Tommaso di Canterbury martire 1170 arcivescovo

TOMMASO BECKET ARCIVESCOVO DI CANTERBURY

SANTO MARTIRE PER LA LIBERTA’ DELLA CHIESA

    Nel 1154 Enrico II Plantageneto assume il trono d’Inghilterra, di Normandia e di una parte della Francia. Nel 1164 fissa i rapporti tra Stato e Chiesa, con alcuni obblighi particolari del clero: le chiese e i monasteri diventano feudi reali. I vescovi e gli abati sono soggetti a oneri fiscali. Qui si inserisce la storia del cavaliere lord Thomas Becket, nato a Londra il 21 dicembre 1118 da una famiglia benestante, il padre era commerciante. Avviato alla carriera ecclesiastica, dopo gli studi a Merton e a Parigi, entra al servizio dell’arcivescovo di Canterbury che gli fa studiare Diritto Canonico a Auxerre in Francia e a Bologna, e lo invia in diverse missioni a Roma.

   Nel 1154 Tommaso è nominato arcidiacono di Canterbury e nel 1155 il re Enrico II lo assume come suo personale consigliere e lord cancelliere del Regno di cui egli sostiene l’azione riformatrice. Nel 1161 muore l’arcivescovo di Canterbury e il re Enrico propone il suo cancelliere come successore. Tommaso Becket, nuovo arcivescovo di Canterbury, cambia vita, con nuove abitudini rigorosamente ascetiche monastiche e inizia a prendere le difese delle libertà della Chiesa, dei vescovi e del clero. Pertanto entra in conflitto insanabile con il sovrano. L’indole dell’arcivescovo è caratterizzata da un’espressione vivace e serena. Il re Enrico II, il 30 gennaio 1164 emana le «Costituzioni di Clarendon» che limitano i diritti ecclesiastici; controllando il potere della Chiesa; bloccando le manifestazioni dell’autorità del Papa in Inghilterra. L’arcivescovo di Canterbury si oppone e dice: «Nel nome di Dio onnipotente, non porrò il mio sigillo». Egli non si impegna in alcuna causa, senza fare le riserve dell’onore di Dio e del suo ordine. Al rifiuto seguono contrasti e incomprensioni. Subisce processi e pene pecuniarie. Per ordine di Enrico II e nonostante l’appello del Primate Ranulfo di Broc, sono messi sotto sequestro i beni della Chiesa di Canterbury. Nello scontro contro il re, l’arcivescovo di Canterbury rassegna nelle mani del pontefice Alessandro III la carica pastorale, ma il papa lo conferma sulla sua sede, e dichiara la primazia della Chiesa di Canterbury.

 L’ESILIO A PONTIGNY.  LA PERSECUZIONE DEL RE

   Il primate che è in rottura con le cose pretese dal re contro la sua Chiesa, alla fine del novembre 1166, fugge in esilio in Francia, accolto calorosamente dal re Luigi VII. Per sei anni non potrà tornare in Inghilterra. Non lontano da Auxerre, in un vallone solitario circondato dai boschi si elevava l’Abbazia degli ospitali monaci cistercensi di Pontigny, sotto la guida dell’abate Guichard, futuro vescovo di Lione. Qui, il primate Tommaso è ricevuto su richiesta dal Papa. Egli vi dimora per lo spazio di due anni, per trasferirsi poi a Sens.

   Il primate d’Inghilterra tra i monaci s’applica alla preghiera e continua ad approfondire il diritto canonico. Tuttavia la vendetta del re d’Inghilterra non cessa di perseguitare l’esiliato, persino nel suo lontano isolamento. Nuove pene di esilio e di confiscazioni regie colpiscono non solo la famiglia dell’Arcivescovo, anche il clero che gli è rimasto fedele con le rispettive famiglie. Questi esiliati devono recarsi a Pontigny al fine di far notare al loro arcivescovo lo spettacolo della loro miseria. Impietoso l’esodo di clero e di laici, di donne, fanciulli e vecchi. E’ necessario provvedere alle necessità di questi rifugiati, spogliati di tutto.

   La carità dei monaci, quella del Papa, quella del re e dei Vescovi di Francia, tutto è messo in moto. Bisognerà, anche in seguito, provvedere oltre che ai miseri esiliati, anche per la situazione del clero fedele di Canterbury. Le negoziazioni per la pace tre il re e il primate di Canterbury vengono prolungate nel corso di lunghi anni del loro esilio.

VANI SFORZI DI MEDIAZIONE-

   Dal Natale del 1164 erano già state tentate molte prove di mediazione. La Regina Madre (che portava il titolo di Imperatrice in ragione del primo matrimonio con l’imperatore Enrico V) si preoccupa di ottenere da Enrico II che egli rinunzi ad imporre all’Episcopato l’obbligo di prestare giuramento alle Convezioni di Clarendon e che si contenti di una semplice promessa di voler rispettare le usanze orali, con riserve a favore della libertà della Chiesa, in pieno accordo con l’Imperatrice Matilde, Alessandro III e Luigi VII. Sono personalità di rilievo che cercano di orientare il re d’Inghilterra per il ritorno in pace con l’Arcivescovo di Canterbury.

   Un incontro del re, che era stato fissato per la metà di aprile del 1165 a Pontoise, non ha luogo, essendosi ritirato lo stesso re d’Inghilterra, all’ultimo minuto, all’annunzio della probabile presenza del Papa. Nel giugno successivo, Alessandro III, in virtù dell’appello di Tommaso Becket, annulla la sentenza di Northampton con cui il re agiva in disprezzo delle costituzioni ecclesiastiche, del diritto e delle consuetudini vigenti, dato che il re con un “pronunziato” stava confiscando i beni mobili dell’arcivescovo di Canterbury, che erano beni tutti della Chiesa.

   Nella Pasqua del 1166, Enrico II, in un incontro con Luigi VII, rifiuta di trattare con lui sull’argomento dell’Arcivescovo di Canterbury, e rifiuta di ritornare in pace con il clero della diocesi di Tommaso Becket, se non prestano giuramento di praticare le sue Costituzioni, con disprezzo, così, per la fedeltà che essi devano al loro arcivescovo. La maggior parte del clero fedele preferiva rimanere in esilio, rifiutando di giurare per le Costituzioni regie.

   Dal canto suo, il primate di Inghilterra cerca di portare il re a riflettere sul rispetto che egli, nella sua qualità di principe cristiano, deve dare alla Chiesa, e con questa intenzione gli indirizza, in date successive, tre lettere. Ma nulla è ottenuto per ristabilire la pace della Chiesa con il Regime, non c’è la riconciliazione di Enrico II con Tommaso Becket: tutti i tentativi sono vani. Enrico II allora si indirizza verso la Germania scismatica, e vi cerca appoggio per fare pressione su Alessandro III, sperando di ottenere parecchie concessioni nella lotta contro Tommaso di Canterbury.

ENRICO II E LO SCISMA GERMANICO

   Dopo morto l’antipapa Vittorio IV, Guy di Crema l’aveva sostituito col nome di Pasquale III nell’aprile 1164. Alla dieta di Wurzbourg, gli inviati di Enrico II, Riccardo d’Ilchester arcidiacono di Poitiers e Giovanni d’Oxford, promisero che il re d’Inghilterra con tutto il regno sarebbe stato fedele al “papa” (antipapa) Pasquale III, e lo avrebbero sostenuto. La Chiesa d’Inghilterra però si rifiuta di ratificare tale giuramento; ciò non di meno, Plantagenet fa pressione su Alessandro III con la minaccia che, se non avesse ottenuto soddisfazione nell’affare d Tommaso Becket, si sarebbe riversato verso lo scisma con l’antipapa. Il re vuole la destituzione pura e semplice dell’Arcivescovo Tommaso, ma Alessandro III si mostra duro su questo punto. Allora Enrico II, conferma le sue decisioni di Clarendon sugli ecclesiastici, ma cerca di ottenere alcune concessioni di minore importanza, tali che gli permettano di mantenere un confronto con Tommaso Becket, sotto forme più o meno velate, in modo da prolungare, quasi all’indefinito, l’esilio del primate.

TOMMASO BECKET LEGATO PER L’INGHILTERRA, 24 aprile 1166

   Malgrado le varie ambasciate del re d’Inghilterra, nonostante l’influenza di molti cardinali di parte regia, guadagnati dalle allettanti promesse dello stesso Plantagenet, con l’oro britannico sparso a profusione, il Pontefice romano, con le bolle del 5 e dell’8 aprile 1166, conferma i titoli del primato della Chiesa di Canterbury e, la domenica di Pasqua 24 aprile 1166, investe Tommaso Becket del potere di legato pontificio in Inghilterra, dopo aver rifiutato tale concessione in favore di Ruggero di Pont l’Eveque. Ma desideroso di moderare la suscettibilità di Enrico II conferisce, nel medesimo tempo, all’Arcivescovo di York la legazione della Scozia.

 LE CENSURE DI VEZELAY

   Il cardinale Tommaso Becket aveva già colpito di sospensione il Vescovo di Salisbury, Jocelin, che, seguendo le istanze del re, ed in disprezzo dei diritti dei canonici di Salisbury, esiliati per la loro fedeltà all’Arcivescovo, aveva elevato alla carica del decanato di questa chiesa, Giovanni di Oxford, scomunicato notorio per le sue relazioni con gli scismatici e per il giuramento prestato a Wurzbourg al Re. La domenica di Pentecoste, 12 giugno 1166, il nuovo legato pontificio Tommaso Becket promulga, dalla cattedra di Vezelay, la solenne condanna apportata dal papa contro le regie Costituzioni di Clarendon e denunzia con altre scomuniche Giovanni d’Oxford, decano intruso di Salisbury e fautore del giuramento scismatico, Riccardo d’Ilchester, colpevole del medesimo giuramento, i ministri del Re, autori responsabili delle Costituzioni di Clarendon, Riccardo di Luce e Jocelin di Bailleul; Ranolfo di Broc, Tommaso Fitz-Bernard e Ugo di Saint Clai, ufficiali regi, che su ordine di Enrico II si erano impadroniti delle rendite e dei possedimenti della Chiesa di Canterbury. Globalmente, infine, erano scomunicati tutti coloro che avevano messo le mani sui beni di questa chiesa. Il re, primo responsabile, è risparmiato dall’essere censurato, in ragione di una malattia che sta mettendo in pericoli i suoi giorni. Nel colpire i ministri e gli ufficiali regi, in virtù del suo potere di legato, Tommaso Becket fa uso di un suo valido diritto che peraltro le regie Costituzioni di Clarendon gli negavano.

   TOMMASO BECKET A SANTA COLOMBA DI SENS

   Enrico II tenta allora di proteggere contro le censure se stesso, il regno, i suoi ministri e i vescovi suoi fautori, con un appello alla corte di Roma. Nel frattempo egli cerca anche di colpire direttamente il legato Tommaso con una nuova misura di persecuzione: l’abbate e il capitolo generale dei monaci di Pontigny ricevono l’ingiunzione regia di smettere di concedere l’asilo al primate Tommaso esiliato nella loro abazia, sotto la minaccia dell’espulsione dal proprio regno di tutti i monaci dell’ordine. Tommaso non vuole affatto restare a Pontigny in quelle situazioni, e rifiutando le offerte del re Luigi VII, richiede una semplice stanza all’abate benedettino di S. Colomba de Sens. Egli i troverà a passarvi i quattro ultimi anni del suo esilio, anni ripieni di ardue negoziazioni con i legati a latere incaricati dal Papa al fine di circoscrivere il conflitto tra il re d’Inghilterra e l’Arcivescovo di Canterbury.

   LE NEGOZIAZIONI DEL 1167 – 1168

   Alessandro II evita di urtare il Plantagenet, e rimette Giovanni di Oxford nella carica di Salisbury. Inoltre acconsente ad inviare tre suoi legati speciali nelle terre continentali inglesi: il Cardinale di Saint Pierre aux liens, Guglielmo di Pavia, quello stesso che, nel 1160, aveva accordato la dispensa per il matrimonio dei figli reali, al quale egli aggiunge Odone di S. Nicola in carcere Tulliano, concedendo a questi pieni poteri, “per conoscere, intendere, dare aiuto, terminare canonicamente” il conflitto che poneva in contrasto il re con il primate. Secondo la proposta, il potere dell’Arcivescovo viene momentaneamente sospeso. Ma i poteri straordinari che il papa aveva delegato, su istanza del re d’Inghilterra, sono praticamente ritirati nel l167 a tali messaggeri, a fronte delle lamentele degli esiliati che manifestano vari sospetti. L’anno 1167 viene trascorsa nel timore degli influssi che parteggiao pericolosamente con il re d’Inghilterra.

   Nel frattempo una nuova invasione germanica in Italia ritarda l’incontro dei delegati con Enrico II, preoccupato a guerreggiare in principio nelle provincie meridionali, poi in Britannia. Poi, nel mese di novembre, i delegati possono intrattenersi con il re a Caen, si contrano con il primate Tommaso a Planches, il 18 novembre, e di nuovo, con il re ad Argentan, il 26 novembre. Le trattative si prolungano sino al 29. Ma è fatica sprecata. Tommaso Becket richiesto del suo parere riguardo al conflitto con il Re, pone per condizione, esclusiva per ogni trattativa, la piena restituzione dei beni della sua Chiesa, beni spogliati a dispetto all’appello che aveva lanciato a Northampton.

   Enrico si rifiuta alla minima restituzione e mantiene le disposizioni di Clarendon. L’anno 1168 si passa in vani sforzi d’arbitrato in vista di riconciliare il re Luigi VII con Enrico II e quest’ultimo con Tommaso Becket. La mala fede del re d’Inghilterra nei riguardi dell’Arcivescovo di Canterbury, si manifesta chiaramente quando si diffonde la notizia di un raggiro, nel luglio 1168, quando il re di Francia si vede giuocato da Plantagenet. Alessandro III non dispera frattanto di raggiungere la pace ed alla fine dell’anno delega tre religiosi, i priori di Mont Dieu, di Grandmont e di Va Saint Pierre per tentare, una volta ancora, di riconciliare il re Enrico II e Tommaso Becket. I delegati pontifici presiedono due conferenze a Montmirail, il 6 gennaio 1169. Il re d’Inghilterra pacificandosi con Luigi VII, consente ad accordare la pace all’Arcivescovo però seguitando ad esigere dall’arcivescovo che riconosca valide in modo assoluto le regie Costituzioni di Clarendon. A Saint Leger en Veline, il 7 febbraio seguente, malvolentieri, il re si trova ad ascoltare la lettura di una bolla pontificia che minaccia le sue terre di interdetto per le cose che pretende contro il diritto canonico. Ma egli mira a guadagnare tempo fino al ritorno degli ambasciatori che ha mandato alla Curia, e nelle sue Costituzioni sostituisce il vocabolo “costumanze” con quello di “dignità del regno” e si sforza con suoi mediatori di procurare un incontro. Tommaso Becket rifiuta di prestarsi a questo nuovo pellegrinaggio nel quale egli vede un tentativo di temporeggiamento.

INCONTRO DI ENRICO II CON TOMMASO BECKET

   Già la maggior parte dei suffraganei della Chiesa di Canterbury si sta ravvicinando al loro metropolitano: i vescovi di Exeter e di Worcester si erano riavvicinati a lui dal 1166; la scomunica di Jocelin di Salisbury, l’insuccesso delle ultime negoziazioni di pace e la scomunica di Gilberto Foliot colpevole di tollerare nel suo clero delle colpe gravi e di non averle deferite alla considerazione del suo metropolitano, hanno staccato dalla causa del re inglese, gli altri Vescovi della provincia di Canterbury, compreso Ugo di Durtham, che era suffraganeo di Ruggero di York, ed era rimasto, già a lungo, ostile al primate. Infine un nuovo deciso intervento del Papa lascia sperare nella regolarizzazione del conflitto. Alessandro III sta nominando dei nuovi legati, Graziano, nipote di Eugenio III, suddiacono della Chiesa romana e notaio apostolico, e Viviano arcidiacono di Orvieto, avvocato della Curia. Essi erano incaricati di uno stretto mandato e di una missione di breve durata, incontrano Enrico II in Normandia nella seconda quindicina di agosto, ma si oppongono con fermezza alle volontà del re che reclama, prima della stessa apertura delle negoziazioni, l’assoluzione incondizionata dei prelati che erano stati scomunicati dal primate Tommaso Becket. A più riprese il Plantagenet minaccia di rompere le trattative ed i legati non ottengono garanzia alcuna. I re concede semplicemente di riconoscere che l’arcivescovo di Canterbury non ha alcuna obbligazione verso di lui, per quanto riguarda l’amministrazione della Cancelleria, dando così una formale smentita alle sue affermazioni di Northampton. D’altra parte egli rifiuta di restituire i beni della Chiesa di Canterbury, ed esige ancora una clausola di salvaguardia delle “Dignità del Regno” (già dicitura “costumanze”). Tuttavia, il Plantagenet riesce ad ottenere da Vivien una nuova dilazione, mentre Graziano si incammina verso la Curia, e l’Arcivescovo di Sens legato pontificio per la Francia, compie il suo viaggio “ad limina”, e teme della fragile fermezza a Roma delle persone che egli sapeva da lunga data legate alla causa del primate. Enrico II accetta i buoni uffici di Luigi VII re di Francia, ed in presenza di questo re e di Vivien, acconsente di ricevere Tommaso Becket a Montmartre il 18 novembre 1169. Vengono fissati alcuni termini della riconciliazione, come basi delle negoziazioni. Le cosiddette “costumanze” del regno sono passate sotto silenzio: il re accorda all’arcivescovo la sua grazia, la sicurezza e la pace, gli promette la restituzione dei beni della sua Chiesa nella condizione in cui li avevano tenuti i suoi predecessori, escludendo così che siano considerati alienati. Tommaso Becket si preoccupa che il suo arcivescovado ne mantenga il possesso. Ma il re rifiuta di donargli il bacio della pace. L’incontro di Montmartre non raggiunge alcun successo.

   MISSIONE DELL’ARCIVESCOVO Dl ROUEN E DEL VESCOVO DI NEVERS

   Dal mese di gennaio 1170, Alessandro III forma una nuova commissione pontificia incaricata di negoziare sulle basi fissate a Montmartre e di ottenere, se possibile, dal Re, il bacio di pace per l’Arcivescovo, e ottenere, infine, serie garanzie di rispetto per l’avvenire della libertà della Chiesa. Tra i nuovi commissari pontifici, uno, Rotrou di Rouen, non desiderava attirarsi la collera del re Enrico II. Un altro commissario, Bernardo di Nevers, manca della fermezza necessaria per il successo della sua missione, per le sue dilazioni e per la lentezza dei suoi spostamenti Nel frattempo si lascia tutta la comodità a Plentagenet di procedere a far incoronare il suo figlio primogenito, Enrico il giovane. Il re, in effetti attraversa il mare il 3 marzo 1170 ed entra nel continente, subito rallegrandosi con Gilberto Foliot, sciolto dalla scomunica, il 5 aprile, su ordine del Papa. Il re Enrico II, di concerto con il Vescovo di Londra e con l’Arcivescovo di York, prepara in segreto la cerimonia, e promulga ulteriori disposizioni necessarie per paralizzare l’azione dei commissari pontifìci, di Tommaso Becket e di Alessandro III.

   ISOLAMENTO DEL REGNO D’INGHILTERRA

   Per ordine regio, dopo l’insuccesso della conferenza a Montmatre, finito l’anno 1169, i ricorsi al Papa o all’Arcivescovo vengono proibiti, sotto pena della prigione e della confisca di beni finanche per chi parteggiasse con il papa. Nessun membro del clero poteva oltrepassare lo stretto senza un salvacondotto del re, o del supremo giudice. Il danaro di San Pietro veniva versato nel tesoro reale per essere dispensato, poi, su ordine del Re. Ogni porgitore delle lettere ecclesiastiche d’interdetto sul regno sarebbe stato deferito in giudizio come traditore.

   Nella primavera dell’anno 1170 il Plantagenet rinforza la vigilanza sulle coste; fa tenere sotto buona sorveglianza, a Caen, Margherita di Francia, sposa del suo figlio primogenito; ed ordina di trattenere a bordo di ogni naviglio, e fino al suo ritorno sul continente, il Vescovo di Nevers, delegato del Papa. Un interdetto simile colpisce il Vescovo di Worcester, incaricato dal primate Tommaso di opporsi alla incoronazione. Enrico II emana l’editto di pena di morte contro chi porti le bolle pontificie in Inghilterra. Il Regno è tagliato fuori da tutte le libere relazioni con il continente. Da parte della volontà del re, le costituzioni di Clarendon riprendono tutto il loro pieno effetto. Tuttavia, l’arcivescovo Tommaso Becket aveva ottenuto dal Papa le bolle che proibivano, particolarmente all’arcivescovo di York, l’incoronazione de principe reale, privilegio della sede primaziale di Canterbury. Questa proibizione pontificia si trovò coartata dalle misure coercitive di Enrico II. Allora, Ruggero di York usurpa impunemente il posto del primate: così l’antica rivalità tra York e Canterbury rinasce con il conflitto tra la Chiesa e lo Stato.

   INCORONAZIONE DI ENRICO IL GIOVANE

   Armato da Cavaliere da suo Padre, Enrico il giovane viene coronato dall’Arcivescovo di York, assistito dai Vescovi di Londra, Salisbury, Rechester, Durham, e forse qualche altro, la domenica del 14 giugno 1170 nella chiesa san Pietro di Westminster nella stessa provincia di Canterbury. Era quella una violazione delle norme canoniche notificate sin dal 1164 dal papa Alessandro III. L’incoronazione attenta contro i diritti della metropoli di Canterbury, madre e capo delle cristianità britanniche. Le conseguenze di tale atto sarebbero state gravi. Nel contrasto tra la Chiesa e lo Stato inglese, questo disprezzo delle prerogative canterburiensi sta per ispirare la possibilità di un assassinio del primate esiliato. Enrico II, nello stesso tempo in cui sa di attirare sopra a lui, sui suoi Stati e sull’Episcopato d’Inghilterra le censure ecclesiastiche, è cosciente della gravità del pericolo e si affretta a proclamare il suo consenso nell’accettare i termini di pace che i vescovi di Rouen e di Nervers erano incaricati di proporgli, e si imbarca in fretta per la Normandia al fine di rinnovare le trattative e di mettere da parte così la proclamazione dell’interdetto che l’Arcivescovo di Canterbury, legato d’Inghilterra, aveva allora in suo possesso.

LA RICONCILIAZIONE DI FRETEVAL, 22 luglio 1170

   Il Vescovo di Nevers e l’Arcivescovo di Rouen ritornano a Sens presso Tommaso Becket esiliato dopo aver ottenuto da Enrico II l’assicurazione che egli avrebbe reso all’Arcivescovo di Canterbury la sua benevolenza e la sua pace conformemente ai termini fissati a Montmartre. Il Re stabilisce l’incontro con i legati al 20 luglio, in prossimità del Castello di Freteval en Dunois (Orleanais), dove con questi mediatori, ai quali si è aggiunto l’Arcivescovo di Sens, Enrico II fissa al 22 luglio la data per incontrarsi con il primate Tommaso Becket. Benché in precedenza il bacio di pace gli fosse stato sempre negato, su cauzione di Guglielmo di Sens che si offre garante della sincerità del Re d’Inghilterra, l’Arcivescovo di Canterbury accetta il compromesso. Nel giorno stabilito, in presenza di una grande moltitudine, il re avanza per primo verso il primate; essi si scambiano molti segni di riconciliazione e di amicizia e cavalcano per qualche tempo in disparte, intrattenendosi a parlare della dignità dalla Chiesa di Canterbury e dei suoi privilegi ultimamente violati dalla recente coronazione. Enrico II promette una degna riparazione, promettendo il rinnovo solenne del rito per opera dell’Arcivescovo di Canterbury nell’incoronazione del giovane Re congiuntamente con la sua sposa Margarita di Francia. Il primate allora si umilia ai piedi del Re, che a sua volta scende da cavallo. Ritornati poi in mezzo alla folla entusiasta, Enrico II rende a Tommaso Becket la sua pace, offre la sicurezza per la Chiesa di Canterbury di fruire dei suoi possedimenti, nello stato il più favorevole in cui lui li aveva tenuti al principio del suo pontificato e gli promette la restituzione dei diritti della sede primaziale. Egli si separa dall’arcivescovo dopo avere domandato ed ottenuto la sua benedizione.

   ROTTURA DELLA PACE DI FRETEVAL

   Di fatto la pace di Freteval non apporta a Tommaso Becket alcuna delle garanzie per quello che egli è in diritto di esigere: né la previa restituzione di qualcuno almeno dei possedimenti della sua Chiesa, né il bacio della pace, sigillo di una riconciliazione sincera e testimonianza di sicurezza. Non è meno grave il fatto che le due parti si mettono in uno stato di diffidenza, mantenendo le loro rispettive posizioni di distanza. Resta aperta la contesa sulle “costumanze” del Regno chiaramente determinate a Clarendon. Il Re resta deciso, se non ad imporle, per lo meno a garantire l’onore per la corona del regno. Il primate è deciso a difendere l’onore di Dio e della sua dignità. In queste condizioni l’esecuzione delle clausole della pace sta per suscitare le più gravi difficoltà.

   Il Re, a Freteval, aveva mostrato qualche segno di benevolenza nei riguardi di Tommaso Becket, poi egli rapidamente è ricaduto sotto l’influenza dei consiglieri più facinorosi attaccati alla lettera alle Costituzioni di Clarendon, soprattutto per le più ostili al primate. Questa influenza si esercita più direttamente ancora sul figlio suo, Enrico il giovane, allora luogotenente generale del Regno d’Inghilterra. Così accade che Erberto di Baham, delegato da Tommaso Becket per riprendere i possedimenti del patrimonio della Chiesa, si scontra contro la evidente cattiva volontà degli ufficiali del Re.

   Le rendite dell’Archidiocesi di Canterbury erano poste sotto sequestro fino alla prossima festa di Natale. L’Arcivescovo di York ed il vescovo di Londra temono le censure del legato al suo ritorno in Inghilterra, non cessano di fare intrighi presso Enrico II affinché imponga a Tommaso, arcivescovo di Canterbury, il rispetto delle costituzioni di Clarendon. Le sanzioni si erano attirate con l’incoronazione del 14 giugno, ed essi cercano di favorire, con le elezioni conformi all’articolo XII delle stesse costituzioni, la promozione delle nomine di vescovi docili al potere del re, per riempire il vuoto che la morte, durante i sei anni d’esilio del presule Tommaso, aveva causato in mezzo ai suoi suffraganei.

   Di fronte a tanti ostacoli accumulati per i raggiri mossi dal re e dal suo clero devoto, l’arcivescovo Tommaso sollecita ed ottiene da Alessandro III altri nuovi poteri molto estesi: la conferma esplicita delle prerogative della sede primaziale di Canterbury, abolendo le usurpazioni fatte dal metropolitano di York; il rinnovo per l’avvenire del mandato in Inghilterra di quanto riconosciutogli e datogli in precedenza; nuovi poteri straordinari di censura dai quali, però,  erano esclusi soltanto il re, la sua consorte e suoi figli. Il Papa gli aveva inviato alcune Bolle che colpivano di sospensione dagli incarichi Ruggero di York e i vescovi colpevoli di aver prestato il loro consenso nella incoronazione di Enrico il giovane e di aver giurato di voler osservare le costumanze del regno per le chiese. Gilberto di Londra e a Jocelin di Salisbury, che erano stati assolti sotto condizione, da una sentenza anteriore di scomunica, sarebbero ricaduti sotto l’anatema.

   Tuttavia, il prelato, pur sapendo che le vigenti nuove misure del re colpiscono tutti coloro che portassero lettere del pontefice, non vuol ritornare in Inghilterra, lasciando senza pubblicazione le bolle pontificie di cui era munito. Doveva renderle pubbliche. Alla vigilia del suo imbarco, egli quindi promulga le sentenze del Papa. La pace fatta a Freterval era viziata sin dal principio dalla simulazione del re per cui le restituzioni dei beni ecclesiastici avrebbero avuto un rinvio senza scadenze. La promulgazione delle censure del pontefice, senza che alcuno si illudesse, era necessaria.

    IL RITORNO DEL PRIMATE IN INGHILTERRA

   Il ritorno del primate Tommaso Becket esiliato diviene una marcia trionfale in mezzo alla folla che l’acclama dovunque al suo passaggio. Da parte loro, il re e i suoi “consigli” manifestano una successione di affronti: inviano Giovanni di Oxford per fargli scorta da Rouen a Sandwich, riempiono la riva dove egli si avvicinava di guardie armate pronte alla violenza; pubblicano l’appello di certi vescovi al pontefice di Roma contro le medesime censure apostoliche; fanno ingiunzione ai Curiali del regno di dover liberare i vescovi dalla scomunica; formulano il rifiuto degli scomunicati di prestare il giuramento usuale già proibito dall’articolo V di Clarendon; proibiscono di accedere a Winchester dove risiedeva Enrico il giovane già coronato; ordinano di confinare il primate nei limiti della propria diocesi, inoltre le vessazioni contro la persona del presule continuano persino nella sua città arcivescovile.

   Mentre il primate d’Inghilterra sopporta tutti questi affronti, i prelati scomunicati e sospesi si affrettano a raggiungere Enrico III in Normandia. Il re, furioso delle censure pontificie che colpivano i vescovi, spinto dal rancore e dal desiderio di vendetta che essi manifestano, per sfogo, arriva a pronunciare certe parole di collera e di odio che armano le braccia degli assassini, persone a lui vicine. L’esclamazione del re è: “Non ci sarà dunque una persona, per sbarazzarmi di questo chierico tracotante?”

   L’ASSASSINIO DI TOMMASO BECKET, 29 dicembre 1170

   Martedì del 29 dicembre, quattro cavalieri, partiti dal contorno del re, arrivano a Canterbury, aiutati da Arnolfo di Broc, che ha messo a loro disposizione una piccola truppa di uomini armati, assieme con il clero di parte regia, pronti al compimento di odiose imprese. Essi penetrano nel palazzo arcivescovile aperto agli ospiti di passaggio ed ai poveri. Dopo aver raggiunta la sala, dove il primate si intratteneva con il clero, essi lo citano in giudizio per avere osato scomunicare i familiari del re, in disprezzo della maestà del re, alla quale egli avrebbe dovuto deferire il giudizio.

   Ne segue una lunga discussione. Infine, spinto dai suoi ministri, l’arcivescovo Tommaso Beckett acconsente a raggiungere la cattedrale, dove i monaci si erano già riuniti per l’ora di vespro. Il presule proibisce che si sbarrino le porte. Così gli aggressori penetrano nel santuario e si sforzano, senza successo, di cacciare fuori l’Arcivescovo che si mantiene fermo, e cade infine sotto i colpi delle loro spade. La scena si è svolta al chiarore delle torce, nel lato nord del transetto della cattedrale, a qualche passo dall’altare dedicato a San Benedetto, senza che possano intervenire i monaci spaventati. Gli assassini, dopo perpetrato il crimine, trovano libero scampo, essendo le porte aperte. Essi, dopo essersi dati al saccheggio in tutti i modi, rapinano le ricchezze del palazzo arcivescovile, e fuggono nella tarda notte. Quando tutto è rientrato nel silenzio, i monaci della Chiesa di Cristo e il clero seppelliscono il corpo del primate Tommaso Beckett in un sarcofago di marmo nella cripta della cattedrale. Tuttavia prima hanno piamente raccolto il prezioso sangue di colui che già considerano come il martire della libertà della Chiesa in Inghilterra e il cui culto non tarda ad espandersi in tutta la Chiesa occidentale.

INTERDETTO SUL DOMINIO CONTINENTALE DEL RE E SULLA SUA PERSONA

   La fine tragica del primate ha commosso il re d’Inghilterra, cosciente di aver suscitato, con le sue parole imprudenti, l’assassinio del 29 dicembre. Soffre per il timore delle censure che egli non può evitare. Alla notizia del martirio dell’arcivescovo di Canterbury, i dignitari del regno di Francia, il re Luigi VII, profondamente indignati, scrivono al Papa per indurlo a punire i colpevoli; e indicano in particolare il re di Inghilterra, l’arcivescovo di York e il vescovo di Londra. L’opinione pubblica carica la coscienza del Plantageneto della più abominevole responsabilità poiché il martire è stato ucciso da persone di fiducia del re. L’assassinio del cardinale inflessibile ha risvolti religiosi e politici in tutta Europa.

   l’arcivescovo di Sens, in virtù del potere ricevuto di legato della sede Apostolica, promulga il 25 gennaio del 1171, l’interdetto sulla terra continentale di dominio di Enrico II, nonostante un intervento dei vescovi di Lisieux e di Evreux con altri di parte regia che, dopo la costernazione dei primi giorni, si sforzano di allontanare le sanzioni spirituali. Contro la promulgazione dell’interdetto, essi interpongono l’appello al Papa al fine di patrocinare la causa del re e quella dei prelati colpiti di scomunica e di sospensione dagli uffici sacerdotali.

   Per l’assassinio del cardinale arcivescovo Tommaso Becket, il 25 marzo, giovedì santo, Alessandro III pronuncia la scomunica generale sugli assassini e su tutti coloro che hanno prestato l’assistenza, il consiglio o dato il consenso al reato. Conferma l’interdetto lanciato da Guglielmo di Sens, e la scomunica del vescovo di Londra e di quello di Salisburgo; la sospensione dell’arcivescovo di York, già promulgate dal primate martirizzato. Il Papa infine colpisce Enrico II, re d’Inghilterra, di interdetto per non entrare nelle chiese.

   La canonizzazione di san Tommaso Becket è celebrata da Alessandro III il 21 febbraio 1173 dichiarandolo “martire del diritto canonico e della Chiesa”. La frequenza dei pellegrinaggi al sepolcro nella cattedrale di Canterbury diviene tale da eguagliare quella al ben noto Santiago de Compostella.

   Il martire san Tommaso Becket rimane una delle figure più rilevanti della Chiesa medievale. Una prestigiosa reliquia si conserva in Italia nella cattedrale di Fermo (FM). Molte le chiese a lui dedicate. La sua iconografia è diffusissima in Inghilterra ed in Europa, con i segni della palma da martire, della spada, del modellino di chiesa, del libro, del razionale e del pastorale.

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BELMONTE PICENO ha la chiesa ricostruita dal 1957 dedicata a sant’Anna invocata per maternità e parti. Apporto di Giustina Agostini Sbaffoni.

SANT’ANNA – chiesetta a Belmonte Piceno.FM.

   Giustina Agostini Sbaffoni (1982-1972), donna di preghiera per le tante persone che la frequentavano a Belmonte, nel 1956 cominciò a fare nuova la chiesa di Sant’Anna, la quale è la santa ammirata madre di Maria di Nazaret e nonna di Gesù Cristo, figlio della stessa Maria. Nella devozione cristiana i santi genitori Giacchino ed Anna vengono venerati con la memoria liturgica il 26 luglio. Sono onorati come modelli di santa laboriosità, come intercessori e come compagni del pellegrinaggio dalla terra al cielo. Secondo le esperienze della loro vita sono patroni di particolari condizioni di vita. Così la madre e nonna Sant’Anna è patrona per le maternità nella gestazione, nel buon andamento del parto e nella condizione di essere puerpera, come pure nella cura dei neonati, bambine e bambini. Nell tradizione cattolica, tra le molte immagini che raffigurano S. Anna con la figlia Maria, una è stata dipinta da Leonardo da Vinci ed è esposta al Louvre a Parigi.

   L’antichità di Belmonte si riflette anche sulle lontane origini di questa chiesina ricostruita varie volte, adiacente al bivio delle strade che da Belmonte scendono verso l’Ete. Attualmente nel frontespizio della chiesina stessa i passanti leggono l’epigrafe su marmo come è stata dettata da Giustina, nella seguente poesia di buon auspicio:

O PASSEGGERO SE

 IL DOLORE TI AFFANNA

LA GRAZIA CHE TU VUOI

CHIEDI A SANT’ANNA

   Presso tutti i popoli, anche tra i marchigiani che sono devoti della santa Casa mariana di Loreto, è facilmente riscontrabile quanto valore si dà alla filiazione. Molte donne si recavano a casa di Giustina nelle fasi della loro maternità e lei, con stabile sicurezza, insieme con ciascuna di loro, pregando, invocava il patrocinio di sant’Anna.

   Nel secolo XI a Belmonte erano presenti i monaci benedettini venuti da Farfa che avevano avuto in donazione molti possedimenti terrieri e dal secolo X officiavano la turrita chiesa di Santa Maria in muris, detta popolarmente di san Simone. Essi davano in enfiteusi le aziende agricole curtensi nel territorio Piceno e sui luoghi costruivano edicole e chiesine per seppellire nelle adiacenze i defunti. Questa è l’origine storica della chiesina. Lo stile edilizio era allora di tipo romanico e nel secolo XIV fu completato con modifiche di stile gotico. Quando dopo il 1860 ci fu la confisca delle proprietà ecclesiastiche, questa chiesa finì abbandonata alle intemperie e nel secolo XX i più vecchi vedevano sul luogo due spezzoni di muri inclinati con le tracce delle fondazioni di forma semicircolare d’abside. Tutto attorno si vedevano rovi e sterpi selvatici che ogni anno crescevano e si allargavano verso le strade adiacenti, tanto da doverli tagliare con le roncole a lungo manico, poi bruciarli e per conseguenza i ruderi dei muracci diventavano molto anneriti e tanto brutti che passando vicino di notte, davano un’impressione spettrale.

   Nel 1953, Giustina venne ad abitare con la famiglia del figlio Nello Sbaffoni, presso questa contrada detta di Sant’Anna. Precedentemente lei abitava con i figli e con i nipoti presso la chiesina di santa Maria in Muris, a Belmonte. Lei ed i devoti erano delusi dalla brutta impressione di quei rovi ed erbacce, e seguitando a fare le preghiere a sant’Anna, accolsero l’idea che vi si costruisse una nuova chiesa per questa santa. Un primo schizzo venne in mente all’ingegnere Mario Andrenacci e nei contatti con il muratore Brancozzi Blandino di Grottazzolina, che avrebbe procurato i materiali di edilizia, il figlio Vitaliano che era il tecnico geometra, delineò un disegno di progetto. Ci furono operai volontari per sterrare e fare i manovali. Nel frattempo Giustina riceveva offerte dalle persone che la frequentavano. Le si affiancarono altri collaboratori, tra i primi il figlio Nello. Blandino Brancozzi era il capomastro. L’edificio crebbe in pochi mesi dalle fondazioni al tetto. Furono messe lastre di marmo ad ornare il portale, si costruì il cornicione a corona dell’edificio, con le grondaie laterali, fu eretto l’altare, come si vede tuttora. In seguito si provvide agli intonaci ed alle tinteggiature. Il mastro falegname Angelelli Dino, che teneva il laboratorio nelle vicinanze, creò il tabernacolo, due comodini e due panche, oggetti questi che verso la fine del secolo XX furono restaurati dal fratello Angelelli Renzo. Di fronte all’altare, il quadro raffigurante sant’Anna era una stampa in bianco e nero che dopo circa trent’anni fu sostituito con l’immagine in policromia raffigurante la figlia Maria seduta a leggere la Bibbia sotto la guida materna.

   Interessandosi il parroco don Giuseppe Biondi, si cominciò a celebrarvi la santa Messa e festeggiare la domenica pomeriggio prossima al 26 luglio. Partecipavano le persone del centro urbano e delle vicine contrade. Dopo la liturgia si sostava per una merenda con affettati e bibite. Il senso religioso della patrona delle partorienti era dominante in questa ricorrenza. Culturalmente era un incontro con attenzione alle nonne ed ai nonni, un apprezzamento per l’opera architettonica innovata, una eco del volontariato laborioso, con nuovi apporti di inferriate artistiche.

Il proverbio che subito affiora nella mente di chi pensa a Sant’Anna è il popolarissimo detto:

“Sant’Anna il vero e giusto rimanda”. Purtroppo si verificano sopraffazioni ed atti di bullismo e si diffondono perché i colpevoli di soprusi sanno di poter vegetare nell’impunibilità. Il proverbio fa capire che sant’Anna vuole riportare le giustizia contro le soperchierie. Occorre consapevolezza. E’ un monito a volere un mondo di atti giusti, nelle piccole scelte per vivere la rettitudine anche a costo di sacrifici. Per evitare le sopraffazioni occorre usare impegno nell’individuare i responsabili delle ingiustizie. E’ vero che la giustizia è di Dio che la fa trionfare eternamente. Emanuele Kant diceva che la vita eterna è necessaria affinché ciascuno abbia per sempre il suo. Quando il popolo usa attenzione, alimenta il dovere della certezza della pena. Nessuno si può tirare fuori; non ci debbono essere indifferenti di fronte alle angherie. Anzi quando si esercita l’attenzione per far ravvedere i prepotenti si prevengono i reati tipici della mafia. E sant’Anna lo fa realizzare.

SANT’ ANNA           (testo dialettale)

   Una donna partoriente,

ch’era prorbio miscredente

era impaurita de penà.

   Arrivata l’ora sua,

   con sudori da morire

   lamentava di soffrire.

La mammana la soccorre

perché la febbre è gagliarda

e gli dice: “Iddio te guarda

   che te dia coraggio e calma!

   Qui ce vuole un dottore,

   meglio pure se professore”

Il marito un po’ smarrito

sentenno queste parole,

a Sant’Anna de buon cuore

   se vole raccommannà.

   la grazia se mette a ddomannà:

   “Tu judeme sant’ Anna mia.

Tu sci la mia vera avvocata,

contro la morte scellerata

che non voglio mai ricordà.

   La pora cara mia moglie,

   è straziata da le doglie,

   sarvatela dal pericolo;

sennò perdo matre e figlio.

Prega Dio che la difenne

e per sua grazia risplenne!”

   Dopo che ha fatto ‘sta preghiera

   Sant’Anna buona si ferma,

   ad aiutare quell’inferma.

Il parto riesce molto bene,

e dopo dal letto alzata,

a sant’Anna sua avvocata

   la puerpera va a ringrazià.

co’ le preghiere de Justina.

Preghiera  ai santi Anna e Gioacchino

O santi Anna e Gioacchino, che accoglieste in umiltà e totale disponibilità la chiamata di Dio Padre a generare e allevare la Madre del Salvatore, ottenete anche a noi la grazia della fedeltà alla chiamata divina, per essere strumento dei suoi provvidenziali disegni.
   La vostra protezione sostenga il nostro cammino, ci aiuti a vivere la comunione con la Trinità e a realizzare la missione che il Padre ci ha affidato, proclamando a tutte le genti le meraviglie del suo amore che salva.
Amen.

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A SANT’ANGELO IN PONTANO (MC) cultoi e festeggiamenti per San Nicola nativo da questo comune e detto da Polentino dove visse agostianiano.

SAN NICOLA DA TOLENTINO NATO A SANT’ANGELO IN PONTANO DETTO DA TOLOENTINO, FESTEGGIATO PATRONO DEL PAESE NATALE

Testo derivato da uno scritto di Francesco Capponi

   Un cartello stradale nei pressi del centro storico di Sant’Angelo in Pontano dichiara che san Nicola detto da Tolentino è qui nato. Di fatto l’agostiniano san Nicola è santangiolese per le origini sue e della sua famiglia ma è vissuto a lungo nel convento degli Agostiniani Eremitani a Tolentino dove si trova la sua tomba in una splendida chiesa frequentata da molti fedeli devoti. Scrive Francesco Capponi, anch’egli di origine santangiolese che i suoi concittadini hanno sempre professato un culto particolare per il loro Santo patrono e concittadino, di cui sono devotissimi. La festa patronale santangiolese è una tradizione storica derivata dal secolo XV con il processo canonico della beatificazione risalente al 1325. Di fatto da più luoghi venivano i fedeli ad impetrare grazie a Tolentino sulla tomba di questo venerato frate. Dal comune di Sant’Angelo in Pontano partivano pellegrinaggi con protagonisti principali la confraternita del santissimo Sacramento, impegnata nel culto di Gesù Eucaristia e la Compagnia della Buona Morte a servizio dei funerali.

 La festa liturgica del santo ricorre il 10 settembre. Nel 1672 i santangiolesi fecero un pellegrinaggio speciale per impetrare la cessazione della pestilenza che infieriva nel suo paese e che ebbe a cessare. Sorse poi la confraternita di San Nicola. Un altro fatto di tradizione popolare è lo scaturire prodigioso dell’acqua delle Fontanelle, quando Fra’ Nicola che si recava presso il fosso sotto Collechiarino e vi restava a meditare, sentendosi assetato cercò l’acqua e se la vide scaturire in quel punto. Dagli studi del Capponi risulta che presso questa sorgente nel fossato fu costruita nell’anno 1701 un’edicola con l’immagine di san Nicola santangiolese. Nella seconda metà del secolo XX l’edicola è stata rinnovata con un bel sentiero per l’accesso, ad opera del Comitato Permanente Promotore dei Festeggiamenti in onore del Patrono e Concittadino S. Nicola a Sant’Angelo in Pontano. A Sant’Angelo esiste ancora l’edificio che fu costruito come convento dei religiosi Agostiniani con adiacente la chiesa dedicata al loro santo. Quando i re Savoia nel 1866 hanno soppresso i conventi e predato le loro proprietà questi edifici sono diventati di proprietà statale e passati all’uso del Comune che vi fece poi un ricovero per vecchi bisognosi. Il ritorno degli Agostiniani fu instabile.

   Per festeggiare il santo patrono anticamente si facevano due feste, una a maggio, l’altra nel giorno 10 di settembre, data liturgica delle cerimonie religiose. Il Capponi annota che nel 1629 l’arcivescovo fermano Giambattista Rinuccini riscontrò che i ‘festaroli’ santangiolesi spendevano i soldi raccolti tra i concittadini per godersi un loro lauto pranzo.  Nel 1670 il Comune dava 19 scudi <moneta romana> a maggio e altri 50 a settembre. Nel 1878 gli amministratori fecero fare un nuovo reliquiario per la reliquia del santo patrono. Comunque per evitare gli sprechi delle somme accattate dalle famiglie santangiolesi in tali feste dal 1895 si decise di festeggiare ogni tre anni, con il consueto sparo di tonanti. Negli atti scritti risulta che dopo il passaggio delle truppe tedesche nel giugno 1944 nel settembre successivo si fecero pubblici ringraziamenti al celeste protettore e nella ricorrenza del VII centenario della nascita di San Nicola nel 1945 si restaurò la chiesa a lui dedicata e da Tolentino fu portato a Sant’Angelo il corpo del santo con solenni festeggiamenti.

Un’altra tradizione di tipo folclorico, vigente nel secolo XX, fu la festa dei carri che dalla campagna portavano a fine luglio i carichi di covoni di grano da trebbiare per le spese dei festeggiamenti. Allora, come ricorda il Capponi, la banda cittadina e numerosi suonatori d’organetto e di cembalo rallegravano la festa. Dopo il saluto delle Autorità e la benedizione del tolentinate Priore agostiniano di S. Nicola, la festa continuava con i canti a ‘batòcchi e lu sardaréllu’. Decaduta questa usanza si cominciò a raccogliere il grano già trebbiato e confezionato in sacchetti di carta, portanti a stampa la scritta Comitato S. Nicola. Usanza anche questa decaduta nel secolo XX. Resta il Comitato. Il corpo del santo di origine santangiolese fu portato da Tolentino al paese nativo dopo il 1932, nel 1945 e di nuovo nel 1976, nel1986, nel 1995 (partecipe il cardinal Tonini), nel 2000 e nel 2015.

                                                          NOTE per ulteriori consultazioni

 CAPPONI Francesco, “Notizie storiche sulle manifestazioni del culto di San Nicola e sulle feste patronali a Sant’Angerlo in Pontano”, in «Quaderni dell’archivio storico arcivescovile di Fermo» n. 22 anno 1996, pp 81ss

CAPPONI, F. “Gli Agostiniani a Sant’Angelo in Pontano e fra’ Nicola Giovannetti Priore Generale “. Falerone 1996 – libro

Archivio Parrocchiale di Sant’Angelo in Pontano. Registri della Compagnia della Morte.

Archivio di Stato di Roma, Congregazione del Buon Governo, Serie II, Atti per luoghi, S. Angelo di Fermo – anni 1633-1770, vol. 4103, 4105, 4106 e, Serie II, Visite e relazioni sullo stato delle comunità, vol. 919, c. 120.

Archivio Comunale di Sant’ Angelo in Pontano, Delibere del Consiglio Comunale: anno 1895 e altri

La Torre – Bollettino Parrocchiale – S. Angelo in Pontano, a Macerata.

Bollettino del santuario di S. Nicola di Tolentino, 1945, pp. 22-27.

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LE CONFRATERNITE, SAPIENZA STORICA DELLA CHIESA, UNISCONO LAICI E CLERO. Testo derivato dagli scritti di LIBERATI DON GERMANO

LE CONFRATERNITE CRISTIANE

Testo derivato dagli scritti di LIBERATI GERMANO

   = Origine delle consociazioni cristiane

   Le Confraternite come associazioni organizzate o semplicemente come aggregazioni di laici cristiani, con finalità pratiche di testimonianza cristiana, soprattutto di solidarietà e carità, sono attestate in molti luoghi, fin dall’Alto Medioevo. Esse assumono vari nomi come “universitas”, “congregatio”, “fraternitas” (comunità, consociazione, fraternita) e simili. E assumono precise connotazioni nei secoli XIV-XV-XVI quando indicano con precisione la natura, gli scopi e l’organizzazione loro. Tali forme sono la conseguenza delle situazioni storico-sociali dei loro tempi, in quanto le Confraternite vanno ad occupare i ruoli che le istituzioni non coprono o i cui interventi erano sporadici, occasionali e non adeguati. Fenomeni frequenti come carestie, pestilenze, pellegrinaggi, realtà endemiche come le larghe sacche di miseria e povertà, oltre che la necessità di un’ampia marcata presenza religiosa, muovono lo spirito di laici autenticamente cristiani, spesso sotto la spinta degli ordini religiosi mendicanti, coinvolgendo nobili, borghesi e artigiani, poveri e ricchi, ad unirsi per far fronte ai bisogni dei singoli luoghi. Nascono così le vere e proprie Confraternite che, in luoghi e tempi diversi, assumono impegni differenti e varietà di titoli, come Compagnie, Confraternite, Aggregazioni, Pie Unioni, Sodalizi e simili. (1).

   = Natura

   In questo variegato mondo dell’associazionismo cristiano, tutte le aggregazioni hanno però fondamenti e principi ispirativi comuni, in particolare l’aggregazione come una vera e propria ‘societas’, cioè associazione con iscrizione, partecipazione, diritti e doveri comuni. Di solito hanno la finalità religiosa unita a quella caritativa. La prima abbraccia tutti gli aspetti della vita cristiana e del culto, differenziandosi di volta in volta secondo i propri principi ispirativi. Alcuni esempi.

   Le Confraternite del SS. Sacramento si occupano del culto solenne dell’Eucaristia (esposizione di adorazione eucaristica, sante Messe, Viatico ai malati, processioni). E dopo il Concilio di Trento, a riaffermare la verità della presenza reale, tali Confraternite si sono moltiplicate incrementando pure i loro atti di culto.

   Il servizio ecclesiale catechistico e di evangelizzazione è stato particolarmente curato dalle Compagnie della dottrina cristiana nate a Milano nei primi decenni del sec. XVI e diffuse e rafforzate poi da S. Carlo Borromeo.

   Altro esempio, quello delle Compagnie della buona morte e del Suffragio che, tra l’altro sono impegnate a curare l’assistenza spirituale ai moribondi e ai condannati a morte e promuovere il trasporto e i suffragi per i defunti.

   L’attività caritativa era spesso primaria, oppure collaterale: Questa consisteva nell’esercizio delle opere di misericordia corporali e spirituali (curare gli infermi, assistere i pellegrini e i carcerati, procurare le doti nuziali alle fanciulle povere, seppellire i morti e simili) che si esplicano anche nella denuncia e nella lotta contro i vizi e i disordini pubblici.

   = Uso caritativo dei patrimoni.

   Molte Confraternite, che sono state dotate di cospicui patrimoni dai propri soci, hanno fondato opere permanenti di assistenza come ospedali per malati incurabili, ricoveri per donne indifese, ospizi per i pellegrini, dispensari di cibarie per i poveri, orfanotrofi, e simili.

    Le confraternite sono state anche istituzioni di pubblico riconoscimento: natura, scopo, attività, amministrazione patrimoniale, requisiti, forme e modalità di appartenenza sono state regolate da strumenti giuridici che le qualificano con pubblico riconoscimento come aggregazioni laicali. In sintesi sono tre le principali normative.

-Lo Statuto: è l’atto costitutivo della Confraternita in cui si specificano, natura, struttura, organizzazione interna e amministrazione patrimoniale.

-La Bolla di erezione canonica: documento pontificio o vescovile con il quale si riconosce e dichiara l’esistenza della Confraternita e si approva lo statuto. In forza di questa erezione giuridica l’autorità ecclesiastica esercita un’azione di tutela contro le ingerenze estranee, insieme con l’incoraggiamento e la sorveglianza per la coerente pratica di vita.

-Regolamento è la formulazione del complesso di norme pratiche, in base alle quali, si applicano i principi enunciati nello statuto e si “regolano” la vita, le attività, i comportamenti delle Confraternite e dei singoli iscritti. Va pure notato che talora confluiscono in un unico documento il regolamento con lo statuto.

   Da questa schematica descrizione delle Confraternite si può evincere la loro portata storica. Esse infatti hanno rappresentato la forma più diffusa, più consistente e storicamente importante della partecipazione del laicato cattolico nella vita della Chiesa e insieme della società cristiana.

   Merita citare una sintesi di Paolo Brezzi, storico di chiara competenza (2). Egli riferisce che dal sec XII in avanti è dato d’assistere ad una larga fioritura di attività religiose che, evitando di cadere nell’eresia, si differenziano notevolmente dal tipo più diffuso di pratica della pietà cristiana dell’alto Medio Evo. Grande sviluppo hanno avuto le Confraternite, che si occupano dei bisogni dell’anima e si sono impegnate anche per l’assistenza dei malati, per l’aiuto ai carcerati, e per i sussidi ai poveri e altro. I loro ricchi patrimoni hanno consentito pure la costruzione di belle chiese (3). Inoltre le confraternite hanno esercitato la loro influenza creativa nella letteratura, ad esempio con le “laudi” e rappresentazioni drammatiche. Le “sacre rappresentazioni” medievali sono da considerarsi le prime, nuove e autonome espressioni del teatro in lingua italiana (4).

   Soprattutto l’importanza delle confraternite consiste nell’avere affratellato uomini di condizioni sociali diverse ed aver unito i laici alla gerarchia, mentre molte altre forze centrifughe agivano in senso contrario. Anche il lavoro, le attività professionali, la ricchezza sono stati valorizzati nel quadro di una più comprensiva visione della realtà, come beni aventi valore in sé, da sviluppare e godere rispettando le leggi della morale, senza usura e senza frode. Nelle confraternite la ‘città terrena’ è stata messa in primo piano ed il modello vagheggiato di un uomo che confida nelle sue forze, con il gusto dell’avventura, compiacendosi delle cose belle, si completa con la generosità di lasciare larghe donazioni per il bene dell’anima, “pro anima”.

   Non va dimenticato che certamente le Confraternite hanno segnato la storia sociale, religiosa, culturale per molti secoli e hanno significato la più pura ed autentica forma di volontariato, segno di una fede che diventa creativa nella carità. Tutte le forme odierne di volontariato non sono altro che continuazione di esse o loro imitazione. Purtroppo la laicizzazione della recente epoca spesso le ha demotivate, depauperate delle verità evangeliche e spesso le riduce a pura espressione di illuministico umanitarismo.

    = Le confraternite oggi

   L’avvento del Concilio Vaticano II ha segnato nella storia delle Confraternite un momento di aggiornamento non facile e talora inefficace. Per la verità, nei documenti conciliari si parla di operosità dei laici (Apostolicam Actuositatem). A fronte di molte dispersioni e abbandoni, provvidenzialmente vi sono sacerdoti e religiosi attenti, laici che comprendono il valore di tale retaggio e anziché abbandonare tali forme di aggregazione si preoccupano di rinnovarle, rivitalizzarle, infondere in loro uno spirito nuovo, secondo una corretta e valida interpretazione conciliare. Ed oggi molte di esse ritrovano nuova vita e autorevole presenza.

   Anche il nuovo codice di diritto canonico offre spunti di sapienza storica che è patrimonio della vita della Chiesa. Conviene riportare qui tre citazioni significative. L’autonomia delle Confraternite innanzitutto: «Le associazioni pubbliche <cioè riconosciute dall’autorità ecclesiastica> possono intraprendere spontaneamente quelle iniziative che sono confacenti alla loro indole: tali associazioni sono dirette, a norma degli statuti, però sotto la superiore direzione dell’autorità ecclesiastica» (can. 315). Al clero sono riconosciuti la natura e il ruolo specificamente spirituali. «Nelle associazioni non clericali, i laici possono ricoprire l’incarico di moderatore; il cappellano o l’assistente ecclesiastico non siano assunti a tale compito, a meno che negli statuti non sia disposto diversamente» (Can. 317 &3). Sono valorizzati i priori e i governatori. Il loro diritto a vivere nella comunità cristiana. «Un’associazione pubblica non venga soppressa dall’autorità ecclesiastica competente, senza aver prima sentito il suo moderatore e gli altri ufficiali maggiori» (Can. 320, &3).

       Note

1)- Merita annotare come fin da Medio Evo e nelle epoche successive, alla pari delle Confraternite, esistevano altre aggregazioni e pie unioni di diversa origine. Ad esempio i terzi ordini secolari si ispirano alle regole dei fondatori degli ordini religiosi e sono guidati dai religiosi del proprio ordine. Le corporazioni di arti e mestieri sono state aggregazioni di persone che, esercitando la medesima professione, si proponevano primariamente le qualifiche professionali e la difesa dei loro interessi economici e sociali, anche nel campo politico, inoltre avevano a fianco una Confraternita parallela, veneravano un santo protettore, avevano nelle chiese un altare officiato da loro, facevano suffragi per i defunti, operavano nella carità.

2)- P. BREZZI, “La Chiesa nel Medio Evo”, in Enciclopedia del Cristianesimo, vol. I, pag. 205 e segg., Torino 1959.

3)- Le Confraternite han fatto edificare ed abbellire le proprie chiese ed è da considerarsi una delle più importanti committenze artistiche: si pensi agli stupendi oratori, agli edifici per l’assistenza caritativa dei bisognosi, alle creazioni figurative. Si apprezzano meravigliose opere, ove hanno profuso le più splendide espressioni delle varie arti con dotazioni di suppellettili sacre, paramenti, arredi di ogni tipo.

4)- Non a caso Riz Ortolani nella colonna sonora del film di Zeffirelli su San Francesco, “Fratello sole e sorella luna”, mutua molte melodie da un celebre laudario di Confraternite di Cortona.

                                                                                      Germano Liberati

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Blasi don Mario evangelizza domenica XIII ordinario Matteo 10,37

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FERMO I DOCUMENTI DEL MEDIOEVO E DEL RINASCIMENTO DELLA CITTA’ E DEI CASTELLI FERMANI traduzione dell’elenco di Hubart tradotto da Albino Vesprini

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FERMO ARCIVESCOVO NORBERTO PERINI ANNO 1966 Intervista alla Radio Vaticana =”La mia Diocesi=

Perini arcivescovo Norberto 1941-1977  intervista- LA MIA DIOCESI alla Radio Vaticana 7 dicembre 1966

-D. Ci vuoi dire, Eccellenza, qualche cosa sull’Archidiocesi di Fermo che altri Vescovi ci dissero tanto illustre?

=R. Comincerò col dire che se mai a un Sacerdote dovessi fare l’augurio tremendo dell’Episcopato, ne vorrei almeno mitigare le conseguenze coll‘augurargli di diventare Arcivescovo di Fermo. Se vuol fede, vita cristiana, buone costumanze; se persone equilibrate, caratteri miti, sereni; se gioventù festosa e intelligente e sana; se chiese gremite e sonanti di preghiere e di canti; se piani e colline, mare e monti, casolari sparsi su pendii e cittadine vive e operose: tutto trova colui che si affaccia a questa terra marchigiana così ricca di contenuto.

-D. E’ l’ideale, insomma, della Diocesi?

=R. A ogni uccello (dice il proverbio) suo nido è bello. Ma le basti sapere che, quando l’Arcivescovo di Urbino e io fummo convocati come rappresentanti dell’Episcopato Marchigiano per certe intese, presso la S. Congregazione Concistoriale, dopo che il Presidente ebbe delineato i caratteri di cui, secondo il Concilio Ecumenico Vaticano II ogni Diocesi dovrebbe essere fornita, io chiesi la parola e dissi: « Mi permetta di ringraziarla, Eccellenza, per aver fatto esatta la descrizione della mia Diocesi, se si aggiunge la dignità arcivescovile e metropolitana ».

-D. Ce ne faccia una breve descrizione, citando dati di ampiezza e di popolazione –

=R. Sono quasi 1400 kmq., con una fascia costiera di 45 km. di lunghezza e un entroterra che si sviluppa per 60 km. circa. Cinque ubertose vallate che, lungo ben quattro Statali e molti raccordi provinciali tutti asfaltati, partendo dai monti in compagnia dei fiumi, attraverso le zone collinose scendono dolcemente al mare, dove si ritrovano nella grande statale Adriatica cui corre parallela la linea ferroviaria Milano-Lecce, e presto correrà l’autostrada dei Levante.

Al mare sfociano i fiumi in importanti centri rivieraschi: Pedaso per l’Aso, Porto San Giorgio per l’Ete, Fermo e Porto Sant’Elpidio per il Tenna, Civitanova per il Chienti e Potenza Picena per il Potenza. In questi territori, dove con maggiore dove con minore densi, vivono 250.000 <anno 1966> abitanti in 55 Comuni, parte della Provincia di Ascoli e parte di quella di Macerata: tutti però affratellati da un vincolo religioso che conta secoli e secoli, e che non si spezzerebbe certo senza sanguinare.

-D. L’appartenenza a due Provincie non porta nessun inconveniente alla vita religiosa?

=R. Se rispondessi tout-court di no farei una bugia. Qualche complicazione si avvera per quei movimenti di carattere religioso che hanno o dovuto o voluto adottare la circoscrizione civile, come sono le ACLI, il CIF, l’ACAI. Ma, tirate le somme, credo che la duplice esperienza da farsi nella duplice Provincia: la necessità di più ampie consultazioni e di più controllato approfondimento; Io sforzo, che alle stesse autorità provinciali riesce vantaggioso, per avvicinare punti di vista e metodo: cose queste che conferiscono alla soluzione dei problemi una maggior maturazione.

D’altra parte, la possibilità di contatto con due Prefetti, con due Questori, con due Provveditori agli Studi e alle Opere Pubbliche; e il bisogno di consultarsi e di accordarsi con altri Confratelli, dando e ricevendo lumi e consigli: tutto ciò accresce, insieme con l’esperienza dell’Arcivescovo, la sua autorità, e finisce per essere ampiamente positivo.

-D. Come si svolge il servizio religioso? <anno 1966>

=R. Si può contare sull’attività di 300 Sacerdoti Diocesani e di 112 Religiosi: Francescani, Agostiniani, Passionisti, Sacramentini, Salesiani, Religiosi della Consolata, dell’Amore Misericordioso, Pavoniani, Fratelli delle Scuole Cristiane.

L’opera loro Pastorale cura 170 Parrocchie, un grande Seminario Diocesano, dieci Case di Apostolini, Collegi, Convitti, Oratori, Associazioni e Confraternite, Ospedali, Cliniche e Istituti di Assistenza.

   Il territorio è diviso in 15 Distretti, ciascuno presieduto da un Vicario Foraneo, mentre la Curia Arcivescovile è in piena efficienza, diretta da due Vicari Generali, dei quali uno, Mons. Gaetano Michetti, è anche Vescovo, dato come Ausiliare alla persona dell’Arcivescovo, che ha tanti anni quanti ne può avere chi è nato ne! 1888,

funzionano anche, conforme alla provvida loro vocazione, 14 Monasteri di clausura (il che è un primato) e 880Case religiose femminili, che assistono Ospedali, Scuole Magistrali, Educandati, Asili infantili, istituti di Beneficenza.

-D. Quali sono i problemi più pressanti che la Diocesi deve affrontare?

R. Tutti i problemi della salvezza sono oggi più che mai pressanti, e il mio Clero dà segno non solo di conoscerli, ma di affrontarli con zelo e intelligenza. In particolare preoccupa il fatto che la Diocesi, fino a pochi anni fa esclusivamente agricola, presenta ora il 65% tra industriali, operai e artigiani. Questo fatto ci pone davanti a folle di lavoratori pendolari, e a tutte le difficoltà della migrazione interna: dall’agricoltura alla industria, dai campi ai centri cittadini, dalle zone montane e collinari alle pianure e specialmente, ai paesi rivieraschi. Per i paesi rivieraschi è urgente la necessità e difficile il problema delle Chiese nuove. Negli ultimi cinque anni ne abbiamo costruite: a Porto Potenza Picena, a Porto Civitanova, a Porto Sant’Elpidio, a Marina Palmense <Fermo>, a Villa S. Filippo <Monte San giusto>, a Ortezzano, a S. Maria Apparente <Civitanova>, a Campofilone, due a Porto S. Giorgio per merito delle Suore di S. Gaetano e delle Madri Canossiane; due prefabbricate abbiamo collocate a Fermo per Lido e Fermo e per la zona Tenna. Ora ne sono in cantiere a Fermo-Stadio, a Porto San Giorgio, a Porto Sant’Elpidio – Faleriense, a Montegranaro, a Fermo -Zona industriale. Ma altre ne occorrono a Casette d’Ete, a Porto Civitanova, alle Piane di Montegiorgio, a Colle d’Ete, a Monte Canepino <Potenza Picena>

-D. Questa enumerazione farebbe pensare che ci sia anche un problema turistico.

=R. Certo, se Lei vagheggia le grandi ascensioni alpine o le traversate degli oceani, non penserà al mitissimo ambiente delle Marche. Ma anche da noi ci sono monti, i Sibillini, dei quali cantava Leopardi:

« Quei monti azzurri

« che di qua scopro e che varcare un giorno

« io mi credea, arcani mondi, arcana

« felicità fingendo al vive mio ».

Nelle Marche panorami collinari stupendi, ove l’occhio scorre, pel verde dei campi, più giù fino all’azzurro del mare. E al mare le spiagge, oltre i pregi delle grandi spiagge, hanno il pregio di non essere ancora di moda, benché già affollatissime.

Opere d’arte ne trovi non solo nelle città, ma disseminate nei più modesti villaggi: vuoi una dozzina di tavole dorate dei Crivelli? vuoi quadri del Baciccio, del Solari, dei Pomarancio, affreschi d’antichi secoli, del tre e del quattrocento? vuoi un capolavoro di Lorenzo Lotto? una Natività del Rubens? vuoi vedere Abbazie dai nomi venerandi e dalle purissime linee romantiche o gotiche? come Santa Maria a pié di Chienti, San Claudio al Chienti, S. Ruffino, i SS. Vincenzo e Anastasio, S. Bartolomeo di Campofilone, San Marco alle Paludi?

Vuoi un Santuario tutto poesia, in fondo di valle, le cui fondamenta sono lambite dal torrente Ambro non lontano dalla scaturigine e dove accorrono, nelle Domeniche di primavera e d estate, migliaia di pellegrini?

Tutto ciò crea un problema del turismo: forestieri che, dal giugno a settembre, raddoppiano o triplicano alcuni paesi, invadono alberghi e pensioni, gironzolano dappertutto, e se non trovano una organizzazione religiosa culturale e sportiva adatta, finiscono per occupare il tempo insegnando la modestia alla nostra gioventù, come la insegnavano i soldati dei Manzoni alle ragazze di Lecco.

-D. La Città di Fermo in particolare presenta interessi turistici?

R. Basta salire al « Girfalco » per trovare un complesso interessantissimo di edifici sacri e profani che documentano due millenni di storia civile e religiosa. Mura preromane, resti di opera imperiale, teatro e anfiteatro di epoca augustea; complesso grandioso di piscine epuratorie costituite da 28 massicce sale per il rifornimento idrico della Città.

La facciata del Duomo a linee originalmente asimmetriche e ciò che rimane della Chiesa gotica costruita in pietra d’Istria dai Maestri Comacini nel 1230.

Nei sotterranei dei Duomo: resti di un tempio di Giove, tombe romane, sarcofago e mosaico di epoca pagana, mosaico ravennate del V secolo che basta da solo per attestare che già nel secolo IV Fermo era una Chiesa di primo ordine.

Nel tesoro del Duomo: reliquiari e pastorali donati dai due Papi che furono Vescovi di Fermo, Pio III e Sisto V; il Messale De Firmonibus, che è un capolavoro della miniatura italiana, opera di Ugolino da Milano, e la preziosissima Casula di S. Tommaso Becket, il più antico ricamo di arte araba che si conosca, lavorato in Almeria di Spagna, nel 1116.

Altri edifici sono in Città sacri e profani di gran valore artistico e storico. Ne! palazzo Comunale l’Aquila in bronzo regalata da Cesare Augusto alla fedele Colonia Fermana, e arazzi e quadri e tavole. Accanto al Palazzo Comunale la Biblioteca civica, ricca di 250.000 volumi, con 550 incunaboli e 2660 pergamene, già sede dell’Antica Università.

-Ci fu dunque una Università a Fermo?

=R-  Sì, fondata da Lotario I nell’825 come Studio generale e vissuta con alterne vicende fino al 1826.     

Ma questo accenno a Università mi porta a un altro problema caratteristico per Fermo: il problema degli studenti. Si calcolano 7.000 studenti, dei quali più di 3.000 iscritti a quell’Istituto Industriale che fu il primo, e per molto tempo unico in Italia. Molti di essi vengono da altre Regioni; ragion per cui abbiamo diversi Collegi e Convitti: un Convitto Montani annesso all’Istituto industriale, un Convitto Nazionale, un Collegio Arcivescovile, un Collegio per gli Orfani dei Ferrovieri a Porto San Giorgio e uno per gli Orfani di Pubblica Sicurezza a Fermo, e diversi Pensionati maschili e femminili.

Moralmente e religiosamente questi giovani, che arrivano ai 19 e 20 anni, costituiscono un difficile problema, che è sempre abbordato da diverse iniziative dovute allo zelo di Sacerdoti e a spirito di apostolato di giovani militanti di Azione Cattolica, ma non è mai pienamente risolto.

-D. Tutto questo super-afflusso a scuole pubbliche lascia posto e possibilità di vita a un Seminarlo?

=R. Per ora questo è un problema che non ci preoccupa eccessivamente, perché abbiamo ancora un Seminario di circa 300 alunni, nonostante che in quasi tutti i paesi sia sorta in questi ultimi anni la Media Statale. Forse il bellissimo nuovo edificio che torreggia sulla collina come una statua di Santo sul suo piedistallo contribuisce ad attrarre la gioventù, a sensibilizzare la popolazione e a renderla comprensiva e generosa verso il Seminario.

-D. Quali sono le opere assistenziali di maggior rilievo?

=R. Oltre le tradizionali Conferenze di S. Vincenzo maschile, femminile e giovanile, esiste un Patronato AGLI, come sede distaccata dalla Provincia, che tratta attualmente decine di migliaia di pratiche previdenziali: un servizio di ben nove Assistenti Sociali dipendenti dall’ONARMO e ODA tengono per tutto il periodo estivo tre Case per ferie per le famiglie dei lavoratori. Sono molto attive nel loro campo, l’UNITALSI e la Legio Mariae.

-D. E l’Azione Cattolica?

=R. Ci sono 600 Associazioni con un totale di 12.000 iscritti. Oltre le normali attività, esiste un Centro Studi e una Scuola di Apostato della Gioventù.

Svolgono un’attività molto incisiva i movimenti « -Studenti -Lavoratori -Rurali » della Gioventù maschile e femminile. Sono pure fiorenti i vivaci Scout, Guide e la Gioventù Studentesca.

Nuova abbondante vena di grazie il Signore ci ha aperto nei « piccoli Corsi di cristianità » che abbiamo imparato dalla Spagna, e che si faranno più frequenti ora che si è inaugurata, nel parco del Seminario, la « Villa Nazareth » destinata a tutte le forme di ritiro spirituale per i laici.

-D. In una Diocesi così antica e ricca di vita cristiana non può certo essere mancato il profumo di santità.

=R. Non è mancato davvero.

-D. Ci vuol accennare a qualche nome?

=R. Oltre i due Fondatori della Chiesa Fermana, i Vescovi Alessandro e Filippo martiri nelle persecuzioni di Decio e di Aureliano, e S. Marone primo evangelizzatore della terra picena, nominerò S. Nicola, che si dice da Tolentino perché vi morì, ma è nato e fu Sacerdote a Sant’Angelo in Pontano e Religioso Agostiniano a Fermo; il B. Adamo Abate Benedettino, S. Serafino da Montegranaro laico Cappuccino,  i conventuali S. Giovanni della Verna, S. Pietro da Mogliano, il B. Antonio Grassi, Filippino di nobile famiglia fermana, ancora viva e prosperosa, il B. Antonio da Amandola agostiniano, i conventuali S. Giovanni della Verna, S. Pietro da Mogliano, il B. Pellegrino da Falerone, il B. Giovanni della Penna. E nel primo fiorire dell’Ordine Francescano non scrivevano forse i « Fioretti di S. Francesco » che « la Provincia della Marca di Ancona, a modo che il cielo di stelle, fu adornata di santi ed esemplari frati, i quali hanno illuminato e adornato l’Ordine di S. Francesco e il mondo con esempi e con dottrina »? E si sa che i Fioretti di S. Francesco sono nati da noi. Né sarebbe giusto dimenticare che di Porto Civitanova fu la Madre di S. Gabriele dell’Addolorata, il quale si santificò nel tempo che trascorse, Novizio, nel Ritiro di Morrovalle, dove ancora c’è il Noviziato dei Padri Passionisti.

Ma oltre a questa santità canonizzata, io godo di poter dire a me stesso e agli altri che ancor oggi esiste la santità nell’umile nostra gente ricca di fede, di pazienza, di laboriosità, di spirito di sacrificio; nelle famiglie ricche di figli e di virtù; nelle case sonanti del Rosario serale e delle Litanie, che portano il cuore di ogni Marchigiano al cuore delle Marche, che è Loreto.

-D. A sostenere tanta attività di opere e a nutrire tanta vita cristiana, vi sarà una stampa?

R. Per gli iscritti c’è la stampa dell’A.C. per le famiglie c’è il quotidiano «l’Avvenire d’Italia » e il Settimanale « La Voce delle Marche» che è al suo 73° anno di vita. Per essere sincero, devo però dire che il problema della stampa è troppo poco sentito nella mia Diocesi.

-D. Come è possibile chiudere una relazione così ricca di dati positivi con una nota malinconica?

=R. Malinconica per nulla affatto. Basta pensare che nessuna cosa al mondo è statica. E per essere allietati, o immalinconiti, bisogna chiedersi non solo a che altezza stanno cose e persone, ma anche se sono volte verso l’alto o verso il basso, se tendono a salire o a scendere. Se sono in discesa fanno tristezza, ma se sono in salita fanno letizia. Ebbene in quest’anno di grazia, ora di primavera, ora di Pentecoste, la Diocesi di Fermo, sotto ogni aspetto, sta in salita. Questo dico fidandomi a voi, venerati miei Fratelli nel Sacerdozio e miei cari Fedeli, alla cui cordiale, intelligente e operosa collaborazione non mi sono mai fidato invano.

Così mi attesta una esperienza di 25 anni, quanti sono gli anni in cui ho avuto la grazia di esservi Vescovo e Pastore.

************** Digitazione di Albino Vesprini.

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LA MOSTRA DI RELIQUIARI E DI OSTENSORI DELLA ARCIDIOCESI DI FERMO ORGANIZZATA DA DON GERMANO LIBERATI. Notizie estratte dal catalogo.

Volume di vari autori: “Santi e pellegrini” a cura di Germano Liberati e Alma Monelli. Archidiocesi di Fermo. Fermo 2000. <Testo ristrutturato da uno scritto di Germano Liberati. “La mostra, percorso unico nel suo genere”>

     La mostra dal titolo “Santi e Pellegrini” a Fermo si riferisce alla storia della liturgia cristiana che ha caratterizzato la vita ecclesiale con grandi manifestazioni di fede, come i giubilei e i santuari. In ogni anima beata che ha vissuto sinceramente la volontà divina vengono ricordati e vissuti i misteri della salvezza opera del Cristo che ha vinto la morte e vive glorioso. Nella venerazione alle persone sante che vivono in cielo la Chiesa proclama la lode della Risurrezione del suo Signore che era, che è e che viene. Il significato delle manifestazioni esterne va ricercato nella partecipazione spirituale, non sul versante di moda di divagazione o di curiosità. Le due realtà di santità e di reliquie sono complementari e si spiegano a vicenda nel rinforzarsi reciproco. Le tombe e le reliquie dei santi hanno richiamato alla preghiera le folle e i singoli fedeli intenti a impetrare la loro intercessione, a ringraziare l’Amore infinito ed a venerarli come modelli di virtù. l pellegrinaggio permane con esiti morali di cammino per la santificazione. In ciò ogni cristiano è un pellegrino.

     È avvenuto fin dai primi secoli che al culto della santa Croce di Cristo e degli oggetti pertinenti alla Sua divina passione, sono stati affiancati da atti liturgici sulle tombe degli apostoli, dei martiri, dei taumaturghi, o nei luoghi di apparizioni in cui la pietà dei fedeli, giustamente, ha meditato la particolare presenza della Vergine, testimoniata da miracoli, grazie o eventi comunque difficilmente spiegabili dal punto di vista naturale. Facendo memoria storica delle persone che sono già pienamente unite a Dio, le reliquie loro favoriscono l’intensità delle preghiere individuali, inoltre fanno meditare sulla testimonianza che esse hanno dato di Cristo e così sostengono i fedeli nella fede e li incoraggiano a chiedere il sostegno della loro intercessione per superare le prove nelle sofferenze quotidiane.

   Nella storia dell’umanità, i santi sono esemplari in un processo osmotico: essi stessi sono stati pellegrini. Così la martire santa Lucia da Siracusa andava a Catania per pregare sulla tomba di S. Agata. Troviamo nei grandi santuari gli elenchi e le raffigurazioni di Santi e Beati che vi sono stati pellegrini, hanno pregato e spesso ottenuto la grazia della conversione e quella del dischiudersi della vocazione per realizzare il proprio particolare progetto di Dio, nel loro “itinerario di perfezione”.

     In questo contesto è inevitabile e necessario che gli strumenti e i modi per la venerazione siano quanto mai significativi, come esemplarità e richiamo per tutto ciò che di meglio l’uomo può offrire a Dio, alla Vergine, ai santi. Questo ci fa render conto del grande apporto che è dato dall’arte cristiana la quale non ha mai trascurato di dar valore alle cose pertinenti alla santità nei luoghi di culto. La mostra che focalizza l’attenzione sui reliquiari, come contenitori ideati e creati per conservare, esporre alla venerazione ed esaltare le reliquie, è utile a che la pietà dei fedeli ne esca edificata e la fede trovi la sua professione esplicita. All’origine di tale scelta vi sono motivazioni diverse che fanno un tutt’uno con le finalità stesse della mostra riferita al significato del culto cristiano dei santi e alla ricerca della santità.

   Gli oggetti di questo tipo, sono stati definiti, con un’etichetta generica e superficiale, “arte minore”. Don Germano Liberati, Direttore dei Beni Ecclesiastici dell’Archidiocesi di Fermo e docente di storia dell’arte sacra, si è ribellato a questa definizione, sia perché tale espressione congloba generi e forme diverse per materia, per arte e per tecnica, sia anche perché non conduce né ad una conoscenza, né ad una comprensione critica dei manufatti stessi, nei quali spesso validissimi artisti o splendidi artigiani di mirabile tecnica hanno fornito autentici capolavori d’arte. In generale i liturgisti apprezzano la solennità delle teche destinate alle reliquie e ai sacramenti e fatte con materiali ed elaborazioni di alto valore artistico al fine di rendere onore al Signore.

     Adornare, e talora enfatizzare, con opere d’arte le teche dei resti mortali di santi (pur in frammenti) sono testimonianze di una sensibilità che solo la religione cristiana ha saputo mettere in evidenza, partendo dal principio fondamentale che questo è vero riconoscimento della dignità umana, non tanto in riferimento a potere, ricchezza, imprese, piuttosto sulla base delle doti più autenticamente umane e delle virtù personali che queste persone onorate hanno professato, ad imitazione dell’uomo perfetto, Gesù Cristo. Le reliquie e i loro preziosi contenitori, i reliquiari, sono innanzitutto la testimonianza di un culto, di una adesione ad un modello cui rifarsi e di un intercessore cui rivolgersi, nello spirito della grande verità della Comunione dei Santi.

     Tutto ciò, visto con gli occhi del nostro tempo, costituisce la memoria dei santi che resta sempre e comunque un richiamo ed un incoraggiamento alla testimonianza di fedeltà a Cristo che è il modello dell’itinerario di perfezione. Permangono, dai secoli cristiani, gli atti devozionali delle pie unioni e delle aggregazioni con i loro riti, con il pellegrinaggio “ad corpora sanctorum” <corpi dei santi>, con le processioni e le feste patronali, con altre forme spirituali praticate da confraternite e da ordini secolari, proprio perché il santo è visto – e non può essere altrimenti – oggi, soprattutto come modello ispiratore del cammino interiore di fede, di carità creativa, di intuizioni profetiche, di attenzione alla spiritualità cristiana. A tutto questo non nuoce l’eccezionalità dell’aspetto taumaturgico, oggi meno cercato.

     E i reliquari ne sono una riprova preziosa, in quell’ambito della cultura materiale artistica che è insostituibile documento di conoscenze per la storiografia. Non sfugge a nessuno, purché sia attento, come la suppellettile sacra in genere sia il segno di una continuità della storia religiosa delle comunità cristiane locali, dell’arricchimento specifico, donatoci nella successione di molti secoli.

     I reliquari offrono varie risposte particolari per gli storiografi intenti a ricostruire il divenire storico. Da questi si possono ricavare aspetti della devozione preferenziale che è rivolta alla Vergine, invocata sotto moltissimi titoli, inoltre a questo o quel santo, proprio perché tutto ciò si era radicato e stratificato in modo preciso nelle proprie e diverse società qualificate dalla singolarità di caratteri, bisogni, aspetti famigliari, economici e sociali.

     Né è da sottovalutare come le tipologie e gli stilemi che caratterizzano queste opere d’arte in modo circostanziale, rappresentano culture diverse, manifestano la circolazione di artigiani e artisti, la diffusione di precisi gusti e di determinate propensioni, e contribuiscono, anche per le parti figurali delle opere, a connotare in modo specifico le singole aree culturali, nella loro varia pluralità. Il loro apporto agli studi può esser ricontrato anche maggiore dell’apporto derivato dagli edifici.

     E’da teer presente il fatto che è stata fatta una scelta tra gli oggetti della mostra vantaggiosa per offrire un ampio ventaglio di opere che si dispiega attraverso sette secoli, a testimonianza di quanto storicamente avvenuto nella pertinenza della grande comunità costituita dall’arcidiocesi di Fermo che è la più ampia Diocesi delle Marche. Le opere sono state esplorate e selezinate nelle oltre trecento chiese e scegliendo tra oltre mille reliquiari inventariati.

   I criteri di scelta individuati dal comitato scientifico sono stati quelli della qualità, quantità e rappresentatività.

     Innanzitutto la qualità. Si è preferito esporre le opere che, preziose per maestria tecnica e materia, possono evidenziare l’attenzione, la sensibilità e il gusto della committenza. Tutti questi elementi sono la logica estrinsecazione della fede e della devozione; né mancano opere dette “di maniera”, la cui tipologia è ricorrente in aree più vaste: in questo caso si è offerto un complesso di apporti che privilegiano l’evoluzione storico-stilistica, in un percorso che va dal Seicento alla fine dell’Ottocento, tra l’altro aggiungendo alla tipologia dei reliquiari, quella ancor più preziosa degli ostensori, che sono valorizzati come strumento del culto eucaristico.

   Insieme con la qualità, l’attenzione è stata rivolta alla quantità. Non basta esporre i non pochi pezzi unici, preziosi per la ricchezza materica e per la tecnica esecutiva; ma, poiché la mostra ha anche il fine di testimoniare la storia, la scelta di oltre cento opere, quantitativamente rilevante, consente di documentare la diffusione, le forme variegate, i riferimenti di molteplici manifestazioni della fede cristiana.

     Infine si valorizza la rappresentatività, in tre coordinate precise: geografica, stilistica, tipologica. La vasta area diocesana di kmq 1300 e più <settima parte della regione Marche> accomuna chiese importanti insieme con le piccole pievi. Non è raro trovare preziose opere, molto originali e interessanti, in piccoli paesi, o in frazioni, dato che, un reliquiario che raccoglieva i resti di un santo, ha determinato storicamente, il culto e i pellegrinaggi in un sito e chiesa. Ecco allora la nuova e affascinante scoperta della mostra: imbattersi in oggetti che mai si sarebbero potuti immaginare nati e conservati i luoghi poco noti come sinora gli oggetti stessi.

      A ciò va aggiunta la rappresentatività stilistica: materia, tecniche, decorazioni e altro sono ampiamente selezionate al fine di poter cogliere le aree di diffusione, la creatività e la sensibilità locali, gli influssi di altre aree anche lontane. Emergono presenze impensate: si va dalla stauroteca della Cattedrale, dono di Pio III, fatto prima del suo pontificato, alle opere uscite dalla bottega degli intagliatori locali, quali i Morelli di Montegiorgio, che hanno coniugato la dignità stilistica con il gusto popolareggiante.

     Né manca la possibilità di riscoprire come il reliquiario sia l’occasione di una creatività libera e innovativa, riconducibile non solo agli stili dominanti dei vari periodi storici, bensì espressione di intuizioni, gusti, inventiva, originalità dettate da committenze colte e realizzate da artisti di grande sensibilità. E’ fuori luogo pensare ad un arredo sacro standardizzato.

     La mostra offre un panorama assai esauriente, con la sua unità tematica, riguardante il reliquiario. Per quanto ci consta, nessuna altra mostra in regione <non sappiamo, ma forse in Italia> l’ha mai proposto. La mostra porta ciascuno a sentirsi “pellegrino” ai “Santi”. E’ un’occasione di itinerari lungo i secoli nella storia religioso-culturale della comunità cristiana della vasta Diocesi. Il corredo di un prezioso catalogo in cui 142 opere tra reliquiari e ostensori fotografati vengono illustrati, unitamente alla presentazione delle tipologie e delle valenze artistico-culturali delle stesse opere presentate, giova alla perspicacia del senso della storia del culto.

   Tali contributi sono stati affidati a studiosi ed esperti affinché la lettura potesse costituire un vero e proprio scavo nella novità della proposta e un superamento della trascuratezza che spesso circonda tali tematiche da non relegare nell’ignoto o nell’indifferenza delle arti minori. Un ampio apparato fotografico documenta le tipologie delle singole opere. Il volume si conclude con un indice di schede-foto di tutte le opere esposte.

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A Fermo la reliquia del cranio di san Savino patrono della città.

A Fermo la memoria liturgica di SAN SABINO PROTETTORE DELLA CITTA’

A Fermo la memoria liturgica di SAN SABINO PROTETTORE DELLA CITTA’

   San Sabino o Savino è un martire morto nel 303 circa a Spoleto ed è considerato anche vescovo. Nella diocesi Fermana è patrono di Fermo e altrove lo è anche di Spoleto, di Assisi e di Siena. Durante l’antichità Sabino fu uno dei santi più venerati. Della sua vita gli studiosi possono ricostruire soltanto poche date. Per la fedeltà e la testimonianza data a Gesù Cristo fu perseguitato e considerato criminale fino all’assassinio, dato che soprattutto sotto gli imperatori Valeriano e Diocleziano la religione cristiana non era lecita, ma considerata un crimine contro lo Stato. L’editto imperale per la libertà al cristianesimo fu emanato nel 313. Il popolo cristiano ha cominciato a venerare Sabino martire subito dopo il suo assassinio, dici anni prima. Alla sua tomba, a Spoleto, affluivano numerosi pellegrini. A lui si è attribuito l’episcopato di questa diocesi in base agli antichi dipinti che lo raffigurano tale. Siamo sicuri che già nel quinto secolo davanti alle mura di Spoleto esisteva una basilica che era stata dedicata a San Sabino e lo troviamo anche raffigurato in un mosaico, a San Apollinare nuovo a Ravenna che è stato edificato attorno al 503.

   Nell’iconografia l’immagine più antica del santo martire lo si vede con le mani coperte da un velo su cui c’è una corona. Nella figura di vescovo con mitra e pastorale lo troviamo in un affresco di Andrea di Bologna nella basilica di San Francesco ad Assisi, immagine riferibile al 14º secolo.

   Le notizie per Fermo sono documentate da una lettera di papa Gregorio Magno che nell’anno 598 dispose che il vescovo di Spoleto concedesse al vescovo di Fermo una reliquia di san Savino martire e allora fu concessa ai Fermani la reliquia del cranio di san Sabino, in un bel reliquiario che ancora si conserva nella cattedrale di Fermo.

  

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SANTA ANNA CHIESA A BELMONTE PICENO culto tradizione festa cultura

rettitudine

SANT’ANNA – chiesetta a Belmonte Piceno.FM.

   Giustina Agostini Sbaffoni (1982-1972), donna di preghiera per le tante persone che la frequentavano a Belmonte, nel 1956 cominciò a fare nuova la chiesa di Sant’Anna, la quale è la santa ammirata madre di Maria di Nazaret e nonna di Gesù Cristo, figlio della stessa Maria. Nella devozione cristiana i santi genitori e nonni Giacchino ed Anna vengono venerati con la memoria liturgica il 26 luglio. Sono onorati come modelli di santa laboriosità, come intercessori e come compagni del pellegrinaggio dalla terra al cielo. Secondo le esperienze della loro vita sono patroni di particolari condizioni di vita. Così la madre e nonna Sant’Anna è patrona per le maternità nella gestazione, nel buon andamento del parto e nella condizione di essere puerpera, come pure nella cura dei neonati, bambine e bambini. Nell tradizione cattolica, tra le molte immagini che raffigurano S. Anna con la figlia Maria, una è stata dipinta da Leonardo da Vinci ed è esposta al Louvre a Parigi.

   L’antichità di Belmonte si riflette anche sulle lontane origini di questa chiesina ricostruita varie volte, adiacente al bivio delle strade che da Belmonte scendono verso l’Ete. Attualmente nel frontespizio della chiesina stessa i passanti leggono l’epigrafe su marmo come è stata dettata da Giustina, nella seguente poesia di buon auspicio:

O PASSEGGERO SE

 IL DOLORE TI AFFANNA

LA GRAZIA CHE TU VUOI

CHIEDI A SANT’ANNA

   Presso tutti i popoli, anche tra i marchigiani che sono devoti della santa Casa mariana di Loreto, è facilmente riscontrabile quanto valore si dà alla filiazione. Molte donne si recavano a casa di Giustina nelle fasi della loro maternità e lei, con stabile sicurezza, insieme con ciascuna di loro, pregando, invocava il patrocinio di sant’Anna.

   Nel secolo XI a Belmonte erano presenti i monaci benedettini venuti da Farfa che avevano avuto in donazione molti possedimenti terrieri e dal secolo X officiavano la turrita chiesa di Santa Maria in muris, detta popolarmente di san Simone. Essi davano in enfiteusi le aziende agricole curtensi nel territorio Piceno e sui luoghi costruivano edicole e chiesine per seppellire nelle adiacenze i defunti. Questa è l’origine storica della chiesina. Lo stile edilizio era allora di tipo romanico e nel secolo XIV fu completato con modifiche di stile gotico. Quando dopo il 1860 ci fu la confisca delle proprietà ecclesiastiche, questa chiesa finì abbandonata alle intemperie e nel secolo XX i più vecchi vedevano sul luogo due spezzoni di muri inclinati con le tracce delle fondazioni di forma semicircolare d’abside. Tutto attorno si vedevano rovi e sterpi selvatici che ogni anno crescevano e si allargavano verso le strade adiacenti, tanto da doverli tagliare con le roncole a lungo manico, poi bruciarli e per conseguenza i ruderi dei muracci diventavano molto anneriti e brutti.

   Nel 1953, Giustina venne ad abitare con la famiglia del figlio Nello Sbaffoni, presso questa contrada detta di Sant’Anna. Precedentemente lei abitava con i figli e con i nipoti presso la chiesina di santa Maria in Muris, a Belmonte. Lei ed i devoti erano delusi dalla brutta impressione di quei rovi ed erbacce, e seguitando a fare le preghiere a sant’Anna, accolsero l’idea che vi si costruisse una nuova chiesa per questa santa. Un primo schizzo venne in mente all’ingegnere Mario Andrenacci e nei contatti con la fornace Brancozzi di Grottazzolina, che avrebbe fornito i materiali di edilizia, il figlio Blandino Brancozzi che era un tecnico, delineò un disegno di progetto. Ci furono operai volontari per sterrare e fare i manovali. Nel frattempo Giustina riceveva offerte dalle persone che la frequentavano. Le si affiancarono altri collaboratori, tra i primi il figlio Nello. Blandino Brancozzi era il capomastro. L’edificio crebbe in pochi mesi dalle fondazioni al tetto. Furono messe lastre di marmo ad ornare il portale, si costruì il cornicione a corona dell’edificio, con le grondaie laterali, fu eretto l’altare, come si vede tuttora. In seguito si provvide agli intonaci ed alle tinteggiature. Il mastro falegname Angelelli Dino, che teneva il laboratorio nelle vicinanze, creò il tabernacolo, due comodini e due panche, oggetti questi che verso la fine del secolo XX furono restaurati dal fratello Angelelli Renzo. Di fronte all’altare, il quadro raffigurante sant’Anna era una stampa in bianco e nero che dopo circa trent’anni fu sostituito con l’immagine in policromia raffigurante la figlia Maria seduta a leggere la Bibbia sotto la guida materna.

   Interessandosi il parroco don Giuseppe Biondi, si cominciò a celebrarvi la santa Messa e festeggiare la domenica pomeriggio prossima al 26 luglio. Partecipavano le persone del centro urbano e delle vicine contrade. Dopo la liturgia si sostava per una merenda con affettati e bibite. Il senso religioso della patrona delle partorienti era dominante in questa ricorrenza. Culturalmente era un incontro con attenzione alle nonne ed ai nonni, un apprezzamento per l’opera architettonica innovata, una eco del volontariato laborioso, con nuovi apporti di inferriate artistiche.

Il proverbio che subito affiora nella mente di chi pensa a Sant’Anna è il popolarissimo detto:

“Sant’Anna il vero e giusto rimanda”. Purtroppo si verificano sopraffazioni ed atti di bullismo e si diffondono perché i colpevoli di soprusi sanno di poter vegetare nell’impunibilità. Il proverbio fa capire che sant’Anna vuole riportare le giustizia contro le soperchierie. Occorre consapevolezza. E’ un monito a volere un mondo di atti giusti, nelle piccole scelte per vivere la rettitudine anche a costo di sacrifici. Per evitare le sopraffazioni occorre usare impegno nell’individuare i responsabili delle ingiustizie. E’ vero che la giustizia è di Dio che la fa trionfare eternamente. Emanuele Kant diceva che la vita eterna è necessaria affinché ciascuno abbia per sempre il suo. Dove il popolo usa attenzione si alimenta il dovere della certezza della pena. Nessuno si può tirare fuori; non ci debbono essere indifferenti di fronte alle angherie. Anzi quando si esercita l’attenzione per far ravvedere i prepotenti si prevengono i reati tipici della mafia. E sant’Anna lo fa realizzare.

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