ZOLLI EUGENIO in due libri recensiti da Gabriele MIOLA in FIRMANA anni 2002 e 2003

GABRIELE MIOLA fa recensione del libro in FIRMANA anno 2003 nn. 32\33

JEAN CABAUD, Il rabbino che si arrese a Cristo. La storia di Eugenio Zolli rabbino capo a Roma durante la seconda guerra mondiale, Edizioni S. Paolo, Cinisello Balsamo (MI), 2002 pp.120.

\\qui di seguito un’altra diversa recensione per un libro dello Zolli \\

Questo titolo <della Cabaud> mi ha incuriosito, ho acquistato il libro e l’ho letto d’un fiato. Ricordavo il nome di Zolli dall’anno propedeutico alla teologia (1953- 54), nelle lezioni del corso di Apologetica. La conversione di Zolli, rabbino capo della sinagoga di Roma, nel 1945 aveva suscitato scalpore; ne sentii parlare ancora qualche rara volta negli anni di teologia alla Lateranense (54-58) e del Biblico (58-61), ma non avevo mai avuto l’opportunità di conoscerne la vita. Questo libretto della Cabaud, anch’essa ebrea convertita, me ne ha data l’occasione.

Questo libretto non è una biografia critica, è piuttosto una testimonianza. Scrive Messori nella presentazione: “Judith Cabaud non ha alcuna pretesa di porsi accanto alle opere della storiografia professionale. Molte cose, qui, sono soltanto accennate; molte altre necessitano di un approfondimento sulla base di una documentazione più vasta … L’autrice ha inteso il suo lavoro soprattutto come una testimonianza” (pag. 9).

Il lavoro della Cabaud sottolinea soprattutto il cammino spirituale di Zolli, che lo portò a vedere in Gesù e quindi nel cristianesimo la continuità e la pienezza delle Scritture ebraiche. Zolli infatti non si considerava “convertito, ma arrivato”.

Ecco alcuni dati biografici, desunti dal libro dalla Cabaud. Zolli nasce a Brody, città ai confini dell’impero austro-ungarico verso la Galizia polacca, ultimo di sei figli della famiglia Zoller (Zolli è cognome italianizzato) il 17 settembre 1881, ebbe il nome di Israel. La famiglia è benestante, il padre possiede una fabbrica a Lods (Polonia), ma quando quella zona della Polonia passò sotto l’amministrazione zarista, le fabbriche di proprietari stranieri vennero soppresse e la famiglia Zoller fu ridotta in povertà e si spostò a Lvov. Fece studi classici, ma con passione si dedicò anche a studi religiosi leggendo soprattutto la letteratura ebraica midrashica. Ottenne il “diploma di Maestro di religione”, che gli apriva la strada agli studi per la carriera di rabbino; lesse Maimonide, ma disdegnava tutta la casistica delle scuole rabbiniche; si appassionava a leggere Isaia e si aprì alla lettura del Nuovo Testamento e la Cabaud riporta una bella espressione dalle sue memorie: “Tutto questo mi sbalordiva: il Nuovo Testamento è, in effetti, un Testamento nuovo!” Nel 1904, morta la mamma, che gli aveva inculcato la passione per gli studi religiosi e per la quale nutriva una grande venerazione, lasciò la famiglia (che non rivedrà più) e si iscrisse all’Università di Vienna, ma per il serpeggiante antisemitismo, dopo pochi mesi lasciò l’Austria e venne in Italia. Si stabilì a Firenze dove si iscrisse alla facoltà di Filosofia presso l’Università statale e all’Istituto degli Alti Studi del Collegio rabbinico. Nel 1913 viene nominato vice-rabbino della città di Trieste e in quell’anno sposò Adele Litwak originaria di Lvov. Si ritrova così in ambito austro-ungarico, ma la lunga permanenza a Firenze l’aveva fatto innamorare dell’Italia e durante la guerra del ‘15-18, per i suoi sentimenti italiani, fu guardato a vista dalla polizia austriaca, ma egli si occupò prevalentemente, oltre che dei suoi compiti di vice-rabbino, dell’assistenza ai profughi ebrei cacciati dai paesi dell’est d’influenza russa. Dal 1918 al 1938 fu rabbino capo della sinagoga di Trieste ormai con cittadinanza italiana. Furono anni di intensa attività, ma soprattutto di studio e in particolare di confronto tra la tradizione ebraica e l’ebreo Gesù di Nazareth. Scrisse molti articoli e saggi per riviste italiane e tedesche, ma soprattutto pubblicò due opere significative: nel 1935 Israele: uno studio storico e religioso e nel 1938 II Nazareno. La Cabaud vede in queste due opere il grande cammino del rabbino verso una visione nuova che supera l’impostazione ebraica della pratica della legge e riporta questa frase di Zolli: “La Legge insegna ed indica il cammino; la corsa verso Dio passa attraverso la propria volontà. Conoscere è amare; noi amiamo con il cuore e non attraverso nozioni ricevute da fuori” (pag.37). Zolli ormai vede una continuità tra Antico e Nuovo Testamento. Gesù diventa sempre di più il personaggio di cui spesso si parla in casa. Intanto in Germania s’era scatenata la follia nazista contro gli Ebrei, ma anche in Italia, dopo un primo momento in cui Mussolini condannò la persecuzione di Hitler contro gli Ebrei, presto con le leggi razziali prima e con il patto d’acciaio poi (1938-39) gli Ebrei si trovarono in clima di persecuzione e di guerra. Il rabbino Zolli si prodigò in mille modi per aiutare Ebrei in difficoltà: da una parte favorendone la fuoriuscita verso la Palestina, dall’altra intervenendo presso le autorità, tanto che si meritò l’appellativo di rabbino buono.

Nel 1940 la comunità israelitica di Roma chiama Zolli ad occupare il posto vacante di Gran Rabbino. Zolli accettò e si trasferì nella capitale. Il libro della Cabaud si ferma a descrivere l’attività di Zolli in questi anni drammatici 1940-44 per la comunità ebraica della capitale, particolarmente il periodo dell’occupazione nazista di Roma dopo la caduta del fascismo del 9 settembre del 1943: emerge una figura di Zolli uomo di fede, di preghiera, ma anche di attività diplomatica, di interventi presso le autorità di Roma e del Vaticano, di aiuto ai correligionari ebrei, fino a quando i tedeschi eliminarono i rabbini di Genova, Firenze, Bologna e allora Zolli, su cui era stata posta una taglia di trecentomila lire, fu costretto con la sua famiglia a trovar ospitalità e rifugio in una famiglia cristiana fino all’arrivo degli alleati a Roma nel giugno del ‘44.

Zolli, con l’occupazione nazista di Roma, aveva perso la cittadinanza italiana e la funzione di Gran Rabbino della capitale, il 21 settembre dello stesso anno 44, con decreto ministeriale gli fu ridata la cittadinanza italiana e fu confermato Gran Rabbino della Comunità ebraica di Roma. L’esperienza della guerra, le leggi razziali di Mussolini, la persecuzione nazista a Roma gli fecero meditare sempre di più il profeta Isaia e particolarmente i carmi del servo. Ormai nel cuore del rabbino prendeva sempre più posto la figura di Gesù. Nell’autunno del 44 mentre presiedeva la liturgia del Yom Kippur, il giorno del grande perdono, nella sinagoga ebbe una grande esperienza mistica. L’autrice del libro riporta dalla autobiografia di Zolli questa testimonianza: “D’improvviso, con gli occhi dello spirito, vidi una grande prateria e, in piedi, in mezzo all’erba verde c’era Gesù Cristo rivestito di un manto bianco; sopra di Lui il cielo era tutto blu. A quella vista provai una pace indicibile… Allora in fondo al cuore sentii queste parole: Sei qui per l’ultima volta. D’ora in poi seguirai me! Le accolsi con la massima serenità e il mio cuore rispose immediatamente: Così sia, così è, così deve essere”.

Nel Gennaio del 1945 gli fu chiesto di riorganizzare il Collegio Rabbinico di Roma, cioè il centro degli studi ebraici, ma non accettò; ormai si stava aprendo un’altra strada davanti ai suoi occhi sempre più pieni della figura di Gesù il Nazareno. Prese contatto con padre Dezza, noto professore della Gregoriana e cominciò la sua preparazione al battesimo, che ricevette da monsignor Traglia il 13 febbraio 1945 e volle prendere il nome di Eugenio in onore di papa Pio XII, Eugenio Pacelli. Con lui fu battezzata anche la moglie Emma; la figlia Miriam seguì i genitori dopo un anno.

Negli ultimi tre brevi capitoli la Cabaud segue Zolli negli ultimi anni della sua vita. Morì a Roma il 2 marzo 1956 all’età di 74 anni. Entrando nella Chiesa, Zolli perse tutto, casa e stipendio, ma soprattutto fu oggetto di calunnie e denigrazione da parte degli Ebrei non solo di Roma, ma anche dell’ebraismo internazionale, fu trattato da apostata e scomunicato. Si ritrovò in estrema povertà, ma l’accettò volentieri; fu aiutato da padre Dezza e papa Pacelli volle che tenesse dei corsi all’Istituto Biblico e alla Gregoriana, fu chiamato a tenere qualche corso anche all’Università di Roma. Zolli non considerò mai il suo battesimo una conversione, ma l’approdo di una lunga navigazione: erano state le Scritture ebraiche che l’avevano portato alla fede in Gesù come conclusione di un cammino ininterrotto, il Nuovo Testamento non è che la continuazione, il compimento della promessa fatti ai padri. Sofia Cavalletti, nota per i suoi studi sulla patristica, sulla liturgia antica e sull’ebraismo, che fu sua assistente all’Università, gli rende questa testimonianza: “Lo scopo principale della sua vita era quello di insegnare che dall’Antico al Nuovo Testamento…c’è un lento cammino dello spirito verso le mete più elevate” (pag. 104).

Messori nella prefazione a questo libro lamenta che quella di Zolli sia una figura dimenticata, non solo (del resto comprensibile) presso gli Ebrei, ma anche preso i cattolici; si augura che dopo la traduzione in italiano e la pubblicazione di questo scritto della Cabaud possano riprendere gli studi su Zolli in maniera scientifica e si approfondisca quel motivo costante che ricorreva spesso sulla bocca e si ritrova negli scritti di Zolli che Antico e Nuovo Testamento formano un’unità. E un dato fondamentale della fede e della teologia cristiana e vale la pena approfondire come l’abbia scoperto nella vita, nello studio e negli scritti Eugenio Zolli.

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Miola Gabrile fa recensione  edita in FIRMANA nn.35\36 a. 2003 er un’autobiografia di Israel Zoller

EUGENIO ZOLLI, Prima dell’alba. A cura di Alberto Latorre. Ediz. San Paolo, Cinisello Balsamo (MI) 2004 pagg. 284

 

Le edizioni San Paolo hanno pubblicato nel 2002 su Eugenio Zolli il volume di J. Cabaud, Il rabbino che si arrese a Dio. La storia di Eugenio Zolli rabbino capo a Roma durante la seconda guerra mondiale (cfr.recensione in Firmana nn. 32-33). Ora viene opportuna la pubblicazione dell’autobiografia di Zolli. In copertina dopo il titolo Prima dell’alba c’è scritto, come sottotitolo: ”Autobiografia autorizzata”, mentre in prima pagina non c’è. Se è un’autobiografia certamente chi l’autorizza è l’autore, ma in questo caso l’autobiografia per la prima volta fu pubblicata in inglese col titolo Before the Down (Prima dell’alba) in occasione di un viaggio di Zolli in America. Si pensava quindi che lo scritto originale fosse in inglese. Invece è stato ritrovato il dattiloscritto in italiano e quindi c’è la certezza che l’inglese è una traduzione; nel “Congedo” del diario ringrazia “le reverende madri Williamson e Maranzana” che hanno curato la versione in inglese. Poiché tra il testo inglese e il dattiloscritto in italiano ci sono delle varianti, ad esempio, capitoli spostati ed altro, gli eredi hanno autorizzato la pubblicazione dell’originale italiano. Questo è precisato nella nota premessa al libro dal curatore del libro A. Latorre.

Queste le tappe principali della vita di Zolli. Nasce il 17 settembre 1881 a Brody, cittadina oggi nella Polonia, allora ai confini nord-ovest dell’impero austro-ungarico. Gli fu messo nome Israel. La sua lingua madre è quindi il tedesco. Quando Brody passò sotto l’amministrazione zarista, la famiglia si spostò a Leopoli, dove Zolli seguì studi classici e rabbinici. Nel 1904, dopo la morte dei genitori, lasciò la famiglia e si iscrisse all’università di Vienna dove rimase appena un semestre. Venne quindi a Firenze e si iscrisse alla facoltà di filosofia e contemporaneamente al Collegio Rabbinico Italiano. Completò gli studi con la laurea in filosofia all’università statale e con il titolo di rav (rabbino, maestro) al collegio rabbinico. Nel 1911 fu nominato vice-rabbino alla sinagoga di Trieste e nel 1913 rabbino e si ritrovò quindi in ambito austriaco; vi rimase fino al 1939. In quell’anno fu nominato rabbino capo della sinagoga di Roma. Qui visse tutta la tragedia degli ebrei di Roma nella bufera dell’occupazione nazista in Italia a seguito delle leggi razziali fasciste e della persecuzione tedesca contro gli ebrei nella capitale. Nel 1945 maturò la sua conversione al cristianesimo e il 13 febbraio ricevette il battesimo. Morì il 2 marzo 1956.

Quella di Zolli è un’autobiografia molto scarna di elementi cronologici e narrativi, ricca invece di considerazioni di carattere religioso, filosofico e teologico.

Del periodo a Brody ricorda la profonda religiosità della mamma e alcuni episodi come quando s’imbatté con un contadino che aveva sovraccaricato il suo cavallo, tanto che scivolò sul ghiaccio e il cavallo cadde; il ragazzo Israel si mise ad aiutare il povero contadino per far rialzare l’animale e per raccattare il carico. Tornò a casa in ritardo sul consueto orario e si ebbe dei rimproveri, ma tacque sull’opera buona che aveva fatto. Un altro episodio: un compagno s’era portato a scuola la boccettina dell’inchiostro vuota, ne chiese a Israel che gliene diede; il compagno, per averne di più, spinse improvvisamente il gomito di Israel, ma l’inchiostro fuoriuscì e gli macchiò il vestito e lo sporcò tutto. Zolli ricordando l’episodio scrive: “Non ero né indignato, né adirato; non sentivo per lui né odio né disprezzo. Non mi passò nemmeno per l’anticamera del cervello l’idea di denunciarlo al maestro. Non posso neppure dire di avergli perdonato. Nulla di tutto ciò. Per me il ragazzo era diventato una specie di non essere” (pag. 41). Tornato a casa raccontò tutto alla mamma, che lo consolò con tenerezza. Piccoli episodi che rivelano un temperamento calmo, un animo buono, ma anche fermo. Descrive particolarmente l’amico Stanislao presso cui andava spesso per passar del tempo e fare i compiti di scuola; ammirava questo compagno e la sua mamma, vedova, dolce, laboriosa, piena d’affetto verso il figlio per il quale non c’era mai bisogno di alzare la voce e tanto meno le mani. Avevano una casa semplice, ma dignitosa, c’era una grande stanza con alla parete un crocefisso e Israel lo guardava spesso quasi in contemplazione e si poneva interrogativi. Scrive: “Perché ‘questo’ fu crocefisso? Era cattivo? Oh che si crocefiggono tutti i cattivi? Se poi, fosse stato più cattivo degli altri, proprio tanto cattivo, perché tanta, proprio tanta gente lo segue? E perché le signore di mia madre … che pur seguono questo crocefisso sono tanto buone? La faccenda delle signore cominciava a divenire a sua volta uno strano ‘perché’. Come mai Stanislao e sua mamma, pure seguaci e adoratori di ‘questo’, sono tanto buoni? Perché noi ragazzi diventiamo così ‘diversi’ al cospetto di ‘questo’, e nella vicinanza di Stanislao e di sua madre?” (pag. 51). I corsivi sono originali <r.- aggiunti segni ‘ ’>, non nomina mai Gesù, ma questo personaggio diventa sempre più importante per lui. Le domande che il ragazzo Israel si poneva preludono ad un atteggiamento della vita che lo porta ad interrogarsi sugli uomini, i loro atteggiamenti, la loro fede e le loro pratiche religiose e forse sono un preludio ad interrogativi più profondi che insorgeranno nella maturità della vita con lo studio e un’attività attenta ai bisogni delle persone della propria religione e degli altri.

Del periodo degli studi all’università di Firenze e al Collegio rabbinico e poi della sua attività di rabbino a Trieste non racconta episodi, ma lascia trasparire una vita intensa caratterizzata da una forte tensione nel suo lavoro e una costante riflessione sui testi biblici non solo dell’Antico Testamento e del Talmud, ma anche sui testi del Nuovo Testamento: s’interroga sul ‘mistero’ della figura del servo di Dio nel profeta Isaia, sulla cultura giudaica e quella greca, sulla sete di Dio che traspare dai salmi, sul dialogo tra l’anima e Dio, l’io e Lui, s’interroga sulla sofferenza di Dio e la tristezza del Signore, sui vangeli e la persona di Gesù. Affronta la figura di Paolo ebreo e di Paolo cristiano e la posizione dell’apostolo nei confronti della Torah. Si appassiona nell’approfondire il cammino di ebrei arrivati alle soglie del cristianesimo come il filosofo Bergson. In maniera velata, perché descrive la sete che l’anima ha di Dio quando l’uomo ne è lontano, ma vi tende con tutte le forze e sente vibrare nel suo essere un’attrazione divina, descrive la sua tensione e il suo cammino. Scrive: “la sua anima stanca lo scorge dapprima flebilmente, si dibatte ancora nel dubbio. Ma poi si aggrappa disperatamente a lui e si lascia trascinare per una via estatica. E salendo di altezza in altezza, in quali sfere meravigliose viene condotta! “(pag. 133).

A partire dal capitolo Prima dell’alba, senza che il testo offra dati cronologici, si capisce che Zolli ormai si trova a Roma, con l’incarico di rabbino capo della sinagoga della capitale e le pagine del diario sono la memoria del suo travaglio interiore e del suo cammino verso Cristo, Si domanda se la conversione sia un’infedeltà alle origini, un tradire l’ebraismo e risponde a se stesso che è come la fioritura della primavera; ricorda la conversione di alcuni amici, richiama la figura di Edith Stein, della dottoressa Meirowsky, meno conosciuta della Stein, anch’essa ebrea convertita divenuta suora e morta martire nella persecuzione nazista, si ferma a lungo a descrivere la personalità, l’opera e il martirio di Massimiliano Kolbe, legge gli scritti delle origine cristiane, come la Didachè, nei quali vede continuità e novità nel passaggio dal giudaismo al cristianesimo, riflette sul concetto di coscienza e fede nelle lettere di S. Paolo e scrive: “ La coscienza non attinge la sua forza dalla legge, la quale spirituale e santa diletta la mente, resta pur tuttavia annullata (anche se assimilata) dal corpo di peccato, che è morte. L’uomo muore assieme al peccato attraverso il battesimo nella morte di Cristo. Risorto alla vita attraverso la crocefissione di Cristo l’uomo è libero dal peccato e la sua coscienza resta ormai totalmente e indissolubilmente legata al Padre, al Figlio, allo Spirito santo” (pag. 184s) e con S. Paolo e la Didachè prega: Marana’ ta’, Signore, vieni!

Gli ultimi tre capitoli hanno lo stile di una documentazione. La conversione di Zolli, rabbino capo della sinagoga di Roma, aveva creato non solo sorpresa tra gli ebrei della capi-tale, ma anche indignazione, accusa di tradimento, che sfociò in calunnie, quasi che egli avesse pensato a salvare se stesso e la sua famiglia e si fosse disinteressato della comunità ebraica durante l’occupazione nazista. Di fatto Zolli, che conosceva bene la lingua tedesca ed altre lingue aveva contatti con molte sinagoghe anche estere, fu preveggente nel capire le conseguenze dell’occupazione di Roma da parte dei tedeschi e intervenne presso personalità ebraiche autorevoli, che dirigevano uffici importanti del governo fascista ed erano legate a personaggi del regime, perché diffidassero delle assicurazioni provenienti dai ranghi del partito, ma non fu creduto. Zolli riporta un’ampia documentazione ufficiale, che dimostra la falsità delle accuse e rivendica il suo operato a favore dei suoi correligionari durante tutto il periodo terribile dell’occupazione nazista di Roma. Termina con un elogio dell’attività di Pio XII e dei padri Gesuiti per la salvezza di singoli e di gruppi di ebrei.

Il diario termina qui, Zolli non parla della sua conversione, del battesimo, né degli undici anni della vita dopo la conversione. Ora nel testo è riportato un breve capitolo in appendice, tradotto dall’inglese. Quest’appendice era stata pubblicata nell’edizione inglese del 1954, al curatore è sembrato opportuno aggiungerla all’edizione italiana. Zolli confessa che ogni conversione è avvolta nel mistero della grazia di Dio, e anche la sua, tuttavia rivede un cammino che in qualche modo ha preparato la risposta alla chiamata. Tutti gli riconoscevano una spiccata capacità riflessiva e una predisposizione al misticismo, anche se lui confessa di non averne avuta mai consapevolezza. Gli studi rabbinici, la lettura dell’Antico Testamento, del Talmud particolarmente delle parti midraschiche e soprattutto dello Zohar, gli hanno aperto l’anima verso una luce superiore, che ha trovato nel vangelo e nella persona di Gesù. Gesù era diventato il centro della sua vita, tutta la sua anima, in famiglia non si parlava che di Gesù. La chiamata avvenne quasi in forma visiva nel giorno della festa del Kippur, giorno dell’espiazione, di digiuno, di preghiera e di liturgia. Mentre presiedeva nella sinagoga il culto ebbe due momenti mistici. Scrive: “Iniziai a sentire come se una nebbia stesse insinuandosi nella mia anima: divenne più densa, e persi interamente il contatto con gli uomini e le cose attorno a me. Una candela, pressoché consumata, bruciava nel suo candeliere vicino a me. Appena la cera si fu liquefatta sul suo candeliere, la piccola fiamma brillò in una più grande, balzando verso il cielo. Rimasi affascinato dalla vista di ciò… La lingua di fuoco si agitava e si contorceva, tormentata; e la mia anima vi partecipava, soffriva… Subito dopo vidi con l’occhio della mente un prato stendersi in alto, con erba luminosa ma senza fiori. In questo prato vidi Gesù Cristo vestito con un mantello bianco, e oltre il suo capo il cielo blu. Provai la più grande pace interiore… Dentro il mio cuore trovai le parole: “Tu sei qui per l’ultima volta”. Le presi in considerazione con la più grande serenità di spirito e senza alcuna particolare emozione. La replica del mio cuore fu: “Così sia, così sarà, così deve essere”. Due momenti intensi distinti ma congiunti, il primo segnava la fine del suo tormento che sfociava in alto verso il cielo, il secondo la chiamata di colui che era diventato tutt’uno col suo cuore e lo invitava all’ultimo passo. Di fatti scrive Zolli: “Fu alcuni giorni dopo questi fatti che rinunciai al mio incarico in seno alla comunità ebraica e andai da un prete… per ricevere l’insegnamento cristiano… il 13 febbraio ricevetti il battesimo e venni incorporato nella Chiesa Cattolica, il corpo di Gesù Cristo” (pag. 274-75).

 

 

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GABRIELE MIOLA fa recensione del libro in FIRMANA anno 2003 nn. 32\33

JEAN CABAUD, Il rabbino che si arrese a Cristo. La storia di Eugenio Zolli rabbino capo a Roma durante la seconda guerra mondiale, Edizioni S. Paolo, Cinisello Balsamo (MI), 2002 pp.120.

\\qui di seguito un’altra diversa recensione per un libro dello Zolli \\

Questo titolo <della Cabaud> mi ha incuriosito, ho acquistato il libro e l’ho letto d’un fiato. Ricordavo il nome di Zolli dall’anno propedeutico alla teologia (1953- 54), nelle lezioni del corso di Apologetica. La conversione di Zolli, rabbino capo della sinagoga di Roma, nel 1945 aveva suscitato scalpore; ne sentii parlare ancora qualche rara volta negli anni di teologia alla Lateranense (54-58) e del Biblico (58-61), ma non avevo mai avuto l’opportunità di conoscerne la vita. Questo libretto della Cabaud, anch’essa ebrea convertita, me ne ha data l’occasione.

Questo libretto non è una biografia critica, è piuttosto una testimonianza. Scrive Messori nella presentazione: “Judith Cabaud non ha alcuna pretesa di porsi accanto alle opere della storiografia professionale. Molte cose, qui, sono soltanto accennate; molte altre necessitano di un approfondimento sulla base di una documentazione più vasta … L’autrice ha inteso il suo lavoro soprattutto come una testimonianza” (pag. 9).

Il lavoro della Cabaud sottolinea soprattutto il cammino spirituale di Zolli, che lo portò a vedere in Gesù e quindi nel cristianesimo la continuità e la pienezza delle Scritture ebraiche. Zolli infatti non si considerava “convertito, ma arrivato”.

Ecco alcuni dati biografici, desunti dal libro dalla Cabaud. Zolli nasce a Brody, città ai confini dell’impero austro-ungarico verso la Galizia polacca, ultimo di sei figli della famiglia Zoller (Zolli è cognome italianizzato) il 17 settembre 1881, ebbe il nome di Israel. La famiglia è benestante, il padre possiede una fabbrica a Lods (Polonia), ma quando quella zona della Polonia passò sotto l’amministrazione zarista, le fabbriche di proprietari stranieri vennero soppresse e la famiglia Zoller fu ridotta in povertà e si spostò a Lvov. Fece studi classici, ma con passione si dedicò anche a studi religiosi leggendo soprattutto la letteratura ebraica midrashica. Ottenne il “diploma di Maestro di religione”, che gli apriva la strada agli studi per la carriera di rabbino; lesse Maimonide, ma disdegnava tutta la casistica delle scuole rabbiniche; si appassionava a leggere Isaia e si aprì alla lettura del Nuovo Testamento e la Cabaud riporta una bella espressione dalle sue memorie: “Tutto questo mi sbalordiva: il Nuovo Testamento è, in effetti, un Testamento nuovo!” Nel 1904, morta la mamma, che gli aveva inculcato la passione per gli studi religiosi e per la quale nutriva una grande venerazione, lasciò la famiglia (che non rivedrà più) e si iscrisse all’Università di Vienna, ma per il serpeggiante antisemitismo, dopo pochi mesi lasciò l’Austria e venne in Italia. Si stabilì a Firenze dove si iscrisse alla facoltà di Filosofia presso l’Università statale e all’Istituto degli Alti Studi del Collegio rabbinico. Nel 1913 viene nominato vice-rabbino della città di Trieste e in quell’anno sposò Adele Litwak originaria di Lvov. Si ritrova così in ambito austro-ungarico, ma la lunga permanenza a Firenze l’aveva fatto innamorare dell’Italia e durante la guerra del ‘15-18, per i suoi sentimenti italiani, fu guardato a vista dalla polizia austriaca, ma egli si occupò prevalentemente, oltre che dei suoi compiti di vice-rabbino, dell’assistenza ai profughi ebrei cacciati dai paesi dell’est d’influenza russa. Dal 1918 al 1938 fu rabbino capo della sinagoga di Trieste ormai con cittadinanza italiana. Furono anni di intensa attività, ma soprattutto di studio e in particolare di confronto tra la tradizione ebraica e l’ebreo Gesù di Nazareth. Scrisse molti articoli e saggi per riviste italiane e tedesche, ma soprattutto pubblicò due opere significative: nel 1935 Israele: uno studio storico e religioso e nel 1938 II Nazareno. La Cabaud vede in queste due opere il grande cammino del rabbino verso una visione nuova che supera l’impostazione ebraica della pratica della legge e riporta questa frase di Zolli: “La Legge insegna ed indica il cammino; la corsa verso Dio passa attraverso la propria volontà. Conoscere è amare; noi amiamo con il cuore e non attraverso nozioni ricevute da fuori” (pag.37). Zolli ormai vede una continuità tra Antico e Nuovo Testamento. Gesù diventa sempre di più il personaggio di cui spesso si parla in casa. Intanto in Germania s’era scatenata la follia nazista contro gli Ebrei, ma anche in Italia, dopo un primo momento in cui Mussolini condannò la persecuzione di Hitler contro gli Ebrei, presto con le leggi razziali prima e con il patto d’acciaio poi (1938-39) gli Ebrei si trovarono in clima di persecuzione e di guerra. Il rabbino Zolli si prodigò in mille modi per aiutare Ebrei in difficoltà: da una parte favorendone la fuoriuscita verso la Palestina, dall’altra intervenendo presso le autorità, tanto che si meritò l’appellativo di rabbino buono.

Nel 1940 la comunità israelitica di Roma chiama Zolli ad occupare il posto vacante di Gran Rabbino. Zolli accettò e si trasferì nella capitale. Il libro della Cabaud si ferma a descrivere l’attività di Zolli in questi anni drammatici 1940-44 per la comunità ebraica della capitale, particolarmente il periodo dell’occupazione nazista di Roma dopo la caduta del fascismo del 9 settembre del 1943: emerge una figura di Zolli uomo di fede, di preghiera, ma anche di attività diplomatica, di interventi presso le autorità di Roma e del Vaticano, di aiuto ai correligionari ebrei, fino a quando i tedeschi eliminarono i rabbini di Genova, Firenze, Bologna e allora Zolli, su cui era stata posta una taglia di trecentomila lire, fu costretto con la sua famiglia a trovar ospitalità e rifugio in una famiglia cristiana fino all’arrivo degli alleati a Roma nel giugno del ‘44.

Zolli, con l’occupazione nazista di Roma, aveva perso la cittadinanza italiana e la funzione di Gran Rabbino della capitale, il 21 settembre dello stesso anno 44, con decreto ministeriale gli fu ridata la cittadinanza italiana e fu confermato Gran Rabbino della Comunità ebraica di Roma. L’esperienza della guerra, le leggi razziali di Mussolini, la persecuzione nazista a Roma gli fecero meditare sempre di più il profeta Isaia e particolarmente i carmi del servo. Ormai nel cuore del rabbino prendeva sempre più posto la figura di Gesù. Nell’autunno del 44 mentre presiedeva la liturgia del Yom Kippur, il giorno del grande perdono, nella sinagoga ebbe una grande esperienza mistica. L’autrice del libro riporta dalla autobiografia di Zolli questa testimonianza: “D’improvviso, con gli occhi dello spirito, vidi una grande prateria e, in piedi, in mezzo all’erba verde c’era Gesù Cristo rivestito di un manto bianco; sopra di Lui il cielo era tutto blu. A quella vista provai una pace indicibile… Allora in fondo al cuore sentii queste parole: Sei qui per l’ultima volta. D’ora in poi seguirai me! Le accolsi con la massima serenità e il mio cuore rispose immediatamente: Così sia, così è, così deve essere”.

Nel Gennaio del 1945 gli fu chiesto di riorganizzare il Collegio Rabbinico di Roma, cioè il centro degli studi ebraici, ma non accettò; ormai si stava aprendo un’altra strada davanti ai suoi occhi sempre più pieni della figura di Gesù il Nazareno. Prese contatto con padre Dezza, noto professore della Gregoriana e cominciò la sua preparazione al battesimo, che ricevette da monsignor Traglia il 13 febbraio 1945 e volle prendere il nome di Eugenio in onore di papa Pio XII, Eugenio Pacelli. Con lui fu battezzata anche la moglie Emma; la figlia Miriam seguì i genitori dopo un anno.

Negli ultimi tre brevi capitoli la Cabaud segue Zolli negli ultimi anni della sua vita. Morì a Roma il 2 marzo 1956 all’età di 74 anni. Entrando nella Chiesa, Zolli perse tutto, casa e stipendio, ma soprattutto fu oggetto di calunnie e denigrazione da parte degli Ebrei non solo di Roma, ma anche dell’ebraismo internazionale, fu trattato da apostata e scomunicato. Si ritrovò in estrema povertà, ma l’accettò volentieri; fu aiutato da padre Dezza e papa Pacelli volle che tenesse dei corsi all’Istituto Biblico e alla Gregoriana, fu chiamato a tenere qualche corso anche all’Università di Roma. Zolli non considerò mai il suo battesimo una conversione, ma l’approdo di una lunga navigazione: erano state le Scritture ebraiche che l’avevano portato alla fede in Gesù come conclusione di un cammino ininterrotto, il Nuovo Testamento non è che la continuazione, il compimento della promessa fatti ai padri. Sofia Cavalletti, nota per i suoi studi sulla patristica, sulla liturgia antica e sull’ebraismo, che fu sua assistente all’Università, gli rende questa testimonianza: “Lo scopo principale della sua vita era quello di insegnare che dall’Antico al Nuovo Testamento…c’è un lento cammino dello spirito verso le mete più elevate” (pag. 104).

Messori nella prefazione a questo libro lamenta che quella di Zolli sia una figura dimenticata, non solo (del resto comprensibile) presso gli Ebrei, ma anche preso i cattolici; si augura che dopo la traduzione in italiano e la pubblicazione di questo scritto della Cabaud possano riprendere gli studi su Zolli in maniera scientifica e si approfondisca quel motivo costante che ricorreva spesso sulla bocca e si ritrova negli scritti di Zolli che Antico e Nuovo Testamento formano un’unità. E un dato fondamentale della fede e della teologia cristiana e vale la pena approfondire come l’abbia scoperto nella vita, nello studio e negli scritti Eugenio Zolli.

Edito in FIRMANA nn.32\33 a. 2002

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EUGENIO ZOLLI, Prima dell’alba. A cura di Alberto Latorre. Ediz. San Paolo, Cinisello Balsamo (MI) 2004 pagg. 284

 

Le edizioni San Paolo hanno pubblicato nel 2002 su Eugenio Zolli il volume di J. Cabaud, Il rabbino che si arrese a Dio. La storia di Eugenio Zolli rabbino capo a Roma durante la seconda guerra mondiale (cfr.recensione in Firmana nn. 32-33). Ora viene opportuna la pubblicazione dell’autobiografia di Zolli. In copertina dopo il titolo Prima dell’alba c’è scritto, come sottotitolo: ”Autobiografia autorizzata”, mentre in prima pagina non c’è. Se è un’autobiografia certamente chi l’autorizza è l’autore, ma in questo caso l’autobiografia per la prima volta fu pubblicata in inglese col titolo Before the Down (Prima dell’alba) in occasione di un viaggio di Zolli in America. Si pensava quindi che lo scritto originale fosse in inglese. Invece è stato ritrovato il dattiloscritto in italiano e quindi c’è la certezza che l’inglese è una traduzione; nel “Congedo” del diario ringrazia “le reverende madri Williamson e Maranzana” che hanno curato la versione in inglese. Poiché tra il testo inglese e il dattiloscritto in italiano ci sono delle varianti, ad esempio, capitoli spostati ed altro, gli eredi hanno autorizzato la pubblicazione dell’originale italiano. Questo è precisato nella nota premessa al libro dal curatore del libro A. Latorre.

Queste le tappe principali della vita di Zolli. Nasce il 17 settembre 1881 a Brody, cittadina oggi nella Polonia, allora ai confini nord-ovest dell’impero austro-ungarico. Gli fu messo nome Israel. La sua lingua madre è quindi il tedesco. Quando Brody passò sotto l’amministrazione zarista, la famiglia si spostò a Leopoli, dove Zolli seguì studi classici e rabbinici. Nel 1904, dopo la morte dei genitori, lasciò la famiglia e si iscrisse all’università di Vienna dove rimase appena un semestre. Venne quindi a Firenze e si iscrisse alla facoltà di filosofia e contemporaneamente al Collegio Rabbinico Italiano. Completò gli studi con la laurea in filosofia all’università statale e con il titolo di rav (rabbino, maestro) al collegio rabbinico. Nel 1911 fu nominato vice-rabbino alla sinagoga di Trieste e nel 1913 rabbino e si ritrovò quindi in ambito austriaco; vi rimase fino al 1939. In quell’anno fu nominato rabbino capo della sinagoga di Roma. Qui visse tutta la tragedia degli ebrei di Roma nella bufera dell’occupazione nazista in Italia a seguito delle leggi razziali fasciste e della persecuzione tedesca contro gli ebrei nella capitale. Nel 1945 maturò la sua conversione al cristianesimo e il 13 febbraio ricevette il battesimo. Morì il 2 marzo 1956.

Quella di Zolli è un’autobiografia molto scarna di elementi cronologici e narrativi, ricca invece di considerazioni di carattere religioso, filosofico e teologico.

Del periodo a Brody ricorda la profonda religiosità della mamma e alcuni episodi come quando s’imbatté con un contadino che aveva sovraccaricato il suo cavallo, tanto che scivolò sul ghiaccio e il cavallo cadde; il ragazzo Israel si mise ad aiutare il povero contadino per far rialzare l’animale e per raccattare il carico. Tornò a casa in ritardo sul consueto orario e si ebbe dei rimproveri, ma tacque sull’opera buona che aveva fatto. Un altro episodio: un compagno s’era portato a scuola la boccettina dell’inchiostro vuota, ne chiese a Israel che gliene diede; il compagno, per averne di più, spinse improvvisamente il gomito di Israel, ma l’inchiostro fuoriuscì e gli macchiò il vestito e lo sporcò tutto. Zolli ricordando l’episodio scrive: “Non ero né indignato, né adirato; non sentivo per lui né odio né disprezzo. Non mi passò nemmeno per l’anticamera del cervello l’idea di denunciarlo al maestro. Non posso neppure dire di avergli perdonato. Nulla di tutto ciò. Per me il ragazzo era diventato una specie di non essere” (pag. 41). Tornato a casa raccontò tutto alla mamma, che lo consolò con tenerezza. Piccoli episodi che rivelano un temperamento calmo, un animo buono, ma anche fermo. Descrive particolarmente l’amico Stanislao presso cui andava spesso per passar del tempo e fare i compiti di scuola; ammirava questo compagno e la sua mamma, vedova, dolce, laboriosa, piena d’affetto verso il figlio per il quale non c’era mai bisogno di alzare la voce e tanto meno le mani. Avevano una casa semplice, ma dignitosa, c’era una grande stanza con alla parete un crocefisso e Israel lo guardava spesso quasi in contemplazione e si poneva interrogativi. Scrive: “Perché ‘questo’ fu crocefisso? Era cattivo? Oh che si crocefiggono tutti i cattivi? Se poi, fosse stato più cattivo degli altri, proprio tanto cattivo, perché tanta, proprio tanta gente lo segue? E perché le signore di mia madre … che pur seguono questo crocefisso sono tanto buone? La faccenda delle signore cominciava a divenire a sua volta uno strano ‘perché’. Come mai Stanislao e sua mamma, pure seguaci e adoratori di ‘questo’, sono tanto buoni? Perché noi ragazzi diventiamo così ‘diversi’ al cospetto di ‘questo’, e nella vicinanza di Stanislao e di sua madre?” (pag. 51). I corsivi sono originali <r.- aggiunti segni ‘ ’>, non nomina mai Gesù, ma questo personaggio diventa sempre più importante per lui. Le domande che il ragazzo Israel si poneva preludono ad un atteggiamento della vita che lo porta ad interrogarsi sugli uomini, i loro atteggiamenti, la loro fede e le loro pratiche religiose e forse sono un preludio ad interrogativi più profondi che insorgeranno nella maturità della vita con lo studio e un’attività attenta ai bisogni delle persone della propria religione e degli altri.

Del periodo degli studi all’università di Firenze e al Collegio rabbinico e poi della sua attività di rabbino a Trieste non racconta episodi, ma lascia trasparire una vita intensa caratterizzata da una forte tensione nel suo lavoro e una costante riflessione sui testi biblici non solo dell’Antico Testamento e del Talmud, ma anche sui testi del Nuovo Testamento: s’interroga sul ‘mistero’ della figura del servo di Dio nel profeta Isaia, sulla cultura giudaica e quella greca, sulla sete di Dio che traspare dai salmi, sul dialogo tra l’anima e Dio, l’io e Lui, s’interroga sulla sofferenza di Dio e la tristezza del Signore, sui vangeli e la persona di Gesù. Affronta la figura di Paolo ebreo e di Paolo cristiano e la posizione dell’apostolo nei confronti della Torah. Si appassiona nell’approfondire il cammino di ebrei arrivati alle soglie del cristianesimo come il filosofo Bergson. In maniera velata, perché descrive la sete che l’anima ha di Dio quando l’uomo ne è lontano, ma vi tende con tutte le forze e sente vibrare nel suo essere un’attrazione divina, descrive la sua tensione e il suo cammino. Scrive: “la sua anima stanca lo scorge dapprima flebilmente, si dibatte ancora nel dubbio. Ma poi si aggrappa disperatamente a lui e si lascia trascinare per una via estatica. E salendo di altezza in altezza, in quali sfere meravigliose viene condotta! “(pag. 133).

A partire dal capitolo Prima dell’alba, senza che il testo offra dati cronologici, si capisce che Zolli ormai si trova a Roma, con l’incarico di rabbino capo della sinagoga della capitale e le pagine del diario sono la memoria del suo travaglio interiore e del suo cammino verso Cristo, Si domanda se la conversione sia un’infedeltà alle origini, un tradire l’ebraismo e risponde a se stesso che è come la fioritura della primavera; ricorda la conversione di alcuni amici, richiama la figura di Edith Stein, della dottoressa Meirowsky, meno conosciuta della Stein, anch’essa ebrea convertita divenuta suora e morta martire nella persecuzione nazista, si ferma a lungo a descrivere la personalità, l’opera e il martirio di Massimiliano Kolbe, legge gli scritti delle origine cristiane, come la Didachè, nei quali vede continuità e novità nel passaggio dal giudaismo al cristianesimo, riflette sul concetto di coscienza e fede nelle lettere di S. Paolo e scrive: “ La coscienza non attinge la sua forza dalla legge, la quale spirituale e santa diletta la mente, resta pur tuttavia annullata (anche se assimilata) dal corpo di peccato, che è morte. L’uomo muore assieme al peccato attraverso il battesimo nella morte di Cristo. Risorto alla vita attraverso la crocefissione di Cristo l’uomo è libero dal peccato e la sua coscienza resta ormai totalmente e indissolubilmente legata al Padre, al Figlio, allo Spirito santo” (pag. 184s) e con S. Paolo e la Didachè prega: Marana’ ta’, Signore, vieni!

Gli ultimi tre capitoli hanno lo stile di una documentazione. La conversione di Zolli, rabbino capo della sinagoga di Roma, aveva creato non solo sorpresa tra gli ebrei della capi-tale, ma anche indignazione, accusa di tradimento, che sfociò in calunnie, quasi che egli avesse pensato a salvare se stesso e la sua famiglia e si fosse disinteressato della comunità ebraica durante l’occupazione nazista. Di fatto Zolli, che conosceva bene la lingua tedesca ed altre lingue aveva contatti con molte sinagoghe anche estere, fu preveggente nel capire le conseguenze dell’occupazione di Roma da parte dei tedeschi e intervenne presso personalità ebraiche autorevoli, che dirigevano uffici importanti del governo fascista ed erano legate a personaggi del regime, perché diffidassero delle assicurazioni provenienti dai ranghi del partito, ma non fu creduto. Zolli riporta un’ampia documentazione ufficiale, che dimostra la falsità delle accuse e rivendica il suo operato a favore dei suoi correligionari durante tutto il periodo terribile dell’occupazione nazista di Roma. Termina con un elogio dell’attività di Pio XII e dei padri Gesuiti per la salvezza di singoli e di gruppi di ebrei.

Il diario termina qui, Zolli non parla della sua conversione, del battesimo, né degli undici anni della vita dopo la conversione. Ora nel testo è riportato un breve capitolo in appendice, tradotto dall’inglese. Quest’appendice era stata pubblicata nell’edizione inglese del 1954, al curatore è sembrato opportuno aggiungerla all’edizione italiana. Zolli confessa che ogni conversione è avvolta nel mistero della grazia di Dio, e anche la sua, tuttavia rivede un cammino che in qualche modo ha preparato la risposta alla chiamata. Tutti gli riconoscevano una spiccata capacità riflessiva e una predisposizione al misticismo, anche se lui confessa di non averne avuta mai consapevolezza. Gli studi rabbinici, la lettura dell’Antico Testamento, del Talmud particolarmente delle parti midraschiche e soprattutto dello Zohar, gli hanno aperto l’anima verso una luce superiore, che ha trovato nel vangelo e nella persona di Gesù. Gesù era diventato il centro della sua vita, tutta la sua anima, in famiglia non si parlava che di Gesù. La chiamata avvenne quasi in forma visiva nel giorno della festa del Kippur, giorno dell’espiazione, di digiuno, di preghiera e di liturgia. Mentre presiedeva nella sinagoga il culto ebbe due momenti mistici. Scrive: “Iniziai a sentire come se una nebbia stesse insinuandosi nella mia anima: divenne più densa, e persi interamente il contatto con gli uomini e le cose attorno a me. Una candela, pressoché consumata, bruciava nel suo candeliere vicino a me. Appena la cera si fu liquefatta sul suo candeliere, la piccola fiamma brillò in una più grande, balzando verso il cielo. Rimasi affascinato dalla vista di ciò… La lingua di fuoco si agitava e si contorceva, tormentata; e la mia anima vi partecipava, soffriva… Subito dopo vidi con l’occhio della mente un prato stendersi in alto, con erba luminosa ma senza fiori. In questo prato vidi Gesù Cristo vestito con un mantello bianco, e oltre il suo capo il cielo blu. Provai la più grande pace interiore… Dentro il mio cuore trovai le parole: “Tu sei qui per l’ultima volta”. Le presi in considerazione con la più grande serenità di spirito e senza alcuna particolare emozione. La replica del mio cuore fu: “Così sia, così sarà, così deve essere”. Due momenti intensi distinti ma congiunti, il primo segnava la fine del suo tormento che sfociava in alto verso il cielo, il secondo la chiamata di colui che era diventato tutt’uno col suo cuore e lo invitava all’ultimo passo. Di fatti scrive Zolli: “Fu alcuni giorni dopo questi fatti che rinunciai al mio incarico in seno alla comunità ebraica e andai da un prete… per ricevere l’insegnamento cristiano… il 13 febbraio ricevetti il battesimo e venni incorporato nella Chiesa Cattolica, il corpo di Gesù Cristo” (pag. 274-75).

 

 

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GABRIELE MIOLA fa recensione del libro in FIRMANA anno 2003 nn. 32\33

JEAN CABAUD, Il rabbino che si arrese a Cristo. La storia di Eugenio Zolli rabbino capo a Roma durante la seconda guerra mondiale, Edizioni S. Paolo, Cinisello Balsamo (MI), 2002 pp.120.

\\qui di seguito un’altra diversa recensione per un libro dello Zolli \\

Questo titolo <della Cabaud> mi ha incuriosito, ho acquistato il libro e l’ho letto d’un fiato. Ricordavo il nome di Zolli dall’anno propedeutico alla teologia (1953- 54), nelle lezioni del corso di Apologetica. La conversione di Zolli, rabbino capo della sinagoga di Roma, nel 1945 aveva suscitato scalpore; ne sentii parlare ancora qualche rara volta negli anni di teologia alla Lateranense (54-58) e del Biblico (58-61), ma non avevo mai avuto l’opportunità di conoscerne la vita. Questo libretto della Cabaud, anch’essa ebrea convertita, me ne ha data l’occasione.

Questo libretto non è una biografia critica, è piuttosto una testimonianza. Scrive Messori nella presentazione: “Judith Cabaud non ha alcuna pretesa di porsi accanto alle opere della storiografia professionale. Molte cose, qui, sono soltanto accennate; molte altre necessitano di un approfondimento sulla base di una documentazione più vasta … L’autrice ha inteso il suo lavoro soprattutto come una testimonianza” (pag. 9).

Il lavoro della Cabaud sottolinea soprattutto il cammino spirituale di Zolli, che lo portò a vedere in Gesù e quindi nel cristianesimo la continuità e la pienezza delle Scritture ebraiche. Zolli infatti non si considerava “convertito, ma arrivato”.

Ecco alcuni dati biografici, desunti dal libro dalla Cabaud. Zolli nasce a Brody, città ai confini dell’impero austro-ungarico verso la Galizia polacca, ultimo di sei figli della famiglia Zoller (Zolli è cognome italianizzato) il 17 settembre 1881, ebbe il nome di Israel. La famiglia è benestante, il padre possiede una fabbrica a Lods (Polonia), ma quando quella zona della Polonia passò sotto l’amministrazione zarista, le fabbriche di proprietari stranieri vennero soppresse e la famiglia Zoller fu ridotta in povertà e si spostò a Lvov. Fece studi classici, ma con passione si dedicò anche a studi religiosi leggendo soprattutto la letteratura ebraica midrashica. Ottenne il “diploma di Maestro di religione”, che gli apriva la strada agli studi per la carriera di rabbino; lesse Maimonide, ma disdegnava tutta la casistica delle scuole rabbiniche; si appassionava a leggere Isaia e si aprì alla lettura del Nuovo Testamento e la Cabaud riporta una bella espressione dalle sue memorie: “Tutto questo mi sbalordiva: il Nuovo Testamento è, in effetti, un Testamento nuovo!” Nel 1904, morta la mamma, che gli aveva inculcato la passione per gli studi religiosi e per la quale nutriva una grande venerazione, lasciò la famiglia (che non rivedrà più) e si iscrisse all’Università di Vienna, ma per il serpeggiante antisemitismo, dopo pochi mesi lasciò l’Austria e venne in Italia. Si stabilì a Firenze dove si iscrisse alla facoltà di Filosofia presso l’Università statale e all’Istituto degli Alti Studi del Collegio rabbinico. Nel 1913 viene nominato vice-rabbino della città di Trieste e in quell’anno sposò Adele Litwak originaria di Lvov. Si ritrova così in ambito austro-ungarico, ma la lunga permanenza a Firenze l’aveva fatto innamorare dell’Italia e durante la guerra del ‘15-18, per i suoi sentimenti italiani, fu guardato a vista dalla polizia austriaca, ma egli si occupò prevalentemente, oltre che dei suoi compiti di vice-rabbino, dell’assistenza ai profughi ebrei cacciati dai paesi dell’est d’influenza russa. Dal 1918 al 1938 fu rabbino capo della sinagoga di Trieste ormai con cittadinanza italiana. Furono anni di intensa attività, ma soprattutto di studio e in particolare di confronto tra la tradizione ebraica e l’ebreo Gesù di Nazareth. Scrisse molti articoli e saggi per riviste italiane e tedesche, ma soprattutto pubblicò due opere significative: nel 1935 Israele: uno studio storico e religioso e nel 1938 II Nazareno. La Cabaud vede in queste due opere il grande cammino del rabbino verso una visione nuova che supera l’impostazione ebraica della pratica della legge e riporta questa frase di Zolli: “La Legge insegna ed indica il cammino; la corsa verso Dio passa attraverso la propria volontà. Conoscere è amare; noi amiamo con il cuore e non attraverso nozioni ricevute da fuori” (pag.37). Zolli ormai vede una continuità tra Antico e Nuovo Testamento. Gesù diventa sempre di più il personaggio di cui spesso si parla in casa. Intanto in Germania s’era scatenata la follia nazista contro gli Ebrei, ma anche in Italia, dopo un primo momento in cui Mussolini condannò la persecuzione di Hitler contro gli Ebrei, presto con le leggi razziali prima e con il patto d’acciaio poi (1938-39) gli Ebrei si trovarono in clima di persecuzione e di guerra. Il rabbino Zolli si prodigò in mille modi per aiutare Ebrei in difficoltà: da una parte favorendone la fuoriuscita verso la Palestina, dall’altra intervenendo presso le autorità, tanto che si meritò l’appellativo di rabbino buono.

Nel 1940 la comunità israelitica di Roma chiama Zolli ad occupare il posto vacante di Gran Rabbino. Zolli accettò e si trasferì nella capitale. Il libro della Cabaud si ferma a descrivere l’attività di Zolli in questi anni drammatici 1940-44 per la comunità ebraica della capitale, particolarmente il periodo dell’occupazione nazista di Roma dopo la caduta del fascismo del 9 settembre del 1943: emerge una figura di Zolli uomo di fede, di preghiera, ma anche di attività diplomatica, di interventi presso le autorità di Roma e del Vaticano, di aiuto ai correligionari ebrei, fino a quando i tedeschi eliminarono i rabbini di Genova, Firenze, Bologna e allora Zolli, su cui era stata posta una taglia di trecentomila lire, fu costretto con la sua famiglia a trovar ospitalità e rifugio in una famiglia cristiana fino all’arrivo degli alleati a Roma nel giugno del ‘44.

Zolli, con l’occupazione nazista di Roma, aveva perso la cittadinanza italiana e la funzione di Gran Rabbino della capitale, il 21 settembre dello stesso anno 44, con decreto ministeriale gli fu ridata la cittadinanza italiana e fu confermato Gran Rabbino della Comunità ebraica di Roma. L’esperienza della guerra, le leggi razziali di Mussolini, la persecuzione nazista a Roma gli fecero meditare sempre di più il profeta Isaia e particolarmente i carmi del servo. Ormai nel cuore del rabbino prendeva sempre più posto la figura di Gesù. Nell’autunno del 44 mentre presiedeva la liturgia del Yom Kippur, il giorno del grande perdono, nella sinagoga ebbe una grande esperienza mistica. L’autrice del libro riporta dalla autobiografia di Zolli questa testimonianza: “D’improvviso, con gli occhi dello spirito, vidi una grande prateria e, in piedi, in mezzo all’erba verde c’era Gesù Cristo rivestito di un manto bianco; sopra di Lui il cielo era tutto blu. A quella vista provai una pace indicibile… Allora in fondo al cuore sentii queste parole: Sei qui per l’ultima volta. D’ora in poi seguirai me! Le accolsi con la massima serenità e il mio cuore rispose immediatamente: Così sia, così è, così deve essere”.

Nel Gennaio del 1945 gli fu chiesto di riorganizzare il Collegio Rabbinico di Roma, cioè il centro degli studi ebraici, ma non accettò; ormai si stava aprendo un’altra strada davanti ai suoi occhi sempre più pieni della figura di Gesù il Nazareno. Prese contatto con padre Dezza, noto professore della Gregoriana e cominciò la sua preparazione al battesimo, che ricevette da monsignor Traglia il 13 febbraio 1945 e volle prendere il nome di Eugenio in onore di papa Pio XII, Eugenio Pacelli. Con lui fu battezzata anche la moglie Emma; la figlia Miriam seguì i genitori dopo un anno.

Negli ultimi tre brevi capitoli la Cabaud segue Zolli negli ultimi anni della sua vita. Morì a Roma il 2 marzo 1956 all’età di 74 anni. Entrando nella Chiesa, Zolli perse tutto, casa e stipendio, ma soprattutto fu oggetto di calunnie e denigrazione da parte degli Ebrei non solo di Roma, ma anche dell’ebraismo internazionale, fu trattato da apostata e scomunicato. Si ritrovò in estrema povertà, ma l’accettò volentieri; fu aiutato da padre Dezza e papa Pacelli volle che tenesse dei corsi all’Istituto Biblico e alla Gregoriana, fu chiamato a tenere qualche corso anche all’Università di Roma. Zolli non considerò mai il suo battesimo una conversione, ma l’approdo di una lunga navigazione: erano state le Scritture ebraiche che l’avevano portato alla fede in Gesù come conclusione di un cammino ininterrotto, il Nuovo Testamento non è che la continuazione, il compimento della promessa fatti ai padri. Sofia Cavalletti, nota per i suoi studi sulla patristica, sulla liturgia antica e sull’ebraismo, che fu sua assistente all’Università, gli rende questa testimonianza: “Lo scopo principale della sua vita era quello di insegnare che dall’Antico al Nuovo Testamento…c’è un lento cammino dello spirito verso le mete più elevate” (pag. 104).

Messori nella prefazione a questo libro lamenta che quella di Zolli sia una figura dimenticata, non solo (del resto comprensibile) presso gli Ebrei, ma anche preso i cattolici; si augura che dopo la traduzione in italiano e la pubblicazione di questo scritto della Cabaud possano riprendere gli studi su Zolli in maniera scientifica e si approfondisca quel motivo costante che ricorreva spesso sulla bocca e si ritrova negli scritti di Zolli che Antico e Nuovo Testamento formano un’unità. E un dato fondamentale della fede e della teologia cristiana e vale la pena approfondire come l’abbia scoperto nella vita, nello studio e negli scritti Eugenio Zolli.

Edito in FIRMANA nn.32\33 a. 2002

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EUGENIO ZOLLI, Prima dell’alba. A cura di Alberto Latorre. Ediz. San Paolo, Cinisello Balsamo (MI) 2004 pagg. 284

 

Le edizioni San Paolo hanno pubblicato nel 2002 su Eugenio Zolli il volume di J. Cabaud, Il rabbino che si arrese a Dio. La storia di Eugenio Zolli rabbino capo a Roma durante la seconda guerra mondiale (cfr.recensione in Firmana nn. 32-33). Ora viene opportuna la pubblicazione dell’autobiografia di Zolli. In copertina dopo il titolo Prima dell’alba c’è scritto, come sottotitolo: ”Autobiografia autorizzata”, mentre in prima pagina non c’è. Se è un’autobiografia certamente chi l’autorizza è l’autore, ma in questo caso l’autobiografia per la prima volta fu pubblicata in inglese col titolo Before the Down (Prima dell’alba) in occasione di un viaggio di Zolli in America. Si pensava quindi che lo scritto originale fosse in inglese. Invece è stato ritrovato il dattiloscritto in italiano e quindi c’è la certezza che l’inglese è una traduzione; nel “Congedo” del diario ringrazia “le reverende madri Williamson e Maranzana” che hanno curato la versione in inglese. Poiché tra il testo inglese e il dattiloscritto in italiano ci sono delle varianti, ad esempio, capitoli spostati ed altro, gli eredi hanno autorizzato la pubblicazione dell’originale italiano. Questo è precisato nella nota premessa al libro dal curatore del libro A. Latorre.

Queste le tappe principali della vita di Zolli. Nasce il 17 settembre 1881 a Brody, cittadina oggi nella Polonia, allora ai confini nord-ovest dell’impero austro-ungarico. Gli fu messo nome Israel. La sua lingua madre è quindi il tedesco. Quando Brody passò sotto l’amministrazione zarista, la famiglia si spostò a Leopoli, dove Zolli seguì studi classici e rabbinici. Nel 1904, dopo la morte dei genitori, lasciò la famiglia e si iscrisse all’università di Vienna dove rimase appena un semestre. Venne quindi a Firenze e si iscrisse alla facoltà di filosofia e contemporaneamente al Collegio Rabbinico Italiano. Completò gli studi con la laurea in filosofia all’università statale e con il titolo di rav (rabbino, maestro) al collegio rabbinico. Nel 1911 fu nominato vice-rabbino alla sinagoga di Trieste e nel 1913 rabbino e si ritrovò quindi in ambito austriaco; vi rimase fino al 1939. In quell’anno fu nominato rabbino capo della sinagoga di Roma. Qui visse tutta la tragedia degli ebrei di Roma nella bufera dell’occupazione nazista in Italia a seguito delle leggi razziali fasciste e della persecuzione tedesca contro gli ebrei nella capitale. Nel 1945 maturò la sua conversione al cristianesimo e il 13 febbraio ricevette il battesimo. Morì il 2 marzo 1956.

Quella di Zolli è un’autobiografia molto scarna di elementi cronologici e narrativi, ricca invece di considerazioni di carattere religioso, filosofico e teologico.

Del periodo a Brody ricorda la profonda religiosità della mamma e alcuni episodi come quando s’imbatté con un contadino che aveva sovraccaricato il suo cavallo, tanto che scivolò sul ghiaccio e il cavallo cadde; il ragazzo Israel si mise ad aiutare il povero contadino per far rialzare l’animale e per raccattare il carico. Tornò a casa in ritardo sul consueto orario e si ebbe dei rimproveri, ma tacque sull’opera buona che aveva fatto. Un altro episodio: un compagno s’era portato a scuola la boccettina dell’inchiostro vuota, ne chiese a Israel che gliene diede; il compagno, per averne di più, spinse improvvisamente il gomito di Israel, ma l’inchiostro fuoriuscì e gli macchiò il vestito e lo sporcò tutto. Zolli ricordando l’episodio scrive: “Non ero né indignato, né adirato; non sentivo per lui né odio né disprezzo. Non mi passò nemmeno per l’anticamera del cervello l’idea di denunciarlo al maestro. Non posso neppure dire di avergli perdonato. Nulla di tutto ciò. Per me il ragazzo era diventato una specie di non essere” (pag. 41). Tornato a casa raccontò tutto alla mamma, che lo consolò con tenerezza. Piccoli episodi che rivelano un temperamento calmo, un animo buono, ma anche fermo. Descrive particolarmente l’amico Stanislao presso cui andava spesso per passar del tempo e fare i compiti di scuola; ammirava questo compagno e la sua mamma, vedova, dolce, laboriosa, piena d’affetto verso il figlio per il quale non c’era mai bisogno di alzare la voce e tanto meno le mani. Avevano una casa semplice, ma dignitosa, c’era una grande stanza con alla parete un crocefisso e Israel lo guardava spesso quasi in contemplazione e si poneva interrogativi. Scrive: “Perché ‘questo’ fu crocefisso? Era cattivo? Oh che si crocefiggono tutti i cattivi? Se poi, fosse stato più cattivo degli altri, proprio tanto cattivo, perché tanta, proprio tanta gente lo segue? E perché le signore di mia madre … che pur seguono questo crocefisso sono tanto buone? La faccenda delle signore cominciava a divenire a sua volta uno strano ‘perché’. Come mai Stanislao e sua mamma, pure seguaci e adoratori di ‘questo’, sono tanto buoni? Perché noi ragazzi diventiamo così ‘diversi’ al cospetto di ‘questo’, e nella vicinanza di Stanislao e di sua madre?” (pag. 51). I corsivi sono originali <r.- aggiunti segni ‘ ’>, non nomina mai Gesù, ma questo personaggio diventa sempre più importante per lui. Le domande che il ragazzo Israel si poneva preludono ad un atteggiamento della vita che lo porta ad interrogarsi sugli uomini, i loro atteggiamenti, la loro fede e le loro pratiche religiose e forse sono un preludio ad interrogativi più profondi che insorgeranno nella maturità della vita con lo studio e un’attività attenta ai bisogni delle persone della propria religione e degli altri.

Del periodo degli studi all’università di Firenze e al Collegio rabbinico e poi della sua attività di rabbino a Trieste non racconta episodi, ma lascia trasparire una vita intensa caratterizzata da una forte tensione nel suo lavoro e una costante riflessione sui testi biblici non solo dell’Antico Testamento e del Talmud, ma anche sui testi del Nuovo Testamento: s’interroga sul ‘mistero’ della figura del servo di Dio nel profeta Isaia, sulla cultura giudaica e quella greca, sulla sete di Dio che traspare dai salmi, sul dialogo tra l’anima e Dio, l’io e Lui, s’interroga sulla sofferenza di Dio e la tristezza del Signore, sui vangeli e la persona di Gesù. Affronta la figura di Paolo ebreo e di Paolo cristiano e la posizione dell’apostolo nei confronti della Torah. Si appassiona nell’approfondire il cammino di ebrei arrivati alle soglie del cristianesimo come il filosofo Bergson. In maniera velata, perché descrive la sete che l’anima ha di Dio quando l’uomo ne è lontano, ma vi tende con tutte le forze e sente vibrare nel suo essere un’attrazione divina, descrive la sua tensione e il suo cammino. Scrive: “la sua anima stanca lo scorge dapprima flebilmente, si dibatte ancora nel dubbio. Ma poi si aggrappa disperatamente a lui e si lascia trascinare per una via estatica. E salendo di altezza in altezza, in quali sfere meravigliose viene condotta! “(pag. 133).

A partire dal capitolo Prima dell’alba, senza che il testo offra dati cronologici, si capisce che Zolli ormai si trova a Roma, con l’incarico di rabbino capo della sinagoga della capitale e le pagine del diario sono la memoria del suo travaglio interiore e del suo cammino verso Cristo, Si domanda se la conversione sia un’infedeltà alle origini, un tradire l’ebraismo e risponde a se stesso che è come la fioritura della primavera; ricorda la conversione di alcuni amici, richiama la figura di Edith Stein, della dottoressa Meirowsky, meno conosciuta della Stein, anch’essa ebrea convertita divenuta suora e morta martire nella persecuzione nazista, si ferma a lungo a descrivere la personalità, l’opera e il martirio di Massimiliano Kolbe, legge gli scritti delle origine cristiane, come la Didachè, nei quali vede continuità e novità nel passaggio dal giudaismo al cristianesimo, riflette sul concetto di coscienza e fede nelle lettere di S. Paolo e scrive: “ La coscienza non attinge la sua forza dalla legge, la quale spirituale e santa diletta la mente, resta pur tuttavia annullata (anche se assimilata) dal corpo di peccato, che è morte. L’uomo muore assieme al peccato attraverso il battesimo nella morte di Cristo. Risorto alla vita attraverso la crocefissione di Cristo l’uomo è libero dal peccato e la sua coscienza resta ormai totalmente e indissolubilmente legata al Padre, al Figlio, allo Spirito santo” (pag. 184s) e con S. Paolo e la Didachè prega: Marana’ ta’, Signore, vieni!

Gli ultimi tre capitoli hanno lo stile di una documentazione. La conversione di Zolli, rabbino capo della sinagoga di Roma, aveva creato non solo sorpresa tra gli ebrei della capi-tale, ma anche indignazione, accusa di tradimento, che sfociò in calunnie, quasi che egli avesse pensato a salvare se stesso e la sua famiglia e si fosse disinteressato della comunità ebraica durante l’occupazione nazista. Di fatto Zolli, che conosceva bene la lingua tedesca ed altre lingue aveva contatti con molte sinagoghe anche estere, fu preveggente nel capire le conseguenze dell’occupazione di Roma da parte dei tedeschi e intervenne presso personalità ebraiche autorevoli, che dirigevano uffici importanti del governo fascista ed erano legate a personaggi del regime, perché diffidassero delle assicurazioni provenienti dai ranghi del partito, ma non fu creduto. Zolli riporta un’ampia documentazione ufficiale, che dimostra la falsità delle accuse e rivendica il suo operato a favore dei suoi correligionari durante tutto il periodo terribile dell’occupazione nazista di Roma. Termina con un elogio dell’attività di Pio XII e dei padri Gesuiti per la salvezza di singoli e di gruppi di ebrei.

Il diario termina qui, Zolli non parla della sua conversione, del battesimo, né degli undici anni della vita dopo la conversione. Ora nel testo è riportato un breve capitolo in appendice, tradotto dall’inglese. Quest’appendice era stata pubblicata nell’edizione inglese del 1954, al curatore è sembrato opportuno aggiungerla all’edizione italiana. Zolli confessa che ogni conversione è avvolta nel mistero della grazia di Dio, e anche la sua, tuttavia rivede un cammino che in qualche modo ha preparato la risposta alla chiamata. Tutti gli riconoscevano una spiccata capacità riflessiva e una predisposizione al misticismo, anche se lui confessa di non averne avuta mai consapevolezza. Gli studi rabbinici, la lettura dell’Antico Testamento, del Talmud particolarmente delle parti midraschiche e soprattutto dello Zohar, gli hanno aperto l’anima verso una luce superiore, che ha trovato nel vangelo e nella persona di Gesù. Gesù era diventato il centro della sua vita, tutta la sua anima, in famiglia non si parlava che di Gesù. La chiamata avvenne quasi in forma visiva nel giorno della festa del Kippur, giorno dell’espiazione, di digiuno, di preghiera e di liturgia. Mentre presiedeva nella sinagoga il culto ebbe due momenti mistici. Scrive: “Iniziai a sentire come se una nebbia stesse insinuandosi nella mia anima: divenne più densa, e persi interamente il contatto con gli uomini e le cose attorno a me. Una candela, pressoché consumata, bruciava nel suo candeliere vicino a me. Appena la cera si fu liquefatta sul suo candeliere, la piccola fiamma brillò in una più grande, balzando verso il cielo. Rimasi affascinato dalla vista di ciò… La lingua di fuoco si agitava e si contorceva, tormentata; e la mia anima vi partecipava, soffriva… Subito dopo vidi con l’occhio della mente un prato stendersi in alto, con erba luminosa ma senza fiori. In questo prato vidi Gesù Cristo vestito con un mantello bianco, e oltre il suo capo il cielo blu. Provai la più grande pace interiore… Dentro il mio cuore trovai le parole: “Tu sei qui per l’ultima volta”. Le presi in considerazione con la più grande serenità di spirito e senza alcuna particolare emozione. La replica del mio cuore fu: “Così sia, così sarà, così deve essere”. Due momenti intensi distinti ma congiunti, il primo segnava la fine del suo tormento che sfociava in alto verso il cielo, il secondo la chiamata di colui che era diventato tutt’uno col suo cuore e lo invitava all’ultimo passo. Di fatti scrive Zolli: “Fu alcuni giorni dopo questi fatti che rinunciai al mio incarico in seno alla comunità ebraica e andai da un prete… per ricevere l’insegnamento cristiano… il 13 febbraio ricevetti il battesimo e venni incorporato nella Chiesa Cattolica, il corpo di Gesù Cristo” (pag. 274-75).

 

 

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GABRIELE MIOLA fa recensione del libro in FIRMANA anno 2003 nn. 32\33

JEAN CABAUD, Il rabbino che si arrese a Cristo. La storia di Eugenio Zolli rabbino capo a Roma durante la seconda guerra mondiale, Edizioni S. Paolo, Cinisello Balsamo (MI), 2002 pp.120.

\\qui di seguito un’altra diversa recensione per un libro dello Zolli \\

Questo titolo <della Cabaud> mi ha incuriosito, ho acquistato il libro e l’ho letto d’un fiato. Ricordavo il nome di Zolli dall’anno propedeutico alla teologia (1953- 54), nelle lezioni del corso di Apologetica. La conversione di Zolli, rabbino capo della sinagoga di Roma, nel 1945 aveva suscitato scalpore; ne sentii parlare ancora qualche rara volta negli anni di teologia alla Lateranense (54-58) e del Biblico (58-61), ma non avevo mai avuto l’opportunità di conoscerne la vita. Questo libretto della Cabaud, anch’essa ebrea convertita, me ne ha data l’occasione.

Questo libretto non è una biografia critica, è piuttosto una testimonianza. Scrive Messori nella presentazione: “Judith Cabaud non ha alcuna pretesa di porsi accanto alle opere della storiografia professionale. Molte cose, qui, sono soltanto accennate; molte altre necessitano di un approfondimento sulla base di una documentazione più vasta … L’autrice ha inteso il suo lavoro soprattutto come una testimonianza” (pag. 9).

Il lavoro della Cabaud sottolinea soprattutto il cammino spirituale di Zolli, che lo portò a vedere in Gesù e quindi nel cristianesimo la continuità e la pienezza delle Scritture ebraiche. Zolli infatti non si considerava “convertito, ma arrivato”.

Ecco alcuni dati biografici, desunti dal libro dalla Cabaud. Zolli nasce a Brody, città ai confini dell’impero austro-ungarico verso la Galizia polacca, ultimo di sei figli della famiglia Zoller (Zolli è cognome italianizzato) il 17 settembre 1881, ebbe il nome di Israel. La famiglia è benestante, il padre possiede una fabbrica a Lods (Polonia), ma quando quella zona della Polonia passò sotto l’amministrazione zarista, le fabbriche di proprietari stranieri vennero soppresse e la famiglia Zoller fu ridotta in povertà e si spostò a Lvov. Fece studi classici, ma con passione si dedicò anche a studi religiosi leggendo soprattutto la letteratura ebraica midrashica. Ottenne il “diploma di Maestro di religione”, che gli apriva la strada agli studi per la carriera di rabbino; lesse Maimonide, ma disdegnava tutta la casistica delle scuole rabbiniche; si appassionava a leggere Isaia e si aprì alla lettura del Nuovo Testamento e la Cabaud riporta una bella espressione dalle sue memorie: “Tutto questo mi sbalordiva: il Nuovo Testamento è, in effetti, un Testamento nuovo!” Nel 1904, morta la mamma, che gli aveva inculcato la passione per gli studi religiosi e per la quale nutriva una grande venerazione, lasciò la famiglia (che non rivedrà più) e si iscrisse all’Università di Vienna, ma per il serpeggiante antisemitismo, dopo pochi mesi lasciò l’Austria e venne in Italia. Si stabilì a Firenze dove si iscrisse alla facoltà di Filosofia presso l’Università statale e all’Istituto degli Alti Studi del Collegio rabbinico. Nel 1913 viene nominato vice-rabbino della città di Trieste e in quell’anno sposò Adele Litwak originaria di Lvov. Si ritrova così in ambito austro-ungarico, ma la lunga permanenza a Firenze l’aveva fatto innamorare dell’Italia e durante la guerra del ‘15-18, per i suoi sentimenti italiani, fu guardato a vista dalla polizia austriaca, ma egli si occupò prevalentemente, oltre che dei suoi compiti di vice-rabbino, dell’assistenza ai profughi ebrei cacciati dai paesi dell’est d’influenza russa. Dal 1918 al 1938 fu rabbino capo della sinagoga di Trieste ormai con cittadinanza italiana. Furono anni di intensa attività, ma soprattutto di studio e in particolare di confronto tra la tradizione ebraica e l’ebreo Gesù di Nazareth. Scrisse molti articoli e saggi per riviste italiane e tedesche, ma soprattutto pubblicò due opere significative: nel 1935 Israele: uno studio storico e religioso e nel 1938 II Nazareno. La Cabaud vede in queste due opere il grande cammino del rabbino verso una visione nuova che supera l’impostazione ebraica della pratica della legge e riporta questa frase di Zolli: “La Legge insegna ed indica il cammino; la corsa verso Dio passa attraverso la propria volontà. Conoscere è amare; noi amiamo con il cuore e non attraverso nozioni ricevute da fuori” (pag.37). Zolli ormai vede una continuità tra Antico e Nuovo Testamento. Gesù diventa sempre di più il personaggio di cui spesso si parla in casa. Intanto in Germania s’era scatenata la follia nazista contro gli Ebrei, ma anche in Italia, dopo un primo momento in cui Mussolini condannò la persecuzione di Hitler contro gli Ebrei, presto con le leggi razziali prima e con il patto d’acciaio poi (1938-39) gli Ebrei si trovarono in clima di persecuzione e di guerra. Il rabbino Zolli si prodigò in mille modi per aiutare Ebrei in difficoltà: da una parte favorendone la fuoriuscita verso la Palestina, dall’altra intervenendo presso le autorità, tanto che si meritò l’appellativo di rabbino buono.

Nel 1940 la comunità israelitica di Roma chiama Zolli ad occupare il posto vacante di Gran Rabbino. Zolli accettò e si trasferì nella capitale. Il libro della Cabaud si ferma a descrivere l’attività di Zolli in questi anni drammatici 1940-44 per la comunità ebraica della capitale, particolarmente il periodo dell’occupazione nazista di Roma dopo la caduta del fascismo del 9 settembre del 1943: emerge una figura di Zolli uomo di fede, di preghiera, ma anche di attività diplomatica, di interventi presso le autorità di Roma e del Vaticano, di aiuto ai correligionari ebrei, fino a quando i tedeschi eliminarono i rabbini di Genova, Firenze, Bologna e allora Zolli, su cui era stata posta una taglia di trecentomila lire, fu costretto con la sua famiglia a trovar ospitalità e rifugio in una famiglia cristiana fino all’arrivo degli alleati a Roma nel giugno del ‘44.

Zolli, con l’occupazione nazista di Roma, aveva perso la cittadinanza italiana e la funzione di Gran Rabbino della capitale, il 21 settembre dello stesso anno 44, con decreto ministeriale gli fu ridata la cittadinanza italiana e fu confermato Gran Rabbino della Comunità ebraica di Roma. L’esperienza della guerra, le leggi razziali di Mussolini, la persecuzione nazista a Roma gli fecero meditare sempre di più il profeta Isaia e particolarmente i carmi del servo. Ormai nel cuore del rabbino prendeva sempre più posto la figura di Gesù. Nell’autunno del 44 mentre presiedeva la liturgia del Yom Kippur, il giorno del grande perdono, nella sinagoga ebbe una grande esperienza mistica. L’autrice del libro riporta dalla autobiografia di Zolli questa testimonianza: “D’improvviso, con gli occhi dello spirito, vidi una grande prateria e, in piedi, in mezzo all’erba verde c’era Gesù Cristo rivestito di un manto bianco; sopra di Lui il cielo era tutto blu. A quella vista provai una pace indicibile… Allora in fondo al cuore sentii queste parole: Sei qui per l’ultima volta. D’ora in poi seguirai me! Le accolsi con la massima serenità e il mio cuore rispose immediatamente: Così sia, così è, così deve essere”.

Nel Gennaio del 1945 gli fu chiesto di riorganizzare il Collegio Rabbinico di Roma, cioè il centro degli studi ebraici, ma non accettò; ormai si stava aprendo un’altra strada davanti ai suoi occhi sempre più pieni della figura di Gesù il Nazareno. Prese contatto con padre Dezza, noto professore della Gregoriana e cominciò la sua preparazione al battesimo, che ricevette da monsignor Traglia il 13 febbraio 1945 e volle prendere il nome di Eugenio in onore di papa Pio XII, Eugenio Pacelli. Con lui fu battezzata anche la moglie Emma; la figlia Miriam seguì i genitori dopo un anno.

Negli ultimi tre brevi capitoli la Cabaud segue Zolli negli ultimi anni della sua vita. Morì a Roma il 2 marzo 1956 all’età di 74 anni. Entrando nella Chiesa, Zolli perse tutto, casa e stipendio, ma soprattutto fu oggetto di calunnie e denigrazione da parte degli Ebrei non solo di Roma, ma anche dell’ebraismo internazionale, fu trattato da apostata e scomunicato. Si ritrovò in estrema povertà, ma l’accettò volentieri; fu aiutato da padre Dezza e papa Pacelli volle che tenesse dei corsi all’Istituto Biblico e alla Gregoriana, fu chiamato a tenere qualche corso anche all’Università di Roma. Zolli non considerò mai il suo battesimo una conversione, ma l’approdo di una lunga navigazione: erano state le Scritture ebraiche che l’avevano portato alla fede in Gesù come conclusione di un cammino ininterrotto, il Nuovo Testamento non è che la continuazione, il compimento della promessa fatti ai padri. Sofia Cavalletti, nota per i suoi studi sulla patristica, sulla liturgia antica e sull’ebraismo, che fu sua assistente all’Università, gli rende questa testimonianza: “Lo scopo principale della sua vita era quello di insegnare che dall’Antico al Nuovo Testamento…c’è un lento cammino dello spirito verso le mete più elevate” (pag. 104).

Messori nella prefazione a questo libro lamenta che quella di Zolli sia una figura dimenticata, non solo (del resto comprensibile) presso gli Ebrei, ma anche preso i cattolici; si augura che dopo la traduzione in italiano e la pubblicazione di questo scritto della Cabaud possano riprendere gli studi su Zolli in maniera scientifica e si approfondisca quel motivo costante che ricorreva spesso sulla bocca e si ritrova negli scritti di Zolli che Antico e Nuovo Testamento formano un’unità. E un dato fondamentale della fede e della teologia cristiana e vale la pena approfondire come l’abbia scoperto nella vita, nello studio e negli scritti Eugenio Zolli.

Edito in FIRMANA nn.32\33 a. 2002

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EUGENIO ZOLLI, Prima dell’alba. A cura di Alberto Latorre. Ediz. San Paolo, Cinisello Balsamo (MI) 2004 pagg. 284

 

Le edizioni San Paolo hanno pubblicato nel 2002 su Eugenio Zolli il volume di J. Cabaud, Il rabbino che si arrese a Dio. La storia di Eugenio Zolli rabbino capo a Roma durante la seconda guerra mondiale (cfr.recensione in Firmana nn. 32-33). Ora viene opportuna la pubblicazione dell’autobiografia di Zolli. In copertina dopo il titolo Prima dell’alba c’è scritto, come sottotitolo: ”Autobiografia autorizzata”, mentre in prima pagina non c’è. Se è un’autobiografia certamente chi l’autorizza è l’autore, ma in questo caso l’autobiografia per la prima volta fu pubblicata in inglese col titolo Before the Down (Prima dell’alba) in occasione di un viaggio di Zolli in America. Si pensava quindi che lo scritto originale fosse in inglese. Invece è stato ritrovato il dattiloscritto in italiano e quindi c’è la certezza che l’inglese è una traduzione; nel “Congedo” del diario ringrazia “le reverende madri Williamson e Maranzana” che hanno curato la versione in inglese. Poiché tra il testo inglese e il dattiloscritto in italiano ci sono delle varianti, ad esempio, capitoli spostati ed altro, gli eredi hanno autorizzato la pubblicazione dell’originale italiano. Questo è precisato nella nota premessa al libro dal curatore del libro A. Latorre.

Queste le tappe principali della vita di Zolli. Nasce il 17 settembre 1881 a Brody, cittadina oggi nella Polonia, allora ai confini nord-ovest dell’impero austro-ungarico. Gli fu messo nome Israel. La sua lingua madre è quindi il tedesco. Quando Brody passò sotto l’amministrazione zarista, la famiglia si spostò a Leopoli, dove Zolli seguì studi classici e rabbinici. Nel 1904, dopo la morte dei genitori, lasciò la famiglia e si iscrisse all’università di Vienna dove rimase appena un semestre. Venne quindi a Firenze e si iscrisse alla facoltà di filosofia e contemporaneamente al Collegio Rabbinico Italiano. Completò gli studi con la laurea in filosofia all’università statale e con il titolo di rav (rabbino, maestro) al collegio rabbinico. Nel 1911 fu nominato vice-rabbino alla sinagoga di Trieste e nel 1913 rabbino e si ritrovò quindi in ambito austriaco; vi rimase fino al 1939. In quell’anno fu nominato rabbino capo della sinagoga di Roma. Qui visse tutta la tragedia degli ebrei di Roma nella bufera dell’occupazione nazista in Italia a seguito delle leggi razziali fasciste e della persecuzione tedesca contro gli ebrei nella capitale. Nel 1945 maturò la sua conversione al cristianesimo e il 13 febbraio ricevette il battesimo. Morì il 2 marzo 1956.

Quella di Zolli è un’autobiografia molto scarna di elementi cronologici e narrativi, ricca invece di considerazioni di carattere religioso, filosofico e teologico.

Del periodo a Brody ricorda la profonda religiosità della mamma e alcuni episodi come quando s’imbatté con un contadino che aveva sovraccaricato il suo cavallo, tanto che scivolò sul ghiaccio e il cavallo cadde; il ragazzo Israel si mise ad aiutare il povero contadino per far rialzare l’animale e per raccattare il carico. Tornò a casa in ritardo sul consueto orario e si ebbe dei rimproveri, ma tacque sull’opera buona che aveva fatto. Un altro episodio: un compagno s’era portato a scuola la boccettina dell’inchiostro vuota, ne chiese a Israel che gliene diede; il compagno, per averne di più, spinse improvvisamente il gomito di Israel, ma l’inchiostro fuoriuscì e gli macchiò il vestito e lo sporcò tutto. Zolli ricordando l’episodio scrive: “Non ero né indignato, né adirato; non sentivo per lui né odio né disprezzo. Non mi passò nemmeno per l’anticamera del cervello l’idea di denunciarlo al maestro. Non posso neppure dire di avergli perdonato. Nulla di tutto ciò. Per me il ragazzo era diventato una specie di non essere” (pag. 41). Tornato a casa raccontò tutto alla mamma, che lo consolò con tenerezza. Piccoli episodi che rivelano un temperamento calmo, un animo buono, ma anche fermo. Descrive particolarmente l’amico Stanislao presso cui andava spesso per passar del tempo e fare i compiti di scuola; ammirava questo compagno e la sua mamma, vedova, dolce, laboriosa, piena d’affetto verso il figlio per il quale non c’era mai bisogno di alzare la voce e tanto meno le mani. Avevano una casa semplice, ma dignitosa, c’era una grande stanza con alla parete un crocefisso e Israel lo guardava spesso quasi in contemplazione e si poneva interrogativi. Scrive: “Perché ‘questo’ fu crocefisso? Era cattivo? Oh che si crocefiggono tutti i cattivi? Se poi, fosse stato più cattivo degli altri, proprio tanto cattivo, perché tanta, proprio tanta gente lo segue? E perché le signore di mia madre … che pur seguono questo crocefisso sono tanto buone? La faccenda delle signore cominciava a divenire a sua volta uno strano ‘perché’. Come mai Stanislao e sua mamma, pure seguaci e adoratori di ‘questo’, sono tanto buoni? Perché noi ragazzi diventiamo così ‘diversi’ al cospetto di ‘questo’, e nella vicinanza di Stanislao e di sua madre?” (pag. 51). I corsivi sono originali <r.- aggiunti segni ‘ ’>, non nomina mai Gesù, ma questo personaggio diventa sempre più importante per lui. Le domande che il ragazzo Israel si poneva preludono ad un atteggiamento della vita che lo porta ad interrogarsi sugli uomini, i loro atteggiamenti, la loro fede e le loro pratiche religiose e forse sono un preludio ad interrogativi più profondi che insorgeranno nella maturità della vita con lo studio e un’attività attenta ai bisogni delle persone della propria religione e degli altri.

Del periodo degli studi all’università di Firenze e al Collegio rabbinico e poi della sua attività di rabbino a Trieste non racconta episodi, ma lascia trasparire una vita intensa caratterizzata da una forte tensione nel suo lavoro e una costante riflessione sui testi biblici non solo dell’Antico Testamento e del Talmud, ma anche sui testi del Nuovo Testamento: s’interroga sul ‘mistero’ della figura del servo di Dio nel profeta Isaia, sulla cultura giudaica e quella greca, sulla sete di Dio che traspare dai salmi, sul dialogo tra l’anima e Dio, l’io e Lui, s’interroga sulla sofferenza di Dio e la tristezza del Signore, sui vangeli e la persona di Gesù. Affronta la figura di Paolo ebreo e di Paolo cristiano e la posizione dell’apostolo nei confronti della Torah. Si appassiona nell’approfondire il cammino di ebrei arrivati alle soglie del cristianesimo come il filosofo Bergson. In maniera velata, perché descrive la sete che l’anima ha di Dio quando l’uomo ne è lontano, ma vi tende con tutte le forze e sente vibrare nel suo essere un’attrazione divina, descrive la sua tensione e il suo cammino. Scrive: “la sua anima stanca lo scorge dapprima flebilmente, si dibatte ancora nel dubbio. Ma poi si aggrappa disperatamente a lui e si lascia trascinare per una via estatica. E salendo di altezza in altezza, in quali sfere meravigliose viene condotta! “(pag. 133).

A partire dal capitolo Prima dell’alba, senza che il testo offra dati cronologici, si capisce che Zolli ormai si trova a Roma, con l’incarico di rabbino capo della sinagoga della capitale e le pagine del diario sono la memoria del suo travaglio interiore e del suo cammino verso Cristo, Si domanda se la conversione sia un’infedeltà alle origini, un tradire l’ebraismo e risponde a se stesso che è come la fioritura della primavera; ricorda la conversione di alcuni amici, richiama la figura di Edith Stein, della dottoressa Meirowsky, meno conosciuta della Stein, anch’essa ebrea convertita divenuta suora e morta martire nella persecuzione nazista, si ferma a lungo a descrivere la personalità, l’opera e il martirio di Massimiliano Kolbe, legge gli scritti delle origine cristiane, come la Didachè, nei quali vede continuità e novità nel passaggio dal giudaismo al cristianesimo, riflette sul concetto di coscienza e fede nelle lettere di S. Paolo e scrive: “ La coscienza non attinge la sua forza dalla legge, la quale spirituale e santa diletta la mente, resta pur tuttavia annullata (anche se assimilata) dal corpo di peccato, che è morte. L’uomo muore assieme al peccato attraverso il battesimo nella morte di Cristo. Risorto alla vita attraverso la crocefissione di Cristo l’uomo è libero dal peccato e la sua coscienza resta ormai totalmente e indissolubilmente legata al Padre, al Figlio, allo Spirito santo” (pag. 184s) e con S. Paolo e la Didachè prega: Marana’ ta’, Signore, vieni!

Gli ultimi tre capitoli hanno lo stile di una documentazione. La conversione di Zolli, rabbino capo della sinagoga di Roma, aveva creato non solo sorpresa tra gli ebrei della capi-tale, ma anche indignazione, accusa di tradimento, che sfociò in calunnie, quasi che egli avesse pensato a salvare se stesso e la sua famiglia e si fosse disinteressato della comunità ebraica durante l’occupazione nazista. Di fatto Zolli, che conosceva bene la lingua tedesca ed altre lingue aveva contatti con molte sinagoghe anche estere, fu preveggente nel capire le conseguenze dell’occupazione di Roma da parte dei tedeschi e intervenne presso personalità ebraiche autorevoli, che dirigevano uffici importanti del governo fascista ed erano legate a personaggi del regime, perché diffidassero delle assicurazioni provenienti dai ranghi del partito, ma non fu creduto. Zolli riporta un’ampia documentazione ufficiale, che dimostra la falsità delle accuse e rivendica il suo operato a favore dei suoi correligionari durante tutto il periodo terribile dell’occupazione nazista di Roma. Termina con un elogio dell’attività di Pio XII e dei padri Gesuiti per la salvezza di singoli e di gruppi di ebrei.

Il diario termina qui, Zolli non parla della sua conversione, del battesimo, né degli undici anni della vita dopo la conversione. Ora nel testo è riportato un breve capitolo in appendice, tradotto dall’inglese. Quest’appendice era stata pubblicata nell’edizione inglese del 1954, al curatore è sembrato opportuno aggiungerla all’edizione italiana. Zolli confessa che ogni conversione è avvolta nel mistero della grazia di Dio, e anche la sua, tuttavia rivede un cammino che in qualche modo ha preparato la risposta alla chiamata. Tutti gli riconoscevano una spiccata capacità riflessiva e una predisposizione al misticismo, anche se lui confessa di non averne avuta mai consapevolezza. Gli studi rabbinici, la lettura dell’Antico Testamento, del Talmud particolarmente delle parti midraschiche e soprattutto dello Zohar, gli hanno aperto l’anima verso una luce superiore, che ha trovato nel vangelo e nella persona di Gesù. Gesù era diventato il centro della sua vita, tutta la sua anima, in famiglia non si parlava che di Gesù. La chiamata avvenne quasi in forma visiva nel giorno della festa del Kippur, giorno dell’espiazione, di digiuno, di preghiera e di liturgia. Mentre presiedeva nella sinagoga il culto ebbe due momenti mistici. Scrive: “Iniziai a sentire come se una nebbia stesse insinuandosi nella mia anima: divenne più densa, e persi interamente il contatto con gli uomini e le cose attorno a me. Una candela, pressoché consumata, bruciava nel suo candeliere vicino a me. Appena la cera si fu liquefatta sul suo candeliere, la piccola fiamma brillò in una più grande, balzando verso il cielo. Rimasi affascinato dalla vista di ciò… La lingua di fuoco si agitava e si contorceva, tormentata; e la mia anima vi partecipava, soffriva… Subito dopo vidi con l’occhio della mente un prato stendersi in alto, con erba luminosa ma senza fiori. In questo prato vidi Gesù Cristo vestito con un mantello bianco, e oltre il suo capo il cielo blu. Provai la più grande pace interiore… Dentro il mio cuore trovai le parole: “Tu sei qui per l’ultima volta”. Le presi in considerazione con la più grande serenità di spirito e senza alcuna particolare emozione. La replica del mio cuore fu: “Così sia, così sarà, così deve essere”. Due momenti intensi distinti ma congiunti, il primo segnava la fine del suo tormento che sfociava in alto verso il cielo, il secondo la chiamata di colui che era diventato tutt’uno col suo cuore e lo invitava all’ultimo passo. Di fatti scrive Zolli: “Fu alcuni giorni dopo questi fatti che rinunciai al mio incarico in seno alla comunità ebraica e andai da un prete… per ricevere l’insegnamento cristiano… il 13 febbraio ricevetti il battesimo e venni incorporato nella Chiesa Cattolica, il corpo di Gesù Cristo” (pag. 274-75).

 

 

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GABRIELE MIOLA fa recensione del libro in FIRMANA anno 2003 nn. 32\33

JEAN CABAUD, Il rabbino che si arrese a Cristo. La storia di Eugenio Zolli rabbino capo a Roma durante la seconda guerra mondiale, Edizioni S. Paolo, Cinisello Balsamo (MI), 2002 pp.120.

\\qui di seguito un’altra diversa recensione per un libro dello Zolli \\

Questo titolo <della Cabaud> mi ha incuriosito, ho acquistato il libro e l’ho letto d’un fiato. Ricordavo il nome di Zolli dall’anno propedeutico alla teologia (1953- 54), nelle lezioni del corso di Apologetica. La conversione di Zolli, rabbino capo della sinagoga di Roma, nel 1945 aveva suscitato scalpore; ne sentii parlare ancora qualche rara volta negli anni di teologia alla Lateranense (54-58) e del Biblico (58-61), ma non avevo mai avuto l’opportunità di conoscerne la vita. Questo libretto della Cabaud, anch’essa ebrea convertita, me ne ha data l’occasione.

Questo libretto non è una biografia critica, è piuttosto una testimonianza. Scrive Messori nella presentazione: “Judith Cabaud non ha alcuna pretesa di porsi accanto alle opere della storiografia professionale. Molte cose, qui, sono soltanto accennate; molte altre necessitano di un approfondimento sulla base di una documentazione più vasta … L’autrice ha inteso il suo lavoro soprattutto come una testimonianza” (pag. 9).

Il lavoro della Cabaud sottolinea soprattutto il cammino spirituale di Zolli, che lo portò a vedere in Gesù e quindi nel cristianesimo la continuità e la pienezza delle Scritture ebraiche. Zolli infatti non si considerava “convertito, ma arrivato”.

Ecco alcuni dati biografici, desunti dal libro dalla Cabaud. Zolli nasce a Brody, città ai confini dell’impero austro-ungarico verso la Galizia polacca, ultimo di sei figli della famiglia Zoller (Zolli è cognome italianizzato) il 17 settembre 1881, ebbe il nome di Israel. La famiglia è benestante, il padre possiede una fabbrica a Lods (Polonia), ma quando quella zona della Polonia passò sotto l’amministrazione zarista, le fabbriche di proprietari stranieri vennero soppresse e la famiglia Zoller fu ridotta in povertà e si spostò a Lvov. Fece studi classici, ma con passione si dedicò anche a studi religiosi leggendo soprattutto la letteratura ebraica midrashica. Ottenne il “diploma di Maestro di religione”, che gli apriva la strada agli studi per la carriera di rabbino; lesse Maimonide, ma disdegnava tutta la casistica delle scuole rabbiniche; si appassionava a leggere Isaia e si aprì alla lettura del Nuovo Testamento e la Cabaud riporta una bella espressione dalle sue memorie: “Tutto questo mi sbalordiva: il Nuovo Testamento è, in effetti, un Testamento nuovo!” Nel 1904, morta la mamma, che gli aveva inculcato la passione per gli studi religiosi e per la quale nutriva una grande venerazione, lasciò la famiglia (che non rivedrà più) e si iscrisse all’Università di Vienna, ma per il serpeggiante antisemitismo, dopo pochi mesi lasciò l’Austria e venne in Italia. Si stabilì a Firenze dove si iscrisse alla facoltà di Filosofia presso l’Università statale e all’Istituto degli Alti Studi del Collegio rabbinico. Nel 1913 viene nominato vice-rabbino della città di Trieste e in quell’anno sposò Adele Litwak originaria di Lvov. Si ritrova così in ambito austro-ungarico, ma la lunga permanenza a Firenze l’aveva fatto innamorare dell’Italia e durante la guerra del ‘15-18, per i suoi sentimenti italiani, fu guardato a vista dalla polizia austriaca, ma egli si occupò prevalentemente, oltre che dei suoi compiti di vice-rabbino, dell’assistenza ai profughi ebrei cacciati dai paesi dell’est d’influenza russa. Dal 1918 al 1938 fu rabbino capo della sinagoga di Trieste ormai con cittadinanza italiana. Furono anni di intensa attività, ma soprattutto di studio e in particolare di confronto tra la tradizione ebraica e l’ebreo Gesù di Nazareth. Scrisse molti articoli e saggi per riviste italiane e tedesche, ma soprattutto pubblicò due opere significative: nel 1935 Israele: uno studio storico e religioso e nel 1938 II Nazareno. La Cabaud vede in queste due opere il grande cammino del rabbino verso una visione nuova che supera l’impostazione ebraica della pratica della legge e riporta questa frase di Zolli: “La Legge insegna ed indica il cammino; la corsa verso Dio passa attraverso la propria volontà. Conoscere è amare; noi amiamo con il cuore e non attraverso nozioni ricevute da fuori” (pag.37). Zolli ormai vede una continuità tra Antico e Nuovo Testamento. Gesù diventa sempre di più il personaggio di cui spesso si parla in casa. Intanto in Germania s’era scatenata la follia nazista contro gli Ebrei, ma anche in Italia, dopo un primo momento in cui Mussolini condannò la persecuzione di Hitler contro gli Ebrei, presto con le leggi razziali prima e con il patto d’acciaio poi (1938-39) gli Ebrei si trovarono in clima di persecuzione e di guerra. Il rabbino Zolli si prodigò in mille modi per aiutare Ebrei in difficoltà: da una parte favorendone la fuoriuscita verso la Palestina, dall’altra intervenendo presso le autorità, tanto che si meritò l’appellativo di rabbino buono.

Nel 1940 la comunità israelitica di Roma chiama Zolli ad occupare il posto vacante di Gran Rabbino. Zolli accettò e si trasferì nella capitale. Il libro della Cabaud si ferma a descrivere l’attività di Zolli in questi anni drammatici 1940-44 per la comunità ebraica della capitale, particolarmente il periodo dell’occupazione nazista di Roma dopo la caduta del fascismo del 9 settembre del 1943: emerge una figura di Zolli uomo di fede, di preghiera, ma anche di attività diplomatica, di interventi presso le autorità di Roma e del Vaticano, di aiuto ai correligionari ebrei, fino a quando i tedeschi eliminarono i rabbini di Genova, Firenze, Bologna e allora Zolli, su cui era stata posta una taglia di trecentomila lire, fu costretto con la sua famiglia a trovar ospitalità e rifugio in una famiglia cristiana fino all’arrivo degli alleati a Roma nel giugno del ‘44.

Zolli, con l’occupazione nazista di Roma, aveva perso la cittadinanza italiana e la funzione di Gran Rabbino della capitale, il 21 settembre dello stesso anno 44, con decreto ministeriale gli fu ridata la cittadinanza italiana e fu confermato Gran Rabbino della Comunità ebraica di Roma. L’esperienza della guerra, le leggi razziali di Mussolini, la persecuzione nazista a Roma gli fecero meditare sempre di più il profeta Isaia e particolarmente i carmi del servo. Ormai nel cuore del rabbino prendeva sempre più posto la figura di Gesù. Nell’autunno del 44 mentre presiedeva la liturgia del Yom Kippur, il giorno del grande perdono, nella sinagoga ebbe una grande esperienza mistica. L’autrice del libro riporta dalla autobiografia di Zolli questa testimonianza: “D’improvviso, con gli occhi dello spirito, vidi una grande prateria e, in piedi, in mezzo all’erba verde c’era Gesù Cristo rivestito di un manto bianco; sopra di Lui il cielo era tutto blu. A quella vista provai una pace indicibile… Allora in fondo al cuore sentii queste parole: Sei qui per l’ultima volta. D’ora in poi seguirai me! Le accolsi con la massima serenità e il mio cuore rispose immediatamente: Così sia, così è, così deve essere”.

Nel Gennaio del 1945 gli fu chiesto di riorganizzare il Collegio Rabbinico di Roma, cioè il centro degli studi ebraici, ma non accettò; ormai si stava aprendo un’altra strada davanti ai suoi occhi sempre più pieni della figura di Gesù il Nazareno. Prese contatto con padre Dezza, noto professore della Gregoriana e cominciò la sua preparazione al battesimo, che ricevette da monsignor Traglia il 13 febbraio 1945 e volle prendere il nome di Eugenio in onore di papa Pio XII, Eugenio Pacelli. Con lui fu battezzata anche la moglie Emma; la figlia Miriam seguì i genitori dopo un anno.

Negli ultimi tre brevi capitoli la Cabaud segue Zolli negli ultimi anni della sua vita. Morì a Roma il 2 marzo 1956 all’età di 74 anni. Entrando nella Chiesa, Zolli perse tutto, casa e stipendio, ma soprattutto fu oggetto di calunnie e denigrazione da parte degli Ebrei non solo di Roma, ma anche dell’ebraismo internazionale, fu trattato da apostata e scomunicato. Si ritrovò in estrema povertà, ma l’accettò volentieri; fu aiutato da padre Dezza e papa Pacelli volle che tenesse dei corsi all’Istituto Biblico e alla Gregoriana, fu chiamato a tenere qualche corso anche all’Università di Roma. Zolli non considerò mai il suo battesimo una conversione, ma l’approdo di una lunga navigazione: erano state le Scritture ebraiche che l’avevano portato alla fede in Gesù come conclusione di un cammino ininterrotto, il Nuovo Testamento non è che la continuazione, il compimento della promessa fatti ai padri. Sofia Cavalletti, nota per i suoi studi sulla patristica, sulla liturgia antica e sull’ebraismo, che fu sua assistente all’Università, gli rende questa testimonianza: “Lo scopo principale della sua vita era quello di insegnare che dall’Antico al Nuovo Testamento…c’è un lento cammino dello spirito verso le mete più elevate” (pag. 104).

Messori nella prefazione a questo libro lamenta che quella di Zolli sia una figura dimenticata, non solo (del resto comprensibile) presso gli Ebrei, ma anche preso i cattolici; si augura che dopo la traduzione in italiano e la pubblicazione di questo scritto della Cabaud possano riprendere gli studi su Zolli in maniera scientifica e si approfondisca quel motivo costante che ricorreva spesso sulla bocca e si ritrova negli scritti di Zolli che Antico e Nuovo Testamento formano un’unità. E un dato fondamentale della fede e della teologia cristiana e vale la pena approfondire come l’abbia scoperto nella vita, nello studio e negli scritti Eugenio Zolli.

Edito in FIRMANA nn.32\33 a. 2002

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EUGENIO ZOLLI, Prima dell’alba. A cura di Alberto Latorre. Ediz. San Paolo, Cinisello Balsamo (MI) 2004 pagg. 284

 

Le edizioni San Paolo hanno pubblicato nel 2002 su Eugenio Zolli il volume di J. Cabaud, Il rabbino che si arrese a Dio. La storia di Eugenio Zolli rabbino capo a Roma durante la seconda guerra mondiale (cfr.recensione in Firmana nn. 32-33). Ora viene opportuna la pubblicazione dell’autobiografia di Zolli. In copertina dopo il titolo Prima dell’alba c’è scritto, come sottotitolo: ”Autobiografia autorizzata”, mentre in prima pagina non c’è. Se è un’autobiografia certamente chi l’autorizza è l’autore, ma in questo caso l’autobiografia per la prima volta fu pubblicata in inglese col titolo Before the Down (Prima dell’alba) in occasione di un viaggio di Zolli in America. Si pensava quindi che lo scritto originale fosse in inglese. Invece è stato ritrovato il dattiloscritto in italiano e quindi c’è la certezza che l’inglese è una traduzione; nel “Congedo” del diario ringrazia “le reverende madri Williamson e Maranzana” che hanno curato la versione in inglese. Poiché tra il testo inglese e il dattiloscritto in italiano ci sono delle varianti, ad esempio, capitoli spostati ed altro, gli eredi hanno autorizzato la pubblicazione dell’originale italiano. Questo è precisato nella nota premessa al libro dal curatore del libro A. Latorre.

Queste le tappe principali della vita di Zolli. Nasce il 17 settembre 1881 a Brody, cittadina oggi nella Polonia, allora ai confini nord-ovest dell’impero austro-ungarico. Gli fu messo nome Israel. La sua lingua madre è quindi il tedesco. Quando Brody passò sotto l’amministrazione zarista, la famiglia si spostò a Leopoli, dove Zolli seguì studi classici e rabbinici. Nel 1904, dopo la morte dei genitori, lasciò la famiglia e si iscrisse all’università di Vienna dove rimase appena un semestre. Venne quindi a Firenze e si iscrisse alla facoltà di filosofia e contemporaneamente al Collegio Rabbinico Italiano. Completò gli studi con la laurea in filosofia all’università statale e con il titolo di rav (rabbino, maestro) al collegio rabbinico. Nel 1911 fu nominato vice-rabbino alla sinagoga di Trieste e nel 1913 rabbino e si ritrovò quindi in ambito austriaco; vi rimase fino al 1939. In quell’anno fu nominato rabbino capo della sinagoga di Roma. Qui visse tutta la tragedia degli ebrei di Roma nella bufera dell’occupazione nazista in Italia a seguito delle leggi razziali fasciste e della persecuzione tedesca contro gli ebrei nella capitale. Nel 1945 maturò la sua conversione al cristianesimo e il 13 febbraio ricevette il battesimo. Morì il 2 marzo 1956.

Quella di Zolli è un’autobiografia molto scarna di elementi cronologici e narrativi, ricca invece di considerazioni di carattere religioso, filosofico e teologico.

Del periodo a Brody ricorda la profonda religiosità della mamma e alcuni episodi come quando s’imbatté con un contadino che aveva sovraccaricato il suo cavallo, tanto che scivolò sul ghiaccio e il cavallo cadde; il ragazzo Israel si mise ad aiutare il povero contadino per far rialzare l’animale e per raccattare il carico. Tornò a casa in ritardo sul consueto orario e si ebbe dei rimproveri, ma tacque sull’opera buona che aveva fatto. Un altro episodio: un compagno s’era portato a scuola la boccettina dell’inchiostro vuota, ne chiese a Israel che gliene diede; il compagno, per averne di più, spinse improvvisamente il gomito di Israel, ma l’inchiostro fuoriuscì e gli macchiò il vestito e lo sporcò tutto. Zolli ricordando l’episodio scrive: “Non ero né indignato, né adirato; non sentivo per lui né odio né disprezzo. Non mi passò nemmeno per l’anticamera del cervello l’idea di denunciarlo al maestro. Non posso neppure dire di avergli perdonato. Nulla di tutto ciò. Per me il ragazzo era diventato una specie di non essere” (pag. 41). Tornato a casa raccontò tutto alla mamma, che lo consolò con tenerezza. Piccoli episodi che rivelano un temperamento calmo, un animo buono, ma anche fermo. Descrive particolarmente l’amico Stanislao presso cui andava spesso per passar del tempo e fare i compiti di scuola; ammirava questo compagno e la sua mamma, vedova, dolce, laboriosa, piena d’affetto verso il figlio per il quale non c’era mai bisogno di alzare la voce e tanto meno le mani. Avevano una casa semplice, ma dignitosa, c’era una grande stanza con alla parete un crocefisso e Israel lo guardava spesso quasi in contemplazione e si poneva interrogativi. Scrive: “Perché ‘questo’ fu crocefisso? Era cattivo? Oh che si crocefiggono tutti i cattivi? Se poi, fosse stato più cattivo degli altri, proprio tanto cattivo, perché tanta, proprio tanta gente lo segue? E perché le signore di mia madre … che pur seguono questo crocefisso sono tanto buone? La faccenda delle signore cominciava a divenire a sua volta uno strano ‘perché’. Come mai Stanislao e sua mamma, pure seguaci e adoratori di ‘questo’, sono tanto buoni? Perché noi ragazzi diventiamo così ‘diversi’ al cospetto di ‘questo’, e nella vicinanza di Stanislao e di sua madre?” (pag. 51). I corsivi sono originali <r.- aggiunti segni ‘ ’>, non nomina mai Gesù, ma questo personaggio diventa sempre più importante per lui. Le domande che il ragazzo Israel si poneva preludono ad un atteggiamento della vita che lo porta ad interrogarsi sugli uomini, i loro atteggiamenti, la loro fede e le loro pratiche religiose e forse sono un preludio ad interrogativi più profondi che insorgeranno nella maturità della vita con lo studio e un’attività attenta ai bisogni delle persone della propria religione e degli altri.

Del periodo degli studi all’università di Firenze e al Collegio rabbinico e poi della sua attività di rabbino a Trieste non racconta episodi, ma lascia trasparire una vita intensa caratterizzata da una forte tensione nel suo lavoro e una costante riflessione sui testi biblici non solo dell’Antico Testamento e del Talmud, ma anche sui testi del Nuovo Testamento: s’interroga sul ‘mistero’ della figura del servo di Dio nel profeta Isaia, sulla cultura giudaica e quella greca, sulla sete di Dio che traspare dai salmi, sul dialogo tra l’anima e Dio, l’io e Lui, s’interroga sulla sofferenza di Dio e la tristezza del Signore, sui vangeli e la persona di Gesù. Affronta la figura di Paolo ebreo e di Paolo cristiano e la posizione dell’apostolo nei confronti della Torah. Si appassiona nell’approfondire il cammino di ebrei arrivati alle soglie del cristianesimo come il filosofo Bergson. In maniera velata, perché descrive la sete che l’anima ha di Dio quando l’uomo ne è lontano, ma vi tende con tutte le forze e sente vibrare nel suo essere un’attrazione divina, descrive la sua tensione e il suo cammino. Scrive: “la sua anima stanca lo scorge dapprima flebilmente, si dibatte ancora nel dubbio. Ma poi si aggrappa disperatamente a lui e si lascia trascinare per una via estatica. E salendo di altezza in altezza, in quali sfere meravigliose viene condotta! “(pag. 133).

A partire dal capitolo Prima dell’alba, senza che il testo offra dati cronologici, si capisce che Zolli ormai si trova a Roma, con l’incarico di rabbino capo della sinagoga della capitale e le pagine del diario sono la memoria del suo travaglio interiore e del suo cammino verso Cristo, Si domanda se la conversione sia un’infedeltà alle origini, un tradire l’ebraismo e risponde a se stesso che è come la fioritura della primavera; ricorda la conversione di alcuni amici, richiama la figura di Edith Stein, della dottoressa Meirowsky, meno conosciuta della Stein, anch’essa ebrea convertita divenuta suora e morta martire nella persecuzione nazista, si ferma a lungo a descrivere la personalità, l’opera e il martirio di Massimiliano Kolbe, legge gli scritti delle origine cristiane, come la Didachè, nei quali vede continuità e novità nel passaggio dal giudaismo al cristianesimo, riflette sul concetto di coscienza e fede nelle lettere di S. Paolo e scrive: “ La coscienza non attinge la sua forza dalla legge, la quale spirituale e santa diletta la mente, resta pur tuttavia annullata (anche se assimilata) dal corpo di peccato, che è morte. L’uomo muore assieme al peccato attraverso il battesimo nella morte di Cristo. Risorto alla vita attraverso la crocefissione di Cristo l’uomo è libero dal peccato e la sua coscienza resta ormai totalmente e indissolubilmente legata al Padre, al Figlio, allo Spirito santo” (pag. 184s) e con S. Paolo e la Didachè prega: Marana’ ta’, Signore, vieni!

Gli ultimi tre capitoli hanno lo stile di una documentazione. La conversione di Zolli, rabbino capo della sinagoga di Roma, aveva creato non solo sorpresa tra gli ebrei della capi-tale, ma anche indignazione, accusa di tradimento, che sfociò in calunnie, quasi che egli avesse pensato a salvare se stesso e la sua famiglia e si fosse disinteressato della comunità ebraica durante l’occupazione nazista. Di fatto Zolli, che conosceva bene la lingua tedesca ed altre lingue aveva contatti con molte sinagoghe anche estere, fu preveggente nel capire le conseguenze dell’occupazione di Roma da parte dei tedeschi e intervenne presso personalità ebraiche autorevoli, che dirigevano uffici importanti del governo fascista ed erano legate a personaggi del regime, perché diffidassero delle assicurazioni provenienti dai ranghi del partito, ma non fu creduto. Zolli riporta un’ampia documentazione ufficiale, che dimostra la falsità delle accuse e rivendica il suo operato a favore dei suoi correligionari durante tutto il periodo terribile dell’occupazione nazista di Roma. Termina con un elogio dell’attività di Pio XII e dei padri Gesuiti per la salvezza di singoli e di gruppi di ebrei.

Il diario termina qui, Zolli non parla della sua conversione, del battesimo, né degli undici anni della vita dopo la conversione. Ora nel testo è riportato un breve capitolo in appendice, tradotto dall’inglese. Quest’appendice era stata pubblicata nell’edizione inglese del 1954, al curatore è sembrato opportuno aggiungerla all’edizione italiana. Zolli confessa che ogni conversione è avvolta nel mistero della grazia di Dio, e anche la sua, tuttavia rivede un cammino che in qualche modo ha preparato la risposta alla chiamata. Tutti gli riconoscevano una spiccata capacità riflessiva e una predisposizione al misticismo, anche se lui confessa di non averne avuta mai consapevolezza. Gli studi rabbinici, la lettura dell’Antico Testamento, del Talmud particolarmente delle parti midraschiche e soprattutto dello Zohar, gli hanno aperto l’anima verso una luce superiore, che ha trovato nel vangelo e nella persona di Gesù. Gesù era diventato il centro della sua vita, tutta la sua anima, in famiglia non si parlava che di Gesù. La chiamata avvenne quasi in forma visiva nel giorno della festa del Kippur, giorno dell’espiazione, di digiuno, di preghiera e di liturgia. Mentre presiedeva nella sinagoga il culto ebbe due momenti mistici. Scrive: “Iniziai a sentire come se una nebbia stesse insinuandosi nella mia anima: divenne più densa, e persi interamente il contatto con gli uomini e le cose attorno a me. Una candela, pressoché consumata, bruciava nel suo candeliere vicino a me. Appena la cera si fu liquefatta sul suo candeliere, la piccola fiamma brillò in una più grande, balzando verso il cielo. Rimasi affascinato dalla vista di ciò… La lingua di fuoco si agitava e si contorceva, tormentata; e la mia anima vi partecipava, soffriva… Subito dopo vidi con l’occhio della mente un prato stendersi in alto, con erba luminosa ma senza fiori. In questo prato vidi Gesù Cristo vestito con un mantello bianco, e oltre il suo capo il cielo blu. Provai la più grande pace interiore… Dentro il mio cuore trovai le parole: “Tu sei qui per l’ultima volta”. Le presi in considerazione con la più grande serenità di spirito e senza alcuna particolare emozione. La replica del mio cuore fu: “Così sia, così sarà, così deve essere”. Due momenti intensi distinti ma congiunti, il primo segnava la fine del suo tormento che sfociava in alto verso il cielo, il secondo la chiamata di colui che era diventato tutt’uno col suo cuore e lo invitava all’ultimo passo. Di fatti scrive Zolli: “Fu alcuni giorni dopo questi fatti che rinunciai al mio incarico in seno alla comunità ebraica e andai da un prete… per ricevere l’insegnamento cristiano… il 13 febbraio ricevetti il battesimo e venni incorporato nella Chiesa Cattolica, il corpo di Gesù Cristo” (pag. 274-75).

 

 

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GABRIELE MIOLA fa recensione del libro in FIRMANA anno 2003 nn. 32\33

JEAN CABAUD, Il rabbino che si arrese a Cristo. La storia di Eugenio Zolli rabbino capo a Roma durante la seconda guerra mondiale, Edizioni S. Paolo, Cinisello Balsamo (MI), 2002 pp.120.

\\qui di seguito un’altra diversa recensione per un libro dello Zolli \\

Questo titolo <della Cabaud> mi ha incuriosito, ho acquistato il libro e l’ho letto d’un fiato. Ricordavo il nome di Zolli dall’anno propedeutico alla teologia (1953- 54), nelle lezioni del corso di Apologetica. La conversione di Zolli, rabbino capo della sinagoga di Roma, nel 1945 aveva suscitato scalpore; ne sentii parlare ancora qualche rara volta negli anni di teologia alla Lateranense (54-58) e del Biblico (58-61), ma non avevo mai avuto l’opportunità di conoscerne la vita. Questo libretto della Cabaud, anch’essa ebrea convertita, me ne ha data l’occasione.

Questo libretto non è una biografia critica, è piuttosto una testimonianza. Scrive Messori nella presentazione: “Judith Cabaud non ha alcuna pretesa di porsi accanto alle opere della storiografia professionale. Molte cose, qui, sono soltanto accennate; molte altre necessitano di un approfondimento sulla base di una documentazione più vasta … L’autrice ha inteso il suo lavoro soprattutto come una testimonianza” (pag. 9).

Il lavoro della Cabaud sottolinea soprattutto il cammino spirituale di Zolli, che lo portò a vedere in Gesù e quindi nel cristianesimo la continuità e la pienezza delle Scritture ebraiche. Zolli infatti non si considerava “convertito, ma arrivato”.

Ecco alcuni dati biografici, desunti dal libro dalla Cabaud. Zolli nasce a Brody, città ai confini dell’impero austro-ungarico verso la Galizia polacca, ultimo di sei figli della famiglia Zoller (Zolli è cognome italianizzato) il 17 settembre 1881, ebbe il nome di Israel. La famiglia è benestante, il padre possiede una fabbrica a Lods (Polonia), ma quando quella zona della Polonia passò sotto l’amministrazione zarista, le fabbriche di proprietari stranieri vennero soppresse e la famiglia Zoller fu ridotta in povertà e si spostò a Lvov. Fece studi classici, ma con passione si dedicò anche a studi religiosi leggendo soprattutto la letteratura ebraica midrashica. Ottenne il “diploma di Maestro di religione”, che gli apriva la strada agli studi per la carriera di rabbino; lesse Maimonide, ma disdegnava tutta la casistica delle scuole rabbiniche; si appassionava a leggere Isaia e si aprì alla lettura del Nuovo Testamento e la Cabaud riporta una bella espressione dalle sue memorie: “Tutto questo mi sbalordiva: il Nuovo Testamento è, in effetti, un Testamento nuovo!” Nel 1904, morta la mamma, che gli aveva inculcato la passione per gli studi religiosi e per la quale nutriva una grande venerazione, lasciò la famiglia (che non rivedrà più) e si iscrisse all’Università di Vienna, ma per il serpeggiante antisemitismo, dopo pochi mesi lasciò l’Austria e venne in Italia. Si stabilì a Firenze dove si iscrisse alla facoltà di Filosofia presso l’Università statale e all’Istituto degli Alti Studi del Collegio rabbinico. Nel 1913 viene nominato vice-rabbino della città di Trieste e in quell’anno sposò Adele Litwak originaria di Lvov. Si ritrova così in ambito austro-ungarico, ma la lunga permanenza a Firenze l’aveva fatto innamorare dell’Italia e durante la guerra del ‘15-18, per i suoi sentimenti italiani, fu guardato a vista dalla polizia austriaca, ma egli si occupò prevalentemente, oltre che dei suoi compiti di vice-rabbino, dell’assistenza ai profughi ebrei cacciati dai paesi dell’est d’influenza russa. Dal 1918 al 1938 fu rabbino capo della sinagoga di Trieste ormai con cittadinanza italiana. Furono anni di intensa attività, ma soprattutto di studio e in particolare di confronto tra la tradizione ebraica e l’ebreo Gesù di Nazareth. Scrisse molti articoli e saggi per riviste italiane e tedesche, ma soprattutto pubblicò due opere significative: nel 1935 Israele: uno studio storico e religioso e nel 1938 II Nazareno. La Cabaud vede in queste due opere il grande cammino del rabbino verso una visione nuova che supera l’impostazione ebraica della pratica della legge e riporta questa frase di Zolli: “La Legge insegna ed indica il cammino; la corsa verso Dio passa attraverso la propria volontà. Conoscere è amare; noi amiamo con il cuore e non attraverso nozioni ricevute da fuori” (pag.37). Zolli ormai vede una continuità tra Antico e Nuovo Testamento. Gesù diventa sempre di più il personaggio di cui spesso si parla in casa. Intanto in Germania s’era scatenata la follia nazista contro gli Ebrei, ma anche in Italia, dopo un primo momento in cui Mussolini condannò la persecuzione di Hitler contro gli Ebrei, presto con le leggi razziali prima e con il patto d’acciaio poi (1938-39) gli Ebrei si trovarono in clima di persecuzione e di guerra. Il rabbino Zolli si prodigò in mille modi per aiutare Ebrei in difficoltà: da una parte favorendone la fuoriuscita verso la Palestina, dall’altra intervenendo presso le autorità, tanto che si meritò l’appellativo di rabbino buono.

Nel 1940 la comunità israelitica di Roma chiama Zolli ad occupare il posto vacante di Gran Rabbino. Zolli accettò e si trasferì nella capitale. Il libro della Cabaud si ferma a descrivere l’attività di Zolli in questi anni drammatici 1940-44 per la comunità ebraica della capitale, particolarmente il periodo dell’occupazione nazista di Roma dopo la caduta del fascismo del 9 settembre del 1943: emerge una figura di Zolli uomo di fede, di preghiera, ma anche di attività diplomatica, di interventi presso le autorità di Roma e del Vaticano, di aiuto ai correligionari ebrei, fino a quando i tedeschi eliminarono i rabbini di Genova, Firenze, Bologna e allora Zolli, su cui era stata posta una taglia di trecentomila lire, fu costretto con la sua famiglia a trovar ospitalità e rifugio in una famiglia cristiana fino all’arrivo degli alleati a Roma nel giugno del ‘44.

Zolli, con l’occupazione nazista di Roma, aveva perso la cittadinanza italiana e la funzione di Gran Rabbino della capitale, il 21 settembre dello stesso anno 44, con decreto ministeriale gli fu ridata la cittadinanza italiana e fu confermato Gran Rabbino della Comunità ebraica di Roma. L’esperienza della guerra, le leggi razziali di Mussolini, la persecuzione nazista a Roma gli fecero meditare sempre di più il profeta Isaia e particolarmente i carmi del servo. Ormai nel cuore del rabbino prendeva sempre più posto la figura di Gesù. Nell’autunno del 44 mentre presiedeva la liturgia del Yom Kippur, il giorno del grande perdono, nella sinagoga ebbe una grande esperienza mistica. L’autrice del libro riporta dalla autobiografia di Zolli questa testimonianza: “D’improvviso, con gli occhi dello spirito, vidi una grande prateria e, in piedi, in mezzo all’erba verde c’era Gesù Cristo rivestito di un manto bianco; sopra di Lui il cielo era tutto blu. A quella vista provai una pace indicibile… Allora in fondo al cuore sentii queste parole: Sei qui per l’ultima volta. D’ora in poi seguirai me! Le accolsi con la massima serenità e il mio cuore rispose immediatamente: Così sia, così è, così deve essere”.

Nel Gennaio del 1945 gli fu chiesto di riorganizzare il Collegio Rabbinico di Roma, cioè il centro degli studi ebraici, ma non accettò; ormai si stava aprendo un’altra strada davanti ai suoi occhi sempre più pieni della figura di Gesù il Nazareno. Prese contatto con padre Dezza, noto professore della Gregoriana e cominciò la sua preparazione al battesimo, che ricevette da monsignor Traglia il 13 febbraio 1945 e volle prendere il nome di Eugenio in onore di papa Pio XII, Eugenio Pacelli. Con lui fu battezzata anche la moglie Emma; la figlia Miriam seguì i genitori dopo un anno.

Negli ultimi tre brevi capitoli la Cabaud segue Zolli negli ultimi anni della sua vita. Morì a Roma il 2 marzo 1956 all’età di 74 anni. Entrando nella Chiesa, Zolli perse tutto, casa e stipendio, ma soprattutto fu oggetto di calunnie e denigrazione da parte degli Ebrei non solo di Roma, ma anche dell’ebraismo internazionale, fu trattato da apostata e scomunicato. Si ritrovò in estrema povertà, ma l’accettò volentieri; fu aiutato da padre Dezza e papa Pacelli volle che tenesse dei corsi all’Istituto Biblico e alla Gregoriana, fu chiamato a tenere qualche corso anche all’Università di Roma. Zolli non considerò mai il suo battesimo una conversione, ma l’approdo di una lunga navigazione: erano state le Scritture ebraiche che l’avevano portato alla fede in Gesù come conclusione di un cammino ininterrotto, il Nuovo Testamento non è che la continuazione, il compimento della promessa fatti ai padri. Sofia Cavalletti, nota per i suoi studi sulla patristica, sulla liturgia antica e sull’ebraismo, che fu sua assistente all’Università, gli rende questa testimonianza: “Lo scopo principale della sua vita era quello di insegnare che dall’Antico al Nuovo Testamento…c’è un lento cammino dello spirito verso le mete più elevate” (pag. 104).

Messori nella prefazione a questo libro lamenta che quella di Zolli sia una figura dimenticata, non solo (del resto comprensibile) presso gli Ebrei, ma anche preso i cattolici; si augura che dopo la traduzione in italiano e la pubblicazione di questo scritto della Cabaud possano riprendere gli studi su Zolli in maniera scientifica e si approfondisca quel motivo costante che ricorreva spesso sulla bocca e si ritrova negli scritti di Zolli che Antico e Nuovo Testamento formano un’unità. E un dato fondamentale della fede e della teologia cristiana e vale la pena approfondire come l’abbia scoperto nella vita, nello studio e negli scritti Eugenio Zolli.

Edito in FIRMANA nn.32\33 a. 2002

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EUGENIO ZOLLI, Prima dell’alba. A cura di Alberto Latorre. Ediz. San Paolo, Cinisello Balsamo (MI) 2004 pagg. 284

 

Le edizioni San Paolo hanno pubblicato nel 2002 su Eugenio Zolli il volume di J. Cabaud, Il rabbino che si arrese a Dio. La storia di Eugenio Zolli rabbino capo a Roma durante la seconda guerra mondiale (cfr.recensione in Firmana nn. 32-33). Ora viene opportuna la pubblicazione dell’autobiografia di Zolli. In copertina dopo il titolo Prima dell’alba c’è scritto, come sottotitolo: ”Autobiografia autorizzata”, mentre in prima pagina non c’è. Se è un’autobiografia certamente chi l’autorizza è l’autore, ma in questo caso l’autobiografia per la prima volta fu pubblicata in inglese col titolo Before the Down (Prima dell’alba) in occasione di un viaggio di Zolli in America. Si pensava quindi che lo scritto originale fosse in inglese. Invece è stato ritrovato il dattiloscritto in italiano e quindi c’è la certezza che l’inglese è una traduzione; nel “Congedo” del diario ringrazia “le reverende madri Williamson e Maranzana” che hanno curato la versione in inglese. Poiché tra il testo inglese e il dattiloscritto in italiano ci sono delle varianti, ad esempio, capitoli spostati ed altro, gli eredi hanno autorizzato la pubblicazione dell’originale italiano. Questo è precisato nella nota premessa al libro dal curatore del libro A. Latorre.

Queste le tappe principali della vita di Zolli. Nasce il 17 settembre 1881 a Brody, cittadina oggi nella Polonia, allora ai confini nord-ovest dell’impero austro-ungarico. Gli fu messo nome Israel. La sua lingua madre è quindi il tedesco. Quando Brody passò sotto l’amministrazione zarista, la famiglia si spostò a Leopoli, dove Zolli seguì studi classici e rabbinici. Nel 1904, dopo la morte dei genitori, lasciò la famiglia e si iscrisse all’università di Vienna dove rimase appena un semestre. Venne quindi a Firenze e si iscrisse alla facoltà di filosofia e contemporaneamente al Collegio Rabbinico Italiano. Completò gli studi con la laurea in filosofia all’università statale e con il titolo di rav (rabbino, maestro) al collegio rabbinico. Nel 1911 fu nominato vice-rabbino alla sinagoga di Trieste e nel 1913 rabbino e si ritrovò quindi in ambito austriaco; vi rimase fino al 1939. In quell’anno fu nominato rabbino capo della sinagoga di Roma. Qui visse tutta la tragedia degli ebrei di Roma nella bufera dell’occupazione nazista in Italia a seguito delle leggi razziali fasciste e della persecuzione tedesca contro gli ebrei nella capitale. Nel 1945 maturò la sua conversione al cristianesimo e il 13 febbraio ricevette il battesimo. Morì il 2 marzo 1956.

Quella di Zolli è un’autobiografia molto scarna di elementi cronologici e narrativi, ricca invece di considerazioni di carattere religioso, filosofico e teologico.

Del periodo a Brody ricorda la profonda religiosità della mamma e alcuni episodi come quando s’imbatté con un contadino che aveva sovraccaricato il suo cavallo, tanto che scivolò sul ghiaccio e il cavallo cadde; il ragazzo Israel si mise ad aiutare il povero contadino per far rialzare l’animale e per raccattare il carico. Tornò a casa in ritardo sul consueto orario e si ebbe dei rimproveri, ma tacque sull’opera buona che aveva fatto. Un altro episodio: un compagno s’era portato a scuola la boccettina dell’inchiostro vuota, ne chiese a Israel che gliene diede; il compagno, per averne di più, spinse improvvisamente il gomito di Israel, ma l’inchiostro fuoriuscì e gli macchiò il vestito e lo sporcò tutto. Zolli ricordando l’episodio scrive: “Non ero né indignato, né adirato; non sentivo per lui né odio né disprezzo. Non mi passò nemmeno per l’anticamera del cervello l’idea di denunciarlo al maestro. Non posso neppure dire di avergli perdonato. Nulla di tutto ciò. Per me il ragazzo era diventato una specie di non essere” (pag. 41). Tornato a casa raccontò tutto alla mamma, che lo consolò con tenerezza. Piccoli episodi che rivelano un temperamento calmo, un animo buono, ma anche fermo. Descrive particolarmente l’amico Stanislao presso cui andava spesso per passar del tempo e fare i compiti di scuola; ammirava questo compagno e la sua mamma, vedova, dolce, laboriosa, piena d’affetto verso il figlio per il quale non c’era mai bisogno di alzare la voce e tanto meno le mani. Avevano una casa semplice, ma dignitosa, c’era una grande stanza con alla parete un crocefisso e Israel lo guardava spesso quasi in contemplazione e si poneva interrogativi. Scrive: “Perché ‘questo’ fu crocefisso? Era cattivo? Oh che si crocefiggono tutti i cattivi? Se poi, fosse stato più cattivo degli altri, proprio tanto cattivo, perché tanta, proprio tanta gente lo segue? E perché le signore di mia madre … che pur seguono questo crocefisso sono tanto buone? La faccenda delle signore cominciava a divenire a sua volta uno strano ‘perché’. Come mai Stanislao e sua mamma, pure seguaci e adoratori di ‘questo’, sono tanto buoni? Perché noi ragazzi diventiamo così ‘diversi’ al cospetto di ‘questo’, e nella vicinanza di Stanislao e di sua madre?” (pag. 51). I corsivi sono originali <r.- aggiunti segni ‘ ’>, non nomina mai Gesù, ma questo personaggio diventa sempre più importante per lui. Le domande che il ragazzo Israel si poneva preludono ad un atteggiamento della vita che lo porta ad interrogarsi sugli uomini, i loro atteggiamenti, la loro fede e le loro pratiche religiose e forse sono un preludio ad interrogativi più profondi che insorgeranno nella maturità della vita con lo studio e un’attività attenta ai bisogni delle persone della propria religione e degli altri.

Del periodo degli studi all’università di Firenze e al Collegio rabbinico e poi della sua attività di rabbino a Trieste non racconta episodi, ma lascia trasparire una vita intensa caratterizzata da una forte tensione nel suo lavoro e una costante riflessione sui testi biblici non solo dell’Antico Testamento e del Talmud, ma anche sui testi del Nuovo Testamento: s’interroga sul ‘mistero’ della figura del servo di Dio nel profeta Isaia, sulla cultura giudaica e quella greca, sulla sete di Dio che traspare dai salmi, sul dialogo tra l’anima e Dio, l’io e Lui, s’interroga sulla sofferenza di Dio e la tristezza del Signore, sui vangeli e la persona di Gesù. Affronta la figura di Paolo ebreo e di Paolo cristiano e la posizione dell’apostolo nei confronti della Torah. Si appassiona nell’approfondire il cammino di ebrei arrivati alle soglie del cristianesimo come il filosofo Bergson. In maniera velata, perché descrive la sete che l’anima ha di Dio quando l’uomo ne è lontano, ma vi tende con tutte le forze e sente vibrare nel suo essere un’attrazione divina, descrive la sua tensione e il suo cammino. Scrive: “la sua anima stanca lo scorge dapprima flebilmente, si dibatte ancora nel dubbio. Ma poi si aggrappa disperatamente a lui e si lascia trascinare per una via estatica. E salendo di altezza in altezza, in quali sfere meravigliose viene condotta! “(pag. 133).

A partire dal capitolo Prima dell’alba, senza che il testo offra dati cronologici, si capisce che Zolli ormai si trova a Roma, con l’incarico di rabbino capo della sinagoga della capitale e le pagine del diario sono la memoria del suo travaglio interiore e del suo cammino verso Cristo, Si domanda se la conversione sia un’infedeltà alle origini, un tradire l’ebraismo e risponde a se stesso che è come la fioritura della primavera; ricorda la conversione di alcuni amici, richiama la figura di Edith Stein, della dottoressa Meirowsky, meno conosciuta della Stein, anch’essa ebrea convertita divenuta suora e morta martire nella persecuzione nazista, si ferma a lungo a descrivere la personalità, l’opera e il martirio di Massimiliano Kolbe, legge gli scritti delle origine cristiane, come la Didachè, nei quali vede continuità e novità nel passaggio dal giudaismo al cristianesimo, riflette sul concetto di coscienza e fede nelle lettere di S. Paolo e scrive: “ La coscienza non attinge la sua forza dalla legge, la quale spirituale e santa diletta la mente, resta pur tuttavia annullata (anche se assimilata) dal corpo di peccato, che è morte. L’uomo muore assieme al peccato attraverso il battesimo nella morte di Cristo. Risorto alla vita attraverso la crocefissione di Cristo l’uomo è libero dal peccato e la sua coscienza resta ormai totalmente e indissolubilmente legata al Padre, al Figlio, allo Spirito santo” (pag. 184s) e con S. Paolo e la Didachè prega: Marana’ ta’, Signore, vieni!

Gli ultimi tre capitoli hanno lo stile di una documentazione. La conversione di Zolli, rabbino capo della sinagoga di Roma, aveva creato non solo sorpresa tra gli ebrei della capi-tale, ma anche indignazione, accusa di tradimento, che sfociò in calunnie, quasi che egli avesse pensato a salvare se stesso e la sua famiglia e si fosse disinteressato della comunità ebraica durante l’occupazione nazista. Di fatto Zolli, che conosceva bene la lingua tedesca ed altre lingue aveva contatti con molte sinagoghe anche estere, fu preveggente nel capire le conseguenze dell’occupazione di Roma da parte dei tedeschi e intervenne presso personalità ebraiche autorevoli, che dirigevano uffici importanti del governo fascista ed erano legate a personaggi del regime, perché diffidassero delle assicurazioni provenienti dai ranghi del partito, ma non fu creduto. Zolli riporta un’ampia documentazione ufficiale, che dimostra la falsità delle accuse e rivendica il suo operato a favore dei suoi correligionari durante tutto il periodo terribile dell’occupazione nazista di Roma. Termina con un elogio dell’attività di Pio XII e dei padri Gesuiti per la salvezza di singoli e di gruppi di ebrei.

Il diario termina qui, Zolli non parla della sua conversione, del battesimo, né degli undici anni della vita dopo la conversione. Ora nel testo è riportato un breve capitolo in appendice, tradotto dall’inglese. Quest’appendice era stata pubblicata nell’edizione inglese del 1954, al curatore è sembrato opportuno aggiungerla all’edizione italiana. Zolli confessa che ogni conversione è avvolta nel mistero della grazia di Dio, e anche la sua, tuttavia rivede un cammino che in qualche modo ha preparato la risposta alla chiamata. Tutti gli riconoscevano una spiccata capacità riflessiva e una predisposizione al misticismo, anche se lui confessa di non averne avuta mai consapevolezza. Gli studi rabbinici, la lettura dell’Antico Testamento, del Talmud particolarmente delle parti midraschiche e soprattutto dello Zohar, gli hanno aperto l’anima verso una luce superiore, che ha trovato nel vangelo e nella persona di Gesù. Gesù era diventato il centro della sua vita, tutta la sua anima, in famiglia non si parlava che di Gesù. La chiamata avvenne quasi in forma visiva nel giorno della festa del Kippur, giorno dell’espiazione, di digiuno, di preghiera e di liturgia. Mentre presiedeva nella sinagoga il culto ebbe due momenti mistici. Scrive: “Iniziai a sentire come se una nebbia stesse insinuandosi nella mia anima: divenne più densa, e persi interamente il contatto con gli uomini e le cose attorno a me. Una candela, pressoché consumata, bruciava nel suo candeliere vicino a me. Appena la cera si fu liquefatta sul suo candeliere, la piccola fiamma brillò in una più grande, balzando verso il cielo. Rimasi affascinato dalla vista di ciò… La lingua di fuoco si agitava e si contorceva, tormentata; e la mia anima vi partecipava, soffriva… Subito dopo vidi con l’occhio della mente un prato stendersi in alto, con erba luminosa ma senza fiori. In questo prato vidi Gesù Cristo vestito con un mantello bianco, e oltre il suo capo il cielo blu. Provai la più grande pace interiore… Dentro il mio cuore trovai le parole: “Tu sei qui per l’ultima volta”. Le presi in considerazione con la più grande serenità di spirito e senza alcuna particolare emozione. La replica del mio cuore fu: “Così sia, così sarà, così deve essere”. Due momenti intensi distinti ma congiunti, il primo segnava la fine del suo tormento che sfociava in alto verso il cielo, il secondo la chiamata di colui che era diventato tutt’uno col suo cuore e lo invitava all’ultimo passo. Di fatti scrive Zolli: “Fu alcuni giorni dopo questi fatti che rinunciai al mio incarico in seno alla comunità ebraica e andai da un prete… per ricevere l’insegnamento cristiano… il 13 febbraio ricevetti il battesimo e venni incorporato nella Chiesa Cattolica, il corpo di Gesù Cristo” (pag. 274-75).

 

 

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MIOLA Gabriele fa recensione del libro di Edoardo Scognamiglio, ” Catholica. Cum Ecclesia et cum mundo” 2005 in FIRMANA anno 2005 nn. 35-36

FIRMANA Rivista dell’Istituto Teologico di Fermo fondata da Gabriele Miola n.  35/36 anno 2005 Il biblista Gabriele Miola fa recensione del libro che riferisce al Regno

EDOARDO SCOGNAMIGLIO, CATHOLICA.CUM ECCLESIA ET CUM MUNDO, ED. MESSAGGERO PADOVA 2004, PAGG.406.

Catholica è una delle quattro note della Chiesa inserite nel credo: “credo la Chiesa una, santa, cattolica e apostolica”. Nei trattati di ecclesiologia si dedica sempre una riflessione sul senso delle quattro caratteristiche che determinano l’essere della Chiesa. L’autore del saggio pensa che in essi viene riservato poco spazio alla nota della cattolicità e ne affronta lo studio in maniera ampia in questo volume. Le quattro note sono inclusive nel senso che si richiamano a vicenda e l’una non sta senza l’altra: il saggio si presenta come una rilettura del trattato sulla Chiesa e del suo rapporto col mondo alla luce della nota catholica.

Il libro si sviluppa in tre ampi capitoli. Il primo porta il titolo: Quale cattolicità? Partendo dal senso comune del termine cattolico come universale, l’autore precisa che fa parte della Chiesa la sua “vocazione cattolica”, cioè di sguardo e di apertura all’universale inteso non nel senso della globalizzazione moderna, che si ferma all’esigenza di una economia globale aperta e interdipendente, ma nel senso del dialogo, che è esigenza connaturata nell’uomo, che può e deve aprirsi a tutti i popoli con le loro diverse culture. Esaminate le difficoltà del dialogo nella mentalità del mondo moderno, l’autore si ferma ad analizzare le caratteristiche del vero dialogo, che può portare alla pace, di cui la Chiesa proprio in quanto cattolica nel piano di Dio è simbolo. Il dialogo che la cattolica porta avanti ha una radice trascendente perché è basato sul mistero dell’incarnazione e il dialogo trinitario. Il Verbo di Dio che entra nel mondo e costituisce la Chiesa suo corpo la rende capace di riconoscere la presenza del logos e le tracce dell’amore trinitario nell’uomo e nelle culture. La legge del dialogo, scrive l’autore, è il silenzio e l’ascolto: “dove c’è l’ascolto viene meno ogni forma di violenza, di prevalenza sull’Altro. La Chiesa, prima ancora di venire a dialogo con il mondo in cui si trova a vivere e di farsi parola, messaggio, colloquio, deve imparare ad ascoltare la voce dell’uomo e la voce di Dio. Il futuro dell’uomo è nel silenzio e non nella parola prevaricatrice” (pag. 30).

L’autore, frate minore conventuale, vede realizzata la capacità di dialogo, che il Dio trinitario ha donato alla Chiesa, nella figura e nella pratica di Francesco: fratello minore di tutti, che nell’ascolto sa immedesimarsi nell’altro, accoglierlo, testimoniargli il perdono di Dio e stabilire quindi la comunione e la pace, come frutto del perdono. A proposito scrive: “A tutto questo deve tendere il nostro essere ecclesiale: alla riconciliazione cattolica, cioè universale, tra tutti i popoli della terra. E vera quella cattolicità che dona il perdono … Nel suo significato più ampio, la cattolicità indica la chiamata di tutti i popoli alla salvezza nell’orizzonte dell’unità e della pace universale.” (pag. 42). A questo punto l’autore si pone la domanda: chi appartiene alla catholica? E, riprese le distinzioni sull’appartenenza alla Chiesa della LG 14, sottolineata la differenza tra il senso intensivo e integrale del termine cattolico e quello estensivo di universale, cioè chiamata alla missione verso tutti i popoli, che pure in qualche modo appartengono o sono ordinati alla Chiesa, scrive: “La cattolicità dell’unica Chiesa di Cristo non ha semplicemente un’estensione geografica e un’intensità giuridica, né solo un significato dogmatico e antropologico-esistenziale, ma soprattutto simbolico. Se è vero che ogni uomo -a prescindere dalla sua consapevolezza- è ordinato e orientato al popolo di Dio…la cattolicità ha un valore simbolico di unione, distinzione e partecipazione-comunione con il mistero del Padre rivelato in Cristo per mezzo dello Spirito. Questa simbolicità della cattolicità è di ogni Chiesa, di tutte le chiese, delle comunità che celebrano l’eucaristia come di quelle che professano la stessa fede e vivono del medesimo battesimo. Ogni uomo che ha compiuto una decisione per Gesù Cristo è cattolico! Per la catholica, nessun uomo è straniero” (pag. 53).

È questo il problema del rapporto tra Chiesa visibile e Chiesa invisibile: “La «Chiesa della grazia» permette d’avere una visione più aperta della cattolicità in quanto dono di Cristo e dello Spirito: nell’aggregatio fidelium rientrano anche coloro la cui fede implicita è nota solo a Dio. Per cui, secondo il genio di Tommaso, più che affermare «extra Ecclesiam nulla salus» è giusto dire «extra fidem nulla salus». Per un senso estensivo della cattolicità dev’essere in primo piano non l’ecclesia in sé e per sé, ma la fede implicita nella salvezza. La cattolicità, prima ancora di essere una nota ecclesiologica -per un certo tempo a carattere apologetico- è una realtà cristologica e pneumatica, cioè trinitaria” (pag. 55-56).

Il secondo paragrafo del primo capitolo è dedicato allo sviluppo e alla comprensione nella storia della Chiesa del termine: cattolico. Precisato che non c’è un uso biblico del termine, l’autore passa ad esaminarne i diversi significati negli scrittori classici e poi all’uso che se ne fa nei padri della Chiesa. Ignazio d’Antiochia lo usa per indicare l’unità del corpo ecclesiale contro le serpeggianti e disgreganti eresie cristologiche, un’unità testimoniata da Ignazio con il martirio, che diventa segno di coesione per tutte le chiese locali alle quali Ignazio si rivolge, un segno che esprime l’unità delle comunità intorno all’eucaristia come intorno al martire. In Ireneo “cattolica” indica l’universalità dell’unica Chiesa e il significato rimane in Tertulliano, Cipriano ecc.; con le eresie trinitarie e cristologiche cattolico esprimerà nel quinto secolo l’aspetto dell’universalità e dell’ortodossia: Vincenzo di Lerino affermerà “ciò che dovunque, ciò che sempre, ciò che da tutti è stato creduto, questo è veramente e propriamente cattolico”. Nel cammino della storia, già a partire dal VI secolo, s’incontrano, si scontrano e s’intrecciano il potere civile e quello dei vescovi; Roma, anche nel confronto con la Chiesa d’Oriente, tende a proporsi come coordinatrice della cristianità; in occidente nel medioevo i vescovi e il papa acquistano poteri sempre più vasti e con Gregorio VII la Chiesa di Roma diventa il vertice indiscusso della Chiesa cattolica fino a coincidere, con Innocenzo III, l’espressione Chiesa cattolica e Chiesa romana. Scrive Scognamiglio: “Il papa era l’unico titolare della suprema potestà universale di giurisdizione della Chiesa intera…Di conseguenza, il papa, pur vincolato dalla legge divina e alla costituzione divina della Chiesa, aveva piena libertà di manovra nel corpo ecclesiale; era diventato, in un certo senso, il monarca della Chiesa. Secondo questa prospettiva, la nota della cattolicità della Chiesa sfocia nell’assolutismo…” (pag. 112). Questo porta l’autore a precisare il significato di cattolicità e indefettibilità della Chiesa nello sviluppo della teologia fino alle soglie del Vaticano II.

Il secondo capitolo è intitolato: Immaginare la Chiesa cattolica. Volutamente usa il verbo “immaginare” per la valenza teologica che ha il termine “immagine”. Fatta un’analisi del termine, presenta i diversi modelli sviluppatisi nell’ecclesiologia postconciliare. Li chiama modelli-indirizzi e ricorda quello teandrico, kerygmatico, comunionale, ecumenico, sacra-mentale, pneumatico, storico, socio-politico, simbolico, ma si ferma ampiamente solo sull’ecclesiologia di alcuni noti autori, che hanno caratterizzato la riflessione ecclesiologica e preconciliare e preparato così la visione di Chiesa del Vaticano IL Dedica un lungo paragrafo all’ecclesiologia di H. De Lubac La grace du catholicisme e un altro ampio paragrafo a Y. M. Congar Verso un «oecumenisme catholique»; fa una breve analisi delle riflessioni ecclesiologiche proposte nel postconcilio da H. Kung, S. Dianich, J. Werbick ed altri. La cattolicità della Chiesa è vista sempre nella prospettiva del ‘già e non ancora’ nella tensione costante della Chiesa all’annuncio del vangelo, come missione fondamentale affidatale dal Risorto, e all’assunzione dei valori umani propri degli individui e dei popoli. In questo ambito affronta il problema della cattolicità in rapporto alla relazione tra Chiesa universale e chiese locali, tra Chiesa cattolica e chiese separate con riferimento all’enciclica Ut Unum Sint e alla questione dell’espressione chiese sorelle, nonché al problema della salvezza di chi è estraneo alla Chiesa con riferimento alla Dominus Jesus. Unità e cattolicità della Chiesa sono in stretto rapporto, esprimono il paradosso dell’unità di tutti coloro che sono stati raggiunti dalla parola e dalla grazia di Dio e sono stati incorporati a Cristo con il battesimo e dall’altra parte la cattolicità dice unione e comunione con tutti perché Cristo è morto per i peccati di tutti ed è risorto per la salvezza di tutti. La Chiesa è nata una e cattolica, come pure santa e apostolica, a pentecoste.

Il terzo capitolo porta il titolo Cattolicità dell’«oikoumene». È il più ampio e in quattro paragrafi affronta il senso della cattolicità della Chiesa in rapporto ai problemi attuali. Il primo paragrafo: Il senso cosmico della cattolicità: la Parola di Dio e lo Spirito dopo aver accennato alla visione della cattolicità nelle diverse confessioni cristiane, esamina il documento di studio Cattolicità ed apostolicità redatto dal gruppo di lavoro formato da membri della Chiesa cattolica e del CEC, si riferisce ad altri documenti ecumenici come quelli di Dombes e passa poi al concetto di cattolicità delineato dai teologi ortodossi Lossky e Bulgakov e conclude scrivendo: “La cattolicità della Chiesa ha un valore sovraecumenico, cioè cosmico, ed ha per fine non semplicemente l’unione delle chiese e delle comunità cristiane, bensì la trasformazione del mondo e di tutta la creazione. Il carattere universale e cosmico della Catholica si rivela a noi proprio nella celebrazione eucaristica che spinge all’unità visi-bile delle comunità… Nell’Eucaristia sono riconciliati sia l’ordine della creazione sia quello della redenzione. In questo sacramento c’è la presenza di tutta la creazione e del mondo amato da Dio” (pag. 237).

Il secondo sottotitolo La conversione delle chiese ha ancora una tonalità ecumenica, richiama il cammino ecumenico fatto nel postconcilio e affronta tra l’altro il problema dell’ospitalità eucaristica tra le chiese rifacendosi al recente documento Ecclesia de Eucharistia e invita le chiese ad affrontare i problemi non risolti e ricorda prima di tutto: “il primato primaziale del romano pontefice e il significato della successione apostolica in ambito stretta- mente giuridico e sacramentale”, ma anche altri problemi di tensione come “la nomina dei vescovi, il celibato, l’ammissione delle donne al sacerdozio, il proselitismo ecc.” (pag. 246).

Il terzo paragrafo affronta il tema de L’incontro con le religioni: cattolicità in pericolo. Dalla dichiarazione conciliare Nostra Aetate sul dialogo interreligioso si è sviluppata una nuova riflessione teologica sul significato delle religioni non cristiane partendo da questa prospettiva: “si deve (o si può) riconoscere un senso salvifico alle altre religioni? Anche questa domanda è collegata al significato della cattolicità ecclesiale, perché rimette in gioco l’antico lemma extra ecclesiam nulla salus.” (pag. 248). L’autore si mostra favorevole ad un ruolo salvifico delle religioni. Partendo dal mistero trinitario e dal mistero dell’incarnazione l’autore svolge un concetto di rivelazione e presenza di Dio nelle religioni. “Il Padre è nelle religioni perché è ciò che sta alle origini del movimento religioso. Ed è in questa protologia che le religioni hanno il diritto di esistere. Non perché sono un fenomeno culturale, un dato storico che non si può eliminare o che per forza dobbiamo sopportare, bensì perché vivono della tensione paterna di Dio e del suo comunicare con l’uomo”. Per l’incarnazione la mediazione del Verbo è universale e le religioni esprimono in qualche modo un volto del Cristo. Scrive l’autore: “La presenza delle religioni in Cristo è da rileggere nell’ottica della compassione all’uomo e della fedeltà al Padre. Nell’azione soteriologica di Gesù che muore in croce e che risorge c’è posto per ogni esperienza dell’uomo. Gesù ha ristabilito l’unione dell’umanità con Dio…Non solo Cristo è attivo e presente nelle religioni ad opera dello Spirito, ma sono le religioni, in rapporto al Cristo risorto e alla sua destinazione finale, già anticipata nel presente della pasqua, ad assumere un ruolo attivo per l’unica mediazione umana e divina del Verbum caro”, (pag. 282 s.). E lo Spirito, che è lo Spirito d’amore o il donatore d’amore, continua l’autore, come in una kenosi, vive in mezzo a noi e soffia dove vuole, apre, attraverso i riti, i segni, i simboli delle religioni, al regno di Dio.

Ad gentes è l’ultimo paragrafo del terzo capitolo e conclude il cammino di riflessione sulla cattolicità della Chiesa. Scrive l’autore all’inizio del paragrafo: “La presenza di Cristo nel mondo attraverso la Chiesa è di natura mistica, sacramentale, cioè simbolica. Ha un carattere liturgico: per questo, gli apostoli, dopo aver ricevuto le ultime istruzioni ed essere stati benedetti dal Risorto, «tornarono a Gerusalemme con grande gioia; e stavano sempre nel tempio lodando Dio» (Le 24,52s). Il cristianesimo delle origini non conosce alcun tipo di ascesi ma solo una mistica dello Spirito, una sorta d’esperienza di Dio nella memoria pneumatica di Gesù Cristo. Il Risorto apre i discepoli alla mondanità, all’inserimento nella società del tempo e al confronto delle culture e i mondi attorno a Gerusalemme” (pag. 299). Tutto il paragrafo è dedicato al problema dell’inculturazione del vangelo sulla scia dell’Evangelii Nuntiandi, della Redemptoris Missio. Analizza ampiamente il concetto di cultura nelle filosofie moderne ed affronta il problema dell’evangelizzazione in questo nostro tempo caratterizzato dalla postmodernità rifacendosi al documento postsinodale Ecclesia in Europa e al Progetto culturale orientato in senso cristiano proposto dalla CEI e al documento Comunicare il vangelo in un mondo che cambia. La Chiesa è stata posta da Cristo nel mondo per il mondo; certamente incontra nel mondo tanti pericoli e per questo deve saper superare quei «rischi globali» insiti nella mentalità del mondo. La catholica tiene lo sguardo aperto sulla storia, che cammina verso una sempre più incisiva interdipendenza nel clima di globalizzazione tipico del nostro tempo ed in esso manifesta il suo essere catholica perché «annuncia tutta intera la fede, tutta intera la salvezza per tutto l’uomo e per tutta l’umanità», come si esprime il catechismo della Chiesa tedesca. La Chiesa non è estranea al mondo né può diventarlo, ma porta la sua testimonianza evangelica assumendo i tanti problemi del mondo: vita, risorse, energia, sviluppo sostenibile ecc. Ed è proprio la testimonianza, che va dalla preghiera personale, comunitaria, alla celebrazione dell’eucaristia, alla condivisione dei problemi, all’annuncio missionario, alla carità e alla dedizione per gli altri fino al martirio, che fa sì che la Chiesa sia accolta come catholica, testimone della salvezza di Cristo. Scrive il nostro autore: “Il nostro impegno come martyria ammette nella Chiesa una solidarietà con il mondo quale premessa fondamentale alla nostra santità che ci impone di stare nella storia senza esenzioni, come compagni degli uomini. Mostrare il vivo volto di Cristo al mondo è possibile solo nell’ottica della condivisione e dell’assimilazione al mondo, raggiungendo gli uomini lì dove sono, anche nel loro peccato, negli abissi della morte, del loro rifiuto di Dio, incontrandoli con simpatia e amore, visto che lo stesso Gesù Cristo «morì per noi mentre eravamo ancora peccatori» (Rom 5,8) e ci ha riconciliati con Dio «mentre eravamo nemici» (Rom 5,10). È questa la bellezza del cristianesimo che salverà il mondo” (pag. 373).

Dopo aver seguito lo sviluppo dei capitoli di questo ampio lavoro, ecco alcune osservazioni finali. Dicevo all’inizio che il lavoro si presenta come una rivisitazione del trattato di ecclesiologia alla luce della nota catholica. La lettura del volume certamente lascia l’idea dell’ampiezza della cattolica come termine che, da una parte identifica, insieme alle altre note, la Chiesa, e dall’altra apre ad una dimensione simbolico-escatologica. L’autore tocca tutti i problemi relativi alla realtà della catholica. Chiesa e regno di Dio, Chiesa universale e chiese locali, l’unità della Chiesa e i problemi ecumenici, le divisioni dei cristiani e quindi i rapporti con le chiese separate o chiese sorelle, le comunità ecclesiali, il ministero ordinato, l’ospitalità eucaristica e inoltre la catholica e la salvezza dei non cristiani, il dialogo interreligioso, la tensione missionaria della catholica e il vasto problema dell’inculturazione del vangelo, la comunione con il mondo e le tensioni culturali, morali politiche ed economiche che lo assillano e lo lacerano. Tutti questi problemi sono affrontati, ma evidente-mente non sono risolti né potevano esserlo. La quantità dei problemi lascia l’impressione di affastellamento e dà pesantezza nella lettura. Lo stesso concetto di catholica non è usato sempre in maniera coerente e a volte risulta estraneo al problema affrontato.

Per l’autore catholica esprime la realtà dinamica del progetto di Dio, che tocca non solo la Chiesa ma tutta la realtà mondana, è la tensione escatologica che pervade il disegno di salvezza. La semantica del termine catholica si ampia e si trasforma. Nell’ultima pagina, più che nel corso del lavoro se ne evidenzia il significato, quando scrive: “E’ l’Ecclesia ab Abel, che racchiude il senso divino della cattolicità. Catholica, poi, è la Chiesa di Dio, l’intero popolo eletto … Catholica, però, è anche l’umanità che si apre all’amore di Dio… Sono cattolici i popoli che hanno diritto di cittadinanza su questa Terra…Cattolico è pure il tentativo di dialogo per ripristinare la pace tra etnie… La cattolicità, dunque, non ha un’origine giurisdizionale, un vincolo primariamente istituzionale. E un dono eziologico e carismatico che permette alle comunità cristiane di essere il luogo della compassione in cui l’umanità può ritrovare l’unità e la salvezza, lo spazio in cui il mondo appare e si sente riconciliato” (pag. 378s). Alla fin fine si potrebbe dire che la catholica coincide col “regno di Dio”. Come questo si esprime nel “già e non ancora”, così, dice l’autore, la catholica ha due tempi: “nel momento attuale, la cattolicità ha un carattere innanzitutto liturgico-sacramentale e … canonico; ma assume poi un significato cosmico, simbolico. In rapporto al futuro, la cattolicità appare totalmente come dono escatologico… dono gratuito del Padre. E lui che, nella piena gratuità, ha iscritto tutti gli esseri viventi nel libro della vita. Il salmo proclama con tenacia e gioia: «Tutti là sono nati» (Sai 84,7). Per cui, la Chiesa raccoglie e offre al Padre, nella potenza dello Spirito, attraverso Gesù Cristo, tutto ciò che è del mondo (n.d.r. cioè il regno). Così noi sappiamo dove è la Chiesa (n.d.r.: il regno), ma non ci è dato di giudicare e dire dove la catholica (n.d.r.: il regno) è” (pag. 379).

Per un’eventuale ristampa si consiglia di compilare un dizionarietto con i temi affrontati e segnalazione delle pagine relative e di correggere i seguenti errori di stampa:

pag. 73 ultima riga, da correggere il greco in:  pepleromene pistei kai agape

pag. 160: ultime due righe: non è chiaro il senso: sono giuste o c’è un refuso?

pag. 270: seconda riga del secondo capoverso: leggere “Caritas Deus est”

pag. 277 nota 92 quarta riga, leggere: quale Ur-bild

pag. 301 ultima riga, leggere: insito nel potere

 

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MIOLA GABRIELE fa recensione del libro di J. L. SKA Il libro sigillato e il Libro Aperto 2005; Meditazioni Bibliche in FIRMANA 41\42 anno 2006 41\42

FIRMANA Rivista dell’Istituto Teologico di Fermo fondata da Gabriele Miola n. 41\42 anno 2006 Il biblista Gabriele Miola fa recensione del libro

  1. L. SKA, Il Libro Sigillato e il Libro Aperto, EDB, Bologna 2005 (pp. 512) € 35,00

Il volume raccoglie 23 articoli sull’Antico Testamento pubblicati tra il 1990 e il 2004 in diverse riviste e collettanee; dalla nota bibliografica posta alla fine del volume risulta che erano stati pubblicati: sei nella rivista «La Civiltà Cattolica», otto sono relazioni tenute presso lo Studio biblico teologico aquilano edite in collane a cura dell’ISSRA (L’Aquila) oppure presso le Dehoniane di Bologna o Roma, due in «Rinascere» rivista del movimento “Rinascita Cristiana”, due in «Parola, Spirito e Vita», uno in «Studia Patavina», una conferenza tenuta presso la facoltà di Lettere dell’Università di Pisa, uno in «Synaxis», uno in «Asprenas», una relazione tenuta all’ISR di Avellino. I 23 articoli sono stati raggruppati in tre parti, ognuna delle quali esprime un ambito o indirizzo comune: la prima parte, chiamata “Orientamenti” tocca temi generali di metodo e di ermeneutica dell’AT; la seconda intitolata “Letture bibliche” è dedicata alla presentazione di brani soprattutto di Genesi ed Esodo, ma anche di Samuele, Rut e Proverbi; la terza raccoglie tre interventi dedicati a “Diritto e Istituzioni della Bibbia”.

Il titolo del volume II Libro Sigillato e il Libro Aperto rimanda all’immagine dell’Apocalisse (5,2.9), al rotolo sigillato con sette sigilli che solo l’Agnello può dissigillare e l’immagine è ripresa per dire che la Sacra Scrittura ha bisogno di una mano che guidi alla comprensione della parola di Dio in essa trasmessa, come il diacono Filippo guida l’etiope ministro della regina Candace, che sul suo carro legge Isaia ed è incapace di capire la Scrittura fino a quando Filippo gli apre il brano di Isaia al senso della profezia (At 8,26-35). Il prof. Ska prende il lettore per mano e lo conduce dentro tanti testi dell’Antico Testamento.

Il prof. Ska insegna esegesi dell’Antico Testamento al Pontificio Istituto Biblico di Roma e accanto all’indispensabile metodo storico-critico privilegia quello narratologico. È questa una caratteristica delle sue relazioni negli incontri biblici, il professore, chiariti problemi storici e di contesto, ti fa entrare in maniera piana nelle pagine della Scrittura suscitando stupore e meraviglia per la loro bellezza letteraria e insieme per il messaggio che ne proviene. Così ognuno degli articoli raccolti in questo volume ti invita ad andare avanti, a leggerne altri e a gustare la parola di Dio.

Non è evidentemente possibile presentare i 23 articoli, ne sceglierò qualcuno dalle tre parti. Apre la prima raccolta un articolo dal titolo: Come leggere l’Antico Testamento. Un problema sempre aperto e affrontato in tutte le epoche dell’esegesi biblica e della storia della Chiesa, molto sentito oggi perché la Bibbia è messa in mano a tutti e se ne consiglia la lettura personale. Richiamate le difficoltà che il cristiano prova di fronte alla condotta e alle ambiguità dei patriarchi e di altri personaggi, di fronte alle guerre e alla violenza ordinate da Dio al suo popolo contro i nemici nell’occupazione della terra promessa o nella storia d’Israele, come pure di fronte ad una teologia carente sul problema della vita eterna nei Salmi, nei libri di Qohelet e di Giobbe, l’autore fa due premesse:

a). nota che esistono modi e canoni diversi nell’accostarsi ai testi: personaggi violenti, guerre ed eventi di distruzione non fanno scandalo in poemi classici, lo fanno invece nella Bibbia; ma anche le stesse pagine bibliche che sconcertano un lettore diventano per altre fonte di ispirazione come è avvenuto spesso nelle arti figurative e teatrali, basti pensare alla trasfigurazione artistica di personaggi come Giosuè, Sansone, David ecc.

b). chiede al lettore della Bibbia di accostarsi con metodo giusto alla lettura di essa. La cultura illuminista e positivista aveva imposto una lettura astratta perché si preoccupava dell’oggettività dell’evento o della verità in sé, astraeva dall’aspetto narrativo e letterario, il senso era come estrinseco alla Bibbia stessa; giustamente Ska seguendo autori recenti d’ermeneutica, invita ad entrare nelle pieghe della narrazione biblica e ad interpretarne eventi e personaggi secondo criteri che emergono dai testi stessi poiché “essi definiscono il rapporto con la realtà storica in accordo con le convenzioni letterarie della loro epoca e generano la loro peculiare teologia seguendo le vie a loro proprie” (pag. 20).

Ska invita ad entrare nel racconto e vedere il cammino della ricerca di Dio propria dei personaggi, ricerca che passa attraverso difficoltà e valori morali propri del tempo, mette in evidenza che il giudizio non va fatto in astratto, ma dentro il racconto, che vede il dramma dei personaggi e il realizzarsi del piano del Signore attraverso le difficoltà, le contraddizioni e le miserie umane. Se è vero che già la sapienza pagana diceva: «Nulla di umano mi è estraneo» (Homo sum, humani nìhil a me alienum puto: Terenzio), a maggior ragione è vero dei personaggi biblici e del piano di Dio, tanto più che “da quando il Verbo si è fatto carne, il sacro si è radicato nel mondo profano o, per adoperare la parola di C. Peguy, “lo spirituale si è fatto carnale”” (p. 18).

Sacra Scrittura e Parola di Dio è il terzo articolo, una relazione tenuta poco dopo l’11 settembre 2001 e l’autore s’interroga all’inizio come mai può succedere che Scritture ritenute sacre, come il Corano, abbiano potuto avallare l’idea di un crimine terribile, sostenere gli esecutori nel preparare il piano e indurli a perpetrarlo con il loro stesso suicidio distruggendo le Twin Towers, procurando la morte di migliaia di innocenti. Si potrebbe dire: il Corano non è la Bibbia e può avallare comportamenti di quel tipo. Ma anche nella Bibbia possiamo trovare violenze e molto gravi: per esempio perché Dio ordina a Giosuè di sterminare tutte le popolazioni di Canaan? Ska invita a capire i modi diversi con cui i lettori si pongono dinanzi alla Bibbia, perché c’è “una lettura fondamentalista e una lettura critica delle Scritture. Entrambe sono fatte da credenti, ed è proprio questo che rende il problema più acuto. La differenza essenziale però è che la lettura critica riesce a distinguere tra “sacra scrittura” e “parola di Dio” e, soprattutto, non identifica la “lettera” e ogni “lettera” della Bibbia con la parola di Dio nella sua globalità” (pp. 44-45).

Ska ci propone due immagini per cogliere questa differenza: la sfera e il bosco. La sfera è considerata perfetta perché ogni punto è uguale ad un altro ed è sempre egualmente equidistante dal centro: così ogni parola della Scrittura è uguale ad un’altra; l’immagine esprime il tipo fondamentalista di lettura della Bibbia. Il bosco invece è una realtà costantemente ineguale, bisogna conoscerlo addentrandosi in esso e cogliendone nei diversi adattamenti secondo le stagioni e la luce del giorno e del tempo l’estrema diversità di ogni componente per gustarne la varietà e la ricchezza. Premesso che nella Bibbia si trovano tanti generi espressivi: dall’oracolo profetico, al genere sapienziale, a racconti storici e parabolici ecc., l’autore mette in evidenza tre aspetti: primo, quello della “compilazione”, cioè racconti che si sovrappongono, ma distinguendosi, per esempio i due racconti della creazione, i diversi atteggiamenti di valutazione nei confronti del tempio, cosa sacra e residenza perenne di Dio e invece cosa da distruggere perché diventato covo di idolatria ecc.; secondo, quello della “revisione”: Abramo è prima della legge, ma è anche uno che osserva la legge, oppure la promessa e la realizzazione della monarchia come struttura essenziale di Israele quale nazione tra le altre, e la visione postesilica secondo la quale per costituire Israele sono sufficienti il culto e la Torah senza il monarca; terzo, quello dell’“intenzione”: la prospettiva di Israele da una parte è quella di possedere una terra, ma dall’altra invece la Bibbia ebraica si chiude con il libro ielle Cronache, che dopo l’editto di Ciro esorta gli ebrei a tornare, ma è un popolo in cammino verso una terra che non gli appartiene. La Torah del resto, il libro fondamentale d’Israele, termina con la morte di Mosè senza entrare nella terra di Canaan, e il popolo accampato sulle rive del Giordano è in attesa di entrare, come ad indicare che esso è sempre in cammino verso la terra promessa. Concludendo Ska scrive: «La verità non è nella “lettera” del testo, ma nell’atto intelligente e critico del lettore che prolunga, all’interno della comunità dei credenti, lo sforzo di aggiornamento iniziato dalla stessa Scrittura» (p. 58).

L’articolo 4, di ben 40 pagine, intitolato La Bibbia un libro aperto o un libro sigillato? dà il titolo a tutta la raccolta del volume. L’autore vi riprende il problema ermeneutico, che aveva trattato in un ampio articolo La “nouvelle critique” et L’exégése anglo-saxonne pubblicato in RSR 80 (1992) 29-53. Scrive: «La Bibbia è un libro aperto o sigillato e quasi incomprensibile? Le riflessioni di quest’articolo vorrebbero fornire alcuni punti saldi per orientarsi nell’ermeneutica moderna» (p. 60).

L’autore nella prima parte riassume le diverse prospettive dell’ermeneutica indicando tre punti di partenza con cui si può guardare la Bibbia: come “documento”, come “monumento”, come “avvenimento”. Prendere la Bibbia come “documento” significa analizzarla nella sua genesi e stratificazioni successive, interpretare l’intenzione dell’autore in funzione dei destinatari di ogni testo o brano. È il metodo storico-critico, che ha avuto i suoi grandi meriti, ma ha corso il rischio di far perdere l’unità e lo sguardo d’insieme del testo biblico. Considerare la Bibbia come un “monumento” significa considerare l’intera Bibbia e singoli libri come opera a se stante, coglierne le proporzioni, lo stile, la bellezza, i personaggi senza preoccuparsi dei valori teologici e morali dei testi. È la lettura della Bibbia con i metodi più attuali d’analisi sincronica. Uno sguardo sincronico sulla Bibbia è di fatti molto proficuo, ma può correre il rischio di fermarsi ad una lettura estetizzante. Porsi dinanzi alla Bibbia come un “avvenimento” significa lasciarsi interrogare dal testo ed entrare in esso coinvolgendosi perché il testo non solo mi interpella, ma io stesso divento attore nell’evento o nella riflessione. Ska presenta questa prospettiva ermeneutica riassumendola come segue: «Il significato del testo non è “nascosto” nel testo e il compito del lettore non è di “scoprire” quello che sta già presente in esso. Il compito del lettore è molto creativo: deve costruire il significato» (p. 73). La Bibbia è sempre una parola che interpella perché aspetta una risposta dell’uomo a Dio, che è il vero autore di essa, ma l’interprete non può esprimere una creatività soggettiva che stravolga l’appello e la relativa risposta dell’uomo. Scrive Ska: «Le posizioni estreme sono poco difendibili perché sembrano implicare che non sia più necessario leggere il testo per poi interpretarlo. Nessuno arriva a questa posizione insostenibile, però è un pericolo corso da alcune teorie poco bilanciate» (p. 75) e per una posizione equilibrata d’applicazione di questi metodi rimanda al libro di U. Eco: I limiti dell’interpretazione.

La seconda parte dell’articolo porta il titolo Lo specchio, la lampada e la finestra “tre immagini che serviranno non esattamente a classificare le diverse scuole di esegesi, piuttosto a definire tre direzioni principali dell’ermeneutica dall’antichità fino ad oggi” (p. 78 . L’immagine dello “specchio” usata nell’ermeneutica fin da Platone, che legge l’arte in genere, pittura, scultura, opere letterarie, come specchio di una realtà perché la imita, è un tipo di lettura arrivata fino ai nostri tempi, anche se reinterpretata secondo la sensibilità della cultura nelle diverse epoche storiche. Anche oggi diciamo che le narrazioni bibliche p.e. quelle dell’Esodo, vanno lette come narrazioni specchio di un messaggio teologico che bisogna cogliere nel racconto: «Il lettore è invitato a guardare bene nello “specchio” e ad interpretare il mondo delle immagini che passa davanti ai suoi occhi» (p. 81). L’immagine della “lampada” o della “sorgente” serve a Ska ad evidenziare l’esegesi influenzata dal romanticismo, che rigetta il classicismo e si rifà alla spontaneità del primitivo e delle origini. È l’esegesi tipica di grandi esegeti come Gunkel, von Rad, che privilegiano esaltare i periodi antichi, quelli delle saghe dei patriarchi, dell’epopea dell’esodo o del regno davidico a scapito della strutturazione rigida, tipica d’Israele nel post-esilio. La metafora della “finestra” non caratterizza una scuola particolare, ma l’immagine serve per intravedere come la lettura di un brano può essere illuminato a seconda delle finestre che si aprono. Ska presenta come esempio i diversi modi: con cui si può leggere (ed è stato letto) il brano della vedova che ottiene dal profeta Eliseo la moltiplicazione dell’olio per poter pagare i suoi creditori ed evitare così di finire in schiavitù lei e i suoi figli a causa dei debiti (2 Re 4,1-7): il racconto viene letto da una “finestra” classica, da una sociologica, da una storica, politica, teologica e da una letteraria.

La Pontificia Commissione Biblica nel documento L’interpretazione della Bibbia nella Chiesa (1993) al primo capitolo Metodi e approcci per l’interpretazione elenca ben tredici metodi ripartiti in diverse aree. La conclusione di Ska è simpatica, invita a non smarrirsi di fronte alle proposte odierne dell’ermeneutica, ma a prendere l’atteggiamento di chi entra in università e sa che vi trova “maestri che guideranno passo passo lo studente nel suo cammino” preparandolo ad essere autonomo nelle specializzazioni che metterà poi a servizio dei cittadini o a vedere coloro che insegnano e studiano in università come una famiglia in cui si sperimenta “entusiasmo per lo studio, curiosità per le ricerche nuove, solidarietà nei momenti difficili e legami duraturi per il futuro” (p. 97).

Ancora cinque articoli sono raccolti nella prima parte: due sono dedicati al problema del canone delle Scritture, di questi il sesto: Formazione del canone delle Scritture ebraiche e cristiane, molto curato, si sviluppa per ben 50 pagine.

La seconda parte della raccolta sotto il titolo Letture bibliche riunisce undici articoli: cinque dedicati a Genesi, tre all’Esodo, uno a Rut, uno a 2 Samuele su David e il figlio Assalonne, l’ultimo porta il titolo I volti “insoliti” di Dio nell’AT, che prelude ad un altro volumetto: I volti insoliti di Dio. Meditazioni bibliche, pubblicato di recente (cfr. sotto). Mi limito a presentare il n° 13: Genesi 18,1-15 alla prova dell’esegesi classica e dell’esegesi narrativa e il n° 15 L’Esodo, il nome di Dio e la storia d’Israele.

Nel presentare il racconto della teofania di Mamre e l’ultimo annuncio della nascita di un figlio ad Abramo (Gen 18,1-15) Ska parte dall’analisi dello studio di Frei, che mette sott’accusa l’esegesi classica per aver accantonato la narrativa biblica e letto il testo solo sotto il profilo delle fonti e quindi della storicità dei racconti. L’esegesi classica correva il rischio, come mette in evidenza Frei, una volta analizzate le fonti e suddiviso il testo, di abbandonare la narrazione biblica e di esprimere solo gli aspetti teologici di ogni brano e di perdere quindi l’unità del racconto e della Bibbia. Gen 18,1-15 veniva in genere suddiviso in due parti: il v. 1 come introduttivo, i w. 2-8 una scena di “teoxenia”, cioè di ospitalità della divinità, i vv. 9-15 come annuncio di nascita basato sul significato del nome del nascituro Isacco, che può essere inteso come “JHWH fa sorridere, porta il sorriso”; i due spezzoni venivano rapportati il primo a teofanie simili e il secondo ad annunci di nascita comuni nelle pagine bibliche. La divisione del racconto veniva basato su alcune apparenti incongruenze di termini come pane-focacce, l’uso del singolare e del plurale nel dialogo dei tre ospiti con Abramo. Nella seconda parte dell’articolo Ska si affida all’analisi narratologica e rileva l’unità del brano: la scenografia proposta, in cui si muovono i personaggi tra l’albero e la tenda, la cortesia attenta di Abramo verso gli ospiti, l’intreccio del dialogo e la sorpresa della promessa, umanamente impossibile, di avere un figlio all’età dei due protagonisti, trovano la loro unità, ricchezza espressiva e danno un messaggio al lettore di ieri e di oggi. Conclude l’autore:

«Il messaggio finale riguarda il modo in cui JHWH si è rivelato allorquando ha annunziato la nascita di Isacco, dalla quale dipendevano le promesse e dal quale è sorto il popolo d’Israele. Ora il lettore virtuale del racconto è un membro del popolo d’Israele e questo racconto gli comunica qualcosa circa la sua origine, che è legata a un “riso”.

Tale messaggio è inseparabile dall’esperienza della lettura e dal contributo attivo del lettore, che rimane il solo incaricato di rispondere alle domande del racconto» (p. 297).

L’Esodo, il nome di Dio e la storia d’Israele è il n° 15 della raccolta e l’articolo è stato pubblicato nel n. 47 della rivista «Parola, Spirito e Vita» il cui tema generale, per i diversi contributi di quel numero, è dato dal titolo Leggere la storia come salvezza. Questo arti-colo di Ska è il primo di quel numero della rivista, che ha finalità di lettura teologico-spirituale della Bibbia; l’articolo legge i capitoli 1-15 dell’Esodo in chiave narrativa, superando gli interrogativi sulla storicità degli eventi narrati nell’Esodo per il cui significato rimanda alla bibliografia citata nelle diverse note.

I temi sviluppati nell’articolo sono quattro: I. Il nome di Dio. Fatto un breve cenno al significato del nome, Ska mette in rilievo che il nome è legato dall’evento dell’esodo alla formula: “Io sono JHWH che vi ho fatto uscire dall’Egitto”, che si ritrova in quasi tutti i libri storici e profetici come una confessione di fede legata alla storia, che ha costituito Israele come popolo libero, perché solo JHWH può rendere libero e “solo la persona libera, nel mondo antico, è davvero persona” (p. 317). IL II contesto. Ska legge l’insieme dei capitoli sulla linea di un processo. Dio istituisce un processo contro il faraone e contro l’Egitto perché il popolo di Israele viene trattato con “brutalità”. I testi descrivono in effetti un reato, un’ingiustizia grave, che crea una tensione drammatica nel racconto, che si risolverà quando Dio ristabilirà la giustizia a favore del suo popolo. Diverse volte ricorre l’espressione che Dio ha visto, osservato le umiliazioni del suo popolo e la brutalità con cui è trattato Israele e ha deciso di liberarlo. Il giudizio di Dio in qualche modo è un giudizio di parte a sollievo e salvezza dell’oppresso perché Dio non tollera l’ingiustizia. III. La vocazione di Mosè. La vocazione di Mosè è il contesto in cui si rivela il nome di Dio. Dio si fa presente, “sono sceso” dice “per liberare Israele dalla mano degli Egiziani”. Uno scendere, sottolinea Ska, che ha il senso dell’incarnazione. Il nome che Dio rivela, JHWH (senza entrare in questioni filologiche) esprime una presenza, un esserci, una presenza nella storia ed è nella storia che Dio rivela il suo esserci quando difende la sua gloria, il suo nome nelle opere della salvezza. IV. Le piaghe d’Egitto. Nei racconti delle piaghe ricorre più volte l’espressione “affinché tu (Mosè) o egli (il faraone) sappia o sappiano (gli egiziani) o sappiate (gli israeliti) che io sono JHWH” e questo conferma che Dio si rivela quando salva. Le piaghe non sono quindi una punizione quanto piuttosto una dimostrazione del potere di giudizio che Dio applica di fronte all’ostinatezza dei colpevoli e del potere di salvezza per chi si è rivolto al giudice giusto. Conclude Ska: «Il linguaggio giuridico di alcuni brani posti in posizioni chiave nel racconto ha come scopo di dare a questa “storia” il suo significato più profondo» (p. 329).

Una nota. Fa piacere vedere come il prof. Ska nell’esposizione si serva anche di studi di suoi alunni, come quando nelle note rimanda al commento in due volumi del nostro docente di esegesi a Fermo, Antonio Nepi, Esodo, pubblicati nella collana Dabar Logos Parola, edizioni Messaggero di Padova.

Un accenno alla terza parte della raccolta intitolata Diritto e istituzioni nella Bibbia, dove l’autore affronta questi temi: 1. Il sacerdozio nell’Antica e Nuova Alleanza (n. 21) 2. Istituzione degli anziani nell’Antico Testamento (n. 22) e 3. Diritto biblico e democrazia occidentale (n° 23), quest’ultimo pubblicato in «La Civiltà Cattolica» (2004). Ska prende lo spunto dal lavoro per l’elaborazione della Costituzione europea e dalla questione sulle radici cristiane dell’Europa, richiama gli studi di Harold J. Berman sul Dictatus Papae di Gregorio VII (1074-75), che secondo il noto studioso divenne la fonte del diritto degli stati europei, mette in evidenza che i principi basilari della democrazia moderna si trovano nella Bibbia, che nelle sue istituzioni non ha strutture democratiche di partecipazione politica, ma in essa si trovano le basi della democrazia per i valori di cui la Bibbia, insieme al diritto romano, è fondazione e li elenca in: la dignità umana, privilegio universale; la libertà; il diritto e la legalità; alleanza e consenso; responsabilità; il giudizio ultimo e la responsabilità personale.

Ricordo che affrontò questo stesso tema, su invito del nostro Istituto Teologico nel 2005, in una tavola rotonda con il filosofo e deputato Rocco Buttiglione e con il giornalista L. Segarelli e destò meraviglia e discussione l’affermazione circa la base biblica della democrazia odierna. Le risposte del relatore si possono trovare proprio in quest’articolo.

È noto che negli ultimi trenta anni sono entrate molte novità negli studi biblici: in esegesi sono stati sempre più accolti i metodi sincronici, sull’origine del Pentateuco è stata abbandonata la teoria di Wellhausen delle quattro fonti JEDP (su cui è basato il commento dell’edizione della Bibbia di Gerusalemme, Dehoniane), in storiografia è stata revisionata la lettura della corrente deuteronomista, che ha segnato la storia d’Israele da Giosuè ai libri dei Re. Il prof. Ska è maestro in questi ambiti e i suoi articoli, raccolti in questo libro, hanno il sapore della novità, anche per chi ha coltivato studi biblici prima degli anni Settanta, e sono di facile lettura per tutti. È un invito a prendere in mano il libro e gustarlo articolo per articolo.

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Il biblista GABRIELE MIOLA fa recensione del libro

  1. L. SKA, I volti insoliti di Dio. Meditazioni bibliche, EDB, Bologna 2006 (pp. 142) € 10,50

È un altro piccolo gioiello del prof. Ska sul tema del volto di Dio. Il professore vi raccoglie le meditazioni scritte per il Movimento Rinascita Cristiana con l’aggiunta di alcune altre per arricchire il tema svolto. Sono 21 meditazioni bibliche sullo stesso tema: ogni meditazione presenta in due massimo tre pagine (solo due volte arriva alle dieci pagine) il tema e in una pagina offre degli spunti di riflessione con interrogativi, cui il lettore è invitato a rispondere entrando nella propria coscienza e nella propria fede. Le 21 meditazioni prendono spunto da sedici testi dell’Antico Testamento e da cinque del Nuovo.

Il desiderio di Dio, di vedere il suo volto è il fine di ogni religione; la Bibbia l’esprime con interrogativi pressanti e ripetuti: «Quando verrò e vedrò il volto di Dio» (Sai 42,3), o quando Mosè chiede a Dio: «Mostrami la tua gloria» cioè il volto (Es 33, 18.20). Ska nell’introduzione mette in evidenza che, per la Bibbia, Dio non lo si raggiunge con speculazioni intellettuali o misticismi umani, ma egli stesso si rivela nella storia. Lo stesso nome che Dio s’è dato JHWH esprime una presenza, è il Dio che s’è mostrato ad Abramo, Isacco e Giacobbe, è il Dio che s’è rivelato nel volto di Gesù Cristo (Gv 14,8). Secondo la Bibbia Dio è sempre presente nella storia dell’uomo, cammina accanto a lui, quando sperimenta la gioia del bene e della vita e anche quando l’uomo pretende di far da solo allontanandosi da lui, perché Dio lo sollecita sempre, lo aspetta con tenerezza e amore.

Ska con queste meditazioni fa una lettura sapienziale dei testi biblici, li fa gustare ed invita ad un lavoro di approfondimento personale. Mette a profitto il suo lungo lavoro scientifico, la sua larga conoscenza per far assaporare la profondità e la bellezza della paro-la di Dio. Ci offre una vera lectio divina. Ci auguriamo che questo libretto arrivi nelle mani di preti, religiosi e laici; darà molti frutti.

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FIRMANA Rivista dell’Istituto Teologico di Fermo fondata da Gabriele Miola n. 41\42 anno 2006 Il biblista Gabriele Miola fa recensione del libro

Yves SIMOENS, “Il libro della pienezza. Il Cantico dei Cantici. Una lettura antropologica e teologica”, EDB, Bologna 2005 (pp. 206)

Il titolo del libro indica già da sé la sintesi cui è giunto l’autore, che presenta il risultato della sua ricerca in questo saggio sul Cantico dei Cantici: il Cantico celebra la pienezza della Historia salutis dell’Antico e del Nuovo Testamento, del primo in quanto il Cantico è l’espressione più alta della Sapienza e del secondo perché la Profezia ne lascia intravedere la consumazione nell’amore pieno tra il Creatore e l’uomo quale vertice di tutta la creazione. Il sottotitolo Lettura antropologica e teologica precisa il metodo seguito dall’autore, cioè di leggere unitariamente il senso letterale e spirituale del poema d’amore, che è il Cantico. Scrive nell’introduzione: «Leggeremo il Cantico integrando il senso spirituale nel senso letterale. […] Qui il senso letterale è soprattutto un senso antropologico. Il riferimento a Dio passa attraverso l’espressione dell’esperienza umana di una coppia che si ama» (pag. 8).

Simoens fa appena qualche accenno alla storia dell’interpretazione del Cantico nella tradizione ebraica e cristiana, lascia da parte le diverse teorie sulla formazione del poema, ritiene il cantico una composizione assolutamente unitaria di un unico autore anonimo del dopo esilio, che si nasconde sotto la figura di Salomone perché questo nome rimanda ad una dignità regale davidica e sapienziale.

Per Simoens i riferimenti dell’autore del Cantico sono da una parte Gen 2-3, capitoli che presentano la coppia simbolo dell’umanità, due in una carne sola, l’uno di fronte all’altro e tutti e due di fronte a Dio, che, a custodia della loro unità, ha fatto loro dono della legge, e ancora una coppia divisa dal dramma dell’amore che si sottrae alla legge, ma ancora coppia accolta ed amata; dall’altra parte tutta la storia d’Israele nel suo dramma di essere, alla luce della parola profetica, sposa che Dio s’è scelta, amata e ricercata pur nella fragilità e debolezza di lei.

La lettura simbolico-allegorica, che vede nell’amore dei due giovani la relazione JHWH-Israele, non è sovrapposta né staccata, ma interna e unitaria nel Cantico. Esso celebra di fatto l’amore di lei e di lui, di due giovani, che si amano, si cercano, si perdono e si ritrovano per arrivare a quella comunione, unità, fusione in cui trova pienezza il desiderio d’amore insito nel maschile e femminile della stessa natura umana. Nel cantare il mistero d’amore della coppia il Cantico vela e svela nello stesso tempo la storia drammatica dell’umanità nella sua tensione tra libertà e legge e la storia d’Israele nella sua terra tra liberazione e schiavitù, vita e morte. Il Cantico celebra la pienezza del disegno di Dio, di cui l’unione di lei e di lui è simbolo: unione prefigurata nei profeti quando JHWH farà Israele sua “sposa per sempre […] nella giustizia e nel diritto, nella benevolenza e nell’amore […] e conoscerà JHWH, il Signore” (Os 2,21s) e compiuta quando Gesù, lo sposo, e la Chiesa, la sposa, diranno allo Spirito-Amore: vieni! (Ap 22,17).

L’autore sulla scia dell’esegesi di P. Beauchamp, messi a parte il prologo (1,1-4) e l’epilogo (8,5-7 e 8-14) divide il Cantico in due parti simmetriche di cinque canti ciascuna (prima parte 1,5-4,15 e seconda parte 5,2-8,4) con al centro due vv. 4,15-5,1 che fanno da cerniera tra la prima e la seconda. Non si tratta quindi di canti d’amore sorti occasionalmente per le feste dei giovani o per quelle nuziali e poi uniti da un redattore, che avrebbe dato a canti profani una tonalità simbolico-religiosa, ma di un poema che canta l’amore dei giovani, che è esso stesso realtà simbolica di rapporti più alti in esso vissuti, come la relazione Dio creatore e l’umanità, uomo-donna, fatti ad immagine di Dio, e il rapporto JHWH- Israele, che preannunzia quello Cristo-Chiesa.

Per questo Simoens, riprendendo una distinzione di A. M. Pellettier, afferma che la lettura del Cantico non può fermarsi ad una esegesi “desoggettivizzata”, cioè solo storico-critica, ma richiede una lettura “soggettivizzata”, come quella patristica e quella spirituale tipica dei grandi mistici. Scrive: «Il primo tipo di esegesi tiene a distanza il soggetto interpretante, mentre il secondo tipo lo coinvolge fortemente nella lettura, al punto da considerare il testo destinato proprio a questo coinvolgimento come prioritario rispetto a qualsiasi altro atteggiamento, senza però escludere ogni interesse nei riguardi dell’apporto scientifico, nel senso esegetico moderno del termine» (pag. 28).

Questi aspetti sono continuamente richiamati ed applicati nel commento ai singoli canti, costanti sono i riferimenti a situazioni e a testi dell’Antico Testamento impliciti nel Cantico ed esplicitati nel commento, come anche le tensioni nascoste nel poema, che rimandano al Nuovo Testamento e richiamate dall’autore. Tutto ciò rende la lettura saporosa e coinvolgente, veramente “soggettivizzata”.

Un aspetto ancora da notare, non comune nei commenti al Cantico. I personaggi principali del Cantico sono evidentemente lui e lei, adombrati in Salomone (3,7-11) e la Sulammita (7,1), ma ci sono tante altre presenze: i fratelli di lei, le sentinelle della notte, i pastori, le figlie di Gerusalemme, gli amici di lui, la madre. Questi personaggi hanno un ruolo non solo come parte dello svolgimento drammatico nel cercarsi e nel perdersi reciproco dei due giovani, ma hanno anche valore di simbolo, evocativo della tensione interna al vero amore. I fratelli di lei che scacciano la sorella perché non ha custodito la vigna (1,6b), le guardie che fanno la ronda interpellate dalla ragazza in cerca dell’amato (3,3), le guardie che perlustrano la città e percuotono la giovane che rincorre l’amato e le strappano il mantello (5,7), richiamano, a parere di Simoens, il volto severo della legge, ma la legge è anche custode dell’amore perché non traligni in passione disordinata. Scrive a proposito Beauchamp:

«L’amore non è prescritto, non è la legge e la legge non è l’amore. Nessuno ha bisogno di un permesso per amare […] l’amore non si spiega che da se stesso, viene dall’origine. Cozza contro la legge, ma la legge è sempre incarnata da viventi alle prese essi stessi con il loro desiderio. Così l’amore secondo il Cantico si distingue fermamente dalla legge, ma non si sottrae puramente e semplicemente al suo dominio: vive con essa un rapporto abbastanza tormentato. I terzi richiamano continuamente la loro presenza: l’amore non può dispiegarsi fuori del corpo sociale, anche se non vi ha la sua origine. Il corpo sociale non è la legge della coppia. La legge dice ciò che sta oltre la coppia e la società» (L’uno e l’altro Testamento, vol. 2, Glossa, Milano, p. 164).

L’altra serie di presenze: i pastori dietro le cui tracce va la ragazza per trovare l’amato (1,8), gli amici del giovane invitati alla festa, a gioire e a bere vino (5,1) e soprattutto la figura della madre presso la cui stanza la giovane vuol portare l’amato (8,1-2), le figlie di Gerusalemme invocate nelle più diverse circostanze, sono figure, secondo Simoens, che collocano l’amore della coppia nel quadro sociale entro il quale l’amore trova la sua esplicitazione e il suo senso. Così pure, commenta Simoens, la figura dello sposo, nella cui persona il Cantico lascia trasparire dignità regale e sacerdotale, e la bellezza della dorma, cantata con immagini che rimandano alle caratteristiche della terra nella quale si è svolta la storia dell’alleanza tra JHWH e Israele, collocano l’amore della coppia su un piano emblematico biblico che va da Gen 2-3, attraverso la profezia e la sapienza d’Israele, cioè la storia concreta e il desiderio dell’uomo, e arriva a pienezza nel Nuovo Testamento con le nozze dell’Agnello.

Il lavoro di Yves Simoens è veramente ricco, richiede una lettura attenta e ripetuta per entrare nello spirito del commento; è un lavoro più per iniziati che per principianti. Simoens ha sviluppato le intuizioni che Paul Beauchamp ha sinteticamente presentate nel capitolo sul Cantico dei Cantici nel suo volume L’uno e l’altro Testamento. Compiere le Scritture (Glossa, Milano 2001, pp. 153-191, orig. francese 1990). Simoens è professore di esegesi alla facoltà teologica dei pp. Gesuiti Centre Sévres di Parigi, insegna al PIB di Roma. La traduzione del Cantico dall’ebraico è nuova, quasi letterale, ma molto espressiva, sembra di entrare in contatto col testo originale. Segnalo un errore di stampa nella tra-scrizione di un termine ebraico: pag. 84 terza riga del secondo capoverso: non kabah, ma kalah, meglio ancora allah.

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Il biblista Gabriele Miola fa recensione del libro

  1. SlMOENS, Il libro della pienezza. Il Cantico dei Cantici. Una lettura antropologica e teologica, EDB, Bologna 2005 (pp. 206) euro 15,50.

Il titolo del libro indica già da sé la sintesi cui è giunto l’autore, che presenta il risultato della sua ricerca in questo saggio sul Cantico dei Cantici: il Cantico celebra la pienezza della Historia salutis dell’Antico e del Nuovo Testamento, del primo in quanto il Cantico è l’espressione più alta della Sapienza e del secondo perché la Profezia ne lascia intravedere la consumazione nell’amore pieno tra il Creatore e l’uomo quale vertice di tutta la creazione. Il sottotitolo Lettura antropologica e teologica precisa il metodo seguito dall’autore, cioè di leggere unitariamente il senso letterale e spirituale del poema d’amore, che è il Cantico. Scrive nell’introduzione: «Leggeremo il Cantico integrando il senso spirituale nel senso letterale. […] Qui il senso letterale è soprattutto un senso antropologico. Il riferimento a Dio passa attraverso l’espressione dell’esperienza umana di una coppia che si ama» (pag. 8).

Simoens fa appena qualche accenno alla storia dell’interpretazione del Cantico nella tradizione ebraica e cristiana, lascia da parte le diverse teorie sulla formazione del poema, ritiene il cantico una composizione assolutamente unitaria di un unico autore anonimo del dopo esilio, che si nasconde sotto la figura di Salomone perché questo nome rimanda ad una dignità regale davidica e sapienziale.

Per Simoens i riferimenti dell’autore del Cantico sono da una parte Gen 2-3, capitoli che presentano la coppia simbolo dell’umanità, due in una carne sola, l’uno di fronte all’altro e tutti e due di fronte a Dio, che, a custodia della loro unità, ha fatto loro dono della legge, e ancora una coppia divisa dal dramma dell’amore che si sottrae alla legge, ma ancora coppia accolta ed amata; dall’altra parte tutta la storia d’Israele nel suo dramma di essere, alla luce della parola profetica, sposa che Dio s’è scelta, amata e ricercata pur nella fragilità e debolezza di lei.

La lettura simbolico-allegorica, che vede nell’amore dei due giovani la relazione JHWH-Israele, non è sovrapposta né staccata, ma interna e unitaria nel Cantico. Esso celebra di fatto l’amore di lei e di lui, di due giovani, che si amano, si cercano, si perdono e si ritrovano per arrivare a quella comunione, unità, fusione in cui trova pienezza il desiderio d’amore insito nel maschile e femminile della stessa natura umana. Nel cantare il mistero d’amore della coppia il Cantico vela e svela nello stesso tempo la storia drammatica dell’umanità nella sua tensione tra libertà e legge e la storia d’Israele nella sua terra tra liberazione e schiavitù, vita e morte. Il Cantico celebra la pienezza del disegno di Dio, di cui l’unione di lei e di lui è simbolo: unione prefigurata nei profeti quando JHWH farà Israele sua “sposa per sempre […] nella giustizia e nel diritto, nella benevolenza e nell’amore […] e conoscerà JHWH, il Signore” (Os 2,21s) e compiuta quando Gesù, lo sposo, e la Chiesa, la sposa, diranno allo Spirito-Amore: vieni! (Ap 22,17).

L’autore sulla scia dell’esegesi di P. Beauchamp, messi a parte il prologo (1,1-4) e l’epilogo (8,5-7 e 8-14) divide il Cantico in due parti simmetriche di cinque canti ciascuna (prima parte 1,5-4,15 e seconda parte 5,2-8,4) con al centro due vv. 4,15-5,1 che fanno da cerniera tra la prima e la seconda. Non si tratta quindi di canti d’amore sorti occasionalmente per le feste dei giovani o per quelle nuziali e poi uniti da un redattore, che avrebbe dato a canti profani una tonalità simbolico-religiosa, ma di un poema che canta l’amore dei giovani, che è esso stesso realtà simbolica di rapporti più alti in esso vissuti, come la relazione Dio creatore e l’umanità, uomo-donna, fatti ad immagine di Dio, e il rapporto JHWH- Israele, che preannunzia quello Cristo-Chiesa.

Per questo Simoens, riprendendo una distinzione di A. M. Pellettier, afferma che la lettura del Cantico non può fermarsi ad una esegesi “desoggettivizzata”, cioè solo storico-critica, ma richiede una lettura “soggettivizzata”, come quella patristica e quella spirituale tipica dei grandi mistici. Scrive: «Il primo tipo di esegesi tiene a distanza il soggetto interpretante, mentre il secondo tipo lo coinvolge fortemente nella lettura, al punto da considerare il testo destinato proprio a questo coinvolgimento come prioritario rispetto a qualsiasi altro atteggiamento, senza però escludere ogni interesse nei riguardi dell’apporto scientifico, nel senso esegetico moderno del termine» (pag. 28).

Questi aspetti sono continuamente richiamati ed applicati nel commento ai singoli canti, costanti sono i riferimenti a situazioni e a testi dell’Antico Testamento impliciti nel Cantico ed esplicitati nel commento, come anche le tensioni nascoste nel poema, che rimandano al Nuovo Testamento e richiamate dall’autore. Tutto ciò rende la lettura saporosa e coinvolgente, veramente “soggettivizzata”.

Un aspetto ancora da notare, non comune nei commenti al Cantico. I personaggi principali del Cantico sono evidentemente lui e lei, adombrati in Salomone (3,7-11) e la Sulammita (7,1), ma ci sono tante altre presenze: i fratelli di lei, le sentinelle della notte, i pastori, le figlie di Gerusalemme, gli amici di lui, la madre. Questi personaggi hanno un ruolo non solo come parte dello svolgimento drammatico nel cercarsi e nel perdersi reciproco dei due giovani, ma hanno anche valore di simbolo, evocativo della tensione interna al vero amore. I fratelli di lei che scacciano la sorella perché non ha custodito la vigna (1,6b), le guardie che fanno la ronda interpellate dalla ragazza in cerca dell’amato (3,3), le guardie che perlustrano la città e percuotono la giovane che rincorre l’amato e le strappano il mantello (5,7), richiamano, a parere di Simoens, il volto severo della legge, ma la legge è anche custode dell’amore perché non traligni in passione disordinata. Scrive a proposito Beauchamp:

«L’amore non è prescritto, non è la legge e la legge non è l’amore. Nessuno ha bisogno di un permesso per amare […] l’amore non si spiega che da se stesso, viene dall’origine. Cozza contro la legge, ma la legge è sempre incarnata da viventi alle prese essi stessi con il loro desiderio. Così l’amore secondo il Cantico si distingue fermamente dalla legge, ma non si sottrae puramente e semplicemente al suo dominio: vive con essa un rapporto abbastanza tormentato. I terzi richiamano continuamente la loro presenza: l’amore non può dispiegarsi fuori del corpo sociale, anche se non vi ha la sua origine. Il corpo sociale non è la legge della coppia. La legge dice ciò che sta oltre la coppia e la società» (L’uno e l’altro Testamento, vol. 2, Glossa, Milano, p. 164).

L’altra serie di presenze: i pastori dietro le cui tracce va la ragazza per trovare l’amato (1,8), gli amici del giovane invitati alla festa, a gioire e a bere vino (5,1) e soprattutto la figura della madre presso la cui stanza la giovane vuol portare l’amato (8,1-2), le figlie di Gerusalemme invocate nelle più diverse circostanze, sono figure, secondo Simoens, che collocano l’amore della coppia nel quadro sociale entro il quale l’amore trova la sua esplicitazione e il suo senso. Così pure, commenta Simoens, la figura dello sposo, nella cui persona il Cantico lascia trasparire dignità regale e sacerdotale, e la bellezza della dorma, cantata con immagini che rimandano alle caratteristiche della terra nella quale si è svolta la storia dell’alleanza tra JHWH e Israele, collocano l’amore della coppia su un piano emblematico biblico che va da Gen 2-3, attraverso la profezia e la sapienza d’Israele, cioè la storia concreta e il desiderio dell’uomo, e arriva a pienezza nel Nuovo Testamento con le nozze dell’Agnello.

Il lavoro di Yves Simoens è veramente ricco, richiede una lettura attenta e ripetuta per entrare nello spirito del commento; è un lavoro più per iniziati che per principianti. Simoens ha sviluppato le intuizioni che Paul Beauchamp ha sinteticamente presentate nel capitolo sul Cantico dei Cantici nel suo volume L’uno e l’altro Testamento. Compiere le Scritture (Glossa, Milano 2001, pp. 153-191, orig. francese 1990). Simoens è professore di esegesi alla facoltà teologica dei pp. Gesuiti Centre Sévres di Parigi, insegna al PIB di Roma. La traduzione del Cantico dall’ebraico è nuova, quasi letterale, ma molto espressiva, sembra di entrare in contatto col testo originale. Segnalo un errore di stampa nella tra-scrizione di un termine ebraico: pag. 84 terza riga del secondo capoverso: non kabah, ma kalah, meglio ancora allah.

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CURETTA DI SERVIGLIANO HA LA CHIESA PARROCCHIALE CHE RISALE AL SECOLO X AD OPERA DEI MONACI DI FARFA

A CURETTA DI SERVIGLIANO UNA CHIESA FARFENSE DOCUMENTATA NEL SECOLO X DIVENUTA PARROCCHIALE NEL 1883.

Santa Maria della Strada chiesa antica documentata come proprietà dei monaci di Farfa sin dall’anno 936 esiste nell’attuale Curetta di Servigliano dove è divenuta chiesa parrocchiale dedicata a Santa Maria delle Piagge, nome c he indica il pianoro tra le alture ed è adiacente all’antichissima strada Fermana lungo la quale si vedono le muraglie di un antico acquedotto romano. Questa chiesa che dal secolo X viene utilizzata da oltre mille anni con gli inevitabili restauri architettonici lungo gli undici secoli trascorsi, ha una testimonianza muraria importante nella parete orientale (adiacente alla stessa strada) in un marmo incastonato, scolpito a vitigni, uccelli e foglie che non può essere datato al più tardi del secolo XIII per la sua arte (pure anteriore) come già fu scritto nelle schede d’arte redatte nell’anno 1982 con annesse foto da Carlo Tomassini incaricato dall’allora Soprintendenza a cui queste schede furono consegnate per servire all’Istituto Centrale per il Catalogo del Ministero dei Beni culturali e ambientali (cfr. CROCETTI Giuseppe, “Catalogazione degli oggetti d’arte nella diocesi di Fermo” in «Quaderni dell’archivio storico arcivescovile di Fermo» anno 1987 n. 4 p.16 e nota 9 p. 23). Per identificare il toponimo ‘S. Maria della Strada’ di Servigliano procediamo con il Catasto dell’anno 1817 esistente presso l’Archivio di Stato di Fermo (ASFM.) N. 117 Castel Clementino che registra le proprietà dichiarate appunto in contrada “Santa Maria della Strada”. La chiesa di Santa Maria de Strata è menzionata nei documenti editi del Regesto di Farfa (R. F., vol I) e del Chronicon Farfense sin dall’anno 936 come anche nel 963 ha varie conferme con conferma di sua appartenenza, come fece anche l’imperatore Enrico III nell’anno 1050 (R. F., IV cronologico); si ripete nell’elenco dell’anno circa 1067 dei beni svenduti e tolti ai monaci farfensi e passati ai signori locali e al vescovo di Fermo (R. F., V. num. 1318). Costui nell’anno 1108 fece costruire il castello di Servigliano sulla collina che sale dalla stessa strada creandovi la sua pievania di San Marco (ASFM codice1030 c. 26, c.83). Nell’anno 1270 fu condannata l’aggressione fatta dai santavittoriesi ai danni dei serviglianesi (Antichità Picene, XXIX, p. 214). Tra le pergamene dell’archivio di Montelparo conservate in ASFM. al n. XXXVIII c’è l’atto dell’anno 1277 con cui furono permutate le proprietà immobiliari tra i serviglianesi signori di Chiarmonte con quelli di Belluco nel vico di Santa Maria de Strata. L’«Inventario dei beni ecclesiastici della diocesi di Fermo del sec. XV» (nell’Archivio storico arcivescovile di Fermo, ASAFM) ha un inventario di Servigliano dell’anno 1407 ove sono scritti nella contrada Santa Maria de ‘Strata’ i terreni appartenenti alla chiesa serviglianese di Santa Maria de ‘Castro Firmano’. In questo archivio nel registro delle collazioni dell’anno 1460 un atto notarile contiene la nomina di unico rettore don Bongiovanne di Antonuccio per ambedue le chiese di s. Maria de ‘Strata’, e di S. Maria de ‘Castro Firmano’ (ASAFM. I.B.8. c.56v). Un cambiamento avvenne dopo il Concilio di Trento con la visita pastorale dell’anno 1582 (in ASAFM.) quando la chiesa di Santa Maria della Strada ebbe l’amministrazione trasferita nella pievania serviglianese di san Marco restandovi permanenti le celebrazioni liturgiche festive. Questa chiesa ha pregevoli opere d’arte nelle pale degli altari laterali: a sinistra il dipinto della Madonna della Consolazione o della Cintura (per l’antica confraternita serviglianese dei Centurati) dell’anno 1650 del pittore G. Ruffini e nell’altare a destra il dipinto della Educazione della Vergine Maria dell’anno 1770 del pittore Antonio Liozzi. Nel 1783 fu ampliata la chiesa perché il papa Pio VI la stabilì come nuova parrocchiale di Santa Maria delle Piagge, dividendo il territorio serviglianese in due parti, come risulta dalla visita pastorale diocesana dell’anno 1784 (ASAFM. II.A.15). Altri nuovi ampliamenti seguirono dopo terminata l’occupazione napoleonica dello Stato Romano pontificio, nella prima metà del secolo XIX, costruendo un locale attiguo alla parete occidentale e ancora la torre a lato della facciata che fu rialzata anche dopo l’occupazione savoiarda di questo territorio. Sempre gli abitanti Curettani hanno contribuito con le loro offerte per creare nuove opere d’arte. La volta della stessa chiesa fu dipinta nel 1937.  La studiosa che più ha raccolto e pubblicato documenti e immagini è Clementina BARUCCI nel libro «Servigliano. Primo Atlante delle Marche» (ed. Kappa Roma 1992), con sintesi in lingua inglese. I restauri e le riparazioni realizzate in questa chiesa parrocchiale di Santa Maria della Piagge sono stati documentati consegnando alla specifica Soprintendenza i documenti storici che furono richiesti e sono rimasti giacenti nella stessa Soprintendenza di Ancona.

 

 

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BLASI MARIO PARROCO EVANGELIZZA QUARTA DOMENICA TEMPO ORDINARIO ANNO A

Parroco don Mario Blasi evangelizza IV DOMENICA ORDINARIA(Mt.5,1-12)

“BEATI I POVERI IN SPIRITO, PERCHE’ DI ESSI E’ IL REGNO DEI CIELI”.

Gesù chiama beati non quelli che la società rende poveri, ma quelli che per un impulso interiore dello Spirito decidono liberamente e per amore di eliminare le radici della povertà dei fratelli.

E’ l’Amore di Dio accolto nel cuore che spinge il cristiano ad entrare nella condizione della povertà.

Gesù non chiede di spogliarsi dei beni, ma di condividerli. Gesù non impone, ma propone il Suo messaggio di amore e il fedele risponde liberamente e con gioia.

Gesù chiede di mettersi accanto ai poveri per servirli e per risollevarli dalla loro condizione di miseria morale e materiale.

Il cristiano deve saper donare ciò che è e ciò che ha per rialzare chi vive nella misera condizione. Il cristiano può realizzare ciò se comprende che Dio è il Re del suo cuore.

“Quanti accolgono Dio come unico Re della loro vita non vengono governati mediante imposizioni di leggi a cui obbedire, ma con l’incessante comunicazione del Suo Spirito che rende capace ogni uomo di diventare figlio di Dio” (A. Maggi).

“Beati i puri di cuore perché vedranno Dio”.

Il cuore è la coscienza della persona, è la sede dove l’uomo prende le sue decisioni. “La vera purezza, che nasce dal cuore, si traduce in amore e si manifesta sempre attraverso atteggiamenti che trasmettono la vita a chi non la possiede in pienezza”.

I puri di cuore sono le persone sincere, “le persone limpide, le persone trasparenti, le persone cristalline… le persone che hanno rinunciato ad apparire e si preoccupano soltanto di servire gli altri”.

Queste persone, “durante la loro esistenza terrena faranno un’esperienza costante, continua e profonda della presenza di Dio. I puri di cuore, queste persone limpide e trasparenti, si accorgono di una presenza di Dio continua e costante, un Dio che si mette al servizio dei Suoi, un Dio che tutto trasforma in bene.

Chi è trasparente con gli altri, è trasparente anche con Dio, percepisce Dio nella propria esistenza. Altre persone non vedono tutto questo, perché sono occupate da troppe cose”(A.Maggi).

(PURI = Quanti scelgono di condividere tutto quel che hanno: Beati! Perché Dio si prende cura di loro).

Beati gli afflitti, perché saranno consolati.
(Gli oppressi: Beati! Perché terminerà la loro oppressione).

Beati i miti, perché erediteranno la terra.

(Gli emarginati: Beati! Perché ritroveranno dignità).

Beati gli affamati e assetati della giustizia, perché saranno saziati.

(Quelli che vivono per la giustizia: Beati! Perché questi saranno soddisfatti).

Beati i misericordiosi, perché riceveranno misericordia.

(Quelli che sono sempre pronti ad aiutare: Beati! Perché saranno sempre aiutati da Dio).

Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio.

(Quelli che sono sinceri: Beati! Saranno sempre in presenza di Dio).

Beati i pacificatori, perché saranno chiamati figli di Dio.

(Quanti lavorano per la felicità dell’uomo: Beati! Il Padre è con loro).

Beati i perseguitati a causa della giustizia, perché di essi è il regno dei cieli.

(I perseguitati per la loro fedeltà al Vangelo: Beati! Perché Dio si prende cura di loro).

Nell’Uomo Gesù le Beatitudini si sono pienamente realizzate. Con le Beatitudini sorge un nuovo rapporto tra Dio e l’uomo, tra l’uomo e il suo simile, tra l’uomo e il creato!

“Beati i poveri in spirito”.

La vita di ogni uomo è piena di affanni! E’ mai possibile che Gesù dichiari: “Beati i poveri”? La vita dell’uomo ha qualche “sprazzo” di felicità, ne possiede solo qualche frammento. Si è felici solo per alcuni istanti per il successo sul lavoro, per la nascita di un figlio, per lo sposo o per la sposa, per l’amicizia, nel partecipare ad un banchetto di amici o parenti.

In questo mondo l’uomo sperimenta sempre piccoli momenti di felicità! Perché Gesù promette per i poveri una felicità che investe tutta la vita? Gesù dice:

Di essi è il Regno dei Cieli”.

La Beatitudine di Gesù, cioè la felicità che Gesù promette, viene dal fatto che, per mezzo Suo, Dio è Signore della vita e della storia. Gesù dice che il Regno di Dio è alle porte, a portata di mano, ed è accolto da chi ha il cuore buono.

Per Gesù le Beatitudini sono progetti di vita. Per la mentalità presente le Beatitudini sono dei paradossi: inquietano e stupiscono. Per Gesù le Beatitudini ricordano che Dio è presente nella storia e salva per mezzo di Lui.

I poveri sono beati perché, se sulla loro pelle pesa il peccato degli uomini che li fa poveri, con la Signoria di Dio presente in Cristo, saranno i primi ad essere salvati dalla loro condizionela loro vita è beata perché è nelle mani di Dio che ama e che salva”.

Le Beatitudini racchiudono un comportamento di vita veramente nuovo. Se Dio è presente nella storia per mezzo di Gesù, il cristiano deve avere una vita veramente simile a quella di Gesù, il Maestro.

Gesù ha sempre cercato i poveri, li ha amati, li ha preferiti”. Gesù è il povero per eccellenza. Per la giustizia è perseguitato, insultato, calunniato. Egli, di fronte alla coalizione dei potenti, è disarmato, mite e misericordioso, ma di una forza morale straordinaria. E’ uomo di pace e di perdono, ma è sempre sicuro nelle mani di Dio.

Ogni comunità deve guardare al Suo Signore, deve essere sempre in devoto ascolto della Sua Parola, per avere la forza per affrontare le prove.

Le Beatitudini devono raffigurare la fisionomia di ogni comunità, in esse si deve confrontare per vivere povera in spirito. Ogni comunità è chiamata a eliminare le cause che provocano la povertà.

Gesù, “da ricco che era, si è fatto povero per voi, perché voi diventaste ricchi per mezzo della Sua povertà” (2Cor 8,9).

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CELIBATO DEL PRESBITERO COME SEGNO DI UNIONE CON DIO CON I CONFRATELLI CON LA GIOVENTU’

CELIBATO nel legame tra sacerdote e comunità. Convegno: “Spiritualità del presbitero diocesano oggi”.

Omelia di Giovanni Paolo II basilica di san Pietro 4 novembre 1980. Estratto riguardante il Celibato dei sacerdoti: “ Un sacerdote che mancasse di un qualsiasi inserimento in una comunità ecclesiale, non potrebbe certamente presentarsi come modello valido di vita ministeriale, essendo essa essenzialmente inserita nel contesto concreto dei rapporti interpersonali della comunità medesima. In questo contesto trova il suo senso pieno lo stesso celibato. Tale scelta di vita rappresenta un segno pubblico di altissimo valore dell’amore primario e totale che il sacerdote offre alla Chiesa. Il celibato del pastore non ha soltanto un significato escatologico, come testimonianza del regno futuro, ma esprime altresì il profondo legame che lo unisce ai fedeli, in quanto sono la comunità nata dal suo carisma e destinata a totalizzare tutta la capacità di amare che un sacerdote porta dentro di sé. Esso, inoltre, lo libera interiormente ed esteriormente, facendo sì che egli possa organizzare la sua vita in modo che il suo tempo, la sua casa, le sue abitudini, la sua ospitalità e le sue risorse finanziarie siano condizionate solo da quello che è lo scopo della sua vita: la creazione intorno a sé di una comunità ecclesiale.” \

Il presidente della Commissione del clero della Conferenza Episcopale Italiana ha scritto a conclusione del predetto convegno: «Il Presbitero realizza il suo ministero di Pastore celebrante ed edifica il popolo di Dio con la grazia che viene dall’alto. Sarà quindi in grado di trarre da queste perenni sorgenti la forza per seguire fedelmente il Cristo nella verginità, nella povertà, nell’obbedienza, segno e condizione insieme di quella carità pastorale che è lo specifico della spiritualità del Presbitero diocesano. Il celibato fa del prete un uomo consegnato per amore alla sua comunità che diviene, così, la sua famiglia. In tal modo egli aderisce più facilmente e totalmente a Cristo Pastore che dà la vita per le sue pecore e si dispone meglio a una più ampia paternità. E’ stato rilevato che questo valore della verginità arricchisce la Chiesa in quanto segno rivelatore dell’amore di Dio e l’avvicina nel servizio al mondo. Convinti che la vita celibe è un dono di Dio, si rileva la convinzione che va chiesto a Dio con insistenza. La vita celibe è parte della particolare ascesi del presbitero e della fraternità sacramentale, e va vissuta in amicizia con i confratelli e col Vescovo.

Ne deriva una spirituale fraternità che induce fortemente il presbitero a discernere tra i figli di Dio quanti Egli ha chiamato a ogni forma di vita consacrata, soprattutto al sacerdozio. Sentirà allora insopprimibile l’amore al luogo di sua formazione, il seminario, ove ritornerà spesso, mente et opere, curerà a tal fine con una pastorale vocazionale, tutta la gioventù.

Ricorderà alla famiglia dei laici la loro specifica vocazione battesimale di vivere secondo Dio per “ordinare secondo Dio” le realtà temporali del mondo e si sentirà, a tal fine, impegnato a dare ad essi quanto ad essi occorre, di verità e di grazia, perché non abbiano mai a separare la vita dalla fede.»

 

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TREBBI FRANCESCO (Mercatello sul Metauro 1824- Fermo 1912) sacerdote canonico della cattedrale valente studioso e scrittore

TREBBI FRANCESCO (Mercatello sul Metauro 1824- Fermo 1912) <notizie derivate e adattate dal Foglio Ufficiale Ecclesiastico di Fermo anno 1912 pagg. 104-105>

Sacerdote arcidiacono della chiesa metropolitana di Fermo, è nato il 2 Aprile del 1824 a Mercatello <sul Metauro> da Vittorio Trebbi medico valente e cristiano piissimo e da Annunziata Rossi santa e gentil donna di Urbania. Nel 1836 entrava nel Seminario di Fossombrone dove compiva con assai lode il corso triennale di Grammatica Latina. Nel 1839, avendo il padre suo trasferito il domicilio in Monte Giorgio per ragioni professionali, il giovanetto Francesco passava al Seminario arcivescovile di Fermo dove fu sempre tra i primi, per studio, bontà e candore di animo. Ebbe gli Ordini minori dal cardinal Gabriele Ferretti arcivescovo e principe di Fermo (1837- 1841) e dal successore cardinal Filippo De Angelis (1842- 1877) ebbe la consacrazione Sacerdotale il 19 dicembre del 1847.Fin dal novembre di quest’anno, destinato da semplice diacono ad insegnare Belle Lettere nel Seminario, iniziava il corso di quel magistero glorioso che tanti uomini egregi per cultura letteraria non men che per virtù doveva preparare alla Chiesa e all’Italia. Zelantissimo, infaticabile, ha portato la sua attività anche nel confessionale e nel pergamo. Rari i paesi della Fermana archidiocesi che non abbiano intesa la sua parola dolce, insinuante, persuasiva e tutti ne conservano la più grata memoria. Corona ai suoi meriti, dall’arcivescovo cardinale Amilcare Malagola (1877-1895) gli è stato conferito l’onore di Canonico, poi di Arcidiacono della Chiesa Metropolitana. Nel Seminario dopo la cattedra ha tenuto l’ufficio importantissimo di Rettore e per rinuncia da questo è passato a quello di Prefetto degli studi che ha continuato sempre a disimpegnare con senno e prudenza. Mansuetudine di cuore, soave semplicità di costumi, compassione e generosa pietà per i poverelli, accoppiata alle altre virtù proprie del sacerdote cattolico hanno fatto di lui l’uomo diletto a Dio e agli uomini; la sua figura fu una delle più amabili e simpatiche della città di Fermo. Ma superiore ad ogni elogio fu certamente la sua modestia. Linguista e scrittore valente negli idiomi italiano e latino, epigrafista di vaglia, poeta gentile tale da meritare stima tra quanti vanno per la maggiore nel campo delle lettere. Un eminente personaggio lo ha dichiarato: “gemma nascosta dell’archidiocesi”. Amò, piuttosto, rimanersene nascosto e noto solo a quel Dio alla cui gloria aveva irrevocabilmente consacrato la vita, le forze, l’ingegno.

 

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MIOLA MONS. GABRIELE SPIEGA LA NOVITA’ DEL CONCILIO nelle relazioni TRA LA COMUNITA’ E IL PRESBITERO

MIOLA GABRIELE mons. Vicario generale dell’arcidiocesi di Fermo – Anno 1980 –

Il Vicario Generale Mons., Gabriele Miola ha partecipato al Convegno Nazionale su “LA SPIRITUALITÀ’ DEL PRESBITERO DIOCESANO, OGGI” dal 3 al 6 novembre organizzato dalla C. E. I. – Commissione Episcopale per il Clero –

Pubblichiamo le INDICAZIONI CONCLUSIVE <proposte> e alcune IMPRESSIONI di Mons. Miola, che riteniamo particolarmente indicative di come, pur nella generale positività dello stesso Convegno, sia difficoltoso affrontare con coraggio e netto spirito conciliare la attualissima questione della spiritualità del Clero diocesano.

.1. –“ Indicazioni conclusive dai Convegno raccolte dal Presidente della Commissione per il Clero. –   La così alta e intensa partecipazione a un Convegno tanto impegnativo, quale questo nazionale sulla “Spiritualità dei Presbitero diocesano, oggi” è già rivelatrice del bisogno ed esigenza, disponibilità e prontezza dei sacerdoti ad approfondire la propria identità di chiamati e convocati da Cristo nel servizio dei fratelli nelle cose che riguardano Dio per l’edificazione della Chiesa.

L’esigenza è imposta: dal desiderio di vivere autenticamente il sacerdozio; dalla realtà pastorale odierna in continua e rapida evoluzione, acuita dalla crisi dei valori del mondo contemporaneo che oggettivamente insidia anche il presbitero.

Il Convegno, attento al filone storico della spiritualità dei sacerdoti che ha saputo esprimere, in ogni luogo e tempo, i tanti testimoni della carità pastorale; accogliente delle motivazioni teologiche della chiamata del Presbitero a essere ministro di Cristo e della sua opera di salvezza, ha ravvisato che il Presbitero diocesano ha una sua propria, specifica spiritualità. Essa si radica nel sacramento dell’ordine e si attua mediante la carità pastorale.

Il Convegno ha quindi indicato le vie che il Presbitero deve percorrere, i mezzi che deve adoperare per essere nel mondo ciò che Dio vuole, cioè la presenza sacramentale del buon Pastore, pronto a impegnarsi, unito al Vescovo e per mezzo del Vescovo al Papa, al Presbiterio e a tutto il popolo di Dio nella evangelizzazione con tutte le forze e a dare la vita per le anime.

Il Convegno, avuto modo così di riflettere sull’esigenza della identità sacerdotale; preso atto delle indicazioni della storia; meditata la dottrina del sacerdozio, le esigenze della carità pastorale, ha raffrontato le opinioni di tutti in ampie discussioni che si configurano non tanto come conclusioni finali, ma piuttosto come una proposta da affidare allo studio e alla esperienza vissuta in vista di una più precisa definizione del volto spirituale del presbitero.

Emergono intanto con evidenza queste constatazioni:

  1. – Portare avanti, con decisione e fermezza, la permanente formazione dei Presbiteri alla loro specifica spiritualità, nei modi e nelle forme che i singoli presbiteri studieranno insieme con i loro Vescovi. E ciò per sviluppare sempre più nelle forme tipiche della spiritualità presbiteriale le varie dimensioni della vita sacerdotale: la preghiera personale e contemplativa dei misteri; le preghiera che diventa un’unica cosa col servizio pastorale; l’ascolto della Parola di Dio, meditata per sé e spezzata con fedeltà e fervore alle menti, perché orienti la vita e tutto il ministero; un cammino penitenziale permanente di conversione che purifica le intenzioni e rende obbedienti all’iniziativa di Dio (confessione frequente – revisione di vita – periodi di aggiornamento – incontri spirituali di Clero; ecc.).

Soprattutto una intensa vita liturgica, partecipata e vissuta con celebrazioni ben preparate, significative e bene espresse della Messa, dell’adorazione, della pietà mariana, delle “Ore”, e dell’intero anno liturgico.

In questo modo il Presbitero realizza il suo ministero di Pastore celebrante ed edifica il popolo di Dio con la grazia che viene dall’alto. Sarà quindi in grado di trarre da queste perenni sorgenti la forza per seguire fedelmente il Cristo nella verginità, nella povertà, nell’obbedienza, segno e condizione insieme di quella carità pastorale che è lo specifico della spiritualità del Presbitero diocesano.

  1. – Il celibato fa del prete un uomo consegnato per amore alla sua comunità che diviene, così, la sua famiglia. In tal modo egli aderisce più facilmente e totalmente a Cristo Pastore che dà la vita per le sue pecore e si dispone meglio a una più ampia paternità.

E’ stato rilevato che questo valore della verginità arricchisce la Chiesa in quanto segno rivelatore dell’amore di Dio e l’avvicina nel servizio al mondo. Convinti che la vita celibe è un dono di Dio, si rileva la convinzione che va chiesto a Dio con insistenza. La vita celibe è parte della particolare ascesi del presbitero e della fraternità sacramentale, e va vissuta in amicizia con i confratelli e col Vescovo.

Ne deriva una spirituale fraternità che induce fortemente il presbitero a discernere tra i figli di Dio quanti Egli ha chiamato a ogni forma di vita consacrata, soprattutto al sacerdozio. Sentirà allora insopprimibile l’amore al luogo di sua formazione, il seminario, ove ritornerà spesso, mente et opere, curerà a tal fine con una pastorale vocazionale, tutta la gioventù.

Ricorderà alla famiglia dei laici la loro specifica vocazione battesimale di vivere secondo Dio per “ordinare secondo Dio” le realtà temporali del mondo e si sentirà, a tal fine, impegnato a dare ad essi quanto ad essi occorre, di verità e di grazia, perché non abbiano mai a separare la vita dalla fede.

III.          – La povertà evangelica vissuta ad imitazione di Cristo che, si è fatto povero per arricchirci tutti della sua povertà (2 Cor 8-9) diventa segno della gratuità con la quale l’apostolo annuncia quel Vangelo che gratuitamente ha ricevuto; viene così accolto l’invito del Concilio ad abbracciare la povertà “con cui possono conformarsi a Cristo in modo più evidente ed essere in grado di svolgere con maggiore prontezza il sacro ministero”. (PO 17). Dimostra anche di sapere che povertà, è atteggiamento di distacco, di accettazione dei propri limiti, di rinuncia a ogni forma di potere; che povertà vuol dire comunione presbiterale con i confratelli, attenzione ai loro bisogni, condivisione dei beni con essi, e ogni forma di pronta collaborazione nei ministeri e di generosa assistenza.

  1. – L’obbedienza. E’ ciò per avere ed esprimere gli stessi sentimenti di Cristo “fatto obbediente fino alla morte di Croce” (Rom 5,9; PO, 15) e come Lui, secondo la volontà dei Padre, radunare i dispersi. Il Presbitero infatti è colui che ha mani e piedi legati dallo Spirito per giovare alla salvezza di molti. Per essere attuata così, l’obbedienza richiede “uno spirito di fede” (PO, 15) in coloro che Cristo ha posto come reggitori della sua Chiesa che per questo diverrà “responsabile e volontaria”, vissuta con i Pastori in un dialogo fiducioso e aperto, che è punto e luogo di incontro della comunione col Vescovo, nella ricerca comune del disegno di Dio in quanto si sentono corresponsabili col Vescovo nel Presbiterio, della vita cristiana della Chiesa locale; sono infatti membri di Cristo Capo per la vita di tutto il popolo sacerdotale.

Questi i punti principali emersi per lo sviluppo della spiritualità del Presbitero.

Il Convegno presenta e affida questi rilievi ai Vescovi, a tutti i Presbiteri diocesani che sono il luogo dove il Presbitero deve trovare richiamo acuto e stimolo a vivere la propria spiritualità; ai Vescovi perché lo aiutino ad attuarli; ai fedeli perché preghino per i loro sacerdoti. In questo contesto va rinnovato l’apprezzamento per quei movimenti, associazioni, gruppi di spiritualità sacerdotale, per il servizio che offrono alla crescita di tutto il corpo sacerdotale.

Per compiere ed attuare tutti questi suggerimenti il Convegno indica l’esigenza di incrementare e dar vita nella Chiesa locale, a quelle condizioni strutturali che rendono possibile ai Presbiteri di crescere nella loro spiritualità, rispettando ed incrementando tutti i presupposti di un’autentica maturità umana e cristiana.

Anzitutto bisogna assicurare rapporti più intensi e spirituali con il Vescovo e i confratelli uniti all’offerta di mezzi adeguati quali luoghi e sussidi di preghiera, e tutte quelle condizioni che rendono serena la vita del Presbitero, lo aiutano a essere santo.

E’ rilevata la necessità che il Convegno di Roma, così felicemente concluso e che ha avuto momenti di grazia straordinaria nella concelebrazione col Papa e con i Vescovi, sia ora attualizzato, Regione per Regione, Diocesi per Diocesi.

Infine auspica, che la Commissione Episcopale, avvalendosi della Commissione Presbiterale Italiana, porti avanti gli studi sulla teologia del Presbitero Diocesano, affidando il compito a persone e strumenti qualificati.

Il Convegno auspica ancora infine, l’istituzione di una cattedra del Presbitero Diocesano nei seminari teologici e nelle facilità universitarie.

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.2. –  Mons. Gabriele Miola annota le proprie IMPRESSIONI

.1) Il convegno era molto atteso: Io stava a testimoniare la larga partecipazione dei preti da quasi tutte le Diocesi d’Italia: erano presenti circa 500 preti, diocesani per lo più e alcuni religiosi, impegnati direttamente nelle parrocchie. Il convegno ha avuto un momento importante nella concelebrazione con il Papa nel suo giorno onomastico, il 4 novembre, festa di S. Carlo Borromeo, la figura più significativa di pastore della riforma tridentina.

.2)- Alla domanda perché i vescovi italiani hanno voluto ed organizzato questo convegno sono venute diverse risposte. Nel depliant ufficiale del programma le finalità erano così individuate:

“Il convegno si propone di offrire contributi alle attuali esigenze dei presbiteri in Missione nella Comunità ecclesiale italiana … di approfondire l’identità del presbitero come uomo chiamato e consacrato da Cristo per il servizio dei fratelli nelle cose che riguardano Dio”. Negli interventi sono state sottolineate altre finalità o meglio altre occasioni che hanno stimolato al convegno: ritrovare una unità nella figura del prete dopo la discussione acuta e più o meno serena degli anni postconciliari sulla identità del sacerdote; venire incontro ad una evidente richiesta di “spiritualità”, che sfocia in movimenti collaterali di aiuto e di appoggio della vita spirituale del prete; specificare la spiritualità del prete in ordine alla spiritualità tipica degli ordini religiosi.

A questo proposito un lucido intervento di uno dei partecipanti faceva rilevare: dalla fine dei Concilio ad oggi si sono succedute come tre generazioni: una generazione di entusiasti, che pensava di dover superare immediatamente il Vaticano II e già pensava di avere tra le mani il Vaticano III; una generazione di delusi, che riteneva di dover tornare al passato e portava nella Chiesa nostalgie di stampo lefebriano; una terza, che invece dice: non conosciamo il Vaticano II o per lo meno non ne abbiamo assimilato il messaggio e la ricchezza e quindi “evangelizziamo” il Vaticano II. Concludeva: la spiritualità del prete bisogna enunclearla a partire dai documenti del Vaticano II senza fughe in avanti, ma anche senza involuzioni e riflussi che possono nuocere alla vita dei presbiteri e alla pastorale.

3)-Le tre relazioni fondamentali hanno enucleato questa teologia incentrata sulla Chiesa locale, sulla diocesanità quindi, sul rapporto del presbitero con il popolo di Dio e con il vescovo che è il padre ed il vigile custode dell’unità della fede e della carità.

Queste le tre relazioni di base:

  1. Linee storiche della spiritualità presbiterale nell’età moderna (G. Maiali)
  2. Immagine attuale del presbitero nelle sue motivazioni teologiche (P. Colombo)
  3. Indicazioni di spiritualità presbiterale (C. Scanzillo)

La seconda relazione, ottima per la impostazione e la chiarezza, ha attirato l’attenzione di molti perché coglieva il punto nodale della problematica facendo vedere come la teologia manualistica del prete, che sottolineava unilateralmente soltanto un aspetto della teologia tridentina, è stata superata o integrata dalla teologia sul prete del Vaticano II. La prima rispecchiava il modello “dionisiano” del prete, tutta basata sulla costituzione gerarchica delia Chiesa e sul “carattere” sacerdotale e trovava la sua espressione di spiritualità nell’opera del Card. Mercier, “La vie interieure”, da cui emergeva la figura del prete “alter Christus”; la seconda ha avuto una prospettiva più ecclesiologica sulla linea agostiniana ed ha evidenziato alcune esigenze unitarie, proprie del ministero ordinato, ministero di unità del corpo di Cristo che è la Chiesa, da cui emerge la figura del vescovo e del presbitero come “buon pastore”.

  1. Una osservazione critica: il convegno ha suscitato tante speranze, ma ha lasciato, non si può negare, anche profonde delusioni, che si coglievano nelle parole, nel volto, nell’atteggiamento di diversi partecipanti. L’osservazione critica è questa: le tre relazioni avevano ben centrato il problema e particolarmente stimolante era stata la relazione di P. Colombo, però non sono state messe a frutto. A mio modesto parere l’errore è venuto nella impostazione del lavoro dei gruppi. Il lavoro doveva essere sviluppato nella linea ecclesiologica, cioè partendo dalle prerogative del popolo di Dio, come sono state illustrate nei capitoli primo e secondo della Lumen Gentium: popolo profetico, popolo sacerdotale, popolo regale.

Dato per acquisito quanto la L.G. dice al paragrafo 10 e cioè che il sacerdozio comune dei fedeli e il sacerdozio ministeriale differiscono non solo di grado, ma per essenza, si doveva, secondo me, impostare il lavoro su queste tematiche: il popolo profetico ed il presbitero e quindi tutto il rapporto con la “parola” nell’annuncio, nell’evangelizzazione, nella catechesi ecc.; il popolo sacerdotale ed il presbitero e quindi il rapporto con la preghiera, la liturgia, i sacramenti, la pietà popolare ecc.; il popolo regale e il presbitero e quindi il rapporto con l’animazione della carità, del sociale ecc. E’ qui che si radica la spiritualità specifica dei presbitero diocesano.

A mio avviso il lavoro dei gruppi è stato deviante perché pur ricorrendo spesso questa prospettiva, la riflessione si è spostata sostanzialmente sulla figura de prete in sé e per spiritualità si sono intese ancora le linee tipiche della vita religiosa per cui i gruppi hanno disquisito, come sempre, su: il celibato del prete, la povertà, l’obbedienza del prete, la vita comunitaria, la preghiera, la formazione permanente, i movimenti di sostegno della spiritualità del prete (l’ottavo gruppo: ironia del caso, mentre si faceva un convegno sulla spiritualità del prete, si parlava della spiritualità di sostegno del prete). Povertà, obbedienza, verginità, comunità, conversione continua fanno parte della vocazione del cristiano, cioè sono radicate nel battesimo e quindi nella sequela di Cristo, ma altro è il modo di vivere questi “doni” da parte del laico, altro quello del vescovo e del presbitero, altro quello del religioso. Sembra ancora che questa specificità non sia emersa, per cui i primi, i laici, ne sono esclusi, i secondi, cioè i presbiteri imitano o si appoggiano ai religiosi, e questi, i terzi, sono il modello di ogni spiritualità. Pare ancora che la teologia dei ministeri e dei carismi non sia entrata bene nella riflessione ecclesiologica. Le conclusioni ufficiali auspicano che “il convegno sia ora attualizzato Regione per Regione, Diocesi per Diocesi”, auspica ancora che “si porti avanti gli studi sulla teologia del Presbitero Diocesano” e suggerisce “l’istituzione di una cattedra del Presbitero Diocesano nei seminari teologici e nelle facoltà universitarie”. Già questo sarebbe un ottimo frutto. La pubblicazione “integrale” degli Atti del convegno, promessa tra breve tempo, potrà aiutare ad un maggior approfondimento.                                                                                                     Don Gabriele Miola

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ATTI DEL VII CONGRESSO EUCARISTICO DIOCESANO (C.E.D.). Fermo 1985

E’ bene conservarne memoria scritta perché è stato un momento significativo della vita diocesana. Ci sono stati due anni di preparazione e di animazione pastorale per il C.E.D. Il tema del C.E.D. era lo stesso di quello nazionale, celebrato a Milano l’anno prima: L’Eucaristia al centro della vita della Chiesa. La preparazione è consistita nel riesaminare tutta la vita ecclesiale e la pastorale diocesana alla luce della centralità dell’Eucaristia, che è il Mistero della fede. Chi ha partecipato e vissuto intensamente questi due anni, sa che questo è stato senz’altro il lavoro più proficuo e frutto significativo sono i tanti animatori di gruppo e di centri di ascolto sorti in diverse parrocchie. Di tutto questo lavoro ci sono soltanto pochi cenni in questo volume.

Questi sono soprattutto gli Atti delle celebrazioni conclusive. E’ stato dato poco spazio alla cronaca; si è cercato di riportare invece per intero sia gli interventi dell’Arcivescovo con la lettera di indizione del Congresso e con l’omelia della giornata conclusiva, sia le relazioni degli incontri pastorali perché rimangano come linee orientative per la lettura della nostra situazione pastorale in Diocesi e per un lavoro futuro.

L’ augurio è che queste pagine possano arricchire la nostra memoria e stimolare il nostro impegno pastorale.  don GABRIELE MIOLA    Vicario Generale

 

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Anno 1981 = PRESBITERO E COMUNITA’ NELL’AMBITO DELLA LITURGIA

Riportiamo gli appunti della relazione svolta da don Miola; il relatore ha ampliato notevolmente le tematiche, ha sottolineato particolarmente la proposta di un CATECUMENATO per gli ADULTI

.1 / La situazione

Premessa: nei 10 incontri per paesi che ho tenuto in giugno hanno partecipato 59 preti nelle riunioni di vicaria: a Montefiore 4; Grottazzolina 3; Civitanova 8; Fermo (I) 11; Fermo (II) 1; Altidona 6; Petritoli 9; Piane di Falerone 9; Porto Sant’Elpidio 3; Porto San Giorgio 5.

A dire il vero si è parlato più sulla catechesi che non sulla liturgia; comunque sono emerse considerazioni di un certo rilievo che dividerei così:

.a. –  aspetto positivo: il primo è l‘accettazione piena, toto corde, della riforma liturgica; da noi non ci sono rimpianti per il messale di S. Pio V o il latino e simili. Se si pensa che il primo messale in Italiano approvato dalla Conferenza Episcopale Italiana (CEI) è del 12 marzo 1965 – messale e letture – ; che i lezionari sono entrati a cominciare dal 1972 ( Natale ‘71 e la traduzione ufficiale CEI della Bibbia ); che i diversi ordines sono entrati man mano in quest’ultimo decennio (cfr. CEI Battesimo 6.5.1970; battesimo adulti 4.3.’979; cresima 1.1.’973; matrimonio 1.1.’976; penitenza 21.4.’974; unzione degli infermi 16.2.’975); che la liturgia delle ore, approvata nel ‘970, ma in italiano è stata approntata nel ‘975; se si tiene presente tutto questo si deve dire che il cammino fatto è breve, che abbiamo fatto pochi passi. Tutti sono stati d’accordo nel dire che la liturgia nella lingua propria è una grande grazia sia per il presbitero sia per i fedeli, anche se né il presbitero né i fedeli ne hanno percepito tutta la ricchezza.

L’ actio liturgica in italiano, qualunque essa sia, costringe il celebrante ad un nuovo rapporto con la comunità, non solo per quanto riguarda il testo, la dizione, il senso, anche e soprattutto come mentalità e svolgimento della celebrazione.

.b.  –  aspetti negativi: – Un’osservazione generale è stata questa: è cambiata la lingua, sono cambiati alcuni riti, ma la partecipazione è scarsa; il linguaggio liturgico e biblico fa difficoltà alla gente, esso richiede un’iniziazione, non è compreso; e questo vale per la Messa e i sacramenti. In questa situazione per forza il rapporto tra prete e comunità non può essere che quello per cui da una parte l’uomo delle cose sacre, attore, celebrante, e dall’altra degli spettatori di pratiche religiose, di gente che fa le devozioni, che compie il suo dovere con Dio, che dà un senso sacro alla sua vita e simili.

– Diversi hanno rilevato che la liturgia è tanto meglio partecipata e vissuta quanto più cresce la comunità: il riferimento in questo caso andava diretto ai gruppi dove si attua un altro rapporto prete-comunità e dove la partecipazione è spontanea e immediata.

– Qualcuno ha detto che il problema è sì quello della liturgia e del rapporto nella liturgia tra prete e comunità, ma prima c’è un altro problema più vero, che è quello della spiritualità del prete sia nella preghiera personale, sia nella celebrazione liturgica. C’è una mediazione del prete nella liturgia che passa attraverso la sua esperienza personale di preghiera: meditazione, lettura spirituale, liturgia delle ore, presenza in chiesa, periodi di ritiro e altro. Perdendo questo non si recupera nemmeno sul piano della liturgia perché allora essa diventa comandata, formale, arida o estetica. Oggi abbiamo più strumenti e contenuti diversi, noi però siamo diventati più attivisti di organizzazione che preti cioè uomini di pietà e della parola; siamo troppo preoccupati delle tecniche e dei risultati pastorali, il prete deve essere l’educatore alla preghiera e c’è da ricreare una “struttura” di preghiera sia nella nostra vita personale, sia nella parrocchia, sia nella famiglia. Se al prete manca questa dimensione non potrà mai essere animatore di vocazioni e favorire vocazioni.

– – Qualcuno ha lamentato come in questo periodo di cambiamenti siano scomparse tante cose e tutto sia stato ridotto alla celebrazione della messa o al mattino o alla sera. E sono scomparsi il rosario, la peregrinatio Mariae nelle famiglie con la statuina, un momento di preghiera in Chiesa che non sia la Messa e altro. In un momento di cambiamento di cultura di massa non siamo stati capaci di trovare forme di trasmissione di preghiera proprio in quell’unico nucleo in certo modo più stabile, che è la famiglia. La famiglia non prega più e per la famiglia il prete non è l’uomo della preghiera, ma forse è l’uomo del culto più di quanto non lo fosse nella mentalità della famiglia di prima, il ricupero della liturgia è stato grande e ancora non ne abbiamo visto i frutti, ma è urgente ricuperare quest’altro aspetto, che media il senso e la partecipazione alla liturgia, cioè la preghiera personale e famigliare.

.2./ La liturgia – Il prete e la comunità.   Spunti di riflessione

Non si può non partire dai diversi modi di comprendere la liturgia come tale:

.a.)  –  – liturgia come culto reso a Dio, da Lui stabilito sia nell’Antico che nel Nuovo Testamento: culto come ‘ opera compiuta ’ e nei suoi aspetti di adorazione e ringraziamento, di impetrazione e riparazione o espiazione, un opus operatum che però richiede una purità morale (o anche legale): qui il prete è mediatore, uomo del sacro, la comunità è spettatrice, riceve quel che le viene concesso;

.b.)  –  – liturgia come momento, strumento, fonte di grazie cioè di aiuti e interventi divini dall’alto: qui il prete è mediatore e la comunità riceve; viene sottolineata la dignità per chiedere e mediare, cioè la vita morale o santità del sacerdote, e la dignità morale per ricevere;

.c.)  –  – liturgia come consacrazione della vita nelle sue tappe fondamentali: nascita e morte, pubertà e matrimonio, feste ricorrenti (settimanali, mensili, annuali), luoghi e oggetti sacri: il prete qui è colui che ha il potere di consacrare persone, luoghi, tempi, cose; la comunità usufruisce di tutto questo, delle cose sacre;

.d.).. –  – liturgia come celebrazione (ripresentazione e attualizzazione nella comunità) del mistero salvifico che Dio ha operato in Cristo: qui il prete è il segno (sacramento) dell’iniziativa salvifica di Dio per la sua comunità, cioè la chiesa, e la comunità è il segno (sacramento) dell’iniziativa di Dio per il mondo.

L’ultimo aspetto evidentemente è quello specifico cristiano, che non rifiuta gli altri aspetti, ma li ingloba e li realizza in pieno non tanto nei suoi aspetti rituali, ma perché trovano la pienezza in Cristo, che è il vero adoratore dei Padre cui rende il vero culto, è la fonte della grazia e di ogni grazia, consacra, offre tutta la vita nei suoi aspetti di persona, tempi e luoghi a Dio. Ora nella nostra formazione teologica nel presentare la liturgia (Messa e sacramenti) s’era privilegiato come “princeps analogatum”, cioè come riferimento, il fatto religioso nella sua fenomenologia (c’è il sacrificio, il cristianesimo ha il sacrificio; c’è la preghiera, ci sono i riti e simili, il cristianesimo ha la preghiera, i riti e altro). Invece bisogna sottolineare la specificità cristiana e quindi la rivelazione, il messaggio per comprendere la liturgia come tale.

Da notare che nell’ambito delle culture religiose l’aspetto rituale-sacerdotale è in più specifico come servizio reso a Dio (cfr. anche nell’A. T. abodah’, litourgia – servizio cultuale fatto a Dio), mentre nel N.T. è il più inglobante perché liturgia è il servizio a Dio nella vita, che e tutta sacerdotale (ctr. nel NT: iereis, ierautema- la comunità o ogni cristiano; presbiteroi, episcopoi- servizio di annuncio e presidenza). La Chiesa intera, la Chiesa locale meglio, è ‘segno-sacramento ’ per il mondo, l’umanità, la storia della presenza salvifica di Dio; il prete o meglio il vescovo (con il suo presbiterio) è segno sacramento per la chiesa dell’iniziativa salvifica di Dio in Cristo. E’ evidente che questo vale prima di tutto per il vescovo nel rapporto con la comunità; per il presbitero, in quanto collaboratore del vescovo e sua presenza nella parrocchia, si stabilisce un duplice rapporto e cioè con il vescovo e con la comunità. Ora la liturgia pone il prete in un rapporto tutto particolare con la comunità: insieme con la comunità il prete partecipa della dignità e funzione profetica, sacerdotale e regale di Cristo, per la comunità è ‘segno-sacramento’ della gratuita e libera iniziativa di Dio.

Di qui derivano alcune conseguenze primarie molto importanti:

.a.) – a livello personale: se il prete è “segno-sacramento” per la comunità, proprio perché tale egli vive prima di tutto personalmente il rapporto sacramentale, per cui egli è:

–    l’uomo dell’ascolto e della risposta

–    della contemplazione e della mediazione

–    dell’annuncio e della profezia

–    della lode, dell’offerta, dell’impetrazione

–    della sequela del Cristo nelle beatitudini che sono dono di Dio

–    l’uomo della preghiera e delle virtù, con parole di sempre;

.b.)- a livello di comunità : è il segno-sacramento per tutta la comunità, per tutti coloro che in qualche maniera appartengono alla comunità:

-è l’uomo di preghiera per tutta la comunità

–    celebra e presiede per tutta la comunità

–    le celebrazioni particolari sono sempre in vista della comunità.

La dialettica tra gruppi e movimenti e comunità non è mai in senso alternativo, ma di funzionalità e di complementarietà; non a livello di “rifondazione’’ di Chiesa, ma a quello di metodologie o spiritualità che si integrano tra di loro;

c)- il presbitero “presiede” la celebrazione che è di tutta la comunità pur nei ruoli differenti; ora la presidenza è vera saggezza, sapienza, arte nel miglior senso della parola: presiedere è dar senso, spazio, tempo, partecipazione a tutto e in tutto quello che si fa. Il nostro spesso non è un presiedere, ma compiere un rito. Per presiedere bisogna non solo conoscere lo svolgimento della celebrazione, ma possederne tutta la profondità; una celebrazione non la si improvvisa mai, ma deve essere preparata non solo a livello di sviluppo rituale e di ruoli da svolgere, ma soprattutto a livello di consapevolezza o meglio di fede. E’ facile che il “religioso” e il “sacramentale” scada nel “rituale”.

.d.)- Nella situazione odierna un aspetto da non trascurare è il rapporto che c’è nelle celebrazioni liturgiche tra fatto religioso e fatto “misterico ’: è chiaro che le nostre celebrazioni sono più momenti religiosi che fatti di fede. Questo scadimento avviene fatalmente quando c’è mancanza di seria catechesi, ai contenuti di fede; quando la celebrazione è sentita a livello sacro o addirittura di magia fatta per tradizione o convenienza ecc.

Il rapporto tra questi due aspetti è delicato: spesso si è tentati di respingere, rifiutare l’aspetto religioso e di privilegiare e accogliere solo quello specifico cristiano, non bisogna però dimenticare che sotto il primo si nascondono autentici valori umani e aperture cristiane, si tratta quindi di coglierne gli aspetti positivi e le tensioni verso la piena espressione cristiana: far scoprire che solo in Cristo si realizza la pienezza religiosa. Qui si dovrebbe aprire il discorso di “esperienze catecumenali” per la celebrazione dei sacramenti.

3/ Proposte e questionario

1)- La prima preoccupazione deve essere quella del prete maestro della preghiera, al di là di quella che è la presidenza nella celebrazione della Messa e dei sacramenti. Nelle nostre parrocchie manca una dimensione di rapporto ai segni tra vita religiosa-monastica e popolo cristiano. Ma al di là di questo problema rimane vera la missione del prete come ‘maestro di preghiera ‘ e quindi prima di tutto come uomo di preghiera. Fra l’altro non abbiamo saputo utilizzare la presenza in Diocesi di ben 14 monasteri. Sono un grande segno e una enorme ricchezza, ma non ne abbiamo capito la funzione, eppure veramente grande, soprattutto dopo il Vaticano II. Nel passato si era insistito molto sull’aspetto personale della preghiera del prete e negli incontri è emerso spesso il richiamo agli esempi di preti uomini di preghiera nelle parrocchie.

C’è da domandarsi:

–       può recuperare il prete (ad esempio) la liturgia delle ore, soprattutto lodi e vespri con la comunità o meglio come momento specifico di vita parrocchiale? es.: lodi (salmi, lettura biblica, meditazione, preghiera dei fedeli) al mattino ed Eucaristia alla sera (es. nei periodi forti: avvento-natale-Epifania; quaresima-Pasqua-pentecoste) e viceversa: Eucarestia al mattino e vespri alla sera? E il rosario come riproporlo?

–       per il prete personalmente: sono utili ancora mezzi di sostegno come l’Unione Apostolica Clero (U.A.C)? o la “lega mariana” o altro, senza legami a particolari spiritualità? Il prete non è il maestro di quell’unica sorgente che è la proposta ufficiale della Chiesa al popolo cristiano?

–       come può il prete essere maestro di preghiera per i giovani (ritiri? incontri? deserto?), per le famiglie (brevi forme di preghiera per i genitori, per i bambini, momenti di incontro, di ritiro?).

.2.)   L’altro momento fondamentale del prete è la presidenza nella celebrazione del “mistero”.

–   il primo interrogativo è questo: la moltiplicazione delle celebrazioni (particolarmente di Messe) giova ad una vera presidenza? La celebrazione è esperienza di fede e di presenza salvifica di Dio, e catechesi, è fatto comunitario, è annuncio ed apertura alla vita e altro: come “media” tutto questo il prete? o fa solo il rito, un rito affrettato, svolto rubricalmente o abborracciato?

–   è connessa con questo l’altra osservazione: certamente questa presidenza del prete è la sorgente più vera della sua spiritualità. Questo richiede certamente fede profonda, ma anche preparazione: come la si fa?

–     per sé nella parrocchia la celebrazione dovrebbe essere sempre unica come fatto in sé (non moltiplicare le celebrazioni senza gravi necessità) e unica come rapporto gruppi e comunità. Fino a che punto questo è possibile? qual’è la funzione che la celebrazione nei e per i gruppi in rapporto alla comunità intera? di élite, di rifondazione, di divisione? di pedagogia ecc.? che ruolo vi svolge il prete in tutto questo? si sente più compreso? lo realizza di più nella missione sua specifica? lo sostiene spiritualmente? lo mette in posizione critica o di confronto o di animazione di fronte agli altri, cioè alla comunità intera?

.3.)   Il prete ha il compito di trasmettere la fede insieme a tutta la comunità e di essere l’animatore ai questa trasmissione (come detto per la catechesi; ma ci si domanda: per arrivare ad una vera, autentica celebrazione, la chiesa ha tradizionalmente proposto una esperienza di catecumenato: è riproponibile oggi?

Come deve essere allora organizzato perché questo sia cammino, esperienza di fede e di grazia, di rinnovamento? a chi proporlo? per coloro che celebreranno il sacramento del matrimonio o a genitori che chiedono di battezzare i figli? si può proporre per tutti un catecumenato di almeno un anno? è pronta la comunità ecclesiale fermana per una proposta del genere? siamo pronti noi preti ? ci dobbiamo preparare a questo? come? siamo capaci di animare un catecumenato?

Negli “ordines” dei sacramenti si parla sempre di catecumenato, è richiesto esplicitamente per il battesimo degli adulti; ma ancora non si è mosso un passo, non solo da noi, ma in tutta Italia

.4.)   Una situazione che si ripropone sempre è quella del rapporto tra la celebrazione dei sacramenti e le offerte dei fedeli; la materia è in movimento, ma non si è ancora chiarita. Non ancora ci si è sganciati da una teologia impostata sul concetto dei frutti, che senz’altro rispondeva ad una visione privatista. Superato teologicamente questo punto di partenza come si può fare entrare in noi e nei fedeli il concetto della compartecipazione ecclesiale sotto l’aspetto contributivo? in occasione delle celebrazioni? fuori di esse? in quale rapporto per la comunità-parrocchia di cui si fa parte e per la Chiesa, locale-diocesi?

.5.)  Si propone di rivedere dopo cinque anni la notificazione vescovile su catecnesi e celebrazione; vederne l’applicazione, i punti mancanti e altro.

don Gabriele Miola

L’elenco dei diversi riti tradotti in italiano e approvati dalla CEl, classificati in ordine di tempo (fino al 1981).

—           Rito del battesimo, in vigore dal 29 giugno ‘970;

—           Rito della confermazione, in vigore dal 1 gennaio ‘973;

—           Rito della penitenza, in vigore dal 21 aprile ‘974

—           Sacramento dell’unzione e cura pastorale infermi, in vigore dal 16 febbraio ‘975;

_             Rito delle esequie, in vigore dalla pasqua ‘975;

_             Sacramento del matrimonio, in vigore dal 1 gennaio ‘976;

—           Messa e lezionario dei fanciulli, in vigore dal 15 die. ‘976;

—           Preghiere eucaristiche della riconciliazione, in vigore dal 17 febbraio ‘977;

_             Rito della iniziazione cristiana degli adulti, in vigore dal 4 marzo ‘979;

—           Rito della comunione fuori della messa e culto eucaristico, in vigore dal 20 febbraio ‘980

—           Rito di ordinazione del vescovo, presbiteri e diaconi, in vigore dal 1 luglio ‘980;

—           Rito della benedizione Olii e dedicazione chiesa e altari, in vigore dal 16 aprile ‘981;

—           Liturgia delle ore, in vigore dall’avvento ‘975.

Da Foglio Ufficiale Ecclesiastico anno 1981 n. 4

 

 

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MARCO ARMELLINI ONORA IL CULTO DELLA MADRE DEL BUON CONSIGLIO A FALERONE con un libro ricco di documenti e di immagini

ARMELLINI MARCO PER IL CULTO DELLA  MADONNA DEL BUON CONSIGLIO A FALERONE

Il nuovo bel Libro di ARMELLINI MARCO “ La Madonna del Buon Consiglio di Falerone. Storia. Culto. Iconografia“ edito a Fermo nel dicembre 2019 con moltissime immagini.

Si riferiscono qui alcune parti per testimoniare le tradizioni cristiane del territorio. Questo libro valorizza il meglio dell’esperienza cristiana nella fede mariana. Sempre la devozione mariana ha portato riconciliazione e ricostruzione della società. Ecco alcune risultanze documentali della minuziosa ricerca dell’Armellini. Interessanti, tra le diverse carte citate anche i manoscritti di Angelo De Minicis,” Memorie religiose dei Faleronesi” e “Consuetudini vigenti nelle chiese di Falerone”, scritte negli anni 30 dell’ottocento (1830-1839). Lo scrittore Armellini Marco compie un sincero atto di amore ai valori della gente di Falerone sua patria. Si trascrivono alcuni brani.

DEVOZIONE

(Pag. 74) “Molto spesso nel corso dei secoli per scongiurare pestilenze, calamità naturali o solamente per invocare o far cessare la pioggia, i parroci e/o i vescovi, con gran concorso di fedeli, erano soliti indire novene, tridui e processioni con reliquie ed immagini di santi. Di questi avvenimenti, tra i più importanti a livello nazionale, si possono ricordare: la processione con le reliquie di Sant’Agata per fermare la lava che stava per sommergere Catania, le invocazioni a San Gennaro per arrestare le eruzioni del Vesuvio a Napoli, le preghiere e le processioni indette da San Carlo Borromeo per scongiurare la peste a Milano, la processione indetta da San Gregorio Magno per arrestare la peste che mieteva vittime nella città di Roma”.

<cita: https://www.corrispondenzaromana.it/chiesa-cattolica-preghiere-e-calamita-naturali.

L’autore ha esplorato diversi siti internet per questo culto mariano ed è stato sostenuto dal Rettore- Parroco del Santuario Basilica della Madre del Buon Consiglio in Genazzano, P. Ludovico Maria Centra. Molte altre persone lo hanno accompagnato amichevolmente coadiuvandolo nella raccolta delle testimonianze storiche. I suoi risultati sono apprezzabili perché verificati, come si nota dalle conclusioni > (pagg. 76-77).

SINTESI DELL’OPERA

Immagine della Madre del Buon Consiglio a Falerone

Scrive: “ Non sono stati rinvenuti documenti, atti parrocchiali, rogiti notarili o memorie orali che potessero aiutarci a conoscere la genesi di questo quadro <databile 1761>. Un punto importante riguarda l’aspetto della primitiva immagine dipinta che permette di ipotizzare una plausibile spiegazione sul destino delle corone del dipinto faleronese. Un reperto lapideo posizionato sul retro della parete d’ingresso della Cappella della Madonna ci dà l’opportunità di formulare qualche ipotesi più precisa sui fatti in questione. Questa lapide dedicatoria certifica che il dipinto faleronese sia stato “d’aurea corona redimito”, nel 1885, da Amilcare Malagola, arcivescovo e principe di Fermo (dal 1877 al 1895), in seguito alla richiesta della comunità dei fedeli, che tutta concorse con devozione alle spese per le corone; ulteriore iscrizione dedicatoria a stampa lo conferma.

Alla prima immagine dipinta nel 1761 vennero quindi apposte, nel 1885, sul capo di Gesù e Maria due preziose corone d’oro, le cui forme sono appena riconoscibili osservando con attenzione la cartolina del baldacchino processionale, edita intorno al 1920/30 e che, come accaduto a tante immagini mariane e molti ex voto in tutta Italia, furono trafugate. L’atto sacrilego sulle corone del dipinto, che rappresentava per i faleronesi il simbolo di una fede antica in cui si riconosce una comunità, suscitò un profondo sgomento in tutto il paese tanto che il prevosto Don Silvio Catalini, nel dicembre del 1983, diede l’incarico al laboratorio orafo faleronese di Giuliana Ferrini di realizzare due corone, in argento sbalzato e cesellato con pietre preziose, per ripristinare l’iconografia della sacra immagine. Verso la fine degli anni ’980, il prevosto di San Paolino, Don Giovanni Crocetti, ritenendo che le due corone fossero sproporzionate rispetto alle figure, fece realizzare, dallo stesso laboratorio, altre due corone più sottili in oro e argento con zaffiri e rubini, esteticamente meno invasive. In seguito al furto delle corone del dipinto, molti quadri di ex voto (Per grazia ricevuta) contenenti cuori d’argento che tappezzavano le pareti della cappella della Madonna del Buon Consiglio, per maggior sicurezza, vennero trasferiti in luogo più sicuro.

E’ opportuno ricordare che la festa della Madonna del Buon Consiglio, secondo la venuta di Genazzano, cade il 25 aprile e sicuramente a Falerone nei primi anni dopo il miracolo si festeggiava in quel periodo; la ricorrenza venne in seguito posticipata a maggio, in concomitanza con il mese mariano.

Questa pubblicazione, che è essenzialmente un atto d’amore nei confronti del mio paese potrebbe rappresentare l’ultima occasione per perpetuare e rinfocolare una devozione ormai sopita e mi offre l’opportunità di porre rimedio ad un falso storico, ripristinando la verità. E un errore che nelle poche immaginette sacre stampate con il nome della Madonna del Buon Consiglio di Falerone, compaia come sottotitolo la dicitura: Autore ignoto-Anno 1600 circa, perché i documenti d’archivio attestano il miracolo nel 1761, quando il quadro era appena stato dipinto e tenendo comunque presente che il monastero di San Pietro Apostolo ha iniziato la sua attività religiosa nel 1683.”

CULTO DELLE IMMAGINI INCORONATE

<Da notare che le incoronazioni con la facoltà concessa dai sommi pontefici al Capitolo Vaticano hanno il valore di culto cristiano delle immagini> L’autore riferisce (pp. 56-57) che dal 1631 al 1881 sono state concesse dal Capitolo Vaticano circa 1300 coronazioni e spiega “Aggiungere una preziosa corona sul capo di Maria significa condividere il suo cammino terreno, gioire con lei per aver sconfitto la morte ed il peccato, ed attraverso l’imitazione del suo esempio aspirare alla regalità dei cieli (…) Maria ha sovvertito il concetto che la corona è sinonimo di potere e supremazia terrena, accettando con il suo atteggiamento devoto e sottomesso nell’ubbidienza del sì dell’Annunciazione di essere strumento dell’azione divina, perché Dio si è servito proprio di una donna umile e servizievole per entrare nel mondo e salvare l’umanità. Osservando l’immagine della Madonna del Buon Consiglio – Regina dell’universo si rimane colpiti dalla molteplicità di sentimenti che il dipinto evoca: fiducia, abbandono, solidarietà, misericordia, amicizia, fede, amore, invitandoci a sperimentare la sua vicinanza materna e a condividerne il suo stesso percorso. Per tutte queste ragioni, voler cingere il capo di Maria con una corona, manifesta, tra gli altri significati, la volontà di assumerla come modello per raggiungere, al termine della nostra vita, la corona celeste.”

TESTIMONIANZE DI PERSONE VIVENTI

<Armellini Marco valorizza il culto delle generazioni dell’ultimo secolo>. Scrive (pagg. 23-24). “L’altare della cappella fu completamente rinnovato nel 1935, in seguito al cinquantesimo anniversario della coronazione del dipinto per opera del vescovo Malagola. L’altare, costruito con le offerte dei fedeli venne riconsacrato da S.E. Mons. Giuseppe Petrelli, arcivescovo titolare di Nisibi l’undici di agosto, all’interno di una grande manifestazione durata un’intera settimana con un variegato programma che comprendeva cerimonie religiose con messe; solenni, convegni e processioni, ma anche momenti di divertimento come corse di cavalli, esibizione di bande musicali, fuochi d’artificio e tombola.

L’altare composto da gradinate, otto colonnine con capitello, il piano di mensa, quattro capitelli, un tabernacolo venne realizzato dal marmista serviglianese Attilio Lardani per una spesa di L. 1280.

Nel 1936, nelle due pareti laterali, per opera del pittore Ciro Pavisa di Mombaroccio, vennero realizzati due grandi affreschi, quello di destra mostra barrivo della prodigiosa immagine a Genazzano, mentre quello di sinistra fotografa con grande realismo la guarigione della monaca faleronese per l’intercessione della Madonna del Buon Consiglio. Il consiglio comunale, nel 1981, tornò ad occuparsi e deliberare sulla chiesina delle monache in seguito alla richiesta della prepositura di San Paolino, volta ad ottenere un contributo economico per i lavori di restauro alla succitata cappella.”

PRATICHE DI FEDE

<Interessante l’analisi dell’immagine del dipinto faleronese (pagg. 52-54) con le numerose foto di supporto. Inoltre i ricordi dei viventi, espressi per tutti da Anna Antognozzi della contrada Pozzo (citiamo da p. 62) e da Elena de Laurentis del centro storico faleronese>.

“Dai Ricordi di Anna Antognozzi. La festa della Madonna del Buon Consiglio si svolgeva sempre nel mese mariano, approssimativamente nei giorni tra il 20 e il 26. Si cominciava il martedì con la processione dalla contrada Pozzo alla quale si univa la contrada Madonna delle Camminate, poi il mercoledì con la <la partecipazione delle contrade> Croce e San Paolino, il giovedì la contrada santa Margherita alla quale si univa la contrada Salegnano ed il Paese. Queste processioni, con la partecipazione di bambini che portavano mazzi di fiori, si muovevano alla volta del paese fra canti, inni e preghiere per raggiungere la chiesa di San Giovanni. In quel periodo le pareti della chiesa che custodiva la sacra immagine della Madonna erano tappezzate di quadri ex voto rappresentati da cuori d’argento incorniciati, mia madre mi raccontava che nonostante la grande povertà dell’epoca, per ringraziare la Madonna del miracolo ricevuto, i beneficati lasciavano spesso in dono le loro catenine d’oro”.

DOCUMENTAZIONE DEI SECOLI XVIII e XIX

<Riferiamo la documentazione più antica. Nel narrare le consuetudini vigenti nelle chiese di Falerone Angelo De Minicis ricorda le Feste solenni in onore di Maria SS. del Buon Consiglio pagg. 56s> Si legge: “Nella chiesa delle monache, nel mese di maggio, si fa anche il mese mariano nella seguente maniera. Nella sera del 30 aprile, addobbato l’altare maggiore con ceri e fiori e lampade come meglio è possibile, un divoto scrive in molte cartine i fioretti di virtù da recitare in nome di Maria in tutto il mese di maggio e standosi in luogo accessibile di tutti entro la chiesa e lascia che ognuno prenda quel cartellino che crederà. All’ora solita si incomincia la recita del Santo Rosario e detto il Salve Regina si dice «Vieni Santo Spirito», poi si legge una breve meditazione del Canonico Alfonso Muzzarelli con l’ossequio, giaculatoria ed esempio contenuto nel libretto di detto autore, il quale ha scritto con più insinuazione e profitto di quanti io ne abbia letti. Nel 1846 si incomincia a leggere il mio mese mariano. Finita la lettura si cantano le litanie di Maria S.S. e si conchiude con il versetto «Maria del Buon Consiglio, benedicici dal ciel col vostro Figlio». Questo versetto si canta anche ogni volta che si cantano le litanie alla beatissima Vergine Maria. La cera e tutte le cose occorrenti per queste funzioni del Rosario in questo mese mariano vengono somministrate dal depositario delle elemosine che i fedeli offrono a quella immagine di Maria S.S. del Buon Consiglio in cera, denaro e granturco. La cera viene offerta dai diversi figuranti, avendola pregata di qualche grazia poi un mazzo di ceri grandi e piccoli secondo la loro facoltà, li quali ceri, per vari giorni si espongono all’altare di Maria S.S. Si fanno spesso li tridui per gli infermi, essendovi tre orazioni adottate al bisogno e alle altre quattro candele davanti l’immagine di Maria, si accendono altre sei candele di libra e questi tridui si fanno subito dopo il Rosario ed infine alle litanie si aggiunge l’Oremus pro infirmis (=preghiamo per i malati). Gli infermi sanati quasi tutti offrono cera alla Madonna in una domenica che per lo più è la prima di ottobre si porta una offerta di granturco alla Madonna e il tutto si regola come l’offerta del grano che si fa in agosto. A questa offerta presiede il depositario, il quale era prima Don Vito Mandi sacerdote e Vicario Foraneo, poi subentrò il Signor Lucantonio Chiaravalle, li quali con molta premura e delicatezza, hanno amministrato ogni cosa che spetta a questa sacra immagine di Maria del Buon Consiglio. Al suddetto Signor Chiaravalle ora tiene in custodia i ceri e danaro e generi da somministrare al bisogno, secondo le occorrenze, non è stato richiesto da privato o superiore di rendere conto della sua amministrazione per la buona fede pubblica che egli gode. In tempo di troppa siccità, piogge o altri bisogni si fanno tridui alla Madonna del Buon Consiglio e la cera occorrente viene deportata dal detto depositario, allora però l’immagine si porrà nella chiesa matrice, come più capace. Se per gli stessi motivi si facesse il triduo a San Fortunato, la cera viene somministrata dalla Comunità nella chiesa di San Francesco, se si facesse a San Sebastiano o per le anime del purgatorio previa la Congregazione del SS. Sacramento, nella sua chiesa.”

<Dal manoscritto di Angelo De Minicis proviene anche una notizia della sua famiglia riguardante la protezione mariana per la salvezza dell’anima ricordata dal padre Paolo pagg. 75>. “Adì 25 gennaio 1796: giorno di lunedì alle ore 14 e mezza passò agli eterni riposi la Signora Elena De Minicis, mia carissima madre stando esposta l’effige di Maria S.S. del Buon Consiglio, venerata nella chiesa delle monache, stando esposta dissi, nella propria camera ed avendo risposto nelle litanie più volte “Ora pro nobis”. Dio la tenga in cielo. Così spero certamente”.

ASPETTI DEVOZIONALI TRAMANDATI

<pagg. 74-75> “Particolari aspetti devozionali. a Madonna del Buon Consiglio è stata più volte evocata per fare da tramite e chiedere l’aiuto divino per far cessare la furia distruttrice degli agenti atmosferici, due esempi trascritti da: “ Diario domestico manoscritto di Pietro Paolo di Simone De Minicis”, conservato presso gli eredi>. “Nel dicembre 1793 il cielo si fece, come suol dirsi, di bronzo, e fu una siccità tale che non fu mai veduta neve né ghiaccio, né acqua sino alli 7 di maggio del 1794, nel cui giorno fu veduta un poco di acqua, che però fu preceduta da molta e grossa grandine. Il grano per la siccità si trovava in cattivo stato e così tutti gli altri generi di campagna, di modo che si prevedeva una calamità troppo grande. Nel medesimo giorno, 7 maggio fu principiato un triduo del beato Andrea Cacciola, che veramente ci fece subito avere la pioggia e questa si fece dopo due settimane talmente impetuosa, che li fiumi andavano pieni e durò essa pioggia più di 15 giorni di modo che fu dovuto mietere il grano piovendo e nelli covi, cavalletti ed anche nel campo senza recidersi si era nato e cacchito (= germogliato nuovo) in modo, che dava molto a temere e perciò si tornò a pregare il B. Andrea, S. Fortunato e la madonna del Buon Consiglio per la serenità, che poi si ottenne”.

“Nell’anno 1817 Dio ci afflisse con lunga carestia … per le scarse raccolte, tanto del 1816 che del 1817. I poveri si cibavano di erbe, di scorze, di ghiande e persino di noccioli pesti di oliva spremuti dell’olio. Il Governo mise un’imposta pubblica di baj(occhi) 10 per ogni 100 scudi ai ricchi per sovvenire ai poveri. Con questo sussidio si facevano molte caldaie di legumi ogni dì e si dispensava ai poveri affamati, si dispensava pane, ma […] dai cattivi cibi si era cominciata a sviluppare una febbre epidemica, chiamata tifo petecchiale, la quale in pochi giorni toglieva la vita. Si tentarono molti rimedi ma, […] i poveri indeboliti presi dalla convulsione di tutte le membra, in un giorno o due perivano. Furono adunati molti infermi all’ospedale e poiché i letti erano insufficienti, furono collocati due infermi ogni letto. Adunque perché il male non si appiccasse a tutto il popolo, fu stabilito il lazzaretto nel convento di San Francesco, in allora non ripristinato, si entrava al di fuori delle mura castellane, si adunavano tutti gli infermi appena erano attaccati dal male… […] vi entrava il medico tutto coperto di tela incerata, i parrochi assistenti adoperavano suffumigi di sale con spirito di vetriolo. Ma fu tutto inutile, gli infermi perivano, il medico morì, i parrochi tutti si ammalarono e furono vicini a morire, gli infermieri morirono in parte anch’essi. La morte indistintamente troncava la vita ai poveri e ai ricchi e la strage fu tale che in quell’anno perirono qui fra noi 305 persone, quando che comunemente ne muoiono ogni anno sessanta o al più settanta. Furono fatte allora molte processioni di penitenza in onore di San Sebastiano e San Rocco, altre volte fu andato pubblicamente in processione alla Madonna degli Angioli e pare che sin d’allora mediante il patrocinio di Maria S.S. del Buon Consiglio, di San Sebastiano e di San Rocco cessasse il morbo e fu incominciato a respirare”.

<pagg. 75-76> “Anche nelle cappelline private presenti nelle dimore palaziali di alcune aristocratiche famiglie faleronesi non mancano mai iconografie e devozioni riguardanti la Madonna del Buon Consiglio. Nella cappella domestica della nobile casata dei De Minicis, infatti, una devozione a stampa appesa alla parete, dopo la preghiera alla Madonna, presenta un’invocazione finalizzata alla concessione della salute del corpo e della mente con queste parole.

TESTIMONIANZA DI CULTO IN CASA DE MINICIS

<IMMAGINETTA incisa e stampata in una pagina qui trascritta della fine del secolo XVIII o degli inizi del secolo XIX raffigurante la Madonna del Buon Consiglio della cappella privata della nobile famiglia del De Minicis. Ha iscrizione: CONSILIUM IN TEMPORE OPPORTUNO (= Consiglio al momento opportuno cioè quando ne abbiamo bisogno) sotto la figura della Madonna del Buon Consiglio venerata a Genazzano con in più effigiata la colomba dello Spirito Santo in alto sopra al riquadro dell’immagine>.

“Devozione di tre Ave Maria al cuore purissimo di Maria Santissima del Buon Consiglio che si venera in Campiglia nell’oratorio di sant’ Antonio abate della nobile famiglia del Mancino

Vi saluto vergine Santissima del Buon Consiglio, e per i meriti del vostro purissimo cuore vi prego impetrarmi dal vostro divinissimo Figlio vero dolore dei miei peccati passati e la grazia di non peccare mai più.  – Ave Maria

  • Vi saluto Vergine amorosissima del Buon Consiglio e per i meriti del vostro cuore castissimo vi prego impetrarmi dal vostro dilettissimo Figlio vero amore di Dio ed una piena rassegnazione alla sua Santissima Volontà. – Ave Maria
  • Vi saluto Vergine clementissima del Buon Consiglio e per i meriti del vostro cuore innocentissimo vi prego di attenermi dal vostro dolcissimo Figlio la pienezza del vostro Buon Consiglio, la perseveranza nel bene fino alla morte e la grazia che chiedo … se sia espediente per la salute dell’anima mia. Ave Maria.

\ Prega per noi Santa madre di Dio /Affinché siamo resi degni per le promesse di Cristo.

Preghiamo. Concedi, o Signore Dio, che noi tuoi servi godiamo della perpetua salute della mente e del corpo e per la gloriosa intercessione della beata Maria sempre Vergine del Buon Consiglio godiamo dell’eterna (letizia), liberati dalla presente tristezza. Per Cristo nostro Signore. Amen\

<tipogr.> Bologna per Gamberini e Parmeggiani. Con approvazione.”

 

FESTE DELL’ANNO 1843

Oltre al prevosto Angelo De Minicis, autore delle ” Memorie religiose dei Faleronesi” anche suo fratello Gaetano De Minicis ha scritto memorie, come la seguente.<pag.69> “Durante una solenne festa in onore della Madonna del Buon Consiglio tenuta il 14 maggio 1843, vennero scritte nove invocazioni in rima, otto di queste posizionate alcune nella chiesa ed altre in diversi luoghi del paese, la nona si sarebbe recitata durante la processione per le vie di Falerone con l’immagine sacra contenuta nell’artistico baldacchino processionale ligneo. Sopra la porta della chiesa venne invece posizionata una iscrizione dedicatoria più strutturata e forse destinata ad un supporto lapideo. Gaetano De Minicis, fratello del prevosto Don Angelo, ci ha lasciato memoria di queste iscrizioni raccogliendole in un libriccino a stampa. Iscrizioni esposte in Falerone nella solenne festività ad onore della Beata Vergine del Buon Consiglio celebrata il XIV di maggio MDCC CXLIII, Tipografia Ciferri, Fermo 1843, che riporto integralmente.

Sopra la porta della chiesa:

A  \  MARIA VERGINE  \  DEL BUON CONSIGLIO  \  PROTEGGITRICE NOSTRA PERPETUA  \  È SACRO SOLENNE  \  QUESTO Dì  \  PERCHÉ  \  RINNOVELLANDO FAUSTE ANTICHE MEMORIE  \  DI MARAVIGLIOSE GRAZIE  \  AL POPOLO FALARIENSE COMPARTITE  \  ODA BENIGNA LA VOCE DEI FIGLI  \  IMPLORANTI MERCE’  \  CI SOCCORRA E CI SORRIDA  \  E OGNI MANIFESTA E ASCOSA CALAMITA’  \  DA NOI SI DILEGUI  \  PII OSSEQUIOSI ACCORRETE  \  O FEDELI  \  A ONORARE COLEI CHE L’ETERNO EBBE NEL SENO

Voti posti per entro la chiesa e in altri luoghi del Comune

(1) MADRE BEATA SOTTO IL TUO VESSILLO  \  NON PIÙ NUBE D’ERRORE ADOMBRI IL VERO  \  MA DIO CHE IN CIEL RISIEDE  \  ABBIA MAI SEMPRE ONOR LAUDE ED IMPERO

(2) MADRE IMMORTALE CHE D’ AMOR SEI PIENA  \  L’ORME DEI FIGLI TUOI  \  REGGI SU QUESTO ESIGLIO  \  MADRE D’ALTO CONSIGLIO

(3) MADRE SOVRANA CHE VICINA SIEDI  \  AL SOMMO RE SEMPRE DI NOI TI CAGLIA  \  NELL’ETERNA MEMORIA  \  MADRE DELL’ALTA GLORIA

(4) MADRE D’ALTA SPERANZA  \  NOSTRA TI FE’ IL GRAN FIGLIO ARBITRA E GUIDA  \  E MAI MERCE’ NON NIEGA  \  ACHI TI PRIEGA E IN TUA PIETÀ CONFIDA

(5) SALVE SALVE  \  O MARIA  \  A NOI RIVOLGI IL GUARDO TUO SERENO  \  E SAREM DA OGNI MAL PURGATI APPIENO

(6) MADRE PIETOSA  \  DEL DIVINO AMORE  \  RENDI IN NOI  \  PURA L’ALMA E CASTO IL CUORE

(7) QUANTO  \  PUDICA PIU’  \  TANTO PIÙ BELLA

(8) O SANTA SANTA SANTA  \  BENEFATTRICE COSTANTE AMOROSA  \  A TE  \  NOI FALERIENSI TUTTI GIULIVI  \  QUESTE LAUDAZIONI QUESTI VOTI  \  CONSACRIAMO

<pag. 70> In una prospettiva per la processione colla immagine di N.D.

(9) – ECCO LA DONNA ALTISSIMA  \  LA GRAN REINA DE’ CIELI  \  ECCO DI DIO LA MADRE  \  MARIA  \

PROSTRATEVI O GENTI  \  ALLA BELLA IMMAGINE DELLA VOSTRA  \  SIGNORA E FIORI E VOTI E LAGRIME DI GIOIA  \  SPARGETE “ –

FESTA NELL’ANNO 1856   CON IL CARDINAL DE ANGELIS

Iscrizione dell’epoca.

A FILIPPO DE ANGELIS ARCIVESCOVO DI FERMO E PRINCIPE  \  DECORO E ORNAMENTO DELLA CATTOLICA CHIESA  \  PER SENNO E PIETÀ VENERANDO  \  DEL SUO DILETTO GREGGE PASTORE VIGILANTE INSTANCABILE  \  D’ANIMI E CUORI FRA SE’ DISCORDANTI CON AMORE DI PADRE CONCILIATORE SPERTISSIMO  \  CHE ESERCTANDO IL PASTORALE MINISTERO IN QUESTA TERRA  \  DELLO SPLENDORE DI SEDIA EPISCOPALE DA’ VETUSTI SECOLI NOBILITATA  \  NELLA FESTIVITÀ SOLENNISSIMA DI VERGIN MARIA CONSILIATRICE  \  BENIGNAMENTE TERZA VOLTA DEGNAVA DI SUA PRESENZA ONORARE LA PATRIA NOSTRA  \  IL MAGISTRATO GIUBILANTE OSSEQUIOSO AL GRAN PORPORATO  \  ALL’OTTIMO ANTISTITE QUESTA PAGINA CONSACRA  \  UMILE SEGNO DELLA PIU’ ALTA UNIVERSALE GRATITUDINE   \   O MARIA NE INTERCEDI APPRESSO L’ONNIPOTENTE DAL QUALE OGNI GIUSTO BENE PROMANA CHE LUNGHI ANNI E FELICI AL ZELANTISSIMO PONTEFICE NOSTRO DONI E CONCEDA   \   IN FALERONE; IL DI’ XV GIUGNO MDCCCLVI  –  G.D.M “- <=Gaetano De Minicis>

INCORONAZIONE  CON IL CARD. MALAGOLA

<pagg. 71-72 Manifesto dedicatorio dell’incoronazione dell’immagine venerata nel 1885>

“A gloria della Vergine  \  che dal Buon Consiglio si noma  \ augusto solenne rito  \  novello per noi  \  compiesi oggi in questo tempio  \  per mano del padre e pastore nostro  \  mons. Amilcare Malagola  \  aurogemmata corona  \  poniamo in capo  \  a MARIA  \  e nella ebbrezza del gaudio  \  nel tripudio dell’esultanza  \  regina della patria nostra  \  salutiamo colei  \  che donna e signora impera nei cieli  \ Oh, entrate entrate  \  paesani e stranieri  \  nuovo slancio di devozione  \  più accesa la fiamma di amore  \  ci stringa a’ piedi  \  della tenerissima delle madri  \  essa ne darà in ricambio  \  la corona del Paradiso – Fermo 1885.

 

Nella Cappella della Madonna del Buon Consiglio a Falerone lapide a ricordo dell’incoronazione foto nel libro (p. 71)

“Ai più tardi nipoti  \  questo marmo serbi memoria  \  che  \  l’immagine di N(ostra) D(onna) del Buon Consiglio  \  protettrice augusta di Falerone  \  per antichi e recenti miracoli veneranda  \  fu da aurea corona redimita  \  per monsignor Amilcare Malagola  \  Arcivescovo e Principe di Fermo  \ Tutti dì ogni classe  \  con divota gara  \  contribuenti alle spese  \  XXX agosto mdccclxxxv “

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