Servigliano anno 1108 Il vescovo Azzolino costruisce un nuovo castello a Servigliano, con una associazione di famiglie in comune

Patti tra i signori locali e il Vescovo di Fermo, riguardo al nuovo castello di Servigliano da fortificare e popolare. Nota che ci sono due copie di questo atto, diverse nei nomi propri dei concessionari e nei toponimi, quindi con una seconda trascrizione falsificata. La prima copia ha molti più errori di latino e vocaboli simili al dialetto. Si riportano le diversità nella traduzione dal latino:
“Nel nome del Signore. Nell’anno della sua incarnazione 1108, il quindicesimo giorno alle calende di maggio (=17 aprile) indizione prima, a tempo del regno di Enrico figlio del defunto Enrico imperatore. Pagina di obblighi di fermissima sicurezza dei patti che facemmo noi
|nota| qui le due diverse redazioni di epoca diversa, una antica, l’altra successiva copiata con cambiamenti, falsificando. Si riportano separate le due copie e il segno + significa aggiunge:
\copia precedente\ Rodaldo di Folcherio (poi Folberio) e noi figli
di Attone: Paganello e Alberto insieme; e noi figli di Rustico:
Baroncello e Paganello; e Rustico di Morello insieme; e noi
figli di Borello Gisone e Carbone; e Gualtiero di
Carbone, e Tebaldo di Offredo, e Alberico di Rustico insieme; e
Trasberto figlio di Rollando; e Gualtiero di Mainardo; e Rustico
di Baroncello insieme; e Baroncello figlio di Gentile
\ copia successiva\ Bonomo, Giberto e Trasmondo figli di Alberto di
Radone per noi e per Pietro che è e se arriverà ad essere
maggiorenne, lo faremo testimoniare e assicurare su
questo; noi Enrico e Guido figli di Corrado per noi e per
Corrado che è figlio di nostro fratello Trasmondo
e se arriverà ad essere maggiorenne, lo faremo
parimenti testimoniare e assicurare su questo
cioè, promettiamo ed obblighiamo noi ed i nostri eredi (e successori) in perpetuo verso te, don Azione (Aczone), per grazia di Dio vescovo della Chiesa fermana e verso i tuoi successori in perpetuo che faremo lo scavo e le mura di chiusura e faremo l’insediamento delle famiglie nel monte di Sorvelliano (in seguito Sorbiliano) a vantaggio della vostra terza (nel seguito dice nostra) porzione
\copia precedente\ Io Baroncello figlio di Gentile
per un modiolo che tu (vescovo) mi desti dalla terza
parte che rimase a me \
come abbiamo ricevuto da voi con la permuta e difenderemo ciò contro tutti gli uomini e andremo ad abitarvi
\ copia successiva\ noi predetti figli di Alberto assegneremo il
castello detto Santa Croce e manderemo i castellani
al monte di Sorbiliano; noi figli di Corrado
assegneremo il castello di Montecupo e manderemo
i castellani al sopradetto monte (di Sorbiliano)
\\copia precedente\ e manderemo qui alcuni dei castellani
che abbiamo fra L’Ete e il Tenna, dal fosso Casseto, passa
attraverso il fosso di Tassiano verso Tenna e dal trivio che da
Sorvo va verso Tenna e passa attraverso il fosso di Casario
verso l’Ete, cioè da Mariano (?Marano), e da Belluco di San
Giovanni, e dal castello Centurisco, e dal poggio di Sparagario
e da altri luoghi dove abbiamo (castellani) entro questi confini
e li potremo mandare ivi convenientemente senza inganno.
E non venderemo, né doneremo, né permuteremo con un popolo
più potente gli uomini e le terre che abbiamo entro queste senaite
non per dono pro anima lo aggiudicheremo ad altra
Chiesa, ma solamente alla Chiesa di santa Maria dell’episcopato
Fermano. Sempre, in ogni tempo, quando una qualunque generazione
delle case (=famiglie) sopradette sarà finita, tutti i suoi beni
addivengano alla Chiesa Fermana. Noi non abbandoneremo il castello
Tutti noi promettiamo per noi e per i nostri eredi e successori in perpetuo che non abbandoneremo né distruggeremo il castello di Sorbiliano \Servigliano e qualora fosse distrutto o devastato a causa di guerra o di fuoco o in qualche altro modo, lo aggiusteremo e ricostruiremo gli edifici e ristabiliremo le case (=famiglie) ivi per la nostra terza porzione.
Noi soprascritti, su interrogazione, promettiamo e ci obblighiamo verso te predetto Vescovo che non venderemo, né doneremo, né permuteremo, né affitteremo, cioè non cambieremo la nostra porzione, né in tutto, né in parte, con nessuna persona grande o piccola, maschio o femmina, né cederemo alla moglie in occasione di spartizione
(copia successiva) quarta parte
né a figlia in occasione di successione, né daremo ‘pro anima’ a chiese, se non alla predetta chiesa di Santa Maria dell’episcopato fermano, eccetto che volessimo dare in frode
(copia successiva) in feudo
ai nostri castellani con atti di vendita, dono, permuta, secondo le condizioni ed i patti con cui abbiamo avuto ciò dalla Chiesa Fermana. Se qualcuna delle nostre case (famiglie) unitamente, come abbiamo scritto sopra
(copia successiva) e se o la nostra casa (famiglia) cioè di
Alberto o la casa (famiglia) dei figli di Credone (?Corradone)
rimarrà senza erede maschio di discendenza da moglie sposata per mezzo di maschi liberi nati da mogli sposate, la parte di quella casa(famiglia), che rimarrà senza erede maschio, ritorni con ogni miglioramento che nel tempo vi sarà, alla Chiesa di Santa Maria +dell’Episcopato Fermano+, dal quale noi lo ricevemmo; e non sia lecito chiedere o ritenere (rivendicare) o prendere qualcosa, per motivo di parentela a coloro che saranno sopravvissuti da un’altra casata.
Promettiamo e ci obblighiamo noi soprascritti che qui non accoglieremo mai un nemico della predetta chiesa dell’Episcopato Fermano, a danno della Chiesa, o del Vescovo che nel tempo vi sarà.
Promettiamo e ci obblighiamo noi e i nostri eredi o successori in perpetuo verso te Azo vescovo e verso i tuoi successori che qui tra le senaite (+) del castello, cioè da capo la Via pubblica, ai due lati fra i due fossati, cioè tra la valle che va da Quercia Bonelli verso la Valentilla e il fossato da Fonte Casuli che va verso Ripa Prode e da piedi Ripa Prode ritorna alla Valentella, non assaliremo, non ci impadroniremo, né uccideremo te, né il tuo successore, né alcun nunzio della Chiesa, non toglieremo alla predetta Chiesa, né al suo nunzio la sua porzione dell’anzidetto castello di Servigliano (Serbiliano) né faremo violenza, né invaderemo, né consentiremo mai ad alcuno di prendere, forzare o invadere; invece daremo aiuto alla parte della Chiesa, per stare alla sua fedeltà con buona fede, senza frode, da parte di tutti gli uomini.
Ci obblighiamo e promettiamo verso te Vescovo predetto e verso i tuoi successori in perpetuo che non compreremo dalla Chiesa, fra le senaite (+) del castello\ se non secondo la legge con cui è regolata la Chiesa, nei modi della Chiesa secondo cui è ammesso dare.
Riconosciamo e assicuriamo alla medesima Chiesa due parti delle decime che da lei avevamo e metà di tutte le offerte dei morti.
(Frase mancante nella copia successiva) Riconosciamo e assicuriamo a te gli uomini e le terre della predetta Chiesa
terre da noi prese senza avere giusta acquisizione sin dal tempo del vescovo Ulderico|\.
Promettiamo a te ed ai tuoi successori che non faremo danno ad arte, oltre i dodici denari per anno, nei beni della Chiesa e dell’omaggio suo. (nella copia successiva: dei suoi uomini)
Qualora noi, o i nostri nunzi, o chiunque dei nostri, avesse dato danno, senza malizia, a voi, o a qualcuno dei vostri, o abbia fatto assalto a voi, o a qualcuno dei vostri, entro i quindici giorni seguenti alla querela, farà ammenda o gli faremo fare ammenda. Se però ci sarà dubbio e se negheremo (sarà negato), la persona calunniata espierà secondo la legge e secondo la qualità della causa.
Se non adempiremo o non osserveremo tutte le cose precedentemente scritte, o tenteremo di falsificarne qualcuna, promettiamo noi e i nostri eredi, a te Azo, vescovo stipulante per la Chiesa (nella copia successiva manca “per la chiesa”) o ai tuoi successori in perpetuo, di soddisfare la pena di cento bizanti di ottimo oro
(nella copia successiva) cinquecento bizanti
per ciascuna delle famiglie congiuntamente come detto sopra; e dopo pagata la pena, tutte le promesse soprascritte rimangano invariabili e irrevocabili; e dopo pagata la pena, tutte le promesse soprascritte rimangano invariabili e irrevocabili. Allo scopo che tutte queste cose siano più stabilmente custodite, promettiamo di osservarle tutte, con il giuramento religioso, toccando i sacri vangeli.
Ci furono Grimaldo e Tebaldo figli di Alberto, Berardo e Todino figli di Lungino (Longino), Gualfredo di Rodaldo, Alberto di Faidone, Alberto di Pagano, richiesti come testimoni alla presenza di molti altri testimoni e di fedeli della predetta Chiesa e altri.
Scrissi completai il rogito io Gualtiero giudice e notaio richiesto dal predetto Vescovo
(nella copia successiva+) e dai conti
(Nomi mancanti nella copia successiva) e Rodaldo di Folcherio con i suoi fratelli, Baroncello con il fratello e i figli di Rustico,Rustico di Morello e gli altri sopra etti.”

NOTA per gli atti non originali, ma rifatti per documentazione. Ci furono atti scritti una seconda volta, come contratti che prolungavano la loro validità con i successori dei primi contraenti, e per tale fatto abbiamo la duplice redazione degli accordi serviglianesi: una prassi riconosciuta e valida ufficialmente. Lo testimonia la pergamena n° 1612 dell’archivio comunale di Fermo che esprime gli accordi fatti in data 12 agosto 1224 fra i rappresentanti dei cittadini di Fermo e dei maggiori castelli della Marca Fermana con il Vescovo. Promisero solennemente di difendere per quanto loro possibile la giurisdizione concessa alla Chiesa Fermana dal papa e dall’imperatore e nello stesso tempo di conservare il loro buono stato e le loro consuetudini di libertà vigenti. Allo scopo avrebbero praticato l’aiuto vicendevole con tutte le loro forze. I patti antichi erano chiamati istromenti, privilegi, composizioni, ecco l’impegno per il vescovo: Se qualche castello non ha l’atto o privilegio e vuol trovarlo di nuovo a somiglianza di qualche atto concordato dal suo antecessore, secondo la scelta del richiedente, il vescovo è tenuto a concederlo ed osservarlo.

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STUDI STORICI FERMANI E LA STORIOGRAFIA CHE SERVE. Orientamenti e dubbi

STUDI STORICI FERMANI. Ci si domanda a che cosa questi servirebbero gli Studi Storici Fermani; come chiedersi a che cosa serve la storiografia o che cosa fa lo storico. La risposta più comprensibile è che la storia viene scritta per narrare la vita delle persone del tempo passato sulla base delle testimonianze d’oggetti e di scritti del loro tempo.
“Studi Storici Fermani” fondato da Gabriele Nepi nel 2009 presso l’Agenzia delle Entrate di Fermo tende a pubblicare i documenti scritti e le testimonianze per la storiografia. E’ utile la Guida di Fermo del Nepi stesso. Senza testimonianze documentali si crea soltanto la narrativa da romanzo. Ma vale o no questa insistenza sui documenti? Leggiamo alcuni pensieri scritti da Horst Fuhrmann che è stato presidente dei Monumenta Germaniae Historica (documenti di storia). Nel suo libro “Guida al Medioevo” 2004 p. 227 dice che esiste “il pericolo di sclerotizzarsi in un virtuosismo editoriale (che) era ed è consistente. Ogni fonte, al di là dell’edizione del suo testo, spinge a una presa di posizione ed è necessario per la sua retta comprensione considerare gli aspetti e i campi che esulano da esso: cioè quelli sociali, sociologici, teologici e altri ancora […] Più importante di un’indagine testuale, sempre rivolta ai particolari, è la consapevolezza generale che occorre prima di tutto penetrare nell’effettiva comprensione degli scritti e dei tempi. Le scoperte fondamentali non sono state fatte nell’apparato critico, ma riguardano l’individualità dei nostri antenati e dei tempi passati. Curarsi del testo corretto significa anche curarsi della giusta comprensione della tradizione studiata criticamente, e un editore di fonti deve tenere presenti e prendere in considerazione entrambi gli aspetti. Ma perché lo storico sia messo in grado di cercare la giusta interpretazione, ha bisogno della tolleranza liberale e del sostegno della società: un presupposto che non si è realizzato in tutti i tempi e in tutti i luoghi. In questo senso non c’è nessuna historia perennis determinata per così dire in modo antropologico […] nessuna eterna storia o filologia in grado di ricercare costantemente l’essenza dell’altrui umanità. Gli spazi liberi in cui queste scienze fioriscono possono andare perduti …”
Nell’esperienza del giornalista Gabriele Nepi e di alcuni storiografi Fermani possiamo notare il loro preoccuparsi dei presupposti che danno comprensione ai documenti, così Michele Catalani, Giuseppe Fracassetti, Gaetano e il fratello Raffaele De Minicis, Giuseppe Crocetti, Giovanni Settimi, Giuseppe Michetti, Giuseppe Santarelli e altri.
D’altra parte ci si può domandare se la storiografia che desideriamo veritiera ed oggettiva non venga ridotta ad un enorme groviglio di legittimazioni soggettive connesse tra di loro. E’ da rendersi conto del fatto che nel 1995 sono stati pubblicati i volumi 40, 41, 42 con titolo “Antichità Picene” di Giuseppe Colucci contenenti “Catalogus scripturarum omnium diplomatum aliarumque veterum chartarum quae in archivio (!) veteri civitatis Firmi asservantur a Michele Hubart leodiense belga concinnatus et a Josepho Nicolao Herionio cronologico ordine digestus” : perché gli storiografi da vent’anni non lo citano? Se fosse per il latino cercheremo chi traduce questo repertorio di documenti Fermani in stragrande maggioranza sconosciuti agli storici.

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MONTEGIBERTO (FM) scrigno del santuario della Madonna delle Grazie. Notizie desunte dagli studi di SANTARELLI Giuseppe

IL SANTUARIO DI S. MARIA DELLE GRAZIE A MONTE GIBERTO.
Notizie desunte da studi di Santarelli Giuseppe montegibertese.
Un’antica cappella medioevale di s. Margherita, a Monte Giberto, è divenuta la chiesa di S. Maria. L’edificio ha subito nel tempo diversi restauri e trasformazioni: nel 1567, fu rinforzato con robuste mura, utilizzando le offerte dei devoti, e contemporaneamente la sua navata mediana fu ampliata e munita di basse colonne rotonde, le quali dividevano l’altra navata di settentrione. Nel 1569-1570 fu rifatto il pavimento. In un periodo di fervida devozione verso il santuario, nel 1572 fu aperta anche una nuova strada per l’accesso comodo nell’inverno al luogo sacro. La strada, uscendo da Porta da Sole del Castello, costeggiava allora le mura di cinta da quel lato, verso il santuario, secondo un tracciato non molto diverso da quello attuale. Alle due navate, nel 1580, fu aggiunta l’altra navata con portico nel prospetto verso il mezzogiorno, con l’opera di un tal Pietro muratore lombardo. Più tardi, nel 1629, la navata centrale fu alquanto rialzata.
Le varie trasformazioni avevano fatto dell’edificio un ibrido coacervo architettonico. E così, a metà del secolo XVIII l’edificio più volte restaurato, nel 1757 fu abbattuto. E lo fu in un periodo in cui esistevano i mezzi economici ed era in voga una cultura pre-illuministica che preferiva le forme classiche, razionalmente concepite nelle proporzioni e nell’armonia.
Con l’autorizzazione di Alessandro Borgia, arcivescovo di Fermo, fu innalzata la costruzione della nuova chiesa, su disegno e direzione dell’architetto ticinese Giambattista Vassalli della diocesi di Lugano, in uno stile che coniuga elementi tardo barocchi con elementi di gusto classico. Fu poi abbellita con ornamentazioni a stucchi di Giovanni Campana di Ravenna e di Giampietro Gabuti, pure della diocesi di Lugano. La costruzione della chiesa, a tre navate, con tre altari laterali a destra e a sinistra, fu terminata dopo circa 20 anni.
Il santuario dal medioevo, custodisce, sull’altare maggiore, entro un baldacchino decorato, la piccola statua della Madonna delle Grazie, un gioiello di devozione e di arte scultorea. Il preziosissimo simulacro in marmo viene attribuito ad uno scultore di arte pisana del secolo XIV.
Dietro l’altare si trova una tela restaurata raffigurante la Natività di Maria, copia pregevole di un dipinto di Annibale Carracci, già a Loreto ed oggi a Louvre. L’ignoto copista potrebbe essere il Gilberto Todini (nato a Monte Giberto nel 1701) autore forse anche delle altre due grandi tele, anch’esse probabilmente copia, esposte nel presbiterio.
L’organo è stato realizzato da Angelo Morettini di Perugia nel 1830: ha una facciata di 25 canne, una tastiera di 50 tasti e una pedaliera a leggio di 15 tasti.
Nell’abside si scorgono gli affreschi eseguiti da Ludovico Catini, dopo il 1916, con figure ed emblemi Mariani: decorosa opera giovanile con echi di arte liberty floreale, occhieggiante il De Carolis. Nella volta, scolastiche figure mariane di Armando Moreschini, del 1946.
Il manoscritto dell’archivio arcivescovile fermano, databile al 1765 ca. e intitolato: “Della sagra immagine di Santa Maria delle Grazie” offre molte notizie sul santuario di Monte Giberto. Fra i vari altari, quello della Madonna del Rosario, fondato dalla Confraternita della Madonna delle Grazie nel 1580 e ornato con una tela che l’autore di questo manoscritto dice: “dipinta nella scuola del Pagani”. L’altare fu poi rinnovato e abbellito da Giovanni Pietro Gabuzi nel 1763, e vi fu collocata l’antica tela. Quasi sicuramente questo dipinto deve identificarsi con quello ora accantonato nella sagrestia della Confraternita del Sacramento, contigua alla chiesa di S. Nicolò. Raffigura al centro la Madonna con il Bambino, a sinistra i Ss. Domenico, Nicolò, Giberto, e Giovanni Battista, a destra S. Caterina da Siena e, dietro, i volti giovanili di una donna e di un uomo.
La data accertata 1580 può aiutare a ipotizzare un’attribuzione del quadro, senza riferimento alla “scuola del Pagani”. Vincenzo Pagani morì nel 1568, né si conoscono suoi seguaci, ai quali poter assegnare per lo stile questo dipinto. L’anonimo pittore si mostra aggiornato, perché rivela di essere a conoscenza di un noto dipinto di Paolo Veronese (1528-1588) raffigurante Il Matrimonio mistico di S. Caterina (cm 337 × 241) eseguito nel 1575 per la chiesa veneziana di S. Caterina e ora custodito nella Galleria dell’Accademia di Venezia. Infatti, l’autore della tela montegibertese qui riprende l’idea delle due colonne scanalate, con quella interna capitellata, avvolta parzialmente da un drappo, a ridosso delle quali sta la Vergine con il Bambino; come pure vi si ispira per il gruppo dei due angioletti librati nel vuoto, in alto. La tela, dall’impegnativa e solenne impaginazione, si inserisce in quella fervida stagione pittorica degli ultimi due decenni del secolo XVI che ha caratterizzato le Marche, dove si diffuse ad ampio raggio la devozione alla Madonna del Rosario. Il dipinto è ancora in buone condizioni e merita più attenzione. Potrebbe essere ricollocato nel santuario della Madonna delle Grazie, da dove proviene.
Monte Giberto ha avuto un pittore, Gilberto Todini, di famiglia montegibertese, che ha creato vari dipinti per il culto Mariano. A Monterubbiano (FM), nella collegiata di santa Maria dei letterati, una sua tela raffigura la Madonna di Loreto e i santi Stefano e Vincenzo, con data 1770. A Montelparo, la chiesa di Sant’Agostino custodisce una tela raffigurante la Madonna di Loreto con le sante Rita da Cascia e Chiara da Montefalco. Viene attribuita al nostro Todini.
\\ A MONTE GIBERTO UNA TELA INEDITA DEL 1580.
Lo storico dell’arte, Bernard Aikema è del parere che la tradizione iconografica della ‘Madonna del rosario’ in Italia, abbia avuto origine, nel Cinquecento, nelle Marche, e indica due artisti: Giulio Vergari di Amandola e fra’ Fabiano da Urbino, autori di due quadri della Madonna del rosario. Il primo dipingeva una tela per la chiesa di Sant’Arcangelo di Bolognola (MC) nel 1519 e il secondo ne eseguiva un’altra per la chiesa parrocchiale di Cancelli di Fabriano (AN) nel 1533, con le scene dei quindici misteri, diversamente disposte.
E’ stato, però, Lorenzo Lotto a costituire, in materia, un modello e uno stimolo per i pittori marchigiani con la celebre “Madonna del rosario e Santi”, eseguita per la chiesa di S. Domenico a Cingoli (MC) nel 1539, decorata con le quindici storie dei rispettivi misteri in altrettanti tondi.
Spesso erano le confraternite del Rosario a commissionare gli stendardi e le pale d’altare con il soggetto in questione. Un notevole dipinto, raffigurante la Madonna del rosario e santi con i quindici ovali dei misteri tutt’intorno, sinora sconosciuto, si conserva in un locale della parrocchia di S. Nicolò, a Montegiberto (AP). Il dipinto è stato eseguito nel 1580 su committenza della Confraternita montegibertese della Madonna delle Grazie, e fu collocato in un altare laterale nell’omonimo santuario delle Grazie, dove poi sorse la Confraternita Montegibertese del Rosario.
L’impostazione generale e i motivi iconografici ci riconducono subito all’ambiente dei lotteschi. Vi è svolto il tema consueto della Madonna in trono con il Bambino, il quale, mentre con la mano sinistra stringe una rosa, con la destra, tramite un angelo, consegna la corona del rosario a S. Domenico, dopo averla consegnata a S. Caterina da Siena. Dietro la figura di S. Domenico, sono rappresentati tre santi, molto venerati a Monte Giberto: S. Nicolò da Bari, con mitria e pastorale, patrono del paese, al quale è dedicata la chiesa parrocchiale; S. Giovanni Battista, a cui è dedicata un’altra chiesa; e S. Antonio Abate con il pastorale, santo di cui è devota da tempo immemorabile la popolazione rurale del luogo. Dietro la Vergine si scorge un angelo, elegante e composto, che reca in mano un cesto di rose. In alto, due angioletti, tra sei teste di cherubini, in bilico nel loro simpatico volo, reggono ramoscelli di rose fiorite. Sono veramente deliziosi. Sullo sfondo, accanto a due maestose colonne, spicca un bel roseto fiorito. Il roseto è un tema ricorrente in questa materia e trova un esempio insigne nella tela cinquecentesca del Lotto, dove i tondi dei Misteri del rosario sono inseriti proprio in un roseto fiorito.
Il dipinto di Montegiberto si fa apprezzare per l’impaginazione, robusta e sicura, ideata diagonalmente, secondo un modulo classico ricorrente e sempre efficace. Due colonne scanalate, con capitelli corinzi parzialmente visibili, avvolte da due drappi verdeggianti, conferiscono solennità alla scena, composta e maestosa, aperta su un cielo percorso da strisce rosse e da nubi al tramonto e animata, in alto, dallo stupendo alone con cherubini e angioletti. I volti dei personaggi, pacati e un po’ assorti, creano un’atmosfera di meditativo e pensoso colloquio, sfociante in preghiera. Si notano le tonalità, con i rossi e i gialli prevalenti, una cromia di colori nella veste della Vergine, il rosso e il blu.
Il putto alato che distribuisce le corone a S. Domenico, vigoroso e tornito, ci riporta a quel clima pittorico del tardo-cinquecento marchigiano. Gli ovali dei quindici Misteri dipinti nella tela montegibertese recano ricche cornici in stile tardo manieristico, che trovano riscontri, fra l’altro, anche in alcuni riquadri ornamentali a stucco della cappella dei duchi d’Urbino nella basilica lauretana, decorata negli anni 1571-1583.
Le scritte, in caratteri maiuscoli, tradiscono l’antichità della pala per la grafia arcaica, che è riscontrabile anche nell’ultimo Cinquecento: ORACIONE NE LORTO, CRUCIFISSO, RESURETIONE, MISIO’ DE LO SPIRT° SATU [= mis(s)ione de lo Spir(i)to Sa(n)tu]. Vi è anche qualche svista: ASCENSSIONE.
L’ordine di successione delle singole scene dipinte negli ovali è sempre varia, da autore ad autore. Lo sconosciuto pittore della tela inedita di Montegiberto inizia con l’Annunciazione nell’ultima sezione destra della fascia superiore e continua lungo la fascia destra con gli altri ministeri gaudiosi; prosegue poi con i misteri dolorosi, a partire dalla ‘Oracione ne l’Orto’, lungo tutta la fascia inferiore, per finire nel primo riquadro della fascia sinistra, raffigurante il ‘Crucifisso’; e termina con i misteri gloriosi che occupano il resto della stessa fascia e i due terzi di quella superiore, con al centro l’Incoronazione. Tra le caratteristiche peculiari dei pittori dell’ultimo Cinquecento marchigiano rientra anche la scritta didascalica sulla base del trono della Madonna, coperto da un drappo giallorosso: SUAVIS AD DEUM ODOR ORATIO (Soave profumo presso Dio è la preghiera). Si riscontrano altrove esempi di didascalie, per soggetti differenti, come, ad esempio, fa Simone de Magistris (1538 – dopo 1611) autore, fra l’altro, di una Madonna del rosario con i quindici misteri nei riquadri, dipinto del 1575 esistente nella collegiata di S. Ginesio (MC).
In conclusione, la tela montegibertese che va assegnata esattamente all’anno 1580; nelle ‘Visite Patorali’ canoniche da parte degli arcivescovi di Fermo, risulta come immagine di uso liturgico. Gli ovali di questo dipinto costituiscono piccole deliziose scene, compiute in se stesse, con ascendenze lottesche e raffaellesche e, comunque, tipiche di quella fervida e feconda stagione pittorica degli ultimi tre decenni del Cinquecento nelle Marche.
È da dire infine che ci si trova davanti ad un quadro che invita a pregare a meditare sui misteri mariani del rosario, dietro lo stimolo anche dell’immagine di San Domenico, a mani giunte, in pacato e dolce atteggiamento orante. ‘Suavis ad Deum odor oratio!’
Bibliografia essenziale sul dipinto del 1580: B. AIKEMA, “La Pala di Cingoli”, in “Lorenzo Lotto – Atti del Convegno ad Asolo nel 1980”, Treviso 1981, pp. 443-56; P. DAL POGGETTO, “Madonna del rosario e santi” (di Lorenzo Lotto), in “Lorenzo Lotto nelle Marche Il suo tempo. Il suo influsso”. Firenze 1981, pp. 338-41; D. MATTEUCCI, “Il culto del Rosario nelle Marche e i dipinti del Ramazzani”, in ‘Sestante’ agosto 1990, pp. 2-8. Dopo un articolo del 1991 Giuseppe Santarelli ha trattato di questo dipinto nel volume: ”Monte Giberto. Origini e primo sviluppo (secoli XI-XV). Ancona 1998 pagg. 66-67, nota 111.

–\\ IL CULTO MARIANO – LAURETANO A MONTE GIBERTO
Non esiste comune delle Marche in cui non si rinvengano testimonianze di devozione verso la Madonna di Loreto. In alcuni centri maggiori i segni sono luminosi e storicamente significativi. Anche nei piccoli paesi si hanno testimonianze di storia e di devozione legate al santuario di Loreto.
Fra gli altri, a Monte Giberto (FM) che è uno dei più bei castelli di Fermo, issato su una verde collina, con un centro urbano settecentesco, mirabile per il disegno dei suoi edifici di laterizio, umili e nobili ad un tempo, i quali al tramonto si tengono di rosea veste luminosa.
Le sue chiese esibiscono un elegante interno di gusto settecentesco che coniuga residui barocchi con elementi neoclassici per una soluzione armonica e sobria. Lo splendido santuario della Madonna delle Grazie, ricostruito ed ampliato nel 1757, a tre navate ha il veneratissimo simulacro della ” B. Vergine con il S. Bambino “ scolpito su un marmo del nel secolo XIV e giudicato di scuola pisana.
La chiesa di San Giovanni Battista, ricostruita nel 1771, un tempo custodiva un pregevolissimo dipinto di Carlo Crivelli, eseguito nel 1478 ad Ascoli, su commissione della comunità Montegilbertese, e andato disperso.
Oggetti d’arte impreziosiscono anche la chiesa parrocchiale di S. Nicolò; come il bel dipinto ad olio su tela raffigurante la ‘Madonna del Rosario’ di un pittore della seconda metà del secolo XVI e una ‘Ultima cena del Cristo’ dipinta a Firenze nel 1602 su commissione della confraternita del Santissimo Sacramento, annessa alla chiesa parrocchiale. Meritano menzione, fra gli oggetti d’arte e di devozione di questa chiesa anche un dipinto e un gruppo scultoreo ambedue di soggetto lauretano.
\\
UN DIPINTO DELLA MADONNA DI LORETO. Nella parrocchia S. Nicolò a Monte Giberto, è custodita una grande tela raffigurante la “Vergine Lauretana con il Bambino ed alcuni santi ai lati”. Un prezioso ‘Inventario del benefizio della Ss. ma Vergine di Loreto nel castello di Monte Gilberto fatto per ordine dell’em.o e rev.mo Urbano Paracciani arcivescovo e principe di Fermo, il 31 ottobre 1771 ‘, conservato nell’archivio arcivescovile di Fermo, ci informa sulla storia di questa tela che faceva parte di un altare dedicato alla Madonna di Loreto esistente già nell’antica e ora rimasto nell’attuale rinnovata chiesa di San Nicolò.
Vi si legge che all’altare eretto sul lato destro della chiesa (rispetto all’entrata) sotto il titolo di “Maria Ss.ma di Loreto” era stato dedicato un nuovo beneficio nel 1686 da Delio Tacchini di Monte Giberto. Nel quadro fatto dipingere erano raffigurate le immagini della Vergine con il suo Bambino e di s. Giacomo apostolo, di s. Barnaba, di s. Giacomo, di s. Tommaso di Canterbury, di s. Nicola da Tolentino e dei ss. Felice ed Adautto. Nel mezzo era stato fatto effigiare lo stemma del comune di Monte Giberto. Il quadro, veniva misurato, nell’Inventario citato, in palmi otto e mezzo di altezza (pari a circa 215 cm.) e in palmi cinque e mezzo in larghezza (pari a circa 140 cm.). Aveva una cornice color giallo.
Il beneficio, che era stato dotato da Delio Tacchini, con suo testamento rogato il 26 novembre 1677 dal notaio Alessandro Ruggeri, comportava l’obbligo che vi si celebrasse una s. Messa per settimana a suffragio delle anime della propria famiglia. Il testamento, inoltre, lasciava al Comune di Monte Giberto una casa, affinché questa, dopo la morte di “donna Giacoma”, sua moglie, fosse venduta dallo stesso Comune che doveva impegnarsi a portare a compimento e a provvedere l’altare lauretano, nella chiesa di S. Nicolò, di tutte le cose necessarie per la celebrazione della s. Messa settimanale. In effetti, il Comune vendette la casa e ne ricavò una modica somma di scudi, come risultava dall’istrumento stilato dallo stesso notaio Alessandro Ruggeri il 28 marzo 1678. Gli scudi, su mandato del Comune, furono consegnati ai sacerdoti don Giacinto Angelucci e don Nicola Ruggeri e a un certo Simone Cicchitto, deputati a portare a compimento quanto servisse per l’altare, come stabiliva la delibera dello stesso Comune, comunicata il 6 marzo 1680 ai suddetti deputati che ne diedero ricevuta, segnata a tergo della delibera il 21 luglio 1681.
L’autore dell’Inventario aggiungeva che “si può probabilmente credere” che il denaro fosse stato usato per lo scopo stabilito, dato il fatto che nella chiesa antica di S. Nicolò – ricostruita nel 1749 – questo altare si presentava dotato e veniva officiato, come risulta dalla sacra visita del cardinale Urbano Paracciani, arcivescovo di Fermo, effettuata nell’aprile del 1770, durante la quale l’arcivescovo incaricò il Comune a documentare l’erezione e la dotazione dell’altare in esame.
Questo altare, informa l’Inventario, fu iniziato dal Comune che lo fece erigere in memoria della ” Traslazione della Santa Casa di Nazareth in questa Provincia della Marca”, con l’autorizzazione del cardinale Giovanni Francesco Giannetti, arcivescovo di Fermo, rilasciata il 21 marzo 1686. L’Inventario elenca anche i mobili e le suppellettili dell’altare: croci, carteglorie, candelieri, vasetti, tovaglie, cornucopie, pianete, camici e altro. L’interessamento del Comune nel compimento dell’altare spiega la raffigurazione dello Stemma comunale di Monte Gilberto nella stessa tela. La quale presenta alcuni santi che riscuotevano devozione con dedicazioni, nella diocesi di Fermo, come s. Nicola da Tolentino (a destra) con il giglio in mano; i santi martiri romani Felice e Adautto (a sinistra in alto) venerati a Massignano(dove è dedicata a loro una chiesa rurale); S Giacomo (a sinistra) con il rotolo in mano, allusivo della sua lettera apostolica, probabilmente considerato protettore di “Donna Giacoma”, moglie del testatore Delio Tacchini; San Barnaba (a destra) l’apostolo patrono di Carassai; San Tommaso di Canterbury (a destra) con il libro e pastorale (la cattedrale di Fermo conserva la reliquia della sua Casula); San Girolamo (a sinistra) dottore della Chiesa e traduttore della Bibbia. Forse erano santi legati alla devozione personale del testatore.
Il dipinto fu eseguito probabilmente poco dopo il 1686. Rappresenta la Vergine Lauretana, a figura intera, con il Bambino in braccio, coronata di triregno e avvolta da suntuosa dalmatica, secondo lo schema iconografico diffuso nel tempo. Ai lati, al di sotto di due lampade, si scorgono due Angeli recanti un candelabro ciascuno, elementi ricorrenti nella raffigurazione iconografica Lauretana del secolo XVII.
Sembra opera di mano abbastanza esperta, come si può dedurre dalla buona impaginazione e da una certa accuratezza nella finitura dei volti, specie della Madonna e del Bambino. La mente correrebbe all’ambito della bottega di Giuseppe Ghezzi di Comunanza, a quel tempo attivo a Roma e legato al Pio sodalizio dei Piceni in San Salvatore in Lauro, che tanto promosse, anche sul piano artistico, il culto mariano lauretano.
“ LA MADONNA DE LI CUPPITTI” Nella stessa chiesa parrocchiale di S. Nicolò, si conserva un gruppo ligneo policromo raffigurante la Madonna di Loreto con il Bambino sopra la Casetta. È la classica raffigurazione scultorea che nel centro- nord delle Marche viene detta “Madonna del tettarel” e nel centro- sud “Madonna de li cuppitti”, per il fatto che la figura della Vergine posa sopra il tetto o sopra i coppi della casetta.
Quasi ogni comune delle Marche conserva simulacri del genere. Alcuni di essi furono esposti nella mostra sull’Iconografia della Vergine Lauretana nell’arte, e tenutasi a Loreto nel 1995 e illustrati nel rispettivo Catalogo da Massimo Di Matteo. L’usanza di riprodurre il modellino della Casa Lauretana si diffuse nella regione dopo che, nel 1613, la Congregazione della Marca, con apposita delibera, invitava i Comuni della Provincia a solennizzare con processione la festa della venuta della Santa Casa in terra Picena, il 10 dicembre di ogni anno.
Codesti elaborati lignei risalgono in gran parte ai secoli 17° e 18° e in parte al secolo 19°. Questo di Monte Giberto dovrebbe essere assegnato alla fine del secolo 17° o agli inizi del successivo. Non è da escludere che possa essere stato eseguito proprio nel tempo in cui veniva eretto l’altare della Ss. Madonna di Loreto nella chiesa di S. Nicolò, nell’anno 1686 circa, in un momento di fervida devozione Mariano Lauretana del luogo.
Il gruppo ligneo montegibertese della Casetta con la B. V. Maria e il Figlio, in confronto con altri del genere, appare più semplice, meno ornato, ma pur sempre piacevole per la sua struttura misurata e garbata. La parrocchia usava esporre questo simulacro in chiesa, a dicembre, il pomeriggio del 9 e il giorno 10 in onore della Vergine Lauretana e del divin Figlio. Gli alunni delle scuole locali, al termine delle lezioni, si portavano a venerarlo e sentivano ripetere il meraviglioso racconto del trasporto della casa da Nazareth nelle Marche, dopo che, nella notte precedente, avevano partecipato all’accensione dei “focaracci” che rievocavano il volo angelico nel cielo Piceno trapunto di stelle. Devozione e folclore felicemente si coniugavano ad elevazione dello spirito ed a gaudio dell’immaginazione.
–\\ COMPENDIO DELLE NOTIZIE SUL SANTUARIO della MADONNA DELLE GRAZIE
1290-1292 – E’ segnalata dalle Rationes Decimarum la chiesa di S. Margherita vergine martire, in territorio di Monte Giberto, nella quale, forse nella seconda metà del secolo XIV, sarà collocata la statua della Madonna delle Grazie.
1450 – La chiesa di S. Margherita viene menzionata nell’inventario della chiesa diocesana di S. Maria Mater Domini di Ponzano come beneficiale della stessa e nell’inventario della chiesa di S. Giovanni di Casale, dove si legge che era situata all’esterno del castello di Monte Giberto e unita alla medesima chiesa di S. Giovanni di Casale, sotto l’unico rettore Don Marino di Cola.
1481- Viene fusa in Istria dai fratelli Giacomo e Pierandrea Liberacio una delle due campane dell’antica torre della chiesa che era alta circa la metà del nuovo e attuale campanile.
1527 – Nel primo antico portico del santuario gibertense si vedeva un mattone con iscritta la data 1527
1547 – Anticamente sopra al portale d’ingresso si leggeva l’anno 1547
1550 – Si riscontrano i primi dati di archivio che attestano l’afflusso alla piccola chiesa di pellegrini devoti dell’immagine della Madonna con il Bambino, scolpita in una statua di marmo.
1566 – L’immagine viene collocata dentro un “tabernacolo” con superfici di vetro.
1567-1570 – La chiesa, a forma di cappellina, minaccia qualche rovina per cui ne vengono rinforzate le mura. Viene, inoltre, ampliata la navata centrale e costruito un piccolo portico.
1572 – Viene aperta una nuova strada “da sole” per unire il Castello di Montegiberto alla chiesa di S. Margherita e favorire l’accesso dei devoti, soprattutto durante la stagione invernale.
1573 – Il visitatore apostolico mons. Maremonti nel 1573 riceve notizia che la chiesa era della Confraternita delle Grazie, la quale ne deve presentare il resoconto al vescovo fermano.
1580 – Viene aggiunta una nuova navata alla chiesa, a est, con un nuovo porticato, ad opera di un certo Pietro, muratore lombardo. Attorno al 1580 la confraternita montegibertese del Santo Rosario (a ricordo della vittoria di Lepanto) stabilisce il suo altare con un bel dipinto. Il proprio cappellano vi celebra la santa Messa, una volta a settimana e ogni prima domenica del mese recita anche il santo Rosario.
1587 Dalla visita pastorale la confraternita di S. Maria delle Grazie riceve l’impegno di fare dipingere la cappella dell’altare maggiore. L’idea ha avuto altre esecuzioni nei secoli fino alle attuali tele dei dipinti della Natività di Maria Ss. nell’abside ed ai lati del presbiterio, la Visitazione ad Elisabetta e la Presentazione di Gesù al Tempio della Madonna del Rosario per il rispettivo altare.
1597 – Vengono trascritte alcune regole della Confraternita della Madonna delle Grazie, segnalata fin dalla metà del secolo XVI.
1623 – Romolo Ricci di Monte Vidon Combatte fonda l’altare di S. Carlo Borromeo, e Francesco di Antognazzo erige l’altare dei Ss.Giuseppe e Francesco d’Assisi.
1625 – Giulio Franchellucci, con il danaro del testamento della moglie Ludovica Migliori, fa eseguire un ornamento plastico nell’altare maggiore con le statue di San Filippo Neri e di San Francesco d’Assisi, insieme a una scena dell’Annunciazione.
1626 – Si recano due statue con le figure di san Filippo Neri e di san Francesco d’Assisi (esistono in sacrestia). La famiglia Antognozzi fa erigere un altare dedicato a san Giuseppe ed a san Francesco d’Assisi (il dipinto è in sacrestia).
1629 – Viene rialzata la navata di mezzo della chiesa.
1632 – Un lascito beneficiale importante fu fatto da don Giacomo Mida gibertense per tre cappellanie nel santuario per le celebrazioni dei Sacramenti.
1691 – Giuseppe Bernetti erige l’altare di S. Francesco di Sales.
1694 – Viene fusa una nuova campana da ignoto fonditore.
1703 – Durante un forte terremoto si porta la statua della Madonna in processione per le vie del castello di Monte Giberto. Calato il simulacro dal tabernacolo, viene notata sull’occhio destro della Vergine una lacrima. L’arcivescovo di Fermo Baldassarre Cenci istituisce un processo sul prodigioso fatto che viene ufficialmente descritto. Giuseppe Marini di Monterubbiano lavora due confessionali – in legno bianco – e l’armadio in noce della sagrestia. Gilberto Atti fonda l’altare della Concezione dei Ss. Francesco di Sales e Filippo Benizi.
1704 – La famiglia Avi poté erigere l’altare dedicato alla Concezione di Maria Ss.ma e nel dipinto v’erano anche i santi Francesco Saverio e Filippo Benizi. Sopra all’arco del presbiterio due sculture raffiguravano l’Annunciazione: la beata Vergine e l’arcangelo Gabriele.
1748 – Viene costruita una nuova cantoria per l’organo dall’ebanista fermano Alessandro Pettinelli.
1749 – L’argentiere fermano Domenico Contucci lavora un calice d’argento per la chiesa.
1751 – Viene fatto eseguire a Roma il sigillo in argento della Confraternita della Madonna delle Grazie.
1757 – Si dà inizio ai lavori della nuova chiesa, a tre navate, sorta su disegno e sotto la direzione dell’architetto Giambattista Vassalli della diocesi di Lugano. Gli stucchi vengono eseguiti da Giovanni Campana di Ravenna e da Gian Pietro Gabuzzi della diocesi di Lugano. Tra i trentanove confratelli della B. Vergine delle Grazie, ben dieci sono sacerdoti e tutti auspicano una chiesa grande e bella.
1763 – Giovanni Zagagnoli (o Zagarioli) di Rovigno, scalpellino in marmo, lavora due conchiglie per l’acquasantiera. Gian Pietro Gabuzzi restaura e abbellisce l’altare della Madonna del Rosario per conto dell’omonima Confraternita e a spese della Confraternita della Madonna delle Grazie. Lo stesso artista ripristina il pulpito, precedentemente restaurato da Marco Aurelio Ossicini di Ponzano. Viene costruita la nuova sagrestia. Paulo Fenni lavora un terzo confessionale.
1808 – Durante il governo francese del Regno italico la chiesa subisce un una grave spoliazione di oggetti preziosi e la Confraternita della Madonna delle Grazie viene soppressa con l’incameramento napoleonico dei rispettivi beni.
1832 – Per iniziativa di Giovacchino Fenni e Luigi Nicolini, con le offerte dei fedeli, si fa eseguire un nuovo organo dal prof. Morettini di Perugia. Più tardi, a spese di un comitato, viene rinnovato il baldacchino in legno, posto sopra l’altare maggiore, che accoglie la statua della Madonna.
1870 – Don Nicola Arpili e Giambattista Bernetti, con le offerte dei devoti, provvedono alla fusione della campana grande.
1873 – Su disegno di Pietro Corsi e con l’opera del capomastro Giovanni Nardinocchi, Don Nicola Arpili, raccogliendo elemosine anche tra la gente, fa restaurare la facciata della chiesa e fa sostituire il vecchio porticato con un altro colonnato, in mattoni. Fa anche costruire a sue spese l’appartamento per il cappellano del santuario, adiacente al corpo della chiesa.
1899 – Don Nicola Arpili dona per la statua due corone d’oro, per la Madonna e per il divin Figlio, e solennemente si celebra l’incoronazione l’8 settembre di questo anno.
Dopo il 1916 – Ludovico Catini (1891-1982) di Grottazzolina esegue, nella sezione del presbiterio, alcuni dipinti murali, opera giovanile ma decorosa.
1924 – Vengono derubate le corone auree donate dall’ Arpili. Il conte Tommaso Bernetti di Fermo provvede a procurarne due nuove.
1932 – Un fulmine danneggia uno spigolo del campanile, che viene restaurato dall’Opera Pia Arpili di Montegiberto.
1946 – Viene completata la decorazione della chiesa, eseguita dal Moreschini e promossa dal rettore del santuario Don Guido Pagliuca.
1980 – Tra le varie iniziative promosse nel corso di vari anni dal comitato per i festeggiamenti e dalla Confraternita della Madonna delle Grazie (nuovo pavimento, riscaldamento, ripristino del tetto della chiesa, e altro), si segnala che il 2 agosto 1980, con l’offerta di alcuni benefattori, vengono rimesse le corone sulla statua della Madonna con il Bambino, rubate precedentemente.

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TORNEO CAVALLERESCO CASTEL CLEMENTINO BANDO scritto a Servigliano nel 1969 onoranza al fondatore del castello

SERVIGLIANO TORNEO CAVALLERESCO CASTEL CLEMENTINO onoranza a Papa Clemente XIV fondatore.
Per la prima volta nel 1969 con il seguente Bando inventato in quell’anno, come il torneo stesso.
“ BANDO
“ Genti festosamente accorse nel novello Castello, mirabilmente eretto per accogliere quanti abbandonarono le dirute case del fatiscente Servigliano vecchio, sito al Monte, ascoltate!
Li Magistrati di questa alma Città, con consenso delli Priori di Fermo e del Vicario del munifico Contado Fermano, invitano oggi tutto il Contado, onde celebrare ad onore della Santa ed Individua Trinità e dell’evangelista San Marco, nostro al patrono, il Torneo Cavalleresco di Castel Clementino.
Popolo sia noto a tutti che il Consiglio ha decretato doversi questa magnifica Comunità appellare col novello nome di Castel Clementino in onore di Sua Santità, il munificentissimo Sovrano Clemente XIV per Divina Provvidenza, Papa. Li Magistrati e i Priori, con il sopra mentovato Torneo, vogliono tributare un degno ricordo a li cavalieri della serenissima Repubblica Veneta, li quali, tornati nella patria, dopo aver con valore combattuto contro il Saracino, nemico di nostra Santa Religione e del nome Cristiano, appellarono col nome di San Marco questa nobile terra, onde sorse poi il Castello di Servigliano.
Come allora le moltitudini accorrevano a questo piano pittoresco, al limitare del bosco, in una prateria attorno a cui, da ogni lato, il terreno si eleva dolcemente a guisa di anfiteatro, così oggi, sulla piazza che si estende nell’antica prateria, è bandito un Torneo Cavalleresco, entro queste solenni mura, erette di recente.
Terra di San Marco, sorgi! Mostra la tua prodezza e il tuo valore!
Mentre con onore li ardimentosi cavalieri si cimenteranno nella Giostra dell’Anello per la conquista del Palio, il popolo tutto con dignitosa condotta assista, senza arrecare molestia agli prodi competitori e a li cavalli.
Dato nella Civica Residenza di Castel Clementino addì 11 giugno 1769
per ordine del munificentissimo Confaloniere.

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TORNEO CAVALLERESCO CASTEL CLEMENTINO FANTASIA DI CONVIVENZA E CONVIVIALITA’ onoranza la papa fondatore Clemente XIV

SERVIGLIANO TORNEO CAVALLERESCO CASTEL CLEMENTINO commento poetico di uno scrittore serviglianese edito nell’anno 1985
Desunto da PROSPERI Ottorino, “I Fioretti di Castel Clementino” Fermo 1985 pp. 52-57
Lo scenario fantastico del Torneo cavalleresco rappresenta per Castel Clementino la sintesi delle sue tradizioni che si riallacciano ad antichi privilegi che in questa zona fiorirono rigogliosi, in virtù della presenza dei padri Farfensi i quali nella vicina Santa Vittoria trovarono degna sede per esercitare la loro influenza religiosa e civile, che consisteva soprattutto nel diffusione della fede e nel risanamento di terre incolte e di putride paludi, da offrire alle braccia operose della gente del contado.
Il torneo si è ormai imposto nella Marca Fermana e rappresenta il fiore all’occhiello del centro di Servigliano che in quella giornata memorabile, rivive momenti di grande splendore e di grande passione.
Dame e donzelle con i loro abiti di sera dalle tenui tinte color pastello, agili, belle e leggiadre, quasi simili alle figure della “Primavera” del Botticelli sfilano con grazia e grande dignità insieme ai messeri, nel portamento austero, nella persona dignitosi, riccamente paludati, da sembrare personaggi affrescati da Piero della Francesca, mentre i destrieri indomiti, imbrigliati da abili cavalieri, con le lance argentate e con le bardature finemente decorate, richiama le movenze di alcune celebri tele del Tintoretto con i “Due guerrieri colpiti a morte”.
Avanza poi la massa dei figuranti in rappresentanza dei quattro Rioni che si contenderanno il Palio, nel pomeriggio della prima domenica dopo Ferragosto, anch’essi paragonabili alle festose scene dal magico pennello di Paolo Veronese che ha reso memorabili e splendidi i “Palazzi dell’antica Venezia”.
Procedono ancora paggi graziosissimi, armigeri e scudieri, audaci e prestanti, con le vesti damascate, con stendardi e bandiere, segni di Rioni di appartenenza, accarezzati da una bellezza provvidenziale che mitiga la calura dell’agosto rovente il cui sole gagliardo illumina borghi e campagne rendendo luminosa la sagra popolare che, in questi anni ha reso più cosciente la convivenza cittadina sempre più nutrita da una grande ed umana solidarietà.
Alle categorie più elevate per censo e nobiltà, si aggiungono popolani, artigiani, tavernieri paragonabili alle truppe rivoluzionarie della Comune di Parigi, nonché le genti del contado, vestite di saio o di tele poco pregiate che tuttavia ostentano i prodotti di una terra generosa e provvida e gli animali da cortile che ostacolano i loro passi, uomini e donne del volgo che pur modesti e schivi, non disdegnano di convivere con gli altri perché ritengono elemento di unione la dignità dell’uomo sia esso aristocratico, artigiano o di estrazione contadina.
Non mancano i monaci cercatori, delizia e sollazzo del popolo festante che secondo la figurazione dantesca “come frati minori vanno per via” a ricordo delle lunghe teorie dei seguaci di San Francesco che in questi luoghi hanno eretto, nel corso dei secoli, eremi e conventi come quello stupendo di Montefalcone Appennino incastonato in mezzo ad un bosco fitto e rigoglioso, oppure quello di San Liberato che si affaccia sulle ombrose balze dei Monti Sibillini, nei pressi di Sarnano, e che si vuole fondati o certamente visitati dal serafico poverello di Assisi.
E dietro a questa folla in costume, come elementi di unità e di prestigio, procedono il sindaco e gli assessori, i dignitari di oggi, pari nel portamento a quelli delle Corti rinascimentali, autorevoli e provvidi nell’esercizio del loro potere.
È una apoteosi questa le cui celebrazioni iniziano nel corso della settimana che precede la festa con l’apertura di autentiche taverne dove si possono gustare cibi dagli antichi sapori, come la pasta alla carbonara, la trippa profumata, i legumi di ogni tipo, le piadine imbottite, gli arrosti profumatissimi, i salumi deliziosi, accompagnati all’ottimo Falerio e al Rosso Piceno di cui sono generose le nostre campagne e ai famosi vini cotti, prodotti con antica sapienza, dal colore dell’ambra, dal nobilissimo gusto e che si addicono anche alle ricche mense dei principi.
La sera della vigilia, dopo la celebrazione sul sagrato della bella chiesa collegiata, mentre s’ode il rullio di decine di tamburi, presenti in ogni angolo, si forma un corteo che nelle tenebre sciama lungo le vie cittadine, illuminate soltanto dai bagliori di centinaia di fiaccole, per trasferire le insegne della vicina chiesa di Santa Maria del Piano dove verranno temporaneamente custodite.
E la domenica successiva, verso il mezzogiorno, letto il Bando sul sagrato del tempio dedicato all’evangelista San Marco, di cui anche Venezia si adorna, inizia la sfilata dei 700 figuranti, pressati da una folla stipata e gioiosa, che accorre ad ammirare uno spettacolo pieno di suggestioni e di fascino, che nel tardo pomeriggio si conclude con la giostra dell’anello, banco di prova per gli abili cavalieri i quali al tramonto, sulla grande piazza dominata dal palazzo civico e tutelata da un fusto di cannone dalla cui bocca però sboccia il fiore della pace, vengono calorosamente applauditi, al suono delle squillanti chiarine, mentre il vincitore riceve il Palio della vittoria che verrà custodito con onore e letizia dal fortunato Rione i cui sbandieratori, in segno di esultanza, lanciano in alto i loro vessilli che, simili a saette, solcano il cielo per essere poi accolti con autentica perizia. Abbiamo rievocato un avvenimento che offre una sintesi esaltante della fioritura spirituale degli abitanti di Servigliano. <…> La notte infine scende come un sipario sulla fantastica rievocazione storica che trova la sua naturale conclusione in allegri conviti preparati per vinti e vincitori, mentre si espande lungo la valle, l’onda armoniosa del suono distesa del bronzeo campanone, simbolo di questo libero comune, che toccato dalla fortuna, si distingue per tante iniziative culturali e folkloristiche che lo onorano. \Prosperi Ottorino\

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SERVIGLIANO TORNEO CAVALLERESCO CASTEL CLEMENTINO inventato per la prima volta nel 1969 Onoranaza al papa

IL MESSAGGERO 15 giugno 1969 – Danilo Interlenghi pubblica PER LA PRIMA VOLTA A SERVIGLIANO IL
”TORNEO CAVALLERESCO CASTEL CLEMENTINO”
Oggi, per iniziativa di un comitato promotore avrà luogo a Servigliano una manifestazione folcloristica a carattere religioso popolare, denominata “Primo Torneo Cavalleresco Castel Clementino”.
Tale manifestazione ambientata ai costumi del 1700, vuole rievocare gli albori della cittadina del Fermano ricostruita nel 1771 con chirografo del munifico Papa Clemente XIV al cui onore, per volontà della riconoscente popolazione, mutò il nome in quello di “Castel Clementino”.
Solo successivamente, nel 1863, con l’avvento dell’unità d’Italia, il nome fu sostituito con quello primitivo ed originario disse emiliano.
La rievocazione storica inizierà a mezzogiorno in. Punto con la benedizione del palio sul sagrato della parrocchia San Marco e con la lettura del bando, alla presenza dei cavalieri e dame dei quattro rioni, dei notabili e della popolazione castellana. Nel pomeriggio, poi, alle 16:00, le personalità, “messeri, dame, cavalieri “ giostranti, figuranti vari ed armigeri, sbandieratori e tambureggiatori, con un fastoso corteo, si porteranno dalla piazza centrale al Campo dei giochi.
Proclamato, quindi, dall’apposita giuria il Cavaliere vincente e, consegnato il palio alla dama del suo rione, dinanzi al palco delle autorità e comparse, il Torneo si concluderà con la sfilata e il ritorno in piazza, per la custodia del palio nel palazzo civico e lo scioglimento della manifestazione tra il prevedibile entusiasmo del rione vincente.
La notizia della manifestazione, che si svolgerà quest’anno per la prima volta nella imminenza del bicentenario della ricostruzione del paese, è stata accolta con vivo piacere a Fermo e nei centri disseminati lungo la verde vallata del Tenna. Gli encomiabili – perché no? – coraggiosi organizzatori credono nella piena riuscita di questo Torneo cavalleresco, soprattutto per la felice ed armonica configurazione del capoluogo, per la spaziosità della piazza quadrata – quasi un salotto -, per l’idonea attrezzatura e la notevole estensione del campo sportivo che ospiterà la giostra e, infine, per l’intervento particolarmente gradito, degli sbandieratori della Quintana di Ascoli Piceno e dei tamburini di Monterubbiano. \Danilo Interlenghi\

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SERVIGLIANO TORNEO CAVALLERESCO CASTEL CLEMENTINO inventato nel 1969 per il nuovo paese fondato dal papa Clemente XIV

Non si fecero tornei cavallereschi prima di questo a Servigliano, nuovo castello “Castel Clementino”
TORNEO CAVALLERESCO “CASTEL CLEMENTINO” art. di Gabriele Nepi: “Il Resto del carlino” 19 giugno 1969
\Torneo del 15 giugno 1969 n.d.r.\ “ A Servigliano ha avuto luogo il primo Torneo cavalleresco “Castel Clementino” con un risultato lusinghiero e positivo, sia per il numero degli intervenuti, sia per la bravura dei cavalieri giostranti, degli sbandieratori, dei tamburini e la bellezza ed i regali paludamenti delle dame. Tale Torneo ha preso il nome di “Castel Clementino” in onore del Papa Clemente XIV un marchigiano di Sant’Angelo in Vado che ebbe il merito di costruire ex-novo Servigliano, ora sono due secoli. I serviglianesi, in onore di tale papa, diedero al nuovo centro abitato il nome di “Castel Clementino”, nome che portò dal 1777 fino all’avvento del regno di Vittorio Emanuele <1863>. Sulla piazza centrale parata a festa e pavesata di colori, al rullo dei tamburi, lo sfilare di dame, cavalieri e sbandieratori, di paggi dai colori sgargianti, è stato benedetto il palio dal parroco Quondamatteo e subito ha avuto luogo la sfilata per le vie cittadine dei cavalieri, dame e ed armigeri dei quattro rioni, della dama del Palio Adele Leombruni, del portatore del palio Alberto Cordari, della dama del Comune Wanda Orazi, dei paggetti, damigelle, maestri del campo e del lettore del bando Angelo Cippitelli. Nel pomeriggio, tra i rappresentanti dei quattro rioni (Porta Maggiore (il centro cittadino), Porta Navarra, Porta marina, Porta Santo Spirito, ha avuto luogo la gara dell’anello disputata nel capace campo sportivo serviglianese. Per Porta maggiore correva il cavaliere giostrante Giuseppe Palloni di Ascoli; dama era Gabriella Vita. Carlo Monti combatteva per Porta Santo Spirito di cui era dama Daniela Di Biagio, per Porta Navarra si è cimentato Franco Mordente di Grottazzolina, dama Anna Maria Falconetti. Emilio Mordente di Servigliano ha corso per Porta Marina di cui era dama Maria Miconi. La gara è stata disputata con passione e con impegno: vincitore è stato proclamato Emilio Mordente che ha totalizzato 675 punti; secondo si è piazzato Franco Mordente di Porta Navarra con punti 340; terzo Monti Carlo per Porta Santo Spirito c punti 115; quarto Giuseppe Palloni per Porta maggiore con punti 60. Il palio è così andato a Porta Marina per merito del cavaliere giostrante Emilio ordente e lo conserverà fino al prossimo anno. Il pubblico, specie nel pomeriggio, è intervenuto numeroso e curioso. Positivo, dunque, come abbiamo detto, il bilancio della prima edizione e positive le promesse per successive edizioni, cui non mancherà certo un notevole successo. \Gabriele Nepi\

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Cristianesimo e arte negli stili delle epoche storiche. Progetto di Germano Liberati

IL CRISTIANESIMO E L’ARTE NEI SECOLI – tematiche: Sac. Germano Liberati
Cristianesimo e arte
Il cristianesimo delle origini e l’arte
-Il cristianesimo e l’arte tardo-romana
-Cristianesimo e culto nel periodo pre-costantiniano.
-L’epoca costantiniana: basiliche, edifici centrici, sarcofagi; arte e funzionalità
liturgica.
-L’oriente e l’arte: teologia orientale e architettura; simbolismo; mosaico e
teologia; iconologia.
-Iconismo, aniconismo, iconoclastia e Concilio II di Nicea.
Manifestazioni artistiche del cristianesimo nel medioevo
-Il Monachesimo: l’abbazia, la chiesa abbaziale e le funzioni liturgiche
monastiche; il culto delle reliquie e la messa “privata”.
-Le varie tendenze e ramificazioni benedettine:
– teologia e ideologia cluniacense;
– teologia e ideologia cistercense;
– teologia e ideologia certosina.
-Iconologia medievale: la croce e i crocifissi; le storie della Santa Croce; i santi.
-Le grandi cattedrali.
Dopo il Concilio di Trento, la riforma cattolica crea stili d’arte
-I testi del concilio e l’arte; i commenti.
-L’artista gesuitica e il prototipo della Chiesa della Riforma;
– Lo sviluppo della chiesa della Riforma negli stili di barocco,
rococò, neoclassico e nei revivals ottocenteschi.
-L’arte figurativa della Controriforma: principi.
-Correnti figurative: classicismo e realismo, devozionale, trionfalistico-
scenografico.
L’arte “sacra” nel novecento
– l’architettura sacra tra innovazioni tecnologiche e disgregazione dell’arte.
-Ecclesiologia post-conciliare, riforma liturgia e arte sacra.
-Il dibattito attuale: arte sacra o il sacro nell’arte?

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LIBERATI Germano invita a capire l’arte sacra, penetrarne il messaggio

INVITO A CAPIRE L’ARTE SACRA. Nota di LIBERATI Germano
La mia esperienza e quello che io ho sempre cercato nell’arte sacra, si possono compendiare in una espressione che suona così: la ricerca di un accompagnamento verso il divino e di una sua presenza. Nei miei studi e nelle mie riflessioni sono tanto affascinato da alcuni pensatori antichi e moderni, attenti su questo versante: da Plotino che nel riflettere sulla bellezza e sull’arte (V libro dell’Enneade) va oltre il contingente e si immette nel divino; a Schelling che, cassando drasticamente l’arida razionalità illuministica, non esita a dichiarare che l’esperienza dell’Assoluto è riservata all’artista e al mistico. Ed ai nostri tempi come trascurare Hans Urs von Balthassar che in una ricca e appassionata analisi della letteratura e dell’arte, vi coglie la grande manifestazione della gloria di Dio che è concessa all’uomo?
Ecco dunque che per me l’arte in qual si voglia forma, e l’artista di qual si voglia tempo, insieme al santo e al mistico, più di altri, accompagnano verso Dio, l’infinito, l’Assoluto, perché ci aiutano a percepirne la presenza. Mi sono chiesto costantemente e me lo chiedo ancora, osservando un’opera, e lo propongo agli altri: quale esperienza interiore ha animato l’artista, tale da poterla tradurre nell’opera? Cerchiamo in qualche modo di penetrarvi.
Se vogliamo esemplificare, chiediamoci, magari pensando ad opere d’arte che tutti conosciamo: quale esperienza ha guidato Giotto nell’offrirci la suprema visione della Storia della Salvezza tutt’intera, dai profeti al giudizio universale nella cappella degli Scrovegni, nel suo cominciar a “imbrattare” quei muri nudi, dall’arriccio e il tonachino ancor freschi? La risposta più convincente credo si possa trovare in quel lucido scrittore e finissimo critico che fu Piero Bargellini, quando la compendia in una sola frase: “Giotto è entrato in quella chiesina crisalide e ne è uscito farfalla”.
E che altro possiamo immaginare se non un’esperienza quasi mistica in Dante per poter scrivere certi passi del suo Paradiso o in Michelangelo in quella visione cosmica del divino nella Cappella Sistina; o in Caravaggio così inebriato da un furore struggente? E ai nostri tempi, quale esperienza interiore, ad esempio, invadeva l’anima di Chagall per offrirci le sue splendide vetrate? Allora domandiamoci: come metterci di fronte all’arte sacra, non accantonando ma oltrepassando il tempo, lo spazio, le epoche e gli stili per poterla intendere e penetrare al di là della contingenza della sua storicità?
Io credo che, in qualche modo, una risposta dobbiamo darcela, se vogliamo penetrare l’opera d’arte in modo da carpirne l’intimo. Vi posso abbozzare solo quello che cerco dentro di me dinanzi ad un soggetto sacro sia antico come può essere, per citarne uno, la Crocifissione di Haltdorfer, come ugualmente per uno recente come il Cristo giallo di Galuguin. Oh! Certo: l’artista è paradossalmente il più riservato e pudico degli uomini, ma anche proprio il più aperto: ha pudore nel farci penetrare nella sua esperienza interiore, tanto che nell’opera si direbbe quasi che voglia criptarla, e trasferendola in forme le più varie, dal simbolico all’astratto, dandocene magari un senhal che può essere un pass-wort; tuttavia nel medesimo tempo ce la getta in faccia quasi nel modo più sfacciato.
La fede, le esperienze o la ricerca del sacro sono proprio questo. Perciò analizziamo e disquisiamo pure su stili e storicità di un’opera d’arte; su contesti culturali e magari sulla biografia dell’artista, ma solo come propedeutica. Se ci fermiamo qui non attingeremo mai, come l’artista è riuscito o ha tentato di fare quel noumeno del divino che lo ha animato, certo in uno scontro impari, tradotto inevitabilmente in un balbettio di “rade e storte sillabe” (direbbe il Montale); che poi siano esse versi, pennellate o note non fa differenza. Allora?
Proprio questo è quel che ci rimane da fare e spesso non vogliamo, rifiutiamo. Non riusciamo a farlo per mancanza di simpatia con l’esperienza tradotta in opera e non ci lasciamo suggestionare da quanto ci vien dato. Questo lasciarsi andare invece è l’unico modo possibile per un autentico approccio con l’arte sacra e si chiama contemplazione. Per chi non crede è l’unico modo per percepire il già e non ancora di sé e la chiave di lettura della realtà, per mettersi in ascolto di una risposta e avvertire una presenza.
La contemplazione diventa preghiera; preghiera come quella del salmista: “Signore, il tuo volto io cerco, mostrami il tuo volto!”

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L’Arte fruibili nella contemplazione. Bellezza ed icone. Studi di LIBERATI GERMANO

L’ARTE SACRA COME PROFEZIA. Riflessione di LIBERATI GERMANO
In ogni museo o mostra ci si trova di fronte a molte opere, prevalenti, o quasi esclusive, opere di arte sacra. C’è da chiedersi: perché questo predominio? E perché questa conservazione durata da secoli e da millenni da parte della Chiesa? La risposta semplice ma ricca è che la fede ha una storia e questa non può essere cancellata, anzi è gelosamente conservata. Certo, è storia di una comunità, di una devozione, di una ininterrotta attività dell’impegno umano: anche in ambienti non cristiani e in istituzioni civili questo principio è entrato.
È da sottolineare questo motivo profondo per cui le diocesi tramite l’operatività degli uffici competenti nei beni culturali svolgono la politica di valorizzare e proteggere dell’arte sacra. Giovanni Paolo II nell’enciclica sul significato teologico delle icone del1987 per commemorare l’editto del concilio di Nicea del 787 a difesa del culto delle immagini, scrive: “ La nostra tradizione più autentica, che condividiamo pienamente con i nostri fratelli ortodossi, ci insegna che il linguaggio della bellezza, messo al servizio della fede, è capace di raggiungere il cuore delle persone, di far conoscere loro dal di dentro colui che noi possiamo rappresentare nelle immagini, Gesù Cristo.”
Nello stesso anno il patriarca di Costantinopoli, Demetrio, più esplicitamente afferma che “ l’immagine diventa la forma più potente che le verità della fede cristiana prendono”. Perché? Come mai tutto questo? La ragione è che l’arte sacra profetizza nell’oggi il memoriale storico con i segni del futuro escatologico. Vi è contenuto ed espresso un evento di salvezza nella persona di Gesù Cristo. Un evento che è storia vivente, è presente nel tempo, vissuto ieri come oggi e ogni volta che il domani diventa attuale, oggi.
Il segreto di tutto ciò è la bellezza la quale assurge a valore assoluto, sciolto da ogni condizionamento o regola del contingente: Omero, Dante, Giotto o Michelangelo varcano le contingenze del tempo e di ogni contesto sociale. Tutto ciò è possibile perché il bello, che è radicamento dell’essere, ha in sé un’evidenza che immediatamente illumina. Se tutto questo viene assimilato dal nostro spirito allora è possibile capire e più ancora incantarsi dinanzi al volto di Cristo, ad un’icona bizantina della Vergine, ad un Crocifisso o ad una estatica rappresentazione di Santi.
E la popolazione, i fedeli, gli amministratori e quanti hanno a cuore queste opere hanno da fruire questi scrigni di sacralità e di bellezza.

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