BLASI MARIO PARROCO EVANGELIZZA MADRE DI DIO PRIMO GIORNO DELL’ANNO

Inizio di un nuovo anno

MARIA MADRE DI DIO(Lc.2,16-21)

“I PASTORI ANDARONO SENZA INDUGIO E TROVARONO MARIA E GIUSEPPE E IL BAMBINO CHE GIACEVA NELLA MANGIATOIA”.

“Maria aveva accolto il messaggio di Dio recato dall’Angelo a Nazaret e si era fidata: Avvenga per me secondo la tua parola. Ma non immaginava quanto le sarebbe costato e che cosa avrebbe comportato credere in quella Parola. La prima sorpresa gliela portano i pastori di Betlemme quando nasce Gesù.

I pastori erano ritenuti i rifiuti della società e considerati peccatori per eccellenza, perché a forza di stare con le bestie si erano pure essi imbestialiti.

Esclusi dal Regno di Dio si credeva e si sperava che sarebbero stati eliminati all’arrivo del Messia, venuto per distruggere i peccatori. Questa gentaglia riferisce a Maria e a Giuseppe la Parola che era stata detta riguardo al bambino quando un Angelo del Signore annunciò a loro per primi la nascita di Gesù… L’Angelo rassicurò i pastori annunciando loro: E’ nato per voi il Salvatore. Proprio per loro, i peccatori che aspettavano il castigo di Dio, è riservata una grande gioia perché il Signore è venuto a salvarli. La reazione a queste parole è di grande sconcerto: tutti quelli che udirono si stupirono delle cose che i pastori dicevano

Da sempre la religione aveva insegnato che Dio premiava i buoni e castigava i cattivi… Che cosa è questa novità che il Figlio di Dio venga annunciato come il Salvatore proprio di questi peccatori? A Maria l’Angelo aveva assicurato che Dio avrebbe dato a Gesù il trono di Davide suo padre, il che significava che non solo avrebbe regnato ma si sarebbe comportato come Davide, il re inviato da Dio per giudicare i popoli.

Come mai i pastori assicurano che

“la gloria del Signore li avvolse di luce” ?

Tutti, Maria compresa, sono stupiti di questa novità, che però lei non respinge: Maria, da parte sua, custodiva tutte queste parole conservandole nel suo cuore” (A.Maggi).

Ogni cristiano deve essere sempre attento all’ascolto del messaggio di Dio che si manifesta nella Sua Parola viva, donata a tutti.

Ascoltiamo, accogliamo, custodiamo, viviamo e proclamiamo sempre la buona Novella.

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BLASI MARIO EVANGELIZZA: FAMIGLIA A NAZARET: GESU’ MARIA GIUSEPPE CASA DI DIO CUORE UMILE

Blasi Mario Parroco nel clima di Natale evangelizza la santa Famiglia di Nazaret

SACRA FAMIGLIA (Lc 2,22-40)

“I miei occhi han visto la tua salvezza, luce per illuminare le genti e gloria del tuo popolo Israele”.

Giuseppe e Maria portano Gesù nel tempio per essere riscattato: ogni primogenito appartiene al Signore.

OGNI BAMBINO E’ DONO DI DIO. E’ una grazia del Signore.

Gesù è il più grande dono dato da Dio agli uomini. Il vecchio Simeone, illuminato dallo Spirito, lo riconosce Messia, lo prende tra le braccia e manifesta la sua gioia.

Gesù è la vita per tutti. E’ la salvezza di tutte le genti e per Israele. Ebrei e pagani sono chiamati ad essere un unico popolo di Dio. Di questo disegno di Dio anche Giuseppe e Maria sono stupiti. Essi pensano che Gesù sia la salvezza di Israele, ma dalle parole del vecchio Simeone comprendono che Gesù è il Salvatore di tutti: buoni e cattivi, giusti e ingiusti, ebrei e pagani.

Ogni uomo è chiamato ad accogliere il dono di Dio. Dio vuole che ogni uomo sia libero e non schiavo. L’amore donato a Dio non deve scaturire da un cuore di un uomo schiavo, ma dal cuore di un uomo libero.

Il cristiano non è schiavo, ma libero figlio di Dio. Dio non vuole che sia obbedito, ma imitato: “Siate perfetti come è perfetto il Padre vostro Celeste“.

Il messaggio di Gesù accolto rende l’uomo veramente libero e gli dà la forza di rendere nuove tutte le cose.

Gesù è segno di contraddizione. La salvezza è dono di Dio elargito a tutti, ma esige la libera adesione dell’uomo. Se uno accoglie il messaggio di Gesù si incammina verso la vita, ma se uno lo rifiuta, va verso la rovina.

“Il Bambino cresceva e si fortificava pieno di sapienza”.

Gesù cresce in una famiglia nella Sua realtà corporea e spirituale: in sapienza e grazia, gradito a Dio e agli uomini.

Oggi la famiglia sia il luogo dove i figli crescano robusti fisicamente e moralmente, alimentati dall’amore di Cristo. Gesù bussa alle case di tutti perché siano aperte ad accogliere la Sua bontà.

Chi apre la casa all’ospite divino, sicuramente la apre anche al prossimo“.

 

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NATALE evangelizzato da don Mario Blasi Parroco anno B

Blasi Mario parroco evangelizza

NATALE DEL SIGNORE(Lc.2,1-15)

“Non temete, vi annuncio una grande gioia, che sarà per tutto il popolo: oggi vi è nato un Salvatore”.

“Non temete” è il verbo della svolta. L’Angelo non vuole spaventare i pastori, ma li rassicura perché è venuto il momento della svolta nella loro vita. Gli ultimi in Israele sono i primi a conoscere il Salvatore.

“Se c’è gente in Israele che è malvista perché pericolosa, è proprio la categoria dei pastori. Gente da temere e comunque da tenere alla larga. Ritenuto un mestiere da ladro quello del pastore, spesso lo diviene; la mancanza di qualsiasi controllo per molti mesi rende agevole trasportare gli armenti in proprietà altrui e sottrarre parte dei prodotti del gregge.

Considerati dalla gente alla stregue di briganti, trattati da assassini, i pastori non godono dei più elementari diritti civili.

E’ proibito avere qualunque rapporto con essi e anche comprare lana, latte o carne, perché c’è il sospetto che possa trattarsi di prodotti rubati. Vengono trattati come bestie selvagge. Ai pastori viene perfino negata la possibilità di fare penitenza e di essere così perdonati dalle loro colpe. Per loro non c’è speranza di salvezza” (A.Maggi).

L’Angelo del Signore si rivolge proprio a queste persone disprezzate da tutti. I pastori “sono i primi a rendersi conto della luce che risplende… percepiscono i segni di Dio” (A.Maggi).

“Tutti quelli che li udirono furono sorpresi dalle cose che i pastori dicevano “.

Da che mondo è mondo Dio premia i buoni e castiga i cattivi: cos’è mai questa novità di un Dio che è –benevolo verso gli ingrati e i malvagi- (Lc. 6,33) se Dio ora, anziché punire i peccatori, dimostra loro il suo amore, non c’è più religione!

Tutti vengono sconvolti da questa tremenda novità. Maria compresa. Ma lei non la rifiuta, la accoglie per essere in sintonia con un Dio sempre nuovo. E i pastori -se ne tornarono, glorificando Dio-; glorificare e lodare Dio era ritenuto compito esclusivo degli Angeli (Lc. 2, 13-14). Dopo aver fatto esperienza di Dio-Amore, è possibile anche ai pastori” (A.Maggi) lodare e glorificare Dio.

Dio, con la venuta di Gesù, dona il Suo Amore a tutti: è un amore che deve essere accolto per avere la vita. Anche noi abbiamo l’oggi della salvezza: accogliere l’amore di Dio e ridonarlo ai fratelli.

 

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IMMACOLATA CONCEZIONE LA PIU’ AMATA LA PIU’ CHE AMA LA PIU’ AMABILE

IMMACOLATA CONCEZIONE DI MARIA (Lc.1,26-38)

“TI SALUTO, O PIENA DI GRAZIA”

La festa dell’Immacolata ricorda che l’azione salvifica per l’umanità, iniziata da Dio nell’Antico Testamento, giunge ormai al suo compimento: Gesù Messia, Gesù Figlio di Dio.

Gesù, Figlio di Dio come uomo entra nella storia degli uomini per mezzo di Maria. Egli, per l’azione creatrice di Dio, inizia la Sua vita terrena nel seno purissimo di Maria. Tutto avviene secondo la profezia d’Isaia (Is. 7,14).

La santità di Gesù ha origine da Dio. Egli è Figlio di Dio nato dalla Vergine MariaLa Vergine risponde con totale docilità alla proposta dell’Angelo e accoglie nel suo seno Colui che è la Benedizione di tutta l’umanità.

Maria accetta… è capace di vibrare in sintonia con la Parola che continuamente crea e rinnova l’universo; diventa così collaboratrice di Dio nel comunicare vita all’umanità” (A. Maggi).

“Sarà la Madre del figlio di YhwhL’ignota ragazza di Nazareth che nessuno, neanche tra i vicini, conosceva, sarà proclamata beata da tutte le generazioni“. “La donna, che non può neanche osare toccare la Bibbia, accoglierà dentro di sé la Parola di Dio fatta carne.

La donna, che non può rivolgersi al sacerdote, né tanto meno toccarlo, sarà madre del Santo dei Santi.

Il Dio, che mai ha rivolto la parola ad una donna, la chiamerà immà (mamma)” (A.Maggi).

“Il Signore è con te”.

Il Signore è vicino a Maria per proteggerla. Maria è la nuova Eva. Con la prima Eva l’umanità sperimenta quanto è grande la fragilità della condizione umana per il peccato. Con Maria l’umanità è segnata dalla grazia e l’uomo diventa una creatura nuova per essere simile al Figlio suo.

“Avvenga di me secondo la tua parola”.

Maria si affida completamente a Dio e Iddio realizza in lei ciò che umanamente è impossibile.

Anche il cristiano è una persona scelta, chiamata a rispondere con gioia e con amore al progetto di Dio.

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Blasi Mario evangelizza l’avvento domenica quarta anno B Luca 1,26ss

IV DOMENICA DI AVVENTO (Lc 1,26-38)

“NON TEMERE, MARIA, PERCHE’ HAI TROVATO GRAZIA PRESSO DIO. CONCEPIRAI UN FIGLIO, LO DARAI ALLA LUCE, LO CHIAMERAI GESU'”.

“Non temere” è il verbo che indica la svolta della vita. E’ l’inizio di una nuova missione. E’ il verbo anche dello stupore del cuore per la grandezza e la bellezza di Dio che fa scelte impensate.

“La proposta di Gabriele non è stata altro che la conferma di ciò che da sempre Maria aveva intuito e mai saputo esprimere. L’attesa risposta a quelle profonde esigenze di pienezza di vita che aveva sentito dentro di sé e a quella sete di eterno che Dio aveva posto nel suo cuore… La Vergine di Nazaret, in profonda sintonia con Dio -che fa nuove tutte le cose- risponde al richiamo della vita che vuole sbocciare” (A.Maggi). Gesù è la vita che sboccia nel seno di Maria. E’ l’Emmanuele, Dio con noi. Egli è la presenza di Dio nella storia. E’ il Dio fatto uomo che libera l’uomo dal male e lo salva. E’ l’amore di Dio, che, se accolto, trasforma la vita.

“Eccomi, sono la serva del Signore,

avvenga di me quello che hai detto”.

Maria si affida completamente a Dio e inizia per lei una vita nuova. Non percepisce subito la profondità della chiamata, ma si abbandona generosamente alle esigenze del piano di Dio che vuol salvare l’umanità. Sa che “tutto concorre al bene di coloro che amano Dio” (S.Paolo).

Il volere di Dio è sempre il bene dell’uomo. E’ volontà di Dio che l’uomo cresca nella vita in modo completo.

“Gesù afferma: Mio cibo è fare la volontà di colui che mi ha mandato e compia la sua opera (Gv. 4,34)… L’alimento di Gesù consiste nel realizzare il disegno del Padre, lavorando a favore dell’uomo. La metafora “mangiare” significa per Gesù la sua identificazione con il Padre, come fonte di vita. La sua missione è espressione di una comunione profonda e di un vincolo di amore. Io sono nel Padre e il Padre è in me (Gv. 14,11), afferma Gesù, per indicare che dalla totale identificazione con il Padre, nasce la sua assoluta fedeltà al progetto che Dio ha sull’umanità, poiché l’obiettivo di entrambi è identico: comunicare vita all’uomo” (A.Maggi).

Ogni cristiano adempia la volontà di Dio con serenità di spirito.

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AVVENTO TERZA DOMENICA CON IL PARROCO BLASI MARIO VANGELO GIOVANNI 1, 6sss

III DOMENICA DI AVVENTO (Gv 1,6-8.19-28)

“EGLI NON ERA LA LUCE, MA DOVEVA RENDERE TESTIMONIANZA ALLA LUCE”

La terza domenica di Avvento presenta Giovanni Battista, il testimone della Luce: Gesù. Egli è il messaggero inviato da Dio per preparare il popolo ebreo ad accogliere il Messia. Ha il compito di indicare la luce vera.

Egli si trova nel deserto, “luogo sterile e disabitato, separato dalla civiltà e dalla vita sociale”, ma “simbolo della fedeltà d’Israele a Dio”. Esorta tutti perché abbiano a credere al Messia per mezzo di lui. Tutti si devono convertire per accogliere il Messia.

“L’intera società è responsabile dell’ingiustizia che esiste in essa e che deve emendare. Il Signore che viene potrà raggiungere il Suo obiettivo se gli ascoltatori rispondono alla chiamata di colui che grida: “preparate il cammino del Signore, raddrizzate i suoi sentieri. La salvezza non è compito solo di Dio né tanto meno del messaggero, ma tutti devono mettere la loro parte” (J. Mateos/ F. Camacho).

Giovanni Battista va al di là del Giordano per preparare il popolo “fuori delle strutture sociali sia politiche che religiose” del suo tempo. Egli chiama tutti al Battesimo di penitenza; immerge nell’acqua tutti coloro che si riconoscono peccatori e vogliono cambiare vita.

Il passato peccaminoso deve essere seppellito per iniziare una vita diversa. Dio perdona, ma il Suo perdono passa attraverso il fratello. “Non c’è amicizia con Dio, senza amicizia con l’uomo”. Chi opprime il fratello con le ingiustizie non ottiene il perdono da Dio.

“Preparate la via del Signore”.

Il profeta esorta a cambiare vita per accogliere il Signore. Si accoglie il Signore quando il Suo Amore entra dentro di noi.

L’amore di Dio accolto crea l’uomo nuovo che porta il cambiamento nella società. L’amore di Dio va accolto e ridonato. L’amore di Dio accolto nel cuore rende lieta la vita. State sempre lieti, pregate incessantemente, in ogni cosa rendete grazie; questa infatti è la volontà di Dio in Cristo Gesù verso di voi… Esaminate ogni cosa, tenete ciò che è buono, astenetevi da ogni specie di male” (1^ Tessalonicesi).

 

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AVVENTO PRIMA DOMENICA CON IL PARROCO BLASI MARIO ANNO B Marco13,33ss

I DOMENICA DI AVVENTO (Mc 13, 33ss)

“VEGLIATE DUNQUE, POICHE’ NON SAPETE QUANDO IL PADRONE DI CASA RITORNERA, SE ALLA SERA, O A MEZZANOTTE, O AL CANTO DEL GALLO, O AL MATTINO, PERCHE’ NON GIUNGA ALL’IMPROVVISO TROVANDOVI ADDORMENTATI”

Il padrone parte per un lungo viaggio ed affida ai suoi servi la cura della casa. Grande è la fiducia che egli ha dei suoi servi.

La casa rappresenta il mondo, la creazione che Dio ha messo nelle mani dell’uomo; rappresenta anche la Chiesa. Dio ha grande fiducia negli uomini; ogni uomo è chiamato a svolgere il suo compito, e lo deve realizzare con amore, con onestà e competenza.

Sorprende una cosa: il padrone ritorna sempre di notte, e mai di giorno; eppure nei tempi antichi viaggiare di notte era pericoloso.

La notte rappresenta la storia dell’uomo. E’ una storia segnata dal dolore, dalle ingiustizie, dalla violenza, dall’odio, dal terrore e dalle tragedie; è una storia dolorosa, intrisa di male e di peccato. Con la venuta di Gesù questa storia è illuminata da una luce particolare. Con la Sua morte e la Sua resurrezione Egli redime tutte e quattro le veglie della notte: la sera, la notte, il canto del gallo e l’alba.

Alla sera, nell’ultima cena, dimostra il Suo amore donandosi come pane che dona la Vita.

Nella notte, nell’orto degli ulivi, tradito da un discepolo, rivela il Suo amore a chi, nel cuore, desidera guadagnare anche a danno dell’amico. Per trenta denari Giuda tradisce il Maestro.

Al canto del gallo, Pietro, per paura, rinnega il Maestro; Gesù, però, con uno sguardo, lo redime.

All’alba Pilato condanna a morte Gesù, ma all’alba Gesù risorge; vince la morte per tutti.

La storia dell’uomo ormai è segnata dalla croce e dalla resurrezione di Gesù. E’ segnata dal Suo amore che guida e sostiene, e dona la Vita ad ogni uomo. L’uomo è chiamato ad accogliere questa vita nel cuore.

“Vegliate”

E’ vigilante colui che realizza la propria vita secondo l’insegnamento di Gesù. E’ vigilante colui che è solidale con chi vive nel momento della difficoltà. Nell’orto degli ulivi Gesù chiede ai discepoli di vegliare con Lui, cioè di essere solidali con Lui in quel momento supremo della vita.

Il cristiano sia sempre solidale con tutti.

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OTTAVIO DE ANGELIS sacerdote della Diocesi di Fermo esemplare educatore docente cristiano caritatevole

OTTAVIO DE ANGELIS SACERDOTE, MAESTRO DI VITA E DI CULTURA
di Emilio Tassi

Tra le più significative figure di ecclesiastici dell’arcidiocesi di Fermo, vissuti tra la fine dell’Ottocento e le metà del Novecento, certamente merita di essere considerato con particolare attenzione don Ottavio De Angelis, sacerdote esemplare, emerito insegnante, difensore strenuo degli emigranti italiani in Argentina, appassionato sostenitore della dignità dell’uomo.1

Nella prima metà del secolo scorso l’intensa attività nei vari campi della vita ecclesiale e sociale di un nutrito gruppo di sacerdoti fermani si è sviluppata tra il 1890 e il 1940, durante il governo episcopale dei suoi quattro arcivescovi: il card. Amilcare Malagola, mons. Roberto Papiri, mons. Carlo Castelli, mons. Ercole Attuoni.

Fu il card. Malagola (1877-1895) colui che intuì per primo la necessità e l’urgenza di avviare un processo di aggiornamento, sulla scorta del magistero di Leone XIII, per mettere la Chiesa fermana al passo con i tempi nuovi e con le nuove esigenze.

La prima sua preoccupazione fu quella di preparare il clero ai gravi compiti dei tempi nuovi e realizzò tale progetto con un deciso rinnovamento degli studi seminaristici e con un serio aggiornamento del clero. Non meno solerte fu la sua azione sul piano sociale: promosse tra i primi l’associazionismo del laicato cattolico, spianando il campo alla formazione del Movimento Cattolico nell’arcidiocesi di Fermo e favorì in tali gruppi una seria formazione religiosa e sociale.

Le numerose iniziative si svilupparono ulteriormente e si moltiplicarono durante il governo episcopale di mons. Roberto Papiri (1895-1906) e nel lungo periodo dell’episcopato di mons. Carlo Castelli (1906-1933), nei primi anni del quale esplose il caso Murri che rappresentò un momento di crisi, ma non di arresto, dal momento che le attività delle aggregazioni laicale e religiose ripresero, anche se con modalità diverse dopo il 1913.

Sulla figura di don Ottavio De Angelis poco è stato scritto e forse in maniera riduttiva; il contributo più centrato, ma in forma succinta, quasi a mo’ di scheda biografica, è quello offerto da mons. Rolando Di Mattia.4 Gli dedica invece solo un cenno don Tarcisio Chiurchiù, che si limita soltanto a sottolinearne l’amicizia con Romolo Murri e lo qualifica, a nostro avviso con una eccessiva semplificazione, “un modernista fermano sconosciuto”.5

Sempre in chiave modernistica ne parla don Lorenzo Bedeschi, il quale si limita a sottolineare l’interesse verso il De Angelis come traduttore di alcuni scritti del Tyrrel.6

Gli ha dedicato la sua tesi di laurea, discussa presso l’Università di Urbino nell’anno accademico 1970-71, Alberto Massei, il quale, pur convinto del modernismo del De Angelis, sulla scorta del prof. Bedeschi che ne è stato relatore, amplia alquanto il proprio discorso, prendendo in esame altri aspetti della personalità del sacerdote fermano. Quanto poi all’asserito modernismo non esibisce convincenti documenti e testimonianze che attestino l’effettiva partecipazione al movimento modernista. E’ invece apprezzabile il fatto che l’autore riporti in appendice alcune let­tere del De Angelis dalle quali al massimo si può desumere l’amicizia e la simpatia per il Murri, specialmente durante le tristi vicende che portarono alla sua condanna, ma non il coinvolgimento né diretto né indiretto al modernismo. E’ lodevole anche il fatto che il Massei abbia riportato in appendice la fotocopia di un manoscritto inedito del De Angelis che, se esaminato attentamente, potrebbe risultare utile ad evidenziare il pensiero e la sensibilità del nostro in relazione alla difficile situazione vissuta dagli emigranti italiani in Argentina all’inizio del Novecento nonché la spiccata sua sensibilità per i problemi sociali.7

Da quanto detto, si può facilmente arguire quanto siano riduttivi e unilaterali i contributi offerti dalla maggior parte degli studiosi citati.

Rappresenta invece una lodevole eccezione il breve saggio elaborato da mons. Di Mattia; che, fondandosi sui vivissimi ricordi personali di alunno che dal 1928 al 1933 lo ha avuto come insegnante di lettere classiche e di letteratura italiana, riesce a delineare i tratti essenziali del De Angelis, offrendo il quadro completo, seppur troppo sintetico, della sua personalità di insegnante, di uomo di alta cultura e di sacerdote.

Il presente articolo non ha certo la pretesa di ricostruire in maniera esaustiva la figura del sacerdote fermano, ma vuole offrire l’individuazione di alcune piste ed indicazioni, in base alle quali poter elaborare una motivata e completa analisi che metta in luce le qualità, i meriti e la com­plessa spiritualità di don Ottavio De Angelis e di illustrare in particolare le sue doti di insegnante e di sacerdote sensibile ai problemi sociali dei lavoratori e dei poveri.

La Biografia.

Ottavio De Angelis nacque a Carassai, provincia di Ascoli Piceno, diocesi di Fermo, il 16 giugno 1876 da Basilio e da Maria Utrek; era il quattordicesimo figlio nato da quel matrimonio e l’ottavo dei figli viventi. La madre morì a 38 anni, quando Ottavio aveva appena sei anni; eppure il ricordo della mamma rimase in lui vivissimo, come è dimostrato dal fatto che egli siglerà con lo pseudonimo di Mario Utrek due suoi importanti manoscritti, rimasti inediti.

Il padre Basilio in una lettera indirizzata all’arcivescovo di Fermo card. Amilcare Malagola e datata 27 ottobre 1886, chiese di poter inviare al seminario di Montalto il figlio Ottavio, onde poter iniziare gli studi, ricevendone il consenso. Forse due anni dopo lo ritroviamo alunno nel Seminario di Fermo, dove resterà fino alla fine degli studi ecclesiastici.

Nel 1899 fu ordinato diacono da mons. Roberto Papiri; nel maggio dello stesso anno mons. Antonio Sabatucci, nominato Internunzio Apostolico in Argentina,9 lo richiese a mons. Papiri e lo scelse come suo segretario particolare. Fu così che il giovane Ottavio, ancora diacono, partì per Buenos Aires; durante la traversata, fu da mons. Sabatucci ordinato Sacerdote il 14 maggio 1900.

Quello che egli scrisse nell’immaginetta ricordo della sua ordinazione, ci consente di comprendere lo spirito della sua scelta vocazionale: Quoniam pater meus et mater mea dereliquerunt me, Dominus autem assumpsit me [Mi ha preso con sé il Signore, giacché mio padre e mia madre mi lasciarono], quasi volesse dire che la morte dei genitori fosse stato il segno che la propria vita dovesse essere dedicata totalmente a Dio.

La sua permanenza in Argentina durò soltanto poco più di due anni, fino al febbraio 1902. L’esperienza però fatta in quella terra, popolata da emigrati italiani, segnerà la sua vita e gli permetterà di affinare la sua sensibilità per i problemi della giustizia sociale.

Nel periodo trascorso in Nunziatura, accanto all’internunzio mons. Sabatucci, don Ottavio, oltre a svolgere i compiti che a lui venivano imposti dal suo ufficio, esercitò il suo ministero sacerdotale nella chiesa del S. Rosario dei P.P. Redentoristi in Buenos Aires. Tre documenti ci attestano dell’impegno profuso nel suo lavoro e la sua specchiata condotta morale: il primo è una dichiarazione rilasciata dal P. Rettore dei Redentoristi, il secondo è l’attestato rilasciato da mons. Sabatucci, il terzo è la lettera testimoniale dell’Arcivescovo di Buenos Aires, mons. Mariano Antonio Espinosa.10

Al suo ritorno in Italia, mons. Papiri lo destinò, nel 1905, cappellano a Monte San Giusto, dove nel 1909 ottenne la nomina a Canonico di quella Collegiata.

Tra il 1902 e il 1905 appena ritornato in patria e in attesa di una destinazione, egli si dedicò ad approfondire i suoi studi classici, che non abbandonerà mai, mantenendo stretti contatti di amicizia con gli Scolopi di Firenze. Apprendiamo da una lettera datata 16 novembre 1906 che lo Scolopio padre Giovanni Mantica, rettore del Convitto “Alle Querce”, di Firenze chiese all’Arcivescovo mons. Castelli di mettere a sua disposizione il De Angelis per servirsene come insegnante presso l’Istituto da lui diretto; il permesso fu concesso a firma del Cancelliere di Curia mons. Antonio Rocchetti. Tutto ciò ci fa pensare che don Ottavio fosse particolarmente stimato negli ambienti colti di Firenze. Un altro documento ci attesta che don Ottavio si dedicava alla predicazione anche fuori i confini della propria diocesi: infatti l’arcivescovo Castelli il 16 novembre 1908 gli concede di assentarsi dalla diocesi per tutta la Quaresima 1909 per ragioni di predicazione.11

Il risultato dei suoi studi è ben visibile, se si esaminano le pubblicazioni che molti anni più tardi vedranno la luce: “Nuovo metodo di esporre la morfologia greca elementare”; “Sintassi greca elementare”; “Esercizi greci relativi alla grammatica”; “Esercizi di sintassi e di stilistica latina ad uso dei ginnasi e licei”; “Morfologia latina in tre volumi”.12

Don Ottavio De Angelis seguì con interesse e a volte con simpatia il movimento murriano; sulla sua posizione nei confronti del murrismo crediamo sia necessario un adeguato approfondimento, che noi proporremo più avanti.

Nel 1915 l’Arcivescovo lo trasferì da Monte San Giusto a Fermo, destinandolo a svolgere il compito di cappellano curato nella parrocchia di S. Lucia, la più vasta ed importante parrocchia della Città. Aumentavano quindi i suoi impegni pastorali, ma non si interrompeva il lavoro di ap­profondimento dei suoi studi classici.

Nel 1928 l’arcivescovo Castelli gli affidò l’insegnamento di Lettere e Letterature classiche nel liceo-ginnasio del Seminario, che egli tenne fino al 1940, allorché fu nominato professore delle stesse discipline nel liceo classico statale della Città. Nel 1929 venne annoverato al Capitolo Me­tropolitano come Canonico.

Nel 1946 fu colpito da trombosi meningea che lo costrinse ad abbandonare la sua attività. Affrontò e resse la sua malattia con la consueta, virile e cristiana serenità fino alla morte che lo colse il 1 giugno 1961, festa del Corpus Domini.

Il Maestro

Don Ottavio ha sempre rifiutato di essere chiamato “professore”; preferiva essere chiamato “maestro”, poiché diceva che questo termine connotava un impegno molto più vero perché comprendeva sia la funzione di insegnare le discipline scolastiche sia quello ben più importante di insegnare la vita.

La sua formazione linguistica e letteraria, iniziata con molta serietà fin dagli anni del seminario, era proseguita, grazie ad un diuturno studio personale e ai contatti con il gruppo di amici fiorentini e toscani, dopo il suo ritorno dall’Argentina dal 1903 al 1926. Proprio nel 1926 infatti vedeva la luce, per i tipi dell’editore Carabba di Lanciano, un volume dal titolo Nuovo modo di esporre la morfologia greca elementare; l’anno successivo veniva pubblicato il testo Corso di esercizi greci, relativi alla grammatica, con un facile e rapido Corso per apprendere i vocaboli greci, in appendice; nel 1928, anno in cui iniziò l’insegnamento nel Seminario, editò un altro testo Sintassi greca elementare e guida per tradurre dal greco.

Sulla novità del metodo didattico adottato dal De Angelis appare decisiva la testimonianza di un suo alunno, poi docente lui stesso, Di Mattia Rolando;13 così egli scrive: “Il suo metodo di insegnamento era veramente nuovo e il professore ci riempì di meraviglia quando, alla prima lezione, affermò che la grammatica non serviva, o serviva a poco; osservava che noi avevamo imparato a parlare l’italiano senza conoscere la grammatica la quale, magari, ci sarebbe stata utile più tardi per prendere chiara coscienza della lingua; e che importante era conoscere i vocaboli che ci avrebbero permesso, se non di parlare, almeno di leggere gli autori greci, comprendendo il senso dei testi; e che il tutto sarebbe stato più facile di quanto noi potevamo immaginare”.14

Il metodo era certamente rivoluzionario e certamente nasceva da una consapevolezza, frutto di intenso studio e di esperienza.

L’apprendimento dei vocaboli, punto di partenza del suo nuovo metodo di insegnamento (così come appare dal volume Esercizi greci…), presentava 150 radici di vocaboli portatrici di concetti fondamentali: attorno ognuna di esse si snodava una bella sfilza di 20-25 vocaboli che di quel concetto davano le articolazioni e le sfumature; vi erano poi i prefissi e i suffissi che arricchivano il patrimonio lessicale e il processo di gradazione vocalica lo incrementava ancora con il passaggio dal significato originario ad uno affine.

Nel giro di pochi mesi gli alunni erano in grado di acquisire la conoscenza di circa 1500/2000 vocaboli e potevano districarsi nella lettura di brevi brani di narrativa e via via di testi più complicati.

Contemporaneamente l’insegnante supportava la conoscenza del lessico con graduali e opportune lezioni di grammatica e di sintassi, tratte sempre dalle strutture dei testi letterari conosciuti. Osserva ancora mons. Di Mattia “chi ha voluto, al termine del corso liceale, era in grado non solo di tradurre, ma di “leggere” correntemente poeti e prosatori greci, bisognoso del vocabolario soltanto quando si trattava di entrare nelle peculiarità linguistiche e nelle sfumature di pensiero dei vari Autori”.

Lo stesso metodo egli adottò nell’insegnamento del latino, se possibile con una cura più raffinata. Parallelamente al lavoro di apprendimento linguistico, il professore affrontava con altrettanto impegno didattico il lavoro di analisi della letteratura.

        Attingiamo ancora ai ricordi e alla testimonianza del Di Mattia: “Noi abbiamo seguito i corsi triennali delle tre letterature (don Ottavio insegnò anche Letteratura italiana nei tre anni di liceo n.d.r.) svolte da lui con il predetto metodo di studio. Gli innumerevoli autori, radiografati dal nostro professore, con le loro vicende e i loro scritti, hanno contribuito largamente a farci scoprire ed analizzare i molteplici aspetti della vita umana privata e pubblica: dall’angoscia del dubbio ad una granitica visione di fede, dalle tenerezze dell’amore al sorriso scettico e beffardo, dal desiderio di solitudine alla passione politica e civile”.

Questa testimonianza ci permette di cogliere sia il metodo didattico che lo spessore dell’insegnamento del docente De Angelis. Egli era convinto che lo studio letterario non si dovesse e non si potesse ridurre a sapere, per ciascun Autore, dove nacque, quando visse, cosa fece, cosa scrisse; era necessario invece cogliere con intelligenza e vagliare criticamente il messaggio umano dell’autore, la sua visione della vita e dell’uomo, l’influenza esercitata nella generale evoluzione della mentalità e del costume; il tutto per riuscire a vivere il proprio tempo con la chiara coscienza della ricchezza di motivi, problemi, prospettive in esso maturati per l’apporto di quegli Autori e di quelle culture.

Questi criteri di fondo sono illustrati nella Lettera prefazione didattica indirizzata ai cari giovani, datata Fermo 1956; questo testo fa da introduzione al suo lavoro Idee generali e quadro della Letteratura Italiana, edito postumo dai suoi appunti raccolti dal nipote. Si tratta di un voluminoso fascicolo che contiene appunti, giudizi, utili per una pubblicazione.17

Naturalmente il professore aveva i suoi autori preferiti e li presentava con entusiasmo, usando immagini vive che erano come squarci di luce su paesaggi meravigliosi e reconditi; erano autori diversi per indole, tematiche, tempi e ambienti culturali; la passione per essi rivelava la multiforme ricchezza spirituale del Maestro: impossibile non citare Orazio. Il professore condivideva e commentava con gusto i ricchi e saggi consigli della Epistula ad Pisones de arte poetica, circa la composizione e condivideva il sorriso ironico, lo sguardo disincantato del poeta, la sua aurea mediocritas, segno di equilibrio superiore che guarda le cose dall’alto e le governa.

Che poi il Maestro percepisse profondamente l’elemento drammatico della vita, lo rivela la sua passione per Giovanni Pascoli. Anzi egli aveva stabilito un rapporto epistolare con la sorella del poeta Mariù. Del Pascoli il Nostro apprezzava il senso della natura e del mistero, ma apprezzava soprattutto la dolorante nostalgia di un bene perduto e ormai irraggiungibile a causa di un duro destino che sembra non consentire all’uomo di conseguire le mete che l’insaziabile suo desiderio di conoscere continua a proporgli. E’ il Pascoli de I Poemi conviviali.

Tuttavia il suo “Autore” era Dante Alighieri; il “poema sacro” per il Maestro era /’universo, non un universo, quello medievale. Nell’arco dei tre anni di liceo egli faceva leggere interamente i cento canti della Commedia, li presentava e non pochi li leggeva personalmente con una lettura appassionata. Non si può tacere infine che il professore allargava agli alunni gli orizzonti dello spirito, mettendoli dinanzi alla grandiosità e alla potenza della visione unitaria che Dante ha della vita, del mondo e della storia e aprendoli alla comprensione sapida della terza Cantica.

Mons. Di Mattia così conclude la sua testimonianza sull’attività didattica del De Angelis: “Abbiamo capito tutto? abbiamo capito tutti? Non lo so”, ma una cosa è certa: la nostra vita diventava a poco, a poco più serena.

 

Il Sacerdote

La sua vita sacerdotale fu segnata in maniera decisiva nei primi tre anni (1900-1903) dall’esperienza fatta in Argentina al seguito del Nunzio Apostolico mons. Sabatucci. I tre anni trascorsi in Nunziatura acuirono in lui la sensibilità per i problemi sociali e in particolare per la difficile situazione degli immigrati; e tale sensibilità lo accompagnerà per tutta la vita.

Tornato in Italia, esercitando, tra il 1905 e il 1925, il ministero pastorale in due importanti parrocchie della diocesi, a Monte San Giusto e a S. Lucia a Fermo, oltre agli impegni pastorali nelle due parrocchie spesso faticosi, egli si dedicò all’approfondimento dei suoi studi letterari. Come abbiamo notato, era in una costante corrispondenza con il gruppo fiorentino dei Padri Scolopi, che rappresentavano un importante polo culturale. In considerazione della sua vasta cultura l’arcivescovo mons. Castelli gli affidò l’insegnamento delle lingue e letterature classiche e della Letteratura italiana nel liceo del Seminario.

Quale fosse lo spirito che animava don Ottavio nella sua attività di insegnante- maestro, si può dedurre chiaramente da alcune osservazioni annotate nei suoi appunti; “Autori e critici accreditati riconoscono come il fattore spirituale cristiano, innestato sul classicismo, è elemento efficacissimo in un’opera d’arte. I surrogati spirituali di questo o di quell’autore sono mutuati dalle esigenze di un ’anima “naturaliter christiana”, cristiana in potenza”. Queste parole fanno intuire, senza ombra di dubbio, con quale occhio egli guardasse alle letterature classiche. Le sue lezioni pertanto non erano frutto di entusiasmo di un letterato colto e raffinato, ma erano contributi sostanziosi di un sacerdote che mirava all’educazione sia dei giovani orientati al Sacerdozio sia degli altri che alla sua scuola potevano apprendere a vivere, con dignità, da uomini.

Al medesimo intento educativo, ispirato dal suo zelo sacerdotale, mirava una sua inedita e intelligente iniziativa: egli introdusse uno speciale corso di letteratura cristiana antica latina e greca nell’ultimo anno di liceo, corso che il professore elaborò di persona per i seminaristi che erano sul punto di iniziare il corso degli studi teologici. Si tratta di un vero e proprio corso di letteratura, ma egli intendeva con esso far penetrare nella visione e nella prospettazione che della fede cristiana avevano dato catecheti e apologisti, storici e teologi, oratori e poeti. E anche in questo campo le preferenze e le interessanti sottolineature del Maestro venivano evidenziate: il vigore apologetico di Tertulliano, la delicatezza di Prudenzio, l’oratoria di S. Giovanni Crisostomo e soprattutto le appassionate analisi interiori nelle Confessiones e la poderosa visione della storia nel De Civitate Dei. C’era, come è evidente, nello zelo sacerdotale del professore un’ansia di modernità che avvinceva i giovani seminaristi, anche se suscitava qualche perplessità in altre componenti tradizionali del Seminario.

Il De Angelis peraltro si era interessato al problema della formazione ecclesiastica dei seminaristi fin da giovane prete: è del gennaio 1904 una lettera indirizzata al don Romolo Murri in cui segnala un opuscolo scritto da mons. Le Camus, e che egli aveva tradotto dal francese, proprio su questo argomento. Il De Angelis chiede al Murri un suo parere sull’opportunità di darla alle stampe. Il Murri lo incoraggia a farlo ed eventualmente si impegna, nei limiti del possibile, di provvedere personalmente a farlo.19

Nel 1908 ritorna sull’argomento in un opuscolo nel quale tratta della religione come mezzo di educazione individuale in vista del miglioramento sociale, cioè anche come strumento per la formazione del sacerdote in vista della sua attività pastorale.

Il presunto modernismo o murrismo di don Ottavio De Angelis

Il problema del murrismo, o peggio del modernismo di don Ottavio non può essere affrontato in maniera superficiale, fondandosi sul “si dice”, ma attenendosi ai documenti.

Crediamo che si debba partire dalla sensibilità, evidenziata dal Nostro fin dagli anni giovanili, per i temi sociali e per l’ideale di giustizia sociale. Ve lo spingevano il suo temperamento esuberante, unito alla intelligenza della situazione sociale e seguiva le molteplici attività del Movimento Cattolico allora fiorente in diocesi sotto la guida di illuminati sacerdoti come mons. Artesi, mons. Curi, mons. Cipriani, don Domenico Fontevecchia e tanti altri.

Questa sensibilità si intensificò e si chiarì con il soggiorno in Argentina, dove il De Angelis poté conoscere direttamente e concretamente le misere condizioni dei nostri immigrati.

Il Massei pubblica in appendice della sua tesi di laurea la fotocopia di due trattazioni manoscritte redatte dal giovane sacerdote con lo pseudonimo Mario Utrek. La prima di esse è dedicata Agli operai italiani della Repubblica Argentina e reca il titolo La simpatia dell’operaio: i due garofani. Il garofano nella mente dello scrittore assume un significato simbolico: il garofano bianco vuol significare lo stato democratico, propugnato dal Movimento cattolico promosso dalla “Rerum Novarum” del sommo pontefice Leone XIII”, difeso dalla Democrazia cristiana di Romolo Murri come condizione della dignità del lavoratore, mentre il garofano rosso diventa il simbolo dello stato socialista totalitario.

Il secondo manoscritto, dedicato Al mio povero padre, ha per titolo Operai, chi vi ridusse alla strada? Organizzatevi! La trattazione sviluppa tre temi: a) Operaio, leggi attentamente e vedrai chi ti fece venire schiavo per la seconda volta; b) Che cosa insegnano i sacerdoti di Gesù Cristo, il Papa, la Chiesa sulla condizione dei lavoratori? c) a chi devi ubbidire e cosa devi fare, se vuoi rimediare ai mali tuoi?~ Buenos Aires 28 ottobre 1901. Mario Utrek.

E’ evidente che Ottavio De Angelis, durante gli anni degli studi di teologia, aveva seguito con interesse e simpatia le tematiche che si dibattevano in ambiente cattolico in seguito alla pubblicazione dell’Enciclica leonina Rerum Novarum e simpatizzava con del Movimento cattolico che don Murri animava anche nella diocesi di Fermo. Murri pensava che questo compito spettasse alla Chiesa; don Ottavio propugnò anche e soprattutto l’organizzazione degli operai. Egli vi contribuì non come combattente di linea ideologica, ma con la riflessione concreta, con gli scritti e con l’azione educativa dei giovani che furono alla sua scuola. Non cerchiamo il murrismo e il modernismo nel Nostro perché il lui tutto è soltanto qui, in questa ansia cristiana, concreta, di giustizia, di libertà e di riscatto degli oppressi. Non fece sue le deviazioni ideologiche. Non c’è alcuna traccia nei documenti della sua partecipazione e del suo personale coinvolgimento nel movimento murriano, specialmente a partire dal 1907. Ne fa fede un breve testo scritto di suo pugno nel 1952, forse come appunto per un ricordino funebre: Alla scuola di Leone XIII, conseguito il sacerdozio missione sociale, sdegnò carriera diplomatica e pinguissima prioria. Disilluso deviazioni moderniste, accettò insegnamento liceo, ove fu apprezzato maestro. Colpito nel 1946 da trombosi meningea, riaccese l’anima al primiero ideale di un sacerdozio missionario. E’ questa una chiara e diretta testimonianza della chiarezza della sua posizione autenticamente cristiana rispetto alle vicende murriane.

Oltre a questa dichiarazione, vi sono altri elementi documentali che aiutano a definire il preteso modernismo del Nostro.

.a. Non esiste alcun documento né alcun cenno nelle carte conservate nell’Archivio diocesano dal quale si possa ipotizzare il coinvolgimento del De Angelis nella vicenda ideologica murriana: non esiste nella corrispondenza tra lui e la Curia, non esiste nei diari dell’arcivescovo Castelli. Sempre visse la sua presenza sinceramente cristiana.

.b. Tra il 2005 e il 2006 sono stati pubblicati tre ponderosi volumi dall’Archivio Segreto Vaticano a cura del Prefetto mons. Pagano e dell’archivista dott. Dieguez nei quali vengono riportati tutti i documenti della “Segreteriola” papale di Pio X. E il nome di don Ottavio De Angelis non compare mai, segno evidente che egli non venne mai segnalato come murriano e tanto meno come modernista22.

.c. Nella copiosa corrispondenza intercorsa tra S. Pio X e l’Arcivescovo Castelli negli anni 1907-1910, mai compare alcun accenno nei confronti del Nostro don Ottavio.

Risulta al contrario che mons. Castelli lo designò a partire dal 1905 come cappellano in due importanti parrocchie, gli permise di esercitare la predicazione quaresimale anche fuori diocesi, lo propose nel 1928 come canonico della chiesa Metropolitana, accolto e nello stesso anno gli affidò il delicato incarico di insegnante nel Seminario arcivescovile.

E’ probabile tuttavia che la sua bontà d’animo, la sua moderazione, la sua sensibilità culturale, la sua impostazione di fraternità ideale, la sua stima amichevole con don Romolo Murri, lo indussero ad assumere un atteggiamento di distacco e di freddezza con perplessità nei confronti delle dure misure disciplinari adottate nei riguardi del Murri sacerdote scomunicato con la scomunica maggiore finale.

Conclusione

Penso che la figura di don Ottavio De Angelis, per lo spessore della sua personalità, la vastità della sua cultura, l’efficacia della sua attività, meriti una ben diversa e approfondita trattazione.

A mio avviso sarebbe sommamente opportuno analizzare soprattutto i due manoscritti compilati in Argentina nel 1901, ai quali in questo saggio si è fatto solo un fugace accenno, al fine di operare una sistematica ricostruzione del suo pensiero. Così come sarebbe necessario sottoporre ad un attento esame i testi scolastici da lui elaborati e pubblicati per individuare con esattezza l’efficacia e la novità del nuovo metodo di insegnamento delle lingue classiche da lui proposto e messo in pratica nella concretezza della sua attività didattica.

Vivamente ci auguriamo che qualche diligente e appassionato studioso si assuma l’onere non lieve di una tale meritoria impresa.

NOTE

1.- Mette conto citare alcune di queste figure del Fermano: Roberto Papiri, sacerdote originario di Montefortino, poi divenuto vescovo di Macerata e successivamente Arcivescovo di Fermo, Giovanni Cicconi, Domenico Artesi, i fratelli Biagio e Filippo Cipriani, poi creato vescovo di Città di Castello, Augusto Curi, arcivescovo di Bari, Romolo Murri, Luigi Capotasti, divenuto cardinale, Massimiliano Massimiliani poi vescovo di Modigliana, Domenico Fontevecchia, Giuseppe Cesetti, Luigi Potetti, Vincenzo Vagnoni.

2.- E TASSI, Gli Arcivescovi di Fermo dei secoli XIX e XX, Fermo 2006, pagg.134-137; R. Di MATTIA, L’Archidiocesi di Ferno, cenni di storia, Fermo 1995, p. 68; T. CHIURCHIU’, Il Movimento Cattolico nell’Archidiocesi di Fermo, Fermo 2004; E. TASSI, L’importante ruolo del settimanale “La Voce delle Marche” in “Quaderni dell’Archivio storico arcivescovile di Fermo”, Fermo, n.13 (1992), pp. 5-9.

3.- E. TASSI, Gli Arcivescovi…, p.134-137; R. DE MATTIA, L’Archidiocesi…, pp.70-78; T. CHIURCHIU’, Il Movimento Cattolico… cit., pp.212-264.

4.- Rolando DI MATTIA, Figure del Fermano. Ottavio De Angelis, in “Firmana”, n.40, Fermo, pp.141-147. l’autore fu alunno del De Angelis negli anni del ginnasio e del liceo (1928-1933).

5.- T. CHIURCHIU’, Il Movimento Cattolico…, pp.118-119.

6.- L. BEDESCHI, Don Ottavio De Angelis traduttore di Tyrrel, in “Fonti e documenti”, Urbino nn.22-24 (1993-1995), pp.232-235.

7.- A. MASSEI, Don Ottavio De Angelis e l’accusa di modernismo, tesi di laurea “pro manuscripto”, Urbino a.a.1970-1971

8.- ASAF, Serie corrispondenza con la Curia arcivescovile 1885-1932, Carassai, Busta 10, fase. 28, 27 ottobre 1886, doc. 8. Nella rubrica annotata all’inizio del fascicolo: “Affari diversi” si legge: “Basilio De Angelis di Carassai chiede di vestire da chierico suo figlio Ottavio per poterlo mandare a scuola nel Seminario di Montalto”. Il 13 ottobre novembre viene annotata la risposta affermativa a firma del Cancelliere: “Si comunica al Rettore del Seminario di Montalto la facoltà di riceverlo”. In questo Seminario si distinse per acuta intelligenza e per il serio impegno negli studi.

9.- Mons. Antonio Sabatucci. nato ad Ascoli Piceno il 23 marzo 1835, eletto vescovo titolare di Tebe nel 1890 e Delegato Apostolico in Colombia, trasferito presso la Repubblica -Argentina come Internunzio nel 1899. Cfr. Annuario Pontificio 1901.

10.- A. MASSEI, Don Ottavio De Angelis … Documenti riportati in appendice.

11.- ASAF. Serie Corrispondenza con la Curia, busta 40, Montesangiusto.

12- I detti volumi sono stati editi presso l’editore Barabba di Lanciano tra il 1928 e il 1933.

13- Mons. Rolando D. Mattia, docente nelle Scuole superiori statali e priore emerito della parrocchia di S. Maria in Loro Piceno (MC), che fu suo alunno dal 1928 al 1933

14- R. DI MATTIA, Figure dei Fermano…, in Firmana, cit. p. 1

15.- R. DI MATTIA, Ibidem, p. 142.

16.- R. DI MATTLA, Ibidem, p. 143.

17.- Bisogna essere grati al compianto avv. Ottavio Albanesi, nipote di don Ottavio il quale nel 1971 ha curato la pubblicazione del manoscritto per i tipi della tipografia La Rapida di Fermo, in occasione del decimo anniversario della morte dello zio.

18.- R. DI MATTIA. Op. cit., p. 145.

19.- La lettera e la relativa risposta è stata pubblicata dal MASSEI nella sua tesi di laurea, pp. 42-43.

20.- O. DE ANGELIS. Da Gesù – tre discorsi popolari, tipografia Sociale, Fermo 1908.

       21.- A. MASSEI. Don Ottavio De Angelis e l’accusa di modernismo, in appendice.

22.- A. M. DIEGUEZ. L’archivio particolare di Pio X – cenni storici e inventario, Città del Vaticano 2005. (Cfr. Indice analitico dei nomi); A. M. DIEGUEZ – S. PAGANO, Le carte del Sacro Tavolo. Aspetti del Pontificato di Pio X dai documenti del suo archivio privato, Voll. I-II, Città del Vaticano, 2006. (Cfr. Indice analitico dei nomi).

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Fermo arte sacra dell’argenteria della bottega Antonelli a Fermo intorno all’anno 1788

Anno 1788 e varie date  A Fermo fu attiva la bottega dell’argentiere Raffaele Antonelli, noto dal 1788 al 1828, ed ebbe un seguito nel secolo XIX con la produzione del figlio Luigi.    La più antica notizia risale al 1788; anno in cui modellò una muta di cartegloria d’argento per il Santuario della Madonna del Pianto in Fermo. Nel 1791, per la Compagnia del SS. Sacramento di Massignano eseguì un ostensorio in argento, sbalzato e cesellato con ornati in princisbek, firmato “Raffaele Antonelli di Fermo”. Nel 1812, chiese licenza alla prefettura del Dipartimento del Tronto, sotto il napoleonico “Governo Italico” con sede a Fermo, di bollare la sua produzione con le iniziali “R.A.” e col punzone raffigurante “Palma d’olivo”; poi, sotto il “Governo Pontificio” alla sigla personale aggiunse il punzone con lo stemma camerale, detto di “Padiglione” ed usato per lavori in argento.

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ARTE SACRA con VENERAZIONI delle IMMAGINI di SANTI culto cristiano Museo Diocesano a Fermo

=  Parole di don Germano.     Nel 1997 il successore mons. Gennaro Franceschetti ha creduto fortemente nel museo come “bene pastorale” e quindi come strumento di evangelizzazione e di incontro anche con chi non è particolarmente partecipe della vita cristiana, ed ha sostenuto, promosso, favorito e sollecitato la conclusione dei lavori ed ha curato la disposizione delle opere con adeguamento dell’apparato didattico. Al vicario generale mons. Armando Trasarti è stata affidata la oculata gestione delle risorse finanziarie. Finalmente il 16 aprile 2004, alla presenza del ministro per i Beni Culturali, on. Giuliano Urbani, di numerose autorità e gran folla di cittadini, il museo è stato inaugurato. E’ il polo di una ricchissima e preziosa rete di musei e di raccolte parrocchiali, diffuse nel territorio dell’arcidiocesi. La Chiesa Fermana si sta dimostrando molto sensibile alla tutela e valorizzazione del patrimonio artistico. Numerosi sacerdoti con grande passione ed entusiasmo ed anche con sacrifici economici hanno sistemato locali, realizzato impianti, restaurato opere, allestendo piccoli, ma straordinari musei parrocchiali. Il territorio di questa arcidiocesi è costellato da tali raccolte che vanno da Massignano a Campofilone, a Carassai e, da Capodarco di Fermo, a Petriolo, a Corridonia, a Mogliano, a Morrovalle fino a Montefortino, mentre si progettano altre sedi ancora.     Il museo ecclesiastico si pone come luogo di valorizzazione e recupero di un patrimonio posto al servizio della missione della Chiesa ed è significativo da un punto di vista storico-artistico. E’ strumento di evangelizzazione cristiana, di elevazione spirituale, di dialogo con i lontani, di formazione culturale, di fruizione artistica, di conoscenza storica, come ha scritto la Pontificia Commissione per i Beni Culturali della Chiesa, nel testo: “La funzione pastorale dei musei ecclesiastici”. Città del Vaticano 2001.

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