ARTE SACRA note di studio di Germano Liberati Fermo diocesi

1.INVITO A CAPIRE L’ARTE SACRA. Nota di LIBERATI Germano
La mia esperienza e quello che io ho sempre cercato nell’arte sacra, si possono compendiare in una espressione che suona così: la ricerca di un accompagnamento verso il divino e di una sua presenza. Nei miei studi e nelle mie riflessioni sono tanto affascinato da alcuni pensatori antichi e moderni, attenti su questo versante: da Plotino che nel riflettere sulla bellezza e sull’arte (V libro dell’Enneade) va oltre il contingente e si immette nel divino; a Schelling che, cassando drasticamente l’arida razionalità illuministica, non esita a dichiarare che l’esperienza dell’Assoluto è riservata all’artista e al mistico. Ed ai nostri tempi come trascurare Hans Urs von Balthassar che in una ricca e appassionata analisi della letteratura e dell’arte, vi coglie la grande manifestazione della gloria di Dio che è concessa all’uomo?
Ecco dunque che per me l’arte in qual si voglia forma, e l’artista di qual si voglia tempo, insieme al santo e al mistico, più di altri, accompagnano verso Dio, l’infinito, l’Assoluto, perché ci aiutano a percepirne la presenza. Mi sono chiesto costantemente e me lo chiedo ancora, osservando un’opera, e lo propongo agli altri: quale esperienza interiore ha animato l’artista, tale da poterla tradurre nell’opera? Cerchiamo in qualche modo di penetrarvi.
Se vogliamo esemplificare, chiediamoci, magari pensando ad opere d’arte che tutti conosciamo: quale esperienza ha guidato Giotto nell’offrirci la suprema visione della Storia della Salvezza tutt’intera, dai profeti al giudizio universale nella cappella degli Scrovegni, nel suo cominciar a “imbrattare” quei muri nudi, dall’arriccio e il tonachino ancor freschi? La risposta più convincente credo si possa trovare in quel lucido scrittore e finissimo critico che fu Piero Bargellini, quando la compendia in una sola frase: “Giotto è entrato in quella chiesina crisalide e ne è uscito farfalla”.
E che altro possiamo immaginare se non un’esperienza quasi mistica in Dante per poter scrivere certi passi del suo Paradiso o in Michelangelo in quella visione cosmica del divino nella Cappella Sistina; o in Caravaggio così inebriato da un furore struggente? E ai nostri tempi, quale esperienza interiore, ad esempio, invadeva l’anima di Chagall per offrirci le sue splendide vetrate? Allora domandiamoci: come metterci di fronte all’arte sacra, non accantonando ma oltrepassando il tempo, lo spazio, le epoche e gli stili per poterla intendere e penetrare al di là della contingenza della sua storicità?
Io credo che, in qualche modo, una risposta dobbiamo darcela, se vogliamo penetrare l’opera d’arte in modo da carpirne l’intimo. Vi posso abbozzare solo quello che cerco dentro di me dinanzi ad un soggetto sacro sia antico come può essere, per citarne uno, la Crocifissione di Haltdorfer, come ugualmente per uno recente come il Cristo giallo di Galuguin. Oh! Certo: l’artista è paradossalmente il più riservato e pudico degli uomini, ma anche proprio il più aperto: ha pudore nel farci penetrare nella sua esperienza interiore, tanto che nell’opera si direbbe quasi che voglia criptarla, e trasferendola in forme le più varie, dal simbolico all’astratto, dandocene magari un senhal che può essere un pass-wort; tuttavia nel medesimo tempo ce la getta in faccia quasi nel modo più sfacciato.
La fede, le esperienze o la ricerca del sacro sono proprio questo. Perciò analizziamo e disquisiamo pure su stili e storicità di un’opera d’arte; su contesti culturali e magari sulla biografia dell’artista, ma solo come propedeutica. Se ci fermiamo qui non attingeremo mai, come l’artista è riuscito o ha tentato di fare quel noumeno del divino che lo ha animato, certo in uno scontro impari, tradotto inevitabilmente in un balbettio di “rade e storte sillabe” (direbbe il Montale); che poi siano esse versi, pennellate o note non fa differenza. Allora?
Proprio questo è quel che ci rimane da fare e spesso non vogliamo, rifiutiamo. Non riusciamo a farlo per mancanza di simpatia con l’esperienza tradotta in opera e non ci lasciamo suggestionare da quanto ci vien dato. Questo lasciarsi andare invece è l’unico modo possibile per un autentico approccio con l’arte sacra e si chiama contemplazione. Per chi non crede è l’unico modo per percepire il già e non ancora di sé e la chiave di lettura della realtà, per mettersi in ascolto di una risposta e avvertire una presenza.
La contemplazione diventa preghiera; preghiera come quella del salmista: “Signore, il tuo volto io cerco, mostrami il tuo volto!”
**2 Conoscere e amare l’arte sacra. Discorso agli alunni di Servigliano (2007)
L’arte sacra si esprime in forme diverse e tutte interessanti: dall’architettura delle chiese alle decorazioni, i dipinti, le statue, gli oggetti per il culto, come candelieri, croci, calici e i tessuti che sono usati per gli altari e per i paramenti liturgici. E’ da questa varietà di ‘cose’, di forme e di materie che nascono valori spirituali.
Questi oggetti, collocati negli spazi sacri indicano la devozione dei fedeli, ci ricordano la storia della nostra fede, dei santi che la comunità cristiana di un paese ha venerato ed in nome dei quali ha compiuto e realizzato spesso opere di carità e assistenza importanti. Chi visita una chiesa, può ricostruire la storia della devozione, della carità di una comunità cristiana, del paese.
In molte comunità oggi si stanno riscoprendo i valori che le immagini trasmettono. La Chiesa ha creato delle strutture apposite nelle singole diocesi istituendo l’Ufficio Beni Culturali ecclesiastici che ha il compito di catalogare, proteggere, rendere fruibile il patrimonio, ma soprattutto far scoprire ciò che c’è dietro ogni opera: perché quel santo? Come si lega alla Comunità? Quale messaggio essa trasmette? Un’opera d’arte sacra, se non ‘parla’, non trasmette un messaggio di fede e\o di storia della fede di una comunità, non è nulla, per quanto bella possa essere, se ne è perso lo scopo per cui è stata realizzata.
In altri ambienti si è persa l’attenzione da parte della comunità dei fedeli, che sembrano disattenta ai valori profusi dalle opere d’arte sacra conservate nelle nostre chiese, e questo per vari motivi: c’è un’ignoranza diffusa su riti, celebrazioni sacre e quindi su tutto ciò che li correda; si è perso il senso di un’appartenenza nel sentirsi componenti di una comunità, per cui, tutto quello che riguarda la parrocchia, i santi patroni, le tradizioni tipiche e particolari, viene ignorato. Si è perso il valore pedagogico e catechistico delle opere e degli arredi sacri. Io penso che portando le persone in chiesa, o in un museo d’arte sacra, si faccia catechismo.
Tutti possiamo essere istruiti sulle opere che il proprio paese, la propria chiesa possiedono affinché imparino ad apprezzarle e quindi a diffonderne la conoscenza. Occorre esser formati ad apprezzare il bello ed il sacro per poterlo proteggere. Questa formazione ha lo scopo di far comprendere la bellezza, la storia, i valori spirituali ed affettivi di certe opere: questo percorso permette a ciascuno di sentirle come ‘proprie’.
I furti nelle chiese rientrano nella categoria legale dei furti d’opere d’arte come quelli nei musei, nelle collezioni private, ma non si tratta solo di questo. Chi ruba nelle chiese si rende conto di rubare un oggetto sacro oltre che un valore artistico e quindi di commettere un sacrilegio.
Per la tutela, per la conservazione, per la valorizzazione delle opere di arte sacra occorrono molti fondi. Gli enti preposti sono generalmente poco attenti a questo. I pochi fondi che stanziano sono per lo più destinati alle opere dei Comuni o delle Province; mentre per le chiese e i luoghi religiosi restano generalmente gli ‘spiccioli’.
***3 Museo di arte sacra: la fede di una comunità incarnata nella storia.
Il visitatore che entra in un museo di arte sacra, grande o piccolo che sia, percepisce subito che non sta solo, o non soltanto a bearsi di pregevoli opere d’arte. Sa che va ad ammirare, apprezzare, contemplare dipinti, arredi, suppellettili propri di un edificio sacro, che un tempo erano, e talora ancora sono di uso normale nella liturgia o oggetti di venerazione e di devozione o simboli di storiche aggregazioni religiose, quali le confraternite.
Sorge tuttavia spontanea la domanda sul perché di questo museo. Vi sono musei, infatti, che, per lo più, raccolgono sacro e profano, perché obbediscono a criteri cronologici o dall’autore o, peggio, metonimicamente, a materia e tecnica delle opere stesse. In questi casi, l’opera d’arte sacra vi è a pigione, diminuita del suo valore intrinseco, svilita di ogni senso, proprio perché viene annullata la funzione del codice che li trasmette: “un pasticcio di giovedì grasso e di venerdì santo” avrebbe esclamato l’acuto Manzoni.
Il frutto di tutto ciò è, da un lato, retaggio di requisizioni forzose di chiara memoria storica, di tortuosi percorsi antiquariali, di illegittime appropriazioni, e eufemisticamente dette depositi o prestiti dei beni della Chiesa. E’ anche la conseguenza inevitabile di un mutamento di orientamenti all’interno della Chiesa, con interventi sui riti liturgici e sulle forme della vita religiosa.
La prima ragione ha condotto ad un accumulo eterogeneo di opere ormai considerate solo per i pregi storico-artistici; l’altra, “e converso”, ad un dismesso uso di arredi e suppellettili o di quant’altro non ritenuto più utilizzabile. Proprio da questa situazione di fatto, è sorta la caratterizzazione del museo di arte sacra, ove trovino posto le opere di carattere religioso, con criteri adatti ad una lettura propria e adeguata, in dignità e decoro, garantite nella tutela della conservazione.
Del resto, questo modo di custodirle e di renderle fruibili ha radici assai lontane nella storia del cristianesimo: grandi cattedrali, fiorenti abbazie, famosi santuari hanno da sempre avuto il cosiddetto tesoro, che, in alcuni casi, esiste tuttora. Le fabbricerie di monumentali edifici sacri hanno istituito i ben noti musei dell’opera. Quanto ivi custodito poteva essere ammirato e nel contempo usato quando le esigenze liturgiche lo richiedevano.
Se, dunque, improprio può essere il termine museo, per l’idea che evoca, è certo valida la realtà della istituzione dei musei di arte sacra che ha molte e differenti valenze rispetto all’uso corrente. Resta comunque il fatto che una tale istituzione debba essere l’estrema “ratio” per opere di interesse religioso, qualora, cioè, esse non possano essere altrimenti conservate e tutelate. Resta infatti irrinunciabile il principio, ora accolto finalmente dallo Stato, che l’opera debba essere conservata là dove la committenza l’ha voluta, l’artista vi ha fatto riferimento nel crearla, le fede e la pietà l’hanno fatto oggetto di venerazione o oggetto di uso liturgico.
Un museo di arte sacra, dunque, istituito come soluzione alternativa, non può non essere che la ideale continuità dell’edificio sacro cui le opere appartengono, disponibili all’uso ogni qual volta la liturgia lo richieda. Va collocato perciò il più possibile vicino alla chiesa stessa, e in modo ottimale, nei locali di pertinenza, sicché il visitatore o il fedele che vi voglia accedere ne fruisca in contiguità all’edificio sacro con lo stesso spirito.
Si tratta infatti, di una sorte di “prolungamento” della vita ecclesiale della comunità, ne testimonia la fede, ne ricostruisce la storia. Questa particolare caratterizzazione individua la natura, diversa da quella di un museo di civili istituzioni, dove le opere spesso vi sono confluite per motivazioni improprie o per casualità, in un assemblaggio eterogeneo, fortemente straniante e senza un filo conduttore che possa determinare e “ricondurre all’unità” il loro significato.
La peculiarità dunque, di un museo di arte sacra è data dalla possibilità di ricostruire una storia di secoli della comunità cristiana cui ogni opera fa riferimento: suppellettili e arredi qualificano la dignità e il decoro delle azioni liturgiche, le donazioni mettono in evidenza cura e fede di famiglie e di singoli fedeli; opere pittoriche o reliquiari richiamano la devozione, la preghiera nel bisogno o nel pericolo, il ringraziamento per gli interventi provvidenziali. Gli arredi delle confraternite testimoniano la capacità di aggregazione ai fini di culto e carità, del popolo cristiano. Tutto ciò attraverso vari secoli, in forme e stili diversi, quasi una gara incessante di fede e di pietà.
****4.LA PINACOTECA GENIO LOCALE
Ogni luogo, come ogni persona, ha il suo generatore di vita intimamente connesso con l’esistenza del luogo. (cfr. Debuyst, F. Genius loci cristiano, Milano 2000). Una raccolta di arte sacra è questo genio locale, luogo intimamente connesso con la presenza del divino rappresentato in modo visibile, in un luogo. Il problema del fruire delle opere d’arte trova soluzione nel circuito di tanti musei locali che permettano di conservare “in loco” opere d’arte e suppellettili sacre delle chiese appartenenti allo stesso al medesimo vicariato
Per entrare in contatto con lo spirito del luogo servono conoscenze del carattere, dell’orientamento e della riconoscibilità. Il carattere è il complesso di connotazioni che ci fanno identificare e distinguere un luogo, come case, campagna, vallata. L’orientamento nel contesto da cui l’opera d’arte proviene (chiesa, convento, cripta) è ricerca, respiro, captazione visiva, concentrazione interiore. La riconoscibilità fa cogliere il senso profondo dell’opera sacra a vari livelli (storico, sociologico, iconologico, iconografico, stilistico) e la capacità del luogo stesso di comunicare il suo genio generatore di vita. Scrive il Paolucci: “ era necessaria un’aggregazione alla chiesa maggiore in modo che il museo fosse legato ad un edificio sacro ancora popolato e officiato, per permettere agli oggetti esposti di conservare quell’aura sacra che è elemento fondamentale per la comprensione di quella che è la loro specificità storica ed estetica; mantenere una contiguità fisica, una vicinanza, simbolica di cultura, di memoria, diritti, di consuetudini fra la realtà viva della Chiesa di oggi e i documenti della Chiesa di ieri (Intervista in Avvenire 12.03.2000).
In tali condizioni la pinacoteca della parrocchia offre un incontro con lo spirito del luogo. Scrivono di vescovi della Toscana, che l’uomo contemporaneo è affascinato dalle immagini che gli vengono proposte dalla tradizione del passato. Quando uno entra nella chiesa o in una pinacoteca ecclesiastica ammira architettura, affreschi, tele, statue e percepisce il carattere e la modalità principale della destinazione del luogo, ogni opera d’arte sacra ha riferimenti alla fede, alla devozione, all’uso liturgico e particolari annotazioni stilistiche e tecniche.
Il visitatore decodifica sia l’asse denotativo che quello connotativo, coglie un messaggio che ha la valenza di allargare lo spazio del sacro.
*****5.L’ARTE SACRA COME PROFEZIA.
In ogni museo o mostra ci si trova di fronte a molte opere, prevalenti, o quasi esclusive, opere di arte sacra. C’è da chiedersi: perché questo predominio? E perché questa conservazione durata da secoli e da millenni da parte della Chiesa? La risposta semplice ma ricca è che la fede ha una storia e questa non può essere cancellata, anzi è gelosamente conservata. Certo, è storia di una comunità, di una devozione, di una ininterrotta attività dell’impegno umano: anche in ambienti non cristiani e in istituzioni civili questo principio è entrato.
È da sottolineare questo motivo profondo per cui le diocesi tramite l’operatività degli uffici competenti nei beni culturali svolgono la politica di valorizzare e proteggere dell’arte sacra. Giovanni Paolo II nell’enciclica sul significato teologico delle icone del1987 per commemorare l’editto del concilio di Nicea del 787 a difesa del culto delle immagini, scrive: “ La nostra tradizione più autentica, che condividiamo pienamente con i nostri fratelli ortodossi, ci insegna che il linguaggio della bellezza, messo al servizio della fede, è capace di raggiungere il cuore delle persone, di far conoscere loro dal di dentro colui che noi possiamo rappresentare nelle immagini, Gesù Cristo.”
Nello stesso anno il patriarca di Costantinopoli, Demetrio, più esplicitamente afferma che “ l’immagine diventa la forma più potente che le verità della fede cristiana prendono”. Perché? Come mai tutto questo? La ragione è che l’arte sacra profetizza nell’oggi il memoriale storico con i segni del futuro escatologico. Vi è contenuto ed espresso un evento di salvezza nella persona di Gesù Cristo. Un evento che è storia vivente, è presente nel tempo, vissuto ieri come oggi e ogni volta che il domani diventa attuale, oggi.
Il segreto di tutto ciò è la bellezza la quale assurge a valore assoluto, sciolto da ogni condizionamento o regola del contingente: Omero, Dante, Giotto o Michelangelo varcano le contingenze del tempo e di ogni contesto sociale. Tutto ciò è possibile perché il bello, che è radicamento dell’essere, ha in sé un’evidenza che immediatamente illumina. Se tutto questo viene assimilato dal nostro spirito allora è possibile capire e più ancora incantarsi dinanzi al volto di Cristo, ad un’icona bizantina della Vergine, ad un Crocifisso o ad una estatica rappresentazione di Santi.
E la popolazione, i fedeli, gli amministratori e quanti hanno a cuore queste opere hanno da fruire questi scrigni di sacralità e di bellezza.
******6 – LA PASQUA E L’ESPERIENZA ARTISTICA. L’INCONTRO DI DUE MONDI. Mistero creativo e mistero salvifico.
La Pasqua nella sua valenza cristiana (passione, morte, risurrezione di Cristo) ha registrato nel corso dei secoli una dimensione artistica plurima e alta: si va dalla poesia alle arti figurative, alla musica, alle sacre rappresentazioni. Certo, l’arte è l’espressione interpretativa onnicomprensiva della realtà e la “realtà” della Pasqua, così ricca e coinvolgente, non poteva essere trascurata o accantonata. Al di là delle dimensioni umane di ogni opera, c’è da chiedersi perché artisti grandi e meno grandi, anche non credenti, si sono lasciati “travolgere” dalla serie di eventi pasquali che rappresentano per ogni uomo un vero mistero. Proprio riflettendo su questo interrogativo, penso di aver colto con maggior pienezza il senso di un’affermazione di H. U. Von Balthasar: “Il bello ha in sé un’evidenza che immediatamente illumina”. E’ come dire che il mistero creativo dell’artista incontra il mistero della divina salvezza; sembra assurdo, ma due misteri, incontrandosi, producono evidenza, perché l’assurdo, o meglio, il miracolo che si compie è quello dell’artista-uomo che s’incontra con Dio. Questa “eccezionalità” non può restar nascosta, si impone anzi, con un carattere così palese e irrefutabile, che ogni artista non può fare altro che ammetterlo e denunciarlo apertamente, rendendolo una certezza visibile. Due letterati insigni, Metastasio e Manzoni, di fronte al Cristo sofferente e glorioso, non possono far altro che affermarne l’evidenza, risultato di un incontro, e ciò fin dall’attacco di loro celebri testi: “L’alta impresa è già compita / e Gesù col braccio forte…vincitor ”, scrive il Metastasio. “E’ risorto, non è qui …”, esclama il Manzoni nell’inno al Risorto. E ancora, l’evidente potenza del Cristo vincitore emerge prorompente in Piero della Francesca e in Michelangelo. La sua solitudine nel “Cenacolo” leonardesco, il dramma nella potenza dell’”anelito della seconda vita” nel resurrexit della “Missa solemnis” di Beethoven che “illumina”, manifesta, trasmette, in un’equazione che è la più potente forma comunicativa: bello così, in tali forme, il segreto del mistero nell’arte.
Ma la grandezza del mistero pasquale non è certo compendiabile in nessuna singola opera degli artisti-uomini; di esso ogni lavoro evidenzia, illumina alcune delle infinite facce: il mistero del dolore come strazio dell’anima nei versi di Jacopone da Todi, il “condolère” partecipato nei corali della “Passione” di Bach, lo struggimento e l’implorazione nello “Stabat” di Pergolesi, quello muto e contemplativo negli affreschi dell’Angelico a San Marco.
Fanno seguito la gioia di un trionfo regale nell’”Alleluia” del Messia di Hendel o lo sprigionarsi dell’”ambito della seconda vita” nell’energia creativa del Cristo Risorto del Fazzini; e in tutte, il tempo più ampio della fede ritrovata nella “Cena di Emmaus” del Caravaggio, l’indifferenza o l’incomprensione nella “Cena e Crocifissione” della serie di tele della scuola di San Rocco del Tintoretto, l’atmosfera sacrale e composta nei “Responsori” di Ingegneri e di De Victoria.
E’ proprio perché l’uomo non avrà mai, in tutta la sua storia intera, la capacità di accogliere in sé tutto il mistero salvifico, la suprema fatica di tanti artisti di ieri, di oggi e di domani, è tesa a evidenziare quanto ancora non espresso e a illuminarci con la bellezza per una nuova e più profonda comprensione.
*******7.IL MUSEO DIOCESANO DI FERMO. Inaugurato il 15 luglio 2004.
La storia del museo diocesano di Fermo ha radici lontane perché quindici anni fa l’arcivescovo Fermano, mons. Cleto Bellucci aveva prospettato la necessità di offrire adeguata collocazione allo straordinario patrimonio artistico della cattedrale e di altri siti, procedendo con la progettazione e la conseguente realizzazione. Le opere erano ben custodite nei loro luoghi, ma non potevano essere ancora fruite da tutti. I locali necessari al museo sono ubicati a lato della cattedrale. Per i necessari interventi si susseguirono imprese, collaborazioni, e pareri delle Soprintendenze competenti in materia. All’architetto Fabio Torresi era stata affidata la direzione dei lavori e la progettazione dell’allestimento, dalla disposizione delle opere, al design delle teche.
Nel 1997 il successore mons. Gennaro Franceschetti ha creduto fortemente nel museo come “bene” pastorale e quindi come strumento di evangelizzazione e di incontro anche con chi non è particolarmente partecipe della vita cristiana, ed ha sostenuto, promosso, favorito e sollecitato la conclusione dei lavori ed ha curato la disposizione delle opere con adeguamento dell’apparato didattico. Al vicario generale mons. Armando Trasarti è stata affidata la oculata gestione delle risorse finanziarie. Finalmente il 16 aprile 2004, alla presenza del ministro per i Beni Culturali, on. Giuliano Urbani, di numerose autorità e gran folla di cittadini, il museo è inaugurato. Questo museo vuole essere il polo di una ricchissima e preziosa rete di musei e di raccolte parrocchiali, diffuse nel territorio dell’arcidiocesi. La Chiesa Fermana si sta dimostrando molto sensibile alla tutela e valorizzazione del patrimonio artistico. Numerosi sacerdoti con grande passione ed entusiasmo ed anche con sacrifici economici hanno sistemato locali, realizzato impianti, restaurato opere, allestendo piccoli, ma straordinari musei parrocchiali. Il territorio di questa arcidiocesi è costellato da tali raccolte che vanno da Massignano a Campofilone, a Carassai e, da Capodarco di Fermo, a Petriolo, a Corridonia, a Mogliano, a Morrovalle fino a Montefortino, mentre sono in corso di progettazione altre sedi ancora.
Il museo ecclesiastico si pone come luogo di valorizzazione e recupero di un patrimonio posto al servizio della missione della Chiesa e significativo da un punto di vista storico-artistico: è strumento di evangelizzazione cristiana, di elevazione spirituale, di dialogo con i lontani, di formazione culturale, di fruizione artistica, di conoscenza storica (Pontificia Commissione per i Beni Culturali della Chiesa, La funzione pastorale dei musei ecclesiastici. Città del Vaticano 2001).
Nel museo diocesano di Fermo sono ora custodite le opere d’arte che un tempo erano conservate nel tesoro della cattedrale, con l’aggiunta di altre provenienti dall’arcivescovado, dalle chiese di Fermo e dal territorio dell’arcidiocesi. Vi sono esposte testimonianze di un arco di tempo che dall’arte paleocristiana giunge fino agli inizi del novecento, ripercorrendo le diverse fasi costruttive della cattedrale, la presenza di insigni vescovi, i rapporti con il papato (tra cui i vescovi di Fermo divenuti papi come Pio III e Sisto V) e oggetti di uso liturgico, tracce di una costante devozione. L’esposizione è organizzata per tipologie omogenee, seguendo, all’interno di ognuna di esse, epoche e stili.
Le sezioni più ampie sono così costituite: Sala dei vasi sacri (calici, ostensori, pissidi, reliquiari e altro): suppellettili sacre di splendida fattura, tra due cui due calici gotici, un tempietto in lapislazzuli, l’apparato pontificale del card. Filippo Angelis, opera in oro dell’insigne orafo G. L. Valadier; il servizio di candelieri e croce d’altare, in cristallo di rocca; e numerosi altri lavori di celebri argentieri e orafi romani e locali (Piani e Raffaelli). Nelle sale dei paramenti sacri dal 600 agli inizi del 900; rilievo particolare è riservato alla casula di San Tommaso Becket, frutto dell’arte tessile di origine araba, datata 1116: la madre dell’arcivescovo di Canterbury la donò alla Chiesa Fermana in ricordo dell’amicizia tra suo figlio San Tommaso al vescovo Fermano Presbitero, suo compagno di studi a Bologna.
La Quadreria si dispiega in due sale e raccoglie opere di celebri artisti: Marino Angeli, Vittorio Crivelli, Carlo Maratta, Pomarancio, Corrado Giaquinto, Hayez, Luigi Fontana. All’ingresso, nella prima grande sala sono raccolti autentici capolavori, la parte più importante del tesoro della cattedrale: vi si possono ammirare, infatti, il Messale miniato nel 1436 da Ugolino da Milano, un inedito Messale miniato del XIII secolo, la stauroteca donata da Pio III di fattura probabilmente veneta con preziose miniature; il pastorale in tartaruga e madreperla, donato da Sisto V, il monumentale ciborio in bronzo dei fratelli Lombardi-Solari del secolo XVI, una xilografia raffigurante L’istituzione della Confraternita del Salterio di N. S. Gesù Cristo e della beatissima Vergine Maria da parte di san Domenico, una delle primissime testimonianze, databile all’ultimo quarto del secolo XV, della diffusione del Rosario.
Il museo diocesano di Fermo vuole essere una realtà viva e vivace, centro di cultura e di formazione, inserito come valido strumento nel progetto pastorale diocesana. Concretizzare tutto ciò, coinvolgendo le diverse realtà ecclesiali e non, è il progetto ambizioso ma imprescindibile se non si vuole perdere la sfida che un museo di arte sacra ha insita in sé.
Il Direttore ringrazia le imprese, i restauratori e i loro collaboratori, infine gli operatori dell’Ufficio Beni Culturali.
********8. IL CRISTIANESIMO E L’ARTE – temi
Cristianesimo e arte
Il cristianesimo delle origini e l’arte
-Il cristianesimo e l’arte tardo-romana
-Cristianesimo e culto nel periodo pre-costantiniano.
-L’epoca costantiniana: basiliche, edifici centrici, sarcofagi; arte e funzionalità
liturgica.
-L’oriente e l’arte: teologia orientale e architettura; simbolismo; mosaico e
teologia; iconologia.
-Iconismo, aniconismo, iconoclastia e Concilio II di Nicea.
Manifestazioni artistiche del cristianesimo nel medioevo
-Il Monachesimo: l’abbazia, la chiesa abbaziale e le funzioni liturgiche
monastiche; il culto delle reliquie e la messa “privata”.
-Le varie tendenze e ramificazioni benedettine:
– teologia e ideologia cluniacense;
– teologia e ideologia cistercense;
– teologia e ideologia certosina.
-Iconologia medievale: la croce e i crocifissi; le storie della Santa Croce; i santi.
-Le grandi cattedrali.
Dopo il Concilio di Trento, la riforma cattolica crea stili d’arte
-I testi del concilio e l’arte; i commenti.
-L’artista gesuitica e il prototipo della Chiesa della Riforma;
– Lo sviluppo della chiesa della Riforma negli stili di barocco,
rococò, neoclassico e nei revivals ottocenteschi.
-L’arte figurativa della Controriforma: principi.
-Correnti figurative: classicismo e realismo, devozionale, trionfalistico-
scenografico.
L’arte “sacra” nel novecento
– l’architettura sacra tra innovazioni tecnologiche e disgregazione dell’arte.
-Ecclesiologia post-conciliare, riforma liturgia e arte sacra.
-Il dibattito attuale: arte sacra o il sacro nell’arte?

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I CATTOLICI NON RINUNCIANO ALLE ESIGENZE DELLA PACE contro le strumentalizzazioni degli interessi di parte non favorevoli alla solidarietà

I CATTOLICI AGISCONO PER LA PACE
Il cristianesimo con la Chiesa chiede a tutti di promuovere la pace come intima e radicale esigenza del vivere umano. Una tra tante situazioni, viene ribadita dal papa Francesco quando dice che la pace manca dove manca il lavoro, pertanto l’obiettivo è il lavoro per tutti, prima del reddito per tutti.
La Costituzione della Repubblica Italiana sin dalla prima riga afferma che la sovranità appartiene al popolo e per questo chiede a ciascuno l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale. E don Lorenzo Milani chiariva bene che la politica non è ricevere ma è dare.
Il cristiano coscienzioso si impegna in politica per l’utilità di tutte le altre persone. Attualmente i cattolici sembrano dispersi politicamente. In realtà non esiste uno schieramento di partito dei cattolici perché la Chiesa non è un partito, non ha un partito, non dà un partito.
In Italia la Democrazia Cristiana è apparsa un’ideologia che ha avuto le sue metamorfosi ideologiche fino alla sua fine. La Chiesa non stringe ‘accordi’ con alcuno dei soggetti politici, ma tutti li incoraggia a pacificare la società. Nessun partito e nessuna coalizione offre ai credenti una scelta in cui possano riconoscersi senza dover rinunciare a qualcosa di cristiano. Il vescovo di Macerata in una recente intervista a “Famiglia Cristiana” (n.11\2018) dice che i cristiani corrono il rischio di trovare persone che strumentalizzano la fede cristiana per altri fini.
Si può sperare in un impegno unitario per i grandi ideali. Una personalità di grande impegno sociale, Giuseppe Toniolo affermava che l’unità politica dei cattolici era improbabile. I cattolici non si stringono in alcun partito politico: uno schieramento del genere non garantisce la volontà di praticare la dottrina sociale cristiana per corrispondere alle esigenze reali della fede vissuta. Il legame della fede è la tutela della verità e del valore insopprimibile delle persone umane, a cominciare dalla loro vita. Qui serve stare uniti in coscienza.
Tornano sempre i richiami alla coerenza contro l’aborto, contro il divorzio, contro le tecnologie della fecondazione artificiale. Nel discutere le proposte di legge si è notata la prassi di alcuni esponenti cattolici di volersi fermare al minor male, purtroppo. L’intenzione di tamponare il peggio è un inutile intervento momentaneo che non risolve nulla a lungo termine.
Le proposte politiche per lo Stato italiano si manifestano come una raccolta molteplice di desideri di gruppi e di individui che non si coalizzano realmente per l’utilità di tutti, dati i conflitti per gli egoismi propri e per le fragili convergenze di interessi. Si sa che le ideologie vanno cambiando nel tempo e si trasmutano molto rapidamente, come i partiti stessi.
Più che partiti oggi si vedono associazioni che agiscono come comitati elettorali che propagandano i propri desideri per catturare i consensi. Ben diverso è stato l’atteggiamento di Giuseppe Toniolo, chiamato l’economista di Dio, perché voleva calare la legge di Dio sul terreno dell’economia e dava speranze alle famiglie e alle giovani generazioni.
La famiglia oggi viene sfruttata secondo l’ideologia del liberismo individualista come ammortizzatore sociale, mentre, al contrario, se venisse valorizzata nella sua natura, verrebbe a risultare come il fulcro più forte della vita democratica. In questo senso, a partire dalle famiglie, la politica diventerebbe la pratica della solidarietà e della pace.
I cattolici non debbono tacere di fronte alle ideologie del cosiddetto gender\genere, altrimenti distruggerebbero la funzione autentica della famiglia e lascerebbero ridotti ad oggetti i bambini e gli embrioni, a disposizione degli interessi di parte. Queste ideologie andranno esaurendosi nel tempo perché non corrispondono alla dignità naturale umana.
Il cristiano vuol far conoscere e amare Dio nel servizio al prossimo e il legame evangelico non serve a creare inviti ideologici, piuttosto ad essere protagonisti di pace e di bene nella sua funzionalità totale.

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Il pittore Salvatore Tricarico interpreta la fede cristiana in due dipinti della Madonna e in altro del Crocifisso

Gli Angeli onorano l'offerta dell'Agnello di Dio sulla Croce, adorato nella gloria regale dal papa san Giovanni Paolo II e da  san Pio da Pietrelcina stigmatizzato.

Gli Angeli onorano l’offerta dell’Agnello di Dio sulla Croce, adorato nella gloria regale dal papa san Giovanni Paolo II e da san Pio da Pietrelcina stigmatizzato.

Nel presbiterio il Risorto e la nuda Croce dell'immolazione presso l'altare e ai lati, della tribuna due dipinti del pittore Salvatore Tricarico raffiguranti la Beata Vergine Maria di Nazareth nella tenerezza con il divin Figlio e  nella apparizione ad Alfonso Ratisbonne.

Nel presbiterio il Risorto e la nuda Croce dell’immolazione presso l’altare e ai lati, della tribuna due dipinti del pittore Salvatore Tricarico raffiguranti la Beata Vergine Maria di Nazareth nella tenerezza con il divin Figlio e nella apparizione ad Alfonso Ratisbonne.

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MONTI FILIPPO CELESTINO scrive il diario della costruzione di CASTEL CLEMENTINO in Servigliano 1758 -1798

MEMORIE DELLA EDIFICAZIONE DEL CASTEL CLEMENTINO IN SERVIGLIANO DI FERMO

REGISTRATE DAL SACERDOTE FILIPPO CELESTINO MONTI L’ANNO DEL SIGNORE 1774

Trascrizione paleografica del manoscritto SERVIGLIANO. Il manoscritto di Filippo Celestino Monti qui in trascrizione paleografica offre l’occasione di dire Grazie al sac. Vincenzo Vagnoni vicario della Diocesi Fermana che ha recuperato questo manoscritto.
L’antico Castello diruto sul colle di Servigliano è stato traslato in pianura con la costruzione del nuovo Castello chiamato “Castel Clementino” in onore del Papa che lo fece edificare. Lieti i Serviglianesi.
Si comprende che l’ortografia ed i vocaboli non sono quelli dell’ Italiano corrente
\c. I\ MEMORIE DELLA EDIFICAZIONE DEL CASTEL CLEMENTINO IN SERVIGLIANO DI FERMO REGISTRATE DAL SACERDOTE FILIPPO CELESTINO MONTI L’ANNO DEL SIGNORE 1774\\ c. II\
Notizie della Riedificazione del Castello di Servigliano in oggi detto Castel Clementino fatta nel Piano di Santa Maria negli anni, come in appresso con una brieve, mà veridica descrizzione di quanto seguisse prima della sudetta riedificazione.
Fin dal Mese di Luglio dell’Anno 1763. incominciarono nell’antico, e per più titoli rinomato Castello di Servigliano Stato e Diocesi di Fermo à far luttuosa comparsa le sotterranee precipitose rovine con segni evidenti di un’esterminio totale del Luogo. Si usarono immantinente dagli Abbitanti le più sollecite, e possibili diligenze per ripararle; mà stante il troppo avanzato Sobbollimento del Terreno, fùron’ vani gli apprestati rimedi; così ché gli Abbitanti furono in necessità posti di avanzarne (non ostante la contrarietà di alcuni) al Sommo Pontefice -Carlo Rezzonico Veneziano – Clemente Terzodecimo le Suppliche affin di conseguirne un qualche Ajuto in un sì grave Emergente. Se ne fecero pertanto dal Procuratore del Pubblico al detto Pontefice replicate Istanze, in sequela delle quali la Sacra Congregazione del Buon Governo, e per Essa l’Em.o Lante Prefetto ordinò, che si riconoscesse il Castello da un Architetto della Rev.a Camera ed infatti non passò molto tempo, che giunto l’Architetto Orlandi in questo sud.° Castello per rinvenire la principal causa delle rovine doppo varie Ispezzioni ocularmente fatte da vecchio rimbambolito alla presenza \ c.II v\ di molta Gente francamente asserì provenir le rovine dallo Scuotimento delle Piante che all’intorno esistevano. Alli passati spropositi dell’Orlandi Architetto si unirono ancora le stravaganze dell’Em.o Lante (quale, quantunque avute per altra parte le più singere informazioni, e rilevato il pericolo, in cui in realtà trovavasi l’intero Popolo di Servigliano sénza aver verun’ riguardo à Contadini abbitanti nella contermina Campagna di detto Luogo) emanò il Decreto, che gli Abbitanti del Castello di Servigliano andassero ad abbitare ne circonvicini Paesi. All’avviso di Decreto sì storto qual fusse per essere il rammarico de Serviglianesi, chi ha senzi di cristiana Relligione può figurarselo certamente. Ciò non ostante (giacché a sperar nulla di buono vi rimanesse) animati da quell’innato coraggio diffùso (dirrò così) in tutti i Serviglianesi si risolsero doppo la Morte di Clemente Terzodecimo di spedire in Roma un Deputato, affin colla viva voce avvalorasse l’Affare, che tanto à tutti premeva. Convocossi pertanto di unanime consenso il Consiglio, e dopo discussa maturamente La proposta restò eletto a pieni Voti per Deputato il Signor Domenico Felice Monti colle faccoltà amplissime di deputare altro in sua Vece, ed infatti impedito da varij domestici Interessi il Monti sostituì in suo Luogo il Signor Capitan’ Giandomenico Iaffei con tutte quelle faccoltà ad esso dal pubblico Consiglio conferite. Stante dunque detta Sustituzione portossi il nomato Sig.e Deputato in Roma, e rinovate al Sacro Collegio le istanze, ne ottenne non solo il decreto ad novum Ponteficem ma ancora la Spedizione del Sig. Virgilio Bracci Architetto della Rev.da Camera per considerare se poteva, o no, avere sussistenza il Castello. Portossi il Bracci in Servigliano e doppo varie osservazioni conchiuse che stante l’avanzato pericolo era di mestiere venirsi alla riedificazione di esso. Alla relazione del Bracci fatta non solo al Sacro Collegio ma ancora al nuovo Sommo Pontefice Clemente Quartodecimo Ganganelli ne ottenne \cIII\ il Deputato sud.° la spedizione di due Chirografi, uno per la riedificazione del Castello diretto all’Em.o Lante Prefetto della Congregazione del Buon Governo, e l’altro spirituale per l’erezzione di altra Cura nel nuovo Castello diretto all’Em.o Card. Urbano Paracciani Arcivescovo di Fermo segnati da Castel Gandolfo sotto li 9 Ottobre 1771 da farsi nel circondario di Santa Maria del Piano col nome di Castel Clementino, come leggesi nella Lapide posta nella Porta verso il Convento dei Minori Osservanti di d.° Luogo. Dopo la sudetta spedizione nacque dissenzione tra l’Em.o Lante Prefetto della Congregazione del Buon Governo e l’Em.o Paracciani Arcivescovo di Fermo, per il che restò per qualche Anno sospesa la detta rifabbrica in danno notabbile degli Abbitanti. Si eran già poste in non cale le cose e nel mentre i Serviglianesi vivevano affatto dimentichi della Grazia ottenuta, all’improvviso fù da Essi sentito seguitar la morte dell’Em.o Lante Prefetto. All’arrivo di notizia sì lieta, perché vantaggiosa, si rallegrarono al Maggior segno gli rammaricati Animi degli Abbitanti, i quali, ripreso quel spirito, che in parte perduto avevano, rinovarono al nuovo Prefetto le suppliche, affin di vederne quel felice esito, che da tutti desideravasi. Per secondare addunque le brame del Popolo di Servigliano, l’Em.o Casali nuovo Prefetto ne incaricò l’Em.o Paracciani, quale per la sollecita essecuzione del Chirografo sotto li 18 Giugno 1774 portossi in Santa Maria del Piano, ove dimorò per tre giorni interi, e doppo aver fatto non solo misurare, ma ancora restringere il Sito assegnato nella Pianta fatta dal Bracci per ordine della Sagra Congregazione del Buon Governo dal Padre definitore di Santa Maria Nuova de’ Minori Osservanti ordinò la immediata riedificazione del Castello \c.III v\ nel detto Prato, conforme ocularmente si vede interamente seguita per parte della Rev. Camera entro il termine di anni cinque coll’assistenza e direzzione del Sig. Luigi Paglialunga Architetto Fermano.
PRINCIPIO DELLA FABBRICA DEL CASTEL CLEMENTINO = 177tre =
Alli 17. Settembre 177tre Giorno di Venerdì fù dato principio allo Scavo de’ Fondamenti del primo Braccio delle Case, che si fAnno a proprie spese dalla Rev. Camera verso il Convento de’ Minori Osservanti.
Alli 22. d.° Giorno di Mercoledì furono incominciati à murare li fondamenti delle Case del primo Braccio.
Alli 7. Ottobre 177tre. Furon compiti tutti li fondamenti laterali delle Case del primo Braccio, ed immediatamente fù inalzata una Casa di Stanze quattro, contigua alla Porta del nuovo Castello posta in faccia del Convento, per comodo de’ Muratori.
ANNO I DELLA EDIFICAZIONE DEL CASTEL CLEMENTINO = 1774 =
Entro il Mese di Aprile 1774. Fu messo mano alle Case del primo Braccio verso il Convento, e restarono interamente cuperte, e terminate entro il Mese di Decembre di dett’Anno.
Alli 17. Maggio 1774. Giorno di S. Pasquale Bajlon dal Sig. Primicerio Lodovico Porti Fermano e Sopraintendente della Fabbrica del Castel Clementino, fù posta ne fondamenti della Chiesa cavati entro il Mese \c.IV\ di Aprile 1774. la prima Pietra venuta da Roma, e mandata da Clemente Quartodecimo. Era questa di Marmo bianco fatta a guisa di Cassetta con il suo Coperchio, che incassava al di dentro lunga Oncie 21. e larga oncie 12. con entro diversi Agnus Dei, alcune Medaglie, ed una descrizione in Rame in cui leggesi il Nome del Pontefice, il Titolo della Chiesa ed anco il nome del nuovo Castello. Venne la suddetta, dopo fatta la solita benedizzione collocata sotto il fondamento del Pilastro vicino all’Altare Maggiore in Cornu Evangelii, del che ne fù formato pubblico Istromento dal Notaro Sig. Domenico Taccari da Loro segretario pubblico di Servigliano sotto li sudetti Giorno Mese ed Anno.
Alli 14. Settembre 1774. Fu dato principio allo Scavo de’ Fondamenti della Torre della nuova Chiesa, ed anco fù dato principio alla Elevazione della Porta verso il Convento, quale in dett’Anno venne alzata palmi dieci circa.
Entro il Mese di Ottobre 1774. furono cavati li fondamenti del Braccio secondo delle Case verso la Chiesa, quali restarono compiti nel principio del Mese di Decembre 1774.
Nel Mese di Aprile 1774. fù demolita affatto la Chiesa del Convento soppresso di S. Agostino fuori delle Mura del Castello, dalli Muratori della Rev. Camera.

ANNO II DELLA EDIFICAZIONE DEL CASTEL CLEMENTINO = 1775 =
Alli 7. Aprile 1775. Furono terminati li fondamenti della Torre, quali sono profondi e larghi Palmi romani Num° 35.
Entro il Maschio o sia Fondamento della Torre vi è un Canaletto, per cui pasSano le Acque di una Vena trovata nello Scavo del Fondamento verso circa la metà di Esso, qual Vena ha il suo principio dalla parte \c.IV v\ verso la Piazza, ed esce dalla parte verso Marina imboccando nel Fosso poco distante dalla Torre.
Alli 28. Aprile 177cinque. Furono spiccati sopra a terra non solo li Muri della Torre, ma ancora quelli della Chiesa, e nello stesso tempo venne inalzato il Braccio delle Case verso Marina, quale restò intieramente coperto in dett’Anno. Li Muri poi sì della Torre, che della Chiesa furono inalzati sopra a terra Palmi romani Num° 40. In detto Anno ancora furono cavati, e compiti li fondamenti del terzo Braccio verso Servigliano vecchio.
Alli 25. Giugno 177cinque Li Corpi de’ Santi Serviliano Martire e Gualtiero Abbate con tutte le altre Sante Reliquie furono traslate dalla Chiesa Parocchiale di S. Marco Evangelita alla Chiesa del Suffragio, e riposte entro un Cassone munito di due chiavi, ed il Giorno doppo furon’ tolti tutti gli Altari, e tutt’altro che v’era al di dentro.
Alli 10. Luglio 1775. Seguì lo sfascio totale della Chiesa di S. Marco.
Alli 14. Agosto 1775. Fu demolita la Casa Parocchiale, ed il Giorno doppo il Magazzeno della Ven. Compagnia del SS. Sagramento.
La suddetta Chiesa Parocchiale di S. Marco di Servigliano fù edificata, secondo la memoria trovata descritta in una Pietra incastrata nel Muro dalla parte di Mezzo Giorno l’Anno 1152. in tempo di Eugenio III Sommo Pontefice, e restaurata li 24. Maggio 1570. Sicché la suddetta Chiesa dalla Edificazione sino al Giorno della dimolizione erano corsi anni 624.
SI DESCRIVE IL PRESENTE MIRACOLO PER MEMORIA
Alli 29. Giugno 177cinque nel portarsi la cassa di Pietra entro cui conservavasi il corpo di S. Gualtiero Abbate nella Chiesa della Madonna \c.V\ Santissima della Lagrime fuori delle Mura, a solo fine di tenerla per ogni bisogno, e lontana da ogni dispreggio, da diece Homini sopra lo Sterzo della Casa Gualtieri, uscitosi accidentalmente dalle mani di Giovanni Morelli il bastone, con cui tiravasi il detto Sterzo, ed attesa la violenta fuga, fù necessitato cadere per terra; così che la ruota di esso dovette passare con tutto il peso sopra ambedue le gambe del Morelli, quale per altro non restò offeso in veruna parte del Corpo, conforme venne riconosciuto dà molti che si trovarono presenti. Osservossi solamente una piccola Lividura in una Gamba che svanì in un istante senza incomodo del Morelli, quale immediatamente se ne volò alla Chiesa, ove era stata riposta, e collocata la detta Cassa a ringraziare il Santo della Grazia fattagli in quell’istante.
Entro il Mese di Settembre 177cinque restò terminata la prima Porta del nuovo Castello verso il Convento dei Minori Osservanti, in cui verso il fine di detto Mese venne inalzata una Lapide colla seguente descrizzione:

CLEMENS XIV PONTIFEX MAXIMUS
VETERIBUS INCOLIS SERVILIANI
OB SOLUM, DOMOSQUE FATISCENTES
PATRIAE EXTORRIBUS
NOVUM OPPIDUM ET OPPIDO NOMEN
DEDIT
< Il pontefice massimo Clemente XIV agli antichi abitanti di Servigliano esuli dalla patria a motivo del suolo e delle abitazioni fatiscenti diede un nuovo Castello cui diede anche il nome >

Nell’Anno 177cinque fù cavata, e terminata la prima Chiavica sotterranea avanti le Case del primo Braccio verso il Convento.

ANNO III DELLA EDIFICAZIONE DEL CASTEL CLEMENTINO = 1776 =
Nel Mese di Aprile 1776. fù incominciata la Elevazione del terzo Braccio delle Case verso il vecchio Castello di Servigliano, ed ancora \c.V v\ della Porta posta in detto Braccio.
Alli 10. Settembre 1776. restò coperto tutto il detto Braccio, ed alli 18. d.°, compita la detta Porta.
Alli 10. Agosto 1776. L’EsattOre Sig. Capitano Giamdomenico Jaffei pagò al Sig. Primicerio Porti per ordine della Sagra Congregazione del Buon Governo Scudi duecento per il Cemeterio fatto edificare dalla R. Camera nella nostra Chiesa del Castel Clementino.
Nel Mese di Ottobre 1776. Furono cavati li Fondamenti del quarto Braccio ultimo della R. Camera posto verso la Strade di Belmonte, ed in detto Anno furono tutti compiti.
Alli 15. Novembre 1776. Giorno di Lunedì fù dato principio alla Elevazione della Porta del Paese verso Belmonte quale restò alzata in dett’Anno sino all’impostatura dell’Arco, ed il quarto Braccio delle Case sino al piancito.
La seconda chiavica avanti le Case del Braccio verso Servigliano vecchio fù cavata e terminata in dett’Anno.

LI PRIMI ABBITATORI DEL SUDETTO NUOVO CASTELLO (tolti li Muratori) furono li seguenti:

Vincenzo Fagiani in qualità di oste l’Anno 1774 I
M.ro Franc.co Ant.° Ranaldi entro Novembre 1775 II
Il Sig. Domenico Felice Monti entro Novembre 1775 III
La Sig.a Mad.a Pierangelini li 25 Maggio 1776 IV
Il Sig. Dom.co Taccari da Loro Seg.rio li 12 Agosto 1776 V
Angelantonio Flammi li 8 Novembre 1776 VI
Carlo Manilj li 15 Novembre 1776 VII

\c.VI\ ANNO IV DELLA EDIFICAZIONE DEL CASTEL CLEMENTINO = 1777 =

Alli 18. Aprile 1777. fù di nuovo messo mano alla Elevazione della Porta del Castello verso Belmonte, e restò intieramente compita li 12 Luglio 1777.
Alli 3. Marzo 1777. Fu dato principio alla Elevazione della Chiesa e facciata di essa, e restò cuperta, e terminata li 6 Settembre 1777 Giorno di sabbato.
Alli 4. Agosto 1777. Incominciarono li Muratori à fabbricare le Case del quarto Braccio verso Belmonte, e restarono cuperte li 4 Ottobre 1777. e stabbilite al di dentro verso la fine di Decembre di dett’Anno.
Alli 26 Giugno 1777. Giorno di Giovedì sulle Ore 23 fù inalzata altra Lapide nella Porta verso Belmonte colla seguente Iscrizzione:

OPUS NOVI OPPIDI
CLEMENTIS XIV JUSSU INCHOATUM
PIUS VI PONTIFEX MAXIMUS
SINGULARI IN SERVILIANENSES
LIBERALITATE MAXIMAM PARTEM
INGENTI SUMPTU ABSOLVIT

< Il pontefice massino Pio VI per straordinaria generosità verso i Serviglianesi, portò a compimento nella massima parte con enorme spesa la costruzione del nuovo castello incominciato per ordine di Clemente XIV >

SIEGUE IL CATALOGO DELLE FAMIGLIE ANDATE AD ABBITARE NEL NUOVO CASTELLO

La Sig.a Rosaria Navarra li 24. Luglio 1777 VIII
Il Sig. Domenico Malatesta li 31. Luglio 1777 IX
Il Sig. Gaetano Simonetti il primo Agosto 1777 X
Maria Di Mattia li 13. Agosto 1777 XI
\c.VI v\
Il Sig. D. Francesco Navarra li 27. Agosto 1777 XII
La Sig.a Maria Costantini li 27. Agosto 1777 XIII
Il Sig. D. Niccola, e nipoti Jaffei li 6. Settembre 1777 XIV
Il Sig. D. Filippo Celestino Monti li 22. Ottobre 1777 XV
Alli 15. Luglio 1777. Fu nuovamente incominciato a fabbricare la Torre, quale dal Colmareccio delle Case della R. Camera fin dove era stata inalzata nell’Anno 177cinque, venne elevata fino alla metà del Finestrone.
Alli 7. Settembre 1777. Il Sig. Marchese Sperelli fece per la prima Volta nel Castel Clementino la Visita delle Otto Squadre de Soldati.
Alli 13. Ottobre 1777. Fu dato principio allo Scavo della Chiavica terza in faccia alla nuova Chiesa, e fù terminata li 9 Decembre 1777.
Alli 30. Ottobre 1777. Fu terminato il Portone di Pietra per la Porta Maggiore della Chiesa lavorato dal Sig. Angelo Albertini Scarbellino Anconitano e messo nella Porta li 20 Novembre 1777.
Alli 5. Novembre 1777. Venne incominciata la Volta della Chiesa del nuovo Castello, e restò compita li 24. Gennaro 1778.

ANNO V DELLA EDIFICAZIONE DEL CASTEL CLEMENTINO = 1778 =

Alli 22. Gennaro 1778. Fu cavata e murata la Chiavica ultima avanti il quarto Braccio delle Case della R. Camera verso Belmonte, e restò terminata li 6. Aprile 1778 Giorno di Lunedì.
Alli 26. Gennaro 1778. Il Sig. Stefane Interlenchi Stuccatore diede principio alli Stucchi della nuova Chiesa ed incominciò dal Cartellone sopra l’Altare Maggiore, in cui leggesi la seguente descrizzione:
SANCTIFICAVI LOCUM ISTUM
UT SIT NOMEN MEUM IBI IN SEMPITERNUM

< Ho santificato questo luogo affinché qui il mio nome resti in eterno >

e furono terminati \c.VII\ (non compresi gl’altri Stucchi sotto il Cornicione) li 23 marzo 1778.
Alli 27. Aprile 1778 fù messo mano alla Torre della nuova Chiesa lasciata sotto il 4 Novembre 1777 imperfetta stante la Stagione contraria e freddosa, e fù terminata li 17 Giugno giorno di Mercoledì vigilia del Corpus Domini.
Alli 7. Settembre 1778 furono in essa incominciate le Volte, le Scale e restarono compite intieramente li 12 Ottobre 1778 \ Le Volte e Scale della Torre furono murate da mastro Attilio Sfasciapagliari da Monte Cassiano\.
Alli 24. Agosto 1778 furono calate le Campane dal Campanile del vecchio diruto Castello. Sotto li 25 detto m. furono trasportate nel nuovo Castello. Alli 26 detto furono tirate nel nuovo Campanile, e alli 28. d° tutte sonate a festa. Il tutto fù fatto colla direzzione e spesa del Sig. Serafino Donati Campanaro da Ortezzano, a cui la R. Camera somministrò Scudi venticinque.
Alli 27. Aprile 1778. Il Sig. Stefane Interlenghi diede principio alli Capitelli e Cartelloni ed anco agli altri Stucchi che sono sotto il Cornicione, e restò il tutto compito li 21 Agosto 1778.

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Il Sig. Francesco di Gualtiero li 30 Aprile 1778 XVI
M.ro Venanzo Totti li 24 Maggio 1778 XVII
Il Sig. Niccola Navarra li 12 Agosto 1778 XVIII
Alli 3. Agosto 1778. Fu messa nella nuova Torre la Sfera di Pietra lavorata dal Sig. Angelo Albertini fattagli fare dalla R. Camera, e pagata da questa Comunità Scudi Venti.
Alli 7. Settembre 1778. Vi furono in essa segnate le Ore ed incise li 10 d.°.
Alli 21. Agosto 1778. Fu incominciato nel Muro del Coro l’Ornamento per il Quadro dell’Altare Maggiore dal Sig. Lorenzo Bernasconi Milanese, e Compagno del Sig. Stefane Interlenghi, e sotto li 19 Settembre 1778 restò \c.VII v\ terminato.
Alli 7. Settembre 1778. Furono murate nella Porta magiore della nuova Chiesa le due Acque Sante di Pietra color di Carne lavorate dal Sig. Angelo Albertini Anconitano da mastro Tomasso Sfasciapagliari da Monte Cassiano.
Alli 14. Settembre 1778. Fu incominciata a murare la Mensa dell’Altare maggiore la quale restò terminata e compita intieramente li 26 Ottobre 1778. Giorno di Lunedì.
Alli 24. Settembre 1778 fù dato principio al Pulpito della nuova Chiesa da Mastro Giuseppe Perugini Falegname, e venne stuccato dal mastro Giovanni Principi quale compì l’opera lì 13. Ottobre 1778.

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Il Sig.e D. Giuseppe Felici li 20 Settembre 1778 XIX
La Sig.a Girolama Gualtieri li 15 decembre 1779 XX
Rosa Piermarini e Sorella non vollero venirci – – –
Domenica Rubini li 16 Agosto 1779 XXII
Il Sig. Pietrantantonio Gualtieri li 24 Ottobre 1779 XXIII
Il Sig. Don Francesco Jaffei restò nel diruto Castello con tutta la sua famiglia ma sotto li 27. Gennaro 1790
venne ad abbitare XXIV
Alli 26. Settembre 1778. Giorno di Sabbato fù piantato l’Altare di S. Gualtiero Abbate da Mastro Vincenzo Lupidij da Monte dell’Olmo, Muratore, e terminato li 30 Settembre 1778. = J J =
Alli 30. Settembre 1778. Giorno di Mercoledì fù piantato l’Altare di S. Servigliano Martire dal sud.° Muratore, e terminato li 5 Ottobre di detto Anno. = J J J =
\c.VIII\
Alli 6. Ottobre 1778. Giorno di Martedì fù piantato l’Altare de’ SS. Giovanni, e Giacomo dal sudetto Muratore, e terminato li 8 d.° 1778. =IV=
Alli 9. Ottobre 1778. Giorno di Venerdì fù piantata la Mensa dell’Altare della Madonna delle Rose dal sud° Muratore, e terminato li 12 d.° 1778. =V=
Alli 12. Ottobre 1778. Giorno di Lunedì fù piantata la Mensa dell’Altare della Madonna Ss.ma del Rosario dal sud.° Muratore e terminata li 14 d.° 1778. =VI=
Alli 14. Ottobre 1778. Giorno di Mercoledì fù piantata la Mensa dell’Altare di S. Antonio Abbate dal sud.° Muratore, e terminata li 17 d.° 1778. =VII=
Li Quadri de Santi Gualtiero Abbate – Serviliano Martire – Giovanni e Giacomo Apostoli – della Madonna delle Rose e S. Caterina, furono dipinti dal Sig. Filippo Ricci da Fermo, e messi negli Altari li 29. Maggio 1779.
Li sudetti Altari furono fatti a spese delli benefiziati e lavorati dal Sig. Stefane Interlenchi Stuccatore Milanese nell’Anno 1778, e terminati intieramente alli 29. Maggio 1779. Giorno di Sabbato e vigilia della Ss. Trinità.
Alli 26. Ottobre 1778. Giorno di Lunedì fù messo il Quadro nell’Ornamento dell’Altare maggiore, e di poi fù dato principio alla piancitura del Presbiterio, e corpo della Chiesa, quale restò compita e terminata li 18. Decembre 1778. Giorno di Venerdì.
Alli 30. Ottobre 1778. Giorno di Venerdì fù messo il portone di legno nella porta Maggiore della nuova Chiesa lavorato da Mastro Giorgio Vecchi Falegname nella città di Fermo ed inverniciato dal Sig. Felice Anzidei da Fallerone di color’ piombino sotto li 5 Novembre 1778, \ ed alli 18. Maggio 1779 fù messa la Balaustra nel Presbiterio.
Alli 19. Novembre 1778. Giorno di Giovedì sulle Ore diecessette, e mezza arrivò entro il nuovo Castello la Cassa di Pietra di S. Gualtiero Abbate trasportata con due paia di Bovi da Francesco e Marco Pensé con Sbaro di Mortali, e Suono di tutte le Campane di d.° Luogo, associata da me Filippo Celestino Monti, e collocata li 10. Febraro 1779.
\c.VIII v\
Alli 20. Novembre 1778. Giorno di Venerdì fù incominciata a murare nel Pavimento della nuova Chiesa la Stella da Mastro Francesco Lupidj da Monte dell’Olmo, quale restò terminata la sera delli 24. d° giorno di Martedì.
Alli 21. D.° Giorno di Sabbato fù dato principio al Battesimo della nuova Chiesa lavorato dal Sig. Stefane Interlenchi stuccatOre e restò compito li 4. Decembre 1778. Giorno di Venerdì.
Alli 28. Marzo 1779. Giorno di Lunedì fù dato principio dalli Muratori della Camera alla Volta sopra al Cemeterio, e da essi restò terminata la sera delli 9. Aprile 1779. Giorno di Venerdì.
Alli 10. Aprile 1779. Giorno di Sabbato fù collocato nella stanza del detto Cemeterio l’Altare di legno indorato proprio della Madonna Santissima del Rosario.
Alli 30. Marzo 1779. Giorno di Martedì fù incominciato a murare il Muraglione fatto fare dalla Camera nel principio del Fosso sopra li Frati per fortezza, e commodo delle Acque che devono ivi passare, e fù terminato li 12. Aprile 1779. Giorno di Lunedì.
Alli 19. Aprile 1779. Partirono tutti li Muratori della Rev. Camera dal Castel Clementino, essendo stato terminato quel tanto s’era da essa R. Camera incominciato.
Alli 15. Maggio 1779. Giorno di Sabbato furono messi negli Altari nuovi i Quadri della Madonna del Rosario e di S. Antonio Abbate, come ancora tutte le Pradelle nelli Otto Altari fatte da Mastro Pietrantonio Perugini da Monsampietro Morico.
Alli 30. Maggio 1779. Giorno di Domenica da Mons. Lodovico Primicerio Porti Fermano fù benedetta la nuova Chiesa eretta nel Castel Clementino. In d° giorno fù la Festa della SS.ma Trinità.
Alli 24. Agosto 1779. Giorno di Martedì fù incominciato ad incessare l’Ornamento del Quadro dell’Altare magiore, Mensa, e Balaustra \c.VIII bis\ affine d’indorarsi e Marmirsi dal Sig. Luigi Baldelli Indoratore da Macerata Abbitante in Rapagnano, e terminò il sud.° lavoro coll’Assistenza di me Filippo Celestino Monti Deputato li 30. Ottobre 1779.
Alli 4. Ottobre 1779. dal sud° Sig. Baldelli per ordine di me Deputato fù incominciata a marmire la Cassa di S. Gualtiero Abbate e riquatrare al di dentro la Nicchia da me Deputato fatta, costruire affine di ricollocarsi la Cassa di detto Santo, ed il tutto restò terminato li 30. Ottobre 1779.
Alli 24. Ottobre 1779. Giorno di Domenica seguì la Traslazione delli Santi Corpi Serviliano Martire, e Gualtiero Abbate dal vecchio Castello al Castel Clmentino con pompa solenne ed Accompagno di tutto il Clero e Squadre otto di Soldati. Alla sera delli 24 vi fù il Vespero in Musica. – Alla mattina delli 25. la Messa solenne in Musica, ed alla sera il Te Deum col Tantum Ergo parimenti in Musica.
Alli 26. lo Steccato ed alla sera l’Oratorio che fù dedicato all’Em.o Casali Prefetto della Congregazione del Buon Governo con Fochi Artificiali, e Sbaro de Mortali. – Fece la Funzione Mons. Lodovico Porti Fermano.
Alli 7. Ottobre 1779. Giorno di Giovedì sulle Ore 22. arrivò entro questa Terra di Castel Clementino l’Organo portato dal Sig. Rafaele Fedeli della Rocchetta di Camerino, e fù reso sonante li 22. Ottore 1779.
\c.VIII bis.v\
Alli 2. Novembre 1779. In vigore del Breve ottenuto dal Sommo Pontefice Pio VI. furono incorniciati i Mercati in questo Castel Clementino in Giorno di Martedì, restando fissati in tutti li Martedì dell’Anno, come al detto Breve, che conservasi in Comunità sotto le quattro chiavi.
Alli 27. Giugno 1780. Giorno di Martedì da Mastro Tomasso Sfasciapagliari Muratore furono incominciati à muraRe i baccili sotto le Glondare de’ Coppi dalla parte di fuori del Paese per tener’ le Cantine e Sommassi lontani dalle Acque ed indi furono le Stradi intorno al Paese imbrecciate per ordine della S. Congregazione del Buon Governo restando il tutto terminato sotto li 12. Agosto 1780.
Alli 11. Novembre. 1782 furono incominciate à piancire l’altra metà delle Strade e tutta la Piazza à spesa della R. Camera, qual’opra restò compita li 27. Luglio 1783. dal Muratore Attilio Sfasciapagliari da Monte Casciano Abbitante in questo Luogo.
Alli tre Luglio 178tré. Prese possesso il Sig. Don Filippo Burocchi dalla Terra della Penna San Giovanni della nuova cura eretta nella Chiesa della Madonna \c.VIII ter \ SS.ma della Piaggia vicino al diruto Castello di Servigliano per commodo di quel popolo rimasto nelle vicinanze di esso coll’Assegnamento di Scudi 60. annui, restando per tutto il bisognevole della Cura e mantenimento della Chiesa e lampada obligati li Parrocchiali a tenore della Supplica da Essi avanzata à Mons. Andrea de’ Conti Minucci Arcivescovo di Fermo.
Alli 28. Giorno di Sabbato del Mese di Agosto dell’Anno1784. fù dato principio al Palazzo Pubblico di Castel Clementino dal Muratore Attilio Sfasciapagliari, e figli colla direzzione del Sig. Architetto Luigi Paglialunga Fermano a cui restò nella candela per il prezzo di Scudi tre mila e quattro Cento a porte chiuse, e fù interamente compito entro il Mese di Marzo dell’Anno 1789.
A dì tre Luglio 1784.
Sulle Ore Ventiquattro, e quarti tré di Notte, Giorno di Sabbato da Serafino Donati fù rifùsa la Campana Maggiore della Chiesa di S. Marco di Castel Clementino. La Mattina delli otto fù consacrata da Mons. Andrea Minucci Arc.vo di Fermo. Alli 9 d.° \c.VIIIter v\ sulle Ore ventitré fù tirata sul Campanile e alle 10. d.° fù sonata per la prima volta. Detta Campana rifusa è di peso Libre 3610 (tremila sei cento dieci).
Alli 25. Luglio 1784. Mercoledì fù rifùsa ancora dal sud.° la quarta Campana detta di S. Agostino, quale pesa Libre cento trenta nove (139).
Adì 7. Settembre 17ottantasei furono spedite le Bolle per l’Erezione della Collegiata di questo Luogo di Castel Clementino per le quali furono spesi Scudi 1015:50 Autore di essa fù il Dottore D. Filippo Celestino Monti.
Alli 6. Marzo 17ottantasette. Fù preso il Possesso, per cui intervennero Mons. Vicario Generale Antonio (Adami) e il Sig. Giovanni Monti Notaro, e Cancelliere Generale della Curia Arcivescovile.
Adi 25. Maggio 1787. Il Sig. Saverio Angelini Fermano indorò la Cappella di S. Gualtiero per Scudi 162.
Adi 29. Aprile 1788. Fù terminata la Torre nuova fatta fare dal P. Giuseppe di Castel Clem. Guardiano nella Chiesa di Santa Maria del Piano.
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FILIPPO CELESTINO MONTI

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DE ANGELIS DON OTTAVIO docente lingue classiche greco latino manuali moderni

DON OTTAVIO DE ANGELIS riformatore dello studio delle lingue classiche. Notizie desunte da uno scritto di don Rolando Di Mattia
Il prof. don Ottavio De Angelis, esimio docente di lettere classiche è ben degno di essere annoverato tra le figure illustri del clero fermano.
Don Ottavio De Angelis nacque a Carassai (AP) il 16 Giugno 1876 da Barnaba e Maria Utrek. A dieci anni entrò nel Seminario di Fermo dove si distinse per intelligenza e impegno negli studi.
Nel 1900, ancora diacono, partì per Buenos Aires come segretario particolare di Mons. Sabatucci, internunzio in quella capitale, e fu ordinato sacerdote il 14 maggio 1900, durante il viaggio.
Tornato in patria nel 1903, andò cappellano a Monte S. Giusto, e da lì, nel 1905, ancora cappellano della parrocchia di S. Lucia di Fermo. Seguì con interesse le vicende del movimento di don Romolo Murri che tra la fine dell’800 e gli inizi del ‘900 agitarono la Diocesi di Fermo.
Intanto approfondiva lo studio delle lingue classiche, ricavandone un metodo che informerà i manuali di grammatica e sintassi poi pubblicate tra il 1926 e il 1936 mentr’era docente di lingue classiche nel liceo classico a Fermo in Seminario, dal 1928. In seguito, dal 1940, docente in città al liceo classico statale.
Nel 1929 veniva nominato canonico della Metropolitana di Fermo. Nel 1946 fu colpito da trombosi meningea. Resse alla malattia con la consueta virile e cristiana serenità, fino alla morte avvenuta il 1 giugno 1961 festa del Corpus Domini.
Attingo ai ricordi di scuola ancora ben vivi, benché lontani negli anni, e pieni di fiducia, perché cresciuti e maturati nella vita. Siamo stati alla sua scuola per sei anni scolastici consecutivi: dal 1927/28 al 1932/33, e per diverse discipline: lingua francese negli ultimi anni del nostro ginnasio; lingua greca nel ginnasio superiore; triplice lingua e letteratura italiana, latina, e greca nei tre anni di liceo: un bel complesso di “studi dell’umanità (humanitatis)”. Tratteggerò alcuni aspetti della venerata figura.
IL PROFESSORE.
Il prof. De Angelis, nel 1926, pubblicava, con l’editore Carabba di Lanciano, il suo “Nuovo modo di esporre la morfologia greca elementare”; ad esso, nel 1927, seguiva il “Corso di esercizi greci in conformità alla grammatica dello stesso autore con un facile e rapido corso per apprendere i vocaboli greci”; e ad integrare il tutto, nel 1928, la “Sintassi greca elementare o guida per tradurre dal greco”.
In quarta ginnasio nel 1928/29 era il nostro professore di greco. E il suo metodo era veramente nuovo. Il professore ci riempì di meraviglia quando, alla prima lezione, ci disse che la grammatica non serviva o serviva poco; che noi avevamo imparato a parlare l’italiano senza sapere la grammatica la quale c’era stata utile più tardi per prendere chiara coscienza della lingua. L’importante era conoscere i vocaboli che ci avrebbero permesso se non di parlare in greco, certamente di leggere gli autori greci comprendendo il senso dei testi; che il tutto sarebbe stato più facile di quanto noi potevamo immaginare! C’era da crederci?
Il professore che era ben esperto in materia e ci confidò poi che stava preparando un vocabolario della lingua greca consono al suo metodo di insegnamento. Era persuasivo. Ci mettemmo al lavoro con entusiasmo.
Il libro degli esercizi presentava 150 radici di vocaboli, portatrici di concetti fondamentali: attorno ad ognuna di esse si snodava una bella sfilza di 10/15/ 20 vocaboli che di quel concetto davano le articolazioni e le sfumature: prefissi e suffissi arricchivano il patrimonio, e il processo di “gradazione vocalica” lo incrementava ancora con il passaggio dal significato originario ad uno affine.
Nel giro di pochi mesi eravamo in possesso di 1500/2000 vocaboli e ci muovevamo con passo sempre più spedito nella lettura di favole e poi di brani di prosa dalla struttura man mano meno semplice, mentre il professore ci somministrava le dosi di grammatica, e più tardi di sintassi, necessarie per il nostro lavoro. Più che tradurre, noi “leggevamo” i testi.
La cosa ci entusiasmava e si lavorava di buona lena! Continuando con questo metodo e moltiplicando le letture di opere intere, al termine del liceo, chi voleva, leggeva correntemente prosatori e poeti. Lo stesso procedimento e gli stessi risultati per il latino.
Il professore Ottavio De Angelis, nel 1930, pubblicava “Le sintassi italo-latina comparate” per ginnasi superiori e licei, e nel 1936 gli “Esercizi di sintassi e di stilistica latina in conformità della sintassi italo-latina comparata dello stesso autore”.
Il professore sempre era comprensivo e pretendeva da ciascuno in rapporto alle sue possibilità, per cui con lui la scuola era stimolante sempre, odiata mai!
IL ‘MAESTRO’
Don Ottavio De Angelis offriva una lezione di rara densità in cui ci veniva aperto il senso e sottolineato il valore dello studio dei classici delle varie letterature. Era uno studio che non si doveva ridurre, per ciascun autore, a sapere “dove nacque, quando visse, cosa fece, cosa scrisse e che giudizio i dotti danno degli scritti ch’egli lasciò”.
Dovevamo cogliere con intelligenza, e vagliare criticamente il messaggio umano dell’autore: la sua visione dell’uomo e della vita, del mondo e della storia, e la influenza esercitata nella generale evoluzione della mentalità e del costume: il tutto perché riuscissimo a vivere il nostro tempo con la chiara coscienza della ricchezza di motivi, problemi, prospettive in esso maturati per l’apporto di quegli autori, di quelle culture.
Questi criteri, vissuti nella nostra scuola, sono efficacemente illustrati nella “Lettera-prefazione didattica” indirizzata ai “cari giovani” e datata “Fermo, 1956” che il prof. De Angelis ha voluto premettere a “Idee generali e quadri della letteratura italiana”.
Si tratta di un bel volume di “appunti, giudizi, sintesi” che dovevano certamente servire per una stesura definitiva dell’opera, resa poi impossibile dall’aggravarsi della malattia e dalla successiva morte del professore. Bene ha fatto il nipote, Aw. Ottavio Albanesi, a pubblicarli a Fermo nel 1971, ad onorarne la memoria e a rispettarne la volontà che era quella di aiutare i giovani studenti.
Gli innumerevoli autori di cui sono ricche le letterature, radiografati dal nostro Professore, hanno contribuito largamente a farci scoprire ed analizzare i molteplici aspetti della vita umana privata e pubblica: dall’angoscia del dubbio ad una granitica visione di fede, dalle tenerezze dell’amore al sorriso scettico e beffardo, dal desiderio di solitudine alla passione politica e civile, dall’attenzione al “particolare” alla visione unitaria di interi cicli storici.
Naturalmente il Nostro aveva i suoi autori preferiti e li presentava a noi con entusiasmo: autori diversi per indole, tematiche, tempi e ambienti culturali, e passione. Il Professore condivideva e commentava Orazio con gusto. Ne apprezzava l’equilibrio superiore che guarda le cose dall’alto e le governa. Equilibrio che egli aveva raggiunto e doveva essergli costato non poco con un temperamento tutt’altro che flemmatico ed in una vita non priva di vicissitudini.
Il Maestro sentiva profondamente l’elemento drammatico della vita e lo rivelava con la sua passione per il Pascoli. Aveva stabilito un rapporto epistolare con la di lui sorella Mariù. Del Pascoli il Nostro apprezzava il senso della natura e del mistero, il fine intuito che gli faceva cogliere analogie inedite tra le cose e i sentimenti, ma apprezzava soprattutto la dolorante nostalgia di un bene perduto come tra i “I poemi conviviali”: “L’ultimo viaggio” di Odisseo e all’ascolto noi sentivamo lo scorrere inesorabile della vita.
L’epilogo: “Solo mi resta un attimo. Vi prego:
ditemi almeno chi son io! chi ero!
E tra due scogli si spezzò la nave.”
E la conclusione sconsolata: “Non esser mai! Non esser mai! più nulla,
ma meno morte, che non esser più!”
La lettura finì nel silenzio attonito di noi ascoltatori! Ma il travaglio (oggi lo diremmo esistenziale) del Pascoli non era l’ultima parola del nostro Maestro. Il suo “autore” era Dante. Il “poema sacro” per il Nostro era l’universo: non un universo medievale, ma l’universo. Veramente vi avevano “posto mano e cielo e terra”. Nei tre anni del liceo Egli ci ha fatto leggere tutti i cento canti della Commedia; ce li ha commentati.
Ce ne ha letti non pochi con quella sua lettura appassionata che era efficace più di un commento. Il Maestro dava rilievo ed efficacia ad ogni lettura, e riusciva a farci gustare la soffusa luminosità delle balze del Purgatorio o a rivelarci l’incanto degli sfavillanti splendori del Paradiso nella ineguagliabile efficacia di indimenticabili versi.
Non possiamo però non dire che il Maestro ci allargava gli orizzonti dello spirito mettendoci dinanzi alla grandiosità e alla potenza della visione unitaria che Dante ha della vita, del mondo e della storia.
Ci apriva alla comprensione della terza cantica dove dominano la luce e lo sguardo, la bellezza e l’amore, il fulgore del volto dei beati e gli occhi di Beatrice nei quali traluce la perfezione crescente dei vari cieli, tal che Dante contemplando quegli occhi ottiene “la sua vista più sincera” (3,33,52) e si eleva fino all’empireo dove la Vergine da “li occhi da Dio diletti e venerati” implora per lui la visione di Dio “il punto che raggiava lume”, “L’Amor che move il sole e l’altre stelle”. Era il nostro Maestro! E la nostra vita diventava più “sincera”.
DON OTTAVIO SACERDOTE
Il Prof. De Angelis era canonico del Duomo celebrava al Carmine, viveva in casa sua. Eppure noi percepivamo, in tutto il suo agire, la carica dello zelo sacerdotale e la percepivamo anche in quel suo cercare i migliori aspetti della vita e del mondo ecclesiale.
Era zelo sacerdotale tutta l’attività di Maestro. Nella “Lettera-prefazione didattica” già citata, così si esprime: “Autori e critici accreditati riconoscono come il fattore spirituale cristiano- cattolico, innestato sul classicismo, è elemento efficacissimo in un’opera d’arte”. I surrogati spirituali di questo e quell’autore “sono mutuati dalle esigenze dell’anima ‘cattolica in potenza’”.
Con Papini e De Luca (in Prose di cattolici italiani d’ogni secolo del 1941) avverte “gli storici e i critici e gli eruditi” “che non si può fare storia integrale ed esatta della letteratura italiana senza tener conto di quella maestosa e profonda fiumana di fede che la permea tutta, più o meno visibile e ampia a seconda dei terreni e delle stagioni, ma che non si è interrotta e inaridita mai, neanche quando parve ridotta a fil d’acqua tra i sassi o a polla sotterranea”.
Sono testi e citazioni da cui è facile dedurre in modo chiaro quale fosse lo spirito con cui animava la scuola. Il nostro Professore considerava l’anima cristiana in potenza. Le sue lezioni non erano frutto dell’entusiasmo di un letterato colto e raffinato; erano contributi sostanziosi che un sacerdote dava alla educazione “cristiana per naturalità” di tutti, compresi i giovani che si formavano a vivere da persone adulte.
Egli dava le coordinate della vita per inquadrare la complessità dei problemi che noi giovani avremmo dovuto affrontare nel lavoro di animazione cristiana della vita del popolo, con un atteggiamento di libertà responsabile, a proposito della quale, nei discorsi del Professore, era possibile avvertire un contrasto garbato con chi quelle coordinate avrebbe volute più anguste.
Elaborò il corso di letteratura cristiana latina e greca, con notevole fatica. In questo studio il Professore ci faceva penetrare nella visione e nella prospettazione che della fede cristiana avevano dato catecheti ed apologisti, storici e teologi, oratori e poeti. Notava il vigore apologetico di Tertulliano, la delicatezza di Prudenzio, la smagliante oratoria di S. Giovanni Crisostomo e soprattutto le appassionate analisi interiori di S. Agostino nelle “Confessioni” e la sua grandiosa visione della storia nel “De civitate Dei”.
Grande l’interesse che si era creato in noi per i contenuti della fede e per la dirompente efficacia che essi avrebbero potuto avere su la evoluzione civile del popolo, se presentati nella giusta luce ed in intelligente adesione alle esigenze dei tempi. C’era nel professore un’ansia di modernità e di progresso che ci avvinceva, anche se in altri suscitava qualche perplessità.
Egli si era interessato alla formazione ecclesiastica dei seminaristi fin da giovane sacerdote. Nel 1908, pubblicava a Fermo un opuscolo intitolato “Da Gesù” tre discorsi popolari, in cui tratta della religione come mezzo di educazione individuale in vista del miglioramento sociale. Il tema della formazione del sacerdote viene allargato in vista della sua funzione sociale.
I temi sociali avevano appassionato il Nostro fin dagli anni della sua formazione giovanile. Ve lo spingevano il suo temperamento esuberante, unito all’intelligenza della situazione sociale e delle attività molteplici del Movimento cattolico allora fiorente in Diocesi sotto la guida di Mons. Artesi.
L’interesse si intensificò con il soggiorno in Argentina dove il De Angelis poté conoscere le misere condizioni dei nostri immigrati. Sotto lo pseudonimo di Mario Utrek (la madre di Don Ottavio si chiamava Maria Utrek), pubblicava una lettera “Agli operai italiani della Repubblica Argentina” intitolata: “La simpatia dell’operaio: i due garofani” e tratta del garofano bianco simbolo dello stato democratico propugnato dal Movimento cattolico e dalla Democrazia Cristiana, e del garofano rosso simbolo dello stato socialista totalitario.
Una seconda lettera era dedicata “Al mio povero Padre”, con il titolo: “Operai, chi vi ridusse alla strada? Organizzatevi!”. La trattazione sviluppa questi tre temi: “1°. Operaio, leggi attentamente e vedrai chi ti fece venire schiavo per la seconda volta. 2°. Che cosa insegnano i sacerdoti di Gesù Cristo, il Papa, la Chiesa su la condizione dei lavoratori. 3°. A chi devi ubbidire e che devi fare se vuoi rimediare ai mali tuoi. Buenos Aires, 28 ottobre 1901. Mario Utrek.
Il modernismo di don Ottavio è tutto qui, in questa ricerca di giustizia, di libertà e di riscatto degli oppressi. Egli pensava che questo compito appartenesse alla Chiesa. E propugnò anche la organizzazione degli operai.
Egli vi contribuì non come combattente di prima linea, ma con la riflessione, gli scritti e l’azione educativa dei giovani che furono alla sua scuola. Noi gliene siamo profondamente grati!
Della integrità della sua fede, del suo spirito sacerdotale, del suo disinteresse altruista è testimone inequivocabile un testo di poche righe, scritte di suo pugno nel 1952. Le riportiamo: “Alla scuola di Leone XIII, … conseguito il sacerdozio missione sociale, sdegnò carriera diplomatica e pinguissima prioria. Disilluso deviazioni moderniste accettò insegnamento liceo ove fu apprezzato maestro. Colpito nel 1946 da trombosi meningea, silenzioso riaccese l’animo al primiero ideale di un sacerdozio missionario”.
In realtà dà una magnifica testimonianza di vita. Ave, pater dulcissime!

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SERVIGLIANO NUOVO IN CASTEL CLEMENTINO Editto del 1774 all’inizio dei lavori Delegato il card. Urbano Paracciani


Editto. Urbano del Titolo di S. Calisto della S(anta) R(omana) Chiesa) Prete Cardinal Paracciani Arcivescovo e Principe di Fermo.
Ai clamori e lagrime di tutto il popolo del castello di Servigliano ed atre deplorabili rappresentanze fatte a nostro signore CLEMENTE XIV felicemente regnante, dai pubblici Residenti di essa comunità, autorizzate ancora con varie nostre informazioni, si commosse fin dall’anno 1771 l’animo pietosissimo di sua Santità e pensò a prender qualche serio provvedimento in pro di una popolazione quasi priva di tutto e di tugurio e per le rovine succedute in gran parte di esso castello e per le altre che si temevano imminenti. Di qui che, con suo speciale Chirografo, segnato sotto il di 9 ottobre dello stesso anno, seguendo l’impulso di quelle sovrane idee di cui Egli è ripieno, a niente meno pensò che far costruire dai fondamenti un nuovo grandioso Castello ordinando che per tal effetto si spedissero Periti, si formassero piante e disegni e si somministrasse ancora scudi quindici mila per dar principio senz’altra dilazione ad una tale gloriosa impresa.
A tali Pontificie beneficenze ognuno si sarebbe persuaso che avesser dovuto corrispondere con eguale impegno, come si erano compromessi gli Abitanti di Servigliano, o con trasportare i materiali del diruto Castello al luogo dove si edifica il nuovo, per il quale effetto si era di già risarcita ed agevolata una strada, o con scegliersi dai Possidenti quei siti per le nuove loro abitazioni che lo stesso regnante Sovrano per mezzo della Sacra Congregazione del Buon Governo ci aveva ordinato che fossero loro accordati del tutto gratis.
L’esperienza peraltro di tre anni ce ne ha data una testimonianza contraria; anzi nonostante i nostri impulsi ed insinuazioni, li abbiamo trovati a tal segno indolenti che piuttosto che accingersi a nuove fabbriche, o a trasporti di materiali, amano di restar sepolti nelle loro stesse ruine. Perciò affine che non restin delusi quei pii e benefici provvedimenti presi di loro istanza da nostro Signore, con il di lui oracolo ed autorità comunicataci per mezzo del Em.o Sig. Cardinal Prefetto del Buon Governo
Prefiggiamo in virtù del presente Editto il termine di due mesi a tutti i Possidenti ed Abitanti di esso Castello nuovo, a fine di trasportare o far trasportare nel Piano del Castello nuovo li Mattoni, Pianchette e coppi della Case dirute, o disabitate perché attualmente pericolanti, esibendoci di pagare scudi due e bajocchi dieci per ogni migliaro di Mattoni e Pianchette e lo stesso prezzo anche per i Mattoni rotti e smezzati, calcolando però, secondo lo stile dell’arte, ogni tre mezzi Mattoni per un Mattone e scudi cinque per ogni migliaro di Coppi interi.
Lo stesso termine di due mesi prefiggiamo ai soli Possidenti per scegliere e richiederci il sito per fabbricare le loro nuove abitazioni, e esibendoci, a tenore del Chirografo Pontificio, con fede di dare ed assegnare loco, il detto sito gratis; ma di derogare ancora a qualunque vincolo di Primogenitura o Fidecommesso a cui potessero essere soggetti i loro Stabili e Terreni, a fine con la vendita dei medesimi e con il loro ritratto possano provvedersi di quella Casa che non hanno e che dovrà restar surrogata in luogo degli effetti venduti.
Passato poi il suddetto termine e non effettuato il trasporto dei Mattoni, Pianchette e Coppi come sopra, dichiariamo e vogliamo che essi debbano rimanere a vantaggio e libera disposizione della Commissione la quale soggiacerà in tal caso alle spese dello stesso trasporto, ma nulla pagherà ai Proprietari, considerandosi come roba derelitta la quale è assai più espediente che arresti impiegata in uso di un nuovo Castello, di quello resti sepolta tra le rovine del vecchio.
Rapporto poi alle nuove Abitazioni che dovranno non fabbricarsi dai rispettivi Possidenti, ci protestiamo e dichiariamo che qualora dentro il prefisso termine non abbiano essi fatta istanza per la destinazione dei siti e non abbiano con noi convenuto per mezzo di Apoca o di pubblico Istrumento circa il modo e il tempo per a adempiere tal loro dovere, non solo preferiremmo ad essi nella scelta qualunque forestiero ed estraneo, ma rappresentando a nostro Signore la loro durezza ed ingratitudine, ci esibiremo di far costruire e compire le stesse fabbriche dagli Operai della Commissione a danno e spese degli stessi Possidenti.
Qual Editto affisso che sia nei Luoghi soliti di esso Castello di Servigliano, vogliamo che obblighi ciascuno, come se fosse stato personalmente intimato. Dato dal nostro Palazzo Arcivescovile questo dì 20 febbraio 1774.
U(rbano) Card(inal) Arciv(escovo) di Fermo Deleg(ato) Apost(olico).
Francesco Fares Cac(elliere) Gen(erale)
Per Filippo e Fabio Maria LazzariniStampat(ori) Arcivescovili

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Blasi don Mario annuncia l’Ascensione domenica anno B – Mc 16,15ss con la missione di evangelizzare

ASCENSIONE DEL SIGNORE (Mc 16,15-20) anno B
“Andate in tutto il mondo e predicate il Vangelo ad ogni creatura “.
La Risurrezione e la missione di inviare i Suoi discepoli in tutto il mondo sono strettamente unite.
Gesù Risorto invia i discepoli a tutte le genti. Il Suo messaggio di amore deve essere portato ad ogni creatura. “Ciascun uomo, ovunque sia e a qualsiasi razza appartenga, ha il diritto di sentire l’annuncio del Vangelo. Per Gesù non esistono vicini e lontani, i primi e gli ultimi”. I discepoli di Gesù escono “dal proprio mondo per avventurarsi in luoghi nuovi, fra gente nuova, incontrando creature nuove. I discepoli vanno alla ricerca degli altri, annunciano il messaggio andando come Gesù che percorreva i villaggi insegnando”. “Il discepolo annuncia il Vangelo, cioè la lieta notizia portata da Gesù; la lieta notizia che è Gesù; la lieta notizia di Gesù che ora continua ad essere predicata nella Chiesa”. “Il Vangelo che i discepoli devono predicare in tutto il mondo è una notizia decisiva: non è solo informazione, ma un appello. Tanto è vero che proprio nella sua accoglienza o nel suo rifiuto l’uomo gioca il suo destino: sarà salvato, sarà condannato”.
Il Vangelo di Gesù, se accolto, dona la vita, ma chi non lo accoglie, non ha la vita. Il Signore agisce sempre con amore, “un agire invisibile che mostra la sua verità mediante i segni che produce”.
“Questi sono i segni…nel mio nome scacceranno i demoni, parleranno lingue nuove… “.
“I segni, che autenticano il Vangelo, sono quelli che lasciano trasparire la potenza di Dio, non quella dell’uomo”.
I segni riproducono quelli di Gesù, le stesse modalità, lo stesso stile, gli stessi scopi. Il segno è qualcosa che mostra e svela. Il segno mostra la verità che garantisce.
Il grande segno compiuto da Gesù è stata la Sua vita e la Sua morte: un miracolo di una incondizionata dedizione a Dio e agli uomini” (B.Maggioni).
Questi sono i segni di Gesù e questi devono essere i segni della Chiesa in ogni tempo.

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Blasi don Mario evangelizza Pentecoste Spirito Santo Vangelo Giovanni 15,26 domenica anno B

Blasi don Mario Parroco Pentecoste anno B evangelizzazione missione Spirito santo doni carismi
PENTECOSTE (Gv 15,26-27; 16-12-15)
“Quando verrà il Consolatore che io vi manderò dal Padre, lo Spirito di verità che procede dal Padre, egli mi renderà testimonianza… anche voi mi renderete testimonianza “.
La Pentecoste, festa dello Spirito Santo, ricorda la forza dell’amore di Dio che entra nel cuore degli Apostoli e li trasforma in persone forti e coraggiose per trasmettere il messaggio di Gesù: messaggio di vita.
I discepoli di Gesù hanno un compito straordinario: prolungare nei secoli la missione di Gesù. E’ un compito difficile, ma bello e gioioso. Gesù promette loro il Suo aiuto: il Suo Spirito di amore e di verità.
I discepoli vanno e rendono testimonianza al Risorto. “Lo Spirito di verità sarà in loro, così la loro voce sarà quella dello Spirito.
Il confronto tra Gesù e il mondo non terminerà con la morte di Lui, al contrario si moltiplicherà per mezzo dei Suoi” (J.Mateos/ J.Barreto).
I discepoli, lungo il corso dei secoli, si troveranno in circostanze storiche nuove in cui dovranno prendere delle decisioni. In queste decisioni non saranno soli, ma guidati dalla forza dello Spirito di verità. Essi saranno illuminati dalla luce del messaggio di Gesù: messaggio di amore.
I fatti della storia devono essere interpretati alla luce del comandamento nuovo: “Amatevi gli uni gli altri, come io vi ho amato; così amatevi anche voi gli uni gli altri. Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli se avete amore gli uni per gli altri” (Gv. 13,34-35).
“Il bene dell’uomo è al di sopra di ogni legge”.
“Egli vi guiderà alla verità tutta intera “.
I discepoli, davanti ai nuovi fatti della storia, saranno guidati dallo Spirito di verità sul significato della morte e della Risurrezione di Gesù.
I discepoli spiegano, applicano il messaggio di Gesù e manifestano l’amore di Dio Padre agli uomini di ogni tempo.
Ogni uomo è chiamato ad accogliere l’amore di Cristo, viverlo nel cuore, manifestarlo nella vita per ridonarlo gioiosamente ai fratelli nel lavoro, nella scuola e nella società.

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Blasi don Mario evangelizza nella sesta domenica di Pasqua B Vangelo Giovanni 15,9ss

Blasi don Mario predica Vangelo Giovanni 15,9ss
“Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri come io vi ho amati “.
Gesù vuole che i Suoi discepoli siano sempre uniti a Lui. Il flusso vitale del Suo Amore non si deve mai interrompere.
L’Amore di Gesù donato e accolto esige che il discepolo viva secondo il Suo insegnamento.
“Gesù attende dai Suoi che l’adesione a Lui mantenga vivo tra loro il Suo insegnamento nella molteplicità delle esigenze concrete dell’amore per l’uomo. Quando nella comunità regna questo clima di unione con Gesù e di dedizione alla missione, la comunità può chiedere ciò che vuole: la sintonia con Lui creata dall’impegno a favore dell’uomo stabilisce la collaborazione attiva di Gesù con i Suoi. La gloria, che è l’amore del Padre, si manifesta nell’attività dei Suoi disceopoli che continuano a lavorare a favore dell’uomo. Soltanto la dedizione agli altri può dare la certezza di essere l’oggetto dell’amore di Dio.
Senza questo amore non esiste vincolo con Gesù, né pertanto esperienza del Padre, che si manifesta in Lui. Se non esiste l’amore, non esiste altro che il vuoto, l’assenza di Dio. Chi non ama non può avere rapporti con il Padre. Dio si rende presente e attivo soltanto dove esiste un amore come quello di Gesù, espresso dal Suo comandamento” (J.Mateos/ J.Barreto).
Gesù dice: “Amatevi” e non amatemi. L’amore giunge a Dio solo attraverso la Sua creatura. Chi non ama la creatura, non ama il Creatore.
“Vi ho costituiti perché andiate e portiate il frutto e il vostro frutto rimanga “.
Il Risorto manda i Suoi discepoli ad annunciare il Suo Amore a tutti gli uomini perché siano adulti, liberi e responsabili e formino una società di fratelli. Essi vanno come amici di Gesù.
“I discepoli non sono lavoratori alla giornata che supplicano di essere ammessi al lavoro: sono collaboratori scelti da Gesù prima che essi si potessero offrire. Non li manda in condizione di inferiorità, ma su un piano di amicizia e di aiuto” (J.Mateos/ J.Barreto).

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Blasi don Mario parroco evangelizza nella quinta domenica di Pasqua B Vangelo Gv 15, 1ss

Predicazione per la fede del parroco don Mario Blasi nella quinta domenica di Pasqua B
V DOMENICA DI PASQUA (Gv 15,1-8)
“IO SONO LA VERA VITE E IL PADRE MIO E’ IL VIGNAIOLO”.
La vite è simbolo del popolo di Dio. Gesù vuole che ogni tralcio sia vivo e porti il suo frutto. Il cristiano, con l’amore di Gesù nel cuore, deve crescere e realizzare una missione.
Nella vigna del Signore può esistere un tralcio che non porti frutto: è il credente che non si lascia guidare dall’amore di Cristo. Mangia il pane della vita e non assimila il Signore Gesù. I discepoli devono essere intimamente uniti a Lui.
L’amore di Gesù deve circolare tra i Suoi.
Gesù “non ha creato un circolo chiuso, né un ghetto, ma una comunità in espansione”.
L’Amore di Gesù deve essere portato a tutti. Il tralcio unito alla vite deve dare il frutto. Il cristiano, cioè, deve crescere nell’amore e deve compiere una missione insieme con Gesù e come Lui portare la sua bontà ai fratelli perché il Regno di Dio si realizzi nel mondo.
“Il tralcio della vite a nulla serve se non regge il grappolo d’uva. E se è vero, come dice Gesù, che il tralcio, se non rimane attaccato alla vite non può portare frutto, è anche vero che la vite, senza i tralci, non può fare l’uva: se non manteniamo costante l’adesione a Dio attraverso Gesù, alimentandoci della linfa vitale che è l’amore e che ci fa crescere permettendoci di sprigionare le nostre capacità di dono, siamo perfettamente inutili per Gesù”.
“Chi non rimane in me viene gettato via come il tralcio e si secca”.
I cristiani che non portano frutto sono come i tralci secchi.
“Tralci secchi, da bruciare, dei quali neppure la cenere serve a qualche cosa, e nello stesso tempo, impediscono a Dio di manifestarsi al mondo. Ma, se l’adesione è continua, costante e progressiva, allora non c’è più pensiero: Dio stesso si prende cura di noi, della nostra perfezione, eliminando progressivamente quegli aspetti della nostra vita, del nostro carattere, che lui vede essere d’impedimento a portare frutto” (A.Maggi).

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