Storia
SANTA VITTORIA IN MATENANO
dal Medioevo al secolo XIX
Testo abbreviato derivato dal libro di Giuseppe Michetti
che lo dedica a Santa Vittoria Vergine e Martire
dai Nostri Padri voluta con Decreto Statutario
«Avvocata e Governatrice della Città» venuta
con le sue Reliquie benedicenti sul Matenano.
PRESENTAZIONE dell’autore. E’ una storia tanto bella e scritta sulla base di documenti certi e controllati. Spero che i giovani del mio Paese, per i quali principalmente l’ho scritta, la leggeranno con l’amore che ha guidato me nello scriverla.
INDICE
= SANTA VITTORIA IN MATENANO NELL’ALTO MEDIOEVO
Il Castello di Santa Maria – Pietro I – Rimo – Ratfredo
S. Vittoria Vergine e Martire
I «malvagi abati»
L’incendio del castello
S. Vittoria e Ottone II imperatore: scissione
I benedettini Farfensi – Cittadini Farfensi nel Piceno
Ugo I – Il primo Priore del monastero – Suppo
Berardo I da Orte – Nel 1050
Possedimenti degli immigrati nel Piceno .
Egemonia di Santa Vittoria in Matenano
Controllo dei Guelfi e dei Ghibellini .
= SANTA VITTORIA IN MATENANO TRA I COMUNI
Il Comune
L’Abate Matteo e i comuni – Santa Vittoria
Incastellamento
Odorisio abate podestà
Dopo la guerra del 1240, l’alleanza con Fermo
Rottura
Il privilegio di Urbano IV
Morico de Monte
= IL COMUNE DI SANTA VITTORIA IN MATENANO
Presidato Farfense A Santa Vittoria in Matenano
I Podestà …………
La strage di Servigliano
I banditi
Nel secolo XIV – Durante il papato ad Avignone …..
= LE SIGNORIE
Le Signorie
Le Signorie
Urbano VI
Bonifacio IX (1388-1404)
Nel secolo XV – Durante lo scisma d’occidente
Dopo lo scisma d’occidente – La Signoria di Francesco Sforza
= SANTA VITTORIA IN MATENANO NELL’ETÀ’ MODERNA
Declino – Crisi governativa
Artisti di Santa Vittoria nel ’400
Nel secolo XVI
Personaggi illustri
Nel secolo XVII – La nuova basilica collegiata
Una umile benefattrice – Durante la rivoluzione francese
Nell’epoca detta Risorgimento – Personaggi vittoriesi
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= IL CASTELLO DI Santa MARIA – PIETRO I – RIMO – RATFREDO
Il racconto di questa storia comincia nell’897 e fino al 1039 mi servirò delle testimonianze scritte che ci fornisce Ugo nella « Distruzione», di cui riporto dei brani tradotti in italiano. Egli fu abate di Farfa dal 997 al 1039 ed è i1 primo vero storico di Santa Vittoria in Matenano.
Fino all’anno 916, i Saraceni furono la più grande calamità per l’Italia. Essi erano invasori, orde di briganti organizzate, che scorrazzavano per la Penisola, saccheggiavano e seminavano distruzioni, senza incontrare seri ostacoli, per lo stato di divisione quasi anarchica nella quale l’Italia si trovava indifesa.
I Saraceni avevano nell’Italia meridionale dei punti fortificati di rifugio, dai quali partivano e ai quali tornavano con il bottino dopo le incursioni, poi lo spedivano verso l’oriente. Prendevano di mira soprattutto i monasteri, perché vi trovavano i migliori risultati alle loro scorrerie predatorie. Nell’anno 890 assalirono la Badia di Farfa, una delle più belle e organizzate d’Italia.
L’abate Pietro II, con il suo piccolo esercito di enfiteuti, tenne testa ai briganti saraceni, per sette anni; poi vedendo che non poteva resistere, nel 898 circa trasmigrò andando in luoghi più sicuri con i monaci; e con una parte di essi venne nelle Marche, dove i farfensi possedevano molti monasteri e molte terre. L’Abate Ugo un secolo dopo ha narrato così l’origine di Santa Vittoria in Matenano: «L’Abate Pietro venuto nel Contado Fermano, incominciò ad abitare nel monastero di Sant’Ippolito e di San Giovanni in Selva, insieme con i confratelli che aveva condotto con sé e con quelli che ci aveva trovati, piangente ed afflitto per la rovina del monastero di Farfa. Nel frattempo, i Saraceni nelle loro scorrerie incominciarono a penetrare anche nel contado Fermano, per cui il detto abate, messo di nuovo in apprensione, radunò i suoi monaci e i suoi soldati e fece un castello sul monte Matenano, dove poi fu trasportato il corpo di santa Vittoria martire. Ivi rimasero aspettando che finisse quella persecuzione . . . ».
Finalmente nel 916 un fatto nuovo riempì di gaudio l’abate e i monaci farfensi. Il Papa Giovanni X era riuscito a formare una lega di Spoletani, Camerinesi e guerrieri italiani per combattere i Saraceni e li sconfisse in tre mesi. Dopo dispersi i Saraceni, pensava di tornare nell’antico monastero per riedificarlo, mentre l’età poi cominciava a pesargli e i suoi monaci lo esortavano a designare un suo successore che lo coadiuvasse nel governo, nella persona di un certo chierico di nome Rimo, di una potente famiglia, che dominava nel Fermano; il che egli fece, nel 919, poi egli visse fino a 927, perché fu avvelenato dal monaco Campo, di nobile famiglia di Rieti, che Pietro aveva educato fin dalla fanciullezza e fatto istruire anche nella medicina. Fu sepolto a Santa Vittoria in Matenano, nell’oratorio a pianterreno della torre da lui fabbricata.
Il successore abate Rimo restò per un anno, poiché alla fine del 928, venuto nella Marca il re Ugo, venuto nella Marca, cacciò dal territorio Fermano lui e i suoi parenti e al suo posto mise un proprio nipote di nome Ratfredo.
RATFREDO
Lo storico Ugo racconta: «Ratfredo, preso il governo dell’abbazia (farfense), incominciò ad agire con molto coraggio, perché c’erano rovine dappertutto. Radunate pertanto cento famiglie di uomini liberi e di servi del contado Fermano le condusse con sé nella Sabina, a restaurare il monastero di Farfa, già da molto deserto». Sicché l’abate Ratfredo si servì di maestranze e operai piceni per ricostruire Farfa, ed essi riuscirono a compiere quel grandioso lavoro in due anni: dal 932 al 934. Appena finito il lavoro di Farfa, il 20 giugno del 934, Ratfredo ricondusse gli operai nella Marca, portando dalla Sabina, insieme con loro, il Corpo della martire santa Vittoria sul Matenano.
Lo storico scrive: «Conferì a quel luogo molti altri benefici e fu lui che fece di nuovo fabbricare e consacrare la chiesa e il monastero, il che è notissimo». I grandiosi monastero e chiesa costruiti da Ratfredo sul Matenano erano situati sulla cima del colle; caddero in rovina nel secolo XVII; e di questi edifici resta solo il prezioso Cappellone.
Dal santuario della martire è incominciata la grandezza di Santa Vittoria in Matenano, paese da cui si irradiò per molti secoli la fede e la civiltà su tutto il Piceno. I
E’ bene ricordare qui in breve la storia della vergine e martire santa Vittoria che gli Statuti Comunali santavittoriesi chiamano «Avvocata e governatrice della città».
Era una giovane di nobile famiglia romana, nata, secondo le più attendibili testimonianze, verso il 230 dopo Cristo. Educata cristianamente, era fidanzata con un nobile giovane romano di nome Eugenio, non cristiano. Un giorno questi le chiese di fare opera di persuasione presso l’amica sua Anatolia a favore di un suo amico, Tito Aurelio che la voleva in sposa Anatolia. Vittoria cercò di convincere Anatolia, facendole notare che per mezzo delle nozze si può fare del bene; e si potrebbetro anche convertire al cristianesimo i (possibili) futuri mariti, ora pagani.
Anatolia espose a Vittoria le sue idee in proposito; le parlò di vita consacrata solo a Dio, raccontandole di una visione che spesso aveva, in cui un angelo meraviglioso le parlava sempre della bellezza della verginità, ed ella aveva deciso di dedicarsi e vivere sola con Dio. Le parole di Anatolia furono così persuasive che Vittoria decise anch’essa di rinunziare alle nozze. Eugenio rimase contrariato e ottenne dalle autorità romane che Vittoria fosse relegata nella sua villa a Trebula Mutuesca, oggi Monteleone Sabina, sperando di poter cambiare in seguito i pensieri della sperata sposa con lusinghe e con maltrattamenti.
Tre anni di durissima vita non valsero a mutare la decisione di Vittoria, per cui Eugenio denunziò Vittoria come cristiana e ottenne che fosse mandato un sicario per toglierle la vita. Così la martire Vittoria morì di pugnale, nel 251. Poiché a Trebula eran numerosissimi i cristiani, anche per le conversioni operate da Vittoria in quei tre anni di esilio, il corpo di lei da questi fu sepolto con molta cura, e la sua tomba divenne meta di pellegrinaggi. Il nome e la devozione verso la vergine martire santa Vittoria si diffusero sempre di più non solo in Italia ma anche in altre nazioni.
Durante le invasioni barbariche, il sacro corpo di lei fu sottratto alla profanazione in nascondiglio sicuro. Nel secolo ottavo, quando i Farfensi estesero il loro dominio e l’opera evangelizzatrice su gran parte del territorio di Trebula, curarono la costruzione di una chiesa dedicata a santa Vittoria, per venerarne le reliquie.
Al sopraggiungere del pericolo delle scorrerie dei Saraceni, queste reliquie furono trasportate nel monastero di Farfa. Il 20 Giugno 934, l’Abate Ratfredo le fece trasportare sul colle Matenano e questa santa nel Medioevo era una delle più venerate in Italia e fuori, on le liturgie dei monaci Benedettini. Un pellegrino nel 1968 scrisse: “Sul Matenano anch’io, come ogni bimbo, \ primieramente con quello di Mamma, \ appresi pure il nome di Vittoria: \ lassù, nel nome di Vittoria santa, \ si consacrano i talami e le culle; \ e sempre a Lei della fuggente vita \ è dedicato l’ultimo sospiro”.
«ABATI detti MALVAGI»
Lo storico Ugo scrive: «Appena morto Ratfredo (936), Ildebrando si recò a Pavia da re Ugo, che ancora viveva, e con molto denaro comprò l’abbazia per il pessimo Campo; indi tornò attraverso la Marca, dove gli corse incontro Campo. Questi, ricevuto il dono trasmessogli dal re, cioè il governo dell’abbazia, preso il comando dei soldati marchigiani e assicurato il possesso di tutti i luoghi grandi e piccoli che appartenevano all’abbazia, se ne tornarono ambedue in Sabina [ … ] La pace tra loro non durò più di un anno, poi cominciarono le contese. Ildebrando si unì ai marchigiani, accattivandoseli con molto denaro, e tolse a Campo i beni dell’abbazia che erano nella Marca, con i monaci e i soldati; ma Campo corse nella Marca e, distribuendo ancor più denaro… cacciò Ildebrando dal castello di Santa Vittoria (in Matenano) e da tutto il territorio dell’abbazia. E ritornò trionfante nella Sabina, dove cominciò tranquillamente a distribuire i beni del monastero ai figli ed alle figlie: aveva sette figlie e tre figli le quali e i quali dotò coi beni dell’abbazia.»
Narra Ugo: «Il principe di Roma Alberico intervenne nelle cose di Farfa e cacciò Campo. Visto ciò, Idelbrando occupò di nuovo il castello di Santa Vittoria (in Matenano) con tutti i suoi possedimenti e incominciò a distribuir tutto ai figli e alle figlie, che erano parecchi; diede loro pure la proprietà curtense di Mogliano grande e splendida [ … ] Verso quel tempo si accese una grande guerra tra Saliro e Ascherio per contendersi la Marca Fermana; prevalse Saliro che uccise Ascherio con molti dei suoi e si impadronì della Marca [ … ] Saputa la cosa, re Ugo s’infuriò contro di lui e incominciò a perseguitarlo per l’uccisione di Ascherio che era suo parente prossimo. Allora Saliro, vedendo di non poter in alcun modo sfuggire all’ira del re, indossata la veste di monaco e legatasi una fune al collo, una mattina si presentò al re e si arrese senza condizioni. Re Ugo, mosso a pietà, lo perdonò e lo mise a capo di tutti i monasteri di investitura reale che erano nel territorio della Marca Fermana. Tutti gli abati di quei monasteri si sottomisero, eccettuato l’invasore Ildebrando che gli resistette; ma Saliro per allora prevalse e lo cacciò dal castello di Santa Vittoria. Di nuovo tornò Ildebrando e cacciò Saliro, il quale poi riuscì a cacciare una seconda volta Ildebrando e definitivamente; ma visse poco tempo, e là morì e fu sepolto». Le notizie narrate fanno immaginare le conseguenze causate da questi pazzi furiosi sulla popolazione.
L’INCENDIO DEL CASTELLO MATENANO
Saliro morì a Santa Vittoria nel 945 e così «fu reintegrato in pieno l’infausto possesso di Ildebrando a Santa Vittoria. Tutto trionfante per questo successo, un giorno fece preparare un grande festino per la consorte, per i figli e le figlie e per i soldati dei quali ne aveva molti e grossi; poiché sebbene non fosse mai riuscito a governare sulla Sabina, tuttavia quello che costituiva il patrimonio dell’abbazia nella Marca, lo governò come sua proprietà fino al tempo di Ottone I (952-972) [ … ] Ma il giorno che fu celebrato quel festino, dopo la cena, a notte fatta, essendo tutti intontiti dal vino, e dal gran mangiare, nessuno di loro poté udire quando il fuoco cominciò a bruciare il castello; in quell’incendio anche tutta la ricca suppellettile portata dalla Sabina andò perduta, bruciata dal fuoco ».
Ildebrando tenne i monaci e il popolo di Santa Vittoria fino al 971, mentre a Farfa si succedono abati che non hanno forza sufficiente per riconquistare alla badia il dominio del Piceno; finalmente l’abate Giovanni III, eletto a Farfa nel 967, si presentò a Ottone I nel palazzo imperiale di Ravenna, e ottenne dall’imperatore la deposizione di Ildebrando, al quale fu assegnato un vitalizio dall’imperatore stesso.
Santa VITTORIA E OTTONE II
A Ottone I, nel 973, successe il figlio Ottone II che aveva la mania delle reliquie dei Santi, come il suo consigliere Teodorico, vescovo di Metz, e del resto come d’uso in quei tempi. Recandosi in Calabria per combattere i Saraceni, fu ospite di Fermo. Qui sentì magnificare i miracoli della santa vergine martire Vittoria e gli venne il desiderio di rendere sue quelle Reliquie.
Ottone II mandò il vescovo Teodorico con una scorta, a tentare di poter convincere l’abate Giovanni a dargli le venerate Reliquie. Teodorico venne a Santa Vittoria, ma trovò una accoglienza ben solenne, con una numerosa schiera di monaci e di soldati che, per onorare il personaggio, facevano buona guardia giorno e notte dappertutto. Il vescovo capì che quegli amici era meglio non molestarli e se ne partì tranquillo, dopo aver venerato le sacre reliquie della venerata. Al suo ritorno, l’imperatore deluso per l’insuccesso si intestardì maggiormente, e mandò a Santa Vittoria una forte schiera di soldati, per asportare con la forza il corpo della Santa. Un forte temporale, che i cittadini ritennero miracoloso, evitò che si giungesse ad una battaglia; poiché i soldati tedeschi, dopo aver vagato tra i fulmini che si schiantavano paurosamente, «confusi di mente per l’improvviso mutamento», non riuscirono a trovare il castello, se ne tornarono mortificati al loro padrone. Il fatto è assegnato dagli storici all’anno 980 circa.
Giovanni III si adoperò per il riassetto abbaziale, ma quando stava a Farfa, insorgevano guai nelle Marche; e quando stava a Santa Vittoria, i guai arrivavano a Farfa. I domini erano troppo disgiunti dai monti Appennini. Le lamentele e i ricorsi anche calunniosi arrivarono all’imperatore Ottone II, il quale, occupato in altre cose, ordinò che fosse deposto Giovanni III e fosse eletto abate Adamo, fino a quando non fosse venuto lui stesso a rendersi conto personalmente della cosa. Questo nel 983. Ma Ottone II morì quasi subito e i due abati, invece di ubbidire al decreto imperiale, si divisero il dominio: Giovanni restò a Farfa, e Adamo occupò Santa Vittoria.
Contro l’unione pacifica di Farfa con Santa Vittoria giocavano molti fattori: l’ambizione degli abati che erano uomini e non sempre virtuoso; la lontananza delle due capitali separate dalle montagne; i signori piceni, compresi i vescovi, che preferivano questa scissione, poiché la potenza farfense era molto incomoda per essi; soprattutto poi di fatto un abate di Farfa non riusciva a snidare da Santa Vittoria un intruso, quando vi si fosse annidato con maggior potenza in uomini e cose nel Piceno. Giovanni III aspettò fino al 990, quando Adamo divenne vescovo di Ascoli e Ottone II era morto. Si rivolse allora alla vedova di lui l’imperatrice Teofania, che teneva l’impero in nome del figlio Ottone III ancora giovanetto, e così ottenne quanto desiderava. Ma Adamo, senza dar ascolto al volere imperiale, restò a Santa Vittoria; fino a quando, il 25 maggio 996, Ottone III venne di persona a cacciare Adamo e riconsegnare il dominio a Giovanni.
Giovanni III morì l’anno appresso, il 2 maggio 997, stando a Santa Vittoria e qui fu sepolto, dove era stimato, perché è storia che qui fu ricordato con solenni riti il giorno della sua morte per molti anni .
I FARFENSI
Una delle congregazioni monastiche più potenti in Italia fu quella di Farfa. Il loro metodo di vita e di apostolato era diverso da quello di oggi. I Farfensi ebbero origine nel secolo settimo con Tommaso da Morienne, tornato con altri da un pellegrinaggio dalla Palestina. Egli non era un monaco benedettino, e quando ebbe notizia di un antico luogo abbandonato e semidistrutto, situato presso il fiume Farfa, in territorio di Fara Sabina, tra Roma e Rieti, vi si recò nel e vi stabilì la sua dimora, insieme a pochi compagni che come lui desideravano vivere servendo Dio, separati dai traffici del mondo. Il loro ministero principale non era il sacerdozio; i monaci non sacerdoti prevalevano. Solo alcuni loro sacerdoti erano dediti all’apostolato presso le diverse comunità. Di fatto per assistere le popolazioni dipendenti da loro, si servivano di chierici da essi preparati a questo scopo.
Il principale mezzo di apostolato monastico era il lavoro: lavoro negli scrittoi, nelle officine, nei campi; nelle scuole di lettere e di mestieri, tra cui l’agricoltura. Le potenti aggregazioni di monasteri, dette Congregazioni Benedettine, erano molte nel Medioevo. Possiamo citare i nomi gloriosi di Montecassino, San Vincenzo al Volturno, Bobbio, S. Apollinare in Classe; indipendenti l’una dall’altra, che avevano in comune la regola di S. Benedetto.
Dobbiamo precisare che il monastero di Farfa risorto dall’abbandono nel 677, per opera di Tommaso da Moriente, sant’uomo che volle ritirarsi a Farfa insieme ad altri e quel genere di vita si diffuse tanto largamente, da diventare un ordine suo religioso. Farfa diventò benedettina più tardi. Si usò dire: «Ora et labora»: lavoro e preghiera per tutti, due realtà importanti e adatte a dare alle persone la piena dignità.
Nell’anno 817 il concilio di Aquisgrana prescrisse, come unica regola per tutti i monasteri d’Europa, la regola di san Benedetto; e solo dopo molto tempo anche Farfa diventò una congregazione benedettina, come tante altre congregazioni che avevano in comune la prescritta regola Benedettina, ma si reggevano con statuti propri e proprie tradizioni, diverse in vari luoghi.
L’abate della congregazione veniva eletto a vita dai monaci e governava tutti i monasteri aggregati, preponendo a ognuno di essi un monaco che si chiamava appunto «Preposto» e amministrava la giustizia per i suoi monaci e per i coloni dipendenti dai vari monasteri; presidiava coi propri soldati i possedimenti dell’abbazia; assegnava ad ogni monastero i mezzi di sussistenza e impiegava a suo giudizio in miglioramenti quello che di cui disponeva in più.
Il monastero Farfense andò ingrandendosi con prosperità perché cresceva il numero dei monaci e i fedeli accrescevano le donazioni, pertanto, furono costruiti altri monasteri dipendenti per accogliervi altri religiosi; e così Farfa disseminò i suoi monasteri gradualmente in Umbria, nelle Marche, in Abruzzo, in Toscana. Nell’anno mille, l’abazia di Farfa era diventata una potenza.
L’abate eletto dai monaci non sempre uno dei migliori tra loro perché c’erano pressioni da parte di potenze esterne al monastero, specialmente dell’imperatore, e qualche volta veniva imposto un abate che non era un monaco; e quando l’elezione dell’abate era regolare cioè fatta dai monaci giocavano considerazioni molto umane: abilità negli affari, doti diplomatiche, prestanza fisica, abilità nelle armi, nobile origine, che gli avrebbe assicurato l’appoggio di famiglie potenti.
Carlomagno arricchì di donativi e di privilegi la badia di Farfa e la costituì Imperiale Abadia Farfense; da qui l’investitura imperiale dei suoi abati e l’importante influenza politica di Farfa nelle lotte tra Papa e Imperatore, tra guelfi e ghibellini. Con la istituzione del Sacro Romano Impero, nel Natale dell’800, che possiamo considerare-il primo tentativo di una Europa Unita, due dovevano essere, teoricamente, le supreme autorità sopra ai popoli, al cenno delle quali avrebbe dovuto muoversi il mondo cattolico: il Papa e l’Imperatore: il Papa per dirigere l’organizzazione religiosa; l’Imperatore per dirigere i regni e i potentati civili di tutto il mondo cattolico.
L’imperiale Badia di Farfa era considerata di investitura imperiale: cioè era l’imperatore a dare l’autorità e il possesso del dominio farfense all’abate eletto dai monaci, se esso era di suo gradimento. Gli abati e gli altri feudatari spesso richiedevano diplomi imperiali che riconfermassero la legittimità del loro feudo. Praticamente tra l’imperatore e i feudatari le relazioni erano regolate dalla forza e l’imperatore arrivava dove la sua forza gli permetteva di arrivare. Per gli abati e per i vescovi c’era una questione particolare: essi erano capi religiosi e capi di un dominio temporale. Nella lotta per le investiture il papa non rinunciare a valutare la preparazione spirituale degli ecclesiastici prima della loro nomina a incarichi. La questione toccò anche qualche volta la badia di Farfa.
NEL PICENO
Abbiamo visto l’abate Pietro rifugiarsi nei suoi possedimenti del Piceno; perché nel secolo X i farfensi avevano già un vasto dominio di luoghi nel contado Ascolano, nel contado Fermano, nel contado di Camerte e altrove nell’Anconitano. I farfensi sono stati i veri civilizzatori del Piceno, dove nel decorrere di un millennio, lasciarono infinite impronte della loro operosità nella profonda religiosità del popolo, nella cultura mai inferiore ad altre regioni, nell’arte che ci parla anche oggi con meravigliosi monumenti, quali S. Maria Annunziata di Monte Cosaro, San Firmano in Val Potenza, Santa Maria di Offida e in molte piccole chiese dei secoli XI- XV. E dove l’incuria degli uomini e l’inclemenza degli elementi hanno prevalso, resta ancora qualche rudere del loro lavoro a dire l’intramontabile grandezza della loro opera civilizzatrice.
Un merito particolare hanno i farfensi nell’aver sviluppato l’agricoltura nel Piceno. Chi si indugia ad ammirare le meravigliose campagne lavorate del Piceno, resta sbalordito dal senso estetico che guida l’agricoltore nella coltivazione dei terreni, come un immenso giardino coltivato con amore, perché chi l’ha coltivato, l’ha fatto pregando. Ma i farfensi insegnavano le coltivazioni. Fino a tutto secolo XII i monasteri benedettini rigurgitavano di monaci: erano anime che cercavano serenità; erano soldati stanchi e nauseati delle armi; erano lavoratori che non riuscivano a formarsi una famiglia col loro lavoro; erano anche signori che donavano tutto al monastero e si mettevano a disposizione dell’abate. La norma «prega et lavora» e rendeva operosa la loro vita: chi studiando e scrivendo; chi esercitando un mestiere; e molti coltivando la terra.
Le terre si davano anche in affitto ad altri lavoratori a canone leggero, ai quali il monastero prestava assistenza tecnica per le migliorie. Nei contratti di affitto ricorre la frase «a miglioria» quasi si volesse dire: la premura maggiore dei monaci era nel migliorare la terra. Essi, con il loro esempio insegnavano ai coloni la preghiera insieme con il lavoro; gli affittuari potevano trarre da essa un piccolo capitale oltre al sostentamento per la famiglia. Le migliorie si diffondevano anche nelle terre che non erano dei Farfensi. A questi va il merito di far sentire alle popolazioni, dopo le tristi invasioni barbariche, la gioia del lavoro libero. La gioia del lavoro in poco tempo trasformò le terre incolte in giardini fioriti. Allora si fecero, almeno si riscontrano a Santa Vittoria (in Matenano), i contratti agricoli di mezzadria. Uno di questi si conservava nell’archivio priorale, e risale al 1201: edito da Giuseppe Colucci nelle Antichità Picene insieme con altri documenti, esso offre una freschezza meravigliosa. Vi si legge: (traduzione dal latino) «Io Cencio di Giovanni Guatta faccio questo patto con te Matteo Rollani ed i tuoi eredi, riguardo alla terra che mi hai affidato per coltivarvi la vigna e curare tutto ciò che vi è in essa. Prometto di darti metà dei frutti che potremo ricavare da detta terra; e metà di tutto il legname; e non debbo accogliere nessuno in quella terra, fuorché il mio fratello Migliore». Ai farfensi il Piceno deve il suo progresso in ogni campo sociale; essi hanno risollevato il nostro popolo dall’avvilimento; lo hanno difeso da ogni oppressione; gli hanno aperto la via del progresso nella libertà.
Alla morte di Giovanni III fu eletto abate Alberico, Preposto a Santa Vittoria Alberico. Morì dopo solo sei mesi; poi fu eletto Ugo I, il grande abate riformatore; a lui dobbiamo la prima storia che narra l’origine del paese sul colle Matenano. Fu eletto abate nel 997, aveva 26 anni e confermato (con investitura) dal papa Gregorio V che ne aveva 25 Ottone III pretendendo l’investitura imperiale depose Ugo; ma l’anno dopo dietro insistenza dei monaci, che amavano molto il loro abate, gli riconsegnò il governo dell’abbazia. Visse per alcuni anni nel monastero a Santa Vittoria, per introdurre la riforma monastica cluniacense nei monasteri marchigiani; per cui i Preposti dei monasteri si chiamarono Priori, e fu lui che nominò il primo Priore di Santa Vittoria, Etolo e ancora oggi porta il Parroco di questo paese è detto priore. Alla morte di Ugo nel 1039, fu eletto Suppo fino al 1046. Ma l’imperatore Enrico III lo depose e inviò a Farfa un abate eletto da lui. Ma Suppone seguitò a fare l’abate stando a Santa Vittoria (in Matenano), piuttosto che a Farfa.
Nello stesso anno 1039 ci furono consistenti donazioni a favore dell’abbazia. Longino d’Attone, un signore di Offida di origine longobarda, donò la sua proprietà consistente in 40.000 moggi di terra, nei paesi di Offida, Castignano, Cossignano, Porchia e altrove. Inoltre donarono i loro possedimenti a Monteprandone e a Sculcula (oggi detta Porto d’Ascoli) Guido Massaro e Longino, figli del fu Guido, detto Lepre.
BERARDO I DA ORTE (1047 – 1085)
Uno degli abati che hanno avuto speciali rapporti col questa prioria santavittoriese è stato Berardo I di Orte che governò l’abbazia quasi sempre stando a Santa Vittoria per meglio organizzare l’immenso possesso, con l’opportunità di seguire da vicino le agitazioni politiche che nel Piceno stavano cominciando ad acuirsi. Fu molto amico del monaco Ildebrando che aveva iniziato le riforme nei monasteri e diventò papa Gregorio VII.
SANTA VITTORIA IN MATENANO NEL SECOLO XI
Il monastero a Santa Vittoria era giuridicamente la succursale di Farfa, era il centro amministrativo di quella parte del dominio farfense che era di qua dell’Appennino. Di fatto, spesso era capoluogo del dominio, perché spesso l’abate teneva la sua curia nel magnifico monastero del Matenano. Il Priore santavittoriese faceva le sue veci nel governo delle chiese nel Piceno e un Giudice in suo nome amministrava la giustizia. Arrivavano i pellegrini a venerare la santa, gli enfiteuti venivano a portare i tributi al monastero; e i cittadini si sentivano piuttosto autonomi con il comune. Qualche impiego lo potevano ottenere molti con facilità: fosse anche una missione nelle guarnigioni costiere o di confine, o una modesta carriera militare. Erano spesso vicini agli abati e avevano una apprezzabile preparazione nella scuola del monastero.
Nell’anno 1050 il castello di Santa Vittoria aveva il monastero e il Santuario, e non mancava il benessere dei cittadini. Avevano i diversi mestieri che sapevano ben esercitare, anche come militari. Nei giorni solenni, la popolazione usciva vestita con dignità per partecipare alle funzioni nella basilica o alla processione solenne. Sfilavano i cortei che recavano, su carri addobbati, i tributi in generi agricoli, nelle feste di Natale, di Pasqua e di Maria Assunta. Era poi abitudine che a sera fiorivano i racconti di imprese coraggiose, di incontri strani, di pericoli superati in modo straordinario nelle diverse spedizioni. Gli uomini si sentivano fieri di essere qualcuno, di conoscere il mondo; e le donne di essere le loro donne. Erano cittadini che sentivano sicurezza, benessere, vita dignitosa, beni garantiti dall’abbazia.
Quali e quanti erano i luoghi farfensi che gravitavano intorno a Santa Vittoria? Non possiamo darne una rassegna completa, non già per mancanza di documenti, che ce ne sono anche troppi, ma per il continuo fluttuare degli avvenimenti politici. Basandoci sul diploma di Enrico IV, del 1084, risulta che i beni immobiliari, anche castelli farfensi erano territorialmente intersecati da altri poderi in proprietà di altri Stati o di altri signori. L’abbazia possedeva alcuni luoghi nella totalità; altre possedeva una gran parte della zona; ma talora solo a chiazze in una contrada appena, con pochi poderi. L’astuzia dei piccoli feudatari era di tentare di diventare i terzi godenti nei litigi dei signori maggiori.
Complessivamente il dominio farfense nelle Marche viene a comprendere una consistente parte dei luoghi che oggi sono nelle province di Fermo, di Ascoli e di Macerata. Il nucleo centrale di questo dominio piceno è costituito costantemente da Santa Vittoria, Montelparo, Monte Falcone. Nella località santavittoriese di Perticara risiedeva una specie di stato maggiore delle milizie dell’abbazia, quasi un nucleo inespugnabile, baluardo dello Stato. Monte Falcone fu ricomprata a gran prezzo da Ratfredo e custodita con grandi spese. Questo dominio con molte chiese si estendeva, da un parte fino ai Sibillini, dall’altra fino al mare, inglobando le valli dei tre fiumi Tenna, Aso, Tesino con intercalati i possessi del Vescovo di Fermo e di alcuni signori soprattutto nell’alte colline interne. Nella zona dei Sibillini, nel contado di Ascoli, i Farfensi possedevano chiese e territori vastissimi in Amandola, Comunanza, Montemonaco, Montegallo con zone nel Fluvione, a Venarotta e fino ad Ascoli dove avevano Santa Maria in Solestà a cui erano unite pertinenze grandi e ottime. Fra i fiumi Tronto e Tesino, avevano in maggio parte i territori di Offida, Castignano, Rotella con il monte Polesio, Monte Prandone e Sculcu1a (oggi Porto d’Ascoli). Tra l’Aso ed il Tesino possedevano porzioni di Ripatransone, Cossignano, Porchia, Patrignone, Montedinove con Rovetino e l’intero castello di Force.
Tra l’Aso e il Tenna nel contado di Fermo: terreni in Ortezzano Monte Leone, Belmonte, Montottone, Ponzano, Petritoli e Altidona con una fascia costiera dalla foce dell’Aso a quella dell’Ete vivo. Tra le chiese in territorio fermano quella di S. Palaziata verso il mare aveva mille moggi terra. Altri possessi sulla sinistra del Tenna: terre in Monte San Martino, Penna San Giovanni, Sant’ Angelo in Pontano, Monte Giorgio con Cerret e Alteta, Rapagnano, Mogliano, Torre S. Patrizio, Montegranaro, chiese a Sant’Elpidio. Monasteri e chiese lungo la valle del Fiastra e del Chienti, con S. Maria Rotonda, S. Benedetto in Ripa e S. Maria a pie’ del Chienti.
Questi vasti territori costituivano la zona picena dello Stato Farfense che incuteva rispetto per la sua potenza e la sua ricchezza data la molta popolazione che comprendeva. Gli abati praticavano una politica interna oculata e paterna con legami di fedeltà. Si procuravano privilegi da parte dell’Imperatore e del Papa; dal primo, come garanzia di dominio nell’Italia centromeridionale; dal secondo per la formazione cristiana dei popoli.
EGEMONIA DEI MONACI PICENI
Il comune del Matenano per due secoli, dal 1085 al 1220 era sotto la gestione dell’abate che raramente stava a Farfa, ma governava il dominio piceno da Santa Vittoria. Alla morte di Berardo I, nel 1085, i monaci piceni eleggevano abate Berardo II, fiorentino, priore in un monastero delle Marche. Ma a Farfa avevano eletto Rainaldo II, che impose con la forza la sua volontà, recuperando terre usurpate da signorotti. Alla sua morte, nel 1099, i piceni eleggevano abate Berardo III, priore di Offida, di nobilissima famiglia reatina. Egli meritò la riconoscenza di tanti paesi piceni che egli migliorò. Ingrandì Offida e ne fece una città fortificata; ricostruì quasi dalle fondamenta Montedinove e la cinse di mura; comprò e fortificò Arquata e Trisungo; fortificò Montegiorgio e fece preparativi nel territorio piceno per le inevitabili lotte future. Nella lotta tra il papa e l’imperatore sembrò più incline verso l’imperatore, ma non si piegò quando Enrico V impose un antipapa: Farfa fu sempre a sostegno del legittimo papa Callisto II. Berardo III morì nel 1119.
I monaci marchigiani elessero Berardo IV che governò stando a Santa Vittoria per sei anni, mentre a Farfa si eleggevano contemporaneamente due abati. Nel 1126 tutti e tre furono invitati da Callisto II ad abdicare e al loro posto venne eletto Adenulfo I il quale si recò nelle Marche, e per prevenire ogni scisma prese il ruolo di priore di Santa Vittoria: abate e priore; i marchigiani per vent’anni vissero calmi e soddisfatti sotto il governo sapiente dell’abate priore. Coi soldati dell’abbazia egli cacciò gli antipapi Anacleto e Vittore in favore del legittimo Eugenio III. Fu eletto cardinale nel 1142 e morì due anni dopo.
Berardo V eletto abate nel 1152 si preoccupò della indigenza dei monaci a Santa Vittoria, assegnando loro dei mezzi di sussistenza, anche i denari che si raccoglievano nella fiera di S. Maria a mezz’Agosto. Inoltre, tutto quanto spettava a Farfa per tali mercati venne diviso a metà con Santa Vittoria, dedotta la porzione della Curia che oggi si direbbe il consiglio dei ministri. Parimenti diede ai monaci santavittoriesi l’olio e il sale che viene raccolto come dazio sul mercato di Altidona. Decise che quanto la curia dava ogni anno per gli uomini di Montefalcone e per i soldati di Perticara, fosse consegnato direttamente al monastero santavittoriese, in modo indipendente da Farfa.
Il successore Rustico (1154 – 1168) tentò di annullare le concessioni fatte da Berardo a Santa Vittoria, ma, il priore di Santa Vittoria aveva amicizie alla corte dell’imperatore e le concessioni di Berardo V restarono come già date.
L’abate Adenulfo II (1168 – 1183) si trovò nella necessità di denaro per restaurare Farfa, Venne a raccoglierne nel Piceno, ponendo la sua residenza a Santa Vittoria e invitando tutti gli affittuari a recarsi a pagare in anticipo il dovuto consegnandolo nel monastero di santavittoriese.
Pandolfo che gli succedeva come abate (1183 – 1193) che finì l’opera dei restauri di Farfa coi soldi qui raccolti. Egli fu fatto cardinale. Così sono stati due monaci che da Santa Vittoria passarono al cardinalato: Adenulfo I, e; Pandolfo.
GUELFI E GHIBELLINI
Ci fu un’epoca di lotte tra guelfi e ghibelini, due partiti politici che caratterizzano la storia del Medioevo. Inizialmente guelfi e ghibellini erano partigiani di due famiglie regnanti tedesche; due fazioni che arrivavano ad ammazzarsi per il trionfo dell’una o dell’altra. Per gli italiani i guelfi si appoggiavano al papa e i ghibellini all’imperatore, non però per la supremazia governativa dell’uno o dell’altro; piuttosto fu una lotta per un assetto sociale. I poveri, gli artigiani, i piccoli fittuari si appoggiavano al Papa per le loro conquiste sociali, per l’autogoverno comunale (guelfo); contro i grossi feudatari e i ricchi egoisti e oppressori, ghibellini che si appoggiavano all’imperatore per opporsi alle libertà comunali, e per mantenere i privilegi di casta e di potere sicché il Comune; lo volevano ma a modo loro. Al contrario il Comune guelfo doveva essere il governo di popolo, senza privilegi per nessuno, senza il dominio di un messo imperiale, che di fatto sminuiva le libertà comunali.
Nello stato farfense, come nel contado fermano, la lotta tra guelfi e ghibellini non si svolse in maniera ardente come nell’Italia settentrionale, perché qui da noi signori feudatari apprezzavano l’autorità ecclesiastica e il trattamento che il vescovo e l’abate usavano verso i loro soggetti. Ecco un documento del 1213 che si riferisce alle relazioni tra l’abate e i signori feudatari: “Questa è la composizione della vertenza fatta tra Gentile abate farfense e gli uomini di Santa Vittoria da una parte, e i figli di Milone dall’altra; cioè i figli di Milone concedono ai vassalli che hanno o che avranno in Santa Vittoria la franchigia e la libertà che l’abate concede ai suoi vassalli e promettono per sé e per i loro eredi, a lui e agli altri abitanti del paese che essi non contravverranno al breve concesso loro dall’abate, salvi i consueti obblighi nel prender moglie, nel dar marito e nel comprar terre e cavalli”. In pratica il signore ghibellino doveva regolarsi con i vassalli come voleva l’abate.
IL COMUNE
La istituzione del Comune fu una rivoluzione nel trasformare l’ordinamento del sistema feudale. Nel Piceno, contro i regnanti e i potenti non avvenne una feroce reazione per imporre il libero governo comunale. Non una decisione improvvisa e arbitraria, ma è l’epilogo di una lunga esperienza di partecipazione sociale p politica popolare. In ogni centro urbano, data la necessità che tutti gli uomini naturalmente sentono di un organismo che adatto a regolare le relazioni reciproche tra i ceti, in una loro pacifica convivenza, si stabilirono uomini scelti detti «Buoni Uomini» riconosciuti come arbitri dal feudatario, signore terriero: costituivano quindi una modalità di governo popolare pur limitato e imperfetto. Con la istituzione del Comune, questo tipo di governo popolare acquistò anche il diritto di amministrare la giustizia. La creazione del Comune, quindi, non fu l’inizio dell’autogoverno popolare, ma un perfezionamento degli arbitrati e per conseguenza è l’avvio della pratica della libertà responsabile da parte di tutta una popolazione.
Rivoluzione significa violenza, piuttosto è stata la lenta evoluzione di più secoli nel Piceno che ha portato al libero governo comunale, alla trasformazione dell’assetto sociale. Le pievi parrocchiali erano formate da gente libera di artieri, di piccoli commercianti, di professionisti che si organizzavano in confraternite, sperimentando la grande convenienza della solidarietà. Queste plebi andarono organizzandosi per evitare l’oppressione del feudatario, nobile signore di campagna che controllava tutte le fonti della ricchezza, quando la terra era la principale base dell’economia.
Anche una maggiore comprensione popolare del senso partecipativo della giustizia e della libertà spinse le plebi verso il governo comunale, poiché si avvertiva la necessità di rompere quella rete di privilegi signorili che condizionavano la stessa vita civile. Non era sopportabile i pedaggi pagati dai commercianti sulle strade e sui ponti, era odiosa la percentuale che la gente pagava per servirsi dei mulini e dei forni in proprietà del signore feudale, mentre era necessario curarsi delle necessità della cosiddetta plebe, la quale abitava in raggruppamenti di case come capanne o tuguri, tra vie mal praticabili per il fango e le immondizie trascurate. E la plebe si scelse i suoi amministratori pubblici che, a mano, a mano si sostituirono al dominio del signore feudatario, assorbendo le pratiche amministrative, in nome e a beneficio della comunità. Questi capi eletti dal popolo difesero, abolendo la servitù della gleba e le prestazioni gratuite di servizi obbligatori, amministrarono la giustizia secondo leggi comunali uguali per tutti; provvidero al bene sociale, organizzarono la vita cittadina con maggiori comodità e decoro.
Non si deve però immaginare che con il costituirsi delle istituzioni comunali, pur esse imperfette, sparissero immediatamente tutte le inconvenienze del feudalesimo. La lotta per affermare le libertà comunali non può dirsi «lotta di classe», ma solo lotta all’arbitrio e all’asservimento, per avvicinare i ceti sociali e portarli a collaborare per il bene di tutti. Con l’incastellamento, il nobile signore terriero diventa anche lui componente del «popolo» e completamento della comunità, apportandole sicurezza con le sue ricchezze e con le sue armi; mentre la plebe poteva dare maggio lavoro e intelligenza. I Comuni del territorio Piceno si formano dietro l’incoraggiamento del Vescovo e dell’Abate. Qui la formazione del Comune avviene con un contratto preciso che stabilisce i diritti e i doveri del Comune verso chi governa; e i doveri e i diritti del governante nei riguardi del Comune. Qui il Comune sorge per assicurare alle popolazioni maggior libertà e benessere, in una solidarietà che chiameremo statale che poteva garantire difesa della libertà contro lo sfruttamento da parte dei potenti. La Chiesa favorì e sollecitò l’istituzione dei Comuni; il sentimento religioso li accompagnò nella loro nascita e crescita, li sorresse nelle difficoltà, perché essi lottavano per la promozione di ogni persona quale figlio di Dio.
Riguardo alla data di istituzione del Comune di Santa Vittoria si è sicuri che nel 1220 questo Comune era ben organizzato; e nel 1292 ebbe la facoltà di eleggersi liberamente il Podestà in piena autonomia.
L’ABATE MATTEO E I COMUNI
Nello stato farfense, gli abati incoraggiavano le istituzioni comunali, perché le trovavano molto utili e necessarie, sia per motivi tecnici, poiché era diventato difficile per essi amministrare le popolazioni molto aumentate di numero; sia per motivi politici, poiché con il libero Comune, la popolazione avrebbe meglio sentito la necessità di difendere i propri diritti e i propri beni, e avrebbe meglio reagito al pericolo di qualsiasi asservimento esterno. Il grande organizzatore dei comuni farfensi fu l’abate Matteo eletto nel 1214. Nel novembre dello stesso anno, si recò a Monte Falcone a presiedere l’elezione dei consoli del Comune e a dettare gli statuti comunali, come riferiscono i documenti editi da Giuseppe Colucci in Antichità Picene (vol. XXXI). Con il popolo di Monte Falcone Matteo fu generoso, perché questo Comune doveva essere di esempio incoraggiante per gli altri paesi del dominio. In questi piccoli centri la possibilità di scegliere il personale dirigente competente non era molto facile, talché il coraggio di governarsi da sé era scarso. Ma l’abate Matteo incoraggiava ad intraprendere il governo locale comunale, restando con l’autorità abaziale, per proteggere il nuovo Comune ed aiutarlo in ogni bisogno.
L’abate farfense Matteo tenne sempre la sua residenza a Santa Vittoria perché nel Piceno la situazione politica era critica per l’aumentato pericolo dei ghibellini, rianimati da Federico II che aspirava ad asservire il papato facendo guerre nelle terre che erano patrimonio di San Pietro. Matteo organizzò i Comuni del suo territorio nella resistenza alle incursioni ghibelline.
IL NOSTRO COMUNE
Già dal sec. XIII la popolazione santavittoriese era organizzata in Confraternite secondo le varie arti e professioni che vi si svolgevano. Gli Statuti Comunali (Libro I, par. II), segnalano sette Confraternite, in quest’ordine: 1) dei Letterati; 2) dei Mercanti; 3) dei Fabbri; 4) dei Cardatori (?); 5) dei Carpentieri, intagliatori, falegnami; 6) dei Manuali e bifolchi; 7) dei mugnai, tavernieri e fornai.
In un primo periodo erano i capitani e i dirigenti delle varie Confraternite a eleggere il Massaro, o Sindaco e i Priori dovevano, per un determinato periodo, dirigere il Comune; assistiti da un giudice di competenza equivalente pressappoco al Segretario comunale del secolo XX, ma con responsabilità molto più ampie. Ordinariamente questo giudice era l’esecutore di tutte le delibere e ordinanze del consiglio comunale: gli venivano assegnate, secondo il bisogno, una o più guardie, con relativo stipendio, e provvedeva all’ordine pubblico, alla nettezza urbana, alla riscossione delle tasse e del dazio, al tribunale dove si discutevano le cause di prima istanza, e altro. Il suo incarico poteva durare pochi mesi o anche più anni, secondo come aveva saputo soddisfare il Consiglio, o secondo la volontà del governo centrale. Doveva periodicamente render conto al Consiglio del suo operato e poteva anche correre il pericolo di pagare di propria tasca qualche sbaglio nell’esecuzione dei decreti comunali.
Col progredire del tempo, l’organizzazione comunale si perfezionò sempre più, come anche il metodo di eleggere le autorità e gli impiegati comunali, ai quali, verso la metà del sec. XIII, era stato aggiunto, il Podestà.
DIFESA
Il Comune per vivere tranquillo aveva bisogno di difesa, di gente armata quindi, che in caso di necessità fosse in grado di difendere il castello, e aveva bisogno di vettovaglie sufficienti per la popolazione, perché in quei tempi la carestia e la fame erano molto frequenti. Da ciò la necessità di immagazzinare entro le mura le provviste fornite dagli agricoltori e dai proprietari delle colonìe. Bisognava assicurarsi l’incastellamento di questi signori. A confine nord esistevano i Signori di Monte Rodaldo, a confine con il comune con la Pieve di SanMarco di Servigliano si erano incastellati a Fermo; Anche altri signorotti abitavano in campagna. Ed ecco cosa seppe fare il sindaco santavittoriese Valente di Malaparte e, dopo di lui, il sindaco Vitale de Zocco.
INCASTELLAMENTO
I castelli isolati non erano più sufficientemente difesi dal rischio di saccheggi, e i signori sentivano la necessità di trasferirsi nei vari paesi muniti di mura a difesa generale. Questo fenomeno viene chiamato dagli storici: incastellamento che era semplicemente l’adesione o iscrizione a un Comune. Esso non fu una fuga generale dalla campagna. Per farlo occorreva l’autorità del vescovo o dell’abate. I vari Comuni smaniavano di ingrandirsi in sicurezza e potenza, acquisendo nuovi cittadini.
Nel 1223, Gualtiero di Galerano che aveva il suo castello detto Poggio di Pietra, nel versante verso l’Ete fece un accordo con il Comune santavittoriese promettendo con atto pubblico a Valente di Malaparte sindaco di Santa Vittoria, di trasferirsi in paese e di abitarvi per due parti all’anno e di rendere i suoi vassalli cittadini di Santa Vittoria. Fu scritto: “ Tu Valente Hai promesso a me (Gualtiero) undici moggi di terra nel territorio del paese, non tra i migliori né tra i peggiori; un mulino ben attrezzato sul fiume Aso e una casa dentro il paese con tre staia di terra per l’orto”.
Nel 1229 i signori di un castello detto Monte Rodaldo, nei pressi dell’attuale camposanto patteggiano l’incastellamento col sindaco Vitale di Zocco, impegnandosi ad abitare nel paese, a non riedificare e non far riedificare il castello di Monte Rodaldo.
Un altro signore incastellato fu Monaldo a cui il sindaco santavittoriese diede la propria casa, cento lire volterrane, un mulino di quelli che erano in costruzione per conto del Comune; tre staia di terra per l’orto e venti salme di vino. Ad un altro, ancora, che si chiamava Giraldo diede una casa con uno spazio libero intorno; 130 lire volterrane e un mulino; venti salme di vino e tre staia di terra per l’orto.
Ai detti signori il sindaco garantiva la sicurezza, la difesa e l’esenzione da ogni obbligo verso il Comune, eccetto l’obbligo di fare il servizio militare. Perla sicurezza e la pace, il loro incastellamento era per Santa Vittoria una conquista insperata soprattutto perché essi erano già, nel 1215, incastellati a Fermo pagando tre lire volterrane annue e ricevendo in cambio la promessa di protezione e difesa da parte di Fermo. Nello stesso anno 1229, il sindaco Vitale de Zocco riceveva con atto pubblico l’incastellamento dei signori Rinaldo, Esmido e Gentile di Racafano che avevano le loro terre nella zona dell’Aso. Essi si impegnarono ad abitare nel paese e ad iscrivere nel Comune di Santa Vittoria tutti i loro vassalli. Si impegnarono ad incastellare i loro raccolti e abitare nel paese in tempo di guerra, con cavalli ed armi a loro spese e uno dei fratelli non lascerà il paese finché duri la guerra. Ricevettero in cambio dal sindaco una casa con orto ed alcuni moggi di terra in varie contrade del Comune.
Nel 1239, i figli di Milone, Giovanni e Leonardo, fecero l’incastellamento. Avevano le loro terre sul versante del Tenna, e forse anche della terra oltre il Tenna. Promisero di incastellare entro il paese i raccolti delle loro terre; di mantenere un cavallo con rispettiva armatura a disposizione del Comune e a non lasciare il Comune in tempo di guerra contro chiunque, eccetto non combattere contro i signori Giovanni e Gilberto di Penna S. Giovanni. Ricevettero in cambio 15 lire volterrane per comprare una casa a Santa Vittoria e un orto. Senza orto quei signori, abituati alla libertà della campagna, non sapevano vivere. I cavalli servivano a sostenere una guerra. Tutti ricevettero inoltre una data ricompensa per ogni vassallo che incastellavano a Santa Vittoria.
Gli incastellamenti si fecero con il permesso dell’autorità superiore. Poi, il Cardinal legato per le Marche li convalidò, nel 1248. E il successivo Cardinal legato, Pietro di San Giorgio ad Velum aureum, concesse a Santa Vittoria ampia facoltà di ricevere nel Comune qualsiasi cittadino del territorio abaziale, del territorio fermano o di qualsiasi altra provenienza; e questo per la fedeltà dimostrata sempre dal Comune verso la Santa Sede (come si legge in Colucci, XXIX). Dalla lettura di queste notizie si capisce la posizione privilegiata di certe antiche famiglie. Il Consiglio Comunale di Santa Vittoria in M. ebbe sindaci che in quel tempo seppero ottenere, dalle autorità superiori, privilegi di ogni genere. L’abate favorendo la costituzione dei Comuni si riservava di esigere dai Comuni stessi lievi tasse. Poi nel 1250 il Cardinal Legato sciolse i cittadini di Santa Vittoria da ogni altro obbligo, soltanto di pagare il canone annuo di lire 25 volterrane.
Nel 1257 il Rettore Generale della Marca dichiara che, per quanto abbia cercato, non ha trovato documenti che dimostrassero che Santa Vittoria avesse mai pagato niente. Perciò, in considerazione della fedeltà di quel Comune, lo dispensa in perpetuo dal pagare qualsiasi fitto, qualsiasi focatico, qualsiasi dazio (doc. ivi)
ODORISIO – L’ABATE PODESTÀ’ (1235- 1238)
Odorisio fu l’abate eletto nel 1235 e tenne la sua residenza a Santa Vittoria, che gli deve la sua importanza strategica goduta nei due secoli seguenti. Rispettando la libertà del Consiglio Comunale si fece nominare Podestà, per poter provvedere con speditezza alla organizzazione di questo capoluogo farfense e cominciò la ricostruzione di altre muraglie cittadine. In un edificio comprato entro lo spazio fortificato trasferì gli uffici comunali. Edificò la torre che stava a cavallo della porta di San Salvatore, che si vede anche oggi come miglior ornamento del paese. Quando nel 1238 Gregorio IX diede ordine ai Comuni piceni di fortificarsi nel miglior modo, in previsione dei pericoli causati da parte dell’imperatore Federico II, l’abate podestà, aveva già preparato a puntino la sua capitale e poteva lasciare al suo successore Matteo II una magnifica fortezza.
E la guerra venne, feroce è disastrosa, che arrossò di sangue le province picene. Nel 1239 Enzo, figlio di Federico II, si mosse all’occupazione di tutto il Piceno; conquistò Osimo e Macerata, ma Treia resisté accanitamente. L’imperatore pensò di aprire un nuovo fronte e inviò un esercito di tedeschi e di saraceni, al comando di Rinaldo da Acquaviva, ad assalire il Presidato di Santa Vittoria. L’abate a Santa Vittoria, Matteo con un buon esercito guidato da Fildesmido da Mogliano, che era vicario abaziale nelle Marche, oppose resistenza agli imperiali concentrando la difesa sui castelli di Force e Montedinove, già fortificati dall’abate Berardo III. La resistenza di Force fu breve, sopraffatta dalle forze superiori imperiali che ebbero via libera verso il capoluogo del presidato. I vassalli si rinchiusero a Monte di Nove ed a questi Matteo II tenne un discorso, per esortarli alla speranza e alla fedeltà alla Santa Sede poi corse con Fildesmido in Sabina a provvedere aiuti. Nel frattempo gli imperiali occuparono Montefalcone e Santa Vittoria, che fu sottoposta a forti tributi. Era il 1240. Poi le milizie imperiali occuparono Fermo e Ascoli nel 1242.
L’ALLEANZA CON FERMO
L’imperatore Federico II e re Manfredi, occupate le Marche, organizzarono i Comuni a loro modo, controllati da regi podestà che ne limitavano il libero governo, e quindi odiosi al popolo. Ad opera del legato pontificio nelle Marche, lo loro intesa riuscì a riportare alla Chiesa questa regione. Ma le città Ascoli e Fermo, che intravvidero la possibilità di estendere e rafforzare il proprio dominio su altri Comuni minori, e aderirono al re Manfredi. Santa Vittoria si mantenne fedele al governo pontificio e alla difesa della propria libertà. Tremò quando nel 1257 Fermo ottenne da Manfredi di occupare Penna San Giovanni, Monte San Martino, Smerillo e Montefalcone che facevano parte della giurisdizione farfense, però non mancarono gli incoraggiamenti da parte della Santa Sede.
Ma la situazione non era facile. Il Comune di Santa Vittoria non voleva accettare il podestà che il re aveva imposto, nella persona di Falerone da Falerone. Nel 1261 fece il suo gioco la diplomazia. Il sindaco di Fermo, Gentile di Marco di Stefano, promise di dare un nuovo sindaco a Santa Vittoria e di dare il risarcimento per i danni che avrebbero potuto essere causati dagli alleati di Falerone da Falerone. Già si era formata una lega ghibellina a cui partecipavano: Guglielmo da Massa, Ruggero da Falerone, Guido da Sant’ Angelo (in Pontano), Fildesmido da Monte Verde, Claudio da Petriolo, Anselmo da Smerlilo, Gualtiero da Loro, Andronico da Montevidone. Il sindaco farfense di Santa Vittoria non voleva affidarsi alle promesse di Fermo, ma gli conveniva cedere, umiliandosi per il bene del suo popolo e firmò un patto di alleanza con l’accordo che, in caso di guerra, Fermo assisterà Santa Vittoria con due cavalli e duecento soldati; inoltre, si farà guerra e pace di comune accordo.
ROTTURA
Passati quattro mesi, il 12 luglio 1261, il sindaco di Santa Vittoria, si presentò a Fermo a chiedere a questa città di mantenere i patti stipulati lo scorso aprile. Intanto una pressante esortazione del vicario papale, Guido di Anastasio, raccomandava ai Comuni marchigiani, e particolarmente a Santa Vittoria di separarsi da Fermo. Ilsindaco santvittoriese chiese a Fermo che difendendesse i privilegi antichi di Santa Vittoria, contri i tributi esigiti da contro gli emissari imperiali, secondo i patti stabiliti nell’alleanza. Ma non l’ottenne e non si poté far altro che la rottura del trattato da parte di Santa Vittoria, perché le condizioni pattuite non venivano praticate. Tutto si concluse col privilegio di Urbano IV, nel 1261.
IL PRIVILEGIO DI URBANO IV
La diocesi nullius (non di un vescovo) di Farfa (diocesi di nessun vescovo esterno) con un vicario a Santa Vittoria, divenne giuridica con il privilegio di Urbano IV, perché per i territori farfensi del Piceno, la giurisdizione aveva sede a Santa Vittoria: o esercitata dall’abate quando vi risiedeva o dal priore che ne faceva le veci. L’abate e il priore, che non erano vescovi, chiamavano nelle loro chiese il vescovo che volevano, per esercitarvi il ministero di quei sacramenti di competenza vescovile. Con il privilegio di Urbano IV era stabilita l’indipendenza dei monasteri farfensi da qualsiasi autorità vescovile e veniva garantito ad essi il tranquillo possesso dei propri beni
Farfa stava messa sotto la protezione della Santa Sede che le garantiva il possesso dei beni e riconoscendola diocesi nullius la esentava dalla giurisdizione dei vescovi. Lo Stato Farfense passava a far parte dello stato pontificio. Nel territorio Piceno fu stabilita la giurisdizione dei Vicari dell’Abate, che ordinariamente erano i Priori di Santa Vittoria. La diocesi nullius farfense ebbe poi un proprio Cardinal Protettore, e così durò fino alla riforma di Urbano VIII.
MORICO DI MONTE
Tra tanti personaggi di questo periodo, ricordiamo Morico di Monte, Priore di Santa Vittoria dal 1257 al 1275, e fu eletto abate di Farfa. Era un santavittoriese intelligente, dinamico. Difese con energia e con successo i diritti di Santa Vittoria, sia contro il vescovo di Fermo, sia contro il clero di Montelparo e dei paesi soggetti alla sua giurisdizione; e diventato abate fu buon mecenate. Quando uno studente povero Giacomo di Giovanni, chiese all’abate un aiuto per poter continuare i suoi studi, gli venne assegnata la prebenda della chiesa di S. Cecilia di Monte Falcone in usufrutto.
LO STATUTO
Benedetto della Torre, notaio di Santa Vittoria, nel 1446 codificò le leggi e gli usi che per più secoli avevano regolato la vita civile del Comune, il «Volume degli Statuti» che, nel 1549, Annibale della Torre, da Santa Vittoria, fece aggiornare.
Io vorrei che tu, lettore, possa leggerlo perché ne trarresti piacere e accresci la tua cultura storica. E’ scritto in latino, ma, in traduzione, ne riporterò qualche lettura per far conoscere l’organizzazione del Comune e della vita civile nel secolo XV.
IL GOVERNO COMUNALE
La base di tutta l’organizzazione governativa del Comune di Santa Vittoria era nel CONSIGLIO GENERALE, eletto dal popolo. Era composto di sessanta uomini: dieci per ogni sestiere; poiché la città si divideva in sei sestieri o contrade: Sestiere di San Giovanni; di Monterodaldo; di Poggio; di San Salvatore; di Santa Croce e di Bora.
Il Consiglio Generale si adunava nell’aula magna del palazzo del Podestà, sulla piazza della Perticara, al suono della tuba, al suono della campana e alla voce del precone (banditore), e si rinnovava ogni sei mesi.
Il Consiglio Generale sceglieva ventiquattro tra i suoi membri, quattro per ogni sestiere, che avessero almeno venticinque anni, i quali formavano il CONSIGLIO DELLE PROPOSTE (di ‘Credenza’). Esso si adunava in un’aula del palazzo comunale detta Loggia, e studiava le proposte utili per il paese, che poi si discutevano nel Consiglio Generale.
In casi straordinari nei quali il Consiglio generale credesse necessario non prendersi da solo tutte le responsabilità, si adunava il PARLAMENTO GENERALE, composto da un membro di ciascuna famiglia e non più. Qui tutti potevano esporre il loro pensiero, dopo aver giurato sul Vangelo di parlare con sincerità e buonafede.
Il Consiglio Generale governava il Comune per mezzo di SEI PRIORI.
«Seguendo l’esempio dei nostri antenati e l’usanza della nostra città, vogliamo che il nostro Comune sia governato da sei uomini onesti, uno per contrada». (Stat. I. XV p.16). Essi erano eletti così: si adunava il Consiglio Generale; i consiglieri di ogni sestiere eleggevano dodici uomini della loro contrada. I Priori e il Podestà scrivevano su piccole strisce uno ad uno i nomi degli eletti; poi a loro giudizio, univano i nomi in gruppi di sei, uno per contrada, in modo che ne risultavano dodici gruppi o pallottole. Si mettevano le pallottole in una cassetta sigillata e se ne estraeva a sorte una ogni mese; i nomi in essa contenuti erano i sei Priori del mese.
I Priori erano i veri governatori della città. Ogni giorno dovevano recarsi di buon mattino in Comune, per sbrigare gli affari del paese e restarvi fino alle nove e se necessario, tornavano in Comune anche la sera dopo il vespro. Dovevano assistere a ogni consiglio, su scanni loro riservati e potevano prendere la parola e fare proposte. Anche in chiesa sedevano su scanni riservati. A capo dei Priori c’era il SINDACO (Massario) del Comune.
«Quando bisogna eleggere il Sindaco – dicono gli statuti comunali – si aduna il Consiglio Generale e i Consiglieri di ogni sestiere eleggono uno della loro contrada da essi ritenuto adatto per essere Sindaco; cosicché si avranno sei eletti. I signori Priori imbussolano i loro nomi e a suo tempo ne estraggono uno, che durerà in carica sei mesi. (Stat. I. XVII p.18).
Suo ufficio sarà: «governare, amministrare, proteggere, conservare difendere le cose, i beni, i diritti, i privilegi e tutte le immunità del nostro Comune, e rappresentarlo anche in tutte le cause civili e criminali». (Stat. I. XVII p.19).
Almeno una volta durante il suo ufficio doveva visitare tutti i confini del Comune; almeno una volta al mese doveva rendersi conto personalmente dell’operato del Podestà e degli altri ufficiali del Comune; essere presente in ogni consiglio ed opporsi, eventualmente, contro qualsiasi proposta che fosse contro lo Statuto Comunale. Il Sindaco era il controllore responsabile di tutto l’andamento del Comune. C’erano poi gli impiegati con uffici e responsabilità ben determinate; primo tra essi.
IL PODESTÀ.
Il Podestà (tra gli impiegati comunali) era un uomo di legge, eletto dal Consiglio Generale e stipendiato dal Comune; ed era di fatto la prima autorità del Comune, colui che amministrava la giustizia e garantiva la legalità di tutta l’attività comunale.
Era sempre un forestiero di un paese lontano almeno quindici miglia da Santa Vittoria. Doveva sedere in tribunale almeno una volta al giorno, eccettuati i giorni festivi; doveva per mezzo dei suoi dipendenti, una guardia e due servi, curare l’armamento del Comune e non assentarsi mai dal paese senza il permesso del Consiglio. Tutti i cittadini erano soggetti al suo tribunale e senza suo permesso nessuno poteva appellarsi al tribunale del Preside (del Presidato), che pure risiedeva a Santa Vittoria. L’ufficio del Podestà durava sei mesi.
Anche il CANCELLIERE, corrispondente all’odierno segretario comunale, era sempre un forestiero, di una località lontana da Santa Vittoria almeno dieci miglia. Suo ufficio era tenere in ordine i libri delle entrate e delle uscite; scrivere i verbali delle adunanze e conservarli nell’archivio; interessarsi della guardia diurna e notturna delle mura; sostituire il Podestà, in caso di assenza di questi. Il cancelliere era affiancato dal NOTAIO dei danni (dati), corrispondente alla nostra guardia civica, il quale doveva vigilare sulla pulizia delle vie, sulla manutenzione delle fonti, dei ponti, delle strade fuori del paese e a altro e infliggere e riscuotere le possibili contravvenzioni.
Il Cancelliere e il Notaio dovevano mantenere il segreto sulle carte e sulle notizie che avessero potuto turbare la pace del paese; abitare divisi dal Podestà e non mangiare né bere in sua compagnia.
Per riscuotere le somme dovute in seguito ad atti giudiziari, c’era il DEPOSITARIO, che si cambiava ogni sei mesi. Doveva esigere solo dietro mandato scritto del Podestà e conservare le somme a disposizione del Comune; poteva consegnarle solo dietro carta scritta del Consiglio.
Il Sindaco, il Podestà, il Cancelliere e il Depositario, alla fine del loro ufficio, dovevano render conto del loro operato a un gruppo di cittadini scelti dal Consiglio, che si chiamavano RATIONATORES (ragionatori, controllori), e potevano anche correre il rischio di pagare i loro sbagli personalmente.
In tempo di tranquillità, le tre porte del paese: Porta San Giovanni, Porta San Salvatore e Porta Sant’Ippolito, erano custodite da tre cittadini di Santa Vittoria, con precise responsabilità; sospendevano il loro ufficio quando, in tempo di emergenza, si faceva guardia diurna e notturna sulle mura. Si cambiavano ogni anno.
Chiudevano la serie degli impiegati comunali DUE BALIVI (Baiuli): uno vigilava sull’ordine pubblico e riferiva possibili disordini a chi di dovere; l’altro, TROMBETTA (Tubecta) o banditore, pubblicava a suon di tromba gli avvisi delle autorità comunali e altre notizie utili alla popolazione. Tutti e due recapitavano gli avvisi, gli ordini, le citazioni del Comune. Duravano in ufficio un anno.
LETTURA SU ALCUNI ASPETTI DELLA VITA CIVILE LA RELIGIONE
Per le sue tradizioni gloriose e per l’opera mirabile di evangelizzazione da parte dei monaci, la popolazione di Santa Vittoria era profondamente religiosa. Nata e ingrandita nel nome della Santa martire, la città chiamava Santa Vittoria sua Protettrice e Governatrice. Veniva onorava con solenni manifestazioni sociali nelle sue feste di giugno e dicembre, con la partecipazione delle autorità e di tutto il popolo organizzato nelle Confraternite (compagnie) delle Arti. Gli Statuti stabiliscono minuziosamente le modalità e gli obblighi del Comune e delle Confraternite nelle feste della Santa: la preparazione della festa, e il corteo per l’offerta del palio e dei ceri. Apre il corteo il cero della Confraternita di Santa Maria; seguono le compagnie delle diverse arti in quest’ordine: Avanti i mugnai, i tavernieri, i fornai; 2° i manuali e i bifolchi; 3° carpentieri, muratori e vasai; 4° i cardatori; 5° i fabbri; 6° i mercanti; 7° il collegio dei letterati. Ogni Capitano delle diverse Compagnie fa portare davanti a sé il cero, è accompagnato da due uomini scelti e seguito dai suoi artieri, due a due. Ogni confraternita deve mantenersi nel corteo tre piedi distante dalla confraternita che la precede. Chiude il corteo il Podestà e i signori Priori che fanno portare avanti a loro dai valletti del Comune il palio di seta da offrire alla basilica. Dignità, decoro e grazie per onorare la Governatrice della città.
La rubrica XI del libro III (pag. 76) punisce con forti multe la bestemmia contro Dio, la Vergine e i Santi; punita pure severamente l’ingiuria e l’imprecazione contro il prossimo (rub. XII pag. 77). Sia rispettato il giorno di festa tanto in città che in campagna (rub. II li. IV pag. 118); non è permesso nessun lavoro, né caricare la soma all’asino, né tenere in pubblico bancarelle per la vendita, ma è permesso vendere e comprare dentro casa; si fa eccezione per i medici, i farmacisti e per i macellai che possono vendere in pubblico tutti i giorni che si può mangiar carne. Però nelle feste della patrona santa Vittoria, di Natale, di Pasqua, di Pentecoste è proibito assolutamente anche ai macellai aprire bottega.
La campana del Comune avvisa la sera prima i giorni festivi, le vigilie, le Rogazioni.
La pratica religiosa non è imposta, ma in ogni festa i Priori debbono invitare il Podestà e gl’impiegati comunali se volessero andare a Messa con loro. Le feste e i giorni feriati erano tanti e in quei giorni non si svolgono processi civili; mentre per i processi criminali i giorni feriati assegnati erano di meno.
LA DONNA E I MINORENNI
La donna di Santa Vittoria nel secolo XV è lungi dal raggiungere lo stato di parità con il sesso forte, però per lei negli Statuti c’è una comprensione meravigliosa. Gravemente multato chi indirizzasse una imprecazione o una parola ingiuriosa a una donna; come pure chi facesse le corna o chi cantasse qualche strofa allusiva verso una donna (rub. XVIII 1. II pag. 82).
Prima del venticinquesimo anno di età la donna non può maritarsi senza il consenso dei genitori o di qualche stretto parente (rub. LVII 1. II pag. 103), pena per il marito una multa di cinquanta lire e per la donna, perdita del diritto alla dote. Se invece una giovane orfana ha un fratello, non deve maritarsi senza il permesso di lui prima del diciottesimo anno.
La rubrica LXIX 1. II (pag. 106) commina gravissima multa per chi solo invita una donna onesta al male; e più ancora per chi attenta con gesti alla sua pudicizia, sia essa nubile, maritata o vedova. Grande comprensione per la fragilità (del sesso) della donna nelle azioni penali. Per qualsiasi delitto la donna può esser condannata solo alla metà della pena. L’interrogatorio della donna accusata deve condursi dal Podestà nella chiesa più vicina alla casa di lei; in caso di carcere, la donna deve essere accompagnata giorno e notte da suo marito o da un parente prossimo per tutto il tempo della detenzione.
La donna non deve causare spese inutili al paese, perciò deve essere modesta nel vestire; da qui gli articoli LXXVI e LXXVII del libro IV (pag. 145) recitano: «Nessuna donna o moglie di chicchessia osi portare in testa cappucci o cappelli di panno, né alcun fregio di oro o di argento superiore alle due once e in tutto il corpo non più di una libra e mezza di argento e un’oncia e mezza di perle». Nessuna donna deve portare abiti con lo strascico, ma i vestiti non devono toccar terra.
Il marito può correggere la sua moglie come crede, anche con, oggetti di ferro, purché non ne esca il sangue (rub. XXXIX 1. III pag. 90).
Per i minori di quattordici anni molta comprensione ma poca delicatezza. Pene severe per chi li induce al male; correzione a base di nerbate per i delinquenti. I genitori possono correggere i figli come credono opportuno, purché non ne segua una rottura della coccia (capo) o uno sfregio permanente. Uguale facoltà è data ai maestri; se però chi ha il diritto di correggere dovesse esagerare e venirne la rottura della coccia o altro danno grave, sarà condannato alla metà della pena.
LA PACE INTERNA
Gli Statuti sono molto particolareggiati nel sancire norme atte a conservare la concordia dei cittadini: è la preoccupazione principale del legislatore. Le autorità comunali debbono tener segrete le carte che possano turbare la pace tra i cittadini.
Punita l’ingiuria e l’imprecazione proprio per evitare discordie (rub. XX 1. I pag. 21). Il Podestà e i Priori ogni tre mesi debbono scegliere sei probiviri, uno per contrada, i quali vigilino per conoscere le possibili inimicizie tra i cittadini e si adoprino per toglierle onde prevenire disordini o delitti. In casi particolari, lo stesso Podestà convochi a palazzo le parti discordi e le costringa alla pace. Deve anche cercare mallevadori che garantiscano la pace raggiunta e assicurino che non avverrà niente di grave tra i contendenti.
Proibito portare armi di qualsiasi genere; sia quadrellittum, sia coltello da pane acuto e più lungo di un palmo (rub. XLIV 1. III pag. 97).
Nessuno deve andare per la città senza lume, dal suono della campana serotina fino al matutino; ognuno però può stare sulla pubblica via distante da casa sua fino alla terza casa, purché educatamente e senza armi (rub. XLVI 1. III pag. 99). Si fa eccezione per i medici, i barbieri, i chierici, i custodi di animali, i fornai che possono, per giusto motivo, andare anche senza lume.
Proibito dire o riferire qualche cosa contro il Comune o contro qualche cittadino che possa suscitare scandalo o inimicizia (rub. LXXX 1. III pag. 110). Per esporre al Podestà qualche lagnanza nei riguardi delle autorità e degli impiegati, o anche qualche accusa contro terzi, c’era nella chiesa di Sant’Agostino una «cassetta o un tamburo» chiusa a chiave, dove ognuno poteva deporre segretamente la sua accusa scritta (rub. XXXVIII 1. I pag. 35). C’erano pure sei uomini segreti e giurati, uno per contrada, che dovevano riferire al Podestà qualsiasi malefatta entro tre giorni dall’accaduto (rub. XXX 1. III pag. 89).
E forse anche per favorire il mantenimento della pace, diverse rubriche limitano i movimenti delle donne entro la città, per limitare cioè i possibili inconvenienti della loro lingua proverbialmente sciolta e quindi capace di turbare la concordia.
In città niente partiti ed è proibito per legge parteggiare per qualcuno. Ecco la rubrica L del libro III (pag. 101): «Nessuno osi o presuma nominare o acclamare nel nostro paese o nel suo territorio, per la protezione di esso, qualche signore, o Comune o alcun partito guelfo o ghibellino . . .» pena duecento denari di multa.
IL TRADIMENTO E IL FURTO
I delitti più severamente colpiti sono il tradimento e il furto: il tradimento punito con la confisca dei beni e poi il bando dalla città. Per prevenire questo delitto c’è una serie di articoli che multano severamente «chi fa segnali da sopra le mura; chi entra o esce non passando per le porte della città; i portieri che aprono di notte la porta della città senza autorizzazione, ecc.».
Il ladro, se ruba di notte, è condannato al doppio della pena (rub. XXXV 1. III pag. 91); severamente punita anche la violazione di domicilio. Il ladro deve restituire entro quindici giorni dalla condanna; se non lo fa, resti legato per un giorno alla catena del Comune sulla piazza della Perticara.
I minorenni debbono essere costretti a restituire «con sferza, o con cinghia», come dire: a nerbate.
Chi ruba al Comune deve restituire il doppio di quel che ha rubato (rub. XXXVIII 1. III pag. 94),
L’IGIENE
Il Podestà, almeno due volte al mese, deve fare bando che si puliscano le vie, e ognuno deve pulire la via antistante la sua casa e portar via l’immondezza, entro il giorno successivo al bando; similmente da rimuovere la sabbia, la calce e il legname, purché non servano per qualche fabbrica in costruzione (rub. XXVIII 1. IV pag. 132)
Multe per chi imbratta le vie e i luoghi pubblici; per chi getta l’acqua sulla via; per i fabbri e sarti che gettano sulla via scarti e ritagli (rub. XXI – XXV – 1. IV pag. 132.ss).
Multe per chi impedisce lo scorrere delle acque lungo le vie; per chi negli angoli fa latrine che non siano chiuse da muro alto almeno otto piedi (rub. XXV 1. IV pag. 132).
Proibito severamente scavare fosse sulla piazza della Perticara da Porta San Giovanni, fino a Porta San Salvatore (rub. XXVII 1. IV pag. 132). Dentro la città non si può esercitare «l’arte della feccia», affinché il fetore non contamini i cittadini (pag. 133).
I calzolai e i conciatori di pelli non possono lavorare le pelli entro la città, né lavarle alle fonti pubbliche o ai lavatoi; né spandere le pelli al sole fuori della loro casa (pag. 134).
Non si può imbrattare, né lavare panni vicino alle pubbliche fontane, a meno di una canna di distanza (ivi). Speciale cura per le fonti del Trocco e di Santa Vittoria, dalle quali non si deve trarre acqua per uso murario.
Dentro la città non si deve maciullare né spandere il lino; né triturare il grano o la biada (rub. LXXIV 1. IV pag. 144).
Le donne che stanno a vendere qualche cosa non debbono filare, come non debbono filare quando stanno al forno (pag. 146).
Si impone ai fornai la forma e le misure del forno, affinché il fumo possa uscire liberamente dal camino e non infastidire i passanti e i vicini (p. 123).
E’ ben chiaro capire quanto i nostri avi si preoccupassero per la pulizia e l’igiene pubblica.
IL COMMERCIO
Né i commercianti, né alcun cittadino di Santa Vittoria pagava mai dazio nel suo Comune, per antico privilegio, come non pagava dazio il commerciante che venisse a Santa Vittoria da una località dove i vittoriesi potevano passare con merci senza pagar dazio. Però chi trasporta merci attraverso il nostro territorio (pag. 120), se viene da un Comune dove i nostri cittadini debbono pagare la gabella, o il passaggio, deve anche lui pagare la gabella secondo le tabelle comunali. Se un vittoriese riceve la merce di un forestiero e, per evitare la gabella, dice che è roba sua, paghi il doppio. Chi ricusa di pagare le gabelle e passa di nascosto, senza pagare, può essere arrestato, condotto al nostro Comune e costretto a pagare il quadruplo.
Il commerciante invece che viene nel nostro Comune con merce da vendere, e per comprarne, deve pagare il dazio, secondo le tabelle comunali; ma solo il forestiero deve pagare il dazio, precisa la rubrica IV (pag. 120) e lo deve pagare, non alla vendita al minuto, ma all’ingrosso.
La gabella e il dazio venivano riscossi da chi aveva dal Comune il dazio in appalto (uso antico). Chi vendeva deve usare i pesi e le misure in uso nel Comune, che si trovano presso il daziere ed una riproduzione bollata delle misure legali sta presso il Sindaco.
Le principali misure ufficiali erano: La CALDAROLA per l’olio, che conteneva circa sei litri; venti caldarole costituivano la SALMA che era la misura per la vendita del vino all’ingrosso.
Per i cereali c’era la QUARTA, che conteneva circa ventisette o vent’otto chili. La quarta legale era di pietra e si conservava presso il Sindaco; una riproduzione in legno bollata e ferrata era in consegna presso il daziere a ogni molino del Comune.
Per il sale c’era l’OTTAVA, circa quattordici chili, l’ottava parte della salma, come la quarta ne era la quarta parte.
Per le tele le unità di misura erano il PASSO (circa un metro) e la CANNA (poco più di due metri). Nella rubrica VII – libro IV (pag. 122) si faceva obbligo al Comune di rapportare la misura della canna e del passo, alla misura Ascolana.
L’unità di misura dei pesi era il RUBBIO (ventotto libre, cioè circa otto chili).
I rivenditori della città, (bottegai) dovevano usare pesi e misure controllati dai messi comunali.
Chi poi vendeva pane, vino, carne, pesce e tutti i venditori forestieri ricevevano dal Comune l’ASSETTO, il complesso necessario per la vendita: il banco, i pesi e le misure e dovevano rigorosamente attenersi a quelle.
Del commercio delle carni si tratta nella lunghissima rubrica XI del libro IV. C’erano i macellai (di professione) che esercitavano il mestiere tutto l’anno ed erano obbligati a non far mancar la carne specialmente in giorno di festa; e c’erano i macellai occasionali, e ognuno poteva divenirlo, che vendevano la carne solo negli otto giorni che precedevano e negli otto che seguivano il Natale, la Pasqua e nei giorni di carnevale (carnis pluvium).
Si comprende bene la preoccupazione che ai cittadini non mancasse la carne e che il consumo di essa era rilevante. Non si trascurava il benessere dei cittadini.
Il legislatore è molto minuzioso nell’enumerare i disordini da impedire e le regole da promuovere tra i macellai. Affibbia ai macellai dodici sensali, due per sestiere, che vigilino la macellazione, l’igiene, la qualità e il prezzo della carne. I sensali faranno servizio così: in aprile e a maggio i due sensali del sestiere di San Giovanni; in giugno e luglio del sestiere di Monterodaldo; in agosto e settembre del sestiere di Poggio; in ottobre e novembre del sestiere di San Salvatore; in dicembre e gennaio del sestiere di Santa Croce; in Febbraio e Marzo del sestiere di Bora.
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A SANTA VITTORIA IN MATENANO IL PRESIDATO FARFENSE
I due Presidati di Camerino e di S. Lorenzo in Campo non erano nei domini di proprietà dei Farfensi. Non sappiamo bene se fosse di origine farfense il Presidato di Santa Vittoria in Matenano. Nel 1357 tre Presidati furono riconosciuti anticamente esistenti dal Card. Albornoz nelle sue «Constitutiones Marchiae».
A Santa Vittoria in Matenano il Preside aveva il suo tribunale di appello per i Comuni del territorio di Ascoli e di Fermo, che comprendeva una parte del territorio delle città di Fermo, Ascoli, Offida, Ripatransone ecc.; il Presidato di Camerino con sede in quella città che era la seconda città della Marca per grandezza, che comprendeva il territorio tra il Chienti e l’Esino, dal quale dipendevano le città di Osimo, Recanati, Fabriano ecc.; il Presidato di S. Lorenzo in Campo (Pesaro), che comprendeva il territorio dall’Esino al Foglia, con le città di Iesi, Senigallia, Fano, Pesaro, Urbino ecc. .
Il Preside o Giudice del Presidato aveva piena autorità giuridica in tutta la sua circoscrizione; a lui andavano in appello le cause discusse nei tribunali dai giudici comunali e definiva ogni controversia legale con la stessa autorità del Rettore della Marca.
A differenza però di questi, non sembra che il Preside avesse alcuna autorità in campo politico, o militare.
Le Costituzioni Egidiane cambiano completamente questo ordinamento regionale. Benché allora fosse Fermo la città principale della Marca, il Cardinale scelse Ancona come sede di un governo regionale; composto da un Rettore nominato direttamente dal Pontefice; un Tesoriere pure nominato dal Pontefice con l’incarico di riscuotere le imposte; un Maresciallo e quattro Giudici. Questo era il Tribunale Superiore per la Regione.
A questo Governo Regionale facevano capo gli Stati o Province. Esse erano: Ascoli, Fermo, Macerata, Recanati, Ancona, Iesi, Cagli, Pesaro, Urbino, Santagata Feltria <39). Rimanevano poi i tre Presidati, ma ridimensionati nella loro estensione territoriale e nei loro poteri: Presidato Farfense di Santa Vittoria; Presidato di Camerino; Presidato di S. Forenzo in Campo.
A ogni città capoluogo di Stato faceva capo un numero più o meno grande di Comuni minori che subivano l’influenza di esse. Il Cardinale strinse maggiormente i vincoli tra questi Comuni e le loro città, esigendo che-essi prestassero giuramento di fedeltà e pagassero un tributo a quella, come a capitali .
Non si abolivano i Comuni, ma si mettevano sotto il controllo della città capitale di Stato. In questa, oltre il Consiglio Comunale che governava la città, c’era un Consiglio di Stato, che vigilava sui Comuni del contado e vi eleggeva i Podestà con potere temporaneo giudiziario. Per i Presidati era diverso: facevano parte dei Presidati i Comuni che non erano inclusi negli Stati, ma dipendevano direttamente dalla Santa Sede. Nel Presidato non c’era il Consiglio di Stato: il Giudice del Presidato riceveva a nome della Santa Sede il giuramento di fedeltà dei Comuni dipendenti; ad esso andavano in appello le cause discusse nei tribunali comunali, senza che si intromettesse nelle decisioni di governo dei Comuni, i quali erano amministrati dai rispettivi Consigli Comunali e dai loro Podestà, liberamente eletti. Il Presidato con sede a Santa Vittoria rimase in vigore fino al sec. XVI e comprendeva i Comuni di un vasto territorio tra lo Stato di Ascoli e quello di Fermo. I suoi maggiori Comuni erano: Amandola, Force, Castignano, Offida, Ripatransone e, per un certo periodo, anche Montefiore dell’Aso e Monterubbiano. Nel 1586, Sisto V volle innalzare la sua città nativa di Montalto a sede vescovile e sede di provincia, ristabilendo il Presidato con centro a Montalto, e con un Preside che avesse giurisdizione su tutto il territorio del precedente Farfense, alle dirette dipendenze della Santa Sede, non da Farfa e questo durò fino al Regno d’Italia dei Savoia che creò le province territoriali.
IL PODESTÀ’
Dal tempo dei Longobardi e dei Franchi le città erano amministrate dai Duchi e dai Conti e nei centri minori c’erano i Vice-conti (vicari). Con i Comuni il funzionario che impersonava l’autorità giuridica e militare era il Podestà. Nei territori dei Farfensi, inizialmente il Podestà era mandato nei vari Comuni dal governo centrale, per amministrarvi la giustizia e per garantirne la sicurezza e la fedeltà allo Stato. Alla fine del secolo XIII, quando cresceva nei Comuni l’aspirazione alla libertà di eleggersi i capi e sempre più si proclamava la dottrina che l’autorità risiedeva nel popolo, molti Consigli dei maggiori Comuni cominciarono a rivendicare il diritto di eleggersi il Podestà. Si ha notizia che a Fermo avvenne nell’anno 1189. Il Podestà eletto non era il controllore del Comune, ma un impiegato pagato e controllato dal Comune; con l’incarico di amministrare la giustizia, e provvedere all’armamento e alla sicurezza del Comune.
In seguito, con le Costituzioni Egidiane del 1357 il Podestà restò elettivo soltanto nei Comuni dei Presidati, mentre in quelli degli Stati e Legazioni (Province) era inviato nei Comuni dipendenti dal Consiglio di Stato o di Legazione. Nel 1289 il Comune santavittoriese ebbe come Podestà: Leonardo Archioni, cittadino Romano, mandato a Santa Vittoria dal Rettore della Marca, Giovanni Colonna. Il Comune gli diede 50 lire ravennati; ma durante il secondo anno del suo mandato, Leonardo ne chiede duecento: cento per l’anno trascorso e cento per l’anno corrente; e citò il Comune santavittoriese al tribunale del Rettore della Marca (Colucci XXIX,130). Mentre la causa, con documenti e testi delle parti, era in mano al giudice generale Giovanni da Spoleto, costui comandò che si presentasse il sindaco del paese con altri sei cittadini fideiussori tra i più ricchi. Le persone scelte per presentarsi al Rettore generale, ma prima che arrivassero alla presenza di lui, furono messi in carcere e costretti a sborsare cento lire al podestà per l’anno antecedente e minacciati di non poter esser liberati, finché non avessero pagato le altre cento lire per l’anno corrente. Fatto strano.
Il Comune ricorse al papa Niccolò IV, che era di Ascoli, il quale fece avverte del fatto il Rettore e lo pregò di far giustizia con sollecitudine. Senonché, dopo un anno, il 4 ottobre, il detto sindaco con i sei uomini erano ancora tenuti nella casa comunale di Montolmo, dove dovevano pagare 21 soldi ravennati per vitto e alloggi; con penalità di 500 lire ciascuno qualora si fossero allontanati. Il papa Niccolò IV scrisse di nuovo al rettore della Marca che non era più Giovanni, ma Agapito Colonna dicendosi meravigliato e turbato per il «nefario processo» e diede comando di impedire simili procedure, e liberare immediatamente il sindaco e i sei uomini senza pretendere niente da loro. Per conseguenza nessuno voleva azzardarsi a voler diventare podestà ivi, sicché l’anno seguente 1292, Niccolò IV propose una soluzione onorevole scrivendo ai diletti figli santavittoriesi: “Conoscendo la vostra fedeltà alla Santa Sede e finché questa fedeltà conserverete, avete facoltà irrevocabile di eleggervi tra il popolo cristiano il podestà e gli ufficiali che vorrete. Essi avranno facoltà di conoscere tutto nella vostra terra e di esercitar la giustizia crimine (penale) e civile, fuorché nei delitti di lesa maestà (sovrana) e di eretica pravità. Essi potranno giudicare anche l’omicidio, l’adulterio, il rapimento delle vergini, l’incendio doloso e il furto, anche quando il furto comporti pena di mutilazione e di morte … In cambio pagherete alla camera apostolica (erario) 81 lire ravennati ogni anno, entro l’ottava di Pasqua».
Questa libertà di scegliersi il podestà era costosa, perché oltre alle 81 lire all’erario, si doveva pagare il podestà; ma per il Comune di Santa Vittoria la libertà non costava mai troppo. E l’anno stesso, il 4 maggio 1292, il Comune ricevette la quietanza per le 81 lire ravennati pagate regolarmente, per mano del sindaco Andrea Gentile (Colucci).
LA STRAGE DI SERVIGLIANO
Nel 1272, un gruppo di armati di Santa Vittoria invasero la Pieve di SantMarco di Servigliano (nel doc. ‘Sorbelliano’) e la saccheggiarono, bastonando e ferendo quelli che facevano resistenza, compreso Grazia, Pievano locale. Rovinarono case ed anche la pievania con le altre chiese del territorio, che erano sotto la giurisdizione del vescovo di Fermo, poiché Servigliano non faceva parte del Presidato. Questa ferocia nei cittadini santavittoriesi appare sconcertante fatta da una pacifica città che aveva sempre preferito alla guerra l’azione diplomatica; e non conosciamo i gravi motivi che giustificassero questo vandalismo. Azzardiamo a supposizione che ci fosse lite per le reliquie di San Gualtiero che era morto santamente nel conventino presso il fossato detti di San Gualtiero nella pianura adiacente al Tenna. Esiste un documento pontificio del 1326 di scomunica contro gli Ascolani perché avevano saccheggiato e dovevano riconsegnare alla parrocchia di Servigliano il corpo di questo santo. Il fosso detto di San Gualtiero era a confine tra i santavittoriesi e i serviglianesi. Ogni anno il sindaco di Santa Vittoria, secondo le disposizioni del proprio Statuto, rinnovava la presa di possesso del castellare (edificio fortificato) detto di San Gualtiero. Leggiamo in traduzione dal latino la rubrica 20 degli Statuti comunali di Santa Vittoria (libro IV pag. 147): «Ogni anno, il primo maggio, il sindaco con notai e testimoni deve rinnovare la presa di possesso del castellare di San Gualtiero e della sua pianura, poi di lì, procedendo lungo il Tenna, visiterà tutti i mulini del comune posti lungo il fiume, coi depositi di acqua (parate) e i vallati, poi passando presso i mulini di Monte San Martino, arrivi al fosso Mare e si porti fino al castellare di San Giovanni in Perticara; poi passando di là del monte Schitone nella strada di Monte Falcone, scenda al castellare o colle di Cumatica, poi fino all’Aso verso Force. E procedendo lungo tutto il letto del fiume Aso verso i confini di Force fino al passo di Roncone presso il territorio di San Salvatore quindi per il fosso di Roncone risalga per la valle di Giovan Bartolomeo fino alla strada di Montelparo al colle dei ‘graniceli’. Poi discenda per Gaianello fino alla chiesa di San Pietro in Gaianello, poi passi in contrada di Ternano verso Monte Leone, poi al castellare di ser Bonaccursi e scenda al fiume Ete. Indi, per il fosso Anito arrivi alla grande strada verso Sorbelliano; poi al fosso Tassiano e al castellare di San Gualtiero. Il Sindaco deve prelevare da ogni luogo visitato dei ramoscelli in segno di possesso e presentarli ai Priori del Comune».
Che ci sia stata qualche vertenza lo dimostra un atto pubblico con cui la Piana di San Gualtiero fu ceduta al Comune di Servigliano nel 1450 per intervento del Comune di Fermo. Ecco un breve sunto della pergamena esistente nell’archivio di Servigliano. “Il 16 Giugno 1450, radunato il Consiglio nella «Sala Magna» del palazzo comunale di Santa Vittoria, presenti i Priori . . . (nominati) e il Podestà Thoma De Spiccolis di Ancona, col parere favorevole del Consiglio, su richiesta dei signori Priori della città di Fermo, Ser Antonio Marini incaricato procuratore e delegato, concedeva «ai predetti signori Priori Firmani tutto quel territorio presso il Comune di Santa Vittoria, nel Plano San Gualtiero e anche ogni diritto e ogni potere reale e personale utile» che avesse il sindaco di Santa Vittoria in detto Piano, per darlo al Comune di Servigliano, fissando lo stesso procuratore i confini. I Capitani della città di Fermo o altri ufficiali, rientrando dette terre nel contado Fermano, garantiranno che la cessione non venga contestata né turbata».
Ritorniamo al secolo precedente e all’anno 1272 quando il Pievano di San Marco in Servigliano possedeva a Santa Vittoria una chiesa e una casa: cose che forse innervosivano; ma la violenza era ed è sempre un errore, sia perché toccava una parrocchia del Vescovo di Fermo, sia per il coinvolgersi del rettore della Marca. Sicché il vescovo Gerardo citò il Comune di Santa Vittoria al tribunale di Montolmo (oggi Corridonia). I documenti sono editi dal Colucci (A.P. XXIX, 112). La condanna per Santa Vittoria fu di pagare cento lire volterrane al Vescovo; dare a Grazia, Pievano di San Marco, come rappresentante del suo popolo, 12 lire in moneta e 10 lire inoltre il materiale edilizio per la casa e l’oratorio della Pieve posto nello stesso castello di Santa Vittoria; e (la cosa più umiliante) promettere al vescovo di dare per un anno, dalla festa di Santa Maria (ferragosto), fino alla stessa festa dell’anno venturo, la podesteria del Comune al cardinale Matteo Rubeo, con un salario di 60 lire in moneta corrente.
I “BANDITI”
Una delle condanne penali era essere espulsi dal territorio del Comune con un atto detto “bando”, da ciò il nome « bandito » cioè condannato all’esilio. Il popolo santavittoriese non temeva i banditi. Si presentò per caso il bandito, Arpinello, un signore di Falerone che era condannato all’esilio fuori da tutta la Marca e lo aiutarono a sfuggire alla cattura da parte dell’officiale della curia. Il 9 luglio 1298 arrivò la citazione del Comune avanti al vicario generale delle Marche. La condanna costò al Comune 30 fiorini d’oro, che furono consegnati, ricevendo in cambio la cancellazione dal libro della curia di tutte le pene, i bandi e le condanne antecedenti riguardanti i cittadini di Santa Vittoria fino a quel giorno (Colucci XXIX, 137
NEL SECOLO XIV
Nella lotta tra guelfi e ghibellini Santa Vittoria fu sempre fedele alla Chiesa e gelosa delle sue libertà comunali: ma dal altri territori provenivano persone schierate nei partiti e lo statuto santavittoiese proibito per legge di parteggiare. A tutela della pace, ecco l’articolo di legge (rub. L 101): «Nessuno osi né presuma nominare o esclamare nella nostra Terra e nel suo territorio nessuna protezione né dominio a sua protezione, neanche qualche parte sia guelfa sia ghibellina» la pena stabilita erano 200 denari di multa. Liberandosi dalle lotte civili, facilitandola serena concordia tra tutti i cittadini Santa Vittoria si procurò floridezza, stima e privilegi, da renderla meta desiderata per tanti che volevano vivere in pace.
Non mancarono guai provocati da estranei, ma giovava il privilegio di scegliersi da sé i propri podestà, i propri giudici con la tolleranza politica per cui le autorità centrali avevano affidamento. La fiducia agli espatriati e ai fuggiaschi di ogni colore politico facilitava che spesso si rifugiassero a Santa Vittoria. Secondo il privilegio ottenuto nel 1250, gli immigrati avevano due mesi di tempo per diventare cittadini di questo Comune, dove potevano viver in modo tranquillo, «sotto la franchizia» Però,
nell’intento di salvaguardare la pace interna, non si doveva ammettere nessun girovago, nessun bandito; nessun espulso dalla sua città; nessun traditore e omicida; nessun eretico e finalmente nessuno di casata nobile (Santa Vittoria non aveva bisogno di signori, e nessuno di essi la dominò mai). Coloro che erano accolti in città aveva due mesi per iscriversi in Comune, promettendo di uniformarsi in tutto alla vita locale, altrimenti, passati i due mesi, venivano espulsi (Statuti XXVII). Non mancarono personalità provenienti d altre città turbate dalle lotte politiche che immigrarono a Santa Vittoria portando ricchezze e idealità. Inoltre immigrati erano i professionisti impiegati nella città come capoluogo del Presidato; per esercitare la giustizia: giudici, avvocati, notai, procuratori; il Priore vicario dell’abate, qualche medico, qualche maestro nelle scuole del monastero; un numero di persone colte, e davano a questa città un’aria distinta di signorilità. Tra i profughi immigrati negli ultimi anni del secolo XIII c’erano fuoriusciti politici, cavalieri o uomini d’arme; tanto che i papi riponevano negli armati di Santa Vittoria. Alcuni cavalieri si esibivano nei tornei, che si svolgevano durante le feste solenni.
DURANTE IL PERIODO DI AVIGNONE
Dal 1308 un papa di origine francese pose la Sede Pontificia in Avignone, dove essa rimase per circa 70 anni. Allora le Marche erano governate Rettore della Marca d’Ancona, di nomina pontificia. Per Santa Vittoria, a differenza di altre province, f l’inizio di due secoli di vita gloriosa. Nel 1314, il rettore Vitale Brost per domare la ribellione di Fano, ordinò al Comune di Santa Vittoria di inviare le sue forze armate di fanti e cavalieri, affinché si unissero all’esercito del Rettore. Il Comune non lo fece; ma poi, essendo arrivata una multa di 1500 marche d’argento per la disubbidienza, l’esercito santavittoriese dovette partire subito e chiesero al Rettore che fosse tolta la multa, trovando scuse per il ritardo verificatosi nell’inviare gli armati. Il Rettore die tro impegno di obbedienza e aiuto fece il condono Colucci XXIX 157). Tuttavia, l’anno dopo, il Comune rifiutava di mandare i suoi cavalieri a presidiare Macerata. Ed ecco una nuova multa di mille marche d’argento che dietro preghiera del «sapiente» Tommaso di Giovanni da Santa Vittoria, il Rettore ridusse a 20 fiorini d’oro (ivi 158). Tacitate le cose, nel 1320 arrivò l’elogio dal papa Giovanni XXII (ivi 267). Vi si legge: «Giovanni servo dei servi di Dio ai diletti figli, popolo e comune di Santa Vittoria, fedeli alla Chiesa Romana, salute e apostolica benedizione (ecc.). Non è ignota a nessuno la fermezza della vostra fedeltà che sempre conservate verso di noi e verso la Chiesa romana vostra madre [ … ] Abbiamo infatti udito, figlioli, che per conservare integra questa fedeltà al nostro diletto figlio Amelio nostro cappellano, Rettore della Marca Anconitana, avete fatto fronte ai ribelli nostri e della Chiesa con fermezza e costanza a costo di perdite di vite umane, perdite di beni, gravi spese e sofferenze. Né ignoriamo che, benché la crudele persecuzione dei ribelli si sia accanita contro di voi, non avete mai piegato a sinistra, come lo stesso Rettore per questo vi dà grande lode. [ … ]. Giustamente dunque vi siete meritata la benevolenza nostra e della Chiesa e vi siete meritato un posto distinto di favore e di grazia nel suo grembo, posto distinto che noi vi offriamo tanto più volentieri, quanto più riteniamo che voi avete reso a noi e alla Chiesa grande e devoto servizio. [… ] Preghiamo ed esortiamo con paterno affetto il vostro Comune che assista con forza e coraggio il Rettore, affrontando costantemente i ribelli e perseverando nella fedeltà, come figli di benedizione e di grazia. Avignone 22 ottobre 1320».
Di fatto, troviamo i cavalieri di Santa Vittoria in altre imprese del tempo, sempre a favore della Santa Sede, anche a Bologna e nelle Romagne contro i ghibellini di quelle parti entusiasti per la venuta in Italia di Ludovico il Bavaro, al quale si era subito unito il signore di Milano, Visconti. Si muovevano volentieri a difesa delle libertà comunali.
Altre lodi alla fedeltà di Santa Vittoria: nel 1326, Ludovico il Bavaro e i signori di Roma elessero in piazza San Pietro un antipapa, Niccolò V; ma Farfa e Santa Vittoria, fedeli al papa legittimo si oppoero con ogni mezzo ai fautori dell’antipapa. Per queste nuove benemerenze verso la Santa Sede, lo stesso Giovanni XXII inviò un’altra lettera di elogio e di ringraziamento al Comune di Santa Vittoria nel 1334. I documenti d’archivio fanno risaltare in modo degno la storia coraggiosa di questa cittadina.
LE SIGNORIE
Una delle conseguenze dell’assenza dei papi a Roma, risiedenti in Avignone furono le Signorie, cioè il governo dispotico di una famiglia potente su uno o più Comuni. La signoria sorgeva per lo più dalla prepotente occupazione del potere politico, da parte di una famiglia ricca; oppure per infeudazione da parte dell’imperatore o di altro regnante, allo scopo di ricompensare qualche suddito di un notevole servizio; o anche, qualche volta, per volontà popolare nei riguardi di un qualche potente benefico, che, dopo aver preso il governo di una città per guidarla bene, si trasformava poi in signore e persino dittatore. Quasi sempre coesisteva assieme con il Comune, con i suoi consoli, i consigli, e gli statuti cittadini. Non cessava la riscossione delle tasse da pagare e delle spese, compreso il tributo al signore che amministrava la giustizia a modo suo e dettava legge.
La presenza del Pontefice in Italia avrebbe garantiva la libertà comunale, mentre la sua lontananza favoriva i prepotenti locali. Verso la metà del secolo XIV nelle Marche ci fu un pullulare di signori ricchi di prepotenza, di ambizioni, di feroci propositi, più ambiziosi che forti. Andronico da Monte Vidone, Mercenario da Monteverde assieme con molti altri erano considerati pericolosi; anche se bisognava reprimerli perché provocavano sofferenze per le popolazioni. Una delle città marchigiane che soffrì per questi signorotti fu Fermo; ma ad onore dei fermani qui i tiranni duravano poco tempo e finivano male perché la città contrastò il re Manfredi, e riuscì sempre a liberarsi dai tiranni.
Non si può parlare della storia di Santa Vittoria, ignorando la storia di Fermo, per le molteplici relazioni reciproche. Alcuni eventi ebbero ripercussioni che ebbero sulla rispettiva storia. Nella battaglia di Osimo nel 1323, i guelfi guidati dal marchese Berardo Varano da Camerino, sotto il comando del quale combatteva anche l’esercito di Santa Vittoria, furono sconfitti da Guido da Montefeltro. Mercenario da Monteverde che guidava i combattenti di Fermo, nel 1326, saccheggiò Sant’Elpidio a mare e obbligò la città di Fermo a riconoscere l’antipapa Niccolò V, provocando da parte del papa Giovanni XXII l’interdetto sulla città e la privazione della sede vescovile. Nel 1331 si insignorì di Fermo e nel 1334 si riappacificò colla Chiesa, con poca convinzione. Voleva assoggettare a Fermo Monterubbiano che faceva parte del Presidato. Fu despota insopportabile per ingiustizie e delitti, per cui fu ucciso da un gruppo di congiurati nel 1340. La città di Fermo poi eliminò Mercenario e tornò alla leale fedeltà alla Santa Sede.
Di nuovo nel 1348 di questa importante città si impadronì Gentile da Mogliano, ambizioso, e valoroso guerriero. Combattendo contro Ascoli, ne contenne l’espansione verso la zona costiera che era possesso di Fermo; combatté a Osimo contro Galeotto Malatesta, e nel 1353 fu battuto a San Severino da una lega guelfa. Nel 1355 il Cardinale Albornoz che era stato mandato dal papa a riordinare i governi nello Stato, della Chiesa costrinse Gentile alla resa. Ebbe salva la vita, a patto che se ne andasse dallo Stato pontificio; però con il suo esercito tornò a devastare le terre della Chiesa. Sicché finì decapitato nel 1355 perché voleva farsi troppo grande.
A Santa Vittoria non si ebbero mai signorie, anche se dovette qualche volta subire le angherie dei signori di Fermo, come da Gentile da Mogliano, nel 1371 (Colucci 196). Per la forzata infedeltà alla santa Sede Santa Vittoria fu multata a 80 fiorini d’oro con successiva cancellazione di ogni pena o condanna da tutti i registri. Nel 1376 si impadronì di Fermo con la forza Rinaldo da Monteverde che tiraneggiò i Comuni commettendo molti omicidi, ma nel 1379 i fermani dopo ripetuti inseguimenti, nel 1380, lo decapitarono coi suoi due figli nella piazza di Fermo ove i cittadini non sopportavano tiranni e sapevano bene disfarsene!
Nel 1377, i santavittoriesi si erano rivolti al papa Gregorio XI tornato da Avignone a Roma da un mese. Il papa rispose lodando la loro fedeltà ed esortandoli a restar fedeli alla santa Chiesa, perché sicuramente avranno la vittoria finale. Il rettore della Marca manderà soldati … Intanto se Santa Vittoria dovrà soffrire per restare fedele, non si avvilisca, perché Dio e la Chiesa gliene saranno grati e penseranno a ricompensarla in qualche modo.
URBANO VI
Il papa successore, Urbano VI nel solo anno 1378, primo del suo pontificato, scrisse ben sei lettere al Comune di Santa Vittoria, pubblicate dal Colucci. Per benevolenza e gratitudine, fece cancellate tutte le pene inflitte – come dichiarava – “a qualsiasi persona del vostro Comune, in modo che nessuno più possa molestarvi nel fedeli alla Santa Sede”. Siccome il Comune aveva messo delle imposte per restaurare le fortificazioni della città e per provvedere alla guardia notturna e diurna de castello, dati i rischi di quei tempi, molti non volendo pagare, ricorrevano alle autorità superiori per ottenere sgravi, e intanto provocavano dilazioni, pertanto, il papa proibì di fare appelli per somme inferiori a venti soldi locali. In un’altra lettera il Papa VI ordinò che le cause civili e criminali in prima istanza fossero giudicate dal podestà locale; quindi “gli abitanti non possono essere obbligati a presentarsi al Rettore o al Preside, se essi rifiutano di farlo” (Colucci 209).
In un’altra lettera il papa fece condono per ogni pena pecuniaria e ogni contribuzione dal 1375 in poi, per risarcire il Comune dei tanti danni sofferti in quegli anni a causa di tante guerre (Ivi). Un’altra sua lettera è interessantissima perché dispensava il Comune, fino a nuova disposizione, dal pagamento di ogni tributo. Scriveva: “Né il rettore, né altra autorità presuma di imporvi pesi, fuorché il servizio militare e le cavalcate che siete soliti prestare; poiché siete circondati da nemici dai quali avete sofferto tanto, e avete bisogno di fortificare meglio la vostra città”. In un’altra lo stesso pontefice rinnovò ai vittoriesi il privilegio concesso da Niccolò IV nel 1294, di potersi eleggere liberamente il Podestà e gli ufficiali del proprio comune.
In quegli anni, il prepotente ghibellino Boffo da Massa aveva combattuto vittoriosamente per il Comune di Ascoli e godeva del dominio su Castignano. I santavittoriesi si mossero contro Boffo da Massa e lo cacciarono da quel castello, con l’insorgenza degli stessi abitanti liberati. Ecco il motivo della lettera che il Vicario Generale delle Marche, nel 1381, diede a Santa Vittoria la facoltà di ritirare 130 fiorini d’oro, con anticipato condono di (futuri) contributi e taglie diverse, che potessero essere imposte al Comune. Di fatto, era stata già ottenuta l’esenzione da tributi. La clemenza sovrana nel 1383 fece una riduzione sull’annuo censo da versare che per Santa Vittoria era di 430 fiorini, ridotto a 330. Il tiranno Boffo, contrastato da questo comune fu ucciso nel 1387 a Carassai.
BONIFACIO IX (1388 – 1404)
Le relazioni tra Fermo e Santa Vittoria erano pacifiche, eccettuati gli atti dei tiranni militaristi già menzionati che impedivano gli accordi, ma le due popolazioni concordavano nell’essere fedeli alla Santa Sede. La borghesia e il basso ceto erano decisamente sostenitori dei liberi Comuni; gridavano: “Viva la Chiesa e il popolo libero”. Dopo il 1380 tra Fermo e Santa Vittoria si giunse ad un forte accordo. Santa Vittoria si impegnava a non dar ricetto né aiuto ai nemici di Fermo e non rifornirli di vettovaglie; non avrebbe accolto nel suo territorio gente armata che potesse recar danno a Fermo o a qualche suo cittadino. Concedeva libero passaggio all’esercito fermano, se dovesse attraversare il territorio di Santa Vittoria. Si stabilì: «Vi tratteremo con amicizia come fratelli maggiori». Per fedeltà alla Santa Sede: «non vogliamo esser tenuti a rispettare questo trattato, se il Papa o il Rettore ci imporrà di ricevere i loro armati e di combattervi, il che cercheremo di evitare per quanto potremo; anzi ne sarete avvisati con nostra lettera venti giorni prima». (Colucci 217).
Bonifacio IX, saputa la morte del Rettore della Marca nel 1390, subito si rivolse a Santa Vittoria, lodando la nota fedeltà e avvisando il Comune che manderà presto un nuovo Rettore che sarà di loro gradimento e utile ai fedeli della Chiesa. Intanto restino fedeli e cerchino di consigliare anche i popoli vicini, perché il papa intende usa riconoscenza per la fedeltà di questo Comune con aiuti, come spiegherà a voce il latore della presente, Pietro Arcivescovo da Zara.
La clausola posta da Santa Vittoria al patto di amicizia con Fermo si avverò nel 1393, quando Fermo, Ancona, Camerino, Macerata, Ascoli, San Severino, ed altri, costituirono una lega contro il Rettore della Marca Andrea Tomacelli, fratello del papa. Il venturiero perugino Biordo dei Micheletti aveva fatto prigioniero a Macerata il rettore Andrea.
Il papa si rivolse ancora a Santa Vittoria affinché ricevesse entro le sue mura Giovannello, che stava per arrivare con 1500 cavalieri e molti fanti ed inoltre chiese di convincere anche i «vicini», forse si riferiva ai Fermani che infatti ritornarono subito alla fedeltà, pagando la multa di 4000 ducati. (Ivi 219). I soldati di parte pontificia erano guidati da Antonio da Acquaviva, sotto il cui militavano due capitani di Santa Vittoria che si distinsero per il loro valore: Otto Bonterzi Mazzarini vittorioso nel 1394 nel liberare Fermo e Marino Marinelli vittorioso contro Biordo nel 1395 e facilitò la via per la liberazione del rettore nel 1396. Appoggiò l’azione di Fermo nel riconquistare il paese di Monte Vidon Corrado nel 1398.
NEL SECOLO XV
Le notizie del secolo XV riguardano avvenimenti molteplici nel succedersi di una quantità di personaggi grandi e piccoli che misero a soqquadro le Marche riducendole a una grave miseria. Il fenomeno più grave furono le compagnie di ventura; soldataglie che si vendevano al migliore offerente e seminavano fame e dolori dovunque, perché integravano il loro stipendio con la violenza e col saccheggio, che i capitani non impedivano. La preoccupazione di questi soldati mercenari non era vincere le battaglie per favorire i loro signori, ma tirare a lungo per salvarsi la vita e non perdere lo stipendio. In una battaglia a Ripe San Ginesio due opposte schiere di questi briganti durarono una intera giornata a schiamazzare e a combattersi, e alla fine si trovarono morti tre uomini e cento cavalli. Nella battaglia di Anghiari il Macchiavelli narra che morì un solo caporale, perché cadde da cavallo. Erano militari mestieranti a mercede. Un altro fenomeno di triste storia era l’incertezza del governo pontificio che non riusciva a tenere a freno i signorotti locali che agivano per crearsi una signoria per proprio conto. Anche gli ufficiali dello Stato erano ribelli, tanto che i papi non potevano far altro che fidarsi dei loro parenti, donde il nepotismo papale nel governo delle province.
DURANTE LO SCISMA D’OCCIDENTE
Si aggiunga, per i primi anni del secolo XV, lo scisma d’occidente che, provocando l’elezione simultanea di tre papi, produsse nella cristianità e soprattutto in Italia una confusione indescrivibile. S. Vittoria fu sempre fedele al legittimo papa Gregorio XII (1406-1415), anche quando il governatore di Fermo, Ludovico Migliorati si schierò dalla parte dell’antipapa Giovanni XXIII.
Anche allorché la stessa Farfa vacillò e deviò momentaneamente, Santa Vittoria fu ammirevole nella dirittura. Il 20 luglio 1410, sulla loggia del Comune di Santa Vittoria, il sindaco Cola Pucci obbligava a non ammettere nessuno nel territorio del Comune, che fosse avverso al papa Gregorio XII, o al suo luogotenente Antonio da Recanati; a tenere pronti venticinque fanti armati a favore di questo Papa, inoltre a preparare vettovaglie. Ben fedeli al papa legittimo anche le autorità religiose locali. Nel 1411 Ludovico, Vicario generale, rimuoveva il Priore Ugolino Cicchi di Montedinove dall’ufficio di Rettore della chiesa di San Tommaso, perché era passato allo scisma di Giovanni XXIII, e lo sostituì con un sacerdote definito «ricco di meriti e di virtù» dietro giuramento di fedeltà a papa Gregorio XII, mentre il partito dell’antipapa stava prendendo piede pure nel Presidato, ad esempio a Force.
Ludovico Migliorati, signore di Fermo si destreggiava tra il papa e l’antipapa per trarne profitto. Papa Gregorio XII, da Gaeta, su richiesta del Comune santavittoriese, ebbe conferma che il Comune non sarebbe mai infeudato a nessuno, né sottomesso ad altri. Tale condotta politica si trovò giusta nel 1413, quando Ladislao di Napoli mandò Attendolo Sforza nelle Marche, per riconquistarle a questo legittimo papa.
DOPO LO SCISMA
Nel 1417 finì lo scisma con il nuovo Papa Martino V. Si alleggerirono le ansie sofferte dal popolo. Tre messi del Concilio di Costanza si recarono a Santa Vittoria il 25 gennaio 1416 con una lettera che la ringraziava per la sua fedeltà alla Chiesa; incoraggiava alla perseveranza con riconoscimento dei meriti e confermava i privilegi antichi. La serietà e la fermezza della sua politica vigeva per la fedeltà alla Chiesa. Il Comune forte e fedele, capoluogo di una piccola provincia, il Presidato farfense aveva influenza morale nel Piceno quando era già sganciato da Farfa e legato allo Stato Pontificio che se l’era assorbito quasi totalmente. Questa distinzione di Provincia autonoma evitò a Santa Vittoria le lotte intestine, le agitazioni sanguinose, nelle quali si dibatterono altre città e soprattutto Fermo, alla quale
LA SIGNORIA DI FRANCESCO SFORZA
Santa Vittoria dovette sopportare una signoria implacabile di Francesco Sforza, ma molto breve. Nel 1433 il duca di Milano, Filippo Maria Visconti, spedì un esercito contro il papa Eugenio IV, sotto la guida dei due capitani: Nicolò Fortebraccio e Francesco Sforza. Il primo marciò verso Roma attraverso la Toscana; Francesco Sforza invece corse ad invadere le Marche, dove ancora risuonava il nome di suo padre Attendolo Sforza. Alcune città marchigiane pagarono cara la loro resistenza, tra altre, Montolmo (oggi Corridonia) che gli aveva chiuso le porte in faccia, al contrario di quanto aveva fatto Macerata, poco tempo prima, nell’estate 1433, consegnandogli le chiavi della città festosamente. Le altre città non ancora occupate, per evitare sangue e distruzioni, mandarono ambasciatori a trattare la resa; e così fece anche Fermo, dove Francesco Sforza mandò il fratello Alessandro. Eugenio IV, per staccare lo Sforza dal duca di Milano, lo nominò Vicario della Marca e Gonfaloniere di santa Chiesa.
Questa mossa politica raggiunse lo scopo di staccare lo Sforza dal Visconti, ma il conte Francesco, invece di servire la Chiesa, governò la Marca per conto proprio, destreggiandosi tra il papa e il duca di Milano, allargando sempre più il suo dominio con l’imporre la sua signoria a sempre più numerosi Comuni piceni, ai quali ordinava di provvedere un soldato per famiglia, allo scopo di rinforzare sempre più e senza troppa spesa il suo esercito. Per lo Sforza il possesso delle Marche non fu mai tranquillo, né completo, perché le milizie dello stato pontificio, guidate da Niccolò Piccinino e appoggiate da alcune città guelfe quali Santa Vittoria, San Ginesio, Camerino, lo attaccarono continuamente, senza un successo definitivo.
E anche per Santa Vittoria che, sempre fedele nella sua politica tradizionale, che aveva sofferto privazioni di ogni genere per il depauperamento portato dalle guerre continue che ardevano tutto intorno venne la grande umiliazione di subirne la signoria. L’11 dicembre 1443 i soldati dello Sforza entrarono a Montegiorgio «facendo immenso danno ad ulivi e ad altre piante fruttifere» e il 13 dicembre entrarono in Santa Vittoria. Gli avvenimenti sono narrati dai cronisti fermani dell’epoca. La sua posizione strategica, soprattutto il prestigio che essa godeva di fronte a tutta la Marca per la sua potenza giurisdizionale e spirituale, costituiva per lo Sforza un successo che rassodava il suo dominio ancora malsicuro.
Ci mandava spesso in visita il fratello Alessandro e vi diede dimora stabile al suo luogotenente Paolo di Orvieto, il quale si comportò come protettore (Colucci 240) nei 22 mesi di sgradevole dominazione. Una parte delle truppe sforzesche nel 1444 svernò a Santa Vittoria e non mancarono violenze e rapine commesse nel territorio. Cessarono le processioni in onore della santa patrona; le donne, al vedere un soldato o al solo sentir nominare lo Sforza, si fecero il segno della croce; le fanciulle non cantarono più all’arcolaio; il lavoro nei campi languì, e non si udì per due stagioni il canto malioso delle mietitrici, che in altri tempi inondava le tre valli. Ma tutti attendevano che la patria fosse liberata.
Nel luglio del 1445 il duca di Milano, il re di Napoli ed Eugenio IV si allearono di nuovo contro lo Sforza. Francesco lasciò il fratello Alessandro al Girfalco di Fermo e corse a Pesaro per combattere il Malatesta che operava per lo stato pontificio. Da Ascoli il Piccinino, nel settembre, muove alla riconquista delle Marche e il 4 ottobre 1445 Santa Vittoria riconquista la sua libertà.
Un mese dopo fu la volta di Fermo. I vittoriesi, corsero in aiuto di quei cittadini, che si erano sollevati al grido di «viva la Chiesa e la libertà». Due mesi durò l’assedio a Girfalco e finalmente Alessandro Sforza si arrese e poté fuggire verso il nord, dove poi divenne signore di Pesaro. I fermani, affinché in avvenire nessun tiranno potesse più dominarli dal Girfalco, il 20 febbraio 1446 lo distrussero totalmente. Così finì nel Piceno la dominazione di Francesco Sforza che, nel 1450, divenne duca di Milano.
TENTATIVI PER MANTENERE I PRIVILEGIDECLINO
La seconda metà del secolo XV segnava l’inizio di una nuova stagione politica dello Stato Pontificio nel contesto di un ampio ridimensionamento italiano. Santa Vittoria cercò di difendere i suoi privilegi. Per questo sottopose al Legato papale alcuni capitoli da concordare. Anzitutto voleva il mantenimento del potere giudiziario come capoluogo del Presidato. Chiedeva anche di evitare «altri pagamenti de tagli, censi et affitti da fare a Roma e ai suoi officiali, se non quello che pagavano al tempo de Papa Martino».
Nel 1464, Paolo II condona al Comune di Santa Vittoria la terza parte di quanto è obbligata a pagare ogni anno alla camera apostolica, affinché la somma sia impiegata per la restaurazione delle mura fortificate (Ivi 248). Nel 1481, il Legato Pontificio raccomanda al Comune di Santa Vittoria che elegga il suo Podestà Giacomo de Giannini da Monte Granaro; questa raccomandazione non piacque ai Priori del Comune, perché lesiva dei privilegi comunali, e il Legato insisteva senza cedere, mentre si stava preparando un mutamento. Agli inizi del secolo XVI non si parlò più di Presidato di Santa Vittoria, che conservava però gli antichi privilegi del Comune, il quale diventava una sede di Pretura, come tante altre, dove si potevano discutere le cause di prima e seconda istanza, al modo praticato nelle altre Terre della Marca, come stabilì nel 1519 il Papa Leone X.
ARTISTI DI Santa Vittoria NEL ’400
La seconda metà del secolo XV segnò un periodo di splendore per le arti, in rispondenza allo sviluppo artistico di tutta l’Italia. Abbiamo tanti quadri anonimi di questo periodo, che vanno sotto l’attribuzione di «scuola umbro marchigiana»; e ci sono stati artisti della «scuola farfense picena», che ebbe un centro attivo in Santa Vittoria, come dimostrano gli studi editi da Giuseppe Crocetti. Alla metà del secolo XV, almeno tre pittori vittoriesi sicuramente godettero chiara fama per la loro arte.
MARINO ANGELI, del quale conosciamo il trittico, eseguito nel 1448, nella chiesa di San Procolo a Collina di Monte Vidon Combatte e un quadro della Madonna col Bambino che si conserva nel museo civico di Urbino. Questo pittore eseguì molte altre opere a Fermo e Monterubbiano, ma sono deperite nel tempo. Come altre sue opere anche il trittico di San Procolo fu attribuito ad altri pittori, finché non si scoprì la firma: «Fr. Marinus Angeli de Santa Vittoria me fecit».
MARINO DI COLA, pittore del quale non sappiamo molto, ma è certo che visse verso la metà del secolo.
GIACOMO DI COLA, che nel 1471 rilascia quietanza a una signora Bonetta di Cola ( per 32 ducati e bolognini 40) per pitture eseguite in Santa Vittoria. Quali sono? Rimangono quelle del Cappellone, che sono state attribuite in modo incerto e contraddittorio a vari autori, senza pensare che nell’epoca c’erano a Santa Vittoria artisti valenti, e i committenti avranno trovato la loro convenienza nel servirsi di essi, prima che di altri.
NEL SECOLO XVI
Nella prima metà del ’500, la storia delle Marche è caratterizzata da agitazioni che solo marginalmente toccarono Santa Vittoria. Ci fu un sanguinario urto fra i due maggiori tiranni delle Marche di allora: il Duca Valentino (Cesare Borgia, figlio di Alessandro VI) Duca di Urbino, e Oliverotto Eufreducci di Falerone, signore di Fermo. Oliverotto, dopo aver tolto Camerino ai Varano a nome e per conto del Valentino, partecipò alla congiura di Magione contro il Valentino stesso e lo vinse nella battaglia di Fossombrone; poi fece la pace; ma a Sinigallia fu fatto strangolare dal Valentino a tradimento, nel 1502. Nel 1520, il nipote di Oliverotto, Ludovico Euffreducci tentò di diventare signore di Fermo e morì in battaglia nelle piane di Montegiorgio, contro le milizie della Chiesa, guidate da Nicola Bonafede.
Il Comune santavittoriese restò passivo nel 1525, quando Giovanni dalle bande nere mandò le sue truppe nelle Marche e impose ad Ascoli di alloggiare parte di esse e a Santa Vittoria fu imposto l’alloggio di quattro soldati. Il potere dei Consigli Comunali era tramontato; avevano prevalso i principati eredi delle piccole signorie.
In questo secolo XVI, a Santa Vittoria che restò fuori da vicende guerresche, crebbe il benessere che provocò lo sviluppo delle arti e delle scienze. Il Priore vittoriese Marino Melis (1496-1524) restaurò la Basilica della Santa. Le famiglie facoltose costruirono i loro palazzi, come la famiglia Melis, la famiglia Torriani, la famiglia Macilenti; e il Papa Clemente VIII, marchigiano, fece restaurare il monastero delle Benedettine e fece consolidare le mura esterne del paese.
Poi la pace interna venne turbata nel 1542 dalle rivalità tra la famiglia Macilenti e la famiglia De Fulcis. Il governatore generale Vincenzo Durante Vescovo di Orvieto, venne a Santa Vittoria, per mettere pace, e riordinò e perfezionò il comitato ‘della pace’, già costituito da secoli e legalizzato dagli Statuti Comunali.
Nel 1572 la Diocesi di Santa Vittoria, per decisione di Gregorio XIII fu inclusa nella Diocesi di Fermo a cui furono unite Santa Vittoria, Montelparo, Montefalcone, Montegiorgio. Non mancarono ricorsi e contrasti che si protrassero per più di un secolo, e solo nel 1747 Santa Vittoria fu incorporata completamente nell’arcidiocesi di Fermo.
Nel 1585, Sisto V elevò a sede episcopale la sua città di Montalto e creò il Presidato di Montalto, che durò senza un significativo governo fino al regno dei Savoia e alla unificazione di quasi tutta l’Italia.
PERSONAGGI ILLUSTRI
Sono molti i vittoriesi che nel secolo XVI onorarono la patria col loro nome. Fra essi troviamo medici insigni, vescovi, legisperiti, uomini d’arme e artigiani che seppero imporsi per la loro competenza qualificata. Basti un breve cenno di alcuni di essi che per il loro ingegno e per le loro opere maggiormente si affermarono in modo distinto.
Benedetto Della Torre notaio nel 1446 compilò gli Statuti Comunali santavittoriesi.
Annibale Della Torre nel 1549 curò la revisione degli Statuti Comunali e ne scrisse la prefazione in bel latino.
Francesco Torriani (=Della Torre) medico è ricordato da Panelli, in: “Medici illustri del Piceno” in cui considera la di lui medica abilità e dottrina, cose confermate dalla sua opera di scrittore, riportato dal Vander Linden nel “De scriptis medicis” (p. 301) dal titolo: «Prognosticon medicinale secundum temporum costitutiones», in quo Ipocratis aliorumque veterum huius argumenti aphirismi collecti sunt et interpretati».
Ferrante Macilenti medico della seconda metà del secolo XVI. In quell’epoca era primario professore nella città di Fermo. Su di lui Marino Massucci, nel «Trattato della preservazione dalla peste», scrive: «… occorre raccomandarsi alla SS. Trinità, alla Madonna e a San Rocco, far penitenza dei propri errori, confessarsi e poi affidarsi a un buon medico come sarebbe il mio cordialissimo Messer Ferrante Macilenti da Santa Vittoria… (e ne cita altri) i quali veramente in questa nostra età sono veri esemplari e chiarissimi lumi di medicina».
Pietro Giovanni Melis vescovo di Monte Marano, presso Benevento. Lo storico P. Ughelli che lo ringrazia per molti favori, scrive in “Italia sacra” che Giovanni Gaspare Melis, vescovo di Anagni nel 1626, nel 1633 governatore della Maremma; cavaliere dei SS. Maurizio e Lazzaro era persona integerrima e lodevole esempio per la soavità delle sue abitudini. E in suo ricordo c’è una lapide nel nostro palazzo comunale.
Maestro Marino di Ser Antonio visse nella seconda metà del secolo XVI. Fu insigne professore di studi letterari nello Studio Generale di Fermo.
Brunetti Domenico intagliatore, nel 1574 elaborò il bel coro della collegiata di Santa Vittoria.
Federico Malizia capitano combatté valorosamente alla battaglia di Lepanto, nel 1571.
P. Costantino religioso agostiniano che visse nella seconda metà del secolo XVI, nell’Ordine Eremitano, e fu teologo nello Studio generale di Macerata, reggente in Sant’Agostino di Roma e Provinciale della Marca, come scrive P. Civalli in “Santa Visita” (a. 1594, 25 p. 19).
Fra Berardino da Santa Vittoria, costruttore di organi della prima metà del secolo XVII. Il Mariotti scrive che costruì l’organo della chiesa del monastero ascolano di Sant’Angelo Magno (Fabiani: “Ascoli nel Seicento” p. 201).
Mastro Marino Lorenzini, nato a Santa Vittoria nella prima metà del secolo XVII, intagliatore. Lavorò in Ascoli gli altari di Sant’Angelo Magno e la cappella di San Venanzio. (ivi p. 173).
Bernardino Malacarne, indoratore che lavorò in Ascoli nella prima metà del sec. XVII; di lui resta il tabernacolo della chiesa di San Marco. (ivi p. 192).
I Marini una delle più antiche e illustri famiglie vittoriesi, che in ogni secolo diede alla patria uomini ragguardevoli, tra cui Giuseppe Maria Martini, prefetto consolare alla fine del ’700; anche Enrico Maria Martini, avvocato.
NEL SECOLO XVII
Tutta la storia del paese si è sviluppata intorno al Santuario della santa martire e ai monaci farfensi. Il Card. Montalto, nipote di Sisto V, amministratore di Farfa, dopo che i monaci santavittoriesi rifiutarono di essere associati a Montecassino, nel 1629, decise di trasformare le chiese dei monasteri di Santa Vittoria, di Force, di Montedinove, di Rotella e in chiese Collegiate e i monaci divennero secolari Canonici, sotto la giurisdizione del Cardinale Commendatario di Farfa, fino al 1747, quando il papa passò Santa Vittoria alla dipendenza dell’Arcivescovo di Fermo.
LA NUOVA BASILICA COLLEGIATA
Nel secolo XVIII a Santa Vittoria, nella pace fiorirono istituzioni caritative; si costruirono palazzi nuovi e si costruì la nuova Collegiata dato il fatto che la vecchia basilica e l’annesso monastero davano preoccupazioni nel rischio di franamento del colle. Lasciarono la parte più sicura e si progettò di edificare sul ripiano più stabile in vicinanza. Nel 1774 il Priore Terribili decise, con i canonici del capitolo, la costruzione della nuova chiesa, su disegno dell’architetto Antonio Fazi da San Severino. Dopo gettate le fondamenta, per anni l’Architetto si rifiutò di seguitare i lavori; onde nel 1783 si affidò la fabbrica all’architetto Pietro Augustoni di Como che aggiornò il disegno della chiesa e, in dieci anni, regalò a Santa Vittoria una delle più belle chiese delle Marche. Fu inaugurata il 15 agosto 1793; fu consacrata nel 1798 dal vescovo Agostiniano Giuseppe Menocchio. Costò venticinquemila scudi romani.
UNA UMILE BENEFATTRICE
Una signora vittoriese, Vittoria Perfetti, a sue spese, fece consolidare i muri della vecchia cappella laterale, detta degli Innocenti, per l’affresco che ne rappresenta la scena e così per merito di quest’ umile donna, oggi è possibile visitatare il «Cappellone», che è un prezioso resto della millenaria basilica demolita.
DURANTE LA RIVOLUZIONE FRANCESE
La rivoluzione francese si sentì anche nelle Marche con molti danni e agitazioni sanguinose. Non mancarono seguaci dalle idee rivoluzionarie, ma la massa del popolo odiava i rivoluzionari, in particolare per il loro ateismo. Quando Napoleone inviò in Italia un esercito per conquistare e annettere le regioni italiane alla Francia si formarono gruppi di resistenza. Il re di Napoli arruolò nel Piceno gli «insorgenti» e uno di questi gruppi aveva il quartier generale tra Santa Vittoria e Servigliano (ricostruito a valle Castel Clementino). Nel 1797 i Repubblicani dell’esercito cisalpino saccheggiarono Montegiorgio e Amandola. Nella notte del 28 maggio 1798 fu saccheggiato Castel Clementino. I Repubblicani il 12 giugno 1798 passarono, in numero di 1300, a Santa Vittoria, dove le autorità comunali stimarono fosse cosa saggia provvedere per tre giorni l’alloggio per la truppa, evitando così altri danni per le provviste alla truppa. Un gruppo di insorgenti, combattenti “napoletani” guidati dal brigadiere Clemente Navarra, riuscì a togliere Fermo ai Cisalpini nell’estate 1799, fino, poi, al rinnovarsi delle conquiste francesi.
Ci fu pure qualche atto di gentilezza da parte dei francesi, poiché il Gen. Tudot scrisse da Tolentino al Comune di Santa Vittoria, che mandasse a riprendere degli arredi sacri, che i soldati avevano portato via dal paese.
Nel 1808, Eugenio Boarnais, creato da Napoleone Viceré d’Italia (sotto il dominio francese), divise le Marche in tre dipartimenti: Dipartimento del Metauro, con capoluogo Pesaro; dipartimento del Musone, con capoluogo Ancona e il Dipartimento del Tronto, con capoluogo Fermo; e sedici cantoni. Il tredicesimo Cantone era quello di Santa Vittoria e comprendeva: Servigliano, Monteleone, Montelparo, Monte Rinaldo, Ortezzano, Sant’Elpidio Morico, Monsampietro Morico, Monte Falcone, Smerillo.
S. VITTORIA NELLE GUERRE SAVOIA PER UNIRE L’ITALIA
L’idea di una Italia unita, indipendente da ogni ingerenza straniera, incominciò ad affermarsi nell’animo degli italiani. L’Austria dominava nel Lombardo Veneto. Ci furono moti rivoluzionari e venina propagandata l’aspirazione degli italiani all’indipendenza. I re di Savoia, insediatisi a Torino, per diventare Re d’Italia, mossero guerra contro l’Austria, senza che il popolo italiano volesse l’unità, sotto il Re del Piemonte. A conferma di tali affermazioni c’è il fatto che, quando l’esercito piemontese attraversò il Ticino, i contadini lombardi allagarono le pianure, per ritardarne la marcia; e nell’Italia Meridionale durò molti anni la lotta per vincere la diffidenza di quelle popolazioni.
Il popolo di Santa Vittoria, come gran parte del popolo marchigiano, non era entusiasta d’essere annesso al Piemonte. Le popolazioni di antica tradizione cattolica, non apprezzavano un governo che cacciava frati e monache dai conventi, che requisiva i beni della Chiesa. Era detestato il fatto che era stato deportato a Torino l’Arcivescovo di Fermo Card. De Angelis. Si desiderava una politica diversa.
NEL RISORGIMENTO
Santa Vittoria diede il suo contributo all’unità d’Italia con soldati valorosi. Vincenzo Taccari (1816-1892) dottore in legge, amico intimo di Garibaldi, ricoprì diverse cariche onorifiche, fino ad essere prefetto di Piacenza, poi di Macerata. Dopo morto a San Benedetto (del Tronto) la sua salma fu trasportata a Roma per essere cremata, conforme la sua volontà. Filippo Lamponi (1827-1881) dottore in legge e letterato, lasciò scritti politici, una traduzione di Sallustio e saggi di storia. Ricoprì cariche di governo in molte città, fino a prefetto in Basilicata, poi a Reggio Emilia, dove morì. Era cavaliere dei SS. Maurizio e Lazzaro, commendatore della Corona d’Italia e della Repubblica di San Marino. Raffaele Ettore Lamponi e il fratello, Ten. Giuseppe Lamponi, ed altri militari vittoriesi (Gogna p. 258) fecero parte dell’esercito piemontese nelle guerre del primo ‘risorgimento’. Altri ventiquattro vittoriesi furono arruolati nell’esercito italiano nella sfortunata guerra del 1866 (Gogna -Guerra del 1866 p. 215). Gregorio Lamponi era a Bezzecca, al seguito di Garibaldi.
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Dispensa ad uso di studio