Danni della procreazione eterologa sui nascituri: debolezza fisiologica trasmessa in discendenza

Danni esistenziali intergenerazionali
I progetti esecutivi della eterologa esigono la tutela di uno sviluppo umano integrale, e comportano doveri inerenti al rapporto dei protagonisti della procreazione non solo nei riguardi dovuti al nascituro, anche verso i suoi discendenti delle generazioni future. La Costituzione repubblicana italiana, all’articolo 2 esige la giustizia nella solidarietà, e in questa situazione di procreazione è giustizia intergenerazionale con risvolti economici politici e culturali. La tecnologia e l’assistenza medica nell’eterologa non si limitano soltanto a criteri utilitaristi di efficienza e di produttività per dare vantaggi individuali. La giustizia intergenerazionale è necessaria al fine che le future generazioni non abbiano a pagare il danno continuativo derivante ai discendenti del nascituro cui è stata data una debole salute fisica, a motivo della originaria occasionale soddisfazione dei desideri di pochi individui ambiziosi di una genitorialità artefatta. Questi danni intergenerazionali sono un crimine ignobile di cui dovrà qualcuno dovrà rendere conto alle generazioni che verranno, se non fosse che l’impunità è sapientemente assicurata da una ingegneria giuridica e amministrativa creata ad arte per occultare le singole responsabilità ovattate da criteri di legittimità. \n\ Questa osservazione sulla legittimità che occulta responsabilità è di Paolo ROSSO, La responsabilità civile. I danni esistenziali. Utet Torino 2014

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QUALCHE CANTATA POPOLARE per le feste; traduzione dal dialetto di Belmonte Piceno

Qualche Cantata
dal dialetto
Belmonte Piceno 2016
LA PASSIONE DI CRISTO
(canto popolare tradotto)
Ecco che è giunta l’ora
dell’ultima sua cena:
e con faccia serena
Gesù così parlò.
Dice: “Sarò tradito
e poi sarò negato”.
E Giuda scellerato
dice: “Io non lo so”.
All’orto del Getsemani
Gesù volge i suoi passi
e si ferma tra i massi
sopraffatto dal dolor.
Gesù si apparta solo,
da tutti abbandonato,
e con pianto sconsolato,
il Padre suo pregò.
Tutto mesto e dolente
in terra cade e langue,
dal gran sudore di sangue
resistere più non può.
Arriva il traditore,
Giuda con dispetto,
dice al Maestro eletto
“Salve, Rabbì”.
Risponde il Signore:
“Che cerchi, amico mio?”
E Giuda iniquo e rio
con un bacio lo tradì.
La truppa in quel momento
con funi e catene,
povero amato Bene,
subito gli s’avventò.
E con maggior tormento,
soffrendo il Redentore
con gran pena e dolore
nella prigione andò.
Tra insulti amari,
dalla prigion levato,
ad Anna è portato
Gesù pieno d’amor.
Il guardiano ingrato,
gli da un gran ceffone
e non dice ragione
ma lo fa soffrir.
Dai soldati è trascinato,
dal prefetto Pilato,
per essere processato
come fosse malfattor.
Pilato spaventato
dal popolo inferocito
nel processo imbastito
le mani se ne lavò.
Affacciandosi al balcone,
al popolo poi propone
di scegliere tra il Redentore
e Barabba violento.
La libertà a Barabba
il popolo incosciente
da morte all’innocente,
la croce per Gesù:
Allor per soddisfare
del popol l’insolenza,
a sì crudel sentenza
Pilato acconsentì.
Senza più indugiare
è legato il Redentore
come un malfattore
ognuno lo schernì.
Legato alla colonna,
battuto e flagellato,
di spine coronato,
è il dolce Redentor.
“Questo patire tuo amaro
con morte sì atroce,
questa pesante croce
come potrai portar?”
Ecco è pronta l’ora,
ingrato peccatore,
rimira il tuo Signore
che a morte se ne va.
Per te, ingrato ancora
vuole abbracciar la morte
per aprirti le porte
del regno celestial.
Oh! Gesù mio caro
la croce t’ho preparata:
da me fu fabbricata,
con tanto mio peccar.
Piange la cara Madre,
mirando il suo Signore.
Pensa al grande dolore
che sentiva in cuor.
E tra le guardie armate,
il buon Gesù è caduto.
Nessuno più porge aiuto
al caro mio Signor.
Il dolente Figlio,
tutto quanto impiegato,
per salvare l’uomo ingrato,
in croce va a morire.
Il tuo ostinato cuore,
lo fa così languire,
in croce va a morire
per la tua infedeltà.
Giunto sull’alto monte,
il buon Gesù innocente
da quell’ingrata gente
presto spogliato sta.
E la dolente Madre,
piena d’amore e zelo,
si leva il suo bel velo,
per coprire Gesù.
Poi inchiodano alla croce,
per l’una dell’altra palma,
acciò spirasse l’alma
con più pena e dolor.
Perde sangue tra la gente
il buon Gesù clemente,
e la sua sete ardente
nessuno dissetò.
D’un tratto ora il velo
del tempio si squarciò
e anche il sole nel cielo
d’un tratto si oscurò.
Il buon ladrone allora,
pentito del suo errore,
dice: “Oh, mio Signore
ricordati di me”.
Gesù risponde allora,
con generoso viso:
“Nel santo paradiso,
oggi sarai con me”.
Ecco, Gesù morente,
sulla croce languente,
con parole lente
Giovanni chiama a sé
Dice: “Amico mio,
io me ne vado al Padre,
la mia dolente madre
la raccomando a te”.
Dona il suo perdono
per i suoi crocifissori,
la sua alma con fulgori
al Padre amato va.
Più di uno è risuscitato.
Tremano monti e valli.
Ma prato, case, e colle
il buio ricoprì.
Gesù Cristo morto,
agli Inferi è passato.
Che sia ringraziato
per la santa sua passion.
Il romano centurione,
mosso a compassione,
per togliere ogni dubbio
con la lancia taglia il cuor.
Ha lasciato il mondo,
volle soffrire la morte.
Ora son aperte le porte
del Regno di lassù.
La madre poi accoglie
fra le braccia in dolore,
il Figlio pieno d’amore
che noi tutti salvò.
Ecco Gesù or morto,
nella tomba è deposto,
e gli angeli del cielo
la gloria a Dio portò
Ricorda, o peccatore,
l’appassionato Bene
fra quante grosse pene
la croce per te soffrì.
Piangi con cuore contrito,
con vero pentimento
e con proponimento
di non insultarlo più.
Il terzo giorno intanto,
Gesù è resuscitato,
tra suoni, feste e canti,
nell’alta gloria sta.
+++
C A N T O
\\\ Gesù mio con dure funi, come il reo chi ti legò?
Rit. Sono stato io l’ingrato,
Gesù mio perdon pietà.
Gesù mio, quel sacro volto,
chi feroce, Ti schiaffeggiò?
Gesù mio, con schiaffi e sputi
Chi ti offese e flagellò?
\ Rit. Sono stato io…..
Gesù mio la sacra fronte,
chi di spine Ti coronò?
\ Rit. Sono stato io……
Gesù mio su crudo legno,
chi alla morte Ti condannò?
\ Rit. Sono stato io…..
Gesù mio di dura croce, chi crudele Ti caricò?
\ Rit. Sono stato io……
Gesù mio le sacre mani,
chi con chiodi Ti straforò?
\ Rit. Sono stato io….
Gesù mio quei sacri piedi,
chi spietato Ti straforò?
\ Rit. Sono stato io…..
Gesù mio le sacre labbra,
chi con fiele Ti amareggiò?
\ Rit. Sono stato io…..
Gesù mio quel sacro cuore,
chi con lancia Ti trapassò?
\ Rit. Sono stato io….
O Maria il Divin Figlio,
sotto gli occhi chi Ti immolò?
\ Rit. Sono stato io……
+++
INNO ALLA S. CROCE
Ti veneriamo o croce,
conforto dei credenti;
a Te alziam la voce,
redenti peccator.
Rit. Ti invoco o Croce Santa,
in vita e in morte ancora;
di vera pace ammanta
il mondo peccator.
A Te leviamo i cigli,
bagnati dal dolore;
per te siam tutti figli
di Cristo Redentor.
Rit. T’invoco o Croce……
Tu sei la gran Regina,
che ci ha ridato il cielo
a Te il mortal s’inchina
T’invoca ogni fedel.
Rit. T’invoco o Croce…..
+++
=== LE ANIME DEFUNTE
Delle anime defunte
ascoltiamo il lamento:
che con vivo sentimento
si vogliono santificar.
Sentiamo notte e giorno
quelle loro chiamate
che per essere sollevate,
chiedono di pregar.
Tutti i momenti e ognora
le anime sante chiamano
stendiamogli una mano
per farle sollevar.
Quant’anime penose,
con desideri ardenti,
pensano ai parenti
che le posson aiutar.
Fratelli, se vogliamo,
non siamo tanto avari,
per l’anime dei cari
muoviamoci a pietà.
Se noi le solleviamo,
sarà per nostro bene
che tolte le lor pene
Iddio ci premierà.
Vi prego, cara gente,
non ci mostriamo ingrati,
per gli errori perdonati
possiamo noi sperare.
Quelle anime purganti,
si trovano in grand’ansia
mentre con mente pia
sanno di poter salir.
Andranno in Paradiso.
Ma ora son dolenti
e pochi sono attenti
a far lor carità.
La carità è pregare.
Per noi c’è questa nova
quel che si fa si ritrova.
Così succederà.
E pregano per voi.
Timore non abbiate
quell’anime beate
Iddio le aiuterà.
Pensiamo che una volta
ci arriva pur la morte
che ci leverà la sorte
di nuovo meritar.
Succede a tutti quanti:
si passa all’altra vita
bisogna questa partita
saperla ben giocar.
Ascolta questo canto:
dopo questa uscita
chi fece bene in vita
di là lo ritroverà.
Quando saremo morti,
non si perde la sostanza,
resta questa speranza
che perdono Iddio ci dà.
Ora che abbiamo tempo
preghiamo a dar sollievo
alle anime ora in cielo
che ci possono aiutar.
Chi dà il suo suffragio
se l’anima è stanca
Iddio gliela rinfranca
con gran generosità.
Il Padre nostro celeste
a tutti vuol dar pace,
se a noi pure piace
chiediamogli pietà.
…Chiediamolo a Maria
che dispensa ogni grazia.
Ogni cuore la ringrazia
per la sua bontà.
…Consola i nostri defunti,
li porta in santa gloria
e vivono nella gioia
per tutta l’eternità
Passati quei desideri
stanno allegramente
tenendo sempre in mente
la nostra carità.
Chi ha i suoi parenti,
madri, padri, fratelli
tra gli spiriti belli
le grazie chiederà.
Concessi vi saranno
gli aiuti che volete
se a loro li chiedete
con fede e ardor.
Avrà sempre fortuna
chi chiede e perdona
e così ogni persona
godrà l’eternità
+++
=== SAN GIUSEPPE
Rallegrati Maria che sei sposa,
gradita sei tu qual fresca rosa:
Giuseppe la guarda e tira via
per non sentire il pianto di Maria.
Tre angeli dal cielo glielo dissero,
per sfuggire a Erode che partissero.
Giuseppe li guida con dolce allegria
ed accarezza la madre Maria.
“Un pezzo di pane ci porteremo,
per quando poi la fame sentiremo.
Un somarello con noi condurremo
per quando noi ci stancheremo”.
Quando fu l’ora del solleone
si confortano con santa orazione.
“Su, Maria, se non puoi camminare,
c’è il somarello che ti può portare”.
“Io, Giuseppe, non sono stanca.
Lo Spirito Santo non mi manca”.
Quando Maria in sella era salita,
guarda la stella che era apparita.
Era apparsa in quelle capannelle,
dove dormivano poche pecorelle.
“Qui Maria, dormi assai sicura,
e di nessuno puoi aver paura.
Vieni qui, Maria, allegramente,
non aver timore di niente.”
“Stai pure tu, Giuseppe, qui sicuro,
per me sei sempre lo sposo puro”.
Quando è l’ora della mezzanotte,
Maria chiama Giuseppe forte, forte.
“Su, Giuseppe mio, alzati un poco,
vammi a trovare un po’ di fuoco”.
Giuseppe si sveglia allegramente,
a Betlemme va a chiedere alla gente.
C’erano i mastri famigliari,
con le fucine accese di ferrari.
“O mastri chiedo a voi della brace
Iddio vi doni tutta la sua pace”.
“Sì, Giuseppe, te la vogliamo dare,
para il cappello se la vuoi portare”.
“Il mio cappello lo tengo sulla testa,
mettimi il fuoco sulla mano destra”.
Il fabbro dopo che l’ha ascoltato,
sul palmo della la mano glielo ha dato.
“Che gran miracolo ho veduto,
sulla mano il fuoco lui ha tenuto!
Guardate che miracolo evidente
sul palmo suo tiene il fuoco ardente”.
Giuseppe s’incammina per la via,
e incontra Sant’Anna e Anastasia.
Chiede: “Anna da dove sei uscita?”
“Ho assistito Maria che s’è partorita.
Il parto di Maria è un bel sorriso,
è nato il Signore del Paradiso.
Il parto di Maria è gigli e canti,
è nato il signore di tutti quanti.
Nel parto di Maria è nato un fiore,
è nato Gesù Cristo Salvatore.
Nel parto di Maria è nato un giglio,
beata te Maria con questo figlio.
Nel parto di Maria è nato un santo,
è nato il Signore di tutto quanto”.
+++
=== NATALE
Saluto tutti, gente amica
e che Dio vi benedica.
Ora cantiamo con allegria
“Viva Natale e l’Epifania.
Vi portiamo la bella novella
l’anno nuovo e la Pasquella.
Dio dà Grazia, buona gente,
a cantarlo a voi allegramente.
Come meglio noi possiamo, a
perdonate se ci proviamo.
Viva Natale ed Epifania,
Pace santa con allegria.
Un buon anno Dio vi dia,
per onorare il grande Messia.
Buone feste e Capodanno,
santa pace per tutto l’anno.
Sapete che è nato Gesù Cristo
per salvare il mondo tristo.
Dal cielo veniva la stella
che rischiarava la capannella
dove è nato il nostro Messia
dalla santa Vergine Maria.
Sulla paglia sta il bambinello
scaldato dal bue con l’asinello.
Gesù è il più bello dei figli,
quando lo guardi te ne meravigli.
Dalla stalla un po’ incerto
Giuseppe esce fuori all’aperto.
E rimane meravigliato
che tutto era illuminato.
Betlemme con tutto intorno
Pieno di luce prima del giorno:
era la luce chiara e bella
che irraggiava dalla stella.
(Trasposizione in italiano
di un canto popolare
a Belmonte Piceno)
+++
==== PASQUELLA
Siamo venuti in pace e allegria
per farvi gli auguri d’Epifania:
che possiate tutto quest’anno
vivere sempre senza malanno.
Date ascolto al nostro dire
se desiderate di sentire
la bellissima novella,
l’anno nuovo e la Pasquella:
la Pasquella del re nato
che dai Magi è trovato
Erano venuti dall’oriente
guardando una stella rilucente
che per la strada li guidava
e dappertutto illuminava.
A Gerusalem erano entrati
dalla stella abbandonati.
Quanto Erode li ha ascoltati
restavano tutti meravigliati.
Non sapendo cosa fare
i dottori volle interrogare.
A Betlemme doveva nascere
luogo forse da non credere.
“Ritrovato che l’avrete”
voi da me ritornerete!
Io poi verrò in cortesia
a vedere il re Messia”
Proseguivano il viaggio
con la stella senza disagio.
Si fermava la bella stella
su una casa poverella.
qui chiedevano di entrare
il grande re a onorare.
E Giuseppe li accompagnava
a Gesù che con Maria stava.
I tre re inginocchiati
lo adoravano beati.
Gli offrivano con decoro
mirra, incenso e oro.
E un angelo li avvertiva
che Erode li tradiva.
Se da Erode ritornavano
gran frode vi trovavano.
Passano per altre strade,
tornano alle loro contrade.
Il Signore sempre onoriamo,
mentre pace vi auguriamo.
(Canto popolare di
Belmonte Piceno
tradotto in italiano)
+++
== SANT’ANNA
Una donna partoriente,
perché è miscredente
nel penare era tesa.
Arrivata l’ora attesa,
sudori da morire
e doglie da soffrire.
Chiamata l’ostetrica,
la febbre l’affatica,
le disse: Iddio ti guarda!
la prova è gagliarda
qui occorre un dottore,
ci vuole un professore
di grande professione.
Il marito, di forte religione
a Sant’Anna di buon cuore
ricorre per grand’amore
e ai piedi dell’altare,
si mette a pregare
mentre abbassa gli occhi
piegato sui ginocchi,
la grazia a domandare.
“Sant’Anna, mi puoi aiutare
tu sei la mia avvocata,
mai la morte scellerata.
La povera mia moglie,
si strazia tra le doglie,
salvatela dal periglio:
se no perdo madre e figlio”.
Fatta questa preghiera,
Sant’Anna lo vuol esaudire
e l’inferma può partorire.
Allora senza esitare
Sant’Anna va a ringraziare.
+++
== Sant’ANTONIO
Buona sera, gente amica
e che Dio vi benedica.
Vi cantiamo Sant’Antonio
per dispetto del demonio.
Sant’Antonio è un gran santo
e il diavolo lo odiava tanto.
Se vogliamo scacciare il demonio
onoriamo Sant’Antonio.
Egli un giorno ascolta il Vangelo
Da allora vive per il cielo.
Per amore di Dio cambia vita
e diventa per sempre eremita.
Tutto ai poveri egli donava
nel deserto se ne andava.
Il demonio l’ha tormentato
tanto da lasciarlo senza fiato.
Nel deserto fa penitenza
e si scopre la sua innocenza.
Non gli dà pace il demonio
tenta sempre Sant’Antonio.
Ogni tranello che macchinava
Il santo svelto lo scalzava.
L’erba fresca egli mangiava
così di continuo digiunava.
Sant’Antonio è protettore
ci protegge con un valore.
Protegge sempre il bestiame
bovini maiali e pollame;
sia conigli che capretti
cani e gatti e somaretti.
Sant’Antonio da tanti mali
sempre salva gli animali.
Sant’Antonio mai non falla
e protegge la vostra stalla.
Se voi non ci credete
prima o poi vi pentirete.
Dentro la stalla lo accoglierete
e tante grazie ne riceverete.
Ringraziamo Sant’Antonio
che allontana il demonio.
E preghiamo Gesù e Maria
per stare in loro compagnia.
I N D I C E
La Passione di Cristo
Canto: S. Croce
Le anime defunte
S. Giusepp
Natal
Pasquella
S. Anna
S. Antonio

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Canto popolare: LA PASSIONE DI CRISTO Belmonte Piceno traduzione italiana

LA PASSIONE DI CRISTO
Ecco che è giunta l’ora
dell’ultima sua cena:
e con faccia serena
Gesù così parlò.
Dice: “Sarò tradito
e poi sarò negato”.
E Giuda scellerato
dice: “Io non lo so”.
All’orto del Getsemani
rivolge i suoi passi
e si ferma tra i massi
sopraffatto dal dolor.
Gesù si apparta solo,
da tutti abbandonato,
e con pianto sconsolato,
il Padre suo pregò.
Tutto mesto e dolente
in terra cade e langue,
dal gran sudore di sangue
resistere più non può.
Arriva il traditore,
Giuda con dispetto,
dice al Maestro eletto
“Salve, Rabbì”.
Risponde il Signore:
“Che cerchi, amico mio?”
E Giuda iniquo e rio
con un bacio lo tradì.
La truppa in quel momento
con funi e catene
povero amato Bene
subito gli s’avventò.
E con maggior tormento,
soffrendo il Redentore
con gran pena e dolore
nella prigione andò.
Tra insulti amari
dalla prigion levato,
ad Anna è portato
Gesù pieno d’amor.
Il guardiano ingrato,
gli da un gran ceffone
e non dice cagione
ma lo fa soffrir.
Dai soldati è trascinato,
dal prefetto Pilato,
per essere processato
come fosse malfattor.
Pilato spaventato
dal popolo inferocito
nel processo imbastito
le mani se ne lavò.
Affacciandosi al balcone,
al popolo poi propone
di scegliere tra il Redentore
e Barabba violento.
La libertà a Barabba
il popolo incosciente
da la morte all’innocente
la croce a Gesù.
Allor per soddisfare
del popol l’insolenza,
a sì crudel sentenza
Pilato acconsentì.
Senza più indugiare
è legato il Redentore
come un malfattore
ognuno lo schernì.
Legato alla colonna,
battuto e flagellato,
di spine coronato,
è il dolce Redentor.
“Questo patire tuo amaro
con morte sì atroce,
questa pesante croce
come potrai portar?”
Ecco è pronta l’ora,
ingrato peccatore,
rimira il tuo Signore
che a morte se ne va.
Per te, ingrato ancora
vuole abbracciar la morte
per aprirti le porte
del regno celestial.
Oh! Gesù mio caro
la croce t’ho preparata:
da me fu fabbricata,
con tanto mio peccar.
Piange la cara Madre,
mirando il suo Signore.
Pensa al grande dolore
che sentiva in cuor.
E tra le guardie armate,
il buon Gesù è caduto.
Nessuno porge aiuto
al caro mio Signor.
Il dolente Figlio,
tutto quanto impiagato,
per salvare l’uomo ingrato,
in croce va a morire.
Il tuo ostinato cuore,
lo fa così languire,
in croce va a morire
per la tua infedeltà.
Giunto sull’alto monte,
il buon Gesù innocente
da quell’ingrata gente
presto spogliato sta.
E la dolente Madre,
piena d’amore e zelo,
si leva il suo bel velo,
per coprire Gesù.
Poi inchiodano alla croce,
per l’una dell’altra palma,
acciò spirasse l’alma
con più pena e dolor.
Perde sangue tra la gente
il buon Gesù clemente,
e la sua sete ardente
nessuno dissetò.
D’un tratto ora il velo
del tempio si squarciò
e anche il sole nel cielo
d’un tratto si oscurò.
Il buon ladrone allora,
pentito del suo errore,
dice: “Oh, mio Signore
ricordati di me”.
Gesù risponde allora,
con generoso viso:
“Nel santo paradiso,
oggi sarai con me”.
Ecco, Gesù morente,
sulla croce languente,
con parole lente
Giovanni chiama a sé
Dice: “Amico mio,
io me ne vado al Padre,
la mia dolente madre
la raccomando a te”.
Dona il suo perdono
per i suoi crocifissori,
la sua alma con fulgori
al Padre amato va.
Più di uno è risuscitato.
Tremano monti e valli.
Ma prato, case, e colle
il buio ricoprì.
Gesù Cristo morto,
agli Inferi è passato.
Che sia ringraziato
per la santa sua passion.
Il romano centurione,
mosso a compassione,
per togliere ogni dubbio
con la lancia taglia il cuor.
Ha lasciato il mondo,
volle soffrire la morte.
Ora son aperte le porte
del Regno di lassù.
La madre poi accoglie
fra le braccia in dolore,
il Figlio pieno d’amore
che noi tutti salvò.
Ecco Gesù or morto,
nella tomba è deposto,
e gli angeli del cielo
la gloria a Dio portò
Ricorda, o peccatore,
l’appassionato Bene
fra quante grosse pene
la croce per te soffrì.
Piangi con cuore contrito,
con vero pentimento
e con proponimento
di non insultarlo più.
Il terzo giorno intanto,
Gesù è resuscitato,
tra suoni, feste e canti,
nell’alta gloria sta.
(canto popolare
a Belmonte Piceno
tradotto in italiano)

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Canto popolare GESU’ DODICENNE tradotto in italiano

GESU’ DODICENNE AL TEMPIO
Gesù allora dodicenne
andato a Gerusalemme
con Giuseppe e con Maria,
del ritorno non prese la via.
Lo cercarono tre giorni
con affanno e con dolori
lo trovarono fra i dottori
là nel tempio a ragionar.
Seguiva le opere del Padre
e con loro a casa ritornava
e allora Maria meditava
la sua grande divinità.
(Canto popolare
tradotto in italiano)

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Canto Popolare: Sant’ANTONIO a Belmonte Piceno traduzione italiana

Sant’ANTONIO
Buona sera, gente amica
e che Dio vi benedica.
Vi cantiamo Sant’Antonio
per dispetto del demonio.
Sant’Antonio è un gran santo
e il diavolo lo odiava tanto.
Se vogliamo scacciare il demonio
onoriamo Sant’Antonio.
Egli un giorno ascolta il Vangelo
Da allora vive per il cielo.
Per amore di Dio cambia vita
e diventa per sempre eremita.
Tutto ai poveri egli donava
nel deserto se ne andava.
Il demonio l’ha tormentato
tanto da lasciarlo senza fiato.
Nel deserto fa penitenza
e si scopre la sua innocenza.
Non gli dà pace il demonio
tenta sempre Sant’Antonio.
Ogni tranello che macchinava
Il santo svelto lo scalzava.
L’erba fresca egli mangiava
così di continuo digiunava.
Sant’Antonio è protettore
ci protegge con un valore.
Protegge sempre il bestiame
bovini maiali e pollame;
sia conigli che capretti
cani e gatti e somaretti.
Sant’Antonio da tanti mali
sempre salva gli animali.
Sant’Antonio mai non falla
e protegge la vostra stalla.
Se voi non ci credete
prima o poi vi pentirete.
Dentro la stalla lo accoglierete
e tante grazie ne riceverete.
Ringraziamo Sant’Antonio
che allontana il demonio.
E preghiamo Gesù e Maria
per stare in loro compagnia.
(canto popolare di
Belmonte Piceno
tradotto in italiano)

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Canto popolare: Pasquella a Belmonte Piceno traduzione in Italiano Epifania

PASQUELLA
Siamo venuti in pace e allegria
per farvi gli auguri d’Epifania:
che possiate tutto quest’anno
vivere sempre senza malanno.
Date ascolto al nostro dire
se desiderate di sentire
la bellissima novella,
l’anno nuovo e la Pasquella:
la Pasquella del re nato
che dai Magi è trovato
Erano venuti dall’oriente
guardando una stella rilucente
che per la strada li guidava
e dappertutto illuminava.
A Gerusalem erano entrati
dalla stella abbandonati.
Quanto Erode li ha ascoltati
restavano tutti meravigliati.
Non sapendo cosa fare
i dottori volle interrogare.
A Betlemme doveva nascere
luogo forse da non credere.
“Ritrovato che l’avrete”
voi da me ritornerete!
Io poi verrò in cortesia
a vedere il re Messia”
Proseguivano il viaggio
con la stella senza disagio.
Si fermava la bella stella
su una casa poverella.
qui chiedevano di entrare
il grande re a onorare.
E Giuseppe li accompagnava
a Gesù che con Maria stava.
I tre re inginocchiati
lo adoravano beati.
Gli offrivano con decoro
mirra, incenso e oro.
E un angelo li avvertiva
che Erode li tradiva.
Se da Erode ritornavano
gran frode vi trovavano.
Passano per altre strade,
tornano alle loro contrade.
Il Signore sempre onoriamo,
mentre pace vi auguriamo.

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Canto popolare: NATALE dal dialetto di Belmonte Piceno tradotto in italiano

NATALE
Saluto tutti, gente amica
e che Dio vi benedica.
Ora cantiamo con allegria
“Viva Natale e l’Epifania.
Vi portiamo la bella novella
l’anno nuovo e la Pasquella.
Dio dà Grazia, buona gente,
a cantarlo a voi allegramente.
Come meglio noi possiamo, a
perdonate se ci proviamo.
Viva Natale ed Epifania,
Pace santa con allegria.
Un buon anno Dio vi dia,
per onorare il grande Messia.
Buone feste e Capodanno,
santa pace per tutto l’anno.
Sapete che è nato Gesù Cristo
per salvare il mondo tristo.
Dal cielo veniva la stella
che rischiarava la capannella
dove è nato il nostro Messia
dalla santa Vergine Maria.
Sulla paglia sta il bambinello
scaldato dal bue con l’asinello.
Gesù è il più bello dei figli,
quando lo guardi te ne meravigli.
Dalla stalla un po’ incerto
Giuseppe esce fuori all’aperto.
E rimane meravigliato
che tutto era illuminato.
Betlemme con tutto intorno
Pieno di luce prima del giorno:
era la luce chiara e bella
che irraggiava dalla stella.
(Trasposizione in italiano
di un canto popolare
a Belmonte Piceno)

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Canto popolare: SAN GIUSEPPE A NATALE dalla tradizione di Belmonte Piceno

SAN GIUSEPPE
Rallegrati Maria che sei sposa,
gradita sei tu qual fresca rosa:
Giuseppe la guarda e tira via
per non sentire il pianto di Maria.
Tre angeli dal cielo glielo dissero,
per sfuggire a Erode che partissero.
Giuseppe li guida con dolce allegria
ed accarezza la madre Maria.
“Un pezzo di pane ci porteremo,
per quando poi la fame sentiremo.
Un somarello con noi condurremo
per quando noi ci stancheremo”.
Quando fu l’ora del solleone
si confortano con santa orazione.
“Su, Maria, se non puoi camminare,
c’è il somarello che ti può portare”.
“Io, Giuseppe, non sono stanca.
Lo Spirito Santo non mi manca”.
Quando Maria in sella era salita,
guarda la stella che era apparita.
Era apparsa in quelle capannelle,
dove dormivano poche pecorelle.
“Qui Maria, dormi assai sicura,
e di nessuno puoi aver paura.
Vieni qui, Maria, allegramente,
non aver timore di niente.”
“Stai pure tu, Giuseppe, qui sicuro,
per me sei sempre lo sposo puro”.
Quando è l’ora della mezzanotte,
Maria chiama Giuseppe forte, forte.
“Su, Giuseppe mio, alzati un poco,
vammi a trovare un po’ di fuoco”.
Giuseppe si sveglia allegramente,
a Betlemme va a chiedere alla gente.
C’erano i mastri famigliari,
con le fucine accese da ferrari.
“O mastri chiedo a voi della brace
Iddio vi doni tutta la sua pace”.
“Sì, Giuseppe, la vogliamo dare,
para il cappello se la vuoi portare”.
“Il mio cappello lo tengo per la testa,
metti il fuoco sulla mano destra”.
Il fabbro dopo che ha ascoltato,
sul palmo della la mano glielo ha dato.
“Che gran miracolo ho veduto,
sulla mano il fuoco lui ha tenuto!
Guardate che miracolo evidente
sul palmo suo tiene il fuoco ardente”.
Giuseppe s’incammina per la via,
e incontra Sant’Anna e Anastasia.
Chiede: “Anna da dove sei uscita?”
“Ho assistito Maria che s’è partorita.
Il parto di Maria è un bel sorriso,
è nato il Signore del Paradiso.
Il parto di Maria è gigli e canti,
è nato il signore di tutti quanti.
Nel parto di Maria è nato un fiore,
è nato Gesù Cristo Salvatore.
Nel parto di Maria è nato un giglio,
beata te Maria con questo figlio.
Nel parto di Maria è nato un santo,
è nato il Signore di tutto quanto”.
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CULTURA DEL BASSO MEDIOEVO dalla lezioni del prof. Mancini D. Dino

BASSO MEDIOEVO: ambiente storico e culturale
Come gli individui e le singole generazioni hanno la loro fanciullezza, la loro giovinezza, la loro maturità e la loro vecchiaia, così anche le epoche storiche hanno la loro fase di formazione, di maturità e di tramonto. Dall’epoca medievale, il periodo alto (iniziale) è fase di formazione, il periodo basso è fase di maturazione, il periodo di trasformazione umanistica è fase conclusiva.
Nell’alto medioevo, in Europa, alcuni popoli che non si erano mai conosciuti fra loro e si incontrano per la prima volta. L’unità religiosa e politica della Respublica Christiana favoriva i rapporti e gli scambi, di ordine materiale e spirituale, fra le giovani nazioni romanze.
Il potenziamento della cultura, avvenuto attraverso questa rete di rapporti, ha la sua espressione giovanile dal secolo XI, secolo denominato secolo della “Rinascita”, perché si nota, in tutte le nazioni dell’Europa occidentale e centrale, un risveglio di attività, e segna l’inizio di un periodo nuovo nella storia del nostro continente. Alcuni hanno favoleggiato che tale risveglio sia da attribuirsi alla mancata fine del mondo, che sino all’anno 1000 le genti del medioevo avrebbero temuto in base a una espressione mai pronunciata da Cristo: “Mille e non più di mille”. Si favoleggia che, dopo il mille, non essendo crollato il mondo, la gente avrebbe ripreso coraggio e avrebbe deciso di rinnovarsi. La verità, invece, è che, dopo la fanciullezza, l’Europa moderna entrava nella fase della sua giovinezza, per giungere, poi, agli inizi del secolo XIV, alla maturità. I fenomeni più importanti che si verificano in questo periodo sono i seguenti:
1)- Aumento della popolazione in ogni parte dell’Europa. Con l’incremento demogra¬fico vanno connessi i seguenti fatti:
a)-Diminuiscono le precedenti tracce differenziali tra le varie stirpi che si fondono nella unità di singola nazione, perché man mano che si susseguono le generazioni, si definisce sempre più chiara la fisionomia delle stirpi fuse e si afferma sempre più la coscienza della nuova nazionalità.
b)-Coll’aumento degli abitanti crescono i bisogni, e si inventano nuovi mezzi di produzione e nuovi sistemi di rifornimento e scambio: si sviluppa l’artigianato e si riattiva il commercio; cresce l’attività agricola, entrano in uso nuovi contratti agricoli, va scomparendo la servitù della gleba, si diffondono la colonìa a patti e la piccola proprietà, si moltiplicano mercati, fiere e le piazze commerciali.
c)- Diventano più frequenti i contatti fra città e campagna, fra città e città, tra feudo e feudo, fra popolo e popolo: con il moltiplicarsi dei contatti si intensificano lo scambio e la diffusione delle idee, delle usanze, dei ritrovati del progresso.
2)- Decadenza del feudo e rinascita delle città. Il sistema ereditario nel regime feudale era duplice: in alcuni feudi vigeva il diritto del “maggiorasco” per cui l’eredità era riservata al primogenito e in tal caso il patrimonio si tramandava restando sempre intero; in altri feudi, invece, l’eredità era divisa fra tutti i figli, e in tal caso, nel corso delle generazioni, il patrimonio era più volte frazionato. Le zone in cui il frazionamento dei feudi è progressivo, sono destinate in breve tempo ad una evoluzione politica e civile radicale nel diminuire del potere feudatario. La città che, nell’alto medioevo, era stata sotto il dominio e il controllo del conte e si era trovata poco organizzata nel sistema feudale, ora riprende vigore e sorpassa in importanza e potenza le sedi feudali.
Gli imperatori Ottoni, dalla metà del secolo X, per indebolire la potenza dei feudatari, avevano sottratto il maggior numero possibile di città al controllo dei medesimi, concedendo l’immunità e l’autonomia, specialmente a quelle che erano sedi vescovili. Quando passa sotto l’amministrazione del vescovo, la città gode di maggiore libertà e può essere amministrata meglio, perché il vescovo che la governa ha da pensare ad essa, non ai figli eredi.
Vengono restaurate le mura, aggredite, secoli prima dai popoli invasori oppure crollate per trascuranza. Vengono organizzati regolari servizi di rifornimento delle merci necessarie alla vita familiare e cittadina; vengono istituite nuove scuole; vengono addestrate ed armate le milizie, insomma la città diventa un piccolo mondo meglio garantito nella sicurezza, più produttivo, più ricco di risorse commerciali, più favorito nell’istruzione, nei confronti del castello, del feudo solitario nella campagna. E’ per questo motivo che abbandonano la campagna e si stabiliscono in città i cavalieri ossia i cadetti dei feudi “maggiorascali”, ed i proprietari dei feudi sminuzzati perle spartizioni ereditarie dei vari figli e discendenti.
Nel secolo XI, in seguito alla riforma ecclesiastica di Gregorio VII, nelle città i vescovi prepotenti vennero sostituiti, perché erano stati investiti o dall’imperatore o dai re o dai grandi feudatari, e a posto di essi furono stabiliti uomini degni per santità di costumi e per cultura. Le città godono di accresciuta libertà e i cittadini stessi ebbero il permesso di amministrarsi da sé, per concessione del vescovo che attendeva all’esercizio della sua missione spirituale.
3)- Nascita del Comune. In Italia sin dal secolo XI, sorse il “Comune” cioè un regime repubblicano di amministrazione comunitaria e collettiva della città. Con l’affermarsi di questo regime essenzialmente democratico, si afferma in pieno la libertà politica; e siccome la libertà permette a ciascuno di esercitare le proprie energie, sono favorite le iniziative private o collettive, si comprende come dalla fine del secolo XI la civiltà urbana abbia assunto un ritmo più intenso e più pieno.
Il fattore che maggiormente contribuì alla formazione spirituale delle giovani repubbliche comunali fu il Cristianesimo. La Chiesa, durante la riforma gregoriana, contro i vescovi imposti dai conti, e dall’imperatore, si era valsa dell’aiuto delle masse, e quindi già fin dalla seconda metà del secolo XI si era stretta una leale e cordiale collaborazione fra clero rinnovato e popolo. Sicché i Comuni affermano, quasi tutti, nel primo articolo dei loro statuti, la fedeltà alla prassi cristiana e alla Chiesa.
Ogni Comune elegge e venera il suo Santo protettore; e gareggia, con gli altri nella costruzione di chiese meravigliose. Ogni Comune partecipa vivamente alle vicende liete e tristi della Respublica Christiana nel continente. Questo credito della religione nella vita comunale si può spiegare col fatto che gli ecclesiastici, dopo la riforma gregoriana, son più zelanti e democratici, sono numerosi e lavorano in centri di limitata entità, esercitano l’educazione del popolo attraverso la predicazione e le scuole parrocchiali vescovili e monasteriali.
4)- Tendenza associativa. Valendosi del principio della fratellanza la Chiesa promuove lo spirito associativo, le cui espressioni sono svariatissime e costituiscono non solo la forza delle attività economiche, artistiche e religiose, anche la promozione di una capacità organizzativa assai evoluta. Si costituiscono anzitutto associazioni di carattere religioso, dette confraternite, le quali hanno finalità pie con assistenza ai bisognosi e di suffragio ai defunti.
I lavoratori dello stesso mestiere o professione (arte) costituiscono associazioni che si chiamano corporazioni le quali hanno finalità economiche, assistenziali e talvolta anche didattiche nell’esercizio dell’arte.
Si costituiscono, in fine, nelle grandi città, associazioni di studenti, dette “Università degli studi”, le quali hanno finalità schiettamente formative culturali. Gli studenti scelgono i loro docenti; e questi considerano somma gloria avere discepoli eccellenti e numerosi che diventino diffusori delle loro teorie e con la loro bravura professionale facciano onore al maestro che li ha formati.
5)- Rinascita della cultura. Gli studenti che frequentano le università non sono più soltanto ecclesiastici, ma sono in gran numero anche laici. Infatti, essendo le scuole parrocchiali e vescovili accessibili a tutti e, con l’aumento del benessere economico, essendosi diffuso anche il desiderio della cultura, molti sono i laici che si dedicano alla prosecuzione degli studi. Nelle scuole, per così dire, intermedie, ai precedenti insegnamenti detti arti del trivio (grammatica, dialettica, retorica) si aggiungono le arti del quadrivio (aritmetica, geometria, musica, astronomia); negli studi universitari si insegnano teologia, filosofia, giurisprudenza, medicina.
I castelli feudali che fino a questo momento sono stati le rocche caratterizzate da uno stile militaresco, si aprono anch’essi alla cultura. Alla fine del secolo XI ed agli inizi del secolo XII anche i membri della famiglia feudale imparano a leggere e a scrivere, acquistano familiarità con la cultura e si compiacciono di ospitare bravi giuristi e letterati. La corte, lo spazio quadrato al centro del castello, da luogo destinato ad esercitazioni militari, diventa luogo di festose adunate e centro di gentili costumi. L’aggettivo curtensis (cortese) passa, così, a significare gentilezza.
6)- Cavalleria. Ad abbellire e ad ingentilire la vita della corte contribuisce molto la cavalleria. I figli cadetti dei conti e dei marchesi, non ammessi all’eredità, si dedicano al mestiere delle armi. Appoggiati dai loro parenti, questi, armati a cavallo, spesso riuniti in gruppi, si dedicavano al brigantaggio, molestando i deboli, assalendo i monasteri, rapendo donne. La Chiesa si preoccupa di questa piaga della società e propone di organizzare i cavalieri in una istituzione che li impegnasse a mettere la loro forza a servizio del bene. Sorge così l’istituzione della Cavalleria: il cadetto viene consacrato soldato con una cerimonia suggestiva, al centro della quale è il giuramento che egli d’ora innanzi si servirà delle armi solo per fin di bene. Il cavaliere diventa così il difensore dei deboli e degli oppressi; invece di perseguitare le donne e i religiosi, egli sacrifica le sue migliori energie, a vantaggio delle persone perseguitate e a onore del cristianesimo. “Cavaliere” diventa sinonimo di generoso, audace, gentile, insomma sinonimo di uomo senza macchia e senza paura: professa un programma di lealtà, di dedizione generosa alla difesa degli oppressi, di finezza di modi. I cadetti così danno esempio di modi cortesi ai familiari rimasti al castello. A questi esempi vanno uniti quelli che vengono dalla città in cui fiorivano forme di vita gentili. Infine, anche i legami tra la famiglia del feudatario e la Chiesa, resi più stretti dal fatto che alcuni dei cadetti entravano nel ceto ecclesiastico, contribuiscono a rendere più frequenti e più intensi i contatti del castello col mondo in cui si affermava uno stile più umano. Le corti feudali nel secolo XII quasi tutte si avviano a diventare centri di cultura.
7)- Studi giuridici. Un altro personaggio che dalla fine del secolo XI va affermandosi fra i laici è il giurista. Le amministrazioni comunali richiedono persone le quali si intendano di diritto sia civile che penale; lo stesso bisogno sentono le corti feudali maggiori, ove le attività amministrative diventano più complesse in seguito al trasformarsi di alcuni feudi in veri e propri governi.
A questo bisogno di giurisperiti vengono incontro le università, le quali appunto sorgono nei primi decenni del secolo XIII con le facoltà di legge, teologia e filosofia. Nel 1130, ad esempio, a Bologna, il giurista Irnerio è docente della facoltà di diritto.
I giovani intelligenti, sia della classe aristocratica che del popolo, hanno la possibilità di frequentare le scuole del trivio e del quadrivio negli istituti vescovili o abbaziali; e al termine di questo corso, possono passare all’università. Anche nei castelli feudali, almeno quelli maggiori, per emulazione con le città si istituiscono scuole: così la cultura viene accolta nelle corti come un fattore necessario all’elevazione e all’ingentilimento della vita. La scuola della corte viene frequentata dai membri della famiglia feudale sia uomini che donne.
8)- Poesia di scuola. Il cavaliere sente il bisogno di non restare indietro e di dedicarsi anch’egli alla cultura, per emergere anche in questo campo. Si afferma così il tipo del cavaliere-letterato il quale, per dimostrare la sua capacità di fronte al signore, alla dama, o alle damigelle, compone testi in lingua volgare. Questi costituiscono le prime liriche ‘romanze’, i primi racconti della letteratura europea moderna. Come novità, a fianco della letteratura dotta in lingua latina, specializzata nel diritto, nella filosofia, nella teologia, e in vigore negli istituti ecclesiastici e nelle università, sorge così una letteratura lirica e narrativa in lingua volgare, talvolta aderente allo spirito mistico del tempo, talvolta di ispirazione mondana ed alquanto spregiudicata. Anche i giuristi che vivono nelle corti dei re o dei signori feudali si dedicano alla composizione poetica. Alcuni cavalieri-poeti e giuristi-poeti danno l’avviamento alle prime forme della poesia romanza, costituendo spesso anche scuole, cioè indirizzi letterari in base ai quali si raggruppano più compositori che seguono un’ispirazione e uno stile comune tra loro.
9)- Arte. L’architettura in questo periodo di giovinezza della civiltà si afferma anch’essa, dato che le popolazioni comunali e le autorità ecclesiastiche e i signori gareggiano nella costruzione di chiese, di palazzi pubblici e di vari edifici che si impongano alla ammirazione per la loro complessità e bellezza.
Anche la pittura e la scultura, in forme semplici e con una tecnica elementare, entrano in campo per abbellire le abitazioni di Dio e dell’uomo, cioè chiese, palazzi comunali, castelli.
10)- Poesia e arte popolare. Il regime democratico, che nell’ambiente comunale permette a tutti i cittadini di partecipare alla vita pubblica e di contribuire alle iniziative più svariate di collaborazione, anche con il proprio consiglio e la propria critica, impone al popolo il bisogno di istruirsi e gli offre la possibilità di affinare la sua mentalità e il suo gusto. Di qui una discreta fioritura di arte popolare, che sebbene modesta nelle forme, tuttavia rivela vivacità e spontaneità.
La cultura medievale può suddividersi in dottrinale (teologia, filosofia, giurisprudenza, medicina), artistica (scuole poetiche e scuole di architettura e pittura) e popolare (arti di forme minori).
11)- Nuove esigenze spirituali e misticismo più umano. L’entrata dei laici nel mondo della cultura e dell’arte genera nuove esigenze e nuovi indirizzi. I laici, infatti, per quanto fedeli alla religione hanno un campo di aspirazioni e di interessi più vasto di quello dei religiosi, i quali, professando i voti, hanno escluso dalla loro sfera spirituale svariati motivi che pur fanno parte della vita vissuta dai più. Ad esempio, nel campo della giurisprudenza, i giuristi religiosi tendono ad affermare la superiorità della Chiesa in tutti i campi e ad esagerare le applicazioni pratiche di questa superiorità; mentre i giuristi laici sentono il bisogno di affermare che anche il potere civile è sovrano ed ha i suoi diritti indipendentemente dalia Chiesa. La lotta tra giuristi laici e giuristi ecclesiastici è esplosa per la competenza nell’eleggere e nominare i vescovi, in particolare al tempo del contrasto tra Federico Barbarossa ed Alessandro III. Nel campo letterario vicino alle composizioni mistiche dei religiosi si affermano quelle profane che svolgono i motivi dell’amore e dell’avventura.
Quest’affermarsi delle esigenze dei laici induce gli ecclesiastici, che tengono la direzione dell’istruzione, a preoccuparsi anche dei problemi profani e a conciliare le giuste aspirazioni naturali con la fede e la morale cristiana. In un primo tempo, si notano ecclesiastici difensori della soprannatura che propugnano un misticismo svalutatore delle attività naturali dell’uomo a solo vantaggio del soprannaturale. A questi si contrappongono i laici che esprimono le abitudini della natura, sminuendo le realtà soprannaturali, pur senza negarli.
Ben presto, specie nel secolo XIII, la conciliazione fra il mondo soprannaturale e quello naturale, tra fede e ragione, tra cristianesimo e vita si realizza pienamente in quanto i mistici si valgono della natura per ascendere a Dio, e i laici si avvalgono del lume della fede per individuare il vero valore della natura. Quando nel mondo dell’istruzione si inseriscano i laici, le soluzioni dei problemi religiosi, morali, giuridici, letterari, assumono un’ampiezza maggiore, e rispondano alle legittime esigenze della natura umana. D’altronde gli ecclesiastici hanno la direzione spirituale della Respublica Christiana e danno l’impronta cristiana a tutte le attività che vi si svolgono.
La gerarchia ecclesiastica, in contatto con il popolo, abbandona l’antico stile feudaleggiante epassa a quello democratico, così imprime alle sue attività un ritmo dinamico, realizzando opere preziose non solo nel campo religioso, anche in quello civile. Alla fine del secolo XI viene organizzata la prima Crociata per la liberazione della Terra Santa. In questa e nelle successive è da vedere non solo un’iniziativa della Chiesa per riconquistare il Santo Sepolcro o per prevenire un attacco dei Turchi alla Respublica Christiana, ma anche un’espressione del rinnovato sentimento cristiano nelle varie classi del mondo sociale europeo.
Infatti alle Crociate presero parte imperatori, re, feudatari, cavalieri, popolani; e, pur ammettendo che tutta questa gente si sia mossa da casa e sia andata a penare lontano solo per motivi economici, come pretendono alcuni storici moderni, tuttavia un fenomeno così imponente non si può spiegare che come effetto di un idealismo cristiano intenso e attivo. Oltre che sulle masse, la Chiesa esercita l’influsso fortemente anche sui sovrani. Gregorio VII scomunicava Enrico IV. Alessandro III si alleava con i Comuni contro le violenze dell’imperatore Federico I.
Quando sorgono nuovi ordini religiosi, come i Domenicani e i Francescani, agli inizi del sec. XIII, le popolazioni delle campagne e delle città, le scuole intermedie e quelle universitarie passano sotto l’influsso energico dei religiosi.
Le comunità cristiane nelle varie nazioni d’Europa nel sec. XII, dopo le lotte per le investiture, sono strettamente vincolate a Roma, in quanto il pontefice si è riservato il diritto di nominare i vescovi. Così si realizza l’unità del mondo cristiano sotto la supremazia spirituale del pontefice; e, nello stesso tempo è garantita un’unità dell’indirizzo culturale in tutta la Respublica Christiana.
Nel medioevo, i secoli XII e XIII furono il periodo più glorioso della storia del papato e della civiltà europea. La Respublica Christiana al tempo di papa Innocenzo III, sebbene per pochi anni, diede l’impressione di un organismo spirituale poderoso anche nell’influsso politico. II papa è considerato come il supremo direttore spirituale ai cui ordini operano tutte le potenze terrene in difesa e in avanzamento della civiltà cristiana.
All’inizio del secolo XIII si organizzano due crociate: una contro i Turchi e una contro gli Albigesi. Così la Respublica Christiana si vuole assicurare dagli attacchi interni ed esterni. Le città che si reggono a regime democratico comunale, compiono una meravigliosa avanzata in tutti i campi del progresso. Vi fioriscono le industrie e i commerci sotto l’impulso delle corporazioni nelle quali le forze lavorative associate producono con intelligenza, con gusto, anche con abbondanza.
Nel fiorire meraviglioso delle arti, il centennio 1150-1250 si può definire il periodo glorioso dell’architettura romanica, ancora semplice di linee, ma ricca di spunti mistici e suggestiva per la sua modestia aggraziata. Il centennio 1250-1350 rappresenta il periodo più glorioso dell’architettura ogivale (detta gotica cioè barbarica dai rinascimentisti) la quale si afferma e si impone per la grandiosità della struttura, per la sapienza con cui risolve i problemi della statica, per l’originalità, ricchezza, e la finezza dell’ornato.
La pittura incomincia ad idealizzare, con disegno e colorito naturale, visioni di vita umana e visioni cristiane. Cimabue è il primo a farsi molto onore nel campo della pittura, e dopo di lui, Giotto si dimostra così abile e così ricco di abilità nel modellare ed idealizzare le forme secondo criteri di naturalezza e di mistica spiritualità, da meritare giustamente la denominazione di “Dante nella pittura”.
La nuova scultura nel secolo XIII inizia il suo cammino, cimentandosi nella creazione di figure e di scene modellate con naturalezza e con grazi. Giotto, Andrea e Nicola Pisano sono maestri, che rivelano le loro capacità nel concepire e nel plasmare figure isolate e in gruppo, in atteggiamenti che intendono esprimere ed esprimono di fatto stati d’animo vivaci e spontanei.
La musica, dal secolo XII, assume le forme sciolte di una melodia che sgorga dal significato delle parole. La tecnica musicale abbandona la notazione gregoriana troppo statica e adotta quella più naturale più estesa, più mobile con Guido d’Arezzo. L'”ars nova” fiorentina elabora le prime forme dell’armonia e del contrappunto: sorge così la polifonia, la cui tecnica sarà sviluppata dalle scuole musicali fiamminghe e nel secolo XVI e servirà come mezzo di espressione a Pier Luigi da Palestrina.
Sorge e si sviluppa anche la musica strumentale, specialmente nelle città più fiorenti, come ci attesta lo stesso Dante il quale nella Commedia accenna più volte a strumenti a corde e a fiato. Così la vita cittadina è rallegrata oltre che dal fervore dell’attività industriale e commerciale, dal fiorire dell’architettura, della scultura, della pittura, anche dal moltiplicarsi delle feste, pubbliche e dal diffondersi dell’istruzione con l’istituzione di scuole elementari, intermedie, e universitarie e attraverso circoli letterari.
Alla fine del secolo XIII, cioè al tempo di Dante e Giotto, il medioevo raggiunge la maturità, caratterizzata da complessità e profondità di ispirazione e da concretezza, naturalezza e gentilezza di forme. Dopo averci dato, tra l’altro, nel campo della filosofico la “Summa Teologica” di S. Tommaso, nel campo della poesia la “Divina commedia” di Dante, nel campo dell’arte gli affreschi e le sculture di Giotto, le cattedrali gotiche, nel campo della musica le prime simpatiche espressioni della polifonia; e nei campi politico, civile e sociale, il Sacro Romano Impero, il Comune, la Corporazione, il medioevo si esprime nella sua pienezza culturale.
L’epoca successiva della storia è ispirata ad un particolarismo estremistico. Gli individui e le nazioni potenziate dal benessere economico, dalla esperienza, politica ed artistica, sentono ormai di poter procedere lungo le vie più diverse, fidando nelle forze proprie, senza più bisogno di forme comunitarie associative, né di carattere religioso, né di carattere politico, né di carattere letterario ed artistico. Si preferisce realizzare la vitalità in forma più individuale.
Medioevo e Rinascimento.
Gli uomini del Rinascimento, guardando all’epoca che li aveva preceduti e precisamente all’epoca che intercorre fra il tramonto dell’età classica e quella in cui essi fanno rivivere la classicità, ebbero l’impressione che la cultura italiana dopo la decadenza della romanità fosse decaduta in una forma di civiltà quasi primitiva, mortificata e semplificata, con espressioni, semplicistiche e disarmoniche di vita. La chiamarono periodo intermedio tra le fasi della classicità antica e di quella umanistica: Medio Evo. Un giudizio così negativo pronunciato senza distinzione nei riguardi di tutta quest’epoca, e soprattutto, formulato senza fare alcun conto delle circostanze storiche, è ingiusto. Non si può fare a meno di riconoscere che nel basso ‘medioevo’ (dal sec. XI), specie al tempo di Dante, quest’epoca ha rivelato una ricchezza e una maturità tali da gareggiare con quella delle epoche più evolute; S. Tommaso, Dante, i templi gotici, Giotto, il Comune, le Corporazioni sono espressioni di una civiltà veramente poderosa e tali da poter sostenere bene il confronto con il successivo Rinascimento.
Nel dare un giudizio sul valore di una civiltà nei vari momenti della storia, è anche doveroso tener presenti i fattori che, in ciascuno dei momenti stessi, hanno contribuito ad indirizzare lo spirito umano verso una forma piuttosto che verso un’altra. In tal senso, pur restando vero che l’alto Medioevo non ci ha dato una civiltà di tutto splendore, tuttavia bisogna riconoscere che anche in questo periodo, lo spirito umano si è espresso secondo le sue possibilità, in riferimento alle risorse disponibili, e che anche quel periodo ha esercitato una funzione necessaria ed utile nella preparazione e nello sviluppo della civiltà moderna.
Si consideri che non sarebbe possibile avere la continuità nello sviluppo delle generazioni, se per ipotesi assurda, si interrompesse la continuità di queste, immaginando un vuoto non colmato, così non avremmo avuto né il rinascimento né l’età moderna, se la storia, dopo decaduta la classicità romana, non fosse stata avviata a migliorare la vita della gente, dall’attività reale ed efficace delle generazioni medievali.
CARATTERISTICHE GENERALI DELLA SPIRITUALITA’ MEDIEVALE
1)- IL MISTICISMO.
Il misticismo è il modo di considerare il reale caratterizzato da una stretta armonia fra natura e soprannatura. Questo modo considera la realtà naturale alla luce del soprannaturale e la coinvolge verso le esigenze supreme dell’etica e degli ideali spirituali.
Tutte le manifestazioni della vita medioevale sono inquadrate nella visione cristiana. Sono promosse e permeate dallo spirito soprannaturale. Basta ricordare alcune manifestazioni:
– la cavalleria è organizzata dalla Chiesa con finalità di bontà cristiana;
– le crociate sono sorte come guerre per la difesa di luoghi “sacri”;
– Il sacro romano impero è concepito in funzione della Respublica Christiana;
– i Comuni hanno uno statuto in cui è riconosciuta come religione unica quella cattolica, apostolica, romana, e i delitti contro la religione vengono considerati come delitti contro il popolo;
– le corporazioni hanno non solo finalità economico-sociali, anche finalità religiose quali la formazione spirituale e l’assistenza caritativa dei lavoratori, e nella loro origine si rivelano ispirate al senso dalla fraternità cristiana;
– l’architettura, la scultura, la pittura, la musica si sviluppano al servizio del cristianesimo;
– la letteratura si propone come fine quello di educare moralmente;
– la filosofia è considerata sussidiaria rispetto alla teologia e le scienze considerate come parti della filosofia, sono indirettamente riallacciate alla teologia;
– Gli avvenimenti umani ed tutte le cose che accadono, recepite dall’esperienza vengono interpretati dagli scrittorie dagli artisti secondo il pensiero cristiano.
U tal modo di intendere la realtà si affermasse in senso mistico, perché la cultura è animata dalla Chiesa. C’è una civiltà universalistica in cui i due istituti universali del papato e dell’impero, talvolta in collaborazione, talvolta segnando vie diverse, si sforzano di dare un’impronta cristiana alla cultura in tutta l’Europa.
2) – UNIVERSALISMO.
Tutte le manifestazioni della vita medievale sono universali in tre sensi: a)- nell’estensione di rapporto fra le componenti culturali. b)- nell’estensione di luogo. c)- nell’estensione di contenuto.
-a- sono estese in senso universale nel rapporto perché ogni attività è intimamente connessa con numerose altre o almeno c’è uno spirito che le anima tutte. Lo si nota particolarmente nel campo della cultura ove la teologia tiene il primato e ad essa si subordinano in collaborazione la filosofia, la scienza, la giurisprudenza.
L’arte non è considerata come pura tecnica, ma trae alimento dalla teologia, dalla filosofia, dalla scienza. Frutti di questa universalità di rapporti nel campo della cultura sono le “Summae”, specie di enciclopedie in cui lo scibile dell’epoca è raccolto sistematicamente.
Esempi di universalità di rapporto si hanno anche nel campo sociale ove le competenze delle associazioni, specifiche dette corporazioni non hanno soltanto una funzione economica, ma anche altre funzioni, ad esempio: cristiana, morale, assistenziale.
-b- Le manifestazioni di vita sono estese in senso universale nel luogo perché non vi è alcuna espressione notevole della vita che, affermatasi in una località della Respublica Christiana, non si espanda in tutte le altre zone. Le esemplificazioni delle diramazioni, in questo senso, sono numerosissime:
– – La teologia e la filosofia scolastica si diffondono in tutti i centri culturali dell’orbe cattolica;
– – La giurisprudenza ha impostazioni e principi conosciuti in tutte le scuole;
– – La musica gregoriana è in uso in tutte le chiese per i bisogni della liturgia;
– – L’architettura romanica e gotica si diffondono in tutte le nazioni dell’Europa centro-occidentale e sorgono gloriosi templi nell’uno e nell’altro stile: in Italia (cattedrali di Milano, di Firenze, di Siena, di Orvieto, di Parma, di Verona, di Venezia); in Spagna (cattedrale di Burgos); in Francia (Notre Dame di Parigi, cattedrale di Reims); in Germania (cattedrali di Colonia, di Magonza, di Spira);
– – I Comuni non costituiscono un’organizzazione politica cittadina esclusiva dell’Italia, ma si diffondono e fioriscono anche in Francia, nei Paesi Bassi, in Germania, in Inghilterra;
-le scuole letterarie e i cicli d’ispirazione non sono limitati dall’ambiente regionale dove sorgono, ma hanno diffusione in tutti gli ambienti culturali dell’Europa, ad esempio le Chansons des Gestes e i Romans, benché sorgono e fioriscano nella Francia del nord, sono conosciuti anche In Italia, ove sono letti e imitatati. La scuola Provenzale ha le sue diramazioni in Italia e una specie di filiale nella scuola siciliana.
-c- Le manifestazioni di vita sono estese in senso universale nel contenuto perché non si inquadrano e non si ispirano soltanto alle esigenze del luogo in cui fioriscono, anche alle aspirazioni, ai bisogni e al pensiero di tutto il mondo cristiano. Basta a questo proposito addurre l’esempio della Divina Commedia che sarebbe erroneo definire poema italiano perché abbraccia tutta la vita del mondo cristiano.
Gli autori di storie o di cronache in questo periodo pur trattando argomenti locali inquadrano la materia nella storia universale e non sono rari gli esempi di cronisti che si riallacciano alle origini della umanità.
3) – SPIRITO DEMOCRATICO.
Col sorgere dell’istituto comunale il popolo assume la gestione dei suoi interessi e si amministra da sé. In ambiente comunale tutte le espressioni della vita pubblica sono frutto della iniziativa comunitaria collettiva e gli esponenti della cultura in quest’ambiente riflettono le aspirazioni, gli ideali e le situazioni del popolo. Le leggi sono frutto di decisioni collettive, come gli statuti comunali riassumono i principi giuridici, morali e religiosi che vivono nella coscienza della comunità.
L’architettura sia religiosa che civile fiorisce per decisione del pubblico che vuole esprimere con belle costruzioni l’omaggio di tutti alla divinità e dar prestigio al comune. Spesso gareggia con le città vicine.
Alcune umili composizioni letterarie esprimono sentimenti comuni in mezzo alle masse in forme popolari. Altre opere più elaborate, come la Commedia dell’Alighieri, interpretano i bisogni spirituali e correggono i costumi dell’ambiente, inquadrandoli in una visione universalistica.
E’ interessante notare la differenza tra le composizioni letterarie degli ambienti ancora rimasti feudali e quelle degli ambienti comunali. Le prime (ad es. quelle provenzali) sono al servizio dei signore e della sua famiglia; quindi, se sono molto elaborate nella forma, difettano di spontaneità, di sincerità e si riducono in genere ad eleganti complimenti in versi; le seconde, urbane, pur limitando, talora, le finezze tecniche e linguistiche, sono tuttavia sincere e vive, e quando intervengono poeti colti, uniscono insieme l’elevatezza e la complessità dell’aspirazione, l’idealizzazione fine, con la delicatezza e l’ardore dei sentimenti e la semplicità decorosa del linguaggio, come avviene ad es. nelle composizioni del movimento “Dolce stil nuovo”.
4) – SPIRITO ASSOCIATIVO.
Lo spirito associativo si è manifestato fiorente nell’epoca medievale e ciò forse dipendeva dal fatto che lo spirito cristiano, il quale è alimentato dal principio della solidarietà fraterna, permeava e fermentava tutta la società.
Associazione è il Comune (Commune, neutro=cosa di tutti). Sorge come associazione di tutti i cittadini per la difesa della libertà e degli interessi comuni contro le sopraffazioni del feudatario e le forze irregolari brigantesche. Sorgono le più svariate confraternite e corporazioni religiose con compiti e attività ben definiti.
Le attività artigiane e commerciali si svolgono in cooperazione fra tutti gli individui che esercitano la stessa professione: sorgono così le corporazioni delle arti. Nel seno di ogni corporazione vigeva la più stretta collaborazione fra i Priori che erano i direttori di tutta una particolare attività, i “Maestri” che erano direttori di esse, i Soci che erano i lavoratori o professionisti provetti, i “Discepoli” che erano apprendisti.
Gli architetti e i muratori erano associati insieme in “Scholae”: ogni scuola aveva i suoi segreti d’arte e i suoi statuti. A costruzione finita, sulla lapide, che ricordava gli autori dell’opera, si poneva il nome della “schola” talvolta con il nome del maestro che si era distinto nella preparazione dei disegni. Similmente sorgono le scuole pittoriche: la scuola di Cimabue, la scuola di Giotto. Cimabue e Giotto sono i creatori di una determinata maniera (cioè di un particolare stile e modo di disegnare e di colorire), ma gli esecutori di moltissime opere a loro attribuite furono i loro discepoli.
Si formarono associazioni anche di studenti ( Università degli Studi), i quali si scelgono lo studium presso cui recarsi e i maestri da cui apprendere. Si formano perfino scuole poetiche: cioè più autori si ispirano agli stessi argomenti, agli stessi ideali, alle stesse forme, alla stessa tecnica di stile e di linguaggio. Sono famosi in Francia i cicli poetici Carolingio e Bretone e la scuola Provenzale; sono famose in Italia la scuola Siciliana e quella del “Dolce Stil nuovo”.
Così con l’unione delle forze, la civiltà medievale, sebbene non abbia potenti risorse di tecnica e di tradizione, riesce a realizzare opere meravigliose.
5) – ESIGENZA DI ARMONIA E DI EQUILIBRIO CULTURALE tra natura e soprannatura; tra sacro e profano; tra vita interiore e vita attiva; tra speculazioni teoriche ed attività pratiche
A)-ARMONIA TRA NATURA E SOPRANNATURA.
Dal secolo XI, inizio del basso medioevo abbiamo notato una rinascita vigorosa dello spirito cristiano. In alcuni gruppi della massa, o per ignoranza o per interesse, il fervore religioso diventò talvolta fanatismo e le aspirazioni ascetiche giunsero alle forme esasperate della noncuranza per tutto ciò che è natura.
I Flagellanti rappresentarono l’estremismo dell’ascesi. I Catari e gli Albigesi in modo particolare cercarono dì giustificare con teorie pessimistiche, tratte forse dal vecchio manicheismo, il loro disprezzo assoluto del corpo e di tutte le attività terrene: per essi il mondo era una specie di emanazione di satana. Pur rimanendo dentro i limiti dalla retta fede, altre espressioni del l’ascetismo raggiunsero forme esagerate. Ci troviamo talora di fronte a manifestazioni di fervore religioso con atteggiamenti che tentano di varcare i limiti dell’equilibrio. La fede è talmente radicata nelle anime dei medievali che anche i razionalisti che si notano qua e là in questa epoca (Abelardo, Bacone, Sigieri di Brabante) rispettano le affermazioni della fede ricorrendo magari al principio della doppia verità (cioè affermando che un’asserzione può essere falsa dal punto di vista razionale, ma vera dal punto di vista dalla rivelazione). E’ chiaro che sia la posizione del misticismo estremista sia quella del razionalismo dualista non rispondevano alle esigenze vere dell’anima cristiana e della natura umana.
La conciliazione fra Fede e ragione, tra Grazia e libertà, viene illustrata e definitivamente affermata dalla scolastica del secolo XIII. S. Tommaso riconosce alla ragione la capacità di raggiungere il vero nel campo naturale e di illustrare quei concetti che aiutano il credente a capire il significato delle verità soprannaturali, cioè riconosce alla ragione la funzione di appoggio alla Fede.
Similmente il contrasto fra la libertà dell’uomo e la Grazia di Dio viene risolto con il concetto del libero assoggettamento dell’uomo all’influsso reale e positivo dell’aiuto divino: l’uomo opera liberamente e per questo acquista meriti; ma a condurlo all’azione e a sostenerlo durante il compimento di essa è la Grazia di Dio.
Così l’uomo e il cristiano, cioè l’animale ragionevole e il figlio adottivo di Dio si armonizzano tra loro in modo che la natura umana, senza perdere nulla delle proprie energie, viene potenziata in modo da superare se stessa diventando mezzo per l’esplicazione di un’attività soprannaturale.
B)- ARMONIA TRA SACRO E PROFANO.
In forza della collaborazione fra ragione e fede, viene affermata una stretta collaborazione anche tra la cultura profana e quella sacra. Avvenne nei monasteri la riconciliazione fra la Chiesa e gli scrittori pagani all’inizio dell’alto medioevo, quando la cultura profana era decaduta e l’attività culturale si era dedicata prevalentemente ad argomenti sacri.
Quando nel secolo XI, con la rifioritura della vita cristiana, con l’affermarsi del predominio morale della Chiesa su tutta l’Europa, questa cultura si mette a servizio di tutti i fedeli che vogliono partecipare al convito della sapienza, si impone ai clerici, cioè ai dotti del mondo ecclesiastico, la necessità di allargare il più possibile il campo alle ricerche e di rendere più umana l’esplicazione delle scienze divine.
L’elemento laico, meno abituato alle dimostrazioni di verità per fede, sente il bisogno di dimostrazioni razionali e, impegnato in attività terrene, oltre che di una cultura religiosa propriamente detta ha bisogno di una cultura umana: perciò i maestri degli “studi” ecclesiastici si sentono in dovere di prendere contatto anche con i grandi pensatori del mondo non cristiano. Perciò non entrano più nelle scuole soltanto la Sacra Scrittura o le opere dei Padri, ma anche Aristotele e testi islamici.
L’impronta cristiana caratterizza nel medioevo le più svariate attività: la cavalleria, le crociate, le corporazioni, la vita politica comunale, le arti, la letteratura. E’ necessario tuttavia chiarire l’armonizzazione tra sacro e profano che può sembrare ardita, ma che, inquadrata nell’atmosfera mistica del medioevo, rappresenta una delle più fini conquiste dello spirito umano: l’armonizzazione tra l’amore alla creatura e l’amore al Creatore.
S. Francesco vede nelle creature i riflessi della potenza, della bontà, della bellezza del Creatore; e dalla luce di questi riflessi trova la via per ascendere alla causa prima di tutte le cose. Le creature non sono espressioni estranee, ma voci fraterne che invitano alla contemplazione di Dio.
In questa armonizzazione tra sacro e profano né il sacro perde della sua dignità, né il profano perde della sua concretezza e del suo fascino: si tratta di una esaltazione e di una elevazione entusiastica di tutto ciò che di bello e di buono esiste nel mondo, non in quanto è frutto della terra, ma in quanto è riflesso della operosa luce creativa divina.
Dio è il centro di tutto l’ambiente terrestre e dell’universo, ad ogni creatura è stato assegnato uno scopo finale da raggiungere. Affinché le creature raggiungano il porto a cui sono state destinate, Dio ha infuso in esse un istinto che le porti alla meta: tale istinto nell’uomo è l’amore cioè la tensione verso il bene e precisamente l’aspirazione al bene assoluto.
C)- ARMONIA TRA VITA INTERIORE E VITA ATTIVA.
E’ stato detto che i medievali, tutti intenti alle indagini teoriche, abbiano trascurato la pratica: ma tale giudizio è falso: pensiero ed azione nel medioevo si armonizzano in un modo completo: la speculazione serve ad orientare l’azione secondo il vero, e ogni azione serve a realizzare la verità nel campo della vita vissuta nella storia individuale e collettiva.
S. Bernardo, sebbene esaltasse la superiorità spirituale dalla vita contemplativa e dimostrasse una certa diffidenza versa quella attiva, pure si dedicava a compiti che richiedevano capacità pratiche e impegnavano lo spirito sulle problematiche concrete degli uomini. S. Domenico, S. Francesco, S. Tommaso sono asceti che vivono io mezzo al mondo e lavorano attivamente alla rigenerazione di esso con la predicazione, con l’esempio e con gli scritti.
Alla ‘Respublica Christiana’ è venuta meno l’efficacia delle due forze direttrici create da Dio per condurla lungo le vie della felicità temporale ed eterna, cioè del papato e dell’impero. Le forme chiuse e affocate della passione, che inebetisce, non sono saltate nel medioevo: lo spirito normalmente cerca di evadere dal piccolo e dal chiuso verso mondi vasti e sereni.
D)-ARMONIA TRA SPECULZIONE TEORICA E ATTIVITA’ PRATICA.
L’uomo che è stato dotato di capacità intellettuali notevoli, sente come dovere, il bisogno di metterle a frutto, a beneficio della umanità; ogni attività per giungere alla scoperta del vero e del bene è considerata come un obbligo per chi è capace di esercitarla.
L’indifferentismo, o la comoda neutralità, di fronte ai grandi problemi teorici e pratici, viene condannato dall’Alighieri nel III canto dell’Inferno, ove la vita è definita azione e lotta, mentre l’inattività e il pacifismo egoistico vengono identificati con la morte.
Similmente viene bandito lo scetticismo, cioè l’atteggiamento di coloro che si accingono alla scoperta della verità e del bene, con la persuasione che non si potrà mai raggiungere la certezza in alcun campo e che le più svariate e anche opposte asserzioni intorno al medesimo problema hanno tutte lo stesso valore.
La persona umana del medioevo, concependo l’indagine teorica come una missione a vantaggio dell’umanità intera, difficilmente perde tempo nella trattazione di questioni inutili. Qualche volta, è vero, gli stessi sommi pensatori del medioevo hanno dato importanza a certe questioncelle che oggi ci sembrano sciocche; ma nel complesso la speculazione medievale è operativa e seriamente indirizzata ad illuminare la vita pratica.
Tutta la grandiosa e complessa speculazione della ‘”Summa” di S. Tommaso mira a chiarire i rapporti che legano l’uomo a Dio, e a suggerire alla creatura razionale la via sicura per raggiungere il suo Sommo Bene.
Qualcuno, come, ad esempio, il Machiavelli, ha affermato che la speculazione medievale non ha tenuto conto delle esigenze pratiche della vita: niente di più falso. I ragionamenti dei pensatori medievali partono sempre dalla costatazione dei fatti, e concludono sempre ad affermazioni di principio che illuminano di luce più viva e più vasta il reale e danno all’uomo la possibilità di orientarsi con sicurezza.
Se poi si è voluto affermare che i Medievali sono andati all’azione con un complesso di principi teorici (considerati ‘pregiudizi’ dagli avversari) e non si sono mai messi ad agire senza principi o senza definire le norme dell’agire in base ai risultati utilitari dell’azione stessa, si fa una constatazione vera, perché, per essi, era mostruoso il tentativo di sostituire l’utile pratico al giusto.
Se l’esagerazione di qualche mistico, che ha svalutato l’azione o l’ha presentata come distrazione per chi voglia ascendere a Dio ha dato motivo ad alcuni maniaci delle generalizzazioni di affermare che il medioevo “maledisse all’opere della vita e dell’amore, e delirò atroci congiungimenti in rupi e in grotte”, è da tener presente che poche epoche della storia hanno pensato ed operato, hanno lottato e costruito come quella del basso medioevo, per l’avvenire della culture e delle arti.
– IL CONCETTO DEL LIMITE.
Se i medievali hanno sentito il dovere dell’indagine e dell’azione e come uomini e come cristiani, hanno tuttavia anche sentito il dovere di contenere entro dei limiti la loro attività teorica e pratica. Tali limiti sono costituiti: nel campo della speculazione teorica dalla legge del buon uso della ragione, dal mistero e dalla tradizione; nel campo dell’attività pratica sono costituiti dalla legge morale e dalla utilità pubblica.
A)- NEL CAMPO TEORICO.
a)- E’ imposto ad ogni persona il dovere di utilizzare le sua facoltà conoscitive, ma tale sfruttamento è retto e legittimo solo nel caso che sia indirizzato al fine naturale dell’indagine stessa, cioè al vero e al bene. Gli abusi più comuni dell’intelligenza sono l’astuzia, la frode e l’artificio: tali abusi sono contrari al fine stesso delle facoltà conoscitive e, razionalmente, sono da evitare.
b)- Altro limite alle indagini è il mistero, cioè una verità che l’intelletto umano può illustrare, ma non dimostrare in quanto appartenente alla soprannatura. S. Tommaso se illustra, in base ai principi della filosofia aristotelica i misteri della teologia cristiana, non pretende mai tuttavia di dimostrare razionalmente verità che superano le forze conoscitive umane.
c)- Altro limite all’indagine è costituito da alcune affermazioni storiche considerate dalla tradizione come certe, anche se non controllate attraverso una critica documentata. E’ noto che la teologia, ossia scienza della rivelazione divina, attinge le verità che espone ed illustra, dai libri della Sacra Scrittura e dalla tradizione.
Ambedue queste fonti di verità, nel corso del medioevo, vengono accettate senza discutere; e l’autorità della Chiesa, considerata come maestra della comunità dei cristiani, non viene contestata. Non solo è accolta l’autorità della Chiesa e della tradizione cattolica in genere, ma anche della Bibbia per la storia nel senso più vasto della parola, spesso mescolata anche a narrazione popolare.
Il medioevo abbondò nella serietà speculativa, difettò nella critica razionale e storica e spesso certe affermazioni tradizionali, anche errate, furono accolte senza discussione e non favorirono la libertà dell’indagine stessa e l’iniziativa di scoperte, specie nel campo scientifico e geografico.
B)- LIMITE DEL CAMPO DELL’AGIRE
L’uomo è libero di fare quel che vuole, ma ha il dovere di fare solo quello che è lecito. Esiste una legge morale, scoperta dalla ragione o comunicata dalla rivelazione, la quale definisce i limiti entro cui può muoversi la volontà umana senza venir meno all’ordine naturale, stabilito da Dio.
I medievali, dunque, allorché si accingono ad un lavoro a cui li impegna il dovere di uomini e di cristiani, sentono il bisogno di invocare l’aiuto divino e schiettamente dichiarano che non pretendono di esaurire la perfezione, ma di fare quanto di meglio dettano loro la coscienza morale e le capacità tecniche.
– CONCETTO DI PERFEZIONE.
Secondo la concezione cristiana, propria della cultura dell’epoca medievale, l’uomo non è solo un animale che ragiona, ma è anche figlio adottivo della divinità. La perfezione, secondo la concezione aristotelica accettata da S. Tommaso, consiste nella realizzazione integrale della propria natura: essendo quindi il cristiano natura e soprannatura, la sua perfezione consisterà nel realizzare tutte le risorse della razionalità e della Grazia. Essendo la soprannatura superiore alla natura, anche se talvolta manca il perfezionamento integrale delle facoltà naturali, si può considerare un uomo completo, qualora in lui si attui lo sviluppo pieno della Grazia e delle virtù teologali della fede, della speranza, della carità. La persona ideale del medioevo è il santo.
Tuttavia, in forza della armonia già accennata tra natura e soprannatura, tra profano e sacro, tra umano e divino, anche la sola perfezione delle facoltà naturali costituisce un titolo al rispetto e alla ammirazione dell’uomo medievale. E’ chiaro che il massimo della perfezione si realizza allorché si attuano, in ogni individuo, lo sviluppo pieno delle facoltà naturali e quello della soprannatura.
La perfezione naturale raggiunge il massimo nell’affermazione della razionalità, consegue che l’uomo sapiente e virtuoso, nello stesso tempo, incarna il tipo superlativo della perfezione nel mondo cristiano. Dante aspirò alla gloria di poeta filosofo e sognò un riconoscimento generoso dei suoi meriti di uomo sapiente anche da parte dei Fiorentini che avevano infamato il suo nome, per le vicende politiche.
Ma il motivo di maggiore gloria per lui non è tanto quello che proviene dalla sapienza umana, quanto quello che proviene dal possesso della pratica delle virtù naturali e soprannaturali. L’uomo, secondo la concezione medievale, è tanto più perfetto quanto più elevato è il motivo delle sue operazioni, quanto più integrale è la conquista della sua libertà.
La perfezione naturale è garantita dal dominio della ragione su tutto il complesso irrazionale che costituisce parte della nostra natura: l’uomo, esercitato nella pratica del vero e del bene, è libero dagli influssi delle tendenze smoderate, e può muoversi con equilibrio e sicurezza in tutti i settori dell’agire umano.
La perfezione soprannaturale è garantita dal dominio dell’amore di Dio che agisce illuminando la ragione: operar bene per obbedire alla voce della ragione è umano; operar bene per amore all’Essere infinito è sovrumano.
Quando l’irrazionale delle cattive tendenze al peccato, viene dominato per ristabilire il dominio della ragione nel mondo spirituale, l’uomo è finalmente libero, padrone equilibrato di se stesso: egli è in grado di autogovernarsi, e di procedere con facilità lungo la via del bene.
Ci troviamo di fronte a tipi di saggezza e di perfezione umana: ma la perfezione a sui aspira l’uomo del medioevo è più elevata: una volontà mossa e regolata dalla ragione per il cristiano non è una volontà totalmente perfetta, perché la sola liberazione dal male non è la realizzazione perfetta della libertà. La volontà giunge alla sua perfezione suprema quando, oltreché per motivi razionali, opera per amore e precisamente per concordare con la volontà del Sommo Bene.
In tale armonizzazione della volontà umana con quella divina, trovano la soddisfazione piena non solo l’intelletto ma anche il cuore. La libertà raggiunge la sua perfezione quando cerca la purificazione dal male, con volontario e positivo inquadramento dello spirito nell’ordine morale che è espressione della volontà divina. La spontanea ed affettuosa adesione all’ordine universale, cioè divino, si chiama amore. Ed è appunto l’amore di Dio che eleva al più alto grado di nobiltà lo spirito umano.
La perfezione naturale e quella soprannaturale realizzano ogni ideale a cui aspira l’ansia umana e mistica del medioevo: il santo, la donna-angelo, il cittadino giusto e il cristiano ricco di fede, di speranza e di carità, di prudenza, di giustizia, di fortezza e di temperanza sono le incarnazioni della pienezza umana sulla terra.
– PREOCCUPAZIONE DELLE PENE ETERNE.
Non risulta dalla letteratura che i medievali fossero sotto l’incubo continuo del peccato e delle pene eterne, tanto da mai godere della vera libertà d’azione, d’iniziativa e di movimento, come se fosse di continuo impacciata da scrupoli e dalla paura di punizioni misteriose.
La visione di un medioevo terrorizzato per i giudizi divini, l’affermazione troppo propagandata, che i medievali conoscessero Dio solo come giudice e non come padre, non corrispondono alla verità storica. San Domenico, san Francesco, san Tommaso d’Aquino, Dante Alighieri non sono certo i personaggi rappresentativi di generazioni terrorizzate da incubi morali repressivi.
Una cosa è certa però, che i medievali, avendo una coscienza morale viva e sensibile, e conoscendo lo fragilità della natura umana, trepidavano di fronte alla tentazione e al peccato; come è certo che in generale l’uomo del medioevo, caduto nel male, sente il disagio del suo disastro morale, si preoccupa delle eventuali punizioni divine, si premura di far penitenza e a ripararle. Lo testimonia Dante.
Frequenti sono i richiami degli scrittori dell’epoca, che invitano alla meditazione dei “Novissimi”: morte, giudizio, Inferno o Paradiso, cioè della morte, dei castighi e dei premi dell’oltretomba. Si trovano orride descrizioni dell’Inferno e del Purgatorio per scuotere i peccatori. Bonvesin de la Riva (nel “Libro delle tre scritture”); Giacomino da Verona (nel suo “De Jerusalem coelesti et de Babilonia infernali”); e l’Alighieri presentano le visioni del1’oltretomba con l’intento di richiamare i lettori alla realtà di un futuro eternamente infelice o beato, per distoglierli così dalla colpa e confermarli nell’esercizio della virtù.
Alcuni predicatori facevano fosche descrizioni delle pene dell’Inferno e del Purgatorio, con esempi di peccatori puniti dalla giustizia di Dio o salvati dalla sua misericordia. Notevoli sono a questo proposito le prediche di Jacopo Passavanti contenute nello “Specchio della vera penitenza”. C’erano talora pubbliche dimostrazioni di penitenza con processioni. e in qualche caso con flagellazioni.
In alcuni settori del popolò cristiano penetrò una mania della penitenza esteriore: si ebbero talune espressioni di fanatismo, quali quelle delle compagnie dei “Flagellanti”. Non van dimenticati i successi dei Domenicani e dei Francescani che con tono più moderno e con intenzioni più serie fecero della povertà e dell’umiltà e della penitenza un equilibrato programma di vita. Ci furono peccatori robusti e spregiudicati, come ci furono e ci sono in tutti i tempi: in quell’epoca. Chi agiva malamente era considerato come peccatore e sollecitato alla conversione. Quasi sempre prima di morire, colui che aveva dato scandalo, riparava pubblicamente.
A rendere più vivo il timore delle colpe, e particolarmente di certe forme di ribellione alla Chiesa, l’autorità religiosa ricorreva pubblicamente a scomuniche e punizioni. Errerebbe però chi pensasse che nel medioevo non si facessero che processioni di penitenza, che non si predicassero se non i terribili giudizi divini; che la Chiesa si compiacesse di scomunicare e di punire, che le anime fossero oppresse di continuo da incubi morali.
La penitenza, intesa come tortura del corpo avente fine a se stessa, come umiliazione per l’umiliazione, è aliena dalla concezione che di essa ha la Chiesa, in ogni tempo. La vera penitenza consiste nella riprovazione del male e in un esercizio faticoso e costante dello spirito, per addomesticarlo al vero e al bene che, al contrario, nel peccato sono ripudiati e misconosciuti.
– VALUTAZIONE DEI BENI TERRENI.
I beni della terra sono mezzi concessi da Dio all’uomo, affinché egli ne usi per perfezionare il suo fisico e il suo spirito. Nell’armonia fra natura e soprannatura, realizzata dalla spiritualità medievale, i beni temporali, come la salute, la bellezza, la ricchezza, la fama, non sono considerati come cause di male, ma come risorse da sfruttare per rendere più facile e più sicura l’ascesa dello spirito verso il Bene eterno.
Il male, l’abuso dei beni terreni, si notano quando l’anima o ama beni nocivi o ama eccessivamente i beni materiali, o ama poco i beni spirituali nel Bene infinito. La stima giusta e l’uso equilibrato dei beni materiali sono le caratteristiche dell’uomo saggio ed equilibrato.
L’ascesi di san Francesco, nella povertà e nell’umiltà, è un superamento della frenesia con la quale gli uomini si appassionano nelle loro attività terrene ed aspirano alle ricompense umane, non è affatto svalutazione del lavoro e della lotta per realizzare il perfezionamento proprio e quello altrui. Il francescanesimo non li svaluta, li usa per fare del bene.
Che gli uomini del Medioevo amassero anch’essi l’eleganza del vestire, le feste ral¬legrate da liete compagnie, suoni e fiori; che i giovani prendessero parte con entu¬siasmo a cavalcate di gala lo dimostrano le descrizioni che della vita cittadina, specie nel sec. XIII,ci hanno lasciato svariati artisti e da poeti, da quelli popolari a quelli del movimento “stil novo”.
Che i medievali amassero le belle costruzioni e fossero orgogliosi di un’edilizia cittadina, che s’imponesse all’ammirazione, lo dimostrano gli innumerevoli edifici sacri e civili, che sorsero in tutte le città italiane. Nel complesso, dunque, lo spirito medievale non rifiuta il godimento delle cose terrene, ma, nello stesso tempo, si sforza di non lasciarsi sopraffare dalla preoccupazione di esse; e, quando lo richiede un ideale superiore, è disposto anche a oltrepassarle. Lo spirito medievale, ricco di sensibilità morale, considera i beni terreni come mezzi per la conquista di beni superiori.
Ci furono nel corso dei Medioevo varie sette ereticali che, ripetendo la mentalità manichea, considerarono le cose terrene come espressione di satana e propugnarono il disprezzo e la distruzione dei beni terreni (Albigesi, Catari, Valdesi), ma il pensiero ufficiale e la prassi comune dei cattolici, in stragrande maggioranza, si guardò bene dal seguire simili proposte di ascetismo fanatico e cieco.
– CONCETTO DELL’ARTE.
L’arte, secondo la concezione dei medievali, consiste nell’usare bene, la parola, il colore, o altro mezzo, per esprimere quello che di un determinato soggetto costituisce il significato profondo.
L’arte, perciò, è anzitutto interpretazione filosofico-religioso-morale del soggetto, cioè individuazione del vero significato umano e sovrumano di esso ed è poi capacità di esprimere tale significato in forme concrete e vive, le quali forme sono veramente artistiche quando imitano perfettamente la realtà, cioè quando sono verosimili in confronto alle realtà naturali.
E’ da distinguere la riproduzione pura e semplice del reale dalla produzione del verosimile: la prima è copiatura della realtà, tentativo di creare un doppione inutile di essa; la seconda è creazione della fantasia, condotta sul modello delle realtà sperimentali.
La natura è artista per eccellenza perché sa imitare in modo perfetto l’esemplare di¬vino: e alla natura si avvicinano i grandi ingegni quando sanno imprimere alle loro creazioni atteggiamenti vivi ed eloquenti per gli altri. La naturalezza, l’adeguazione alle forme naturali, alla psicologia e alla mimica dell’uomo sono i fattori essenziali della buona tecnica d’arte. Quando l’imitazione artistica è così naturale che i sensi e la fantasia dello spettatore hanno l’impressione di essere di fronte ad una realtà vera, si può esser certi che quell’imitazione è perfetta.
L’evidenza e la vivezza dell’imitazione non sono fine a se stesse: non si tratta di gioco di tecnica destinato a rivelare aridità tecnica e a provocare l’applauso; l’eloquenza della forma è un mezzo per comunicare al lettore e allo spettatore l’interpretazione che l’autore ha dato della vita intima del suo soggetto. Il vero della rappresentazione è un mezzo per esprimere il vero dell’ispirazione, cioè del pensiero e del sentimento che si vogliono comunicare al lettore.
L’arte, dunque, è strettamente unita alla natura reale, vera, non solo come verosimiglianza, ma anche come contenuto dell’ispirazione: è per questo che san Tommaso chiama l’arte “splendore del vero”, cioè presentazione attraente e suggestiva della verità.
L’arte per l’arte, come la poesia resa fine a se stessa, è ignota al medioevo: in quell’età non si concepiva nessuna attività che non fosse al servizio dello vita; e fra le attività umane una delle più efficaci per elevare lo spirito del popolo cristiano era considerato quella artistico. I Padri della Chiesa valorizzavano la pittura sacra, come una predica continua ai cristiani che, entrando nel tempio, volgessero lo sguardo alle figurazioni che ne decoravano le pareti.
E’ chiaro che, assegnando all’arte una funzione pedagogica, non si intendeva rinunciare alle finalità estetiche, ma al contrario si mirava ad un magistero più efficace attraverso forme estetiche perfette il più possibile. I fattori estetici erano considerati come mezzi per la realizzazione di un fine altamente umano e non come fini che dovessero esaurire tutto l’ impegno dell’artista. E’ evidente, infatti, che un discorso o un testo scritto sarà tanto più persuasivo quanto più sarà bello, e che una pittura sarà tanto più eloquente e suggestiva quanto più sarà perfetta nell’ispirazione, nel disegno e nella coloritura.
Nessuna opposizione ammettevano tra estetica e finalità educativa; ma, mentre la finalità educativa favorisce la serietà del contenuto di un’opera, l’impegno estetico ne favorisce la ricchezza e l’efficacia comunicativa.
Il fervore mistico aperto alle vive aspirazioni soprannaturali, le ansie per i destini delle città dilaniate dalle discordie, le polemiche circa i rapporti fra potere amministrativo e potere spirituale, la preoccupazione per l’avanzata di una mentalità mondana e di uno stile paganeggiante di vita non commuovevano soltanto lo spirito dell’Alighieri, ma la grande massa della ‘Respublica Christiana’. E’ per questo che Dante nella sua Commedia cercò di scendere, il più possibile, al livello dell’intelligenza del popolo: cioè (come direbbe il Berchet) di tutti coloro che, quando leggono o sentono leggere, capiscono e si commuovono. Per farsi meglio intendere, nella sua grande opera, egli lasciò da parte il volgare illustre e adottò la parlata fiorentina; né sdegnò di desumere paragoni ed espressioni dall’ambiente popolare.
Il poeta medievale, mentre si compiace di ispirazioni e forme elevate, care ai dotti, aspirava però anzitutto a farsi interprete e maestro delle masse. Perciò i rappresentanti più illustri del mondo letterario medievale mai si compiacquero di artifici, di imitazioni ingegnose, ma preferirono sempre un’originalità che, pur talvolta primitiva, era sempre espressione immediata ed efficace di uno spirito ricco di ideali e di nobili passioni.
Con ciò non si vuol negare che certe espressioni delle forme letterarie medievali (specie in Provenza e in Sicilia) presentino forme artificiose e ingegnose che rivelano l’ambizione dello scrittore di apparire un tecnico raffinato del linguaggio. E possiamo anche aggiungere certi sistemi di artificio, quali ad es. quelli proposti dalle “Artes dictandi”, (norme retoriche che insegnavano a costruire il periodo ritmico e cadenzato per la redazione dei documenti curiali o aulici in latino) erano per i più inutili. Ma il medioevo non è rappresentato né dai giochi di parole di certi Siciliani, né dagli stilisti delle curie: il vero medioevo ha più grandi scrittori chiari ed efficaci nella comunicazione al popolo.
Un fenomeno interessante della tendenza medievale a considerare la lingua come mezzo e non come fine di chi scrive, cioè a considerarla come un complesso di forme convenzionali per esprimere il pensiero e il sentimento e non come ingegnosa architettura di parole, destinate a rivelare l’abilità tecnica dell’artista, è la libertà con cui i dotti del basso medioevo maneggiano la lingua latina.
Accanto alle composizioni in volgare (che in Italia si diffondono nel sec. XIII), continua a vivere la composizione latina. La giurisprudenza, la teologia, la filosofia, le amministrazioni civili ed ecclesiastiche fanno uso del latino. Si tratta di una lingua che segue la grammatica e la sintassi latina come modelli generali che non impegnano affatto ad un’osservanza stretta di tutte le regole. Vocaboli nuovi, fonie grammaticali e sintattiche nuove, dovuti all’evoluzione della civiltà, vengono creati, con novità, sul modello del vocabolario, della grammatica e della sintassi dell’età classica.
Il latino medievale così è sì latino perché segue le forme di questa lingua, ma è un latino vivo, aggiornato perché aderisce e risponde alle esigenze dell’evoluzione della civiltà: esso era uno strumento duttile, capace di arricchirsi ulteriormente e di esprimere tutte le forme dello spirito umano, secondo lo spirito dei contemporanei. Si considera la lingua come mezzo dell’espressione, adeguata a comunicare il pensiero.
La concezione e la prassi artistica del Medioevo sono, dunque, orientate verso una concretezza di contenuto e di forma, verso finalità utili ed estetiche nello stesso tempo, e presentano un’originalità così schietta e libera che smentiscono l’accusa di barbarie, ripetuta, in seguito, contro di esse, dai posteriori umanisti con le loro esclusione letterarie. Quando agli inizi del sec. XIX i nostri scrittori s’impegnano a creare una letteratura per il popolo, sostanziosa, concreta e semplice, ritornano ai modelli del medioevo, cioè all’età romanza, e, proprio per questa simpatia, sono chiamati romantici.
CONCLUSIONE
Il Medioevo può essere benissimo considerato, come vollero gli umanisti, un’epoca di passaggio; ma non è il caso di considerarlo come un’epoca su cui bisogna passar sopra; quasi che non presenti nulla di lodevole e accettabile. Fu il periodo in cui si elaborò la civiltà moderna, cioè una civiltà che fondamentalmente è romana, cristiana e germanica; e fu il periodo in cui questa civiltà giovane, entusiasta e schietta, diede le prime prove della sua profondità di pensiero, della sua umanità di sentimento, del suo gusto decoroso ed equilibrato.

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DANTE ALIGHIERI INTERPRETE DELLA VITA UMANA. Letteratura Italiana. Lezioni del prof. Mancini D. Dino

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