FERMO: Cripta della cattedrale. Studio di Liberati Germano

LA CRIPTA DELLA CATTEDRALE DI FERMO: studio di Germano LIBERATI

La cripta (trad. = grotta) ha origini remote. Nei sepolcri delle catacombe o dei ‘martyria’ a paleo-cristiani; sotto le chiese abbaziali romaniche e gotiche, già fin dal secolo VIII e ugualmente nelle cattedrali medievali. Le cripte dunque equivalgono ad ambienti per venerare i sepolcri dei martiri e dei santi, a luoghi di preghiera sotto il presbiterio delle chiese. Così ebbe origine la cripta della cattedrale di Fermo.

All’inizio fu un ambiente non molto ampio, con accesso, come di consueto, dall’aula della chiesa: un luogo di preghiera, prima in forme romaniche poi gotiche. Successivamente gli interventi portarono la cripta a una ampiezza maggiore, fino alla sistemazione attuale, strutturata quasi chiesa sotterranea, a tre navate, risultato del progetto voluto dall’arcivescovo Alessandro Borgia nel secondo quarto del secolo XVIII. Vi furono collocate le numerosissime reliquie della cattedrale, sistemate in credenze agli spigoli e nei pilastri. Divenne così un luogo testimoniale della santità e parte integrante della storia dell’arte dell’arcidiocesi Fermana. Già infatti nella visita del Maremonti, nel 1571, si ordinava che le reliquie del primo vescovo sant’Alessandro e di altri santi venissero in essa decorosamente sistemate.

Un sarcofago di arte tardo-romana, del secolo IV, adibito ad altare, era ivi collocato e custodisce, secondo la tradizione, i resti mortali del secondo vescovo martire di Fermo, san Filippo. Va anche sottolineato che sotto l’altare centrale della cripta, sul lato posteriore, sono visibili le spoglie del santo abate Fermano, Adamo: una storia di santità, lunga moltissimi secoli. A questa presenza di santità e al culto relativo, è legata la tradizionale visita e venerazione di gran folla di fedeli il primo maggio, detta il latino volgarizzato delle “corpora sante” dei corpi santi. Connessa a culto e preghiera dei fedeli, fa riscontro una singolarissima e originale tradizione, anche se ormai quasi scomparsa, quella, cioè, di portare con sé un mazzetto di verdura commestibile e porla a contatto con qualche teca di reliquia, per poi cuocerlo e mangiarlo in famiglia con devozione, per invocare aiuto e protezione per tutti.

Dopo la ristrutturazione e l’ampliamento tardo settecentesco della cattedrale, voluti dall’arcivescovo Andrea Minucci, la cripta è divenuta luogo di sepoltura (sotto il pavimento) per alcuni vescovi. Veramente, dalle origini ad oggi, si può dire che la cripta conservi gelosamente e nascostamente i gioielli della fede: uno scrigno unico che annuncia a tutti il messaggio dei papi: la Chiesa è viva. <Adattamento da “La Voce delle Marche” 26 aprile 2005>

 

 

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