Dipinto di Salvatore Tricarico: Santa Caterina da Siena patrona celeste delle Infermiere Volontarie della Croce Rossa italiana oltre che compatrona dell’Italia e dell’Europa

Nel presentare il limpido dipinto di Salvatore Tricarico do un cenno sulla personalità della patrona, santa Caterina da Siena che è modello umano di magnanimità, di disinteresse fraterno.

  L’assistenza è oggi un’attività richiesta e indispensabile per i malati e per i bisognosi in tutti i settori della vita sociale. Il Corpo delle Infermiere Volontarie della Croce Rossa Italiana ha questa Santa patrona celeste che si è distinta nella meravigliosa opera di assistenza e di beneficenza a favore dei deboli, dei poveri e degli ammalati. Nel 1939 il papa Pio XII ha proclamato santa Caterina da Siena «Patrona dell’Italia» insieme con San Francesco d’Assisi, e nel 1947, «Patrona delle Crocerossine». Giovanni Paolo II nel 1999 l’ha dichiarata «Compatrona dell’Europa» insieme con Teresa Benedetta della Croce (Edith Stein), e a santa Brigida di Svezia. Questa presenza celestiale sta a dirci che non viviamo né soli, né abbandonati, ma protetti da persone che sono modelli nell’amore divino e fraterno che accoglie il valore di ogni persona, pur debilitata, ma che non va emarginata.

  S. Caterina splende nella vita per sapienza, purezza, coraggio ed è festeggiata ogni anno il 29 aprile.  Il suo esempio risveglia le coscienze all’altruismo.

Le più alte autorità civili e militari, celebrano la festa liturgica di Santa Caterina da Siena, insieme con queste Infermiere Volontarie della Croce Rossa Italiana portatrici di umana vicinanza generosa verso i bisognosi che, con la loro opera e il loro sguardo benevolo, esprimono sincero impegno nel difficile compito di curare l’umanità sofferente.

L’iconografia di santa Caterina è molteplice nelle forme, in sintesi esprime la sua purezza, il suo coraggio e la sua dedizione interiore che non è fatta di parole, ma di pensieri, di sentimenti, di volontà, come nel dipinto del Tricarico si nota dallo sguardo intimizzato.

 La vediamo dipinta con la veste regolare dell’ordine religioso Domenicano di cui lei era partecipe e questo bianco segno dominante nel dipinto è eletto per far intuire ed apprezzare una donna dotata di forte volontà e dedita in modo umile e disinteressato al bene del prossimo. Il bianco vivido della veste si associa al pensoso nero del mantello. La santa è presentata in meditazione con la mente rivolta al divino Crocifisso che sorregge su una mano vicino al suo cuore, come a significare il centro ideale del dipinto nel meditare sulla risurrezione quando il corpo diviene immortale, glorioso e splendido, simboleggiato dai brillanti gigli che lo coprono. Con l’altra mano la santa sorregge il cuscino che accoglie i simboli delle Infermiere Volontarie Crocerossine di cui è patrona. Il colore del cuscino rosso esprime emblematicamente il martirio del volontariato coraggioso e sopra c’è il bianco del telo ricamato a giorno a significare il bene fulgente che si compie.

 Il dipinto esprime inoltre, nella varietà azzurrina del cielo, le condizioni dell’animo umano sempre mosso da gioie e da preoccupazioni. Sul solido terreno poggiano i piedi della Santa. Le opere umane rendono fiorente e fruttifera questa terra. Attorno, nell’accogliente paesaggio delle valli dolomiti, si vedono fiori e frutti sui filari che scendono a valle insieme con le pure acque sempre utili. Il colore che tende al verde infonde speranza.

È significativa l’aureola elaborata in oro, attorno al volto della Santa, per indicare che è la persona che vive la dimensione celestiale della vita immortale nella beatitudine del Padre nostro che è nei cieli. Il ritmo armonioso e pacato di questa immagine infonde in chi la guarda uno stato d’animo di serena contemplazione.

Il dipinto reca la firma dell’autore.

Olio su tela di lino, cm. 61 x 126 onorerà la Croce Rossa Italiana

 (Prof. Carlo Tomassini)

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Dipinto di Salvatore Tricarico: Crocifissione con i Santi Santa Rita da Cascia e San Nicola da Tolentino

Crocifissione con i Santi Santa Rita da Cascia e San Nicola da Tolentino (2007)
Olio su tela di lino, cm. 80 x 160, Esposto nel Santuario di San Nicola a Tolentino (MC)

Gli agostiniani della Provincia Italiana hanno eletto come loro patroni i santi più conosciuti e invocati nell’Ordine e tra i fedeli: san Nicola da Tolentino e santa Rita da Cascia. Mi sono incontrato con l’amico Salvatore Tricarico, mentre era impegnato a rappresentare un altro agostiniano, il beato Antonio d’Amandola.

Da quell’amicizia e dalla visita al Santuario di San Nicola nacque l’ispirazione a rappresentare anche i due celebri santi agostiniani. “Il quadro, palesemente ispirato alla Crocifissione del Trittico Galitzin di Pietro Perugino del 1485 circa (oggi alla National Gallery of Art di Washington), rappresenta i due santi protettori in composta meditazione presso il legno del Golgota, sullo sfondo di un paesaggio digradante verso un lago. Sull’arida sommità del “luogo del cranio” sono sbocciati un giglio ed una rosa, attributi floreali della coppia di santi eremitani.

Tanto Nicola da Tolentino quanto Rita da Cascia coltivarono in vita la dimensione mistica della quotidiana contemplazione del mistero salvifico della Passione.

Se il Frate piceno confezionò personalmente quella croce che lo confortò nell’ora del trapasso, la monaca umbra ebbe il doloroso privilegio di portare impresse sul proprio corpo le sacre stimmate.

L’artista predilige uno stile di impronta neoquattrocentesca, nel solco di una visione primitiveggiante trasmessagli da Gian Filippo Usellini, Aldo Uggè ed Angelo Firpo, ovvero dagli esponenti della cosiddetta pittura della realtà”

(Prof. Roberto Tollo)

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Stato Fermano. Documenti del medioevo e dei rinascimento dei castelli e della città di Fermo traduzione di ALBINO ESPRINI

dell’elenco di Hubart di Vesprini Albino

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LE CARTE DEL PAPA PIO X INVENTARIATE DA ALEJANDRO DIEGUEZ

DIEGUEZ, Alejandro M. L’archivio particolare di Pio X. Cenni storici e inventario.  Collectanea Archivi Vaticani, 51

Città del Vaticano 2003 pp. 506.

Un bel volume, un’autentica novità di edizioni archivistiche, un abbondante materiale per migliori ricerche, a completamento delle precedenti, sul papato di Pio X con tutti i cambiamenti realizzatisi in Italia, nella Chiesa e nel mondo, dal 1903 all’avvio della guerra prevista da pontefice stesso, con tanto dolore che il suo cuore non resse più.

L’anno centenario della sua elezione alla sede di Pietro, 2003, ha ravvivato il dibattito documentale e storico con un senso di attualità che rende straordinaria la figura di questo pontefice. Sono stati editi gli atti del convegno 2000 svoltosi a Treviso con una presentazione che ha coinvolto l’archivio parrocchiale di Salzano ove Giuseppe Sarto fu per nove anni parroco, e conferenze anche a Riese Pio X. Il Dieguez è stato richiesto per il suo prezioso apporto di studio.

Il papa che voleva portare il mondo al Cristo e il Cristo al mondo, non era un “restauratore” (malevola traduzione dell’instaurare omnia in Christo), ma riformatore della Chiesa dall’interno e pedagogo dotato di immediata intuizione dei problemi per la rapida ed appropriata soluzione pacifica. Non separava la fede dalla politica, ma separava la Chiesa dai partiti e dagli interessi finanziari: Di problemi ne incontrò molti, con il governo francese, con lo stato italiano, con i dotti modernisti, con l’obsoleta formazione catechistica, con le unioni di azione cattolica maschile e femminile, le unioni elettorali, culturali, sociali e popolari.

Pio X inesorabile contro gli equivoci ed i compromessi viene rivelato molto bene dal materiale archivistico edito dal Dieguez. Addirittura egil pontefice scriveva lettre a nome dei suoi segretari particolari (p.XXI) ed evitava ogni lungaggine burocratica, specie nei doni caritativi in cui formò don Guanella e don Orione, saliti poi alla gloria degli altari. I cenni storici che danno avvio al volume fanno capire in 32 pagine, come è nato questo archivio della segreteria personale del sommo pontefice e mostrano poi 34 foto documentali. Il Prefetto dell’Archivio Segreto Vaticano (ASV), p. Sergio Pagano, vivamente ringraziato dall’autore, assieme con i molti collaboratori, hanno favorito un’opera di rivelazione documentale meritevole della massima valutazione e da imitare a vantaggio degli studiosi. E’ bello leggere di A. Ratti, 1904, futuro Pio XI, quanto scrive al segretario di Pio X: “E se Egli ricorda ancora un povero cercatore di vecchie pergamene che veniva già un mattino a disturbarlo a Mantova e che Egli edificava e confondeva colla Sua immensa bontà, La preghi di una benedizione speciale”

I documenti sono tantissimi e di tutti i tipi. Il Dieguez definisce il suo lavoro “delicato ed appassionante”. Nel 1985 furono aperti agli studiosi gli archivi di Pio X e Benedetto XV come spiegato nella Rivista di Storia della Chiesa in Italia dello stesso anno. Sono diventate intense le consultazioni: J. Metzler dava notizie dei documenti nella biografia di Pio X edita nel 1987 dalle Paoline. Si cominciò ad osservare il papato da dietro le quinte, non dalle conclusioni esterne, ma dalla gestazione interna. Gli argomenti noti cominciarono ad esser meglio focalizzati. Ora l’inventario del Dieguez apre questa possibilità a tutti i lettori senza che si rechino in Vaticano. A posto degli elenchi di fascicoli e titoli, sottotitoli e rubriche, qui si va oltre il classificare, riferire date e posizioni, come in ogni arido repertorio. Qui si considera l’esigenza degli studiosi di poter cogliere il contenuto delle lettere, per mezzo di un’impostazione descrittiva, con citazioni testuali delle carte e un’autentica rivelazione del modus agendi di Pio X (p. XXXI).

L’indice analitico in 120 pagine fitte fitte, è il miglior aiuto agli studiosi che già si rendono conto della vastità del panorama relazionale dei corrispondenti. Si leggono le citazioni sintetiche delle lettere con le risposte.  Ne consegue un approfondimento storiografico inaspettato. Nella sala delle centinaia di Indici dell’ASV, per Pio X esistono sia gli elenco delle pratiche sia quattro volumi del protocollo, ma l’inventario dell’archivio particolare di Pio X supera tutti gli altri riferimenti. La Segreteria di Stato che ha lasciato molto meno materiale in confronto alle 297 buste dei Segretari personali del Pontefice. Le Congregazioni pontificie ricevevano le missive selezionate e smistate dai segretari particolari che mediamente avevano in mano più di 500 lettere ogni giorno. E Pio X voleva controllare personalmente le decisioni da prendere.

Dal 1903 al 1914 questa segreteria particolare ha raccolto duecentoseimila (206.000) documenti, senza contare le lettere calunniatorie specie anonime che non si conservano, come non si conserva l’archivio riservato del pontefice. Per la corrispondenza 142 faldoni; 22 per le benedizioni; 39 per i doni; 10 per SS. Messe; 45 per sussidi; 37 per i protocolli e altre due di scritti autografi, in parte editi da ASTORI (per il card. Bonomelli) nel 1956; dal VIAN nel 1958; dal TORRESIN (per il card. Ferrari) nel 1963  da SARTORETTO_DARIESE nel 1971 e 1974; e per Mons.Longhin nel 1988.

Come mai tanta mole di scritti?  Pio X fu un pedagogo che sapeva farsi rivolgere molte domande, diede molte risposte e riscosse molta condivisione. Per la prima comunione ai fanciulli, nella busta 124 si hanno fogli 733. Nella stessa busta c’è anche la corrispondenza sintetizzata dal Dieguez sulle opere cattoliche di Rezzara, Toniolo, Medolago Albani, Necchi, Unione popolare, Lega democratica nazionale e altro. I documenti di questo fondo archivistico particolare contengono missive redatte in grandissima parte di proprio pugno dal pontefice.

Il giudizio ben noto dell’AUBERT di un Pio X tra restaurazione e riforme (citato p. XVII) è eccessivamente negativo. Occorre una visione senza contrapposizioni prestabilite. Dieguez è esperto nel raccogliere studi sugli approcci storici e tematici (1988) e sui rapporti e contributi (2000). Si potrebbe forse dire che d. Giuseppe Sarto, parroco, cancelliere,vescovo, pontefice, agli avversari filantropi socialisti faceva vedere la carità cristiana inesauribile nella beneficenza e nella creatività culturale. Carità industriosa, appassionata, eroica verso i bisognosi. Riformò la disciplina ecclesiastica e la partecipazione sociale dei cattolici. Non può considerarsi restaurazione l’opera di difesa dei principi evangelici e cattolici.

Lo studioso che volesse indagare i personaggi dell’epoca, oltre a questo archivio particolare, deve utilizzare altri fondi, ad esempio per il modernismo il PAGANI ha segnalato nel 1990 il fondo di mons. Benigni, personaggio rocambolesco. Per ricostruire l’azione dei vari personaggi occorre integrare tutte le testimonianze di varia provenienza. Neanche l’archivio relazionato dal Dieguez indica tutti gli autografi. Molte lettere partirono sigillate e rimasero in mano ai destinatari senza che i protocolli vaticani ne indicassero l’oggetto. Pio X fu grande pedagogo nel far capire le motivazioni dei suoi interventi e non basta conoscerne gli scritti, bisogna testimoniare gli incontri personali. A qualche storiografo sembra, ad esempio, di poter dividere il clero del periodo in modernista ed antimodernista. Questo fenomeno riguardò una esigua percentuale, mentre la quasi totalità del clero viveva il desiderio pastorale di santificare le persone del proprio tempo, senza tanto intellettualismo. Molti fenomeni vanno ridimensionati leggendo questo prezioso inventario esplicativo del Dieguez.

Per la rivista dell’Archivio storico arcivescovile di Fermo vale la pena segnalare che la diocesi viene menzionata oltre trenta volte, con sorprendenti notizie su d. Romolo Murri, sul card. D. Svampa, sulle banche cattoliche, sulle candidature elettorali, sulle chiese nuove, come quella di Casette d’Ete per la quale Pio X inviò lire 1000. Il contesto in cui avvengono i fatti riceve una nuova luce

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A TE… AMORE MIO. Un amore vissuto e non… facili parole

di VITA ADRIANO

adrianovita48@gmail.com

PRESENTAZIONE AGGIUNTA QUI DA “LUOGHI FERMANI.it”

diffusore ma senza le immagini di cui questo libro è corredato = 50 foto quasi tutte a colori.
Ho ricevuto il bel libro che Adriano Vita dedica alla moglie Bruna e alle due loro figlie. Testimonia quarant’anni di vita condivisa: «Bruna, voglio dedicare questi pensieri a te. Sono certo che questo è contrario a quello che è stata la tua indole e la tua innata e profonda riservatezza. Proprio per questo ti ho chiesto ripetutamente perdono e soltanto dopo che mi hai fatto capire che il perdono me l’hai dato, provo con l’aiuto della mente e con il cuore a scrivere queste pagine
   L’autore mi ha fatto capire molto chiaramente questa realtà di Bruna con Adriano:
«Abbiamo imparato e vissuto valori importanti della vita e delle persone, così poi è nato il nostro amore!
I ricordi, gli affetti e le emozioni rimangono per sempre!
Le persone care che non ci sono più sanno essere vicine a noi sempre ovunque stiamo.»
   Parole che sono realtà vissuta senza pretese: ne ho letto le convalide.
VALORI: «Bruna, ho cercato di non farmi trascinare da valori insignificanti e così ho potuto dare un senso alla mia vita insieme a te!»
  Adriano»
All’inizio del libro si evidenziano le qualità di Bruna per mezzo di pagine scritte da alcune tra le tante persone che hanno avuto modo di conoscerla: Francesca, Luisa, Pina, Laura, Claudio, Emanuela e Mauro e la parente Rita.
Adriano subito si riferisce alla Bibbia: Proverbi 31, 31: “Illusorio è il fascino e fugace la bellezza, ma la donna che teme Dio è da lodare. Siate riconoscenti per il frutto delle sue mani e per le sue opere”.
Con san Paolo ai Corinzi 1 Cor 1, 27s: “Ma quello che è debole per il mondo, Dio lo ha scelto per confondere i sapienti; quello che è ignobile e disprezzato per il mondo, Dio lo ha scelto per confondere coloro che si vantano”.
SENZA PRETESE. «Quello che leggerete nelle pagine che seguono (fatti, spiegazioni, considerazioni, analisi, ecc.) non vuole assolutamente dare indicazioni e tanto meno consigli a nessuno, ma dire semplicemente quello che è stato il nostro vivere insieme e il nostro … volerci bene
Dopo la lettura ho meditato sul fatto che l’etimologia latina della parola ‘amore’ significherebbe: a- mors, cioè = senza morte. E il libro di Adriano lo testimonia totalmente per la presenza spirituale di Bruna con l’amore che fa vivere la libertà generosa con l’altra e per l’altra persona, totalmente.
«Bruna, quante volte mi hai fissato con lo sguardo per poter capire il mio stato d’animo … Ovunque vada, lontano o vicino, e ogni qualvolta ti cerco, tu sei sempre vicino a me.»
Se vado in posti dove non siamo mai andati insieme, per non farmi star male, sei sempre pronta a dirmi: “Vengo anch’io, insieme a te”.
Tutti i giorni, nel silenzio e nella solitudine della mia vita, mi fai sentire la tua presenza a mio fianco.
Nei tanti momenti tristi, mi prendi per mano e con l’espressione dei tuoi occhi e del tuo viso mi dici e mi ripeti: “Sono qui vicino a te!”  fino a quando lentamente riesco a smettere di piangere!
<Nella conclusione> «Bruna, tu sei stata per me una persona veramente speciale.»

Bruna,
ho cercato di non farmi trascinare da valori insignificanti
e così ho potuto dare un senso alla mia vita insieme a te!

Ilaria, Daniela, figlie nostre, dedico queste pagine
anche a voi che siete nella mia mente,
a voi che siete sempre nei miei pensieri.
L’amore di mamma è in voi e
rimanga sempre nel vostro cuore!

                                                                            Babbo

*

Se riusciamo a non farci trasportare
da facili e futili valori
e se non ci facciamo condizionare
da mentalità ed idee sbagliate
allora riusciremo a dare un senso alla nostra vita
e il giusto e meritato valore alle persone!                                                                       Adriano
*

Bruna, voglio dedicare questi pensieri a te!
So per certo che questo è contrario
a quello che è stata la tua indole
e la tua innata e profonda riservatezza.
Proprio per questo ti ho chiesto
ripetutamente perdono
e soltanto dopo che mi hai fatto capire
che il perdono me l’hai dato,
provo con l’aiuto della mente e con il cuore
a scrivere queste pagine.
*

Devo ringraziare Francesca, Luisa, Pina, Laura, Claudio, Mauro e Emanuela e Rita per quello che hanno voluto dedicare a Bruna.
Non immaginavo di dover leggere apprezzamenti così profondi ed importanti.
Lasciatemi la possibilità di essere sincero fino in fondo; sono tanto contento ed orgoglioso per tutto quello che hanno voluto scrivere della persona con la quale ho condiviso tanti anni della mia vita.
Se io avessi scritto queste cose sarei stato giudicato troppo di parte ma in questo caso posso soltanto prendere atto di tutto ciò che hanno voluto dire, con la loro semplicità, alcune delle tante persone che hanno avuto modo di conoscere Bruna.
.-.-.
Cara Bruna,
avrei voluto, anzi dovuto, scriverti queste poche righe tempo fa ma la difficoltà di esprimere quello che vivo dentro di me lo ha impedito. Ti ho conosciuta per la mia professione di fisioterapista e per me sei stata, da subito, non solo una paziente ma una vera amica.
Hai aperto come un ventaglio le mie conoscenze teoriche, facendole diventare capacità pratiche per rendere meno difficile la vita alle persone con disabilità fisica. Con il tuo modo di fare sempre affabile e sempre con il sorriso sulle labbra hai contagiato le persone che ti stavano attorno.
Sei stata una brava e fedele moglie, un’ottima madre, una instancabile lavoratrice, un’amica affabile, affidabile e sincera.
Sei riuscita, malgrado le difficoltà fisiche che i postumi della poliomielite ti hanno procurato, a fare meglio di altre persone cosiddette normali.
Non potrò mai dimenticare i lunghi e i brevi periodi trascorsi insieme, la trepidazione di quando eri in attesa delle tue figlie, la felicità per la loro nascita, la spensieratezza e la meraviglia che provavi sulle Dolomiti, l’animosità e la destrezza nei tuoi piccoli e grandi lavori.
Si, amica mia, la lampada che hai egregiamente dipinto e che poi mi hai regalato, mi farà luce parlandomi di te.
Perché te ne sei andata così presto e senza avvisarmi? Avevamo ancora tante cose da confidarci!
Non ti ho potuto ringraziare di persona per tutto ciò che mi hai dato ma lo faccio comunque spesso perché “le persone che amiamo e che abbiamo perduto non sono più dov’erano ma sono ovunque noi siamo” (Sant’ Agostino).
Ti abbraccio con tanto affetto.
                                                                         Francesca

   -.-.-.-
Quando mi sono trasferita dal Veneto nelle Marche non conoscevo quasi nessuno.
Bruna è stata una delle prime persone che mi ha accolto. Siamo diventate subito amiche.
Aveva un dono raro: sapeva ascoltare.
Cercava sempre di capire le persone invece di giudicarle.
Era paziente, mite, buona.
Mi manca!                                                                           Luisa

     -.-.-.-
Ho conosciuto Bruna nel 2012 ed ho avuto modo di scoprire una persona gentile e di animo generoso.
Era molto sensibile ed attenta ai bisogni dei suoi cari e non si tirava mai indietro.
Aveva sempre una parola di conforto e di sostegno per tutti.
Grazie a lei ho avuto la possibilità di capire cosa davvero conta nella vita: gli affetti dei propri cari e la meraviglia per i piccoli gesti quotidiani.
                                                                       Pina

-.-.-.

Cara Bruna,
ti ho conosciuto qualche anno fa; eri una persona speciale in tutto quello che facevi e dicevi.
Non avevo mai conosciuto una persona in carrozzina in gamba come te, cucinavi, riordinavi la casa, lavoravi e riuscivi a fare di tutto sempre col sorriso.
Per me eri come una sorella; ci confidavamo molte cose. Quando avevo qualche problema riuscivi sempre a far diventare tutto più semplice.
Mi hai raccontato quanto hai sofferto da bambina, tutto quello che hai passato non avendo nessuno che ti consolasse.
Quando cucinavi, il profumo riempiva tutta la casa, eri molto brava; da te ho imparato molte ricette. Ancora adesso quando cucino dico: “Questa ricetta me l’ha insegnata Bruna”.
La tua scomparsa è stata per me un grandissimo dolore. Ancora adesso quando entro in casa tua mi sembra di sentirti girare in carrozzina e mi prende una grande tristezza.
Grazie Bruna per aver conosciuto una persona speciale come te!
                                                                             Laura

-.-.-.
Ho conosciuto Bruna, prima del 1990 quando lei, sposata con il mio amico Adriano si trasferì a Massa Fermana.
Quale portalettere del paese suonavo alla porta della loro casa quasi tutti i giorni per consegnare la relativa corrispondenza.
Quella, seppur breve, era l’occasione per scambiare un saluto con la cara Bruna che solitamente era dedita a preparare il pranzo.
Conservo ancora oggi il ricordo di una donna sempre garbata, curata (immancabile il suo rossetto e il suo rimmel), educata, generosa e con uno smisurato amore nei confronti della propria famiglia.
Tale ricordo mi accompagna ogniqualvolta la cara Bruna è presente nelle mie preghiere.                                                                      Claudio

-.-.-.
Bruna…
sguardo profondo di storia difficile
mani grandi e operose
che sanno trasformare piccole cose in preziose bellezze
voce dolce
come una carezza che apre un sorriso
ora, chiudendo gli occhi e aprendo il cuore
posso ritrovarti
donna forte e tenera
e godere del bene che ci siamo scambiati
. . . grazie Bruna.
                                                 Emanuela e Mauro

-.-.-.
Con Bruna e il piccolo Marco (un bambino in adozione) ci siamo conosciuti nell’estate del 1977, quando lei viveva a Roma. Fu un breve incontro e non fu possibile conoscersi bene.
Negli anni successivi, dopo che si era sposata con Adriano, venne ad abitare a Massa Fermana (un paesino vicino al mio).
Così abbiamo avuto modo di conoscerci meglio e prendere più confidenza. Lei era bravissima nel fare tanti lavori a mano e ha provato ad insegnarli anche a me.
Nel 1985 abbiamo vissuto una bella esperienza insieme: lei aspettava la seconda figlia ed io il terzo figlio. Sono nati a distanza di soli pochi giorni l’uno dall’altra.
Quando avevamo tempo disponibile uscivamo insieme.
Ricordo un episodio: siamo andate insieme ad una festa nel mio paese d’origine; spingevo la sua carrozzina cosicché la gente, sempre curiosa, si fermava a guardarci.
Ricordo ancora quello che mi disse Bruna: “Rita, se vuoi essere guardata e osservata devi venire sempre con me”. Le risposi: “Lascia che dicano quello che vogliono, tanto non mi importa nulla”.
Ci chiamavamo spesso al telefono e lei mi diceva: “Rì (Rita), che cosa fai? Quando esci vieni a trovarmi? Oppure posso venire a trovarti? Mi faccio portare da Adriano e così parliamo un po’”. Io le rispondevo: “Bru (Bruna) certo che puoi venire, vieni quando vuoi!”.
Ora tutto questo mi manca, sono trascorsi poco più di tre anni da quando ci hai lasciato.
In un primo momento non sembrava vero ma ora più passa il tempo, più ci penso, cosicché mi viene un nodo alla gola, qualcosa di strano che non riesco a spiegare ed allora mi metto a piangere.
Penso che Bruna sia stata di esempio per noi tutti che l’abbiamo conosciuta.
Sono sicura che ora lei è lassù in cielo e che il Signore le ha riservato un posto bellissimo nel suo giardino.
Ciao Bru… prega per noi e sono sicura che tu da lassù mi risponderai: “ciao Rì..:”
                                                       Rita (una parente)

*
Un ringraziamento particolare da parte mia va a Francesco Bertazzo che ha accettato con entusiasmo di seguire il mio desiderio di scrivere queste pagine dedicate a Bruna.
Con pazienza ha corretto, compito che non è stato sempre facile, e messo in ordine gli argomenti trattati per dare alla fine una adeguata veste grafica.                                                                           Adriano

-.-.-.
   «Il Signore Dio dalla costola, che aveva tolto all’uomo formò una donna. Poi la condusse all’uomo.
Allora l’uomo disse: “questa è osso delle mie ossa e carne della mia carne! Sarà chiamata donna perché da uomo è stata tratta”. Per questo l’uomo abbandona suo padre e sua madre e si unisce alla sua donna e i due diventano una sola carne».   Genesi cap. 2, vv: 22-24
«Una donna forte chi potrà trovarla? Ben superiore alle perle è il suo valore. In lei confida il cuore del marito.
Gli dà felicità e non dispiacere per tutti i giorni della sua vita.
Illusorio è il fascino e fugace la bellezza, ma la donna che teme Dio è da lodare.
Siate riconoscenti per il frutto delle sue mani e per le sue opere».                          Proverbi cap. 31 vv: 10-11-12-30-31

«Quello che è debole per il mondo Dio lo ha scelto per confondere i forti;
quello che è ignobile e disprezzato per il mondo, Dio lo ha scelto per confondere coloro che si vantano».         Lettera di San Paolo ai Corinzi

*
All’inizio del 1975, Signore, Tu mi hai fatto capire che Bruna meritava di essere amata.
Hai messo nel mio cuore il seme dell’amore verso di lei.
L’hai fatto nascere e crescere nonostante ritenessi di non essere capace a volerle bene come lei meritava.
Me l’hai donata per quaranta anni!!
Sofferenze, difficoltà e gioie l’abbiamo sempre condivise.
Certamente Tu ci hai tenuto per mano!
Quando per lei la sofferenza fisica era diventata sempre più forte e persistente, Tu hai detto: “Basta soffrire”.
È venuta a vederla la sorella a lei più cara e in quello stesso giorno, quel venerdì 19 giugno 2015 alle ore 15:00 l’hai ripresa con Te.
-.-.-.*
Quello che leggerete nelle pagine che seguono (fatti, spiegazioni, considerazioni, analisi, ecc..) non vuole assolutamente dare indicazioni e tanto meno consigli a nessuno ma dire semplicemente quello che è stato il nostro vivere insieme e il nostro… volerci bene!
*-.-.-.*

Da bambina a…ragazza

Bruna all’età di pochi mesi fu colpita dalla poliomielite, malattia che in quegli anni, purtroppo, era molto diffusa tra i bambini con conseguenze di diversa gravità.
A lei lasciò gravi menomazioni alle gambe e alla colonna vertebrale. In seguito per muoversi usò delle stampelle di legno.
Da adolescente fu ricoverata diverse volte e per lunghe degenze all’Ortopedico Toscano (Firenze), ospedale pubblico dove venivano eseguiti interventi importanti di ortopedia.
Durante i lunghi ricoveri non riceveva quasi mai visite da chi invece avrebbe dovuto starle vicino e darle un po’ di affetto.
La mamma della sua amica con la quale condivideva la stanza in ospedale, quando veniva a trovarla portava sempre qualcosa anche per lei, come a sua figlia.
Per qualche anno è vissuta a Firenze in un Istituto dove le suore ospitavano persone con diverse disabilità mentali.
Solo lei era mentalmente normale e per questo una delle suore, Suor Germana Mioni la notò e cercò di esserle vicina e interessarsi a lei.
Bruna ricorderà sempre in seguito Suor Germana poiché era stata l’unica suora che le era stata vicina con tanto affetto e comprensione.”
*
Verso una nuova vita!

Mentre era nell’Istituto di Firenze venne a trovarla don Franco Monterubbianesi e dopo averle parlato e spiegato della Comunità di Capodarco, a Fermo, voleva portarla via subito. Lei fu entusiasta della proposta ma chiese di aspettare un po’ perché aveva degli impegni. Le amiche le dicevano: “Bruna stai attenta alla tua decisione, poiché non sai cosa potresti trovare andando via di qua”. Lei rispondeva: “Se questo è l’Inferno, là non potrà essere peggio di così!”
Nel frattempo ci furono delle lettere scritte da Don Franco per tenerla informata sugli sviluppi della Comunità di Capodarco.
   -.-.-.
                                                                  Anno 1966
Cara Bruna,
finalmente le nostre cose vanno bene!
Abbiamo a disposizione una villa, vicino a Fermo, dove possiamo cominciare a vivere la nostra vita di famiglia e a realizzare insieme il nostro domani. Proprio ieri ho avuto la risposta positiva. Ora è questione di uno o due mesi per sistemare la villa. Spero di accorciare i tempi il più possibile in modo che incominceremo quanto prima. Parlane anche a Maria Cicconi se è tornata. Presto verrò a farvi visita e stabiliremo ogni cosa.
                                           Ti benedico,    don Franco
*
                                                                   Anno 1967
Cara Bruna,
da questo amico ti mando i miei saluti scusandomi per il silenzio. Ma i nostri impegni sono stati infiniti e ti prometto che presto verrò a trovarti. Così parleremo con i tuoi e vedremo cosa dobbiamo fare.
Noi stiamo bene e la nostra vita si sviluppa sempre meglio. Ti racconterò!! Saluti ai tuoi.                                         Ti benedico, don Franco
*
                                                                 Anno 1967
Cara Bruna e cara Maria,
come già d’accordo, sabato 24 giugno vengono a prendervi: io proprio non posso venire per motivi urgenti; ma verranno don Clemente con la sua macchina e Mario con la sua. Così che oltre a voi, riporteranno anche a casa Emma e porteranno Maria Parigi e la Gabriella e penso anche Antonio.
Preparate tutti i bagagli! Coraggio per il distacco. Io sarei voluto venire ma tanto capiterà di tornare a Firenze dalle tue suore e dai tuoi.
Noi siamo girovaghi. Allora coraggio e tenetevi pronte. Io non lo so se riuscirò a venirci.               Vi benedico, don Franco
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A Capodarco

Dopo il matrimonio della sorella Maria, nell’estate del 1967 Bruna arrivò nella Comunità di Capodarco. Lei che fino ad allora era vissuta dovendo sottostare alla volontà degli altri, si rese subito conto che era arrivato il momento in cui occorreva essere protagonisti della propria vita, essere responsabili di sé stessi, collaborare con gli altri, ecc… Piena di voglia di vivere, si inserì subito nella nuova realtà!
Si fece notare per la sua disponibilità; era sempre attiva tutto il giorno e a volte faceva fatica a dormire durante la notte per la troppa stanchezza. Si inserì nella vita lavorativa e in particolare nel corso di ceramica e relativo laboratorio. Si prese l’impegno di seguire cinque fratelli (tre maschi e due femmine) di età compresa fra i quattro e i dieci anni.
Si può immaginare facilmente con quanto coraggio prese questo impegno. Nel 1974 insieme ad altri si trasferì a Roma per continuare l’attività della ceramica e portò con sé i cinque fratelli.
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Riguardo a me: nuovi valori e nuove idee

Nell’aprile del 1967 per la prima volta andai nella Comunità di Capodarco e così per diverso tempo tutte le domeniche. Successivamente per qualche settimana nel periodo estivo compatibilmente con gli impegni dello studio. Una sera ero in camera con due ragazze di Roma, Rossana e Carla, con seri problemi motori e discutendo su alcune cose mi dissero delle frasi dal significato molto profondo e anche molto critico nei confronti di ciò che pensavo su alcuni argomenti.
Andando a letto, prima di addormentarmi, ripensai a ciò che mi avevano detto e più ci pensavo più mi rendevo conto che avevano ragione. Alla mattina, al risveglio, ripensando alla sera prima, mi proposi di riprendere il discorso con loro prima possibile.
Verso metà mattinata mi recai nella loro camera, ma non ci fu la possibilità di parlare poiché c’erano altre persone. Dopo qualche giorno, vedendo che cercavo di parlare con loro, le due ragazze mi confidarono che quella sera ebbero paura, che dopo quanto mi avevano detto, non rivolgessi più a loro parola.
Devo precisare che dopo quello “scontro verbale” capii molte cose ed ebbi modo di approfondirle sempre di più tanto che incominciai a rifiutare una certa mentalità e a riscoprire nuovi valori. Non dovevo giudicare facilmente, dovevo ascoltare idee diverse e fare attenzione alle persone e cercare di capirne il valore.
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Verso nuovi orizzonti

Dopo alcuni rinvii come studente, nel 1974 feci il servizio militare a Roma. Il Colonello Comandante della caserma mi prese come autista personale (avevo qualche anno in più rispetto ai miei compagni), per gli spostamenti nei vari uffici di Roma e proprio per questo non potendo uscire tutte le sere, mi permetteva di uscire dalla Caserma dal sabato pomeriggio alla domenica sera.
Ogni fine settimana, quindi, mi recavo nella Comunità di Roma dove c’erano tutte persone che già conoscevo da alcuni anni. Quando ero in macchina militare, (una Fiat 128) in attesa di spostamenti dentro Roma, a volte ripensavo alla vita passata dalle persone della Comunità: abbandono della propria famiglia, anni passati in istituti, ospedali, cliniche… Erano notizie che in certi momenti di pausa ci si confidava.
Siamo nel gennaio del 1975. Di Bruna sapevo poche notizie della sua vita passata. Vedendo il suo costante darsi da fare con tutti e il grande impegno con i cinque bambini, considerai che meritava che qualcuno le volesse bene. Col passare del tempo questo pensiero ne provocò un altro: “perché non sei tu a volerle bene?!”, questo era ciò che mi si presentava ogni giorno ma prontamente lo scansavo perché ritenevo di non esserne capace nella misura che lei meritava. D’altra parte non ero mai stato fidanzato, non sapevo cosa significasse concretamente voler bene ad un’altra persona, che cosa significasse condividere la propria vita con un’altra.
Questo pensiero si agitò costantemente dentro di me per un po’ di tempo (alcune settimane!) e vinto dalla sua forza cominciai a ragionare: “se accetto tale prospettiva sicuramente andrò incontro a tante difficoltà e contrasti con tante persone”. Mi misi ad analizzare una per una le difficoltà e gli ostacoli che avrei incontrato cercando per ognuno una risposta o un modo di affrontarli.
Oramai conoscevo fin troppo bene certe strane mentalità! (si badi bene che ciò avvenne senza dire niente a nessuno e senza far trapelare nulla).
Nell’ aprile del 1975 terminai il servizio militare e rimasi nella Comunità di Roma e più precisamente nel gruppo di ceramica dove stava Bruna. Questo travaglio interiore durò complessivamente per circa sette mesi! Fui sempre attento a non far capire nulla a lei poiché volevo essere sicuro dei miei sentimenti; ero profondamente convinto che con queste cose non si può scherzare e non si possono prendere alla leggera. Se lei non avesse accettato? Questo pensiero non mi preoccupava… ingenuità? Irresponsabilità? Forse altro? Avevo una sola preoccupazione: sarò capace di capire la sua persona? Riuscirò a volerle bene come merita? In seguito nel corso degli anni, mi sono più volte chiesto: come ho fatto per diversi mesi a non far capire nulla a lei? Eppure vivevamo nello stesso gruppo: lavoravamo nello stesso laboratorio di ceramica. Posso solo dire che tutto avveniva dentro la mia testa! (Anche se con un po’ di emozione).

Non c’era stato un colpo di fulmine, una simpatia particolare o cose del genere; ma soltanto una razionalità interessata a lei, un apprezzamento delle sue capacità e qualità!
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Devo parlare con lei

Dopo alcuni mesi di pensare a lei e che la mia attenzione era rivolta alla sua persona, mi resi conto che era giunto il momento di parlarle.
Ma come dire a lei quello che stava maturando dentro di me nei suoi confronti?
Una cosa era subito chiara: dovevo usare parole semplici ed esprimermi in totale sincerità. Non volevo usare assolutamente parole e formalità per l’occasione!
Se lei non avesse accettato?
Cresceva la preoccupazione e la paura di una risposta negativa ma allo stesso tempo una certezza si presentò nella mia mente: non avrebbe in nessun modo potuto rispondermi con un no perché quello che dovevo dirle era profondamente sincero.
Quale strana pretesa!
È una delle cose incomprensibili e misteriose della vita!
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Pensando a te

Bruna, più di una volta mi hai raccontato come tua mamma, un giorno, mentre stava preparando il corredo per le tue due sorelle (così si usava un tempo) ti ha detto: “A te non faccio nulla perché a te chi vuoi che ti si piglia!”. Forse era ben lontana da te l’ipotesi che ti potessi sposare ed avere una vera famiglia. Eppure oltre al sopportare un così profondo oltraggio alla tua persona, hai sempre sperato in qualcosa di positivo per la tua vita. Ogni volta che mi viene in mente tale racconto non riesco a non piangere.
La nostra storia la considero una rivincita! A volte rimane difficile comprendere gli aspetti misteriosi della nostra vita.
Dopo la tua scomparsa ho saputo da una persona alla quale l’avevi confidato, che quando ti portai, prima di sposarci, a casa dei miei genitori, mentre ero uscito per qualche minuto, mio padre ti ha detto: “tu non sei la moglie adatta per Adriano”.
Me l’hai tenuto sempre nascosto, perché sapevi con certezza che avrei litigato in maniera forte con mio padre per tale offesa.
Perché così tanto accanimento contro le persone semplici e indifese? È difficile a volte cercare di capire i comportamenti strani e assurdi che a volte abbiamo; eppure sono purtroppo reali! Non esito a dire che tali comportamenti sono frutto di arroganza e prepotenza. Questo è frutto di quelle persone che sono convinte che ciò che pensano e fanno sia tutto giusto e quello che pensano e fanno gli altri, se si allontana dalle loro convinzioni, sia sbagliato!

Bruna, se vivo questi fatti ancora con un po’ di rabbia, perdonami. Tu che hai sempre cercato di mettere da parte le cose brutte.
Una cosa però è indiscutibile: con te non mi sono certamente sbagliato!

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L’inizio del nostro amore

Verso la metà di luglio, un pomeriggio le chiesi se le andava di uscire con me dopocena per prendere un gelato. Lei mi disse di sì. Quella sera siamo saliti in macchina e ci siamo avviati nel quartiere. Era ancora giorno, il sole stava per tramontare, lungo la via ho accostato l’auto sui bordi della strada per non intralciare il traffico e ho spento il motore. Lei mi disse: “E moh?!” come per dire “Che cosa è successo?” Non ho risposto alla sua domanda e stetti qualche attimo in silenzio. Prendendo coraggio le ho detto: “Bruna, è tanto tempo che ci penso, vorrei provare a volerti bene!”. Lei abbassò lo sguardo e rimase senza parlare; poi cominciò a singhiozzare e si mise a piangere. Io rimasi sconcertato per qualche momento senza dire nulla. Mi resi conto della sua preoccupazione e della sua giustificata paura e a quel punto le dissi: “guarda Bruna, che non sto scherzando; ho pensato tanto, più di questo non posso dirti!”.
Lentamente e a fatica smise di piangere. Alzò la testa e si girò verso me: per un solo momento ci siamo guardati negli occhi e poi abbassò la testa di nuovo. L’abbracciai (non mi sembrava vero di averla tra le mie braccia!) e le diedi un lungo bacio sulla fronte. Siamo rimasti in macchina ancora per qualche minuto senza parlare e le dissi: “Torniamo a casa?”. “Si” rispose lei.

Il suo pianto e le mie parole sono stati due modi di essere profondamente sinceri tra di noi. Questa sincerità reciproca è diventata sempre più profonda e totale e col passare degli anni è stata uno dei cardini del nostro vivere insieme.
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Il mio amore per te

Qualche decennio fa, si diceva ciò che si pensava, si diceva ciò di cui eravamo convinti anche con il rischio di essere contraddetti o giudicati male. Oggi siamo diventati più raffinati: si dice in maniera più opportuna ciò che si pensa e ciò di cui siamo convinti per evitare di essere giudicati non al passo con i tempi. Se prima le persone con dei limiti fisici le consideravano delle “mezze-persone”, oggi abbiamo coniato nuove parole come “diversamente abili”. Ma quanto c’è di vero nel cambiamento nei confronti di queste persone? Ho paura che ci sia ben poco! Dobbiamo imparare ad andare oltre le apparenze! Noi che ci consideriamo i “sani” o i “normalmente abili” possiamo correre, agitare le braccia e le mani, ci riteniamo capaci persino di poter fare mille cose. Se per strada vediamo qualcosa che potrebbe causarci qualche disturbo, tiriamo diritti e se poi qualcuno ci dice: “non hai visto?” o “non hai notato?”, siamo pronti a rispondere: “Andavo di fretta, non ho visto, ma che c’era? Che è successo?”. Non siamo attenti ai particolari che valorizzano le persone, alle tante piccole cose che la vita ogni giorno ci presenta. Rischiamo di essere superficiali poiché presi dalle mille cose da fare!
Coloro che non possono correre e agitarsi più di tanto vivono più intensamente e profondamente i valori più importanti della persona umana: l’amore, gli affetti, l’amarezza, le emozioni, le sensazioni e l’attenzione agli altri e quanto c’è di più importante nella vita!
Noi invece ci culliamo nell’illusione del nostro gran da fare.
Ho avuto modo di conoscere e intrattenere a lungo amicizie con diverse persone con limiti fisici e ho vissuto e condiviso la mia vita con una persona che si muoveva seduta su una sedia a rotelle per quarant’ anni!
Credo di avere una conoscenza tale da poter affermare senza dubbio che quelle persone che classifichiamo con troppa facilità come mezze-persone sono invece delle persone più capaci di noi!!
Con la loro spiccata sensibilità ci richiamano al senso umano della vita, ad un comportamento dell’uomo più umano e più inserito nella realtà di ogni giorno.
Ci richiamano a non perdere di vista i valori più importanti della vita e a non farci sopraffare da una società malata di individualismo e di protagonismo.

Bruna, non ho meritato per qualche motivo particolare una persona grande come te, ma tu hai condiviso tutto con me fino alla fine dei tuoi giorni.
Ora mi resta il ricordo della tua vita passata con me e la tua costante presenza al mio fianco.
Una parente un giorno mi ha detto: tra due persone che si vogliono bene, ognuno è un po’ speciale per l’altro anche nelle piccole cose.
Ho riflettuto un attimo e poi ho detto: si è proprio vero! È proprio così! In ogni momento della giornata, qualunque cosa facciamo si ha in mente l’altra persona…
Bruna, tu sei stata per me una persona veramente speciale!
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Qualche…malumore e preoccupazione
La mattina seguente Milly, una signora sposata con Memmo (come altre due coppie sposate a Capodarco di Fermo con una grande festa nel 1970) era visibilmente agitata; sospettava che sicuramente la sera prima si era verificato qualcosa di particolare e ciò la preoccupava. Sapeva bene che non era nel mio normale stile di comportamento invitare una persona soltanto ad uscire con me per prendere un gelato o per altro motivo. Tra Milly e Bruna c’era da tanto tempo molta confidenza per cui scoprì tutto subito. Ne fu molto preoccupata poiché conosceva bene Bruna: era inquieta per una possibile nuova delusione per lei. Dopo tre giorni Bruna partì, insieme ad altri, per le ferie a Domodossola. Ogni due o tre giorni le telefonavo per sentirla. Quando ritornò, io partii con Memmo e Milly per Prosecco (Trieste) e stetti con loro circa due settimane. Ogni due o tre giorni chiedevo a Milly di poter telefonare in comunità (dovevo usare il suo telefono di casa). Era visibilmente tesa ma non ebbe mai il coraggio di dirmi di no. Passate le ferie estive ricominciammo la solita vita impegnativa di Comunità. Certamente Milly era preoccupata di non vederci più tutte le sere in camera con loro. Invece dopo che Bruna aveva aiutato Milly ad andare a letto, rimanevamo con loro come avevamo sempre fatto prima.
Ogni tanto scendevo in cucina e dopo aver preparato qualche sughetto semplice in fretta (aglio, olio e peperoncino; pomodori pelati e salsiccia o con fagioli borlotti…) facevamo in camera tutti insieme una spaghettata! Dopo aver rimesso tutto apposto andavamo a dormire prima possibile poiché il giorno dopo ci aspettavano i vari impegni di lavoro. Col passare del tempo vedendo che il nostro comportamento rimase lo stesso, Milly si rasserenò.
A dir la verità, a causa dei tanti impegni della vita comunitaria, facevamo fatica a trovare qualche momento per noi e stare un po’ soli per conoscerci, per parlare e confrontarci su tanti argomenti.
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Visita alla sua famiglia

A settembre dello stesso anno, era il 1975, accompagnai Bruna a trovare i suoi genitori e parenti in Toscana. Avevamo deciso di comune accordo di non dire nulla alla famiglia del nostro essere fidanzati fino a quando non fosse passato del tempo sufficiente per approfondire e stabilizzare il nostro rapporto. Partimmo da Roma per Bientina, un paesino in provincia di Pisa, con l’auto. Il viaggio durò circa quattro ore poiché i chilometri da percorrere erano tanti. Il nostro essere seduti uno di fianco all’altro fu motivo di profonda serenità e di reciproca appartenenza. Arrivammo a casa dei suoi genitori e una volta scesi dall’auto, la presi in braccio poiché per entrare in casa bisognava salire su per una scala i cui gradini erano molti alti, cosa per lei impossibile. Mentre salivamo lentamente e con attenzione per non perdere l’equilibrio e cadere, vedendo che in cima alle scale non c’era nessuno a guardarci ci scambiammo qualche gesto affettuoso. Da quel momento in poi dovevamo stare attenti al nostro comportamento: non dovevamo far scoprire i nostri sentimenti.
Dopo alcuni mesi, in occasione di un’altra visita ai suoi genitori, dopo il pranzo, rivelammo di essere fidanzati da un po’ di tempo. La mamma non disse nulla e osservandola fu evidente che era visibilmente colta di sorpresa da tale notizia; non sapeva se essere contenta o preoccupata. La sorella Maria disse: “Eh, avevo già ammoscato (intuito) che tra di voi ci fosse qualcosa di particolare!!”.
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Un momento di riflessione

Passano i mesi e vengono a galla le divergenze e qualche difficoltà che raffreddano il rapporto tra due che cercano di volersi bene. Un giorno lei mi disse: “Forse è il caso di dire basta; così non si può andare avanti!”. Ascoltai con attenzione le sue perplessità e paure e le dissi: “Parliamone e vediamo se possiamo andare avanti”. Bisogna capire che questo suo voler arrendersi era frutto di tanti anni (esattamente 24!!) trascorsi con notevole difficoltà nonostante le tantissime avversità che la vita le aveva riservato.
Da parte mia pensare che tutto potesse finire così non riuscivo ad accettarlo.
Col passare del tempo, dentro di me, si era fatta strada una certa convinzione: ragionando con sincerità, profondità e rispetto reciproco, possibile che non si possa arrivare a ritrovare equilibrio e serenità senza compromessi?
I compromessi non aiutano l’armonia tra due che cercano di volersi bene! Ma se per sette mesi avevo riflettuto prima di parlare con lei, possibile che tutto poteva finire di fronte a qualche difficoltà? Proprio no! Bisognava fare tutto il possibile!!
Ragionammo su tanti argomenti e a mano a mano che parlavamo abbiamo ritrovato quella sintonia e serenità interiore che ci deve essere tra due che vogliono condividere la propria vita!
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Le lettere di Suor Germana Mioni
Ho già ricordato Suor Germana Mioni …
Ho ritrovato tre lettere scritte da Suor Germana a Bruna. In un primo momento, dopo averle lette, avevo pensato di trascrivere soltanto alcune frasi significative, ma mi son reso conto che non ce ne sarebbe stata una sufficiente comprensione. Leggendo quello che ha scritto appare evidente quanto Suor Germana sia stata legata a Bruna con grande attenzione e con grande affetto.

Gennaio 1971
Cara Brunetta,
ti ringrazio tanto degli auguri e dei tuoi scritti. Mi dici sempre tanto poco anche riguardo alla tua saute, i tuoi dolori, la schiena, sei sempre tanto sofferente? Mi auguro che con il passare degli anni tu possa rinforzarti e stare un po’ meglio. Io cara Brunetta sto bene e mi trovo bene, vi ricordo sempre tutte; quello che avete fatto per sollevarmi dal lavoro quando eravamo insieme a Firenze, l’obbedienza e il rispetto usatomi. Il Signore vi ricompensi e centuplichi le sue grazie e vi conceda quella grazia di mantenervi buoni. Sei buona come sempre lo eri …? Lo spero. Prega sempre anche per me; da parte mia potete stare tranquille … e se volete promettiamoci di ricordarci sempre bel Signore.
E’ volere dei Superiori, mia cara Brunetta, che non teniamo a lungo relazione; è per questo che io non rispondo ai vostri scritti. Credetemi, è un sacrificio anche per me … Nel Signore, nella preghiera ci possiamo ricordare sempre, è un dovere ricordare chi ci ha voluto e fatto del bene. Siamo generose, il Signore e la Santa Madonna ci aiuteranno. Ti abbraccio affettuosamente e mentre ti saluto ti prego di salutatami tanto i tuoi cari: mamma, papà, Laura, Maria, Paolo, Antonella e l’altra piccola. Di nuovo ringraziamenti e un bacione.
Suor Germana Mioni

***
Cara Brunetta,
come vedi sono sempre lunga a rispondere, chiedo scusa, ti dirò che la colpa è un po’ perché volevo essere sicura che veramente venivano con il pellegrinaggio del 28 giugno, la sorella della mia Superiora, una nostra assistita e due suore di Venezia. Ora ti posso assicurare che vengono. Sarebbe una gioia grande se tu potessi in quei giorni andare a Loreto; così io avrei tue notizie più precise e tu le mie. La sorella della mia Superiora mi vuole veramente bene e mi fa il piacere di portarti qualcosa se ne hai bisogno. Dopo questa lettera, meglio cartolina, fammi sapere se puoi andare a Loreto in quei giorni e se hai bisogno di qualcosa. La Maria Assunta è costì (sta con voi)?Grazie mia cara degli auguri tanto cari; io ti ricordo sempre, sempre! Prega anche per me, salutami i tuoi sacerdoti Don Franco e Don Clemente e se hai l’occasione Don Giuliano. A te, ai tuoi cari familiari e amici ogni bene nel Signore.       Con affetto Suor Germana Mioni
P.S.: Non so se sei molto lontana da Loreto; mi auguro che tu possa essere presente.                                                         Ciao un bacione
*
Prima di trascrivere la terza ed ultima lettera (del 1975) di Suor Germana vorrei fare qualche precisazione. Ho potuto sapere nell’estate del 2016, chiedendo notizie alla Superiora della Casa di Riposo Cottolengo di Venezia, che Suor Germana in seguito ad una grave malattia è morta nel 1978 vicino Torino ed è sepolta a Verona. Bruna ha sempre pensato che suor Germana aveva perso il suo indirizzo poiché veniva spostata continuamente in diverse sedi. Leggendo attentamente, questa ultima lettera alla luce dei fatti sopra citati, si può capire chiaramente che Suor Germana, mentre scriveva era già malata. Lei lo dice in forma non diretta, forse per non far capire la brutta notizia a Bruna. “I dolori per casa mia si sono accumulati…”. Secondo il mio modesto parere, questa lettera vuole essere il “testamento spirituale” che vuole lasciare a Bruna; alla sua “cara Brunetta” alla quale aveva dedicato tanta attenzione…È una lettera che Suor Germana scrive in parte da Pisa, in parte da Firenze e in parte da Venezia. Questa lettera merita di essere letta lentamente e con molta attenzione per cogliere il significato profondo, in particolare, di alcune frasi! “Ti dico che passando da Pontedera mi sono scese le lacrime. Quanta voglia di vederti… temo non ci vedremo più finché non saremmo in cielo!”. “Questa lettera sarà interrotta cento volte, accettala com’è…”. “Quando diamo agli altri aiuto, conforto, gioia allora le croci e i dolori sono più leggeri, quasi svaniscono, non è vero mia cara? Ci hai provato tante volte, lo so, non ti lasci vincere, sei generosa; è per questo che ti vedo e ti penso serena!”
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                                                       Santa Pasqua 1975
                                                       Pisa 20 Marzo 1975
Carissima Bruna,
lascia che ti dica Brunetta! Mi trovo a Pisa per gli Esercizi Spirituali. Ti dico, che passando da Pontedera mi sono scese le lacrime. Quanta voglia di vederti… temo non ci vedremo più finché non saremo in cielo. Il ricordo per voi non verrà mai meno, la mia preghiera tutte le mattine innalzo per voi mie care e per te per Maria Assunta “dove sarà?” e per tutte le nostre Bimbe (ragazze) di Firenze. Sabato 22 c.m. passando da Firenze farò una scappatina, ho ottenuto il permesso. Ti immagini la Rosanna, spero che sia a casa perché va tutti i giorni a scuola. Parleremo di te e dirò loro che ti ho scritto: mentre ti saluto anche da parte loro ti auguro Buona Pasqua. Questa lettera interrotta cento volte, accettala com’è. Come stai mia cara? Come ti trovi? Sei buona? Cosa fai di lavoro? Hai dei buoni compagni che ti aiutano ad andare avanti? Don Franco c’è sempre? Hai confidenza? Ti aiuta ad affrontare la vita quale in realtà è…, più croci, dolori che gioie lo vedi. Ma lo sappiamo, Gesù per primo ha percorso questa via; poi non sono proprio tutti dolori; quando siamo ai suoi piedi, quando il nostro cuore è pieno di Lui. Quando diamo agli altri aiuto, conforto, gioia, allora le croci e i dolori sono più leggeri quasi svaniscono non è vero mia cara? Ci hai provato tante volte, lo so, non ti lasci vincere, sei generosa, è per questo che ti vedo e ti penso serena.
Cara Brunetta, quanti anni sono passati; il mio affetto per te è sempre quello. Quando a Natale ho ricevuto quel tuo tanto caro biglietto non ti posso dire la gioia grande! Poi era un po’ tardi, il tempo mi mancò, i dolori per casa mia si sono accumulati; allora ho rimandato di scriverti per poter dirti tutto. Sto scrivendo male, ti prego, abbi pazienza, scrivo quello che mi viene “così spontaneo” … Tu mia cara quando scrivi, dimmi qualcosa anche dei tuoi, di Maria e di Laura, del papà e della mamma. Come sta il papà? Non avere timore, vedi anch’io come scrivo, poi, tra di noi ci si intende. Se non hai tempo puoi scrivermi più in là.
Cara Brunetta terminerò a Venezia questa lettera, anche perché non ho qui il tuo indirizzo. Vorrei sapere se hai bisogno di qualcosa. Fino a settembre ho la mia carissima e buona Superiora, poi dovrà cambiare (vedi ormai sono passati sei anni). Se hai bisogno scrivimi senza riguardo in questi mesi; io posso fare tanto finché c’è questa Superiora, mi accontenta. Intanto prega, dillo anche a Don Franco, affinché la ricordi nella Santa Messa.
Deo Gratias.

                                                     23 Marzo 1975
Sono a Venezia, cara Brunetta, sono passata dalle Bimbe (ragazze) a Firenze; tu avessi visto la festa che mi hanno fatto. Non ti dico della Rosanna, è grande come me, fin troppo; Non posso paragonarla a questa o a quella bimba per descrivertela.
Tiene in mano i ferri e fa la calza, addirittura fa i golf; però è sempre tanto ammalata, è sempre una spastica, povera bimba, è proprio intelligente, mi ricorda anche se è ormai cinque anni che sono passata da loro; si è commossa povera creatura. Almeno tu mia cara, puoi stare ferma, fare, parlare, renderti utile, gentile, lei no, non lo potrà fare mai, neppure una parola. Anche a Giampiera la suora fisioterapista le sta facendo ginnastica e un po’ le braccia sono migliorate; certo che è troppo tardi, non potrà vedere tanto miglioramento, pazienza. Giampiera piangeva sempre perché non vede mai la mamma, poi le spastiche sono molto sensibili, care bambine. Le altre sono un po’ cambiate, alcune più svanite; altre troppo ingrassate. Tu vedessi la Marisa, Maria piccina (piccolina) fanno impressione; anche Maria l’ho trovata ingrassata, gli anni passano per tutti. Cara Brunetta sono tornata dopo un corso di Esercizi Spirituali, spero che il buon Dio mi aiuti a mantenere i propositi, possa convertirmi.
Ora auguro Buona Pasqua con tutto il cuore, il Cristo Risorto ti conceda ogni grazia, ogni gioia. L’unico tuo desiderio sia il cibarti di Lui, Gesù, tanto buono, nostro Fratello, il figlio di Dio. Prega per me io “ti ripeto” sempre, sempre ti ricordo. Ti prego di ossequiarmi, salutarmi tanto i tuoi reverendissimi sacerdoti e tutti i tuoi buoni compagni. Auguri cari anche da parte della mia superiora.
Nel Signore.
                                                        Suor Germana Mioni
-.-.-.*
Arriva Marco!

Nel gennaio del 1977 abbiamo annunciato al gruppo che volevamo sposarci possibilmente entro l’anno corrente. All’inizio di marzo ci chiesero se eravamo disposti ad adottare un bambino, di circa quattro anni di età, affetto da distrofia muscolare. Tale richiesta fu per noi totalmente imprevista anche perché non avevamo mai preso in considerazione l’ipotesi di un’adozione. Chiedemmo di avere un po’ di tempo per pensarci dato che si trattava di prendere una decisione molto importante. Ne parlavamo tutti i giorni tra di noi ed anche con alcune persone del gruppo. Notavo che Bruna, col passare dei giorni, era sempre più propensa a prenderlo. Cercavo di essere più obbiettivo possibile poiché sapevo che chi avrebbe seguito di più quel bambino sarebbe stata lei. Una mattina, dopo circa due settimane, mi disse: “Adriano che cosa facciamo? Allora lo prendiamo?”. Il tono della sua voce e l’espressione dei suoi occhi dicevano chiaramente, senza ombra di dubbio, che desiderava accogliere quel bambino. Era una domanda che da qualche giorno mi aspettavo in ogni momento. Le dissi: “Ma si lo prendiamo, sono d’accordo anch’io”. I suoi occhi brillarono di felicità per la decisione presa.

Soltanto di recente, esattamente nell’aprile del 2017, una persona mi ha confidato che prima di noi, era stata interpellata la sua famiglia per una eventuale adozione.
La risposta, con grande dispiacere, fu negativa perché era già appesantita da difficoltà molto gravi.
Su questa vicenda non intendo fare nomi per evitare giudizi facili e superficiali.
Da parte mia, poiché ho sempre conosciuto quella famiglia, siamo sempre stati amici, posso confermare che le difficoltà dichiarate erano profondamente vere.
Dopo tre giorni ci portarono Marco, un bambino di appena quattro anni, molto intelligente ed espansivo.
Si notò subito che era abituato a vivere con tante persone e proprio per questo ci vollero circa due settimane di tempo perché percepisse che eravamo noi due a stare più vicini a lui.
Dopo circa un mese, anche grazie agli stimoli degli amici del gruppo, incominciò a chiamarci mamma e papà. Fu un momento emozionante per noi.
Dopo poco più di un mese che stava con noi, vennero le assistenti sociali. Erano due signore mandate dal Tribunale dei Minori de L’Aquila (Marco era di origine abruzzese) per constatare come si trovasse il bambino.
Stettero tutto il giorno con noi e alla sera, prima di partire, ci dissero che volevano venire in occasione del nostro matrimonio.
Infatti vennero per quel giorno e ci portarono per regalo una bellissima coperta matrimoniale di pura lana che abbiamo utilizzato nel periodo invernale per tanti anni.
A luglio dello stesso anno portai Marco a casa dei miei genitori e in quei giorni, per pura coincidenza, era stata organizzata una gita turistica a San Marino.
C’erano ancora dei posti disponibili e così partecipammo.
Nel pullman Marco era seduto di fianco a me e poiché mi chiamava papà, due signore, che di signorile avevano ben poco, che erano sedute dietro di noi dissero sottovoce: “si vede che gli è nato prima di sposarsi!”.
Poiché ormai da tanto tempo ero abituato a tanti commenti più o meno stravaganti, mi venne spontaneo sorridere a quella frase.
Dopo qualche momento, mi venne la voglia di dire loro: “Vedete, a voi i bambini sono nati piccolini, come tutti, a noi invece è nato già grande di quattro anni!”.
Desistetti dal dire quello che avevo pensato poiché avrei rovinato a loro la gita e tutta la giornata.
In quei giorni portai Marco anche da qualche mio parente ed in una occasione alla moglie di un mio cugino disse: “Sai, mamma e papà si sposano ed io spingo la carrozzina di mamma!”.
Questa frase me l’ha ricordata ben quaranta anni dopo, esattamente nel marzo del 2017.
Marco passava le giornate con i bambini del gruppo dove eravamo ed in particolare insieme ad una bambina che aveva la sua stessa età.

Tutti i giorni coglievamo in lui gli effetti negativi della sua malattia e poiché eravamo coscienti che sarebbe vissuto fino ad una età di circa diciotto anni, non potevamo sognare per lui una vita di grandi prospettive.
*
I preparativi per il matrimonio

Abbiamo incominciato ad organizzarci per il nostro matrimonio: i mobili per la camera matrimoniale li abbiamo trovati in un negozio alla periferia di Roma.
Ci costarono 630 mila lire, in parte abbiamo pagato in contanti ed in parte abbiamo concordato delle rate da pagare successivamente.
Chiesi al parroco del mio paese di inviarmi i documenti necessari per poter fare le pubblicazioni nella Chiesa del quartiere di Roma dove ci saremmo sposati.
I documenti richiesti tardavano ad arrivare ed allora, dopo aver fatto una telefonata ad una mia parente, scoprì che il parroco si era recato presso la Curia Arcivescovile di Fermo, poiché era convinto che c’erano, secondo lui, le condizioni per poter bloccare il matrimonio.
Lì trovò una sorpresa: le condizioni di cui lui era tanto sicuro, erano invece inesistenti! Provò allora a temporeggiare cercando ora una scusa, ora un’altra, per ritardare l’invio dei documenti.
Era un prete dalle idee molto strane: era meglio che non fosse diventato sacerdote ma che avesse preso un’altra strada!
Decisi di affrontare la situazione; un pomeriggio lo chiamai al telefono e gli dissi: “Ho saputo che sei andato dal Vescovo per bloccare il nostro matrimonio ma ti è andata male. Sappi che nel Diritto Canonico (una serie di regole ecclesiastiche) dove tu hai tanto cercato, non troverai mai un motivo per fare quello che vorresti, perciò sbrigati a mandarmi i documenti perché se mi costringi a venire da te, ti gonfierò come un rospo!”. Dopo quattro giorni arrivarono i documenti richiesti. Abbiamo fatto sapere ai parenti di Bruna il giorno stabilito per il matrimonio. Riguardo ai miei familiari avevo già saputo che non sarebbe venuto nessuno. Una parente avrebbe voluto essere presente ma fu opportunamente convinta a non venire. Tutti i componenti della Comunità di cui facevamo parte furono particolarmente attivi per preparare una festa che, dopo il matrimonio, fosse durata fino a tarda sera.
*
Il nostro matrimonio
Circa un mese prima del giorno stabilito, ci siamo recati in una ufficio del comune di Roma e abbiamo registrato il matrimonio per gli effetti civili.
Vennero con noi Marcella e Bruno come testimoni: noi con Marco e loro con la loro figlia. La stessa Marcella mi ha ricordato dopo quaranta anni questo fatto. Il personale dell’ufficio, dopo aver visto due donne in carrozzina con i rispettivi figli: “che cosa avrà pensato?” mi domandò. Le ho risposto: “Hanno pensato quello che hanno voluto, ma noi possiamo farci soltanto una risata”, e lei: “ah! beh! certamente!”
I coniugi Memmo e Milly, oltre a regalarci le fedi ci hanno fatto da testimoni in chiesa. Memmo ci regalò un quadro fatto da lui: rappresentava la Madonna con in braccio il Bambin Gesù. L’abbiamo tenuto sempre appeso in camera ed è tutt’ora in perfette condizioni. Nel pomeriggio del 15 ottobre 1977 abbiamo celebrato il matrimonio nella Chiesa dedicata a Sant’Ignazio di Antiochia, nel quartiere Statuario, vicino alle Capannelle.

Soltanto di recente sono rientrato in quella Chiesa, in occasione della scomparsa di due persone, nostre amiche fin dal lontano 1967!
Sono stati per me momenti di profonda commozione che è sfociata nel pianto, ricordando come proprio lì abbiamo dichiarato di vivere insieme e ci siamo promessi reciproca fedeltà per sempre, fino alla fine dei nostri giorni!
Oltre a Marco erano presenti anche i cinque fratelli che Bruna aveva seguito per diversi anni e che erano stati affidati successivamente ad un’altra coppia della Comunità.
Nel grande spazio all’aperto, davanti alle palazzine dove abitavamo, insieme a tante altre persone della comunità di Capodarco, erano stati preparati tanti dolci e quant’altro potesse servire per festeggiare fino a notte inoltrata.
Io mi ero rassegnato e quindi preparato a vivere quei momenti particolari senza la presenza di alcuno dei miei parenti.
Bruna, quante volte mi hai fissato con lo sguardo per poter capire il mio stato d’animo!

Cercavo di non pensare, per quanto mi è stato possibile, ma la tristezza era tanta, anche se cercavo di mascherarla.
Eravamo in tanti quel pomeriggio.
Oltre i parenti di Bruna c’erano i componenti della Comunità, tanti amici ed anche, come già avevo detto, le Assistenti Sociali del Tribunale dei Minori de L’Aquila.
Prima di andar via ci dissero che erano state bene e che erano contente per Marco.

Bruna, Adriano e Marco
Matrimonio: 15 Ottobre 1977


Il viaggio di nozze

Il giorno dopo il matrimonio, Marco partì con i genitori di Bruna per andare a Bientina (provincia di Pisa) mentre noi ci siamo recati a Perugia.
La mattina seguente ci siamo diretti verso Venezia e a Mestre abbiamo trovato posto per alloggiare.
Per due giorni abbiamo visitato Venezia viaggiando con i vaporetti: la piazza di San Marco, il ponte di Rialto, alcuni palazzi storici ed una fabbrica di oggetti in vetro di Murano.
Siamo poi andati a Bientina, dove Marco ci stava aspettando e ci ha accolto con grandi abbracci.
Nei giorni seguenti abbiamo portato Marco a visitare Firenze e Pisa.
Siamo rimasti per qualche giorno con i genitori di Bruna e poi abbiamo fatto ritorno a Roma.
***
Il Tribunale dei Minori de L’Aquila

Verso la metà dell’anno successivo (1978) a seguito di una precisa richiesta, ci siamo recati al tribunale per un colloquio con il Presidente del tribunale e le Assistenti sociali. In quell’occasione furono preparati alcuni documenti che sarebbero serviti in seguito per l’adozione di Marco. La cancelleria del tribunale ci diede una lettera (letta prima di chiuderla) con la quale si chiedeva alla Direzione Didattica (Marco sarebbe dovuto andare a scuola l’anno successivo, 1979) di redigere due pagelle: una pagella con il suo nome e cognome (da non far però circolare) ed un’altra con il cognome già cambiato (da far vedere) in modo tale che al momento del cambiamento del cognome, per effetto dell’adozione, non ci fosse nessun problema né per lui e né per i suoi compagni di scuola. Vorrei far notare come il personale del tribunale fu sensibile nei confronti di Marco. Erano preoccupati perché, affetto da distrofia muscolare, Marco difficilmente sarebbe stato adottato. Il Tribunale era entrato in contatto con la Comunità di Roma per cercare una possibile collocazione. (In quell’occasione, proprio per questo caso, si impiegarono modi diversi da quelli usati normalmente.) Era importante trovare una collocazione adeguata alle necessità di Marco. Fu affidato alla Comunità di Roma (precisamente al Presidente della Comunità di allora) anche se in realtà l’avevamo accolto noi due nonostante che non fossimo ancora sposati.
Marco ci fu dato circa sette mesi prima di sposarci!
*
A Grottaferrata!

Durante l’anno 1978 ed in particolare nella seconda metà, furono portati avanti i preparativi per trasferirci a Grottaferrata; più precisamente nell’azienda agricola di proprietà della Suore Francescane Missionarie di Maria. Negli ultimi mesi, tutte le domeniche, ci recavamo insieme al piccolo gruppo che si doveva trasferire nell’azienda dove già avevano trovato posto dei ragazzi che svolgevano il servizio civile in sostituzione del servizio militare. Facevamo questo per stare insieme, per fare conoscenza, per creare un buon rapporto e così cercare di valutare tutto quello che ci sarebbe stato da fare in seguito.
Nel mese di dicembre, anche se i lavori di sistemazione della casa, dove avremmo abitato, non erano stati ultimati, con qualche disagio messo in conto, decidemmo, insieme al gruppo, di trasferirci a Grottaferrata. Il trasloco fu effettuato circa dieci giorni prima di Natale; volevamo incominciare a stare insieme prima delle feste.
Nel frattempo avevamo fatto conoscenza con le suore che si dedicavano ai lavori dell’azienda agricola: c’erano suore addette alla vigna, all’oliveto, alla cantina per il vino, alle galline per la produzione delle uova ed in particolare con quelle che si dedicavano alla coltivazione degli ortaggi (le suore ne facevano molto uso).
Proprio quest’ultime furono le prime ad insegnarci l’impegnativo lavoro nell’orto.
La notizia che c’era Marco fece subito il giro tra le suore, cosicché non solo quelle dedite all’azienda ma anche alcune che svolgevano attività varie all’interno del Convento venivano a trovarci perché volevano conoscere il bambino. Avevano saputo delle precarie condizioni fisiche di Marco e proprio per questo motivo venivano a trovarlo spesso. Alcune si emozionavano nel vederlo ancora correre e giocare, sapendo che la sua vita non sarebbe stata lunga.
Erano tante le suore che si dedicavano ai vari lavori della campagna; di alcune non ricordo più il nome mentre ricordo bene quelle con le quali ero in più stretto contatto.

Suor Radiana (come posso dimenticarla!) era impegnata con 250 galline ovaiole; di piccola statura, originaria di Force (provincia di Ascoli Piceno) dal comportamento semplice e sempre sorridente. “E’ una vita che sto con le galline!” mi diceva. Per diversi anni aveva allevato anche conigli.
In occasione di un incontro con i ragazzi che alcuni anni prima avevano svolto il servizio civile e che lei aveva conosciuto, andai a cercarla in Convento perché volevano fare una fotografia insieme come ricordo.
Nonostante le mie insistenze non voleva venire. Allora le dissi: “Suor Radiana, pesi tanto poco, ti prendo in collo e ti porto giù”. Si mise a ridere, mi prese per la mano e camminando lentamente venne con me per fare delle foto ricordo.
Dopo che furono ristrutturati i locali dove prima c’erano stati gli animali (conigli, maiali e galline), per crearci il Noviziato, Suor Radiana spesso andava lì, durante il giorno, per passare alcune ore con le Novizie.
In quei posti aveva passato tanti anni con i suoi animali a lei tanto cari.
Un giorno mentre era con le novizie le chiesi: “Suor Radiana, come ti ci trovi?”. Lei mi rispose: “Non ci capisco più nulla, io sono di altri tempi. Era meglio quando avevo le galline!”.

Suor Giovanna, di Napoli, era addetta alle vigne e all’uliveto. Eravamo spesso insieme, mi veniva a cercare quando aveva qualche problema.
Ho potuto rincontrarla per la prima volta dopo quarant’anni, nel pomeriggio del 24 febbraio del 2017.
Ormai avanti con l’età, ha stentato inizialmente a riconoscermi, ma poi mi ha fatto una grande festa, abbiamo parlato tanto ricordando il passato ormai lontano.
Successivamente sono andato a salutarla in altre occasioni ed ogni volta si è emozionata. Mi ha preso sempre per la mano e non ha perso il suo stile: ha la battuta pronta per qualsiasi cosa!

Nello stesso giorno ho potuto incontrare Suor Lina, che nel passato stava nella biblioteca ed insegnava il catechismo ai bambini della parrocchia vicina.
Anche lei dopo tanti anni ha stentato a riconoscermi ma poi si è messa a piangere per l’emozione. Mi ha preso le mani e non mi voleva più lasciare. Sono andato a salutarla anche altre volte; puntualmente mi ha preso per le mani, si è emozionata e si è messa a piangere.

Suor Onorina era di Falerone (un paesino a pochi chilometri da dove vivo); conosco la sua famiglia d’origine e i nipoti. Era incaricata dei lavori dell’orto; l’avevano soprannominata “la ruspa” perché lavorava molto con le mani in mezzo agli ortaggi. Ci ha insegnato a coltivare l’orto ed anche a seminare e far crescere le piantine per poi trapiantarle.

Suor Lanfranco, strano nome… ma tutti la chiamavamo cosi! Era la responsabile della cantina; sapeva tutti i particolari e le tante attenzioni per fare un buon vino. Nonostante che passasse ogni settimana diverse ore in cantina, non l’ho mai vista alterata per effetto del vino. Lo assaggiava soltanto quando doveva capirne la maturazione; le bastava soltanto un sorso per capire se era pronto. Mi ha insegnato la lavorazione delle olive nel frantoio per ricavarne l’olio di oliva. Mi ha spiegato gli accorgimenti particolari per ben conservare l’olio

Suor Pasqualina, originaria della Sardegna, ha insegnato a Bruna la decorazione degli oggetti in porcellana. Utilizzava una tecnica chiamata “a terzo fuoco”, perché gli oggetti decorati venivano cotti in un forno apposito per ceramica per la terza volta per fissare i colori usati.
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La scomparsa improvvisa di Marco

Dopo poco più di un mese che eravamo a Grottaferrata, Marco doveva subire un piccolo e banale intervento chirurgico. Le analisi fatte nell’ospedale di Marino erano perfette. Il 3 febbraio 1979 appena somministrata l’anestesia si scatenò l’Ipertermia Maligna (una reazione di tipo genetico all’anestesia). I medici tentarono ripetutamente di salvarlo e poiché l’ipertermia, provocando febbre altissima, porta alla morte, tentarono disperatamente di salvarlo con ogni tipo di tecnica. I medici ci dettero personalmente la brutta notizia, spiegando quanto era successo ed i tentativi, durati più di tre ore, per rianimarlo purtroppo senza successo. Bruna ed io siamo rimasti terribilmente scossi! Così all’improvviso non poteva essere vero!
Siamo ritornati a casa e abbiamo comunicato subito la brutta notizia alle suore. Nel primo pomeriggio venne da noi Suor Luisa, la Superiora, la quale mi incontrò lì fuori casa e mi disse: “Noi abbiamo deciso, se siete d’accordo, di seppellire Marco nel nostro cimitero. Noi abbiamo una regola, secondo la quale nel nostro cimitero non possiamo seppellire le persone civili, ma poiché si tratta di un bambino, per di più piccolo, possiamo fare un’eccezione”. Le risposi subito che eravamo d’accordo. Per noi sarebbe stato più facile recarci nel loro cimitero che in quello del comune di Grottaferrata.
Nel pomeriggio del giorno dopo, abbiamo portato Marco nella Chiesa grande del Convento. Dovevamo aspettare che arrivassero le Assistenti sociali (prontamente avvertite) ed uno zio di Marco che era stato autorizzato dallo stesso Tribunale dei Minori de L’Aquila.
Appena sistemato nella chiesa una suora mi si avvicinò e mi disse: “Ci siamo già organizzate, la veglia per questa notte la facciamo noi”. Fu per noi un gesto molto affettuoso nei confronti di Marco da parte delle suore! Nella mattina successiva abbiamo celebrato i funerali e per l’occasione avevo scritto qualche pensiero che feci leggere a Don Franco che celebrò la messa. Avevo scritto su di un foglio di quaderno a righe.
Successivamente con il passare degli anni e con l’aver effettuato tre traslochi non sapevo più dove fosse andato a finire. Non ho mai chiesto a Bruna che fine avesse fatto quel foglio perché non volevo che lei se ne facesse una colpa se non si trovava più. L’ho ritrovato all’improvviso nell’ottobre del 2017, in maniera assolutamente inaspettata, mentre stavo cercando la mia carta d’identità. L’ho trovato ben piegato dentro una di quelle piccole custodie di plastica che si usavano per patenti e carte d’identità. Bruna l’aveva sempre ben custodito dentro una tasca interna della sua borsa. L’ho aperto con molta cautela, per paura che si potesse rovinare, e dopo averlo opportunamente rinforzato, lo conservo gelosamente dentro una busta di plastica. È stato per Bruna un legame profondo con Marco; lo portava a mia insaputa, sempre con sé ovunque lei andasse.
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Marco,

ci hai lasciati, ma il tuo spirito rimarrà sempre con noi e con tutti quelli che ti hanno conosciuto. La tua bontà, la tua vivacità e la tua espansività con tutti erano grandi e proprio per questo ti chiediamo perdono per tutte quelle volte che non ti abbiamo capito e di non essere riusciti sempre a volerti bene così tanto come tu avevi bisogno dopo aver sofferto tanto per ben quattro anni!
Non chiamerai più mamma e papà, ma ora chiedi e pretendi, se così si può dire, con la tua bontà, da Dio, Padre di tutti, che dia la forza a quante persone nel loro intimo vorrebbero, ma che non trovano il coraggio di accogliere nel seno del loro amore i bambini abbandonati e pretendi ancora che con la Potenza del suo amore forzi e cambi il cuore di tutte quelle persone che in un modo o in un altro abbandonano i bambini
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La cooperativa agricola

Avevamo 300 galline ovaiole per cui ogni mattina la gente di Grottaferrata, già abituata con le suore, veniva puntualmente a comprare le uova (erano ancora calde!). Abbiamo allevato per due anni i maiali che compravamo piccoli in un’azienda alla periferia di Roma.
Per poco più di un anno abbiamo allevato dei vitelli da carne. Avevamo anche un piccolo allevamento di conigli (dodici fattrici).
La carne prodotta veniva consegnata negli altri gruppi della Comunità.
Anche la gente di Grottaferrata comprava della carne su ordinazione; veniva a ritirarla nel giorno concordato.
C’erano un grande uliveto (circa 1500 piante di ulivo), due piccole vigne e diverse piante da frutto (mele, pere e pesche).
Coltivavamo un bel pezzo di terreno con ortaggi vari; mentre i restanti appezzamenti di terra erano coltivati con orzo, mais e foraggio; i prodotti che servivano per l’alimentazione degli animali.
Abbiamo riaperto al pubblico il frantoio per la molitura delle olive (le suore l’avevano chiuso per mancanza di personale adatto per un lavoro tanto impegnativo).
La notizia si è sparsa velocemente; tutti i vecchi clienti sono ritornati da noi.
Erano molto contenti per la nostra attenzione in un lavoro così particolare.
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La prima figlia

Conoscevamo un dottore, ginecologo, che lavorava nell’Ospedale di Frascati.
Eravamo amici, veniva qualche volta con la moglie a comprare prodotti nell’azienda agricola.
Da qualche anno seguiva le gravidanze e i parti di alcune signore che si muovevano sedute sulla sedia a rotelle per cui parlammo con lui.
Si interessò personalmente per fare delle visite specialistiche, a seguito delle quali, visti i risultati postivi, ci disse che Bruna poteva portare a compimento una gravidanza senza problemi particolari.
A metà dell’anno del 1981 nacque la prima figlia.
Ben presto diventò la mascotte di tutto il gruppo; c’era solo lei come bambina piccola e quindi tutte le attenzioni erano per lei.
Al battesimo volle essere presente mia madre che fece anche da madrina insieme al babbo di Bruna.
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Una decisione sofferta

Nel 1982 si verificarono delle ingerenze nella nostra cooperativa da parte di alcune persone della comunità di Roma. Non scendo nei particolari per evitare inutili polemiche su di un lontano passato. Si crearono delle situazioni di confusione per cui decisi di andare via; di ritornare nelle Marche: nel paesino dove ero nato. Ormai da diversi anni vedevo la nostra vita totalmente inserita nell’ambito della comunità, per cui dovevo darci un taglio ed affrontare un’altra vita totalmente diversa: fu un momento per me molto difficile. Per Bruna, fu ancora più difficile, perché per lei fin dal 1967 la Comunità di Capodarco era diventata una realtà che le aveva dato una grande svolta positiva alla sua vita! Ricominciare una vita nuova e diversa poteva essere molto difficile. Bruna poteva contare su di me: sarebbe stata difesa da qualsiasi attacco alla sua persona.
Ne aveva avuto già le prove precedentemente. Tutto il resto per noi era una grande avventura! I miei genitori con l’aiuto di due muratori sistemarono adeguatamente, a piano terra, alcune stanze di un vecchio edificio (era stato costruito nel 1907!). Alla fine di marzo del 1983 ci siamo trasferiti nelle Marche. Dopo soltanto qualche anno, anche un’altra famiglia andò via, sempre per motivi tutti riconducibili a fatti simili che si erano verificati in seguito. Ci fu poi un tentativo di convincerli a ritornare a Grottaferrata ma la risposta fu negativa. Milly, presa dallo sconforto, confidò che voleva ritornare a Capodarco (nelle Marche) ma si sa che le persone che hanno bisogno di aiuto debbano purtroppo sottostare, ahimè, al volere degli altri.
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La nuova vita difficile

Trovare un lavoro stabile non era facile.
Ho incominciato a riparare i ferri da stiro, gli asciugacapelli, le stufette elettriche e le lavatrici per guadagnare qualche soldo.
I miei genitori ci davano una mano sul piano economico. Ho iniziato ad eseguire piccoli lavori di manutenzione, fino a quando nell’ottobre del 1985 aprii ufficialmente l’attività di impianti elettrici ed idraulici.
La situazione economica era ristretta, dovevamo stare molto attenti a tutto per far fronte a quello che era necessario evitando accuratamente il superfluo.
La gente incominciò a conoscermi e così ebbi modo di eseguire qualche lavoro consistente per tirare avanti un po’ meglio di prima.
Nel 1989 mi fu chiesto di svolgere l’attività di assistenza tecnica nel settore del riscaldamento per le caldaie funzionanti a gas.
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La seconda figlia

Nel 1985 è nata la seconda figlia.
Bruna ripeteva sempre che un figlio unico sarebbe cresciuto certamente viziato.
Un ginecologo, dell’Ospedale di Fermo, molto conosciuto per la sua bravura e grande attenzione seguì la gravidanza e il parto.
Subito dopo la nascita, una infermiera, uscendo dalla sala operatoria, ci venne incontro con la bambina avvolta in un grande asciugamano e ci chiese con quale nome doveva registrarla.
La prima figlia che era con me, scelse il nome che dovevamo dare alla sorella: il nome di una sua amichetta.
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Un fatto mai raccontato

Poco prima del 1990 una famiglia mi chiese di intervenire sull’impianto di produzione di acqua calda con pannelli solari poiché non funzionava correttamente.
Mi precisò che l’interruttore per staccare la corrente era posizionato su di una parete della centrale termica.
Mi recai sul posto ed entrai da una porta secondaria che mi avevano lasciato aperta.
Ho individuato l’interruttore, l’ho azionato ma appena ho toccato il primo filo la corrente elettrica incominciò ad attraversarmi il braccio destro, il torace e il braccio sinistro poiché mi ero appoggiato su di un tubo metallico dell’impianto di riscaldamento.
Non riuscivo a staccarmi e mi resi conto che mi avrebbero trovato lì morto! Il pensiero andò subito alla mia famiglia: come avrebbe fatto Bruna ad andare avanti da sola con due figlie ancora piccole? La corrente elettrica improvvisamente scomparve.
Ho avuto bisogno di qualche momento per riprendermi, per rendermi conto di ciò che era successo e che ero improvvisamente salvo! Ho cercato l’interruttore generale di tutto l’appartamento e l’ho trovato disattivato.
In casa non c’era nessuno! Devo precisare che si trattava di uno di quei vecchissimi interruttori elettrici che non avevano nessun sistema di sicurezza.
Decisi di non raccontare il fatto a nessuno. In seguito ho avuto modo di parlare con persone dalla provata conoscenza ed esperienza nel settore elettrico per cercare di capire come quell’interruttore si fosse disattivato da solo.
Tutti mi hanno fatto delle domande particolari per poter ipotizzare una risposta adeguata ma le conclusioni sono state sempre le stesse: non capisco, non so darti una spiegazione tecnica.
Di fronte a queste risposte la convinzione che fosse successo qualcosa di particolare diventò sempre più forte.
Lascio a voi la libertà di fare qualsiasi considerazione ma mi permetto di dire che qualcosa di eccezionale è successo.
Qualcosa di inspiegabile si è verificato!
Bruna, non ti ho mai raccontato questo fatto per non farti prendere paura e per evitare di vivere con preoccupazione a causa del mio lavoro.

Qualcuno ha protetto la nostra famiglia!
*
Bruna, ti ho fatto soffrire

Con la nascita della seconda figlia le necessità erano aumentate.
Il lavoro non dava ancora risultati economici importanti.
Le preoccupazioni aumentavano giorno per giorno ed anche per questo le tensioni tra di noi si facevano sentire sempre di più.
Le divergenze erano all’ordine del giorno.
Una mattina, ahimè, dopo tante inutili discussioni, dopo che le figlie erano andate una alla scuola elementare e l’altra alla scuola materna, ho detto a Bruna: “Basta, così non si può andare avanti! Ti riporto a casa dai tuoi”.
Appena pronunciate queste parole mi resi conto che avevo mandato all’aria ogni buon senso e che avevo superato ogni limite. Stetti qualche momento in silenzio e poi cercai di fare i lavori previsti per quel giorno.
Quando tornai a casa ci fu un silenzio totale ed ognuno di noi due faceva quello che era necessario senza parlare.
Durante la notte riuscì a dormire soltanto per qualche momento.
La mattina seguente dopo che le figlie erano andate via, mi sono messo davanti a Bruna, mi sono appoggiato sui braccioli della carrozzina e dopo aver avvicinato la mia testa alla sua le ho detto:
Bruna non ti porto da nessuna parte!
Non ti posso portare in nessuna parte! Non ti voglio portare in nessuna parte!”
Siamo rimasti in silenzio e poi mi sono tirato su.
Non ci siamo neanche guardati.
Senza parlarci in merito alle discussioni e senza tentare chiarimenti, ognuno di noi ha riflettuto, nel proprio silenzio, sugli sbagli e sulle esagerazioni che avevamo potuto commettere, cercando di capire, confrontandoci con i pensieri dell’altro, quali fossero le cose più giuste.
Pensare che le nostre vite potessero dividersi ed allontanarsi, era per noi, a dir poco, allucinante.
La profonda sofferenza interiore ci ha fatto riflettere e capire, ognuno per conto proprio, il nuovo equilibrio che dovevamo avere.

Bruna, come avrei potuto continuare a vivere senza di te?
*
Desideri in piccolo

Bruna, non hai mai desiderato cose grandi!
Hai sempre saputo apprezzare le piccole cose!
Quando andavo in giro per lavoro e vedevo dei negozi o delle bancherelle dove si vendevano fiori, coglievo l’occasione per acquistarli in piccoli vasi e in particolare le piantine grasse in quei vasetti tanto minuscoli.
Li mettevi nel salone e qualcuno anche in cucina, così li potevi vedere sempre e goderteli.
Troppo spesso accade (orribile anche a dirsi!!) che uno porta quasi tutti i giorni qualche regalo alla persona con la quale condivide la propria vita perché si illuda del grande amore verso di lei; il tutto serve invece per coprire che fuori dalla porta c’è l’amante.
Il grande poeta Dante Alighieri, nello scrivere la Divina Commedia, colloca i traditori nei gironi più bassi dell’inferno, cioè con le pene peggiori!
Ecco anch’io come Dante, sono convinto che il tradimento sia la cosa più grave e vergognosa che si possa commettere!

Bruna, non ho avuto mai bisogno di portarti dei regali per illuderti!
*
Il tuo amore di mamma

Bruna, fin da bambina, non hai avuto quegli affetti e quelle attenzioni che ci sono normalmente in una famiglia tra genitori e figli.
Ormai grande hai dimostrato particolare attenzione ai bambini quando hai preso l’impegno di seguire i cinque fratelli!
L’hai dimostrato ancora quando decidemmo d’accogliere Marco.
Con le nostre figlie hai dato tutta te stessa; non volevi assolutamente che mancasse loro quell’affetto di mamma che a te era tanto mancato.
Tu hai voluto fare tutto quello che era necessario per loro. A me rimaneva soltanto di poter costatare come crescevano con il tuo affetto e le tue attenzioni.

Bruna, tante volte ho provato a pensare quanto tu abbia sofferto fin da bambina, ma ho potuto solamente costatare che è impossibile immaginare e misurare quanto sia grande la sofferenza e come questa si ripercuota profondamente dentro di noi.
*
Una vita sempre insieme
e non… belle parole!

Il nostro vivere insieme non è stato scandito da parole e frasi che si dicono normalmente tra due persone che si vogliono bene.
Tutti i giorni ci siamo guardati nel profondo degli occhi e con questo nostro guardarci ci siamo sempre detti il senso del nostro vivere insieme, il senso della nostra reciproca appartenenza, il senso del condividere tutto e il senso di non poter stare l’uno senza l’altro.
I momenti di difficoltà di un rapporto non bisogna considerarli come aspetti negativi della vita a due.
L’uomo e la donna sono due esseri profondamente diversi; proprio questo porta ad avere modi svariati di percepire e valutare le cose, a cogliere molteplici aspetti della stessa realtà ed avere sensazioni differenti.
Questa diversità, però, serve a poter valutare meglio come affrontare i fatti della vita.
Bisogna avere capacità di dialogo, rispetto reciproco e non cercare di avere, in qualche modo, più ragione dell’altro.
Quando capita di sbagliare, nessuno dei due deve dire: “hai visto! se si faceva come dicevo non avremmo sbagliato!”
Bisogna imparare anche a sbagliare insieme; anche questo serve per capire meglio!
*
Le proprietà risultano essere più spesso
degli uomini che delle donne:
una forma di maschilismo lento a morire?

Quando abbiamo acquistato la prima auto la misi a nome di Bruna e così successivamente quando ne abbiamo comprate altre.
La casa nuova che abbiamo costruito è stata messa a nome di tutti e due.
Qualche persona mi disse: “Perché non l’hai intestata soltanto a te?
Un domani non si sa mai che potrebbe succedere!”
Era assolutamente lontana da me l’ipotesi che ci potessimo separare; non sarebbe stato possibile… illusione o profonda convinzione?
Ero convinto che in avvenire tutto dovesse andare per il verso giusto.
Anche le bollette dell’acqua e del gas metano le ho messe a nome di Bruna.
Tutto questo ha sempre rappresentato per me una convinzione ben precisa.
Bruna, anche in queste cose che si possono considerare di poco conto, dovevi avere la tua importanza nell’ambito familiare!
*
Bruna, il tuo impegno sempre costante

I miei genitori, durante il giorno vivevamo in maniera autonoma, in un piccolo appartamento, a piano terra, di un fabbricato di fronte alla nostra casa, distante non più di trenta metri. Per la notte, venivano da noi e dormivano in una camera tutta per loro. Un giorno abbiamo trovato mia madre stesa sul pavimento. Arrivò dopo pochi minuti l’autoambulanza con il medico che diagnosticò la rottura della testa del femore. Il giorno dopo le fecero l’intervento chirurgico e soltanto dopo cinque giorni fu dimessa dall’ospedale. Decidemmo che anche di giorno i miei genitori dovevano stare con noi. Tutti i giorni Bruna preparava la colazione, il pranzo, la cena e quant’altro era necessario. Spesso preparava qualcosa di particolare da mangiare per loro, vista l’età ormai avanzata. Dopo poco tempo mamma subì un altro intervento chirurgico per l’esportazione della coliciste. L’anestesia generale praticata le lasciò delle conseguenze negative, data l’età molto avanzata, sul piano psico-motorio. Ci rendemmo conto che noi dovevamo pensare a tutto! Per più due anni non abbiamo avuto la possibilità di allontanarci da casa anche se avevamo una persona che assisteva i miei genitori per diverse ore al giorno. Le condizioni generali di mia madre lentamente peggiorarono fino al punto che lei venne a mancare.

Bruna, per tutto questo tempo, hai sempre fatto tutto quello che era necessario per i miei genitori e per noi. Anche quando eri stanca non ti sei mai fermata. Hai continuato ad accudire mio padre fino all’ultimo giorno in cui tu sei stata con noi!
*
L’amore anche in tarda età

Quando avevo diciotto anni mi capitò di leggere un piccolo libro nel quale l’autore parlava di una coppia di sposi.
Ad un certo punto nelle ultime pagine l’autore diceva: quando i due coniugi ormai avanti con l’età si rendono conto che si avvicina la fine della propria vita, ognuno, in cuor suo e senza dirlo all’altro, prega il Signore che muoia prima l’altro perché così non soffrirà per essere rimasto solo.
Quello che rimane desidera che finisca prima possibile la propria vita svuotata di senso.
È una frase che mi è rimasta sempre stampata dentro e che non sono riuscito a dimenticare.
Ha un significato profondo, anche se forse discutibile, però rimane vera: esprime i sentimenti più profondi dell’animo umano!
Con l’avanzare dell’età si spera di non diventare troppo strani e insopportabili in modo che i figli e le altre persone si possano prendere cura di noi per accompagnarci fino alla fine dei nostri giorni!!
*
Bruna, sei volata via!

Dopo una vita impegnata, sei improvvisamente volata via!
Hai lasciato me e le nostre figlie nel più totale sconcerto.
La tua vita e la tua presenza sono sempre con noi.
È impossibile dimenticarti!
Tu sei stata un riferimento troppo importante per noi!
*
Un pensiero per te . . .

Nel corso degli anni in occasioni varie sono state organizzate delle cene nella piazza del nostro paesino. Alcune persone amiche volevano mettersi vicino a te, Bruna, per parlare un po’ con te. Più di una volta ho dovuto spostarmi per lasciare qualche posto libero. In qualche occasione tra le varie chiacchiere, qualche volta quando si scherzava un po’, qualcuno ti diceva: “Adriano va sempre in giro (per lavoro) ma ti fidi?”. Tu rispondevi: “Ci metto la mano sul fuoco”. Allora puntualmente ti ribattevo: “Attenta che ti puoi bruciare!”. Ma immancabilmente replicavi con una smorfia come per dire: “ma cosa dici?!”.

A proposito di questo argomento devo subito precisare che se avessi avuto qualche comportamento non proprio corretto non me l’avrebbe fatta passare indenne, non mi avrebbe perdonato. Devo dire che di fronte a questo suo comportamento fermo ed intransigente sono stato sempre tranquillo, anzi contento perché è stata sempre la dimostrazione di quanto tenesse a me.
D’altra parte lei è entrata dentro di me per le sue qualità e capacità e così è sempre rimasta!

Chiedo venia ai conoscitori dell’animo umano, se dico in maniera forse fin troppo semplicistica, che quando uno ha dentro la propria testa la persona con la quale condivide tutta la propria vita, non c’è posto per un’altra persona!

Per me così è stato all’inizio, così per quaranta anni e così credo che sarà per sempre!
*
Maledette regole

Bruna, a seguito della tua scomparsa, ho dovuto svolgere la pratica di successione relativa alla casa intestata a tutti e due. Ho fatto il cambio di proprietà anche dell’auto.
Sono stati per me, giorni terribili!
Dovendo eliminare il tuo nome, è stato per me come se dovessi cancellare la tua persona.
Per me è impossibile!
Non l’ho mai accettato, ma ho dovuto farlo per non incorrere in sanzioni.
Mi sono preso però una rivincita.
Le bollette dell’acqua e del gas metano arrivano ancora a tuo nome.
*
Girovaghi?? A voi l’ardua sentenza!

Durante il corso degli anni abbiamo avuto modo di andare a trovare più volte amici e parenti, affrontando anche viaggi lunghi e impegnativi.
Nell’estate del 1980, partendo da Grottaferrata, insieme a Carla e sua figlia, che aveva poco meno di due anni, siamo andati a casa di Mauro (a Padova) dove abbiamo alloggiato per tre giorni. Da lì ci siamo recati da Paolino (a Monselice) e a casa di Roberto (Noventa Padovana).
Siamo andati poi a casa di Walter ( a Nuova Olonio, frazione di Dubino, all’inizio della Valtellina). Questi quattro ragazzi (allora!!) avevano terminato da alcuni mesi il servizio civile nell’azienda agricola dove eravamo noi a Grottaferrata.
Nel corso degli anni abbiamo sempre avuto con loro un’importante amicizia con diversi incontri e per motivi diversi.
Sono rimasti sempre nel nostro cuore.
Un sabato mattina, in piena estate, telefonai ad un nostro carissimo amico che abita a Palestrina (RM) per sentire come stesse lui e sua moglie.
Dopo qualche parola lui mi disse: “Perché non partite e venite qui da noi? Rimanete oggi e domenica e lunedì ripartite?” Ed io: “E già, è come andare a prendere un caffè al bar! Ma che dici?”. Lui continuò ad insistere e cercò di convincermi a fare improvvisamente questa pazzia. Gli dissi: “Ne parlo con Bruna e poi ti faccio sapere”.
Appena rientrato in casa per il pranzo dissi: “Bruna partiamo e andiamo a Roma!!”. Lei mi guardò e mi disse: “Ma sei pazzo?”. Ed io insistetti: “E dai partiamo!” e lei: “ma che dici?”. Spiegai che avevo chiamato il nostro amico e che aveva insistito. Notai che lei stava cambiando atteggiamento ed allora presi subito la palla al balzo e le dissi: “Appena pranzo tu metti a posto tutto e prepari soltanto una valigia, tanto siamo in estate e servono poche cose, io vado a finire un piccolo lavoro e poi partiamo!!”. Telefonai al nostro amico per confermare che saremmo andati da loro. Verso le cinque del pomeriggio siamo partiti e siamo arrivati a Roma alle ore otto e trenta di sera. Bruna era capace di fare queste cose, “un po’ pazze” all’improvviso!!

O meglio, l’abbiamo fatto insieme!

Alla fine della primavera del 2003 i nostri amici di Palestrina mi proposero di andare insieme, per l’estate, nel Cadore perché è una zona di montagna che già conoscevano e dove si può andare facilmente a camminare per i sentieri. Ed io: “A me piacerebbe molto, ma non lascerei mai Bruna, in fondo alla vallata o nell’appartamento che prenderemmo in affitto!!”.
Mi spiegarono che tutti i giorni si poteva arrivare con l’auto in alta montagna, nei cosiddetti “Rifugi”: strutture accoglienti dove si può mangiare e godersi lo spettacolo della montagna.
Dopo aver avuto chiarimenti sufficienti, la proposta mi piacque perché avrei potuto portare Bruna in alto per poter godere dello spettacolo della natura.
All’inizio del mese di agosto, ci siamo recati, con appuntamento concordato, a San Pietro di Cadore, vicino a Santo Stefano di Cadore, nella vallata del fiume Piave, luoghi molti vicini al confine con l’Austria. Ogni sera, dopo cena, con l’aiuto delle carte topografiche per escursionisti, ben dettagliate, programmavamo il giro da fare per il giorno dopo! Ovviamente prendevamo di riferimento un rifugio in alta quota dove portare Bruna per poi andare per i sentieri delle montagne vicine. Siamo andati a vedere anche il lago di Oronzo, il lago di Misurina, la famosa diga del Vajont, la sorgente del Piave, il ghiacciaio della Marmolada e tanti altri posti; le montagne offrono degli spettacoli incantevoli!! Abbiamo fatto un giro anche in Austria.
Abbiamo portato con noi due nostri amici (Franco e Bianca) a Siena, a Firenze, a Pisa, a Livorno e a Viareggio. Eravamo ospiti a casa di Maria (sorella di Bruna) vicino a Lucca. Da lì ogni giorno facevano un giro turistico.
Con Franco e Bianca siamo andati alla Reggia di Caserta e dopo averla visitata abbiamo fatto una lunga camminata (molto lunga!) per arrivare in cima al parco dove sgorga l’acqua che alimenta il grande canale con le fontane. Nel pomeriggio dello stesso giorno abbiamo visitato l’Abbazia di Montecassino che fu bombardata dagli Americani e poi ricostruita dagli stessi nella sua interezza. Sempre con loro più volte ci siamo recati a Grottaferrata in occasione del primo di maggio. Con la nostra amica Luigina, partendo dal suo paese (Pozzuolo, vicino a Novi Ligure) abbiamo visitato Torino.
Sono riuscito a far entrare Bruna nelle Grotte di Frasassi.
Anche se ovviamente si è dovuta fermare all’inizio delle grotte, ha potuto comunque vedere e rendersi conto della grandezza e della bellezza di queste grandiose cavità nelle viscere della terra, formatesi con qualche millennio!
Siamo stati a visitare Villa d’Este (Tivoli) con le fontane caratteristiche, fu costruita dal Cardinale Ippolito II d’Este quando era Governatore di Tivoli come sua dimora.

Bruna, quante volte nel periodo estivo, nel tardo pomeriggio, quando il sole non era più rovente, ci siamo recati a Porto San Giorgio, e dopo aver preso puntualmente un gelato abbiamo fatto delle lunghe passeggiate lungo il mare con il sottofondo del risciacquìo delle onde!
A volte abbiamo fatto fatica a passeggiare poiché in occasione dei mercati serali, con tanta gente che si muoveva e soprattutto con tante persone che camminavano distratte, guardando non si sa dove!
Nell’anno 2005, in estate, siamo stati una settimana ospiti da Mauro e Emanuela, all’inizio della Valtellina, a Nuova Olonio, frazione di Dubino. Emanuela ci ha portato a fare un giro nella Val Chiavenna ed in Svizzera!
In quell’occasione siamo andati oltre Bormio, ad Isolaccia a trovare degli amici che avevano fatto il servizio civile a Grottaferrata negli anni 1979-1982!
Abbiamo girato l’Italia per vedere e gustare le bellezze della natura e dell’arte! Vorrei far notare come i viaggi più impegnativi l’abbiamo fatti sempre in compagnia di carissimi amici.
È proprio in compagnia degli amici che si gustano e si apprezzano le bellezze della natura e dell’arte. I ricordi rimangono più forti proprio perché sono momenti vissuti con le persone amiche!
Un giorno mentre stavo facendo l’elenco dei posti più importanti dove eravamo stati ad un certo momento una persona parente mi ha detto: “Ma noi il blocco ce l’abbiamo nella testa, non nelle cose che possiamo fare”.
È proprio vero! Non dobbiamo avere dei preconcetti e delle paure eccessive altrimenti non faremmo mai nulla.

Con un po’ di attenzione, un po’ di aiuto e con piccoli accorgimenti le persone che secondo facili preconcetti non potrebbero fare quasi nulla, diventano capaci di molte cose!!
*-.-.-.*
Piccoli e grandi desideri

Bruna, qualche volta hai manifestato il desiderio di fare un giro su quelle grandi navi che portano nel loro pancione più di duemila persone tra passeggeri e personale di bordo.
Nelle varie soste del loro percorso, scendendo, si possono ammirare i paesaggi e le città che si affacciano sul mare.
Un giro intorno all’Italia per vedere qualche bella città del Mediterraneo sarebbe stata una bella cosa! Non mi hai mai chiesto di poter fare un bel giro, magari al di fuori della stagione estiva, spendendo molto meno ma ho sempre pensato che quando ci fosse stata la possibilità l’avremmo certamente fatto, come una bella sorpresa per te!
Non ho mai promesso cose delle quali non ne fossi certo sulla loro fattibilità, sempre che avessero un senso o un valore!
La vita non ci ha dato il tempo di poter realizzare il tuo desiderio.

Avevo messo in conto di poterlo fare quanto prima possibile, per fare anche questo con te, come ho sempre fatto tutto insieme a te!
***

I nostri amici tanto cari

Nel corso degli anni abbiamo avuto l’occasione di conoscere tante persone ed in particolare con alcune di loro istaurare una profonda amicizia che si è mantenuta nel tempo grazie a diverse occasioni.
Mi invitano con insistenza ad andare a trovarli per passare qualche giorno con loro.
Per me sono momenti difficili; i ricordi di fatti, affetti ed emozioni vissuti insieme a Bruna riemergono con forza!
Con me sono molto premurosi ed affettuosi perché per loro sono sempre il marito di Bruna!

***

BRUNA, L’HO FATTO PER TE

Bruna, otto giorni dopo la tua scomparsa, ho fatto una piccola cerimonia nel cimitero. In quell’occasione invitai soltanto alcuni parenti più stretti perché ero convinto che la cosa non potesse interessare a molte persone. Dovevamo essere circa quindici invitati, ma ci siamo ritrovati invece più di quaranta persone. La cosa mi ha fatto molto piacere. Nelle settimane seguenti alcuni amici mi hanno detto: «Ho saputo che hai fatto una cosa particolare nel cimitero; se l’avessi saputo sarei stato contento di partecipare». Mi ero sbagliato; tante altre persone avrebbero voluto essere presenti. Questa costatazione mi provocò una profonda sofferenza, ma ormai non potevo fare nulla per recuperare questa mancanza.
Bruna, ci tenevo tanto a fare qualcosa di particolare per te!
Ho potuto di nuovo organizzare una bella cerimonia al cimitero.
I tanti amici e parenti che sono stati presenti hanno dimostrato un sincero e profondo affetto verso di te!
Quello che ho potuto fare, tu l’hai meritato tutto!
La presenza di amici e parenti che hanno affrontato anche viaggi lunghi e stressanti è stata la dimostrazione di valori in qualche modo vissuti: il senso della vita e il valore delle persone.
E’ stato un gesto da parte di tutti di profonda e meritata riconoscenza verso di te!

A TE BRUNA . . .
Bruna, unico amore della mia vita!
Per te il vivere quotidiano è stato duro fin da piccola.
La mancanza di affetti e l’abbandono hanno scavato nel tuo intimo un profondo solco pieno di sofferenza.
I sogni e le speranze si infrangono contro il muro di una realtà a volte sconcertante!
Per troppi e lunghi anni ti sono state riservate tante amarezze, ma nonostante questo, hai sempre sperato in qualcosa di diverso, in qualcosa di meglio.
Ho avuto modo di conoscere le tue qualità e le tue capacità.
Non si può avere dall’altro ciò che desideriamo ma bisogna cercare di scoprire cosa c’è nell’altra persona.
Ci siamo fidanzati e poi sposati; abbiamo formato una famiglia e così hai trovato un po’ di affetto e un po’ di amore anche se lontano dalle tue origini.
Hai creduto che insieme potevamo dare un senso alla nostra vita.
Con la nascita delle nostre figlie hai coronato il tuo sogno di essere mamma in senso totale nonostante le difficoltà fisiche.
Le nostre diversità ed i nostri difetti non sono stati mai motivo per allontanarci o per dividerci ma sopra di questi abbiamo costruito il nostro vivere insieme.
Sulla strada della vita ci siamo aspettati, ci siamo aiutati a vicenda e così siamo cresciuti insieme.
Il vero amore ci fa crescere e ci fa star bene.
La vita non è una bella favola ma ci abbiamo creduto sempre fino in fondo.
Ogni giorno abbiamo vissuto intensamente anche le piccole cose.
Il nostro attaccamento reciproco ci ha fatto superare i momenti difficili.
A volte eravamo lontani per motivi diversi; ma il nostro cuore ed i nostri pensieri erano sempre l’uno per l’altro.
A te bastava la certezza che nel mio cuore c’eri solo tu, per scatenare in maniera prorompente tutte le tue energie e tutta la tua forza di persona e di donna.
Non ci siamo fatti trasportare da facili e futili valori tirando diritti per la nostra strada senza farci condizionare da mentalità sbagliate.
Siamo andati con tutta serenità anche contro corrente, nulla ci ha fermati.
Tu da piccola e gracile ti sei fatta una donna tanto forte diventando sempre di più una grande persona.
È quello che ho sempre tanto desiderato per te!
A volte ho dovuto difenderti dagli attacchi alla tua persona, ma questa lotta non mi è costata perché tu lo meritavi!
No… non mi sono sbagliato su di te!!
Col passare degli anni sei stata molto di più di quello che avevo capito all’inizio su di te!
Nei momenti difficili non hai mai mollato, non ti sei mai tirata indietro ed è per questo che tu sei stata il mio riferimento e la mia forza!
Io sono stato per te una fiammella che ha tenuto accesa in te una grande fiamma, la fiamma della vita, la fiamma dell’amore!
Tante volte mi sono chiesto: “che cosa ho fatto per meritarti?”. Non ho trovato mai una risposta.
Posso solo pensare che ho creduto profondamente in te: nei valori nei quali hai sempre creduto e sperato!
Credo di essere stato fortunato per averti avuto a mio fianco e di aver condiviso tutto con te per quaranta anni della mia vita!
Hai voluto che il tuo corpo diventasse polvere per non darmi preoccupazioni: non avrei sopportato di lasciarlo in balia degli eventi.
Ho potuto riportare Marco qui da noi; era quello che avevamo tanto desiderato. Tu gli volevi bene, lo coccolavi quando ne aveva bisogno ed allora l’ho messo insieme a te!
Marco, prendi per mano le tue sorelle Ilaria e Daniela ed accompagnale per tutta la strada della vita!
Bruna, le nostre figlie ti hanno sempre voluto bene. Fa in modo che non manchi a loro il tuo amore di mamma che a te è tanto mancato e che invece tu hai sempre dato a loro.
Ovunque vada, lontano o vicino, e ogniqualvolta ti cerco tu sei sempre vicino a me.
Se vado in posti dove non siamo mai andati insieme, per non farmi star male, sei sempre pronta a dirmi “vengo anche io, insieme a te”.
Tutti i giorni, nel silenzio e nella solitudine della mia vita, mi fai sentire la tua presenza a mio fianco.
Nei tanti momenti tristi, mi prendi per mano e con l’espressione dei tuoi occhi e del tuo viso mi dici e mi ripeti: “sono qui vicino a te!”, fino a quando lentamente riesco a smettere di piangere!
Non mi devi far mancare la tua presenza vicino a me!
La mia vita va avanti con difficoltà senza di te, tra mille ricordi ed emozioni.
Fino a quando il mio cuore resisterà a battere senza di te?

Bruna, mi manchi, mi manchi tanto, mi manchi troppo!
Quando potrò rivederti!?!?

Tuo marito Adriano

Nota: Si accettano volentieri commenti, riflessioni, ecc.
Grazie!
autore@luoghifermani.it
* -.-.-.-.-.-.-.-.-.-.

Indice: Bruna – Ilaria, Daniela – Valori – Dedica – Ringrazio – Testimonianze di: Francesca, Luisa, Pina, Laura, Claudio, Emanuela e Mauro, Rita. – Dalla Bibbia: Genesi, Proverbi, S. Paolo. – 19.VI.2015. – Da bambina a … ragazza – Verso una vita nuova – Don Franco – A Capodarco – Riguardo a me: nuovi valori, nuove idee – Verso nuovi orizzonti – Devo parlare con lei – Pensando a te – L’inizio del nostro amore – Il mio amore per te – Qualche … malumore e preoccupazione – Visita alla famiglia – Un momento di riflessione – Le lettere di Suor Germana Mioni – Arriva Marco – I preparativi per il matrimonio – Il nostro matrimonio – Il viaggio di nozze – Il Tribunale dei Minori de L’Aquila – A Grottaferrata e le suore – La scomparsa improvvisa di Marco – La cooperativa agricola – La prima figlia – Una decisione sofferta – La nuova vita difficile – La seconda figlia – Un fatto mai raccontato – Bruna, ti ho fatto soffrire – Desideri  in piccolo – Il tuo amore di mamma – Una vita sempre insieme e non … belle parole! – Le proprietà risultano essere più spesso degli uomini che delle donne: una forma di maschilismo lento a morire? – Bruna, il tuo impegno sempre costante – L’amore anche in tarda età – Bruna, sei volata via! – Un pensiero per te … – Maledette regole – Girovaghi?? A voi l’ardua sentenza! – Piccoli e grandi desideri – I nostri amici tanto cari  – A te , Bruna …

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PANFILO F. POEMETTO PICENUM EDITO IN ANTICHITA’ PICENE DI Giuseppe Colucci vol. XVI

INDICE DEI TOPONIMI CONTENTUTI NEL POEMETTO DI FRANCESCO PANFILO

PICENUM

F. PANFILO   indice da

“Antichità Picene” XVI

-.

Accumoli PIC 16

Acqualagna PIC 16

Acquaviva PIC 16

Adria PIC 16

Amandola PIC 16

Amatrice PIC 16

Amula PIC 16

Ancona PIC 16

Apiro PIC 16

Appignano PIC 16

Arquata PIC 16

Ascoli Piceno PIC 16

Barbara PIC 16

Belforte PIC 16

Cagli PIC 16

Caldarola PIC 16

Camerino Marca 16

Camerino PIC 16

Casteldurante PIC 16

Castelfidardo PIC 16

Castellano PIC 16

Castelmorcino PIC 16

Castelmuzio PIC 16

Castignano  16

Cerreto di Fab. PIC 16

Cesena PIC 16

Chiaravalle PIC 16

Chienti PIC 16

Cingoli PIC 16

Cluana PIC 16

Colonna PIC 16

Comunanza  PIC 16

Corinaldo PIC 16

Corridonia PIC 16

Cossignano PIC 16

Cupramarittima PIC 16

Esino PIC 16

Ete PIC 16

Fabriano PIC 16

Falare PIC 16

Falerone (p.XXI)  16

Fano PIC 16

Fermo Marca 16

Fermo PIC 16

Fiastra PIC 16

Filottrano PIC 16

Flaminia PIC 16

Foglia PIC 16

Force PIC 16

Formiano PIC 16

Fossato PIC 16

Fossombrone PIC 16

Frontone PIC 16

Galli PIC 16

Guado PIC 16

Helvia Ricina PIC 16

Iesi PIC 16

Longobardi 16

Loreto PIC 16

Macchia PIC 16

Macerata PIC 16

Manliano PIC 16

Marano PIC 16

Marca Anconetana  16

Marca Camerinese  16

Marca Fermana  16

Massa F. (Boffo)  16

Massa Trabaria PIC 16

Massaccio PIC 16

Matelica PIC 16

Mercatello M. PIC 16

Misa PIC 16

Mondavio PIC 16

Mondolfo PIC 16

Montalto PIC 16

Monte Abate PIC 16

Monte San Giusto PIC 16

Monte San Martino PIC 16

Monte San Pietrangeli PIC 16

Monte Vettore PIC 16

Montebaroccio PIC 16

Montecchio PIC 16

Montedinove PIC 16

Montefabbri PIC 16

Montefalcone PIC 16

Montefano PIC 16

Montefeltro PIC 16

Montefiore PIC 16

Montefortino PIC 16

Montegallo PIC 16

Monteganaro

Montegiorgio PIC 16

Monteleone PIC 16

Montelparo PIC 16

Montelupone PIC 16

Montemarciano PIC 16

Montemonco PIC 16

Montenovo

Monteprandone PIC 16

Monterubbiano PIC 16

Montesanto PIC 16

Montolmo PIC 16

Morrovalle PIC 16

Novana PIC 16

Novilara PIC 16

Numana PIC 16

Offida PIC 16

Ortezzano PIC 16

Osimo PIC 16

Paganico PIC 16

Patrignone PIC 16

Pausola PIC 16

Pedaso PIC 16

Penna San Giovanni PIC 16

Pentapoli  16

Pergola PIC 16

Perlo PIC 16

Pesaro PIC 16

Petino PIC 16

Piceno Asilo PIC 16

Pilato lago PIC 16

Porchia PIC 16

Porto Fermano PIC 16

Potenza P. PIC 16

Pretuzio PIC 16

Provincia dei castelli 16

Rambona PIC 16

Rapagnano PIC 16

Ricina PIC 16

Ripatrnasone PIC 16

Roccacontrada PIC 16

Rotella PIC 16

Salino PIC 16

San Ginesio PIC 16

San Giusto PIC 16

San Leo PIC 16

San Martino PIC 16

San Severino PIC 16

Sant’Andrea PIC 16

Sant’Angelo i. P. PIC 16

Sant’Elpidio M. PIC 16

Santa Vittoria M. PIC 16

San Benedetto d. T. PIC 16

Sarnano PIC 16

Sassoferrato PIC 16

Senigallia PIC 16

Sentino PIC 16

Serra dei Conti PIC 16

Serra San Quirico PIC 16

Serracolonna PIC 16

Serravalle PIC 16

Servigliano PIC 16

Settempeda PIC 16

Sibilla PIC 16

Sirolo PIC 16

Staffolo PIC 16

Tenna PIC 16

Tolentino PIC 16

Treia PIC 16

Urbino PIC 16

Urbisaglia PIC 16

Urticino PIC 16

Valcimata PIC 16

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A MONTERUBBIANO NELLA CHIESA DI SAN GIOVANNI I DIPINTI ATTRIBUITI DA CROCETTI GIUSEPPE AI MASTRI COLA DA SANTA VITTORIA IN MATENANO

Opere d’arte

A MONTERUBBIANO (FM)

Pittori: COLA DA S. VITTORIA e GIACOMO di COLA

CAPPELLA DI SANTA CATERINA CON AFFRESCHI VOTIVI

Datazione. Seconda metà del sec. XV, in una segnatura l’anno 1462

Collocazione: Monterubbiano, Chiesa di S. Giovanni.

Proprietà: Parrocchia di S. Giovanni

.-.-.-

(a) La Cappella di S. Caterina

   Stando ai documenti del tempo, esistenti negli archivi di Fermo, Amandola, Santa Vittoria, nel 1462 si abbatté nel territorio Fermano una grande carestia seguita da una pestilenza che fece molte vittime. Gli scampati di Monterubbiano per ringraziare Dio e i loro Santi avvocati – fra questi la prima, Santa Caterina d’Alessandria – eressero nella chiesa parrocchiale di S. Giovanni questa Cappella, facendovi dipingere, di fronte all’altare, “Lo Sposalizio Mistico di Santa Caterina con il divino Bambino e i santi San Giovanni Battista e Sant’Agostino sotto arco. L’anno è segnato nella colonna di fronte, ove furono commissionati altri affreschi votivi. La pala dell’altare ha forma rettangolare; la parte superiore è delimitata da un arco a tutto sesto; misura 183 x 158.

   All’intorno corre una cornicetta gotica in giallo d’ocra, sul fondo violaceo è applicato un grazioso drappo bianco trasparente con disegno a tombolo. La Madonna è seduta, nell’atto di sorreggere il Bambino che, in piedi sulle ginocchia di lei, è proteso verso Santa Caterina per infilarle l’anello nuziale nella mano destra. La Santa è in piedi, fuori del suppedaneo del trono; ha la corona regale sul capo, con la sinistra regge una minuscola ruota, simbolo del suo martirio.

   Ricca e di gradevole effetto è da considerarsi la combinazione dei vari colori. L’ampio mantello che scende dal capo della Madonna fino ai piedi è d’un verde cupo miscelato all’azzurro, per cui notevole è il rilievo di tutta la figura dal fondo e dal trono stesso, mentre, sul davanti, si apre uno squarcio donde rifulge il rosso della veste, sulla quale spiccano le bianche membra del Bambino, ricoperte dal vestitino viola. Da notare l’apertura a “V” della veste sul davanti, propria del costume popolare fermano. Dal capo di S. Caterina fluiscono biondi capelli e vanno a confondersi col giallo d’ocra di un corto mantello. Verdi sono le maniche della veste, mentre una lunga sopravveste, con tante pieghe fermate sotto il busto dalla cintura, scende fino a terra, in un colore misto tra il rosa e il viola, imprimendo alla figura un dignitoso senso di regale compostezza, unito a candore verginale.

   La figura di S. Giovanni Battista, dipinta a tre quarti, lungo l’intradosso sinistro dell’arco, è presentata con notevole vigoria, in un atteggiamento iconografico quasi nuovo; sul tradizionale vessillo con la scritta inneggiante all’Agnello di Dio ha aggiunto un “Agnus Dei” raffigurato in un tondo, ed indicato dall’indice della mano sinistra.

   La veste ricavata dall’usuale vello caprino è stretta ai fianchi da una fascia o meglio sciarpa, che presenta una tipica annodatura sul davanti, simile a quella degli Angeli della “Madonna di Loreto” in Loro Piceno; un manto rosso, foderato di verde, copre il tutto. Sull’intradosso opposto è stato raffigurato un Santo Vescovo, forse Sant’Agostino, con mitria e pastorale, benedicente in abiti pontificali. Con la stessa intensità di sguardo, analoga figura si può vedere a Fermo, nell’atrio della Chiesa di Sant’Agostino, e precisamente nell’intradosso sinistro della lunetta “Natività”, ove si può notare anche l’identità dell’aureola.

   Parimenti il frammento di un affresco con la figura di Sant’Amico che si vede fuori dalla cappella, sulla parte rientrante della chiesa, è molto vicina alla rappresentazione di Sant’Amico dipinto nello stesso atrio di Sant’Agostino di Fermo, nel secondo arcosolio, sottarco sinistro. Il Dania vi identifica un S. Bernardo attribuibile ad un pittore più tardo cioè della metà del sec. XV.

(b) Gli Affreschi votivi della colonna

   Sono nove le immagini di Santi e di Sante affrescate in altrettanti lati concavi della colonna, posta di fronte alla cappella dello “Sposalizio Mistico di S. Caterina”, che si succedono con quest’ordine: l’Arcangelo Gabriele, raffigurato nell’aspetto di un giovane che porge il saluto alla Vergine Maria che, nel lato accanto, incrocia le mani sul petto, intenta alla meditazione di un libro sacro.

   La figura di Sant’Andrea Apostolo non si vede più, però è documentata dalla segnatura in caratteri gotici. Segue l’immagine di S. Leonardo abate, riconoscibile per il ceppo dei prigionieri che regge in mano; accanto è dipinta una Santa con libro nella mano sinistra, mentre la caduta del colore non ci permette più di vedere cosa reggeva con la destra tesa verso il basso: vi si potrebbe identificare Santa Vittoria che nella destra stringeva una catena alla quale, verosimilmente, era legato il tradizionale dragone, dipinto ai piedi della Santa, nella zona lacunosa.

Altri vi hanno identificato S. Caterina d’Alessandria; questa individuazione non è sostenibile perché la Santa non ha la tipica corona regale sul capo; inoltre manca ogni segno nel dipinto che possa far intravedere la ruota dentata, suo simbolo iconografico; perché nella cappella è già stata rappresentata, come soggetto primario, insieme alla Madonna e al Bambino.

Segue un Sant’Antonio Abate, che con la sua corporatura abbondante ha un aspetto maestoso e venerando, stabilendo un evidente contrasto con l’esile figura della Santa accanto.

   Veramente fine e delicata è l’immagine della Madonna con il Bambino, da ritenersi stilisticamente molto interessante per confronti attributivi, insieme alla figura accanto che una segnatura indica essere l’Evangelista S. Luca, precisando che il dipinto fu eseguito nel 1462.

   La serie delle figure termina con un santo diacono, probabilmente Santo Stefano, patrono di Monterubbiano.

(c) Attribuzioni

   Questi dipinti sulla colonna, a differenza degli altri schedati in questo paragrafo, hanno avuto l’onore di essere presi in considerazione nella storia dell’arte. In proposito scriveva Luigi Centanni, nel 1947: “La pittura (della Cappella) nella chiesa di S. Giovanni non era sfuggita alla critica d’arte e già Amico Ricci, nel 1934, la aggiudicò all’Alemanno, come, nel 1904, volle confermare dubbiosamente Carlo Astolfi. Ma Arduino Colasanti, Direttore generale delle Belle Arti, lo stesso anno ne spostò l’assegnazione, attribuendola alla scuola pittorica fabrianese. Uno studio più vasto vi dedicò più tardi Luigi Serra, Soprintendente ai Monumenti per le Marche di Ancona, il quale, da un superficiale confronto con la “Madonna delle Rose” a Torre San patrizio, tornò ad attribuire questo dipinto a Pietro Alemanno. Noi, che abbiamo studiato da lunghi anni le opere di questo pittore, lo neghiamo decisamente e torniamo a riferirlo col Colasanti alla scuola di Gentile. Vogliamo anzi darne la paternità a quel suo modesto seguace Fra’ Marino Angeli da Santa Vittoria, di cui si conservano altri dipinti a Monte Vidon Combatte (Trittico “Madonna delle Rose” e il Polittico di Collina”.

   Nel 1951 Pietro Zampetti, senza troppa convinzione, torna a riferirlo all’Alemanno. Le guide turistiche locali, anche le più recenti ripetono, con monotonia, la attribuzione all’Alemanno, nonostante che il prof. L. Dania, fin dal 1967, avesse pubblicato che l’attribuzione all’Alemanno non era più sostenibile, ed avesse indicato alcune concordanze con altri affreschi per assegnarlo ad un “Pittore marchigiano della seconda metà del XV secolo”.

   Ciò premesso, per questi affreschi di semplicità primitiva, ma di tecnica abbastanza evoluta, in questo studio di analisi sull’arte di Fra’ Marino Angeli da Santa Vittoria in Matenano e dei suoi continuatori, ci sia consentito di proporre una globale attribuzione a favore di due continuatori dell’arte del monaco pittore santavittoriese: Mastro Cola da Santa Vittoria ed il figlio Giacomo in funzione di aiuto in alcuni affreschi alla colonna.

   La proposta nasce dalla constatazione che lo “Sposalizio Mistico di S. Caterina”, pur presentando molte analogia stilistiche con l’arte di Fra’ Marino (come l’apertura della veste della Madonna, il Bambino, le tinte sul violetto, la figura del Battista, il disegno delle orecchie, e altro), non gli può essere attribuito perché il modo di ritrarre la mani e gli occhi, il disegno delle aureole graffite con imprimitura intermedia di punzone, il rosa acceso delle guance, non sono di Fra’ Marino santavittoriese, piuttosto hanno relazione con alcune opera di Mastro Cola esaminate nel territorio Fermano. Vi ha collaborato anche il figlio Giacomo e allo stile di quest’ultimo va riferita la maggior parte delle immagini votive affrescate alla colonna, meno la Madonna col Bambino e San Luca, da assegnare per evidenti rapporti al pittore che ha dipinto la pala dell’altare, cioè al padre Jacopo.

   Questa ipotesi attributiva dovrebbe porre fine ad ogni dubbio in quanto riesce ad assorbire e concentrare in due pittori della medesima scuola i vari giudizi stilistici espressi dagli esperti. Qualche caratteristica della scuola di Gentile, dopo cinquanta anni, era ancora insegnata dal monaco-pittore e fedelmente espressa dai suoi allievi: come il fasto del ricamo nel fondo e l’animazione della veste della Madonna, segnata dal movimento del gallono d’oro.

   Il Centanni ci informa infine che “dagli elementi che sono stati potuti salvare si deduce che la parete, le colonne e gli archi erano tutti adorni di affreschi votivi, di diversi pennelli e di diverse date, posteriori però a quelli della Cappelletta sopra descritta”. Solo al di sopra della colonna dai nove lati concavi, nell’intradosso dell’arco, si conserva un affresco con data anteriore: la SS. Trinità, raffigurata con l’eterno Padre che regge sulle ginocchia il Figlio Crocifisso; datata:

                                          M.CCCC. L. VIIII MENSIS APRILIS I°

   Era la domenica in Albis – ottava di Pasqua – il 1° aprile 1459. E’ un dipinto non rifinito, interessante come iconografia: la serie di pieghe che scendono dalle ginocchia dell’Eterno rimanda per un confronto o rapporto imitativo, a quelle disegnate da Fra’ Marino Angeli nella figura di sant’Antonio dell’Oratorio Farfense di Santa Vittoria in Matenano.

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A MONTE SAMPIETRANGELI affreschi del secolo XV attribuiti da Crocetti Giuseppe a Mastro Cola da Santa Vittoria in Matenano

MONTE SAN PIETRANGELI

Dipinti in un trittico

Attribuzione a Mastro COLA DA S. VITTORIA IN MATENANO (FM)

Raffigurazioni: L’ANNUNZIATA – TESTA DI SANTA

Affreschi in stato frammentario della seconda metà del sec. XV.

Collocazione: Monte San Pietrangeli, Torre dell’antico Palazzo Comunale.

Proprietà: Comune di Monte San Pietrangeli.

   Questi affreschi sono stati potuti fotografare solo di recente; una riproduzione parziale è stata fatta nel foglio parrocchiale “La lettera” nel numero del gennaio 1983. Nella breve relazione che l’accompagna si legge che il dipinto “si trova nella parte inferiore della Torre Comunale, e precisamente sopra la porta ogivale, nascosta dal soffitto posticcio”. La volta reale del vano è stata sfondata per farci passare i pesi che regolavano l’orologio pubblico e gli affreschi che, insieme a quello della Vergine, adornavano l’ambiente, in parte si sono staccati per il distacco dell’intonaco, altri invece sono stati abbattuti col martello e scalpello: questi segni devastatori sono visibili alla destra dell’Annunziata. Sul lato destro si conserva un notevole frammento di affresco, sormontato da una cornice con ornato gotico stilizzato, che doveva girare attorno al trittico votivo; quel che rimane raffigura la testa femminile del personaggio centrale, probabilmente una Madonna.

   Dai dipinti e dalle decorazioni si deduce che nel vano costruito alla base della torre civica fu predisposta la “Cappella dei Priori”, il cui ingresso era costituito dall’arco gotico che ancora rimane. Nel sec. XVIII, la torre, dal piano della cappella in su, fu rifatta, come documenta il diverso materiale impiegato.

    Il relatore del foglio parrocchiale, Mons. G. Di Chiara, conclude scrivendo che “non sarà facile stabilire chi sia l’autore, anche se la grazia del volto ed il perfetto disegno delle mani ci parlano di un autore non secondario”

   Per noi che già abbiamo familiari molti particolari stilistici del pittore al quale, provvisoriamente, abbiamo assegnato il nome di Mastro Cola da S. Vittoria, non sarà cosa difficile dimostrare che, con certezza morale, gli si possono assegnare anche questi affreschi. Il confronto regge quando si prendono in esame le aureole, i lineamenti e l’inclinazione del volto. Sono significative insieme le combinazioni cromatiche come la stampigliatura di palmette sul manto, o sul fondo, che appaiono molto simili, cioè concepite alla stessa maniera come quelle dipinte sul manto di S. Giovanni nella “Crocifissione” di Monte Vidon Combatte. Il moto della bocca della testa del trittico è simile a quella del S. Amico di Monterubbiano.

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A FALERONE IL DIPINTO DI SAN FRANCESCO CON LE STIMMATE studiato da Giuseppe Crocetti per l’attribuzione a Fra’ Marino Angeli di Santa Vittoria in Matenano

FALERONE

Attribuzione al pittore: FRA’ MARINO ANGELI DA SANTA VITTORIA IN MATENANO

Raffigurazione: San Francesco che riceve le stigmate.

Tempera su tavola arcuata e fondo d’oro: misura 95 x 135.

Segnatura: nessuna

Origine: Falerone, Convento di S. Francesco.

Proprietà: Comune di Falerone.

Deposito: Falerone, Palazzo comunale.

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Descrizione del dipinto

   In alto sul lato destro è raffigurato Gesù Cristo che è adorato da S. Francesco d’Assisi, in ginocchio, a sinistra, a braccia aperte, col capo contornato da aureola, fisso lo sguardo sul Redentore crocifisso che è circondato da tre Angeli contemplanti ed adoranti, con dietro la croce quasi coperta dalle ali di un Serafino. Cinque raggi sottilissimi partono dalle piaghe del Crocifisso e vanno a ferire le mani, i piedi ed il costato del Santo. Tre fraticelli, in uno scenario da presepe, contemplano il prodigio delle stigmate, affacciati sulla porta di una capanna.

   In basso, a destra, in un fondo ricco di architetture di folte piante, S. Michele arcangelo è rappresentato nell’atto di trafiggere il mostruoso dragone demoniaco. Il significato allegorico dell’insieme è evidente: ricevere le stigmate è un privilegio d’amore per chi ha combattuto e vinto, sconfiggendo in sé lo spirito del male.

   Questa composizione presenta innegabili analogie iconografiche con il noto “S. Francesco” di Gentile da Fabriano, oppure con un altro, anch’esso assai noto, attribuito a Ottaviano Nelli (1425), nella Cappella del Palazzo Trinci in Foligno.

   Il singolare modo di realizzare le aureole con puntini che inseguono linee disuguali di cerchi concentrici si nota riproposto in alcune opere di Giovanni Boccati: nel polittico di S. Eustachio (1468) a Belforte sul Chienti; nella “Madonna del latte” di Perugia, nella “Madonna col Bambino che dorme e quattro putti” della collezione Chiaramonte Bordocaro di Palermo, opere databili intorno al 1470, secondo il recente studio dello Zampetti.

 Storia delle attribuzioni

   Attribuito in un primo tempo ad Andrea di Bologna, perché vi si scorgevano alcuni riferimenti al polittico di Fermo, firmato e datato 1369, in un secondo tempo, prevalendo la osservazione di molti elementi rievocanti modi del secolo seguente, fu assegnato ad una rosa di diversi pittori della prima metà del Quattrocento. Il Rotondi (1936), per alcune affinità con il Cristo della “Incoronazione della Vergine” di Montecassiano, lo attribuì a Giacomo di Cola da Recanati. F. Zeri (1948) ci vide modulazioni proprie, o affini, all’enigmatico Carlo da Camerino. L. Dania nel 1967 espresse la sua opinione in questi termini: “Questa tavola, pur presentando consonanze con la sintesi dei due artisti (Andrea da Bologna e Carlo da Camerino) e alcune reminiscenze di Gentile da Fabriano, va classificata ad un pittore marchigiano della prima metà del quattrocento, il quale dimostra di essere molto vicino a Carlo da Camerino”.

   A. Rossi, nel rifare la scheda della tavola dopo il restauro del 1969, scrive: “L’alta qualità del dipinto, quale si è rivelata dopo il restauro, non ci consente infatti di parlare di “seguace” o di “scuola”. Basterà solamente osservare il bellissimo particolare di S. Michele che uccide il drago ed ammirare lo squillo cromatico che questo episodio apporta alla tonalità generale del dipinto, piuttosto dimessa, per ritrovarvi lo stesso spirito estroso e pungente che ha suggerito a Carlo da Camerino di gettare quella manciata di cherubi rossi a saettare il cielo della “Annunciazione” della Galleria Nazionale di Urbino. Ancora un tratto comune alla tavola di Falerone ed a quella di Urbino: lo stesso raffinato ed audace avvalersi delle sproporzioni per raggiungere una fitta tessitura di valori umani e divini”.

   F. Bisogni, nel 1973, con due interventi indiretti per proposte su Giacomo di Nicola da Recanati e sul veneto Cristoforo Cortese, dopo aver osservato attentamente, ad Urbino, le tavole restaurate del polittico di Collina, propose “per la persistenza di carnose fisionomie” il nome di Fra’ Marino Angeli (religioso farfense a Santa Vittoria in Matenano).

   Anche il Prof. Zeri, nel rivedere le opere del monaco pittore santavittoriese dopo i restauri urbinati, gli assegna, senza esitazione, questa tavola del convento di Falerone.

   Alle precedenti annotazioni si aggiunge un altro elemento di confronto: la somiglianza dell’ornamento floreale, realizzato con tipi di fiori e di foglie ideali, lontani dalla comune realtà, molto simili a quelli disseminati da Fra’ Marino Angeli negli affreschi di Santa Vittoria in Matenano e nel polittico di Collina (di Monte Vidon Combatte). Ma soprattutto ci par di vedere una specie di firma dell’opera nella tecnica usata per le aureole, che rivelano il marchio di bottega che Fra’ Marino ha usato esclusivamente nei dipinti su tavola. Per gli affreschi adoperava uno stampo ad imprimitura con un altro disegno, molto simile a quello della scuola pittorica umbra, vicina al Nelli.

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MAGLIANO DI TENNA (FM) affreschi del Crocifisso e della Madonna attribuiti da Giuseppe Crocetti a Cola da Santa Vittoria in Matenano nell’ambito della scuola pittorica farfense.

MAGLIANO DI TENNA

Affreschi attribuibili a COLA DA S. VITTORIA

CROCIFISSIONE (150x 185)

MADONNA DORANTE IL FIGLIO (150 X 0,70)

Affreschi su muro della seconda metà del sec. XV.

Collocazione: Magliano di Tenna, Chiesa Madonna delle Grazie, sacrestia.

Proprietà. Comune di Magliano di Tenna.

   La chiesina suburbana della “Madonna delle Grazie” di Magliano di Tenna (FM) conserva nella sua sacrestia due affreschi del secolo XV formanti corpo unico: un “Crocifisso con l’Addolorata e S. Giovanni Evangelista”, ed una “Madonna adorante il Bambino”. Lo stato di conservazione è discreto. Gli interventi successivi hanno ridotto parte della superficie godibile: sul lato destro, nel riparare una lesione alla struttura postante del muro; in basso, nel sanare (si fa per dire) la caduta di parti affrescate a causa dell’umidità. A. Stramucci li indica come “Affreschi del sec. XV, attribuibili al Maestro del Cappellone di S. Vittoria in Matenano”. Non mi risulta che siano stati oggetto di studi editi da parte dei critici della storia dell’arte.

   La “Madonna col Bambino” è separata dalla scena del “Crocifisso” dal disegno geometrico di una doppia cornice che, in origine, le girava attorno da tutti i lati. Sullo sfondo scuro, coperto da un drappo con delicato disegno di fiordalisi, emerge la figura della Vergine che adora il Figlio, steso supino sulle sue ginocchia. Ha il capo circondato da un’aureola graffita, costituita da due coppie di cerchi concentrici che delimitano una fascia mediana sulla quale sono state allineate imprimiture fatte con la punta di un punzone. Questo disegno, che vale quanto una firma, si ripete nelle figure di S. Giovanni e del Crocifisso, mentre nell’aureola che circonda il capo dell’Addolorata, nella fascia mediana, la serie delle imprimiture è stata omessa; come pure in quella del Bambino. Un velo bianco copre il capo della Madre; alle spalle scende un manto che, in origine, doveva essere di colore verde, mentre la veste dall’ampia scollatura conserva un rosso consunto dalla luce diretta del sole che vi penetra attraverso i vetri inidonei della finestra esposta a levante. Il Bambino di proporzioni notevoli è coperto da un velo trasparente che ne accarezza le membra delicate; e dal collo scende un pendaglio di corallo.

   Artisticamente tutto l’insieme è molto vicino agli stilemi di Fra’ Marino Angeli: il volto di questa Madonna richiama quello della “Madonna delle Rose”, o del Redentore nel “Polittico di Collina” di Monte Vidon Combatte (FM).

   Per l’attribuzione ad un pittore, si pensa all’apporto personale di M° Cola da S. Vittoria che si riconosce oltre che dall’aureola, dal disegno delle mani, dalle sfumature del rosa sulle gote.

   La scena del “Crocifisso” ha una insolita preparazione di fondo costituita dal rosso cupo, color mattone, per cui si accentua il senso di drammaticità impresso a tutto l’insieme degli atteggiamenti delle braccia e delle espressioni mimiche dei volti di ciascun personaggio.

   Vi domina la robusta figura del Cristo in Croce, disegnata con notevole effetto plastico nel rilevare i fasci dei muscoli e le ossa del costato. Dalla testa del Redentore, cinta da un intreccio di spine che causano ferite con versamento di sangue, partono ciocche di capelli ondulati che si irradiano attorno a guisa di splendida raggiera, integrata dal dolce flusso dei riccioli della barba.

   Il volto ovale è composto in una sofferta dolcezza, espressa dagli occhi socchiusi e dalla bocca semiaperta, colta nel supremo istante del “Tutto è compiuto”. Dal costato si sprigiona l’ultimo getto di sangue. Un tenue velo gli cinge i fianchi e scende a coprire le membra a mo’ di perizoma. Alla sua destra, in piedi, la ss.ma Madre Addolorata ha le braccia levate all’altezza della testa, le palme delle mani aperte, lo sguardo rivolto al Figlio morente, dal petto gonfio parte un gemito, una preghiera per tutti i nuovi figli, dei quali lei diventa la “Corredentrice”.

   La figura è caratterizzata da un intenso sguardo unito ad un atto di dolore; da due trecce di biondi capelli che scendono ai lati del collo; dal manto verdognolo che ha perduto la vivacità del colore originale; dalla voluminosa massa di pieghe discendenti della veste color rosso intenso scuro.

   Sull’altro lato l’apostolo S. Giovanni è rappresentato in piedi, con la mano destra poggiata sul capo riccioluto; mentre il braccio sinistro stringe al fianco un’ansa del mantello color giallo d’ocra, steso sulla veste color rosa, l’altra mano pende inerte.

   Il confronto stilistico e compositivo fra questa immagine del Crocifisso e quella di Fra’ Marino Angeli, ci induce a concludere che non si tratti di identità di pennello, ma solo di una consonanza di moduli e canoni stilistici assimilati in una medesima scuola, ma realizzati con effetti divergenti a seconda della sensibilità e maturità del pittore. Ancora acerbo è il modo di disegnare le pieghe delle vesti; diverso è l’uso cromatico delle tinte, nel dipingere le sfumature degli indumenti e delle carni. La testa del Crocifisso è una ripetizione, migliorata, di quella esistente nell’analogo soggetto dipinto a Servigliano. Veramente in questo particolare sembra raggiungere il vertice di un espressionismo delicato e convincente tale da farsi scusare le altre debolezze.

   La mano pendente di S. Giovanni ed insieme il cromatismo delle vesti dell’Addolorata rimandano chiaramente all’affresco di “S. Antonio Abate” di Servigliano, opera firmata da Giacomo, per cui si può avanzare l’ipotesi che, accanto al padre, cooperasse la mano del figlio.

   Il volto lacrimante dell’Addolorata, circondato dalle trecce pendenti, il disegno delle mani elevate, con le palme aperte, fanno evidente riferimento alla drammatica espressività delle Marie nella scena della Deposizione, dipinta nell’arcosolio sinistro della chiesa della Risurrezione (detta Cappellone) a S. Vittoria in Matenano.

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