Nessuno va lasciato solo (Gian Franco Saba 2026)

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Giornata degli anziani creativa con anziani che sono grati e aiutano

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Festa è stare con Dio e con gli altri. Chi si oppone al condividersi con gli altri va nell’odio. Il cuore festoso guarisce la famiglia.

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Vivere con gli altri

Nel vivere per soddisfare se stessi gli altri come non esistessero.

Chi vuole il perdono vive con la luce di Cristo salvatore.

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Perfetti Orlando sacerdote per il bene di tutti, sempre

Sacerdote

 ORLANDO PERFETTI

TESTIMONIANZE di don A. Corradini e mons. V. Vagnoni

Una fede luminosa

una docile obbedienza.

una condotta esemplare

fecero di Lui un Sacerdote

secondo il cuore di Dio.

Maestro Guida Pastore

assiduo silenzioso lavorò

nella Scuoia nella Curia

nella Parrocchia di S. Gregorio

con saggezza soavità sollecitudine

mai cercando onori mai vantaggi.

Nella infermità dolorosa

per quindici anni sofferta

con pazienza eroica

immolò e consacrò la vita.

Povero e stanco pregando

si addormentò tra le braccia di Dio.

Pensiamo di fare cosa utile e gradita a quanti lo conobbero e stimarono, offrire un breve profilo di

 Orlando Perfetti

professore del Seminario, Cancelliere di Curia e parroco di S. Gregorio in Fermo. Egli, con la sua vita esemplare, col suo zelo pastorale, con la sua attività di uomo di cultura ha lasciato un’impronta indelebile nella Chiesa fermana.

Il profilo che presentiamo emerge dall’affettuosa ed autorevole testimonianza di due sacerdoti suoi amici, mons. Achille Corradini e mons. Vincenzo Vagnoni, che lo hanno conosciuto profondamente e che lungamente sono stati al suo fianco nel lavoro pastorale.

*+*

Achille Corradini NELLA CHIESA di San GREGORIO MAGNO  28 luglio 1980

Caro Don Orlando, sei arrivato prima di me nella bella casa del Padre. Mi sto chiedendo quando arriverò anche io; certo ‘’fra non molto. La mia vita è stata già di quattro anni più lunga della tua; e allora, preparami il posto, pregando per me perché possa fare anche io una morte santa, mormorando preghiere, come santa è stata la tua.

Domani è mercoledì! E tu tutti i mercoledì alle ore 12, mi aspettavi per la solita visita settimanale; io, puntuale, arrivavo e mi sentivo rivolgere la solita domanda: “Che cosa c’è di nuovo?”; e tu godevi delle buone notizie, e ti rattristavi di quelle indesiderate. Nella tua lunga e dolorosa immobilità, mai sei stato indifferente alle vicende religiose e civili della nostra città e della nostra diocesi. Domani e negli altri mercoledì non verrò più nella casa parrocchiale di San Gregorio per salutarti; verrò col pensiero e con l’affetto nel cimitero di Penna San Giovanni a pregare per la tua pace e per la tua felicità, con Dio, in Paradiso.

NEL SUO PAESE NATIO

     Don Orlando Perfetti nacque il 13 luglio 1907 a Penna San Giovanni, paese tutto di vaste e profonde tradizioni religiose, come possono dimostrare i non pochi sacerdoti dati alla diocesi nella prima metà di questo secolo.

     La sua casa, come quella della parabola, era fondata sulla roccia; la roccia della fede e dell’onestà, della laboriosità e della pietà della sua famiglia … Come mai, Don Orlando, non resti fra noi, a Fermo, dove pure hai trascorso quasi intera la tua vita di sacerdote e di parroco? Perché preferisci tornare lassù? … Forse anche per questo, perché dal paese natio e dalla famiglia hai avuto quella ricchezza di doti e di virtù, che poi profondesti nei vari campi di apostolato che ti furono affidati dalla provvida saggezza di Dio.

NEL SEMINARIO: ALUNNO

     Entrò nel seminario il 30 ottobre 1919; io vi ero già dal 3 novembre 1914 e mons. Roberto Nogara, il Rettore, di cara memorabile memoria, mi aveva nominato prefetto dei “seminaristi novelli” nella camerata di S. Tommaso, dove lo accolsi con altri non pochi ragazzi. Apparve un po’ smarrito nei primi giorni; ma subito, docile e paziente, mostrò di essere capace di superare le difficoltà della nuova vita.

     Il Signore lo mise immediatamente alla prova: frequentava il terzo anno di ginnasio, quando fu colpito da una paurosa malattia che mise a repentaglio la sua vita. Riuscì a superarla, ma essa ritardò di un anno a lui il raggiungimento della meta desiderata. Quella malattia, nel ricordo di oggi, potrebbe apparire come il preludio di quella vita di sofferenze, alla quale lo destinavano i mirabili disegni di Dio. Come se il Signore volesse che il suo futuro sacerdozio fosse contrassegnato e impreziosito dal carisma del dolore; e fu un carismatico del dolore, fino alle atrocità negli ultimi quindici anni della sua vita.

Rientrato con gioia nel seminario, col passare degli anni, si venivano maturando, sempre più evidenti, le sue doti di natura e i suoi doni di grazia. In breve tempo emerse tra i compagni per bontà, diligenza e profitto; senza difficoltà e in modo brillante, anche se velato da molta innata modestia, percorse tutto il ciclo degli studi. Ma fu nei corsi di liceo e di teologia dove più evidenti e lusinghiere apparvero le sue attitudini. Riusciva molto bene nella conoscenza della matematica, disciplina invisa alla maggior parte degli alunni. Nello studio delle scienze teologiche rivelò la passione del futuro maestro e del ministro dei misteri di Dio. Penetrò con acume le verità della fede; assorbì con sensibilità scrupolosa le norme della morale cristiana; e questa integrità della fede e questa sensibilità morale conservò inalterate, nonostante gli orientamenti moderni.

     Aveva una intelligenza tersa, limpida che lo portava quasi senza sforzo verso le verità più alte; aveva una volontà così docile, che gli faceva trovare quasi troppo facili le disposizioni della legge di Dio, anche là dove altri ne vedevano e ne sentivano il peso. Apprensivo, quasi morbosamente, temeva anche l’ombra del male e vedeva il pericolo più grave e più vicino di quello che non fosse, sempre preoccupato a schivarlo e a tenerne gli altri lontani.

     Gli insegnamenti della Chiesa, nella voce dei Pontefici e dei Vescovi, erano per lui sacrosanti e da essi mai si volle minimamente discostare; non volle mai accogliere nella mente e nella condotta le idee nuove e le nuove larghezze dei “nuovi padri”; a questi del secolo ventesimo preferì i PADRI dei secoli antichi. Così sempre si comportò, con sé e con tutti, durante la vita di sacerdote, nei molti campi, delicatissimi, in cui si trovò impegnato

SACERDOTE

     Il 6 dicembre 1931 fu ordinato Sacerdote da Sua Ecc.za mons. Carlo Castelli, il Vescovo che aveva ormai addolcito, ma non eliminato la primiera severità, il Vescovo al quale era quasi impossibile disobbedire, il Vescovo che ai suoi eletti non faceva perdere tempo in quelle attività che allora si chiamavano “vane e non pertinenti”; ma subito i sacerdoti impegnava là dove riteneva fossero più adatti e necessari.

     I quasi quarantanove anni del suo sacerdozio Don Orlando li impiegò prevalentemente in questi tre campi di lavoro e di non facile attività: la Scuola – la Curia – la Parrocchia.

INSEGNANTE NEL SEMINARIO

A cominciare dall’anno scolastico 1932-33, ebbe l’incarico di insegnare nel ginnasio del nostro Seminario ed io lo ebbi per alcuni anni collega nelle stesse classi: egli insegnava la matematica ed io le lettere; facile quindi immaginare come ci siamo fin da allora conosciuti e voluti bene.

     Nel 1937 fu destinato al corso teologico per insegnarvi Diritto Matrimoniale poi Dommatica, Morale, Pastorale e Luoghi teologici. Il campo si presentò immenso, arduo di difficoltà e pesante di responsabilità di fronte ai superiori, ai colleghi e agli alunni.

Per quanto mi sforzi, non riesco a ricordare di aver sentito lamenti e preoccupazioni circa il suo insegnamento; e non era certo facile accontentare gli alunni, che comin-ciavano a sentire e a risentire gli orientamenti nuovi sia della teologia che della morale. Don Orlando, però, alle lezioni prudentemente si preparava e non vi meravigliate se aggiungo che umilmente pregava. I superiori, soddisfatti del suo insegnamento e del suo impegno, alla morte di Don Francesco Manardi, lo nominarono “Prefetto degli Studi” per tutte le scuole del Seminario. So anche un’altra cosa, certo più valida e più significativa: non è forse buon segno e gradita testimonianza, quando gli alunni, diventati sacerdoti, ricercano ancora il loro insegnante? E questo hanno fatto tanti dei suoi ex-alunni che, impegnati ad affrontare i non facili problemi dell’attività pastorale, spesso venivano da lui a chiedere consigli e a cercare suggerimenti. Era il sacerdote più consultato da superiori e confratelli, perché ritenuto saggio, equilibrato, umile, comprensivo e paziente. Ed è restato tale, fino agli ultimi giorni della sua vita, perché Dio gli ha mantenuta intatta la lucidità della mente.

INSEGNANTE NELL’IST. MAGISTRALE “BAMBIN GESÙ”

      Fu insegnate di religione nell’Istituto Magistrale “Bambin Gesù” di Fermo; lo fu per breve tempo, tuttavia con tale efficacia, da lasciare un caro ricordo di sé per l’umile semplicità della presenza e della parola: era facile accorgersi della profondità della dottrina che possedeva in modo sicuro.            

     Uomo di tatto e discreto nei suoi interventi, fu designato ad essere Delegato Arcivescovile per l’insegnamento della religione non solo nelle scuole dipendenti dall’Autorità ecclesiastica, ma anche nelle Scuole statali. Quando, in qualche rara circostanza, ci fu la necessità di rimediare a qualche inconveniente, egli lo fece con tale delicatezza della scuola.

NEL CAPITOLO METROPOLITANO

     Nel 1937 entrò a far parte del Capitolo della nostra Metropolitana con la qualifica, ben significativa, di Canonico Teologo; tale restò per dodici anni, fino a quando divenne parroco di San Gregorio qui a Fermo. I colleghi del Capitolo gli offrirono, in quella occasione, il titolo di “Canonico onorario”.

NEL TRIBUNALE ECCLESIASTICO: diocesano e regionale

     Nel 1934, quando aveva appena 27 anni, ebbe l’incarico di Cancelliere nel Tribunale diocesano. Più tardi, nello stesso tribunale, divenne Difensore del Vincolo. In questi incarichi, dove il lavoro è sempre pesante, difficile e delicato, ha. dimostrato non solo competenza e attaccamento alla legislazione della Chiesa, ma anche comprensione delle situazioni, spesso delicate e tanto dolorose, della vita familiare nel nostro Paese.

     Fu nominato anche Promotore di Giustizia nel Tribunale Regionale per le Cause Matrimoniali. Altri, molto meglio di me, potrebbero illustrare questo aspetto importantissimo della sua attività sacerdotale: è questo un lavoro che il popolo non conosce o

conosce male.

NELLA CURIA ARCIVESCOVILE

     Non sono soltanto io a ricordare con soddisfazione e rimpianto il nostro caro Don Orlando quale Cancelliere Generale di Curia: presente, assiduo ed attivo nell’ufficio importante e delicato.

Non sarebbe stato una gran cosa se i Sacerdoti ivi lo avessero frequentato per il disbrigo delle solite pratiche della burocrazia ecclesiastica. Ma, ivi, molti lo andavano a cercare, sicuri di trovarlo, per i loro così detti “casi di coscienza” e ne uscivano tranquillizzati e soddisfatti con il bandolo della matassa in mano.

NELLA PARROCCHIA DI SAN GREGORIO MAGNO

     Nel 1949 venne eletto parroco della parrocchia di San Gregorio Magno, parrocchia piccola, ma in essa si erano formati e ne erano usciti due Vescovi eccellentissimi, suoi immediati predecessori: i monsignori Massimiliano Massimiliani, vescovo di Modigliana e Roberto Massimiliani, vescovo di Civita Castellana, Orte e Gallese; a questi potrei aggiungerne un terzo: mons. Michele Fontevecchia, parrocchiano di San Gregorio quale Rettore dell’omonimo Collegio, divenuto vescovo di Aquino, Sora e Pontecorvo. Di queste “glorie parrocchiali” Don Orlando si compiaceva, specialmente quando li aveva celebranti in chiesa e commensali nella sua casa, specialmente in occasione della festa di San Gregorio.

     Piccola la sua parrocchia, pochi i suoi parrocchiani, ma erano, e sempre fino alla morte sono restati, il suo “piccolo gregge”. Di esso Egli poteva dire: “conosco tutte le mie pecorelle ed esse conoscono me; potrei chiamarle una ad una per nome ed esse riconoscerebbero la mia voce”.

     Quale parroco di grandi parrocchie nelle grandi città potrebbe dire altrettanto con la stessa compiacenza, con la stessa tranquillità? Tutti i suoi parrocchiani lo conoscevano, lo stimavano, gli volevano bene. Lo dicano specialmente quei fedelissimi che lo hanno confortato negli ultimi mesi, negli ultimi giorni, assistendo con particolare devozione alla celebrazione della santa Messa nel piccolo studio, seduto in poltrona. Era quello, ogni giorno, sempre di più il divino sacrificio di Cristo, l’umano sacrificio di don Orlando, sacerdote di Cristo in eterno.

     Quando nel 1975, costretto dalle infermità, rinunciò alla parrocchia, tanto e sempre amata, il dolore che ne provò fu tra i più forti della sua vita. Più volte me lo ripeteva confidenzialmente, sicuro di trovare chi facilmente lo potesse comprendere. Mi diceva: “Lo capisco, è giusto, ma non posso restare insensibile!” Chi restasse insensibile, del resto, dimostrerebbe di non avere mai profondamente amato la parrocchia e i parrocchiani.

     Quando, ogni mercoledì, andavo a trovarlo, salendo le scale, scherzosamente, quasi gridando, chiedevo: “C’è il signor curato di S. Gregorio?” Entrando nel piccolo studio, lo trovavo sorridente; qualche volta scrollava la testa; allora io più forte dicevo: “Una volta abbate, sempre abbate” una volta parroco, resti sempre parroco…, e lui, col mesto sorriso della sua insoddisfazione, mi guardava intensamente.

     E adesso, carissimi parrocchiani di S. Gregorio, il vostro parroco è morto e sta per partire; non voglio che voi diciate: “E’ morto!” perché è vivo…Non voglio che voi diciate: “Non c’è più!”, perché c’è ancora: parroco vostro prima; si sono sciolte le sue membra, per tanti anni legate; sono finiti i suoi dolori, spesso atroci; la sua Croce è diventata il suo trono.

SULLA CROCE

Che mistero sconcertante è quello della Croce, sia la Croce di Cristo che la Croce del cristiano! Chi riesce a capire nelle sue altezze e nelle sue profondità, nella logica e nelle contraddizioni della giustizia e della misericordia, il mistero di un Dio che si fa uomo, e per salvare tutti gli uomini, attua il sacrificio supremo e si immola sulla Croce come un reo, come un infame, mentre è l’unico Innocente? ed è forse facile spiegarsi i tanti innocenti crocifissi, crocifissi i buoni?… E non per TRE ORE, ma per anni, per quindici anni?

     Questa mia che vi espongo, non è un’idea di adesso, non è un riferimento che faccio solo oggi, pensando a lui. Tante volte il letto o la poltrona, dove vedevo immobile D. Orlando, mi sono apparsi come una Croce e lui come un crocifisso. Non l’ho mai sentito lamentarsi, nemmeno quando scorgevo, rapide sul suo viso, le contrazioni della sofferenza. E se anche avesse emesso, specie negli ultimi giorni, un gemito per gli atroci dolori, chi si sarebbe meravigliato? Piuttosto mi domandavo come facesse a sopportare quel suo lungo martirio, senza chiederne la fine, anche se la poteva desiderare.

     La sua eroica sopportazione chiarisce il MISTERO DELLA CROCE.

     Il suo atteggiamento fa pensare alle stupende parole di S. Paolo: “Io completo nel mio corpo quello che manca dei patimenti di Cristo… e che cosa sono i patimenti della terra a confronto di quel carico di gloria e di gaudio che il Signore nel suo regno tiene preparato per i suoi servi fedeli?”

     Il mistero della Croce per il cristiano è spiegato anche da queste altre parole del Maestro: “Chi vuol conservare la sua vita, la perderà; chi è pronto a perderla per me, la salverà”. E D. Orlando conosceva meglio di me queste parole; in esse credeva e sperava, per questo è morto come un Crocifisso, tranquillo.

IN PARADISO

     Fra poco noi canteremo con fede per lui, nel desiderio che domani lo si canti per noi, l’inno trionfale dell’ingresso nella Patria:

                “In Paradiso ti accompagnino gli Angeli

                 al tuo arrivo ti accolgano i Martiri

                 e ti conducano nella santa Gerusalemme”.

     Noi che lo abbiamo visto per anni celebrare faticosamente la sua Messa dolorosa, seduto, con i paramenti sacri ridotti, sopra un piccolo tavolo, nello studiolo modesto; noi che Io abbiamo visto adagiato nella bara, con indosso i paramenti completi della terrena tristezza, perché non dovremmo contemplarlo concelebrare con una schiera innumerevole di sacerdoti la celeste liturgia della gloria in una Messa che mai si concluderà con “andate in pace, la Messa è finita…”, perché dal tempio eterno di Dio nessuno degli eletti mai se ne andrà e perché i canti del GLORIA, del CREDO, del SANCTUS, dell’AGNUS DEI sempre risuoneranno sulle labbra degli Angeli e dei Santi?

                       Una cosa sola credo ci resti: dire fiduciosi e commossi a D. Orlando: “Prega per noi, per il Vescovo, i Sacerdoti, il Seminario; prega per i tuoi parrocchiani e per tutti i fedeli della Città e della Diocesi; prega per la Chiesa santa, per il Papa, i Vescovi del mondo; per l’Italia e per il mondo prega, chiedendo a Dio per tutti grazia e verità, giustizia e libertà, lavoro e pane e, nella immensa tranquillità dell’ordine, la PACE!

Noi per te, caro D. Orlando, diciamo: l’eterno riposo donagli, o Signore; risplenda a lui la luce perpetua, riposi in pace, amen, amen”.

     Sua Eccellenza il nostro Arcivescovo porge le sue vivissime condoglianze a tutti della famiglia Perfetti, a tutti della parrocchia di S. Gregorio ed anche l’incarico di ringraziare tutti coloro che hanno usato costante e delicata carità verso il defunto.

     Ringrazio in modo specialissimo mons. Giuseppe Roscioli, meraviglioso nella sua lunga e diligente assistenza; la domestica Gina che è stata per D. Orlando come una sorella premurosa; i signori Merlo e Ciuccarelli, che ogni giorno erano al suo fianco.

     Dio li ricompensi della loro squisita carità.

                                                                        Mons. Achille Corradini

*+*

IN MEMORIA DI MONS. ORLAND0 PERFETTI

     Mi è stata chiesta una testimonianza sulla figura di mons. Orlando Perfetti.  A dire il vero, ho sotto gli occhi l’elogio funebre pronunciato da mons. Achille Corradini, così ricco di particolari sulla vita pastorale di D. Orlando, così caldo di affetto fraterno e commovente nel rievocare il calvario sofferto dal caro confratello, da rendere inutile qualsiasi altra testimonianza: è vero!

      Ma nel rapporto tra persona e persona corre una vita spirituale che ha caratteristiche personali, reciproche, suscitate da stima, da cordialità, da amicizia: motivi questi che ci fanno cogliere caratteristiche che spesso passano inosservate; ecco allora che la testimonianza diventa ricordo personale, episodico, interessante.

      Sono questi i motivi che mi spingono a scrivere queste poche righe; lo faccio molto volentieri; per me è un dovere, perché è stato lui che ha determinato una svolta nella mia vita sacerdotale.

      Era il 17 giugno del 1944, l’esercito tedesco era in piena rotta e stava per giungere quello polacco. In quel giorno, in seguito ad un grave incidente, veniva a mancare mons. Luigi Petetti, Vicario generale.

      Non molto tempo dopo, mentre una mattina mi recavo all’ospedale civile, presso la chiesa della Misericordia incontro D. Orlando; mi ferma e mi dice: “Domani ti chiamerà mons. Arcivescovo; a quanto ti chiederà tu dovrai rispondere di sì”. Difatti il giorno dopo, chiamato da mons. Perini, mi venne comunicata la sua decisione di nominarmi Vicario generale.

     Cercavo di disimpegnarmi da questo delicato ed oneroso incarico adducendo la mia pochezza e la non preparazione teologica e giuridica la risposta fu questa: “tu vai giù, fa quel che puoi, al resto penserò io”.’

     All’arcivescovo Perini, data la presenza di D. Orlando in Curia come Cancelliere e Difensore del vincolo matrimoniale nel tribunale ecclesiastico, non premeva molto scegliere un Vicario di profonda erudizione giuridica, ma una persona che sapesse accettare nel suo ufficio con bontà e cordialità i suoi confratelli. Così divenni Vicario generale; ma chi ha messo avanti il mio nome (non so il perché) è stato certamente mons. Perfetti, il grande consigliere dei due arcivescovi mons. Attuoni e mons. Perini.

     Si può dire che chi dirigeva in quel tempo la Curia (ad eccezione dell’ufficio amministrativo) era don Orlando, con la sua mente lucida, capace di sciogliere le questioni più intricate con la -massima semplicità e disinvoltura. Delicatissimo nell’attendere al SUO affido, mai veniva ad interloquire nei miei rapporti personali con i sacerdoti.

Coltivava molto le sincere amicizie e qualche volta mi invitava nella sua casa di Penna S. Giovanni per celebrare insieme ai suoi qualche lieto evento.

     Amava tanto i suoi, e volle- che la sua mamma, specialmente nella sua vecchiaia, fosse presso di sé, circondata da tutte le delicatezze di cui è capace un figlio. Quando ella reame a mancare, si velò la serenità del suo volto, sempre confortato dalla Fede.

     Ho sempre ammirato in lui lo zelo per mantenere in vita il gruppo parrocchiale di Azione Cattolica. Mons. Roberto Massimiliani, con la sua personalità gioiosa, col suo cuore aperto aveva attirato attorno a sé una folta schiera di giovani. Il suo circolo giovanile “S. Gabriele dell’Addolorata” era una fucina di iniziative: cultura, sport, escursioni. La sua elezione a vescovo di Civita Castellana, Orte e Gallese, nel 1948, lo allontanò dalla parrocchia di S. Gregorio e dal suo gruppo giovanile; era un problema far restare vivace e fattivo questo centro di formazione e di attività giovanile. D. Orlando, nominato parroco di S. Gregorio nel 1949, pur immerso nei suoi studi teologici, non chiuse le porte del circolo, ma col suo zelo, la sua bontà ed affabilità continuò a tener viva la sua Associazione.

     Amava tanto l’Azione Cattolica; per aggiornarci nel campo della pastorale giovanile, il 16 luglio 1935 ci trovammo insieme nel celebre Santuario di Oropa. Fu in questa circostanza che in un pomeriggio ci recammo a Pollone per visitare la tomba di Piergiorgio Frassati e cogliere, come ricordo, le stelle alpine. Nella villa fummo accolti tanto gentilmente dalla mamma di Piergiorgio, che ci ricordava commossa gli episodi della vita di suo figlio.

     Un altro episodio che dimostra il suo vivo interesse per quanto si andava realizzando nel settore dell’apostolato culturale e giovanile fu la nostra visita alla Cittadella di Assisi, fondata da don Giovanni Rossi. Eravamo in tre: D. Orlando, D. Tommaso Mariucci ed io.

La visita fu molto interessante perché ci permise di ammirare le numerose pubblicazioni cristologiche, la raccolta fotografica delle opere d’arte riguardanti la figura del Cristo, la raccolta di capolavori di vari scultori e pittori, specialmente di un artista americano convertito che, con la fantasmagoria del colore, riusciva a dare il senso della divinità di Gesù.

     D. Giovanni Rossi in quella occasione, oltre a farci da guida, fu con noi tanto gentile da presentarci, durante il pranzo, ai suoi giovani esprimendo un caloroso saluto alla Chiesa fermana.

     Sono ricordi personali episodici che indicano, però, la sete di D. Orlando di conoscere e sperimentare quanto si andava facendo nel campo della educazione della gioventù.

IL MINISTERO PARROCCHIALE

     Una sua grande preoccupazione fu il decoro della sua chiesa. Non pago di vederla così splendida per l’arte di Sigismondo Nardi, volle che l’altare e la balaustra con marmi policromi corrispondessero all’armonia e alla bellezza del resto della chiesa.

     La sua chiesa, d’altronde, era il luogo dove egli affinava la sua profonda spiritualità, svolgendovi il ministero sacerdotale e l’azione pastorale, con le sue lunghe ore di preghiera, la sua catechesi ai giovani e la sua omelia domenicale sempre lucida e penetrante. Forse pochi sanno della sua costante presenza al confessionale come illuminato direttore di manifestava i tesori divini ed avviare le anime verso il serio cammino della santità. Solo il Sapore conosce il grande bene che egli ha saputo fare nel segreto del confessionale.

     Altra caratteristica della sua attività pastorale era la sua costante presenza nelle famiglie; accostava tutti, dispensando i suoi seri ammonimenti ed i suoi saggi consigli, venendo spesso anche incontro ai bisognosi. Era ricevuto sempre con grande rispetto e cordialità e spesso riusciva a creare una profonda e sincera amicizia anche con persone lontane dalla fede e dalla pratica religiosa.

     Non si deve forse al suo zelo il ritorno di qualche “pecorella smarrita all’ovile”?

     Un giorno mi trovavo nel palazzo vescovile dove era ospitato padre Lombardi; ad un certo momento si sente suonare alla porta. Era una persona ragguardevole che chiedeva di conferire con padre Lombardi; era della parrocchia di S. Gregorio e nella sua casa spesso si recava D. Orlando.

     La festa di S. Gregorio era un’occasione per incontrare tutti i suoi fedeli in chiesa e nella pratica dei Sacramenti. Egli non mancava di preparare tale festa con un’accurata predicazione, con solenni liturgie ed anche con un’agape fraterna cui partecipavano il Pastore diocesano, i sacerdoti che servivano la parrocchia e i suoi amici, e ne erano tanti.

IL SUO CALVARIO

     Quando nel 1965 fu colpito da emiparesi, cominciò il suo calvario, il suo martirio nel dolore. Si può immaginare un sacerdote nella pienezza delle sue forze, lucido nel possesso della sua intelligenza, con la volontà di operare nel campo dell’apostolato, immobilizzato, costretto ad abbandonare tutta l’attività pastorale e culturale?

     E’ questo il momento nel quale egli trasforma la sua casa in chiesa domestica frequentata da persone devote; lo seguono in molti nella celebrazione della santa messa, nella recita del Rosario e in altre pratiche di pietà. E’ una fedeltà ammirevole, commovente, è una comunione di fede e di speranza ed anche una preghiera accorata per ottenere la sua guarigione. E’ il momento in cui si possono ammirare la fedeltà e l’attaccamento degli amici che lo aiutano e lo confortano. Si susseguono nella sua casa per visitarlo tanti buoni sacerdoti, specialmente mons. Giuseppe Roscioli, mons. Achille Corradini e tanti altri suoi ex-alunni; vi si recano buoni laici come Merlo, Ciuccarelli, Diletti, l’ing. Trenta e molti altri a lui profondamente legati da venerazione e amicizia.

Ammirevole è stata anche la domestica Gina, che con la sua giovialità sapeva alleviargli le sofferenze.

     Povero e stanco, pregando si addormentava tra le braccia di Dio il 28 luglio 1980.

          E’ stata santa la sua vita? Sì!

         “Una fede luminosa, una docile obbedienza,

          una condotta esemplare non erano frutto di Santità?

          Il suo silenzioso lavoro svolto con saggezza, serietà,

          sollecitudine, non era            

          espressione  di una vita offerta per il bene

          dell’intera Chiesa fermana?”

  La sua vita nel dolore è stata un dono di vittima a Cristo per la gloria del Padre.

Ringraziamo il Signore che ci ha dato un sacerdote secondo il suo Cuore.

      D. Orlando vive ora alla luce del Volto del Signore: preghiamolo!

Fermo, li 3 ottobre 1987

          Mons. Vincenzo Vagnoni

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Progresso, sviluppo, benessere, miglioramnento

Chi si adopera in modo operativo pratico affinché ci siano per tutti il progresso, lo sviluppo, il benessere, i miglioramenti vedrà la loro realizzazione; al contrario chi non li condivide con tutti non porta nulla di utile. Si illude la felicità da sé, per sé, strumentalizzando gli altri. Non vede luce.

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Formazione, sportività, bellezza

La formazione esige l’unità dei formatori.

Lo spirito accogliente è sportivo

La cultura vale quando produce bellezza.

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La pace è fermentata

Fermento che fa vivere la pace è l’unione dei cristiani e tra loro in Cristo.

La dignità umana fraterna produce pace e difesa del valore della vita.

Il rispetto della vita è il più grande patrimonio dell’umanità

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Pensiero vitale: verità, economia, sinodalità

Per illuminare e infiammare il cuore e la mente serve la verità.

L’economia in ogni attività serve per il bene delle persone con la fraternità. Non venga sfruttata la persona umana per l’economia dei guadagni.

Insieme, non per il proprio tornaconto, ma per camminare insieme ascoltiamo le persone con spirito di amicizia ed empatia.

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Non i potenti ma Dio dirige la storia

Il futuro non è in mano ai potenti della terra che pur vogliono dominare; il futuro è di Dio e la storia è nel realizzarsi del suo mistero di regno della salvezza.

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