AUTONOMIA DEL LAVORO E PROGRESSO ECONOMICO scritto di Mancini Dino

Libro di Mancini Dino  AUTONOMIA DEL LAVORO E PROGRESSO ECONOMICO

La presente soluzione del problema sociale non è diretta né ad arricchire né ad impoverire alcuno; neppure è diretta ad affiancare questo o quel partito politico, questo o quell’in­dirizzo ideologico.

Infatti il problema sociale è essenzialmente un problema di giustizia; e quindi può essere risolto soltanto dalla Ragione che riflette con oggettività, chiarezza e distinzione, sul rapporto fra capitale e lavoro.          *

Impostare il problema’ della giustizia sociale dal punto di vista dei capitalisti o dei lavoratori, oppure identificarlo con la lotta di classe, significa affidare la soluzione di esso alla forza. Mescolare, poi, al problema della giustizia altri proble­mi ad esso estranei e che perciò vanno risolti a parte, signi­fica fare un’immensa confusione e porre il pericoloso strumen­to dell’economia in mano alle fazioni.

La religione e la morale debbono essere tenute presenti per evitare soluzioni ingiuste o lesive della dignità umana, ma non possono e non debbono essere confuse con i problemi del­l’economia.

CAPITOLO PRIMO: Fondamenti razionali di un contratto giusto i diritti de! capitale e quelli del lavoro

La giustizia consiste nel riconoscere a ciascuno quello che gli è proprio e nel dare a ciascuno quello che gli spetta.

Ognuno ha la proprietà di quello che possiede legittima- mente. A ciascuno spetta quello che egli stesso produce con la sua attività o che il suo possesso gli produce naturalmente.

Premessi questi principi, che non hanno bisogno di dimo­strazione perché storio evidenti, facciamo una distinzione fra capitale produttivo e capitale producente: il primo è un bene capace di produrre rfn altro bene, qualora intervenga il la­voro; il secondo è lo stesso bene che produce di fatto un altro bene o altri beni in forza del lavoro.

In altri termini, il capitale producente è il capitale pro­duttivo + lavoro.

Fatta questa distinzione, prendiamo in esame due ipotesi: o il proprietario del capitale produttivo pone anche il lavoro per farlo divenire producente; oppure, non avendo modo di farlo produrre col suo lavoro, lo « concede in lavoro » ad altri che lo faranno fruttare con la propria attività.

Nel primo caso egli è il proprietario del capitale e del prodotto del lavoro; nel secondo caso è il proprietario del capitale e del frutto economico della concessione, ma per nulla affatto del prodotto, a cui non ha diritto per nessun titolo.

Infatti chi concede ad altri il diritto di produrre col suo capitale, perde il diritto al prodotto; chi, viceversa, acquista il diritto di produrre con capitale altrui, acquista anche il diritto al prodotto.

La sostanza del discorso, dunque, è tutta qui: ogni volta che un proprietario, per qualsiasi motivo, rinuncia a rendere producente il capitale col suo lavoro, e lo concede in lavoro ad altri, nella sua operazione non si rileva altra forma di contratto che quella dell’affitto.

Perciò egli conserva la proprietà del capitale, ha diritto al frutto finanziario della concessione (in altre parole, all’inte­resse sul valore economico di ciò che egli concede), ma non ha alcun diritto sul prodotto.

Infatti tale diritto gli dovrebbe derivare o dal capitale o dal lavoro o dalla concessione. Ma non gli deriva dal capitale, perché questo, senza il lavoro, non produce nulla; non dal lavoro, perché egli rinuncia a far produrre l’azienda colla sua attività; non dalla concessione, perché questa non rientra af­fatto tra le operazioni produttive per mezzo di lavoro, bensì tra quelle di natura finanziaria, e, come tale, può produrre sol­tanto un interèsse sulla base del valore economico che viene concesso.

Il grado di produzione che può essere raggiunto dall’azien­da  rientra senza dubbio fra gli elementi della stima (in­sieme al costo e alla modernità degli impianti, alla quotazio­ne di mercato dei prodotti, al grado di avviamento della ge­stione); ma un conto è tenerlo presente ai fini di una stima più o meno esatta del capitale; e un altro conto è pretende­re che esso sia considerato come un fattore della produzione e quindi costituisca per il proprietario un titolo di diritto sul prodotto: sarebbe una pretesa assurda e il discorso stesso sarebbe senza senso.

E’ per questo motivo, del resto, che, quando si concede in affitto un capitale, nello stabilire il canone non si tiene mai conto del prodotto che l’affittuario sarà capace di realizzare col suo lavoro.

In conclusione: quando la produzione è il risultato di due fattori distinti, posti da due persone diverse, per definire che cosa spetta a ciascuna di esse, bisogna vedere quello che ciascuna pone.

Il proprietario pone, dà in concessione o in affitto, un valore economico; e perciò a lui spetta solo il prodotto natu­rale di tale valore, cioè l’interesse finanziario.

Il lavoratore pone il lavoro producente, e perciò a lui spetta tutto quello che produce con la sua attività, detratto l’interesse sul valore economico del capitale, in quanto produce con un mezzo che non è suo.

In pratica, il proprietario è il finanziatore della produ­zione; il lavoratore è il produttore. Se il proprietario vuole anche il prodotto, ponga anche il lavoro producente; se il la­voratore vuole anche il capitale, se lo compri.

Un esempio per illustrale il concetto fin qui esposto. Un proprietario possiede un fondo del valore di dieci milioni. Egli non ha voglia o tempo di farlo produrre col suo la­voro; e perciò lò concede in lavoro ad una famiglia che intende coltivarlo. Che cosa egli concede? E’ chiaro: un ca­pitale capace di produrre ma non producente, ossia con­segna un valore di dieci milioni che, al tasso, ad esempio, del 6% può fruttare un interesse annuo di 600 mila lire. Solo questo frutto del suo capitale spetta al proprietario, in quanto egli pone solo un valore economico e non prende parte diretta e attiva alla produzione.

Non si venga a dire che il fondo non è dieci milioni, bensì un complesso di cose che possono produrre altre cose, e che perciò al proprietario spetta il diritto globale su tutto, anche sul prodotto che egli non produce. Infatti le cose che possono produrre altre cose, in pratica, senza il lavoro non producono nulla (per stare all’esempio citato, senza l’intervento dei lavoro le colture si arrestano, il terreno inselvatichisce, il bestiame rimane incustodito): la produttività del fondo diventa produ­zione solo quando entra in azione il lavoro.

Assurdità del vecchio rapporto capitale-lavoro

La ragionevolezza di quanto stiamo dicendo appare più evidente se si considerano le assurdità del vecchio contratto.

Secondo il contratto tradizionale, il proprietario (o pri­vato o Stato che sia) fa al lavoratore una proposta di questo genere: « tu mi mantieni in efficienza e mi fai fruttare il più possibile questo capitale; io incasserò il prodotto e a te darò una quota parte per vivere (il salario) ».

In un contratto di tal genere vi sono tre cose che ripugna­no alla ragione: una forma di schiavitù, una grave ingiustizia, l’impossibilità pratica di stabilire un salario ragionevole.

Dimostriamo anzitutto che esso include una forma di schiavitù.

Infatti nel contratto tradizionale il proprietario compra le energie produttive del lavoratore e le paga col salario: non è il capitale che viene affittato al lavoratore, ma è il lavoro (e, in pratica, il lavoratore) che viene preso in affitto dal pa­drone per far fruttare e per accrescere il suo capitale.

Siamo di fronte ad un contratto di compra-vendita vero e proprio (un tempo soggetto addirittura alla legge della do­manda e dell’offerta), in forza del quale il capitalista da «proprietario » diventa « padrone» . Il salario è il prezzo di que­sto contratto schiavesco.

Non si venga a dire che l’operaio coopera col proprietario e che quindi non si tratta di padronato. La collaborazione ha senso quando due o più persone lavorano insieme, quando sono soci su un piano di parità, con diritti e doveri proporzionati all’apporto di ciascuno. Ma il lavoratore, secondo il contratto tradizionale, è totalmente passivo: chi amministra, dirige e comanda è il padrone; e il padrone amministra tenendo pre­senti solo gli interessi suoi.

Anche nel sistema collettivista c’è un padrone, un gigan­tesco padrone: lo Stato; e gli interessi a cui i lavoratori ven­gono asserviti sono quelli della classe politica dirigente.

La cooperazione, finché restano in piedi la figura del pa­drone e l’istituto del salario, è un assurdo. Il padrone, infatti, farà del tutto per sfruttare il più possibile il lavoro e per tener basso il più possibile il salario. L’operaio, da parte sua, farà del tutto per lavorare il meno possibile e percepire un salario alto il più possibile.

In questa lotta, la vittoria sarà del più forte, mai della giustizia. 

Lo spirito di collaborazione, invece, è una cosa del tutto diversa dalla cooperazione fra padrone e suddito: esso fiori­sce soltanto su un piano di chiarezza e di giustizia.

Dimostriamo ora che il contratto tradizionale include una grave forma di ingiustizia.

Infatti, mentre al padrone spetterebbe solo il frutto finan­ziario della concessone in lavoro, egli si appropria anche del prodotto del lavoro, di cui restituisce all’operaio una parte a titolo di salario.

Un esempio. Un proprietario possiede un capitale del va­lore di cento milioni. Supposto che il tasso d’interesse sia il 6°/o, un valore di cento milioni dovrebbe fruttare 6 milioni. Eppure in forza del contratto tradizionale cento milioni ren­dono al proprietario assai più di sei milioni. Ed allora tutto quello che il proprietario incassa oltre quanto gli spetta per giustizia, è da considerarsi rubato al lavoro producente.

In forza del contratto tradizionale il padrone non trae un guadagno fisso dal suo capitale: il suo guadagno è tanto maggiore quanto maggiore è la produzione; e la produzione t tanto maggiore quanto più e quanto meglio lavorano gli operai. Il salario, invece, pur crescendo la produzione, e quindi il guadagno del proprietario, resta sempre lo stesso. Di qui la tendenza sia del padrone privato sia del padrone-Stato a sforzare il più possibile i lavoratori, affinché producano sempre di più e sempre meglio, non certo per migliorare le condizio­ni dei lavoratori stessi, ma per arricchire la ditta o il regime.

L’ingiustizia è proprio qui: il proprietario pone un valore fisso (il capitale) e l’incasso varia di continuo (; menare il la­voratore, anche se pone uno sforzo maggiore e impegna una capacità più efficiente, e .quindi produce di più, riceve sempre io stesso salario o almeno un salario sempre inferiore al valore che egli effettivamente produce. Di qui la possibilità di arric­chimento indefinito per il padrone e la perpetua mediocrità economica dell’operaio; oppure (nel caso del capitalismo di Stato) lo sperpero e lo sguazzo della classe dirigente da una parte e il misero tenore di vita del popolo dall’altra.

Non si venga a dire che al padrone spetta di più a causa dei rischi che affronta. Anzitutto, infatti, non si capisce perché dovrebbe essere garantito dai rischi solo il proprietario e non anche il lavoratore; perché debba essere proprio il lavoratore a pagarli; e perché il lavoratore, che ci si preoccupa tanto di mettere a parte dei rischi, non debba aver parte anche nei guadagni.

In secondo luogo, i rischi potranno esservi o non esservi. Se non vi saranno, perché il lavoratore dovrebbe pagarli come se fossero sicuri? Se vi saranno, perché dovrebbe pagarli il lavoratore come se capitassero per colpa sua?

In pratica è ben noto come va questa storia dei rischi: fino a che le difficoltà sono sopportabili, il padrone si rifà licenziando parte degli operai; se la situazione diventa inso­stenibile, egli chiude bottega e li manda a spasso tutti. Per chiarire e risolvere in modo razionale e definitivo anche l’equivoco dei rischi, basta che il proprietario dia in affitto il

Infine è senza fondamento l’affermazione che al padrone spetti di più a causa dell’attività che egli pone nell’impianto del capitale o nella produzione stessa.

Anzitutto non è serio affermare, in termini generali e categorici, che il proprietario impegna anche la sua attività nella produzione; e che, appunto per questa attività, come se essa ci fosse sempre, egli ha diritto alla parte del leone nella spartizione del reddito dell’azienda.

E’ forse un mistero che molti proprietari (specie se azio­nisti) non prendono parte affatto alla produzione con la loro opera diretta? Eppure anche ad essi il capitale si duplica, si triplica di valore in forza di un lavoro che essi non pongono.

Fatta questa precisazione, prendiamo in esame l’ipotesi che il proprietario ponga la sua attività o nell’impianto dell’a­zienda o nella produzione o in ambedue i momenti.

Il valore dell’attività che egli pone nell’impianto dell’azienda rientra nella stima del capitale stesso; ed è assurdo pretendere che essa sia pagata anche col prodotto del lavoro.

L’attività che egli pone nella produzione verrà pagata per quel che vale, come se la svolgesse un altro che avesse le stesse capacità e impegnasse lo stesso tempo e le stesse energie. As­segnare, per principio, la parte più grossa al proprietario perché egli lavora e come se il suo lavoro fosse chissà che cosa e aves­se un valore misterioso, significa giudicare a capriccio e volere a tutti i costi la vittoria del più forte.

Non si capisce, infatti, perché mai lo stesso lavoro, se è svolto dal padrone debba avere un valore senza limiti, mentre se è svolto da un dipendente, ha un valore ben determinato e nettamente inferiore.

In conclusione, se il proprietario pone anche lui la sua opera nella produzione, riceverà per essa né più né meno di un altro che svolge lo stesso lavoro suo.

A proposito della collaborazione del proprietario, avver­tiamo una volta per sempre, che il nostro discorso non è di­retto ad escludere dall’attività, produttiva i capaci, per affidarla agli incapaci, ma tende solo a distinguere ciò che va distinto, af­finché si possano individuare con chiarezza i diritti del capitale e quelli del lavoro. Distinguere, infatti, le parti e le competen­ze del proprietario da quelle del lavoratore, non significa affat­to escludere il proprietario – dall’attività produttiva.

I proprietari dotati di eccellenti capacità organizzative o direttive e di spiccato senso degli affari, sono elementi pre­ziosi e spesso insostituibili, della cui opera i lavoratori, nel loro stesso interesse, non debbono fare a meno. Però, come è stato già detto, il proprietario deve contentarsi della parte che gli spetta in base al lavoro che pone. In tal caso, egli, oltre al di­ritto di proprietà sul capitale e sul reddito economico della concessione, acquista anche  quello sul prodotto, in proporzione dell’attività da lui svolta nell’azienda.

Solo in tal senso e solo su questa base di rapporti precisi fra proprietari e” maestranze, potrebbe avere un significato quella che suol chiamarsi « partecipazione dei lavoratori agli utili dell’azienda ».

Infatti, se prima non si chiarificano le posizioni e i di­ritti del capitale e del lavoro; e non si definisce se il proprie­tario è un padrone o un socio, si rischia di impostare la colla­borazione sul piano dell’equivoco e della confusione; e, al momento della spartizione, si rischia di dover litigare.

Per concludere questa analisi intorno all’assurdità del con­tratto tradizionale, non sarà inopportuno rilevare che, tino ad oggi, non è stato trovato un criterio razionale in base a cui poter definire il salario giusto.

          I liberali hanno proposto il criterio della domanda e dell’offerta, corretto (all’età nostra) con aggiunte di assegni, quote di previdenza, ferie, tredicesima ecc.

I sindacalisti hanno proposto il criterio della lotta inces­sante per garantire ai lavoratori salari indefinitamente sempre più elevati.

I marxisti hanno proposto il criterio del salario statale.

L’assurdità del criterio liberale è evidente: il lavoro non è una merce; o, quanto mai, è una merce produttiva e deve essere valutata, perciò, in base alla sua produzione effettiva e non in base alla sua abbondanza o rarità.

Assurdo è anche il criterio dei sindacalisti, perché la lotta è uno scontro di forze; e ogni scontro si risolve con la vitto­ria non della giustizia, ma del più forte. Quante volte i lavo­ratori, pur avendo ragioni da vendere, sono stati sopraffatti dalla prepotenza dei padroni! Quante volte imprenditori real­mente in difficoltà sono stati costretti a fallire o a segnare il passo nell’ampliamento o nel miglioramento delle loro aziende a causa delle pretese esorbitanti e inopportune dei lavoratori, sobillati dalla demagogia dei sindacalisti!

Non sarebbe onesto disconoscere i meriti storici del sin­dacalismo, che è riuscito a correggere molti gravi difetti del contratto salariale impostato sulla legge della domanda e del l’offerta; né, in teoria, si potrebbe escludere che, a forza di lotte, i lavoratori un giorno riescano vincitori.

Ma, anzitutto, che senso possono avere le parole « lotta » e « vittoria », quando si tratta di problemi di giustizia? La lotta assicura la vittoria al più forte, che potrebbe anche aver torto; per cui, quando si tratta di giustizia, la parola vit­toria non ha senso, se a vincere non è la giustizia stessa.

In secondo luogo, il sindacalismo si muove su un piano di presupposti sbagliati, che renderebbero difficile ed equivoca la vittoria dei lavoratori. Esso, infatti, (a) accetta come pre­supposto la validità del salario; (b) fino ad oggi (malgrado le dichiarazioni solenni ed ostentate di autonomia) esso è stato legato mani e piedi alla politica, e lo sarà fatalmente anche in futuro; (c) pretende di risolvere con la lotta (che spesso degenera in rissa) problemi che vanno risolti con la ragione.

Assurdo, infine, è il criterio del salario anche in regime collettivista o comunista. Infatti il valore prodotto dal lavo­ratore viene a lui strappato e gettato nel gran calderone del­l’economia statale, ove, si sperde mescolandosi ad infiniti altri elementi di natura soprattutto politica; e quando, alla fine, gli viene restituito in forma di salario, non si riconosce più. A parte il fatto che, dal punto di vista storico, il salario dei lavoratori in regime comunista è stato sempre insufficiente, anche nei paesi forniti di potenti risorse economiche naturali, non è forse evidente che il salario politicizzato è un furto com­messo dallo Stato ai danni dell’operaio? E’ strano che il so­cialismo, il quale era partito con il proposito di rendere giu­stizia ai lavoratori, abbia adottato, per il conseguimento di tale scopo, il mezzo più iniquo, quale è appunto quello di togliere ad essi di mano il valore prodotto; ed abbia instaura­to il più assurdo sistema di capitalismo. Capitalismo, infatti, è qualunque sistema che accentra il capitale e il prodotto nelle stesse mani^ed assegna al lavoratore il salario.

Né si venga a dire che il metodo collettivista è stato in ventato per garantire l’uguaglianza tra i cittadini o pei1 assi­curare il contributo di tutti al benessere economico della società.

Infatti, anzitutto, un’uguaglianza fondata sull’ingiustizia, è un crimine ipocritamente camuffato di demagogia; in secondo luogo bisognerebbe dimostrare storicamente che in regime socialista l’uguaglianza è stata qualche volta raggiun­ta su un livello di vita accettabile per tutti.

Quanto, poi, all’idealistico pretesto di garantire, col si­stema socialista, il contributo di tutti i cittadini al benessere e al progresso della collettività, non è difficile capire che uno scopo di tal genere si raggiunge, con maggior sicurezza e ra­pidità, attraverso il sistema della tassazione. Speriamo che qualcuno non venga a ripetere la storiella del socialismo

avverso alle tasse. In tal caso, infatti, dovremmo rilevare che non c’è tassa più iniqua e più esosa de] furto che, giorno per giorno, lo Stato commette contro il lavoratore in regime socialista, rubandogli metà o addirittura due terzi del valore da lui prodotto.

Non c’è, dunque, nessuna differenza tra il procedimento di cui si vale il capitalista privato e quello a cui ricorre il capi­talista Stato, per frodare il lavoratore: infatti, sia l’uno che l’altro incassano tutto il prodotto del lavoro (su cui non hanno alcun diritto) e ne restituiscono al lavoratore solo una parte sotto forma di salario.

Procedimento più razionale, più giusto, più sicuro, più rapido è che i lavoratori incassino loro direttamente il pro­dotto e pensino da sè ai loro bisogni ed interessi, senza tutori-padroni o padroni-tutori.

L’impossibilità pratica di fissare il criterio del salario giu­sto, dunque, sta a confermare che il salario è un assurdo in se stesso. Infatti, che cosa si intende pagare col sa­lario? Forse l’energia impiegata,dal lavoratore? E quale valore ha l’energia di un uomo? A parte la mentalità schiavesca sot­tintesa in simile concezione (a cui si è già accennato), defi­nire questo valore in’base al fabbisogno quotidiano, (pur con tutte le aggiunte del carovita, degli assegni familiari, delle ferie, della tredicesima mensilità, della previdenza sociale, delle assicurazioni), significa adottare un criterio che non contenta né chi dà né chi riceve. Colui che dà, infatti, ha sempre la sensazione di dar troppo; mentre colui che riceve ha sempre la sensazione di ricever poco. Perciò è bene che ognuno abbia il frutto naturale di quello che pone nella produzione. Di un capitale affittato al lavoratore si sa quello che produce (l’in­teresse al tasso nazionale); ma di un lavoratore affittato al capitale (sia privato che statale) quale prezzo si può stabi­lire? Ed allora, oltre tutto, è anche più pratico, più sicuro che il lavoratore si paghi, si assicuri, si garantisca da sé, col pro­dotto del suo lavoro.

Estensione del contratto-affitto.

Da quanto è stato detto fin qui, deve risultare chiaro che il proprietario è solo un finanziatore e un organizzatore dell’a­zienda, non un padrone; e che, come tale, egli ha diritto sol­tanto ad una cosa: che gli siano garantiti l’integrità del valore da lui posto e l’interesse su quel valore.

Se si tiene presente questo principio, è facile vedere che il contratto-affitto si estende a tutti i casi nei quali il proprie­tario non ha tempo o voglia o possibilità di far fruttare il suo capitale col proprio, lavoro; oppure in tutti i casi nei quali, non bastandogli il suo lavoro personale per farlo fruttare, chiede la collaborazione di altri.

Esso, perciò, è applicabile non solo nell’agricoltura e nel­l’industria, ma anche nell’edilizia, negli impianti di qualsiasi genere (telefoni, ferrovie, acquedotti ecc.), nei traspoxti, nel commercio.

Un edificio è il risultato del lavoro dei manovali, dei mu­ratori, dei tecnici: all’impresario spetta soltanto l’interesse sul valore dell’attrezzatura da lui fornita (garantita l’integrità dell’attrezzatura stessa come valore); e, se egli presta anche la sua opera come dirigente, ha diritto al valore che produ­ce come lavoratore-dirigente.

La stessa cosa si dica della costruzione di qualsiasi impianto: chi lo realizza e lo attrezza ha diritto solo all’interesse sul valore di esso e alla garanzia.

Allo stesso modo un autocarro, un pullman di linea deve fruttare al proprietario solo l’interesse sul suo valore com­merciale, a meno che egli, oltre al capitale, non ponga anche il suo lavoro.

Infine, un’azienda commerciale è anch’essa un valore che al proprietario deve fruttare solo l’interesse della con­cessione.

Il contratto del lavoro di concetto

Il contratto del professionista che lavora per terzi è chiaro che non rientra nella specie della concessione in lavoro, bensì in quella del contratto di compra-vendita. Infatti il professio­nista non lavora con capitale altrui, bensì con la testa propria: è egli stesso, per così dire, energia produttiva e producente. Il professionista, in generale, si impegna a produrre un valore (ad esempio: la salute, se è medico; il sapere, se è insegnante; un’opera d’arte, se è artista; un computo finanziario esatto, se è commercialista ecc.) dietro richiesta del cliente. Al con­tratto del professionista, perciò, si applica il principio che ad ognuno spetta il valore che produce. E il valore di una presta zione intellettuale è il prezzo corrente di essa (la tariffa di una visita medica, la tariffa di una lezione ecc.).

Vediamo, ora, in particolare, la situazione del professio­nista impiegato che presta la sua opera o presso un privato o presso lo Stato. Il professionista impiegato non è altro che un professionista libero il quale lavora per un cliente fisso (e, in pratica, con una quota sicura di lavoro da svolgere in locali attrezzati dal cliente-Stato o dal cliente privato).

L’unica differenti! che lo distingue dal professionista li­bero, è che questi svolge la sua attività in condizioni più di­spendiose e precarie, in quanto deve attrezzare il suo studio, deve trovarsi i clienti, non ha una quantità sicura di lavoro da svolgere.

Essendo, dunque, l’impiegato né più né meno che un professionista a lavoro fisso, per lui non si può parlare di stipendio, bensì di tariffa: più lavora e meglio lavora, più guadagna. Lo stipendio, come il salario, sa di schiavismo, non soddisfa né chi lo dà né chi lo riceve, favorisce la frode e la confusione (basta pensare a quanti percepiscono stipendi fa­volosi, pur lavorando poco; e, viceversa, a quanti ricevono sti­pendi irrisori, pur lavorando moltissimo). La frode e la confu­sione derivano dal fatto che, come per il salario, così anche

per lo stipendio è impossibile stabilire un criterio sicuro per determinarlo.

Nel caso particolare dell’impiego statale, il criterio della tariffa elimina radicalmente quella massa di mezzucci e ripie­ghi con cui gli Stati avari e arretrati cercano di frodare e accontentare, nello stesso tempo, l’immensa folla dei lavora­tori pubblici, specie quelli di grado medio.

Il carovita, le presenze, i premi, gli scatti, gli sconti fer­roviari, le aspettative ecc. sono voci, infatti, destinate a co­prire la miseria di certi stipendi-base. Ma il popolo prende lo spunto da queste voci per fantasticare sui favolosi stipendi degli statali in genere; ed ha la sensazione che le entrate pubbliche co­stituiscano un’immensa torta riservata all’avidità senza fondo dei fortunati che sono riusciti ad accaparrarsi un posticino nell’amministrazione dello Stato. Dall’altra parte, gli interessati hanno sempre nuove rivendicazioni da avanzare, ingiustizie da la­mentare, meriti disconosciuti da mettere in evidenza.

Se lo Stato non è il padrone dei suoi impiegati, ma sol­tanto un loro cliente; se gli impiegati non sono i padroni del­lo Stato, soltanto professionisti che prestano la loro opera in uffici ..pubblici, il concetto di impiego va inteso solo nel senso di lavoro fisso a tariffa; e il concetto di stipendio va inteso solo come equivalente di un valore prodotto attraverso un lavoro intellettuale.

Più avanti illustreremo i criteri per determinare pratica- mente questo valore.

RIEPILOGO

Riassumiamo i concetti espressi in questo capitolo.

Da una parte c’è un proprietario che, pur possedendo un ca­pitale produttivo, non può, per un motivo qualsiasi, applicarsi alla produzione con il suo lavoro personale.

Dall’altra parte c’è il lavoratore che, pur volendo pro­durre con il suo lavoro, manca di capitale produttivo.

In tal caso qual è l’operazione più naturale, più razionale, più giusta, più utile sia per gli interessati diretti che per la società?

Che il proprietario conceda in lavoro il suo capitale a chi voglia dedicarsi all’attività produttiva.

Infatti, il proprietario deve “tener presente che, se il suo capitale rimanesse inattivo, non frutterebbe nulla né per lui né per gli altri, anzi andrebbe in rovina (e tale eventualità do­vrebbe provocare l’esproprio da parte dello Stato in nome del bene comune); mentre, concedendolo in affitto al lavoratore, non solo fa un beneficio a se stesso (in quanto conserva una proprietà che non teme inflazioni e ricava l’interesse dalla concessione in lavoro), ma contribuisce anche all’aumento della produzione nazionale e al benessere comune (che è uno dei più gravi doveri sociali).

Che cosa concede il proprietario?

Un capitale produttivo ma non ancora producente, ossia un valore economico. *

Che cosa pone il lavoratore?

L’attività producente.

Che cosa spetta al proprietario?

L’interesse sul valore commerciale del capitale e la ga­ranzia circa l’integrità assoluta di tale valore.

Che cosa spetta al lavoratore?

Il prodotto intero, cioè il frutto naturale di ciò che ha posto lui, vale a dire del lavoro, con l’obbligo, però, di paga re l’interesse e di garantire il valore del capitale.

Cade, in tal modo, il contratto tradizionale con la sua formula più o meno esplicita proposta dal padrone (pri­vato o Stato) e subita dal lavoratore: « mi fai fruttare questo capitale il più possibile, ed io ti darò un salario che incida il meno possibile sul mio incasso»

Delineate in sintesi le posizioni rispettive del capitale e del lavoro, riassumiamo, per così dire, in formule, le conse­guenze che scaturiscono dalla nuova impostazione.

  1. Il capitalista è l’organizzatore, il finanziatore e il pro­prietario dell’impianto produttivo; il lavoratore è il produttore.
  2. Ad ognuno spetta il frutto naturale di ciò che pone nella produzione. *
  3. Il capitale produttivo è un valore economico che può fruttare al proprietario solo un interesse; il lavoro producente è un’attività valutabile solo in base al prodotto.
  4. Non l’uomo affittato al capitale, ma il capitale affitta­to all’uomo.
  5. Proprietari sì, ‘padroni no.
  6. Il salario è un assurdo: ognuno si paga da sé; il pro­prietario con l’interesse sul valore del suo capitale, il lavorato­re col valore da lui prodotto.

Vantaggi della nuova impostazione

  1. Una volta distinte le posizioni del proprietario e dei produttore, ognuno diventa responsabile del proprio benes­sere o della propria miseria. Né i lavoratori avranno più mo­tivo di accusare i proprietari come sfruttatori, né i proprie­tari avranno più motivo di considerare i lavoratori come nemi­ci della loro proprietà o come ostacoli ai loro guadagni.
  2. Non vi saranno più né motivi né pretesti per la lotta di classe. Una volta realizzata l’autonomia dei lavoratori, gli scioperi non avranno più senso. I demagoghi non potranno più promettere il paradiso terrestre ai lavoratori, perché que­sti, nei limiti del possibile, avranno modo di costruirselo da sé.

          3)- Sarà garantita maggiore stabilità a tutta l’economia nazionale. Infatti il tarlo roditore dell’economia dei popoli è l’inflazione progressiva; e la causa prima di questa sono gli scioperi per adeguamenti salariali. E’ evidente che, qualora non vi fosse più motivo per scioperi di questo genere, i peri­coli dell’inflazione si ridurrebbero di molto.

          4)Sarà difficile ai filosofi, ai politici, agli irreligiosi sfrut tare la questione sociale per propagandare le loro ideologie (spesso assurde) fra le masse; e viceversa, sarà anche difficile ai profittatori valersi degli ideali di patria e di religione pei imporre le più esose ingiustizie sociali.

          5) I lavoratori, una volta liberati dal giogo del padronato, produrranno di più, perché avranno piena libertà d’iniziativa e il frutto della loro attività apparterrà ad essi soltanto. Dal­l’aumento della produzione, poi, trarrà vantaggio tutta la società.

         6)Riacquistata la libertà, i lavoratori potranno organiz­zarsi come crederanno più opportuno.

           7) I proprietari si troveranno nella necessità di migliora­re i loro impianti produttivi, perché l’interesse che ricaveranno dalla concessione in affitto sarà in rapporto al valore del capitale; e questo, a sua volta, sarà stimato in rapporto alla sua efficienza.

            8) Fino ad oggi certi lavoratori sfortunati sono stati co­stretti a lavorare con capitali scarsamente produttivi c male attrezzati, alle stesse condizioni di chi lavorava con capitali ec­cellenti (ad es.: nella mezzadria l’aliquota di ripartizione del prodotto era uguale sia per i terreni poco produttivi che per i terreni di alto grado di fertilità). Col sistema dell’interesse sul valore del capitale, questo inconveniente sarà eliminato.

         9) Scomparirà o diminuirà il fenomeno degli arricchimen­ti ingiusti e sfacciati. Alla ricchezza potranno accedere tutti in misura moderata e con mezzi giusti.

10) Infine, la chiarezza nell’impostazione del rapporto tra capitale e lavoro contribuirà ad illuminare molti aspetti se­condari, ma pur essi importanti, della questione sociale.

CONCLUSIONE

L’evoluzione della civiltà genera fatalmente nell’uomo una coscienza più chiara e più viva dei suoi diritti e della sua digni­tà. La storia attesta che nelle età barbare gli uomini subiscono passivamente prepotenze e ingiustizie di ogni genere. Ecco per quale motivo, oggi, mano mano che la civiltà progredisce, la figura del padrone (sia esso un privato, sia esso lo Stato) va sempre più scadendo nell’opinione generale e rimane come simbolo di età arretrate.

Quella che rimane, perché è giustificata dalla Ragione, è la figura dell’organizzatore, del pioniere economico: figura sempre degna di rispetto e di gratitudine.

L’operaio, fino ad oggi, ha lavorato per aumentare il ca­pitale e il benessere altrui, cioè del padrone privato o del padrone-Stato;’ e perciò egli ha lavorato senza interesse e senza entusiasmo; in quanto non ha prodotto per sè, ma per gli altri; ha lavorato senza spirito di iniziativa, in quanto ha dovuto eseguire e subire piani produttivi basati sull’interesse e talvolta sul capriccio altrui; ha lavorato senza prospettive chiare e sicure di guadagno, in quanto l’entità del suo salario è stata definita o dall’arbitrio del padrone o dall’esito (sem­pre incerto) della lotta sindacale.

Se ognuno lavorasse per sè, o con capitale proprio o con capitale preso in affitto; e se ognuno fosse responsabile della sua fortuna personalmente, si eviterebbero molte ingiustizie, si eliminerebbero molti pretesti di lamento, si produrrebbe dì più in ogni settore dell’economia nazionale ed il benessere generale aumenterebbe.

CAPITOLO SECONDO   Presupposti pratici della giustizia sociale e del progresso economico

il compito dello Stato

A nulla varrebbe aver trovato un valido criterio di giustizia, se si lasciasse piena libertà ai soverchiatori. Lo sfruttamento è una forma di ladrocinio vero e proprio, anzi la più grave e la più rovinosa.

Perciò se lo stato ha il compito di prevenire i delitti è suo dovere combattere lo sfruttamento per mezzo di leggi e istituti capaci di bloccare l’avidità umana e di costringere ciascuno a contentarsi di quello che gli spetta.

A proposito dei compiti dello Stato quale garante e custode della giustizia sociale, ci troviamo di fronte a due concezioni estremistiche ed opposte (quella liberal-borghese e quella so­cialista), ambedue squalificate ormai dall’esperienza storica, perché assurde in se stesse.

Luna col pretesto di salvaguardare i diritti dell’iniziativa privata, permette al capitale di rubare indisturbato sotto la protezione della legge; l’altra, col pretesto di garantire l’ugua­glianza economica e sociale, impianta con la costrizione il più assurdo capitalismo di Stato, a cui ciecamente vuole attribuire il diritto e la capacità di far tutto, di sostituirsi a tutti, di spa­droneggiare a piacere.

          Sia le istituzioni economico-sociali dello Stato borghese sia quelle dello Stato socialista, essendo basate su due assurdi, si sono ormai rivelate del tutto inadatte a garantire la giusti­zia sociale e già i popoli se le stanno scuotendo di dosso.

La funzione naturale dello Stato non è quella di impian­tare e gestire industrie, commerci e colture: l’iniziativa, la ge­stione, la responsabilità delle attività economiche spettano ai privati, sia perché ognuno ha da natura il diritto di fare quello che vuole, purché non commetta ingiustizie contro gli altri, sia perché i privati sanno fare mille volte meglio dello Stato, le cui attività sono fatalmente legate alla politica (che mira sem­pre al successo propagandistico e si ispira ad ideologie che non hanno alcun rapporto con l’economia e il problema del­la giustizia) e sono tiranneggiate dalla burocrazia (che, ammi­nistrando la roba di tutti e di nessuno, fa sempre le cose alla meglio, per non dire alla peggio).

Lo Stato, perciò, > invece di fare l’impresario universale, svolga il compito che*’’gli assegna la natura, che è quello di disciplinare M> favorire le attività economiche dei cittadini, re­stando al di fuori e al di sopra di esse per controllarle meglio.

Illustrerò in questo capitolo le condizioni che sembrano più adatte a garantire la giustizia e a favorire il progresso eco­nomico della nazione, e che, perciò, lo Stato dovrebbe realiz­zare.

La struttura organizzativa delle attività economiche

Una volta eliminato l’istituto del padronato, i lavoratori sono liberi di sè: ad essi l’iniziativa, ad essi la responsabilità della gestione e della produzione; ad essi il guadagno, la per­dita, il rischio.

Tuttavia, affinché i lavoratori non disperdano le loro ener­gie e, procedendo a caso e disordinatamente, non danneggino i loro stessi interessi e quelli della nazione, è necessario che lo Stato crei strutture adatte a favorire lo sviluppo delle attività economiche dei privati. L’organizzazione ai nostri giorni è tanto più necessaria  quanto più complessa e mastodontica è diventata la macchina dell’economia nazionale e internazio­nale. Infatti la complessità è sempre causa di confusione (che, a sua volta, genera dispersione di energie), quando non è ordi­nata e inquadrata entro strutture razionali e non è diretta da leggi scientifiche semplici e chiare.

La Cooperativa

    La prima unità organizzativa del lavoro e della produzione è la cooperativa, costituita di dirigenti e di tecnici ( laureati o diplomati), di maestranze qualificate e di manovali. Per cooperativa intendo una società di lavoratori che, con capitale proprio o preso in affitto, si propongono di realizzare una determinata produzione e di dividersi proporzionalmente i guadagni, i rischi e le perdite.

     La cooperazione può essere integrale o parziale: la prima si estende a tutte le attività che concorrono alla produzione ed eventualmente anche alla vendita dei prodotti; la seconda è limitata solo ad alcune attività comuni.

     Il ritmo intenso dell’attività produttiva, la complessità delle strutture economiche e l’imponente apparato tecnico che essi richiedono, la necessità di direttive scientifiche per mantenerle in un’efficienza sempre rinnovata, la concorrenza fra i produttori, sconsigliano oggi nel modo più assoluto il lavoro individuale isolato.

     La cooperativa è possibile ed utile non solo nel settore industriale e commerciale, ma anche in quello agricolo. Fino a quando i proprietari saranno anche padroni, la diversità delle amministrazioni renderà molto difficile la costituzione della cooperativa agricola. Ma una volta abolito il padronato, i coltivatori di una determinata zona potranno benissimo costituirsi in cooperativa (per l’acquisto di macchine agricole, di concimi, di mangimi eccetera; per la vendita diretta dei prodotti o per la loro lavorazione industriale; e, se vogliono, per l’esecuzione di alcuni o di tutti i lavori in comune). In tal modo diventerà possibile la costituzione della grande azienda senza l’abolizione delle piccole unità poderali (dove esistono): anzi i vantaggi della piccola e della grande unità si assommeranno.

La Corporazione

A ciascun settore dell’economia nazionale presiede un 01- gano supremo che chiamiamo Corporazione.

Siccome i singoli individui difficilmente si decidono ad organizzarsi in cooperative, e le singole cooperative difficil­mente si orientano da sè, è necessaria un’unità organizzativa superiore, un organo nazionale di categoria, che prenda inizia­tive e faccia da guida alle cooperative del proprio settore, in base a statistiche e a criteri tecnico-scientifici.

In particolare i compiti della Corporazione sono i seguenti:

  1. Promuovere l’istituzione di impianti produttivi nelle lo­calità più adatte del territorio nazionale.
  2. Organizzare cooperative e guidarle dal punto di vista tecnico, commerciale e finanziario, suggerendo i metodi più adatti a migliorare ed accrescere costantemente la produzio­ne, dando sicure indicazioni di mercato, appoggiando le ope­razioni di accesso al credito.
  3. Indicare i limiti dei costi al di sopra dei quali non e conveniente produrre; e i limiti dei prezzi al di sotto o al di sopra dei quali non è opportuno vendere.
  4. Reperire mercati d’acquisto delle materie prime e mer­cati di vendita dei prodotti sia all’interno della nazione che all’estero.
  5. Assistere con tecnici propri le cooperative nella stima dei capitale all’atto della contrattazione col proprietario.
  6. Definire il limite minimo di efficienza dei vari impianti produttivi, in modo da offrire agli estimatori un criterio base per valutare e classificare le aziende; e allo Stato un’indicazione sicura per intervenire ogni volta che un proprietario agricolo dev’essere costretto a migliorare il fondo o a venderlo in nome del bene comune.

L’elenco di questi compiti non è definitivo, ma solo indicativo, in quanto ogni forma di assistenza tecnico-finanziario- commerciale a vantaggio delle Cooperative rientra nelle attività della Corporazione.

Nello svolgimento della» “sua attività la Corporazione co­munica con le Cooperative attraverso organi regionali; ed è in rapporto diretto e costante con la Magistratura economica (di cui si parlerà fra poco) alla quale trasmette dati e dalla quale riceve indicazioni utili al proprio settore.

Dato che lo spirito organizzativo negli individui e nelle diverse categorie di lavoro è scarso, spetta allo Stato promuo­vere l’istituzione delle Corporazioni (e, per mezzo di queste, l’istituzione delle Cooperative) nei vari settori dell’economia nazionale.

Alle Corporazioni e alle Cooperative lo Stato riconosce la personalità giuridica, garantisce l’esercizio dei diritti e impone l’osservanza degli obblighi assunti, con sanzioni penali e am­ministrative.

Corporazioni e Cooperative sono enti creati dallo Stato (o creati dai privati e riconosciuti dallo Stato); ma una volta creati, funzionano in modo del tutto autonomo, con criteri esclusivamente scientifici, al di fuori e al di sopra di ogni influenza o finalità politica. Sotto questo aspetto (ed è un aspetto decisamente essenziale) la Corporazione di cui si parla è totalmente diversa dalla Corporazione fascista o dal sinda­cato dei paesi socialisti (luna e l’altro organi di partito; men­tre la nostra Corporazione è solamente ed esclusivamente un organo economico).

     L’organizzazione delle attività economiche attraverso gli enti ora indicati viene creata dallo Stato, nel senso che questo istituisce le unità dell’organizzazione stessa; ma ognuno è libero di entrare a farne parte.

Se si concede questa libertà, potrebbe osservare qualcuno, a che serve l’organizzazione? La risposta è semplice: l’organiz­zazione costituisce la struttura generale delle attività econo­miche: struttura d’impulso e di controllo, non di freno. Come nel settore dei trasporti lo Stato costruisce strade e ferrovie, senza costringere affatto i cittadini a servirsene, sicuro che sarà lo stesso loro interesse ad indurveli; allo stesso modo lo Stato crea la struttura’ giuridico-amministrativa delie organiz­zazioni economiche, lasciando agli individui e alle cooperative la libertà di entrare a farne parte, sicuro che gli uni e le altre non potranno fare a meno di essa.

La Magistratura economica

Come per organizzare e dirigere l’attività delle Cooperative è necessaria l’opera di coordinamento della Corporazione, così per dare un indirizzo unitario alle attività delle Corporazioni e a tutta l’economia nazionale, è necessario un organo coordina­tore supremo, che chiameremo « Magistratura economica ».

Quest’organo va inteso anzitutto come una specie di cen­trale scientifica in cui si elabora e si aggiorna di continuo il quadro dell’economia nazionale, affinché le Corporazioni di­spongano di sicuri dati indicativi per regolare l’attività dei loro settori; e in secondo luogo va inteso come una specie di arbitro supremo per la soluzione dei problemi e delle contro­versie economiche di ogni genere.

Di esso, perciò, debbono far parte i migliori economisti, la cui scelta dev’essere basata unicamente sul criterio della ca­pacità, con esclusione assoluta di qualsiasi criterio politico o di altro genere  Ecco in particolare, i compiti che spettano alla Magistra­tura economica.

  1. Fissare l’indice di valore della moneta e indicarne le variazioni.
  2. Fissare il tasso nazionale e indicarne le variazioni in rapporto all’indice della moneta.
  3. Individuare il volume della produzione che annual­mente i vari settori economici debbono realizzare in rapporto alla popolazione, al generale tenore di vita dei cittadini, alle reali o possibili richieste del mercato estero.
  4. Compilare le statistiche della produzione effettiva nei vari settori dell’economia nazionale, in modo da mettere in evidenza quelli in cui si produce poco, quelli in cui bisogna segnare il passo e quelli in cui bisogna accelerarlo.
  5. Indicare le zone geografiche che meglio si prestano a questa o a quella produzione, tenendo presente che ogni zona ha qualche risorsa da valorizzare e il diritto di entrare nel vasto complesso dulia produzione nazionale. A tale scopo la Magistratura econòmica sarà in rapporto non solo con le Cor­porazioni (e, tramite queste, con le Cooperative locali) ma anche con i Comuni, per avere da questi indicazioni sulle ri­sorse attuali e potenziali di cui dispongono i loro territori e le loro popolazioni.
  6. Tenere aggiornati gli « indici di valore » (cioè le quota­zioni dei diversi tipi di capitale in rapporto all’aumento o alla diminuzione del prezzo dei loro prodotti durante l’annata economica). Mi spiego con un esempio: il valore del capitale fondiario non è sempre lo stesso ma varia col mutare del valore dei prodotti agricoli sul mercato. La medesima cosa si dica del valore di un impianto industriale. L’indice di valore, dunque, è la quotazione base o quotazione di partenza dei diversi capi­tali; e il suo salire o decrescere sta ad indicare agli interessati le oscillazioni del valore dato e preso in affitto.

          Non sarebbe giusto, ad esempio, che un fondo di 10 ettari stimato 10 milioni quando l’indice nazionale del valore della terra era 1, venisse ancora valutato 10 milioni quando l’indice salisse ad 1,50; ovvero, al contrario, che venisse stimato ancora 10 milioni, quando l’indice scendesse a 0,50; nel primo caso verrebbe danneggiato ingiustamente il proprietario, nel secon­do caso verrebbe danneggiato il coltivatore.

  • Controllare i prezzi di costo e di vendita fissati dalle Corporazioni e correggerli in base alle statistiche di produ­zione relative ai vari settori.

Senza una disciplina generale dei prezzi su basi scientifi­che, sarà sempre inevitabile la confusione, che favorisce i pro­fittatori. Alla >rarità di un prodotto necessario non si rimedia aumentandone all’infinito il prezzo di vendita, ma importan­dolo dall’estero o potenziando l’attività del settore che lo for­nisce. La Magistratura economica può fare tutto questo obbli­gando la Corporazione, che presiede al settore deficitario, a creare nuove aziende e a perfezionare quelle che già esistono. In tal modo si può riuscire a mantenere anche un certo equi­librio fra i vari settori dell’attività produttiva e a garantire una certa stabilità a tutto il complesso dell’economia nazionale.

Questo elenco di compiti spettanti alla Magistratura eco­nomica (come quello dei compiti spettanti alla Corporazione) non è certo definitivo, perché, di fatto, quest’organo direttivo supremo deve intervenire in tutte le questioni che riguardano l’andamento generale dell’economia nazionale, anche se non contemplate fra quelle che abbiamo indicato.

La disciplina del credito

Una nazione è ricca economicamente, quando produce mol lo e i prodotti sono di buona qualità.

Ma se la prosperità economica di una nazione è costituita unicamente dall’abbondanza di ogni genere di prodotti e dalla loro buona qualità; se la produzione è abbondante e buona   nicamente quando allo sforzo produttivo partecipano il più possibile tutte le classi sociali, moltiplicando iniziative in tutti i settori; se, in fine, l’iniziativa è possibile solo quando c’è di­sponibilità di mezzi finanziari, bisogna concludere che, fino a quando non si rende accessibile il credito a tutti coloro che hanno la capacità e la buona volontà di fare qualcosa di utile a se stessi e alla società, si chiacchiererà di economia e di progresso senza alcuna serietà e del tutto a vuoto.

Fino a pochi decenni fa, nella maggior parte delle nazioni, il grado del benessere economico dipendeva dall’iniziativa sta­tale o dall’iniziativa di pochi fortunati possessori di danaro o dall’iniziativa di qualche avventuriero spregiudicato; e tutte queste iniziative, quando avevano successo, apportavano van­taggi solo alle classi più ricche, in quanto solo queste avevano i mezzi per acquistare i pochi prodotti che erano in circola­zione sul mercato, anche a prezzi elevati.

Le classi non abbienti, anche se straricche di capacità e di buona volontà, sono state» sempre ritenute incapaci di par­tecipare direttamente, con iniziative proprie, alla produzione e indegne di partecipare ai benefici del progresso. E così dove lo Stato, rappresentato da una classe dirigente ignava e inca­pace, non ha preso nessuna iniziativa o ne ha prese troppe con criteri sbagliati; dove le classi abbienti hanno preferito il quie­to vivere, spendendo il danaro nei divertimenti e nei lussi inu­tili, piuttosto che investirlo in attività produttive, le popolazio­ni sono vissute e vivono tuttora nella miseria.

Non è favola, bensì storia vera, che cinquant’anni fa, in alcuni paesi d’Europa, la carne, il pane di frumento e il vino erano prodotti riservati ai benestanti; che la gente calzava scar­pe solo in giorno di festa; che costruirsi una casa propria, per operai ed impiegati, era un assurdo.

Questo avveniva, perché la produzione era scarsa; ed era scarsa perché le classi non abbienti (in pratica, quindi, la maggioranza della popolazione) erano tagliate fuori dalle ini­ziative economiche per l’impossibilità di accesso al credito.

     Oggi nelle nazioni più evolute ci si preoccupa di favorire in tutti i modi l’iniziativa privata, perché si è compreso che il benessere generale non può essere garantito soltanto dall’ini­ziativa dello Stato né da quella delle società anonime dei mi­liardari ma dalla capacità e dalla buona volontà di tutti.

La mentalità arretrata e selvaggia di coloro che un tempo si auguravano le carestie per vendere i loro prodotti a prezzi di strozzinaggio o di coloro che temevano l’impianto di nuove attività produttrici, perché l’articolo della loro ditta rischia­va di perdere il privilegio dell’immobilità qualitativa e dell’esosità commerciale, vegeta, qua e là, ancor oggi.

Per stroncarla definitivamente e per assicurare alle popo­lazioni i prodotti più svariati e più perfezionati a prezzi acces­sibili a tutti, è necessario moltiplicare gli impianti produttivi e le iniziative economiche di ogni specie, è necessario aumen­tare il volume della produzione e degli affari.

Alla iniziativa, alla gestione, al monopolio dei miliardari e delle società anonime o dello stato socialista, che tanti guai hanno apportato e apportano ancor oggi alle nazioni, è ora che si sostituiscano l’iniziativa e la gestione di tutte le persone capaci ed oneste, in forma organizzata e scientifica.

Oggi in Italia c’è più benessere che nel passato, perché si produce di più; e si produce di più perché (specie nel set­tore dell’edilizia) l’iniziativa privata è stata favorita da prestiti statali a basso interesse e a lunga scadenza.

Ma il prestito statale non basta; e, a dire il vero, essendo tatto con le entrate pubbliche, presenta molti aspetti artificio­si ed equivoci, per cui è meglio evitarlo. Le fonti naturali di finanziamento delle attività economiche sono due: i depositi bancari e i depositi di assicurazione e previdenza (di questi ultimi si parlerà più avanti). Compito dello Stato è soltanto quello di rendere accessibile il credito agli operatori economici di qualsiasi categoria produttiva e di qualsiasi classe sociale.

A tale scopo è necessario disciplinare il credito per mezzo dei provvedimenti seguenti.   Obbligatorietà dei tasso nazionale d’interesse

A nulla varrebbe riportare il contratto di lavoro alla forma razionale dell’affitto, se al proprietario fosse lasciata la libertà di elevare a piacere il tasso d’interesse del capitale e fosse data, così, a qualcuno la possibilità di trasformarsi da padrone in usuraio. A nulla varrebbe parlare di accesso al credito, quale condizione imprescindibile per favorire l’iniziativa privata, se gli istituti bancari fossero lasciati liberi d’imporre ad arbitrio il tasso d’interesse.

Perciò è assolutamente necessario che lo Stato renda ob­bligatorio per tutti il tasso nazionale d’interesse, che viene de­finito annualmente dalla Magistratura economica in base al valore della moneta e alle sue variazioni.

Per facilitare agli operatori economici di qualunque cate­goria sociale l’accesso al mutuo sulla base del tasso nazionale, l’unico rimedio sarebbe quello di nazionalizzare le attività del credito.

Però, anzitutto a nessuno sfugge quale grave pericolo ver­rebbe a costituire, sia per i risparmiatori sia per la sicurezza stessa della nazione, una quantità così ingente di denaro mes­sa a portata di mano dei politici. In secondo luogo (come è già stato detto più volte) è bene che lo Stato non svolga di­rettamente nessuna attività economica di nessun genere.

Ed allora non resta altro rimedio che quello di obbligare gli istituti di credito a concedere mutui solo al tasso nazionale.

Non si venga a dire che gli istituti di credito, qualora fos­sero costretti a concedere mutui sulla base del tasso nazio­nale, andrebbero in rovina; e che i privati non depositerebbe­ro più i loro risparmi in banca.

Che gli istituti di credito e i risparmiatori, qualora sia im­posto il tasso nazionale, verrebbero a guadagnar meno che nel passato, è facilmente prevedibile; che essi non potrebbero più realizzare neanche un guadagno ragionevole, è un’esagerazione; che l’economia di una nazione debba dipendere dagli interessi di una categoria, non è giusto e non è tollerabile. Del resto, la moneta non è creazione né proprietà delle banche, ma è creazione della nazione e proprietà dei risparmiatori; e perciò agli istituti di credito non dev’essere permesso di disporne ad arbitrio.

In secondo luogo (come vedremo più avanti) agli istituti di credito sarà possibile fondersi con gli istituti previdenziali e assicurativi; allora l’accresciuto volume dei depositi e degli affari garantirà entrate più che sufficienti per quanti investo­no denaro e lavorano nel settore finanziario.

I depositanti, poi, non avranno mai diritto di lamentarsi se percepiranno un interesse modesto, perché ad essi il denaro frutta senza che muovano neanche un dito e senza che affron­tino nessun rischio, salvo quello dell’inflazione grave, che è ra­rissimo (1). Vuol dire che, se non si contentano di un guadagno modesto, tengano pure il denaro in casa sotto il materasso, e vedano se questa sia per essi una soluzione migliore.

In ogni* caso essi avranno sempre la possibilità di finan­ziare direttamente le cooperative, incassando per intero il tas so nazionale; oppure (meglio ancora) potranno essi stessi di­rettamente impiantare industrie, allevamenti, colture e com­merci da cedere in affitto a Cooperative o a privati, con la ga­ranzia sul valore assoluto del capitale e con l’incasso dell’in­teresse.

Tutto questo discorso circa l’obbligatorietà del tasso na­zionale d’interesse, in pratica dovrà fare i conti con le fiere opposizioni degli istituti di credito; e saranno conti molto duri.

Ed allora, con un po’ di pazienza, bisognerà, adottale il sistema dell’aggiramento dell’ostacolo.

Solo un ente superiore come lo Stato, potrà avviare un sistema creditizio, che, come si è detto e come non si finirà mai di ripetere, è la prima condizione perché si possano moltipli­care le iniziative economiche anche fra la gente che non dispo­ne di danaro ma è dotata d’intelligenza, di capacità e di buona volontà.

Abbiamo detto poco fa che la nazionalizzazione delle ban­che, adattissima a risolvere con un taglio netto ogni problema relativo al credito, praticamente non è opportuna: e quanto è stato detto rimane.

Tuttavia, per evitare che l’opposizione degli istituti di cre­dito impacci il progresso » economico e sociale della nazione, sarà necessario che lo Stato istituisca una banca nazionale di risparmio e depositi assicurativi e previdenziali, il cui scopo sia solo quello di finanziare le cooperative (la chiameremo, perciò, «banca del progresso economico nazionale»). Limitan­do la sua funzione solo a questa finalità, si evita che ad essa lo Stato attinga per finanziare le iniziative politiche. (1)

Quando sarà istituita la Magistratura economica, la banca del progresso economico nazionale, passerà sotto la sua dire­zione, in modo che anche la fonte da cui le cooperative trag­gono alimento, rientri nei quadri della loro organizzazione.

Trattandosi di un ente statale, i cittadini, specie quelli direttamente interessati, cioè i lavoratori, preferiranno affi­dare ad esso i loro risparmi e le quote mensili di assicurazione e previdenza.

Gli altri istituti di credito non avranno motivo di lamen­tarsi, perché la banca del progresso economico non è affatto un ente monopolistico, bensì solamente una specie di calmiere creditizio.

Allo scopo di facilitare e rendere meno dispendiosa la ge­stione di essa, lo Stato potrà servirsi degli uffici postali per ritirare i depositi, e di agenzie regionali per le operazioni di mutuo.   I depositi potranno essere fatti o con moduli intestati ad una delle corporazioni o senza alcuna intestazione. I primi saranno messi a disposizione dei Direttivi regionali delle rispet­tive corporazioni; gli altri saranno messi a disposizione di tutte le cooperative in generale.

Quando l’economia cooperativistica sarà bene avviata e i depositi della banca del progresso economico saranno abbon­danti, anche il governo potrà attingere ad essi (alle stesse con­dizioni degli enti produttivi). In tal modo, si avranno due vantaggi: (a) i depositi assicurativi e previdenziali saranno ga­rantiti più facilmente contro l’inflazione; (b) lo Stato non sarà più costretto a ricorrere ai prestiti nazionali, che sanno troppo di accattonaggio pubblico e sono così costosi.

Le garanzie

A nulla varrebbe predisporre le condizioni adatte a favorire l’iniziativa privata, se fra tutti coloro che partecipano alle attività economiche ^venisse a mancare quello che è il fonda­mento prnjao di ogni rapporto fra gli uomini, cioè la fiducia. Questa, più che in qualunque altro settore, è assolutamente in­dispensabile nel settore dell’economia, in quanto gli interessi in gioco sono colossali spesso e vitali sempre.

La fiducia, a sua volta, si basa su garanzie sicure. Le garanzie più sicure non sono tanto quelle offerte dalle parti interessate quanto quelle interposte da enti ad esse superiori (quali sono la Corporazione e lo Stato).

La garanzia più importante è quella che assicura l’inte­resse annuo e l’integrità del valore del capitale ai proprietari, e la restituzione del mutuo e il pagamento dei relativi interessi agli istituti di credito.

Una garanzia di questo genere è data dalla Corporazione, cioè dall’ente che assiste la Cooperativa nel suo nascere e nel suo svilupparsi. La Corporazione permetterà la formazione di una Cooperativa e di questa assumerà la protezione e ladifesa e garantirà gli impegni nei confronti dei proprietari e degli istituti di credito, solo quando si verificheranno le seguen­ti condizioni: (a) che l’attività abbia sicure prospettive di successo; (b) che i soci siano persone serie e ben preparate.

Ma la garanzia migliore è costituita dall’abolizione dell’i­stituto del fallimento.

L’esperienza dimostra che un istituto di questo genere sembra fatto apposta per favorire gli avventurieri, i truffatori e i faciloni. Vuol dire che ogni cooperativa, dev’essere obbliga­ta ad accantonare annualmente il 5% degli utili, fino al rag­giungimento della decima parte della passività finanziaria.

Qualora la cooperativa cominciasse a registrare un deficit preoc­cupante e non vedesse, alcuna possibilità di ripresa, è obbli­gata ad informare la Corporazione, a cui spetta porre l’azien­da in liquidazione, a suo insindacabile giudizio.

La stessa cosa vale per le cooperative e gli enti produttivi non inquadrati nell’ordinamento cooperativistico.

Qualora la norma fosse trasgredita, gli inadempienti sa­ranno puniti con gravi sanzioni di carattere civile e penale, la cui efficacia sarà garantita dalla collaborazione fra Magistratu­ra giudiziaria e Cojpporazione: l’una costringendo tanche con la forza) i soci a lavorare fino all’estinzione del debito; l’altra organizzando, o nel territorio nazionale o all’estero, campi di lavoro (che non sono affatto campi di tortura) in cui essi siano occupati e retribuiti. I guadagni saranno passati ai creditori, in seguito a provvedimento della Magistratura giudiziaria.

Abolendo l’istituto del fallimento e costringendo i debitori a pagare con il lavoro obbligatorio, si ottengono due buoni ri­sultati: si garantisce la fiducia nel campo delle attività econo­miche, si obbliga la gente a far le cose con serietà.

In fine, siccome uno dei motivi che impacciano maggior­mente l’impiego del danaro soprattutto a lunga scadenza, ò il timore dell’inflazione, lo Stato deve stabilire per legge che ogni rapporto avente per oggetto valori monetari o a breveo a lunga scadenza, sia liquidato non a valori nominali, ma sempre in base alle oscillazioni del potere d’acquisto della moneta.

Indubbiamente tale provvedimento sarà per lo Stato stesso (che verrebbe a perdere i benefici dell’inflazione sul debito pubblico), un impegno a meglio operare nell’economìa di bilancio.

Non è il caso di illustrare i vantaggi e la sicurezza che da tale legge (che chiameremo « legge di garanzia dei valori ») deriveranno ai risparmiatori e soprattutto ai titolari di depo­siti d’assicurazione e previdenza, che si vedranno garantiti da ogni specie d’inflazione.

Le Assicurazioni

Una volta abolito l’istituto del padronato, non sarà più il proprietario che .dovrà versare i contributi assistenziali, pre­videnziali ed assicurativi, ma il lavoratore stesso. Vale, infatti, il principio razionale: ognuno assicura da sè la sua persona, le persone a suo carico e le sue cose.

Lo Stato ha l’obbligo di costringere i cittadini a versa­re mensilmente una quota (variabile a seconda del valore da essi mensilmente prodotto) presso un istituto di credito scelto a volontà.

A questo deposito il titolare potrà attingere solo per far fronte alla malattia e alla disoccupazione; ed esso costituirà il fondo-pensione per la sua vecchiaia. Sarà un fondo suo per­sonale, che egli potrà anche lasciare in eredità.

Se oggi la quota giornaliera degli oneri assicurativi ver­sata dai datori di lavoro per ogni dipendente è, in media, di L. 1.000, è facile calcolare l’entità del deposito dopo, ad es., 45 anni di lavoro.

Lo Stato proibirà esplicitamente e sotto pena di gravi sanzioni che il titolare del deposito ritiri qualsiasi parte, anche minima, di esso, per motivi che non siano quelli indicati sopra.

Al termine del ciclo lavorativo della sua vita, il titolare potrà ritirare l’intero deposito o costituirsi una pensione con gli in­teressi di esso.

Per ovviare ai casi più gravi (in cui il deposito personale non sia sufficiente a far fronte ad una malattia dispendiosa e lunga) lo Stato istituisce un fondo di « solidarietà sociale », alla cui costituzione viene destinata l’imposta dell’l% sui depositi assicurativi e previdenziali.

I vantaggi che si ottengono da questa impostazione del sistema assistenziale e previdenziale sono evidenti.

Anzitutto l’obbligatorietà del deposito e la proibizione di attingere ad esso salvo nei casi di necessità, contribuiscono ad eliminare la piaga dell’assistenza pubblica. In secondo luogo, l’interessato potrà ricorrere al medico che più gli ispira fidu­cia e acquistare tutte le medicine di cui ha bisogno, pagando di tasca propria. In terzo luogo verranno a cadere tutte le possibilità di truffare, che, nel settore assistenziale, oggi sono concesse sia ai datori di lavoro (che spesso non versano i contributi), sia agli ^assistiti (che ricorrono a medici e medicine anche quando non he hanno bisogno), sia agli enti mutualistici (che offrono un’assitenza mediocre e caotica ovvero negano il rimborso totale delle spese).

Anche per l’assicurazione delle cose vale il principio gene­rale: ognuno si assicura da sè, in proporzione della somma che egli destina a tale scopo.

Gli oneri fiscali

Possedere la ricchezza non è un delitto, se essa non è stata accumulata con mezzi disonesti. Le tasse sui redditi, perciò, non sono e non debbono costituire una punizione contro chi guadagna.

Le tasse costituiscono una punizione quando sono esorbi­tanti; e costituiscono un’ingiustizia quando l’aliquota è sem­pre la stessa per imponibili di diversa provenienza e di diversa entità.

Solo gli Stati arretrati spendono danaro senza criterio, permettono la malversazione e il peculato, e nello stesso tempo, per riparare allo spreco, opprimono i cittadini con pesi fiscali intollerabili e mal distribuiti, gravando spesso la medesima entrata con tasse ed imposte della più svariata e strana specie.

La Ragione, a proposito di oneri fiscali, detta i seguenti principi elementari.

Tutti i cittadini debbono pagare tasse, perché tutti usu­fruiscono dei vantaggi della vita sociale. Le aliquote debbono es­sere moderate e proporzionate alle entrate. Le aliquote debbono essere diverse per i proventi che derivano da lavoro e per quelli che non “derivano da lavoro. La tassazione non deve danneggiare, limitare, scoraggiare l’attività produttiva (infatti le enti ale fi­scali traggono esse stesse alimento dalla produzione). Le voci dell’imposta sul reddito debbono essere ridotte ad una sola: l’entrata globale. Così si evita che la stessa entrata venga tas­sata più volte sotto voci diverse.

Un discorso a parte merita la tassazione dei depositi ban­cari. Non si capisce perché debba esser gravato di tasse ed im­poste, di soprattasse e sovrimposte il meschino che ha inve­stito due milioni per costruirsi un’officina, e non debba pa­gare al fisco neanche una lira colui che ha depositato due mi­lioni in banca. Lo Stato, fino ad oggi, ha coperto il deposito bancario col segreto, come ha permesso che i titoli fossero al portatore e non nominali. Per giustificare tutta questa comprensione verso i possessori di denaro, i governi hanno detto che un accertamento in tale settore comporterebbe la violazio­ne del segreto bancario: grave delitto! Vedremo nel capitolo seguente un rimedio forse non inefficace.

Lo Stato che modera la sua pressione fiscale, non di­venta povero; anzi, si può essere sicuri che aumenterà le sue entrate.

Quando il vino costava L. 5.000 aH’hl. e in certi comuni il dazio era di L. 2.500, numerosi erano i cittadini che duran­te la notte (e anche durante il giorno) trasportavano vino senza sdaziarlo, rischiando la multa. Ma valeva la pena rischia­re, essendo l’aliquota del dazio eccessiva. Da quando sullo stesso prodotto è stata imposta l’Ige di L. 500 (ed è ancora una quota eccessiva), nessuno è così sciocco da rischiare una pena pecuniaria elevata, per non pagare una somma modesta.

Tuttavia lo Stato deve fare in modo che tutti i cittadini paghino il minimo ad essi proporzionatamente imposto. Il si­stema di picchiare sodo su quelli che pagano, per compensare l’erario dei danni ad esso arrecati dagli evasori, è ingiusto e balordo.

Anzitutto ogiìi cittadino che lavora e guadagna, dev’essere soggetto a tassazione personalmente. I figli minorenni c mag­giorenni che convivono con i genitori, rispondono personal­mente di fronte al fisco.

In secondo luogo, lo Stato obblighi il cittadino a dichia­rare il suo reddito globale; e qualora dall’accertamento risulti che la sua dichiarazione è falsa, lo punisca con altissime pene pecuniarie. A tale scopo, oltre che rendere più efficienti i si­stemi di accertamento già in uso, si istituisca nei tribunali il settore della « Magistratura tributaria », e a questa sia affi­dato il compito di procedere ad un’istruttoria fiscale vera e propria (a) nei confronti di un certo numero di contribuenti tratti a sorte fra gli iscritti ai vari ordini e gradi fiscali; (b) nei confronti di tutti quei contribuenti che gli ufficiali del fisco denunciano come sospetti di falso; (c) nei confronti di queicittadini che, avendo un’entrata (qualunque essa sia) non la denunciano al fisco o per dolo o per negligenza o per igno­ranza (che in tal caso non è giustificante).

Inoltre, alla stessa Magistratura tributaria sia aifidato il compito di procedere con sanzioni pecuniarie e con l’esonero dall’ufficio nei confronti di quegli impiegati del fisco che non denunciano i contribuenti sui quali cade legittimo sospetto di falso o i cittadini che non hanno fatto la dichiarazione del loro reddito.

L’azione giudiziaria fiscale non va soggetta a prescrizione.

Il contribuente che avrà fatto una dichiarazione falsa o avrà omesso eh» farla, pagherà cinquanta volte il valore che doveva pagare e in più le spese del processo.

Si spera che nessuno voglia mettersi nel rischio di pagare un milione invece di ventimila o cinque milioni invece di centomila.

Purtroppo, però, non mancheranno mai i furboni o gli sveltoni che vorranno eludere la legge, anche se le quote fi­scali saranno modestissime: per costoro la severità del tipo sopra accennato sarà anche troppo blanda. Ad ogni modo, lo Stato dovrà valersi di tutti i mezzi a sua disposizione per sco­vare gli evasori, non esclusa una specie di rete di spionaggio fiscale.

Tuttavia il discorso che stiamo facendo ha senso unica­mente a due condizioni: (a) che le aliquote delle tasse e delle imposte siano minime; (b) che il cittadino venga educato al­l’osservanza dei suoi doveri fiscali, così che spontaneamente denunci il suo reddito fin dal primo anno che incomincia a ricavare un provento o dalla sua attività o dai suoi beni.

Ma se fosse lo Stato stesso a spingere il cittadino alla frode, sia gravando la stessa entrata con più oneri fiscali, sia adot­tando aliquote assurde, allora non si parli più di Magistra­tura tributaria, di istruttorie fiscali, di spionaggio fiscale, di punizioni per gli evasori: i buoni continuino a pagare m silen­zio; ai furbi si continui pure a dar la possibilità di presentare bilanci passivi e di farla così bene in barba a tutti che, minac­ciando la chiusura dell’azienda e il licenziamento degli operai, ci tengano perfino sovvenzioni da parte dello Stato (col denaro dei contribuenti boni homines).

Limitazione della proprietà

Che le persone intelligenti, oneste, ed esperte di affari si arricchiscano, è una cosa giustissima ed anche utilissima alla società (nazione economicamente evoluta, infatti, è quella i cui cittadini sono tutti in condizioni agiate). Che le persone fa­coltose, però, valendosi della ricchezza, accaparrino aziende agricole, industriali, commerciali, bancarie, di trasporto ecc… , è un pericolo gravissimo, in quanto chi accaparra, domina; e chi domina, quasi sempre tiranneggia.

Tolta di mezzo la tirannia del capitale privato e di quello statale, sarebbe un errore pericoloso se si permettesse che una corporazione tiranneggiasse sulle altre o che una coope­rativa incominciasse a strafare, ad ingigantirsi, assorbendo più aziende, a dettar legge e a limitare i movimenti dehe altre con la sua potenza. A ristabilire l’equilibrio fra le Corporazioni penserà la Magistratura economica; a mantenere l’equilibrio fra le Cooperative penserà la Corporazione a cui esse appar­tengono.

Ma intanto è necessario limitare per legge, una volta per sempre, l’entità dei possessi in nome di quel principio razio­nale, secondo cui l’uomo ha diritto alla proprietà, ma questa ha una funzione sociale: per cui, se l’eccesso di essa è nocivo agli interessi generali della nazione, lo Stato ha il dovere di limitarla.

Tale limitazione è assolutamente inevitabile e necessaria nel settore dell’agricoltura, ove, una volta avvenuto l’accapar­ramento del suolo migliore da parte di pochi, alla maggioran­za non resta che subire la loro tirannide o sloggiare all’estero.

Se si trattasse di industrie, i lavoratori, associati in cooperative, potrebbero organizzare aziende proprie e scavalcare hostacolo. Ma la terra non si crea; e se quella che c’è, è in mano di gente arretrata e ostinatamente avversa ad ogni rifor­ma tecnica e sociale, è inevitabile che gli agricoltori (spesso i più bravi e i più volenterosi) sciamino verso le città in cerca di occupazioni più redditizie e di una vita più comoda e più civile; è inevitabile che i campi rimangano abbandonati o pro­ducano di meno; che la nazione sia costretta ad importare mag­gior quantità di prodotti alimentari; che la bilancia dei paga­menti vada a rotoli; che tutta l’economia nazionale cada in crisi e che la stessa situazione politica, di conseguenza, preste o tar­di precipiti nel ca’òs.

I piani verdi, a cui si suol ricorrere come a rimedio infalli­bile, in pratica si prestano ad un’infinità di inconvenienti e, come risulta dall’esperienza, non risolvono nulla. Il motivo dell’inutilità, anzi della rovinosità di questi piani, va ricercato nel fatto che essi sono un assurdo in se stessi. In primo luogo, infatti, una volta concesso il finanziamento pubblico a fondo perduto (anche se in parte, non interessa) a favore di una categoria economica, non si capisce perché non debbano avere lo stesso beneficio tutte le altre categorie per qualsiasi inizia­tiva; e in secondo luogo, se si comprende la ragionevolezza di un finanziamento (inteso solo come prestito al tasso nazio­nale) a favore dei proprietari meritevoli, non si capisce perché debbano essere premiati i padroni egoisti e indolenti, ai quali, invece, la proprietà dovrebbe essere confiscata in puni­zione delle loro colpe economiche e sociali.

Le migliorie ognuno le faccia con i soldi propri; e chi non può o non vuol farle, sia costretto a vendere.

Il guaio è che, da cento anni in qua, i governi e i partiti, in quasi tutte le nazioni, hanno sempre oscillato fra due estre­mi ugualmente deplorevoli: o piena libertà ai ricchi di accapar­rare tanto suolo quanto ne hanno voluto e potuto acquistare; ovvero minaccia di collettivizzare la terra, nonostante le espe­rienze decisamente negative e spesso tragiche del sistema agrario socialista. Nei paesi in cui la maggioranza degli agricoltori è proprietaria del fondo che coltiva, la produzione è abbon­dante e di ottima qualità. Questo dato di fatto dovrebbe inse­gnare qualche cosa ai politici che volessero governare i loro popoli con un minimo di serietà.

Perciò il mezzo più efficace per potenziare l’economia agricola di una nazione è ancor oggi, come al tempo dei Grac­chi, la limitazione della proprietà fondiaria a poche decine di ettari, in modo che a tutti gli agricoltori sia possibile acqui­stare terra da coltivare direttamente.

I difensori della grande proprietà, ai giorni nostri hanno trovato un argomento sfolgorante di modernità e di scienti­ficità. Ecco il loro discorso: oggi non è possibile produrre molto e bene se non attraverso l’organizzazione di aziende grandi; ma per costituire le aziende grandi, è necessaria la proprietà grande: dunque il progresso dell’economia agricola esige oggi la proprietà grande?

Questo sillogismo filerebbe alla perfezione, se per costi­tuire la grande azienda non ci fosse altro mezzo che la grande proprietà. Invece la grande azienda può essere costituita anche con piccole unità poderali associate fra loro in cooperativa; e si può aggiungere con sufficiente sicurezza che un’azienda di di questo genere è la migliore, perché abbina i vantaggi del­la coltura intensiva, che sono propri della conduzione indivi­duale, e quelli della robustezza tecnica e finanziaria, che sono propri della grande organizzazione economica.

Abolizione dei monopoli

Monopolio è sinonimo di tirannide economica; e, nella stragrande maggioranza dei casi, è sinonimo anche di pro­dotto scadente a prezzo esoso.

Dove, infatti, la libera iniziativa e la concorrenza vengono bloccate dalla legge che attribuisce ad un solo ente produt­tivo l’arbitrio della quantità, della qualità e del prezzo, è fatale

che tutto sia fatto alla meglio e che i prezzi siano regolati solo dall’avidità.

Perciò, in nome del diritto naturale, che garantisce ad ogni uomo la libertà d’iniziativa, e in nome delle esigenze dell’eco- nomia, i monopoli debbono essere aboliti.

Le Corporazioni e le Cooperative, di cui abbiamo parlato, non debbono avere nessun privilegio: al di fuori di esse ognu­no è libero d’impian,tàre le industrie e le colture che vuole, e di fare i prezzi che ritiene più utili; e all’interno della stessa Corporazione, ogni Cooperativa è libera di vendere a prez­zi inferiori. Il prezzo definito dalla Corporazione, infatti, ha valore indicativo e non imperativo; e il compito dell’orga­nizzazione non è quello di bloccare l’attività delle aziende, bensì quello di stimolarla incessantemente, affinché sia rag­giunta la meta finale a cui tende l’Economia: il prodotto ot­timo a prezzo buono.

Gli Stati che, per alimentare le entrate pubbliche, ricor­rono al sistèma di riservare a se stessi alcune attività econo­miche, nella stragrande maggioranza non solo servono i clienti nel più disonesto dei modi, ma alla conclusione dei conti deb­bono registrare quasi sempre utili notevolmente scarsi, a causa della gestione burocratizzata e politicizzata delle aziende del monopolio.

Se lo Stato vuol trarre guadagni da qualche attività, faccia ciucilo che, nel nuovo sistema economico-sociale, farebbero i privati: cioè finanzi l’impianto di aziende agricole, industriali, commerciali o di trasporto, nel territorio nazionale o all’estero, e le affitti alle Cooperative al tasso nazionale. E’ un modo mol­to più redditizio, più razionale e più giusto del sistema dei monopoli

Preparazione dei lavoratori

Per lavoratori intendiamo tutti coloro che esercitano un’attività sia essa manuale che intellettuale.

La produzione (e quindi il benessere generale di un po­polo) dipende certo dall’efficienza degli impianti produttivi, ma essa è garantita soprattutto dalla capacità e dall’onestà di chi lavora.

Il compito di preparare i lavoratori delle varie categorie e dei vari gradi, e quello di garantire con giudizio sicuro le loro capacità professionali e morali, spetta allo Stato, il quale lo svolge attraverso le scuole e i corsi di qualificazione o spe­cializzazione istituiti direttamente da esso oppure organizzati da enti privati dietro ^sua richiesta.

Lo Stato, dunque, deve garantire la miglior preparazione possibile dei lavoratori, deve individuare tra questi i migliori e valorizzarli, assicurando loro i posti a cui sono più adatti e in cui possono meglio riuscire.

Fino ad oggi, tra scuola e futura attività di lavoro non c’è stato, almeno in Italia, un coordinamento vero e proprio.

Anzitutto i corsi che «-preparano alle professioni minori (agricoltori, megipnici, idraulici, elettricisti ecc…) sono po­chissimi e male organizzati; gli istituti tecnici e le stesse fa­coltà universitarie non specializzano nell’esercizio di una sola attività, ma pretendono di preparare alle professioni più sva­riate. Bastino due esempi: l’Istituto tecnico per geometri pre­para all’attività di costruttore, di estimatore e di topografo: non è forse troppo per una specializzazione vera e propria? I lau­reati presso la facoltà di giurisprudenza potranno fare gli av­vocati, i magistrati, gli insegnanti di diritto, di filosofia, di let­tere, di lingue, i direttori di banca, i funzionari di tutte le branche dell’amministrazione statale (dalle poste e telegrafi alle forze armate): non è forse un po’ troppo? In certe nazioni, al contrario, si è affermata la mania della specializzazione: un ingegnere, ad esempio, si specializza nella costruzione di ponti, anzi di ponti di una certa specie soltanto. Tra i due eccessi è senza dubbio preferibile il secondo, ma la via di mezzo è sempre la migliore: specializzazione in un’attività con lenti gli annessi che la riguardano e solo per quanto la riguardano.

In secondo luogo non si è riusciti mai a trovare uno stru­mento adatto ad individuare e a valorizzare i migliori

Il sistema tradizionale dei cosiddetti esami di stato o di concorso, se in taluni casi è valido per mettere in evidenza la preparazione teorica dei candidati alle professioni, troppo spesso si rivela inadatto a valorizzare i migliori e a squalifi­care i peggiori. Come si può, infatti, dare un giudizio sicuro circa le capacità di un individuo solo in base ad una prova scritta ed orale (viziate, spesso, in partenza dalla tolleranza del plagio, dalle raccomandazioni e dalla corruzione), senza tener conto dell’intero curriculum dei suoi studi, senza esigere alcuna prova della sua abilità nell’esercizio pratico della pro­fessione?                              *’

La garanzia, per così dire, ufficiale dello Stato deve ri­guardare non soltanto la preparazione teorica e l’abilità pratica del lavoratore, ma anche la sua onestà professionale. Infatti, un lavoratore bravo dal punto di vista professionale, ma equivoco o addirittura negativo dal punto di vista morale, promette assai meno che un lavoratore di mediocre preparazione teo­rica e pratica.

Evidentemente il giudizio sulla moralità sociale del neo­lavoratore spetta alla scuola: questa, infatti, avendo modo di controllare il comportamento degli alunni per tanti anni, può testimoniare intorno a ciascuno di essi se è di buona o cattiva volontà, se è diligente o pigro, se è degno di fiducia o infido.

Se un cittadino sarà presentato dalla scuola come medio­cre dal punto di vista intellettuale o professionale o morale, non sarà facile, per lui, da principio, trovar fiducia nel mondo del lavoro organizzato. A persone di tal fatta sarà perciò asse­gnato l’ultimo grado nella scala delle attività dell’azienda. Esse, tuttavia attraverso un eventuale miglioramento, avranno sem­pre modo di meritare la stima e la fiducia delle organizzazio­ni del lavoro. Infatti, se il giudizio della scuola è, per forza di cose, l’unico a cui si possa ricorrere per presentare un uomo alla società, non è detto che la vita non possa riformarlo: anche la vita è una scuola e un esame: e che scuola, che esame!

Ma a parte questa considerazione, è chiaro che non si deb­bono compromettere gli interessi della produzione nazionale per venire incontro ai mediocri. Vuol dire che una buona volta gli scolari e i loro genitori capiranno che non bisogna studiare per sbarcare il lunario scolastico, ma per prepararsi seriamen­te alla vita

CAP. TERZO   Problemi e soluzioni

Premessa.

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E’ facile enunciare i principi generali di una dottrina de­stinata all’applicazione pratica; ma quando dalla teoria si passa alla progettazione, dalle linee di struttura si passa ai particolari e alle rifiniture, i problemi si moltiplicano.

In questo capitolo saranno toccati i problemi più impor­tanti in rapporto all’organizzazione dell’economia e del lavoro, alla nuova impostazione del contratto fra capitale e lavoro, alle assicurazioni delle persone e delle cose, agli oneri fiscali.

I problemi che saranno presi in esame sono forse una minima ‘parte di quelli che si potrebbero incontrare nel nuovo cammino; né sarebbe facile individuarli e risolverli tutti.

In particolare, non intendo affatto proporre come defini­tive, ma solo come indicative, certe tariffe, certe aliquote e percentuali che vanno fissate tenendo conto di tutto il com­plesso dell’economia nazionale. Ad es. il tasso nazionale e la tariffa-base (che sono il metro, l’uno per stabilire il prezzo della concessione in lavoro e del mutuo bancario, l’altra per valutare in termini finanziari le professioni e i mestieri) sono in rapporto col costo della vita; e questo è in rapporto col va­lore della moneta, che, a sua volta, dipende dal volume e dalla qualità della produzione nazionale.

Alcune soluzioni dei problemi che saranno esaminati, a persone esperte di economia potranno forse sembrare ingenue; e vi saranno senz’altro specialisti capaci di fare proposte più sensate e più utili.

Ma ogni proposta dovrà essere elaborata alla luce dei se­guenti presupposti: (a) l’unica forma di contratto giusto e valido è quella dell’affitto sulla base del tasso nazionale; (b) il proprietario non è padrone; (c) i lavoratori sono autonomi e autoresponsabili e quindi debbono provvedere da sè ai loro interessi.

A questi presupposti, infatti, che costituiscono il fonda­mento del sistema cooperativistico, non si può assolutamente rinunciare, a meno che non’si voglia ritornare alla vecchia impostazione del rapporto fra capitale e lavoro, e a tutte le ingiustizie, gli equivoci, le lotte insensate che con essa sono fatalmente collegati.

PROBLEMI CONNESSI CON L’ORGANIZZAZIONE
DEL LAVORO

Istituzione della Cooperativa n

Ove già esistono, aziende industriali, commerciali e di tra­sporto, basta trasformare il contratto tradizionale di dipen­denza individuale in contratto collettivo d’affitto; e così i la­voratori cessano di essere salariati e diventano soci.

Ove non esistono aziende in atto, le Cooperative si costi­tuiscono in base alle indicazioni delle varie Corporazioni (in­dicazioni tratte dalle statistiche compilate dalla Magistratura economica). La Corporazione, tenendo presenti le località più adatte alle produzioni del suo settore e nello stesso tempo più sprovviste di industrie, di aziende di commercio e di trasporto, bandisce concorsi per la costituzione di Cooperative nelle varie zone del territorio nazionale. Al bando rispondono gli interes­sati: ingegneri, tecnici, maestranze.

Gli aspiranti debbono presentare domanda al Direttivo regionale della Corporazione, a cui spetta scegliere i soci che formeranno la cooperativa. Ecco i titoli in base ai quali debbono essere compilate le graduatorie e fatte le scelte: (a) profitto e condotta per ogni anno della scuola elementare, media e superiore; (b) titolo di specializzazione con i giudizi e i voti riportati nelle singole materie del corso; (c) referenze rilasciate da altre aziende pres­so cui l’aspirante abbia lavorato.

E’ noto quanta gente fa ressa presso i cancelli di un’azien­da nuova, per entrare; ed è noto anche quanto arbitrar! siano spesso i criteri con cui vengono fatte le assunzioni, per cui non c’è da meravigliarsi se le aziende talvolta marciano a ri­lento e vanno soggette a crisi.

La cooperativa non dev’essere un ente caritativo di collo­camento per disperati o falliti della vita né una cricca di rac­comandati o di arrivisti, ma dev’essere un modello di perfe­zione tecnica e di serietà morale. Perciò debbono far parte di essa soltanto coloro che per anni ed anni abbiano dimostrato di essere intelligenti e seri.

Un individuo che a scuola ha sempre primeggiato o almeno ha rivelato buone capacità intellettuali e morali; che nei corso di specializzazione ha dimostrato attitudine e passione per il lavoro sceltp; che nei primi passi della sua attività ha dato pro­va di sapersi orientare con sicurezza, è quanto di meglio una cooperativa possa desiderare. Soci bravi ed onesti (se si po­tesse fare questo paragone) valgono assai più di qualsiasi im­pianto, anche il più perfetto.

Si preferisce affidare le nomine al Direttivo regionale della Corporazione, sia perché esso, quale ente superiore alla Coope­rativa, garantisce maggiore imparzialità e serietà; sia perché la Corporazione, dovendo prendere sotto la sua protezione e la sua guida la Cooperativa, non potrebbe assumersi responsabi­lità per essa, se non avesse garanzie sicure circa la serietà dei soci.

Si preferisce il concorso per titoli e si dà valore soprattutto al curricolo scolastico, sia perché quello che uno ha dimo­strato di essere per anni ed anni è assai più indicativo dei risultati di qualsiasi esame, sia perché il cittadino, durante il corso dei suoi studi (primari, secondari e superiori), sapendo che la sua sistemazione futura dipenderà non da un esame più o meno approssimativo ma dal suo profitto e dalla sua condotta di ogni giorno, si impegnerà di più e farà le cose con più serietà.

Non è il caso di dire che la selezione sarà più attenta e più severa nei concorsi per aziende ad alto livello tecnico e meno esigente nei concorsi per aziende in cui la specializzazione sia meno necessaria.

L’iniziativa per la costituzione di una cooperativa potreb­be partire dagli interessati stessi, che ne fanno proposta alla Corporazione che presiede il Rettore economico in cui vogliono lavorare. In questo caso, e nell’eventualità che la Corporazione non desse la sua approvazione, gli interessati possono affrontare Finiziativa per conto proprio; ma la Corporazione non si assume nessuna responsabilità per essi.

Tuttavia, se l’iniziativa riuscisse bene e la cooperativa, in un secondo tempo, chiedesse di entrare nella Corporazione, questa dovrebbe accettarla, considerarla come suo membro e proteggerla.

Leggermente diversa è la situazione nel settore agricolo, in cui la Cooperativa dovrebbe sorgere per iniziativa, nello stesso tempo, della Corporazione e delle unità familiari che fino ad oggi hanno lavorato senza alcun rapporto di collabo- razione fra loro.

La cooperazione agricola può essere limitata all’acquisto delle macchine, dei concimi, dei mangimi, alla lavorazione in­dustriale dei prodotti ed alla vendita di essi; ovvero può essere integrale, e in tal caso impegna i soci a svolgere in comune i lavori di coltivazione e di allevamento.

A nessuno sfugge la necessità delle cooperative agricole almeno nella prima forma.

Infatti la nostra agricoltura è ancor oggi in stato di grave inferiorità rispetto a quella di molte nazioni, proprio perché   noi non siamo ancora riusciti a produrre molto e bene e a prezzi convenienti.

Questa incapacità, a sua volta, è strettamente collegata con la mancanza di organizzazione: le forze produttive agricole, presso di noi, sono state, fino ad oggi, troppo disperse. I proprietari terrieri, anche dopo l’introduzione della tecnica agricola scientifica e meccanizzata, sono rimasti fermi sulle loro posizioni individualistiche tradizionali; e i lavoratori a- gricoli, vincolati iir ogni loro iniziativa dall’istituto del pa­dronato, non hanno potuto organizzarsi in nessun modo.

Soltanto ha cooperativa, nel settore deU’agricoltux a, può disporre di macchine di ogni genere, può evitare la media­zione dei grossisti e dei dettaglianti e fornire essa stessa i prodotti ai consumatori (con grande vantaggio di chi vende e di chi compra); può organizzare direttamente la lavorazione industriale dei prodotti, assicurandosi, in tal modo, i gua­dagni notevoli che sono connessi con l’industria in generale; può fornirsi di concimi direttamente dalle fabbriche ; può preparare M mangimi ne] suo mulino.

Così la produzione comporterà minor costo e soltanto al­lora sarà possibile affrontare la concorrenza straniera e favo­rire l’accesso a tutti i generi alimentari anche alle famiglie di modeste condizioni economiche.

L’organizzazione interna della cooperativa in generale comporta: una Direzione tecnica, una Direzione economica, un Consiglio dei rappresentanti.

Il primo organo è costituito da tecnici laureati o diplo­mati, che abbiano la specializzazione nel settore in cui Tavora la cooperativa.

Il secondo organo è costituito da laureati o diplomati in scienze economiche e finanziarie.

Il terzo organo è costituito dai rappresentanti dei vari reparti dell’azienda, eletti a suffragio universale (con assoluta esclusione di criteri politici).   Il consiglio dei rappresentanti si riunisce in assemblea al termine di ogni settimana sotto la presidenza delle due direzioni. Ai consiglieri spetta il compito di riferire ciascuno sull’andamento del proprio reparto, di informarsi sull’anda­mento generale dell’azienda, di fare proposte a nome dei soci.

Quando una cooperativa sorge in un’azienda già avviata, il cui proprietario è stato fino a quel momento l’ispiratore e l’animatore di tutta l’attività, è opportuno ed utile continuare ad usufruire della sua opera. Anzitutto, infatti, la sua espe­rienza è la sua capacità, collaudate dal successo, difficilmente potrebbero essere sostituita; in secondo luogo, non sarebbe umano togliere la direzione suprema dell’azienda a chi forse l’ha creata ed ha speso la parte migliore della sua vita per potenziarla e ingrandirla.

Istituzione della Corporazione

Le Corporazioni sono enti economici statali, apolitici. Spetta alla Magistratura ecqnomica istituirle, in base al quadro generale dell’economia nazionale e in base a segnalazioni fatte dai lavoratori del^e varie categorie.

Gli organi della Corporazione sono tre: l’Assemblea dei rappresentanti, il Direttivo regionale, il Direttivo nazionale.

L’Assemblea dei rappresentanti è un organo di collega­mento fra le cooperative e il Direttivo regionale: essa è costi­tuita dai delegati delle singole cooperative eletti a suffragio universale. Il mandato ha durata triennale. Ogni tre mesi (o, se necessario, più spesso), l’Assemblea dei rappresentanti si riunisce sotto la presidenza del Direttivo regionale, per discu­tere i problemi della categoria. Le conclusioni delle discussio­ni vengono trasmesse dal Direttivo regionale al Direttivo nazio­nale e vengono esaminate ogni anno dall’Assemblea generale di tutti i dirigenti regionali e nazionali, presieduta dalla Magi­stratura economica. Il Direttivo regionale è composto di tre membri. Questi vengono nominati dal Direttivo nazionale. Il concorso è solo per titoli. I concorrenti debbono possedere la laurea corrispon­dente al settore in cui intendono lavorare (ad esempio, la laurea in scienze agrarie per la Corporazione dell’agricoltura), e deb­bono aver diretto con ottimi risultati un’azienda, che appar­tenga alla Corporazione, per almeno cinque anni o debbono essere uomini d’affari di chiara fama.

Al Direttivo regionale le cooperative si rivolgono per tut­ti i loro problemi e comunicano i dati della loro produzione, affinché siano trasmessi al Direttivo nazionale e da questo alla Magistratura economica che, in base ad essi, formula statisti­che e impartisce direttive ai vari settori dell’economia nazio­nale.

Il Direttivo nazionale della Corporazione è composto di tanti membri quante sono le regioni. Ognuno di essi viene proposto dalla Magistratura economica all’Assemblea dei rap­presentanti e al Direttivo della rispettiva regione, ai quali spetta il diritto di conferma. Debbono possedere gli stessi titoli dei direttori regionali ma, evidentemente, in grado superiore.

Istituzione della Magistratura economica

E’ lo Stato che istituisce la Magistratura economica: questa, infatti, è un organo statale apolitico, che dirige e sorveglia, dal punto di vista tecnico-scientifico, tutta l’economia della nazione.

Il Ministero a cui è affidata l’organizzazione di essa è quello dell’Economia e del Lavoro. Ma l’elezione dei membri che ne fanno parte e tutta l’attività che essa svolge, sono indi- pendenti nel modo più assoluto da criteri politici.

Tutta l’attività economica deve essere fuori della politica, come lo è l’amministrazione della giustizia: questa ha per nor­ma i codici, e basta; quella ha per norma le leggi dell’esperien­za, della scienza e della tecnica, e basta  membri della Magistratura economica saranno tanti quan­te sono le Regioni. Il Ministero dell’Economia e del Lavoro li sceglie in base ad una graduatoria e li presenta all’assemblea plenaria dei Direttivi regionali e nazionali di tutte le Corpora­zioni, ai quali spetta il diritto di conferma.

  1. concorso è per titoli; i candidati dovranno essere in pos­sesso: (a) della laurea in scienze economiche e commerciali; (b) della specializzazione almeno in un settore tecnico; (c) della specializzazione nei problemi dell’organizzazione del la­voro. E’ necessario, inoltre che abbiano fatto da cinque a die­ci anni di pratica come direttori di un’azienda grande (1).

«

Ai titolari verranno aggiunti altri cinque membri che chiame­remo aggregati: questi saranno scelti dal collegio dei mem­bri ordinari tra i più famosi organizzatori di attività eco­nomiche che si sono distinti in campo nazionale, anche se non laureati o diplomati. Essi dureranno in carica un triennio.

Ogni anno la Magistratura economica si incontrerà con i direttivi nazionali delle varie Corporazioni, per discutere gli aspetti più importanti della situazione economica generale.

Rapporto fra vija economica e vita politica della Nazione

L’economra non deve invadere il campo della politica e viceversa. Tuttavia, dato che economia e politica sono attività di un unico e medesimo popolo, quando uno stato straniero (o un gruppo di stati stranieri) minaccia l’economia naziona­le, i politici debbono evitare di amoreggiare con esso; e quan­do uno Stato minaccia la libertà e l’indipendenza della nazione, gii organi economici debbono evitare rapporti d’interessi con esso.

Tutte le iniziative internazionali dirette a favorire l’allargamento della collaborazione economica e politica fra i popoli, debbono essere concordemente appoggiate dall’economia e dalla politica. Ma neanche a tale scopo deve esser permesso ad alcuno di fare dimostrazioni politiche nell’ambito delle aziende o sotto i simboli di esse: gli ambienti del lavoro sono dedicati solo alla produzione.

PROBLEMI CONNESSI CON LA NUOVA IMPOSTAZIONE DEL

RAPPORTO FRA CAPITALE E LAVORO.

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Obbligo o libertà?

Qualora i proprietari trovassero svantaggiosa la nuova impostazione del contratto di lavoro e non Faccettassero, si dovrà ricorrere all’imposizione o a qualche mezzo più rispon­dente alla libertà umana?

Gli illuministi erano talmente convinti di essere gli inter­preti e i ministri della Ragione, che, durante la rivoluzione francese, tagliarono le teste che non volevano ragionare: un vasto movimento di riforme politiche, economiche e sociali, nel complesso più che ragionevoli, fu impostato su un piano di violenza; e il risultato finale fu l’avvento della reazione nel 1815. Nessuna meraviglia: una volta impostata la soluzione di un problema anche giusto sulla base della forza, spetta al vincitore dettar legge.

Il metodo della violenza è, dunque, da scartarsi non solo in quanto è disumano, ma anche perché, praticamente, spesso ottiene il risultato opposto a quello che si voleva raggiungere.

Però è anche vero che, quando si tratta di giustizia e di bene pubblico, lo Stato non deve dimostrarsi tenero con i pre­potenti: la proprietà è personale, ma la sua funzione è anche sociale; e quindi la legge, in vista del bene pubblico, può e deve regolarla e disciplinarla.

Uno Stato debole con i prepotenti è più rovinoso di uno Stato, tirannico. Perciò, ove è possibile si proceda col metodo della persuasione e dell’aggiramento dell’ostacolo; ma ove non sia possibile, si adotti il metodo della fermezza. Nei settori dell’industria, del commercio e dei trasporti il metodo dell’aggiramento dell’ostacolo è applicabile con suf­ficiente facilità: le Cooperative, assistite dalle rispettive Corpo- razioni, possono procedere alla costituzione di impianti indu­striali e di esercizi commerciali nuovi, valendosi del mutuo al tasso nazionale.

E’ evidente che alla base di tutta la nuova impostazione sta il presupposto che gli istituti di credito siano « costretti » a limitare l’interesse al tasso nazionale.

Il sistema dell’imposizione va adottato anche nel settore dell’agricoltura, nel senso che il contratto dell’affitto sulla base del tasso nazionale dev’essere obbligatorio per tutti. Infatti, la terra, prima che ai proprietari, appartiene alla nazione; e, qualora il pieno sfruttamento di essa sia intralciato da con­tratti ingiusti e inadatti a favorire il massimo rendimento del lavoro agricolo, lo Stato ha il diritto e il dovere di imporre il contratto che appare più giusto e più efficace.

Stima del capitale produttivo,

E’ prevedibile una lotta ‘tra proprietario e affittuario nella stima del capitale produttivo, in quanto l’uno tenderà a soprav­valutarne l’entità,- l’altro a sottovalutarla. Niente di strano; qual’è il contratto in cui non si verifica questa lotta? Ma si potrà risolvere anche questo problema con soddisfazione dei- runa e dell’altra parte, qualora proprietario e affittuario tro­vino, ciascuno per conto proprio, estimatori bravi e ragionevoli. Il valore di un’azienda, infatti, non è un mistero o qualcosa di trascendente e può essere determinato con notevole preci­sione in base a dati positivi (che vanno dalla rarità, dal costo e dalla produttività degli impianti, al prezzo commerciale dei prodotti, al grado di avviamento dell’azienda, alla posizione catastale, alle stesse denunce dei redditi fatte dal proprietario).

Nell’eventualità che l’accordo non fosse possibile, si ricorre all’arbitrato della Corporazione (e precisamente del Direttivo regionale). Qualora il verdetto della Corporazione non fosse accetta­to , facciamo due ipotesi: o è la Cooperativa, che pretende l’impossibile; o è il proprietario. Se è la prima, la Corporazione consiglia di lasciare le cose come erano (cioè di continuare col sistema del padronato e non si assume nessuna responsa­bilità); se è il proprietario, la Corporazione, a nome della Coo­perativa, avvia subito le pratiche per creare un’azienda nuova.

Ma perché questa decisione abbia veramente seguito, è necessario che lo Stato anzitutto istituisca quella che abbiamo chiamato « banca del progresso economico nazionale » desti­nata a finanziare le Cooperative. In secondo luogo, è necessa­rio che esso limiti la proprietà fondiaria il più possibile, affinché le Cooperative agricole, nell’eventualità che i proprietari tacciano ostruzionismo, possano procedere all’organizzazione di aziende proprie.

Per quanto riguarda la stima del valore commerciale dell’azienda anno per anno, in rapporto al variare del prezzo dei prodotti, non sembra che si possano incontrare particolari difficoltà, una vol£a che sia stata definita con chiarezza la stima iniziale. Infatti basta tener presente l’indice di valore aggiorna­to costantemente dalla Magistratura economica.

Termini generali del contratto

Affinché il contratto di affitto non si riduca ad una beffa (come, purtroppo, suole spesso accadere delle proposte anche più giuste), esso deve essere basato su questi termini generali: (a) fino alla scadenza, l’affittuario garantisce il valore asso­luto (valore di stima) del capitale; (b) i limiti della durata del contratto e i limiti nell’uso del capitale concessi all’affittuario debbono essere tali, che egli abbia l’agio e la libertà di farlo fruttare nel migliore dei modi.

Durata dell’affitto

La durata del contratto deve essere fissata con questo unico criterio: che l’affittuario abbia modo di far produrre il capi­tale. Il termine-base della durata, perciò, sembra possa essere un decennio, con la facoltà di estendere il periodo a piacere, qualora vi sia l’accordo delle parti. Nel caso che l’affittuario per motivi gravissimi (tra i quali l’improduttività del capitale in seguito a calamità naturali, l’arretratezza degli impianti che non permetta più di far fronte ad imprevedute variazioni di mercato, la diminuzione di mano d’opera) non potesse più sostenere l’impegno assunto, si rivolge al Direttivo regionale della Corporazione alla quale appartiene, per sapere da esso se c’è qualche possibilità di risolvere la situazione.

Nell’eventualità che il Direttivo non fosse in grado di sug­gerire nessuna soluzione positiva, l’affittuario risolve il con­tratto con preavviso di un anno.

Allo scadere del contratto e nell’eventualità che esso non venga rinnovato, il capitale ritorna al proprietario nel suo va­lore assoluto (cioè nel valore che fu definito dalla stima ini­ziale) aggiornato secondo l’indice della moneta. In questo va­lore assoluto è compreso (inutile dirlo) anche il valore d’usura (cioè la quota del capitale deperito durante il periodo della produzione). In altri termini, il proprietario riprende il suo capitale al valore (monetariamente aggiornato) che esso ave\a quando fece il contratto di concessione. Il decremento di valo­re che il capitale dovesse subire per effetto di fenomeni di­versi dall’usura (ad es. per obsolescenza) rimarrà a completo carico del proprietario.

In pratica, allo scadere dell’affitto si fa nuovamente !a stima del capitale: si vede così la differenza tra quello che cera nel- l’azienda quando fu stipulato il contratto e quello che c’è ora,   a] termine della gestione affittuaria (non occorre dire che la valutazione e la differenza debbono essere fatte in termini mo­netari aggiornati). Se il valore è maggiore (in forza delle mi­gliorie fatte d’accordo col proprietario o dietro autorizzazio­ne della Corporazione) la differenza viene rimborsata all’affit­tuario; se, invece, è minore, viene rimborsata al proprietario.

L’ottima delle soluzioni, comunque, sarebbe che i capitali mobili venissero riscattati dall’affittuario o a rate successive o alla scadenza del contratto, dietro corresponsione dell’in­teresse.                     ‘

Non occorre dire che, nel caso di vendita dell’azienda, al lavoratore o alla cooperativa spetta il diritto di prelazione.

Utilizzazione del capitale e migliorie

All’affittuario si deve concedere la facoltà di utilizzare il capitale nei modi riqhiesti dalle esigenze della produzione: diversamente, è inutile ,-che lo prenda in affitto. Unico limite a questa libertà deve essere costituito dalla assoluta proibi­zione di danneggiare il capitale .

Il caso di danneggiamento sarà certamente raro; mentre sarà frequentissimo il caso della necessità di migliorie. Ed è proprio questo caso che presenterà molti problemi.

Ogni miglioria contribuisce al potenziamento dell’economia nazionale; e quindi (in linea generale) né il proprietario né l’affittuario ha il diritto di opporsi ad essa: non si deve com­promettere il bene comune per rispettare la mentalità arre­trata e puntigliosa di certi privati.

Ad ogni modo, per evitare proteste, contestazioni e lotte, ogni miglioria del capitale deve essere fatta in seguito ad inte­sa fra il proprietario e la Corporazione a cui appartiene l’azien­da. E’ bene che intervenga la Corporazione, perché, trattando­si di un problema molto delicato, essa garantisce più compe­tenza e più sicura imparzialità nella soluzione di esso.   Ma nell’eventualità che, nonostante l’intervento delia Cor­porazione, facesse opposizione o l’affittuario o il proprieta­rio, come ci si deve regolare?

L’opposizione dell’affittuario potrebbe essere provocata dal fatto che, crescendo il valore del capitale in forza delle migliorie apportate, cresce anche l’interesse su di esso. Nel caso, dunque, che l’opposizione venisse dall’affittuario, faccia­mo due ipotesi: le migliorie trasformano il capitale o radical­mente o solo parzialmente.

Nella prima ipotesi l’affittuario può disdire il contratto, perché si trova di fronte ad un capitale del tutto nuovo; nella seconda ipotesi deve accettare la miglioria, sia perché il pro­prietario ha il diritto depotenziare il suo capitale, sia perché il bene comune esige che l’efficienza produttiva dei capitali sia costantemente accresciuta.

Qualora l’opposizione venisse dal proprietario, distinguia­mo i settori dell’industria, del commercio e dei trasporti da quello dell’agricoltura. Nei primi tre settori la soluzione del problema si presenta abbastanza facile: nell’eventualità che un proprietario non permettesse hi miglioramento di un impianto arretrato, la Cooperativa procede alla costituzione di un impian­to nuovo a proprie, spese, col mutuo al tasso nazionale.

Nel settore dell’agricoltura il problema si presenta assai più complicato, perché molti proprietari, di mentalità angusta e pedante, affezionati a certi tipi di piantagioni o di colture o di allevamenti che risalgono a tempi immemorabili, si oppor­ranno a qualsiasi trasformazione, anche alla più giustificata sotto ogni punto di vista.

Di fronte a tale eventualità, che potrebbe essere piuttosto frequente e che limiterebbe l’iniziativa dei lavoratori con grave danno dell’economia nazionale, la legge non può che ricorrere a queste due soluzioni: o permettere all’affittuario ogni trasformazione che sia ritenuta opportuna da commissio­ni di tecnici nominate dalla Corporazione degli agricoltori (nel caso che si trattasse di trasformazione notevole o addirittura  rèi dicale), purché si dia assicurazione che alla scadenza dell’affitto il valore del fondo non sarà inferiore a quello definito alla stipulazione del contratto; ovvero costringere i proprietari a vendere le aziende che essi non possono o non vogliono mi­gliorare.

La seconda soluzione sarebbe la più radicale e facilitereb­be la soluzione di qualsiasi altro problema in questo tormenta­to settore dell’agricoltura. Né si dica che si tratterebbe di un atto di forza da parte dello Stato e che verrebbe leso il diritto di proprietà: infatti, la proprietà (lo ripetiamo e lo ripetere­mo ancora) è, sì,”di chi la possiede, ma essa ha una funzione sociale: ed in una nazione ad economia agricola, come ad es. l’Ita­lia, non si possono compromettere gli interessi della comunità nazionale per salvaguardare quelli dei proprietari agricoli più arretrati. Del resto si tratterebbe non di esproprio ma di obbligo a vendere.

In Italia, nel settore dell’agricoltura, fino ad oggi, si è agito con deplorevole incertezza e debolezza.

Esaminiamo, a titolo di esempio, il settore della mezza­dria. In un .primo tempo, dopo la seconda guerra mondiale, fu concesso ai mezzadri il 53% del prodotto. I mezzadri riten­nero la concessione insufficiente; ed i proprietari, credendo di aver subito un’ingiustizia e di essere caduti nella miseria, mi­nacciarono che non avrebbero fatto più alcuna miglioria per le colture, per gli allevamenti, e, meno ancora, per le case coloniche.

Il governo, credendo o fingendo di credere che i proprieta­ri si lamentassero e minacciassero giustamente, col primo Pia­no verde ( = denaro dei contribuenti ) concesse contributi per migliorie, che talvolta non furono neanche fatte (1).

Intanto i coloni, vedendo che i lavoratori dell’industria si trovavano in condizioni assai migliori, sciamavano dalla ter­ra, andando a lavorare nelle città o emigrando all’estero. Allora il governo portava la quota spettante al colono al 58%, e proibiva nuovi contratti di mezzadria, senza curarsi affatto di proporre un altro contratto che fosse veramente conveniente per i proprietari, per i coltivatori e per l’economia nazionale.

Molti proprietari allora, essendo rimasti abbandonati i loro fondi, per forza di cose organizzavano la conduzione di­retta con salariati o braccianti, che dava come primo risultato un calo impressionante del reddito.

Ora il governo ha approvato un altro Piano verde per fi­nanziare ancora una volta, a spese dei cittadini, le aziende più scadenti.

Per concludere questa digressione, cito la famosa legge secondo la quale, nel caso di vendita del fondo, il colono ha il diritto di prelazione nell’acquisto. La legge si è ridotta ad una beffa, perché i prezzi a cui vendono i proprietari sono proibitivi e nessun colono riesce a tener testa agli accaparra­tori che comprano a prezzi anche elevatissimi (o fatti apparire elevatissimi per scoraggiare il colono a cui spetta la precedenza).

Perché nella legge non è stata messa questa condizione, che nessuno potesse acquistare urf fondo se non lo coltivasse perso­nalmente? Evidentemente, perché non si è voluto fare su’ serio.

Fin dal 1948, quando per la prima volta fu agitata la que­stione agraria valeva la pena porre ai proprietari tre condizioni: (a) o miglioramento dei fondi (case coloniche, allevamenti e col­ture) a spese proprie; (b) o miglioramento dei fondi a spese del­le Stato con successivo rimborso delle medesime, compreso l’in­teresse; (c) o vendita obbligatoria del fondo, nell’eventualità che non fosse accettata né la prima né la seconda condizione.

Queste proposte, ragionevoli in sè, purché fatte con fer­mezza avrebbero potuto apportare qualche vantaggio al settore agricolo già in crisi. Ma fu scelto il peggio: da parte delle fa­zioni politiche, avide del voto dei contadini, si preferì la de­magogia grossolana; da parte dei proprietari si rispose con l’ir­rigidimento e i dispetti; i governi cercarono di tamponare elevando dapprima al 53% e poi al 58% la quota di ripartizio­ne a vantaggio dei coloni, e disponendo lauti finanziamenti a favore dei proprietari; i cittadini buoni uomini furono grava­ti con tasse e sovrattasse, imposte e sovrimposte.

Tutto questo discorso polemico è stato fatto per illustra­re il concetto che l’obbligo di vendere la proprietà agricola per chi non la lavora direttamente e non vuole migliorarla, non sa­rebbe né un’ingiustizia né un male: si diffonderebbe la proprie­tà (la cui entità dovrebbe essere contenuta sempre entro limiti ristretti, per impedire accaparramenti), si produrrebbe di più, finirebbero le lotte insensate e i dispetti tra padrone e agri

Rapporto fra canone d’affitto e variazione d’efficienza produttiva del capitale

Bisogna fare una distinzione fra capitale industriale e com­merciale e capitale agricolo.

Il capitale industriale e quello commerciale possono per­dere di efficienza produttiva o per logorio d’uso o per calamità naturale. Nel primo caso il canone d’affitto non subisce alcuna variazione; nel secondo caso è chiaro che esso deve essere ade­guato alla diminuita efficienza e quindi al diminuito valore del capitale.

Nel capitale agricolo bisogna distinguere le variazioni nor­mali (che sono in rapporto con l’andamento normale delie sta­gioni), da quelle eccezionali (che dipendono da fattori naturali calamitosi: grandine o gelo o siccità tali da annientare la ca­pacità produttiva delle colture arboree o del suolo, inondazione, incendio della stalla o del bosco ecc.). Delle prime non si tiene conto, perché vanno a vantaggio ora del proprietario, ora del lavoratore; delle seconde bisogna assolutamente tener conto, perché incidono sul valore produttivo e quindi sul valore econo­mico del capitale. Non è, infatti, né giusto né umano costringere i[1] lavoratore a pagare la quota iniziale di affitto quando lo stru­mento della produzione a lui concesso dal proprietario, per un motivo che non dipende da lui, non produce nulla o ha per­duto molto della sua efficienza produttiva.

PROBLEMI RIGUARDANTI IL PRODOTTO

Valutazione e divisione del prodotto del lavoro svolto in comune

Quando il lavoratore svolge la sua attività da solo o con la sua famiglia, non si presenta alcun problema: a lui va tutto quello che egli produce.

Quando l’attività è svolta in comune fra soci, si presen­tano due casi: o i soci svolgono tutti un’attività dello stesso grado (che esige la stessa preparazione e comporta le stesse responsabilità) o dP grado diverso.    Nel primo caso si suppone che tutti abbiano lavorato allo stesso modo; e perciò alla fine del mese si dividono in parti uguali gli incassi.

Nel secondo caso, per sapere qual è il valore prodotto da ciascuno, bisogna vedere qual’è l’attività che ciascuno svolge.

Il valore di un’attività si determina in base: (a) alia pre­parazione che essa richiede; (b) alla responsabilità che essa comporta; (c) alla sua pericolosità; (d) alla sua rarità.

Ma per poter definire praticamente, in termini monetari, il valore di un lavoro, bisogna partire da un’unità di misura. Prendiamo come unità di misura il valore che può essere prodotto in un’ora da un lavoratore comune, cioè da uno che non ha dovuto seguire alcun corso di studi per prepararsi alla sua attività.

Supponiamo che oggi il valore medio prodotto da un la­voratore comune in un’ora sia di L. 800: questa è la tariffa- base di produzione oraria.

Un lavoratore comune, terminato il corso della scuola dell’obbligo, comincia subito a lavorare, mentre il professio­nista diplomato, il professionista laureato, il professionista spe­cializzato hanno dovuto impiegare diversi anni nel lavoro dello studio (durante i quali hanno affrontato spese senza guadagnare nulla) e si riducono a sistemarsi in gioventù avanzata.

Con un esempio spiegherò in che modo si potrebbero de­finire le tariffe produttive dei professionisti. Partiamo dal pre­supposto ipotetico che la tariffa-base di produzione oraria sia I . 800. In tal caso, per ogni anno di studio richiesto dalla prepa­razione professionale si aumenta la tariffa-base di 1/8. Perciò il professionista in possesso di diploma di scuola media superiore (ragioniere, perito industriale, ecc…), che ha speso cinque anni nel prepararsi alla professione, produce un valore di L. 1.300 all’ora; il professionista in possesso di laurea conseguita dopo un corso universitario quadriennale o quinquennale, avendo dovuto studiare dieci o undici anni (compreso l’anno di preparazione al concorso), produce all’ora un valore di L. 1.800 ovvero 1.900; un professionista che ha seguito un corso universitario della durata di sei anni e un corso di specializzazione quadrien­nale e ha dovuto ancora impiegare due anni per il concorso, produce un valore di lire 2.500 all’ora (alle quali bisognerà ag­giungere un’altra quota per le spese di attrezzatura del ga­binetto).

In termini generali, alla tariffa-base si aggiunge una per­centuale, che si aggira sul 12,50%, per ognuno degli anni nor­malmente richiesti dalla preparazione all’esercizio retribuito della professione. Non occorre dire che la percentuale del 12,50% vale anche per le specializzazioni tecniche. Se si tratta, poi, di attività peri­colose, facciamo due ipotesi: o il pericolo può essere eliminato con la riduzione delle ore di lavoro, ed in tal caso, rimanendo ia tariffa normale, il valore prodotto in due, tre o quattro ore è uguale a quello che altri, in condizioni normali, producono in otto ore; oppure il pericolo non può essere eliminato, in quanto il lavoro è rischioso per sua natura, ed in tal caso non c’è nes­suna tariffa che possa uguagliare il valore di una vita: per cui o si rinuncia all’opera o la tariffa la stabilisce colui stesso che affronta il pericolo.

La tariffa-base viene definita annualmente dalla Magistra­tura economica o in rapporto alla media dei valori prodotti in un’ora dal lavoratole comune nei settori più svariati della produzione; oppure in rapporto al costo medio della vita, in quanto si suppone che una persona sia capace di produrre ciò che è necessario per vivere con un certo decoro. Non occorre dire che la tariffa-base è collegata con l’indice della moneta, il quale, a sua volta, è collegato con l’indice di produzione; per cui, il benessere vero e sicuro di tutti dipenderà dalla capacità e dal vigore con cui ognuno parteciperà alla produzione.

La Cooperative dovrebbe giungere a produrre tanto quan­to basta (tolto il fitto) per dividere fra i soci un incasso pro­porzionato alla tariffa-base. Se ci sarà di più, tanto meglio; se ci sarà di meno, non si potrà incolpare nessuno: vuol dire che gli interessati si daranno da fare per produrre di più.

Sarà opportuno che i soci ogni anno mettano da parte una quota del dividendo, per costituire un fondo destinato al­l’acquisto dell’azienda in cui lavorano, nell’eventualità che un giorno il proprietario volesse venderla; oppure destinato al­l’impianto di una nuova azienda (nell’uno e nell’altro caso essi diverrebbero anche azionisti). Vendita dei prodotti

Fra il costo di produzione e il prezzo di vendita, fino ad oggi, c’è stata, in genere, una differenza esagerata. Questo di­slivello, economicamente e socialmente dannoso, è causato dal fatto che tra l’azienda produttrice e il consumatore vi sono troppi intermediari. E’ chiaro che, per rendere tutti i prodot­ti accessibili a tutti, bisognerà fare a meno di qualche inter­mediario.

Tre potrebbero essere i modi di passaggio delle merci dal­l’azienda di produzione alla rivendita al minuto.

  1. La Cooperativa istituisce essa direttamente le rivendite al minuto dei suoi prodotti. Il rivenditore, in tal caso, è un socio della Cooperativa stessa, e guadagna in base alla natura e alla quantità del suo lavoro. Questa è la forma ideale di ven­dita, perché garantisce buoni guadagni ai produttori e note­voli risparmi ai consumatori. Essa è attuabile soprattutto nel caso di aziende agricole (per le carni, le uova, il vino, l’olio, gli ortaggi e la frutta ecc.).
  2. Le Cooperative produttrici di una stessa merce vendono direttamente ai, dettaglianti, con l’obbligo, per questi, di non superare una determinata percentuale (fissata concordemente dalle Cooperative stesse, approvata dalla Corporazione, sanci­ta dalla legge con multe a carico del rivenditore che si permet­te di superarla).
  3. La Corporazione con il contributo delle singole Coope­rative, costituisce in ogni regione un emporio, in cui ciascuna azienda espone il suo prodotto, affidandolo a personale pro­prio o associato che ne cura la vendita ai dettaglianti della zona.

Quest’ultima soluzione si rende necessaria, quando si trat­ta di calzature, di biancheria, di stoffe, di generi alimentari, di prodotti, insomma, di cui al dettagliante occorre un vasto as­sortimento; e che, perciò, non è possibile acquistare presso un’azienda sola.Concorrenza

La concorrenza, quando non si trasforma in accaparra­mento e in monopolio (e ad impedire ciò credo sia sufficiente la legge che limita la proprietà) è uno dei fattori più dinamici del progresso e quindi del benessere generale.

Infatti, la concorrenza fra aziende produttive, la concor­renza fra rivenditori, il boicottaggio dei consumatori contro i prodotti che costano troppo, sono gli unici mezzi per impor­re serietà e disciplina sia a chi produce sia a chi vende.

Se l’opinione pubblica ancor oggi identifica il prodotto di costo moderato con il prodotto scadente, la cosa è dovuta al fatto che ai clienti di modeste possibilità sono state am­mannite quasi sempre le cose più spregevoli.

Le Corporazioni, permettendo, anzi promuovendo la con­correnza fra le cooperative del loro settore, squalificando pub­blicamente le aziende che, nonostante ripetute ammonizioni, continuassero a produrre male, introdurranno anche in Italia l’ottimo criterio del prodoto pregevole a buon mercato. La legge delle economie arretrate è questa: produrre poco e ven­dere a prezzi altissimi solo a pochi; la legge delle economie evolute, invece, è l’opposta: produrre molto e bene, per ven­dere molto a prezzi accessibili a tutti.

Le Corporazioni hanno il compito non di difendere Liner- zia, l’incapacità e la cecità delle Cooperative (se ce ne fosse­ro di tali), ma di incrementare la produzione.

Né la concorrenza, nel sistema Cooperativistico, ha la fun­zione di metter fuori combattimento i più piccoli per rinfor­zare i più grandi, ma quello di stimolare i pigri e gli incapaci con l’esempio dei migliori.

PROBLEMI CONNESSI CON L’IMPIEGO PUBBLICO

Abbiamo già osservato nel primo capitolo che tra un la­voratore privato e un lavoratore pubblico c’è la soia diffe­renza che l’uno produce per un privato, l’altro per lo Stato.   Per i lavoratori pubblici, perciò, vale quanto è stalo detto fino ad ora. Tuttavia siccome alcuni organismi dell’attività statale sono di una complessità mastodontica, sarà opportuno trat­tare a parte l’argomento.

Facciamo anzittutto una distinzione fra lavoratori delle aziende produttive dello Stato (poste, ferrovie, industrie, mo­nopoli) ed impiegati dei vari settori deH’amministrazione pubblica.

Impiego nelle aziende statali produttive

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Distinguiamo le aziende produttive in due categorie: quel­le raccolte (cioè con impianti circoscritti entro una determi­nata zona) e quelle diffuse (cioè che hanno impianti collega­ti fra loro, in tutto il territorio nazionale ed anche all’estero).

Nelle aziende raccolte è facile la costituzione di coopera­tive locali del tutto simili a quelle delle aziende private e sotto la direzione delle rispettive Corporazioni.

Nelle aziende diffuse ^Ja Cooperativa, per forza di cose, dev’essere unica | quindi a carattere nazionale. Si formano così due Cooperative nazionali: quella dei postelegrafonici e quella degli addetti ai trasporti pubblici.

Le due Cooperative possono scegliere una delle seguenti forme di contratto.

  1. La Cooperativa versa allo Stato l’interesse sul valore complessivo degli impianti, al tasso nazionale; ed incassa tutti gli introiti con la possibilità di un dividendo al termine del­l’anno.
  2. La Cooperativa versa allo Stato l’interesse al tasso na­zionale solo sugli introiti effettivi della gestione.
  3. I lavoratori delle aziende produttive accettano di esse­re equiparati agli impiegati dei vari settori dell’amministrazio- ne pubblica.   La prima soluzione è più rispondente allo spirito e alla prassi del nostro progetto: essa, infatti, impedisce che lo Stato spadroneggi sui suoi lavoratori; e a questi impedisce di spadro­neggiare sulla nazione e sul bilancio dello Stato, metten­do in crisi, con scioperi e richieste inopportune, i servizi pubblici, che sono di interesse vitale per tutti.

Lo Stato ha il dovere di potenziare e migliorare di continuo gli impianti dei servizi pubblici, per garantire sufficienti gua­dagni alle Cooperative che li gestiscono. Queste, a loro volta, debbono impegnarsi a non trascurare e tanto meno a soppri­mere i servizi che rendono poco, ma sono pur necessari alla popolazione.

I servizi pubblici debbono essere senz’altro fonti di gua­dagno per chi li gestisce, ma non debbono mai trasformarsi in mezzi di sfruttamento dei cittadini; e perciò, nello stabilire le tariffe postali, telefoniche e ferroviarie, le Cooperative non dovranno mai superare un limite che anno per anno verrà fis­sato dalla Corporazione delle comunicazioni d’intesa con la Magistratura economica (il cui intervento è necessario, data l’importanza del settore nella vita della nazione).

La seconda soluzione è’difficile ad attuarsi, perché lo Stato non riuscirebbe ^controllare gli introiti effettivi delle due com­plessissime gestioni.

La terza soluzione ha l’unico svantaggio di non offrire la possibilità di alcun dividendo; ma, in compenso, garantisce ai soci maggior sicurezza, avendo essi un’entrata certa, non sog­getta ad alcun rischio.

Impiego neH’amministrazìorìe pubblica.

L’impiegato che lavora in un ufficio statale, è un profes­sionista come un altro che eserciti la sua attività privatamen­te. La differenza è solo nel fatto che, invece di svolgere un quantum di lavoro (pratiche, operazioni di contabilità ecc.) nel suo ufficio privato, lo svolge in un ufficio pubblico, dietro commissione dello Stato e a nome dello Stato. Perciò la sua attività produttiva dovrebbe essere valutata in base alle pratiche che egli svolge effettivamente; ma siccome la valutazione per ogni singolo numero del suo lavoro sarebbe complicatis­sima ed anche ridicola, si ricorre alla valutazione oraria.

Al lavoro dell’impiegato statale, perciò, si applica la tarif­fa di produzione oraria corrispondente al titolo professionale da lui posseduto (il criterio per definire le tariffe profes­sionali orarie è stato esposto poco sopra).

Un impiegato statale che non lavora in un’azienda pro­duttiva, non ha la possibilità di partecipare agli utili. Però è anche vero che il suo lavoro è sicuro per tutto l’anno; che egli non deve pensare né aP locali né all’attrezzatura di essi, e che non va soggetto a rischi.

Una considerazione particolare dev’essere dedicata all’atti­vità deirinsegnamento pubblico.

Gli insegnanti pubblici svolgono un’attività che è rivolta alla formazione culturale di una classe intera, non di un alun no soltanto: per cui, se un insegnante privato, fornito di lau rea, può esigere, ad es. L. 1.800 per un’ora di lezione, un inse­gnante pubblico h# diritto al doppio. In generale, il valore di un’ora di lavoro ^svolto da un insegnante è da considerarsi doppio rispetto a quello di un altro impiegato che sia in pos­sesso di un titolo pari e che lavori in un ufficio. E tra gli insegnanti stessi bisogna distinguere quelli che hanno l’im­pegno della correzione dei compiti (che assorbe un tempo quasi pari a quello delle lezioni) e quelli che insegnano materie senza esercitazioni scritte: ai primi viene ridotto il numero delle lezioni settimanali, ai secondi viene lasciato il numero nor­male di 24 ore.

Tutti i professionisti che lavorano in uffici pubblici, ten­gano presente che « quando non si lavora, non si produce; e che quando non si produce, non si guadagna ». L’avvocato, l’ingegnere, il medico, nel giorno in cui non vengono clienti, guadagnano forse ugualmente? No: ed allora neanche l’impiegato statale deve incassare quando non lavora. E’ troppo co­modo godere le vacanze e incassare lo stipendio ugualmente (a meno che non si tratti di quote del valore realmente pro­dotto, che vengono consegnate al lavoratore in coincidenza coi periodi di riposo).

Ognuno paga le sue vacanze con quello che guadagna quan­do lavora. Così viene troncata tutta la serie degli abusi colle­gati con le ferie, le aspettative, i permessi ecc.

Per il lavoratore che venisse a trovarsi nel bisogno, perché effettivamente impossibilitato a svolgere la sua attività per motivi di malattia, ci sarebbe sempre il contributo del fondo di « solidarietà sociale ».

A proposito degli impiegati nell’amministrazione pubbli­ca, dobbiamo fare un’altra osservazione.

Quando un professionista è riconosciuto idoneo all’eserci­zio della sua attività, dopo un conveniente periodo di prova ha diritto all’intera quota di produzione. Gli scatti, i coefficienti ecc. sono invenzioni tipiche degli Stati avari e gretti che, per sfruttare il lavoro degli impiegati quando sono giovani, riser­vano loro laute prebende e titoli onorifici quando sono vecchi. Nessuno diventa più produttivo solo perché passano gli anni, ma semmai perché diventa più esperto e più sicuro attraver­so la pratica della professione. Ma questa esperienza, questa sicurezza (sia essa automatica, sia essa acquisita attraverso lo studio e l’aggiornamento continuo), quando c’è (perché po­trebbe anche darsi che non ci sia) non è mai tale da triplicare ii valore del lavoro svolto: meriterà qualcosa in più, mai però il doppio o addirittura il triplo di quello che viene assegnato ad un neo-impiegato, di cui pure è stata accertata l’idoneità professionale.

Da un punto di vista umano, poi, è una beffa bella e buona il sistema di tenere a corto di stipendio il lavoratore che deve costituire una famiglia o ha figlioli minorenni, per riversare tanti cumuli di grazie su chi ormai è vicino al tramonto.   PROBLEMl CONNESSI COL CREDITO E LE ASSICURAZIONI

Organizzazione degli Istituti Finanziari

Le banche e gli istituti di assicurazione (sia per le per­sone che per le cose) fanno parte della Corporazione dei fi­nanziari. Affinché la loro attività sia più efficiente e più sicu­ra, è bene che i lavoratori delle banche e degli istituti di depo­sito per assicurazione di persone e cose si associno. Infatti, l’obbligatorietà del tasso nazionale e il sistema dell’assicura­zione personale diretta ridurranno di molto i guadagni (fino ad oggi eccessivi) dell’attività creditizia e assicurativa; ma se si costituiranno Cooperative che gestiscano nello stesso tempo le due attività, l’aumentato volume dei depositi e, quindi, degli affari, garantirà guadagni più che sufficienti ai finanziari.

Tasso d’interesse per il depositante – Tassa per il Fisco, e Aliquota per l’Istituto

Bisogna tenere presente la distinzione fra (a) depositi di risparmio, (b) depositi di assicurazione persone, (c) depositi di assicurazione- cose.

Depositi di risparmio

Premessa – Il danaro depositato in banca va tassato come quello e più di quello investito in attività produttive. Il moti­vo è semplice: chi investe, affronta rischi; contribuisce al be­nessere della nazione e dell’umanità in generale; crea fonti di lavoro e di ricchezza per tutti.

Con questo non si vuol dire che il risparmiatore debba essere punito; ma si vuol dire soltanto che, tenuto conto dei vantaggi di cui già gode, non ci si deve anche preoccupare di fargli una condizione di privilegio rispetto a coloro che inve­stono il denaro in attività produttive. Per la tassazione dei risparmi non occorre individuare il titolare del deposito: basta individuare la somma depositata. A tale scopo, lo Stato di­chiara invalide tutte le operazioni di deposito che non siano fatte con moduli-valore (di tutti i tagli) stampati da esso.

Gli istituti di credito acquistano (pagandoli) questi mo­duli dallo Stato; e il depositante, quando fa il suo versamen­to, paga il modulo alla banca, cioè paga la sua tassa.

Il modulo resta al depositante come documento del ver­samento fatto e rimane soggetto a tassazione annuale fino a quando non viene restituito in occasione del ritiro del deposito.

Ogni anno, all’atto del rinnovo, viene pagata l’imposta. li rinnovo può esser fatto con una semplice timbratura.

Ciascun modulo viene contrassegnato dallo Stato con un numero o con una sigla. A-1 termine di ogni settimana la ban­ca comunica al fisco i numeri o le sigle dei moduli consegnati ai depositanti e restituisce i moduli che sono stati annullati in seguito al ritiro del deposito. Sarà cura dell’istituto statale che stampa i moduli non ripetere le stesse sigle e gli stessi numeri.

Anche i titoli azionari debbono essere rilasciati su moduli- valore stampati dallo Stato. Anch’essi sono contrassegnati da un numero o da una sigla; §, fino a quando non vengono annul­lati dall’ufficio chg li ha emessi, il loro possessore deve versa­re annualmente la quota fiscale, pena la nullità.

Se i possessòri di titoli di deposito o di titoli azionari si rifiutassero di pagare l’imposta, lo Stato annullerà i titoli stessi e il valore ad essi corrispondente sarà diviso a metà tra il fi­sco e la banca o la società.

Detto questo, vediamo in quale proporzione possono esse­re definite le quote che spettano al depositante, al fisco e al­l’istituto bancario.

Al fisco va la parte minore, in quanto il deposito è parte di un’entrata su cui il depositante ha già pagato l’imposta: ad esso, perciò, va l’l%.

Questa aliquota deve restare invariata, qualunque sia la somma depositata dalla stessa persona, per due motivi: anzi­tutto perché il depositante potrebbe fare uso di moduli-valore di basso taglio anche per somme elevatissime; in secondo luo­go, perché, se la tassa superasse l’interesse, nessuno farebbe più depositi (e ciò andrebbe a danno dell’economia generale della nazione).

Al depositante va il 2%; alla banca va il 3% (sempre nel­l’ipotesi che il tasso nazionale sia il 6%). Queste aliquote cre­scono o diminuiscono col diminuire o col crescere del valore della moneta.

Depositi di assicurazione persone

Come già è stato detto, ogni cittadino si assicura da sè, depositando obbligatoriamente, alla fine di ogni mese, una determinata quota (almeno il 12,50% del valore prodotto) pres­so un istituto d’assicurazione o presso il settore assicurativo di un istituto di risparmio, che aprirà a suo nome un « conto personme » con un proprio numero.

Abbiamo già detto che lo Stato ha il diritto di prelevare l’l% sui depositi, allo scopo di costituire e potenziare il fondo di solidarietà sociale, a vantaggio dei lavoratori a cui la sfor­tuna abbia tolto ogni possibilità di auto-assistenza.

La distribuzione delle percentuali, in questo settore, po­trebbe essere la seguente: l’l°/o sul valore depositato ogni mese va al fondo di solidarietà (soltanto all’atto del deposito men­sile, che dovrà, perciò, esser fatto con un modulo-valore nel quale il lavoratore avrà cura di riportare il numero del suo ‘< conto personale » su cui deve essere accreditato il versamento); l’l% al depositante; il 4% all’istituto di credito. Se a quest’ultimo viene assegnata la parte maggiore, nessuna meraviglia. Infatti, in base alla legge che abbiamo denominato « legge di garanzia dei valori », il deposito dev’essere garantito contro l’inflazione; e affinché ciò sia possibile l’istituto di credito deve disporre di   una forte quantità di danaro da investire in beni non soggetti a svalutazione. Tuttavia, quando il titolare giunge all’età della pensione, lo Stato e l’Istituto di credito rinunciano alla loro quota e a lui va il 6%.

Depositi di assicurazione cose

Questo settore, fino ad oggi, si è prestato a speculazioni vergognose sia da parte degli enti assicurativi, sia da parte de­gli assicurati: da parte dei primi si è tentato spesso di ridurre al minimo la stima dei danni; da parte dei secondi si e cer­cato, invece, di esagerarla al massimo, ogni volta che è riusci­to loro di corrompere i periti estimatori. Non parliamo del caso (non raro) che Assicurato causi il danno dolosamente, per essere risarcito della rovina di un capitale divenuto ormai inutile. Perciò anche per l’assicurazione cose è bene applicare il principio generale: « ognuno si assicura da sè direttamente ».

Ogni depositante è titolare e proprietario del suo deposi­to; ed egli lo ritira quando si verifica una calamità naturale che comprometta l’efficienza della sua attività produttiva o del suo capitale. Se l’entità del deposito non fosse sufficiente a copri­re i danni subiti, l’istituto assicurativo impronta la somma necessaria senza esigere gli interessi, riservandosi il diritto di lecuperare l’una e gli altri dai versamenti successivi.

Si spera, naturalmente, che la sfortuna non si accanisca sempre contro la stessa persona o la stessa cooperativa.

I danni colposi, che dipendono da imprudenza e impre­videnza, col sistema dell’assicurazione diretta saranno in gran parte evitati: infatti, gli interessati, sapendo di dover pagare solo coi propri risparmi, saranno più vigilanti ed accorti. Tut­tavia, in vista dell’eventualità che la sfortuna si accanisca contro la stessa azienda, ed allo scopo di evitare che danni irrepara­bili gravino su imprese che non sarebbero in grado di far fronte ad essi con i propri mezzi, viene il dubbio se non sia opportuno, specie per i capitali più soggetti a sinistri, adottare il sistema

dì assicurazione tradizionale, nonostante gli inconvenienti a cui esso si presta.

Un istituto (che potrebbe essere la banca del progresso economico) alle dipendenze della Corporazione, procedendo con il sistema in vigore, provvederebbe a coprire i rischi die­tro corresponsione di un premio.

Per le grandi aziende, in genere il problema dell’assicura­zione non esiste in quanto hanno in se stesse le risorse per far fronte anche ai rischi più gravi. Le altre scelgano tra l’as­sicurazione diretta e quella tradizionale: certo, per le aziende soggette facilmente a rischi, è più adatta la seconda; per quelle poco soggette a danni, è più adatta la prima.

L’assicurazione-cose interessa sia il proprietario che il la­voratore: il primo, per garantire l’efficienza degli impianti pro­duttivi contro le calamità naturali (l’incendio, il terremoto, l’inondazione, la grandine); il secondo, per garantire sia il prò dotto del suo lavoro”1 contro le medesime calamità naturali, sia il capitale del proprietario contro danni colposi in qualunque modo causati da lui involontariamente.

Per i casi più disperati e per le calamità di carattere pub­blico, si rende necessario l’intervento dello Stato, a cui, perciò, va una percentuale dei depositi, destinata alla costituzione di un fondo di aiuto sociale.

In base a quanto è stato detto, sembra giusto ed opportuno che le percentuali, anche nel settore assicurazione cose, sia il seguente: l’l°/o allo Stato, all’atto del deposito soltanto; il 3% al titolare del deposito; il 2% all’istituto che amministra i de­positi.

Tasse

Il problema della tassazione è uno dei più difficili e com­plicati. Perciò nessuno si faccia meraviglia delle aliquote che verranno proposte, tanto più che si tratterà di esemplificazioni pure e semplici.

Abbiamo già detto che le aliquote di tassazione debbono essere basse il più possibile, affinché non siano danneggiati né gli organizzatori degli impianti produttivi né i lavoratori, cioè, in pratica, affinché non sia danneggiata l’economia nazionale.

Per definire, con un criterio di giustizia almeno approssi­mativo, le aliquote di tassazione, bisogna distinguere: (a) pro­venti da lavoro e da affitti di aziende produttive, (b) capitali immobili produttivi, -’(c) capitali immobili non produttivi.

Per quanto riguarda i proventi da lavoro e da affitto di aziende produttive, la tassazione investe il reddito globale (de­tratti i depositi annuali per assicurazioni, che sono facilmente documentabili, in quanto vengono fatti con moduli-valore).

E’ opportuno prendere in considerazione il reddito globale, affinché sia possibile procèdere con più speditezza e sicurezza. Tuttavia, per evitare ingiustizie e danni agli interessati, fino a due milioni è berli adottare aliquote molto basse, anche in con­siderazione del fatto che non sono ammesse le consuete de­trazioni (che complicherebbero le operazioni fiscali senza alcun vantaggio).

Ecco un’indicazione approssimativa delle aliquote per i pro­venti da lavoro: 0,10% per le quote del reddito comprese entro il primo mezzo milione; 0, 25% per le quote comprese entro il secondo mezzo milione; 0,50% per le quote comprese entro il   terzo mezzo milione; l’l°/o per il quarto mezzo milione; ì’1,50% per il quinto; il 2% per il sesto e così di seguito, procedendo con un’aliquota in progressione aritmetica di ragione 0,50% per ogni mezzo milione.

Per i « lavoratori di grande merito » (medici illustri, scien­ziati, inventori ecc.) l’aliquota, una volta arrivata al 20%, ri­mane costante, affinché non venga fiaccata la loro volontà di rendersi utili alla società.

Per i professionisti che con poco o nessun merito guada­gnano molto ed anche troppo, l’aliquota procede indefinitamente.

Per gli introiti che provengono da affitti, fin dal primo mez­zo milione si applica l aliquota di progressione aritmetica di ra­gione 0,50%.

Anche per i proprietari di grandi aziende, che impiegano le loro entrate in migliorie (che debbono essere documentate), l’ali­quota si arresta al 20%.

La tassa è unica: vengono abolite l’imposta comunale di famiglia, la complementare, la ricchezza mobile, l’Ige e le altre esosità del genere.

La tassazione è individuale; e la dichiarazione dei redditi è fatta dall’interessato con una formula, pressappoco, di questo genere: « Dichiaro che il mio reddito globale è di L. x prove­nienti da lavoro; e di L. y provenienti dagli affitti delle aziende a, b, c, ecc. Accetto un’inchiesta su questa base, con le conse­guenze penali che ne derivano».

Per i capitali immobili produttivi (fondi, industrie, im­pianti commerciali, abitazioni affittate), vale l’aliquota 0,50 sul loro valore medio (ad es. rendita catastale). Questa aliquota molto modesta e costante è da adottarsi affinché sia favorita l’iniziativa di coloro che intendono investire il denaro in atti­vità utili all’economia nazionale.

La casa (una sola) che il cittadino abita, non va soggetta ad imposta, perché rientra nei possessi elementari dell’uomo.

Per i fondi abbandonati perché dotati di case coloniche ma­landate e di attrezzature e impianti scadenti e primitivi, l’ali­quota sul loro valore deve essere alta il più possibile, in modo che i proprietari siano costretti a disfarsene. Infatti la pro­prietà (lo ripetiamo per l’ennesima volta) ha una funzione sociale.

Nessuno tema che, abbassando le aliquote delle tasse e delle imposte, lo Stato non riesca a far fronte alle spese del bilancio Infatti, (a) pagando poco ma pagando tutti, (b) adottando l’aliquota progressiva, (c) tassando i depositi di risparmio, di assicurazione e previdenza,’le entrate saranno, più o meno, uguali a quelle (ingenti) che oggi vengono racimolate coi sistemi più esosi e più ingiusti.

Se l’applicazione di un sistema tributario giusto, mode­rato e adatto a favorire il progresso economico della nazio­ne, causasse la diminuzione delle entrate pubbliche, lo Sta­to ricorra ai seguenti mezzi per far quadrare il bilancio: (a) sopprima le spese ingiustificate e inutili, (b) non regali il danaro a nessuno (e quindi la smetta con i « piani » che sanno troppo di politica e assai poco di economia, e comportano un’infinità di spese; e lasci svolgere le atti­vità economiche alle organizzazioni economiche, limitandosi a controllarle e a disciplinarle), (c) vigili di più sull’onestà e sul rendimento dei suoi impiegati, (d) affitti le sue aziende produttive (fino ad oggi in gran parte deficitarie) ai lavoratori e si faccia pagare da questi l’interesse al tasso nazionale sul valore di esse, (e) investa il suo danaro finanziando le attività delle Cooperative al tasso nazionale, (f) utilizzi i vantaggi che gli potrebbero derivare dalla « banca del progresso economico nazionale ».

APPLICAZIONE PROGRESSIVA DEL SISTEMA
COOPERATIVISTICO

E’ chiaro che il nuovo sistema economico-sociale non po­trà essere applicato tutto d’un colpo: sarebbero inevitabili con­tusioni e reazioni pericolose.

Perciò, in un primo tempo, potrà essere applicato in agri­coltura (dove l’introduzione di esso è più facile e più urgente)

con l’imposizione deb contratto d’affitto sulla base del va-

*

lore economico del fondo al tasso nazionale, e con l’istiluzione delle cooperative» agricole e della Corporazione dell’agricoltura.

In pari tempo si introdurrà il sistema dell’assicurazione di­retta, anch’esso facile ad attuarsi.

Ma soprattutto si cercherà di rendere accessibile alle Coo­perative il mutuo al tasso nazionale.

Affinché sia possibile questa riforma, urge da parte dello Stato l’istituzione della « banca del progresso economico na­zionale » (di cui si è parlato nel 2° capitolo), alla quale i la­voratori dovranno dare la loro preferenza nel loro stesso inte­resse, depositandovi sia i risparmi sia le quote mensili di assi­curazione e previdenza.

Il buon avviamento e quindi, in gran parte, il successo stesso del Cooperativismo dipenderanno dall’efficienza di que­sto istituto di credito. Perciò lo Stato dovrà organizzarlo nel migliore dei modi e sostenerlo con decisione, tenendo presen­te che, qualora il mondo dell’economia nazionale riuscisse ad orientarsi da sè e a procedere con sicurezza e speditezza, non solo sarebbe garantito il benessere dei cittadini, ma sarebbe assicurata anche un po’ di pace alla finanza pubblica. Infatti, non ci sarebbe più bisogno di piani né verdi né gialli né rossi con rispettivi finanziamenti a fondo più o meno perduto; né più i contribuenti dovrebbero pagare lo spirito d’iniziativa de­gli operatori economici nuovi o finanziare la pigrizia di certi imprenditori vecchi. La banca del progresso economico, infatti,   non ha fondi per regali, ma solo per mutui: per mutui al tasso nazionale, a largo margine di tempo, accessibili a tutti coloro che danno garanzie di serietà.

CONCLUSIONE

Le proposte illustrate in questo capitolo sono (lo ripeto ancora) soltanto indicative e per nulla affatto categoriche e definitive: anzi la discussione diretta a trovare soluzioni sem­pre migliori nell’ambito dei presupposti del sistema cooperati­vistico, non potrà dirsi mai chiusa, in quanto le circostanze cambieranno di continuo.

Ho voluto soltanto dimostrare che, se le fondamenta e le strutture dell’edificio economico-sociale sono razionali e ro­buste; se i lavoratori la smettono una buona volta col sistema di affidare i propri interessi agli altri per riservarsi Io sciocco e vano diritto di protestare-e di piagnucolare; e se, infine, lo Stato dimostra un po’ di saggezza e di energia, molti problemi possono essere rialti.

Concludendo, perciò, penso sia opportuno ricordale che ogni sistema, anche il più perfetto, è destinato al fallimento, se non si attua quel presupposto etico-sociale che è sicura ga­ranzia di successo anche quando i mezzi per operare sono mo­desti: il presupposto, cioè, dell’onestà e del senso di responsa­bilità da parte di tutti.

Se non venisse riformato il vecchio stile dell’ignavia, del­l’ignoranza, dell’arrivismo e del malcostume in tutti i settori del­la vita sociale, varrebbe la pena lasciare tutto come è stato fino ad oggi. In tal caso i lavoratori conserverebbero il grande pri­vilegio di protestare e di scioperare (a cui tengono tanto coloro che non sanno e non vogliono assumersi responsabilità) e i partiti potrebbero continuare a vivere e a prosperare sulle pro­teste, sugli scioperi e sulle illusioni dei lavoratori. N  A questi ultimi, in definitiva, si presentano due possibilità: o la soggezione al padronato, senza alcuna responsabilità e col sublime diritto di borbottare e di tirar sassate; o la libera colla­borazione tra soci, che comporta la responsabilità personale ed impone, perciò, una rinuncia radicale e definitiva all’indolenza, al sotterfugio, all’ambizione, aH’intolleranza, alla mania di cri­ticare per criticare e di demolire tutto senza mai costruire nulla.

Sotto questo aspetto il Cooperativismo vuole essere una proposta destinata non solo a garantire un po’ di giustizia nella soluzione del problema sociale e a promuovere la diffusione di nuove aziende organizzate e gestite da società libere di la­voratori, ma anche ad imporrò un po’ di serietà a chi vuol far parte del mondo delFeconomia nazionale.INDICE

Pag.5 
Assurdità del vecchio rapporto capitale-lavoro»8
Estensione del contratto-affitto»16
Il contratto del lavoro di concetto»17
Riepilogo»18
Vantaggi della nuova impostazione»20
Conclusione»22

CAPITOLO I – I fondamenti razionali di un contratto giusto.

 

CAPITOLO II – Presupposti pratici della giustizia sociale e dei pro­gresso economico

Il compito dello Stato

La struttura organizzativa delle attività economiche:

La Cooperativa – La Corporazione – La Magistra-  

CAPITOLO IlI – Problemi e soluzioni

Premessa                                                                                                      Pag. 50

Problemi connessi con l’organizzazione del lavoro: Istituzione della Cooperativa – Istituzione della Corporazione – Istituzione della Magistratura eco­nomica rapporto fra vita economica e vita politica delia Nazione

Problemi connessi con la nuova impostazione del rap­porto fra capitale e lavoro: Obbligo o liberta? – Stima del capitale produttivo – Termini generali del contratto – Durata dell’affitto – Utilizzazione del ca­pitale e migliorie – Rapporto fra canone d’affitto e variazione d’efficienza produttiva del capitale Problemi riguardanti il prodotto: Valutazione e divisione del prodotto del lavoro svolto in comune – Vendita dei prodotti -» Concorrenza

Problemi connessi con l’impiego pubblico: impiego nelle aziende statali produttive – impiego nell’am­ministrazione pubblica

Problemi connessi col credito e le assicurazioni: Orga­nizzazione degli istituti finanziari – Depositi d: risparmio – Depositi di assicurazione persone – Depositi di assicurazione cose – Tasse Applicaziotìé progressiva del sistema cooperativistico Conclusione


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