FEDERICO II DOCUMENTI MARCHIGIANI autore Nepi Gabrile

  .               II privilegio concesso da Federico II imperatore Siamo agli sgoccioli delle ferie, ma è ancora tempo di vacanze e parlare di scuola e di personaggi “conosciuti” ed “incontrati” fra i ban¬chi potrebbe sembrare anacronistico. Tuttavia, non possiamo passare sotto silenzio Federico II imperatore, (nipote del Barbarossa) che 750 anni or sono, di questi giorni, era accampato a Fermo, e non proprio in ferie! Proveniente dall’assedio di Ascoli, dopo una lunga sosta a Monte Cretaccio, attuale territorio di S. Benedetto del Tronto (dove aveva ac¬colto sotto la sua protezione imperiale la città di Alessandria che aveva dato tanto filo da torcere a suo nonno, Federico Barbarossa), si era ac¬   campato a Fermo, in attesa di proseguimento verso la Romagna, pieno di “furor bellico”. Era accompagnato dal suo esercito e dalla Curia im¬periale, nella quale spiccava Pier delle Vigne, non ancora “eternato” da Dante nella Commedia. Vi erano anche Taddeo da Suessa, giudice del¬la Gran Curia, l’Arcivescovo di Palermo, Bernardo, il figlio del Re di Castiglia ecc. Era la fine di agosto 1240 e Federico II, a Fermo, emanò una bolla a favore di Napoleone Monaldeschi, cittadino fermano, confermandogli privilegio concessogli in precedenza; ora glielo conferma in veste di im-peratore (imperiali munificientia duximus confirmanda). Se pensiamo che la conferma al Monaldeschi venne fatta in un pe¬riodo di preparazione bellica da parte di Federico e del suo esercito, la cosa appare di alta importanza e di alta considerazione per Fermo ed il suo cittadino. L’imperatore tiene molto a questa conferma e nel privi¬legio ordina:… “nessuno, sia esso delegato, duca, conte, marchese, po¬destà, rettore, console, nessuna altra autorità, alta o piccola, osi con¬traddire a tale nostro decreto”. E come se ciò non bastasse, incalza: “nessuna personalità civile o religiosa osi opporsi a quanto abbiamo stabilito” chi lo facesse “sarà multato con 60 libbre di oro e sappia di essere incorso nell’indignazione imperiale”. Il sigillo imperiale (maie- statis nostri sigillo) chiude la bolla, dando maggiore autorevolezza al documento. Tutto ciò avveniva nel 1240, fine agosto (i diplomi imperiali non mettono quasi mai il giorno) “regnando Federico imperatore per grazia di Dio Re di Gerusalemme e di Sicilia, quindicesimo del regno di Ge-rusalemme, alla presenza di molti testimoni, “tra cui il nominato Pier delle Vigne” negli accampamenti davanti alla città di Fermo (in castris ante civitatem firmanam). Felicemente, così sia”. Federico, dopo la conferma, si trattenne ancora un po’ di tempo a Fermo e quindi si diresse alla volta della Romagna. Nel tragitto, “com¬mise tali e tante devastazioni ed efferatezze, che al paragone impallidi¬vano le atrocità perpetrate dai barbari nella loro calata in Italia”. Così Flavio Biondo (1392-1463) insigne umanista e storico di Forlì, nella sua poderosa Historia ab inclinatione Romanorum (Storia della caduta del¬l’impero romano). Come si vede, la sosta a Fermo durata fino ai primi di settembre di quel lontano 1240 costituì una pausa di pace, prima che il “foco ed il furor d’Odino” s’avventassero, distruttori, su “Romagna solatìa”.   Federico II e Sant’Elpidio – In due diplomi l’imperatore concesse privilegi alla città Guardandoli sullo scenario della storia medievale italiana ed euro- pea, molti imperatori ci sembrano quasi “divinizzati”, lontani dalla no- stra vita, dalle nostre località, tanto più che molti di loro sono stati già immortalati. Ma Federico II (è di lui che vogliamo parlare) ebbe a che fare con le Marche meridionali, cosa questa non posta in adeguato rilievo dagli storiografi passati ed attuali. Sappiamo che egli ebbe a che vedersela con Papi, tra cui Innocen- zo III, Onorio III, Gregorio IX, buscandosi diverse scomuniche, arri- vando a far assalire in mare i Cardinali che si recavano al Concilio a Ro- ma. Ci è noto anche che ebbe a che fare con i Comuni della seconda Le- ga Lombarda; risulta che si sposò due volte e che le due mogli sono en- trambe sepolte nella Cattedrale di Andria. Lo conosciamo come fondatore della Scuola Siciliana, autore di un manuale sulla caccia degli uccelli, fondatore della città de L’Aquila, del- l’Università di Napoli, padre di Manfredi ed “accecatore” di Pier delle Vigne. Ma pochi, come detto, mettono in risalto i suoi legami con il Pice- no (peraltro Federico II era nato nelle Marche, a Jesi, la notte tra Nata- le e santo Stefano del 1194). L’imperatore ebbe a che fare con Ascoli che assediò nel luglio del 1240 (non 1242 come tanti storici affermano); fu in territorio di S. Be- nedetto del Tronto, cioè a Monte Cretaccio, dove ricevette sotto la sua protezione la città piemontese di Alessandria, fiera nemica dei suoi avi, e fu anche a Fermo fra l’agosto e il settembre 1240. Ma Federico II, lo stupor mundi si interessò anche di Sant’Elpidio a Mare. Prese infatti sotto l’imperiale protezione l’abazia di Santa Cro- ce al Chienti (suscipit clementer in suam imperialem protectionem mo- nasterium S. Crucis in Clente) e l’abate di quel tempo di nome Corrado (etfratrem Corradum abbatem). A tale abazia donò molti beni tra cui la silva plana, ampi terreni al- l’epoca incolti, al di qua e al di là del Chienti, concedendo ai frati di uti- lizzare a loro piacimento l’acqua di tale fiume. Questo avvenne il 12 di- cembre del 1219, e la bolla fu emessa da Capua, luogo natale del fido     segretario Pier delle Vigne. Federico II emanò un altro documento sempre relativo a Sant’Elpi- dio a Mare, stavolta da Venosa, nell’ottobre del 1250. Ne diamo la no¬stra traduzione dal latino: “Federico per grazia di Dio Imperatore sem¬pre augusto, Re della Sicilia e di Gerusalemme. Attraverso questo pri¬vilegio rendiamo noto a tutti i nostri fedeli sudditi, presenti e futuri che il Comune del nostro fedele castello di Sant’Elpidio aveva rivolto istan¬za alla Nostra Maestà, per la conferma di alcuni patti e convenzioni che, a suo tempo, gli aveva fatto il nostro Vicario Generale nella Marca di Ancona Gualtiero di Palearia conte di Manoppello. Tali patti, scritti dal predetto conte Gualtiero portano la sua firma ed il suo sigillo. Noi, in considerazione della grande fedeltà e sincera devozione che nutre verso di Noi il Comune di Sant’Elpidio, e poiché sia detto Comune che i sin¬goli suoi cittadini hanno finora reso graditi servizi sia a Noi sia all’Im- pero, ed altrettanto potranno fare in futuro, li confermiamo graziosa¬mente (de nostra grana confirmamus)”. Dopo alcune forme giuridiche proprie dei privilegi imperiali, con¬tinua: “Noi conserveremo e difenderemo il castello di Sant’Elpidio con i suoi beni, i possessi e le tenute che ha, nelle persone e nelle cose sia dentro che fuori le mura, come accadde ai tempi dei nostri predecesso¬ri. Noi difenderemo sia i laici che i chierici di tale castello e distretto, e ciò finché rimarranno a noi fedeli”. Federico effettua altre concessioni tutte relative al bene, alla pro¬sperità ed alla crescita del castello di Sant’Elpidio. Infine chiude mi¬nacciando pene severe a chi osasse opporsi a tali concessioni: “di nostra autorità disponiamo che nessuno osi impedire quanto da noi deciso. Chi lo facesse, sappia che incorrerà nel nostro sdegno (quod qui presum- pserit indignationem nostram se noverit incursurum)”. Per dare maggior prestigio ed autorevolezza al privilegio, lo fa re¬digere dal notaio Rodolfo di Podio B onici e munire del sigillo imperia¬le: Ad huius autem rei memoriam et stabilem firmitatem preaesens pri¬vile gium per Rodulphum de Padioboniei notarium et fidelem nostrum scribi et maiestatis nostre sigillo iussimus communiri. Federico II (l’imperatore che Dante colloca nel cerchio degli ereti¬ci), morirà poco tempo dopo, il 13 dicembre 1250, colto da febbri inte¬stinali. Riposa nella Cattedrale di Palermo.   Epilogo di una Lega più di 7 secoli fa -d 4L 6 & Aria di elezioni, clima di battaglie elettorali, di schieramenti, di le¬ghe. Quest’ultime, spuntano un po’ dappertutto dopo l’esempio della Lega Lombarda, che si ispira alle Leghe dei Comuni Lombardi, che die¬dero filo da torcere a Federico Barbarossa; lega che aveva per capo ca¬rismatico Papa Alessandro III. I Comuni lombardi fondarono allora quella città che doveva resistere a Barbarossa e per ben sei mesi, città che in onore del Papa venne chiamata Alessandria. Federico Barbarossa per derisione la chiamava “Alessandria dai tet¬   ti di paglia”, ma essa resistette al suo assedio del 1175 e il Barbarossa ritornò a casa con le pive nel sacco. Ma oggi non parliamo tanto di Fe¬derico I, quanto del suo nipote Federico II, il quale ebbe a che fare con le Marche, prima perché vi era nato (Jesi 26 dicembre 1194), poi perché vi aveva combattuto assediando Ascoli nel luglio 1240 (non nel 1242 come asserisce qualche storico); quindi, prendendo Fermo ed altre città. Ma c’è un fatto importante che gli scrittori di storia nazionale non pongono nel dovuto risalto. Proprio nel territorio dell’antico Stato di Fermo e precisamente a Monte Cretaccio, Federico II dopo decenni, ri¬ceve la sottomissione della fiera città di Alessandria, la roccaforte della lega che ora, a seguito di varie vicende storiche (fra l’altro non voleva sottostare al Monferrato ed era in preda alle lotte tra Guelfi e Ghibelli¬ni) chiedeva protezione al nipote del feroce Barbarossa. Federico II, lo stupor mundi, attorniato dalla sua corte imperiale do¬po l’assedio di Ascoli, aveva posto gli accampamenti a Monte Cretac¬cio. Siamo nel mese di luglio 1240. Sono con lui Pier Delle Vigne, Tad¬deo da Sessa, l’arcivescovo di Palermo, i Vescovi di Torino e quelli del¬la Marsica, l’abate di Montecassino e molti altri. “Noi, Federico per grazia di Dio, imperatore dei Romani, Re di Si¬cilia e di Gerusalemme – così recita l’atto – rendiamo noto a tutto l’Im¬pero, che la città di Alessandria ha abbandonato la società degli infede¬li (i fautori del Papa) ed è passata alla parte imperiale, chiedendo la no¬stra protezione. Noi guardiamo con occhio benevolo a tal decisione… e la riceviamo nella nostra grazia e nel nostro onore, perdonando le offe¬se passate” … “A conferma di questa protezione e di questo atto – pro¬segue il documento – ordiniamo di redigere questo privilegio, munen¬dolo della bolla d’oro… Dato negli accampamenti di Monte Cretaccio, dopo la devastazione di Ascoli, luglio 1240”. Tale documento (che la città di Alessandria conosceva da una co¬pia, redatta in francese, del 1839 ma ignorava il testo originale) è stato da noi rinvenuto in Francia, precisamente a Marsiglia, e fa conoscere co¬me in territorio dell’antico Stato di Fermo ebbe luogo l’emanazione di un atto di grande valore storico, che vedeva l’indomita Alessandria pas¬sare all’obbedienza imperiale dopo 65 anni dal fiero assedio postole da Barbarossa.   Il panno di Federico       I U Un documento rivela lo stretto legame con i Permani È l’anno di Federico IL è la ricorrenza otto volte secolare della sua nascita. Jesi sta vivendo momenti di notorietà e, con essa le Mar¬che, sede operativa di impresa, fatti ed eventi dello stupor mundi. Ma Jesi può andare orgogliosa del fatto che vi è nato Federico; non può documentare altro. Chi può dire e dare tessere di storia per il mosaico ancora incompiuto della vita di Federico, senza jattanze cam¬panilistiche, è Fermo che ebbe relazioni non trascurabili con Federico, sia nel bene sia nel male. In ogni caso questa città è uno dei “settori” principali della vita e delle opere di Federico.   capelli secondo il costume romano (more romano tonsurati sunt). Non ci risulta che Carlo Magno sia venuto a Fermo, mentre il suo secondogenito, Pipino, proclamato Re d’Italia nel 791, venne in questa città alla testa del suo esercito, accompagnato dal duca di Spoleto Vi- nigisio e vi soggiornò prima di marciare contro Grimoaldo, duca di Benevento. Pipino a Fermo reclutò molti soldati per il suo esercito. Fermo deve ad uno dei carolingi, cioè all’imperatore Lotario I (795- 855), nipote di Carlo Magno, la fondazione dello studium generale, università del tempo avvenuta nell’anno 825. In tutta Italia ve n’erano soltanto nove (Torino, Ivrea, Cividale del Friuli, Pavia, Cremona, Vi¬cenza, Verona, Firenze, Fermo). Come si vede, Firenze e Fermo erano i soli bacini di utenza per l’Italia centrale. Nel capitolare di Lotario, emanato a Corte Olona, si specifica tra l’altro che dovevano recarsi a studiare a Fermo tutti quelli del Ducato di Spoleto, ducato vastissimo che comprendeva Umbria, Marche, Lazio, Abruzzo, spingendosi fino al ducato di Benevento. Nel 1165 Federico Barbarossa farà proclama¬re santo il nostro Carlo Magno e ciò dall’antipapa Pasquale II, dato che egli era in rotta col vero Papa. La Chiesa, tuttavia, non riconobbe mai tale canonizzazione, anche se permise il culto in qualche Diocesi di Francia e di Germania. Oggi, con decreto della Congregazione dei Riti del 1932, Carlo è venerato soltanto ad Aquisgrana. Il Barbarossa che volle la proclamazione di Carlo Magno a santo, si interessò anche di Fermo e del suo Porto esattamente l’anno precedente cioè nel 1164. (27 marzo 1994)     La Marca Permana nominata nel Concilio di Lione: 1245 Censura, interdetto, anatema, scomunica… vocaboli terribili che denotano pene ecclesiastiche verso chi si è macchiato di colpe. Già al tempo dei Greci si aveva qualcosa di simile, quando si praticava l’o¬stracismo, ossia l’esilio di dieci anni agli Ateniesi che, per la loro po¬polarità, destavano sospetti politici. Nel periodo romano, quando le su¬preme cariche politiche e religiose erano incentrate nell’imperatore che era anche pontefice massimo, si puniva il cittadino colpevole con l’in¬terdizione dell’acqua (lustrale) e del fuoco (sacro del focolare): interdi- cere aqua et igni, ossia lo si bandiva dalla società civile e religiosa. Alla caduta dell’Impero Romano e con raffermarsi del Cristiane¬simo, i vari Concili codificarono vari tipi di pene da irrogare, a secon¬da della gravità dei reati e così si ebbe l’ammonizione, la censura, che è biasimo e severa critica dell’operato di qualcuno, la sospensione (ri-   A fX $ 0 I privilegi di Federico II a favore di Torre di Palme Fra una ventina di giorni ricorre l’ottavo centenario della nascita di Federico II e il prossimo 13 dicembre ricorreranno 770 anni dalla morte. Data storica il 13 dicembre! Nello stesso giorno e mese, nel 1466 muore Donatello; nel 1545 si apre il Concilio di Trento (di cui fu segretario un marchigiano di S. Severino); nel 1863 nasce Temistocle Calzecchi Onesti, l’inventore del cocherer e già docente qui a Fermo. Nello stesso mese e giorno, nel 1521, di venerdì, alle ore 16 nasce a Grottammare Sisto V. Singolari queste coincidenze: “Giorni di nascite giorni di duolo, giorni di riso giorni di lutto” direbbe Longfellow. Sin¬golare è soprattutto il denominatore comune: Grottammare, di cui Fe¬derico (che Sisto V definirà recolendae memoriae di buona memoria), si occupa esattamente due mesi prima di morire. Ma Federico non si occupa soltanto’ di Grottammare, ma anche di Torre di Palme, allora molto importante. È il settembre 1250. Federico si trova a Lago Pesole nei pressi di Acerenza, in Basilicata; da qui emana un privilegio, attualmente conservato nell’archivio storico del Comune di Fermo in deposito presso l’Archivio di Stato di tale città. Con esso, conferma a Fermo patti e convenzioni precedentemente sti¬pulati tra la città e Gualtiero di Palearia conte di Manoppello, suo Vica¬rio Generale del Sacro Romano Impero nella Marca. Nel privilegium, si legge che i castelli di Torre di Palme e Grottammare, sono conferma¬ti nel possesso di Fermo; gli abitanti di Fermo che si trovano nei castel¬li debbano rientrare in città, ma se non volessero far ciò devono presta¬re a Fermo servizi ed ossequi dovuti. Nella conferma, Federico si mo¬stra sagace e perspicace politico: lascia alla città una certa autonomia; non impone leve di soldati per l’esercito imperiale, né manda soldati di guarnigione; non effettua ostracismi di cittadini fermani, a meno che non siano traditori o rei di lesa maestà. Ogni eventuale decisione relati¬va a Fermo e territorio sarà concordata ed effettuata d’intesa col Comu¬ne e cittadini di Fermo. Più tardi, nel 1258, Manfredi conferma l’appar¬tenenza di Grottammare e Torre di Palme alla città di Fermo. È questa un’altra tessera del policromo mosaico delle relazioni tra Fermo e Fe¬derico. Oltre ai numerosi documenti originali, conservati nell’Archivio di Stato fermano, vi sono altri originali di Federico II conservati a S. Elpidio a Mare e a Montegiorgio. Se poi dovessimo conteggiare i privi¬legi di Federico, più quelli del figlio Manfredi e quelli dei Vicari Impe-   riali suoi nella Marca, la cifra aumenta di molto. Senza tema di smenti¬ta, possiamo affermare che Fermo e il Fermano non sono secondi a nessuna città marchigiana per numero e preziosità di originali su Fede¬rico. Ecco perché alla mostra che avrà luogo in talune città, partecipa Fermo che la ospiterà per la durata di un mese nel prossimo autunno e la fiancheggerà con una mostra dei testi letterari in volgare deH’ennr-a )   Ranieri Zeno, podestà di Fermo eletto doge, giunge a Venezia nel carnevale 1253 Era di questi giorni ed in pieno carnevale quando, proveniente da Porto di Fermo (odierna Porto S. Giorgio) Ranieri Zeno, neo eletto do¬ge, giunse a Venezia. Egli si trovava a Fermo in qualità di podestà, dopo essere stato in precedenza podestà di Treviso, di Piacenza, di Bologna (1239), di Ve¬rona, ambasciatore della Serenissima al Concilio di Lione (da cui uscì scomunicato Federico II imperatore) e comandante di una spedizione militare contro Zara, ribellatasi a Venezia.   Zeno, era stato eletto doge il 25 gennaio 1253; appena fu procla¬mata l’elezione, partirono da Venezia con a bordo 12 patrizi in qualità di ambasciatori, quattro galee. A capo dell’ambasceria era Marco Zia- no antagonista nel “conclave” che portò all’elezione di Ranieri. Questi non potè assumere subito la carica, in quanto dovette prov-vedere a sbrigare le pratiche inerenti il trapasso dei poteri ed aspettare la piccola flotta che da Venezia veniva a prelevarlo. Dopo qualche giorno di navigazione, le quattro galee (e non qua¬ranta come finora hanno sostenuto, per errore di lettura, gli storici) giunsero al Porto di Fermo; prelevarono il neo eletto, e ripartirono alla volta di Venezia dove, come detto, giunsero di questi giorni del 1253 cioè 740 anni or sono. Grandiosi i festeggiamenti della Serenissima in onore del nuovo doge e fantasmagoriche le luminarie e le giostre; que- st’ultime ebbero carattere intemazionale in quanto vi parteciparono cavalieri veneziani, tedeschi, friulani, istriani, lombardi, trevigiani. Direttore e giudice dei tornei, era Lorenzo Tiepolo, figlio del doge Jacopo. Una leggenda narra che addirittura S. Antonio da Padova avesse predetto in sogno a Ranieri la sua elezione. Uno dei primi atti del nuovo capo della Serenissima, fu la partecipazione, con il Senato, alla processione in onore di tale santo. Il dogato di Ranieri, fu caratterizzato dalla guerra contro Genova da cui uscì vittoriosa Venezia. La battaglia davanti a S. Giovanni d’A- cri costò ai Genovesi la perdita di 24 galee e 1700 uomini: la lotta contro i fratelli Ezzelino e Alberico da Romano, etc. Abbiamo accennato sopra a Lorenzo Tiepolo. Anche’egli fu pode¬stà di Fermo e, per sua iniziativa, fu eretta la Rocca di Porto S. Gior¬gio (o Rocca Tiepolo); una lapide lo ricorda ai posteri. Anch’egli fu doge di Venezia; anzi, fu l’immediato successore di Ranieri Zeno; questi fu doge dal 1253 al 1268; quello dal 1268 al 1275. Quegli il 45e Doge; questi il 46s! In quel periodo era tutto un fiorire di “podestà-dogi” sbocciati a Fermo. Anzi, vi fu poi un altro podestà nipote di Ranieri: era .Andrea Zeno. Nell’Archivio di Stato di Fermo vi sono molte lettere dei dogi; tra esse quella di Ranieri Zeno che ringrazia i Fermani per aver eletto il nipote. Nel 1260, per opera di Ranieri, vengono stipulati patti e con¬venzioni marittime tra Venezia e Fermo. Nel 1252, Ranieri acquista per conto del Comune di Fermo il girone ed il Castello di Torre di Pal¬me per 320 lire ravennate-anconitane; non ci fu “tangentopoli”, sia   perché Ranieri Zeno era onesto, sia perché era anche ricco. Il suo pa-trimonio, rapportato al valore odierno, sarebbe di circa 5 miliardi di lire. A Montegranaro vi sono tutt’oggi discendenti del podestà-doge Ranieri Zeno; sono i Marchesi Luciani Ranier.   Ranieri Zeno, Podestà di Fermo, viene eletto Doge di Venezia il 25-01-1253   G7 a Moresco e il Doge Tiepolo li 66 Moresco, piccolo grazioso Comune ad un passo da Fermo. More¬sco delizioso castello dalla struttura medievale quasi intatta, dominato e protetto dalla possente torre eptagonale. NeH’intemo, nell’area di quella che era una chiesa, l’ampia piazza (dove fino a poco tempo fa si svolgeva la manifestazione canora “Il merlo di Moresco”) vi accoglie e vi indica un grazioso porticato dal quale sono riemersi affreschi. Tra essi, una Madonna con Bambino di Vincenzo Pagani (sec. XVI). Una tradizione lo vuole fondato dai Mori che infestavano le nostre coste; altra tradizione lo dice fondato nel sec. V contro le invasioni di essi. Moltissime pergamene dell’Archivio di Stato di Fermo ne parlano e ben sette, tra imperatori, Papi e Cardinali, si occuparono dei suoi pro¬blemi. Si licet parva componere magnis, se è lecito cioè fare un para¬gone con grandi cose, come a Napoli i sette grandi o meglio i G7 si stanno occupando dei problemi del mondo, per Moresco – come detto – sette grandi personaggi si sono dati da fare per risolvere problemi re¬gionali di cui più volte chiave della bilancia politica, fu proprio il pic¬colo Moresco. Nel 1248 il Card. Ranieri vice-gerente del Papa per le Marche, lo re-stituisce a Fermo a cui era stato tolto dall’imperatore Federico II (in que¬sto 1994 ricorre l’ottavo centenario della nascita). Manfredi figlio natu¬rale di Federico II, nel 1266 lo riconferma a Fermo; Papa Gregorio X nel 1272 da Lione scrive al castellano papale che lo riconsegni a Fermo; quattro anni più tardi, Innocenzo V ne conferma il possesso alla città fer- mana, mentre nel 1278 Niccolò III (che fra l’altro è nominato da Dante: Inf. 18,31 e ss) ne sancisce l’appartenenza a Fermo. Sisto V lo stacca da tale città e lo aggrega al Presidato di Montalto. Federico II, Manfredi, Gregorio X, Innocenzo V, Niccolò III, Sisto V… Siamo a quota sei dirà qualcuno. E il settimo? Eccolo! È addirittura un doge di Venezia: per l’esattezza Lorenzo Tiepolo, figlio a sua volta del doge Jacopo… Lorenzo (che fra l’altro ha fatto costruire la rocca di Porto S. Gior¬gio) era allora Podestà di Fermo. Correva l’anno 1266 ed era venerdì 11 giugno. I proprietari del castello di Moresco, tali Giorgio di Bordone e Felice Crescenzi di Santandrea, dopo vari approcci, vendettero Moresco al Comune di Fermo rappresentato appunto dal futuro Doge per la som¬ma di lire 500 (diconsi cinquecento) del tempo. Erano per la storia 500 lire volterrane. Interessantissima la pergamena relativa. Vi compaiono   testimoni, notai, cittadini di città extra Regione. “…Vendettero, conse-gnarono all’esimio Lorenzo Tiepolo, figlio della buona memoria di Gia¬como Tiepolo podestà di Fermo, il girone, il castello e la fortezza di Moresco con tutti i diritti reali e personali riguardanti castello e rocche, i fossati e tutto ciò che è annesso al castello medesimo…”. Oggi, ancora fiero nella possente mole del suo torrione, Moresco vigila sulla sponda sinistra dell’Aso. Il suo dinamico sindaco Prof. Sacchini ha fatto restaurare la torre che ospita mostre e manifestazioni culturali, mentre nella parrocchiale, nume tutelare, dorme il sonno eterno il Card. Luigi Capotosti (+1937) suo illustre figlio, ultimo anel¬lo della catena di imperatori, Papi e Cardinali che si sono interessati di questo gioiello medievale ed …attuale!   La Rocca di Porto S. Giorgio ^ ^           ^ Maestosa e poderosa, a ridosso di Porto S. Giorgio, si erge la rocca di Lorenzo Tiepolo, governatore di Fermo e poi Doge di Venezia. Quest’anno essa compie settecento anni! Ancora salda e possente, nonostante le ingiurie del tempo e l’incu¬   ria degli uomini, ricorda al visitatore la sua data di nascita in una lapi¬de posta all’ingresso: “Quando currebat Domini millesimus annus, et bis centenus cum septem sex deciesque…” cioè 1267 Di quante vicende storiche è stata testimone durante questi sette secoli! Vide le flotte degli Stati cattolici veleggiare contro la minaccia turca; mirò i gonfalonieri dei Castelli fermani, salire a Fermo a giurarvi fedeltà nel 1355; fremè di sdegno quando il 15 agosto 1490, duecento fermani scesero a saccheggiare il municipio di Porto S. Giorgio: v ide Sisto V, partire da qui (era vescovo di Fermo) ai fastigi del Pontificato romano; contemplò la Regina Anna Maria col suo corteo di diecimila persone, andare sposa a Ferdinando d’Austria; pianse nella battaglia fra napoletani e francesi, avvenuta quasi sotto le sue mura nel 1798; e vide nel 1815 le truppe della sfortunata impresa del Murat alla Rancia. Garibaldi passò sotto i suoi bastioni nel 1849 e nel 1857 anche Pio IX, in visita al suo Stato; gioì nel vedere nell’ottobre 1860 Vittorio Emanuele II galoppare alla testa del suo esercito di trentamila uomini per recarsi a Grottammare (ove sostò per cinque giorni) e quindi alla volta di Teano. Pianse l’onta di Lissa (è quasi sullo stesso parallelo) nel 1866: e come dovè gemere nel vedere natanti sangiorgesi e marchigiani inghiottiti dai fortunali durante le tempeste dell’Adriatico, e di quali trepide carezze allietare la luna di miele di Gabriele d’Annunzio e della Duchessa di Gallese, Maria Hardouin, ospiti a S. Giorgio nel 1883… Sono passati sette secoli! Non c’è più oggi il Castellano, che Fermo vi mandava ogni sei mesi. Non si ha più memoria dei due anconetani, Giovanni Benincasa e Andrea Buscaretti, qui impiccati e seppelliti nel 1534 per ordine del Legato della Marca… Non marciano più a lento passo, le truppe che Fermo manda a S. Benedetto del Tronto o arruola dai suoi ottanta Castelli per la lotta contro gli spagnoli. Dove saranno ora la polvere da sparo, il piombo, le vettovaglie e soprattutto i soldati, di cui doveva essere munita per fronteggiare ogni evenienza? (Per eam tenere munita plumbo, pulvere, hominibus et farina, vino et aliis necessariis tutelam et securitatem dictae arcis). Chissà dove saranno i vari castellani ivi succedutisi, che avevano   onori ed anche oneri, non ottemperando ai quali, rischiavano pene da mille fiorini d’oro al taglio della testa? E chissà dove sarà ora la bella castellana? Sì, anche la castellana, perchè la Rocca ha una sua leggenda, tramandata da padre in figlio, dal tempo delle incursioni dei Turchi. Si racconta che sul finire del secolo XIV i Turchi sbarcarono lungo la costa di Porto S. Giorgio. Contro di essi accorsero unanimi molti volontari sangiorgesi, con in testa il giovane castellano Pierfrancesco. Si combattè ferocemente da ambo le parti, con alterna vicenda. Nella parte meridionale del Castello, i difensori dopo accanita resistenza furono sopraffatti. Con urla selvaggie, roteando le loro sci¬mitarre, i Turchi irrompono nelle mura del paese mentre dall’alto flutti di olio ardente e lancio di sassi sono l’ultima disperata resistenza dei sangiorgesi. Nel frattempo molti vecchi, donne e bambini, si erano rifugiati entro la rocca, mentre sulla torre più alta la bella Rossana, la giovane sposa di Pierfrancesco, segue in ansia le fasi della lotta. Ad un tratto un manipolo di Turchi riesce a forzare le mura inter¬ne e salire sulla torre più alta. La castellana si vede perduta. Che fare? Le urla degli invasori salgono al cielo. Ma ecco un urlo più acuto, quasi selvaggio, un tonfo e poi silenzio… Che succede? Rossana, la bella castellana, prima che i Turchi si impadronissero di lei. si è gettata nel vuoto ed ora giace sfracellata. Pierfrancesco, saputo che i Turchi si sono impadroniti della rocca, ansante, trafelato accorre a salvare il suo amore; ma ahimè! troppo tardi! Vedendo la sua Rossana esanime, morta, ai piedi della torre, lancia un grido disperato, ammazza quanti Turchi gli sono vicini, poi afferrato il pugnale se lo immerge nel petto e si uccide… Tale è la leggenda. Ora tutto tace… Del Castello rimane solo la Rocca salda e poderosa, pronta ad accogliere nella prossima estate i turisti. Il Comune e l’Azienda di Soggiorno si stanno adoperando per ripulirla e darle un degno e como¬do accesso, da parte della piazza della Chiesa. Agli ospiti ed ai turisti della Rocca parlerà della sua vicenda e ripeterà sommessamente i suoi splendidi distici:       Porto S. Giorgio da urici stampo   La Rocca di Porto S. Giorgio   Una complicata riforma elettorale, sette secoli fa Jllffi È ormai varata la riforma elettorale. Si sente nell’aria il “rinnova-mento”. “Basta con i politici professionisti”: è lo slogan del momento. Il mandato parlamentare non deve durare più di tre legislature. Ma anche nel lontano 1268, cioè 725 anni or sono, si era verificata una riforma elettorale per l’elezione del doge ed il primo ad essere elet¬to col nuovo sistema fu un podestà di Fermo: Lorenzo Tiepolo, assunto alla suprema carica della Serenissima, mentre era ancora alle prese con le mansioni podestarili di Fermo e suo vasto territorio. Allora, diversa- mente da adesso, i podestà duravano in carica solo un anno. Potevano   però essere rieletti, come avvenne per Ranieri Zeno, che fu due volte po-destà di Fermo e poi fu doge di Venezia prima di Tiepolo. Anzi, in quel periodo, il 452 ed il 46e doge, rispettivamente Zeno e Tiepolo, erano sta¬ti podestà di Fermo. Morto Ranieri Zeno (1268), venne varata la rifor¬ma elettorale che durò fino alla caduta della Repubblica di Venezia (1797). Consisteva in una complicata votazione. Il consigliere più giovane scendeva nella Basilica di S. Marco e prendeva un bambino (8/10 anni) detto “ballottino” per estrarre le “ballotte” per le votazioni. Queste era¬no tante quante erano i membri del Maggior Consiglio, ma solo trenta di esse contenevano il famoso bigliettino con la scritta “elector”. Il bal¬lottino, bendato, estraeva le palle (ballotte) da un cappello di panno, che fungeva da urna e la passava ai membri del maggior Consiglio che sfi¬lavano davanti a lui. I trenta estratti, dovevano appartenere a famiglie diverse, senza legami di parentela. I non estratti, abbandonavano l’aula. Una volta rimasti in trenta, c’era un’altra votazione con lo stesso siste¬ma del ballottaggio fino a rimanere in nove; questi avevano l’incarico di votare i 40 membri del Maggior Consiglio. I primi quattro sceglieva¬no cinque nomi ciascuno. Per essere eletti occorrevano 7 voti. Con i quaranta si tornava ancora all’estrazione per eleggerne 25 che, sempre sorteggiati, erano ridotti poi a 9, incaricati a loro volta di altre compli¬cate operazioni. Il doge neo eletto doveva avere non meno di 25 voti. Complicatissima procedura, come si vede, che mirava a eliminare “par¬titocrazia” e “clientelismo”. Una volta eletto, Lorenzo Tiepolo, che aveva nostalgia di Fermo (tra l’altro fece costruire la famosa Rocca a Porto S. Giorgio detta ap¬punto Rocca Tiepolo) scrive ai Fermani dando notizia della sua elezio¬ne. Sentiamolo: “Lorenzo Tiepolo, per grazia di Dio, Doge di Venezia, della Dal¬mazia, della Croazia, Signore della quarta parte e mezzo dell’Impero Romano d’Oriente, al podestà, Comune e Consiglio di Fermo, suoi di¬letti amici, salute ed affetto”. Spiega poi che, sebbene senza suo merito, ma per volontà del Creatore da cui tutto dipende sia stato eletto doge a seguito di una elezione condotta con un nuovo sistema (quod ordinata noviter forma de novi ducis electione così recita l’originale da cui tra¬duciamo). Comunicata tale notizia al popolo, questo esultante, con gri¬da di giubilo e mani levate verso il cielo, ringraziò Dio, entusiasta del¬l’elezione.   La lettera prosegue dicendo che vi fu un momento di esitazione nel- l’accettare, ma poi confidando nella protezione del protettore di Venezia, S. Marco apostolo ed evangelista, la carica fu accettata. Tiepolo si rivol¬ge ora ai Fermani suoi ex-amministrati, sia per chiedere preghiere perché insieme si goda (una nobiscum congaudentes) si ringrazi Iddio e si im¬plori di governare la Repubblica di Venezia in tranquillità e pace. La let¬tera fu spedita dopo 14 giorni dall’elezione; il ritardo non era dovuto al¬le… Poste, ma al fatto che non era pronto il sigillo di piombo della bolla. vn Lorenzo Tiepolo, già Podestà di Fermo e quindi Doge di Venezia   M A Nf fk€ & ( Un privilegio ai mercanti fermani \ Chi non lo ricorda? Sembra di vederlo ancor oggi! Il nostro profes¬sore di liceo, quando ne declamava il passo dantesco, ci metteva tutta l’anima, tutto il suo pathos, che te lo faceva quasi vedere e quelle che erano le nostre “compagne nell’età più bella”, se ne innamorarono, an¬che se lui era vissuto sette secoli prima. Noi del sesso “forte”, quasi qua¬si ne eravamo gelosi! “Biondo era e bello e di gentile aspetto / ma l’un dei cigli un colpo avea diviso / quand’ io mi fui umilmente disdetto / d’averlo visto mai mi disse; or vedi / e mostrommi una piaga al sommo il petto / poi sorri¬dendo disse: Io son Manfredi!”. Manfredi (1232-1266) figlio naturale di Federico II, come già suo padre si interessò di Fermo e del Fermano. Nel 1258 confermò alla città di Fermo la giurisdizione sui castelli di Marano (odierna Cupra Maritti¬ma), Boccabianca, Torre di Palme, Monturano, Moresco, Massignano, ^ Lafreno, Torre S. Patrizio, Grottammare, Castel Monte S. Giovanni, Monte S. Pietro, Monte S. Martino, Petritoli, Montefalcone, Monterub- biano. In quel periodo, il Vescovo di Fermo, Gerardo, che occupò la cat¬tedra vescovile dal 1250 al 1272 fu dapprima fervido assertore dei di¬ritti del Pontefice contro Manfredi, ma in un secondo tempo, si allon¬tanò dal Pontefice, passando dalla parte di Manfredi, che favorì grande¬mente o, almeno, sembrò farlo (“quam impense favit vel saltem favere visus est”, dice un cronista). Quando il nostro professore declamava i versi danteschi relativi a Manfredi, proseguiva: “io mi rendei piangendo a quei che volentier per-dona” (Purg. III). Anche il Vescovo Gerardo si pentì e fu riammesso. Ma l’interessa-mento di Manfredi non si limitò solo a ciò. Nel 1263, con altro privile¬gio datato 6 marzo ed emanato da Foggia, si interessò di Rinaldo da Brunforte e Rinaldo da Falerone. Pure da Foggia, nello stesso anno spedì una ratifica e conferma a Sant’Elpidio a Mare della concessione fatta a tale castello dal padre Federico II (ratificamus et de speciali gra¬fia confirmamus). Nel novembre 1264, da Lucerà, spedì un privilegio a favore di Fer¬mo; con esso concedeva ai mercanti (mercatores) di tale città di poter¬si recare liberamente nel Regno di Napoli con le loro mercanzie; effet-tiSr’   tuare ivi i commerci e tornare poi a Fermo senza che nessuno potesse esigere da loro diritti di pedaggio, dogana e dazi relativi. Come si vede, Manfredi aveva precorso l’abbattimento delle fron¬tiere doganali di cui si parla in vista del 1992.   Monte Urano ricorre al Papa À 5 Non è da tutti scomodare un Papa e per giunta Papa Gregorio XIII (famoso tra l’altro per la riforma del calendario) per una questione di confini, ma Monturano, allora piccolo paese della Diocesi fermana. ci riuscì e come!!! Stanchi ed esasperati dal fatto che i paletti che delimitavano i con- fini del loro territorio venivano di continuo rimossi, i Monturanesi de- ciderò di rivolgersi direttamente a sua Santità Gregorio XIII. Il Papa, pur tra le occupazioni e cure del suo pontificato, si interessò della fac- cenda. Anzi la prese così a cuore che addirittura il giorno 13 aprile del 1579, anno settimo del suo pontificato (idibus Aprilis pontificatus no- stri antro septimo) inviò al Vescovo di Fermo una bolla in pergamena con tanto di sigillo di piombo, raccomandandogli di interessarsi perso- nalmente della cosa. Molto probabilmente i cittadini di Monturano avevano inviato a chi di dovere ricorsi e doglianze in proposito ma, a quanto sembra, senza alcun esito, tanto è vero che scavalcando la “via gerarchica” si rivolgono al Papa in persona. Gregorio allora, investe della faccenda il Vescovo di Fermo scri- vendogli testualmente: “Gregorio Vescovo, servo dei servi di Dio, al venerabile fratello e diletto figlio il Vescovo di Fermo od al suo vica- rio generale per gli affari spirituali salute ed apostolica benedizione. Ci è stato fatto presente dai diletti figli, sindaci ed officiali del castello di Monturano della Diocesi fermana che vi sono dei figli di iniquità di entrambi i sessi (quindi pure le donne) che svellono i termini che indi- cano i confini portandoli di luogo in luogo, creando confusione e gravi danni al Comune di Monturano, causando altresì un pericolo per le lo- ro anime e grande detrimento a detto castello”. Essi – continua la bolla – hanno invocato aiuto a questa Sede Apostolica. Per la quale cosa ti scriviamo invitandoti ad intervenire nella faccenda ordinando di ammonire dal pulpito, in presenza del po- polo, i trasgressori a riparare il male fatto e stabilire un congmo lasso di tempo, trascorso il quale quelli che hanno usurpato beni e possessi o li detengano fraudolentemente pongano riparo. “Se non lo faranno tu devi scomunicarli”. Noi non sappiamo come andò a finire la faccenda. Dobbiamo tut- tavia notare che i cittadini di Monturano erano intraprendenti anche al-           I /       *     lora, se non nel commercio calzaturiero, nel ricorrere personalmente al Papa e riuscendo ad ottenere il suo personale interessamento per una questione di confini “nell’anno di grazia 1579, idi di aprile, anno setti¬mo del nostro pontificato”.   16 febbraio 1280: Fermo compera una parte del Castello di S. Benedetto Anticamente vi si insediarono Siculi e Libumi. Plinio scrive che fu 1’ultimo insediamento di quest’ultimi in Italia. Nel 49 avanti Cristo vi si fermò Giulio Cesare, dopo il passaggio del Rubicone. Fu sede di Diocesi nel secolo V e, nel Medio Evo, al centro di donazioni, presta¬ne, precarie, permute, prima con l’Abbazia di Farfa (centro benedetti¬no in Provincia di Rieti che aveva beni e possessi nelle Marche) poi con i vescovi di Fermo. Fu appunto uno di questi, Liberto, che nel 1145 concede ad Attone e Berardo la terra necessaria per la costruzio¬ne di un castello, con orti annessi, case per i coloni e quant’altro ne¬cessario per la vita. Sorse così il castello di S. Benedetto, variamente denominato nel corso dei secoli; dapprima si chiamò S. Benedetto in Albula, dal nome del torrente che vi scorre; poi S. Benedetto della Marca; S. Benedetto presso il mare; S. Benedetto di Fermo. La denominazione S. Benedetto del Tronto, verrà data nel 1862, dopo l’unità d’Italia e ciò per distinguerlo da località omonime come S. Benedetto Val di Sambro, S. Benedetto Po, etc. Quest’ultima denominazione arieggia e richiama il nome di una chiesa S. Benedetto al Tronto (si noti quel: al Tronto) che sorgeva (e sorge) in territorio di Monsampolo e che era così importante da figura¬re nelle porte di bronzo della celebre Abbazia di Montecassino, dove sono elencati beni e possessi che aveva nelle nostre zone, come Fer¬mo, S. Biagio di Altidona, etc. (Anno Domini 1090 c.). Abbiamo accennato sopra a donazioni, permute, etc., ma vi furono anche acquisti e vendite. Una, esattamente, avvenne il 16 febbraio del Am. Il nobil uomo, Gualtiero di Acquaviva e sua moglie donna Isabel¬la, vendono a Fermo l’ottava parte del castello di S. Benedetto in Al¬bula, della Marca d’Ancona, Diocesi e Distretto di Fermo. I predetti vendono tale ottava parte di loro proprietà, al sindaco di Fermo per la somma di lire 1000 (mille) ravennate o volterrane-anconitane. L’atto di vendita è molto interessante, perché già da allora si parla del porto, di giuspatronato sulla chiesa di S. Benedetto ed altre utili notizie storiche: …“Vendiamo cediamo con i diritti, il porto, i vassalli, i redditi, i servizi reali e personali, gli affitti, le tenute, le terre coltiva-   te e quelle incolte, le selve, i boschi, gli onori e giurisdizioni. L’eserci¬zio del mero e misto impero (cioè poteva giudicare nelle cause penali e civili e addirittura irrogare la pena di morte). Oggi, 16 febbraio, ricorrono 712 anni da quella vendita, S. Bene¬detto, che rimase sotto la giurisdizione di Fermo fino al 1827. quando vi fu uno “scambio” tra il Distretto di Montalto e la Delegazione di Fermo, è oggi vivo centro marittimo, ricco di premesse per un futuro luminoso. Conta oltre 45.000 abitanti; è pulsante di attività industriali ed agricole; ha di gran lunga superato il valore di mille lire ravennate vol- terrane-anconitane, anche se relative alla sua ottava parte…   .


                                                                    II privilegio concesso da Federico II imperatore
Siamo agli sgoccioli delle ferie, ma è ancora tempo di vacanze e parlare di scuola e di personaggi “conosciuti” ed “incontrati” fra i ban­chi potrebbe sembrare anacronistico. Tuttavia, non possiamo passare sotto silenzio Federico II imperatore, (nipote del Barbarossa) che 750 anni or sono, di questi giorni, era accampato a Fermo, e non proprio in ferie! Proveniente dall’assedio di Ascoli, dopo una lunga sosta a Monte Cretaccio, attuale territorio di S. Benedetto del Tronto (dove aveva ac­colto sotto la sua protezione imperiale la città di Alessandria che aveva dato tanto filo da torcere a suo nonno, Federico Barbarossa), si era ac­
campato a Fermo, in attesa di proseguimento verso la Romagna, pieno di “furor bellico”. Era accompagnato dal suo esercito e dalla Curia im­periale, nella quale spiccava Pier delle Vigne, non ancora “eternato” da Dante nella Commedia. Vi erano anche Taddeo da Suessa, giudice del­la Gran Curia, l’Arcivescovo di Palermo, Bernardo, il figlio del Re di Castiglia ecc. Era la fine di agosto 1240 e Federico II, a Fermo, emanò una bolla a favore di Napoleone Monaldeschi, cittadino fermano, confermandogli privilegio concessogli in precedenza; ora glielo conferma in veste di im­peratore (imperiali munificientia duximus confirmanda). Se pensiamo che la conferma al Monaldeschi venne fatta in un pe­riodo di preparazione bellica da parte di Federico e del suo esercito, la cosa appare di alta importanza e di alta considerazione per Fermo ed il suo cittadino. L’imperatore tiene molto a questa conferma e nel privi­legio ordina:… “nessuno, sia esso delegato, duca, conte, marchese, po­destà, rettore, console, nessuna altra autorità, alta o piccola, osi con­traddire a tale nostro decreto”. E come se ciò non bastasse, incalza: “nessuna personalità civile o religiosa osi opporsi a quanto abbiamo stabilito” chi lo facesse “sarà multato con 60 libbre di oro e sappia di essere incorso nell’indignazione imperiale”. Il sigillo imperiale (maie- statis nostri sigillo) chiude la bolla, dando maggiore autorevolezza al documento. Tutto ciò avveniva nel 1240, fine agosto (i diplomi imperiali non mettono quasi mai il giorno) “regnando Federico imperatore per grazia di Dio Re di Gerusalemme e di Sicilia, quindicesimo del regno di Ge­rusalemme, alla presenza di molti testimoni, “tra cui il nominato Pier delle Vigne” negli accampamenti davanti alla città di Fermo (in castris ante civitatem firmanam). Felicemente, così sia”. Federico, dopo la conferma, si trattenne ancora un po’ di tempo a Fermo e quindi si diresse alla volta della Romagna. Nel tragitto, “com­mise tali e tante devastazioni ed efferatezze, che al paragone impallidi­vano le atrocità perpetrate dai barbari nella loro calata in Italia”. Così Flavio Biondo (1392-1463) insigne umanista e storico di Forlì, nella sua poderosa Historia ab inclinatione Romanorum (Storia della caduta del­l’impero romano). Come si vede, la sosta a Fermo durata fino ai primi di settembre di quel lontano 1240 costituì una pausa di pace, prima che il “foco ed il furor d’Odino” s’avventassero, distruttori, su “Romagna solatìa”.
Federico II e Sant’Elpidio – In due diplomi l’imperatore concesse privilegi alla città
Guardandoli sullo scenario della storia medievale italiana ed euro-
pea, molti imperatori ci sembrano quasi “divinizzati”, lontani dalla no-
stra vita, dalle nostre località, tanto più che molti di loro sono stati già
immortalati. Ma Federico II (è di lui che vogliamo parlare) ebbe a che fare con
le Marche meridionali, cosa questa non posta in adeguato rilievo dagli
storiografi passati ed attuali. Sappiamo che egli ebbe a che vedersela con Papi, tra cui Innocen-
zo III, Onorio III, Gregorio IX, buscandosi diverse scomuniche, arri-
vando a far assalire in mare i Cardinali che si recavano al Concilio a Ro-
ma. Ci è noto anche che ebbe a che fare con i Comuni della seconda Le-
ga Lombarda; risulta che si sposò due volte e che le due mogli sono en-
trambe sepolte nella Cattedrale di Andria. Lo conosciamo come fondatore della Scuola Siciliana, autore di un
manuale sulla caccia degli uccelli, fondatore della città de L’Aquila, del-
l’Università di Napoli, padre di Manfredi ed “accecatore” di Pier delle
Vigne. Ma pochi, come detto, mettono in risalto i suoi legami con il Pice-
no (peraltro Federico II era nato nelle Marche, a Jesi, la notte tra Nata-
le e santo Stefano del 1194). L’imperatore ebbe a che fare con Ascoli che assediò nel luglio del
1240 (non 1242 come tanti storici affermano); fu in territorio di S. Be-
nedetto del Tronto, cioè a Monte Cretaccio, dove ricevette sotto la sua
protezione la città piemontese di Alessandria, fiera nemica dei suoi avi,
e fu anche a Fermo fra l’agosto e il settembre 1240. Ma Federico II, lo stupor mundi si interessò anche di Sant’Elpidio
a Mare. Prese infatti sotto l’imperiale protezione l’abazia di Santa Cro-
ce al Chienti (suscipit clementer in suam imperialem protectionem mo-
nasterium S. Crucis in Clente) e l’abate di quel tempo di nome Corrado
(etfratrem Corradum abbatem). A tale abazia donò molti beni tra cui la silva plana, ampi terreni al-
l’epoca incolti, al di qua e al di là del Chienti, concedendo ai frati di uti-
lizzare a loro piacimento l’acqua di tale fiume. Questo avvenne il 12 di-
cembre del 1219, e la bolla fu emessa da Capua, luogo natale del fido
segretario Pier delle Vigne. Federico II emanò un altro documento sempre relativo a Sant’Elpi- dio a Mare, stavolta da Venosa, nell’ottobre del 1250. Ne diamo la no­stra traduzione dal latino: “Federico per grazia di Dio Imperatore sem­pre augusto, Re della Sicilia e di Gerusalemme. Attraverso questo pri­vilegio rendiamo noto a tutti i nostri fedeli sudditi, presenti e futuri che il Comune del nostro fedele castello di Sant’Elpidio aveva rivolto istan­za alla Nostra Maestà, per la conferma di alcuni patti e convenzioni che, a suo tempo, gli aveva fatto il nostro Vicario Generale nella Marca di Ancona Gualtiero di Palearia conte di Manoppello. Tali patti, scritti dal predetto conte Gualtiero portano la sua firma ed il suo sigillo. Noi, in considerazione della grande fedeltà e sincera devozione che nutre verso di Noi il Comune di Sant’Elpidio, e poiché sia detto Comune che i sin­goli suoi cittadini hanno finora reso graditi servizi sia a Noi sia all’Im- pero, ed altrettanto potranno fare in futuro, li confermiamo graziosa­mente (de nostra grana confirmamus)”. Dopo alcune forme giuridiche proprie dei privilegi imperiali, con­tinua: “Noi conserveremo e difenderemo il castello di Sant’Elpidio con i suoi beni, i possessi e le tenute che ha, nelle persone e nelle cose sia dentro che fuori le mura, come accadde ai tempi dei nostri predecesso­ri. Noi difenderemo sia i laici che i chierici di tale castello e distretto, e ciò finché rimarranno a noi fedeli”. Federico effettua altre concessioni tutte relative al bene, alla pro­sperità ed alla crescita del castello di Sant’Elpidio. Infine chiude mi­nacciando pene severe a chi osasse opporsi a tali concessioni: “di nostra autorità disponiamo che nessuno osi impedire quanto da noi deciso. Chi lo facesse, sappia che incorrerà nel nostro sdegno (quod qui presum- pserit indignationem nostram se noverit incursurum)”. Per dare maggior prestigio ed autorevolezza al privilegio, lo fa re­digere dal notaio Rodolfo di Podio B onici e munire del sigillo imperia­le: Ad huius autem rei memoriam et stabilem firmitatem preaesens pri­vile gium per Rodulphum de Padioboniei notarium et fidelem nostrum scribi et maiestatis nostre sigillo iussimus communiri. Federico II (l’imperatore che Dante colloca nel cerchio degli ereti­ci), morirà poco tempo dopo, il 13 dicembre 1250, colto da febbri inte­stinali. Riposa nella Cattedrale di Palermo.
Epilogo di una Lega più di 7 secoli fa -d 4L 6 &
Aria di elezioni, clima di battaglie elettorali, di schieramenti, di le­ghe. Quest’ultime, spuntano un po’ dappertutto dopo l’esempio della Lega Lombarda, che si ispira alle Leghe dei Comuni Lombardi, che die­dero filo da torcere a Federico Barbarossa; lega che aveva per capo ca­rismatico Papa Alessandro III. I Comuni lombardi fondarono allora quella città che doveva resistere a Barbarossa e per ben sei mesi, città che in onore del Papa venne chiamata Alessandria. Federico Barbarossa per derisione la chiamava “Alessandria dai tet­
ti di paglia”, ma essa resistette al suo assedio del 1175 e il Barbarossa ritornò a casa con le pive nel sacco. Ma oggi non parliamo tanto di Fe­derico I, quanto del suo nipote Federico II, il quale ebbe a che fare con le Marche, prima perché vi era nato (Jesi 26 dicembre 1194), poi perché vi aveva combattuto assediando Ascoli nel luglio 1240 (non nel 1242 come asserisce qualche storico); quindi, prendendo Fermo ed altre città. Ma c’è un fatto importante che gli scrittori di storia nazionale non pongono nel dovuto risalto. Proprio nel territorio dell’antico Stato di Fermo e precisamente a Monte Cretaccio, Federico II dopo decenni, ri­ceve la sottomissione della fiera città di Alessandria, la roccaforte della lega che ora, a seguito di varie vicende storiche (fra l’altro non voleva sottostare al Monferrato ed era in preda alle lotte tra Guelfi e Ghibelli­ni) chiedeva protezione al nipote del feroce Barbarossa. Federico II, lo stupor mundi, attorniato dalla sua corte imperiale do­po l’assedio di Ascoli, aveva posto gli accampamenti a Monte Cretac­cio. Siamo nel mese di luglio 1240. Sono con lui Pier Delle Vigne, Tad­deo da Sessa, l’arcivescovo di Palermo, i Vescovi di Torino e quelli del­la Marsica, l’abate di Montecassino e molti altri. “Noi, Federico per grazia di Dio, imperatore dei Romani, Re di Si­cilia e di Gerusalemme – così recita l’atto – rendiamo noto a tutto l’Im­pero, che la città di Alessandria ha abbandonato la società degli infede­li (i fautori del Papa) ed è passata alla parte imperiale, chiedendo la no­stra protezione. Noi guardiamo con occhio benevolo a tal decisione… e la riceviamo nella nostra grazia e nel nostro onore, perdonando le offe­se passate” … “A conferma di questa protezione e di questo atto – pro­segue il documento – ordiniamo di redigere questo privilegio, munen­dolo della bolla d’oro… Dato negli accampamenti di Monte Cretaccio, dopo la devastazione di Ascoli, luglio 1240”. Tale documento (che la città di Alessandria conosceva da una co­pia, redatta in francese, del 1839 ma ignorava il testo originale) è stato da noi rinvenuto in Francia, precisamente a Marsiglia, e fa conoscere co­me in territorio dell’antico Stato di Fermo ebbe luogo l’emanazione di un atto di grande valore storico, che vedeva l’indomita Alessandria pas­sare all’obbedienza imperiale dopo 65 anni dal fiero assedio postole da Barbarossa.
Il panno di Federico                        I U Un documento rivela lo stretto legame con i Permani È l’anno di Federico IL è la ricorrenza otto volte secolare della sua nascita. Jesi sta vivendo momenti di notorietà e, con essa le Mar­che, sede operativa di impresa, fatti ed eventi dello stupor mundi. Ma Jesi può andare orgogliosa del fatto che vi è nato Federico; non può documentare altro. Chi può dire e dare tessere di storia per il mosaico ancora incompiuto della vita di Federico, senza jattanze cam­panilistiche, è Fermo che ebbe relazioni non trascurabili con Federico, sia nel bene sia nel male. In ogni caso questa città è uno dei “settori” principali della vita e delle opere di Federico.
capelli secondo il costume romano (more romano tonsurati sunt). Non ci risulta che Carlo Magno sia venuto a Fermo, mentre il suo secondogenito, Pipino, proclamato Re d’Italia nel 791, venne in questa città alla testa del suo esercito, accompagnato dal duca di Spoleto Vi- nigisio e vi soggiornò prima di marciare contro Grimoaldo, duca di Benevento. Pipino a Fermo reclutò molti soldati per il suo esercito. Fermo deve ad uno dei carolingi, cioè all’imperatore Lotario I (795- 855), nipote di Carlo Magno, la fondazione dello studium generale, università del tempo avvenuta nell’anno 825. In tutta Italia ve n’erano soltanto nove (Torino, Ivrea, Cividale del Friuli, Pavia, Cremona, Vi­cenza, Verona, Firenze, Fermo). Come si vede, Firenze e Fermo erano i soli bacini di utenza per l’Italia centrale. Nel capitolare di Lotario, emanato a Corte Olona, si specifica tra l’altro che dovevano recarsi a studiare a Fermo tutti quelli del Ducato di Spoleto, ducato vastissimo che comprendeva Umbria, Marche, Lazio, Abruzzo, spingendosi fino al ducato di Benevento. Nel 1165 Federico Barbarossa farà proclama­re santo il nostro Carlo Magno e ciò dall’antipapa Pasquale II, dato che egli era in rotta col vero Papa. La Chiesa, tuttavia, non riconobbe mai tale canonizzazione, anche se permise il culto in qualche Diocesi di Francia e di Germania. Oggi, con decreto della Congregazione dei Riti del 1932, Carlo è venerato soltanto ad Aquisgrana. Il Barbarossa che volle la proclamazione di Carlo Magno a santo, si interessò anche di Fermo e del suo Porto esattamente l’anno precedente cioè nel 1164. (27 marzo 1994)
 
La Marca Permana nominata nel Concilio di Lione: 1245
Censura, interdetto, anatema, scomunica… vocaboli terribili che denotano pene ecclesiastiche verso chi si è macchiato di colpe. Già al tempo dei Greci si aveva qualcosa di simile, quando si praticava l’o­stracismo, ossia l’esilio di dieci anni agli Ateniesi che, per la loro po­polarità, destavano sospetti politici. Nel periodo romano, quando le su­preme cariche politiche e religiose erano incentrate nell’imperatore che era anche pontefice massimo, si puniva il cittadino colpevole con l’in­terdizione dell’acqua (lustrale) e del fuoco (sacro del focolare): interdi- cere aqua et igni, ossia lo si bandiva dalla società civile e religiosa. Alla caduta dell’Impero Romano e con raffermarsi del Cristiane­simo, i vari Concili codificarono vari tipi di pene da irrogare, a secon­da della gravità dei reati e così si ebbe l’ammonizione, la censura, che è biasimo e severa critica dell’operato di qualcuno, la sospensione (ri-
A fX $ 0 I privilegi di Federico II a favore di Torre di Palme Fra una ventina di giorni ricorre l’ottavo centenario della nascita di Federico II e il prossimo 13 dicembre ricorreranno 770 anni dalla morte. Data storica il 13 dicembre! Nello stesso giorno e mese, nel 1466 muore Donatello; nel 1545 si apre il Concilio di Trento (di cui fu segretario un marchigiano di S. Severino); nel 1863 nasce Temistocle Calzecchi Onesti, l’inventore del cocherer e già docente qui a Fermo. Nello stesso mese e giorno, nel 1521, di venerdì, alle ore 16 nasce a Grottammare Sisto V. Singolari queste coincidenze: “Giorni di nascite giorni di duolo, giorni di riso giorni di lutto” direbbe Longfellow. Sin­golare è soprattutto il denominatore comune: Grottammare, di cui Fe­derico (che Sisto V definirà recolendae memoriae di buona memoria), si occupa esattamente due mesi prima di morire. Ma Federico non si occupa soltanto’ di Grottammare, ma anche di Torre di Palme, allora molto importante. È il settembre 1250. Federico si trova a Lago Pesole nei pressi di Acerenza, in Basilicata; da qui emana un privilegio, attualmente conservato nell’archivio storico del Comune di Fermo in deposito presso l’Archivio di Stato di tale città. Con esso, conferma a Fermo patti e convenzioni precedentemente sti­pulati tra la città e Gualtiero di Palearia conte di Manoppello, suo Vica­rio Generale del Sacro Romano Impero nella Marca. Nel privilegium, si legge che i castelli di Torre di Palme e Grottammare, sono conferma­ti nel possesso di Fermo; gli abitanti di Fermo che si trovano nei castel­li debbano rientrare in città, ma se non volessero far ciò devono presta­re a Fermo servizi ed ossequi dovuti. Nella conferma, Federico si mo­stra sagace e perspicace politico: lascia alla città una certa autonomia; non impone leve di soldati per l’esercito imperiale, né manda soldati di guarnigione; non effettua ostracismi di cittadini fermani, a meno che non siano traditori o rei di lesa maestà. Ogni eventuale decisione relati­va a Fermo e territorio sarà concordata ed effettuata d’intesa col Comu­ne e cittadini di Fermo. Più tardi, nel 1258, Manfredi conferma l’appar­tenenza di Grottammare e Torre di Palme alla città di Fermo. È questa un’altra tessera del policromo mosaico delle relazioni tra Fermo e Fe­derico. Oltre ai numerosi documenti originali, conservati nell’Archivio di Stato fermano, vi sono altri originali di Federico II conservati a S. Elpidio a Mare e a Montegiorgio. Se poi dovessimo conteggiare i privi­legi di Federico, più quelli del figlio Manfredi e quelli dei Vicari Impe-
riali suoi nella Marca, la cifra aumenta di molto. Senza tema di smenti­ta, possiamo affermare che Fermo e il Fermano non sono secondi a nessuna città marchigiana per numero e preziosità di originali su Fede­rico. Ecco perché alla mostra che avrà luogo in talune città, partecipa Fermo che la ospiterà per la durata di un mese nel prossimo autunno e la fiancheggerà con una mostra dei testi letterari in volgare deH’ennr-a
)
Ranieri Zeno, podestà di Fermo eletto doge, giunge a Venezia nel carnevale 1253 Era di questi giorni ed in pieno carnevale quando, proveniente da Porto di Fermo (odierna Porto S. Giorgio) Ranieri Zeno, neo eletto do­ge, giunse a Venezia. Egli si trovava a Fermo in qualità di podestà, dopo essere stato in precedenza podestà di Treviso, di Piacenza, di Bologna (1239), di Ve­rona, ambasciatore della Serenissima al Concilio di Lione (da cui uscì scomunicato Federico II imperatore) e comandante di una spedizione militare contro Zara, ribellatasi a Venezia.
Zeno, era stato eletto doge il 25 gennaio 1253; appena fu procla­mata l’elezione, partirono da Venezia con a bordo 12 patrizi in qualità di ambasciatori, quattro galee. A capo dell’ambasceria era Marco Zia- no antagonista nel “conclave” che portò all’elezione di Ranieri. Questi non potè assumere subito la carica, in quanto dovette prov­vedere a sbrigare le pratiche inerenti il trapasso dei poteri ed aspettare la piccola flotta che da Venezia veniva a prelevarlo. Dopo qualche giorno di navigazione, le quattro galee (e non qua­ranta come finora hanno sostenuto, per errore di lettura, gli storici) giunsero al Porto di Fermo; prelevarono il neo eletto, e ripartirono alla volta di Venezia dove, come detto, giunsero di questi giorni del 1253 cioè 740 anni or sono. Grandiosi i festeggiamenti della Serenissima in onore del nuovo doge e fantasmagoriche le luminarie e le giostre; que- st’ultime ebbero carattere intemazionale in quanto vi parteciparono cavalieri veneziani, tedeschi, friulani, istriani, lombardi, trevigiani. Direttore e giudice dei tornei, era Lorenzo Tiepolo, figlio del doge Jacopo. Una leggenda narra che addirittura S. Antonio da Padova avesse predetto in sogno a Ranieri la sua elezione. Uno dei primi atti del nuovo capo della Serenissima, fu la partecipazione, con il Senato, alla processione in onore di tale santo. Il dogato di Ranieri, fu caratterizzato dalla guerra contro Genova da cui uscì vittoriosa Venezia. La battaglia davanti a S. Giovanni d’A- cri costò ai Genovesi la perdita di 24 galee e 1700 uomini: la lotta contro i fratelli Ezzelino e Alberico da Romano, etc. Abbiamo accennato sopra a Lorenzo Tiepolo. Anche’egli fu pode­stà di Fermo e, per sua iniziativa, fu eretta la Rocca di Porto S. Gior­gio (o Rocca Tiepolo); una lapide lo ricorda ai posteri. Anch’egli fu doge di Venezia; anzi, fu l’immediato successore di Ranieri Zeno; questi fu doge dal 1253 al 1268; quello dal 1268 al 1275. Quegli il 45e Doge; questi il 46s! In quel periodo era tutto un fiorire di “podestà-dogi” sbocciati a Fermo. Anzi, vi fu poi un altro podestà nipote di Ranieri: era .Andrea Zeno. Nell’Archivio di Stato di Fermo vi sono molte lettere dei dogi; tra esse quella di Ranieri Zeno che ringrazia i Fermani per aver eletto il nipote. Nel 1260, per opera di Ranieri, vengono stipulati patti e con­venzioni marittime tra Venezia e Fermo. Nel 1252, Ranieri acquista per conto del Comune di Fermo il girone ed il Castello di Torre di Pal­me per 320 lire ravennate-anconitane; non ci fu “tangentopoli”, sia
perché Ranieri Zeno era onesto, sia perché era anche ricco. Il suo pa­trimonio, rapportato al valore odierno, sarebbe di circa 5 miliardi di lire. A Montegranaro vi sono tutt’oggi discendenti del podestà-doge Ranieri Zeno; sono i Marchesi Luciani Ranier.
Ranieri Zeno, Podestà di Fermo, viene eletto Doge di Venezia il 25-01-1253
G7 a Moresco e il Doge Tiepolo
li 66 Moresco, piccolo grazioso Comune ad un passo da Fermo. More­sco delizioso castello dalla struttura medievale quasi intatta, dominato e protetto dalla possente torre eptagonale. NeH’intemo, nell’area di quella che era una chiesa, l’ampia piazza (dove fino a poco tempo fa si svolgeva la manifestazione canora “Il merlo di Moresco”) vi accoglie e vi indica un grazioso porticato dal quale sono riemersi affreschi. Tra essi, una Madonna con Bambino di Vincenzo Pagani (sec. XVI). Una tradizione lo vuole fondato dai Mori che infestavano le nostre coste; altra tradizione lo dice fondato nel sec. V contro le invasioni di essi. Moltissime pergamene dell’Archivio di Stato di Fermo ne parlano e ben sette, tra imperatori, Papi e Cardinali, si occuparono dei suoi pro­blemi. Si licet parva componere magnis, se è lecito cioè fare un para­gone con grandi cose, come a Napoli i sette grandi o meglio i G7 si stanno occupando dei problemi del mondo, per Moresco – come detto – sette grandi personaggi si sono dati da fare per risolvere problemi re­gionali di cui più volte chiave della bilancia politica, fu proprio il pic­colo Moresco. Nel 1248 il Card. Ranieri vice-gerente del Papa per le Marche, lo re­stituisce a Fermo a cui era stato tolto dall’imperatore Federico II (in que­sto 1994 ricorre l’ottavo centenario della nascita). Manfredi figlio natu­rale di Federico II, nel 1266 lo riconferma a Fermo; Papa Gregorio X nel 1272 da Lione scrive al castellano papale che lo riconsegni a Fermo; quattro anni più tardi, Innocenzo V ne conferma il possesso alla città fer- mana, mentre nel 1278 Niccolò III (che fra l’altro è nominato da Dante: Inf. 18,31 e ss) ne sancisce l’appartenenza a Fermo. Sisto V lo stacca da tale città e lo aggrega al Presidato di Montalto. Federico II, Manfredi, Gregorio X, Innocenzo V, Niccolò III, Sisto V… Siamo a quota sei dirà qualcuno. E il settimo? Eccolo! È addirittura un doge di Venezia: per l’esattezza Lorenzo Tiepolo, figlio a sua volta del doge Jacopo… Lorenzo (che fra l’altro ha fatto costruire la rocca di Porto S. Gior­gio) era allora Podestà di Fermo. Correva l’anno 1266 ed era venerdì 11 giugno. I proprietari del castello di Moresco, tali Giorgio di Bordone e Felice Crescenzi di Santandrea, dopo vari approcci, vendettero Moresco al Comune di Fermo rappresentato appunto dal futuro Doge per la som­ma di lire 500 (diconsi cinquecento) del tempo. Erano per la storia 500 lire volterrane. Interessantissima la pergamena relativa. Vi compaiono
testimoni, notai, cittadini di città extra Regione. “…Vendettero, conse­gnarono all’esimio Lorenzo Tiepolo, figlio della buona memoria di Gia­como Tiepolo podestà di Fermo, il girone, il castello e la fortezza di Moresco con tutti i diritti reali e personali riguardanti castello e rocche, i fossati e tutto ciò che è annesso al castello medesimo…”. Oggi, ancora fiero nella possente mole del suo torrione, Moresco vigila sulla sponda sinistra dell’Aso. Il suo dinamico sindaco Prof. Sacchini ha fatto restaurare la torre che ospita mostre e manifestazioni culturali, mentre nella parrocchiale, nume tutelare, dorme il sonno eterno il Card. Luigi Capotosti (+1937) suo illustre figlio, ultimo anel­lo della catena di imperatori, Papi e Cardinali che si sono interessati di questo gioiello medievale ed …attuale!
La Rocca di Porto S. Giorgio ^ ^                 ^ Maestosa e poderosa, a ridosso di Porto S. Giorgio, si erge la rocca di Lorenzo Tiepolo, governatore di Fermo e poi Doge di Venezia. Quest’anno essa compie settecento anni! Ancora salda e possente, nonostante le ingiurie del tempo e l’incu­
ria degli uomini, ricorda al visitatore la sua data di nascita in una lapi­de posta all’ingresso: “Quando currebat Domini millesimus annus, et bis centenus cum septem sex deciesque…” cioè 1267 Di quante vicende storiche è stata testimone durante questi sette secoli! Vide le flotte degli Stati cattolici veleggiare contro la minaccia turca; mirò i gonfalonieri dei Castelli fermani, salire a Fermo a giurarvi fedeltà nel 1355; fremè di sdegno quando il 15 agosto 1490, duecento fermani scesero a saccheggiare il municipio di Porto S. Giorgio: v ide Sisto V, partire da qui (era vescovo di Fermo) ai fastigi del Pontificato romano; contemplò la Regina Anna Maria col suo corteo di diecimila persone, andare sposa a Ferdinando d’Austria; pianse nella battaglia fra napoletani e francesi, avvenuta quasi sotto le sue mura nel 1798; e vide nel 1815 le truppe della sfortunata impresa del Murat alla Rancia. Garibaldi passò sotto i suoi bastioni nel 1849 e nel 1857 anche Pio IX, in visita al suo Stato; gioì nel vedere nell’ottobre 1860 Vittorio Emanuele II galoppare alla testa del suo esercito di trentamila uomini per recarsi a Grottammare (ove sostò per cinque giorni) e quindi alla volta di Teano. Pianse l’onta di Lissa (è quasi sullo stesso parallelo) nel 1866: e come dovè gemere nel vedere natanti sangiorgesi e marchigiani inghiottiti dai fortunali durante le tempeste dell’Adriatico, e di quali trepide carezze allietare la luna di miele di Gabriele d’Annunzio e della Duchessa di Gallese, Maria Hardouin, ospiti a S. Giorgio nel 1883… Sono passati sette secoli! Non c’è più oggi il Castellano, che Fermo vi mandava ogni sei mesi. Non si ha più memoria dei due anconetani, Giovanni Benincasa e Andrea Buscaretti, qui impiccati e seppelliti nel 1534 per ordine del Legato della Marca… Non marciano più a lento passo, le truppe che Fermo manda a S. Benedetto del Tronto o arruola dai suoi ottanta Castelli per la lotta contro gli spagnoli. Dove saranno ora la polvere da sparo, il piombo, le vettovaglie e soprattutto i soldati, di cui doveva essere munita per fronteggiare ogni evenienza? (Per eam tenere munita plumbo, pulvere, hominibus et farina, vino et aliis necessariis tutelam et securitatem dictae arcis). Chissà dove saranno i vari castellani ivi succedutisi, che avevano
onori ed anche oneri, non ottemperando ai quali, rischiavano pene da mille fiorini d’oro al taglio della testa? E chissà dove sarà ora la bella castellana? Sì, anche la castellana, perchè la Rocca ha una sua leggenda, tramandata da padre in figlio, dal tempo delle incursioni dei Turchi. Si racconta che sul finire del secolo XIV i Turchi sbarcarono lungo la costa di Porto S. Giorgio. Contro di essi accorsero unanimi molti volontari sangiorgesi, con in testa il giovane castellano Pierfrancesco. Si combattè ferocemente da ambo le parti, con alterna vicenda. Nella parte meridionale del Castello, i difensori dopo accanita resistenza furono sopraffatti. Con urla selvaggie, roteando le loro sci­mitarre, i Turchi irrompono nelle mura del paese mentre dall’alto flutti di olio ardente e lancio di sassi sono l’ultima disperata resistenza dei sangiorgesi. Nel frattempo molti vecchi, donne e bambini, si erano rifugiati entro la rocca, mentre sulla torre più alta la bella Rossana, la giovane sposa di Pierfrancesco, segue in ansia le fasi della lotta. Ad un tratto un manipolo di Turchi riesce a forzare le mura inter­ne e salire sulla torre più alta. La castellana si vede perduta. Che fare? Le urla degli invasori salgono al cielo. Ma ecco un urlo più acuto, quasi selvaggio, un tonfo e poi silenzio… Che succede? Rossana, la bella castellana, prima che i Turchi si impadronissero di lei. si è gettata nel vuoto ed ora giace sfracellata. Pierfrancesco, saputo che i Turchi si sono impadroniti della rocca, ansante, trafelato accorre a salvare il suo amore; ma ahimè! troppo tardi! Vedendo la sua Rossana esanime, morta, ai piedi della torre, lancia un grido disperato, ammazza quanti Turchi gli sono vicini, poi afferrato il pugnale se lo immerge nel petto e si uccide… Tale è la leggenda. Ora tutto tace… Del Castello rimane solo la Rocca salda e poderosa, pronta ad accogliere nella prossima estate i turisti. Il Comune e l’Azienda di Soggiorno si stanno adoperando per ripulirla e darle un degno e como­do accesso, da parte della piazza della Chiesa. Agli ospiti ed ai turisti della Rocca parlerà della sua vicenda e ripeterà sommessamente i suoi splendidi distici:
Porto S. Giorgio da urici stampo
La Rocca di Porto S. Giorgio
Una complicata riforma elettorale, sette secoli fa Jllffi È ormai varata la riforma elettorale. Si sente nell’aria il “rinnova­mento”. “Basta con i politici professionisti”: è lo slogan del momento. Il mandato parlamentare non deve durare più di tre legislature. Ma anche nel lontano 1268, cioè 725 anni or sono, si era verificata una riforma elettorale per l’elezione del doge ed il primo ad essere elet­to col nuovo sistema fu un podestà di Fermo: Lorenzo Tiepolo, assunto alla suprema carica della Serenissima, mentre era ancora alle prese con le mansioni podestarili di Fermo e suo vasto territorio. Allora, diversa- mente da adesso, i podestà duravano in carica solo un anno. Potevano
però essere rieletti, come avvenne per Ranieri Zeno, che fu due volte po­destà di Fermo e poi fu doge di Venezia prima di Tiepolo. Anzi, in quel periodo, il 452 ed il 46e doge, rispettivamente Zeno e Tiepolo, erano sta­ti podestà di Fermo. Morto Ranieri Zeno (1268), venne varata la rifor­ma elettorale che durò fino alla caduta della Repubblica di Venezia (1797). Consisteva in una complicata votazione. Il consigliere più giovane scendeva nella Basilica di S. Marco e prendeva un bambino (8/10 anni) detto “ballottino” per estrarre le “ballotte” per le votazioni. Queste era­no tante quante erano i membri del Maggior Consiglio, ma solo trenta di esse contenevano il famoso bigliettino con la scritta “elector”. Il bal­lottino, bendato, estraeva le palle (ballotte) da un cappello di panno, che fungeva da urna e la passava ai membri del maggior Consiglio che sfi­lavano davanti a lui. I trenta estratti, dovevano appartenere a famiglie diverse, senza legami di parentela. I non estratti, abbandonavano l’aula. Una volta rimasti in trenta, c’era un’altra votazione con lo stesso siste­ma del ballottaggio fino a rimanere in nove; questi avevano l’incarico di votare i 40 membri del Maggior Consiglio. I primi quattro sceglieva­no cinque nomi ciascuno. Per essere eletti occorrevano 7 voti. Con i quaranta si tornava ancora all’estrazione per eleggerne 25 che, sempre sorteggiati, erano ridotti poi a 9, incaricati a loro volta di altre compli­cate operazioni. Il doge neo eletto doveva avere non meno di 25 voti. Complicatissima procedura, come si vede, che mirava a eliminare “par­titocrazia” e “clientelismo”. Una volta eletto, Lorenzo Tiepolo, che aveva nostalgia di Fermo (tra l’altro fece costruire la famosa Rocca a Porto S. Giorgio detta ap­punto Rocca Tiepolo) scrive ai Fermani dando notizia della sua elezio­ne. Sentiamolo: “Lorenzo Tiepolo, per grazia di Dio, Doge di Venezia, della Dal­mazia, della Croazia, Signore della quarta parte e mezzo dell’Impero Romano d’Oriente, al podestà, Comune e Consiglio di Fermo, suoi di­letti amici, salute ed affetto”. Spiega poi che, sebbene senza suo merito, ma per volontà del Creatore da cui tutto dipende sia stato eletto doge a seguito di una elezione condotta con un nuovo sistema (quod ordinata noviter forma de novi ducis electione così recita l’originale da cui tra­duciamo). Comunicata tale notizia al popolo, questo esultante, con gri­da di giubilo e mani levate verso il cielo, ringraziò Dio, entusiasta del­l’elezione.
La lettera prosegue dicendo che vi fu un momento di esitazione nel- l’accettare, ma poi confidando nella protezione del protettore di Venezia, S. Marco apostolo ed evangelista, la carica fu accettata. Tiepolo si rivol­ge ora ai Fermani suoi ex-amministrati, sia per chiedere preghiere perché insieme si goda (una nobiscum congaudentes) si ringrazi Iddio e si im­plori di governare la Repubblica di Venezia in tranquillità e pace. La let­tera fu spedita dopo 14 giorni dall’elezione; il ritardo non era dovuto al­le… Poste, ma al fatto che non era pronto il sigillo di piombo della bolla.
vn
Lorenzo Tiepolo, già Podestà di Fermo e quindi Doge di Venezia
M A Nf fk€ & ( Un privilegio ai mercanti fermani \ Chi non lo ricorda? Sembra di vederlo ancor oggi! Il nostro profes­sore di liceo, quando ne declamava il passo dantesco, ci metteva tutta l’anima, tutto il suo pathos, che te lo faceva quasi vedere e quelle che erano le nostre “compagne nell’età più bella”, se ne innamorarono, an­che se lui era vissuto sette secoli prima. Noi del sesso “forte”, quasi qua­si ne eravamo gelosi! “Biondo era e bello e di gentile aspetto / ma l’un dei cigli un colpo avea diviso / quand’ io mi fui umilmente disdetto / d’averlo visto mai mi disse; or vedi / e mostrommi una piaga al sommo il petto / poi sorri­dendo disse: Io son Manfredi!”. Manfredi (1232-1266) figlio naturale di Federico II, come già suo padre si interessò di Fermo e del Fermano. Nel 1258 confermò alla città di Fermo la giurisdizione sui castelli di Marano (odierna Cupra Maritti­ma), Boccabianca, Torre di Palme, Monturano, Moresco, Massignano, ^ Lafreno, Torre S. Patrizio, Grottammare, Castel Monte S. Giovanni, Monte S. Pietro, Monte S. Martino, Petritoli, Montefalcone, Monterub- biano. In quel periodo, il Vescovo di Fermo, Gerardo, che occupò la cat­tedra vescovile dal 1250 al 1272 fu dapprima fervido assertore dei di­ritti del Pontefice contro Manfredi, ma in un secondo tempo, si allon­tanò dal Pontefice, passando dalla parte di Manfredi, che favorì grande­mente o, almeno, sembrò farlo (“quam impense favit vel saltem favere visus est”, dice un cronista). Quando il nostro professore declamava i versi danteschi relativi a Manfredi, proseguiva: “io mi rendei piangendo a quei che volentier per­dona” (Purg. III). Anche il Vescovo Gerardo si pentì e fu riammesso. Ma l’interessa­mento di Manfredi non si limitò solo a ciò. Nel 1263, con altro privile­gio datato 6 marzo ed emanato da Foggia, si interessò di Rinaldo da Brunforte e Rinaldo da Falerone. Pure da Foggia, nello stesso anno spedì una ratifica e conferma a Sant’Elpidio a Mare della concessione fatta a tale castello dal padre Federico II (ratificamus et de speciali gra­fia confirmamus). Nel novembre 1264, da Lucerà, spedì un privilegio a favore di Fer­mo; con esso concedeva ai mercanti (mercatores) di tale città di poter­si recare liberamente nel Regno di Napoli con le loro mercanzie; effet­tiSr’
tuare ivi i commerci e tornare poi a Fermo senza che nessuno potesse esigere da loro diritti di pedaggio, dogana e dazi relativi. Come si vede, Manfredi aveva precorso l’abbattimento delle fron­tiere doganali di cui si parla in vista del 1992.
Monte Urano ricorre al Papa À 5 Non è da tutti scomodare un Papa e per giunta Papa Gregorio XIII
(famoso tra l’altro per la riforma del calendario) per una questione di
confini, ma Monturano, allora piccolo paese della Diocesi fermana. ci
riuscì e come!!! Stanchi ed esasperati dal fatto che i paletti che delimitavano i con-
fini del loro territorio venivano di continuo rimossi, i Monturanesi de-
ciderò di rivolgersi direttamente a sua Santità Gregorio XIII. Il Papa,
pur tra le occupazioni e cure del suo pontificato, si interessò della fac-
cenda. Anzi la prese così a cuore che addirittura il giorno 13 aprile del
1579, anno settimo del suo pontificato (idibus Aprilis pontificatus no-
stri antro septimo) inviò al Vescovo di Fermo una bolla in pergamena
con tanto di sigillo di piombo, raccomandandogli di interessarsi perso-
nalmente della cosa. Molto probabilmente i cittadini di Monturano avevano inviato a
chi di dovere ricorsi e doglianze in proposito ma, a quanto sembra,
senza alcun esito, tanto è vero che scavalcando la “via gerarchica” si
rivolgono al Papa in persona. Gregorio allora, investe della faccenda il Vescovo di Fermo scri-
vendogli testualmente: “Gregorio Vescovo, servo dei servi di Dio, al
venerabile fratello e diletto figlio il Vescovo di Fermo od al suo vica-
rio generale per gli affari spirituali salute ed apostolica benedizione.
Ci è stato fatto presente dai diletti figli, sindaci ed officiali del castello
di Monturano della Diocesi fermana che vi sono dei figli di iniquità di
entrambi i sessi (quindi pure le donne) che svellono i termini che indi-
cano i confini portandoli di luogo in luogo, creando confusione e gravi
danni al Comune di Monturano, causando altresì un pericolo per le lo-
ro anime e grande detrimento a detto castello”. Essi – continua la bolla – hanno invocato aiuto a questa Sede
Apostolica. Per la quale cosa ti scriviamo invitandoti ad intervenire
nella faccenda ordinando di ammonire dal pulpito, in presenza del po-
polo, i trasgressori a riparare il male fatto e stabilire un congmo lasso
di tempo, trascorso il quale quelli che hanno usurpato beni e possessi
o li detengano fraudolentemente pongano riparo. “Se non lo faranno tu devi scomunicarli”. Noi non sappiamo come andò a finire la faccenda. Dobbiamo tut-
tavia notare che i cittadini di Monturano erano intraprendenti anche al-
 
 
 
I
/
 
 
 
*
 
lora, se non nel commercio calzaturiero, nel ricorrere personalmente al Papa e riuscendo ad ottenere il suo personale interessamento per una questione di confini “nell’anno di grazia 1579, idi di aprile, anno setti­mo del nostro pontificato”.
16 febbraio 1280: Fermo compera una parte del Castello di S. Benedetto Anticamente vi si insediarono Siculi e Libumi. Plinio scrive che fu 1’ultimo insediamento di quest’ultimi in Italia. Nel 49 avanti Cristo vi si fermò Giulio Cesare, dopo il passaggio del Rubicone. Fu sede di Diocesi nel secolo V e, nel Medio Evo, al centro di donazioni, presta­ne, precarie, permute, prima con l’Abbazia di Farfa (centro benedetti­no in Provincia di Rieti che aveva beni e possessi nelle Marche) poi con i vescovi di Fermo. Fu appunto uno di questi, Liberto, che nel 1145 concede ad Attone e Berardo la terra necessaria per la costruzio­ne di un castello, con orti annessi, case per i coloni e quant’altro ne­cessario per la vita. Sorse così il castello di S. Benedetto, variamente denominato nel corso dei secoli; dapprima si chiamò S. Benedetto in Albula, dal nome del torrente che vi scorre; poi S. Benedetto della Marca; S. Benedetto presso il mare; S. Benedetto di Fermo. La denominazione S. Benedetto del Tronto, verrà data nel 1862, dopo l’unità d’Italia e ciò per distinguerlo da località omonime come S. Benedetto Val di Sambro, S. Benedetto Po, etc. Quest’ultima denominazione arieggia e richiama il nome di una chiesa S. Benedetto al Tronto (si noti quel: al Tronto) che sorgeva (e sorge) in territorio di Monsampolo e che era così importante da figura­re nelle porte di bronzo della celebre Abbazia di Montecassino, dove sono elencati beni e possessi che aveva nelle nostre zone, come Fer­mo, S. Biagio di Altidona, etc. (Anno Domini 1090 c.). Abbiamo accennato sopra a donazioni, permute, etc., ma vi furono anche acquisti e vendite. Una, esattamente, avvenne il 16 febbraio del Am. Il nobil uomo, Gualtiero di Acquaviva e sua moglie donna Isabel­la, vendono a Fermo l’ottava parte del castello di S. Benedetto in Al­bula, della Marca d’Ancona, Diocesi e Distretto di Fermo. I predetti vendono tale ottava parte di loro proprietà, al sindaco di Fermo per la somma di lire 1000 (mille) ravennate o volterrane-anconitane. L’atto di vendita è molto interessante, perché già da allora si parla del porto, di giuspatronato sulla chiesa di S. Benedetto ed altre utili notizie storiche: …“Vendiamo cediamo con i diritti, il porto, i vassalli, i redditi, i servizi reali e personali, gli affitti, le tenute, le terre coltiva-
te e quelle incolte, le selve, i boschi, gli onori e giurisdizioni. L’eserci­zio del mero e misto impero (cioè poteva giudicare nelle cause penali e civili e addirittura irrogare la pena di morte). Oggi, 16 febbraio, ricorrono 712 anni da quella vendita, S. Bene­detto, che rimase sotto la giurisdizione di Fermo fino al 1827. quando vi fu uno “scambio” tra il Distretto di Montalto e la Delegazione di Fermo, è oggi vivo centro marittimo, ricco di premesse per un futuro luminoso. Conta oltre 45.000 abitanti; è pulsante di attività industriali ed agricole; ha di gran lunga superato il valore di mille lire ravennate vol- terrane-anconitane, anche se relative alla sua ottava parte…

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