LETTERA PER IL FIDANZAMENTO per divenire sposi scritta da Fra’ Gino Beccerica

PENSA ALLA VOCAZIONE MATRIMONIALE (Fra’ Gino Beccerica conventuale)
Sia chiara la libertà sessuale
L’amore rivendica il corpo e l’anima. Un amore che cerchi esclusivamente il corpo non è altro, che un istinto scatenato. Sotto questa forma è alla portata di qualunque animale. Ma l’uomo è infinitamente superiore alla bestia e ne differisce sostanzialmente. Per questo la sensualità bruta, priva di anima non è degna della persona umana. Attraverso il dono delle anime, l’amore fisico acquista il suo significato, la sua consacrazione, la sua trasfigurazione. Chiunque, voglia e possa amare solo col corpo, mantenendo assolutamente estranea l’anima, non è adatto alla comunità fisica del matrimonio, o addirittura la distrugge prima ancora che abbia avuto inizio.
L’amore è la cosa più difficile! affermazione, questa, per cui non occorrono lunghe dimostrazioni! Per convincersene, basta osservare tante coppie prima e dopo il matrimonio! “Per mare veramente» ci vuole più ingegno e più carattere che per comandare un intero corpo d’armata” diceva alla corte di Luigi XVI, una donna avveduta. Perché dunque questa difficoltà? Perché amare è donarsi, è sacrificarsi fino al più intimo dell’essere. C’è di che esserne spaventati, non c’è dubbio.
Ma c’è anche di che sentirci più forti e rallegrarci, perché questo significa che quando si ama si attinge all’amore stesso la disponibilità, la forza e la volontà necessarie per superare il misero “io” e a tendere verso l’altra persona: non si affronta più “l’altro” con mentalità commerciale come a chiedere: “ E tu che cosa mi dai?” quali soddisfazioni carnali saresti in grado di procurarmi?“ al contrario si rivolge la sola domanda, da cui è bandito ogni egoismo, eccola: “ Che cosa posso fare per te, io che ti offro il corpo e l’anima, tutto ciò che sono e tutto ciò che ho?“
Senza la volontà di sacrificarsi, l’amore è come albero senza radici o un fiume senz’acqua: nient’altro che fuoco di paglia che si disperderà senza lasciar traccia al primo urto, con tran-tran quotidiano, come l’avena selvatica che il vento d’autunno trascina via.
La salvezza è solo nel sacrificio. Felice colui che in fondo al mare della vita avrà scoperto questa parola: il sacrificio. Perché la felicità dell’uomo non si identifica con la realizzazione dei suoi desideri e con la soddisfazione del suo istinto sessuale, ma consiste nel dono spontaneo di sé ad un ideale altissimo, a un’opera santa, a un essere amato. Senza sacrificio non c’è vero valore autentico, non c’è vera vita.
Se il chicco di grano non muore nel solco, non diventerà mai stelo, né spiga. La madre partorisce il suo piccolo a prezzo di strazianti sofferenze, e l’opera d’arte viene estratta dal materiale grezzo solo in seguito ad uno sforzo accanito tra l’ispirazione e la tecnica.
Un po’ più di coraggio! La persona umana fatica come protagonista nello scontro duro tra lo spirito e la carne, e soffre nell’ascoltare la voce della coscienza e della ragione, perché in questo campo le sue difficoltà sono molto più serie di quelle della donna.
Tuttavia il suo compito non è disperato al punto che egli debba rinunciare. È proporzionato a lui, e le sue forze sarebbero ancora maggiori se egli avesse fiducia nelle sue possibilità.
In ogni unione, di fatto, si presentano periodi più o meno lunghi, in cui la donna – malata, incinta o comunque indisposta – ha bisogno di essere lasciata in pace. E l’uomo deve necessariamente accettarlo e sopportarlo. Quella libertà che molti stimano necessario prendersi, non esiste.
L’uomo deve una buona volta “persuadersi” che non troverà mai in questo campo la pienezza costante ed assoluta; ci sarà sempre, ad un dato momento, una imperfezione, una punta inevitabile di insoddisfazione.
Inevitabile e tragica, non c’è dubbio, ma bisogna saperla accettare e sopportare! Lo stesso avviene, del resto, per tutto ciò che è grande e importante dell’esistenza: per la vita politica, per la creazione artistica, per la salute, per le aspirazioni morali o spirituali, la perfezione è impossibile. Non c’è mèta che venga raggiunta nella sua totalità.
Si trova sempre sul proprio cammino un ostacolo a cui ci si deve arrestare, allo stremo delle forze! E’ l’aspetto tragico della nostra condizione umana, e non ci resta altro da fare che prenderne atto con più o meno filosofia. Piaccia o non piaccia.
Quando però si tratta di un settore così delicato, e così essenziale, della sessualità, noi facciamo assegnamento sull’assoluta realizzazione dei nostri desideri e sulla eliminazione di tutti gli ostacoli. Ma questo non è possibile, ed è stupido, quanto inutile, prendersela con se stessi, con Dio e con il mondo intero.
Tutto ciò che è terreno è limitato, e nel campo della passione carnale, come in altri, siamo tributari della nostra umana fragilità. Eppure questa accettazione, posta sotto il segno della prudenza e del coraggio, può risvegliare nel nostro intimo, le forze sopite che, potenti quanto gli istinti che ci assalgono, sono in grado di fare più bella la vita, a dispetto delle sue gravi imperfezioni.
I sentieri che conducono all’alba di Pasqua passano tutti attraverso il Calvario. Come potrebbe essere diverso in amore? “L’essenziale nella vita è sapersi mettere al secondo posto “ ha detto Turghenev. Occorre domandarsi: “ Ho l’intenzione, la forza e la volontà di sollevarmi per l’amore al di sopra di me stesso e di tendere verso l’altra persona, chiedendole: ”Che cosa posso fare per la tua felicità? “
Se, dominati dall’egoismo e dall’individualismo non si può, né si vuole, rivolgersi questa domanda e rispondervi con un “SI’”, significa che non si ha la vocazione al matrimonio, e ostinarsi in questa via significherebbe votarsi alle peggiori delusioni, compreso il divorzio. Per convincersene basta osservare tante coppie prima e dopo il matrimonio. La salvezza dal divorzio è solo nel sacrificio. Senza sacrificio non c’è valore autentico, non c’è vera vita. Senza sacrificio il divorzio è in agguato. Più che temere il divorzio occorre tenere il padre del divorzio: l’egoismo e l’individualismo.
Padre Gino

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Beccerica Fra’ Gino lettera ai Fidanzati sulla Vocazione al matrimonio

PENSANDOCI
Prendi ed accetta le cose, le persone e gli avvenimenti “così quali sono” e con calma e serenità.
— Il cruccio per una famiglia che vorresti formare, è la cosa più normale di questo mondo. Essendo, però, anche la cosa “più importante di questo mondo”, è, nello stesso tempo, anche la più difficile. Ma è anche la più “possibile”, perché la più “comune” di questo mondo, e, quindi più “adatta” anche per te.
Solo che con questa certezza deve accompagnarsi un po’ di paziente attesa. E non dimenticare che ” il meglio è nemico del bene”. Nessuno è perfetto. E non si ha il diritto di esigere dagli altri qualità che personalmente non si posseggono. D’altronde le mancanze “benigne” (cioè inevitabili) riscontrate nel patner (l’atra persona) possono rappresentare per l’Altro un incitamento, una specie di sperone che stimola il cavallo di razza. Spronano ad andare avanti e a salire più in alto. Questo non significa che la scelta dell’altra persona debba essere irrazionale! Tutt’altro! Si dice soltanto che né ora, né più tardi, troverai mai – in questo campo – la pienezza assoluta e costante: ci sarà sempre ad un dato momento un’imperfezione, una punta inevitabile di insoddisfazione. Inevitabile e tragica, non c’è dubbio; ma bisogna saperla accettare e sopportare! Lo stesso avviene, del resto, per tutto ciò che è grande e importante nell’esistenza: la vita politica, la creazione artistica, la salute, le aspirazioni morali e spirituali; anche qui, la perfezione è impossibile. Non c’è mèta che venga raggiunta nella sua totalità. Si trova sempre sul proprio cammino un ostacolo a cui ci si deve arrestare, allo stremo delle forze. E’ l’aspetto tragico della nostra condizione umana, e non ci resta altro da fare che prenderne atto con più o meno filosofia.
Occorre accettare nell’Altra persona non solo quanto possiede di buono, di bello e di amabile, ma anche tutte le piccole o le grandi debolezze, i difetti e le miserie. I fidanzati debbono poter dire: ” Ti voglio e ti prendo così come sei. Fa altrettanto per me “.
O si accettano questi difetti o questi vizi (benigni) e ci si sforza di farsene una ragione o di guarirne l’Altra persona; ma se ci si sente incapaci di questo impegno, se si hanno delle inquietudini, se si avanzano delle riserve, molte e gravi, allora non si ha il diritto di fidanzarsi con quella.
“Alter ego” : si vive per l’altro, non si vive senza l’altro. Se ne ha bisogno: bisogno esclusivo di quella persona. “IO SONOTU”. L’alter ego è come la propria pelle, non come il proprio vestito.
Accettatevi nell’essenziale: piacervi, volervi bene. E poi “l’impegno” di entrambi per il resto, che è “nelle vostre mani”.
Quando si tratta di due esseri che si amano, può meravigliare che si insista sul valore dell’ACCETTARSI. In questa parola ‘accettazione’ c’è, infatti, qualcosa di freddo e di rassegnato, che sembra stridere con lo slancio entusiastico verso l’unione totale di cui l’amore fa desiderare e poi intravedere l’incanto. “Ci sentiamo persone unite, ognuno vuole quello che vuole l’altro” affermano i giovani sposi.
Ma il vero amore, l’amore fra le persone non realizza alcuna fusione, implica ed intensifica la distinzione degli esseri, e cioè una nuova forma di essere. L’unione, infatti, che realizza il “NOI” non può costruirsi che sull’accettazione “volontaria” del ‘tu’ e dell’’io’
E’ Dio soltanto che ha una conoscenza totale dell’intimo. Bisogna riconoscere che è normale e che è un bene che ciascuno conservi il suo mistero, in parte negativo! Perciò, se è necessario per una conoscenza più profonda, mettere a fuoco l’immagine dell’altra persona che è lontana molte volte – se non sempre! – dall’ideale accarezzato, BISOGNA rinunciare ad una “chimerica perfezione!”
Questo non significa rinunciare alla verità e alla profondità dell’amore! E’ l’accettazione di un essere imperfetto, perché noi stessi siamo imperfetti: accettazione nella compassione, nella pazienza, nella tenerezza: in tutto! Questo è davvero il MUTUO AIUTO degli sposi nella costruzione giornaliera dell’amore!
Pazienza ed umiltà! E’ proprio su queste DUE virtù che si costruisce il “proprio io” e si conquista “il mondo degli altri”!
L’esigenza tirannica del “perfetto” è un “veleno” per l’amore, è una tendenza dell’orgoglio passionale e del dominio sull’altro, piuttosto che del desiderio di AIUTARSI; è oltre tutto, anche una mancanza di obiettività!
Quello che noi chiamiamo spesso con la parola difetto, spesso – se non sempre! – è semplicemente un modo di essere diverso dal nostro. Consigliarsi con gli altri, scegliere da soli”. Il negoziante ha la sua merce, la scelta è libera. La vita umana è una continua scelta responsabile.
Dio ha creato il mondo, ma ha lasciato all’uomo il compito di “perfezionarlo”. Si affitta un appartamento, si riceve l’essenziale; ciascuno in seguito lo abbellisce.
Una vita troppo comoda finisce con l’essere poco piacevole. Perciò adottate l’uno i difetti dell’altra, come si adotta un bimbo. Gli si vuol bene senza rinfacciargli le origini umilianti. Cosi tu per lei e lei per te.
Una persona limitata potrebbe condividere i limiti di un’altra. Ci sono limiti “contrari ” come quando in una gita insieme, all’ora di mangiare, tu poni sulla tovaglia un pezzo di pane e l’altro una macchina fotografica. Ci sono limiti “uguali “. Tu metti sulla tovaglia un pane e l’altra un pane. Ci sono, infine, limiti “diversi”. Tu metti il pane l’altra il companatico: ARRICCHIMENTO SCAMBIEVOLE.

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FIDANZATO FIDANZATA Vocazione al Matrimonio. Lettera di Padre Gino Beccerica

Verso il fidanzamento
La chiave della felicità sta dentro di noi; non di fuori; è il cuore che dosa la gioia. Nella “tua” scelta devi pensare non a ciò che riceverai ma a ciò che donerai. Poter dare e non poter avere. E poter dare realmente!
Non si può pretendere di “trovare” né un angelo né principe\ssa azzurro\a, ma una creatura umana, figlia di Adamo e di Eva, e quindi … con una dote di virtù e di difetti.
Non si deve mai sposare per pietà (commiserazione) né con la speranza che quella cambierà. Perché a nessuno piace essere commiserato ed è un miracolo, se, passando del tempo, non peggioriamo.
Il vestito deve piacere almeno quando si compera. Così a te, prima di sposarla, deve piacerti quella creatura- così quale è ora. E così ad essa, prima di sposarti, devi piacere tu così quale sei ora. Perché se vi piacete poco al presente, vi piacerete vi piacerete di meno in avvenire.
L’avvenire bisogna affidarlo alla divina Provvidenza, quando il presente è una scelta che piace. Ma deve piacere sotto tatti gli aspetti.
Abbi fiducia e in te e negli altri. Nell’Altra persona! Del principe azzurro il pianeta non è stato scoperto ancora, e non si scoprirà, perché non esiste!
Occorre cercare, individuare, trovare quel minimum indispensabile da mettere come “fondamento solido” alla costruzione. Il resto – l’ornatus – sarà frutto della tua, della sua, della vostra buona volontà.
Volere è potere. Ma è indispensabile quel ‘minimo’ come del germe per la futura-pianta. E qual è questo germe? Vedi! quando tu ti fai un paio di scarpe nuove su misura (e la scelta della persona compagna va fatta su misura), il calzolaio deve tener conto delle malformazioni del piede. Il compagno ha le sue malformazioni. Anche la compagna ha le sue malformazioni. Se ne tenga conto!
Deve; trattarsi di’ “accettazione” che equivalga a “scelta”. Perché così piace anche a voi: mettendosi d’accordo su questa base, il resto riuscirà bene, con i soliti accorgimenti. E abbi fiducia anche nella Provvidenza!
La vita in due deve, almeno all’inizio, riuscire di gradimento tanto a lei quanto a lui.
L’ideale sarebbe che l’amore, il piacersi senza riserve, il volersi bene nonostante tutto, l’accettarsi sempre così quali sì è, il sapersi comprendere, l’intuirsi a vicenda, l’aiutarsi scambievolmente, il sorridersi, il parlarsi e l’avvicinarsi anche quando non se ne ha voglia, facesse da “cemento” fra i due, finché non valga la morte a “separarli”.
Spesso però il dovere (di restare insieme) deve affiancarsi all’amore, perché non si rompa quell’unione che “può” diventare un debole e fragile filo!
E forse bisognerà talvolta fare appello al solo dovere! Come dover prendere e mangiare una pietanza senza sale perché si è malati. Ma non tutti hanno la forza e la costanza di sottoporsi a una dieta sgradita! Non perdete tempo allora! Se dopo qualche incontro, il vostro gusto non si adatta PIENAMENTE, vuol dire che ‘ le campane non sono ancora, suonate’. Non insistete. E’ meglio che ciascuno cammini per la sua strada, finché non arriverà l’anima gemella: ”alter ego”.

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DON MARIO BLASI PADRE SPIRITUALE LIETO DELL’AVVENTO DEL MESSIA GESU’

DON MARIO BLASI PADRE SPIRITUALE LIETO DELL’AVVENTO DEL MESSIA GESU’
Domenica II AVVENTO (Mc.1,1-8) anno 2008
“Ecco io mando il mio Messaggero davanti a te, egli ti preparerà la strada”.
In questa domenica di Avvento, troviamo un personaggio classico di questo periodo: Giovanni Battista. Come ultimo grande profeta di Israele, è chiamato da Dio a preparare il popolo all’incontro con il suo Signore e compie questo incarico con un gesto di purificazione attraverso il “battesimo” al fiume Giordano.
Per gli ebrei era consuetudine purificarsi con l’acqua, come lavarsi al ritorno dal mercato o dopo aver partecipato ad un rito. Lavarsi completamente era segno e certezza di essere pienamente purificati.
Giovanni sceglie volutamente di battezzare nel fiume Giordano. In questo modo, da una parte, richiama un evento storico, ossia l’entrata nella terra promessa dopo la schiavitù egiziana; dall’altra parte, vuole evidenziare il nuovo ingresso nell’era messianica, nel tempo della promessa di un Dio liberatore che comincia a diventare realtà.
Chi riceve il battesimo di Giovanni, esprime l’intenzione di “cambiare vita”. Giovanni diceva: “Raddrizzare i suoi sentieri”.
Dio non può camminare verso di noi, se gli frapponiamo gli ostacoli del nostro egoismo, se non gli apriamo il cuore con sentimenti di amore. Egli, come ha scritto l’apostolo Giovanni nella sua prima lettera, “ci ha amati per primo”; ma, poi, deve trovare in noi lo stesso sentimento. Ciò esige appunto la conversione del cuore, ossia la seria volontà di accogliere il Vangelo, che cambia la nostra vita.
“Dopo di me viene uno che è più forte di me e al quale io non son degno di chinarmi per sciogliere i legacci dei suoi sandali ”.
Giovanni è pienamente consapevole che lui deve solo indicare il Messia e preparare il popolo ad incontrarlo. Per questo, la sua azione inizia con un processo di liberazione, o meglio, di purificazione che potrà essere completato solo da Gesù.
Giovanni battezza con acqua, ma dopo di lui viene Uno che battezzerà con lo Spirito Santo.
L’Avvento è tempo di attesa, attesa di incontrare Gesù nella povertà della natura umana e nella ricchezza di quella divina. Ed è proprio questa attesa che dobbiamo curare in questo periodo dell’anno liturgico nello stile di Giovanni Battista: tra penitenza e preghiera. Penitenza verso tutto ciò che non è essenziale alla nostra salvezza, sobrietà nel mangiare e nel vestire. Preghiera, per alimentare la presenza dello Spirito in noi, creando deserto dentro di noi, al fine di comunicare direttamente con il Signore. Così ognuno di noi potrà vedere la salvezza di Dio fatta carne in Gesù.

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DAN MARIO BLASI PARROCO ESULTA PER L’IMMACOLATA CONCEZIONE mediatrice della Redenzione

IMMACOLATA CONCEZIONE DI MARIA (Lc.1,26-38) 8 dicembre 2002 DON MARIO BLASI PADRE SPIRITUALE
“TI SALUTO, O PIENA DI GRAZIA”
La festa dell’Immacolata ricorda che l’azione salvifica per l’umanità, iniziata da Dio nell’Antico Testamento, giunge ormai al suo compimento: Gesù Messia, Gesù Figlio di Dio.
Gesù, Figlio di Dio come uomo entra nella storia degli uomini per mezzo di Maria. Egli, per l’azione creatrice di Dio, inizia la Sua vita terrena nel seno purissimo di Maria. Tutto avviene secondo la profezia d’Isaia (Is. 7,14).
La santità di Gesù ha origine da Dio. Egli è Figlio di Dio nato dalla Vergine Maria. La Vergine risponde con totale docilità alla proposta dell’Angelo e accoglie nel suo seno Colui che è la Benedizione di tutta l’umanità.
“Maria accetta… è capace di vibrare in sintonia con la Parola che continuamente crea e rinnova l’universo; diventa così collaboratrice di Dio nel comunicare vita all’umanità” (A. Maggi).
“Sarà la Madre del figlio di Yhwh! L’ignota ragazza di Nazareth che nessuno, neanche tra i vicini, conosceva, sarà proclamata beata da tutte le generazioni”. “La donna, che non può neanche osare toccare la Bibbia, accoglierà dentro di sé la Parola di Dio fatta carne.
La donna, che non può rivolgersi al sacerdote, né tanto meno toccarlo, sarà madre del Santo dei Santi.
Il Dio, che mai ha rivolto la parola ad una donna, la chiamerà immà (mamma)” (A.Maggi).
“Il Signore è con te”.
Il Signore è vicino a Maria per proteggerla. Maria è la nuova Eva. Con la prima Eva l’umanità sperimenta quanto è grande la fragilità della condizione umana per il peccato. Con Maria l’umanità è segnata dalla grazia e l’uomo diventa una creatura nuova per essere simile al Figlio suo.
“Avvenga di me secondo la tua parola”.
Maria si affida completamente a Dio e Iddio realizza in lei ciò che umanamente è impossibile.
Anche il cristiano è una persona scelta, chiamata a rispondere con gioia e con amore al progetto di Dio.

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ALCUNI DOCUMENTI SU SAN GUALTIERO DA SERVIGLIANO reliquie asportate ad Ascoli Piceno papa Giovanni XXII

SAN GUALTIERO DI SERVIGLIANO A Servigliano visse e morì San Gualtiero, le cui reliquie sono conservate nella parrocchia, dove alcuni hanno ricevuto il nome Gualtiero.
NOTIZIA SULLA VITA DI SAN GUALTIERO DI SERVIGLIANO. Nella seconda metà del secolo XIII il religioso eremitano frate Gualtiero venne ad abitare con il sacerdote Armando o Armeno, in territorio serviglianese, prima nella valle Marana della zona di santa Lucia (con sua chiesa), poi nella pianura della Valentella dove permane la chiesa a lui dedicata. Formò una comunità di religiosi. Lavorava e ed assisteva i malati. Viveva vicino alla popolazione per insegnare che da Dio che proviene ogni bene. Gli abusi umani per ricchezze, piaceri, poteri erano affrontati con l’aiuto della Grazia soprannaturale. Qui morì in odore di santità e di fatto san Gualtiero da Servigliano fu poi canonizzato per antico culto.
Dalla pianura dove era il romitorio del venerato Gualtiero, le sue reliquie erano state portate nel castello, e nel 1400 il pievano don Giovanni di Marino fece riporre le reliquie del venerato Gualtiero in un’urna sotto la torre che faceva parte della facciata di San Marco e per il suo capo (teschio) fece realizzare dagli orafi un magnifico reliquiario, un vero gioiello attribuito all’arte orafa marchigiana del 1403 su modelli praticati in altre sedi, tra cui a Guardiagrele abruzzese.
I nostri paesi non sono ricchi soltanto di beni paesaggistici, hanno l’importanza donata dalle persone operose e anche da quelle sante.
IL DOCUMENTO DEL 1326. Un’antica notizia del culto pubblico di San Gualtiero da Servigliano è nell’Archivio Vaticano, scritta nei registri delle bolle del papa Giovanni XXII, con data 7 ottobre dell’anno X del suo pontificato, cioè nel 1326. La bolla papale narra che gli Ascolani, dopo alcuni misfatti e la conseguente scomunica, avevano dato segno di ravvedimento, facendo domanda per ottenerne l’assoluzione. La vicenda si svolse nel contesto delle deplorevoli lotte tra guelfi e ghibellini. I Fermani non erano restati fedeli al Papa Giovanni XXII, che risiedeva in quel periodo ad Avignone. Allora, gli Ascolani marciarono con armi nel territorio Fermano per devastare, sequestrare persone e fare rappresaglie. Nella media vallata del fiume Tenna, nei piani di San Gualtiero, essi assalirono ed uccisero un sacerdote, ruppero l’arca dove era conservato il corpo del Santo Serviglianese, manomisero la chiesa rurale che custodiva le sue spoglie. Alla consegna in Ascoli l’accoglienza fu solenne. Il papa fu informato dei misfatti e decretò subito una scomunica contro gli Ascolani. Umiliati, essi scrissero una lettera per ottenere il condono della scomunica dal papa che incaricò il priore di Monte Pesulano, Padre Geraldo da Valle, affinché provvedesse al bene delle loro anime, dopo riconsegnato il corpo di San Gualtiero. Così, i Serviglianesi riebbero il loro venerato santo, e il Pievano pensò bene di collocarlo sotto la torre della pieve di S. Marco, dietro grate di ferro, in un altare a lui dedicato.
Si ha poi notizia che, nel 1360, fu costruita una nuova chiesa nei piani di San Gualtiero presso i ruderi dello scomparso monastero del Santo. Non vi furono, però, riportate le sue reliquie che restarono nella pievania S. Marco. Il Pievano, con il Vescovo, provvidero a far porre il venerato capo di san Gualtiero nello stupendo ostensorio a calice con una corona dorata, a forma esagonale su colonna e base bene ornate ed istoriate con immagini e con l’iscrizione: “Opera fatta nell’anno 1403 da don Giovanni di Marino pievano.”.
IL CULTO
Secondo l’antica tradizione questo abate serviglianese partecipò alla vita della gente e la orientò alla fede, alla speranza ed alla carità fino al conseguimento della beatitudine delle anime nella vita immortale.
In una pergamena furono raccolte le notizie dell’antica tradizione e la collocarono dentro l’urna posta davanti all’altare dedicato al Santo. Le notizie sono state pubblicate dai Bollandisti nel 1695. Il Vescovo di Fermo, in tutte le sue visite pastorali a Servigliano, constatò che c’era grande devozione per san Gualtiero, la cui festa ricorreva il 4 giugno con grande afflusso di fedeli compaesani e di pellegrini da altri paesi, in particolare da Penna S. Giovanni, confinante sul fiume Tenna, e da Santa Vittoria in Matenano, confinante presso il fosso Tassiano nei pressi dell’antico monastero. Il Papa Innocenzo X concesse l’indulgenza plenaria ai devoti che si fossero recati nella pieve, dove erano custodite le reliquie, per pregare, pentiti, confessati, comunicati, e implorare il bene della Chiesa e dei governi.
NEL NUOVO CASTELLO CLEMENTINO
Nella seconda metà del sec. XVIII , molte frane, dovute ad infiltrazioni di acqua piovana, fecero crollare le mura urbane del castello dato che si sfaldarono le fondamenta degli edifici. Il papa Clemente XIV fece emigrare i profughi, costruendo per loro Castel Clementino nella pianura. Il reliquiario del capo e l’urna marmorea di san Gualtiero da Servigliano, furono trasferite nella chiesa di S. Marco nel 1780.
BIBLIOGRAFIA.
Inventario degli oggetti d’arte delle provincie di Ancona e Ascoli Piceno. Roma 1936, pp. 345-346; G. Barucca “Il gotico internazionale a Fermo e nel Fermano: Fermo, Palazzo dei Priori, 28 agosto – 31 ottobre 1999. Catalogo a cura di Germano LIBERATI. Sillabe Livorno 1999 Urbino 1998, pp. 54-55. A. SCHIAROLI, San Gualtiero da Servigliano, in “Flash” Ascoli Piceno n.271 a. XXI, p. 42. Documento base in Acta Sanctorum Junii 4, I ,ed. 1695 pp. 405-407; presentano, in Acta Aprilis tomo III, un altro santo onorato dalla pietà dei fedeli a Servigliano, alla data 20 aprile: san Serviliano militare martire (+117) le cui reliquie provengono dalle catacombe romane. Il culto di san Gualtiero da Servigliano fu esteso da Castel Clementino all’intera diocesi Fermana da Pio VI.. La peculiarità distintiva di san Gualtiero da Servigliano era la stella a forma di croce sulla spalla destra. La stella a croce sulla spalla destra richiama il simbolo della Madonna del Carmelo,
Per i fatti dell’anno 1326: Archivio Segreto Vaticano, Registri vaticani n. 113 lettera n. 1614 di Giovanni XXII:
Non si conosce l’ordine religioso cui apprtenne san Gualtiero da Servigliano. Di fatto nel Concilio ecumenico di Lione nel 1274 furono soppressi molti ordini religiosi.
Per la frequenza dei pellegrini e i racconti delle grazie da essi impetrate, il cardinal Carlo Gualtieri arcivescovo Fermano dispose che fosse prelevata una reliquia di san Gualtiero da Servigliano e portata nella cattedrale di Fermo.
Innocenzo X in data 5 marzo 1652 per accrescere la religiosità e con l’intenzione della pia carità per la salvezza delle anime, concede l’indulgenza plenaria a remissione di tutti i peccati, nella misericordia di Dio, ai fedeli cristiani penitenti, confessati, comunicati che visiteranno la chiesa parrocchiale di san Marco a Servigliano, dai primi vespri al tramonto del giorno della festa di san Gualtiero.
B. Montevecchi in “Fioritura tardogotica …” Urbi

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SERVIGLIANO FA MEMORIA DI SAN GUALTIERO IVI VISSUTO E MORTO

Tra i santi delle Marche – San Gualtiero da Servigliano
Nelle Marche, terra di Santi, anche Servigliano è frequentato, oltre per l’impianto urbanistico neoclassico di meravigliosa perfezione, unica al mondo, realizzata in un progetto unitario del 1773 e compiuto ad opera di Clemente XIV e Pio VI, anche per il suo San Gualtiero. .
La vita operosa, vissuta da san Gualtiero, con la mente rivolta a Dio, a Servigliano, nella vallata media del fiume Tenna, diede fervore alle attività umane e cristiane: scuola, infermeria, ospizio, attività agricole ed artigianali. Il nome di Gualtiero è stato ereditato nei secoli da tantissime nuove persone ed i documenti storici ne sono rigurgitanti, segno di stima e di fiducia nella celeste protezione. Questo santo ha sempre avvicinato le anime al divino Salvatore, in armonia con la vita diocesana e parrocchiale. Animato dalla fede, dalla speranza e dalla carità, donategli da Dio, ha orientato la vita religiosa dei confratelli nel servizio alla gente.
Secondo i documenti editi della tradizione agiografica, il bimbo Gualtiero nacque a Roma, con il contrassegno sulla spalla destra costituito da una stella a forma di croce, simbolo di coraggio luminoso nelle difficoltà. Dopo le scuole e le attività della prima giovinezza, abbandonò l’urbe insieme con il sacerdote Armeno, per vivere la perfezione cristiana nell’umiltà, nella povertà e nella castità. Venne a Servigliano dove orientava i cuori all’amore all’umanità nella giustizia e nella pace. Fu abate, alla guida del locale monastero. Padre Alfonso Schiaroli ha scritto che la vita eremitica non desta solo curiosità, spesso suscita anche le vocazioni.
La più antica notizia scritta e datata per il culto pubblico di San Gualtiero da Servigliano, santo onorato con riconoscimento pontificio, è una bolla del papa Giovanni XXII del 10 ottobre dell’anno decimo del suo pontificato, cioè del 1326 quando gli Ascolani invocarono la misericordia della Chiesa e del papa per alcuni loro misfatti.
Gli Ascolani nel 1323 avevano assalito militarmente alcune chiese della diocesi Fermana e avevano aggredito e persino ucciso alcuni sacerdoti, tra cui il prete che a Servigliano officiava la chiesa con le reliquie di San Gualtiero.
Ruppero l’urna, asportarono come preda il corpo del santo, bruciarono la chiesa e se ne tornarono devoti in Ascoli con tale bottino. Subirono perciò l’interdetto e la scomunica fino ad umiliarsi per chiedere perdono, facendo riparazione. Scrissero al papa ad Avignone, per il condono, ed ebbero risposta.
Nella predetta bolla di Giovanni XXII sono minutamente ricordati questi avvenimenti: “Uccisero alcuni sacerdoti. Per disprezzo ed umiliazione dei ribelli asportarono il corpo del Beato Gualtiero dalla chiesa in cui giaceva e lo portarono con la dovuta riverenza e solennemente nella città di Ascoli.” Il papa incaricò il priore di Montepesulano, Geraldo da Valle, affinché provvedesse al bene delle anime degli Ascolani e dei loro bracciforti colpevoli e concedesse l’assoluzione, dopo la dovuta riparazione, e la riconsegna del corpo del beato Gualtiero.
Il venerato corpo di san Gualtiero fu riconsegnato dai predatori Ascolani e per sicurezza fu portato dentro al castello di Servigliano e protetto, con inferriate, nella torre della pieve di San Marco. Nel 1403 fu separata la reliquia del capo del santo, per renderla meglio onorata in apposito reliquiario, con l’iscrizione che oltre alla data offre il nome del pievano di san Marco, don Marino di Giovanni che effettivamente era il pievano nel 1403 ed ancora nel 1406, secondo i documenti arcivescovili.
Presso l’altare del santo nell’antica pievania S. Marco furono raccolte le ossa in una nuova urna resistente e vi si pose una pergamena che raccoglieva le notizie di antica tradizione sul santo, e questa memoria è stata la fonte di tutti gli agiografi di san Gualtiero e dei repertori santoriali. Questa pergamena non è stata più trovata.
Nell’analisi del testo (edito dai Bollandisti) della pergamena emergono aspetti per cui si può pensare che preesisteva un altro antico testo, infatti vi si legge “ Come è stato tramandato – traditum est – , come è narrato – fertur – come viene detto – ut dicitur – “. I Bollandisti ed il Settimi pensano che la pergamena fosse trascrizione di un testo preesistente mal leggibile. Una copia della pergamena fu inviata al cardinal Cesare Baronio che presiedeva la Commissione per la redazione del Martirologio, completato alla fine del secolo XVI, senza che vi fosse segnalato l‘ininterrotto il culto di San Gualtiero da Servigliano.
Per accennare agli elementi salienti della tradizione riguardante san Gualtiero, si legge nella pergamena che a Roma vivevano il nobile Eurito, con la moglie Vittoria, e da tempo attendevano un figlio. Dopo assidue preghiere in casa ed in pubblico, assieme con il pontefice, fecero voto di costruire una chiesa e poterono godere della nascita di Gualtiero. Ebbe la formazione nel servizio a Dio con la guida spirituale del sacerdote Armeno. Quando la figlia del “Preside” (prefetto o governatore) che se ne era invaghita per averlo sposo, si vide rifiutata, diede peso all’autorità paterna sui genitori di Gualtiero. Il padre Eurito usò ogni mezzo, persino le punizioni contro il rifiuto del figlio, che fuggì e venne a Servigliano, assieme con il prete Armeno, in un primo tempo presso il torrente Ete nella Valle Marana; in seguito, donatogli l’edificio del monastero, nei Piani presso il fiume Tenna, dove lo raggiunsero i genitori. Al termine della vita tutti ebbero qui la tomba.
La sepoltura del benemerito abate fu tanto frequentata che gli si fece un’arca a sarcofago, per favorire la memoria della sicura esemplarità della sua vita, mentre andarono perdute le date che si riferivano ai suoi giorni terreni.
Un secolo dopo, il suo modello di vita casta, povera, umile ispirò forme di vita religiosa adottate da persone che si stabilirono nei locali dell’ex-villa romana presso l’attuale Servigliano dove resta l’ex convento dei Frati di Santa Maria del Piano.
Nella pergamena non si ha nessuna data né riferimenti decisivi per indicare gli anni. Sempre viva la memoria devota del venerato serviglianese, ma senza che fosse riferito ad un ordine religioso, per cui non va considerato né benedettino, né domenicano, né francescano, né di altro ordine, perché nella tradizione era considerato come un eremita con i confratelli. La regola probabilmente era Agostiniana dato che dal Concilio Lateranense IV nel 1214 fu proibito di introdurre nuove Regole monastiche, accogliendo quelle esistenti, la più celebre delle quali era riferita a sant’Agostino. “ La moltiplicazione degli ordini religiosi fu una delle novità più rilevanti del secolo XIII. La battuta d’arresto venne dal quarto concilio Lateranense: per evitare che l’eccessiva diversità creasse confusione, il canone 13 proibisce ogni nuova fondazione per cui avrebbero ricevuto gli aspiranti solo le case degli ordini approvati”.
La toponomastica ricorda il Castellare (casa fortificata) di San Gualtiero negli Statuti di Santa Vittoria presso il confine con Servigliano nei Piani e presso il Fosso San Gualtiero. Il culto di san Gualtiero da Servigliano era diffuso anche a Penna San Giovanni, dove nel 1447 risulta nominato dal vescovo il rettore che celebrava all’altare di questo santo, nella pievania matrice di san Giovanni Battista.
Le più antiche visite pastorali fatte dai vescovi Fermani riscontrano pienamente il culto e le reliquie di san Gualtiero da Servigliano nella pievania di San Marco ed in qualche occasione san Gualtiero è dichiarato “vescovo” nel secolo XVI.
Il papa Innocenzo X concedeva l’indulgenza plenaria per i pellegrini in occasione della festa di San Gualtiero, il 4 giugno,che visitavano la chiesa di san Marco ove erano le reliquie del santo.
La festa patronale era celebrata con grande concorso di popolo proveniente anche da altri paesi. Nella vita di san Serafino da Montegranaro, cappuccino, si racconta che venne a Servigliano accompagnando il padre predicatore e avendo saputo della baldoria nella festa di San Gualtiero, raccomandò che in futuro questa festa la solennizzassero senza bagordi, in modo cristiano. Lo promisero. L’anno successivo tuttavia tornarono a fare le baldorie deprecate. Nel mezzo della festa, appena iniziati i balli, si scatenò un impetuoso temporale e una violenta grandinata piombò sul territorio e fu vanificato anche il raccolto dell’anno.
La venuta a Servigliano dei Frati Agostiniani nel 1575 nel convento con la chiesa di Santa Maria del Soccorso adiacente alle mura urbane, incrementò la devozione, anzitutto verso la beata Vergine Maria e insieme verso san Gualtiero, per cui la chiesa rurale ai Piani fu restaurata, alla fine del secolo XVII ed una chiesolina nuova fu eretta a poca distanza dal loro convento.
L’attuale chiesa detta di San Gualtiero nei Piani è un rifacimento riferibile alla metà del secolo XVIII, su impianto della fine del secolo XVI, di cui resta traccia all’esterno della parete laterale. Il Settimi dice l’abside “gotica “ con all’interno un affresco barocco, e nota il corpo di quattro capriate a cui fu aggiunta un’altra posteriore e settecentesca come la facciata.
Il frammento del dipinto a tempera sulla parete dell’abside. Raffigura la beata Vergine Maria con il suo santo Figliolo. Ai lati un santo con mitria e piviale ed un altro in abito semplici. Ignoto l’autore che il Settimi dice “ probabilmente Giovanni Colucci di Santa Vittoria “ ma non sappiamo molto di questo pittore e forse si può pensare ai discepoli dei pittori di Patrignone.
Una linea ad arco, sotto l’architrave, contorna le predette persone dipinte. La Vergine Maria con veste rosa\rossa e manto azzurro è in trono con postergale di stoffa arabescata. Sopra all’arco la data 1626 in cartiglio verde e giallo sull’architrave poggiante su due pilastri laterali; in alto un’architettura a frontone con in mezzo la santa Croce entro cornice e modiglioni laterali.
Altra chiesina fuori le mura dirute di Servigliano Vecchio, sull’altura a 440 m. è stata di recente valorizzata liberandola dalle sterpaglie e restaurandola con nuova porta e vi si conserva il dipinto databile alla fine del secolo XVI, forse riferibile alla bottega dei pittori Agnelli di Patrignone. Non si sa se inventariato. Il dipinto appare impostato al modo di quello della chiesa rurale ai Piani di San Gualtiero e raffigura la beata Vergine Maria ed il suo santo Figlio al centro, con ai lati un santo con pastorale e mitra e l’altro santo in abiti semplici. Questa chiesolina cominciata a costruire nel 1587, fu detta poi “Madonna delle Grazie” e vi si celebrava la festa serviglianese del 4 giugno per san Gualtiero, anche dopo la partenza degli Agostiniani nel 1652, per interessamento del cappellano della locale confraternita del SS. Sacramento.
L’iconografia di san Gualtiero da Servigliano, evidente nel reliquiario del 1403 di cui si parla nel seguito e nei dipinti delle chiese rurali, ha come sicuro riferimento un’incisione del 1761 pubblicata dall’agiografo serviglianese Giacomo Gualtieri a Roma nel libro, nell’antiporta del Breve ragguaglio della vita di san Gualtiero abate. E’ attribuita al pittore romano coevo Antonio Nessi. Il santo è in atteggiamento umile, inginocchiato in contemplazione, mentre sono posati a terra il pastorale e la mitria. Sull’inginocchiatoio di pietra un libro aperto, in alto visioni di angeli tra la luce dello Spirito. Sullo sfondo edifici, tra cui una torre ed una cupola simile a quella del santuario della Madonna di Loreto o di san Pietro in Vaticano.
Il grande dipinto pubblico, ufficiale ed unico a Servigliano è nella Collegiata san Marco, nella cappella laterale la terza a destra, presso il presbiterio e la sacrestia, dedicata ai santi Marco e Gualtiero, patroni. L’ampio arco murario parietale, su paraste, è contornato l’altare di questi patroni di Servigliano. Nel fastigio dello stesso arco l’iscrizione in caratteri romani: “Caput tuum Salus nostra ” (il tuo capo è per noi una salvezza) si riferisce alla reliquia del capo di san Gualtiero nell’apposito reliquiario. L’altare ha la mensa a forma di urna marmorizzata color brecciato rosso (colore del martirio di san Marco) come lo sono anche le due colonne laterali, anulate, dotate di capitello corinzio bianco. La trabeazione soprastante è a linea ondulata con un fastigio ad arco spezzato per contenere il bassorilievo raffigurante san Francesco da Paola. Dietro la pala d’altare, nella parete, su mensole con apparato di stoffa, sono posati i reliquiari, rispettivamente di san Marco evangelista; di san Gualtiero abate e della santa Croce.
Il 26 settembre 1778 l’altare fu fatto da Vincenzo Lupidi da Montolmo, oggi Corridonia; mentre gli stucchi furono opera del milanese Stefano Interlenchi. Con grande solennità nel 1779 furono traslate le reliquie del patrono dall’antica pievani sul monte.
Nella pala arcuata d’altare, il dipinto, olio su tela è firmato, dal pittore Fermano Ricci Filippo che vi ha lasciato il simbolo del suo giglio, sono raffigurati san Marco evangelista a sinistra con sul libro la scritta: “ Sit tibi Marce evangelista Decus “ (Onore a te o Marco, evangelista) e sulla destra si vede san Gualtiero da Servigliano con suo pastorale, in abito scuro monastico e sulla sua spalla destra si nota la croce stellata, tipica del Carmelo. Nel dipinto, dall’alto scende l’illuminazione, con la colomba, simbolo dello Spirito Santo, tra putti angelici. La mitria è deposta a terra.
IL RELIQUIARIO DEL CAPO
Il meraviglioso reliquirio sta a dimostrare l’antichità del culto intensamente sentito e condiviso nel territorio piceno.
Il reliquiario del cranio è riservato alla comprensione della fede, non destinato a mostre né musei, a motivo dell’esclusività liturgica della reliquia del teschio, da non presentare all’indifferenza verso il senso cristiano che questo esprime. La sua elaborazione è creata con precisi riferimenti nelle linee architettoniche, nell’iscrizione, nelle immagini, nelle finestrine, nella cimasa che è la croce del Cristo. La base ed il fusto sono tipici di un ostensorio o di un calice che significano l’elevazione e l’offerta all’Altissimo. L’edicola sopraelevata ha vetri di visuale aperta al capo (testa) che ispira ai fedeli la fiducia nella salvezza, secondo l’epigrafe sull’archivolto: “Il tuo capo è una nostra salvezza.“
Questo ostensorio a base di calice con edicola contenete la reliquia del cranio ha una vera corona con il significato di onorare l’alta dignità del santo serviglianese, secondo la liturgia: “Gloria et honore coronasti eum”, lo hai coronato di gloria e di onore. Il pinnacolo a piramide indica la memoria elevata del beato. Sul globetto, simbolo del pianeta terra, è inserita la croce nel senso biblico: “Nostra gloria è la croce del Signore nostro Gesù Cristo”.
È elaborato in ottone fuso, sbalzato, cesellato, e dorato, completato da lamine d’oro. La corona è fiorita con perline; mentre gli smalti e le paste vitree di colore verde, rosso, blu, rendono l’assieme spettacoloso per la preziosa ricchezza degli elementi decorativi che fanno riferimento ai simboli come le foglie tripennate, le immagini cristiane, i numeri trinitari delle componenti di trilobate e delle triplici punte foliari, anche i dodici globetti di perline nella corona sono un numero simbolico. Ciascuna delle 12 cimase della corona hanno le croci fogliate e tre rametti. I riferimenti degli studiosi rinviano all’arte tardo gotica marchigiana e abruzzese, nonché veneta; nella molteplicità degli elementi d’insieme non va dimenticato l’artigianato degli orafi romani, dati i collegamenti di Fermo e del Fermano con la Roma pontificia, centro artistico mondiale che accolse in modo sincretico varie esperienze di oreficeria.
L’elaborazione della base con sei spigoli e sei segmenti circolari mostra altrettante foglie tripennate incise su fondo bucciato ad arancia con punzone. La loro punta è rivolta verso il collarino ove è scritto: “ +SUB ANO \ MCCCCTRE \ IN’ XI: D MA \ RINI IOhIS \ PLEBANI \ FCT: H’ OP F. “ +Nell’anno 1403 indizione XI don Marino di Giovanni pievano fu fatta quest’opera.
Il nodo centrale ha sei nielli incastonati su sfondo di smalto violaceo e si riferiscono a due trittici: il primo trittico è Cristocentrico con la figura Gesù che sorge dal sepolcro e con le immagini della beata vergine Maria sua madre e dell’apostolo Giovanni che erano ai piedi della croce, secondo il Vangelo. Altri tre nielli si riferiscono alla comunità serviglianese, che venera questa reliquia: il Leone alato raffigura San Marco titolare della parrocchia e patrono della cittadina; sant’Antonio abate richiama il giuspatronato del Comune di Servigliano sull’altare di questo santo; infine l’abate San Gualtiero è raffigurato con pastorale e mitra è il venerato compatrono, il cui cranio è qui raccolto.
Il fusto ha inoltre sei specchi esagonali con altrettante croci contornate da foglie, a significare che la Croce cristiana è albero fiorente di vita. Il sottocoppa circolare serve da base immediata per l’edicola anch’essa a sei facciate a vetrate le quali sono cuspidate ad arco trilobato e corniciate con punte foliari. Il numero simbolico trinitario si nota nello spicco delle tre punte foliari su ciascuna parte sopra ai trilobi. L’arte era vivificata dall’apostolato degli Ordini Mendicanti.
Agli spigoli dell’esagono sono aggiunte le torrette in lamine d’oro, traforate con pasta vitrea rossa, a significare la fortezza perché la grazia divina è vissuta con la resistenza coraggiosa contro le debolezze. La splendida corona è posata sul capo e fatta aderire al tempietto sottostante con fettuccia di porpora recante il sigillo di ceralacca a timbro cardinalizio. Non si tratta di guglie architettoniche, né di rosoni. E’ una corona contraddistinta da perle quadrate vitree, contornate da foglie fiammeggianti e sormontate da cerchi culminanti in 12 timpani traforati, 12 come gli apostoli che sono le fondamenta della Chiesa di Cristo. La piramide che sovrasta, anch’essa esagonale, ha nella cuspide il globetto coperto di smalto e sormontato dalla Croce. E’ opera d’ignoto orefice forse romano.
La custodia del prezioso reliquiario fu realizzata in noce verniciata, conformata nei particolari alle sue forme, e rivestito all’interno di velluto rosso, opera dell’artigianato fermano del legno.
Il grande sarcofago ad arca in cui erano tutelate le ossa reliquie del santo abate serviglianese nell’ottobre 1779 fu trasportato nel nuovo centro urbano che aveva ricevuto nome Castel Clementino dal sovrano fondatore Clemente XIV e posto presso l’altare dello stesso titolare, dove ancora si conserva.
A tempo dell’arcivescovo Fermano cardinale Cesare Brancadoro (1803-1837), forse in occasione della sua Visita pastorale del 1805, le ossa che erano chiuse nel sarcofago marmoreo furono collocate in un’urna lignea sormontata da mitria simbolo dell’abate. Ha forma di piccola arca parallelepipeda a facce rettangolari. La copertura piramidale ha modanature dorate agli spigoli , con vetrate nelle facciate di prospetti a giorno, e poggia su ovati scanalati. Agli spigoli verticali sporgono lesene ornate con intagli di rosette e di festoni foliari giustapposti. Colore bianco con dorature alle cornici e quattro faci simboliche in legno agli angoli superiori.
Dopo le varie pubblicazioni che dal 1613 di notizie su san Gualtiero da Servigliano, dopo le molte opere di architettura, pittura, incisioni, disegni, non manca la poesia. Nel 1969 il poeta dialettale serviglianese Rinaldi Rinaldo cantava “ San Gualtiero e la Madonna “ e tra l’altro:
Vincesti, o san Gualtiero, gran periglio
per conquistare di Dio un grande amore!
Qua, si potrebbe dire, eri in esiglio,
che superasti senza alcun timore:
la tua vita fu casta come un giglio,
chiara come la neve il suo candore;
e quando poi ti richiamò il Signore
gloria avesti in cielo e in terra onore.
Di tante sofferenze sei premiato;
il sacrificio tuo ti ha aperto il cielo.
E pel bene da te sempre operato
della Madre di Dio ti copre il velo.
Risarci i danni del nostro peccato,
proteggi noi con amoroso zelo.
Or che lassù hai un altro tempio eretto
Rivolgi a noi tuo sguardo benedetto.

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IL MERCATO PLURISECOLARE A SERVIGLIANO DALLE NOTIZIE DEL PARROCO GIUSEPPE ORESTE VIOZZI

SERVIGLIANO FA MERCATO, notizie desunte e rielaborate dal libro: VIOZZI Giuseppe Oreste. “Cenni storici su Servigliano” Fermo 1978 pp. 67s: E’ vissuta quattrocento anni la fiera de LU PIA’
La fiera de “Lu Pià” è un avvenimento intrecciato alle vicende di Servigliano in uso ancor oggi. A lato della chiesa della Madonna del Piano e del convento dei Francescani c’era i posti o posteggi per i banchi delle merci. La fiera si faceva in riferimento alle feste liturgiche della Madonna. Dunque il fatto di una fiera di merci e bestiame, si teneva all’inizio della primavera, il 26 marzo di ogni anno, cioè il giorno seguente alla festa dell’Annunciazione; altra fiera si svolgeva lì 9 Settembre, il giorno dopo la Natività. Anche il giorno di festa della Natività di Maria di Nazareth sera seguito da un fiera. Iniziava l’autunno e si provvedeva al fabbisogno dei mesi seguenti.
Questa fiera ce la immaginiamo noi come un tentativo di rassegna di prodotti agricoli, a largo raggio; dobbiamo pensare che essa avesse una certa notorietà ed importanza e quindi non soltanto di ordinari affari. La sua origine deve essere di molto anteriore alla data del 1578, quando i frati Minori Osservati presero il possesso della località, ma la data più esatta della sua origine non ci è nota.
Ad ogni modo reca meraviglia come fosse possibile lo svolgersi di tale raduno, di persone e di cose, in una località ove mancavano in pianura le strade di accesso, e si teneva in un periodo (26 marzo), uscito da poco dall’inverno con i suoi inconvenienti.
La fiera ebbe maggiore sviluppo ed importanza col sorgere, nello stesso posto, del nuovo paese e ai nuovi percorsi viari. Ed era frequentatissima, e Giuseppe Oreste Viozzi scrive che ne era testimonio oculare. Un tempo durava, di fatto, almeno tre giorni, e per trovare un posto ove posare le proprie merci, i molti rivenditori mettevano vistosi e ingombranti contrassegni lungo le vie, fino ad impedire il transito delle persone e degli automezzi, dimodoché, verso il 1930, una ordinanza del Podestà, vietò di prendere quei posti prima di 24 ore avanti l’inizio della fiera.
Ed era una spettacolo non comune, quando non esisteva ancora la meccanizzazione dei trasporti, vedere i grandi carrozzoni, trainati da più cavalli, o asini… che si allineavano nella grande piazza, nelle vie adiacenti e alla circumvallazione. Durante la notte antecedente poi, dai paesi appollaiati sui colli circostanti e dalla ampia valle del Tenna, si avviava lentamente la lunga carovana di uomini, portandosi dietro bestiame di ogni qualità. Andavano alla fiera de « Lu Pià », (in pianura).
Dopo la seconda guerra mondiale, la fiera antica incominciò a cambiare … I carrozzoni, vennero sostituiti da potenti automezzi che, non più il giorno innanzi, ma all’alba del giorno stesso, arrivavano sul posto. L’uso di non vendere più bestiame nel «campo della fiera», la facilità di recarsi nei centri più importanti per l’acquisto del fabbisogno familiare, il sorgere di ben forniti negozi anche nei piccoli centri, insieme al moltiplicarsi di mercati e fiere, prima rare e poi frequenti, il marketing, gli empori e e altre nuove possibilità hanno trasformato la fiera de « Lu Pià », oggi ridotta, come le altre, a mercato.

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BLASI DON MARIO PARROCO annuncia CRISTO RE e le OPERE DI MISERICORDIA

CRISTO RE (Mt 25,31-46) “ALLORA IL RE DIRA’: IO HO AVUTO FAME…”.
Oggi il Vangelo presenta la conclusione dell’ultimo discorso di Gesù nella Sua vita pubblica. E’ un Vangelo che si riallaccia al suo primo discorso: “Beati quelli che hanno misericordia perché troveranno misericordia”. Si basa su sei opere della misericordia.
Gesù ha poteri divini, ma condivide tutta la debolezza della condizione umana, è povero in mezzo ai poveri, ma è anche giudice che pronuncia la sua sentenza. Precise sono le Sue motivazioni per i buoni e per i cattivi. “Avevo fame e mi avete dato da mangiare…”, “Avevo fame e non mi avete dato da mangiare…”. Nessuna difesa può modificare la Sua sentenza. Egli scruta e conosce la vita di ogni uomo.Il criterio che adopera è: azione o omissione, fare o non fare. Egli non dice se uno è stato credente o no, se ha pregato o no, ma ricorda ciò che ha fatto al fratello più piccolo.
Gesù mette al centro l’uomo bisognoso. Tutto è giudicato secondo le azioni fatte a vantaggio o a svantaggio del fratello. Si basa tutto sul servizio recato e sull’amore donato al fratello: nutrire l’affamato, dissetare l’assetato, accogliere lo straniero, vestire il nudo, visitare l’infermo e il carcerato.
Il giudice si identifica con i poveri, i deboli e i perseguitati; è solidale con quelli che vivono nella povertà.
Così deve agire il cristiano: imitare il Signore.
Questa solidarietà suscita sorpresa in tutti: sui buoni e sui cattivi. Nessuno avrebbe immaginato che amando o disprezzando il debole avrebbe accolto il Signore o lo avrebbe rifiutato.
La salvezza è accolta o rifiutata nel donare o nel rifiutare l’amore al fratello.
Il vero cristiano apre il cuore al bisognoso per risollevarlo dalla sua miseria morale e materiale.
Il fratello si fa dono al fratello.
“E se ne andranno, questi al supplizio eterno
e i giusti alla vita eterna”.
Non è Dio che giudica l’uomo, ma sono le azioni dell’uomo che lo giudicano. Chi ama il fratello bisognoso con lo stesso amore di Cristo ha la vita. Chi non lo ama si incammina verso la non-vita. La vita di ogni uomo è segnata dalle opere di misericordia. Il cristiano sia misericordioso come è misericordioso il Padre Celeste!

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BLASI DON MARIO onora il Messia d’Israele fattosi cibo eucaristico, come richiama il papa.

Papa BENEDETTO: “Il dono dell’Eucaristia, gli Apostoli lo ricevettero dal Signore nell’intimità dell’Ultima Cena, ma era destinato a tutti, al mondo intero. Ecco perché va proclamato ed esposto apertamente, perché ognuno possa incontrare “Gesù che passa” come avveniva per le strade della Galilea, della Samaria e della Giudea; perché ognuno, ricevendolo, possa essere sanato e rinnovato dalla forza del suo amore. Questa, cari amici, è la perpetua e vivente eredità che Gesù ci ha lasciato nel Sacramento del suo Corpo e del suo Sangue. Eredità che domanda di essere costantemente ripensata, rivissuta, affinché, come ebbe a dire il venerato Papa Paolo VI, possa “imprimere la sua inesauribile efficacia su tutti i giorni della nostra vita mortale”.

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