Servigliano. Nomi dei Parroci dal secolo XII ad oggi nella parrocchia san Marco

<luoghifermani.it> PARROCI A SERVIGLIANO – SAN MARCO –

I primi nomi conosciuti dei pievani serviglianesi nella diocesi di Fermo, dopo i primo secoli cristiani sotto il vescovo della diocesi di Falerio, sono del secolo XIII:  don Gentile nel 1202; don Morico nel 1215, don Pietro nel 1219, don Ippolito nel 1220, don Diotaiuti nel 1232, don Grazia nel 1272, don Avellino nel 1290, don Fratuccio nel 1299.

Non si son trovati nomi di pievani del secolo XIV. Il secolo XV inizia con il pievano don Marino Iohannis, seguito nel 1448 da don Antoniolo Nicolai. Don Marco Greci nel 1497, poi don Pietro Antonio fino al 1506.

Nel secolo XVI per un anno nel 1506 fu nominato pievano  don Giovanni, segretario del vescovo fermano Francesco, poi don Gerolamo Nicolai  ( o Di Nicolò) dal   1507 . Nel 1555 don Brancadoro Tornabuono restò sino alla presa di possesso della Confraternita incaricata.

Dal 1562 subentrò la gestione della Confraternita del Corpus Domini che eleggeva tre cappellani che officiavano a turno la chiesa parrocchiale. I preti beneficiati  celebravano negli altari laterali.

Nel secolo XVII fu nominato curato don Francesco Iaffei seguito da don Domenico Vittori  dal 1652 fino al 1687 quando gli succedette don Domenico Gualtieri fino al 1716. Dopo un anno e mezzo di economato di d. Giovan Francesco Navarra, nel 1719 divenne parroco  don Venanzo Prosperi fino al 1726. Successore per trentacinque anni don Carlo Antonio Andreozzi. Dal 1770 don Francesco Giacomozzi fino al 1779, continuato da don Vicenzo Vincenzi a Castel Clementino.

Nel secolo XIX dal 1807 fu arciprete don Giovanni Domenico Luciani, continuato nel 1816 da don Francesco Maria Luciani per un anno, poi fu parroco arciprete dal 1817 al 1822 don Nicola Vitelli, continuato dal don Gaspare Gualdieri morto nel 1840. Divenne economo don Giovanni Vittori, poi arciprete dal 1841 don Tommaso Marini per ben cinquantun anni. Don Ascenzo Curi subentrò arciprete nel 1892.

Nel secolo XX nel 1906 divenne per pochi mesi economo don Giuseppe Selandari. Nel 1907 la parrocchia fu data a don Raffaele Gasparri, dimissionario nel 1921, continuato da don Giuseppe Oreste Viozzi fino al 1966. Nel 1967, dopo il Concilio Vaticano II fu parroco don Giorgio Quondamatteo fino al 1992, poi don Umberto Eleonori fino al 2003. Poi don Luigi Marini fino al 2010. Recentemente successore è stato don Piero Pigliacampo cui subentra nel 2015 don Gianfilippo Giustozzi che ha successore nel 2016 don Mauro Antolini – DIU VIVAT –

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DISABILITA’ CHE SPRIME IL LATO UMANO DINAMICO NELLA SUSSIDIARIETA’

Galli Maria da Servigliano, da Marisa tetraplegica negli arti, ma abilissima nel lato umano. Nata a Servigliano nel 1931 ha fondato con Monterubbianesi Franco la comunità di Capodarco programmata per superare l’assistenzialismo e per animare la creatività dei diversamente abili (minorati). Si è spenta a Roma nel 2022 in una struttura di assistenza in residenza sanitaria per disabili. L’intenzione e il merito della vita proposta da Maria agli amici paraplegici era di gestire insieme la vita da protagonisti, non vivacchiare. L’esperienza degli incontri UNITALSI nei viaggi e nei santuari aveva infuso in lei la fiducia nei volontari soprattutto giovani che l’accompagnarono in carrozzina fino a quando non ebbe la macchinetta a motore elettrico, con leva di guida. Dal 1966 riuscì a convocare a Capodarco di Fermo, in una villa (in uso della gioventù dell’Azione Cattolica) gli amici che condividevano con il beato Novarese la spiritualità di “Volontari della sofferenza”. La spiritualità di Marisa Galli era nell’affidarsi a Dio perché il futuro è di Dio. Ritrovatisi insieme a Capodarco, condividevano le scelte delle attività, delle trasmissioni televisive, dei momenti di preghiera, delle terapie e dei tempi ludici oltre che della mensa. Erano protagonisti nel procedere autonomi nelle decisioni, considerando ospiti i collaboratori volontari. Certamente c’erano persone a cucinare e a procurare le cose necessarie da trasportare da altrove. La scelta fondamentale era di non ridursi ad essere persone assistite e passive, piuttosto di condividere con gli altri, per gli altri e per se stessi le scelte, gli spazi, il tempo. Spirito iniziale era voler evitare la passività nel ricevere la forma di vita da dirigenti o da amministratori invece preferivano essere liberi in sinergia tra di loro, senza omettere l’accompagnamento. Marisa dava un ruolo primario alle relazioni interpersonali e comunitarie per condividere in modo dinamico l’operosità confacente alle capacità individuali. La peculiarità della vita comunitaria consisteva nell’essere gestita da loro stessi (persone in carrozzina) praticando l’originalità valida e condivisa di voler ciascuno realizzare qualcosa di unico da offrire alla comunità e agli ospiti. Le diverse abilità di mente di cuore anche di azioni pur nell’handicap fisico non era sofferte come elemento di qualche disabilità ma doveva diventare elemento dinamico della personalità e della sussidiarietà. Ciascuno ha trovato il proprio spazio e il proprio modo di dare un apporto contribuendo con l’attivare le capacità individuali per vivere la compartecipazione realizzando insieme il valore di ogni persona. Ciò ha cominciato a entrare in crisi quando si smetteva di valorizzare la preghiera Eucaristica. Avevano ricevuto la benedizione dall’arcivescovo Fermano Norberto Perini come ente morale “Centro Comunitario di Gesù Risorto”. All’inizio celebravano l’Eucaristia del Risorto. A Roma l’amministrazione ha seppellito la comunità di Capodarco fulminata dai debiti.

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Senza Dio il futuro è vanificato

Illumina e fa illuminare le menti sollecitae da tante comunicazioni che Dio fa volgere al bene di tutte le persone.

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COLLINA DI FERMO oggi a Monte Vidon Combatte. Dispensa di Carlo Tomassini

Servigliano 2018

C O L L I N A

di MONTE VIDON COMBATTE

dispensa 2018 Servigliano

di     CARLO TOMASSINI

 Toponimi

 Morfologia e paesaggio.  Posizione e confini

 Aspetti demografici.  Attività economiche

 Istruzione e  sanità.  Turismo

 Insediamenti. Popoli antichi, i Piceni.  I Romani

 Sec. VI-VII;  secc. VIII-IX;  sec XI;  sec. XII;  sec. XIII;  sec. XIV

 Sec. XV;  sec. XVI; i  Ruffo; sec XVII;  sec XVIII;  sec. XIX;

  sec XX; Monadi Vincenzo

Chiesa di san Pietro;  chiesa san Salvatore; chiesa  san Marone o Maroto

 Chiese di san Procolo; di santa Maria: degli Angeli; e della Madonna di Loreto

 chiesa san Francesco da Paola;  chiesa sant’Orsola

 edicola; chiesa della Madonna del Carmine

 Dipinti, trittico, polittico,  Fra Marino Angeli

 Tradizioni

Documenti e Bibliografia

COLLINA  di Fermo

memorie geografiche storiche artistiche  e tradizionaLI

toponimi

(alfabetico dal sec. XII al XIX)

Agelli

Borgo di Collina

Bivio di Collina.

Campo Stefano

Carnevale

Cartaglie; Cortaglie

Castelletta; Castellitto

Castelvecchio

Cese, Le Cese

Colle d’Arena

Collina Nuova

Collina Vecchia

Corneto

Costione

Faletto

Fenare. La Fienara

Fontemela

Fontottone;  Fonte Ottone; Fontattone

Fossi

La Fienare;  Fenare

La Piaggia;  Piagge

Li Trocchi di san Marone

Madonna degli Angeli: Chiesa

Madonna di Loreto

Manici

Mastra Corda

Moglie

Monte della Formica

Montesicuro

Passo

Pian del Pero

Piane o piani di Ponte, Moglie

Piazza Migliore di Collina

Pisciarelle

Pittinello

Pinturetta di Collina

Policano

Ponticelli(vicino Castellano)

Salceto

San Francesco

San Marone o Maroto

San Pietro

San Procolo

San Martino

Sant’Orsola

Selva;  Le Selve

Solagna

Trescia

Valle Scura

Via Breve

Via di Sotto

Via Limite

Morfologia e paesaggio

       La vasta zona collinare che copre i tre quarti del territorio della provincia fermana, intervallata da fiumi e torrenti, ortogonali alla catena montuosa dell’Appennino, è una delle caratteristiche comuni di paesi Fermani, e di tutte le Marche, dove la breve pianura è adiacente al litorale adriatico.  Le acque e le nevi hanno modellato queste colline.

       Collina vecchia m. 329 s.l.m. e San Procolo a m. 279 sono poggi ameni dai dolci pendii. Aprono panorami che variano come le quinte di un teatro.

       I terreni, prevalentemente formatisi nel Miocene e nel Pliocene, presentano piegamenti e rilevamenti che subiscono modificazioni per le erosioni causate dalle precipitazioni, per cui, tra i campi, si notano avvallamenti e fossi.

   Per la qualifica geologica, la parte superiore di questi terreni collinari è costituita dalle sabbie  gialle sovrapposte alle marne turchine. Queste colline medio alte hanno terreni calcarei argillosi permeabili alla pioggia e ricchi di minerali.

       Il clima di Collina è  mite, temperato,  nel variare delle temperature stagionali, senza una rigidità dura d’inverno, né un’eccessiva afa d’estate.

       Collina è ricca di acque a motivo delle falde acquifere delle fonti, come Fonte Magna e Fonte del Fuso; inoltre  rivi e torrenti: Il fosso dei Pianisi affluisce nel Rio Retruso che scorre verso il torrente Ete. Alcuni fossati segnano i confini: Fosso dei Piani al confine NO con Montottone. A  N il confine con Monte Giberto scorre lungo il fossato detto Rio nella contrada Agelli.

       Il paesaggio rurale è articolato  dal variare degli elementi costitutivi che sono le case rurali, le strade comunali e vicinali, le piante varie tra cui querce, pioppi, gelsi, piante da frutto, viti, ulivi.

Posizione e confini

      Ecco le contrade  con le altitudini: a NE confine con Petritoli, il Colle San Martino (m.209), con il fosso San Martino. A fronte, la contrada San Francesco ha nome dalla chiesa omonima. Lungo la strada che passa davanti a San Procolo e nel pendio occidentale sono le contrade Le Rene (un dì Arena) e Solagna.

   San Procolo (m.279) è separato da Collina Vecchia  da un avvallamento causato da smottamenti del sec. XVIII. Una strada da Fontottone  va a sinistra verso Sant’Orsola (m.293), Madonna di Loreto, e a San Marone (m.280).  Al bivio si sale per Collina Nuova (m.325).  Più in basso, Collina Vecchia, si trova in zona ricca di acque e franosa per cui, più volte, ne sono state ricostruire le mura. Agli agenti geologici nel 1915 si aggiunse il terremoto sicché l’esodo fu inevitabile e la popolazione si trasferì completamente nel 1934  sull’altura di Collina nuova.

       Il comune di Monte Vidon Combatte ha una superficie di kmq 10,92 e per la posizione ha limitrofi questi comuni della provincia di Fermo: a nord Monte Giberto, a NO Montottone ed Ortezzano. Ad E c’è Petritoli. A S il fiume Aso, oltre il quale Carssai.

       La viabilità meglio praticabile è nel percorso da Monte Vidon Cmbatte verso Petritoli, Monterubbiano e Fermo distante 23 Km. Mentre la distanza da Ascoli è di km. 39. Il paese più vicino, è a km 3,5,  Ortezzano.

ASPETTI DEMOGRAFICI

       Per l’Amministrazione territoriale questo comune ha fatto parte della provincia di Ascoli Piceno dal 1861 fino alla legge del 19  marzo 2004 che ha ristabilito l’antica provincia di Fermo. All’interno del territorio Comunale di Monte Vidon Combatte, l’antichissima frazione di Collina è esistita sino agli inizi del secolo XX.

       Per la demografia antica esistono dati sommari pubblicati  dal Corridore (Popolazione dello Stato Romano1656-1901), da cui risultavano 334 abitanti nel 1656 che variarono relativamente per la continua emigrazione dato che le risorse locali non erano più di tante e costringevano  alcuni collinesi, ogni anno, a trasferirsi altrove. Erano 329 gli abitanti nel 1701 e dopo poco crebbero a 359  nel 1708.

       A fine secolo XVIII, nel 1782, i collinesi erano 347. Già era stata abbandonato quasi del tutto il centro urbano di Collina Vecchia dopo i terremoti del 1741.

       Nella Guida provinciale del 1889,  Collina, all’interno del suo centro urbano contava 36 abitanti: In tale data,  soltanto i possidenti (piccola parte)  avevano diritto al voto politico.

        Le parrocchie erano due. La Pievania del SS. Salvatore e di san Maroto, nel 1838, contava 263 anime.  Le famiglie all’interno del castello erano n. 17 ed all’esterno altre  36: a queste si aggiungevano altre 256 anime della parrocchia di san Procolo, per un totale di 519 persone,  qualche abitante in più del comune di Monte Vidon Combatte.

        Qui la variazione demografica, per l’esodo della seconda metà del secolo XX, è stata una tra le più drastiche delle Marche ove tutti i paesi di altura sono stati coinvolti nel decremento demografico, come nel resto dell’Italia. L’esodo ha privilegiato l’afflusso verso i centri di pianura ed i luoghi che davano la speranza di un lavoro redditizio per cui sono divenuti poli di attrazione e molto popolosi.

 Per l’invecchiamento, attualmente, Monte Vidon Combatte  segue l’andamento medio italiano,  con un indice statistico di vecchiaia calcolato a  232,8.

       Il mite clima ha influito sull’indole laboriosa e bonaria degli abitanti. Anche la produzione agro-alimentare con varietà di prodotti del suolo, frutti delle piante, ed allevamenti domestici, ha invogliato per riflesso psicologico, l’impegno di questa gente tranquilla, dotata di senso pratico e di perspicacia straordinaria nell’equilibrato uso delle energie personali e delle risorse ambientali.  I collinesi rifuggono dall’arida astrattezza ideale e dall’affarismo egoistico, preferendo una valida socialità.

       Ne sono specchio le persone illustri qui nate, come nell’ultimo secolo, il medico Vincenzo Monaldi che è stato  Ministro della sanità nella Repubblica Italiana nel 1958-59, appena istituitone il ministero, ed ha notevolmente migliorato le condizioni sanitarie nazionali, con adeguato impegno e donazione delle proprie energie.

   La quiete agreste  collinese non è un idillio senza incomodi o fuori dai rumori, ma è partecipazione serena e convinta alla necessità emergenti nell’evolversi delle abitudini e dei tempi. Le persone qui sono disponibili a partecipare  in modo vigoroso e sereno alla vita amministrativa locale e provinciale per il radicato senso della cittadinanza e creano  iniziative atte a risvegliare nuove forme di collaborazione e condivisione per la diffusione del benessere dei cittadini e delle famiglie, anche in altri paesi.

Attivita’ economiche

       Gli agricoltori hanno trasmesso sapienti usanze che adeguano le attività al calendario delle stagioni, con i momenti tradizionalmente forti  della trebbiatura e della vendemmia. Un secolo addietro, la parte boschiva era assai più piccola. Nei campi si praticava la rotazione biennale per il grano, il granoturco ed i foraggi.  Diffuso era l’allevamento. Si praticava anche la bachicoltura. Il commercio locale era adatto al sostentamento per quanto serviva alla sopravvivenza. Permangono attualmente piccoli allevamenti, e il numero degli equini e degli ovini è ridottissimo. A Collina era praticata una fiera in data 30 agosto.

       L’agricoltura aveva una conduzione  prevalente a mezzadria. Nonostante che il lavoro non fosse molto remunerativo, il prodotto alimentare consentiva un aumento generale della popolazione. Le produzioni di cereali, foraggi, vigneti, uliveti, frutteti erano apprezzabili, pur nei limiti dovuti alla collinosità. In campagna prosegue debolmente l’attività agricola, un tempo prevalente; ed è noto l’elevato numero dei pensionati. La trasformazione e la commercializzazione dei prodotti locali segue il sistema agro-alimentare.

        Fontottone secondo una diceria, sarebbe stato luogo della lavorazione dell’ottone, è certo che vi erano ancora fino a metà del sec. XX le fonderie per metalli, come il rame e l’alluminio. Il toponimo potrebbe forse derivare da Fonte di Attone. Per l’industria e l’artigianato è da ricordare, secondo la Guida del 1889 la fonderia del rame del sig. Pelagallo. Le donne tessevano al telaio, provvedendosi del necessario per vestire e per le camere.

Istruzione e sanita’

       Prima del 1860 le scuole primarie erano frequentate solo da bambini, non da bambine. Una scuola era  a Collina, con 29 alunni in tutto. Con l’aumento della popolazione, si accrebbe la frequenza scolastica anche da parte delle bambine.

       Per l’istruzione nell’anno 1889 a Collina esistevano una scuola maschile e un’altra femminile.

       Giuseppe Castelli ha pubblicato nel 1899 il volume L’Istruzione nella prov. di Ascoli P. in cui si può notare che la spesa calcolata per l’istruzione nel 1860 dopo quarant’anni, nel 1898, era quasi decuplicata, forse  a motivo dell’inflazione incalzante per i debiti militari.  A Collina, oltre per i maschi, la frequenza scolastica femminile, era diventata sicuramente alta, rispetto alle abitudini dei centri vicini. La condizione generale era soddisfacente.

       Con l’avvento della Repubblica Italiana nel 1948, il livello di scolarizzazione è cresciuto enormemente in tutti i comuni, con l’obbligo costituzionale di otto anni, recentemente aggiornato sino al primo anno delle scuole medie superiori e di fatto quasi tutti seguitano la frequenza negli istituti superiori o professionali fino a 18 anni.  Accresciuta di recente la frequenza alle Università locali.

        Per quanto riguarda la sanità, nel 1889, a Monte Vidon Combatte c’erano il chirurgo, il veterinario e la levatrice, del comune che servivano  anche  la frazione di Collina dove risiedeva un altro medico. Nel 1889, pur in mancanza di acquedotto, le acque potabili sorgive risultavano abbondanti.

   La sanità ha fatto notevoli progressi, a servizio delle generalità dei cittadini, incoraggiata nella seconda metà del XX secolo, dal ministero, di cui primo ministro fu Monaldi Vincenzo di origine collinese.

        Per i servizi delle comunicazioni solo nel secolo XX è stato creato l’ufficio montevidonese delle poste. Nel secolo XIX per il telegrafo era necessario recarsi a Petritoli, da dove veniva il postiglione a recapitare la corrispondenza. Non c’era una vera banca, ma il servizio di prestiti del grano era fatto nel Monte Frumentario plurisecolare a Collina. Qui si donavano doti, perché c’era stato il lascito in denaro da parte del parroco don Gaetano Medici, a beneficio delle ragazze povere collinesi, insieme  un altro suo lascito consentiva di elargire elemosine ai poveri nel giorno di Natale.

turismo

       Il turismo predilige i luoghi adatti al riposo. L’estate, tempo di ferie per gli italiani, porta il turismo di ritorno per i collinesi che un tempo lasciarono il paese e tornano a soddisfare la nostalgia di respirare  aria pura e goderne quella quiete e quel verde che sono refrigerio allo stress e all’intossicazione delle città. Godono  del panorama e del paesaggio agreste. I percorsi naturalistici segnano le passeggiate tra le bellezze ambientali ed i beni storici interessanti.

       Tra i paesaggi rurali, la prima suggestione la offre, tra le antiche costruzioni, la chiesa di San Procolo, con gli affreschi quattrocenteschi di scuola umbro marchigiana. Interessante Collina Nuova che fu creata nel 1744 dopo il terremoto del 1741 per traslocare da Collina Vecchia.

INSEDIAMENTI

       I primi insediamenti umani in questi colli risalgono a circa dieci secoli prima della nascita di Cristo. Le coste adriatiche accolsero immigrati provenienti dall’Oriente, come i Pelasgi. Dalla Sabina vennero i Piceni. In epoca romana le “ville” erano collegate da strade e fornite di acque, come le fonti dette Trocchi  (a san Marone) in contrada ” Li Monti”. Collina Vecchia, Collina Nuova, San Marone e san Procolo sono permanenze delle ‘ville’ preesistenti alla costruzione delle chiese.

       Il catasto urbano è un documento storico adatto a far conoscere il centro storico del castello di Collina, com’era alla fine del sec. XVIII.

       A  Collina-castello le famiglie proprietarie delle abitazioni erano trentasei, i numeri alle porte erano sessantuno, con case a noleggio: dal n. 1- la casa di Pelagallo Luigi, n.2- Palazzo Comunale ed abitazioni fino al Borgo . Le abitazioni a *tre piani erano diciotto. Le case dei Massucci erano sei. Altri proprietari: Fratoni, Sobrini e Martini con cinque alloggi e tre case dei Tomassini. C’erano abitazioni piccole e spesso monolocale. Dentro al castello soltanto la chiesa di San Marone con sacrestia. Nel Borgo c’erano altre chiese: la Pievania aveva la chiesa del SS. Salvatore.  Nella contrada una Parrocchia aveva la chiesa di San Procolo con sacrestia. La Confraternita del SS. Sacramento aveva il suo Oratorio con sacrestia e sotterraneo. Inoltre la chiesa della Madonna di Loreto.

       Riferiamo  il catasto di fine settecento, distinguendo con l’asterisco * le costruzioni a tre piani; con asterisco seguito da più(*+) le case maggiori. Ecco i numeri civici Dispari  delle abitazioni del Castello di Collina: 3- *Diomedi; 5- Cruciani; 7- Polucci; 9- *Sobrini; 11- Fratoni; 13 *Fratoni; 15- Fentini che aveva casa diruta nel Borgo; 17- Porchiesi Filippo; 19- Antonelli; 21- *Sobrini; – 23- Moschetti; 25- *Martini; 27- Porchiesi; 29- *+Porchiesi; 31- Sabatini; 33- * Massucci Giuseppe; 35 Porchiesi F.; 37- Parroco S. Procolo; 39- *+Massi; 41- *Tomassini; 43-*Tomassini; 45- Pievania; 47 Confraternita del SS. Sacramento; 49- Teodori; 51- Alessi; 53- *Confr. SS. Sacramento; 55- *Baldassarri; 57 Martini;  59 e 61-  casa della Confratrernita del SS. Sacramento nel Borgo.

  Ai numeri Pari: 4- magazzeno dei Martini; 6- Sobrini; 8- *+Canonica S. Procolo; 10- edificio del beneficio della Madonna di Loreto; 12- Fratoni; 14- Fratoni; 16- Massucci Niccola; 18- Legato dei Solimani; 20- *Martini; 22- Legato Solimani; 24- * Silvetti; 26- *Massucci Vincenzo; 28 * Massucci Niccola; 30- Comune: Portico e piazzale; 32 Cesarini; 34- Massucci Tobia; 36- *Sabatini G. 38- Vitali; 40- *Cesarini; 42- Legato Solimani; 44- Martini; 46 *Confraternita del SS: Sacramento; 48- Tomassini; 50- Porchiesi F. 52- *Legato Solimani; 54- Vitali; 56- Cruciani; nel borgo i n. 58- *canonica della Pievania S. Procolo e n. 60- Sobrini.

i Piceni

       La presenza di abitanti a Collina corrisponde all’epoca del primo popolamento del territorio fermano, circa 5.500 anni prima di Cristo. Il tessuto culturale, sociale ed economico di questi luoghi ha mantenuto significativi rapporti con le comunità coeve dell’Europa orientale e continentale, come i Pelasgi e gli Etruschi. Ci furono le fasi epocali della levigazione delle pietre, poi della ceramica e della metallurgia dello stagno, del rame, del bronzo, del ferro, per attrezzi ed utensili di uso domestico e personale, come gli studiosi hanno notato per l’Italia dal secolo X a. C. In particolare si fa riferimento ai Pelasgi (di nome Hethei) come scriveva nel 1783 E. Luzi per i ritrovamenti archeologici a Montelparo.

       Le necropoli del centro Italia manifestano le doppia pratica, sia l’incinerazione che l’inumazione, come ad esempio nel capoluogo di Fermo, dove le tombe esplorate con urne di ceneri sono state circa quattrocento. Le necropoli di Belmonte e di Grottazzolina, come altre dei territori piceni, dall’età del bronzo a quella del ferro, fanno notare l’inumazione con il corpo in posizione rannicchiata sul fianco destro.

       E’ indubitabile che nell’attuale territorio collinese vissero gli antichi popoli Piceni che abitavano anche nei paesi limitrofi e di essi si riferiscono le notizie comuni ai popoli preistorici che vivevano di caccia, di pesca, di raccolta di prodotti rurali e si dedicavano anche all’artigianato della ceramica, delle leghe metallurgiche ed al commercio di scambi. I reperti del Fermano hanno fatto notare prodotti greci, etruschi, e di varie provenienze, depositati al Museo archeologico Nazionale di Ancona. Sull’archeologia ci sono recenti studi di Rocchi Giovanni (Dai Riti Marziali delle Tavole Iguvine a Sciò alla pica Capodarco di Fermo 1996) e di PALLOTTINI Luciano (L’Indaco era il torrente Elvino confine tra Petruzi e Piceni. “Archeopiceno” Grottammare 1999).

Romani

       I Romani aveva chiesto l’alleanza ai Piceni, loro confinanti, in periodo di guerra; poi, nel 268 a. C. li attaccarono e con la guerra li sottomisero. Da allora i nostri antenati seguirono le sorti del governo proveniente  dal Senato e dal Popolo di Roma. Secondo il Bonvicini in tutto il territorio fu praticata la  centuriazione  augustea ad opera dei tecnici romani, detti gromatici, che misurarono e assegnarono i terreni, a favore dei soldati veterani di Giulio Cesare collocati a riposo. Questa assegnazione  cominciò intorno al 43 a. C.  e proseguì ad opera di Ottaviano Augusto. Le linee di confine delle terre assegnate avevano angoli retti, in parallelo al decumano in direzione est-ovest e dell’ortogonale cardine in direzione nord-sud.  Agli incroci delle strade c’erano piccole edicole o tempietti. Anche nel territorio collinese si fecero assegnazioni di terre e vennero ad abitarvi i veterani romani. Il nome di questo territorio fu “Piceno Suburbicario” rispetto all’Urbe (Roma).

       La loro abitazione tipica in campagna era detta Villa sita presso una fonte di acqua, in un ripiano, con diversi edifici ad uso di abitazione, magazzini, stalle, officine e ospizio. Nei pressi della villa, in posizione un po’ rialzata un’edicola accoglieva le ceneri dei defunti, i dei lari e i simboli delle divinità pagane.

       Questi tempietti rimasero in uso anche dopo la conversione delle famiglie al cristianesimo e divennero chiesine con la croce, tolti gli idoli. Per verificare i siti ove esistettero le ville romane nei luoghi rurali, si fa riferimento alle chiesette: San Procolo, Collina vecchia, San  Marone, Collina Nuova, e le antiche chiesine.

Secc. V – VI

       Nel 476 a Roma non c’era più la presenza attiva di un imperatore e già dilagavano in Italia le immigrazioni di gruppi etnici provenienti dall’Europa settentrionale ed orientale, chiamati barbari. I nomi più noti erano Cimbri, Teutoni,  Alani, Svevi, Marcomanni, Eruli, Unni. Goti, Gepidi, Burgundi, Alemanni, Vandali che si sparsero per le città e per le campagne usurpando le abitazioni e creando una commistione di razze, continuata in sempre nuove occasioni di immigrazioni nei secoli.

       Teodorico, re dei Goti, venuto con i suoi nel 486 stabilì a Ravenna la sede del suo governo. Nel 552, l’imperatore Giustiniano dall’Oriente fece fare una spedizione militare guidata dai generali Belisario e Narsete. Allora nel Piceno imperversò ovunque la miseria anche a motivo delle carestie. Poi sopraggiunsero nuove incursioni di Ungari, Bulgari, Gepidi, Sarmati, Boiovari. Le nostre contrade ebbero una popolazione plurietnica.

       Dal nord  nel 568 giunsero quei Longobardi che si diffusero nel centro Italia, nelle regione picene e al sud (Benevento). Decaduti i municipi romani, e ridottasi la produzione, il numero degli abitanti si ridusse drasticamente per fame ed epidemie, a cominciare dalla città di Roma.

       Molti luoghi rurali montevidonesi conservano rovine e pietrami di antichi edifici (PALLOTTINI, L. Monte Vidon Combatte in MAURO, M. Castelli, rocche torri … Stato di Fermo IV,2 Ravenna 2001 p. 399ss  Collina Vecchia  pp. 216 ss).

secc. VII- VIII

       La grande personalità di Benedetto da Norcia, spirito organizzativo di formazione romana, istituì idonee iniziative ed istituzioni, contro la violenza  imperversante. La collaborazione tra le persone nel lavoro agricolo e l’unità nella lode a Dio furono orientati a servizio della solidarietà fraterna anche verso gli ospiti, pur sconosciuti. Nel territorio fermano il monachesimo benedettino ebbe diffusione soprattutto ad opera dei monaci venuti da Farfa in Sabina.  Il vescovo fermano Marciano fu uno dei due compagni di Tommaso da Murienne che fondò l’abbazia a Farfa e fu loro favorevole largheggiando in concessioni.

       I sovrani dei Longobardi e dei Franchi  nobilitarono le amministrazioni dei monaci Farfensi con i privilegi  che li esentavano da qualsiasi altro potere civile ed episcopale. A Collina essi godettero di libertà amministrativa nella gestione agricola e commerciale (PRETE, S. Pagine di storia Fermana 1984 p. 98). Sorsero così vari complessi edilizi. Il basamento del diruto castello di Collina Vecchia conserva tracce di muratura in pietra della modalità longobarda. Le tipiche intitolazioni delle chiese a Farfa erano SS. Salvatore e Maria ss.ma. Si ritrovano appunto a Collina.

       La donazione fatta da Faroaldo, duca di Spoleto, attorno all’anno 705, per assegnare estese proprietà terriere ai monaci farfensi portò a nuovi insediamenti di aziende rurali. Questi insediamenti aziendali rassomigliavano alle organizzazioni delle ville romane, ma arricchite dallo spirito nuovo, cristiano. Le terre donate nel Fermano ai benedettini farfensi formarono undici “curtes” ciascuna delle quali era di undicimila moggi. Un moggio era un secchio usato per la semina del grano e indicativamente viene calcolato a mq 2800, sebbene non ci siano opinioni certe e una buona parte degli studiosi lo dice di mq 3000 circa. Ogni insediamento, per calcolo ( 11.000×2.800) , risulterebbe di oltre tremila ettari, calcolo approssimativo probabile.

       Nel Regesto Farfense (III, p. 84) e nel Chronicon Farfense (I p. 325) sono ricordatedue di queste grandi aziende tra  Ponzano ed Ortezzano. La loro superficie formava come un rettangolo con un lato lungo chilometri 8  e l’altro largo km 7,7, un’area vasta comprendente all’interno il territorio collinese e montevidonese.

       Il suolo  fu utilizzato con coltivazioni, secondo la pratica dei monaci, ed ebbe miglioramenti produttivi, ebbe servizi sociali di scuole, infermerie e apprendistato nelle botteghe artigiane. Si praticava anche il commercio.

       Gli amministratori  di queste aziende erano chiamati “sindaci”, e con loro presero l’avvio le amministrazioni dei Comuni. I monaci fermano mantennero rapporti per lo più collaborativi con il vescovo fermano, eccetto qualche lite risolta con tribunali.  Il vescovo Teodicio donò ai monaci un’abitazione vicina alla sua residenza episcopale fermana (nell’altura della cattedrale). Inoltre donò loro alcune  terre, le chiese di San Salvatore e di Santa Croce e la pievania collinese di San Marone.

       Nel 773 per maggior sicurezza gli abitanti del Fermano chiesero di stare sotto il governo del Romano Pontefice che si era alleato con Pipino, re  dei Franchi. Nell’anno 800, suo figlio, re Carlo fu incoronato a Roma dal papa col titolo di imperatore ed organizzò il territorio che fu detto “Sacro Romano Impero” entro il quale  fu istituita la Marca Fermana, come terra di confine con altri governi nel territorio teramano.  I castelli erano insediamenti rurali con edifici non grandi, ma protetti da mura.

secC. IX-X

       L’impero carolingio era diviso in contee e marche. Spoleto,  fu uno dei centri più importanti. E’ significativo che il nome di un duca Spoletino, Tebaldo,  e quello di suo fratello, Adalberto, fosse diffuso come nome proprio dei proprietari terrieri nel territorio fermano, collinese e montevidonese per i signori dei castelli.

        I castelli di Collina, San Marone, San Procolo, Monte Vidon Combatte erano entità demiche non notevoli,  con amministratori (economi) e rappresentanti (procuratori) di rilievo giuridico, economico, e religioso, con al centro una chiesetta presso la quale si praticavano le sepolture. L’autorità abbaziale e quella e vescovile riconosceva che  gli abitanti erano persone libere.

        Nel Cronicon farfense  (I p.251) si elencano le aziende vendute, tra cui  quella vasta ed ottima di Cupresseto nel contado Fermano, tenuta, tra l’altro dai figli di Guidone. Mentre Gualtiero, figlio di Iugelramo, teneva l’azienda di San Maroto.  Un altro signore che ottenne molte terre in affitto dall’abbazia farfense era il “duca e marchese” Trasmondo della Marca di Fermo

       Collina visse la sua ricostruzione dopo la decadenza dell’impero romano, in vari insediamenti aziendali nei luoghi delle antiche ville, sotto la guida dei monaci benedettini farfensi che seguivano questa regola: “Prega e lavora.” Costruirono le case, dissodarono le terre incolte, stabilirono i molini presso i corsi d’acqua, eressero le chiese in altura con il culto dei loro santi,  trra cui san Maro (Maroto, Marone).

       I proprietari precedenti fecero molte donazioni per solidarietà sociale e ” per la salvezza dell’anima” come si legge negli atti notarili. Presso le aziende c’erano le botteghe artigianali dei falegnami, dei fabbri, dei vasai, le erboristerie (farmacie) e i punti di vendita o di scambio. Già nel se. XI Fermo batteva una sua moneta.

       L’abbazia di Farfa, attorno all’anno 898  fu invasa dai Saraceni, predatori mussulmani, per cui fu abbandonata dall’abate Pietro, che insieme con altre persone, si rifugiò in un monastero del territorio fermano, poi sul colle Matenano (PRETE 1984 p. 99). Qui furono portate le reliquie di santa Vittoria da cui prese nome il castello di Santa Vittoria in Matenano. Grande fu l’operosità di questi uomini  dai quali presero avvio le molte costruzioni di chiese e di case  nelle loro aziende dette “curtes”, presenti anche nel territorio collinese e montevidonese.

       Dopo quarantotto anni l’abate benedettino farfense Raffredo tornò in Sabina accompagnato da un centinaio di famiglie del Fermano per fare la ricostruzione dell’abbazia e delle aziende distrutte dai saracaeni.

       Lasciò un vicario a Santa Vittoria in Matenano per le funzioni amministrative, inoltre stabilì i giudici con giurisdizione civile e penale nei possedimenti abbaziali, in subordine al Rettore, governatore pontificio della Marca.

       Nuove opere furono realizzate dai coloni farfensi venuti nel Piceno. Si usava lavorare la terra abitando tra i poderi, in case dotate di cantine, magazzini, stalle, capanne. Inoltre, secondo la prassi  romana antica, si erigevano piccole chiese nei poderi. Nei nuovi nuclei abitativi ripeterono il toponimo dei loro luoghi esistenti vicino a Farfa, come  Belmonte, Monteleone ed altri. Il nome  san Marone oltre che all’azienda di Collina, era stato dato ad altre aziende esistenti a Monteleone, a Sant’Elpidio Morico, ad Ortezzano, a San Severino, a Civitanova. Il culto  proviene dal territorio reatino.

       Il secolo X mostrò nel Fermano una grande partecipazione alle vicende nazionali italiane con Alberico Conte di Fermo nel 914, divenuto Duca di Spoleto e  partecipe, con altri, alla cacciata dei Saraceni dalla foce del Garigliano:  egli fu sostenitore e dell’incoronazione di Berengario  come  re d’Italia.

       Nel territorio collinese gli insediamenti farfensi di San Procolo  ( Chronicon Farfense  I, 326)  e quello di san Maro  ( BOLLAND, Acta Sanctorum  3 aprile Acta ss. Nerei et Achillei) entrarono in crisi  quando non furono più amministrati dai monaci, dopo la partenza di Raffredo. L’abate Ildebrando vendette queste terre. Altri insediamenti, a metà del secolo X, persero il contatto con Farfa, a motivo delle vendite  (Chronicon Farfense I, 306ss. 325; Regesto farfen se III, 84)

       La decadenza del sistema amministrativo farfense non fu dovuta tanto alle lotte tra poteri ecclesiastici, quanto piuttosto alla vendita  delle terre a favore dei signorotti locali.

sec. XI

       Nei piccoli borghi, antiche ville, nei castelli o case dalle mura protettive, si conservavano le derrate alimentari e qui si rifugiavano  le persone in caso di incursioni saracene od ostili. Uno di questi luoghi protetti era Collina, toponimo che ricorre nei più antichi documenti del Registro Fermano (Liber iurium ed. p.140, 164, 168, 218, 223).

       Questo registro fermanomenziona alcuni movimenti nelle proprietà presso il territorio collinese. Nel 1019, al tempo dell’imperatore Enrico,  (ivi p.545  l’anno scritto è 1009 non corrisponde)  Longino e Guidone,  figli di Gisone , ottenevano in affitto dal vescovo fermano  vari terreni sparsi, tra cui il colle di Santa Maria, la chiesa di san Pietro e altri beni presso Lognano, pagando 500 soldi e obbligandosi ad un canone annuo di sei denari d’argento.  Lognano, o Longiano,era a Collina. Essendo in uso la lingua longobarda assieme con quella latina volgare, spesso i nomi propri sono scritti in vari modi.

       Nell’anno 1055 Amata, figlia del conte Gozone,  a cui erano morti il marito conte Transerico ed il figlio, faceva donazione della sua parte coniugale dei beni maritali tra cui  elenca l’insediamento di Monte Berte, una porzione del castello di Petritoli,  indicando tra i confini la linea dal castello di Collina al fosso di Collina, verso l’Ete.

       Lo stesso Transarico ebbe la proprietà comitale  su una terza parte dei beni del monastero di Sant’Angelo presso il fiume Aso (carassanese)  e ne fece dono al vescovo fermano, prima di morire, nello stesso anno. Nel precisare i confini si indicano le terre tra il fiume Aso ed il torrente Ibico (Oggi Indaco).  Transarico volle  donare al vescovo fermano Ulderico le possidenze locali, ad eccezione di un poggio, una chiesa ed un molino donati ad altro destinatario, in quell’anno 1055.

       Il castello di Collina aveva la sua chiesa. E’ chiaro dai documenti fermani (Liber iurium ed. p218 e 223) che Collina era proprietà del Vescovo di Fermo nel secolo XI e che ne fece concessione. Nel Dicembre 1058 Gualberio, detto MORICO otteneva dal Vescovo Fermano, Ulderico, l’usufrutto per le coltivazioni e per introdurre migliorie, su alcune proprietà immobiliari per cui pagò al vescovo la grande somma di 500 soldi e sottoscrisse il canone annuo di 12 denari d’argento sotto penalità di 900 bisanti in caso di inadempienza o alienazione.

       I beni erano i campi, la vigna, il querceto, l’oliveto, le piante e gli alberi da frutto, assieme con terre incolte complessivamente dieci mogiuri ( circa, mq 2.800 x10, poco meno di tre ettari) di superficie, compresi i lavoratori, in località Clogiano con la chiesa, ivi esistente, di san Procolo dotata di suppellettili e pertinenze. Altri campi erano in prossimità del torrente Lubrico.. Scrisse l’atto di enfiteusi il notaio Bono e lo firmarono oltre a Gualberio, i testimoni Rodaldo, Firmo e Bonomo.  Il nome scritto nella rubrica è Gualkelio, nell’atto si legge una volta Valceri e ripetutamente Gualbecri, sempre chiamato “Morico”. Per i beni presso il rivo Lubrico, è possibile pensare all’origine del toponimo Monsampietro MORICO ove esiste questo torrente.

       Nel 1059 Ringarda, figlia del grande proprietario Longino,  donava alla Chiesa Fermana 56 ettari, lungo la via che da Collina conduceva a Petritoli, beni che le provenivano dall’eredità di Attone (un Attone teneva Montem Actonis, Montottone) e tra i testimoni c’era il signor Berte (Liber iurium  ed. p.633). Quattro anni dopo, nella donazione che il prete Attone fece al vescovo fermano di circa 45 ettari di terreni, compresa la sua porzione della chiesa di santa Margherita, precisava Collina nelle vicinanze del “Campo de Silva”. Silva  era un nome personale romano.

       Nel settembre 1063 lo stesso Vescovo Ulderico faceva una permuta di terreni con Longino e Mainardo, figli di Suppone. L’atto con Mainardo non ci è pervenuto, ma resta lo scritto di Longino il quale aveva avuto terre dal monastero sabino di Farfa. Anche Mainardo, da altri documenti risulta che aveva avuto terre farfensi. Nell’atto del registro fermano, il vescovo concedeva a Longino alcune proprietà che erano appartenuto al monastero di sant’Angelo (all’Aso, a Carassai).  Di proprietà vescovile restava la chiesa di san Procolo situata nel fondo Clogiano (si legge “curte” azienda) e “villa” (permanenza romana). Beni noti dalla concessione fatta a Morico nel 1058.

       E’ interessante in questa carta fermana del  1063, l’indicazione di un confine  con le terre che il medesimo vescovo aveva spartito tra Longino e suo fratello Mainardo, esattamente ” in mezzo a Monte Guidone (oggi Monte Vidon Combatte) lungo il percorso fino a Santa Maria di Collina (ecco il nome di una chiesa collinese nel secolo XI) e scendendo lungo il fossato di Collina verso il fossato Retruso”.

       San Procolo è un insediamento documentato nel Registro Fermano, da cui risulta esistente in località Clogiano , e altri documenti indicano  l’esistenza di un castello di Logiano o Lognano  che era detto anche Clognano.

Sec. XII

       La chiesa di San Procolo conserva opere d’arte scultorea del sec. XII, murate nella facciata. Secondo i calcoli del Crocetti (Le sculture dei maestri Guitonio, Atto, Berardo nei Quaderni ASAF 19, 1995) le antiche chiesette farfensi, nell’impianto della zona absidale da spigolo a spigolo, misuravano m. 7,20.  Così può pensare per  san Procolo che è ben ornata. Se ne conservano tre pietre arenarie scolpite in cui i motivi vari del disegno allegorico  dei girali a ruote, manifestano una certa valentia e fanno pensare alla scuola dei maestri Guitonio, Atto e Berardo, studiati dal Crocetti.

       Va menzionato  un falso documento datato al 1165, che i signori Ruffo fecero abusivamente inserire, nel registro Fermano Liber iurium (p.370) due secoli dopo la sua compilazione, con grave danno contro l’autenticità dello stesso Liber. Questa falsificazione pretendeva di far pensare  che la loro famiglia avesse ricevuto il titolo di conti dall”imperatore Federico Barbarossa in tale anno. Vi  si legge che il vescovo di Trento, Alberto, si sarebbe degnato di riconoscere  come giudice  e commensale dell’imperatore un tale di nome Ugo Ruffo e che avrebbe confermato la concessione enfiteutica del castello di san Procuro e di San Mauro (per Maro) attribuita capziosamente al vescovo fermano Baligano. Questa donazione vescovile non risulta da nessuna parte, come neppure nessun atto fermano menziona altrove alcun commensale imperiale  e nemmeno un Rufo. L’aggiunta ha una grafia più recente di due secoli rispetto alle altre con cui è compilato questo registro. Va notato che nel 1165 Fermo non favoriva lo scisma di Federico I, ma era fedele a Roma

sec. XIII

       Il Comune collinese nacque sulla altura al centro delle contrade del territorio adiacente. Gli abitanti furono mossi da spirito comunitario per concordare un apporto di ciascuna famiglia alle comuni esigenze. Fecero comunità in questa loro circoscrizione  delimitata e decisero di formare una lega per il reciproco vantaggio in un organismo compatto, dotato di proprio amministratore, sindaco, economo, nunzio e costruirono perciò  l’edificio di rappresentanza.

       L’insediamento murato collinese era in posizione di cerniera tra il territorio farfense e quello fermano. La posizione difensiva di Collina era strategica per i contrasti tra i fautori del governo dell’imperatore ( tra cui i Farfensi) che andava espandendosi ed i sostenitori fedeli del governo Romano Pontificio.

       Fermo era il capoluogo del Contado e sollecitava i castelli alla fedeltà  a Roma con delegati (messi) e giudici (balivi). A questa città i castelli pagavano i contributi per il governo. Così il comune di Collina aveva libero uso delle strade, delle fontane, dei boschi, e godeva, deliberava su queste e su  altri beni amministrati sotto la supremazia fermana espressa nello Statuto.

        Da Collina, come dagli altri castelli, partiva un delegato comunale per partecipare al Consiglio Generale dello Stato ove si decidevano l’annona, le tasse o collette e le collaborazioni, secondo lo Statuto.  Le unità di misura per le lunghezze erano la ‘buzecta’, la canna ed il braccio; per le capacità si usava il barile ed i multipli come il boccale; per il peso le once, la libra,  ed il marco, misure fissate e verificabili nella città di Fermo.

       Le testimonianze dei cronisti fermani sono piene di lamentele riguardo al governo Fermano. Anton di Nicolò nella Cronaca ( ed. DE MINICIS, G. Firenze 1870 p3) riferisce  i conflitti armati tra Fermani ed Ascolani  (aggressori vittoriosi nel 1246).  Nel 1249 Fermo ottenne dal cardinal Raniero, Legato papale nella Marca, la conferma dei consueti diritti sui castelli con autorizzazione a ricostruire quelli che erano stati distrutti dal Federico II (Liber iurium p.771s): Per maggiore coesione la città capoluogo si manifestava solidale concedendo perpetua cittadinanza (Statuto II, r. 91) agli abitanti dei castelli che promettevano vera e perpetua soggezione con fedeltà aliena da tradimenti o inganni (ASF pergamena 1944).

       Non mancavano personalità di spicco a Collina, pur in un castello che era  piccolo. Risulta nel 1252 un Magister Albertus de Collina ( ASF pergamena n. 1927).

       Ciascun castello e terra più vasta, ogni anno, alla festa dell’Assunzione della B. Vergine, erano soliti offrire alla Chiesa Fermana un drappo,  detto ‘pallio’ e pagavano un fitto o affitto al Comune della Città. La morte di Fedrerico II nel 1250 rafforzò lo schieramento favorevole a Roma, ma il figlio Manfredi non cessava dall’assalire i Comuni ed i Fermani. Nello stesso tempo cercava con privilegi di non renderli ostili  al suo potere.

       Nel 1252  lo stesso Manfredi  dichiarava che Fermo era il centro amministrativo giurisdizionale dei castelli del contado. Ma non per questo, si dimenticò l’adesione a Roma. Nel 1256 ci fu il giuramento di fedeltà al Rettore papale della Marca, Annibaldo di Trasmondo a Montecchio (Treia) per non cedere alle pressioni di parte imperiale. Venne nel 1258 l’esercito di Manfredi al comando del vicario Percivalle Doria a riaffermare l’autorità imperiale e Fermo con i comuni della sua Marca preferirono l’opportunismo di evitare guerre esprimendo ossequi e promesse fatue di soggezione.

sec. XIV

       Erano ottanta i castelli e le ville del contado Fermano ed a volte fremevano per il peso delle ‘assegne o collette’ fermane, soprattutto quando l’autorità romana era meno sentita, come nel secolo XIV quando il papato ebbe sede per settant’anni ad Avignone in Francia.

       Un ‘castellano’ (Statuti II, 16ss) fermano era inviato con notaio ed agenti, a seguire l’amministrazione nei castelli, ogni sei mesi (durata del mandato) e facilitava la legalità, la difesa e la fedeltà.

       Tra le più antiche usanze testimoniate dallo Statuto Fermano (nel libro I rubriche 1 e ss.) c’era  la celebrazione della festa annuale dell’Assunta. Il giorno 14 agosto insieme con le autorità amministrative di Fermo, intervenivano dai castelli del suo contado i sindaci, rappresentanti, amministratori locali. Versavano le quote assegnate loro per il mantenimento della cattedrale e della festa di ferragosto.  Nel libro II (rubriche 2-24)  si ricordano anche le manifestazioni sportive cui assisteva la gente venuta dai castelli, come la corsa dei cavalli per il palio, il gioco dell’anello e della fuga del toro.

       Secondo lo Statuto, il 14 agosto, vigilia della festa, tutte le autorità locali prestavano giuramento e parimenti giuravano i rappresentanti, sindaci del castelli. La procedura penale richiedeva la collaborazione locale: gli amministratori dei castelli avevano l’incombenza di denunciare alla magistratura della città  tutte e singole le malefatte ed i delitti commessi nel proprio territorio (libro IV, 2). I sobillatori erano mandati al confino ( IV,28). La pena di morte era prevista per l’omicidio, il rogo per i falsificatori di monete, per gli incendiari  di case e famiglie, per i distruttori di molini.

       A Fermo  arrivarono  i tiranni, tra cui Mercenario da Monteverde nel 1331,  ucciso nel 1340 al grido “Muoiano le gabelle!”

       Nel 1353 il card. Egidio Albornoz, fu mandato nelle Marche come delegato pontificio per riordinare le pubbliche amministrazioni e la giustizia e grande fu il vantaggio quando, nel 1355, impose criteri unanimi per gli Statuti locali, con le sue Costituzioni che erano la legge fondamentale per tutte le Marche. Allora chiamò i rappresentanti delle singole comunità a prestare il giuramento di sottomissione e di fedeltà, di cui  si conservano gli atti (ASF pergamene 998,1347,1850; PRETE 1984 p.214). Secondo il Filippini (Il card. Egidio Albornoz Bologna 1933 p. 99) i comuni fermani manifestavano smanie di indipendenza dal capoluogo per liberarsi dalle esazioni fiscali. Lo si può pensare anche di Collina.

       L’azione forte del delegato fu complessivamente vantaggiosa perché sbarrò la strada al continuo pullulare di tiranni, avventurieri armati che spadroneggiavano nel territorio, tra cui Gentile da Mogliano.

       Fermo, sede del governo dell’Albornoz, svolse un’efficace  azione pacificatrice. Qui l’Albornoz lasciò a governare lo Stato, il conte lombardo Giovanni Visconti d’Oleggio che morì nel 1366, sepolto poi con splendido monumento in cattedrale. Nei castelli appartenenti all’abbazia di Farfa, l’Albornoz stabilì un Presidiato con sede  centrale per il territorio al di qua dell’Appennino, a Santa Vittoria in Matenano.

       Nuovi signorotti, come Mercenario da Monteverde, nel 1375 pretesero il dominio della città e del contado portando anni di sangue e di ricatti, tipici delle compagnie vagabonde di ‘ventura’ (FRACASSETTI, G. Storia di Fermo 1841 p. 32; ANTON DI NICOLO’ Cronache di Fermo ed. p. 4). Nel 1376 Fermo si mosse contro Ripatransone e vi mandò l’esercito ad assediarla. Fu catturato Sante Massucci da Pedaso. Seguirono poi gli accordi. Da Fermo fu cacciato il tiranno Rinaldo, figlio di Mercenario, che però seguitò a depredare i castelli. La città cercò di facilitare una  difesa comune facendo una lega con Ancona, Camerino e Recanati e l’accordo fu scritto il 13 dicembre di quell’anno da notaio Andrea Massucci.

       Nuove compagnie militari vennero anche  dall’estero devastando il territorio come cavallette, agli ordini di Alberico di Barbiano la compagnia di San Giorgio con settemila uomini; Giovanni Acuti con altra compagnia, inoltre il Conte Enzo. Tutti chiedevano ed ottenevano soldi per allontanarsi. La città pagò e raddoppiò le tasse ai castelli fermani (Cronache p. 9). Era comprensibile l’insoddisfazione dei castelli  non ricchi, come Collina.

      Non mancavano rivoltosi locali, tra i quali furono catturati il signor Santo Massucci, Massuccio di Toma, Nolfuccio del signor Santo e molti altri. Si riconoscono qui alcuni nomi collinesi.

       La città subì nuovi esosi esborsi nel 1382 e li impose ai castelli, allo scopo di evitare le invasioni di altri gruppi militari come quelli tedeschi, quelli inglesi, la squadra di Accito e di Giovann da Arezzo che dove passavano, depredavano (PIERGALLINA, G. Storia di Grottazzolina 1989 pp. 90-96). Nel frattempo, con la miseria, altre vite umane erano falciate  dall’epidemia dilagante.

sec. XV

Il secolo XV  fu ricco di nuove testimonianze e di arte splendida, assieme con momenti ricorrenti di colera e contrasti locali.  Nel 1414 dopo gli inutili accordi tra il signore di Fermo, Ludovico Migliorati (che lo zio Innocenzo VII aveva mandato alcuni anni prima a governare la Marca) e i signori romagnoli Malatesta, questi invasero il territorio centrale del fermano, tra l’Aso ed i Tenna. I militari di Galeazzo Malatesta  si impadronirono di Ortezzano, Monte Vidon Combatte, Collina, Montottone, Sant’Elpidiuccio e Monsampietro Morico (Cronache pp.29-30). Nel frattempo si  riuniva il Concilio di Costanza per riportare l’unità nella Chiesa dato che contro il papa Gregorio XII, c’erano ben due  antipapi. L’intervento conciliativo  dell’imperatore Sigismondo, le sollecitazioni influenti da Firenze, da Urbino, ed altre portarono la pacificazione tra i Malatesta, i Varano di Camerino  ed Ludovico Migliorati, eletto di nuovo come rettore della Marca nel 1415.

       Fermo e il suo contado ebbero alcuni anni di pace. Nel 1425 venne vescovo Domenico da Capranica la cui famiglia ne tenne per mezzo secolo l’episcopato.  Grande sorte per Collina nella nomina di Andrea di Nicolò collinese a Vicario Generale del vescovo fermano Caprinica. Allora i migliori artisti abbellirono le chiese collinesi di San Salvatore e Santa Maria, san Procolo e san Marone.  Si attribuirono questi dipinti all’arte dei Crivelli, ma non è documentabile, mentre è chiara un’iscrizione per un trittico: ” Mi fece Frate Marino Angeli da Santa Vittoria nel 1448″ (Traduzione). Le opere d’arte sono  state espressione della fede.

       Ecco  la testimonianza scritta nell’inventario dell’anno 1718 (presso l’Archivio Arcivescovile Fermano 17.A.9) dal Massucci parroco e Vicario Foraneo di  castel SAN GIOVANNI di Collina. E’ da capire perché a posto del semplice nome  di Collina il Massucci  scrivesse ‘Castel San Giovanni’. Non risulta che sia stato il più antico nome notarile di questo castello. Don Massucci era curato di san Procolo nella cui piccola sacrestia era  dipinta l’Immagine di Maria Maddalena e di san Giovanni evangelista e nel mezzo quella del ss. Crocifisso. Alla parte destra vi è parimenti dipinta l’effigie della Madonna ss.ma con il suo Figlio in braccio; e alla sinistra nella parete a muro, che fa da spalletta alla detta sacrestia, l’immagine dipinta di san Sebastiano. Presso l’altare  era posto il quadro in prospettiva coll’effigie della Madonna ss.ma con il suo Figlio in braccio, e alla parte destra l’effigie di san Procolo vescovo e sopra l’effigie  di san Marco evangelista. Scriveva il predetto Massucci che era dipinto “TUTTO IN TAVOLA DORATA”. Il carattere maiuscolo è aggiunto qui per ricordarne la specificità. L’argomento tornerà nella parte finale.

       Di tre immagini del secolo XV: la Beata Vergine; San Procolo e san Paolo separate, ma “tutte componevano un solo quadro” in legno dorato dipinto” si trova notizia ancora nel 1765  ( ASAF Inventari 17.A.11). Ai dipinti del monaco santavittoriese Fra Marino Angeli, appartenenti alla parrocchia di San Procolo di Collina, si aggiunsero gli affreschi di scuola marchigiana fermana e farfense che hanno abbellito questa chiesa e restano come segni dell’alta devozione dei collinesi. Il trittico del 1448 fu traslato  nella chiesa montevidonese dedicata alla Madonna delle Rose.

       Quando il papa Eugenio IV  mandò  nella Marca come suo vicario Francesco Sforza contro costui ci fu una lunga guerra conclusasi con la cacciata degli Sforza nel 1446. Allora lo stesso pontefice confermò a Fermo il dominio degli antichi castelli con proprio particolare statuto. Vennero gli anni dei capolavori artistici a Collina, San Procolo, San Marone e Montevidone con qualificati pittori, tra cui il monaco Marino Angeli santavittoriese.

       In un inventario arcivescovile del 1450 risulta che l’antico beneficio della chiesetta di san Maroto di Collina aveva una casa presso la chiesa centrale del SS. Salvatore a Collina. Il santo era raffigurato mentre teneva al guinzaglio un drago per significare il santo potere di sottomettere le forze del male, portatrici di  malattie, distruzioni di raccolti, perversione di animi, sfiducia, disperazione, violenza.

       Alla meravigliosa arte umanistica,  facevano tragico contrasto le invasioni militari di truppe che  seminavano la miseria e le pestilenze, registrate sette volte durante il secolo XV secolo. Nelle Cronache Fermane (pp. 48-82)  l’anno 1497 fu famoso per tante guerre, insieme con la peste e la carestia in tutti i castelli della provincia fermana.

       Degni di considerazione sono gli atti notarili che sinora non sono stati studiati. Ad esempio a Collina nel 1478 era notaio il collinese Paolo Antoni per un lascito beneficiale alla chiesa del SS. Salvatore alla presenza dei testimoni, compaesani Francesco di Giovanni Angelici e Ciccarello Andree .

      Sulla difesa fermana ha testimoniato Leon Battista Alberti nella sua Descrittione di tutta Italia. Si legge: ” Fermo fu in grande reputatione appresso tutti i uicini popoli, in tal guisa, e diceuasi volgarmente: ‘ Quando Fermo vuol fermare, tutta la Marca fa tremare’. Et ciò occorreva dalla gran concordia che si ritrovano fra la città, Castelli e Ville del suo territorio. Imperocché occorrendo a fare alcuna espeditione contra i nemici della Patria, concorrevano tutte le castella e ville e si apprestavano alli cittadini. Et così tutti d’uno volere ordinatamente andavano contra i nemici. Onde non era tanto esercito che non avessero combattuto con lui, reportandone gloriosa vittoria.” L’Alberti sognava un forte esercito di volontari per Firenze e lo aveva intravisto nel Fermano, senza sapere che questa Città talora  preferì pagare per far allontanare i briganti delle corrompibili milizie di ventura, piuttosto che dar loro occasione di incendi e di  morti in città e nei castelli. Le spese erano notevoli.

sec. XVI

       Tra i pericoli esterni erano particolarmente gravi le incursioni piratesche dei Turchi che saccheggiavano e sequestravano persone. Per di più, nel governo della città  e dei castelli si verificavano colpi di stato.  Nel 1501 il fermano Oliverotto Ufreducci si fece vedere con i soldati di Vitellozzo Vitelli e nel 1502 si fece tiranno fermano. Nel frattempo stava arrivando nella Marca Cesare Borgia (detto Valentino, figlio di Alessandro VI)  che chiamò  Oliverotto a Senigallia e  lo eliminò.

       Nel 1503 il Borgia radunò a Fermo i vicari e rappresentanti dei castelli, compresa Collina, in un comizio generale che gli doveva tributare onori come signore e governatore dello stato con lodi per la libertà, la tranquillità, l’obbedienza e la concordia. Ma poco dopo morì il papa e il Valentino si eclissò (DI NICOLO’ p. 239). Insorsero nuove guerriglie tra le famiglie Uffreuducci e Brancadoro. Ne trasmise l’eco il libro dell’Alberti che dopo le lodi esagerate per la coesione dei castelli  con Fermo, pubblicava nel 1550 ” Cinquanta o sessanta anni in qua, essendo diventati cittadini nemici della ‘Contadera’ – così eglino nominan gli huomini habitatori  delle Castelle e Ville – l’armi che altre volte soleuano pigliare contro i nemici della Patria, drizzandole contra di se stessi, in tal maniera hanno condotto questa città che ella è quasi rouinata …” ( ivi p.. 149-150).

       La chiesa di San Salvatore di Collina nel 1524 ebbe una gran bella campana di libre 1.500, segno di una parrocchia attiva e dotata di risorse. Ma nuovi fatti fecero capire che i rapporti con Roma non suonarono bene.

       Nel 1537 Pier Luigi Farnese, figlio di Paolo III, tolse lo Stato a Fermo e si stabilì per volere pontificio come signore del nuovo governo. Nuovo capoluogo del territorio Fermano (sottomesso al Governo dei Farnese) fu Montottone ove si formò la Lega dei Castelli che si allearono per l’aiuto cambievole in ossequio al sovrano Romano. Di fatto lo Statuto Fermo seguitò a regolare le autonomie locali che formavano  il nuovo “Stato Ecclesiastico  in Agro Piceno” durato fino a quando nel 1547 morì Pier Luigi Farnese. Collina, per la vicinanza a Montottone ebbe nel decennio un ruolo particolare per la gente nuova arrivata a Montottone e rimasta poi ad abitare a Collina.

       Durante il governo Farnese, dagli atti consiliari di Fermo (1540-1547 c. 25v) risulta Ser Marino Georgi da Collina tra i conservatori del nuovo Stato Ecclesiastico Piceno. E’ pensabile che si sia associato ai Ruffo, nuovi venuti. L’incarico di Governatore  dello Stato era stato affidato a  Bernardino Ruffo de Tuscia (toscano) che veniva affiancato dal cognonimo Uditore, giudice, Flaminio Ruffo.

       Emerse in questo decennio farnesiano, anche Bartolomeo Ruffo che è menzionato nella cronaca scritta da Marino LUCIDI per raccontare le lotte tra i paesi nel periodo 1537-1548 (Biblioteca di Fermo, Manoscritto 377 c. 45 ss).  I Ruffo vennero a Montottone per incarichi di  luogotenza  del sovrano Farnese. Una famiglia Ruffo si stabilì a Collina. Degni di studio sono i verbali nel voluminosissimo registro conservato a Montottone per le successive vertenze di pretesa indipendenza dei castelli. Fu scritto per contestare l’esosità di Fermo e preferire un’amministrazione che rispettasse maggiormente le autonomie.

       Come rimedio alle continue  lotte, i Fermani chiesero e ottennero dal Papa nel 1550 che fosse stabilito da quell’anno in poi, per sempre, come Governatore Fermano il cardinale nipote del sovrano pontefice. Le vertenze dovevano esser presentate al tribunale di Roma e questo dispendio talora dissuase i facinorosi. Fu  facilitata la pacificazione nel nome della volontà del pontefice, e furono frenate le ambizioni delle avverse fazioni.

       A Collina, la data 1565 è scritta nel dipinto raffigurante la Vergine in trono ed i santi Marone e Procolo: ” Fece fare quest’opera Pellicano Vitelli da Collina per voto  il 15 settembre 1565 e dipinse Iacopo Agnelli da Patrignone”. Con il nuovo governo, nuova anche l’arte  a Collina.  Un portale molto ben scolpito fu fatto attorno al 1572 per la pievania del SS. Salvatore a Collina che era comune autonomo e tale restò fino al regno di Napoleone.

       Con i Farnese che governarono lo stato dal capoluogo Montottone, vennero a Monte Vidone  i Pelagallo, addetti al servizio logistico durante il travagliato decennio e acquistarono il palazzo presso la porta del Castello. Il  comuni  di Petritoli  nei documenti spediti dal sovrano romani fu confuso come Petriolo, vicino a Mogliano, sottomessa ai Farnese. Questi comuni erano ambiziosi di indipendena da Fermo e l’ottennero per un decennio. Poi, nonostante le reiterate proteste, fino al 1576,  furono  riportati da Gregorio XIII sotto il Governatore Fermano per creare coesione di forze contro i Turchi, e contro i banditi (MANNOCCHI, L. Alcuni documenti storici delle terra di Petritoli. 1897 p. 66)

         Nel 1590  tornarono dalla loro terra Campana i banditi della famiglia Sciarra, già noti per i danni inferti ai castelli fermani, tra cui Collina. Si ha notizia che  Battistello da Fermo  insieme con Domenico Pelagallo, Pacchiarotto Brandimarte Vagnozzi furono militari di ventura al soldo dell’abruzzese Marco Sciarra, detto il re di Campania, e devastarono le terre delle Marche. Nel 1592 Monte Vidon Combatte e Ortezzano subirono gravi rappresaglie dai saccheggiatori del Vagnozzi.

sec XVII

       Gli amministratri della comunità di Collina provvedevano a quanto era necessario  per  i servizi di medicina, di scuola, i molini, i forni, le macellerie, le strade, le fontane, i pascoli, il legnatico e simili, secondo lo Statuto Fermano. Dai castelli venivano inviati a Fermo dei rappresentanti loro plenipotenziari per far parte del Consiglio Generale dello Stato, sotto la guida dei Priori che si avvicendavano.

        Il castello Collina era sopra un luogo scosceso, tra fossati,  rivi ricchi di vene acquifere, come  il Rio, e il fosso dei Piani, per cui le mura ne subivano le conseguenze erosive e il terreno facilmente a scivolava e smottava. Tra gli anni di eccessive piogge venne ricordato il 1659. Le acque piovane crearono gradualmente un avvallamento sul percorso stradale. Crollò la canonica collinese ed il parroco si trasferì ad abitare altrove. Nel seguito dei decenni si sarebbe preferito traslocare l’incasato intero a Collina nuova.. Una quantità delle acque sovrabbondanti ristagnò tra le mura castellane  e il terrapieno interno, tanto da lesionarne le fondamenta e provocare lame e  frane delle pietre sconnesse.

Sec.  XVIII

       Grande fu il rinnovamento urbanistico del secolo XVIII.  L’arcivescovo Fermano Alessandro Borgia si interessò molto di urbanistica, e nel 1727 stanziò una somma per riparare le mura di Collina. <ma poi sopravvenne il terremoto del 1741 che lesionò gravemente tutti gli edifici, in modo che fu giudicato ireparabile.

       L’arciv. Borgia decise di ricostruire la chiesa a Collina Nuova. Tra gli architetti di maggiore fama, Pietro Maggi, ebbe a  programmare alcune nuove costruzioni. Egli decise che si facesse nuova la chiesa di San Procolo.

       Nel castello di Collina c’era disponibilità di generi di prima necessità presso i mugnai, i macellai, i fornai, i fruttivendoli e vari negozi e botteghe che avevano licenza dal comune. Il sostentamento non mancava perché i contadini, gli enfiteuti, i coltivatori diretti rendevano fertili le risorse del suolo e fornivano i prodotti alimentari. Inoltre bonificavano altre terre non ancora sfruttate. La laboriosa inventiva degli antenati ha lasciato tracce evidenti nel territorio attuale.

        Nuove spese furono necessarie per il passaggio delle truppe straniere nel 1744 e per l’ammodernamento urbanistico ed architettonico dei palazzi usati per le istituzioni governative nel capoluogo fermano.  Queste esigenze comportarono un aggravio del gettito fiscale da parte dei castelli i quali si considerarono vessati e fecero ricorso al governo centrale romano nel 1771 e di nuovo nel 1782 con esiti non favorevoli.

      Tra le spese gravose c’era il mantenimento di vari servizi tra cui quello della  Università Fermana, rinomata  e frequentata da studenti esteri, alcuni provenienti persino dalla Germania.

       La guerra, esportata dalla rivoluzione del 1789 a Parigi dove aveva avuto parossismi di sangue nelle pubbliche vie, fu condotta da Napoleone Bonaparte con la sua “Armata d’Italia” che occupò le Marche, tanto che nel febbraio 1797 con il trattato di Tolentino, egli unì la ragione Marche alla Repubblica Cisalpina e l’anno successivo, con la deportazione di Pio VI, creò la Repubblica francese Romana in cui rientravano Fermo e i castelli del suo territorio. A questi fu dato il nome di Dipartimento del Tronto.

       Ogni dipartimento era diviso in cantoni ed ogni cantone raccoglieva al suo interno più comuni. Fermo fu capoluogo di 147 comuni aggregati a formare  16 cantoni, da Camerino ad Ascoli.

       In ciascun comune c’erano un Sindaco ed un Ricevitore per le imposte il quale era molto attivo. Il malcontento degli abitanto era rinfocolato dalla imposizioni forzose, tra cui il servizio militare e le requisizioni per le tasse, il metodo  violento, le aggressioni anticlericali, le persecuzioni contro i precedenti amministratori pontifici, la cacciata dei vescovi. Non si dovevano celebrare i matrimoni in chiesa, ma sotto l’albero detto della Libertà innalzato nella piazza municipale. Collina era nel Comune di Petritoli e soffrì le difficoltà del momento.

       In varie parti successero scontri militari contro le truppe armate da Napoleane: nel 1797 a Sant’Elpidio a mare, e nel 1798 a Marina Parmense dove il disordinato esercito dei volontari del re Ferdinando di Napoli fu rapidamente messo in fuga. Gli insorgenti erano soldati assoldati dal re di Napoli. A Fermo, capoluogo del Dipartimento del Tronto,  giunse il 6 luglio 1799 il generale La Hoz, un megalomane di famiglia spagnola dalle molte bandiere. Prima fu a servizio dell’Austria, poi passò con Napoleone,  e nel 1799, considerati gli insuccessi, si mise con  gli Insorgenti. Ogni volta cercò i vincenti.

       A Fermo pubblicò questo programma: ” Infami partigiani dei Francesi (…) giacché continuate a desolare in quanto potete la patria vostra con l’ateismo, con le rapine, col versare il sangue dei vostri concittadini e perfino col fuoco, io sarò inesorabile: sì, io purgherò l’Italia dai vostri simili.” Egli si definì Comandante Generale delle truppe della montagna per Sua Maestà Imperiale e Potenze Alleate” nello stabilire a Fermo la “Imperiale Regia Pontificia Provvisoria Reggenza”, senza alcunissima possibile intesa con il Papa morente a Valence, in Francia.

       La Hoz non piacque agli Austriaci e morì dopo due mesi all’eterno del forte di Ancona, dove le forze militari tedesche e russe scacciarono i francesi, come fecero nel resto dell’Italia.  Allora Roma ebbe un governo Napoletano. Gli Austriaci trionfanti in Ancona, vi stabilirono la Cesarea Regia Commissione Civile, che governava anche il Fermano. Dopo l’elezione di Pio VII a Venezia, nel 1800 ci fu una Reggenza di Stato che preparò il ristabilimento del Governo Romano Pontificio.

       Queste esperienze accrebbero l’esigenza di maggiore consapevolezza critica.

Sec. XIX

        Il governo di Napoleone tornò con le truppe a governare l’Italia fino al 1815. Nell’ordinamento restaurato ogni comunità doveva provvedere con rettitudine per la popolazione  ed in caso di mala amministrazione del denaro pubblico, i consiglieri comunali dovevano risponderne  tutti insieme. Furono ristabiliti i soppressi monti frumentari e l’annona per il grano e per le necessità primarie (LODOLINI, E. L’Archivio della Congregazione del Buon Governo. Roma 1956 pp. LXXXIXs.).

       Collina  formava Comune, appodiato a Monte Vidon Combatte. I collinesi nell’anno 1838 erano 518  di cui 129 nel castello e altri 389 in campagna. Per la vita ecclesiale c’era la pievania del SS. Salvatore cui erano unite la parrocchia di san Marone e la cura d’anime di San Procolo. Nella scuola comunale insegnava il maestro Carlo Baldassarri che era pagato scuti 25.  I bambini imparavano a leggere e scrivere i primi elementi di grammatica e la dottrina cristiana. Questi scolari erano mediamente quindici e si recavano nella casa del maestro, in mancanza di un locale comunale.

       Ben presto, dopo l’esperienza napoleonica, il moto anticlericale si condensò nel movimento detto “Carboneria” che prese i poteri politici dall’8 febbraio al 26 marzo 1831 come “Comitato di Governo provvisorio della Provincia di Fermo”. In quell’anno imperversava l’epidemia del colera e da Monte Vidon Combatte si mossero i volontari per soccorrere i bisognosi in modo continuativo fino al 1837, quando si placò questo morbo mortale. Tornò tuttavia e richiese nuovo volontariato  nell’anno 1855.

       Nel frattempo dal papa Pio IX, marchigiano di Senigallia, fu istituita la Guardia Civica locale. Grandi entusiasmi vennero espressi a Fermo dall’oratore Gaetano De Minicis e si festeggiò anche nei castelli.

       Nel 1838, in occasione della visita pastorale del Cardinal arcivescovo Fermano Gabrile Ferretti si annotò che le costumanze della gente collinose erano buone. Vi si legge: ” Un quadro rappresentante la Natività è nella chiesa Parrocchiale che dicesi del Gizzi; tre tavole del gusto della prima maniera del Raffaello che sembrano meritar considerazione.”  Il curato don Vincenzo Silvetti faceva amministrare alla Confraternita del SS. Sacramento il prestito del grano per mezzo del Monte Frumentario. Pochi passi fuori della porta del Comune collinose era stabilita la Fontana ad uso pubblico.

       Il Buon Governo Romano affidava alle amministrazioni comunitarie  le competenze da espletare nei vari servizi come la scuola pubblica, la medicina, l’annona, la beneficenza ai miseri, le fiere e mercati, le fontane, le strade, i ponti,  i fiumi, il forno, il molino, la macelleria, le poste e simili.  Risulta che nella metà secolo XIX era fiorente nei paesi l’attività tessile (Almanacco storico statistico piceno. Ed. 1856).

       Il moto repubblicano di Giuseppe Mazzini prese il sopravvento a Roma dal 2 febbraio al 3 luglio 1849 quando il papa dovette rifugiarsi a Gaeta perché nell’Urbe  fu stabilita la nuova Repubblica Romana. A Fermo, poco dopo istituita questa repubblica, fu ucciso don Michele Corsi, professore di eloquenza. Ci furono momenti difficili perché anche l’arcivescovo Filippo De Angelis fu catturato e portati in prigione ad Ancona ove fu detenuto sino alla fine della Repubblica.

       Caduto questo governo, nella comunità collinese e nei paesi limitrofi era attiva la propaganda detta “patriottica” che arruolò soldati per la guerra all’Austria nel 1849,  poi nel 1866 e per la conquista di Roma nel 1870. Tra le persone più note per  zelo ‘patriottico’ si distinsero Costantino Tamanti e Filippo Mannocchi Tornabuoni di Petritoli (Manoscritti n. 961ss nella Biblioteca civica di Macerata e MANNOCCHI, L. Memorie storiche e statistiche di Petritoli. Fermo 1889).

       Nel 1860 il re di Savoia, Vittorio Emanuele II, vittorioso nello scontro militare di Castelfidardo, invitò a votare l’adesione al Suo Regno. Pochissimi uomini votarono, mentre la quasi totalità della popolazione non si espresse. Si formò il Regno Sabaudo d’Italia nel marzo 1861 con capitale Torino. Nelle ripartizioni amministrative dei Comuni Monte Vidon Comabatte e Collina erano legati a Petritoli.

       Allora Fermo cessò di essere capoluogo di Provincia, sottomessa ad Ascoli, fino a quando la legge del 2004 ha ristabilito la Provincia Fermana, che è stata attivata nel 2009 e della sua amministrazione fanno parte  due assessori nativi di Collina.

I ruffo

       La famiglia Ruffo ( dal Latino Rufus, rosso) esisteva già in epoca romana imperiale  ed a Fermo durante il medioevo permanevano i nomi Rufo e Rufi e Rufino, Ruffini ricordati anche nelle Cronache di Anton di Nicolò   e nei manoscritti della Bibl. Fermana (mss.958-965).

       Nello Stato Romano pontificio i Ruffo ebbero incarichi pubblici sin dal medioevo. Il giudice generale della Marca nel 1272 era Giovanni Ruffi. Il Comune di Fermo nel 1277 otteneva un prestito di 100 libre da Guizo di Rinaldo Ruffi. Altro prestito di 360 libre ravennati la città di Fermo li ebbe nel 1315 dai figli di Armanno Ruffi. Tra i congiurati che uccisero il tiranno Rinaldo da Monteverde a Fermo nel 1380 c’era Antonio Ruffi.

       Occorre spiegare la loro presenza a Collina, ove ebbero discendenti. Tra l’altro, nel 1576 nella pievania di Collina fu stabilito un lascito beneficiale  da Domenico Ruffo che poi elesse come cappellano suo figlio Ludovico, convalidato dal vescovo Fermano nel 1586.

        Occorre conoscere i documenti di un travagliato periodo. Dal registro delle Cernite dal 1540 al 1547 nell’archivio comunale  risulta Bernardino Ruffo  de Tuscia (toscano) come Governatore del nuovo Stato ecclesiastico piceno, la cui sede di capoluogo non fu la città Fermo, ma Montottone. La riunione del 19 aprile 1542  (ivi carta 19) Bernardino Ruffo aveva a suo finacho l’Uditore, giudice Flaminio Ruffo. Quando il governo dei Farnese venne a cessare nel 1547, questi Ruffo toscani da Montottone  trasferirono a Collina. Seguitarono ad avere incarichi a Fermo come risulta dai verbali dei Consigli ( 17 febbr. 1556; 15 genn. 1557; cc. 119s; 126v) da cui si conosce ser Domenico Ruffo ‘de Collina’ eletto regolatore di contrada, priore per san Martino, inviato a Roma insieme con Saporoso Matteucci come ambasciatore presso Pio IV.

       Un figlio del toscano Bernardino Ruffo (già governatore di questo Stato) si chiamava Cornelio da Collina. Egli nel 1592 contrasse matrimonio nella chiesa fermana di san Martino con Gerolama Costanza di Fermo. Poco dopo il Card. Ottavio Bandini arcivescovo di Fermo e Rettore della Marca volle che il suo amico Signor Giovanni Ruffo aggiornasse lo stemma della sua famiglia.

       Eccone una descrizione. Nella metà destra dello stemma si vedono in campo d’argento cinque scaglioni neri con punte acute. Nell’altra parte divisa per lunghezza a metà, inferiormente altri scaglioni dello stesso tipo e campo, più piccoli. Nella parte superiore restante in campo azzurro, a destra una rocca merlata con il maschio interno.  Di  lato, a sinistra un albero con foglie verdi e frutti d’oro tra le foglie. Quest’albero è sormontato da una cometa crinita color oro.

MonaLdi

     A San Procolo di Collina nacque Vincenzo Monaldi, il giorno 16 aprile 1899, in contrada Fosso del Passo, da Giovanna e Pasqualina Cappella. Era il sesto degli undici figli. E’ stato il primo della serie dei Ministri della Sanità della storia d’Italia.

       La biografia di Vincenzo Monadi è in internet sia come Ministro della sanità,  sia come concittadino illustre nel sito del Comune di Monte Vidon Combatte, come pure in quello di Grottazzolina, ove la sua famiglia si era trasferita nel 1912. Frequentò le classi medie e ginnasiali nel Collegio dei Minori Conventuali a Montottone.

       Partecipò alla Grande Guerra, si iscrisse al Partito Popolare e dopo la maturità liceale a Fermo, fu eletto sindaco di Grottazzolina nel 1920: il più giovane sindaco dell’epoca. Il belmontese prof. Silvestro Baglioni, docente di fisiologia a Roma, lo aiutò a iscriversi e frequentare la facoltà di Medicina a Roma, ove si laureò nel 1925. Nel 1926 contrasse matrimonio con Giulia Pompei. Divenne docente universitario, autore del Trattato di Patologia della Tubercolosi, più volte riedito. Fu Direttore dell’Istituto Sanatoriale di Napoli, chiamato in seguito Ospedale Monaldi. Fu eletto senatore nel 1948 e diede impulso alla Previdenza Sociale.

Nel 1959 a San Procolo di Collina si pose una lapide nell’inaugurazione dell’edificio adiacente alla chiesa, per i locali destinati all’Asilo, come si legge ” all’educazione dei piccoli ed all’Azione cattolica”. Questi erano dedicati con affetto e riconoscenza durevole al Ministro, Senatore, Professore Vincenzo Monadi che qui ebbe i natali. Era lodato questo figlio della patria collinose, illustre cittadino, onore e vanto di questa parrocchia e celebrità medica di risonanza mondiale.

       Colpito da morbo inguaribile, passò a miglior vita il 7 novembre 1969. Resta caro alla memoria di quelli che, avendolo conosciuto, lo amavano e benemerito per i progressi della medicina in Italia.

MASSUCCI

       Tra le famiglie che si distinsero nella parrocchia di san Procolo ed in Collina c’erano i Massucci.  Sin dai primi registri dell’archivio parrocchiale risultano presenti e con adesione fedele alla Chiesa. Uno dei più antichi lasciti per far celebrare sante Messe per i defunti nella chiesa di san Procolo fu, nel secolo XVI, quella dei Massucci. Essi avevano  abitazione entro il castello collinese. Come risulta da un inventario (ASAF 17.A.3) nel 1727  vi abitava don Giuseppe Massucci. Nel borgo c’erano case Porfiri e Massucci  Amico e Cesare (ASAF 17.A.1).

       Ecco lo stato delle  famiglie dell’anno 1765: dentro al castello cinque famiglie Massucci(=M.). La  terza abitazione (dopo la canonica e quella dei Porchiese) era di Giuseppe M. Inoltre la quinta famiglia di Saverio Marone M.; l’ottava di Alesio M., la nona di Francesco Tobia M.  Nella campagna la dodicesima  di Antonio Massucci.

CHIESE

Nel COMUNE di COLLINA, Collina Nuova dal 1744

       L’elenco delle chiese è indispensabile per conoscere le antiche pitture e sculture che raffiguravano i santi a cui erano dedicati i luoghi sacri e i lasciti beneficiali.

       A Collina c’erano tre parrocchie: La matrice all’interno del castello era dedicata, come d’uso per i Farfensi, al SS. Salvatore ed a Santa Maria ed era detta pievania; le due altre parrocchie erano rurali, una dedicata a San Marone, l’altra a San Procolo. C’erano inoltre altre chiese in onore di Santa Maria e dei santi Francesco da Paola e Orsola. I più antichi luoghi sacri cristiani furono creati presso le preesistenti antiche ville dell’epoca dell’impero romano.

Ch.  S. Pietro

       L’esistenza di questa chiesa risulta nel pagamento delle decime per il papa negli anni 1290\1299 quando vi era  cappellano don  Luca Claudii. Dopo la demolizione rimase il toponimo San Pietro nella contrada.

 Chiesa  SS. Salvatore dentro al castello di Collina

       Il nome di questa parrocchia era di pievania, da ‘pieve’ in latino ‘plebe’ che indicava il popolo in generale, la gente comune. La chiesa era detta plebanale o pievania. Era collocata sul punto più alto di Collina all’interno e presso le mura del castello di cui si ha un’immagine dipinta su tavola dorata da Marino Angeli raffigurante san Marone che regge questo castello. La parrocchiale di San Maro venne unita a questa pievania nel sec. XVI.

       Vi era stabilita la Confraternita del Corpo di Cristo o SS. Sacramento che nel corso del tempo ebbe lasciti e manteneva un suo Cappellano. Nella visita apostolica di mons. Maremonti, dopo il Concilio di Trento, nel 1573, a Collina c’erano tre chiese. Nella parrocchiale SS. Salvatore era parroco don Massio Angelini. Oltre all’altare maggiore vi erano questi cinque altari laterali: l’alt.di San Procolo, (traslato dal 1558 dalla chiesa rurale); l’alt. dell’Annunzia che veniva assegnato dal Pievano di Ponzano (segno della presenza farfense); l’altare di San Rocco (invocato contro la peste, per devozione della Comunità); l’alt. di Santa Maria di Loreto (unito alla parrocchia dal 1558); e quello in onore di San Sebastiano.

       Quattordici anni dopo, nel 1587 il vescovo fermano facendovi visita, incontrò ancora il parroco don Massio. Gli altari laterali erano diventati sette. Permaneva quello comunitario di S. Rocco. L’altare di San Procolo era stato dotato con lascito dei Porfiri. Inoltre la famiglia collinese Marini aveva fatto un lascito in onore di Santa Maria della Consolazione (presso l’altare maggiore). In luogo dell’altare di san Sebastiano era sopravvenuta la confraternita del Santo Rosario che aveva l’intitolato alla Madonna. Un altro altare nuovo era dedicato a San Giacomo patronato di don Domenico Ruffo. Il Visitatore trovò presso l’altare laterale di santa Maria di Loreto delle tavole appese alle pareti con immagini della Madonna e decise che fossero rimosse. Nell’altra altare laterale dedicato alla Madonna Annunciata decise che vi fossero messe immagini. A Collina (vecchia) la chiesa pluriparrocchiale era abbellita delle splendide pitture del monaco Marino d’Angeli di cui si darà notizia a parte. Dopo l’abbandono del luogo, nel 1744, le tavole dipinte furono  trasferite.

       Nel 1727 era parroco don Valentino Porfiri che aveva restaurato questa chiesa nel 1726. Aveva tolto il dipinto su tavola di legno dorato e messo l’immagine del Padre Eterno con santa Elisabetta e due altre figure. Nell’inventario (ASAF 17.A.3) si descriveva questa chiesa esistente nella contrada dei signori Ruffo, lunga palmi 60, larga 30. C’era la canonica adiacente. Aveva il suo campanile con due campane. La maggiore di libre 1500 aveva la scritta latina (tradotta) “Anno 1524. Opera di Iacobbo de Vernicis” con le figure del SS. Salvatore e della Vergine Maria con il Bambino. Alla stessa data 1524 iniziava il primo Registro dei Matrimoni segnalato della stessa Parrocchia di Collina.

       Un’altra campana era stata fusa nel 1704 a spese di don Valentino Porfiri, di Francesco Maria Massucci e del Comune collinese. Infine fu aggiunta un’altra campana nel 1738, opera di Francesco Folchi Ferrarese. Alla pareti laterali, due altari.

       Un lascito dei Martini nel 1686 con il titolo di sant’Antonio da Padova era stato occasione per farvi una statua di legno raffigurante questo santo francescano con il santo Bambino il braccio. Nel paleotto dell’altare maggiore era  effigiato il SS. Salvatore. Nel presbiterio era stato collocato, dopo i restauri dell’anno 1726, il dipinto che raffigurava Il Padre Eterno in alto, Santa Elisabetta ed altre due figure.

       Con il lascito beneficiale dedicato all’Annunziata e con quello di san Rocco, l’altare laterale nel 1728 fu dotato di un  quadro con il dipinto in tela, raffigurante la Madonna con il Figlio con angeli attorno ed in basso a destra san Rocco e san Francesco d’Assisi (identificato talora per san Felice) ed a sinistra San Giovanni Battista e S. Monica(identificata talora come santa Chiara d’Assisi).

       Dall’inventario del 1771 risulta che a chiesa era ricostruita della lunghezza di 81 palmi romani e larga 30 e mezzo ed aveva la sacrestia. Presso l’altare maggiore il quadro antico  di palmi 11 x 7 effigiava La Natività..  In una tela erano raffigurati La B. Vergine con il Bambino e San Giuseppe. C’erano i dipinti su tavola raffiguravano san Marone e san Procolo;  san Sebastiano con una Santa  (identificata a volte con  S. Apollonia, a volte con S. Orsola) – e la Pietà ed erano  porzioni di un antico quadro. In alto sulla tribuna un dipinto della santa Famiglia di Nazareth.

       Era festeggiato come patrono San Giovanni Battista (ASAF.- 17.C.24).

      Dipinti più recenti, uno per san Francesco da Paola, altro per la B. Vergine Maria. Il lascito Solimani del 1735, per pregare con la ss. Messa per le Anime Purganti era stato occasione di far dipingere su tela La Vergine Maria con il divin Figlio con Angeli, san Felice cappuccino e le Anime purganti.

       Tra gli oggetti preziosi della pievania, una Croce ricoperta di lastra d’argento forata con Crocifisso di argento gettato. Negli angoli di questa le immagini dei quattro Evangelisti dorati. Dietro ad essa l’immagine di un vescovo, parimenti dorata. Dato che la parrocchia rurale di san Procolo vescovo era traslata entro il castello di Collina, questa immagine di vescovo potrebbe riferirsi a san Procolo.

       Dalla visita pastorale del 1838 risulta che questa chiesa, di forma quadrilunga,era sita nella via dell’Eternità. Una via molto significativa, con un toponimo non riscontrato altrove. Oltre all’altare maggiore dal titolo del SS. Salvatore e San Marone (data l’unione di uso per le due parrocchie) permanevano alle pareti laterali tre altri altari: quello di san Rocco era unito al lascito della SS. Annunziata; l’altare della Madonna del S. Rosario permaneva nonostante che la confraternita omonima fosse soppressa per legge napoleonica; e l’altare delle Anime Purganti, di forte devozione popolare nel mese di novembre.

       Le famiglie ricche avevano fatto lasciti per ss. Messe: la famiglia Nicolini (altare S. Francesco da Paola); i Mannocchi (alt. della Visitazione e di s. Elisabetta); i conti Bernetti (alt. S. Giuseppe); i Pepoli (alt. S. Maria Maddalena). Dalla memoria di questi santi derivava l’uso di farvi i dipinti.

Ch  S. Marone\Maroto

        In latino ‘Maro’ che viene tradotto Marone o Maroto, come risulta nel 1290, quando il cappellano Baroncello fece le offerte della decima al papa. La chiesa era in campagna in territorio  del comune di Collina. Il culto di san Marone fu diffuso dai monaci farfensi  dal loro territorioReatino, ad Ortezzano, a Monteleone, a Sant’Elpidio Morico, a San Severino M. , a Camerino, ad Urbisaglia, a Tolentino, a Civitanova Marche ove se ne conserva il sarcofago.

       Il famoso dipinto del secolo XV di cui si parlerà nel seguito fa vedere San Marone che tiene a guinzaglio il dragone, simbolo del male come un protettore validissimo. Nella visita apostolica dell’anno 1573 la chiesa rurale di San Marone era dichiarata da restaurare.

       Nel 1587 risultava la parrocchia di san Marone era unita alla parrocchia del SS. Salvatore.  La chiesa rurale nel 1727 ebbe un dipinto alto circa quattro palmi e largo tre, raffigurante san Marone, ad opera del parroco don Valutino Porfidi che vi fece scrivere il suo nome con lo stemma della sua famiglia e l’anno 1693. Il santo dipinto su tela aveva le sembianze di un monaco con sotto i piedi il drago legato legato con una corda.

       La chiesa fu ristrutturata dopo il forte terremoto del 1741. Fu allungata dieci palmi nella parte anteriore. Non furono coperte d’intonaco le antiche pitture ivi esistenti. Dall’inventario del 1772 (ASAF 17.A.5) risulta che era lunga palmi 45, larga 21 ed altrettanto alta. Dal Porfiri  fu fatta fondere una campana di 400 libre con scritto il suo nome.

       Nel muro laterale  verso il castello di Collina c’erano dipinti alla parete:  sette immagini, di cui tre raffiguravano la Beata Vergine Maria con il s. Bambino in braccio; le altre quattro rispettivamente:  sant’Antonio; san Michele con il bilancino;  san Fabiano e san Sebastiano.  Nella parete dietro l’altare due affreschi, sul lato sinistro la figura del SS. Crocifisso; su quello destro, santa Lucia. Questa parete aveva un finestrino con attorno varie antiche pitture.

       Nel 1805 vi rimaneva l’antico quadro di san Procolo. Nel timpano sopra l’altare la figura del SS. Salvatore era segno dell’unione delle due parrocchie (ASAF 17.A.6). Due le statue: una per sant’ Emiddio (protettore dai terremoti) e l’altra per san Serafino da Montegranaro.

      Ancora nel 1838 nella parrocchia di San Maro un’offerta del comune collinese faceva celebrare ss. Messe nelle feste di San Fabiano e Sebastiano e di San Rocco, a cui erano dedicati rispettivamente due altari. I santi erano raffigurati nelle preziose tavole del secolo XV.

       La festa patronale di San Marone ricorreva il 18 agosto.

Ch.  s Procolo

       Questa chiesa parrocchiale esistente nella campagna collinese, sulla strada verso il fiume Ete, a circa 700 metri dal castello antico di Collina, con tracce altomedievali. Questa parrocchia divenne in seguito parte della Pievania del SS. Salvatore.  Nel 1408 era parroco di San Procolo, don Giovanni di Montottone che era rettore dell’altare di san Matteo nella chiesa del SS. Salvatore ed inoltre prebendato nella chiesa di San Vito a Carassi. (ASAF = I. B. 2 c.91).

       Sulle pareti di questa chiesa dalla fine del secolo XIV furono fatti molti affreschi. Alcuni furono fatti nel sec. XV dal pittore farfense di Santa Vittoria in Matenano,  Marino Angeli e dai suoi collaboratori, tra cui Cola, anche lui santavittoriese. In qualche dipinto del sec. XVI  è stata notata un’influenza dei Crivelli.

       L’unione tra la pievania di San Salvatore e la cura parrocchialedi san Procolo fu fatta da Panezio Pancotto da Collina, in qualità di Vicario generale del vescovo Fermano Lenzi, con editto del 4 aprile 1558.  Nella visita apostolica del 1573 Mons. Maremonti dichiarò che la chiesa di San Procolo era da restaurare. Nel 1587 era parroco don Concetto Porfiri che celebrava dentro al castello nella pievania.

       Nel 1718 era curato don Francesco Maria Massucci. Che descrisse nell’inventario (ASAF 17.A.9) tra l’altro anche le campane. Una lunga due palmi circa e larga un palmo e mezzo nella bocca aveva l’iscrizione (tradotta): ” Fatta al tempo di Marco Attilio” e le immagini una raffigurante la Croce con fogliami intorno e un’altra la Vergine Maria con in braccio il Figlio bambino. Inoltre nella parte anteriore l’epigrafe: ” A. N.S. – T.P.R. . R. ee – A.R.I.S.Q. C.A.R.M. – B.A.R.M. -“

       Nel 1765 la parrocchia di san Procolo contava 172 anime di cui 78 uomini e 94 donne. Ne era  curato don Paolo Porfiri che manteneva la tradizione di festeggiare solennemente la Madonna di Loreto (10 dicembre).  Questo parroco aveva fatto restaurare la chiesa nell’anno 1744. Era lunga palmi 38 e larga 18, con piccola torre. ASAF 17.A.11)

       Le lastre  scolpite in pietra arenaria inserite nella parete facciale della chiesa di san Procolo sono frammenti riutilizzati di precedenti opere. Le sculture delle evoluzioni di girelle ornamentali e disco a ruota sono eseguite con una certa perfezione che li farebbe risalire alla fine del  secolo XII.

       Nel 1838 durante la visita del card. Ferretti si annotarono i dipinti raffiguranti san Rocco e san Giovanni Battista nell’altare laterale. Anche la confraternita del santo Rosario celebrava in questa chiesa. L’altare laterale delle Anime del Purgatorio aveva un dipinto con le figure della Madonna con il suo Bambino e alcuni santi. Altro dipinto raffigurava la Madonna, il Figlio e san Giuseppe.

Ch. Di santa Maria di Loreto

       Nel 1648, anno di carestia, il collinese Pietro Nucci, capitano a Roma, fece costruire la chiesa di S.Maria di Loreto a alla distanza di circa 700 metri dalla chiesa di san Maroto. Era disegnata  a sei angoli e dotata di una cupola a volta e di una piccola sacrestia. Era gestita nel 1728 dalla Confraternita collinese del SS. Sacramento. Il rettore vi celebrava una s. Messa settimanale e godeva di un’abitazione all’interno del castello di Collina.

Chiesa di San Francesco da Paola

       Questa chiesa che ha dato  il nome ad una contrada,  fu fondata dai signori Vitali per devozione.

Ch. Della Vergine Santa in Campo Stefano

       Nel 1765  era  l’abate Andrea Pelagallo (nato a Roma) era rettore di questa chiesa con lascito beneficiale per celebrarvi sante Messe

Ch. suburbana di S. Maria   o Della S. Annunziata

       Il titolo di Santa Maria era tipico delle fondazioni farfensi e una chiesa dedicatale risulta sin dalla metà del secolo XV. Era fuori e presso le mura di questo castello, unita alla parrocchiale (Visita 1587 c. 63). Nelle vicinanze era la pubblica fontana.

       La Confraternita del ss. Sacramento, amministrava il beneficio lasciato da don Giuseppe Salustri, e manteneva questa chiesa rurale. Vi si celebrava una volta a settimana, per il lascito dell’anno 1632, fatto dal compaesano Detio Carminelli.

       Nel 1686 la famiglia Martini diede altro legato beneficiale con il titolo di sant’Antonio da Padova. Dalla visita del 1765 (ASAF 17.A.4)  risulta che qui era un altare laterale dedicato alla Madonna della Misericordia.

       Nel 1772 la scelta del cappellano era fatta dalla famiglia Martini, giuspatroni. Vi era un grande quadro con dipinta la Madonna del Carmine con il Bambino, contemplati da san Francesco e da san Procolo.

       Nel 1838  vi fu visitato anche l’altare laterale della Madonna del Carmine e di sant’Antonio.

Ch. Sant’Orsola

Dal parroco di san Procolo dipendeva una chiesina rurale dedicata a sant’Orsola  presso la quale, nel 1765, viveva di elemosine, un ‘romito’, eremita,  terziario francescano, Fra Felice Morelli da Servigliano, come scriveva nell’inventario  il curato don Porfiri.

Edicola della Madonna del Carmine e San Giuseppe

       Dal testamento del pievano di Collina don Valentino Porfidi in data 9 aprile 1735 risulta un suo lascito per costruire un’edicola che chiama ‘pittura o conetta’ colla immagine della Madonna del Carmine e di san Giuseppe di fronte alla strada pubblica ‘da capo il condotto’ (dell’acqua). Era stata creata dalla Confraternita del santo Rosario.

I FAMOSI DIPINTI

       Il dipinto della Madonna delle Rose con san Sebastiano e san Paolo.  fu collocato nel 1890 a Monte Vidon Combatte nella chiesa della pievania di San Biagio in sacrestia. Fu prelevato e mai riconsegnato dalla Soprintendenza  che lo teneva nella Galleria Nazionale delle Marche ad Urbino.

       Il Trittico di Monte Vidon Combatte è descritto dal Crocetti nel suo volume del 1985 su Fra  Marino Angeli ed i suoi continuatori (p.32s).  L’elenco degli studiosi che hanno pubblicato notizie su questo capolavoro comprende C. Astolfi (1903); F. Mason Perkins (1906); C. Ricci (1906); A. Colasanti (1909); L. Venturi (1915); L. Serra (1925; 1928; 1936); R. van Merle (1927); N. Vicoli Nada (1942); L. Centanni (1947); F. Maranesi (1945; 1957); F.M Aliberti (1967); A. Rossi (1973);  A. Stramucci (1974); M e A. Oberto (1973); F. Bisogni (1973); P. Zampetti (1969 e 1988).

     E’ un dipinto su tavola (cm 138×140)  a tempera e reca l’iscrizione ” FRATER MARINUS ANGELI DE SANCTA VICTORIA ME FECIT MCCCCXXXXVIII” (mi fece fra’ Marino Angeli da Santa Vittoria nel 1448). Raffigura al centro la Madonna delle rose, San Sebastiano(a sinistra) e San Biagio (a destra).  Proviene dall ex-chiesa parrocchiale  di Santa Maria delle Rose, da dove, per sicurezza fu trasferito nella sacrestia della pievania di San Biagio ove lo annotava  l’inventario del 1921,  e lo ammirò nel 1942  la giornalista N. Vicoli Nadia.  Prelevato dall’Ufficio della Galleria delle Marche in Urbino, mai più riconsegnato, nonostante le ufficiali richieste trasmesse a suo tempo dal parroco don Giuseppe Viola, tramite la Curia arcivescovile Fermana.

       Leggiamo la descrizione del Crocetti che inizia dalla citata epigrafe. ” Nel frastagliato giro suppedaneo del trono, ove si asside la Vergine, corrono diverse lettere, riprodotte nella scrittura gotica ed isolate entro riquadri (…)  alcune lettere spezzate e sovrapposte completano l’anno XXXX.\VIII.  Nel centro siede la Madonna nell’atto di reggere il Bambino, che poggia i piedi sul ginocchio sinistro; il Figlio, coperto da veli trasparenti, si trastulla col manto della Madre, la quale, nella destra sollevata, stringe e mostra un fiore. Ben modellate appaiono le teste della Vergine e del Bambino, mentre piuttosto incerto risulta il panneggio, nella decorazione e nella cadenza logica delle pieghe. Da sottolineare la ricchezza di linee e di figure che ornano il trono, nella corrente del gotico cortese.

       I braccioli laterali del trono fanno da base agli Arcangeli: san Michele con la spada e san Raffaele con il pesce, che posano come statuine ornamentali. Più in alto quattro Angeli sorreggono un drappo, composti in atteggiamento di contemplante adorazione; sul drappo rosso spiccano decorazioni in oro con grifi rampanti.

Nei pennacchi formatisi all’esterno dell’arco centrale, contenuti dalla cornice esterna, è rappresentato in miniatura il mistero della Annunciazione.

       Nel comparto di destra è raffigurato san Sebastiano in piedi, con in mano una freccia; ai suoi piedi si scorge la piccola figura del committente inginocchiato, con le mani giunte e gli occhi rivolti verso la Vergine e il Figlio. In quello di sinistra è raffigurato san Biagio in abiti pontificali, nell’atto  di benedire i suoi protetti. Monte Vidon Combatte infatti lo invoca come suo protettore principale, e la chiesa plebana del capoluogo ‘ab antiquo’ porta il titolo del santo vescovo armeno.

       Sopra i due comparti laterali si scorgono altre due figure: un santo vescovo e una figura non identificabile per caduta del colore.

Lo stolone che scende lungo il bordo del piviale, indossato da san Biagio, è ornato da una serie di Santi ( i dodici Apostoli)  con particolari minuziosi, che inducono ad ipotizzare anche una collaborazione artistica presso una scuola di miniatura.

IL polittico

       Il polittico di Collina, dipinto a tempera su tavola, è stato ben studiato da Giuseppe Crocetti nell’opera ” La pittura di Fra Marino Angeli e dei suoi continuatori” (Urbino 1985 p. 26ss) che spiega il suo smembramento. Dalla chiesa rurale di San Marone di Collina erano state prelevate tre tavole raffiguranti La Pietà; Sant’Antonio e san Marone; San Sebastiano e sant’Agata. Da altra chiesa rurale di Collina dedicata a San Procolo erano state asportate due tavole raffiguranti La Madonna col Figlio San Paolo e santa Lucia.  Di queste si ha notizia anche dall‘Inventario degli oggetti d’arte delle provincia’  edito dallo Stato nel 1936 a cura di Rotondi e Molaioli, che scrivono: “Di M. Angeli si vedone un trittico firmato e datato 1443 nella Galleria Nazionale di Urbino proveniente dalla Parrocchiale di Monte Vidon Combatte”. La Madonna ammantata di blu è raffigurata seduta in trono con sulle ginocchia il Bambino. Due  Angeli sorreggono un tappeto damascato sullo sfondo.

Santa Lucia e san Paolo raffigurati di tre quarti su fondo dorato sono in  un quadro cuspidato con pinnacoli.

Il Crocetti acquisisce le considerazioni espresse da altri studiosi: come Fabio Bisogni, Federico Zeri, A. Rossi. Cita la documentazione del 1772 quando, nella chiesa dedicata al SS. Salvatore, si conservavano il dipinto della Pietà presso l’altare maggiore e lateralmente, da una parte, quello raffigurante  i santi Sebastiano ed Apollonia ( meglio Agata)e, nell’altro lato, la tavola con San Marone. Questi venivano definiti “porzione dell’antico quadro”.

       LA PIETA’  è descritta dal Crocetti: “Sul fondo dorato, dinanzi alla croce, è raffigurata la Vergine nell’ampio manto bruno, svolgentesi in gotiche volute, seduta su un prato fiorito nell’alto di sorreggere in grembo il Figlio, deposto dalla croce. Le membra abbandonate del Cristo sono in fase di irrigidimento (…) Sul capo ancora una simbolica corona di spine; il tenue velo che copre il nudo dona all’immagine un soffio di spiritualità, con la sua trasparenza (…) Gli occhi della Madonna esprimono efficacemente l’intensità dell’amore materno, espresso nelle serena  consapevolezza di Corredentrice dell’umanità. Le aureole hanno una propria caratteristica, che può considerarsi come una firma di bottega: sono puntini di imprimitura manuale, fatta col punzone, seguendo circonferenze concentriche variamente disposte, o abbinate in disegno preordinato e costante nella sua ripetizione nelle aureole delle immagini degli altri santi.”

S. ANTONIO ABATE, sempre seguendo il Crocetti ” è presentato nella tradizionale iconografia. Barba fluente, coperto da un grande mantello, destra appoggiata al bastone aviatorio provvisto di campana e la sinistra sorreggono mantello e libro sacro.

S. MARONE, l’apostolo del Piceno, vissuto, secondo la tradizione, tra la fine del I secolo e gli inizi del II secolo, è raffigurato con due simboli: il bastone di viandante, al quale è legato un piccolo drago, sta a ricordare il suo apostolico pellegrinare per fugare il paganesimo, simboleggiato, come nella leggenda di S. Silvestro, dal drago. Il castello turrito e fortificato, sul quale è scritti ‘Collina’ricorda che il santo è patrono della gente che vi abita.

S. SEBASTIANO, legato ad un tronco d’albero, è trafitto da numerose frecce. La figura risulta statica e legnosa: più che un giovane soldato, appare come uomo d’età matura. E’ il santo invocato nelle malattie d’ogni genere, ma specialmente in tempo di peste e di altre epidemie.

S. AGATA, Vergine e Martire, ben riconoscibile dalla palma del martirio e dai segni lasciati dalla recisione delle mammelle (…) Nella parte più alta delle tavole c’è il fondo oro; nella parte bassa è dipinto un prato fiorito, senza formalizzarsi in finezze, né in ricerca di particolari.

LA MADONNA COL BAMBINO.

Sul fondo è steso un tendaggio rosso, arabescato in oro, sorretto da due Angeli,

dinanzi al quale si staglia, con stacco e maestà, la figura della Madonna, coronata con diadema; il velo bianco di lino ed il candido ermellino le conferiscono dolce dignità regale, insieme al manto sul quale spiccano fregi di grifi fantastici. Il Figlio, coperto con veli, è seduto sulle ginocchia materne; con la destra regge tre fiorellini rossi, mentre la sinistra si aggrappa al seno.

Nei riquadri curvilinei delle cimase, quasi fossero miniature, si ravvisano S. Barnaba con la torre e S. Apollonia con la tenaglia; nelle mandorle terminali compaiono due figurine di Angeli.

S. LUCIA, vergine e martire, è simboleggiata dagli occhi esposti sul piccolo vassoio e dalla spada, strumento del suo martirio. La santa è molto invocata nelle malattie degli occhi.

S. PAOLO Apostolo mostra un libro, per ricordare che fu scrittore sacro (le quattordici lettere) e predicatore del Vangelo, e la spada, attraverso la quale intende rievocare la sua decapitazione sulla via Ostiense, fuori dalle mura della Roma imperiale.

La tavola che riproduce in semibusto le immagini di S. Lucia e di S. Paolo conserva ancora, ai lati e nella parte superiore, porzione della cornice originale” (ricetti).

       Nella chiesa San Procolo, presso l’altare si teneva il quadro dipinto in tela con l’effige di San Procolo vescovo.  Più in alto, in una tavola di legno dorato  “l’effige della B.ma Vergine. Di lato, sopra una porta della sacrestia, un dipinto su tavola raffigurante San Marco ; dall’altro lato, sopra l’altra porta della stessa sacrestia, l’immagine su tavola dorata di San Paolo apostolo “le  quali immagini tutte componevano un sol quadro” è scritto nell’inventario del sec. XVIII. In un’altra chiesa di Collina che era officiata dalla confraternita locale  del SS. Sacramento, secondo il proprio inventario dell’anno 1772,  vi erano ” appesi al muro dodici quadrucci con le figure dei dodici Apostoli.”

Ecco i dipinti su tavole di cui fa un suo  elenco il Crocetti per ricostruire un eventuale pentittico  con alla base una predella raffigurante i Dodici apostoli misuranti, in totale  altezza cm 327 e larghezza cm 227 che vengono attribuiti a Fra Marino Angeli.  Questo studioso conclude annotando, per quest’opera databile al 1457, il cromatismo nuovo nell’uso del rosa e dei violetti rivela la filtrazione della scuola umbra.

Madonna con Bambino cm. 64×63

Santa Lucia e san Paolo apostolo con cornice cm. 98×77

Frammento perduto di San Marco cm 47×54

SS. Salvatore  cm 89×59

Sant’Antonio e San Marone  cm. 84×66

San Sebastiano e Sant’Agata  cm. 84×66

dipinto dell’ Agnelli

Nell’inventario edito dallo Stato nel 1936 si descrive un dipinto ad olio su tela cm 244 x 154 si legge l’iscrizione che, tradotta, dice che Pellicano Vitelli di Collina diede a fare quest’opera  per voto nell’anno 1545 il 15 settembre, e a dipingerla fu Giacomo (Iacopo) Agnelli di Patrignone ( di Montalto). La Vergine in trono, tra Angeli, su sfondo del paese, è contemplata dai santi Marone e Procolo.

TRADIZIONI

Tra le feste ecclesiali, oltre a quelle del Signore,come il SS. Salvatore (9 novembre), altre, in ricorrenza della memoria dei santi: il 24 giugno, san Giovanni Battista; il 15 agosto, l’Assunta di cui si venerava il titolo di Madonna della Consolazione; il 16 agosto, san Rocco; il 18 agosto, san Marone; la prima domenica di ottobre, la beata Vergine del Rosario; il 22 ottobre, s. Orsola; il 10 dicembre la beata Vergine di Loreto.

La CUCINA

Alle suggestioni della quiete idillica del paesaggio agricolo verdeggiante e profumato, i visitatori apprezzano le ricette tradizionali che tramandano l’esperienza e la passione del buon gusto, portando a tavola i profumi ed i sapori delle brave massaie. Tra gli antipasti si usano la galantina di pollo con olive, gli affettati con asparagi e carciofi sott’olio, il formaggio pecorino. Tra i primi piatti i vincisgrassi, i ravioli, i pizzicotti di ricotta, spinaci; le tagliatelle con verdure. Tra i secondi la cacciagione arrostita; il coniglio in agro dolce, l’agnello con verdure in padella. Poi la frutta sciroppata ed i dolci casalinghi. I vini locali sono sinergici e complementari, alleati ai vari alimenti.

STORNELLI Poesia

       L’occasione principale per far risuonare gli stornelli fu un tempo la mietitura che avveniva a mano ed esprimeva il sogno ridente delle fatiche degli agricoltori. Nel campo il canto era piacevole e lungo, ravvivato dalla merenda di ciambelle o pane con una bevuta d’acqua fresca o di vino. Dopo il breve rinfresco  si riprendeva il lungo lavoro del mietere e il canto era più vivace e festoso. Ecco alcune delle espressioni degli stornelli, in traduzione italiana.

            Non so che canzone cantare

            Tutte vanno a finire sull’amore

            \         Di giorno ce ne andiamo tutte pari

                        Con i capelli inanellati d’oro.

            Sono nato piccolino, eppure spero

            D’andare in paradiso, se Dio vuole.

            \         Scusate, amiche, se il canto è poco

                        Io devo andare a cantare lontano.

            Chi ha pochi quattrini sempre li conta

            Chi ha la moglie bella sempre canta.

            \         Dove passi tu l’erba ci cresce

                        La primavera sempre ci fiorisce.

            Che bella luna, che belle stelle

            Che bella notte da rubar le belle.

            \         Chi ruba le belle non si chiama ladro

                        Si chiama giovanotto innamorato.

            Il bello fa l’amore, è sempre solo

            Come la luna in mezzo al cielo.

            \         Verrà un giorno che sarai sposo

                        La contentezza di questa vita tua.

            Alzati, bellina, che è giorno

            Le galline vanno per la strada.

            \         Se non ti alzi tu, bel viso adorno

                        L’alba sparisce e non si fa giorno.

            Voglio fare una torcia di cera

            Alta e bellina come siete voi.

            \         A Sant’Antonio la voglio donare,

                        mi ha fatto la grazia di parlar con voi.

            O stella trionfante alla marina

            Stellina rilucente, rasserena.

       Anche in occasione dello scartocciare il granoturco si ravvivano a sera gli stornelli, nelle aie, al suono dell’organetto con la voce squillante della gioventù.

DOCUMENTI 

Secolo XII: GREGORIO DA CATINO, Regesto di Farfa. Edizione BALZANI e GIORGI a cura della Società Romana di Storia Patria. Roma 1879-1914. Per la Corte di San Maroto III, 84. 111. 135; V, 98. 287. 304.

Secolo XIII: Rationes Decimarum – Marchia ed a cura di SELLA, P. Città del Vaticano 1950: per Collina chiese di S. Maroto (cappellano Baroncello) 5724 (S. Maroto anche a Civitanova e Monteleone 7047); ch. S. Pietro (cap. Luca Claudii) 6627. 6967. 7343.

Secc. XIV-XVI: Cronache della città di Fermo. Ed. DE MINICIS G. Firenze 1870

Secc.XVII-XVIII: Inventari ecclesiastici presso l’Archivio Storico Arcivescovile di Fermo in arm Inventari busta– 17. Collina

Visite apostolica e pastorale presso Archivio Storico Arcivescovile di Fermo (armadio II) a Monte Vidon Combatte e Collina: Visita Apostolica dell’anno 1573=.O.17 Collina c. 388; MVC c. 391;. Visite degli arcivescovi e vicari:   a. 1630 = X.10 c. 29 ; a. 1714 MVC = R-4e Coll. a. 1715 = R-6 ; aa. 1669\1678 = Q.1 ; aa. 1678\1685 MVC = Q-3 ; a. 1684 = Q-5 Coll. ; a. 1685 = Q-6; a. 1695 = Z-2 ;  a. 1699 = Z-7 e Z-16; a. 1727 = Y-9 ; a. 1737 = S-2 ; aa. 1745\1756 = S-4 ; a. 1770 = A-6 a. 1780, Visita del card. Ferretti; visita del card. De Angelis con indici.

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Servigliano in diretta amministrazione del governo romano pontifici

Nota sulla storia di Servigliano: Pio V  sequestrò otto castelli togliendoli al governo di Fermo e dandoli “ai diletti figli e chierici della reverenda Camera Apostolica”. Gli otto castelli in questione erano: Altidona, Massignano, Montottone, Ponzano, Loro Piceno, Servigliano, Falerone e Petritoli. Il Papa successore li ridiede a Fermo.

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Non vuole la pace chi continua le accuse

Chi vuole la guerra e la divisione e non la pace accusa i suoi nemici

i quali rispondono con accusa e mai si chiude la controversia se non quando si usa comprensione e perdono. La pace richiede perdono.

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Non l’indeterminatezza agnostica dei laicisti, ma la luce dei dieci comandamenti fa ben interpretare il presente.

Gli intellettuali cristiani stanno interpretando ciò che ci sta attorno oggi illuminando le vicende alla luce del Vangelo che valorizza sempre la dignità e la vita umana nel praticare i dieci comandamenti. il laicismo degli agnostici lascia il presente e il futuro tra le nebbie dell’indeterminatezza che non dà futuro e sta spargendo libagioni di sangue. La vita di tutti è protetta da Dio che ascolta chi aiuta i poveri, i piccoli e abbatte i vilenti.

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Dall’aiuto ai popoli disastrati nasce la nuova unità dei popoli nel mondo

Le violenze oscurano i rapporti tra i popoli. Solo la pace crea opere efficaci per lo sviluppo integrale. Il disarmo non il riarmo apre la strada alla collaborazione internazionale. Mentre ci sono nazioni che favoriscono la violenza delle armi e delle guerre per accrescere la ricchezza dei più corrotti, l’onestà nella povertà crea del civiltà del rispetto. Chi oggi fa il prepotente si troverà perdente. Vince il bene sul male. Vincerà la pace a danno degli arroganti violenti.

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La gioventù è forte nel sognare, servire, costruire seminare i cambiamenti per vivere la pace

La pace nei cuori di fronte alle difficoltà del vivere storico dei popoli dona gioia nella fatica e dona l’entusiasmo nelle riflessione dell’agire operoso. Fuori dalla rassegnazione, nell’incontro e nella collaborazione, con la luce della speranza, i credenti in Dio resistono alle violenze senza odiare né offendere. La fede di essere fratelli in Dio Padre rende le relazioni interpersonali misericordiose.

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C’è il vuoto tra tanti mezzi massmediali che non danno valori spirituali

C’è il vuoto tra lo sfinimento nel dibattere le responsabilità su ciò che sta accadendo mentre si dimentica il comandamento “NON UCCIDERE” in ogni significato. La malignità pervasiva nei meccanismi dei poteri ottusi e impersonali maschera le falsità sotto metodi ordinati che si concludono nelle violenze. Lo spirito cristiano libera dal male della conflittualità nel nome della ace donata dall’unico Padre di tutti. I giovani si salvano con la formazione spirituale perché senza Dio non c’è futuro.

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