Gli imperatori svevi nella Marca di Fermo.

Studio di Gabriele Nepi.

DOCUMENTI DELL’IMPERO SVEVO RIGUARDANTI IL TERRITORIO FERMANO

Due privilegi emanati da Federico II imperatore.

Federico II imperatore, (nipote del Barbarossa) che nel 1240 era accampato a Fermo, proveniente dall’assedio di Ascoli, dopo una lunga sosta a Monte Cretaccio, (attuale territorio di S. Benedetto del Tronto), si era accampato a Fermo ed era in attesa di proseguimento verso la Romagna, pieno di furore bellico. Era accompagnato dal suo esercito e dalla Curia imperiale, nella quale spiccava il letterato Pier delle Vigne, che venne poi reso famoso da Dante nella sua Commedia. Vi erano anche Taddeo da Suessa, il giudice della grande Curia, arcivescovo di Palermo, Bernardo, il figlio del Re di Castiglia e altre personalità.

Era la fine di agosto 1240 e Federico II, da Fermo, emanò una bolla a favore di Napoleone Monaldeschi, cittadino fermano, confermandogli un privilegio concessogli in precedenza; ora rafforzato con imperiale munificenza.

In tale situazione bellica la cosa appare di una certa considerazione per Fermo e di buona considerazione per il suo cittadino. L’imperatore dà importanza a questa conferma e nel suo privilegio ordina che “nessuno, sia esso delegato, duca, conte, marchese, podestà, rettore, console, nessuna altra autorità, alta o piccola, osi contraddire a tale decreto”. E come se ciò non bastasse, incalza: “nessuna personalità civile o religiosa osi opporsi a quanto abbiamo stabilito” chi lo avesse osato “sarà multato con 60 libre di oro e sappia di essere incorso nell’indignazione imperiale”. Il sigillo di maestà imperiale chiude la bolla, dando piena autorevolezza al documento.

Nella data si legge “regnando Federico imperatore per grazia di Dio Re di Gerusalemme e di Sicilia, quindicesimo anno del regno di Gerusalemme, alla presenza di molti testimoni  […] nell’accampamento davanti alla città di Fermo. Felicemente, sia così”. Tra i testimoni firmatari Pier delle Vigne

Federico, a fine di quell’agosto 1240, si trattenne poco a Fermo e da qui si diresse alla volta della Romagna. Nel tragitto, “commise tali e tante devastazioni ed efferatezze, che al paragone impallidivano le atrocità perpetrate dai barbari nella loro calata in Italia”. scrive Flavio Biondo (1392-1463) insigne umanista e storico di Forlì, nella sua poderosa “Storia della caduta dell’impero romano”. Come si vede, la sosta a Fermo durata fino ai primi di settembre di quel lontano 1240 costituì una pausa di pace, prima che il fuoco e il furore d’Odino (passaggio tra vita e morte). s’avventassero, distruttori, sulla Romagna “solatìa”.

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Federico II con due diplomi concesse privilegi a Sant’Elpidio a mare.

Ci sono imperatori che, guardandoli sullo scenario della storia medievale italiana ed europea, ci sembrano quasi “divinizzati”, lontani dalla nostra vita, dalle nostre località, tanto più che molti di loro sono stati già immortalati dai letterati.

Federico II ebbe a che fare con le Marche meridionali. Ci è noto anche che ebbe a che fare con i Comuni della seconda Lega Lombarda. Lo conosciamo come fondatore della Scuola Siciliana, autore di un manuale sulla caccia degli uccelli, fondatore della città de L’Aquila, dell’Università di Napoli, padre di Manfredi ed “accecatore” di Pier delle Vigne. E’ famoso, chiamato in metafora ‘lo stupore del mondo’.

Pochi studiosi mettono in risalto i suoi legami con il Piceno. L’imperatore ebbe a che fare con Ascoli che assediò nel luglio del 1240 (non 1242 come taluni affermano); fu in territorio di San Benedetto del Tronto, cioè a Monte Cretaccio, dove emanò una bolla per accogliere sotto la sua protezione imperiale la città piemontese di Alessandria, fiera nemica dei suoi avi (aveva dato tanto filo da torcere a suo nonno, Federico Barbarossa), e stette a Fermo dalla fine d’agosto ai primi giorni di settembre nel 1240.

Questo imperatore si interessò anche di Sant’Elpidio a Mare. Prese infatti sotto l’imperiale benevola protezione l’abazia (o monastero) di Santa Croce al Chienti con l’abate di quel tempo di nome frate Corrado.

A tale abazia donò molti beni tra cui la Selva Piana, ampi terreni, al di qua e al di là del Chienti, concedendo l’autorizzazione ai frati di utilizzare a loro piacimento l’acqua di tale fiume. Questo avvenne il 12 dicembre del 1219, e la bolla fu emessa da Capua, luogo natale del fido segretario Pier delle Vigne.

-.-.- Federico II emanò un altro documento sempre destinato a Sant’Elpidio a Mare, questa volta da Venosa, nell’ottobre del 1250. Ne diamo la nostra traduzione dal latino: “Federico per grazia di Dio Imperatore sempre augusto, Re della Sicilia e di Gerusalemme. Attraverso questo privilegio rendiamo noto a tutti i nostri fedeli sudditi, presenti e futuri che il Comune del nostro fedele castello di Sant’Elpidio aveva rivolto istanza alla Nostra Maestà, per la conferma di alcuni patti e convenzioni che, a suo tempo, gli aveva fatto il nostro Vicario Generale nella Marca di Ancona, Gualtiero di Palearia conte di Manoppello. Tali patti, scritti dal predetto conte Gualtiero portano la sua firma ed il suo sigillo. Noi, in considerazione della grande fedeltà e sincera devozione che nutre verso di Noi il Comune di Sant’Elpidio, e poiché tanto detto Comune, quanto i singoli suoi cittadini hanno finora reso graditi servizi a Noi, anche all’Impero, ed altrettanto potranno fare in futuro, li confermiamo per nostra grazia”.

Dopo alcune forme giuridiche proprie dei privilegi imperiali, continua: “Noi conserveremo e difenderemo il castello di Sant’Elpidio con i suoi beni, i possessi e le tenute che ha, nelle persone e nelle cose sia dentro che fuori le mura, come accadde ai tempi dei nostri predecessori. Noi difenderemo i laici, anche i chierici di tale castello e del distretto; e ciò finché rimarranno a noi fedeli”.

Federico in questo atto imperiale effettua altre concessioni, tutte relative al benessere, alla prosperità ed allo sviluppo del castello di Sant’Elpidio. Conclude minacciando pene severe a chi osasse opporsi a tali concessioni: “di nostra autorità disponiamo che nessuno osi impedire quanto da noi deciso. Chi osasse farlo, sappia che incorrerà nel nostro sdegno”.

Per dare maggior prestigio, memoria ed autorevolezza a questo privilegio, lo fa redigere dall’imperiale fedele notaio Rodolfo di Podio Bonici e munire del sigillo della sua imperiale maestà.

Federico II muore poco tempo dopo, il 13 dicembre 1250, colto da febbri intestinali. Riposa nella Cattedrale di Palermo. Dante Alighieri lo colloca nel cerchio degli eretici.

Sappiamo che la Lega dei Comuni Lombardi mise a dura prova Federico Barbarossa con validi ostacoli; e i comuni alleati tenevano come capo carismatico il Papa Alessandro III e fondarono allora Alessandria, città così chiamata in onore del papa Alessandro e che dovette resistere al Barbarossa per ben sei mesi. Il Barbarossa per derisione declamava “Alessandria dai tetti di paglia”, ma essa resistette al suo assedio del 1175. Infine vittoriosa, il Barbarossa se ne tornò a casa mesto e deluso per aver fallito.

Suo nipote Federico II, figlio di Enrico VI e di Costanza di Altavilla, nacque a castel di Jesi il 26 dicembre 1194, e venne nelle Marche per assediare Ascoli nel luglio 1240 poi occupò Fermo ed altre città.

Gli scrittori di storia nazionale non pongono nel dovuto risalto il fatto che: nel territorio dell’antico Stato di Fermo e precisamente a Monte Cretaccio, Federico II ha ratificato la sottomissione della fiera città di Alessandria, già roccaforte della Lega Lombarda che, sessantacinque anni dopo, a seguito di varie vicende storiche (fra l’altro non voleva sottostare al Monferrato ed era in preda alle lotte tra Guelfi e Ghibellini) chiedeva protezione al nipote dell’invasore Barbarossa.

Come accennato Federico II pose l’accampamento a Monte Cretaccio, nel mese di luglio 1240. Era attorniato dall’imperiale sua corte e con lui c’erano Pier Delle Vigne, Taddeo da Sessa, l’arcivescovo di Palermo, i Vescovi di Torino e quelli della Marsica, l’abate di Montecassino e molti altri.

Si legge nell’atto che traduciamo: “Noi, Federico, per grazia di Dio imperatore dei Romani, Re di Sicilia e di Gerusalemme rendiamo noto a tutto l’Impero, che la città di Alessandria ha abbandonato la società degli infedeli ed è passata alla parte imperiale, chiedendo la nostra protezione. Noi guardiamo con occhio benevolo a tal decisione (…) e la riceviamo nella nostra grazia e nel nostro onore, perdonando le offese passate” (…) “A conferma di questa protezione e di questo atto ordiniamo di redigere questo privilegio, munendolo della bolla d’oro (…) Dato nell’accampamento di Monte Cretaccio, dopo la devastazione di Ascoli, nel luglio 1240”.

La città di Alessandria non conosceva l’esistenza della bolla originale, ma ne conosceva il contenuto da una copia, redatta in francese, del 1839. Il testo originale è stato da noi rinvenuto in Francia, precisamente a Marsiglia, e da esso conosciamo come in territorio dell’antico Stato di Fermo ebbe luogo l’emanazione di una bolla di grande valore storico, che vedeva l’indomita Alessandria passare alla protezione imperiale dopo 65 anni dal fiero assedio postole da Barbarossa.

.-.-.-. Federico I detto Barbarossa fu in stretto legame con i Fermani.

Fermo ebbe documenti delle sue relazioni non trascurabili con Federico, sia nel bene sia nel male. In ogni caso questa città è uno dei “settori” principali delle azioni imperiali sveve. I Fermani assieme ad altri popoli delle Marche nel 773 dopo la vittoria di Carlo Magno alle Chiuse di San Martino contro Adelchi longobardo, avevano fatto atto di sottomissione al Papa Adriano, recidendosi barba e capelli, secondo la costumanza romana.

Il secondogenito del re dei Franchi Carlo era Pipino, proclamato Re d’Italia nel 791. Egli venne a Fermo, alla testa del suo esercito, accompagnato dal conte Winichis (Guinisigio o Vinigisio) e vi soggiornò prima di marciare contro Grimoaldo, duca di Benevento e a Fermo il re reclutò molti soldati per il suo esercito.

In seguito Fermo ottenne da uno dei successori carolingi, cioè all’imperatore Lotario I (795- 855), nipote di Carlo Magno, la fondazione dello ‘Studio generale’ per gli abitanti del versante adriatico centrale, università del tempo, stabilita in questa città nell’anno 825. In tutta Italia ve n’erano soltanto nove (Torino, Ivrea, Cividale del Friuli, Pavia, Cremona, Vicenza, Verona, Firenze, Fermo). Come si vede, Firenze e Fermo erano le due sedi dell’Italia centrale per i bacini di utenza orientale ed occidentale.

Nel capitolare fondativo di Lotario, emanato a Corte Olona, si specifica tra l’altro che dovevano recarsi a studiare a Fermo tutti quelli del Ducato di Spoleto, ducato vastissimo che si estendeva tra Umbria, Marche, Lazio, Abruzzo, fino al ducato di Benevento.

Torniamo al primo imperatore svevo. Il Barbarossa si interessò anche di Fermo e del suo Porto nel 1164. In particolare nella vertenza tra Guarnerio vicario imperiale marchese Guarnerio e Baligano vescovo di Fermo per il dominio su Morro Valle, il giudice imperiale fece sentenza a favore di Baligano. Nel 1166 Federico Barbarossa fece proclamare santo Carlo Magno dal vescovo di Crema e antipapa Pasquale III, dato che egli era in rotta con il vero Papa vescovo di Roma. Questo culto non ufficializzato dalla Chiesa rimase per poco tempo in qualche Diocesi di Francia e Germania, e attualmente resta soltanto ad Aquisgrana. Documenti imperiali si hanno in archivio.

Nel 1178 Federico I confermò alla città di Fermo i beni e i diritti che già godeva, purché i Fermani prestassero all’impero i dovuti servizi. Peraltro suo figlio Enrico VI nominò marchese di Ancona Marcovaldo di Anweiler che contrastava il potere e perseguitava il vescovo Fermano Presbitero, tanto che il Papa Celestino II lo incoraggiava ad essere resiliente nella resistenza antimperiale.

Nel 1229 il legato imperiale Rinaldo degli Ursllingen duca di Spoleto prese dominio di Montegiorgio e di Ripatransone, ma il dominio imperiale fu breve. L’imperatore tentò nel 1239 di fare l’occupazione delle Marche incaricandone  suo figlio Enzo che trovò opposizione tanto che lo stesso Federico II nel luglio 1240 mosse all’assedio di Ascoli e all’occupazione di Fermo ma non ebbe successo. Il suo curiale Pier delle Vigne scrivendo al Comune di Fermo si dichiarava giudice della curia regale nel contado Fermano. Dopo la morte del papa per breve pausa i Fermani gradirono la protezione imperiale confermata nel 1242 dal vicario di Federico II per la Marca, Roberto di Castiglione. Il concilio di Lione dell’anno 1245, nella scomunica contro Federico II menzionava la Marca Fermana.

Un privilegio imperiale a favore di Torre di Palme fu emesso nel settembre 1250, esattamente due mesi prima che morisse. Federico II si trova a Lago Pesole nei pressi di Acerenza, in Basilicata; da qui emana un privilegio, attualmente conservato nell’archivio storico del Comune di Fermo in deposito presso l’Archivio di Stato di tale città. Con esso, conferma a Fermo i patti e le convenzioni precedentemente stipulati tra la città e Gualtiero di Palearia conte di Manoppello, suo Vicario Generale del Sacro Romano Impero nella Marca. Nel privilegio si legge che i castelli di Torre di Palme e Grottammare, vengono confermati nel possesso di Fermo; gli abitanti di Fermo che si trovano nei castelli debbano rientrare nell’ambito della città, ma se non volessero far ciò devono prestare a Fermo servizi ed ossequi dovuti. Nella conferma, Federico si mostra sagace e perspicace politico: lascia alla città una certa autonomia; non impone leve di soldati per l’esercito imperiale, né manda soldati di guarnigione; non effettua ostracismi di cittadini fermani, a meno che non siano traditori o rei di lesa maestà. Ogni eventuale decisione relativa a Fermo e al suo territorio sarà concordata ed effettuata d’intesa col Comune e con i cittadini di Fermo.

 Più tardi, morto l’imperatore nel 1250, il figlio Manfredi conferma nel 1258 l’appartenenza di Grottammare e Torre di Palme alla città di Fermo. È questa un’altra tessera del policromo mosaico delle relazioni tra Fermo e Federico II. Ci sono documenti originali conservati nell’Archivio di Stato fermano, ed altri sono conservati a Sant’Elpidio a Mare e a Montegiorgio. Se poi dovessimo conteggiare i privilegi imperiali di Federico assieme con quelli del figlio Manfredi e quelli dei Vicari Imperiali nella Marca, il totale è notevole. Senza tema di smentita, possiamo affermare che Fermo e il Fermano non sono secondi a nessuna città marchigiana per numero e preziosità di atti scritti di parte imperiale.

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