TESTO DERIVATO E ABBREVIATO DA Libro di Mancini Dino AUTONOMIA DEL LAVORO E PROGRESSO ECONOMICO
Il problema sociale è essenzialmente un problema di giustizia; quindi, può essere risolto soltanto dalla Ragione che riflette con oggettività, chiarezza e distinzione. Impostare il problema della giustizia sociale dal punto di vista dei capitalisti o dei lavorator significa affidare la soluzione di esso alla forza. La religione e la morale debbono essere tenute presenti per evitare soluzioni ingiuste o lesive della dignità umana, ma non possono e non debbono essere confuse con i problemi dell’economia.
CAPITOLO PRIMO: Fondamenti razionali di un contratto giusto i diritti de! capitale e quelli del lavoro
La giustizia consiste nel riconoscere a ciascuno quello che gli è proprio e nel dare a ciascuno quello che gli spetta. Ognuno ha la proprietà di quello che possiede legittimamente. A ciascuno spetta quello che egli stesso produce con la sua attività o che il suo possesso gli produce naturalmente.
PARLIAMO DELLA CONCESSIONE IN LAVORO CON CAPITALE E DELL’AFFITTO
Facciamo una distinzione fra capitale produttivo e capitale producente: il primo è un bene capace di produrre un altro bene, qualora intervenga il lavoro; il secondo è lo stesso bene che produce di fatto un altro bene o altri beni in forza del lavoro. In altri termini, il capitale producente è il capitale produttivo + lavoro.
Il proprietario del capitale produttivo può porre anche il lavoro per farlo divenire producente. Quando egli non lo rende produttivo con il suo lavoro, lo può «concede in lavoro» ad altri che lo faranno fruttare con la propria attività. In questo secondo caso chi acquista il diritto di produrre con capitale altrui, acquista anche il diritto al prodotto, perché nella sua operazione non si rileva altra forma di contratto che quella dell’affitto.
La concessione non rientra tra le operazioni produttive per mezzo di lavoro, bensì tra quelle di natura finanziaria, e, come tale, può produrre soltanto un interesse sulla base del valore economico che viene concesso.
Il grado di produzione che può essere raggiunto dall’azienda rientra senza dubbio fra gli elementi della stima, insieme al costo e alla modernità degli impianti, alla quotazione di mercato dei prodotti, al grado di avviamento della gestione. Ciò vale nella stima più o meno esatta del capitale.
Il lavoratore pone il lavoro producente, e perciò a lui spetta tutto quello che produce con la sua attività, detratto l’interesse sul valore economico del capitale, in quanto produce con un mezzo che non è suo. In pratica, il proprietario è il finanziatore della produzione; il lavoratore è il produttore.
Ad esempio. Un proprietario possiede un fondo del valore di dieci milioni. Egli non ha modo di farlo produrre col suo lavoro; e perciò lo concede in lavoro ad una famiglia che intende coltivarlo. Che cosa egli concede? E’ chiaro: un capitale, un valore di dieci milioni che, ad un certo tasso può fruttare un tot interesse. Solo questo frutto del suo capitale spetta al proprietario, in quanto egli pone solo un valore economico quando non prende parte diretta e attiva alla produzione.
I terreni, senza il lavoro, non producono nulla (le colture si arrestano, il terreno inselvatichisce, il bestiame rimane incustodito): la produttività del fondo diventa produzione solo quando entra in azione il lavoro.
Assurdità del vecchio rapporto capitale-lavoro
Consideriamo le assurdità del vecchio contratto. La proposta di questo genere: « tu mi mantieni in efficienza e mi fai fruttare il più possibile questo capitale; io incasserò il prodotto e a te darò una quota parte per vivere». Si tratta di una forma di schiavitù, una grave ingiustizia, l’impossibilità pratica di stabilire un salario ragionevole.
Una forma di padronato è schiavitù.
Infatti nel contratto tradizionale il proprietario compra le energie produttive del lavoratore e le paga col salario: non è il capitale che viene affittato al lavoratore, ma è il lavoro (e, in pratica, il lavoratore) che viene preso in affitto dal padrone per far fruttare e per accrescere il suo capitale. Da «proprietario » diventa «padrone». Il salario è il prezzo di questo contratto schiavesco.
Non si venga a dire che l’operaio coopera col proprietario e che quindi non si tratta di padronato. La collaborazione ha senso quando due o più persone lavorano insieme, quando sono soci su un piano di parità, con diritti e doveri proporzionati all’apporto di ciascuno. Ma il lavoratore, secondo il contratto tradizionale, è totalmente passivo: chi amministra, dirige e comanda è il padrone; e il padrone amministra tenendo presenti gli interessi suoi e farà del tutto per sfruttare il più possibile il lavoro e per tener basso il più possibile il salario. L’operaio, da parte sua, farà del tutto per lavorare il meno possibile e percepire un salario alto il più possibile.
La cooperazione fra padrone e suddito fiorisce soltanto su un piano di chiarezza e di giustizia.
Dimostriamo ora che il contratto tradizionale include una grave forma di ingiustizia.
Un esempio. Un proprietario possiede un capitale del valore di cento milioni. Supposto che il tasso d’interesse sia il x%, un valore di cento milioni dovrebbe fruttare XY milioni. Eppure in forza del contratto tradizionale il proprietario prende assai più di XY milioni. Il di più dell’affitto è da considerarsi rubato al lavoro producente. Il guadagno è tanto è tanto maggiore quanto maggiore è la produzione; e la produzione tanto maggiore quanto più e quanto meglio lavorano gli operai. Il salario, invece, pur crescendo la produzione, e quindi il guadagno del proprietario, resta sempre lo stesso. E resta a godimento del padrone nell’arricchire la ditta o il regime.
Di qui la possibilità di arricchimento indefinito per il padrone e la perpetua mediocrità economica dell’operaio. Non si venga a dire che al padrone spetta di più a causa dei rischi che affronta. Anzitutto, infatti, non si capisce perché dovrebbe essere garantito dai rischi solo il proprietario e non anche il lavoratore.
Metter parte per i rischi e per i guadagni, e aver parte anche per i rischi e per i guadagni.
In secondo luogo, i rischi non dovrebbe pagarli il lavoratore come se capitassero per colpa sua.
Per chiarire e risolvere in modo razionale e definitivo anche l’equivoco dei rischi, basta che il proprietario dia in affitto il
Infine, è senza fondamento l’affermazione che al padrone spetti di più a causa dell’attività che egli pone nell’impianto del capitale o nella produzione stessa. Il capitale si duplica, si triplica di valore in forza di un lavoro che il padrone non pone.
ALTRO MODO. Quando il proprietario pone la sua attività o nell’impianto dell’azienda o nella produzione o in ambedue i momenti., in tal caso il valore dell’attività che egli pone nell’impianto dell’azienda rientra nella stima del capitale stesso. L’attività che il padrone pone nella produzione verrà pagata per quel che vale, come se la svolgesse un altro che avesse le stesse capacità e impegnasse lo stesso tempo e le stesse energie. Assegnare, per principio, la parte più grossa al proprietario perché egli lavora e come se il suo lavoro fosse chissà che cosa e avesse un valore misterioso, significa giudicare a capriccio e volere a tutti i costi la vittoria del più forte.
Non si capisce perché mai lo stesso lavoro, se è svolto dal padrone debba avere un valore senza limiti, mentre se è svolto da un dipendente, ha un valore salariale determinato e inferiore. In conclusione, se il proprietario pone anche lui la sua opera nella produzione, riceverà per essa né più né meno di un altro che svolge lo stesso lavoro suo. Distinguere, infatti, le parti e le competenze del proprietario da quelle del lavoratore, non significa affatto escludere il proprietario – dall’attività produttiva.
I proprietari dotati di eccellenti capacità organizzative o direttive e di spiccato senso degli affari, sono elementi preziosi e spesso insostituibili, della cui opera i lavoratori, nel loro stesso interesse, non debbono fare a meno. Però, il proprietario deve contentarsi della parte che gli spetta in base al lavoro che pone. In tal caso, egli, oltre al diritto di proprietà sul capitale e sul reddito economico della concessione, acquista anche quello sul prodotto, in proporzione dell’attività da lui svolta nell’azienda.
Solo in tal senso e solo su questa base di rapporti precisi fra proprietari e maestranze, potrebbe avere un significato quella che suol chiamarsi «partecipazione dei lavoratori agli utili dell’azienda». Ma si rischia di impostare la collaborazione sul piano dell’equivoco e della confusione; e, al momento della spartizione, si rischia di dover litigare.
Non è stato trovato ancora un criterio razionale in base a cui poter definire il salario giusto. I liberali hanno proposto il criterio della domanda e dell’offerta, corretto (all’età nostra) con aggiunte di assegni, quote di previdenza, ferie, tredicesima ecc. I sindacalisti hanno proposto il criterio della lotta per garantire ai lavoratori salari indefinitamente sempre più elevati.
L’assurdità del criterio liberale è evidente: il lavoro non è una merce; o, quanto mai, è una merce produttiva e deve essere valutata, perciò, in base alla sua produzione effettiva e non in base alla sua abbondanza o rarità. Le pretese sindacaliste di maggiorare i salari non creano giustizia:
La lotta spesso degenera in rissa e non risolve i problemi con la ragione della giustizia.
Capitalismo è qualunque sistema che accentra il capitale e il prodotto nelle stesse mani ed assegna al lavoratore il salario. Non si garantisce l’uguaglianza tra i cittadini Né si assicura il contributo di tutti al benessere economico della società. Si rileva un furto che, giorno per giorno, lo Stato commette contro il lavoratore rubandogli metà del valore da lui prodotto, e tanto nel regime socialista quanto nel regime liberista.
Procedimento più razionale, più giusto, più sicuro, più rapido è che i lavoratori incassino loro direttamente il prodotto e pensino da sé ai loro bisogni ed interessi.
Per calcolare il valore del lavoro occorre in base al fabbisogno quotidiano, pur con tutte le aggiunte del carovita, degli assegni familiari, delle ferie, della tredicesima mensilità, della previdenza sociale, delle assicurazioni, è bene che ognuno abbia il frutto naturale di quello che pone nella produzione. Con l’affitto è più pratico, più sicuro che il lavoratore si paghi, si assicuri, si garantisca da sé, col prodotto del suo lavoro.
Estensione del contratto-affitto.
Il proprietario che non lavora è un finanziatore e un organizzatore dell’azienda, non un padrone; e che, come tale, egli ha diritto soltanto ad una cosa: che gli siano garantiti l’integrità del valore da lui posto e l’interesse su quel valore. Il contratto-affitto vale in tutti i casi nei quali il proprietario non ha tempo o voglia o possibilità di far fruttare il suo capitale col proprio, lavoro; e in tutti i casi nei quali, non bastandogli il suo lavoro personale per farlo fruttare, il proprietario chiede la collaborazione di altri.
Ad esempio. Un edificio è il risultato del lavoro dei manovali, dei muratori, dei tecnici: all’impresario spetta soltanto l’interesse sul valore dell’attrezzatura da lui fornita (garantita l’integrità dell’attrezzatura stessa come valore); e, se egli presta anche la sua opera come dirigente, ha diritto al valore che produce come lavoratore-dirigente.
La stessa cosa si dica della costruzione di qualsiasi impianto: chi lo realizza e lo attrezza ha diritto solo all’interesse sul valore di esso e alla garanzia. Allo stesso modo un autocarro, un pullman di linea deve fruttare al proprietario solo l’interesse sul suo valore commerciale, a meno che egli, oltre al capitale, non ponga anche il suo lavoro. Un’azienda commerciale è anch’essa un valore che al proprietario deve fruttare solo l’interesse della concessione.
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Il contratto del lavoro di concetto
Il contratto del professionista che lavora per terzi è chiaro che non rientra nella specie della concessione in lavoro, bensì in quella del contratto di compra-vendita. Infatti, il professionista non lavora con capitale altrui, bensì con la testa propria: è egli stesso, per così dire, energia produttiva e producente. Il professionista, in generale, si impegna a produrre un valore die tro richiesta del cliente: ad esempio: la salute, se è medico; il sapere, se è insegnante; un’opera d’arte, se è artista; un computo finanziario esatto, se è commercialista e altro. Al contratto del professionista, perciò, si applica il principio che ad ognuno spetta il valore che produce, secondo una tariffa. E il valore di una presta zione intellettuale è il prezzo corrente di essa: la tariffa di una visita medica, la tariffa di una lezione e altro.
Vediamo, ora, in particolare, la situazione del professionista impiegato che presta la sua opera o presso un privato o presso lo Stato. Il professionista impiegato non è altro che un professionista il quale lavora per un cliente fisso; in pratica, con una quota sicura di lavoro da svolgere in locali attrezzati dal cliente-Stato o dal cliente privato).
L’unica differenza che lo distingue dal professionista libero è che questi svolge la sua attività in condizioni più dispendiose e precarie, in quanto deve attrezzare il suo studio, deve trovarsi i clienti, non ha una quantità sicura di lavoro da svolgere.
Essendo, dunque, l’impiegato né più né meno che un professionista a lavoro fisso, per lui non si può parlare di stipendio, bensì di tariffa: più lavora e meglio lavora, più guadagna. Lo stipendio, come il salario, sa di schiavismo, non soddisfa né chi lo dà né chi lo riceve, favorisce la frode e la confusione. Basta pensare a quanti percepiscono stipendi favolosi, pur lavorando poco; e, viceversa, a quanti ricevono stipendi irrisori, pur lavorando moltissimo. La frode e la confusione derivano dal fatto che, come per il salario, così anche
per lo stipendio è impossibile stabilire un criterio sicuro per determinarlo.
Nel caso particolare dell’impiego statale, il criterio della tariffa elimina radicalmente quella massa di mezzucci e ripieghi con cui gli Stati avari e arretrati cercano di frodare e accontentare, nello stesso tempo, l’immensa folla dei lavoratori pubblici, specie quelli di grado medio.
Il carovita, le presenze, i premi, gli scatti, gli sconti ferroviari, le aspettative ecc. sono voci, infatti, destinate a coprire la miseria di certi stipendi-base. Ma il popolo prende lo spunto da queste voci per fantasticare sui favolosi stipendi degli statali in genere; ed ha la sensazione che le entrate pubbliche costituiscano un’immensa torta riservata ai godimenti senza fondo dei fortunati che sono riusciti ad accaparrarsi un posticino nell’amministrazione dello Stato. Dall’altra parte, gli interessati hanno sempre nuove rivendicazioni da avanzare, ingiustizie da lamentare, meriti disconosciuti da mettere in evidenza.
Se lo Stato non è il padrone dei suoi impiegati, ma soltanto un loro cliente; se gli impiegati non sono i padroni dello Stato, soltanto professionisti che prestano la loro opera in uffici pubblici, il concetto di impiego va inteso solo nel senso di lavoro fisso a tariffa; e il concetto di stipendio va inteso solo come equivalente di un valore prodotto attraverso un lavoro intellettuale. Più avanti illustreremo nel seguito i criteri per determinare pratica- mente questo valore.
RIEPILOGO
Riassumiamo i concetti espressi. Da una parte c’è un proprietario che, possedendo un capitale produttivo, non si applica alla produzione con il suo lavoro personale. Dall’altra parte c’è il lavoratore che per produrre con il suo lavoro, abbisogna di capitale produttivo. In tal caso qual è l’operazione più naturale, più razionale, più giusta, più utile sia per gli interessati diretti che per la società?
Che il proprietario conceda in lavoro il suo capitale a chi voglia dedicarsi all’attività produttiva.
Il capitale che rimanesse inattivo, non frutterebbe nulla, e nel caso che andasse in rovina dovrebbe provocare l’esproprio da parte dello Stato in nome del bene comune. Quando il capitale viene concesso in affitto al lavoratore, (fatta sala la proprietà) il proprietario ricava l’interesse dalla concessione in lavoro. Ciò contribuisce anche all’aumento della produzione nazionale e al benessere comune che è uno dei più gravi doveri sociali.
Un capitale produttivo è un valore economico. Il lavoratore pone l’’attività producente.
Che cosa spetta al proprietario? L’interesse sul valore commerciale del capitale e la garanzia circa l’integrità assoluta di tale valore. Che cosa spetta al lavoratore? Il prodotto intero, cioè il frutto naturale di ciò che ha posto lui, vale a dire del lavoro, con l’obbligo, però, di pagare l’interesse e di garantire il valore del capitale.
CON LA NUOVA IMPOSTAZIONE cade il contratto tradizionale con la sua formula più o meno esplicita: «mi fai fruttare questo capitale il più possibile, ed io ti darò un salario che incida il meno possibile sul mio incasso». Superiamo la schiavitù. Il capitalista è l’organizzatore, il finanziatore e il proprietario dell’impianto produttivo; il lavoratore è il produttore. Ad ognuno spetta il frutto naturale di ciò che pone nella produzione. Il capitale produttivo è un valore economico che può fruttare al proprietario solo un interesse; il lavoro producente è un’attività valutabile solo in base al prodotto. Mai l’uomo affittato al capitale, ma il capitale affittato all’uomo.
Il salario è un assurdo: ognuno si paga da sé; il proprietario con l’interesse sul valore del suo capitale, il lavoratore col valore da lui prodotto.
Vantaggi della nuova impostazione
Né i lavoratori avranno più motivo di accusare i proprietari come sfruttatori, né i proprietari avranno più motivo di considerare i lavoratori come nemici della loro proprietà o come ostacoli ai loro guadagni.
Non vi saranno più motivi per la lotta di classe. Una volta realizzata l’autonomia dei lavoratori, gli scioperi non avranno più senso. I demagoghi non potranno più promettere tante fortune ai lavoratori, perché questi avranno modo di costruirselo da sé.
I pericoli dell’inflazione si ridurrebbero di molto. Sarà difficile ai profittatori valersi degli ideali di patria e di religione pei imporre le più esose ingiustizie sociali. Il frutto dell’attività dei lavoratori apparterrà ad essi soltanto. Dalla produzione trarrà vantaggio tutta la società.
I proprietari si troveranno nella necessità di migliorare i loro impianti produttivi, perché l’interesse che ricaveranno dalla concessione in affitto sarà in rapporto al valore del capitale; e questo, a sua volta, sarà stimato in rapporto alla sua efficienza.
Diminuirà il fenomeno degli arricchimenti ingiusti. Alla ricchezza potranno accedere tutti con mezzi giusti a vantaggio dell’evoluzione sociale.
CONCLUSIONE
L’evoluzione della civiltà sta nella consapevolezza della umana dignità. E’ giustificata dalla Ragione la figura dell’organizzatore, del pioniere economico: figura sempre degna di rispetto e di gratitudine.
Se ognuno lavorasse per sé, o con capitale proprio o con capitale preso in affitto; e se ognuno fosse responsabile della sua fortuna personalmente, si eviterebbero molte ingiustizie, si eliminerebbero molti pretesti di lamento, si produrrebbe bene in ogni settore dell’economia nazionale ed il benessere generale aumenterebbe.