BLASI MARIO PARROCO EVANGELIZZA AVVENTO anno A Matteo 24, 37 ss

Il parroco don Mario Blasi evangelizza Matteo 24, 37 ss Avvento anno A

COME AL TEMPO DI NOE’, COSI’ SARA’ LA VENUTA DEL FIGLIO DELL’UOMO”.

L’Avvento è il tempo che prepara il cristiano alla festa del Natale. E’ il tempo in cui si ricorda Gesù Figlio di Dio fatto uomo.

Il Dio invisibile si rende visibile nella storia per mezzo di Gesù.

Il cristiano è chiamato a scoprire e ad annunciare la presenza di Dio nella storia. Ha il dovere di conoscere e di far conoscere che Colui che è venuto, che viene e che verrà è il Salvatore di tutti.

E’ l’Atteso dell’umanità.

Nell’Avvento si celebra la venuta di Gesù nella storia come uomo-Dio e si invoca il Suo ritorno come Signore per la salvezza di tutti i popoli. Il Suo ritorno sarà un Avvento pieno e definitivo. In questa attesa bisogna vegliare per non essere sorpresi al Suo ritorno. Nessuno può prevedere la venuta del Signore. Tutto è nelle mani di Dio.

La Signoria di Dio nella storia è assoluta.

Come al tempo di Noè, così in ogni epoca è evidente il contrasto tra chi vive di fede e di interesse personale, tra chi vive nel cammino della legge dell’amore di Gesù: “Amatevi l’un l’altro come io ho amato voi“, e chi percorre la strada dell’egoismo.

L’uomo, con la sua libertà, può perdere l’orientamento della vita.

“Siate pronti, perché nell’ora che non immaginate il Figlio dell’Uomo verrà”.

Il cristiano veglia quando ama e serve il fratello con dedizione sincera. Il credente di ogni tempo corre il rischio di appesantire il cuore nelle preoccupazioni giornaliere, perciò deve pregare, cioè invocare lo Spirito Santo perché doni l’Amore di Cristo e il cuore del fedele lo accolga.

Vegliare è duro. Rimanere desti, ossia amare come ha amato Lui, il Signore Gesù, non è facile. Tenere gli occhi aperti quando il sonno ci opprime è faticoso perché servire il fratello con cuore sincero richiede impegno costante e preghiera fiduciosa.

Il cristiano, in questo periodo di Avvento, invochi lo Spirito Santo perché doni a tutti la capacità di amare con la stessa forza di Dio.

Avvento anno A domenica prima  (Mt 24,37-44)

“Come fu ai giorni di Noè, così sarà la venuta del Figlio dell’Uomo “.

Il Padre conosce quando il discepolo di Gesù raggiunge la maturazione e quando rende testimonianza alla Sua Parola. Quel giorno e quell’ora stanno ad indicare l’incontro personale del discepolo con il Padre.

Il Padre stabilisce un rapporto di figliolanza con il discepolo di Suo Figlio. Egli solo conosce la sua crescita, la sua maturazione e l’incontro in cui la vita si manifesta in forma nuova nella Sua Casa.

Il discepolo, lungo il cammino della vita, deve impostare la sua esistenza perché cresca in sintonia con l’insegnamento di Gesù.

La vita ha un valore grande: è divina; nulla deve andare perduto. La vita deve sviluppare fino al massimo, non bisogna perciò lasciarsi sfuggire le occasioni per la sua crescita.

Allora il giorno dell’incontro con il Figlio dell’Uomo sarà gioioso. E’ il giorno in cui la vita del discepolo si rivelerà in forma piena. Il rischio del discepolo, però, è quello di trovarsi impreparato ad affrontare la verifica della propria vita. Per questo Gesù dice:

“State pronti,  perché nell’ora che non immaginate il Figlio dell’Uomo verrà “.

Al tempo di Noè le persone non si accorsero di nulla; cosa molto grave e triste! Stava per accadere una cosa straordinaria e nessuno se ne accorgeva!

“Vigilate”, dice Gesù, “Siate pronti!”.

Egli porta l’esempio di due persone che fanno lo stesso lavoro nei campi e alla mola; una è presa e l’altra lasciata. Sono persone che fanno le stesse azioni: azioni semplici della vita quotidiana, ma con una qualità diversa: una sola è unita a Cristo nell’amore e compie un servizio per il bene degli altri.

Il cristiano è colui che fa i lavori come gli altri nei campi, nella fabbrica, nell’impiego, ma ha una consapevolezza diversa: compie un servizio per i fratelli con l’amore di Cristo nel cuore.

Blasi Mario Parroco  I AVVENTO (Mt.24, 37-44)  “Vegliate”.

L’Avvento è il tempo dell’attesa e della manifestazione gloriosa del Signore che viene. Egli viene a trasformare il mondo e a realizzare l’uomo ad immagine del Risorto.

Nel tempo dell’attesa il cristiano deve compiere il suo dovere con gioia per percepire la presenza di Dio che ama.

L’Avvento è il tempo della preparazione al Natale in cui si celebra la prima venuta del Figlio di Dio tra gli uomini. E’ il tempo in cui, attraverso questo ricordo, i cristiani si orientano verso l’attesa della Sua seconda venuta.

Durante l’Avvento, non soltanto si rende grazie a Dio per la venuta storica del Salvatore, fonte di vita e di gioia per tutti, ma si celebra anche il compiersi dell’opera della salvezza: vita piena per l’uomo.

La liturgia non è solo un momento sacro della settimana riservato a Dio, ma è il momento in cui il cristiano riceve la grazia, cioè l’amore di Dio per realizzare la Sua opera nel Cristo.

Il cristiano deve manifestare con amore la gloria di Dio nella sua attività quotidiana. La gloria di Dio, che splende nell’universo, deve esser resa visibile in modo particolare dal cristiano. Il discepolo di Gesù deve impostare la sua vita in modo tale che la bontà di Dio sia rivelata a tutti con la vita. La vita del cristiano è divina. Essa si deve sviluppare al massimo; nulla gli deve sfuggire per la sua crescita. Allora il giorno dell’incontro con il Figlio dell’Uomo sarà gioioso. E’ il giorno in cui la vita del discepolo si rivelerà in pienezza.

Ma per il discepolo di Gesù, come per ogni uomo, esiste il rischio di trovarsi impreparato all’incontro con il Figlio dell’Uomo, per questo Gesù dice:

“Siate pronti”.

Per il cristiano può esistere il pericolo di trascorrere la vita semplice di ogni giorno in modo distratto e superficiale; per questo motivo Gesù lo invita ad essere pronto, ad agire cioè con serenità di spirito e amore in ogni situazione, anche se a volte ciò costa molta fatica!

Gesù dice che due persone fanno lo stesso lavoro nei campi o alla mola, ma una è presa e l’altra lasciata. Fanno lo stesso lavoro semplice della vita quotidiana, ma con spirito diverso. La qualità della vita è diversa. Una è unita all’amore di Cristo e compie un servizio per il bene proprio e per gli altri, ed è pronta per entrare nel Regno di Dio, come un frutto maturo che viene colto; l’altra no! Il cristiano è colui che lavora come tutti, nei campi, nella fabbrica, nell’impiego, ma con una consapevolezza diversa: realizza un servizio per i fratelli con la bontà di Cristo nel cuore.

Riflessioni liturgiche  =  AVVVENTO  tempo di attesa e di conversione

Avvicinarsi al Natale non sia solo allestire doni e luminarie, ma prepararsi nell’animo “all’evento straordinario che ha cambiato la storia”.

E’ il compito che spetta ai cristiani, di fronte ai tanti che spesso non solo vivono come se Dio non esistesse, ma a volte lo considerano un ostacolo per la loro realizzazione. E se “proprio la storia di questi ultimi 50 anni dimostra l’attesa di una salvezza a basso prezzo”, che produce “cocenti delusioni”, “pur con le sue contraddizioni, le sue angustie e i suoi drammi”, l’umanità di oggi “cerca un Salvatore e attende, talora inconsapevolmente, l’avvento di Cristo”.

“L’umanità del nostro tempo attende ancora il Salvatore?”.

“Si ha la sensazione che molti considerino Dio come estraneo ai loro interessi. Apparentemente non hanno bisogno di Lui; vivono come se non esistesse e, peggio, come se fosse un ostacolo da rimuovere per realizzare se stessi”. E “anche fra i credenti alcuni si lasciano attrarre da allettanti chimere e distrarre da fuorvianti dottrine che propongono illusorie scorciatoie per ottenere la felicità”.

La strada da seguire invece è prepararci ad avvicinarci alla grotta di Betlemme dove si è compiuto “il prodigio: il creatore dell’universo è venuto per amore a porre la sua dimora tra gli uomini” con lo stesso animo che avevano Maria e Giuseppe. “Non è difficile immaginare come abbiano trascorso gli ultimi giorni nell’attesa di stringere il neonato nelle loro braccia”. Il loro atteggiamento sia il nostro, in modo che “nascendo tra noi non ci trovi distratti o semplicemente impegnati ad abbellire con luminarie le nostre case”.

Allestiamo piuttosto le nostre anime per accogliere degnamente “l’avvento di Cristo, l’unico redentore dell’uomo e di tutto l’uomo”.(Papa  Benedetto XVI)

 

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BLASI MARIO PARROCO EVANGELIZZA domenica XXXIV anno C. Cristo Re Lc 23, 35 gloria divina

Cristo re dell’universo domenica XXXIV tempo ordinario anno C  evangelizzazione del parroco Blasi Mario vangelo Luca 23, 35 ss  CRISTO RE (Lc 23,35-43)  “SALVA TE STESSO “.  “Ai piedi della croce ci sono il popolo, i capi dei giudei e i soldati. Ma l’attenzione non è mai tolta dal Crocifisso: a Lui si guarda e di Lui si parla!

Il popolo sta immobile a guardare. I capi e i soldati lo schernivano ripetutamente. I capi deridono la Sua pretesa messianica e il Suo considerarsi amato da Dio con amore di predilezione (l’eletto).

I soldati lo canzonano per la Sua pretesa regalità. Anche un malfattore crocifisso con Lui: “Se sei l’eletto di Dio, perché Dio non ti aiuta? Il suo silenzio non è la prova del tuo errore? Il fallimento della strada dell’amore che hai percorso non è segno che la via di Dio è un’altra?“.

Ma a questa domanda il Dio del Crocifisso non risponde. E’ per questo silenzio che la morte di Gesù richiede, prima che un atto di amore per Dio, un atto di fede dell’Amore di Dio presente sotto il velo del silenzio.

Il silenzio di Dio è il segno che Dio ha abbandonato Gesù o è il segno di un modo diverso di farsi presente e di parlare?

Se un Messia non salva Se stesso e i Suoi seguaci, che Messia è?

Gesù non raccoglie la provocazione. Rinunciando a salvare Se stesso, Egli rimane solidale con tutti gli uomini, che, nella morte, solo da Dio possono attendere salvezza.

“Gesù, ricordati di me “.

Il secondo malfattore confessa la propria colpa, riconosce l’innocenza di Gesù e a Lui si affida.

Accogliendo prontamente, Gesù compie nella Sua morte ciò che ha fatto lungo tutta la vita: accogliere i peccatori e mostrare che la Sua salvezza è diversa da quella sognata dai capi, dai soldati e dal malfattore ostinato.

Gesù non chiede a Dio, ma Egli stesso garantisce: “Oggi con me in Paradiso“. Gesù assicura subito al malfattore pentito una vita piena con Lui. Ad una domanda che rimanda al futuro, Gesù risponde con un rinvio al presente:  ·  ·  ·  “OGGI con me in Paradiso”.  (B. Maggioni)

CRISTO RE (Lc.23,35-43)        “PADRE, PERDONALI “.

Gesù è il Re veramente misericordioso. Dona Sé stesso per la salvezza di tutti. Il Re giusto sta in croce circondato da nemici.

La storia della salvezza, iniziata da Dio con gli uomini, è portata a termine con la morte e la Risurrezione di Gesù.

Gesù è il Salvatore crocifisso. In croce è vero ReNon è simile ad un monarca potente di questo mondo, ma il Signore umiliato per aver amato i Suoi fino all’estremo limite del Suo Amore. La Sua sovranità si fonda sul dono di Sé agli altri. La Sua missione è salvare tutto ciò che è perduto.

Sulla croce è insultato come un re non credibile. I capi dei sommi sacerdoti, i sacerdoti e un malfattore lo insultano. Mentre i soldati si dividono le Sue vesti, Gesù prega per quelli che non sanno quello che fanno. E chi sono? Forse sono i soldati romani che fisicamente lo mettono in croce. Essi infatti non capiscono che stanno facendo un oltraggio al Figlio di Dio. Quelli che non sanno quello che fanno sono i capi dei sommi sacerdoti e i capi del popolo ebreo. Essi non hanno certamente capito chi è Gesù. Anche questi hanno bisogno del perdono di Gesù. Quanto è grande la Regalità di Gesù!

Ogni uomo ha bisogno di questo Re, del Suo perdono, del Suo Amore!

Un malfattore appeso alla croce lo chiama per nome:

“Gesù, ricordati di me quando sarai nel tuo Regno”.

         Che confidenza! Solo in questo passo del Vangelo Gesù è chiamato per nome!

Tre sono in croce: due malfattori e l’Innocente. Tutti insultano Gesù, l’Innocente, e non i malfattori! “Se sei il Messia, l’eletto di Dio, se sei il re dei giudei, salva te stesso”. Solo un malfattore aggiunge: “Salva anche noi”.

L’altro malfattore, invece, ugualmente appeso alla croce, confessa le proprie colpe e dice che la crocifissione è adeguata al suo crimine e al suo compagno, ma riconosce Gesù innocente. “Egli non ha fatto nulla di male”. Come fa a sapere che Gesù è l’Innocente!

Chi vede Gesù, vede la Sua innocenza! E’ trasparente nella sua persona. Solo coloro che hanno il cuore accecato dall’odio, non percepiscono mai la Sua innocenza.

Al malfattore che riconosce il male e percepisce la Sua innocenza, Gesù risponde:

“Oggi con me in Paradiso”.

SOLENNITA’ DI CRISTO RE

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BLASI MARIO PARROCO EVANGELIZZA XXXIII domenica Tempo ordinario anno C Luca 21, 5

Il parroco Blasi Mario evangelizza nella domenica XXXIII del tempo ordinario anno C Luca 21, 5 ss

“Guardatevi di non lasciarvi ingannare “.

Gesù è nel tempio e la gente si accalca per ascoltarlo.

Gesù pone i Suoi davanti alla serietà della vita, del lavoro e sulla necessità di testimoniare l’Amore di Dio che non viene mai meno.

Il cristiano, che vive nella storia, ha sempre davanti il pericolo degli impostori, che dicono: “Il Messia sono io” e “il tempo è prossimo”.

Nessuno si deve lasciar prendere dalle illusioni di coloro che pensano che il momento della fine è vicino. Gli impostori vanno dicendo che il Regno di Dio è vicino per manifestare la Sua gloria e che il Figlio dell’Uomo stia per rivelarsi sulle nubi da un momento all’altro.

Gesù esorta alla vigilanza e alla perseveranza e dice:

“Non seguiteli”.

La comunità dei credenti in Cristo, lungo il corso dei secoli, deve affrontare vicende difficili, ma le deve superare con l’aiuto di Dio nella fedeltà al Suo messaggio di amore ricevuto e che deve trasmettere.

Il Regno di Dio certo è vicino, la salvezza dell’uomo, cioè, è a portata di mano. La salvezza, offerta all’uomo, è reale ed efficace, ma bisogna accoglierla.

La fine dei tempi però non è vicina. E’ vicina la fine di un’epoca, quella della legge del taglione “dente per dente, occhio per occhio”.

Con la venuta di Gesù è iniziata un’era nuova, quella dell’amore dei fratelli:

Amatevi l’un l’altro come io ho amato voi”.

 Questa buona novella bisogna annunciarla al mondo, anche quando il mondo pensa di non averne bisogno. Gli uomini tutti, invece, hanno bisogno dell’Amore di DioQuesto amore i cristiani lo devono avere nel cuore e devono saper condividere le aspirazioni, le speranze e le angoscie di tutti; devono condividere in pieno la preoccupazione di costruire un mondo in cui i poveri possano accedere ad una vita veramente nuova.

Annunciare il messaggio di Gesù non è facile; per questo Egli dice:

“Metteranno le mani su di voi e vi perseguiterannno”.

 Anche Gesù ha sperimentato la croce, ma ora vive per sempre.

Le prove per i cristiani devono accadere. Il cristiano, però, deve  sapere che, nonostante le tante prove della vita difficili e, a volte molto dolorose, Dio gli è sempre accanto. Dio guida la storia anche se l’uomo devia dal disegno da Lui tracciato.

Tutti siamo chiamati ad essere santi

“Il cristiano è già santo, perché il Battesimo lo unisce a Gesù e al suo mistero pasquale, ma deve al tempo stesso diventarlo, conformandosi a Lui sempre più intimamente. A volte si pensa che la santità sia una condizione di privilegio riservata a pochi eletti. In realtà, diventare santo è il compito di ogni cristiano, anzi, potremmo dire, di ogni uomo! Scrive l’Apostolo che Dio da sempre ci ha benedetti e ci ha scelti in Cristo “per essere santi e immacolati al suo cospetto nella carità” (Ef 1,3-4).

Tutti gli esseri umani sono pertanto chiamati alla santità che, in ultima analisi, consiste nel vivere da figli di Dio, in quella “somiglianza” con Lui secondo la quale sono stati creati.

Tutti gli esseri umani sono figli di Dio, e tutti devono diventare ciò che sono, attraverso il cammino esigente della libertà. Tutti Iddio invita a far parte del suo popolo santo. La “Via” è Cristo, il Figlio, il Santo di Dio: nessuno giunge al Padre se non per mezzo di Lui (cfr Gv 14,6).

Al centro dell’assemblea dei Santi, risplende la Vergine Maria, “umile ed alta più che creatura” (Dante, Paradiso, XXXIII, 2). Ponendo la nostra mano nella sua, ci sentiamo animati a camminare con più slancio sulla via della santità. A Lei affidiamo il nostro impegno quotidiano e La preghiamo oggi anche per i nostri cari defunti, nell’intima speranza di ritrovarci un giorno tutti insieme, nella comunione gloriosa dei Santi”.

(Papa Benedetto XVI nell’Angelus del 1 Novembre 2007)

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FALERONE (FM) località Piane – Poesie di Gaetano Sbaffoni

GUARDO QUESTO MONDO CHE E’ TANTO BELLO POESIE  PER FALERONE

POETA Gaetano Sbaffoni

La terra

La poesia

Primavera

Il lavoro

Estate

Sposi

Alla mamma

A don Elio Iacopini

Inverno

Maternità

Vita da Agricoltore

Operaie e operai al tomaificio

Prima Comunione

Piane di Falerone

Sposi

Bambini a scuola

Sposi

O Dio

LA MIA TERRA

 

   Amo questa terra marchigiana,

la bellezza delle sue colline,

ove si gustano le radiose aurore

e i silenziosi tramonti,

ove si scorgono sereni interminabili orizzonti,

graziosi poggi, vecchi abituri e ville.

   Amo le lussureggianti sue vallate,

siepi e fossati verdi di viole,

torrenti e fiumi dalle limpide acque

che scorrono giù verso il mar fresche e lucenti.

   Amo l’azzurro mar, le amene spiagge,

i monti Sibillini a mesi nevosi

le cose antiche d’arti medievali,

le sue industrie, i suoi edifici,

i suoi paeselli arrampicati sui colli,

la brava gente laboriosa,

le case imbiancate con le soglie erbose,

dove sono i ricordi del passato,

gli amori giovanili, i giorni di contento,

di speranza e di desìo.

 

   Ricordo la vita serena di allora,

gli allegri canti degli agricoltori,

le messi ondulate dal vento, i prati verdi,

gli alberi mossi da un venticello

che mitigava la stanchezza dell’agricoltore.

   Amo i boschi popolati di volatili e altri animali,

le piante, le acacie, le ginestre, i ginepri con altri fiorellini

sconosciuti e selvatici: un miscuglio di odori che rallegra.

   A queste cose son legato

e tanto amore ho per la mia terra

dove sono nato e son cresciuto, dove ho goduto e tribolato

e che ancor mi accoglierà al riposo eterno.

 

CHE COSA E’ PER ME LA POESIA?

 

   La poesia è la bellezza interiore del nostro essere:

il fiore della letteratura.

Il fiore è migliore di tutte le cose

che ha creato la natura:

migliore delle foglie e dello stelo.

    La poesia  esalta ed eleva

al di sopra del materialismo e del fango umano.

La poesia ingentilisce l’animo del poeta,

lo distrae dalle cose brutte ed effimere.

   Aleggia la spiritualità

al di sopra della materia.

   La poesia è amore perché il poeta ama:

assapora tutte le bellezze della natura,

le descrive, le ammira e le canta. 

   Il poeta sente il fascino della poesia,

guardando gli occhi di una fanciulla,

di fronte all’amore di una mamma,

alla bellezza di una donna, di un bimbo,

alla personalità di un uomo,

al fiorellino sperduto nei campi,

alle piante fiorite, ai boschi profumati di fiori,

ai campi verdi, alle brezze mattutine,

agli uccellini che cantano,

alle zolle assetate,

alla pioggia che cade, alla neve che fiocca:

quanta poesia v’è nell’aria! 

   Vorrei essere poeta per cantare

le grandezze delle piccole cose

ed     “illuminarmi d’immenso…”.

 

IL NUOVO ANNO

 

Ascolta, anno di speme, la preghiera

che con amore fa l’agricoltore,

riporta desìo di pace dentro al cuore,

di moralità con la giustizia vera.

     Nella campagna la gente più fiera

     goda dei campi e cessi il livore

     dell’uomo indegno e regni aura d’amore:

     la pia linfa di Dio viva ed imperi.

Risuoni in ogni dove il dolce canto

misto con quello degli uccelli in coro

che ti fa inorgoglir di onore e vanto.

     Il nuovo anno ci porti gran tesoro:

     tanta salute e di raccolto tanto,

     che sia il compenso di tutto il lavoro!

 

 

CINQUANTESIMO ANNO DI MATRIMONIO 

   Nel 1929 ricordo quella data, il sei gennaio,

quando incontrai la prima volta

la compagna che mi sta accanto!

Era una fanciulletta sedicenne,

andava insieme con le sue compagne

lungo la strada di Sant’Elpidiuccio.

Con slancio giovanile mi accostai

vicino a quel gruppetto …

Lo sguardo si incontrò proprio con lei,

l’osservai, la guardai e riguardai ancora

e coraggio non ebbi di parlare.

   Però rimase in me scolpita al cuore

quella figura bella di fanciulla

dai bei capelli, semplice nel vestir,

e con ingenuità contadinesca,

come fiore sbocciato in mezzo al bosco.

Non fu per me la solita vampata

che in quell’età sovente m’invadeva.

Era lontana ed il mio pensier vicino,

l’amavo con amore puro e sincero

la sognavo compagna della vita!

   Si realizzò il sogno!

Nei tanti anni vissuti insieme,

quando le nubi della fantasia

portavano il cuor nella tortuosa via,

riflettevo e pensavo a quella fanciulletta

che incontrai sul fior degli anni.

   Ora ripenso al navigar trascorso,

tra l’onde burrascose della vita,

la navicella non è mai affondata.

Ormai giunti al porto,

d’amore il cuore mio s’accende ancor,

come nei tempi della giovinezza!

 

 

LA NEVE 

Mugola il vento, scende la neve,

il sole, nascosto tra un velo di nubi,

ogni tanto risplende sul bianco lenzuolo,

sfavilla d’argento il ghiaccio di neve.

Quante pitture sulle grondaie,

sugli alberi nudi, sui pali e sui muri,

sui monti e le valli, in aperte campagne!

In case sperdute guizza il camino,

il fuoco riscalda l’intera famiglia

dei contadini che giocano e veglian

in lunghe serate e lunghi riposi,

pensano al pane, al pane futuro

che è sotto la neve!

 

AGLI SPOSI MILENA E ROBERTO 

Con tutto l’animo sincero ed aperto

e ravvivato da tanto calore,

gli auguri vi fo di vero cuore

a te, Milena, con il tuo Roberto

     che stimo bravo, intelligente, esperto

     a fare il vostro avvenir ben migliore,

     con gioia, felicità, pace e amore

     lungo l’aspro sentier dubbioso e incerto.

Giammai l’amor giurato nell’altare

venga poi meno, e per nessun motivo

il rispetto tra voi deve mancare

     e di offuscate nubi ognor sia privo!

     Sempre come oggi vi dovete amare

     d’amor prolungato e sempre vivo!

 

 

A MARISA 

Non dolerti, Marisa, del tuo male,

offrilo a Gesù, ch’è nostro Signore

che solo comprender sa pene e dolore

e conforto sa dare a ogni mortale.

     Sappi che a questo mondo poco vale

     aver tanta ricchezza, gioia e onore

     ma premio eterno avrà, che ha più valore,

     colui che col pensier su in alto sale.

Fatti sempre guidare dalla fede

senza segni di noia e di stanchezza

che, dopo la burrasca, il sol si vede

     e dopo il mal, del bene si ha certezza

     e al mondo gode sol chi spera e crede

     con animo sincero e con saggezza!

 

A CINZIA 

Con tutto l’animo mio e con affetto,

giacché di tua amicizia mi fai onore,

scrivo questa poesia con amore,

non per mio capriccio o per diletto

     sol perché ti stimo e per il rispetto

     che hai avuto per me col tuo buon cuore,

     con tanta cordialità e uman calore

     nelle parole scritte ad un vecchietto.

E’ stato per me un regalo eccezionale:

per un’ottantenne stanco ed avvilito

è qualcosa che sa di celestiale!

     E’ far rifiorire un albero ingiallito.

     Un grazie con l’augurio mio cordiale

     di felicità e successo infinito.

 

 

 

E’ PASQUA 

   Pasqua! la festa che ci riempie di gioia,

la festa della vegetazione,

del risveglio di tutta la natura,

dei ritrovi, delle scampagnate.

    Fioriscono gli alberi di ogni specie,

i prati sono coperti da un tappeto verde,

con fiorellini sparsi.

Prati e piante ondulate dal vento,

come onde del mare.

A tutte queste bellezze della natura,

s’accompagnano il cinguettìo dei passeri

in amore e il garrir di rondinelle

pellegrine ritornate da paesi lontani!

   Dai versi degli usignoli,

dalle rane che a sera gracidano

nei fossati profumati di viole,

è tutto un festeggiar di canti diversi

per la Resurrezione di Gesù! 

   Per comprendere il rinascere

in questo grande mistero Pasquale

basta spaziare gli occhi lontano

tra i monti rinverditi dalla primavera,

con lo spirito sollevato dalla Fede. 

Da questa infinita bellezza nascono

inni di grazie e di preghiera

e prosperano in noi il perdono,

la pace e l’amore!

 

 

ALLA NIPOTINA MARIA GRAZIA 

Oggi scrivo in tutta fretta,

e con gran soddisfazione,

non curando occupazione

per risponderti, Grazietta!

     La tua bella paginetta

     scritta ben con attenzione

     dà al cuor consolazione:

     sei una brava scolaretta!

Ora è Pasqua, mia Grazietta,

primavera tutta in fiore

spira ovunque gioia e amore

nella festa benedetta.

     Fra i bei prati profumati,

l’acqua chiara, cristallina

sgorga giù dalla collina

tra i fioretti dei fossati.

     E le bimbe in vesti chiare

     stanno allegre sotto il sole

     profumate di viole

     non si stancan di giocare!

Pure te vorrei vedere

come giochi in mezzo al prato,

ed io pure sarei beato

in sì liete e fresche sere:

    viver lieto e spensierato,

     senza pesi, né malanni,

     vecchio stanco, riposarmi

      dai nipotini accarezzato.

In sì bella primavera,

con Gesù resuscitato

che perdoni ogni peccato

tutti pregan e tutti speran!

     Pure tu Grazietta mia

     volgi al ciel la tua preghiera

     a Gesù, in sulla sera,

     che salute ognor ti dia.

Prega tu che sei innocente

per la mamma e per il tuo papà

perché possano campare

lunga vita allegramente.

     Prega ancor la Madonnina

     perché in chiesa, a casa e a scuola,

     la tua mamma si consola

     nel  vederti assai bravina! 

 

 

A CLAUDIO E LAURA 

Ai vostri volti guardavo stamattina,

vi ho visto uniti nell’altar divino

in quella chiesa antica, San Ruffino

splendenti come un’alba mattutina.

     Vedevo, Claudio, te e la sposina

     che è un giardino d’amore, un fiorellino

     or or sbocciato, candido e genuino:

     semplice: un po’ commossa assai carina.    

Voglile bene ed usa ogni accortezza,

come un tesoro, come cosa rara …

con tanto amore e con tanta dolcezza.

     Come il Petrarca per la donna rara

     scrisse col cuore e cantò la sua bellezza,

     sia soave l’amor alla tua Laura. 

 

PIANE DI FALERONE 

Quanto sei bella, Piane a primavera

quando il sole riscalda le giornate,

senti il profumo delle piante in fiore

e sui terrazzi sboccian fiorellini …

Ancor più bella sembri quando è sera,

quando il sole ti dà l’ultimo addio,

gli ultimi raggi specchia alle vetrate,

l’aria più dolce appare e più leggera,

il traffico più intenso, in un via vai

che dà l’aspetto di città moderna!

Tornano gli operari dai cantieri

e i giovanetti giocano a pallone;

il parroco gentile e bersagliere,

sembra un tenente in mezzo ai soldati,

assiste sorridendo la partita

finché il rintocco della campanella

richiama tutti e invita alla preghiera!

Ovunque lo sguardo giri, tutto è bello!

Case e palazzi di novello stile,

vi son le case antiche medioevali,

ruderi ancor dell’antica Faleria.

Fan da cornice i pittoreschi monti

ricchi di olivi, di frutti e di vigneti,

ma più che spicca, di colore rosso,

l’alta maestosa chiesa che domina

i fabbricati che stanno d’intorno

perché i fedeli volgano lo sguardo

in alto, sopra le natural bellezze.

Bello vivere qui in lussuosa valle!

La visione rallegra il cuor e piace,

allo sguardo, all’udito e al pensier! 

 

ANNA 

Or son molti anni che si fa notare

al mattino, al meriggio, ed alla sera,

d’estate, d’autunno, inverno e primavera

mentre va con premura a lavorare.

     Sempre a puntino nel venire e andare

     in centoventisei la ragioniera,

     tanto gentile amabile ed austera

     sempre ligia al dover, donna esemplare.

La si conosce pur solo a guardarla

d’animo aperto, brava e intelligente,

io spesso mi onoro di incontrarla.

     Per le sue qualità sinceramente

merita a mio parere di premiarla

con una stella al merito …. nascente.

 

APRILE 

Ritorna con April la primavera

e ritorna la rondine al tetto,

sulle ramaglie in fiore l’uccelletto

verseggia e canta da mattina a sera.

     Ogni essere creato si rallegra

     nel dolce tuo tepor, caro apriletto;

     piante, animali, campi, ed il boschetto

     ci parlano il linguaggio di preghiera.

Pure l’agricoltor spinge lo sguardo

col cuore già ricolmo di speranza,

come l’atleta prossimo al traguardo,

     al cielo con amore ed esultanza.

     Lieto nei campi lavora pregando

     perché i prodotti siano in abbondanza! 

 

AD ANNA E DANIELE 

Vorrei, con cuore aperto e animo gentile,

scriver due versi, e con tanto calore

augurarvi felicità e tempo migliore

per tutta l’esistenza: sempre aprile!

     L’ardente fiamma vivace e giovanile

     che vi ha uniti, prenda più vigore,

     come nel giardino il più bel fiore

     nella lieta stagion primaverile.

Oggi per voi facciamo questa festa

per dimostrar che vi vogliamo bene,

e impressa nel cuore sempre resta

     questa sera che tutta a voi appartiene,

     con la luna, e il cielo lo manifesta

     col ponentin che a rinfrescar ci viene!

 

MATTINO DI PRIMAVERA 

   Nel mattino, quando l’oriente si rischiara

di una luce che irradia tutto l’universo,

le stelle scompaiono, gli uccelli festeggiano

tra le tenere foglie degli alberi, nelle siepi

e sulle acacie biancheggianti di fiori.

   Gli operai vanno al lavoro,

un via vai di macchine, moto e biciclette.

In tutto questo piacevole risveglio

Percorro la strada in bicicletta

per andare al mio campicello.

Amo la mia terra, gli animali domestici.

Mi svago a guardare le messi ondulate dal vento,

i grappoletti dell’uva che nasce, i ciliegi, i peschi

i mandorli, gli albicocchi coperti di frutticini.

E’ bello lavorare in pace, con il canto degli usignoli

e dell’acqua che scorre limpida lungo l’ombroso canale.

Un delizioso venticello muove le foglie

allevia la stanchezza del mio lavoro …

Un alito di vita serena e di giovinezza

mi spinge ad amare e pregare!

 

NOTTE DI MAGGIO 

Piacevole e corta questa notte di maggio!

Un venticello fresco, un verso d’usignolo,

una nota stonata di uccelli randagi,

una rana che canta nel fonte

rumore d’acqua che scorre,

la luna che splende, le stelle brillano

lassù nell’azzurro; io non vado a dormire

per guardare e gustarmi il canto della natura

in cui tutto è poesia, tutto è preghiera!

 

IN BICICLETTA AL LAVORO 

Ecco il mattino, ce lo annuncia il gallo

e il suono della campana odo

della vicina Servigliano.

Giù nell’oriente vedo un chiaror d’oro,

un festeggiar d’uccelli tra le fronde,

un movimento di macchine e trattori.

Qualche contadino con le vacche al giogo

mi riporta i bei tempi passati,

la gioventù nei campi consumata;

ripenso ai giorni del mio lavoro,

immerso in questi ricordi, m’incammino

sotto il cielo, da nubi un po’ velato.

Vi è qualche stella, verso ponente,

la luna si nasconde dietro al monte,

ed io con piacere corro in bici,

mi gusto l’aria fresca mattutina,

pochi minuti, in pianeggiante asfalto.

Senza per nulla affaticar le gambe

silenziose girano le ruote! 

 

SESSANT’ANNI INSIEME 

Ricordo quel giovedì del 17 settembre 1931

e la chiesetta sulla cima più alta di Montelparo,

l’altare dove ci inginocchiammo

per giurarci reciproco amore!

Avevo allor venticinque anni e Carolina diciannove.

Era un giorno nuvoloso con temperatura mite.

Dopo pranzo un acquazzone di breve durata.

Fu una gran festa! Attorniati dai parenti e dai vicini.

Rivedo i miei, i tuoi genitori e tutti i cari

che gioiosi sedevano accanto a noi.

Quanti avvenimenti in questo lungo percorso!

Disgrazie, malattie, lutti in famiglia, guerre.

Ma ogni evento ha rinsaldato il nostro amore.

Ed oggi a distanza di sessant’anni

siamo qui attorniati da figli, nipoti, generi

e dai coniugi dei due nipoti, e tutti ci consolano.

Questa bella riunione famigliare

fa per un po’ dimenticare la vecchiaia

per far splendere ai nostri occhi

la fiamma viva d’amore che accese i nostri cuori

al primo incontro, nel gennaio del 1929

quando ci vedemmo per la prima volta.

Ed oggi auguro ai figli ed ai nipoti

per l’esperienza vissuta,

tanta felicità e tanto bene: di camminare uniti

e far brillare davanti agli occhi la stella

che illumina il cammino intessuto

di speranze, di pace e d’amore.

 

UN MERLO CHE CANTA AL MATTINO

            SULLE ALTE PIANTE 

Vago uccelletto che verseggi e canti

tra le piante, dei pioppi in sulle cime

quando al mattino si schiarisce il giorno

tu ci rallegri e svegli. Mentre guardo le piante,

ti sento, mi piaci, ti invidio

perché nessun problema in te si pone.

Ti sai nascondere da tempeste e venti

ed hai la libertà ch’è tanto cara!

Beato te che puoi volare in alto!

Godi la vita sempre contento.

Oh, potessi teco fuggir dal fango umano

e cantare in alto per lodare Iddio!

 

A MIA MOGLIE CAROLINA

Sono passati sessantun’ anni

da quando ci siamo conosciuti.

Quanti ricordi! Quanti avvenimenti!

Quanta strada percorsa!

Ci siamo incontrati, poi sposati,

superando anche le difficoltà.

Sempre vissuti insieme con l’entusiasmo

di un tempo, ci siamo resi liberi e sereni

senza la gelosia che poteva nascere

dal mio carattere espansivo e compassionevole

verso le donne tenute a quei tempi

come oggetti di piacere e macchine di lavoro

in un mondo abbrutito, dominato

dal potere indiscriminato di uomini ricchi.

Malgrado tante avversità

non siamo due coniugi stanchi!

La vecchiaia con la malferma salute

che mi preoccupa per te

rinvigorisce il nostro amore.

Quando torno in bicicletta dal lavoro,

ti vedo che mi stai aspettando

e ai vetri della finestra vedo

sul tuo volto che si rallegra

un qualcosa di lieto che ti solleva: il desiderio

l’attesa come quando ero giovanetto

e venivo a trovarti, a volte a piedi,

da Belmonte, con il giornale in mano

che leggevo camminando,

nei tratti di strada meno frequentata. 

Ricordi? Avevo sempre un fiorellino

all’occhiello e una fogliolina di edera

segno di attaccamento e di amore.

Amavo anche allora la poesia

e la semplicità femminile.

Ero tanto bene accolto dalla tua famiglia

che mi riservava stima e attenzione notevole.

Bei tempi della nostra giovinezza! 

Ormai siamo arrivati al fine

di questa misera vita terrena,

senza un rimpianto che possa

amareggiare la nostra esistenza.

Il nostro lungo cammino è stato

sempre illuminato dalla fede

e sostenuto da un amore vero

sempre più rafforzato

or da tristi, or lieti eventi

e dall’affetto dei figli e dei nipoti.

 

AGLI SPOSI VITTORIA E BENEDETTO 

Con questi rozzi versi poverelli,

col cuore aperto e con sincero affetto,

auguro a Vittoria e a Benedetto

tanta felicità e giorni più belli!

     In questa festa per voi sposi novelli,

     amici e parenti son qui con gran diletto

     dopo che nell’altar vi han benedetto

     acciocché il giurato amor mai si cancelli.

La fiamma accesa in voi da giovanetti

rimanga sempre tal nei vostri cuori,

senza accusar stanchezza né difetti,

     senza cercar altri svaghi o amori

     vi auguro vivere ognor sani e perfetti:

    questi son nella vita i gran valori!

 

UNA SERA DI PRIMAVERA 

Sole che ci aiuti con gli ultimi raggi d’or,

dietro i monti ti nascondi.

Segue la sera con un luccicar di stelle,

lassù nel limpido cielo.

Nei paesi, villaggi e case sparse,

splendono le lampade,

mentre dall’oriente sorge la luna

che a poco a poco si alza e rischiara

sempre più questa verde pianura

e le circostanti colline.

Di tanto in tanto un venticello

porta nuovi e piacevoli odori.

Tutto è pace e silenzio,

in questo mondo così bello!

Sono i primi giorni della primavera

in cui tutta la natura si ridesta

dal lungo riposo invernale.

Proprio in questa silenziosa sera,

torno dal mio usato lavoro,

scendo dalla mia bicicletta,

mi fermo a guardare, a pensare;

rivedo il mio nulla,

osservo le colline verdi,

le luci nelle case, nei paesi,

il limpido cielo, e assaporo

questa dolcezza primaverile.

Ripenso alla mia giovinezza lontana

tanto in fretta fuggita:

Rivedo le mie ottanta primavere:

da quand’ero spensierato fanciullo,

alla mia giovinezza cui bastavano

uno sguardo, un sorriso, un saluto,

un incontro con una fanciulla

per rasserenare l’animo.

Ed in questo percorso tra alti e bassi,

gioie e dispiaceri, quante speranze!

quanto lavoro in attività diverse,

principalmente d’agricoltore

che mi ha fatto conoscere,

la vita delle piante, degli animali,

l’amore, la poesia,

il sacro, il bello, il buono,

l’umano.

La fede che mi ha accompagnato

lungo il sentiero della vita,

spero mi sia ancora di guida

fino al tramonto quando non vedrò più cose …

… che sia bellezza come questa sera

di primavera! 

 

ALLA NIPOTINA ANNARELLA 

Pure tu volenterosa,

o mia cara nipotina,

vai all’Asilo, alla mattina,

con le bimbe baldanzosa.

     Sempre forte e coraggiosa,

     con la nebbia e con la brina

     non fai mai la birichina

     sempre brava e assai studiosa.

Quando poi sei grandicella,

tu ricordi con amore

la tua brava monachella

     che per tante lunghe ore

     t’insegnò, cara Annarella,

     come madre di gran cuore.

 

ALLA NIPOTINA MARIA GRAZIA 

Sono finite le vacanze liete e belle dell’estate.

Or ti svegli ancor più presto e con l’aria frizzantina

t’incammini per la scuola, preoccupata e sbrigativa.

E così la vita cambia ed il tempo passa e vola.

Tu il mare sogni ancora, sulla spiaggia e tra la rena

ancor pensi di giocare. L’aria fresca della sera

ed il sole risplendente ti godevi con piacere,

sempre allegra e sorridente.

Io, Grazietta, ancor ti seguo, da quassù col mio pensiero,

nella casa e nella scuola, sempre attenta e sempre brava,

ubbidiente e rispettosa.

Son le doti tanto care di una bimba come te!

 

MAGGIO 

   Sento il venticello che ci accarezza:

fresco e profumato.

Il sole splende bello e ci riscalda,

risveglia tutto alla novella vita.

 

   Par che torni a gioir tutto il creato!

Il prato è fiorito di tanti colori,

i bei fossati odoran di viole,

e nel boschetto un gorgheggiar d’uccelli,

rumor dell’acqua cristallina e chiara,

mentre le rane con le cantilene

gracidan giù nel fosso, quando è sera.

Fertili colli rivestiti a festa!  

   Tra questa poesia, quanta bellezza!

Lavorano nei campi gli agricoltori,

lungo i filari irrorano le viti,

con trattori e falciatrici,

tagliano l’erba, raccolgono il fieno,

lo trasportano nei fienili e nei pagliai.

Sarchiano altri bietole e granturco.  

   Tutto un via vai, e tutto un fermento,

ma ristorarsi con vino genuino

giova all’ombra e un attimo riposa

l’agricoltor sudato, girando intorno lo sguardo.

Quanta dolcezza, quante speranze!

Sogna pieni i granai, uva

e frutta saporita e bella! 

 

MONIA 

Per la prima Comunione stamattina

ti ho visto un po’ commossa,

con le manine giunte umilmente,

dolce, tenera, come un fior d’aprile,

come una rosa fresca e profumata,

in una tiepida notte sbocciata,

alla prima alba di un lieto mattino.

     Oggi è sceso Gesù nel tuo cuore,

     con la Sua grazia e il Suo grande amore

     a illuminar della vita il sentiero

     con la luce che viene dalla fede,

     con la viva fiamma dell’innocenza.

Con te festeggiamo il giorno più bello

da ricordare sempre vivamente:

che sia portatore d’altri lieti eventi

di bellezza interiore e di purezza,

da farti risplender tra tutte le stelle

con femminile incanto sulla terra.

 

AL MATTINO NEL VIGNETO 

Nel lieto mattino di giugno,

rinfrescato dalla pioggia recente,

mentre il sole dirada le ombre,

lavoro nel vigneto a potare

gli inutili tralci delle viti,

gustandomi il profumo

dei grappoletti in fiore, con entusiasmo!

   Grande dolcezza si assapora

al sentire gorgheggi e trilli di uccelli,

di merli che nereggiano a coppie

sopra le piante di acacie

e sulle cime dei tralci del vigneto.

   Mi siedo un momento a riposar le ginocchia,

vicino al canale ove scorrono le limpide acque

con i lati tappezzati di verde

e di fiori spontanei di vari colori.

Mentre mi gusto lo scenario

piacevole della natura,

rivolgo lo sguardo in alto.

   Ripenso ai tempi della giovinezza

al cambiamento di usi e costumi,

a tutte le innovazioni avvenute

nel mondo agricolo ed industriale,

mentre splendida resta la natura!

Le albe e i tramonti,

gli uccelli e le piante,

le messi ondulate, il sole,

la luna, le stelle, le colline verdi

sono come allora.

Trascorro gli ultimi giorni della mia vita

senza rimpiangere il peggio di ieri

per elogiare il bene di oggi!

 

LA MATERNITA’ DI LAURA

                                           <Gioia per il bimbo>

Sbocciato nel tuo seno giovanile

come un fiore di candida bellezza

pieno di vita, pieno di dolcezza

quasi un nuovo miracolo d’aprile.

     Proprio nella tua età primaverile

     per te giovane mamma è ricchezza

     un sorriso del bimbo, una carezza

     specie nella tua età fresca e gentile.

Tu lo circondi di un amore profondo

lo stringi al petto tuo quest’angioletto.

Il novello Matteo venuto al mondo

     porti tanta allegria sotto il tuo tetto.

     Io vi auguro benessere fecondo,

      e cresca al fianco tuo sano e perfetto. 

 

ALLA PRIMA COMUNIONE DI PAOLA 

Questa festa è per te cara Paoletta!

Gesù è sceso, oggi, nel tuo cuore,

con la Sua grazia e il Suo grande amore,

sempre sarai una brava fanciulletta.

      Prendi il sentiero della vita retta

     che col Vangelo ti addita il Signore,

     sana, robusta e pura al par di un fiore

     sempre graziosa, semplice e perfetta.

Prega, Paoletta, in questo santo giorno

per i tuoi nonni, per i genitori

per tutti quelli che ti stanno intorno.

     Pregalo ancor perché nei nostri cuori

     regni la vera gioia e perché un giorno

     viva l’umanità senza rancori!

 

AL MAESTRO GENTILI 

Maestro assai sapiente e gentile

che ai tuoi alunni insegni con amore,

nell’aula chiuso stai per lunghe ore

della tua vita in sì grazioso aprile.

     Io elogio e ammiro il tuo benigno stile,

     dei fanciulletti sei il benefattore,

     del campo del saper il coltivatore

     non ti dimostri mai noioso e vile.

Nutriente il succo della tua parola

irrobustisce lor la mente e il cuore

e ricordando ognor la prima scuola,

     quei ragazzetti ti faranno onore:

     la fama ti rimane. Il tempo vola!

     Io apprezzo la saggezza e il tuo valore!

 

 

 PER LA IMMATURA MORTE  DELLA PROFESSORESSA                                         SANDRA 

   Ringrazio il parroco Don Giuseppe che mi ha permesso di parlare in chiesa per dare l’ultimo saluto, doloroso addio ad una giovane mamma, giovane sposa. Ha lasciato i suoi diletti figli che amava tanto, il suo Davide e la sua cara mamma.  La vedevamo pregare in chiesa, apprezzavamo la cordialità con cui riceveva in casa ogni persona: senza inorgoglirsi della sua personalità e del suo titolo di studio.

   Tutti sappiamo delle conversazioni umili e fraterne, dell’insegnamento, del modo con cui trasfondeva nei giovani la luce del sapere. Sapeva vivere in una semplicità meravigliosa, aveva delle doti non comuni perfezionate con la saggezza e con la grazia di Dio. L’ho vista questa mattina nella camera ardente con il suo volto angelico.

    Sandra resta indimenticabile per i giovani che hanno tratto profitto dal suo insegnamento e per noi tutti suoi compaesani che ricorderemo sempre quel suo modo benevolo e accogliente che ci lascia l’esempio della sua bontà.

   Noi preghiamo per te, o Sandra, e tu puoi fare ancora qualcosa per noi. Raccomanda al Signore la nostra gioventù e il nostro paese.     Addio!

 

 

ALLE PERSONE CHE LAVORANO AL TOMAIFICIO

                                                          <Grazie per il regalo>

Ero timido e commosso il giorno del nove giugno,

quando mi onoraste di un prezioso regalo.

Leggevo in voi tante bellezze interiori,

tanta femminilità, bontà e nobiltà d’animo

che si sprigionavano dai vostri cuori.

All’osservare voi, anziane, giovani mamme, fanciulle

tanta poesia vibrava nel mio cuore stanco.

Tante parole pensavo, ma non le potei pronunciare,

emozionato dalle attenzioni da cui ero circondato,

tanto da suscitare in me un sentimento di affetto vivo,

un amore limpido e puro come acqua sorgiva.

E’ verità quel detto poetico che, a volte “…  gran tesori

stan sotto i sassi e sotto rudi sterpi”.

Vi esprimo la mia stima con i meritati riconoscimenti

a tutti, operaie e operai del tomaificio

per il pensiero così nobile e gentile nei miei riguardi.

Sperando di rinnovare il “grazie di cuore”

per il regalo che ho tanto gradito,

lo tengo e lo terrò sulla scrivania come ricordo,

tanto caro tra i ricordi.

Cordialmente.

 

IL LAVORO E’ RICCHEZZA PER TUTTI 

   In queste magnifiche giornate estive,

sotto il sole che riscalda;

in questa deliziosa vallata

cosparsa di alberi, di olivi e filari di viti,

il ronzio dei trattori che arano i campi

s’accompagna ai canti delle cicale

ed ai rumori del traffico. 

   Corrono veloci

i pulmini, i motorini, le macchine

sul pianeggiante asfalto:

sono gli impiegati, i ragionieri,

gli operai, che pochi minuti dopo mezzogiorno

tornano dalla fornace, dall’Edilmec,

dall’imbottigliamento d’acqua,

dai cantieri edili, dai calzaturifici.

Spesso anch’io in bicicletta m’incontro

in questo trafficar d’operosa gente.

Torno da un altro lavoro: dalla stalla o dai campi …

a ciascuno la sua fatica! 

   Osservo questi movimenti,

contemplo la bellezza di questo spettacolo,

la grande macchina umana

che in funzioni diverse

opera per il bene comune …

 

LA SEMINA DEL GRANO 

Nei campi arati si semina il grano:

è l’autunno!

Nelle giornate brevi di novembre,

dopo la pioggerella che il sol asciuga,

l’affannarsi di agricoltori che seminano.

La terra rimossa fumiga

ai primi raggi del sole.

Scorron veloci gli attrezzi meccanici

che spianano e affinano il terreno;

poi le seminatrici trainate dai trattori,

in diritte file lungo le valli

e nei clivi scoscesi,

in piccoli solchetti semiaperti,

nascondono il seme.

Il grano fra pochi giorni

coprirà la terra di un bel tappeto verde

e abbellirà ancor più

le ridenti colline marchigiane

e le fertili valli che le circondano. 

   Mentre gli alberi rimangono nudi

i campi sono sempre belli

anche nel gelido inverno.

   Vengono così affinate

le bellezze naturali

dalle mani callose degli agricoltori:

uomini semplici e buoni

che nei silenzi dei campi

lavorano con fede e sacrificio,

con lo sguardo rivolto al cielo,

allietati solo da un compenso divino!

Essi godono delle belle aurore,

dei primi raggi del nascente sole,

degli ultimi al tramonto,

delle cangianti musiche del cosmo.

   Cari ricordi di un tempo

quando col gesto della mano,

misurato col passo,

volava in aria il grano,

cadeva in terra a eguali distanze,

poi, il vecchio aratro di legno

trainato da buoi, lo ricopriva.

   Sono cambiati i tempi, gli usi e i costumi

mentre immutata resta la natura:

i fiumi dalle grandi sponde ombrose,

le acque cristalline, i monti Sibillini,

la vecchia e verde pineta di San Paolino

che da casa vedo di prospetto,

e mi ricorda il giocar da fanciullo,

e il ripetersi delle stagioni.

 

   Piacevole visione della natura

in cui io sento un alito divino:

impronta viva delle mani di Dio!

 

RACCONTO DI UN POMERIGGIO DOMENICALE 

  In un pomeriggio d’autunno, in riposo dal mio usato lavoro dei campi, mi sono divertito a passeggiare lungo le sponde del fiume Tenna. Nella mia solitudine guardavo lungo lo spazio. Non ero solo!

   Spiritualmente sentivo qualcosa, come un immenso sussurrio della natura tra i campi coltivati e le sponde del fiume. Inoltrandomi poi tra le piante dalle foglie già ingiallite, piccole e grandi delle diverse specie, parlavano tutte un linguaggio diverso l’una dall’altra.

   Anche le pianticelle piccole mi dicevano qualche parola che io ho imparato a capire con l’esperienza dell’agricoltore.

   Molte di esse soffrivano perché attaccate dai parassiti, altre lamentavano di non crescere per le radici vicine alle pietre e non potevano fruire un terreno per svilupparsi, altre soffrivano per mancanza di alimentazione d’humus, altre ferite dagli uomini. Vi erano peraltro piante belle e sane. Mi pareva udirle osannare la vita!

   Le pietre facevano rumoreggiare l’acqua che scorreva limpida e frettolosa lungo il fiume. Doveva arrivare presto!

   Dove corre l’acqua? A riempire i laghi che alimentano le centrali elettriche per l’illuminazione di città, di paesi e di tutte le abitazioni; per far girare i motori delle fabbriche industriali e dei mulini … per spegnere un incendio e per irrigare i terreni aridi perché arsi dalle soleggiate estive.

   Guardavo ai piccoli animali: anch’essi si affrettano a procurarsi un riparo dalle intemperie.

   Gli uccelli svolazzavano impauriti da qualche colpo di fucile dei cacciatori ed alcuni si nascondevano tra i folti salici ancora verdi.

   Le erbe ed i fiori selvatici emanavano vari e piacevoli odori che io assaporavo con tanto gioia.

   Seduto sopra una pietra in compagnia di tutti questi esseri naturali, stavo ad ascoltare le loro voci che si riflettono all’umanità intera.

   Attraverso il mormorio di questi esseri al servizio dell’uomo, salivo con gli occhi della mente in alto, al di sopra dei folti rami, in un cielo spazioso ed infinitamente bello, a scorgere l’immenso, l’infinito, il meraviglioso ed eterno ordine del creato!

   Il pensiero a Dio, l’essere supremo che ci ha creato queste bellezze naturali per farci gioire ed apprezzare ancor di più la nostra vita.

   Era quasi buio quando me ne tornai a casa. Mai però potrò dimenticare quella bella serata di festa e la silenziosa passeggiata vicino al fiume! 

 

         A MIA MADRE

                        IL GIORNO DOPO LA SUA MORTE 

   Mamma! Mamma! Non ci sei più.

Tu sei partita in fretta,

non mi hai detto addio!

   Me lo dicesti quando nella notte

mi affacciavo alla porta semiaperta

della tua cameretta.

   Sentivi già una voce divina misteriosa

che ti chiamava per il cielo!

Pochi minuti prima guardavi dalla finestra,

spingevi lo sguardo lontano.

   Al mio richiamo, tu rispondevi:

Guardo il mondo che è tanto bello!”

   Ammiravi le bellezze naturali che tanto amavi

e mi hai insegnato ad amare!

  Ogni luogo, ogni oggetto, ogni sguardo

è per me un doloroso ricordo:

la cameretta fredda, il tuo lettino vuoto,

il tavolinetto dove sostavi in preghiera,

il libricino logorato dalle tue mani,

i quadri appesi alle pareti,

le foto dei sofferenti:

guardo, ripenso e piango!

 

A MAMMA 

   Sono passati dieci anni dalla tua scomparsa:

non mi sembra vero!

Mi par di vederti ancora:

ricordo le tue parole, mi par di sentire

la tua voce, come un’eco lontana

quella voce amorosa che ho sentito

per sessantasette anni.

Rivedo i tuoi gesti, il tuo pregare,

i tuoi atteggiamenti, il tuo comportamento,

la tua bontà, la tua carità elargita

soprattutto a pro dei sofferenti.

Sei davanti ai miei occhi

come allora, come sempre!

Più passa il tempo e più ricordo:

fin da quando ero bambino

che mi insegnavi a leggere il sillabario,

a lavorare, ad amare tutti e tutto.

Mi par di sentir la voce

che mi svegliava al mattino presto;

mi dicevi: “Se vuoi aver fortuna

devi esser mattiniero!

Io debbo a te, mamma,

se alla soglia dei miei 77 anni

ho ancora la voglia di lavorare,

di amare e qualche volta anche di scrivere;

di rassegnarmi ai sacrifici della vita,

d’innalzare a Dio la mia preghiera,

di compatire, nei momenti di sconforto,

di accettare senza sfiducia le ingiustizie

dell’attuale società.

Tu fortificasti il mio cuore,

tu mi hai insegnato che la condanna più grave

per chi mi faceva del male, è il perdono.

Mamma! Ora tu non ci sei più,

non puoi parlare, dar consigli,

incoraggiami nei momenti di depressione

e di abbandono. Sì, mamma,

spiritualmente lo puoi ed io lo sento,

ti ascolto, sento ancora la dolcezza

del tuo amore sincero. 

 

PER IL MATRIMONIO DI ROSSELLA E GIUSEPPE

Carissimi Sposi,

   dopo la bella cerimonia in chiesa ed il discorso di don Franco che mi ha molto commosso, non avrei altre parola da aggiungere; ma è mia abitudine dire qualche parola in queste occasioni.

   Tanto più lo è per un nipote che mi è stato sempre tanto caro fin da quando era il fanciulletto svelto e vivace che tutto voleva sapere e voleva fare mentre io stavo a lavorare nei campi; e diventato più grandicello mi guidava il trattore che trainava il vecchio aratro usato con i buoi.

   Ed oggi in questa domenica di agosto ci fate gioire di questa bella festa per la celebrazione del vostro matrimonio che è il sacramento più nobile della vita perché unisce fisicamente e spiritualmente due persone che si vogliono veramente bene e che ai piedi dell’altare hanno giurato fedeltà ed amore.

   Noi tutti parenti ed amici siamo qui per testimoniare che vi volete bene e per augurarvi tanto benessere e felicità nella gioia, soprattutto, di tanto amore: amore vero, profondo da cui scaturiscono lealtà, compatibilità, tenerezza e reciprocità di affetto, e se è necessario anche sacrificio l’uno per l’altro.

   Amore che con il passare del tempo diventi sempre più grande e più radicato nei vostri cuori!

   Cari Giuseppe e Rossella!  Non sia dimenticato da voi questo giorno ed il primo incontro, e ricordatevene soprattutto se qualche nube offuscherà l’orizzonte sereno della vostra vita; ma io vi auguro non avvenga mai.

   Rinvigorite allora la fiamma d’amore accesa da giovani e fatela sempre risplendere nei vostri occhi per illuminare sempre più il sentiero della vostra vita!

   Vi rinnovo i miei più sentiti auguri di tanto bene e di tanto amore, invocando Dio perché benedica questa nuova famiglia che oggi con tanto entusiasmo salutiamo! 

 

AGLI SPOSI FORTUNATO E MARIA 

Per te, nipote mio, ho tanto affetto

insieme alla tua giovinetta preferita

che hai scelto per compagna della vita

degna di ammirazione e di rispetto.

     Benché a scriver versi più non mi diletto,

     come facevo nell’età mia fiorita,

     pur di scrivere qualcosa il cuor m’invita

     riportandomi ad un tempo giovanetto …

Per far gli auguri a voi di vero cuore

insieme ai parenti ed a chi vi onora

in questo giorno in cui vi unisce amore

     gioia e felicità vi accresca ancora

     e con spirito vital e con più fervore

     risplenda il vostro amor come l’aurora!

 

A CLAUDIO E LAURA

In questo giorno a voi sposi novelli

tanti auguri offro di vero cuore,

splenda sempre nei vostri visi belli

viva la fiamma del giurato amore.

Come due fiori, come due gemelli

lo stesso stelo irradi di splendore:

sempre bel tempo, senza mai bufera

sorrida sempre a voi la giovinezza:

   e  sia giocondità di primavera!

   coi migliori auguri di felicità

   ci sia benessere in tutta la vita!

 

BRINDISI A DON ELIO JACOPINI 

Bersaglierescamente e con ardore

hai rinnovato Piane Falerone

diffondendo in tutte le persone

un’atmosfera di pace e d’amore.

     Con la tua bontà aperta ad ogni cuore

     e con lieta e sincera convinzione

     che ti fa degno di ammirazione

     a tutti sai lenire ogni dolore.

Tu il bene l’hai fatto e predicato

in venticinqu’anni di ministero

oggi preghiamo Gesù, caro Curato,

     che ad insegnare della fede il gran mistero

     sii sempre in mezzo a noi gaio e onorato:

     questo è l’augurio mio tanto sincero.

 

 

IN RICORDO DEL PARROCO DI PIANE DI FALERONE

                                          DON ELIO 

                                           Don Elio carissimo,

   tu ci hai lasciato, hai lasciato i tuoi parrocchiani che ti volevano bene e che tu amavi come la propria famiglia: noi siamo tutti addoloratissimi per la tua scomparsa.

   Sei stato per noi una guida, un maestro saggio, un consigliere spirituale.

   Ti ho conosciuto tanti anni fa, cioè quando dalla vicina Montottone ti trasferisti qui a Piane di Falerone e per motivi economici, famigliari, civici e politici venivi a trovarmi quando io non avevo il tempo di venire a parlare insieme!

   Dovevo a volte aspettare la pioggia per stare ore ed ore insieme con te. Tu mi consigliavi, mi insegnavi tante cose che io non capivo.

   Nei momenti di dolore accorrevi a confortare ogni famiglia, ad ogni capezzale ove era un infermo e con parole di luce, con la tua bontà, col tuo grazioso sorriso, così caro, sapevi lenire bene ogni dolore.

   Tu hai fatto del bene a tutti, specie ai giovani. Quando ne parlavamo cercavi sempre di esaltarne i pregi e nascondere i difetti.

   Eri qui a Piane un faro che risplendeva, ed illuminavi per tutti la via della salvezza.

   Cari amici, Don Elio non fece mai discriminazioni di sorta, amò tutti nella stessa misura, non osservò le differenze tra opposte idee politiche: in poche parole, trattò tutti uguali nella grande famiglia umana, senza discostarsi dal campo spirituale.

   Tutta la sua vita è stata intensa di attività. E’ stato molto altruista, disinteressato, ha pensato più per gli altri che per se stesso.

   Mi disse una volta: “La mia famiglia è la parrocchia e nulla debbo togliere ai miei figli, piuttosto dare a loro”.

   Sarebbe troppo lungo parlare delle sue attività: la chiesa, la casa, tanti impegni.

   Non sono io all’altezza di parlare del campo spirituale, spetta agli altri più bravi e più competenti.

   Don Elio! Noi parrocchiani ti vogliamo qui nel camposanto di Falerone: ancora in mezzo a noi.

   Sorridente col tuo sguardo benevolo ci parli ancora: e spiritualmente ti ascoltiamo.

   Addio do Elio, addio, addio!

Prega per noi perché dopo la parentesi terrena ci ritroviamo ancora insieme. 

 

POSA DEL MONUMENTO A DON ELIO

   Con questo busto eretto nel piazzale <della chiesa di Piane di Falerone> abbiamo ancora don Elio immortalato in mezzo a noi: qui vicino a queste piante che lui tanto amava.

   Vicino a questi sedili, mi pare di vederlo ancora seduto a conversare con i parrocchiani, specie nelle giornate estive quando il male gli vietava la solita vita attiva e movimentata com’era sua abitudine.

  Stava in mezzo ai giovani che giocavano a pallone, oppure nei luoghi pubblici a conversare con le persone, o dopo lunghe passeggiate, a piedi, andava a trovare gli ammalati, gli amici.

   La sua vasta conoscenza di tutte le cose spirituali e umane, il suo zelo sacerdotale, la sua intelligenza, il suo carattere espansivo, lo hanno reso caro a tutti.

   Era sempre presente in tutti i luoghi ove era necessario portare una buona parola di verità, di moralità e di pace.

   A Fermo a formare i corsi di cristianità; a predicare nei paesi limitrofi dove era chiamato in occasione di ricorrenze e festività paesane; a Loro Piceno, a Belmonte, a Servigliano, a Monteleone di Fermo nella ricorrenza della Madonna del Soldato, in piazza tra i bersaglieri, sempre presente ed ovunque con apprezzamento e stima.

   Troppo approfittava della sua fibra robusta.

   Aveva sempre uno slancio giovanile ed una grande volontà di fare, affrontando ogni difficoltà per l’altrui bene.

   Sempre sereno, sempre col suo sguardo luminoso, sempre gioviale, sempre sorridente, sempre pronto ad incamminarsi sulla strada del colloquio con tutti perché con tutti egli dialogava.

   Quante preoccupazioni! Quanti sacrifici, quante difficoltà ha incontrato per costruire la chiesa e la casa; quelli erano tempi difficili per trovare il denaro che occorreva.

   Altre difficoltà per unire la popolazione divisa da opposte ideologie politiche.

   Faceva il cinema all’aperto, organizzava la squadra di calcio, procurava le riunioni nella sala parrocchiale senza distinzioni di idee e di categorie di cittadini.

   Don Elio, al di sopra delle ideologie, al di sopra dei difetti e dei pettegolezzi, vedeva la persona, valorizzava la vita materiale e spirituale.

   Gioiva nel vedersi attorniato da amici come un padre dai propri figli.

   Quanti ricordi abbiamo di lui, dei suoi ragionamenti! La sua voce eloquente, le sue parole penetranti scendevano nei nostri cuori con tanta dolcezza.

   Ora lui non lo vediamo più, ma noi lo ricordiamo ed ancora chiediamo a lui di pregare per noi affinché in quelle belle Piane di Falerone regnino sempre la pace, la concordia, la giustizia e l’amore, la sopportazione ed il rispetto reciproco.

   E chiediamo a don Elio di pregare per il parroco don Giuseppe, suo successore, perché tutti i cittadini di Piane siano uniti in un solo ovile alla guida di un solo pastore. 

 

UNA  LAPIDE IN ONORE DI DON ELIO JACOPINI

                                                                        IN CHIESA 

   Dieci mesi or sono in questa stessa chiesa gremita, demmo l’ultimo addio al nostro caro don Elio, dico nostro perché don Elio era di tutti noi, il capo della famiglia parrocchiale e noi tutti gli volevamo bene.

   Don Elio fu in mezzo a noi per trentasei anni, come maestro, come guida spirituale, educatore, dotato di una grande intelligenza, di un cuore buono e di un perfetto ottimismo.

   Noi lo ricordiamo oggi con la posa di una lapide in questa chiesa che lui eresse con tanti sacrifici e nella quale parlò, educò, insegnò a tutti noi.

   Da questo pulpito noi apprendevamo la sua parola esplicita, facile e penetrante. Lui oltretutto sapeva parlarci col cuore!

   Questa lapide serve per ricordare don Elio non solo a tutti noi che l’abbiamo conosciuto. Il ricordo caro di lui l’abbiamo impresso nei nostri cuori, lo ricordiamo in chiesa quando andiamo a messa, quando ci mettiamo seduti all’ombra, in quelle panchine, quei sedili che lui ci creò e giriamo intorno lo sguardo per gustare le bellezze.

   Lo ricordiamo volgendo lo sguardo al loggiato dove molte volte conversava insieme. Lo ricordiamo entrando nel salone dove lui teneva le riunioni, e dove celebrava la Messa durante la sua lunga malattia.

   Ma soprattutto lo ricordano i giovani che gli furono vicini mentre, con spirito giovanile di parroco bersagliere, sapeva interpretare i loro sentimenti, le loro ansie e le loro attese.

   Ora noi per mezzo di questa lapide lo ricordiamo ancora alle nuove popolazioni future, a quanti verranno dopo di noi.

   Don Elio ci ha guidato con la sua parola, con il suo esempio, col suo coraggio nel mare burrascoso della vita!

   Con la sua personalità, col suo sorriso così grazioso sapeva ricondurre all’ovile le pecorelle sperdute.

   Era molto altruista e disinteressato, amava tutti nella stessa misura senza discriminazioni, giovani e meno giovani, poveri e ricchi, ed era caro a tutti!

   Si è preoccupato per favorire lo sviluppo qui a Piane di Falerone di cui fu l’artefice primario.

   Per lui la ricchezza, la proprietà doveva sempre, in ogni circostanza, avere una funzione sociale …

   Lo ricordiamo ancora nella sua grave malattia, quando la sofferenza del male, a poco a poco, lo declinava consumando la sua fibra di bersagliere forte e robusto.

   Mi pare di vederlo ancora lungo la strada con la bicicletta a tre ruote, spesso si fermava all’ombra a parlare con gli amici per ore e alla domanda: “Come stai don Elio?” rispondeva sempre: “Bene!”.

   Accettava con molta rassegnazione tutte le sofferenze del male incurabile che lo consumava.

   Anche negli ultimi giorni di vita a chi lo andava a trovare rispondeva col solito sorriso a fior di labbra: “Sto benissimo”!”.

   Si consolava guardando magari dalla finestra tutte le bellezze del creato che lui tanto amava.

   Guardava le piante fiorite, i campi verdi, il sorgere del sole, i silenziosi tramonti e tutte queste cose lo rallegravano, sottoponendosi umilmente alla volontà di Dio.

   Soffriva con fede e rassegnazione.

   Negli ultimi momenti, quasi agonizzante, apriva gli occhi per guardare i parrocchiani che lo andavano a trovare come per dal loro l’addio per sempre.

   No! Non ci siamo separati con don Elio, egli vive ancora spiritualmente dentro di noi.

   Vediamo ancora aleggiare la sua figura immortale in questi luoghi.

   Pregherà ancora per noi che serbiamo il di lui ricordo finché non lo raggiungeremo per sempre nella vita ultraterrena per godere anche noi delle beatitudini eterne!

 

 

UNA GIOVANE OPERAIA

                                           CON  GLI   ALTRI 

   Alla mia età di 81 anni ho dedicato delle poesie a un’operaia.

   Da circa dieci anni la incontro più volte al giorno alla guida di un pulmino che trasporta le operaie che lavorano in un tomaificio, qui a Piane di Falerone, vicino alla mia abitazione.

   Ho voluto sceglierla come simbolo quale capofabbrica, soprattutto per la sua semplicità, la sua attenzione alla guida, la capacità nel lavoro che svolge, sempre attiva, scrupolosa e cosciente nell’adempimento del dovere.

   La mia maggiore stima, la mia simpatia, il mio modesto semplice scrivere vanno a coloro, donne o uomini che lavorano dalla mattina alla sera con coscienza, come umili e semplici operaie ed operai che hanno il senso dell’economia e del dovere, beni indispensabili alla società.

   Sono artigiani, personalità utili, al pari di scienziati, professori, dottori, infermieri, educatori. Operai dimenticati e inosservati dalla stampa.

   Voglio apprezzare, in poche parole, tutte le persone laboriose di cui nessun giornalista scrive.

   Nessun parla di artigiani, e operaie, dando loro valore umano che veramente meritano.

   Si parla, si scrive, si onorano persone che amministrano – non si sa se bene o male – il denaro, fanno giocherelli alla TV.

   Ci sono personaggi che sfruttano, amministrano a loro interesse e sprecano il denaro sudato della povera gente e dato a godere in immeritate ricompense, buonuscite, onori.

   Quante ingiustizie umane si commettono? 

 

 

POESIE A UNA GIOVANE OPERAIA (I)

Bella giovanetta che incontro spesso

lungo la strada dove passi ogni giorno

ti vedo nell’andar e nel ritorno

alla guida del pulmin nel luogo stesso.

     Con l’animo mio aperto ti confesso

     che a stile giovanil più non m’aggiorno

     giacché son vecchio, stanco e disadorno

     pur ti auguro di cuor gioia e successo.

Sei negli anni miglior di tua giovinezza

che ti basta uno sguardo ed un sorriso

per sentirti nel cuor tanta dolcezza!

     Un fulgente stella in te ravviso

      per quanto rispecchiano in bellezza

      i tuoi capelli penzolanti al viso!

 

GIOVANE OPERAIA (II) 

Cara giovane, non prenderla a male

se un vecchierello che tanto ti stima

ti scrive poche righe messe in rima

in occasion del Santo Natale.

     Tu sei schivetta, limpida e leale

     nella scala dei valori sei alla cima

     perché da tutte le altre ti sublima

     la dote natural che tanto vale.

Ti mando tanti auguri con fervore

per Natal, Capodanno e per Pasquella:

goder nel bel giardino dell’amore!

     Or che trascorri l’età tua più bella

     col giovanetto che hai dentro il tuo cuore

     questo è l’augurio mio, cara Marcella!

 

GIOVANE OPERAIA (III) 

Come al limpido ciel fulgida stella

e lo sbocciar d’un fiore in mezzo al prato

dietro al bianco pulmino per l’asfalto,

a guida del volante appar Marcella.

     Sempre svelta, vivace, agile e snella

     ha gli occhi belli, il viso delicato,

     atteggiamento nobile e pacato

     dalle idee chiare e facile favella.

Attiva, intelligente e giudiziosa

per lavoro e dover, donna esemplare

espressiva, espansiva e generosa.

     Brava per ubbidir e comandare

     beato il giovanetto che la sposa

     perché miglior non potrà trovare.

 

 

GIOVANE OPERAIA (IV) 

Altro ancora, o giovane, per te scriverei,

pur dovendo la mente affaticare,

ma cosa fuori posto a me già appare

perché più non si addice agli anni miei!

     Pur tuttavia, io pago già sarei

     tu possa il verso mio un po’ dilettare

     benché mi avvedo che non so poetare,

     scrivere qualcosa ancor io vorrei.

Il sentimento spontaneo e naturale

mi spinge, dico il ver, con tutto il cuore

a mandarti gli auguri per Natale.

     Il nuovo anno sia per te migliore

     portandoti ogni dono che più vale:

     tanta fortuna, gioia, pace e amore.

 

A TUTTE LE DONNE CHE LAVORANO NEL TOMAIFICIO

   E’ Natale! Colgo l’occasione per farvi gli auguri e per rinnovare il mio grazie!  Come posso io rinfrancare, se non con il mio affetto, con l’apprezzamento e la comprensione per il lavoro che fate, sempre puntuali in questi gelidi mattini.

   Viene dimenticato spesso, purtroppo, che le donne sono gli angeli delle famiglie, le fonti vive della vita umana.

Lo dimostra anche la costernazione di una famiglia in cui manca il sorriso della mamma che consola ed addolcisce.

    Voi siete le perle che splendono nelle maternità, nelle case, negli ospedali, nelle fabbriche ed in tutte le attività che danno ricchezza all’intera società.

   Formulo i migliori auguri per il Santo Natale e per l’Anno Nuovo: che porti a voi tutte: tanta serenità, prosperità e pace con riconoscenza  per il vostro ruolo importante come operaie attive per un mondo più giusto e più umano!  Con tanta cordialità.

 

AGLI SPOSI MARCELLA E MARTINO 

Avete scelto un giorno a primavera,

in cui si ridesta tutta la natura,

l’aria si è fatta tiepida e più pura,

s’ode un canto che tanto ci allegra!

     E’ un festeggiar gli sposi! una preghiera,

     un porgervi gli auguri a dismisura

     di gioia e felicità duratura,

     e un buon auspicio di pace vera!    

Ve lo auguro pure io con tanto ardore:

nei vostri cuori ognor si rinnovelli

lo spirito vital con più vigore,

     per apprezzarvi voi come gioielli.

     La fiamma accesa del giurato amore

     risplenda sempre in voi, negli occhi belli!

 

PER LA CHIUSURA DELLA FORNACE 

Ho rivisto la fornace: fa pena!

Vederla squallida, e già abbandonata,

lì nello spiazzo, intorno assai insozzata

da fradice foglie, erbacce e rena.

     Più non si sente il suon della sirena.

     Or la cornacchia sol, nota stonata,

     o randagio animal, ulula e agguata

     nel rumor dell’acqua del Salino in piena.

Quegli automezzi che carichi vedevo,

quel via vai, quel rumor, quel movimento,

la grande utilità che intravedevo

     il perfetto funzionar d’ogni strumento

     sono le ragioni per cui credevo

     a un serio autorevole intervento!

(L’autore ha lamentato la mancata volontà politica

di tenere attiva la fornace rinnovata)

++++

 

LA CASA IN CONTRADA BASCIONE

                 OVE ABITAVO FANCIULLO 

   Colle in cui abitavo un tempo,

nostalgico il mio cuor di rivederti,

ripenso, guardo e osservo in ogni luogo,

ma ohimè, che pena, che dolor io sento!

Veder la casa abbandonata e sola,

le soglie erbose, il selciato coperto di rovi;

le ortiche hanno preso il posto delle rose.

Or tutto è desolato, tutto incolto!

   Odo il lamento della madre terra

che accorata rimprovera i suoi

figli di oggi; rimpiange gli avi,

il grano bello biondeggiante al sole

il granoturco nell’aia, i buoi, le pecore,

lo svolazzar dei polli nel cortile:

sono i ricordi della fanciullezza.

   Amata terra, attendi, sperando

qualcun che ti riporti a nuova vita.

Se i miei settantadue anni fosser venti

in questo colle ritornerei a rivoltar le zolle

a ridarti l’antica giovinezza,

per rigodermi ancor il venticello

e, da sopra il monte, i bei tramonti estivi!

++++

 

LA CHIESA DI PIANE DI FALERONE 

Nobile, maestosa

 sopra l’altre case,

con la facciata che dà sulla strada:

ben attira l’occhio del passante,

la bellezza angelica, divina

della chiesa parrocchiale

ove si possono osservare

vetrate artistiche moderne,

riscaldamento, altoparlante.

La casa del Signore, quanto è bella!

 

   Qui si ravviva la fede del credente,

del peccator pentito e penitente

cui il Signor cancella ogni peccato.

Dentro al cuore, quando si prega

si sente una gioia

che esprimer non si può:

il pensier s’innalza verso il cielo

e la luce riflette dall’alto.

Un altro luogo più splendido ancora

di riflesso vedi

con gli occhi della fede. 

   Benedici Signor il nostro curato

che tanto zelo ha per la Tua casa:

è ricco di sapere e di bontà.

Fa che seguiam la via

che lui ci addita.

Premialo ancor di bene e lunga vita

perché dall’opera sua,

così feconda,

nessuna pecorella sia smarrita!

Qui si conforta chi soffre un dolore,

chi l’ingiustizia umana or rattrista.

Chi dal retto sentiero si è smarrito

ritrova la via

che al ciel conduce.

In questa chiesa

mi piace pregare,

mi par più accetta a Dio la preghiera. 

E quando l’anima dal corpo

si dischiude,

per l’ultima volta,

qui mi porteranno

col bagaglio di colpe:

allor, Signore,

infinitamente buono,

sii indulgente con me con il perdono

e fammi degno

di salire in cielo!

 

 

POESIA PER PIANE DI FALERONE

                                  A duemila anni dalla nascita 

Sono duemila anni che nascesti, o Piane;

Falerio Picenus fu il tuo antico nome.

Nascesti al centro, tra mare e montagne,

tra i pittoreschi monti e il fiume Tenna:

tra il bello artificiale e naturale.

T’amo e t’ammiro, mia piccola patria,

e sento per te piacevole attrattiva.

Quando all’ombra seduto

spingo lo sguardo intorno,

gusto una panoramica bellezza,

un non so che di dolcezza

e di poesia che mi rallegra,

ma non lo so spiegare.

   Sei bella Piane, bella in ogni tempo!

O che annunci il giorno l’aurora mattutina

col venticello che vien giù dai monti;

o nelle notti estive al ciel sereno

col canto degli uccelli;

o che il sol si nasconda dietro i monti

e gli ultimi raggi a noi danno l’addio:

allor splendono le luci lungo i bei viali,

ornati da giardinetti e da palazzi,

da aiuole fiorite e cipresseti.

Amo i tuoi declivi, e i tuoi vigneti

Le piante ed i pregiati ulivi,

i tuoi abitanti ricchi di iniziative,

i tuoi giovani che amore nutrono

allo studio e al lavoro

e le persone che si adoperano

perché tu sempre più grande sia,

come lo fosti un tempo, Falerio Picenus!

 

SERVIGLIANO ANTICO 

Attento sto guardando un monticello

dove era un tempo Servigliano antico!

E’ proprio pittoresco e tanto bello,

circondato di verde e di arboscelli.

Il primo raggio del sol qui si rispecchia

e l’ultimo al tramontar dà il suo saluto!

E’ bello qui guardar da tutti i lati …

È luogo panoramico davvero!

Qui l’amico Rinaldi le sue ottave

con la sua bella voce fa echeggiare,

qui di poeti è una canora schiera

che più belli ancor fan questi luoghi

e li descrivon con tanta maestria

ed io ne rimango meravigliato.

Perché la natura non mi ha fornito

di tanta intelligenza e bravura

per cantar le bellezze del sito

e poter descriver la storia vera

di un antico e rustico paesello?

 

VERSO IL TRAMONTO 

Ormai mi avvio verso il tramonto

come foglia ingiallita esposta al vento

nel denudato autunno,

appesa ancora al ramo della vita

ed il primo venticel la spinge a terra.

Indietreggiando il pensier nel mio passato

mi rivedo allo specchio.

Or non sono quel giovanetto di un tempo

vestito di tessuto al telaio,

me ne vestivo nel dì di festa.

Giorni sereni, pieni di vita spensierata:

veglie serali ed amorosi incontri.

Il mondo è bello ancor come allora:

sempre torna a rifiorire la primavera,

e torna maggio con l’odor dei fieni,

col festeggiar degli uccelletti in coro,

nei boschi profumati e campi verdi.

Lungo le strade, nelle città e paesi

passeggiano ancora le coppie innamorate.

Il sole riscalda nei meriggi estivi,

l’alba e i tramonti sono come allora,

nell’ordine natural nulla è cambiato.

    . . .

A che ha giovato affaticarmi tanto?

A che tanto sgomento? Cosa val la mia vita?

Cosa sono io al paragon di Dio, all’infinito,

al creato, all’immenso mondo?

Un briciolin di sabbia in riva al mare,

un moscerin invisibile.

Io sono creatura e nell’eterno

alfin sarà mia sorte,

non per mio vanto,

né per doti naturali

onde lenir le sofferenze altrui.

Nel silenzio dei campi ho lavorato,

dimenticato nel più semplice lavoro!

Gli uccelli mi cantavan le canzoni.

Bei versi recitava l’usignolo

e serenate mi facean le rane. 

Così mia vita in un balen vissuta

or che il mio partir più si avvicina

ripenso, ricordo e chiedo venia

delle mie mancanze e che mi accolga

Dio lassù nel cielo! 

 

O DIO, TI VEDO 

O Dio, Ti vedo nei limpidi mattini d’estate,

ogni volta che sorge l’aurora,

e quando il sole splende nel cielo.

Ti vedo quando i miei occhi guardano lontano

tra i campi verdi,

o al di sopra dei monti, al di sopra delle nubi.

Ti vedo quando gli alberi fioriti,

col venticello primaverile,

gettano via i petali profumati

e gli uccelletti festeggiano tra le novelle foglie.

Ti vedo nelle brezze mattutine d’autunno,

quando le foglie ingiallite si staccano dal ramo

e danzano a terra col vento,

Ti vedo nelle immense pianure

di messi ondulate dal vento,

nell’umile fiorellino sperduto nei boschi,

nell’acqua che scorre limpida

lungo i fossati profumati di viole;

nella pioggia che cade;

nel bianco lenzuolo di nevi;

nelle brine notturne che spazzano via

le lordure del nostro pianeta.

Ti vedo e Ti prego

per tutta l’umanità sofferente,

per gli scienziati e per gli uomini

che detengono le sorti del mondo:

i talenti che ad essi hai donato

siano spesi per il bene comune

e siano promotori di pace

e di benessere per tutti i popoli.

Ancora Ti prego

per tutti quelli che lavorano:

gli operai delle industrie,

le giovani donne dei calzaturifici,

gli agricoltori e gli artigiani,

gli insegnanti, gli educatori

ed i religiosi.

Per tutti ed in tutti i luoghi

penetri il raggio della tua luce

vivificatrice

e i loro occhi, nel proprio cammino,

vedano solo bellezza. 

 

O DIO, TI PREGO! 

Quando vedo i bei prati

di verde tappezzati,

la violetta nata nei fossati

e ogni albero che emana grato odore,

odo il fischiettar del merlo

lungo le siepi, o tra le novelle foglie,

il gorgheggiar dell’uccellin

sul far del giorno

mentre l’oriente s’irradia di splendore,

col mio pensiero vado a Dio vicino!

Quando, stanco e sudato dal lavoro,

un attimo mi siedo,

volgo lo sguardo al cielo,

o Dio, Ti vedo!

Quando sboccia un fiorellino,

si dischiude poi

e nasce il frutticino,

cresce e matura

sotto gli occhi dell’agricoltore,

o Dio, Ti penso!

Quando un delizioso venticello

dall’albero i petali trasporta,

come fiocchi di neve, nel pioppeto,

o Dio, Ti prego!

E quando guardo alle stellate sere,

il mio pensier su in alto sale:

o Dio, sei grande!

Quando nel mio campo arato

tra fresche zolle

mi par vedere l’ondeggiar di messi,

verso il cielo innalzo la preghiera!

Viene la pioggia, mitiga l’arsura,

crescon le piante e i seminati:

Iddio provvede!

Quante cose ci insegni

o madre terra!

Maestra di bontà!

Chi in te rimane e in te spera

gode delle bellezze naturali,

Dio lo premierà con la sua grazia

perché al silenzio dei campi ancor

lavora e prega!

 

NATALE SENZA MAMMA 

Il Natale senza mamma

come nebbia a primavera,

come buio nella sera,

come fuoco senza fiamma!

     Sempre triste resta l’alma

     e la casa non si allegra

     di gran festa e di preghiera,

     se non v’è il cuore di mamma!

Lei ti esorta, ti accarezza

e lenisce ogni dolore,

sempre pronta con dolcezza

     apre ai figli tutto il cuore

     con solerte sua accortezza

     e non v’è più grande amore! 

 

INDICE

pagine

3   La mia terra

4   Che cos’è per me la poesia?

5   Il nuovo anno

6   Cinquantennio di matrimonio

6  La neve

7   Agli sposi Milena e Roberto

7   A Marisa

8   A Cinzia

8   E’ Pasqua

9   Alla nipotina Maria Grazia

11   A Claudio e Laura

11   Piane di Falerone

12   Ad Anna

13   Aprile

13   Ad Anna e Daniel

14   Mattino di primavera

14   Notte di maggio

15   In bici al lavoro

15   Sessant’anni insieme

16   Un merlo che canta al mattino

17   A mia moglie Carolina

18   Agli sposi Vittoria e Benedetto

19   Una sera di primavera

20   Anna nipotina Annarella

21   Alla nipotina Maria Grazia

21   Maggio

22   Monia

23   Al mattino nel vigneto

24   La maternità di Laura

24   Alla prima Comunione di Paola

25   Al maestro Gentili

25   Per la morte della prof.sa Sandra

26   Alle persone che lavorano al tomaificio

27   Il lavoro è ricchezza per tutti

27    La semina del grano

29   Racconto di un pomeriggio domenicale

31   A mia madre, il giorno dopo la morte

31   A mamma

33   Per il matrimonio di Rossella e Giuseppe

34   Agli sposi Fortunato e Maria

34   A Claudio e Laura

35   Brindisi a don Elio

35   Ricordo del parroco di Piane di Falerone, don Elio

37   Posa del monumento a don Elio

38   Una lapide in onore di don Elio in chiesa

41   Una giovane operaia con gli altri

42   Poesie a una giovane I, II, III, IV

44   A tutte le donne che lavorano al tomaificio

44   Agli sposi Marcella e Martino

45   Per la chiusura della fornace

45   La casa  in contrada Bascione

46   La chiesa di Piane di Falerone

48   Poesia per Piane di Falerone

49   Servigliano antico

49   Verso il tramonto

51   O Dio, ti vedo

52   O Dio, ti prego

 

 

 

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MIOLA GABRIELE SACERDOTE DIOCESANO DI FERMO DOCENTE BIBLISTA VICARIO GENERALE 1934-1917

2017 dicembre  22. Il prof. mons. Gabriele Miola, per oltre quarant’anni stimato docente di Sacra Scrittura dell’Istituto Teologico Marchigiano, era nato il 19 febbraio 1934 ed era stato ordinato presbitero nel 1958. Nella sua vita ministeriale ha ricoperto innumerevoli servizi ecclesiali, tra cui quello di rettore del seminario di Fermo (1972), vicario generale (1978), vicario episcopale per il sinodo (1991), vicepreside della sede di Fermo dell’Istituto Teologico, fondatore della rivista «Firmana», responsabile dell’insegnamento della religione cattolica della diocesi di Fermo, assistente ecclesiastico del MEIC. Benemerita la gratitudine dell’Istituto Teologico per il fecondo servizio di docenza e di coordinamento, per la sua cultura enciclopedica, la passione per la Scrittura, l’accompagnamento nei pellegrinaggi in Terra Santa, la recezione del concilio Vaticano II nella Chiesa locale, l’ecumenismo, il laicato, le sfide culturali del tempo presente. Il Signore l’ha accolto.

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LAVORI PUBBLICI A BELMONTE PICENO NEL DOPOGUERRA A SPESE DELLO STATO 1949- 1950

A BELMONTE PICENO ESECUZIONE DI IMPORTANTI LAVORI PUBBLICI

Al Segretario della locale Sezione della D. C. l’on. Danilo De’ Cocci comunica che nel programma di riparazione dei danni di guerra nell’Esercizio finanziario 1949- 50 sono stati sottoposti all’approvazione del Ministro i seguenti lavori riguardanti Belmonte Piceno.

— Riparazione dell’edificio scolastico per l’importo di lire 2.500.000.

— Riparazione del Palazzo Comunale per l’importo di lire 2.500.000.

— Completamento del Pubblico Mattatoio per l’importo di lire 800.000.

L’approvazione è sicura. Nuovi lavori tutti a carico dello Stato :

1–Ricostruzione del ponte sul Tenna per l’importo di L. 6.000.000;

2–Restauro dell’Ospedale per l’importo di L. 800.000;

3–Ricostruzione forno comunale per l’importo di lire 1.500.000;

4–Ricostruzione del ponte in località Mercato per l’importo di L. 2.000.000;

5– Riparazione dei danni bellici alle strade interne, eseguiti in parte  L. 1.500.000;

6–Ricostruzione del Mattatoio primo lotto per l’importo di L. 800.000;

Belmonte ringrazia.

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MONTE DI PIETA’ nel 1469 a FERMO fra’ Domenico da Leonessa. Traduzione dal latino

testo edito in latino in  “Atti del Convegno di Studi in onore di San Giacomo della Marca” Monteprandone 1991, pp. 80-82 traduzione di Carlo Tomassini

Statuto del Monte di Pietà di Fermo

Archivio storico del Comune di Fermo presso l’archivio di Stato di Fermo (FM) – Statuto del Monte di Pietà di Fermo, anno 1469 nel registro Consilia 1 cc. 32-35. TRADUZIONE DAL LATINO

\\\   Nel nome di Dio. Amen. Nell’anno del Signore 1469, indizione seconda, al tempo del santo padre in Cristo per divina provvidenza Pio II e nel giorno ultimo di marzo: questi sono i capitoli e gli ordini fatti e istituiti del Monte di Pietà per delibera della solenne cernita a favore dei sussidi e per il sostentamento dei poveri e delle persone bisognose ad opera della persuasione e della predicazione del venerabile frate Domenico da Leonessa dell’Ordine dei Minori dell’Osservanza nella chiesa cattedrale del nostro episcopato fermano, predicatore ottimo nella quaresima passata recentemente, rivisti approvati dal reverendo vescovo e principe fermano e dal suo vicario Pietro Paolo da Santa Anatolia (Esanatolia).

Anzitutto i denari di questo Monte siano raccolti e posti in una cassa chiusa con tre chiavi. Le tre chiavi sono tenute da tre cittadini officiali del Monte, una chiave ciascuno. La sede di questa cassa sta nell’abitazione di uno di questi cittadini.

E i magnifici signori Priori ogni anno nel mese di aprile eleggano nella cernita tra i cittadini di tre contrade, uno per contrada, buoni e timorati di Dio, tra il numero di quelli dell’ufficio del priorato e gli eletti sono chiamati officiali del Monte con un notaio della città.

Questi cittadini ed il notaio tengano la contabilità del Monte in modo diligente e facciano i bollettini a quelli che ricevono il denaro e sistemino i pegni annotando la data, il nome e la quantità (somma) del mutuo e specificando i pegni e il dare. Questi cittadini e il notaio abbiano il loro salario da stabilire con altro denaro diverso da quello del Monte. Questi eletti dai magnifici Priori siano soggetti ad accettare la penalità di 10 ducati d’oro per ciascuno, da applicarsi per il Monte. Gli officiali e il notaio debbano fare mutuo dei denari del Monte a qualsiasi cittadino e abitante di Fermo e del suo contado, eccetto gli slavi e gli albanesi che non siano possidenti di beni immobili. La quantità del mutuo è cinque ducati senza alcun compenso nel prezzo solamente ad uno per ogni abitazione per il tempo di sei mesi, e questo con pegni giudicati sufficienti dai detti cittadini e dal notaio. I pegni debbono essere riscattati da parte del pignorante entro questi sei mesi e quando entro questo termine di sei mesi non siano riscattati i pegni, in tal caso gli officiali e il notaio siano obbligati nel settimo mese a fare quattro bandi in giorni di domenica riguardo ai pegni rimasti, nella piazza del Comune davanti al palazzo di residenza dei signori Priori, ogni otto giorni e nell’ultimo bando facciano transazione con chi più offre. Dal prezzo del pegno soddisferanno il prestito del Monte e la somma residuale sia restituita al patrono. Nel caso che questi officiali e il notaio agissero in modo contrario siano destituiti dal governo della città e da ogni suo ufficio e del beneficio. Il notaio in tal caso sia privato dell’esercizio di questa arte in modo tale che non sia più considerato legittimo notaio nella nostra città, e nel suo contado e distretto. Gli officiali e il notaio che tengono la contabilità siano attenti soprattutto che non decorra il tempo nei pagamenti oltre i sei mesi e qualora in ciò saranno negligenti perdano il salario dell’intero anno (che non si preleva dal denaro del Monte) e soggiacciono a questa pena. La negligenza nel predetto tempo del notaio che tiene la contabilità non sia di pregiudizio per i tre cittadini officiali. La negligenza dei cittadini non sia di pregiudizio per il notaio. Terminato il singolo anno <di durata> gli officiali e il notaio siano sottoposti a sindacato (controllo) ad opera del podestà e del collaterale della città di Fermo e tre cittadini dal governo delle tre contrade della città, cioè uno per contrada devono essere messi nel bussolo ad opera dei magnifici Priori nel mese di aprile per quattro anni. Il sindacato duri dieci giorni entro i quali il podestà, il collaterale dei sindaci rivedono i diritti e pegni. Qualora risultano colpe nelle cose dette o in qualcuna di esse condannino e puniscano nelle dette pene. Se non lo facessero il podestà e il collaterale perdano tutto il salario che venga dato al Monte stesso e i cittadini sindaci siano sottoposti alla pena dei detti ufficiali del Monte.

Si dichiara che qualora capitasse che la cartuccia estratta (dal bussolo) per questi sindaci avesse il nome di uno o di più morti, o assenti, o infermi, o un nome di detti ufficiali del Monte o dei notai oppure ci sia parentela di secondo grado di consanguineità o di affinità con gli officiali o con il notaio del Monte, in tal caso i magnifici Priori deputino altre persone idonee.

E vollero che tutte le eredità che legittimamente sono da dare al Comune di Fermo siano date a questo Monte. Il notaio dei sigg. regolatori del Comune di Fermo abbia un libro e un registro per le cose regolari in cui annoti ogni quantità di monete e di beni che sono depositati nel Monte tanto dal Comune, quanto da speciali persone. Gli officiali e il notaio del Monte non ricevano queste monete se non per mezzo di un bollettino scritto e sigillato per mano del notaio dei regolatori, sotto la detta penalità stabilita per loro.

E tutti gli officiali e i balivi del Comune di Fermo e del suo contado sotto pena di privazione del loro ufficio e di perdita del salario, siano obbligati ad obbedire agli officiali e al notaio del Monte nelle cose spettanti al Monte stesso e devono fare giustizia per loro con rito sommario senza strepito né figure di giudizio, dopo avere fatto ispezione solamente della verità dei fatti.

E due almeno degli officiali del Monte insieme con il notaio ogni giorno di sabato siano obbligati a sedere nel luogo dei banchieri del Comune per i mutui da fare ai poveri e bisognosi e in altri tempi su richiesta dei signori Priori, fino all’ora terza per riverenza della Vergine Maria.

I pegni siano riposti in una abitazione o magazzino nella strada dei fondachi e dei calzolai, e siano sistemati e chiusi bene. Questi pegni non siano rovinati e gli officiali del Monte li facciano scuotere a spese del Comune. Qualora, dopo praticata questa diligenza, i pegni si guastassero, il danno sia per il patrono, o per il Comune riguardo al prestito. Qualora si perdessero per altra casualità divina e umana, il governo pubblico fermano è obbligato per l’interesse. Si fa dichiarazione che i pegni che si ricevono nel tempo di un ufficio o nel tempo dei successori ricade sul Monte e non possono essere venduti a favore del capitale dello stesso Monte. Quelli che presero i pegni siano obbligati sempre all’interesse del Monte. Nel caso che questi pegni fossero rubati, il Monte non perda e il patrono abbia l’interesse e il regresso contro il pignorante. In ciò si pratichi la giustizia sommaria. Questi pegni siano tenuti nei detti luoghi e non altrove e sotto chiavi con la pena stabilita per i detti ufficiali.

E coloro che vogliono prendere <mutuo> di denaro siano tenuti a giurare che sono necessari al loro stessi e che li prendono, non per altri, ma per sé. Coloro che per un anno hanno avuto denaro una volta, non possono avere codesto ricorso per un <altro> anno.

E per le elemosine che ci fossero a favore dello stesso Monte, ogni anno, nel mese di aprile, si faccia riunione di tutto il clero e dei religiosi della città nella chiesa dell’episcopato e vi si celebri un solenne ufficio per le anime di coloro che hanno dato beni allo stesso Monte.

Deliberarono anche che qualora ci fossero persone che vogliono fare deposito nello stesso Monte di qualche quantità di monete, soltanto per comodità dei poveri per un tempo determinato, i magnifici Priori regolatori e gli officiali del Monte, quando il depositante chiedesse di riavere le monete, siano tenuti a restituirle sotto pena di privazione dell’amministrazione, consegnandole immediatamente a chi ha fatto il deposito, quand’anche dovessero farne prelievo da qualsiasi introito della comunità, anche non avessero alcuna altra tutela che il Consiglio generale in modo che sia fatta la riconsegna al depositante, in qualsiasi modo siano (denari) nel Comune.

I venditori delle cose del Monte e spettanti al Monte agiscano con azione a incanto e concedano a chi fa l’offerta maggiore.

E per un quinquennio di detti ufficiali non possano mutuare se non la somma di dieci ducati e non più, ma possono mutuare minore somma.

Qualora qualcuno volesse donare a questo Monte un bene mobile o immobile a titolo di donazione, irrevocabilmente tra i vivi e quando questa donazione fosse fatta con un rogito notarile e con due testimoni abbia validità si può fare nonostante disposizioni contrarie di statuti ed altro.

Qualora poi qualcuno, per evitare scandali volesse donare in modo segreto qualche cosa mobile o immobile a questo Monte con rogito di un notaio e con due testimoni almeno, e ciò fino alla somma di trecento ducati può farlo e c’è validità di questa donazione nonostante qualsiasi cosa ci fosse in contrario. Qualora tale donazione superasse la somma di trecento ducati e chi fa donazione entro un mese dal giorno della donazione volesse ritirare la stessa donazione, ne ha facoltà e la donazione non ha validità.

Qualora la revoca di tale donazione avvenisse dopo trascorso un mese, la prima donazione è valida, nonostante la revoca <tardiva>. Ogni notaio può far rogito della stessa donazione con due testimoni. La donazione va tenuta nella credenza con penalità di segreto rivelato e sotto privazione dell’esercizio. Inoltre la pena sia per falsità e nonostante tutto chi rivela il segreto è obbligato a rifondere la stessa quantità donata al Monte. Di queste donazioni si facciano due registi che siano posti nella detta cassa delle monete del Monte. In uno dei registri si scrivano donazioni e lasciti fatti pubblicamente. Nell’altro si scrivano le donazioni segrete che hanno valore sostanziale ed effettivo, avendo tutte le clausole e la carta annotata con il sigillo impresso dal Comune. Nel tergo si annoti soltanto il nome del donante. I sigilli siano posti dopo la morte dello stesso donante.

L’orefice che è chiamato a saggiare gli argenti, lo faccia gratuitamente e qualora facesse male la verifica, in tal caso deve rifondere dal suo proprio.

I magnifici sigg. Priori eleggano ogni tre mesi un calzolaio della città (di Fermo) che faccia la stima dei panni gratis e con il giuramento.

Infine deliberarono che ogni anno nel mese di aprile sia fatta la proposta del consiglio Generale su cosa si ritiene opportuno aggiungere a questi capitoli del Monte per la conservazione e per il miglioramento di questo Monte e non in altro modo.

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Per quanto riguarda i precedenti interventi di San Giacomo della Marca contro l’usura nei prestiti ad esempio nel 1459, si vedano gli studi di TASSI Emilio, tra cui IDEM, La predicazione antiusura di S. Giacomo della Marca e dei frati dell’Osservanza. In “Quaderni dell’Archivio storico arcivescovile di Fermo n. 12 (1991) pp. 55-76.

Nel predetto archivio di Fermo si conserva il registro n. 12 “Consilia et cernite” Bastardelli 1458-1459, di cui ha scritto una sintesi V. MARINI, Rubrica eorum omnium que continentur in libris Conciliorum et Cernitarum ill.me civitatis Firmi. Nel suo vol. 2° c. 21 il 16, 18 e 19 marzo 1459 vengono approvati i moniti di Fra’ Iacobo della Marca contro le usure, contro i patti concessi per le usure agli ebrei e vari rimedi per il bene dei cittadini.

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MIOLA Gabriele biblista docente rettore del Seminario, vicario diocesano, presidente dell’Istituto teologico, fondatore di “FIRMANA”

MIOLA mons. GABRIELE (1934 – 2018)

<Notizie derivate dalla rivista FIRMANA num. 49 anno 2009 pp. 155-168 con qualche abbreviazione >

– INTERVISTA A DON GABRIELE MIOLA  –

TESTIMONIANZA AUTOBIOGRAFICA  E VITA DELLA DIOCESI DI FERMO NELLA RECEZIONE DEL CONCILIO VATICANO  II

[ ] = Domande dell’intervistatore mons. Nicola Del Gobbo. | Risponde Gabriele Miola nato nel 1934 = M\

[La tua esperienza umana e vocazionale ha attraversato per intero la seconda parte del secolo scorso. Provando a tracciare alcune riflessioni, vorrei partire dalla formazione in seminario. Quali erano le linee di fondo?]

\  MIOLA G.\  Per noi ragazzi, provenienti per lo più da famiglie di campagna o di artigiani, in genere famiglie povere, la vita di seminario era impegnativa, ma anche bella, soprattutto nei momenti di ricreazione, perché con tanti ragazzi ci ritrovavamo insieme. Per l’impegno di studio, di pratiche di pietà, di molti momenti di silenzio era sentita come pesante. Anche la talare, che portavamo fin dalla prima media, all’età di undici anni, per alcuni era motivo di orgoglio, per la maggior parte di peso. D’altra parte, molti dei seminaristi fino al liceo non avevano un chiaro orientamento vocazionale, erano stati mandati per motivi di studio dalle loro famiglie. Per molti, il seminario era l’unica possibilità di istruzione. Il centro della formazione era la disciplina. Le parole di riferimento erano: pietà, studio, disciplina. Si trattava di una disciplina ben stabilita per orari, tempo di studio, pratiche liturgiche, che doveva servire per creare una visione armonica del tempo e della realtà. Guardando con gli occhi di oggi, alcune forme possono sembrare esagerate, come, ad esempio, la Messa quotidiana, la meditazione di mezz’ora tutte le mattine, l’abito talare fin dall’età di undici anni. Però quelle situazioni ci hanno educati. Possiamo dire che lo stile principale era quello dell’obbedienza. Altri aspetti erano la formazione alla preghiera e al celibato, che talvolta era un’educazione quasi fobica del femminile. Il femminile non esisteva ed era quasi un tabù. Negli anni del ginnasio-liceo l’unica persona con cui se ne parlava era il padre spirituale. Da questo punto di vista, quella formazione oggi viene giudicata negativamente. Mentre si cresceva negli anni e nello studio, passata l’adolescenza, per chi non aveva in cuore e non coltivava una tensione vocazionale, la vita di seminario diventava piuttosto dura e nel cammino del ginnasio e del liceo molti lasciavano il seminario. Ma occorre essere attenti perché non era così negativa per quel tempo perché la formazione alla disciplina era simile in tutti i collegi di Fermo, anche quelli laici. Era un’impostazione largamente condivisa.

[Come erano gli studi?]

M\   Alla scuola Media il livello era buono e ne ho un bel ricordo, ma del Ginnasio e del Liceo degli anni dal 1948 al 1954 ho un ricordo piuttosto negativo per la mancanza di professori preparati. Molti erano autodidatti, altri erano preparati, ma non davano garanzia di un insegnamento ben calcolato ed equilibrato. Per esempio in greco, che al Ginnasio era fondamentale, non abbiamo ricevuto una buona formazione. Al Liceo di tre anni, poi fu aggiunto il quarto anno perché la Congregazione dei Seminari chiese un altro anno, che poi divenne l’anno propedeutico alla Teologia. In liceo facevamo tutti i trattati di filosofia, dalla gnoseologia alla metafisica, dalla cosmologia all’etica, quindi la materia principale era la filosofia. Però la storia della filosofia era poco curata. Quando la Congregazione dei Seminari fece aggiungere un anno, questo doveva essere riservato alla filosofia, per dare maggiore spazio nei tre anni del liceo alla preparazione più tipica del liceo classico. Nel nostro seminario invece divenne un prolungamento pressoché improvvisato ed inutile del liceo. Molto spesso lo studio avveniva per surrogati, attraverso i compendi disponibili e ci si accontentava di questo. Quindi non ci si educava alla conoscenza della cultura classica come tale. Ricordo che, per la maturità classica, qualche compagno ed io abbiamo dovuto studiare seriamente dall’inizio tutta la letteratura greca e latina, di cui sapevamo ben poco, scienze e fisica, che non c’erano state insegnate. Con gli occhi di oggi, questi erano limiti piuttosto vistosi del ginnasio-liceo dei miei anni.

[Come era il rapporto tra il seminario e la città?]

M\ Il seminario si trovava nel centro storico, ma io non ricordo di avere avuto rapporti con la città se non per la partecipazione a realtà religiose, soprattutto alla Messa solenne domenicale alla chiesa del Carmine, dove però c’era pochissima gente. La partecipazione alla liturgia al Duomo andava ancora peggio, perché era una liturgia in latino di cui noi non percepivamo né ricchezza né qualità. Il Rettore bravo e santo prete, durante la liturgia pontificale, quando c’era la musica polifonica, quindi il Credo e il Gloria cantati che duravano diversi minuti, ci dava dei libri da leggere più che invitarci a partecipare alla liturgia come tale. Io sono stato nel seminario di Fermo fino al liceo, e, data l’impostazione della vita del seminario, era il tempo meno adatto per conoscere la città e la sua vita. Penso che le cose cambiassero quando si entrava in teologia e crescevano le occasioni, almeno per motivi di servizio liturgico, di servizio d’assistenza nel collegio Fontevecchia, o altro, per entrare in contatto con la città.

[ Esisteva una formazione pastorale? ]

M\   Sono stato nel nostro seminario fino al liceo. Per noi, durante la formazione, non erano previste esperienze pastorali come si fa oggi. I rapporti con le parrocchie della città erano limitati alla partecipazione alle funzioni pubbliche: il settenario della Madonna del Pianto, il mese di maggio al duomo, dove si andava quasi tutte le sere, la processione del Corpus Domini.

[ Come era la formazione del Seminario Romano? ]

M\   Dopo il Liceo, mons. Stefano Cardenà mi fece fare un concorso per il Seminario Romano Maggiore e andai a Roma. La formazione era sulla stessa linea di quella di Fermo: disciplina, pratiche di pietà, ma all’età di venti anni vedevamo già alcune storture. Ad esempio, non c’era nessun giornale se non “Il Popolo”, giornale della DC di Roma e che si doveva andare a leggere dinanzi alla stanza del vicerettore, e “L’Osservatore Romano”. Alcune cose erano subite dagli alunni, come l’inizio e la chiusura della giornata. C’era la cosiddetta “preghiera della concezione”: la mattina, quando suonava la campana, ci si alzava e uno di noi, lungo il corridoio delle stanze, recitava una preghiera e noi dovevamo socchiudere la porta per sentire e rispondere. A un certo momento, si usciva tutti fuori in ginocchio davanti alla propria camera a conclusione della preghiera. In fondo, era un vigilare che ci si fosse alzati dal letto, ma già all’epoca appariva una pratica superata e poco gradita. Alla sera, in modo analogo, si recitava la preghiera per concludere la giornata. Dopo di che veniva spenta la luce: dopo la preghiera c’erano circa venti minuti in cui c’era ancora luce, finché non restava che una luce notturna. Al mattino si ridava la corrente elettrica quando suonava la campana.

\ Non c’era molto dialogo con i superiori, l’incontro più ricercato era con il padre spirituale, che era mons. Pericle Felici, persona squisita, aperta moderatamente ad una disciplina diversa e ad una nuova sensibilità pastorale, ottimo giurista, insigne latinista, poi segretario generale del Concilio Ecumenico Vaticano II e cardinale.

\  Positivo è stato l’incontro con compagni provenienti da diocesi diverse. Significative le visite di personalità di ex alunni vescovi e cardinali, compresa quella del vescovo di Venezia il cardinal Roncalli, poi papa Giovanni XXIII, visite anche di personalità politiche di Roma. Importante era il servizio liturgico domenicale e festivo nella Basilica di S. Giovanni. Significativa la partecipazione a qualche cerimonia di beatificazione o canonizzazione a S. Pietro. Belle ed utili erano le passeggiate in gruppi di classe, che davano a noi studenti, venuti dalla provincia, l’occasione di conoscere il centro storico della capitale. Siamo negli anni 1954-1958.

[L’Università Lateranense ha aperto qualche sentiero di approfondimento e di ricerca?]

M\   Anzitutto la novità dei contatti. Evidentemente la Lateranense era già una grande università che raccoglieva molti studenti provenienti da altri seminari. Ci si incontrava con persone di provenienza diversa e questo facilitava una certa apertura. I professori erano generalmente preparati. La difficoltà maggiore era dovuta al fatto che la maggior parte dei corsi (e dei manuali) era in latino, che certo non facilitava l’apprendimento delle discipline. Inoltre, non venivamo educati ad uno studio critico delle fonti, bensì ad un apprendimento apologetico. Eravamo invitati a studiare la Summa di S. Tommaso, ma non c’erano corsi appropriati per farne una lettura proficua. In genere ci si fermava allo studio dei manuali. Non ricordo con grande gioia gli studi di teologia, il più delle volte si studiava in funzione degli esami. Allora il centro della teologia, più che la Germania, era la Francia, con personalità di cui noi iniziavamo a conoscere qualcosa, ad esempio Chenu, Congar, De Lubac, Daniélou, etc. Spesso però in università se ne parlava in negativo. Ricordo quando mons. Piolanti venne in classe con un libro di De Lubac gridando che era da bruciare. Piolanti era un bravo professore, con un’ottima conoscenza della dogmatica, e faceva gustare la teologia, però era tradizionalista. Quando accennava a libri del genere, noi correvamo in biblioteca a prenderli, ma non li trovavamo. C’era un primo fermento, almeno tra quelli più attenti agli studi, ma con uno sguardo tra la curiosità e il giudizio negativo. Il “negativo” attirava perché era una novità.

[Che ambiente hai trovato al Pontificio Istituto Biblico?]

M\   Dopo un complesso e non facile esame di Licenza <in sacra teologia>, i superiori di Fermo mi fecero iscrivere all’Istituto Biblico. L’impatto è stato di forte studio. Io risiedevo in una parrocchia sull’Appia Nuova e impiegavo un’ora con i mezzi pubblici per arrivare al Biblico. Sono stati anni molto impegnativi, però è stato uno studio straordinario anche per aver trovato altre aree di ricerca, altri compagni, altre presenze non legate strettamente ai seminari, perché molti venivano da fuori con mentalità diverse. Dal liceo classico conoscevamo il greco, ma con diverse lacune e si trovava difficoltà ad entrare nel greco biblico. Il professore di ebraico era un padre gesuita, che conosceva l’ebraico da un punto di vista grammaticale e sintattico, ma non aveva il senso della lettura, della prosa, della poesia biblica. Lo notammo quando venne un professore nuovo, Luis Alonso Schökel, il quale, forse resosi conto della situazione dello studio dell’ebraico, cioè che si arrivava alla fine degli studi con una capacità minima di lettura del testo perché non c’era un esercizio di lettura corsiva e neppure un impegno all’apprendimento dei vocaboli necessari, fece introdurre una ‘lectio cursiva’ dell’ebraico. Lì capimmo che lo studio dell’ebraico non era impostato bene e quella lacuna è rimasta negli anni. Si insegnava la lingua alla vecchia maniera, solo dal punto di vista grammaticale. Eravamo invece molto soddisfatti dell’esegesi: padre Moran e padre Vogt per l’Antico Testamento, padre Zerwik e padre Lyonnet per il Nuovo Testamento, che ci hanno aperto uno sguardo assolutamente nuovo. Ricordo con venerazione padre Lyonnet, che, quando ero vicario generale, chiamai a predicare gli esercizi spirituali al nostro clero. Per la critica storica dei Vangeli c’era un americano, padre Mc Cool. Eravamo contenti di questi studi che ci aprivano ad un rapporto con la Bibbia completamente differente da quello avuto negli anni di teologia. Si era formato un bel gruppo di italiani e alcuni sono diventati grandi studiosi, soprattutto Giuseppe Barbaglio, ottimo studioso di San Paolo, ed Enzo Cortese, per fare due nomi.

[Quando sei rientrato a Fermo hai iniziato la tua esperienza di insegnamento, ed erano gli anni in cui gradualmente subentravano anche altri insegnanti. Che ricordo hai di questo periodo?]

M\   Nei primi anni di attività a Fermo ho avuto quasi esclusivamente un impegno didattico. La mia esperienza pastorale non è stata mai una presenza continuativa in parrocchia. Spesso mi mandavano dove occorreva provvedere ad una celebrazione in assenza del parroco o del viceparroco. Nei primi anni ho dovuto insegnare numerose discipline, per sostituire i titolari dei corsi che erano mancati o professori impegnati altrove. Ho dovuto insegnare teologia fondamentale, ecclesiologia, liturgia, ecumenismo, storia delle religioni, greco e latino al liceo. Per un po’ ho insegnato ebraico, critica testuale del Nuovo Testamento, poi il primo corso di esegesi sui libri sapienziali nel triennio di teologia. Ho fatto attività pastorale nella parrocchia di Pedaso dove andavo il sabato sera e rimanevo fino al pranzo della domenica con don Attilio Mira, simpatica figura di prete. Un altro anno sono stato con don Primo Livi a Casette d’Ete con la stessa modalità. Al terzo anno sono stato con don Angelo Panicciari al Santo Stefano di Porto Potenza Picena sempre il sabato sera e la domenica. Passavo un po’ di tempo con gli ospiti malati e la domenica andavo a celebrare una Messa a Porto Potenza Picena da don Mauro Carassai. Dopo pranzo prendevo il treno e tornavo a Fermo.

[Come è nata la collaborazione con don Raffaele Canali?]

M\   Negli anni 1962-1966 don Paolo De Angelis aveva avuto come compagno a Roma don Raffaele Canali di Ascoli Piceno. Questi, tornato in diocesi dagli studi, trovò che nel frattempo il seminario maggiore era stato chiuso. A quel punto si chiese al vescovo mons. Marcello Morgante di permettere a don Raffaele di venire a Fermo. Mons. Morgante accolse la richiesta, perché aveva molto clero, perché aveva mandato i suoi pochi seminaristi a studiare a Fermo e perché si rendeva conto che, non avendo più un seminario di studi teologici, la presenza di don Canali sarebbe stata poco valorizzata: aveva studiato al Biblico, venne a Fermo, ebbe come punto di riferimento l’Istituto Stella Maris di Civitanova. Prese pian piano gli insegnamenti di esegesi, mentre io sono rimasto nell’ambito dei corsi introduttivi. Ottimo professore, seppe attirare ad uno studio serio della Scrittura diversi alunni.

[Che percezione c’era del Concilio in diocesi?]

M\    Erano anni di grande fermento nel tempo conciliare e postconciliare. Raniero La Valle faceva ottimi servizi su “L’Avvenire d’Italia”. Ogni tanto andavo a Roma a ritrovare gli amici e mi riusciva di percepire qualcosa del clima dell’assise conciliare. Però qui in diocesi la risonanza era pochissima. In seminario non c’erano incontri, né dibattiti o studio di quel che avveniva o che si leggeva sui giornali. Non si studiavano le problematiche centrali che il Concilio stava affrontando. Io mi rifornivo di libri quando andavo a Roma. Ebbi la fortuna, attraverso un compagno, don Alberto Roncoroni, di conoscere un laico, Tommaso Federici, professore allora al Sant’Anselmo, una mente lucida e grande conoscitore di tutte le lingue semitiche, dall’accadico all’ebraico, dal siriaco al fenicio, buon conoscitore della Bibbia, della patristica e della liturgia. Federici mi aprì alle problematiche del Concilio e mi indicò alcuni libri e articoli di riviste. Debbo molto a questo laico di una cordialità straordinaria. Passavamo insieme pomeriggi interi quando lo andavo a trovare. È stato un punto di riferimento per capire cosa stava avvenendo e i tempi nuovi della chiesa. Con lui ho conservato una grande amicizia fino alla sua morte. Qui a Fermo i ritmi del Concilio non sono stati molto sentiti, ma era una situazione comune, per quanto ne sapevo, ad altre diocesi delle Marche. Credo che raramente si avesse una percezione chiara della portata del Concilio.

[E dopo il Concilio ci furono risonanze maggiori?]

M\    Non molte. Mons. Perini, nostro arcivescovo in quel periodo, era molto vago quando chiedevamo qualcosa del Concilio. Diceva: «Cose belle!», senza scendere nei contenuti e nei dibattiti. Sono stato aiutato da contatti come Federici, don Aniceto Molinaro e don Alberto Roncoroni che era stato mio compagno al seminario romano e stava studiando all’Istituto di Liturgia, al S. Anselmo di Roma e mi mise in contatto con professori come Federici, Marsili, Nocent. Molti non parlavano del Concilio perché non avevano strumenti per approfondirne le tematiche. Mons. Perini era più un uomo di lettere che di teologia. Quando è finito il Concilio qualcosa è cambiato perché i vescovi sentirono la necessità di fare conoscere i testi del Concilio. Qui a Fermo questo compito fu affidato all’ausiliare, mons. Michetti, e a mons. Rolando Di Mattia, che mi cooptò in quel lavoro.

[Che tipo di opera avete fatto per diffondere i testi del Concilio?]

M\   Prima di tutto, la recezione del Concilio è avvenuta lentamente attraverso gli insegnanti del seminario. A livello divulgativo, come ho accennato, una buona fonte era l’Avvenire d’Italia, diretto da Raniero La Valle. In questi anni sorge per me una bella amicizia con mons. Di Mattia. Mons. Michetti, Di Mattia ed io abbiamo visitato tutta la diocesi per far conoscere i documenti del Concilio. Io compravo i commenti che uscivano e Di Mattia aveva un’infinità di riviste di teologia e di spiritualità collegate con le tematiche del Concilio. Mi abbonai a “Concilium” nell’edizione francese, poi in quella italiana, ed era una lettura arricchente, almeno per i primi tempi è stata una fonte importante. La recezione veniva mediata dai professori di teologia del seminario e da noi che giravamo in diocesi. Nell’insieme, il clero recepiva i contenuti di fondo, anche se la novità e la ricchezza del Concilio non furono percepite in tutta la loro portata. Ricordo la difficoltà di far percepire la novità e la profondità dell’impostazione ecclesiologica della Lumen gentium, dal mistero della Chiesa al popolo di Dio, per non parlare del “subsistit in”, del rapporto collegialità e primato. Era difficile far capire questi contenuti a chi era stato formato in modo antitetico rispetto a tali categorie teologiche. Parlando della Dei Verbum mi sono addentrato sulle nuove visioni ermeneutiche. Quando negli incontri dei preti dissi che i primi undici capitoli della Genesi erano racconti sapienziali e non erano da prendere in senso letterale, ho avuto delle reazioni vivaci, anche se vent’anni prima era uscita la Divino afflante Spiritu, perché i preti di una certa età venivano da un’esegesi letteralista della Scrittura.

[Nel 1972 sei stato nominato Rettore del seminario. Che quadro hai trovato?]

M\   Iniziai una prima attività nel seminario quando mons. Perini nel 1968 mi nominò assistente dei teologi, mentre il rettore era mons. Cardenà. Nella teologia avevo una mia libertà di movimento, pur riferendomi sempre al rettore. Cercai di guidare una certa effervescenza dei tempi postconciliari e un qualche scontento che serpeggiava tra i seminaristi teologi. Leggevano di nuove esperienze di formazione per i teologi, di nuove spiritualità, c’era chi parlava di fine dei seminari, si cercavano esperienze nuove nei movimenti ecclesiali, diversi seminaristi vollero andare a fare esperienza nel movimento dei focolari o nei gruppi di gioventù studentesca (poi CL) e si leggeva delle contestazioni che sorgevano in diverse chiese d’Italia, si parlava di don Milani, delle esperienze dei preti operai etc.

\      Nei corsi di teologia la liturgia era impostata sugli aspetti rubricali. Cercai di impostare la vita su una liturgia rinnovata. Fu resa più viva la celebrazione dell’Eucaristia secondo le direttive del concilio. Vennero mandati in parrocchia i seminaristi per l’attività pastorale al sabato e alla domenica. Alcuni sceglievano le parrocchie di origine, altri no. Per conoscere il mondo degli operai furono fatte esperienze di lavoro in azienda durante l’estate.

[Come era il rapporto tra il seminario e le parrocchie?]

M\   Assecondai la volontà dei seminaristi di fare esperienze concrete. Ogni settimana dopo cena facevamo un’assemblea in cui si discuteva delle difficoltà e delle situazioni incontrate in parrocchia o di questioni di altro genere. In diocesi trovavano situazioni diverse perché c’erano parroci che si erano aperti allo spirito conciliare e anche a qualche sperimentazione e altri meno. Difficile era applicare quello che leggevano o sentivano a lezione di teologia. Furono esperienze a volte fatte ingenuamente e tra gli sguardi interessati, ma più spesso maliziosi di chi stava a guardare.

[In quegli anni la nostra diocesi ha avuto diversi preti che hanno lasciato il ministero. Quali erano i motivi principali?]

M\   Si tratta di un fenomeno molto complesso e molto doloroso. Diversi giovani sacerdoti tra i più vivaci si incontravano per discutere dei loro problemi di vita, del seminario, della formazione ricevuta, di problemi affettivi, di problemi sociali e politici. Essi partecipavano poco agli incontri di aggiornamento per il clero, perché li consideravano poco esistenziali, era quasi un gruppo separato. Così alcuni hanno maturato la decisione di abbandonare il ministero. In realtà, c’era una scollatura tra la formazione del seminario e il mondo reale che i giovani preti avevano davanti. Il più delle volte, chi ha lasciato il ministero lo ha fatto perché era stato formato per un mondo che non esisteva più. Io sono stato accusato in quegli anni, da parte dei preti anziani, di aver distrutto il seminario: la scuola media del seminario stava crollando. Le scuole medie infatti erano sorte in tutti i piccoli paesi dell’entroterra. Mentre in precedenza si formavano due sezioni all’anno con 50-60 ragazzi che entravano in seminario, nel giro di pochi anni la scuola media del seminario si chiuse. Si fece la parificazione del liceo del seminario, che prese il nome di «Paolo VI». Vi partecipavano i seminaristi liceali e ragazzi e ragazze esterni, ma nel giro di poco tempo divenne un liceo paritario frequentato quasi esclusivamente da studenti laici.

[Che ricordo hai dell’episcopato di mons. Cleto Bellucci?]

M\    Mons. Bellucci venne a Fermo nel settembre del 1970 come amministratore apostolico ‘sede plena’ con diritto di successione. Nei primi anni, presa conoscenza della diocesi, riprese un’idea di mons. Gaetano Michetti, quella di costituire un gruppo di lavoro. Vi chiamò mons. Stefano Cardenà, che era vicario generale, mons. Rolando Di Mattia, che nominò vicario pastorale, mons. Giuseppe Di Chiara, che nominò vicario per la curia, mons. Lino Ramini, nominato vicario per gli aspetti amministrativi, e me. Noi cinque ci incontravamo spesso e discutevamo a lungo. Mons. Di Mattia lanciò l’idea di rendersi anzitutto conto della vita della diocesi in rapporto alla recezione del concilio e dei documenti che la CEI aveva emanato. Suggerì l’idea di una visita pastorale per arrivare a celebrare un sinodo diocesano. All’arcivescovo piacque il progetto, anche se per un po’ di tempo ne rimandò l’attuazione.

\    Fu avviata la preparazione di un questionario molto ampio per la visita pastorale, formulato anche con l’aiuto di documenti di altre diocesi. Fu impostato su alcuni cardini: la fede, la liturgia, la carità e l’aspetto amministrativo-economico. Nel frattempo ci fu un avvicendamento: nel 1978 l’arcivescovo nominò me vicario generale e mons. Cardenà vicario per la visita pastorale. Il questionario veniva presentato nelle parrocchie, al parroco e al consiglio pastorale, e veniva lasciato in parrocchia per la compilazione. Oggi posso dire che era troppo ampio e minuzioso. Tuttavia, era un tentativo mirato. Da anni non si facevano questionari di quel tipo. Mons. Cardenà partecipò poco alle riunioni di noi cinque, mentre Di Chiara, Ramini, Di Mattia ed io ci riunivamo quasi tutte le settimane a casa di Di Chiara, dove, dopo pranzo, si discuteva a lungo per cercare delle direttive comuni. Mons. Cleto Bellucci spesso ci riceveva per dei momenti di confronto reciproco e franco, lasciandoci molta libertà. Del resto, egli era impegnato nel restauro del palazzo vescovile. Per la visita pastorale lavorava soprattutto mons. Cardenà, che seguiva la rielaborazione delle risposte ai questionari e ne parlava con il vescovo. Cardenà si lamentava di non essere ricevuto secondo le tappe previste e soprattutto che il vescovo non leggesse le relazioni che gli consegnava, dalle quali si poteva evincere un quadro piuttosto preciso su quale fosse lo stato delle parrocchie. Alla fine, la visita pastorale non risultò molto incisiva perché alla fase di visita vera e propria, di incontro con i parroci, con i consigli parrocchiali e con la gente, non seguirono provvedimenti e una vera progettazione. Non cambiò nulla o quasi nella vita delle comunità.

\     Una feconda iniziativa, erano le settimane di formazione per il clero, in cui, per più di dieci anni, i preti si incontravano d’estate fuori diocesi, in zone di montagna, dove poter discutere e aggiornarsi con i professori di teologia del seminario e con personalità invitate. Furono settimane di buon lavoro.

[Nel 1978 sei diventato vicario generale. Quali furono le tappe principali del tuo ministero di quegli anni?]

M\   Cercai di portare avanti, oltre gli impegni normali di ufficio, alcuni stimoli che erano stati avviati: maggiornamento del clero, settimane di esercizi spirituali fuori diocesi, avvio di un fondo comune per casi di bisogno etc. Durante il lavoro per la visita pastorale e l’avvio di preparazione per il sinodo, l’arcivescovo volle la realizzazione di un congresso eucaristico diocesano. Un evento che ricordo con piacere: due anni di preparazione e la celebrazione nel 1985 dovevano servire anche come preludio al sinodo. Era tornato in diocesi, dopo gli studi di liturgia al S. Anselmo di Roma, don Filippo Concetti, che ammiravo per la sua capacità di esposizione quando parlava della liturgia con il clero. Esaminando i testi di alcune diocesi che avevano celebrato un congresso eucaristico prima di noi, avevamo preparato un libretto con cicli di incontri da proporre in parrocchia. In teoria, questi incontri sarebbero dovuti avvenire prima tra il clero nelle vicarie e poi costoro dovevano riunire i fedeli, almeno i gruppi parrocchiali, i movimenti e le aggregazioni ecclesiali e tentare di recepire le direttive del concilio per la “nuova” liturgia. Ci fu un mese e mezzo di preparazione immediata e giornate specifiche per il clero, le famiglie, i giovani, i malati e altri. Chiamammo relatori significativi come i padri Scicolone e Marsili. Qualche frutto c’è stato, anche se l’affluenza della gente non era molta alle riunioni pomeridiane o serali che si tenevano nella chiesa parrocchiale di S. Antonio di Padova. Per la giornata sacerdotale venne mons. Chiarinelli, all’epoca presidente della commissione del clero della CEI. Giornata bella e significativa fu l’incontro di Madre Teresa di Calcutta con i giovani: il palazzetto dello sport di Porto S. Elpidio era stracolmo di giovani che ascoltarono in un profondo silenzio le parole di madre Teresa e alla fine non finivano di applaudire. La celebrazione vera e propria nella domenica di Pentecoste fu buona, parteciparono più di ottomila persone. Credo che il congresso eucaristico abbia portato buoni frutti, sebbene non vistosi.

[Come era la situazione economica delle parrocchie?]

M\   Le cose non andavano bene. Il sostegno economico delle parrocchie erano i benefici, con terreni coltivati a mezzadria. Ma la mezzadria non reggeva più, c’era un progetto politico di azzerarla. D’altra parte i parroci non riuscivano a soddisfare le richieste dei mezzadri che volevano una casa rinnovata, trattori e attrezzi nuovi, che non riuscivano a comprare. Quindi c’erano grandi difficoltà. Mons. Di Chiara propose una tassazione su alcuni redditi significativi delle parrocchie e sullo stipendio dei preti che insegnavano religione nelle scuole. Il sostentamento del clero era il beneficio parrocchiale, che dava un reddito molto basso, la scuola di religione e la congrua delle vicarie curate. La diocesi di Fermo era stimata una diocesi ricca, ma ben presto fu ridimensionata dai nuovi eventi. Di Chiara e io avevamo creato un fondo comune coordinato da una commissione. Si davano sussidi, a chi ne faceva domanda, dietro verifica di vere difficoltà. Erano anni duri perché la crisi dell’agricoltura azzerò il reddito di molte parrocchie. Ben venne la riforma attuata con la revisione del concordato nel 1984. Mons. Giuseppe Paci, direttore dell’ufficio amministrativo diocesano, fece un ottimo lavoro nella revisione delle parrocchie e vicarie curate che da circa trecento furono portate a 123.

[Come furono i lavori del sinodo?]

M\   Alla fine del congresso eucaristico si preparò il sinodo concluso nel 1994. La prima idea di un sinodo diocesano era partita alla fine degli anni Settanta. Una prima commissione preparò un testo che poneva a base del sinodo il tema dell’evangelizzazione e intorno a questo articolava gli aspetti della vita diocesana. L’arcivescovo preferì riprendere le linee della visita pastorale: fede ed evangelizzazione, liturgia, carità e strutture di partecipazione. Per ognuno di questi ambiti si avviò una riflessione in gruppi ristretti per preparare dei documenti da presentare e discutere nelle riunioni di vicaria. Nel 1986 cominciò questo lavoro di incontri e di approfondimento nelle vicarie sulla scorta dei documenti preparati col contributo dei professori di teologia e di esperti. Tale attività durò quattro anni. Dopo gli incontri di vicaria sulla base delle osservazioni e del materiale raccolto furono preparati i testi da discutere nelle assemblee sinodali. Nel 1988 l’arcivescovo nominò vicario generale mons. Davide Beccerica, ma volle che io continuassi il lavoro per il sinodo. Fu fatta una commissione per la celebrazione del sinodo, della quale io ero presidente e don Francesco Monti segretario, e furono scelti i membri sinodali, alcuni nominati dall’arcivescovo, altri eletti nelle parrocchie, circa 250. Le assemblee sinodali si tenevano la domenica pomeriggio ogni quindici giorni e alla fine a ritmo settimanale. Don Francesco Monti fece un bel lavoro formulando a partire dai testi discussi e dalle osservazioni le proposizioni che poi venivano sottoposte a votazione. Questo lavoro durò più di due anni e nel 1994 il testo fu consegnato al vescovo. Si fece la celebrazione di chiusura nella chiesa di S. Francesco (in cattedrale c’erano i lavori) con la partecipazione di tutti i membri sinodali, di molta gente e la presenza di quasi tutto l’episcopato marchigiano. L’arcivescovo rilesse il testo e lo pubblicò nel 1995.

[Fu un’occasione di dialogo vero? Quali frutti ha portato?]

M\   Ha portato frutti, forse non come ci si aspettava. Il dibattito fu autentico. Ci furono momenti di discussione molto vivace su “chiesa locale” e “chiesa universale”, diocesi e parrocchie di fronte ai nuovi movimenti o aggregazioni ecclesiali, su parrocchia e liturgia domenicale, sulla celebrazione della pasqua, sulla partecipazione dei laici alla vita pastorale, e altro. Partendo da punti di vista molto distanti, fu un’occasione di crescita durante la quale sono emerse le ricchezze presenti in diocesi. Almeno alcune parti del testo finale sono, a mio avviso, di buon pregio e ancora di attualità.

[C’è un tuo rammarico ripensando a questo tempo? C’è qualcosa che avresti voluto fare e che è rimasto embrionale o non si è realizzato?]

M\   Quel che desideravo e si è realizzato solo in parte era raggiungere uno spirito di collegialità a tutti i livelli: tra vescovo ed organismi di partecipazione, tra clero nelle vicarie, tra parroci, tra preti ed organismi parrocchiali, tra preti e laici in genere, tra insegnanti negli istituti di teologia. Nonostante una visita pastorale, un congresso eucaristico, un sinodo e le tante settimane di aggiornamento non sono esplose quella comunione e quella collegialità che l’ecclesiologia del Vaticano II e tutto il concilio avevano messo a fondamento del rinnovamento della Chiesa. Mi sembra che sia un cammino lento ancor oggi.

po’ ho insegnato ebraico, critica testuale del Nuovo Testamento, poi il primo corso di esegesi sui libri sapienziali nel triennio di teologia. Ho fatto attività pastorale nella parrocchia di Pedaso dove andavo il sabato sera e rimanevo fino al pranzo della domenica con don Attilio Mira, simpatica figura di prete. Un altro anno sono stato con don Primo Livi a Casette d’Ete con la stessa modalità. Al terzo anno sono stato con don Angelo Panicciari al Santo Stefano di Porto Potenza Picena sempre il sabato sera e la domenica. Passavo un po’ di tempo con gli ospiti malati e la domenica andavo a celebrare una Messa a Porto Potenza Picena da don Mauro Carassai. Dopo pranzo prendevo il treno e tornavo a Fermo.

[Come è nata la collaborazione con don Raffaele Canali?]

M\   Negli anni 1962-1966 don Paolo De Angelis aveva avuto come compagno a Roma don Raffaele Canali di Ascoli Piceno. Questi, tornato in diocesi dagli studi, trovò che nel frattempo il seminario maggiore era stato chiuso. A quel punto si chiese al vescovo mons. Marcello Morgante di permettere a don Raffaele di venire a Fermo. Mons. Morgante accolse la richiesta, perché aveva molto clero, perché aveva mandato i suoi pochi seminaristi a studiare a Fermo e perché si rendeva conto che, non avendo più un seminario di studi teologici, la presenza di don Canali sarebbe stata poco valorizzata: aveva studiato al Biblico, venne a Fermo, ebbe come punto di riferimento l’Istituto Stella Maris di Civitanova. Prese pian piano gli insegnamenti di esegesi, mentre io sono rimasto nell’ambito dei corsi introduttivi. Ottimo professore, seppe attirare ad uno studio serio della Scrittura diversi alunni.

[Che percezione c’era del Concilio in diocesi?]

M\    Erano anni di grande fermento nel tempo conciliare e postconciliare. Raniero La Valle faceva ottimi servizi su “L’Avvenire d’Italia”. Ogni tanto andavo a Roma a ritrovare gli amici e mi riusciva di percepire qualcosa del clima dell’assise conciliare. Però qui in diocesi la risonanza era pochissima. In seminario non c’erano incontri, né dibattiti o studio di quel che avveniva o che si leggeva sui giornali. Non si studiavano le problematiche centrali che il Concilio stava affrontando. Io mi rifornivo di libri quando andavo a Roma. Ebbi la fortuna, attraverso un compagno, don Alberto Roncoroni, di conoscere un laico, Tommaso Federici, professore allora al Sant’Anselmo, una mente lucida e grande conoscitore di tutte le lingue semitiche, dall’accadico all’ebraico, dal siriaco al fenicio, buon conoscitore della Bibbia, della patristica e della liturgia. Federici mi aprì alle problematiche del Concilio e mi indicò alcuni libri e articoli di riviste. Debbo molto a questo laico di una cordialità straordinaria. Passavamo insieme pomeriggi interi quando lo andavo a trovare. È stato un punto di riferimento per capire cosa stava avvenendo e i tempi nuovi della chiesa. Con lui ho conservato una grande amicizia fino alla sua morte. Qui a Fermo i ritmi del Concilio non sono stati molto sentiti, ma era una situazione comune, per quanto ne sapevo, ad altre diocesi delle Marche. Credo che raramente si avesse una percezione chiara della portata del Concilio.

[E dopo il Concilio ci furono risonanze maggiori?]

M\    Non molte. Mons. Perini, nostro arcivescovo in quel periodo, era molto vago quando chiedevamo qualcosa del Concilio. Diceva: «Cose belle!», senza scendere nei contenuti e nei dibattiti. Sono stato aiutato da contatti come Federici, don Aniceto Molinaro e don Alberto Roncoroni che era stato mio compagno al seminario romano e stava studiando all’Istituto di Liturgia, al S. Anselmo di Roma e mi mise in contatto con professori come Federici, Marsili, Nocent. Molti non parlavano del Concilio perché non avevano strumenti per approfondirne le tematiche. Mons. Perini era più un uomo di lettere che di teologia. Quando è finito il Concilio qualcosa è cambiato perché i vescovi sentirono la necessità di fare conoscere i testi del Concilio. Qui a Fermo questo compito fu affidato all’ausiliare, mons. Michetti, e a mons. Rolando Di Mattia, che mi cooptò in quel lavoro.

[Che tipo di opera avete fatto per diffondere i testi del Concilio?]

M\   Prima di tutto, la recezione del Concilio è avvenuta lentamente attraverso gli insegnanti del seminario. A livello divulgativo, come ho accennato, una buona fonte era l’Avvenire d’Italia, diretto da Raniero La Valle. In questi anni sorge per me una bella amicizia con mons. Di Mattia. Mons. Michetti, Di Mattia ed io abbiamo visitato tutta la diocesi per far conoscere i documenti del Concilio. Io compravo i commenti che uscivano e Di Mattia aveva un’infinità di riviste di teologia e di spiritualità collegate con le tematiche del Concilio. Mi abbonai a “Concilium” nell’edizione francese, poi in quella italiana, ed era una lettura arricchente, almeno per i primi tempi è stata una fonte importante. La recezione veniva mediata dai professori di teologia del seminario e da noi che giravamo in diocesi. Nell’insieme, il clero recepiva i contenuti di fondo, anche se la novità e la ricchezza del Concilio non furono percepite in tutta la loro portata. Ricordo la difficoltà di far percepire la novità e la profondità dell’impostazione ecclesiologica della Lumen gentium, dal mistero della Chiesa al popolo di Dio, per non parlare del “subsistit in”, del rapporto collegialità e primato. Era difficile far capire questi contenuti a chi era stato formato in modo antitetico rispetto a tali categorie teologiche. Parlando della Dei Verbum mi sono addentrato sulle nuove visioni ermeneutiche. Quando negli incontri dei preti dissi che i primi undici capitoli della Genesi erano racconti sapienziali e non erano da prendere in senso letterale, ho avuto delle reazioni vivaci, anche se vent’anni prima era uscita la Divino afflante Spiritu, perché i preti di una certa età venivano da un’esegesi letteralista della Scrittura.

[Nel 1972 sei stato nominato Rettore del seminario. Che quadro hai trovato?]

M\   Iniziai una prima attività nel seminario quando mons. Perini nel 1968 mi nominò assistente dei teologi, mentre il rettore era mons. Cardenà. Nella teologia avevo una mia libertà di movimento, pur riferendomi sempre al rettore. Cercai di guidare una certa effervescenza dei tempi postconciliari e un qualche scontento che serpeggiava tra i seminaristi teologi. Leggevano di nuove esperienze di formazione per i teologi, di nuove spiritualità, c’era chi parlava di fine dei seminari, si cercavano esperienze nuove nei movimenti ecclesiali, diversi seminaristi vollero andare a fare esperienza nel movimento dei focolari o nei gruppi di gioventù studentesca (poi CL) e si leggeva delle contestazioni che sorgevano in diverse chiese d’Italia, si parlava di don Milani, delle esperienze dei preti operai etc.

\      Nei corsi di teologia la liturgia era impostata sugli aspetti rubricali. Cercai di impostare la vita su una liturgia rinnovata. Fu resa più viva la celebrazione dell’Eucaristia secondo le direttive del concilio. Vennero mandati in parrocchia i seminaristi per l’attività pastorale al sabato e alla domenica. Alcuni sceglievano le parrocchie di origine, altri no. Per conoscere il mondo degli operai furono fatte esperienze di lavoro in azienda durante l’estate.

[Come era il rapporto tra il seminario e le parrocchie?]

M\   Assecondai la volontà dei seminaristi di fare esperienze concrete. Ogni settimana dopo cena facevamo un’assemblea in cui si discuteva delle difficoltà e delle situazioni incontrate in parrocchia o di questioni di altro genere. In diocesi trovavano situazioni diverse perché c’erano parroci che si erano aperti allo spirito conciliare e anche a qualche sperimentazione e altri meno. Difficile era applicare quello che leggevano o sentivano a lezione di teologia. Furono esperienze a volte fatte ingenuamente e tra gli sguardi interessati, ma più spesso maliziosi di chi stava a guardare.

[In quegli anni la nostra diocesi ha avuto diversi preti che hanno lasciato il ministero. Quali erano i motivi principali?]

M\   Si tratta di un fenomeno molto complesso e molto doloroso. Diversi giovani sacerdoti tra i più vivaci si incontravano per discutere dei loro problemi di vita, del seminario, della formazione ricevuta, di problemi affettivi, di problemi sociali e politici. Essi partecipavano poco agli incontri di aggiornamento per il clero, perché li consideravano poco esistenziali, era quasi un gruppo separato. Così alcuni hanno maturato la decisione di abbandonare il ministero. In realtà, c’era una scollatura tra la formazione del seminario e il mondo reale che i giovani preti avevano davanti. Il più delle volte, chi ha lasciato il ministero lo ha fatto perché era stato formato per un mondo che non esisteva più. Io sono stato accusato in quegli anni, da parte dei preti anziani, di aver distrutto il seminario: la scuola media del seminario stava crollando. Le scuole medie infatti erano sorte in tutti i piccoli paesi dell’entroterra. Mentre in precedenza si formavano due sezioni all’anno con 50-60 ragazzi che entravano in seminario, nel giro di pochi anni la scuola media del seminario si chiuse. Si fece la parificazione del liceo del seminario, che prese il nome di «Paolo VI». Vi partecipavano i seminaristi liceali e ragazzi e ragazze esterni, ma nel giro di poco tempo divenne un liceo paritario frequentato quasi esclusivamente da studenti laici.

[Che ricordo hai dell’episcopato di mons. Cleto Bellucci?]

M\    Mons. Bellucci venne a Fermo nel settembre del 1970 come amministratore apostolico ‘sede plena’ con diritto di successione. Nei primi anni, presa conoscenza della diocesi, riprese un’idea di mons. Gaetano Michetti, quella di costituire un gruppo di lavoro. Vi chiamò mons. Stefano Cardenà, che era vicario generale, mons. Rolando Di Mattia, che nominò vicario pastorale, mons. Giuseppe Di Chiara, che nominò vicario per la curia, mons. Lino Ramini, nominato vicario per gli aspetti amministrativi, e me. Noi cinque ci incontravamo spesso e discutevamo a lungo. Mons. Di Mattia lanciò l’idea di rendersi anzitutto conto della vita della diocesi in rapporto alla recezione del concilio e dei documenti che la CEI aveva emanato. Suggerì l’idea di una visita pastorale per arrivare a celebrare un sinodo diocesano. All’arcivescovo piacque il progetto, anche se per un po’ di tempo ne rimandò l’attuazione.

\    Fu avviata la preparazione di un questionario molto ampio per la visita pastorale, formulato anche con l’aiuto di documenti di altre diocesi. Fu impostato su alcuni cardini: la fede, la liturgia, la carità e l’aspetto amministrativo-economico. Nel frattempo ci fu un avvicendamento: nel 1978 l’arcivescovo nominò me vicario generale e mons. Cardenà vicario per la visita pastorale. Il questionario veniva presentato nelle parrocchie, al parroco e al consiglio pastorale, e veniva lasciato in parrocchia per la compilazione. Oggi posso dire che era troppo ampio e minuzioso. Tuttavia, era un tentativo mirato. Da anni non si facevano questionari di quel tipo. Mons. Cardenà partecipò poco alle riunioni di noi cinque, mentre Di Chiara, Ramini, Di Mattia ed io ci riunivamo quasi tutte le settimane a casa di Di Chiara, dove, dopo pranzo, si discuteva a lungo per cercare delle direttive comuni. Mons. Cleto Bellucci spesso ci riceveva per dei momenti di confronto reciproco e franco, lasciandoci molta libertà. Del resto, egli era impegnato nel restauro del palazzo vescovile. Per la visita pastorale lavorava soprattutto mons. Cardenà, che seguiva la rielaborazione delle risposte ai questionari e ne parlava con il vescovo. Cardenà si lamentava di non essere ricevuto secondo le tappe previste e soprattutto che il vescovo non leggesse le relazioni che gli consegnava, dalle quali si poteva evincere un quadro piuttosto preciso su quale fosse lo stato delle parrocchie. Alla fine, la visita pastorale non risultò molto incisiva perché alla fase di visita vera e propria, di incontro con i parroci, con i consigli parrocchiali e con la gente, non seguirono provvedimenti e una vera progettazione. Non cambiò nulla o quasi nella vita delle comunità.

\     Una feconda iniziativa, erano le settimane di formazione per il clero, in cui, per più di dieci anni, i preti si incontravano d’estate fuori diocesi, in zone di montagna, dove poter discutere e aggiornarsi con i professori di teologia del seminario e con personalità invitate. Furono settimane di buon lavoro.

[Nel 1978 sei diventato vicario generale. Quali furono le tappe principali del tuo ministero di quegli anni?]

M\   Cercai di portare avanti, oltre gli impegni normali di ufficio, alcuni stimoli che erano stati avviati: maggiornamento del clero, settimane di esercizi spirituali fuori diocesi, avvio di un fondo comune per casi di bisogno etc. Durante il lavoro per la visita pastorale e l’avvio di preparazione per il sinodo, l’arcivescovo volle la realizzazione di un congresso eucaristico diocesano. Un evento che ricordo con piacere: due anni di preparazione e la celebrazione nel 1985 dovevano servire anche come preludio al sinodo. Era tornato in diocesi, dopo gli studi di liturgia al S. Anselmo di Roma, don Filippo Concetti, che ammiravo per la sua capacità di esposizione quando parlava della liturgia con il clero. Esaminando i testi di alcune diocesi che avevano celebrato un congresso eucaristico prima di noi, avevamo preparato un libretto con cicli di incontri da proporre in parrocchia. In teoria, questi incontri sarebbero dovuti avvenire prima tra il clero nelle vicarie e poi costoro dovevano riunire i fedeli, almeno i gruppi parrocchiali, i movimenti e le aggregazioni ecclesiali e tentare di recepire le direttive del concilio per la “nuova” liturgia. Ci fu un mese e mezzo di preparazione immediata e giornate specifiche per il clero, le famiglie, i giovani, i malati e altri. Chiamammo relatori significativi come i padri Scicolone e Marsili. Qualche frutto c’è stato, anche se l’affluenza della gente non era molta alle riunioni pomeridiane o serali che si tenevano nella chiesa parrocchiale di S. Antonio di Padova. Per la giornata sacerdotale venne mons. Chiarinelli, all’epoca presidente della commissione del clero della CEI. Giornata bella e significativa fu l’incontro di Madre Teresa di Calcutta con i giovani: il palazzetto dello sport di Porto S. Elpidio era stracolmo di giovani che ascoltarono in un profondo silenzio le parole di madre Teresa e alla fine non finivano di applaudire. La celebrazione vera e propria nella domenica di Pentecoste fu buona, parteciparono più di ottomila persone. Credo che il congresso eucaristico abbia portato buoni frutti, sebbene non vistosi.

[Come era la situazione economica delle parrocchie?]

M\   Le cose non andavano bene. Il sostegno economico delle parrocchie erano i benefici, con terreni coltivati a mezzadria. Ma la mezzadria non reggeva più, c’era un progetto politico di azzerarla. D’altra parte i parroci non riuscivano a soddisfare le richieste dei mezzadri che volevano una casa rinnovata, trattori e attrezzi nuovi, che non riuscivano a comprare. Quindi c’erano grandi difficoltà. Mons. Di Chiara propose una tassazione su alcuni redditi significativi delle parrocchie e sullo stipendio dei preti che insegnavano religione nelle scuole. Il sostentamento del clero era il beneficio parrocchiale, che dava un reddito molto basso, la scuola di religione e la congrua delle vicarie curate. La diocesi di Fermo era stimata una diocesi ricca, ma ben presto fu ridimensionata dai nuovi eventi. Di Chiara e io avevamo creato un fondo comune coordinato da una commissione. Si davano sussidi, a chi ne faceva domanda, dietro verifica di vere difficoltà. Erano anni duri perché la crisi dell’agricoltura azzerò il reddito di molte parrocchie. Ben venne la riforma attuata con la revisione del concordato nel 1984. Mons. Giuseppe Paci, direttore dell’ufficio amministrativo diocesano, fece un ottimo lavoro nella revisione delle parrocchie e vicarie curate che da circa trecento furono portate a 123.

[Come furono i lavori del sinodo?]

M\   Alla fine del congresso eucaristico si preparò il sinodo concluso nel 1994. La prima idea di un sinodo diocesano era partita alla fine degli anni Settanta. Una prima commissione preparò un testo che poneva a base del sinodo il tema dell’evangelizzazione e intorno a questo articolava gli aspetti della vita diocesana. L’arcivescovo preferì riprendere le linee della visita pastorale: fede ed evangelizzazione, liturgia, carità e strutture di partecipazione. Per ognuno di questi ambiti si avviò una riflessione in gruppi ristretti per preparare dei documenti da presentare e discutere nelle riunioni di vicaria. Nel 1986 cominciò questo lavoro di incontri e di approfondimento nelle vicarie sulla scorta dei documenti preparati col contributo dei professori di teologia e di esperti. Tale attività durò quattro anni. Dopo gli incontri di vicaria sulla base delle osservazioni e del materiale raccolto furono preparati i testi da discutere nelle assemblee sinodali. Nel 1988 l’arcivescovo nominò vicario generale mons. Davide Beccerica, ma volle che io continuassi il lavoro per il sinodo. Fu fatta una commissione per la celebrazione del sinodo, della quale io ero presidente e don Francesco Monti segretario, e furono scelti i membri sinodali, alcuni nominati dall’arcivescovo, altri eletti nelle parrocchie, circa 250. Le assemblee sinodali si tenevano la domenica pomeriggio ogni quindici giorni e alla fine a ritmo settimanale. Don Francesco Monti fece un bel lavoro formulando a partire dai testi discussi e dalle osservazioni le proposizioni che poi venivano sottoposte a votazione. Questo lavoro durò più di due anni e nel 1994 il testo fu consegnato al vescovo. Si fece la celebrazione di chiusura nella chiesa di S. Francesco (in cattedrale c’erano i lavori) con la partecipazione di tutti i membri sinodali, di molta gente e la presenza di quasi tutto l’episcopato marchigiano. L’arcivescovo rilesse il testo e lo pubblicò nel 1995.

[Fu un’occasione di dialogo vero? Quali frutti ha portato?]

M\   Ha portato frutti, forse non come ci si aspettava. Il dibattito fu autentico. Ci furono momenti di discussione molto vivace su “chiesa locale” e “chiesa universale”, diocesi e parrocchie di fronte ai nuovi movimenti o aggregazioni ecclesiali, su parrocchia e liturgia domenicale, sulla celebrazione della pasqua, sulla partecipazione dei laici alla vita pastorale, e altro. Partendo da punti di vista molto distanti, fu un’occasione di crescita durante la quale sono emerse le ricchezze presenti in diocesi. Almeno alcune parti del testo finale sono, a mio avviso, di buon pregio e ancora di attualità.

[C’è un tuo rammarico ripensando a questo tempo? C’è qualcosa che avresti voluto fare e che è rimasto embrionale o non si è realizzato?]

M\   Quel che desideravo e si è realizzato solo in parte era raggiungere uno spirito di collegialità a tutti i livelli: tra vescovo ed organismi di partecipazione, tra clero nelle vicarie, tra parroci, tra preti ed organismi parrocchiali, tra preti e laici in genere, tra insegnanti negli istituti di teologia. Nonostante una visita pastorale, un congresso eucaristico, un sinodo e le tante settimane di aggiornamento non sono esplose quella comunione e quella collegialità che l’ecclesiologia del Vaticano II e tutto il concilio avevano messo a fondamento del rinnovamento della Chiesa. Mi sembra che sia un cammino lento ancor oggi.

nfronto reciproco e franco, lasciandoci molta libertà. Del resto, egli era impegnato nel restauro del palazzo vescovile. Per la visita pastorale lavorava soprattutto mons. Cardenà, che seguiva la rielaborazione delle risposte ai questionari e ne parlava con il vescovo. Cardenà si lamentava di non essere ricevuto secondo le tappe previste e soprattutto che il vescovo non leggesse le relazioni che gli consegnava, dalle quali si poteva evincere un quadro piuttosto preciso su quale fosse lo stato delle parrocchie. Alla fine, la visita pastorale non risultò molto incisiva perché alla fase di visita vera e propria, di incontro con i parroci, con i consigli parrocchiali e con la gente, non seguirono provvedimenti e una vera progettazione. Non cambiò nulla o quasi nella vita delle comunità.

\     Una feconda iniziativa, erano le settimane di formazione per il clero, in cui, per più di dieci anni, i preti si incontravano d’estate fuori diocesi, in zone di montagna, dove poter discutere e aggiornarsi con i professori di teologia del seminario e con personalità invitate. Furono settimane di buon lavoro.

[Nel 1978 sei diventato vicario generale. Quali furono le tappe principali del tuo ministero di quegli anni?]

M\   Cercai di portare avanti, oltre gli impegni normali di ufficio, alcuni stimoli che erano stati avviati: maggiornamento del clero, settimane di esercizi spirituali fuori diocesi, avvio di un fondo comune per casi di bisogno etc. Durante il lavoro per la visita pastorale e l’avvio di preparazione per il sinodo, l’arcivescovo volle la realizzazione di un congresso eucaristico diocesano. Un evento che ricordo con piacere: due anni di preparazione e la celebrazione nel 1985 dovevano servire anche come preludio al sinodo. Era tornato in diocesi, dopo gli studi di liturgia al S. Anselmo di Roma, don Filippo Concetti, che ammiravo per la sua capacità di esposizione quando parlava della liturgia con il clero. Esaminando i testi di alcune diocesi che avevano celebrato un congresso eucaristico prima di noi, avevamo preparato un libretto con cicli di incontri da proporre in parrocchia. In teoria, questi incontri sarebbero dovuti avvenire prima tra il clero nelle vicarie e poi costoro dovevano riunire i fedeli, almeno i gruppi parrocchiali, i movimenti e le aggregazioni ecclesiali e tentare di recepire le direttive del concilio per la “nuova” liturgia. Ci fu un mese e mezzo di preparazione immediata e giornate specifiche per il clero, le famiglie, i giovani, i malati e altri. Chiamammo relatori significativi come i padri Scicolone e Marsili. Qualche frutto c’è stato, anche se l’affluenza della gente non era molta alle riunioni pomeridiane o serali che si tenevano nella chiesa parrocchiale di S. Antonio di Padova. Per la giornata sacerdotale venne mons. Chiarinelli, all’epoca presidente della commissione del clero della CEI. Giornata bella e significativa fu l’incontro di Madre Teresa di Calcutta con i giovani: il palazzetto dello sport di Porto S. Elpidio era stracolmo di giovani che ascoltarono in un profondo silenzio le parole di madre Teresa e alla fine non finivano di applaudire. La celebrazione vera e propria nella domenica di Pentecoste fu buona, parteciparono più di ottomila persone. Credo che il congresso eucaristico abbia portato buoni frutti, sebbene non vistosi.

[Come era la situazione economica delle parrocchie?]

M\   Le cose non andavano bene. Il sostegno economico delle parrocchie erano i benefici, con terreni coltivati a mezzadria. Ma la mezzadria non reggeva più, c’era un progetto politico di azzerarla. D’altra parte i parroci non riuscivano a soddisfare le richieste dei mezzadri che volevano una casa rinnovata, trattori e attrezzi nuovi, che non riuscivano a comprare. Quindi c’erano grandi difficoltà. Mons. Di Chiara propose una tassazione su alcuni redditi significativi delle parrocchie e sullo stipendio dei preti che insegnavano religione nelle scuole. Il sostentamento del clero era il beneficio parrocchiale, che dava un reddito molto basso, la scuola di religione e la congrua delle vicarie curate. La diocesi di Fermo era stimata una diocesi ricca, ma ben presto fu ridimensionata dai nuovi eventi. Di Chiara e io avevamo creato un fondo comune coordinato da una commissione. Si davano sussidi, a chi ne faceva domanda, dietro verifica di vere difficoltà. Erano anni duri perché la crisi dell’agricoltura azzerò il reddito di molte parrocchie. Ben venne la riforma attuata con la revisione del concordato nel 1984. Mons. Giuseppe Paci, direttore dell’ufficio amministrativo diocesano, fece un ottimo lavoro nella revisione delle parrocchie e vicarie curate che da circa trecento furono portate a 123.

[Come furono i lavori del sinodo?]

M\   Alla fine del congresso eucaristico si preparò il sinodo concluso nel 1994. La prima idea di un sinodo diocesano era partita alla fine degli anni Settanta. Una prima commissione preparò un testo che poneva a base del sinodo il tema dell’evangelizzazione e intorno a questo articolava gli aspetti della vita diocesana. L’arcivescovo preferì riprendere le linee della visita pastorale: fede ed evangelizzazione, liturgia, carità e strutture di partecipazione. Per ognuno di questi ambiti si avviò una riflessione in gruppi ristretti per preparare dei documenti da presentare e discutere nelle riunioni di vicaria. Nel 1986 cominciò questo lavoro di incontri e di approfondimento nelle vicarie sulla scorta dei documenti preparati col contributo dei professori di teologia e di esperti. Tale attività durò quattro anni. Dopo gli incontri di vicaria sulla base delle osservazioni e del materiale raccolto furono preparati i testi da discutere nelle assemblee sinodali. Nel 1988 l’arcivescovo nominò vicario generale mons. Davide Beccerica, ma volle che io continuassi il lavoro per il sinodo. Fu fatta una commissione per la celebrazione del sinodo, della quale io ero presidente e don Francesco Monti segretario, e furono scelti i membri sinodali, alcuni nominati dall’arcivescovo, altri eletti nelle parrocchie, circa 250. Le assemblee sinodali si tenevano la domenica pomeriggio ogni quindici giorni e alla fine a ritmo settimanale. Don Francesco Monti fece un bel lavoro formulando a partire dai testi discussi e dalle osservazioni le proposizioni che poi venivano sottoposte a votazione. Questo lavoro durò più di due anni e nel 1994 il testo fu consegnato al vescovo. Si fece la celebrazione di chiusura nella chiesa di S. Francesco (in cattedrale c’erano i lavori) con la partecipazione di tutti i membri sinodali, di molta gente e la presenza di quasi tutto l’episcopato marchigiano. L’arcivescovo rilesse il testo e lo pubblicò nel 1995.

[Fu un’occasione di dialogo vero? Quali frutti ha portato?]

M\   Ha portato frutti, forse non come ci si aspettava. Il dibattito fu autentico. Ci furono momenti di discussione molto vivace su “chiesa locale” e “chiesa universale”, diocesi e parrocchie di fronte ai nuovi movimenti o aggregazioni ecclesiali, su parrocchia e liturgia domenicale, sulla celebrazione della pasqua, sulla partecipazione dei laici alla vita pastorale, e altro. Partendo da punti di vista molto distanti, fu un’occasione di crescita durante la quale sono emerse le ricchezze presenti in diocesi. Almeno alcune parti del testo finale sono, a mio avviso, di buon pregio e ancora di attualità.

[C’è un tuo rammarico ripensando a questo tempo? C’è qualcosa che avresti voluto fare e che è rimasto embrionale o non si è realizzato?]

M\   Quel che desideravo e si è realizzato solo in parte era raggiungere uno spirito di collegialità a tutti i livelli: tra vescovo ed organismi di partecipazione, tra clero nelle vicarie, tra parroci, tra preti ed organismi parrocchiali, tra preti e laici in genere, tra insegnanti negli istituti di teologia. Nonostante una visita pastorale, un congresso eucaristico, un sinodo e le tante settimane di aggiornamento non sono esplose quella comunione e quella collegialità che l’ecclesiologia del Vaticano II e tutto il concilio avevano messo a fondamento del rinnovamento della Chiesa. Mi sembra che sia un cammino lento ancor oggi.

 

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BELLUCCi mons. Alessandro di Fermo ingegnere e canonico amministratore dei beni del MONTANI, autore di teologia spirituale

MONS. ALESSANDRO BELLUCCI

Mons. Romano Alessandro Bellucci (1899-1973) benemerito sacerdote dell’arcidiocesi di Fermo, Prelato Domestico di Sua Santità, Arciprete della Basilica Metropolitana ha seguito la guida degli arcivescovi Carlo Castelli (1906- 1933), mons. Ercole Attuoni (1933- 1941), mons. Norberto Perini, (1941-1973) e mons. Cleto Bellucci.

Lo ricordano vivamente la sorella signora Giovanna Bellucci vedova Nazzaro, il nipote Romano con la moglie Annamaria Paci ed i figli Francesca e Decio Alessandro, la nipote Gabriella con il marito Franco Arnaboldi, il Capitolo Metropolitano, il Seminario Arcivescovile, la presidenza, il consiglio di amministrazione, il preside, i professori ed il personale dell’Istituto Industriale «Montani» e dell’annesso Convitto di Fermo, l’Associazione Nazionale ex Allievi del «Montani», la Sezione Marchigiana della Unione Cristiana Imprenditori Dirigenti, il presidente, il consiglio di amministrazione e la direzione del Consorzio Bonifica Valle Tenna, il Comitato Comunale della D. C. fermana.

La sua operosa vita sacerdotale era dedicata alla educazione dei giovani, all’insegnamento ed alle attività sociali e formative con profonda cultura scientifica e teologica, con senso di responsabilità, semplicità, affabilità e grande bontà d’animo.

Mons. Alessandro Bellucci era nato a Fermo il 1 agosto 1899 da antica e nobile famiglia. Fin da ragazzo aveva dimostrato rare doti di intelligenza e di amore verso lo studio. Conseguita brillantemente la maturità classica nel 1917, si iscrisse alla Facoltà di Ingegneria Civile e nel 1923 si laureò a pieni voti.

Nel periodo degli studi liceali ed universitari partecipò attivamente al Circolo « Silvio Pellico » della Gioventù di Azione Cattolica e per vari anni fu redattore di “Cultura Giovanile”, organo di tale circolo fermano, animato da don Federico Barbatelli. Fu iscritto alla FUCI romana, della quale fu vice presidente all’epoca in cui era assistente mons. Giovanni Battista Montini poi sommo Pontefice.

Appena laureato fu chiamato ad insegnare matematica all’Istituto Industriale «Montani» e successivamente fu docente di meccanica anche bibliotecario e si conquistò la stima e la simpatia degli alunni e dei colleghi. Insegnò matematica anche nel seminario dei chierici fermani.

Nel 1932, maturata la vocazione sacerdotale, lasciò l’insegnamento ed entrò all’Almo Collegio Capranica di Roma per gli studi teologici. Fu ordinato sacerdote il 25 luglio 1935 ed incardinato nella Diocesi di Roma fino al 1942, quando, nominato canonico della Metropolitana di Fermo, venne ad espletare il ministero sacerdotale nella sua città.

Tra le molteplici attività, collaborò per vari anni alla «Voce delle Marche» con articoli di fondo e di commento, che ancora oggi conservano viva attualità.

Nel dopoguerra tornò ad insegnare all’Industriale, prima matematica e quindi religione per molti anni, suscitando tale interesse dei giovani verso i problemi spirituali da dover corrispondere con lucidi chiarimenti alle pressanti richieste degli studenti. Questo materiale didattico gli servì per pubblicare, nel 1967, un libro, nelle edizioni Paoline, dal titolo «Legge morale e volontà di vivere». Fu professore anche del Seminario, dove fu titolare della cattedra di teologia spirituale.

Un rilevante incarico di mons. Alessandro Bellucci fu quello di componente d’amministrazione dell’Istituto Industriale «Montani», in seno al quale, per 23 anni, sino al gennaio 1971, svolse il ruolo di vice-presidente, prima a fianco del senatore Nicola Ciccolungo e poi del senatore Giorgio Tupini, che egli rappresentò per circa un ventennio alla guida dell’importante complesso scolastico riscuotendo larga stima anche dal Ministero della Pubblica Istruzione. Infatti fu incaricato, nel 1968, di tenere una relazione, alla Conferenza Nazionale dell’Istruzione Tecnica a Roma, sui nuovi metodi di assistenza nei convitti. Mons. Alessandro Bellucci è stato consulente morale del Gruppo marchigiano della Unione Cristiana Imprenditori Dirigenti, partecipando ai suoi vari congressi e convegni con dotte relazioni e pubblicando, per conto della stessa UCID, numerosi opuscoli ed articoli. Fu assistente della Sezione fermana dei Laureati Cattolici e presidente dell’Amministrazione Diocesana Immobiliare. Fu componente anche del comitato per l’erigendo nuovo Seminario. Il 21 settembre 1973 serenamente si è spento a Fermo, all’età di 74 anni, con il conforto della Benedizione Apostolica

 

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IACAPINI don ELIO sacerdote notizie biografiche brevi 1915 – 1982

Don ELIO IACOPINI parroco

Il 29 dicembre 1982 è piamente deceduto nella sua casa di Piane di Falerone dopo oltre dieci anni di infermità che lo aveva quasi del tutto paralizzato. Era nato a Ponzano di Fermo il 14 aprile 1915; compiuti gli studi, fu ordinato sacerdote dall’arcivescovo di Fermo Mons. Ercole Attuoni il 9 luglio 1939. Poi, per qualche anno, vicario cooperatore a Montottone, in Amandola, nella Parrocchia di S. Lucia a Fermo. La sua abituale generosità lo ha portato ad optare per il ministero pastorale tra i soldati durante la guerra; divenne Cappellano militare dei Bersaglieri; ed assistette coraggiosamente il suo reggimento nelle battaglie e nelle avanzate della guerra di liberazione, negli anni 1943 e 1944. Terminata la guerra l’arcivescovo Mons. Norberto Perini lo invitò a rientrare in Diocesi e lo nominò parroco a Piane di Falerone. In questa parrocchia creata di recente, c’era tutto da fare nuovo: edificare la Chiesa, la casa canonica, le attrezzature parrocchiali. Egli realizzò tutto con pazienza e perseveranza, perfino con allegro ottimismo. Per quasi trenta anni ha retto la parrocchia con ammirabile zelo; parroco stimato dai confratelli e dai superiori ecclesiastici, benvoluto dalla sua gente per la sua dedizione e per la sua serena allegria, che lo rendeva accetto anche ai lontani dalla pratica religiosa. Poi cadde ammalato, divenne quasi paralitico, coronando così la sua fervida attività pastorale con la sofferenza, che lo ha reso più vicino al Salvatore Crocifisso. La gente di Piane volle che rimanesse sul posto, in mezzo a loro, e non mancò di aiutarlo e confortarlo in tutte le maniere. In morte tutti lo piansero; ed il suo funerale fu onorato dalla partecipazione di gran folla di fedeli, da un gran numero di sacerdoti concelebranti, da un picchetto di Bersaglieri col cappello piumato, quel cappello di cui d. Elio si era dimostrato così fiero e orgoglioso, non meno che dell’abito sacerdotale.

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