrizio, tornò ad attribuire questo dipinto a Pietro Alemanno. Noi, che abbiamo studiato da lunghi anni le opere di questo pittore, lo neghiamo decisamente e torniamo a riferirlo col Colasanti alla scuola di Gentile. Vogliamo anzi darne la paternità a quel suo modesto seguace Fra’ Marino Angeli da Santa Vittoria, di cui si conservano altri dipinti a Monte Vidon Combatte (Trittico “Madonna delle Rose” e il Polittico di Collina”.

   Nel 1951 Pietro Zampetti, senza troppa convinzione, torna a riferirlo all’Alemanno. Le guide turistiche locali, anche le più recenti ripetono, con monotonia, la attribuzione all’Alemanno, nonostante che il prof. L. Dania, fin dal 1967, avesse pubblicato che l’attribuzione all’Alemanno non era più sostenibile, ed avesse indicato alcune concordanze con altri affreschi per assegnarlo ad un “Pittore marchigiano della seconda metà del XV secolo”.

   Ciò premesso, per questi affreschi di semplicità primitiva, ma di tecnica abbastanza evoluta, in questo studio di analisi sull’arte di Fra’ Marino Angeli da Santa Vittoria in Matenano e dei suoi continuatori, ci sia consentito di proporre una globale attribuzione a favore di due continuatori dell’arte del monaco pittore santavittoriese: Mastro Cola da Santa Vittoria ed il figlio Giacomo in funzione di aiuto in alcuni affreschi alla colonna.

   La proposta nasce dalla constatazione che lo “Sposalizio Mistico di S. Caterina”, pur presentando molte analogia stilistiche con l’arte di Fra’ Marino (come l’apertura della veste della Madonna, il Bambino, le tinte sul violetto, la figura del Battista, il disegno delle orecchie, e altro), non gli può essere attribuito perché il modo di ritrarre la mani e gli occhi, il disegno delle aureole graffite con imprimitura intermedia di punzone, il rosa acceso delle guance, non sono di Fra’ Marino santavittoriese, piuttosto hanno relazione con alcune opera di Mastro Cola esaminate nel territorio Fermano. Vi ha collaborato anche il figlio Giacomo e allo stile di quest’ultimo va riferita la maggior parte delle immagini votive affrescate alla colonna, meno la Madonna col Bambino e San Luca, da assegnare per evidenti rapporti al pittore che ha dipinto la pala dell’altare, cioè al padre Jacopo.

   Questa ipotesi attributiva dovrebbe porre fine ad ogni dubbio in quanto riesce ad assorbire e concentrare in due pittori della medesima scuola i vari giudizi stilistici espressi dagli esperti. Qualche caratteristica della scuola di Gentile, dopo cinquanta anni, era ancora insegnata dal monaco-pittore e fedelmente espressa dai suoi allievi: come il fasto del ricamo nel fondo e l’animazione della veste della Madonna, segnata dal movimento del gallono d’oro.

   Il Centanni ci informa infine che “dagli elementi che sono stati potuti salvare si deduce che la parete, le colonne e gli archi erano tutti adorni di affreschi votivi, di diversi pennelli e di diverse date, posteriori però a quelli della Cappelletta sopra descritta”. Solo al di sopra della colonna dai nove lati concavi, nell’intradosso dell’arco, si conserva un affresco con data anteriore: la SS. Trinità, raffigurata con l’eterno Padre che regge sulle ginocchia il Figlio Crocifisso; datata:

                                          M.CCCC. L. VIIII MENSIS APRILIS I°

   Era la domenica in Albis – ottava di Pasqua – il 1° aprile 1459. E’ un dipinto non rifinito, interessante come iconografia: la serie di pieghe che scendono dalle ginocchia dell’Eterno rimanda per un confronto o rapporto imitativo, a quelle disegnate da Fra’ Marino Angeli nella figura di sant’Antonio dell’Oratorio Farfense di Santa Vittoria in Matenano.

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A MONTE SAMPIETRANGELI affreschi del secolo XV attribuiti da Crocetti Giuseppe a Mastro Cola da Santa Vittoria in Matenano

MONTE SAN PIETRANGELI

Dipinti in un trittico

Attribuzione a Mastro COLA DA S. VITTORIA IN MATENANO (FM)

Raffigurazioni: L’ANNUNZIATA – TESTA DI SANTA

Affreschi in stato frammentario della seconda metà del sec. XV.

Collocazione: Monte San Pietrangeli, Torre dell’antico Palazzo Comunale.

Proprietà: Comune di Monte San Pietrangeli.

   Questi affreschi sono stati potuti fotografare solo di recente; una riproduzione parziale è stata fatta nel foglio parrocchiale “La lettera” nel numero del gennaio 1983. Nella breve relazione che l’accompagna si legge che il dipinto “si trova nella parte inferiore della Torre Comunale, e precisamente sopra la porta ogivale, nascosta dal soffitto posticcio”. La volta reale del vano è stata sfondata per farci passare i pesi che regolavano l’orologio pubblico e gli affreschi che, insieme a quello della Vergine, adornavano l’ambiente, in parte si sono staccati per il distacco dell’intonaco, altri invece sono stati abbattuti col martello e scalpello: questi segni devastatori sono visibili alla destra dell’Annunziata. Sul lato destro si conserva un notevole frammento di affresco, sormontato da una cornice con ornato gotico stilizzato, che doveva girare attorno al trittico votivo; quel che rimane raffigura la testa femminile del personaggio centrale, probabilmente una Madonna.

   Dai dipinti e dalle decorazioni si deduce che nel vano costruito alla base della torre civica fu predisposta la “Cappella dei Priori”, il cui ingresso era costituito dall’arco gotico che ancora rimane. Nel sec. XVIII, la torre, dal piano della cappella in su, fu rifatta, come documenta il diverso materiale impiegato.

    Il relatore del foglio parrocchiale, Mons. G. Di Chiara, conclude scrivendo che “non sarà facile stabilire chi sia l’autore, anche se la grazia del volto ed il perfetto disegno delle mani ci parlano di un autore non secondario”

   Per noi che già abbiamo familiari molti particolari stilistici del pittore al quale, provvisoriamente, abbiamo assegnato il nome di Mastro Cola da S. Vittoria, non sarà cosa difficile dimostrare che, con certezza morale, gli si possono assegnare anche questi affreschi. Il confronto regge quando si prendono in esame le aureole, i lineamenti e l’inclinazione del volto. Sono significative insieme le combinazioni cromatiche come la stampigliatura di palmette sul manto, o sul fondo, che appaiono molto simili, cioè concepite alla stessa maniera come quelle dipinte sul manto di S. Giovanni nella “Crocifissione” di Monte Vidon Combatte. Il moto della bocca della testa del trittico è simile a quella del S. Amico di Monterubbiano.

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A FALERONE IL DIPINTO DI SAN FRANCESCO CON LE STIMMATE studiato da Giuseppe Crocetti per l’attribuzione a Fra’ Marino Angeli di Santa Vittoria in Matenano

FALERONE

Attribuzione al pittore: FRA’ MARINO ANGELI DA SANTA VITTORIA IN MATENANO

Raffigurazione: San Francesco che riceve le stigmate.

Tempera su tavola arcuata e fondo d’oro: misura 95 x 135.

Segnatura: nessuna

Origine: Falerone, Convento di S. Francesco.

Proprietà: Comune di Falerone.

Deposito: Falerone, Palazzo comunale.

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Descrizione del dipinto

   In alto sul lato destro è raffigurato Gesù Cristo che è adorato da S. Francesco d’Assisi, in ginocchio, a sinistra, a braccia aperte, col capo contornato da aureola, fisso lo sguardo sul Redentore crocifisso che è circondato da tre Angeli contemplanti ed adoranti, con dietro la croce quasi coperta dalle ali di un Serafino. Cinque raggi sottilissimi partono dalle piaghe del Crocifisso e vanno a ferire le mani, i piedi ed il costato del Santo. Tre fraticelli, in uno scenario da presepe, contemplano il prodigio delle stigmate, affacciati sulla porta di una capanna.

   In basso, a destra, in un fondo ricco di architetture di folte piante, S. Michele arcangelo è rappresentato nell’atto di trafiggere il mostruoso dragone demoniaco. Il significato allegorico dell’insieme è evidente: ricevere le stigmate è un privilegio d’amore per chi ha combattuto e vinto, sconfiggendo in sé lo spirito del male.

   Questa composizione presenta innegabili analogie iconografiche con il noto “S. Francesco” di Gentile da Fabriano, oppure con un altro, anch’esso assai noto, attribuito a Ottaviano Nelli (1425), nella Cappella del Palazzo Trinci in Foligno.

   Il singolare modo di realizzare le aureole con puntini che inseguono linee disuguali di cerchi concentrici si nota riproposto in alcune opere di Giovanni Boccati: nel polittico di S. Eustachio (1468) a Belforte sul Chienti; nella “Madonna del latte” di Perugia, nella “Madonna col Bambino che dorme e quattro putti” della collezione Chiaramonte Bordocaro di Palermo, opere databili intorno al 1470, secondo il recente studio dello Zampetti.

 Storia delle attribuzioni

   Attribuito in un primo tempo ad Andrea di Bologna, perché vi si scorgevano alcuni riferimenti al polittico di Fermo, firmato e datato 1369, in un secondo tempo, prevalendo la osservazione di molti elementi rievocanti modi del secolo seguente, fu assegnato ad una rosa di diversi pittori della prima metà del Quattrocento. Il Rotondi (1936), per alcune affinità con il Cristo della “Incoronazione della Vergine” di Montecassiano, lo attribuì a Giacomo di Cola da Recanati. F. Zeri (1948) ci vide modulazioni proprie, o affini, all’enigmatico Carlo da Camerino. L. Dania nel 1967 espresse la sua opinione in questi termini: “Questa tavola, pur presentando consonanze con la sintesi dei due artisti (Andrea da Bologna e Carlo da Camerino) e alcune reminiscenze di Gentile da Fabriano, va classificata ad un pittore marchigiano della prima metà del quattrocento, il quale dimostra di essere molto vicino a Carlo da Camerino”.

   A. Rossi, nel rifare la scheda della tavola dopo il restauro del 1969, scrive: “L’alta qualità del dipinto, quale si è rivelata dopo il restauro, non ci consente infatti di parlare di “seguace” o di “scuola”. Basterà solamente osservare il bellissimo particolare di S. Michele che uccide il drago ed ammirare lo squillo cromatico che questo episodio apporta alla tonalità generale del dipinto, piuttosto dimessa, per ritrovarvi lo stesso spirito estroso e pungente che ha suggerito a Carlo da Camerino di gettare quella manciata di cherubi rossi a saettare il cielo della “Annunciazione” della Galleria Nazionale di Urbino. Ancora un tratto comune alla tavola di Falerone ed a quella di Urbino: lo stesso raffinato ed audace avvalersi delle sproporzioni per raggiungere una fitta tessitura di valori umani e divini”.

   F. Bisogni, nel 1973, con due interventi indiretti per proposte su Giacomo di Nicola da Recanati e sul veneto Cristoforo Cortese, dopo aver osservato attentamente, ad Urbino, le tavole restaurate del polittico di Collina, propose “per la persistenza di carnose fisionomie” il nome di Fra’ Marino Angeli (religioso farfense a Santa Vittoria in Matenano).

   Anche il Prof. Zeri, nel rivedere le opere del monaco pittore santavittoriese dopo i restauri urbinati, gli assegna, senza esitazione, questa tavola del convento di Falerone.

   Alle precedenti annotazioni si aggiunge un altro elemento di confronto: la somiglianza dell’ornamento floreale, realizzato con tipi di fiori e di foglie ideali, lontani dalla comune realtà, molto simili a quelli disseminati da Fra’ Marino Angeli negli affreschi di Santa Vittoria in Matenano e nel polittico di Collina (di Monte Vidon Combatte). Ma soprattutto ci par di vedere una specie di firma dell’opera nella tecnica usata per le aureole, che rivelano il marchio di bottega che Fra’ Marino ha usato esclusivamente nei dipinti su tavola. Per gli affreschi adoperava uno stampo ad imprimitura con un altro disegno, molto simile a quello della scuola pittorica umbra, vicina al Nelli.

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MAGLIANO DI TENNA (FM) affreschi del Crocifisso e della Madonna attribuiti da Giuseppe Crocetti a Cola da Santa Vittoria in Matenano nell’ambito della scuola pittorica farfense.

MAGLIANO DI TENNA

Affreschi attribuibili a COLA DA S. VITTORIA

CROCIFISSIONE (150x 185)

MADONNA DORANTE IL FIGLIO (150 X 0,70)

Affreschi su muro della seconda metà del sec. XV.

Collocazione: Magliano di Tenna, Chiesa Madonna delle Grazie, sacrestia.

Proprietà. Comune di Magliano di Tenna.

   La chiesina suburbana della “Madonna delle Grazie” di Magliano di Tenna (FM) conserva nella sua sacrestia due affreschi del secolo XV formanti corpo unico: un “Crocifisso con l’Addolorata e S. Giovanni Evangelista”, ed una “Madonna adorante il Bambino”. Lo stato di conservazione è discreto. Gli interventi successivi hanno ridotto parte della superficie godibile: sul lato destro, nel riparare una lesione alla struttura postante del muro; in basso, nel sanare (si fa per dire) la caduta di parti affrescate a causa dell’umidità. A. Stramucci li indica come “Affreschi del sec. XV, attribuibili al Maestro del Cappellone di S. Vittoria in Matenano”. Non mi risulta che siano stati oggetto di studi editi da parte dei critici della storia dell’arte.

   La “Madonna col Bambino” è separata dalla scena del “Crocifisso” dal disegno geometrico di una doppia cornice che, in origine, le girava attorno da tutti i lati. Sullo sfondo scuro, coperto da un drappo con delicato disegno di fiordalisi, emerge la figura della Vergine che adora il Figlio, steso supino sulle sue ginocchia. Ha il capo circondato da un’aureola graffita, costituita da due coppie di cerchi concentrici che delimitano una fascia mediana sulla quale sono state allineate imprimiture fatte con la punta di un punzone. Questo disegno, che vale quanto una firma, si ripete nelle figure di S. Giovanni e del Crocifisso, mentre nell’aureola che circonda il capo dell’Addolorata, nella fascia mediana, la serie delle imprimiture è stata omessa; come pure in quella del Bambino. Un velo bianco copre il capo della Madre; alle spalle scende un manto che, in origine, doveva essere di colore verde, mentre la veste dall’ampia scollatura conserva un rosso consunto dalla luce diretta del sole che vi penetra attraverso i vetri inidonei della finestra esposta a levante. Il Bambino di proporzioni notevoli è coperto da un velo trasparente che ne accarezza le membra delicate; e dal collo scende un pendaglio di corallo.

   Artisticamente tutto l’insieme è molto vicino agli stilemi di Fra’ Marino Angeli: il volto di questa Madonna richiama quello della “Madonna delle Rose”, o del Redentore nel “Polittico di Collina” di Monte Vidon Combatte (FM).

   Per l’attribuzione ad un pittore, si pensa all’apporto personale di M° Cola da S. Vittoria che si riconosce oltre che dall’aureola, dal disegno delle mani, dalle sfumature del rosa sulle gote.

   La scena del “Crocifisso” ha una insolita preparazione di fondo costituita dal rosso cupo, color mattone, per cui si accentua il senso di drammaticità impresso a tutto l’insieme degli atteggiamenti delle braccia e delle espressioni mimiche dei volti di ciascun personaggio.

   Vi domina la robusta figura del Cristo in Croce, disegnata con notevole effetto plastico nel rilevare i fasci dei muscoli e le ossa del costato. Dalla testa del Redentore, cinta da un intreccio di spine che causano ferite con versamento di sangue, partono ciocche di capelli ondulati che si irradiano attorno a guisa di splendida raggiera, integrata dal dolce flusso dei riccioli della barba.

   Il volto ovale è composto in una sofferta dolcezza, espressa dagli occhi socchiusi e dalla bocca semiaperta, colta nel supremo istante del “Tutto è compiuto”. Dal costato si sprigiona l’ultimo getto di sangue. Un tenue velo gli cinge i fianchi e scende a coprire le membra a mo’ di perizoma. Alla sua destra, in piedi, la ss.ma Madre Addolorata ha le braccia levate all’altezza della testa, le palme delle mani aperte, lo sguardo rivolto al Figlio morente, dal petto gonfio parte un gemito, una preghiera per tutti i nuovi figli, dei quali lei diventa la “Corredentrice”.

   La figura è caratterizzata da un intenso sguardo unito ad un atto di dolore; da due trecce di biondi capelli che scendono ai lati del collo; dal manto verdognolo che ha perduto la vivacità del colore originale; dalla voluminosa massa di pieghe discendenti della veste color rosso intenso scuro.

   Sull’altro lato l’apostolo S. Giovanni è rappresentato in piedi, con la mano destra poggiata sul capo riccioluto; mentre il braccio sinistro stringe al fianco un’ansa del mantello color giallo d’ocra, steso sulla veste color rosa, l’altra mano pende inerte.

   Il confronto stilistico e compositivo fra questa immagine del Crocifisso e quella di Fra’ Marino Angeli, ci induce a concludere che non si tratti di identità di pennello, ma solo di una consonanza di moduli e canoni stilistici assimilati in una medesima scuola, ma realizzati con effetti divergenti a seconda della sensibilità e maturità del pittore. Ancora acerbo è il modo di disegnare le pieghe delle vesti; diverso è l’uso cromatico delle tinte, nel dipingere le sfumature degli indumenti e delle carni. La testa del Crocifisso è una ripetizione, migliorata, di quella esistente nell’analogo soggetto dipinto a Servigliano. Veramente in questo particolare sembra raggiungere il vertice di un espressionismo delicato e convincente tale da farsi scusare le altre debolezze.

   La mano pendente di S. Giovanni ed insieme il cromatismo delle vesti dell’Addolorata rimandano chiaramente all’affresco di “S. Antonio Abate” di Servigliano, opera firmata da Giacomo, per cui si può avanzare l’ipotesi che, accanto al padre, cooperasse la mano del figlio.

   Il volto lacrimante dell’Addolorata, circondato dalle trecce pendenti, il disegno delle mani elevate, con le palme aperte, fanno evidente riferimento alla drammatica espressività delle Marie nella scena della Deposizione, dipinta nell’arcosolio sinistro della chiesa della Risurrezione (detta Cappellone) a S. Vittoria in Matenano.

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A MONTOTTONE AFFRESCHI NELLA CHIESA DELLA MADONNA DELLE GRAZIE.

NOTIZIE DI CROCETTI GIUSEPPE con attribuzione a Fra’ Marino Angeli da Santa Vittoria in Matenano e data probabile 1459

MONTOTTONE  (FM)

Pittore: FRA’ MARINO ANGELI DA S. VITTORIA IN MATENANO

Chiesa: MADONNA DELLE GRAZIE

Affresco restaurato nel 1885, con molte integrazioni.

Datazione: sec. XV (anno 1459 ca.)

Ubicazione: Montottone, chiesa Madonna della Grazie

Proprietà: Comune di Montottone

   L’immagine si sviluppa nelle proporzioni di una persona a grandezza naturale. Il dipinto è stato molto ritoccato nel restauro eseguito alla fine del secolo XIX (anno 1885), da un tale che ne riprodusse anche una fedele copia su tavola da portare in processione. Preoccupazione del restauratore non fu quella di conservare un’opera d’arte del sec. XV, ma di presentare ai devoti una immagine integralmente risarcita nelle parti lacunose, che dovevano essere grandi assai dal mezzo in giù. La parte superiore conserva ancora nella loro integrità originale il Coro degli Angeli musici e la testa della Vergine; il Bambino è stato oggetto di totale ridipintura, al pari del fondo celeste, del sedile e di tutta la parte inferiore.

   L’arte di Fra’ Marino è abbastanza evidente quando si osserva lo schema compositivo dell’affresco votivo ove sintetizza i tre elementi fondamentali già proposti in altre sue composizioni: il Bambino dritto sulle ginocchia della Madre, come nel Trittico “Madonna delle rose”; il tipo di velo con cui copre il capo della Vergine disegnato in modo analogo a quello della Madonna, il coro degli Angeli musici, proposto come variante del coro degli Angeli oranti della “Madonna degli Angeli” a Santa Vittoria in Matenano (FM); ma un maggiore convincimento si consegue ammirando la dolcezza del volto materno della Madre di Dio; l’accollatura della sua veste, la scansione cromatica nell’accostamento dei vari colori, prediletti dal monaco pittore. Questo affresco votivo, per l’evidente rapporto stilistico e culturale con la “Madonna degli Angeli” di Santa Vittoria (FM) e l’”Adorazione dei Magi” di Patrignone (AP) sembra doversi datare all’anno 1459.

   Concorderebbero con questa data alcuni avvenimenti storici decisivi e fondamentalmente determinanti sia per la diffusione del culto verso la “Madonna delle Grazie”, legato alla predicazione di san Giacomo della Marca, sia per l’assetto definitivo della terra di Montottone e dei suoi abitanti, divenuti cittadini fermani.

     Le cose andarono così: dopo la liberazione del territorio Fermano e delle Marche dal dispotico governo di Francesco Sforza, avvenuta tra la fine del 1445 e gli inizi del 1446, fu preoccupazione di ogni libero Comune e Castello del territorio fermano di rivedere i propri confini e ristabilire i propri diritti contro gli usurpatori, chiedendo protezione al Papa.

   Nel 1447 il Card. Domenico Capranica, Vescovo di Fermo e Legato Pontificio per la Marca di Ancona, venne a Montottone per stipulare, con il Comune montottonese, nuovi e più sicuri patti, che il Papa Nicolò V aveva sanzionato con suo Breve del 1 giugno 1447, scrivendo che “Il Vescovo di Fermo dovesse sempre tenere in sua proprietà la Comunità e gli uomini di Monte Ottone e a non cederli a nessuno”.

    Ciò non piacque ai fermani, né a quei montottonesi che, per tradizione familiare, aveva preferito la sottomissione alla città di Fermo. Per oltre dieci anni, con alterne vicende, si mossero guerra le opposte fazioni, anche quando era stato raggiunto quell’accordo del 21 agosto 1448, che divise il dominio civile di Montottone tra il Comune di Fermo e il Vescovo fermano.

   Alla morte del papa Nicolò V (1455) i fermani tentarono di impossessarsi di tutto il castello di Montottone, ma il colpo non riuscì. L’impresa dei fermani ebbe invece successo tre anni più tardi alla morte del Papa Callisto III (6 agosto 1458) e del Vescovo di Fermo Card. Domenico Capranica (14 agosto 1458).

   Affinché poi il nuovo vescovo Nicolò Capranica, nipote dell’antecessore, non si lamentasse della rioccupazione del castello, i Priori fermani contrattarono con lui una permuta permanente. Riferisce lo storico Catalani nel volume “De Ecclesia Firmana”, che il Vescovo nell’anno 1459 cedette il potere di quella mezza porzione del castello di Montottone al Comune di Fermo dal quale ricevette a sua volta molti latifondi, siti nel territorio rurale a Grottazzolina, a Magliano e a Monteverde: di questo ultimo castello conseguì anche il pieno dominio; per cui, più tardi, il Vescovo di Fermo poteva fregiarsi del titolo di “Conte di Monteverde”.

    Con detta permuta passò tutto alla città di Fermo, dalla quale ottenne concessioni e privilegi d’una magnanimità senza precedenti. Basti ricordare: la cittadinanza fermana per tutti, la presentazione di una terna di nomi per l’elezione del Podestà, la convalida degli Statuti Comunali di Montottone, il condono totale di tutti i delitti commessi in passato dai castellani montottonesi.

Tutte queste cose maturarono mentre era Vicario Apostolico nelle Provincie della Marca di Ancona, del Presidato Farfense e di Massa Trabaria”, Fra’ Giacomo della Marca da Monteprandone, detto della Marca, e, come tale, certamente influì positivamente nelle cose di Montottone.

   Rispettando le consuetudini di quei tempi, siffatto avvenimento fu suggellato con la costruzione di una cappella votiva, innalzata a totale carico della Comunità, e dedicata alla “Madonna delle Grazie”. Il sito scelto “a capo de la via grande, nel trivio che conduce al girone” doveva essere monito e ricordo di celeste protezione al Montottonesi e ai forestieri che vi transitavano davanti.

   In seguito la primitiva cappella fu ampliata, e vi fu trasferito il culto a S. Rocco ed ai Santi Protettori Fabiano e Sebastiano, per voto della Comunità, fatto in occasione di una epidemia pestilenziale.

   Il dipinto “Madonna delle Grazie” benché notevole nella parte originale, non è stato oggetto di studio approfondito da parte di critici della storia dell’arte. Luigi Dania, nel volume “La pittura a Fermo e nel suo circondario”, si limita a farne solo una citazione per alcune concordanze con l’affresco “S. Maria degli Angeli” di Montegiorgio, attribuita vagamente ad una “Scuola Marchigiana del quattrocento”, da datare attorno al 1440. Pertanto la presente scheda è da considerarsi un intervento più circostanziato ed approfondito in relazione alla ricerca per l’attribuzione a un autore, in Fra’ Marino Angeli da Santa Vittoria in Matenano e per una più probabile datazione, intorno all’anno 1459.

<Scritto da Giuseppe Crocetti>

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A MONTELPARO (FM) AFFRESCHI DEL SECOLO XV DELLA SCUOLA FARFENSE DI META’ SECOLO XV.Notizie di Crocetti Giuseppe

MONTELPARO (FM)

FRA’ MARINO ANGELI DA SANTA VITTORIA IN MATENANO

Affresco proveniente dalla chiesa S. MARIA DE LAUDO

Frammento di affresco trasferito, nel sec. XVIII, dalla antica chiesa “S. Maria de Laudo”, crollata per frana.

Datazione: Seconda metà del sec. XV.

Collocazione: Montelparo, chiesa di S. Angelo, Pala d’altare nel sotterraneo.

Proprietà: Parrocchia di S. Angelo di Montelparo.

    “La chiesa di S. Michele Arcangelo, a Montelparo, detta comunemente Sant’Angelo, è chiesa parrocchiale con titolo di Priorato, la cui nomina apparteneva all’Abate di Farfa, come scriveva nel 1781 lo storico di Montelparo, Luigi Pastori, religioso agostiniano che proseguiva: “nella Cappella sotterranea vi è un’immagine antica di Maria Santissima dipinta su muro, detta S. Maria de Laudo, riportata col suo pezzo di muro e incastrata nel muro vecchio del medesimo sotterraneo”. Si presume che la frana del 1703 facesse crollare la chiesetta-oratorio Santa Maria de Laudo, eretta con indulto e privilegio di Giovanni IV, abate farfense, spedito da Rieti nel 1337; detta chiesta è ricordata nel testo degli Statuti Comunali di Montelparo (Libro I, rubrica 4) e nella relazione di sacra visita pastorale del 2 agosto 1574, fatta da Mons. Paolo Pagani, figlio del pittore Vincenzo Pagani, a ciò Delegato del Vescovo di Fermo che era Felice Peretti successivamente papa Sisto V. Dallo stile dei dipinti a tempera che la circondano si può argomentare che il trasferimento e l’adattamento avvenisse nel primo quarto del sec. XVIII.

   La cappella di S. Maria de Laudo fu eretta per uso di una Congrega o confraternita che vi si riuniva per la recita delle Laude (Litanie Lauretane), in onore della Vergine Maria.

Il dipinto a tempera, se ha inteso riprodurre idealmente l’affresco andato perduto, indica che si trattava di una “Madonna della Misericordia” tra quattro santi invocati come protettori contro le malattie e le calamità: il vescovo S. Biagio, per la gola; la martire S. Lucia, per la vista; S. Caterina contro le pestilenze; il Vescovo S. Emidio contro i terremoti.

   A noi interessa l’antica immagine di Maria Santissima col Bambino affrescata su muro, che, fra tante rovine, ha conservato nella sua integrità un dipinto di squisita fattura, degno della nostra attenzione con un discorso attributivo in favore di fra’ Marino Angeli, con datazione intorno all’anno 1458, in quanto nel Bambino e nel volto della Vergine si notano le stesse caratteristiche morfologiche della Madonna che presenta il Bambino all’Adorazione dei Magi, nella chiesa di Patrignone; la plasticità delle membra del Bambino, la sua animazione espressiva, danno a questo frammento il ruolo di piccolo capolavoro che, integrato con altri dipinti più completi, ci offre una chiara dimostrazione della duttilità del nostro artista, che, oltre la maniera espressionista adottata nelle scene drammatiche dell’Oratorio Farfense (Santa Vittoria in Matenano), manifesta anche una squisita dolcezza nel dipingere le devotissime immagini della Vergine, o nel racconto popolare dell’infanzia del Redentore.

   Il dipinto dal punto di vista della critica d’arte, è inedito. Questo pertanto è da considerarsi il primo intervento attributivo.

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MONTELPARO (FM)

Attribuzione: SEGUACE DI FRA’ MARINO ANGELI

Raffigurazione: LA VERGINE COL FIGLIO TRA S. MARIA MADDALENA E SANT’ANTONIO ABATE – ANNUNCIAZIONE

Affreschi della seconda metà del sec. XV

Collocazione: Montelparo (AP), Chiesa rurale di S. Maria di Camurano.

Proprietà: Comune di Montelparo.

   S. Maria di Camurano è una chiesa rurale sita in territorio di Montelparo, a circa due chilometri dall’abitato, nel versante del fiume Aso. Di essa si hanno notizie sin dal 1259: nei pressi ebbero il loro “luogo” i Frati Minori del Terz’ordine Regolare di S. Francesco.

   Gli affreschi di cui intendiamo parlare sono all’interno della piccola cappella isolata, sita al centro della chiesa, ora protetta da un successivo rivestimento in pietra arenaria, squadrata e levigata, eseguito nel 1549. Ma gli affreschi risalgono al secolo precedente.

   La cappella, costruita su base rettangolare, ha la volta a botte, con decorazioni risalenti al secolo XV. Vi è eretto un altare che si estende per quasi tutta la lunghezza della cappella. Nella parete di fondo, delimitato dall’altare e dall’arco della volta a botte, è stato conservato un interessante affresco; vi si vede, a sinistra, S. Maria Maddalena, compatrona della Comunità di Montelparo, figura giovanile aureolata, dalla lunga e fluente chioma che scende alle spalle, nell’atto di sorreggere con ambedue le mani il vasetto degli aromi. Dall’altro lato si ammira “La Vergine col Figlio”, seduta nella cavità di un trono culminante con la decorazione imitante la forma di una conchiglia. La Madonna ha il capo cinto da un’aureola graffita, coperto da un mantello color verde cupo; la veste è in giallo d’ocra. Il Figlio è coperto solo parzialmente da un velo color rosa, che la Madre solleva con la sinistra, con gesto delicato e pudico.

   Lungo la parete di destra, a fianco dell’immagine votiva di Sant’Antonio Abate, dentro un riquadro rettangolare delimitato da cornicetta gotica, è stata affrescata la scena della “Annunciazione”. I due personaggi sono separati da una colonnina sulla quale posano due archi ribassati che fanno da corona. Fa da sfondo un drappo rosso, sul quale risaltano le figure aureolate della Vergine Maria e dell’Arcangelo Gabriele. Dolci le espressioni dei due volti, eloquenti gli atteggiamenti delle mani incrociate, un po’ scoloriti i manti e le vesti, caratteristico il leggio con l’ondulato drappo di lino.

   I dipinti sono molto deperiti nella zona inferiore, dove, probabilmente, un tempo vi si poteva leggere una segnatura con la datazione e l’indicazione del pittore e del committente.

   Lo stile degli affreschi è da mettere in relazione ad altri dipinti della seconda metà del secolo XV. Per quanto riguarda la individuazione del suo autore, pur essendo evidente l’ambito culturale da cui dipende, cioè la scuola di pittura farfense di Fra’ Marino Angeli, trovo qualche difficoltà per assegnarli all’uno o all’altro dei suoi continuatori; per cui sembrerebbe esser cosa logica attribuirli ad un generico “seguace” del monaco-pittore, figura molto interessante fra i pittori minori del quattrocento avanzato.

   Nonostante ciò, mi sembra anche opportuno rilevare alcune caratteristiche nel disegno, che suggerirebbero l’assegnazione in favore del Maestro Cola da S. Vittoria. Si distingue il disegno del volto e dei capelli della Maddalena; forme analoghe si riscontrano nei dipinti della “Sepelitio dei morti”, scoperti recentemente sul Matenano, raffiguranti la “Deposizione di Cristo nel sepolcro” e la “Discesa al Limbo del Cristo risorto”.

   Il disegno delle mani della Vergine e del Bambino invece, ripete “ad litteram” quanto abbiamo ammirato nell’affresco di Pietro Alima “Madonna col Figlio” a Loro Piceno. Anche la conchiglia è un elemento sfruttato dal pittore albanese e l’aureola è modellata nel tipico suo stile.

   Che fosse anche questo un ciclo di dipinti, eseguito in collaborazione?………

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A PONZANO DI FERMO UN AFFRESCO datato 1478 e attribuibile a Pietro Alima. Notizie di Giuseppe Crocetti.

PONZANO DI FERMO

Dipinto attribuito a PIETRO ALIMA

Raffigurazione: SS. GIACOMO E TOMMASO APOSTOLI

Affresco votivo, molto deperito (200 x 95)

Segnatura: S. JACOBUS S. THOMAS – 1 . 4 . 7 . 8

Collocazione: Ponzano di Fermo (AP), chiesa monumentale di S. Maria Matris Domini, detta di S. Marco, del sec. XII.

Proprietà: Pievania dei Santi Maria e Marco di Ponzano di Fermo.

   La chiesa plebana di S. Maria Matris Domini è un bell’esemplare d’arte romanica del secolo XII. Affreschi votivi del sec. XV sono visibili sulla prima coppia di pilastri e nell’intradosso dei pilastri aggiunti come sostegno della torre. Il più notevole è quello a destra, con le figure degli apostoli S. Giacomo minore e S. Tommaso, indicati dalla segnatura posta in alto:

                                 S. JACOBUS – S. THOMAS – 1.4.7.8

   La zona affrescata è circoscritta da una cornice formata da tre strisce continue a tinta unita (rosso, bianco e verde). Le figure sono slanciate e ben proporzionate, il panneggio delle vesti è rappresentato con molta naturalezza. I volti dei due santi rivelano la personalità fine ed esperta del pittore Pietro Alima. I graffiti delle aureole possono considerarsi sua firma autografa.

   Altri affreschi votivi, attribuibili al medesimo pittore, sono negli intradossi degli stessi pilastri; rappresentano figure di S. Sebastiano, santo taumaturgo, molto invocato in tempo di epidemie e pestilenze nel corso dei sec. XIV, XV e XVI.

   In quello che riguarda la seconda arcata, si vede, sulla sinistra della testa di S. Sebastiano, una frangetta tricolore riprodotta qui come altrove, dal nostro pittore: nella “Madonna del latte” di Fermo, datata 1474, e nel “Sant’Antonio di Padova” in Loro Piceno (MC).

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A FERMO UN DIPINTO NELL’ORATORIO DI SANTA MONICA. Notizie di Giuseppe Crocetti

PITTURE A FERMO

AUTORE attribuzioner a PIETRO ALIMA

MADONNA DEL LATTE

Affresco votivo, datato 1474

Collocazione: Fermo, Oratorio di S. Monica

Proprietà: Confraternita di Santa Monica nella chiesa di San’Agostino.

   L’Oratorio di Santa Monica è annesso alla chiesa di Sant’Agostino, nella piazzetta omonima presso Campoleggio a Fermo. La sua costruzione risale al 1425, come cappella dedicata a S. Giovanni Battista dal suo fondatore Giovanni di Guglielmo da Fermo, il quale dopo averla fatta decorare, la dotò di rendite di terreni e di case, cedendola ai Padri Agostiniani, mediante il suo testamento, rogato il 7 maggio 1439. La Confraternita di S. Monica l’ebbe in concessione per l’uso dei frati eremitani nel 1623; ne divenne proprietaria perpetua nel 1825. Nel 1935 l’Oratorio di S. Monica fu oggetto di generale restauro, tanto nella parte architettonica come in quella decorativa.

   Il ciclo degli affreschi che lo decorano è stato studiato da molti critici, senza giungere ad un definitivo giudizio di attribuzioni agli autori dei dipinti. Nelle vele sono raffigurati i Dottori della Chiesa e gli Evangelisti: nei pennacchi e negli spicchi inferiori e superiori le Virtù Teologali e Cardinali; nelle pareti, in due ordini sovrapposti, sono narrate le “Storie di S. Giovanni Battista e di S. Giovanni Evangelista”.

   L’affresco votivo oggetto di questo studio, è una aggiunta postuma, una sovrapposizione. Fu dipinto nel 1474, coprendo la zona inferiore della allegoria della “Fede”, figura muliebre che alza la croce con la mano destra. Si trova all’angolo sinistro, tra la controfacciata e la parete laterale. Vi si ripropone, rovesciata, la “Madonna delle rose” di Torre S. Patrizio (FM), col fondo che imita il drappo della “Madonna degli Angeli” di San Ginesio (MC).

   Da sottolineare la riquadratura con fascia tricolore che le gira attorno e la frangetta dei colori bianco, rosso e verde che figura nella parte alta. Quest’ultimo è un particolare che costantemente si ripete. Lo troviamo come ornamento su tre lati dei drappi che fanno da sfondo alla copiosa serie di affreschi votivi che decorano la chiesa rurale dell’Annunziata, dell’Oratorio del Verdente, in contrada Torbidello del Comune di Rotella (AP), un tempo appartenente alla giurisdizione comunale di Capradosso. Questo richiamo ha solo valore comparativo: infatti, diversa e più dimessa si manifesta la personalità artistica del Maestro del Verdente che, parimenti, si esprime in alcuni moduli della pittura farfense, con inflessioni popolari di estemporanea improvvisazione di gusto artigianale.

   L’attribuzione dell’affresco votivo fermano, datato 1474, in favore del pittore Pietro Alima trova aggancio storico anche nella introduzione storico-biografica, riguardante la presenza a Fermo, nel 1473, di un pittore albanese di nome Pietro, autore di una S. Maria Maddalena, andata perduta. Pertanto, per le evidenti consonanze stilistiche e storiche, la assegnazione del dipinto votivo in favore del pittore Pietro Alima è da annoverarsi tra le più sicure e convincenti.

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A SERVIGLIANO (FM) gli affreschi del XV secolo della scuola pittorica di Santa Vittoria in Matenano

A SERVIGLIANO il dipinto di GIACOMO DI COLA raffigurante S. ANTONIO ABATE

Affresco votivo, già coperto con strato di calce, (167 x 100) ora ripulito

Datazione: Seconda metà del sec. XV, datato 1468

Segnatura: HOC OPUS FIERI FECIT KATARINA ANDREUTII PRO VOTU ET JACOBUS ME PINSIT + .I.CCCC.68

Collocazione: a Servigliano, nella chiesa di S. Maria del Piano: retro sacrestia

Proprietà: Comune di Servigliano.

     La segnatura trascritta è posta alla base del dipinto. Non solo l’anno 1468 è molto precisa, è coeva ad altre opere, e anche la figura del Santo manifesta chiari rapporti col il Sant’Antonio Abate di Fra’ Marino Angeli presso l’Oratorio Farfense sul “cappellone” a Santa Vittoria in Matenano; e tenuto conto che Servigliano è comune confinante con Santa Vittoria in Matenano, è facile concludere che il “Jacobus me pinsit”, sia da identificarsi con il pittore Giacomo di Cola da Santa Vittoria in Matenano. Negli atti e nelle ricevute tra persone ben note dello stesso paese, di solito, si tralascia di scrivere il luogo di residenza o di provenienza; mentre con i forestieri, normalmente, si trascrivono sempre dati precisi e circostanziati.

   Nell’affresco firmato colpiscono, perché rimarchevoli, alcuni aspetti tecnici che riguardano la preferenza per il rosso, il modo un po’ grossolano di disegnare ed evidenziare le pieghe dei vestiti, il disegno graffito dell’aureola, l’uso del rosa acceso sulle guance. Tutto sommato, però, il pittore si configura come un volenteroso apprendista, che si potrebbe mettere in relazione anche con il maestro autore degli altri affreschi che, dopo tanti secoli, sono tornati alla luce, a Servigliano, sulle pareti dei due localetti, siti dietro la monumentale sacrestia della chiesa conventuale di Santa Maria del Piano.

   Intorno alla chiesa di S. Maria del Piano si hanno le seguenti notizie: fu costruita nel 1411 al centro di un’ampia pianura sul versante destro del fiume Tenna, in un luogo solitario, perché in quel tempo il Castello di Servigliano, con la pieve di S. Marco, era costruito sul più alto colle del suo territorio, a monte della frazione Curetta. Nel 1414 il vescovo di Fermo concede indulgenze per chi lascia offerte per la Chiesa di S. Maria in Piano, “nuovamente fondata ed eretta”. Nel 1457 il papa Callisto III concede l’indulgenza di sette anni per la festa (e la fiera) di S. Maria del Piano. Nel 1578 il Comune di Servigliano concede la chiesa e il circostante terreno ai Frati Minori dell’Osservanza, ai quali, come mezzo di sostentamento, sono anche concessi tutti i diritti sul prato adiacente e sui “posti e posteggi” delle celebri “Fiere del lu Pià”, che vi ci tenevano ogni anno in occasione delle feste dell’Annunziata (25-26 marzo) e della Natività di S. Maria SS.ma (8-9 settembre).

   La chiesa prese la forma attuale, con la ricostruzione anche dell’ampliamento dell’annesso convento, nel 1748. L’area della prima chiesa occupava lo spazio dell’attuale presbiterio e della sacrestia; nel rinnovamento questa fu arredata con artistici armadi nel 1760. Ai lati della sacrestia, ad est ed ovest, si formarono due piccoli ambienti incalcinati, mettendo nel più completo abbandono i suddetti affreschi.

   I Frati Minori dell’Osservanza, per le leggi eversive del governo regio dei Savoia, su ordine del Commissario Valerio, lasciarono chiesa e convento nel 1869. Successivamente, nel 1883, dalla amministrazione del demanio dello Stato dei Savoia furono ceduti al Comune di Servigliano per adibirli a Scuole Pubbliche e in seguito ad Asilo d’Infanzia, con obbligo, per il Comune, di mantenere aperta al culto l’annessa chiesa, e di provvedere per la sua officiatura.

   Il dipinto, insieme ai segni devastatori del tempo, presenta anche numerose martellature qua e là, per far aderire l’intonaco di copertura, che è stato rimosso. Il restauro, fatto a cura della Soprintendenza ai Beni Artistici e Storici della Marche si è limitato a colmare le lacune, a fissare alcune parti dell’intonaco, tendente al distacco dalla parete, alla ripulitura dell’intera superficie affrescata. I colori sono vivi; vi predomina il rosso combinato con il giallo ocra, con leggeri contrasti di un verde pisello nei risvolti del mantello.

L’affresco di S. Antonio abate, su fondo verdastro (167 x 100), delimitato da cornice realizzata con serie di archetti gotici, rappresenta la tradizionale figura di questo santo Abate, seduto in trono, in prospettiva frontale, con la destra alzata per benedire e la sinistra appoggiata al bastone viatorio degli Antoniani, ed è munito di campanella. Indossa un ampio mantello con cocolla sopra la veste in giallo d’ocra; sul davanti scende quella striscia di panno rosso che in gergo monastico è detta “pazienza”, ed anche “scapolare”, oppure “paternità”. Il capo è cinto dall’aureola, costituita da una superficie di fondo color beige, delimitata da tre circonferenze concentriche, graffite; la fascia esterna più chiara è rimarcata da puntini rossi. Lo sguardo profondo dell’abate è fisso verso l’infinito, la fronte spaziosa è solcata da rughe che, sul setto nasale, disegnano una specie di “U”. La barba lunga, fluente, filiforme e bipartita dona un aspetto venerando all’insieme dell’immagine. Il disegno della mano destra benedicente è poco leggibile per caduta di largo strato di intonaco; intatta si presenta la mano sinistra che si allunga sopra il ginocchio, mentre tra il pollice e l’indice è appoggiato, con leggere inclinazione, il bastone viatorio con la campanella. Al disegno di questa mano si può far riferimento nel discorso attributivo di altri dipinti, presentemente anonimi, ma che potrebbero assegnarsi a Giacomo di Cola.

Il dipinto sarà pietra di paragone per dare l’avvio alla formazione di un ristretto catalogo di opere, esistenti in alcune chiese dell’entroterra fermano.

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SERVIGLIANO

COLA DA S. VITTOIA – attribuzione

MAESTA’ – CROCIFISSIONE – PIETA’

Affreschi in stato frammentario

Datazione: Seconda metà del sec. XV, circa il 1457.

Collocazione: Servigliano, chiesa di S. Maria del Piano, locali di sacrestia.

Proprietà: Comune di Servigliano.

Attribuzione: Giacomo di Cola da Santa Vittoria in Matenano

   Una tradizione locale dice che questa “Maestà” dipinta nella chiesa di S. Maria del Piano, essendo oggetto di grande venerazione popolare, tagliato il muro, fu incastrata sul lato sinistro della retro-facciata, intorno alla metà del secolo XVIII.

   Guide turistiche locali la indicano genericamente come “affresco attribuito a Panfilo da Spoleto”, ma, al confronto con le poche opere certe di questo fantomatico artista, l’attribuzione è da respingere.

    La figura della Vergine è dipinta in prospettiva, seduta su di un trono gotico, mentre sorregge il Bambino sulla sua sinistra. Le immagini emergono nette nel contrasto di colori robusti; la tinta molto scura della preparazione di fondo, il giallo d’ocra del trono, il rosa delle carni, il verde cupo della veste e del manto con risvolti chiari in verde pisello, e un indefinibile colore per la veste del Bambino. In alto si vede un coro di Angeli musici: a sinistra di chi guarda stanno i cantori che si accompagnano con strumenti a corda: viola e mandola; a destra quelli che attendono all’organo: organista e tiramantici. Tutti insieme, nel brio delle posizioni e delle vesti, nelle combinazioni del verde chiaro e del rosa, danno un tono di vivacità alla scena caratterizzata dall’atteggiamento statico dei personaggi maggiori.

   Il capo della Madonna, circondato da una aureola con corona, è coperto da un velo scuro che, alle spalle, prende la forma di ampio mantello dai risvolti verdognoli. L’aspetto del volto è maestoso: gli occhi fissi nel vuoto dell’infinito, segnano una nota stilistica personale del pittore, unitamente allo sviluppo aperto ed allungato del collo, e alla profusione del rosa che imporpora le gote della madre e del Bambino. Il modo di rappresentare le mani, le combinazioni cromatiche delle vesti, il modo un po’ impacciato nel ritrarre le pieghe delle vesti degli angeli musici, indicano abbastanza chiaramente che il pittore di questa “Maestà” potrebbe essere il medesimo che ha dipinto le scene della “Crocifissione” a Servigliano ed a Magliano di Tenna. Qualcosa di simile anche sulle pareti dentro la santa Casa di Loreto.

   A Servigliano, nella chiesa di Santa Maria del Piano, altre scene della “Natività” e della “Crocifissione” sono affrescate nel retro-sacrestia di destra, verso oriente. Quella della “Pietà” o “Cristo nel sepolcro”, contornato dagli strumenti della sua passione, è affrescata in una lunetta del retro-sacrestia di destra.

   I resti della “Natività” sono di entità minima, per cui ci si limita a farne soltanto una doverosa segnalazione.

   Più significativa la scena della “Crocifissione” che, nonostante lo stato frammentario, permette una buona lettura per interessanti confronti stilistici. L’affresco è stato realizzato entro un contorno di arco gotico trilobato, sopra altro affresco preesistente. Sul fondo, in rosso mattone, si staglia la croce sulla quale è inchiodato il Crocifisso, raffigurato in grandezza naturale. Purtroppo il volto di Cristo è andato perduto per caduta dell’intonaco, ma resta la parte superiore del capo, adorno di una ricca corona di capelli, rappresentato in modo analogo a quello della “Crocifissione” di Magliano di Tenna. Gli “Angeli della Passione” si librano nell’aria con calici in mano per raccogliere il sangue che goccia dalle ferite delle mani e del costato. All’altezza dei piedi del Cristo, si vede la testa della Maddalena che, nella scena originaria, era stata rappresentata in ginocchio ai piedi della croce. Sulla sinistra, in piedi, la figura aureolata di S. Giovanni Evangelista in veste gialla e manto rosso. Sul lato opposto, la figura della Madre Addolorata è stata coperta dal muro trasversale.

   Il “Cristo nel sepolcro” è stato raffigurato ignudo, col capo reclinato sulla spalla destra e le braccia incrociate sul davanti. Nel fondo color rosso mattone della lunetta, si vedono rappresentati vari strumenti della Passione: la scala con i chiodi e le tenaglie, i flagelli, la lancia e la canna con spugna.

   Ci sia consentito aggiungere che ci sembra che possano essere attribuite a questo pittore alcune “scene evangeliche” che esistono nell’Oratorio Farfense di Montegiorgio, oltre le più note “storie” relative alla “Invenzione della Santa Croce” e che un opportuno restauro consenta una lettura attributiva veramente pertinente.

   Per la datazione degli affreschi di Servigliano si apre una ipotesi ben circostanziata. Nel 1457 il papa Callisto III concesse l’indulgenza di sette anni per la festa di S. Maria del Piano. Generalmente simili richieste e concessioni avevano luogo per raccogliere fondi destinati alla costruzione del sacro edificio, o per celebrare con maggior concorso di popolo il suo rinnovato decoro con dipinti di vario genere.

     Pertanto ci sembra di poter proporre l’anno 1457 come probabile datazione degli affreschi di S. Maria del Piano (Natività – Crocifissione – Pietà) i quali, pur precedendo di oltre un decennio l’affresco votivo di S. Antonio Abate (1468), manifestano una medesima area culturale, ancorata in schemi disegnativi, ed espressa dal genere popolaresco più vicino allo stile di Giovanni di Corraduccio, che non a quello del folignate Bartolomeo di Tommaso. Questi, nonostante la loro frammentarietà, offrono anche significative indicazioni per evidenziare anche alcune convergenze con l’arte e lo stile di Fra’ Marino Angeli: vedi, per esempio, la corona di spine, i capelli, il perizoma del Cristo, gli angeli che raccolgono nei calici il sangue che esce dalle ferite delle mani e del costato. Pertanto, volendo proporre un nome che faccia riferimento alla personalità di questo artista, presente in S. Maria del Piano e in altre chiese del Fermano, diverso da Giacomo di Cola da S. Vittoria, stanti alcune affinità con il monaco-pittore, non ci resta che indicare, fino a prova contraria, il pittore Cola da Santa Vittoria in Matenano, padre del suddetto Giacomo.

\\\ Testo derivato da uno scritto di Giuseppe Crocetti

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SAN GIUSEPPE MINISTRO DEL NEONATO SALVATORE

SAN GIUSEPPE

-Rallegrati Maria che sei sposa,

gradita sei tu qual fresca rosa –

   Giuseppe la riguarda e tira via

   per non sentire il pianto di Maria.

Giuseppe parte con dolce allegria

ed accarezza la madre Maria.

   “Un pezzo di pane ci porteremo,

   per quando noi la fame sentiremo.

Un somarello con noi condurremo

per quando noi ci stancheremo”.

   Quando fu l’ora del solleone

   si confortano con santa orazione.

“Su, Maria, se non puoi camminare,

c’è il somarello che ti può portare”.

   “Io, Giuseppe, non sono stanca.

   Lo Spirito Santo mi rinfranca”.

Quando Maria in sella era salita,

guarda la stella che era apparita.

   Era apparsa in certe capannelle,

   dove dormivano poche pecorelle.

“Qui Maria, dormi assai sicura,

e di nessuno puoi aver paura.

  “Stai pure tu, Giuseppe, qui sicuro,

  per me sei sempre lo sposo puro”.

Quando è l’ora della mezzanotte,

Maria ha il Figlio in una delle grotte.

   Il parto di Maria è un bel sorriso,

   è nato il Signore del Paradiso.

Il parto di Maria è gigli e canti,

è nato il Signore di tutti quanti.

   Nel parto di Maria è nato un fiore,

   è nato Gesù Cristo Salvatore.

Nel parto di Maria è nato un giglio,

beato Giuseppe con questo figlio.

   Nel parto di Maria è nato un santo,

   Giuseppe lo onora per tutto quanto”.

Sulla paglia sta il bambinello

scaldato dal bue con l’asinello.

   Gesù è più bello d’ogni figlio,

  Giuseppe gli cerca un bel giaciglio.

A Betlemme offre a loro la casa

donna Anna per l’amore che travasa.

<Derivato da un canto di Belmonte Piceno>

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