BURUNDI missione di padre Vittorio Blasi anno 1997 lettere

Lettera P.Vittorio 1997. VI. 9
Carissimi Amici, vi ringrazio di tutto cuore per quello che state facendo in nostro favore. L’Associazione che con tanto amore e preoccupazione avete organizzato sta prendendo il volo. La mamma aquila protegge i piccoli ai primi assaggi di aria libera, ma poi volteggeranno soli e tranquilli negli spazi celesti. L’esperienza tutta nuova dell’Associazione vi fa cogliere le vertigini, ma siete accompagnati e protetti dalle ALI poderose della MAMMA celeste, la Mamma di tutti i figli più demuniti, malati, indifesi …
La nostra vita vi preoccupa: ma siamo sereni e tranquilli, perché “anche se la Passione è lunga e tanto dolorosa, la Vergine Madre, Regina delle Missioni, è con i suoi poveri figli”. E’ con LEI che abbiamo vissuto il mese di Maggio non di rose, ma di spine. Lo abbiamo iniziato con voi nella solennità della Santa Croce a Belmonte, issando le quattordici croci della Via Crucis a Mumuri.
La guerra ha seminato tanto pianto e dolore nel piccolo Seminario di Buta ed in tante altre famiglie sconvolte dal dolore e dalla morte. In Parrocchia abbiamo concluso il mese della Madonna all’insegna della Fede e della devozione Eucaristica, con messe e processioni eucaristiche nelle cinque cappelle succursali e nella grande processione del Corpus Domini, dove vi ho portato nel cuore …
Il giorno del Corpus Domini vi ho tenuto presenti, come voi ed i bimbi della Prima Comunione di Don. Angelo a Valmir ci avete ricordati a Gesù. Grazie! E’ questa la Comunione dei Santi! Ricambio i saluti ai giovani ed ai bimbi della comunità di Valmir: stiamo costruendo insieme i ponte di solidarietà, di fraternità e di pace in Gesù.
Il mese di maggio ha dato alla luce anche il libretto del Catechismo, intitolato “Dio abita in mezzo a noi”: sarà lo strumento che d permetterà la ricostruzione della Fede nelle famiglie. La FEDE ritrovataci porterà la PACE.
Il mese di Giugno, mese del Sacro Cuore,-si è aperto alla solidarietà. Son venuti in molti a chiedere aiuto per le necessità più urgenti. Alcuni han domandato coperte, altri vestiti, altri aiuti per poter aiutare. I prodotti agricoli sono scarsi: la natura è stata avara forse proprio perché vede che manchiamo di solidarietà e di amore. Saremo costretti a condividere il poco che avremo.
Il Santo Padre, in Polonia, ha ricordato che l’uomo non ha bisogno solo di pane terreno, ma ha bisogno del Pane che viene dal Cielo. Volesse il Cielo farci accogliere questo grido, perché Gesù vuole essere nostro Cibo che d riporterà la vita perduta.
A tutti voi, Giusto, Floriana, Giancarlo, Antonio, Milena, Walter, Lucia, Lorenzo, Don Mario, Don Angelo, Don Vittorio, Don Primo, agli amici, a tutti i benefattori un grazie e un cordiale saluto. La Mamma Celeste vi ricolmi delle sue benedizioni
In Gesù e Maria. P. Vittorio Blasi
***
Altra lettera del 1997

Carissimi, scrivo due righe per ringraziarvi tutti del dono che ci fate delle vostre giornate di preghiera. La preghiera è l’aiuto più bello ed efficace per tutti. Grazie!
La vita che viviamo è nelle mani di Dio. A Mumuri viviamo in pace. In Parrocchia ci sono diversi gruppi di preghiera: in molti il giovedì notte fanno ore di preghiera in casa per confortare Gesù nel Getzemani. Si sono organizzati spontaneamente proprio per implorare la Pace.
Qui a Bujumbura ieri 13 abbiamo celebrato la Messa quando voi eravate in preghiera dalle sei alle sette del pomeriggio. Vi abbiamo ricordato e siamo rimasti in sintonia. In Parrocchia ho fatto innalzare una croce nella sede della vecchia parrocchia e per il 3 Maggio giorno della festa della Santa Croce a Belmonte prepareremo la Via Crucis pubblica all’aperto, che partirà dalla chiesa parrocchiale fino alla Croce che abbiamo issato il 25 Marzo. Faremo una giornata di preghiera e di penitenza, tutto per invocare la Pace. Al Santuario mariano di Gitega, quello che Mons. Ruhuna ha voluto costruire e che è diventato faro di speranza, il 13 e il 12 notte è stato luogo di incontro e di preghiera per oltre 3.000 persone. Ieri, domenica, scendendo a Bujumbura, abbiamo sorpassato in macchina per oltre 25 chilometri gente che tornava a casa con il loro sacchetto di plastica o la bottiglia dell’acqua. In altre zone la gente scappa per altri motivi, noi possiamo contemplare gente che si mette in cammino per andare a pregare.
Come ho detto altre volte, in parrocchia abbiamo organizzato due ore di adorazione giornaliere per piccoli gruppi di volontari e mai Gesù resta da solo. Il santuario diverrà dubbio luogo di riconciliazione e di perdono.
Quando il Crocifisso del Papa troverà il suo posto, allora potremo dire che il detto marchigiano si sarà realizzato : “Chi va a Loreto e non va a Sirolo, vede la Mamma, ma non vede il Figliolo”. Per noi la stessa realtà dovrebbe verificarsi sullo stesso spiazzale del Santuario. Stiamo preparando il progettino perché il Vescovo possa approvarlo.
Per le opere di misericordia in questi giorni abbiamo fatto distribuire attraverso la Caritas Diocesana 16 tonnellate di fagioli sia per la semina, sia per le famiglie più povere della Parrocchia o nei campi profughi Abbiamo distribuito 2.600 coperte per i più poveri e nei centri dei campi profughi. E’ stato fornito soprattutto un campo profughi vicino ai fiume, dove il freddo è più intenso.
Anche in Parrocchia abbiamo distribuito fagioli per la semina di oltre 250 famiglie. Anche gli orfani scampati dal disastro di Bugenana hanno avuto la nostra attenzione, li abbiamo riforniti di coperte, fagioli e patate e continueremo ad aiutarli. Anche altri orfani della Parrocchia di Makebuko hanno ricevuto coperte e fagioli.
Abbiamo offerto, tramite la Caritas Diocesana, 2.500.000 Fbu per i malati più poveri ed i centri diocesani che accolgono malati più poveri.
Anche giovani delle Scuole Superiori, tramite l’amministratore diocesano P. Bururi hanno ricevuto un nostro aiuto di 2.000.000 di Fbu. Abbiamo aiutato sacerdoti in difficoltà, che debbono occuparsi degli orfani delle loro famiglie decimate.
A presto altre notizie. Un forte abbraccio e saluti a tutti in Gesù e Maria. P. Vittorio

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BURUNDI Pasqua 1997 ll’Arcivescovo di Gitega ringrazia p. Vittorio Blasi missionario e i suoi amici

Missionario Vittorio Blasi in Burundi 1997. Lettera del nuovo arcivescovo di Gitega
ARCHIDIOCESI DI GITEGA Pasqua 1997
Carissimi tutti,
voglio esprimervi la mia sentita gratitudine per la vostra simpatia, alla notizia della mia nomina ad Arcivescovo di Gitega e della mia intronizzazione a questo ministero, il 22.3.97. La giornata è stata molto serena, in una preghiera intensa, in un clima pieno di fraternità e d’intensa comunione ecclesiale.
La Vostra partecipazione è stata molto grande. Avete pregato. Avete implorato la benedizione sull’archidiocesi e sul suo Pastore. Avete indovinato le vere dimensioni di questa missione. Avete offerto un Vostro sostegno. La Vostra presenza a noi è stata preziosa. La Vostra solidarietà, specie in questi tempi molto difficili è ancora indispensabile. Ci contiamo.
Per tutto esprimo la mia profonda gratitudine. Una buona e santa Pasqua
Una buona e Santa Pasqua.
+ Simone Ntamwana Arcivescovo di Gitega
LETTERA DI PADRE VITTORIO BLASI DAL BURUNDI

P. Vittorio Blasi – lettera del 13-VI-07
… Stiamo preparando i bambini alla prima Comunione. Gesù ci aiuterà a superare le tante difficoltà che ci circondano. Sembra di vivere in pace, ma sotto la cenere cova qualche cosa, un fuoco che non sembra promettere bene.
Ieri ed oggi al Santuario oltre tremila persone han pregato e stanno pregando: la maggior parte povera gente, o gente del campo. Han percorso in molti dai venti ai quaranta chilometri a piedi, alcuni anche due giorni di marcia pur di partecipare al Pellegrinaggio Mariano.
Ad una donna anziana, che veniva dalla parrocchia di Nyabikare a circa 35 km. Lontano da Gitega, ho chiesto: ”Sei stanca ?”. Mi ha risposto tutta contenta e sorridente: “Sono tanto stanca!”.
Molti vorrebbero interdire questo pellegrinaggio, ma la Mamma celeste non lo permette. Ci sono tante negatività che potrebbero colpirci, ma la preghiera di tanti poveri ci aiuterà ancora una volta a superare tante difficoltà.
II Burundi continuerà a far parlare di sé, ma sarà per il bene ed il cambiamento di tanti. In questa settimana ho visto tanti genitori che avevano abbandonato la fede e che vogliono tornare a Dio grazie alla Prima Comunione dei figli o grazie al Battesimo dei figli La salvezza non d verrà che dalla ‘FEDE ritrovata.
E’ questo soprattutto il grido che vorrei fervi giungere dal Burundi. Vorrei ringraziarvi tutti e ciascuno personalmente, ma lo faremo quando ci sarà più calma e tranquillità, quando soprattutto Gesù ci ridarà la Pace del cuore e del PAESE.
Se mi sarà possiede, manderò anche la situatone aggiornata sul movimento della popolazione, le necessità mediche per i bisognosi, gli orfani, gli sfollati, i poveri. Vi metterete le mani sul cuore per dire: ”Ma come potremo farcela ?” La descrizione è tanto dolorosa, … ma vi manderò anche la documentazione fotografica di tanto bene e tanta gioia che vengono dalia fede.
Per il nuovo giornalino fate anche voi, vi raccomando solo una cosa … Chi scriverà non parli tanto delle divisioni etniche, ma delle divisioni dei cuori. Il problema non sono le divisioni etniche, ma tanto peccato, tanto odio, tanto rancore che cova nei cuori anche delle persone che dovrebbero fare professione di amor di Dio. E’ questo il grosso problema di tanta guerra infinita.
Bando all’odio e alla morte! Ma tanto spazio al perdono, all’AMORE, al Cuore PULITO libero e bello, pieno di Dio, di Maria e di sorriso.
Grazie infinite. In GESÙ e MARIA P. Vittorio
P.S. : A don Angelo vorrei far giungere tutto il nostro grazie più sincero e profondo. La coincidenza del Corpus Domini per le Prime Comunioni è tanto significativa. E’ la fede che veramente cementa le nostre relazioni.
Per voi del gruppo è tanto importante il momento dell’incontro di preghiera. Vi sentite incapaci di trattare i problemi internazionali, di ingiustizia e di guerra…
Ma vi ritrovate nella preghiera e costatate … quanto sia debole anche la fede. Ma tutto vi riesce quasi focile, state creando un’opinione, un interesse, siete come diventati un riferimento per fare il bene. Tutto questo non è nostro, non è mio, anzi se dovessi dire che vi aiuto in qualche cosa dovrei sentire tutta la mia confusione. Il primo foglio è molto bello, il titolo è ancora più significativo, tutto è venuto dal vostro cuore, ma il bel tutto lo dobbiamo a MARIA.
Ieri sera, quando ho lasciato al Santuario oltre 3.000 persone in preghiera e per tutta la notte… mi son chiesto: “Maria opera in mezzo a noi”, così per voi … Le nostre qualifiche sono zero, i nostri titoli non valgono niente … eppure tante persone rispondono a Maria. Facciamoci coraggio, facciamoci forza: sarà ancora LEI a mettere tutto al posto giusto ed al momento giusto.
— Restiamo uniti nella preghiera. p. Vittorio

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IL BURUNDI CONFORTATO DALL’ARCIVESCOVO DI GITEGA E DAL MISSIONARIO P. VITTORIO BLASI 1994


Arcidiocesi di Gitega Gitega Burundi 20 Dicembre 1994
Cari Amici,
Il Natale l’anno scorso ci ha trovato in una profonda oscurità: il Burundi aveva perso il suo primo Presidente democraticamente eletto, e molti dei suoi figli e figlie. Il paese era come un immenso cimitero: migliaia di cadaveri distesi sulle colline o inumati senza alcuna dignità. Ovunque lacrime. Il paese era in rovina: famiglie smembrate, case incendiate. Quasi più niente era in vita nel paese che sentiva la morte.
Quest’anno che volge al termine ci sta conducendo verso il cammino della ripresa. La riorganizzazione dell’autorità a tutti i livelli è un passo importante nella ricerca della Pace. La saggezza ha saputo guidare i nostri politici sulla via del dialogo. In ogni modo non sono mancate le prove. Un lavoro arduo attende tutti coloro che vogliono operare la pace. In quasi tutto il paese la situazione resta fragile. Qua e là si annunciano morti e distruzioni. Sappiamo che molti giovani si esercitano e si armano per la guerra. Nello stesso tempo enormi problemi sociali provocati dagli avvenimenti ci sollecitano. Un po’ ovunque nel paese gli sfollati sono raggruppati nei campi profughi, e non osano ritornare nelle loro proprietà spesso distrutte. Migliaia di orfani domandano di essere accolti ed assistiti.
Malgrado tutte le sofferenze possiamo ringraziare il Signore per i numerosissimi segni di bontà e di misericordia verso il nostro popolo. Fin dall’inizio una gara di simpatia e di compassione, fortificata da tante preghiere, ci è giunta da parte di molti Amici. E’ quello che ci ha sostenuti. Per paura di dimenticare i nomi, non oso menzionare tutti coloro che ci sono venuti in aiuto. Ma a tutti diciamo: il Signore vi ricompensi al centuplo.’ Possiamo rallegrarci nel costatare che il nostro paese annovera tra i suoi figli e figlie dei veri santi e molti martiri. Infatti nel cuore delle tribolazioni, la generosità ha agito con potenza in numerose anime. Abbiamo iniziato a raccogliere testimonianze di eroismo di persone ancora in vita o già morte. Molti hanno raccolto persone con il pericolo della propria morte. Alcuni sono stati vittime della loro carità. Persone sono andate alla morte trionfalmente perché coscienti di raggiungere attraverso di essa il luogo del riposo e della felicità eterna.
Numerose famiglie si organizzano per raccogliere orfani. Gruppi di persone di tutte le categorie si incontrano per pregare ed organizzare opere caritative. Tutte queste iniziative sono segni di speranza e prove che la verità e l’amore finiranno per trionfare. Molti dei nostri vivono nel bisogno con vitto e vestiti insufficienti ed esposti a malattie. Molti dei nostri orfani in età scolare mancano del necessario. Non esito a raccomandare tutti coloro che attirano la nostra sollecitudine pastorale.
Che tutti: Organismi, Chiese, e tutti gli amici siano certi della nostra gratitudine e delle nostre ferventi preghiere. A tutti i nostri migliori auguri per una Santa festa di Natale ed un Anno pieno di Gioia e di Felicità. * + Gioacchino Ruhuna arcivescovo di Gitega
*****

. Vittorio Blasi – Gitega – Burundi 19/XII/1994
Stimati Benefattori, Gentilissime Benefattrici,
Grazie per le vostre offerte. Con l’inizio dell’Avvento sto vivendo una nuova esperienza: sono tornato nella Diocesi di Gitega, dove Mons. Gioacchino Ruhuna mi ha accolto, per potermi dedicare alla missione con tutto il cuore immerso nella realtà del Paese. A nome di tutti i sofferenti del Burundi ringrazio tutti Voi che siete stati scelti da MARIA per dare sollievo ai suoi figli travolti “dalla guerra non solo materiale”, ma soprattutto spirituale.
A chi si preoccupa dei disastrati, di farmi conoscere la situazione della Diocesi di Gitega, una della più provate dalla guerra fratricida. I dati non sono completi, ma fotografano la portata del disastro ancora da valutare in tutta la sua gravità. La guerra ha causato oltre 8000 orfani che vivono in famiglie di accoglienza o negli orfanotrofi di Mugera: 180 orfani, di Karuzi, 115 orfani, di Ndava,85 orfani. Nella sola parrocchia di MAKEBUKO 784 orfani sono accolti in famiglie. Alcune di esse accolgono anche 20 bambini.
I problemi non riguardano solo i piccoli, ma intere famiglie sono alla sbando, o non hanno la possibilità di ricostituire una vita normale. Nella sola parrocchia di Giheta 1681 famiglie di vecchi- vedove -orfani, si trovano in una situazione di indigenza totale. La Diocesi di Gitega é composta di 22 parrocchie e si estende su tre provincie.
Con il mio rientro a Gitega non aiutiamo solo ima parrocchia, ma la carità prende spessore nazionale.
A Bujumbura i bimbi orfani ed abbandonati che abbiamo raccolto nel piccolo nido di Maria, hanno interceduto per migliaia di bimbi vittime dell’odio satanico, di Gitega, Karusi, Muramvya, Bujumbura, e perché no!, potremmo raggiungere le provincie di Ruyigi, Canguzo, Kirundo, Ngozi, Muyinga, dove i problemi sono ancora tanto gravi ed impellenti. Questa guerra silenziosa, fatta di odi -vendette- rancori, ci interpella.
Carissimi chiediamo a Gesù Bambino la Pace. La Mamma celeste ci copra con il suo manto, San Giuseppe ci guidi e trasporti con il suo asinello attraverso il deserto della prova. La Sacra Famiglia ci riporti alla casa del Padre che vuole mettersi in “cammino per abbracciarci”. Preghiamo il Padre perché ci santifichi, “lo meritiamo per tanto soffrire”. “Il Pane Benedetto arrivi a tutti come alimento di anima e corpo”.
Supplichiamo Dio Padre perché ci insegni a perdonare come ha perdonato LUI. “Perché nel perdono sta l’AMORE, nel perdono la COMPRENSIONE”.
Sia questo l’augurio per un Santo Natale di Amore e di Pace. Sia l’augurio per un Anno Nuovo 1995 di Misericordia e Pietà. La Mamma dia a tutti la gioia di offrire con amore e sacrificio, nella certezza di partecipare alla riconciliazione dei CUORI.» Grazie. Dio vi Benedica. In Gesù e Maria P. Vittorio Blasi

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Missionario p. VITTORIO BLASI BURUNDI Vangelo gesti etnici Carità Diocesi Gitega. 1991

P. Vittorio Blasi 1991
Cari Amici,
Nel 1978 ho iniziato il mio apostolato a Mumuri dove, grazie a Dio ed alla Vergine santissima ho potuto far crescere una comunità cristiana con oltre 6.000 Battesimi ed ho potuto favorire la crescita di vocazioni sacerdotali e religiose soprattutto con la costruzione del Noviziato per le suore di Santa Bernadetta a Mumuri stessa e la costruzione della loro Casa -madre a Gitega.
Con i catechisti e con il Consiglio Parrocchiale abbiamo dato inizio a quello che potremmo considerare un tentativo di inculturazione liturgica riscoprendo nei gesti, nei simboli, nelle feste tradizionali, I segni che possano far entrare i Barundi nella comprensione del mistero di Cristo. Abbiamo imparato a celebrare il Natale alla luce della nascita di un bambino nella famiglia murundi, Con la felicitazione per la mamma (la Vergine Maria) e la presentazione dei doni per la madre che deve essere aiutata a far crescere il neonato. Il Bambino Gesù viene presentato alla Comunità il giorno della Sacra Famiglia, come il neonato Murundi viene presentato con la solenne festa alla famiglia ed ai vicini. Il Figlio di Dio e di Maria lo presentiamo a tutto il mondo, al Burundi, alla diocesi, alla Parrocchia, alle colline, alle famiglie perché Lui è il Bambino che è nato per tutti.
Abbiamo anche celebrato la settimana santa e la Pasqua alla luce della tradizione locale: il giovedì santo Cristo ci ha lasciato il Suo Corpo e il Suo Sangue ed il sacerdozio come testamento della Nuova Alleanza. Questo evento salvifico è rivissuto tenendo presenti gli elementi della tradizione kirundi del capo-famiglia che lascia il testamento ai suoi quando sente che è giunto l’ora di passare ‘alla terra’ deli uomini, cioè il luogo del riposo eterno.
Il Venerdì santo lo meditiamo come celebrazione della morte di Cristo con il rito della consolazione di Maria, sua Madre, come nell’uso tradizionale.
Il Sabato santo e la Pasqua li celebriamo come momento di uscire dal lutto nella cultura kirundi. Con la madre del congiunto tutto si ferma, il fuoco si spegne … Ma bisogna pur ricominciare una vita nuova! Per togliere il lutto i Barundi riaccendono il fuoco, si lavano, si mettono un vestito nuovo, preparano un nuovo cibo per celebrare la festa del ritorno alla nuova vita Sono gli stessi elementi che nella veglia Pasquale ci fanno entrare nel mistero del Cristo morto e risorto a nuova vita.
Abbiamo anche cercato di rivivere il sacramento della penitenza- riconciliazione come i Barundi celebrano la riconciliazione dopo le offese.
Tutta la liturgia della s. MESSA è vissuta alla luce della cultura locale, con mdanze, canti, tamburi, gesti ed offerte presentate con i cesti ornati di foglie di banane. E’ una partecipazione corale e festosa al Banchetto di Cristo che si immola e si offre a noi come cibo. La s. Messa è diventata per noi il punto centrale del nostro attaccamento a Cristo, evidenziato da “Ebrei 12, segg. Noi fissiamo il nostro sguardo in Cristo che guida la nostra fede e la porterà a compimento.
Questa celebrazione liturgica è stata la gioia del Papa quando è venuto in BURUNDI.
I Cristiani del Burundi hanno preso in mano le varie attività della Parrocchia soprattutto con l’attenzione ai poveri ed ai bisognosi perché sentono che la parrocchia è l’espressione della loro fede e della loro vita comunitaria.
Un’attenzione particolare è rivolta al problema vocazionale sia con la preghiera che con le offerte per i seminaristi.
Inoltre i gruppi di azione cattolica ed i vari movimenti si organizzano secondo il loro carisma per la crescita della fede e della testimonianza cristiana sia a livello giovanile che di adulti.
Secondo i valori tradizionali siamo attenti alle necessità della gente e dei ragazzi. Per loro abbiamo predisposto, in collaborazione con le autorità amministrative locali e con la gente, ben 92 aule di scuola, inoltre acquedotto, cooperativa, rimboschimento ed abbiamo fatto una sensibilizzazione per rendere la vita locale più degna della persona umana. Un serie di sei cappelle sparse per tutto il territorio favoriscono una crescita spirituale più famigliare per tutti.
Ma quello che mi sta a cuore è ringraziarvi soprattutto per avermi aiutato alla costruzione del santuario della Madre della Misericordia, la Rosa Mistica che con tanta predilezione ci ha invitato e aiutato a realizzalo nella discrezione più assoluta e nel periodo più difficile per la Chiesa del Burundi. La Mamma ci ha voluto dire con quel santuario che si occupa dei popoli e della nazione del Burundi e dei Barundi: si occupa e preoccupa di ciascuno di noi come mamma affettuosa e Il delicata, piena di misericordia e di perdono.
Il santuario è stato il dono più bello della vita missionaria. E’ il luogo di riconciliazione, di amore, di festa. La Vergine sant\ma ci vuol portare al Suo Figlio che perdona e che si dona come cibo!
Sto per iniziare un altro periodo di vita missionaria con Maria e sotto il suo manto. I sogni sono tanti. Sarà Lei a concretizzare il futuro. La mia vita è nelle mani dello Spirito santo affinché Lui sia la guida e il consolatore. Lo Spirto, come ha sorretto ed accompagnato Maria, Gesù e Giuseppe nel deserto, protegga così la mia vita che voglio vivere con Maria ed in Maria per portare tutti a Gesù. Con questi sentimenti e progetti mi rimetto alle vostre preghiere ed al vostro aiuto. Per tutti domando benedizioni e grazie alla Rosa Mistica, la Madre di Gesù e Madre nostra.
La Vergine santissima ha benedetto il Burundi e continua a benedirlo. Anche in questo momento vi propongo di venirci in aiuto proprio per far crescere la pietà verso la Madre di Dio perché ci porti a suo Figlio Gesù. Senza indugio e con fiducia lancio questo nuovo appello che potrebbe interessarvi
= Centomila Rosari per il Burundi; perché non duecentomila? = Medagliette e Crocifissini per respingere l’ondata di amuleti e stregonerie perché Gesù e Maria siano coi Barundi = Immagini sacre della Madonna: es. Il Cuore Immacolato dì Maria/l’Immacolata di Lourdes, la Madonna del Rosario»
= l’Ausiliatrice» la Madonna della Pace, la Madonna del Pianto o di Medjugorje: formato grande e santini = Immagini di Gesù Misericordioso, del Volto Santo, del Croce-fisso, della Sacra famiglia e simili…
= Pissidi, Calici, Teche per la Comunione ai malati, per oli santi, casule e altro per la sacra liturgia.
Gli oggetti sacri favoriscono la dignità della celebrazione ed il rispetto a Gesù Eucaristico. = Statue di Maria, di s. Giuseppe e del Sacro Cuore da noi e giacciono in sacrestie o ripostigli, invece farebbero tanto bene nelle cappelle e chiese del Burundi.
Quando si ama il popolo non si può non dare al popolo stesso il gusto di amare Dio e sua Madre, Maria. Per superare le povertà bisogna cercare, difendere e rispettare i valori umani solo in Dio.
Il primo modo per aiutare l’uomo è la preghiera: “Pregate! Pregate! Perché solo con la preghiera potete allontanare satana e tutto il male che viene da lui () perché solo con la preghiera potete allontanare stana e tutto il male che viene da Lui” perché solo con la preghiera potete allontanare satana e tutto il male che viene da lui (Matteo 17, 21).
Aiutateci in questo sforzò che vuol fare dell’uomo murundi un autentico figlio dì Dio ed un cittadino che ama é costruisce il suo paese.
La Mamma celeste vi aiuti ad entrare in sintonia con questo tipo di Missione che nello Spirito Santo desidero continuare in Burundi. Grazie per la vostra comprensione evi benedico in Gesù e Maria.
NB. Un contenitore partirà da Parma a fine giugno ’91,ed altri due contenitori partiranno per fine anno. Altri due contenitori partiranno a fine anno. Spedite per Padre VITTORIO BLASI BUJUMBURA BURUNDI. Grazie! Dio benedice.

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FERMO PROVINCIA NEL TEMPO DAI ROMANI ALLA REPUBBLICA ITALIANA digitazione Albino Vesprini Notizie Gabriele Nepi

LA PROVINCIA DI FERMO NEL TEMPO (digitazione di Vesprini Albino)
Gabriele Nepi, sostenitore della Provincia che era da recuperare per Fermo assieme con l’Associazione Intercomunale del Fermano e con l’Associazione Intercomunale della Zona Calzaturiera ha pubblicato per mezzo della società “Iommi” nel 1992 il volume “La provincia di Fermo nella storia” (pagine 80 formato A4 con molte illustrazioni, cartografia geografica e dati statistici). Ecco alcune notizie estratte da questo libro.
Le vicende passate chiariscono i presupposti delle più recenti consapevolezze. Vari scrittori greci e latini hanno parlato di Fermo: Tolomeo, Strabone, Cicerone, Catullo, Giulio Cesare, Valerio Patercolo e in seguito vari autori cristiani, papi, imperatori e personalità famose.
Lo stesso Nepi Gabriele pubblicò un volume sui testi dei principali scrittori dell’antichità riguardanti il Piceno. Dopo decaduto l’impero romano occidentale Fermo ebbe importanza come ducato longobardo, divenuto contado (comitato) con carlo agno e Marca Fermana che unita dal papa a quella anconetana fece creare il toponimo “Marche” per questa regione.
Il governo dello Stato Romano pontificio ebbe in Fermo un centro culturale ed amministrativo che coinvolgeva il governo dei castelli del suo circondario, regolati dagli “Statuta Firmanorum” (1381) cioè dalle leggi dei castelli fermani.
La diocesi di Fermo mantiene ancora una territorialità che deriva dalla Marca Fermana altomedievale con i seguenti attuali comuni, cinque dei quali in provincia di Ascoli Piceno (AP) e altri 13 in quella maceratese (MC). Ecco l’elenco dei 57 comuni della diocesi;
Altidona (FM)
Amandola (FM)
Belmonte Piceno (FM)
Campofilone (FM)
Carassai (AP)
Civitanova Marche (MC)
Comunanza (AP)
Corridonia (MC)
Falerone (FM)
Fermo (FM)
Francavilla d’Ete (FM)
Grottazzolina (FM)
Gualdo di Macerata (MC)
Loro Piceno (MC)
Lapedona (FM)
Magliano di Tenna (FM)
Massa Fermana (FM)
Massignano (AP)
Mogliano (MC)
Monsampietro Morico (FM)
Montappone (FM)
Monte fiore dell’Aso (AP)
Monte Giberto (FM)
Monte Rinaldo (FM)
Monte San Giusto (MC)
Monte San Martino (MC)
Monte San Pietrangeli (FM)
Monte Urano (FM)
Monte Vidon Combatte (FM)
Monte Vidon Corrado (FM)
Montecosaro (MC)
Montefalcone Appennino (FM)
Montefortino (FM)
Montegiorgio (FM)
Montegranaro (FM)
Monteleone di Fermo
Monterubbiano(FM)
Montottone (FM)
Moresco (FM)
Morrovalle (MC)
Ortezzano (FM)
Palmiano (AP)
Pedaso (FM)
Penna San Giovanni (MC)
Petriolo (MC)
Petritoli (FM)
Ponzano di Fermo
Porto San Giorgio (FM)
Porto Sant’Elpidio (FM)
Potenza Picena (MC)
Rapagnano (FM)
Sant’Angelo in Pontano (MC)
Sant’Elpidio a Mare (FM)
Santa Vittoria in Matenano (FM)
Servigliano (FM)
Smerillo (FM)
Torre San Patrizio (FM)
La provincia di Fermo, ricostituita nel 2004 con 174.000 abitanti separandosi da Ascoli Piceno, è divenuta operativa nel 2009. L’attuale superficie è di 862,77 km² comprendente 40 comuni. Sin dall’ordinamento antico dello stato romano pontificio è rimasta tra le maggiori città marchigiane, come capoluogo.
L’attenzione alle appartenenze territoriali provinciali a Fermo o a Macerata o ad altra città interessa gli studiosi delle vicende storiche perché nel cercare documenti d’archivio debbono recarsi negli archivi pubblici dei rispettivi diversi capoluoghi a cui un comune apparteneva, talora con cambiamenti nel corso dei secoli. Ad esempio Montegiorgio ha fatto parte della delegazione di Macerata fino al 1817, come pure erano territori maceratesi Amandola, Montegranaro, Monte San Pietrangeli, Sant’Elpidio a Mare (che comprendeva l’attuale comune di Porto Sant’Elpidio). Presso la sede dell’archivio storicvo provinciale nel tempo si trovano molti documenti
Sono interessanti i cambiamenti governativi che si sono verificati nei secoli.
La POPOLAZIONE del FERMANO come risulta dal Censimento Pontificio del 1782 nello Stato di Fermo.
Fermo comprendeva Porto San Giorgio….abitanti…17.904. Inoltre: Monte Verde abit. 400 e Rocca di Monte Varmine…ab. 241
a.1782 = Territorio della zona ‘Marina’ dello Stato di Fermo: comuni ed abitanti
Acquaviva .. 1637
Altidona 1076
Campofilone… 1161
Carassai……… …1015
Grotte a Mare 2449
Lapedona 1502
Marano (Cupra Marittima) ab.1544
Massignano….….1477
Moresco……………615
Pedaso 288
Sant’ Andrea………326
San Benedetto e Monte Aquilino 2329
Torre di Palme 1008
Territorio della Mezzina
Belmonte 714
Collina (in Monte Vidon Combatte) 347
Grotta Azzolina 1060
Monte Falcone 936
Monte Giberto …..1219
Monte Vidon Combatte 371
Monte Leone 812
Monte Ottone 1430
Monte Rinaldo 754
Monte San Pietro Morico 611
Ortezzano 659
Petritoli 2109
Ponzano 817
S. Elpidio Morico 431
Servigliano …..1780
Smerlilo …. 706
Torchiaro 386
= Territorio della zona di Montagna
Alteta 521
Cerreto 371
Falerone 2584
Francavilla (d’Ete)… 961
Gualdo e Castelgismondo 1358
Loro (Piceno) 2803
Magliano 895
Massa 750
Mogliano ……3597
Montappone..1131
Montevidon Corrado 875
Monturano………1630
Petriolo…… ….. 1781
Rapagnano 1453
S. Angelo in Pontano 2135
Torre San Patrizio 957
Tot. 72.766
Già del Governo di Macerata:
Amandola 3734
Monte Giorgio 4341
Monte Granaro 3789
Monte San Pietrangeli 2141
Sant’Elpidio a Mare 7479
Tot. 21.484

Da notare che tra il territorio Ascolano e quello Fermano nell’alta zona collinare Picena esisteva nel 1782 da più secoli il Presidato Farfense detto poi di Montalto (1586) nel quale erano Montelparo , Monterubbiano e Santa Vittoria in Matenano attualmente in provincia di Fermo.
Presidato di Montalto
Montalto……………………1070
Castignano…………………1739
Cossignano…………………. 880
Force…………………………1453
Monte di Nove …………… 885
Montelpare………………..1168
Montefiore…………………1952
Montegallo…………………1536
Monte Monaco……….…..1211
Monte Rubbiano…………2449
Offida…………………………1229
Patrignone………………….. 378
Ripatransone………………..413
Porchia…………………………617
Rotella…………………………..699
S. Vittoria…………………….1854
TOT. 25120

Prima del 1796, anno dell’occupazione territoriale fatta da Napoleone Bonaparte la Marca centro meriodionale comprendeva
Quattro governi: di Macerata, abitanti 140.769,
di Ancona,
di Fano,
di Jesi,
il Presidato di Montalto, abitanti 25.120
_ lo Stato di Ascoli,
_ lo Stato di Fermo,
.+. sette governi diversi: a Fabriano, a Loreto, a Domo, a Matelica, a San Severino, a Monte Marciano, Ficano, in tutto 44.322 abitanti)
.+. alcuni Luoghi Baronali (Civitanova, Barbara, Genga).
TOTALE della Marca di 464.188 abitanti
Inoltre a Nord nelle Marche attuali, il Ducato di Urbino o Stato di Urbino; oltre alla città di Urbino e circondario, comprendeva la provincia Feltria, la provincia di Massa Trabaria e 30 Luoghi Baronali. Il totale demico del Ducato di Urbino era di 166.575 abitanti;
Vi era inoltre lo Stato o ducato di Camerino con un totale di 29.160 abitanti.
\\\ Napoleone divise i territori al modo francese con la prima occupazione nella marca del 1797. Nella seconda occupazione 1808-1815; il 2 Aprile del 1808 Napoleone Bonaparte con decreto emanato dal Palazzo di S. Cloud, decretava la riunione al Regno d’Italia (dominio francese) di Urbino, Ancona, Macerata, Camerino e vi teneva stabiliti tre Dipartimenti:
.Dipartimento del Metauro con capoluogo Ancona (vi era incluso anche Urbino);
..Dipartimento del Musone con capoluogo Macerata;
…Dipartimento del Tronto con capoluogo Fermo. Quest’ultimo era costituito dai territori dell’ex Governo generale della Marca, dello Stato di Fermo, dello Stato di Ascoli, dello Stato di Camerino, del Presidato di Montalto.
A Fermo che era designata capoluogo risiedeva il Prefetto del Dipartimento del Tronto. Ascoli e Camerino ebbero due vice-prefetture. Tre i distretti: Ascoli, Fermo, Camerino che abbracciava varie località dell’odierna provincia di Macerata.
Il distretto di Fermo città capoluogo, era formato da sette cantoni, ognuno dei quali abbracciava più comuni: Fermo, Monte Giorgio, Petritoli, Ripatransone, Sant’Elpidio a Mare, San Ginesio e Sarnano (questi due ultimi ora in provincia di Macerata).
Il Distretto di Ascoli con tre Cantoni: Ascoli, Montalto e Offida.
Il Distretto di Camerino con tre cantoni: Camerino, Fiastra ed Esanatoglia (allora Anatolia))
Con successivo decreto del 25 Luglio 1808 il distretto di Camerino venne unito al Dipartimento del Musone e staccato da quello del Tronto. Venne istituito tre anni più tardi il distretto di S. Ginesio con: cantoni di San Ginesio, Monte Giorgio e Sarnano (già nel distretto di Fermo).
DIPARTIMENTO DEL TRONTO
A Fermo città risiedeva il Prefetto nominato dal Governo centrale, risedevano il Consiglio di Prefettura (4 membri); il Consiglio generale dipartimentale (40 membri); il segretario Generale di Prefettura (4 membri);
Primo distretto – Fermo – con sette cantoni:
*. Cantone I – abitanti: 27.531: Fermo, Porto di Fermo, Torre di Palme, Altidona, Lapedona, Monterubbiano, Ponzano, Grottazzolina. La città di Fermo aveva 15.115 abitanti nel 1810 subì perdite nel periodo napoleonico; nel 1816 gli abitanti erano ridotti a 12.500.
*. Cantone II – abitanti: 19.919: S. Elpidio, Montegranaro, S. Giusto, Monsampietrangeli,
Rapagnano, M. Urano
*. Cantone III – abitanti: 18.371: Montegiorgio, Magliano, Falerone, Montappone,
Francavilla, Mogliano, Loro Piceno
*. Cantone IV – abitanti: 12.837: S. Ginesio, Camporotondo, Caldarola, Cessapalombo,
S. Angelo in Pontano, Gualdo, Monastero, Morico, Colmurano
*. Cantone V – abitanti: 10.867: Sarnano, Amandola, M. S. Martino, Penna S. Giovanni
*. Cantone VI – abitanti: 14.022: Petritoli, Monte Giberto, Montottone. Monte Leone, Belmonte Piceno, Castel Clementino (ex Servigliano) S. Vittoria in Matenano, Monterinaldo
*. Cantone VII – abitanti: 22.056: Ripatransone, Cossignano, Acquaviva, S. Benedetto, Grottammare, Marano (=Cupra Marittima), Campofilone, Montefiore, Carassai
Secondo distretto – Ascoli – con tre Cantoni:
*. Cantone I – Ascoli, Montefortino, Montemonaco, Montegallo, Comunanza, Folignano, Acquasanta, Venagrande, Force, Venarotta, Monte Acuto, Ancarano, Massignano, Mozzano, Rocca Reonile
*. Cantone II – Offida, Monteprandone, Appignano, Castignano, Colli, Monsampolo
*. Cantone III – Montalto, Rotella
\\ Con la caduta di Napoleone nel 1815 si ebbe la riorganizzazione dello Stato Romano con Pio VII Ecco la nuova ripartizione amministrativa di tutto lo Stato Pontificio in vigore il 1 Agosto l816 eccettuata Roma.
Furono create 17 fra Legazioni e Delegazioni Apostoliche . ,
Le Legazioni erano quattro: Bologna, Ferrara, Forlì, Ravenna
. Delegazione di prima classe era Urbino e Pesaro.
.. Delegazioni di seconda classe: Ancona, Fermo, Frosinone (con Pontecorvo), Macerata, Perugia, Spoleto, Viterbo.
… Delegazioni di terza classe: Rieti, Civitavecchia, Benevento, Ascoli, Camerino.
Nella Delegazione di Fermo dal 26 Novembre 1817
.*. Monte Giorgio dalla Delegazione di Macerata passò a quella di Fermo;
.*. Montefiore dell’Aso, Monterubbiano, Montelparo, Santa Vittoria, dalla Delegazione di Ascoli passarono pure a quella di Fermo.
.*. Amandola, dalla Delegazione di Macerata passò a quella di Ascoli.
— Il Distretto di Fermo fu articolato in otto governi: Fermo, Falerone, Grottammare, Mogliano, Montefiore (dell’Aso), Montegiorgio, Monterubbiano, S. Vittoria, (in Matenano)
In seguito dal 21 dicembre 1827, in virtù di altro motu proprio di Leone XII, tra le Delegazioni di Fermo e quella di Macerata – Camerino vi fu uno scambio territoriale: da Macerata passarono a Fermo i Comuni di Montegranaro, Monsampietrangeli, Sant’Elpidio a Mare.
PROVINCIA DI FERMO ANNO 1853
COMUNI n. 47
Totali: popolazione 109403 Studenti 289 – Militari 484 – Ricoverati 7 – Carcerati 138
FERMO 18179 \studenti 223 \ militari 375\ carcerati 85
ALTETA 938
ALIDONA 1356
BELMONTE 1102
CAMPOFILONE 1415
CASTEL CLEMENTINO (ex Servigliano) ab. 2217 \ militari 1
COSSIGNANO 1343
FALERONE 3459
FRANCAVILLA 1097
GROTTAMMARE ab. 3785 \ militari 14
GROTTAZZOLINA 1431
LAPEDONA 1474
MAGLIANO 1048
MARANO (poi Cupramarittima) 2254 \ militari 8
MASSA 1255
MASSIGNANO ab.1845 \ militari 3
MONTEAPPONE 1960
MONTELPARE 1641
MONTEFALCONE 1124
MONTEFIORE ab. 2429 militari 7
MONTEGIBERTO 1585
MONTEGIORGIO ab. 4912 \ studenti \ 1 militari \ 9 carcerati 14
MONTEGRANARO ab. 4336 \ militari 6
MONTELEONE 1049
MONTOTTONE 1738
MONTERINALDO 936
MONTERUBBIANO ab. 2895 \ militari 9 \ carcerati 20
MONTESAMPIETRANGELI 2412
MONSAMPIETRO MORICO 695
MONTURANO 2015
MONTE VIDON COMBATTE 1141 \ studenti 1
MONTE VIDON CORRADO 1259
MOREGNANO 405
MORESCO ab. 880 \ militari 1
ORTEZZANO 862
PEDASO ab. 602\ militari 3
PETRITOLI ab. 2610 \ militari 5
PONZANO 1395
PORTO SAN GIORGIO (di Fermo) 4151 \ militari 12
RAPAGNANO 1469 militari 5
RIPATRANSONE 6214 \ studenti 52 \ militari 4 \ carcerati 8
SANT’ELPIDIO A MARE 8781 \ studenti 12 \ militari 13 \ carcerati 11
SANT’ELPIDIO MORICO 502
SANTA VITTORIA ab. 2410 \ militari 9
SMERILLO 808
TORRE DI PALME 1126
TORRE SAN PATRIZIO 1107

Nel 1853 Amandola e Montefortino erano territorialmente nella Provincia di Ascoli Piceno.
Amandola abitanti 4702, studenti 2, militari 7, carcerati 2
E’ interessante il quadro globale di alcune province della Marca:

PROVINCE – POPOLAZIONE DEGLI ANNI
Vari anni 1816 a. 1833 a. 1844 a. 1853
ANCONA 147.355 158.159 167.119 176.519
ASCOLI 69.058 78.946 83.980 91.916
CAMERINO 31.136 36.592 37.705 42.991
FERMO 77.089 89.404 104.003 110.321
MACERATA 197.313 220.130 233.004 243.104
PESARO-URBINO 198.145 225.806 235.386 257.751
I Comuni della Provincia di Fermo erano 47 e c’erano anche piccoli Comuni appodiati.
I sacerdoti diocesani erano 964. I religiosi 687.
I cultori di scienze e letteratura (esclusi i docenti) 46.
I pittori e scultori 139.
I medici, farmacisti, levatrici in totale 241.
Gli avvocati 140.
Gli ingegneri 44.
I professori e maestri 131.
I magistrati 441.
I militari 531.
I possidenti di beni immobiliari 9989.
Strade rotabili Km. 357.
Dal 1860, dopo l’avvento del Regno di Vittorio Emanuele II, da varie circoscrizioni amministrative, è nata quella che la provincia di Ascoli nel 1860: Ascoli Fermo, Montalto.
In territorio fermano, ai seguenti comuni ne fu unito un altro: Moresco unito a Monterubbiano; Smerillo unito a Montefalcone; Ripaberarda a Castignano; Sant’Elpidio Morico a Monsampietro Morico; Alteta a Montegiorgio; Moregnano a Petritoli; Pagliare a Spinetoli.
Nel 1878 Torre di Palme comune aggregato a Fermo; Moresco, il 25 giugno 1910, riebbe l’autonomia; come pure comune indipendente dal 1919 Smerillo che era stato unito a Montefalcone nel 1870.
A Fermo venne istituita il 1 Novembre 1861 una Sotto-Prefettura, ma con Regio Decreto Legge del 2 gennaio 1927 n.1 venne abolita. In precedenza, il 21 Ottobre 1926, erano stati soppressi tutti i circondari e quindi anche quello di Fermo.
Vi furono aggregazioni ed accorpamenti “curiosi”. Alteta, unito a Montegiorgio nel 1869, viene ricostituito a comune autonomo nel 1896 per essere di nuovo aggregato, dopo due anni, a Montegiorgio. Sant’Elpidio Morico, già accorpato a Monsampietro Morico nel 1868, ne è staccato nel 1870 ed unito a Monteleone di Fermo; nel 1893 poi ritorna sotto Monsampietro Morico.
Nel 1951, con decreto del Presidente della Repubblica in data 10 Gennaio, viene creato un nuovo comune: Porto Sant’Elpidio per distacco dal Comune di Sant’Elpidio a Mare.
Per la parte ecclesiastica Fermo è la più grande Arcidiocesi delle Marche con circa 270.000 battezzati su 287.000 abitanti (dati del 2011) ed è sede del Tribunale Regionale Piceno per le cause matrimoniali. Ha proprio Seminario. Tra le Biblioteche che sono distribuite nei comuni fermani, quella del comune di Fermo, intitolata a Romolo Speziali ha 400.000 volumi, 680 incunaboli, 15.000 edizioni cinquecentine, oltre 60.000 stampe e 2.000 disegni.
L’Archivio di Stato Fermano, molto importante, possiede circa 3.000 le pergamene.
.-.-.-.-.-.-.-.-.-.
CODICE POSTALE – CAP – dei 40 Comuni della PROVINCIA DI FERMO
COMUNE CAP
Altidona……………………………63824
Amandola………………………… 63857
Belmonte Piceno……….63838
Campofilone..………………63828
Falerone…………………….……. 63837
FERMO (capoluogo)…… 63900
Francavilla d’Ete 63816
Grottazzolina……………… 63844
Lapedona……………………….…63823
Magliano di Tenna……… 63832
Massa Fermana…………….…..63834
Monsampietro Morico …63842
Montappone……………….…….63835
Monte Giberto……..63846
Monte Rinaldo……………..63852
Monte San Pietrangeli 63815
Monte Urano………..……….63813
Monte Vidon Combatte..…..63847
Monte Vidon Corrado………. 63836
Montefalcone Appennino….63855
Montefortino… ……………….. 63858
Montegiorgio……63833
Montegranaro…………….…….63812
Monteleone di Fermo…63841
Montelparo………………… ……63853
Monterubbiano ………….63825
Montottone…………… ………63843
Moresco…….. 63226
Ortezzano…………………….63851
Pedaso…………………………..…63827
Petritoli………………….…………63848
Ponzano di Fermo………….63845
Porto San Giorgio…………..63822
Porto Sant’EIpidio………….….63821
Rapagnano..…………. 63831
Sant’EIpidio a Mare..…..…… 63811
Santa Vittoria in Matenano 63854
Servigliano………… 63839
Smerillo………….. .63856
Torre San Patrizio…………….. 63814
\\\\\\\
Digitazione di Albino Vesprini

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BLASI MARIO EVANGELIZZA NELLA II SETTIMANA TEMPO ORDINARIO ANNO C = GV 2,1 ss

Blasi Mario parroco evangelizza II DOMENICA TEMPO ORDINARIO (Gv.2,1-12)

”Ci fu uno sposalizio a Cana di Galilea e c’era la madre di Gesù. Fu invitato anche Gesù con i Suoi discepoli “.
Da chi fu invitato Gesù? Allo sposalizio “c’era la madre, c’erano le giare, ma mancava il vino. Gesù capovolge lo stato delle cose”.
Nel Vangelo di Giovanni non viene mai chiamata per nome la madre di Gesù. Gesù la chiama “donna”.
L’appellativo “donna” lo usa per rivolgersi a Sua Madre, alla Samaritana e a Maria di Magdala.
Maria non è solo Colei che ha dato alla luce Gesù, ma è la Madre di tutti e rappresenta il popolo d’Israele con la sua storia e spiritualità.
Maria, la Donna-Popolo, sta alle nozze e si accorge che non c’è il vino. Il vino è l’elemento indispensabile non solo per una festa, ma soprattutto per la festa di nozze. Il vino è simbolo di gioia, è simbolo dell’amore dello sposo e della sposa. Nella triste situazione della mancanza di vino-amore, interviene la Madre di Gesù. Maria percepisce la situazione e la sottomette all’attenzione del Figlio. Maria si limita ad informarlo, senza formulare una richiesta e si affida alla Sua sensibilità. Maria sa che Gesù agisce sempre per il bene di tutti. Gesù opera per portare serenità e aiuto. Per questo motivo Maria dice ai servitori:
“Qualunque cosa vi dica fatela”.
I servitori si devono mettere a completa disposizione di Gesù.
Maria conosce il cuore del Figlio ma non sa i Suoi piani nell’agire, tuttavia afferma che bisogna accettare senza condizioni il Suo programma. Bisogna essere sempre preparati a seguire qualunque Sua indicazione.
Là c’erano sei giare di pietra vuote, utilizzate per scopi rituali. Erano inutili. Le giare dell’Evangelista vengono descritte in modo particolare: si precisa il numero (sei), il materiale con cui sono fatte (pietra), la loro capienza da 80 a 120 litri ciascuna.
La pietra evoca le tavole o le lastre di pietra sulle quali fu scolpita la legge. Il numero “sei” indica l’incompletezza, in opposizione al “sette” che indica la totalità. La loro capienza: la grandezza del dono. Gesù vuole che quelle giare siano riempite di acqua fino all’orlo. L’acqua, attinta dalle giare, diventa vino, simbolo dell’amore di Gesù donato e accolto.
E’ l’amore di Gesù che unisce l’uomo con Dio e gli uomini fra loro. E’ l’amore di Gesù che costruisce un mondo veramente nuovo.

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NEPI GABRILE RACCONTA IL PARROCO DI TORCHIARO NARRATIVA AMENA E COMMOSSA

Titolo originale di Gabriele Nepi ” Lu curatu de lu Trocchià ” Fermo 2002
RITORNO
Il tempo è passato! Sono trascorsi degli anni, ma il ricordo della mia prima sede scolastica, di Don Costanzo, delle sue perpetue Peppina e Pasqualina è rimasto vivo nel mio cuore. Tante volte nelle vicissitudini della vita in varie parti della penisola, dove per lavoro scolastico sono stato mandato, ho ripensato al piccolo, lindo paesino.
Nell’anniversario della scomparsa di Don Costanzo, mi sono recato con la mia Fiat Punto (diretta discendente dei miei mezzi di locomozione di cui il capostipite era stata la “Vespa”), al piccolo cimitero del paese. L’ho parcheggiata proprio davanti al cancello d’ingresso, dove il parroco soleva rivolgere l’ultimo saluto alle salme dei suoi parrocchiani prima che entrassero nel sacro recinto luogo del riposo eterno.
Sopra l’ingresso, in alto, campeggia la scritta ‘Resurrecturis’ cioè a coloro che risorgeranno. L’avevo letta tante volte, ma oggi ha un significato diverso, pregnante di promessa di vita eterna.
Mi sono recato davanti al loculo che raccoglie le spoglie mortali di Don Costanzo … Ho sostato a lungo davanti alla sua effigie: serena, precisa come quando era vivo. A fianco, vicine l’una all’altra, riposano anche Peppina e Pasqualina, qui venute a pochi anni di distanza.
Un giro tra le tombe e i loculi mi ha fatto rivedere Righetto, Quarantò, Cucciulì; più in là, elegante e quasi parlante, Pilluccu il poeta mancato.
D’improvviso si sono affollati nella mente fatti ed eventi vissuti; come in un film ho rivisto il primo giorno di scuola: Don Costanzo che era là ad aspettarmi per augurarmi buon lavoro; ho rivissuto emozioni, stati d’animo, situazioni…
Dal mio cuore allora è sgorgato un grazie sincero: caro Don Costanzo, quante lezioni di vita mi hai impartito! Ai tuoi consigli debbo qualche affermazione professionale compreso il modo di parlare al pubblico, la tecnica del porgere. (Forse superiore all’Arte Poetica di Orazio!)
I tuoi consigli sono stati efficaci, producenti, anche là oltre Oceano, quando, grazie ad una borsa di studio, mi sono recato per affinare e potenziare la mia cultura linguistica e a proseguire la strada della ricerca storica che ha dato i suoi buoni frutti. Grazie soprattutto dell’ottimismo di vivere, di lottare per la verità e la giustizia, che mi hai inculcato e trasmesso ed io ho ritrasmesso ai miei figli!
Tutto in quel periodo con te è stato bello e determinante per la mia esistenza futura, soprattutto il tuo sostegno, che in me orfano di padre, è stato un cardine di forza morale.
*
Immerso profondamente nelle mie riflessioni sarei rimasto lì chissà per quanto tempo, se mia moglie, venuta con me per curiosare e conoscere i luoghi dei miei ricordi, non mi avesse riscosso con il suo richiamo. “Dai, il buon curato ci guarda dal Paradiso”, esclamò.
Allora sono tornate alla mia mente le considerazioni che Don Costanzo faceva spessissimo sul buon ladrone, l’espressione che usava per incoraggiare i morenti, “Oggi sarai con me”; “Appendi alla croce le tue brutte storie e Cristo le pulirà con il suo sangue”; oppure quella sua curiosa affermazione: “L’importante è non perdere l’ultimo tram di corsa… per giungere al capolinea”.
*
Sistemati alcuni fiori, rossi per la precisione, perché egli amava questo colore, scendemmo verso il paese e ci fermammo proprio davanti alla chiesa.
Entrati, notai subito un’aria di pulito, di ordinato, di lucido. Il rumore della porta richiamò l’attenzione del nuovo parroco che mi si fece incontro per chiedermi se avevamo bisogno di qualcosa. Mi presentai e presentai mia moglie. E appena udì il mio nome, fece un’esclamazione di meraviglia. Aveva sentito tanto parlare del “maestro”, poi divenuto professore, poi direttore.
Per molti del paese, ero un benefattore per eccellenza!
Mia moglie (sottovoce) mi fece: “Aspetta e tra poco ti ritrovi con l’aureola in testa da vivo”.
Parlammo con il parroco, anziano anche lui, destinato lì quasi per riposare, perché la parrocchia ormai contava poche anime. Passai in rassegna molti dei miei ex-alunni ormai uomini maturi. Pochi in verità erano rimasti in paese; molti, raggiunto il diploma all’Istituto Industriale, si erano trasferiti a Milano, a Bologna, Torino, Venezia. Altri si erano arruolati nei Carabinieri, nella Guardia di Finanza; uno, il più vivace, era entrato in convento.
“Chi, Daniele?” Fui proprio meravigliato, perché era un bel furfantello… Ricordai quella volta che per fare uno scherzo buttò le chiavi della chiesa dentro un pozzetto; un’altra volta aveva chiuso dentro un barattolo alcune api e l’aveva aperto davanti al viso di Peppina e Pasqualina che ne furono punte…
Naturalmente parlammo di Don Costanzo… Il nuovo curato mi invitò nella canonica e mi mostrò tutte le foto dell’epoca, che aveva sistemato in una bacheca come archivio degli avvenimenti importanti del paese. Ricordo la meraviglia di mia moglie, nel vedere quelle immagini un po’ ingiallite, ma così significative. Sotto ogni foto infatti aveva inserito una didascalia che specificava, data, avvenimento, protagonisti.
C’erano anche le foto dell’edificio scolastico, dalla prima pietra fino al completamento dei lavori. Dinanzi ad esse il mio cuore ebbe un tuffo, come se qualcuno mi riaprisse un antico libro, per rileggere quei versi pascoliani che sintetizzano questa mia storia, che potremmo definire familiare.
Infatti proprio qui ho trovato la mia seconda famiglia, qui ho posto le radici della mia professione. Li cito così come li ricordo:
“Rivedo i luoghi dove un giorno ho pianto. Un sorriso mi sembra ora quel pianto. \ Rivedo i luoghi dove un dì ho sorriso oh! come lacrimoso è quel sorriso! Questi versi “fotografano” una vicenda umana, uno squarcio di vita paesana, la mia cronaca familiare, intensamente vissuta ed amata.

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NEPI GABRIELE RACCONTO E DIARIO RICORDANDO IL PARROCO DI TORCHIARO

Titolo originale ” Lu Curatu de lu Trocchià ” Fermo 2002
DON COSTANZO E IL PREFETTO
La vita scorreva lenta, inframezzata da gustosi episodi, che sarebbe lungo raccontare, così come sempre vivaci e salaci erano le battute del curato.
Un giorno capitò il Prefetto; era di passaggio nei dintorni, e così fece un’improvvisata a Don Costanzo. Lo aveva conosciuto nel famoso avvenimento del “soccorso per neve” e gli era rimasto piacevolmente impresso.
Il curato ne fu felicissimo; mobilitò subito le perpetue che, in un baleno, sparsero in paese la notizia e raccolsero un po’ di gente.
Il Prefetto visitò la chiesina, e con curiosità sostò presso la lapide ai Caduti, ai piedi della quale un cannoncino, più giocattolo che strumento bellico, faceva bella mostra di sé.
Chissà dove era stato ripescato? Ogni volta che si chiedeva la sua provenienza la risposta era evasiva…. e ciò rientrava nel carattere proprio di Don Costanzo, se decideva di nascondere qualcosa. Il Prefetto visitò l’edificio scolastico e si complimentò per l’impresa riuscita. In canonica accettò un semplice thè, servito questa volta in elegantissime e pulite tazzine, e sostò alquanto a conversare…
Don Costanzo gli mostrò subito la sua maxi fotografia con Gronchi e le pile dei giornali che ricordavano il fausto evento.
La conversazione fu piacevolissima; si toccarono molti temi anche quello del celibato ecclesiastico. Don Costanzo, senza scomporsi, se ne uscì con una pepata esclamazione e ripeté: “Se era una cosa ben fatta, far sposare i preti, crede lei, eccellenza, che la Santa Madre Chiesa non l’avrebbe permesso?”. Di rimbalzo il Prefetto, quasi per stuzzicarlo commentò: “Ma, caro Don Costanzo i preti sono in… estinzione.
Don Costanzo che stava fumando il solito sigaro fece una lunga tirata poi, lanciando in aria una nuvoletta di fumo, con tono scherzoso sentenziò: “Noi siamo come la gramigna…più la sradichi più quella cresce”. Poi: “La Chiesa è cosa divina! Noi preti in duemila anni di storia non siamo riusciti a distruggerla…”
In una battuta sottolineava genuinità, analisi e ciò che è l’intero universo ecclesiale, arieggiando la promessa divina: “Non prevarranno!”
Qualche volta gli si scopriva una cultura insospettata. Infatti il discorso col Prefetto scivolò su tematiche alimentari, sulla salute e sui cibi genuini ecc. Don Costanzo sciorinò in proposito una cultura eccezionale, citò, nell’originale, molti precetti della scuola salernitana. Li sapeva tutti a memoria in modo sorprendente: (Se tu incolume vuoi mantenerti sano, rendi estraneo il prendere ogni preoccupazioni e arrabbiature) Si vis incolumen si vis te reddere sanum / curas folle graves, irasci crede profanum… e andò avanti per un bel pezzo… Voleva fare, e fece, bella figura!
Verso la fine della conversazione il Prefetto disse: “Reverendo, ho saputo che ogni anno fate la rappresentazione della Passione e mi ha commosso il fatto di quel ragazzino che è schizzato sul palco a difendere Gesù dagli schiaffeggiatori. Mi ha commosso davvero! Buon sangue non mente.. Ma mi dica, capisco che per arruolare i personaggi della Passione non trova difficoltà, ma ciò per tutti? Ad esempio, per i due ladroni, quali i criteri di scelta?”
“Eccellenza, sono ladroni di casa… dilettanti, ma in fondo buoni, e poi nella nostra rappresentazione non si salva solo quello di destra; io faccio salvare anche quello di sinistra!”
Ribatté: “Ma come don Costanzo? Lei va contro quanto dice il Vangelo? Solo uno si salvò e quello di destra!”
“Ma Dio, Eccellenza, è misericordioso e quindi…. e poi il Vangelo non dice se era la destra guardando la croce o guardando dalla croce… Ora però è facile trovare i ladroni… pochi sono i dilettanti, oramai sono tutti professionisti… e come!!”.
Stavano per salutarsi e si era già agli ultimi convenevoli, quando, ad un tratto, il Prefetto rivolto a Don Costanzo “Speriamo di rivederci, caro Don Costanzo”, disse: “speriamo di rincontrarci quanto prima”. “Venga presto Eccellenza”, sarà mio piacere ospitarla. “Verrò sicuramente, a meno che…” e, dopo una pausa, “a meno che non mi rapiscano… Viviamo in tempi di cattiverie. Mala tempora currunt, caro Don Costanzo, anche per i Prefetti! …”
“Ma chi vuole che la rapisca, Eccellenza; un uomo così bravo ed importante. Ed il Prefetto: “Non si sa mai”; poi con aria birichina… “In caso di rapimento, caro Reverendo, lei contribuirebbe alla spesa del mio riscatto?…”
Don Costanzo sorridendo “Come no, Eccellenza!”.
“Grazie della solidarietà, caro Don Costanzo! Potrei sapere la cifra?”
Don Costanzo rimase alquanto pensieroso e poi subito: “Vanno bene quattrocento lire?” (= 20 centesimi Euro).
“Don Costanzo ma così poco? Io mi aspettavo di più…”.
“Ma Eccellenza” ribatté Don Costanzo, e scandendo le parole “Nostro Signore Gesù Cristo è stato venduto per 33 denari… “Tenuto conto della svalutazione, della Divinità, dell’lVA, ecc. penso che 400 vadano bene…”
Un fragoroso scoppio di ilarità pose fine alla conversazione di saluto ed il Prefetto, sorridente e soddisfatto, salì in macchina che, rombando, si diresse verso il capoluogo di provincia…

BUONE SERVENTI
Una mattina sentii bussare alla porta: erano Pilluccu e Righetto: Mi portarono delle uova fresche, odorose fragole e formaggio pecorino.
Leggevo però nei loro occhi qualcosa di misterioso… Ad un tratto apparve il breviario di Don Costanzo, era ancora quello tutto in latino.
Si era sparsa – come accade spesso – qualche chiac-chieretta sul curato, anche se poi subito smentita e rientrata. Tuttavia Pilluccu e Righetto volevano vederci chiaro; ogni tanto facevano qualche scherzo a Don Costanzo; un giorno addirittura gli appesero grappoli d’uva sulle antenne del suo apparecchio televisivo, tanto che la gente guardava e rideva commentando “Don Costanzo è fortunato; anche le antenne gli fanno l’uva… bianca e nera contemporaneamente”. Stavolta gli avevano fatto fuori il Breviario ed ecco il perché: sfogliandolo, Pilluccu, il poeta, aveva letto questa frase: Euge, serve bone et fidelis… Le “serve bbone?” Allora era vero! Ed era pure… scritto…
Mi squadernarono davanti il “corpo del reato” raccomandandomi di tenere per me la faccenda… Spiegai che non si trattava di donne, né di “serve bbone”; il significato diceva: “vieni, o servo buono e fedele…”. Ci rimasero male; poi Righetto a Pilluccu: “Te l’avevo detto, tu sbagli sempre”. Pilluccu con quell’atto si era atteggiato “a difensore della morale, si scusò: “Tutti possiamo sbagliare, no? Vero maestro?” Miei simpatici amici, mi considerate vostro consulente, anche in … materia di fede!
*
Alla fine di maggio si preparava la solenne chiusura del mese mariano. Don Costanzo mi invitò alla cerimonia. Peppina e Pasqualina prepararono una buona cena. Per ricambiare, portai a Don Costanzo una scatola di sigari Avana, avuti in dono da un amico capitano di vascello. La chiusura del mese di maggio fu carica di buone ispirazioni e di profondi sentimenti. Era sì la festa della Madonna, ma anche della mamma, della donna…
La manifestazione ebbe luogo nell’aula magna del nuovo edificio scolastico. Don Costanzo, con arte raffinata, presentò la Vergine come donna vera, donna dell’accoglienza, del consenso totale, della fedeltà assoluta; la calò concretamente nelle situazioni, nelle occupazioni e preoccupazioni, nelle vicende di tutti i giorni, lasciando nell’animo di ogni partecipante presente, un’idea di bellezza, di trasparenza, di luminosità, di calore.
Ricordo ancora la conclusione: “Voi donne siete le creature predilette da Cristo… voi, quando gli apostoli ed i discepoli, timorosi, lo abbandonarono eravate con Lui ai piedi della Croce, lo avete seguito fino al Calvario… mai, ripeto mai, Gesù si è scagliato contro di voi, invece lo ha fatto con noi uomini… La stessa gioia della sua Resurrezione l’ha comunicata proprio ad una donna: la Maddalena: siate quindi orgogliose, gelose, della vostra femminilità”.
Non mancarono frecciatine alle fumatrici, ai vestiti corti, scollati, che lasciavano veder troppo… facendo ribollire il sangue nelle vene a coloro che guardavano.

DON COSTANZO STA MALE.
Col passare del tempo Don Costanzo cominciava un po’ ad incurvarsi; ogni cosa, anche semplice lo preoccupava….
Io intanto, superato il concorso di Direttore Didattico, ero stato nominato dirigente della scuola elementare di una zona poco lontana da Torchiaro. “Corsi e ricorsi storici” della vita direbbe qualcuno! Già La vita spesso lega passato e futuro, persone, mondi, cose…
Un triste giorno però, verso le 11 fui raggiunto da una brutta telefonata: Don Costanzo stava male, molto male… Già dal mattino un forte vento di scirocco, accompagnato da intervallati rovesci di acqua mi aveva agitato e innervosito, quasi a profetizzare un evento nefasto; così fu…
Quando entrai nella canonica, il parlottare sommesso dei presenti mi convinse subito che la situazione era grave; il curato infatti era entrato in agonia… Un ictus, in un baleno, aveva paralizzato il suo corpo; mi avvicinai; gli presi la mano e lui quasi avvertendo la mia presenza, aprì per un attimo gli occhi e mi guardò… il tempo di abbozzare un sorriso poi… sospirò fievolmente e reclinò il capo da una parte…
Dal profondo salirono ai miei occhi copiose lacrime; in quell’istante come in un film rividi i momenti e gli avvenimenti vissuti accanto a quel vecchio, caro amico! Ricordando i manifesti “didattici” di Giulio Cesare e di Napoleone, mi chiesero di prepararli per Don Costanzo… Mai avrei pensato che fosse toccata a me tale dolorosa mansione. Ma, per Torchiaro, per noi tutti Don Costanzo era più importante di quei condottieri.
*
I funerali furono solenni; mai vista tanta gente. Vennero molti confratelli; il paese era inondato di fiori. La folla convenuta era raccolta, silenziosa, commossa. Tanti si avvicinarono; si chinarono sulla bara, chi per lasciare un fiore, chi una carezza, chi un arrivederci. Nonostante la presenza di tanti preti, il vescovo invitò me a commemorare Don Costanzo.
Accettai. Non ricordo cosa il mio cuore mi dettò. Tutti piangevano ed io ero “come colui che piange e dice” per dirla con una reminiscenza dantesca. Ricordo però un episodio significativo; quando il vescovo, ricordando Don Costanzo ripeté le parole in latino del Vangelo “Vieni servo buono e fedele: Euge serve bone et fidelis”, si udì un forte singhiozzare…era Righetto che aveva letto già quelle parole. Nessuno sapeva la ragione profonda di quelle lacrime… io sì. Ci guardammo un istante e tacitamente incrociammo lo sguardo di Pilluccu, che abbassò gli occhi e pianse.
Le campane continuavano con i loro tristi rintocchi; davano tristezza ed insieme speranza in Cristo. “Chi crede in me, vivrà in eterno”. Quel giorno fu dichiarato lutto cittadino. Molti i telegrammi, fra essi, uno, commoventissimo, del Prefetto.
*
Ad un mese dalla morte, nel trigesimo, proprio nel luogo che più era appartenuto a Don Costanzo, la chiesa, trovammo una sorpresa. Il “madonnaro”, ripassando da queste parti, seppe la notizia e volle contraccambiare la generosità ricevuta. Sul pavimento della chiesa, lavorando alacremente per l’intera nottata con i gessetti colorati, aveva disegnato l’immagine di Don Costanzo.
Il volto aveva un’espressione quasi celestiale… come se la morte l’avesse divinizzato. Il gioco dei colori, reso ancor più efficace dai raggi che filtravano da una finestra, conferiva a quell’effigie fascino e mistero; sotto di essa in caratteri cubitali spiccava una scritta: Don Costanzo!
Intorno ad essa, si addensarono care memorie! La folla si dispose intorno; ebbe luogo la Messa di suffragio. Forse da quel momento Torchiaro, oltre ai due protettori, ne aveva un terzo: San Costanzo.
Durante la celebrazione dall’organo si levò un coro di voci: ‘Jubilate Deo’, inneggiate al Signore.
L’effigie, immagine vivente di Lui, rimase a lungo sul pavimento della Chiesa.
In paese e nelle vicinanze si parlò per tanto tempo di Don Costanzo; quel canto solenne e maestoso, è rimasto nell’archivio di ogni cuore presente: ‘Jubilate Deo!’ Gioia nel Signore.

Gabriele Nepi

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NEPI GABRIELE SCRITTORE RACCONTO AMENO RICORDANDO IL PARROCO DI TORCHIARO

Titolo originale ” Lu Curatu de lu Trocchià ” Fermo 2002
IL ‘SANTO’ NUOVO
I primi annunci primaverili venivano festeggiati in paese con processioni religiose mattutine; era come voler chiedere e sperare una maggiore vitalità fertile per la campagna, per le coltivazioni in genere e per tutto il nostro organismo, un rigenerarsi per proiettarsi verso la vita.
In realtà, come ci insegna la storia, questo bisogno è talmente innato nell’uomo che presso tutti i popoli veniva festeggiato il risveglio della natura con riti di purificazione, con feste, cerimonie, quasi che l’uomo ne sentisse necessità particolari. Basti pensare che i nostri antichi progenitori, i Piceni, sciamarono dalla conca reatina nel Teramano e a nord del Tronto, proprio per voto di primavera sacra.
Durante una processione religiosa (detta delle Rogazioni) un bambino, svegliato in anticipo frignava o piagnucolava assonnato… Don Costanzo in paramenti sacri, senza pensarci due volte, gli si avvicinò calmo, con il grande reliquiario, lo abbassò all’altezza del piccolo. “Zitto, se no ti faccio mangiare dal momò”. Il piccolo sgranò gli occhi, si aggrappò alla gonna della mamma e tacque; non potemmo neanche questa volta frenare una sonora risata all’intimazione dello spauracchio.
La processione cominciava a snodarsi lungo il strada principale del paese con la statua mariana. “Ti salutiamo, o Vergine, colomba tutta pura / nessuna creatura è bella come Te!”. Tale era il canto per la Madonna, il suo splendore e la sua angelica beltà.
Un’altra processione che ricordo con simpatia è quella in onore di Sant’Antonio dalla barba bianca, protettore degli animali, santo temuto ed amato dai nostri contadini. Secondo il curato, tale festa, doveva competere e distinguersi da quelle dei paesi vicini, con un rapporto di competizione e di curiosità. Questa ricorrenza era piena di abitudinarietà e di superstizione, ma molto coinvolgente…
Le campane suonavano a distesa e richiamavano campagnoli, che ben rasati e tirati a lucido gremivano la chiesa oltre l’inverosimile. “Tengono più a Sant’Antonio, che al buon Dio” ripeteva Don Costanzo; sulla piazzetta, davanti la chiesa, portavano le loro bestie strigliate, infiocchettate, per ricevere la benedizione solenne. La statua di Sant’Antonio campagnolo, con il lungo bastone e il porcellino era piena di luci e di offerte…
“Già, era lui, che allontanava le calamità dalle stalle, che proteggeva le nascite dei torelli, o il latte delle mucche… Credo proprio che il buon Dio avrà senz’altro sorriso molto di questo torto o sgarbo dovuto alla popolare credenza!

A proposito di Sant’Antonio c’è un fatto curioso con una venatura leggermente “blasfema”. Da tempo era venerata in chiesa una statua di detto santo, ma tarlata, fatiscente e non più atta al culto. Si pensò allora di sostituirla con una nuova e Pasquale, attivista delle festa, si offrì di farla fare a sue spese. Mise a disposizione un tronco di pero del suo podere e si Impegnò a pagare lo scultore.
Per quanto riguarda la “materia prima” non costituì per lui un sacrificio. L’albero non aveva mai dato frutti. Era sì un tronco possente e robusto di pero e per ricavarne la statua ci volle del bello e del buono, ma alla fine sotto le mani esperte dello scultore venne fuori una statua solenne e maestosa e al solo guardarla imponeva rispetto e riverenza.
L’aspetto solenne e ieratico era così imponente che si dovette cambiare anche il cavallo. Per dare un’idea approssimativa delle proporzioni, la statua era come un granatiere in mezzo ai soldati di fanteria di statura inferiore a quelle dei granatieri.
Posta la statua alla venerazione dei fedeli, Pasquale si recò a pregare con fervore per il fatto che nella sua stalla una giovane mucca era malata e si sarebbe perso un capitale di guadagno e di lavoro. Desiderava che il santo, dopo il suo dono, avesse a fare la grazia della guarigione. Ecco che si sente battere alle spalle. Era suo figlio! “O babbo, la manza è morta!” disse con voce rotta.
Pasquale esclamò a forte voce e collera. “Il peggio viene dopo. Tu sei come il veterinario che per guadagno si mette d’accordo col macellaio”. Aggiunse riferendosi al legno, materia prima della statua: “Tu non hai fatto nemmeno le pere?”
Il fatto era accaduto tempo prima. Evidentemente quell’enorme statua è stata sostituita con altra di dimensioni comuni. Ma il fatto fece tanto scalpore che per vario tempo girò per il paese una poesia dialettale carina ed efficace al riguardo e che s’intitolava appunto “Lu santu novu”.

I FUNGHI E LA PROVA DEL GATTO
In occasione di un’altra festività, mi sembra Pentecoste, il curato chiese ed ottenne l’aiuto di alcuni frati per le confessioni generali.
Proprio il giorno precedente, un montanaro, aveva portato in dono a don Costanzo un cestino di funghi. Secondo il parere delle perpetue avrebbero profumato e reso più gustose le tagliatelle, ma chi garantiva veramente sulla loro non velenosità?
“La cosa era semplice; secondo don Costanzo, bastava intingere un po’ di pane nel sugo e farlo assaggiare ad uno dei tanti gatti in giro per la canonica. Se fosse sopravvissuto…”. Così fu fatto e non ci fu responso negativo.
A pranzo mangiavano con gusto; gli stessi frati furono entusiasti… sul loro desco non sempre avevano l’opportunità di avere cibi così succulenti… Erano alla fine, quando, come una saetta, Peppina, che era scesa in cantina a prendere il vino cotto, si diresse verso il curato e gli farfugliò all’orecchio qualcosa.
In cantina aveva visto il gatto che miagolava e si contorceva… quindi i funghi erano velenosi; avevano evidenziato i loro effetti con ritardo, ma non c’era dubbio, erano velenosi…
Lascio immaginare al lettore il parapiglia e lo sgomento di quel momento: che fare? Bisognava interpellare subito un medico, chiamare il pronto soccorso, assumere del latte, vuotare immediatamente lo stomaco…
Il frate più anziano, però, si volle far accompagnare in cantina per controllare di persona il gatto e constatare la gravità dell’avvenimento, ma quale non fu la sua sorpresa nel vedere due bei micetti nati da poco. La gatta (e non il gatto) si contorceva, ma per il parto…
Passato lo spavento, ci risero sopra, ma questo fatto ancora oggi viene raccontato, soprattutto in convento.

*GRANDE EVENTO
L’avvenimento che coinvolse entrambi, curato e maestro, fu l’arrivo dei bersaglieri. Don Costanzo mi esortava spesso a far cantare canzoni patriottiche agli alunni, perché attraverso queste c’era l’assimilazione della storia, c’era l’interiorizzazione e la personalizzazione della conoscenza.
A far nascere la forte curiosità in tutti i bambini di conoscere da vicino, dal vivo i bersaglieri fu proprio una di queste canzoni: “Quando passano per via, gli animosi bersaglieri…” inoltre fu la guerra di Crimea, studiata con gli alunni di quinta classe (in quell’epoca un unico insegnante aveva affidate cinque classi; c’era la famosa e deprecata pluriclasse) e furono le famose figurine Liebig, che riportavano immagini di giovani bersaglieri con i bei cappelli piumati.
Potevo deludere questo desiderio più che naturale degli alunni? Ne parlai con il curato che, impegnato oltre l’inverosimile con ritiri per il clero, con commissioni economiche, mi diede il suo pieno consenso per ogni iniziativa, che volevo prendere a riguardo, mi offriva il suo sostegno morale, ma lasciava al mio estro ogni decisione da prendere.
Fu spedita subito una lettera al colonnello dei bersaglieri, che prestavano servizio nel capoluogo di provincia, anzi, gli alunni acclusero anche la cifra di cinquecento lire ricavate dalla vendita di uova. Chiedevano di poter vedere, di parlare, di fotografarsi con due bersaglieri, per intervistarli e sapere alcuni dati importanti del loro servizio e della loro vita; la somma era per la spesa-viaggio che avrebbero sostenuto.
Il colonnello, sensibile e carico di grande umanità, non ci fece attendere molto la sua risposta. Non solo sarebbero giunti in due ma ne sarebbe venuto un plotone. L’arrivo a passo di corsa, con trombe squillanti fu d’un godimento unico; festoni, striscioni, bandierine abbellivano l’avvenimento, che toccava tutti nel profondo dell’animo.
Che dire degli alunni? Il loro cuore aveva accelerato il battito, il sorriso sprizzava gioia, le mani s’intrecciavano con forza ed entusiasmo. La notizia diffusa prontamente dalla radio richiamò sul luogo tantissima folla festante, applaudente, attenta.
Fu per tutti, me compreso, uno shock rivitalizzante ed arricchente. Gli stessi superiori: Provveditore, Ispettore, Direttore mi inviarono lettere di plauso e di consenso. Ne parlarono molto i quotidiani, riportando anche aneddoti curiosi, come quello di un contadino, che, per non perdere l’occasione di ammirare i bersaglieri, falciò il suo grano, giunto a maturazione, per tutta la notte.
Chi però gioì in segreto, senza far pesare i consigli dati, senza apparire in prima persona, né nel comitato organizzatore, creato per l’occorrenza, né tra le personalità in vista, fu proprio Don Costanzo. Quando si spensero le luci della festa, quando ritornò il silenzio, e stavo raccogliendo i fogli delle declamazioni dei bambini… chi vedo alle mie spalle? Proprio lui, il curato, che, abbracciandomi fraternamente, era felice per me e con me. Aveva voluto lasciare a me solo l’onore ed il vanto dell’iniziativa.
Chiesi il perché di tale comportamento, ma con semplicità e sincerità mi rispose: “Ti meriti questo ed ancor di più”. Dice Sant’Agostino: “Avanza, non ti smarrire, non tornare indietro, non arrestarti. Canta e cammina”.
*
ASCOLTO E SOLIDARIETA’
In confessione ascoltava tutti con discreta comprensione e sufficiente bontà, soprattutto quelli che, saputo della sua generosità, raggiungevano Torchiaro da distante, per scaricare cannonate morali. Ripeteva: “Non sono io che perdono, ma quel povero Cristo, che ha sofferto ed è morto in croce per questi”:
Se però un o una penitente sceglieva orari sbagliati, spesso sentiva rimproverarsi “Figlio mio, o figlia mia, proprio adesso t’è venuto il pentimento? Spicciati, devo andare alla Mutua o al Consorzio, Nostro Signore sa… tutto. Alla fine impartiva la benedizione e l’assoluzione.
Aveva una grande avversione per le suocere che confessavano le loro animosità verso le nuore; spesso chiudeva loro lo sportello in faccia, o le rimbrottava dicendo: “Vergogna, sei invidiosa.” La penitente si dileguava celermente.
Famosa è rimasta qualche confessione di penitenti che non potevano raggiungere il confessionale. Andava il prete e una volta usò come grata uin corbello; altre volte col setaccio per non mettere in difficoltà il penitente.
Oggi, tutto è semplice e facile, anche le confessioni “a viso aperto”, ma a quei tempi… c’era un grande timore per il viso scoperto.
*
Don Costanzo viveva pienamente la solidarietà, la gioia del dono; ogni giorno a suo modo scriveva una pagina di bene, senza ricorrere a molte parole. Ho davanti agli occhi quel povero spazzacamino, che ospitò nella sua canonica con amicizia fraterna. Lo aveva incontrato a Fermo. Lo spazzacamino gli aveva offerto in vendita un almanacco; era il “Barbanera di Foligno”. Don Costanzo, quel giorno, aveva dimenticato a casa il portamonete e non aveva il becco di un quattrino; non osò chiederli in prestito, perché nessuno gli avrebbe creduto. Giunto a casa, vidi delle lacrime rigargli il viso. Mi chiese di andare in città a rintracciare lo spazzacamino. Certo non fu facile, ma ci riuscii con l’aiuto di alcuni volenterosi. Lo portai a Don Costanzo. Lo spazzacamino non credeva ai suoi occhi; viveva in un’atmosfera di irrealtà; abituato alla solitudine, all’attesa, selvaggio e randagio, stentava a credermi. Giunti a casa del curato i suoi occhi si bagnarono di commosso stupore. Vi rimase per una settimana. Il commento di Don Costanzo fu solo: “E stata una vera grazia! Cristo cammina ancora scalzo e nudo per le strade”.

IL PRETE NERO E IL ‘MADONNARO’
La novità di un viso nero (“Musonero” lo chiamavano i curiosi) a Don Costanzo suggerì un’idea brillante. Da un po’ di tempo, la frequenza alla Messa domenicale lasciava a desiderare. Nella vicina Fermo, i missionari della Consolata avevano un sacerdote indigeno del Kenia, di pelle nera. Allora lo invitò a celebrare la Messa domenicale. Avvisò puntigliosamente tutti e, vuoi per il missionario nero, vuoi per la curiosità, nessuno sarebbe rimasto a casa.
Se non che, il sabato morì Lisa, a 99 anni, quando già si stavano preparando i festeggiamenti per il compimento del secolo. I funerali occorreva celebrarli proprio la domenica. Ormai i parrocchiani sapevano del prete nero; non si poteva tornare indietro, la credibilità costanziana sarebbe scaduta. La domenica, la chiesa era affollatissima; il prete nero rivestito anche dei paramenti neri, mettendo in mostra una chiostra di denti bianchissimi, celebrò la messa funebre. Va bene che Luisa aveva 99 anni e mesi, quindi la sua morte era quasi un fatto naturale, ma vedere, quel sacerdote africano, con i paramenti neri, cantare le esequie, pronunciando un latino stentato, molto diverso da quello di Don Costanzo, fece sì che il fervore, la commozione passassero in seconda linea…
Don Costanzo approfittò della circostanza per dare alcuni avvisi, ma soprattutto mise in risalto che perché era venuto un nero, le loro “anime nere” erano tornate all’ovile…
*
ESORCISTA. All’inizio di questo mio racconto di diario sostenevo che Don Costanzo era un po’ di tutto: sacerdote, consigliere, veterinario, fratello, giudice…ed anche esorcista.
Ai più intimi raccontava spesso un episodio strano: salsicce e salami che, in una casa, di notte, compivano giri strani o salti da una stanza all’altra. Don Costanzo andò, benedì ripetutamente, confessò i componenti della famiglia, fece distribuire le salsicce ai poveracci e finalmente ritornò pace e tranquillità.
Quell’esperienza, per tre giorni, gli aveva tolto lo scilinguagnolo, il cuore gli batteva come una foglia sotto la tramontana. Ci volle vino e vino per rimettergli un po’ di calore nel sangue!
CHI DIPINGEVA MADONNE. Un giorno Don Costanzo incontrò un “madonnaro”. Uno di quelli che dipingono Santi e Madonne con gessetti colorati sulle piazze, sui marciapiedi. Era magro, allampanato. Se lo portò a casa. A Torchiaro non c’erano grandi superfici lisce per dipingere; la piazza era un acciottolato, le vie sconnesse e dissestate, forse anche l’animo di Don Costanzo era ruvido e ruspo, ma era quello del burbero benefico ed il “madonnaro” lo capì e ne fu commosso!
Non lasciò alcun suo lavoro, ma promise che, a Dio piacendo, sarebbe ripassato forse tra un anno… o due… Chissà?
*
TRASFERIMENTO. L’anno scolastico volgeva alla fine; Don Costanzo che aveva riposto in me non so quali arcani disegni, seppe dalla stampa che ero stato trasferito in una sede scolastica più grande e più vicina a casa mia. Ne fu addolorato anche se, onestamente, capiva che era umano ambire ad un riavvicinamento. “Adesso chi mi scriverà le belle lettere come sapevi fare tu? Chi mi terrà compagnia nelle partite?”
Intanto il nuovo edificio scolastico stava diventando una realtà; Don Costanzo si sentiva felice, realizzava un sogno accarezzato da tanto tempo ed anch’io ero orgoglioso di avere contribuito in qualche modo a questo.
Il distacco dal paese sarebbe stato meno amaro; lì lasciavo qualcosa di mio. Ero lusingato anche perché gli alunni avevano preso a studiare volentieri, a leggere, a ricercare, senza molte difficoltà; avevano scoperto che il sapere può essere fonte di gioia e di conquista.
*
L’ultimo giorno di scuola non mancarono foto-ricordo; anche qui ci fu una nota curiosà; la piazzetta era popolata da piccioni grigio piombo, che volavano in gara a stormi intorno al campanile…
Uno, planando come un aliante, poco educatamente lasciò cadere un piccolo rifiuto sul viso di un bambino che naturalmente scattò… Di conseguenza prese un bel ceffone dal curato il quale, però, non avendo dosato bene la forza, lo fece sbattere col compagno vicino creando così un parapiglia… e costringendo il fotografo a ripetere diverse volte la messa in posa… che sembrò un’eternità.
In quell’occasione, vidi ai piedi di Don Costanzo un paio di scarpe nuove, fiammanti… come se dalla foto si fossero potute notare…; “Beata semplicità” mormorai tra me e me…; seppi poi che tutto era stato orchestrato da Peppina e da Pasqualina, che non volevano si ripetesse “il fattaccio” riportato dai giornali quando era venuto Gronchi. Infatti, anche la veste di Don Costanzo aveva qualcosa di diverso: era stata passata pezzo per pezzo con un’erba che possedeva le virtù di ridare alla stoffa lucentezza e pulito, erba di certo superiore agli attuali detersivi.
Ci fu anche un pranzo di saluto con squisite tagliatelle alla papera, agnello scottadito, profumato, fatto su brace ardente, forte “acqua dell’Aso” cioè un mistrà casereccio in uso dalle nostre parti.
Non mancò il discorso di saluto di Don Costanzo, che pubblicamente mi fece promettere di ritornare spesso colà. Giurai che volentieri sarei tornato; ormai Torchiaro era, come scrisse Silone in un suo romanzo, “il paese della mia anima”. Lì infatti avevo trovato amicizia vera, felice, autentica: avevo trovato una mia seconda famiglia e poiché ero orfano avevo trovato in lui anche un padre, con affetto vivo, delicato ed educante.
Da Don Costanzo avevo imparato ad essere con gli altri, a vivere con gli altri, a comunicare insieme; avevo imparato ad amare la solidarietà, la gratuità, perché avevo capito che nessun uomo è un’isola, ma una parte viva, una cellula rigeneratrice di tutta l’umanità.
Dice un proverbio orientale: “Se hai un amico, vai spesso a trovarlo, perché le spine e le erbacce invadono il sentiero che non viene percorso…”. Io feci proprio questo.
Anche dopo il mio trasferimento, continuai a mantenere i contatti con alcune famiglie dei mie ex alunni e con Don Costanzo.
*
Tornavo a trovarli nei giorni di vacanza, o in occasione di festività. Una di queste era la Sagra del Paese, in onore dei Santi Simone e Giuda, protettori di Torchiaro. Secondo Don Costanzo, questi concedevano molte grazie, perché nessuno ce li sapeva; erano santi “disoccupati”, senza tanti “clienti”.
“Una parrocchiana, dopo essersi rivolta a S. Antonio da Padova per sistemarsi, pregando poi i Santi suddetti aveva trovato subito marito…” raccontava il curato. Invenzione, caso, fortuna? Chissà!
La festa era un lieto ritrovarsi, un fare baldoria insieme. Le giovani rinnovavano il guardaroba, i giovani aspettavano questa occasione, per presentare calde dichiarazioni d’amore. C’era la banda, poi i fuochi artificiali, la tombola, il palo della cuccagna… Non mancavano stornelli, saltarelli, che facevano accorrere gente anche dai paesi vicini.

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NEPI GABRIELE SCRITTORE RACCONTO AMENO SUL PARROCO DI TORCHIARO

IL CARDINALE MIMMI
Un ricordo particolare che illuminava il volto di Don Costanzo, ogni volta che sulle ali della memoria glielo proponevano, era quello di aver salvato dalla fucilazione un uomo. Ne taceva il nome, ma evocava tutti i particolari del caso, aggiungendo quel bel passo di Sant’Agostino dove dice “Quando canti l’alleluia devi porgere il pane all’affamato, vestire l’ignudo, ospitare il forestiero. Se fai questo non è la voce che canta, ma alla voce si armonizzano le mani, in quanto alle parole seguono le opere”.
Raccontava. “Si era durante la guerra, (negli anni 1941-’43); un mio parrocchiano in servizio per la difesa della Patria, vuole coronare il suo sogno d’amore e si sposa. Ottiene la regolare licenza matrimoniale di quindici giorni, ma o l’ebrezza e la dolcezza della luna di miele, o il terrore di tornare in guerra, fatto sta che rimase a casa un mese. Un giorno si presentano i Carabinieri, lo prelevano e in men che non si dica viene processato come disertore.
Le leggi di guerra sono ferree. Dovrà essere fucilato. Appena la moglie lo sa, si dispera; il suo uomo, doveva morire e solo per aver prolungato la stagione d’amore. Disperata, con i capelli scarmigliati, corre urlando da Don Costanzo. “Me lo devi salvare, me lo devi salvare, se no mi ammazzo”. Povero marito mio, povera me”.
Don Costanzo burbero, ma benefico, ne fu commosso. La donna insisteva, urlava, lo abbracciava ripetendo: “Don Costanzo me lo devi salvare. Tu solo lo puoi”. E lo stringeva a sé, quasi per costringerlo a fare…la grazia. Don Costanzo non sapeva come districarsi da quelle strette… Un po’ abbracciò anche lui, ma poi ebbe il sopravvento il pensiero della sua missione sacerdotale. Promise che avrebbe fatto del tutto. La donna asciugandosi le lacrime, pur fra i singhiozzi, tornò a casa.
Don Costanzo ebbe un lampo di genio. Il suo parrocchiano doveva essere giudicato dal Tribunale Militare di Bari. Andò in chiesa e si prostrò davanti al Santissimo; invocò lo Spirito Santo.
Dicevo che era parroco a modo suo, originale e talvolta fantasioso, ma spesso ricordava il passo di San Paolo: “ Cercate le cose del cielo. Abbiate sapore delle cose del cielo” lo diceva spesso.
Mentre era in preghiera, ebbe un’illuminazione. Si alzò di scatto, prese penna e scrisse: “Eminenza Reverendissima,
il suo cognome è Mimmi, ma io vorrei parafrasarlo in Mamma. Un mio parrocchiano “ e … con grafia nitida e decisa raccontò il fatto al Cardinale Mimmi, che era arcivescovo di Bari (dal 1933 al 1952, poi cardinale nel 1953, dieci anni dopo questo fatto).
Si commosse tanto e alla fine qualche lacrima cadde sul foglio bianco immacolato intestato “Parrocchia de’ Santi, Simone e Giuda” di Torchiaro. Ripensò alla battuta: “Ho due santi sempre spicci che fanno le grazie a chiunque le chiede, perché nessuno ce li sa”.
Stavolta la grazia era forse al di sopra delle possibilità dei due Santi così per un momento pensò Don Costanzo, ma poi dentro di sé, rigettò quel pensiero come se fosse stata una sfiducia verso i protettori della sua Torchiaro. Portò la lettera davanti alle statue di San Simone e Giuda, quasi per scusarsi, o discolparsi della momentanea interruzione di fiducia nei loro confronti. Si recò personalmente nella città vicina per spedire la lettera raccomandata. La lettera viaggiò per Bari. Ci furono giorni di trepida attesa.
Un bombardamento alleato ad un treno fece pensare che forse non sarebbe mai arrivata, forse era andata distrutta… Don Costanzo, il burbero bizzarro, quasi si disperava, quando un giorno eccoti il postino con una lettera raccomandata nel cui retro si scorgeva uno stemma che sembrava cardinalizio, con un cappello rosso contornato da molti fiocchi. (… da metropolita) Una bella busta così a Torchiaro non s’era mai vista. Era il cardinale Mimmi, che rispondeva. Nel retro della busta c’era il suo stemma. Come si vede, Don Costanzo l’aveva “promosso” cardinale dieci anni prima della creazione pontificia…
Firmato per ricevuta e consegnata la lettera, che aveva meravigliato non poco il postino, questi indugiava e non aveva intenzione di andarsene. La curiosità lo tratteneva.
Voleva appagare il suo desiderio, la sua bramosia di conoscere, di sapere. Don Costanzo gli offrì un bicchierino e diplomaticamente lo congedò; appena uscì e fu chiusa la porta, Don Costanzo chiamò le sue perpetue … ”Una di voi vada a chiamare La..” “Che je’ devo di?” chiese subito Pasqualina, ma il curato al pari di Don Abbondio, disse e non disse … Tutti sapevano in paese della vicenda dello sposo novello ed in un momento si sparse in paese la nuova che era stato fucilato. Scarmigliata, terrea in volto, come un razzo giunse a casa del parroco la moglie del suddetto.
Don Costanzo nel frattempo aveva letto e si era commosso. Al vederlo così, la giovane sposina gridò subito: “L’hanno ammazzato quei porci” e, quasi per aggrapparsi ad uno scoglio di salvezza, abbracciò Don Costanzo. L’emozione e la commozione erano al superlativo assoluto. Lei piangeva di disperazione, Don Costanzo di commozione e nell’onda delle opposte emozioni non riusciva a spiegarsi. Ripresosi, urlò con quanta voce aveva: ”Ma che piangi, che urli; è salvo, è vivo”. Peppina e Pasqualina che assistevano alla scena piangevano anch’esse, ma non sapevano, se di gioia o di commozione.
Don Costanzo mostrò la lettera. Lesse con il cuore in gola. Il marito era salvo, era vivo, anzi sarebbe tornato per una breve licenza prima di recarsi al fronte. L’accostamento, quasi omonimia “Mimmi, Mamma” aveva fatto un certo effetto. Immediatamente si sparse la nuova in paese; tutti accorsero a casa di Don Costanzo. La signora non cessava di piangere, ma si vedeva che erano lacrime di gioia piena. Il postino spiegava che era merito suo aver portato la lettera con i fiocchi rossi. Quasi quasi era stato lui a salvare dalla fucilazione quell’uomo! Quando Don Costanzo raccontava il fatto si esaltava e declamava così: “ Era tanta la mia gioia, ma tanta la mia preoccupazione delle moglie che si appoggiava su di me disperatamente.”
Inutile dire che in giro si sparse subito la notizia. Poi a Torchiaro fu un accorrere di gente per ottenere i più impensati favori. Chi chiedeva il ritorno del marito dalla prigionia; chi di avere notizie di un congiunto disperso in Russia; chi lo invitava a scrivere a qualche vescovo o cardinale dell’Australia, perché o marito o figlio o cognato erano prigionieri in quel continente e da tempo non scrivevano più.
Per qualcuno la cosa andò bene. Non sapeva l’inglese, ma con il suo latino Don Costanzo ottenne miracoli di riattivazione della corrispondenza; ed anche tra fidanzati divisi dal Moloch della guerra. Anzi, finita la prigionia e tornata la pace, molti fidanzati l’uno là prigioniero, l’altra qui, vollero che il loro matrimonio fosse benedetto da Don Costanzo.
I suoi interventi, o presso la Croce Rossa, soprattutto grazie ad interessamenti episcopali salvarono o ricongiunsero molti. Pensate che riuscì a far cercare un prigioniero, suo parrocchiano colonnello dell’esercito, che si chiamava DEL PAPA. Non si sa bene, se il vescovo australiano interpretasse quel Del Papa, scambiandolo forse con un parente del Santo Padre; fatto sta che la sua visita al campo di concentramento fu provvidenziale e miracolosa, perché quel paesano colonnello passava proprio in quel periodo un brutto momento di sconforto e di abbattimento.
*
Un ricordo che lo adirava era il seguente. Un giorno si presentò una signorina forestiera, che sprizzava vitalità da tutti i pori. Chiese di potersi confessare; Don Costanzo era lieto di offrire il suo ministero e non si fece pregare, anzi ringraziò il Signore che gli offriva un’occasione di far del bene. La serie di peccati era lunga, dettagliata, circostanziata precisa. “Questa sì che è una buona confessione pensava il curato”… Ma quando uscì dal confessionale e fece un giro di ricognizione nella chiesa, non tardò ad accorgersi che tutte le cassette delle elemosine erano state vuotate con ladresca maestria. Ecco perché ogni tanto la signorina tossiva o si soffiava forte il naso. Erano segnali o coperture per lo scassinatore!
Questa truffa gli rimase per molto tempo come un magone sullo stomaco. “Che tempi! Che gioventù ci vengono incontro” esclamava severo. “Che tempi, che gioventù” facevano immediata eco Peppina e Pasqualina.
Le due erano l’ombra di Don Costanzo e non dissentivano mai dalle sue considerazioni; lo ricolmavano di cure, sembravano non stancarsi mai, né adombrarsi di fronte alle prove quotidiane, ai rimproveri. Zappavano l’orto; seminavano; allevavano galline, conigli, rammendavano, stiravano, badavano alla sacrestia, accompagnavano il coro nel canto domenicale e nelle messe da morto. Il tutto con un impegno costante; ci mettevano tutte se stesse, sempre ossequenti.
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Peppina e Pasqualina ebbero il loro momento curioso di gloria rendendosi protagoniste di un “comunicato stampa” per conto di Peppe il macellaio ed ecco come. Subito dopo la festa patronale dei santi Simone e Giuda Taddeo che cade il 28 ottobre (data fatidica nei tempi passati), il curato si era recato per un breve periodo di riposo dagli Agostiniani nella vicina Fermo. Sarebbe tornato per il primo novembre Festa di tutti i Santi; il due novembre, si sarebbe recato con le Confraternite al Camposanto.
Al mattino del 30 ottobre, bussava trafelato alla porta della parrocchia Peppe il macellaio del paese. Doveva comunicare alla clientela che la macelleria restava chiusa il primo novembre ed aperta il due.
Peppe aveva frequentato sì e no le scuole elementari e per essere sicuro della ortografia del comunicato chiedeva “lumi” a Don Costanzo. Ma non lo trovò. Peppina e Pasqualina cercarono di provvedere loro e così dalla spremuta concentrica dei cervelli delle tre P: Peppina, Pasqualina e Peppe, si cercò di “sopperire alla bisogna” ma non veniva fuori granché. Pasqualina, che da piccola era stata presso le Suore, ebbe però una repentina “illuminazione”. Andò nella scrivania di Don Costanzo prese la carta intestata della Parrocchia, la girò e trionfante, scrisse a stampatello:
“ AVVISO AI CLIENTI
LA MACELLERIA RESTA CHIUSA PER I SANTI
E APERTA PER I MORTI.”
Anche Peppina volle avere il suo momento di protagonista. Fece subito notare che i Santi doveva essere scritto con la maiuscola e i morti pure… Cosa che fu attuata nell’ “edizione definitiva”.
Don Costanzo tornato dalle “ferie spirituali”, vide il manifestino e sorrise di gusto, proprio perché era quanto mai originale e aveva attirato tanti sguardi e suscitato battute ironiche.

IL PRESEPIO, … IL MORTO
La compagnia del curato era distensiva, simpatica; alcune sue trovate evidenziavano una fantasia inesauribile, come quella volta che ne fece una cosa sorprendente a Natale.
All’approssimarsi di questa festività, gli alunni erano investiti da un sentimento di gioiosa attesa… Tutti dovevano raccogliere il musco e portarlo al parroco, che allestiva il presepe in chiesa; questa era la tradizione, guai a non rispettarla!
Grande però fu la mia sorpresa, quando un lunedì, rientrando a scuola, trovai sulla cattedra uno scatolone contenente malconce statuine del presepe.
Un alunno mi trasmise subito il categorico messaggio del curato; bisognava aggiustarle tutte. Incominciai a tirarne fuori qualcuna, ma…all’angelo mancava un’ala, al Bambinello una manina benedicente ed un piedino, allo zampognaro s’era staccata la zampogna…
La testa cominciò a ronzarmi; non ero proprio fatto per quel lavoro… come uscirne fuori? Che giustificazione addurre?
Per fortuna l’ingegnosità, la creatività, l’operatività degli alunni mi furono di grande aiuto e così, per nostra pace, ma soprattutto per la gioia del curato, portammo a termine i restauri…
In men che si dica, il presepe fu allestito… e poi non tanto male; montagne, valli, fiumi, laghi… un vero paese! Aggiungiamo, però, che non mancò un allagamento del pavimento della chiesa, dovuto allo straripamento del fiume e del lago del presepe, una domenica sera, quando Peppina si dimenticò di chiudere il rubinetto che alimentava il fiume e il lago …
Tutta la gente, lì in chiesa davanti al presepe, viveva momenti d’incanto; tutti sembravano presi da un immenso entusiasmo, perché il curato presentava ad una ad una le statuine come fossero persone conosciute; la gente si faceva il segno della croce, baciava il Bambinello come fosse di carne vera!
Nell’archivio del mio cuore, quell’atmosfera suggestiva, colma di semplice, autentica umanità, di quella folla raccolta, profondamente unita nell’intensa esperienza religiosa, spesso ritorna con suoni e voci… Già: nel cuore nessun luogo è lontano; il ricordo è sempre vivo; non è schiavo del tempo e dello spazio!
*
L’inverno intanto si faceva sentire; non mancavano i grandi fuochi con ciocchi di quercia, o di castagno per chi poteva permetterseli, anche fuochi con semplici sterpi o rovi, raccolti qua e là, uno dopo l’altro lungo le siepi e i greppi. “I poveri si scaldano con poco, si scaldano con l’amore divino”, soleva ripetere il buon Don Costanzo (qualche parrocchiano era molto devoto a Bacco, e “di.vino” assumeva un duplice, birichino significato).
Ma quando la neve scese con eccessiva abbondanza, il paese rimase isolato, privo di comunicazioni; occorrevano medicinali, coperte, viveri… La situazione era diventata grave; bisognava chiedere l’intervento del Prefetto… Per comunicare con gli uffici provinciali, necessitava però raggiungere un centro vicino più grande; a Torchiaro non c’erano né l’ufficio postale, né quello telegrafico. Don Costanzo chiamò a consiglio le menti pensanti del paese; le due perpetue Peppina e Pasqualina, il mezzo sacrestano Quarantò, Pilluccu, Cucciulì e… anche me. Fu deciso che solo lui, con la sua antica e forte auto Balilla poteva affrontare tale difficile percorso.
Fu una vera odissea. L’auto rimessa sotto un fatiscente capanno, era diventata l’abitazione momentanea di galline, pollastre, galli ed oche… Le due perpetue, furono incaricate di trasferire i gallinacei; qualche forzuto del luogo ed io con i miei alunni, dovevamo essere pronti a spingere. Il freddo era intenso e la scassata auto non partiva; fu inondata di acqua bollente per riscaldarla, ma niente da fare; occorreva spingere…
Chiamai quei pochi alunni che, nonostante la neve, avevano raggiunto la scuola ed unito a loro spingemmo quella benedetta carcassa; “Dai! dai, spingi!”… All’improvviso, la macchina partì, scattò veloce, trascinando a terra, sulla neve, le due perpetue che si erano unite alla turba per maggior forza.
Don Costanzo raggiunse il paese vicino; fu spedito un vibrante telegramma; “ S.O.S. Torchiaro isolata, urgono: viveri, medicinali, coperte!”. L’allarme ebbe effetto immediato; dopo un solo giorno l’elicottero, ripetutamente, sorvolò il paese, lanciando viveri, medicinali, coperte… una vera manna esattamente come aveva chiesto il furbo parroco.
Alla vista di quel ben di Dio non mancarono motti, detti, ed esclamazioni. Ognuno sentenziava la sua “È vero! Bussate e vi sarà aperto”. “Volere è potere”. “È meglio andare, che cento ‘andremo”. “Necessità aguzza l’ingegno”. “A chi nulla tenta nulla riesce”. “Dove voglia è pronta anche le gambe sono leggere”. “L’ingegno è il capitale dei poveri!”.
In realtà questa gente semplice, esprimeva sinteticamente tutta una cultura popolare sulle grandi potenzialità umane, che però per venire alla luce richiedono volontà, impegno, coraggio, entusiasmo, spirito d’iniziativa. Feci tesoro di questa lezione di saggezza, di fiducia nella vita; la interiorizzai. La vita spesso insegna più dei libri.
Occorreva tuttavia ringraziare il Prefetto, che aveva mandato l’elicottero. Fui impegnato in prima persona. “Maestro, adesso tocca a te!” Capii l’antifona e mi accinsi a stilare la lettera di ringraziamento, ovviamente a nome di Don Costanzo e dei paesani. Scrissi una sentita lettera. Don Costanzo approvò con grande lode. Egli stesso volle consegnarla personalmente al Prefetto. Già, dimenticavo di precisare che questo buon curato trovava tempo per moltissimi impegni.
Conosceva bene gli animi, le miserie umane ed intelligentemente evitava certe bigotterie, o regole imposte dall’antica usanza. Voleva andare incontro a tutti, accettare tutti, buoni e peccatori, calmi o tumultuosi. Era fratello, padre, consigliere, farmacista, notaio, legale a seconda delle necessità. Quando una tremenda grandinata devastò il frutto del lavoro di un intero anno di molti parrocchiani, lo vidi piangere. Così come sapeva gioire intensamente del clima festoso di un matrimonio, di una nuova creatura che veniva al mondo, della prima comunione dei bambini, soffriva con chi soffrisse.
Ma torniamo al suo impegno di recarsi al capoluogo di provincia per ringraziare della solidarietà ricevuta nell’emergenza neve. Quel viaggio rimarrà proprio nella storia, perché parte di esso il curato lo fece a bordo di un carro funebre. Ecco come. Nell’andata, tutto bene! Congratulazioni e complimenti del Prefetto per la bella lettera. Tanta la gioia di Don Costanzo. In quell’occasione fece bella figura… Tutta la Prefettura di Ascoli P. volle conoscere quel simpatico curato.
Il ritorno da Ascoli si prospettò difficile, anzi difficilissimo. La neve cominciò a cadere come mai si era visto negli ultimi cinquant’anni. Un taxi, chiamato per riportare Don Costanzo a Torchiaro, nonostante un prospettato doppio pagamento, non volle cimentarsi. Il cammino era lungo ed neanche con le catene si aveva un certo affidamento. Il curato aveva premura di ritornare a Torchiaro…
Entrò in una chiesa: si stava celebrando un funerale. Quando vide che il carro funebre era targato Ancona; Don Costanzo ebbe un lampo di genio. “Dovrà ripassare per l’Adriatica” pensò; tanto disse e tanto fece, che convinse l’autista e l’aiutante; ma non trovandosi altra soluzione poteva solo venir issato a bordo … al posto della salma, portata pochi minuti prima all’eterna dimora. Accettò.
L’autista, e l’aiutante non avevano opposto rifiuto alla richiesta della sistemazione; Don Costanzo era piuttosto grosso. Il suo peso unito a quello degli autisti avrebbe fatto aderire maggiormente le gomme e le catene sulla neve. Il che era positivo!
Ma qualcuno, lungo il tragitto si accorse del “defunto-vivo”. Anche se coperto dal mantello nero, ogni tanto Don Costanzo si muoveva. Misericordia! Un morto risuscitato! Se lo telefonarono l’un l’altro. Si chiamò la Polizia. Ma, con quel tempo, chi poteva muoversi? Arrivati vicino al fiume Aso, fecero una sosta; gli autisti scesero, scese pure il “morto” e andarono al bar. Delle bollenti chine calde, fecero risuscitare i vivi e il “morto”.
Sorbite le bevande, con disinvoltura e naturalezza il “morto” tornò nel suo “loculo” senza farsi notare e i suoi guidatori nell’abitacolo. La macchina procedeva a velocità moderata. Ma presso il fiume Ete il carro funebre dovette fermarsi per il fatto che un incidente aveva bloccato la strada. Indaffarate e incappucciate, diverse persone erano lì all’aperto. Molti, incuriositi, si avvicinarono allo pseudo-morto. Qualcuno si fece il segno della croce. Don Costanzo fece scongiuri. Il giorno dopo lo seppero in Prefettura e risero di cuore. o stesso Prefetto rideva sotto i baffi, dignitosamente, elegantemente.
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Dopo questo viaggio però, Don Costanzo forse per il freddo, forse per un virus influenzale si ammalò. Inutile esprimere le angosce delle perpetue; Peppina e Pasqualina che si alternavano con impiastri, mattoni caldi, infusi per la tosse, trabiccoli fumanti; anche i paesani manifestavano la loro generosità. Chi poteva, portava: pecorino profumato, ricotta, uova, ciambelle fatte in casa, conigli, polli ruspanti.
A dire il vero, in quel periodo io stetti bene. Dato il fatto che il curato non aveva molto appetito, mi invitava spesso, perché con la mia voglia di mangiare lo contagiassi.
Dopo un po’ di tempo, sul lindo, grazioso paesino si abbatteva la falce della morte. Tra i più assidui parrocchiani che si erano recati a visitare Don Costanzo c’era stato anche Cucciulì, minato già da una grave malattia, ma dotato di gran voglia di vivere. Pareva non fosse nulla, ma dopo cinque o sei giorni di febbre altissima stava per andarsene. Cucciulì viveva in campagna, vennero a chiamare Don Costanzo per gli ultimi sacramenti. Io lo accompagnai con la mia Fiat 600, che nel frattempo, grazie allo stipendio, aveva sostituito la mia Vespa. Salimmo le scale, si parlò del più e del meno, Cucciulì si confessò. Era piuttosto sereno, ben conscio di dover morire “Don Costanzo, non ci vedremo più; stavolta l’ora della chiamata è vicina”.
“Beato te che andrai a cena con il Signore” rispose Don Costanzo e Cucciulì dal letto di morte, con arguzia contadinesca gli chiese: “Curato, non potresti venire anche tu alla cena con il Signore?” – “Io la sera non faccio cena, prendo solo una tazza di latte” fu la risposta pronta. Era tanta la confidenza e la cordialità che, moribondo e curato, scherzavano anche nell’ora tragica e suprema del trapasso.
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C’è da considerare che quando la morte bussava prematuramente a qualche porta, o qualcuno soffriva, Don Costanzo era sempre presente a condividere pianto, preoccupazioni, disavventure.
A proposito di dolore, spesso l’ho sentito narrare questa leggenda, che amo tantissimo e che a mia volta ho raccontato ad altri, compresi gli alunni.
\ In Paradiso c’era uno spirito bello e felice, ma fece uno sbaglio e fu scacciato temporaneamente dall’Angelo del Signore. Mentre usciva, lacrimante, dal luogo beato, l’Angelo gli disse: “Potrai varcare di nuovo questa porta, solo se porterai un dono straordinario, gradito a Dio. Solo allora sarai perdonato”.
Lo spirito fu subito rassicurato da tale promessa e prontamente iniziò a pensare… e disse: “Se io mi riempissi di luce?” Volò tra gli spazi, rapì i raggi alle stelle più luminose, alla luna e si vestì di tanto splendore, poi raggiante si ripresentò alla porta del cielo.
Ma l’Angelo così gli rispose: “Attraverso quel folgorio di luci la tua macchia appare ancora più vistosa”. Lo spirito triste piegò il volto a terra e ripartì.
Nell’aria brillava primavera, freschi fiori sbocciavano odorosi e profumati! Ne colse di belli, si adornò la fronte, il collo, le vesti e salì di nuovo per entrare nel Regno. Ma anche questa volta fu respinto, perché il profumo dei fiori non copriva il disgusto della sua colpa.
Lo spirito allora cercò nelle profondità del mare e raccolse pietre preziose. Ma quelle ricchezze furono ugualmente rifiutate, perché non coprivano completamente la sua povertà.
Lo spirito era veramente desolato: cosa portare? Ad un certo momento vide un figlio brutale percuotere sua madre e questa piangere, piangere lacrime amare.
Lo spirito raccolse quelle lacrime con rispetto dentro “il calice” di un fiore e risalì verso la porta dove l’Angelo lo stava aspettando e subito gli domandò: “Cosa porti questa volta?” Mostrò il calice ed esclamò: “Le lacrime del dolore”.
Allora l’Angelo spalancò la porta, chinò il capo in segno di riverenza e disse: “Entra, al dolore Dio apre sempre la porta del Paradiso”. \
*
Don Costanzo soffriva, ma non piegava mai la testa; così come non voleva né accortezze ingannevoli né falsità. Se qualcuno del luogo si faceva onore era felicissimo, ma ripeteva al fortunato: “Quando sali tutti spingono su, ma se scendi tutti spingono in giù e ti fanno precipitare sempre più in basso…”
Anticipando i tempi, commentando qualche articolo di giornale soleva ripetere “Il consumismo a forza di consumare consumerà pure le idee e ci ritroveremo tra tanti pappagalli o tra tante pecore…”
La presentazione però, che non dimenticherò mai, fu quella di un vedovo. Guardandomi al di sopra degli occhiali ed ammiccando un po’ disse: “Vedi, quello è un condannato, che inaspettatamente ha ricevuto la grazia”. In una frase sintetizzava la storia di una vita.
*
Don Costanzo aveva occhio di lince e non sbagliava quasi mai sull’identità della persona.
Torchiaro, o meglio la sua chiesa, qualche volta, veniva scelta da coppie riparatrici per celebrare il matrimonio.
Raccontava spesso, con risate capaci di rimettere a nuovo una persona, il seguente avvenimento.
Dopo la cerimonia, un giovane sposo gli chiede: ”Padre, quanto debbo per la benedizione delle nozze?”.
“Ragazzo mio, non c’è tariffa, mi dia un’offerta in rapporto alla bellezza della sposa!”.
Senza pensarci due volte, quel giovane diede a Don Costanzo mille lire.
Il parroco guardò attentamente lo sposo poi frugando in tasca, tirò fuori cinquecento lire di resto. Ogni commento a questo punto è inutile.
*
Non sopportava la preghiera a “spizzichi” o “interessata”, fatta cioè di tante candele accese.
Accusava allora la superstizione, la paura, la necessità. Diceva che era una preghiera troppo facile, comoda… ma scomoda per lui, che doveva provvedere all’acquisto continuo di candele, soprattutto in periodi di scrutini e di esami. Molte mamme del luogo infatti, accendevano candele davanti alla Madonna, o Santi particolari, perché l’anno scolastico si concludesse nel migliore dei modi. Quel gesto le rassicurava, forse le faceva sentire meno sole nell’attesa.

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