CROCE DEL CRISTO NOSTRA SALVEZZA E GIOIA DI GRATITUDINE

CROCE di SALVEZZA (Maria Amedei)
\\Onorare. Gesù va onorato, il cristiano non lo onora soltanto solo per sé, ma anche per gli altri, quando vede che Lui riempie le creature di benefizi anche se esse non gli sono grate e neppure lo ringraziano. Il cristiano è grato come se fossero fatti a lui tutti i benefizi e ringrazia, con il bel fiore della gratitudine. Così di tutto quanto la creazione deve a Lui, pur tra l’ingratitudine nera di chi lo dimentica, la carità dell’anima che trabocca da sé, e lo fa per altri, con gloria, rende la bellezza di questi fiori di riconoscenza, più bella e più gradita
\\\ “ Ti adoriamo, o Cristo Salvatore, ti lodiamo e ti benediciamo perché con la tua Santa Croce hai redento il mondo!” Ce lo fa dire la Chiesa nell’adorazione della Croce. È con la gioia della Potenza divina d’Amore che Lui ha voluto la croce per redimere l’umanità. E l’amore invincibile di Lui Crocifisso diviene la fonte della nostra gioia perché Lui risorto porta la liberazione dal male.
Il Padre celeste è unito a Gesù Cristo suo Figlio, nell’azione dello Spirito Santo, nel voler redimere ogni persona e farla risorgere, per mezzo della risurrezione del Figlio. Nella vittoria che Gesù riporta è la sua gloria e ne proviene la nostra liberazione. Molto bene ce lo riferisce l’apostolo Giovanni (Gv 12, 23). Gesù dice: ” E’ giunta l’ora che sia glorificato il Figlio dell’uomo. In verità, in verità vi dico: se il chicco di grano caduto in terra non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto. Chi ama la sua vita, la perde e chi odia la sua vita in questo mondo, la conserverà per la vita eterna. Se uno mi vuol servire, mi segua e dove sarò io, lì sarà anche il mio servo. Se uno mi serve, il Padre lo onorerà”. I tralci e la vite. Gesù è la vite a cui siamo attaccati come tralci, e da lui riceviamo la linfa necessaria affinché noi riusciamo a fiorire e a fruttificare.
La croce della nostra salvezza viene onorata come un albero glorioso per i frutti. L’amore misericordioso sulla croce, ha fatto scaturire in noi i frutti della salvezza. Da quel terribile patibolo è venuta a noi nuova vita risorta. Ai piedi della croce stava Maria con il martirio nel suo cuore. Con Gesù Redentore lei è corredentrice. Guardiamo alla croce, strumento di dolore, guardiamo a tronco di legno perché – dice Luigi Garlando – è come a un piccolo aeroplano che ci solleva e ci porta a Dio”.
E’ Gesù che porta la croce con la sicurezza volontaria di aiutare chi soffre. Vediamo che il suo amore non si è fermato neanche di fronte all’offerta totale della vita sua nel sacrificio supremo. Cos’è questa croce dove Gesù muore? E’ l’altare della sua immolazione, è la cattedra con cui ci insegna la verità che vivere è amare per difendere la vita. La croce è il trono dove trionfa la sua regalità di amore. Lo capisce il buon ladrone che gli dice: “Ricordati di me quando sarai nel tuo regno!”. Noi glielo ripetiamo. Di fatto, più forte della morte dolorosa sul patibolo è l’amore del Figlio divino incarnato. Gesù Cristo non resterà morto in croce, ma risorgerà a nuova vitae lo fa per noi.
Nel libro biblico di Giobbe così si esprime questo uomo immerso nella sofferenza: “ Io so che il mio Salvatore vive e si emergerà sulla polvere”. Sul suo dolore ha messo radici la speranza nostra per cui guardando Gesù possiamo chiedere di condividere un regno che non è di questo mondo perché è del Paradiso. Preghiamo affinché ci conceda che in questo mondo non ci siano più violenze né morti a causa delle armi. Sappiamo che con le guerre si perdono vite umane e beni. Si perde tutto.” Divin Salvatore, mai più, mai più.” Gli uomini stanno distruggendo se stessi perché vogliono allontanarsi dal Divin Padre. Ci sono lacrime che non si dimenticano.”
A far uccidere è la miscredenza nel rifiuto della fede. L’iniquità del male causa nei cuori le tenebre che fanno morire. Impariamo la lezione dal terrore che fa piangere gli innocenti per deciderci ad abbandonare questo metodo omicida. Ma la croce non ha sconfitto definitivamente Gesù Cristo che scandalosamente è visto debole nel suo morire. Appare impotente sulla croce di fronte alla furia omicida di coloro che lo vogliono sopprimere. Il buon ladrone crocifisso e pentito delle sue colpe capisce che Gesù morente sarà vittorioso. Gli chiede: “ Ricordati di me nel tuo regno” e riceve la risposta: “Oggi sarai con me in Paradiso”. E’ misericordioso e sta inchiodato. L’amore vince la morte, vince il sepolcro, perché su questo Egli risorge vittorioso. La vittima crocifissa nel passaggio della Pasqua salva i suoi fedeli e garantisce a tutti la vittoria sulla morte nella risurrezione della carne.
La croce viene oltrepassata, è una fase di passaggio. Giobbe sofferente si domanda perché soffrire, perché morire. Alcuni vecchi dicono che così vuole Dio. Giobbe non convinto si rivolge direttamente a Dio. Gli risponde che è Dio della vita e che non vuole la morte. L’uomo che disprezza e rifiuta Dio si causa da sé la morte, eppure è riscattato dalla immolazione di Gesù Cristo sulla croce che ha liberato dal male perché ha scontato ogni colpa e ogni pena dell’umanità. Quando risorge dà il suggello alla sua vittoria sul male, sul demonio, sulla morte stessa. Lui, già crocifisso, è diventato il vivente glorioso immortale con il suo corpo piagato. Il culto della Croce serve a ringraziare, onorare il Redentore, chiedergli misericordia e offrire noi stessi ripatatori con Lui.

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LA MARCA DI FERMO DI ORIGINE LONGOBARDA NEL DUCATO FERMANO DISTINTO DAL DUCATO ROMANO

MARCA DI FERMO NELL’ALTO MEDIOEVO.
La parola ‘Marca’ serviva ad indicare un territorio di confine statale dei Longobardi ed esisteva la Marca usata dai Longobardi già prima dell’arrivo dei Franchi. Da una lapide di Falerone, già edita dal Muratori, risulta il nome del duca Fermano ’Tasbuno’ che era duca longobardo a Fermo in alcuni anni precedenti al 769 (data della sua morte, pur alcune interpretazioni anno 770). Non ci sembra inutile affrontare una ricerca sul dubbio che Fermo non fosse in quegli anni che una componente territoriale del ducato Spoletano, se invece qualche documento ancora lo dica a se stante. Esistono documenti che non lo dicono dipendente da Spoleto, ma Ducato Fermano di confine, Marca Fermana. Leggiamo i documenti.
“Le liber pontificalis” / par L. Duchesne. 2 voll.(il 2° qui citato B). Paris. E. De Boccard. 1886 – collegato – “Le liber pontificalis” vol. 3° / additions et corrections de Mgr. L. Duchesne ; publiées par Cyrille Vogel, avec L’histoire du Liber pontificalis depuis l’édition de L. Duchesne, une bibliographie et des tables générales. – Paris : E. De Boccard, 1957. – e per Fermo nel vol. 3 p.287 l’indice rinvia per i testi pagine 496; 516 e B90, B102, B287, B509, B548, B552
Il documento del Liber Pontificalis p. 496 reca notizie del tempo del papa Adriano (772-795). I Romani giurarono sottomissione, a servizio del papa, a cui chiesero di dar loro come duca, Ildebrando e il papa lo ammise (= Ducato Romano). Inoltre il papa prese sotto il suo dominio il Ducato di Spoleto. L’autore del Liber indica altri territori, a cominciare dal Piceno con le città di Fermo e di Ascoli, poi Ancona politicamente distinte dal territorio di Spoleto. Non sembrano affatto ducati di origine imperiale. Gli abitanti di questi giurarono fedeltà al Beato Pietro e al suo Vicario che era il papa Adriano. Per la data si fa riferimento alla sconfitta che i Longobardi di Desiderio e Adelchi subirono da Carlo re dei Franchi, tra il 773 e il 774. Il Duchesne non valorizza bene queste notizie documentate (vol. I del Liber p. 496) e fa una nota che contraddice il testo perché colloca Fermo e Ascoli nel territorio del ducato di Spoleto (p.516 nota 26). Fermo aveva invece un suo distinto ducato.
Il ‘Liber’ citato tra le notizie (B:p. 90) del tempo del papa Sergio (844-847) riferisce che il vescovo Fermano Giso era presente, insieme con cardinali e altri vescovi, a Roma, quando questo papa ungeva il re Ludovico a cui anche i vescovi, compreso quello Fermano, promisero fedeltà. Erano compresenti le due sottomissioni e obbedienze, una al papa, l’altra al re. Anche il vescovo di Fermo aveva dominio su alcune terre, in pace con il papa e con l’imperatore. Più tardi il vescovo verrà chiamato da Onorio III “principe di Fermo”.
CARLO TOMASSINI

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PASSIONE E RESURREZIONE DI GESU’ CRISTO pensieri espressi da san Giuseppe da Copertino

La Passione di nostro Signore Gesù Cristo, dettata da Fra’ Giuseppe da Copertino a don Bernardino Benadduci.

-1- Arrivata l’ora, quando l’amato Gesù doveva spargere il sangue per il genere umano, chiamò a sé gli amati Apostoli, e con essi andò a ritrovare la sua cara Madre nella casa di Marta, e Maddalena. Batté alla porta, e riconosciuto il caro Maestro con i suoi discepoli, le due sorelle aprirono le porte, e entrato, piangendo ai suoi piedi, dicevano, di non essere degne di riceverlo in casa loro. Gesù le fece alzare in piedi, e proibendo loro di piangere, domandò della sua cara madre, la quale, standosene ritirata nella sua camera, fu avvisata da Maddalena della venuta del suo amato figlio. Entrato da lei si incontrarono gli occhi del Paradiso e rimasero fuori dei sentimenti, sentendo l’uno dell’altra nel cuore acerbissimi dolori della futura Passione. Gli Apostoli sostenevano l’amato Gesù, che non cadesse e lo stesso facevano alla Beatissima Vergine, Marta e Maddalena. Ritornati in sé, tutt’e due si posero a sedere, e la Maddalena portò l’unguento prezioso per ristorare le membra afflitte del suo caro Maestro; l’unguento era prezioso, e l’odore si sentiva per tutta la casa può, per cui Giuda con gli Apostoli cominciarono a mormorare, dicendo, che il loro Maestro non aveva bisogno di unguenti, e che era meglio il prezzo di esso darlo ai poveri. A tali parole di Gesù non rispose altro, se non che lasciassero fare la carità. E ciò per dare l’esempio a te, anima mia, che le infermità corporali si sanano con il volere di Dio, e con le cose da lui ordinate. Di più, che quando si fa la carità, e le opere buone, non bisogna guardare alle parole, che si dicono, se non sono con buona intenzione.
-2- Dopo questo parlavano Gesù e la sua cara Madre, e essa fissando in lui lo sguardo e disse: “ E’ arrivata oramai, Figlio, l’ora di fare la volontà del vostro Divino Padre ?” E lui rispose di sì, aggiungendo che appunto era venuto per licenziarsi da lei, prima di andare a spargere il sangue per la redenzione umana; quel sangue, disse: “Ch’io presi dal verginale e purissimo vostro seno; né vi deve rincrescere, che io per obbedienza vada all’acerbissima Passione”. Al che rispose Maria: “Figlio, se fosse necessario, e volontà del tuo eterno Padre, anche io volentieri sopporterei con te la morte”. Qui considera, anima mia, l’ardente carità del tuo amato Gesù, e della sua santissima madre, che tanto volentieri desiderano la morte per te; e come poco tu corrispondi alla loro carità.
-3- Gesù, nel partire dalla suddetta casa, mandò due discepoli a preparare la cena, essendo Pasqua; e parlando con gli altri, li ammaestrava su diverse cose, ma questi poco l’intendevano, essendo molto confusi. Arrivati al luogo deputato, trovarono i due discepoli inviati, che stavano a pulire e nettare le stanze, le panche, e le tavole. Per dare l’esempio a te, anima mia, che prima di ricevere Dio nel Santissimo Sacramento dell’Eucaristia, bisogna ben pulirsi con la spazzola della penitenza.
-4- Giunto, fece preparare l’acqua, e un catino, con un asciugatoio, e alzatesi le vesti se le cinse, e messa l’acqua nel catino, si inginocchiò davanti ai discepoli, già posti a sedere; cominciò a lavare i piedi a Giuda, stringendoli e baciandoli, quasi dicesse: “Lupo, ecco l’Agnello, che vai cercando, che vuoi da me?” E quanto più lo stringeva, tanto più all’iniquo rodevano le viscere per l’odio che gli portava. Asciugatili, se ne partì per dare esempio a te, anima mia, che quando fai bene al prossimo tuo, egli sempre si mostra più sdegnato verso di te, allontanati da lui non ti curare del suo sdegno, rimettendo ogni cosa nelle mani di Dio.
-5- Il buon Gesù voleva seguitare a lavare i piedi a Pietro, il quale si mostrò con grande renitenza, onde ne fu necessitato Gesù a dirgli, che se non si lasciava lavare, non avrebbe parte con lui; e così Pietro piangendo, fece l’obbedienza. Gli altri Apostoli stavano tutti attoniti per la profonda umiltà del loro Maestro; e sebbene avevano i sentimenti di Pietro non usarono però contraddire alla volontà divina. Contempla, anima mia, la grande umiltà dell’amato Gesù, che lavando i piedi sporchi, ti asciuga con un panno bianco, che è la sua santa grazia; e nell’acqua vengono simboleggiate le lacrime di contrizione, che lavano il cuore dai peccati, per poter andare netto alla santissima Comunione.
-6- Dopo la mensa, resero le grazie, e l’amato Gesù ragionò con gli Apostoli delle cose che dovevano succedere, ma quelli non intendendo i segreti divini, si immaginavano dovesse fare qualche dimostrazione umana per pigliare Gerusalemme. Ma i giudizi umani non arrivano a quelli divini, avvertendoli, che se allora non l’intendevano, l’avrebbero inteso col tempo. Dopo queste parole si avviò verso l’Orto e lasciati tutti gli altri, prese con sé solo Pietro, Giacomo, e Giovanni. Pietro volendo dimostrare l’affetto che portava al suo Maestro, gli disse che se fosse stato necessario patire carceri, e tormenti fino alla morte, l’avrebbe fatto per amore suo; ma Gesù l’avvertì, che non avrebbe fatto tanto; ma lui di nuovo soggiunse con più fervore, che l’avrebbe fatto senz’altro. Perciò sentì dal suo Maestro dirsi, che avanti che cantasse il gallo, in quella stessa notte, l’avrebbe negato tre volte. Qui puoi considerare, anima mia, e procurare di umiliarti nelle grazie e favori, che Dio ti fa, e non confidare in te stessa, non reputandoti degna di cosa alcuna, sull’esempio di Pietro, che si ricordava, e pensava solo all’allegrezza della bella visione del monte Tabor, e non alle tribolazioni, che dopo successero; segno, che le virtù non si conoscono, se non nella pazienza, e non sono conosciute da persone mondane.
-7- Giunse finalmente Gesù all’Orto con i suddetti discepoli, parlando con loro benignamente, che fossero contenti di pregare in quell’ora sua desiderata, e bisognosa. Poi allontanatasi da loro un tiro di pietra, e prostrato in terra con grande umiltà, la baciò, dicendo: “Terra, il mio Eterno Padre ti creò con tutti gli elementi per servizio dell’uomo, e egli ingrato, mi prepara le corde per legarmi, le catene per incatenarmi, i chiodi per inchiodarmi, il legno per crocifiggermi”. Impara qui, anima mia, di ringraziare Dio che ti ha creata, e non essergli ingrata, adoperando le cose create in offesa di lui, a che, poi, non provi il suo sdegno.
-8- Tornò Cristo Signore nostro agli Apostoli, che dormivano, li destò, dicendo loro: ”Dormite pure, che già ho avuto quello che desideravo”. Aspettava intanto con ansietà la venuta di Giuda con gli Ebrei, che dopo partito dalla Cena andò a tradirlo per 30 denari, avvisando gli Ebrei, che conducessero molti soldati a piedi, e a cavallo, con armi, catene, e altri. Andando verso l’Orto di Getsemani, quella canaglia andava mormorando, e altri dicevano: “Bisogna, che fosse un uomo tristo, mentre un discepolo lo tradisce, q Altri dicevano che Giuda era un gran ribaldo, tradendo un suo amico. Qui puoi imparare, anima mia, che nel servire a Dio non bisogna guardare alle parole e mormorazioni degli uomini.
-9- Arrivato Giuda nell’Orto con i soldati, come capo ordinò, che la cavalleria rimanesse fuori dell’Orto, ed egli con i pedoni, con fiaccole, e lumi se ne entrò nell’Orto, dubitando, che l’amato Gesù non si nascondesse; ma egli se ne stava ritirato, come un mansueto agnellino con i tre suoi Apostoli, e cercandolo con i lumi non lo trovavano. Impara qui, anima mia, che il peccato è quello che fa perdere il lume della grazia, con la quale si trova Dio.
-10- Gesù aspettando con desiderio la sua Passione, sentendo il rumore dei soldati, andò spontaneamente ad incontrarli. Giuda veduto il suo Maestro, finse di venire da un’altra strada, e accostandosi a Cristo lo baciò, come soleva, domandandogli la benedizione, solamente con la bocca e non col cuore; quel bacio fu il segno del tradimento, e il bacio, che gli rese Gesù non poté entrare nel cuore del perfido traditore, perché era ferrato. Qui puoi imparare, anima mia, che mentre si fa orazione, non può operare la grazia di Dio, se hai il peccato, e stai ostinata in esso.
-11- Si lanciarono allora come lupi arrabbiati contro il mansueto agnello Gesù, che li interrogò che cosa andassero cercando; con molto disprezzo risposero: “Gesù Nazareno!” Egli rispose: “Sono io!” A tali parole caddero tutti all’indietro per terra. Impara, anima mia, di invocare nelle tue tribolazioni il santissimo Nome di Gesù, se vuoi la grazia della liberazione.
-12- Arrivò dopo la cavalleria, circondandolo d’intorno, lo facevano camminare fuori di strada, per fanghi e sassi, e chi lo poteva più maltrattare si stimava più felice. Arrivati in Gerusalemme, lo strepito dei cavalli e dei soldati destò quelle genti, le quali fecero un gran bisbiglio, dicendo, che pure una volta avevano preso il malfattore che pochi giorni prima si voleva fare il Re dei Giudei, e molti lo seguirono con parole ingiuriose, e villanie. Pensa, anima mia, quanto patì per te l’amoroso Gesù, acciò tu impari a sopportare pazientemente i travagli di questo mondo.
-13- Lo condussero prima alla casa di Anna, il quale lo interrogò della sua dottrina e dei discepoli; Gesù rispose esprimendo le sue ragioni con umiltà. Allora un servitore con la mano ferrata gli diede uno schiaffo nella faccia; facendoli uscire dalla bocca e dal naso molto sangue. Pensa, anima mia, di avere pazienza con negli avversari, perché il nemico non potendo sentire la verità, fa l’ingiustizia.
-14- Il giudice Anna sdegnato lo mandò a Caifa, e i ministri lo facevano camminare con gran fretta, parendogli mille anni prima di vederlo morto. Pietro, e Giovanni seguivano il loro Maestro, per vedere che fine avrebbe fatto. Arrivato al palazzo di Caifa, lo esaminò dei segni e dei miracoli che faceva; ed egli rispose che aveva fatto ogni cosa per servizio del prossimo; di che sdegnato il pontefice si stracciò le vesti gridando, che aveva bestemmiato. Prendi qui, anima mia, esempio che quando fai bene al prossimo per gloria di Dio, non sdegnarti, se non sei remunerata dagli uomini del mondo.
-15 – Giovanni entrando dentro il palazzo sentiva tutto il succedere, ma Pietro per il freddo, per il timore restò nella sala per scaldarsi. Guardatolo, alcuni lo interrogarono se lui era uno dei seguaci di Gesù ché gli pareva averlo veduto nell’Orto: Pietro rispose di non conoscerlo; intanto cantò la prima volta il gallo. Dopo uscì una serva del pontefice che, sentito il ragionamento, lei anche disse, audacemente, che Pietro era uno dei seguaci di Gesù, e che lei l’aveva veduto con lui in Gerusalemme, ma Pietro negò di nuovo, che ciò non era vero, e il gallo cantò la seconda volta; ma quella serva più ostinata, che mai, diceva sicuramente di averlo visto con Gesù; pertanto Pietro intimorito negò la terza volta con giuramento, il gallo cantò l’ultima volta. Allora Pietro ricordando le parole di Gesù, per il dolore passeggiava per la sala, come insensato, e riguardato dal suo Maestro, pianse amaramente, e se ne uscì fuori. Impara, anima mia, che quando Dio ti dà le grazie, bisogna fuggire gli incontri cattivi, ad esempio, Pietro, che allontanatosi dal suo amato Maestro, con gli incontri cattivi lo negò, pur essendo capo della Chiesa; e ricevendo doni celesti. Umìliati, che se non puoi far frutto nei cuori ostinati, evita almeno la tua caduta.
-16- Ricondotto il buon Gesù nella casa di Pilato, i Giudei fecero grande istanza, che lo condannasse a morte, ed egli per soddisfare le empie voglie dei pontefici, ordinò, che legate le mani ad una colonna, ignudo fosse flagellato; onde i ministri e Giudei cominciarono a battere quelle carni sacratissime, chi con uncini di ferro, chi con nervi, altri con bastoni nodosi, altri con giunchi marini spinosi, dandogli nella testa, nella faccia, nelle spalle, e nelle gambe, nell’addome, e insomma lo si batteva senza nessun riguardo, in modo tale che la sua santissima carne sbalzava per aria. Il nostro amato Gesù se ne stava con mansuetudine, non diceva parola, né affatto si lamentava, era come una nuvola, che piove acqua, piovendo da ogni parte del suo corpo il sangue, avendo ritirati i raggi della sua divinità. Impara, anima mia, dal tuo amato Gesù la pazienza e pensa che, pur al vedere tanto sangue da lui sparso, gli Ebrei non si convertirono, perché avevano i loro cuori ostinati, maligni, e senza fede, e non possono partecipare dei meriti di Cristo. Ma ad un cuore umile e pentito ogni vero dolore si concede.
-17- Stanchi, ma non sazi di tormentare l’amato Gesù, lo sciolsero dalla colonna, e lui per debolezza cadde a terra, tra il preziosissimo sangue e la carne. Quei ministri crudeli si posero a cenare. Egli brancoloni per terra, se ne andò di canto per rivestirsi della sua sacra veste, che era l’inconsutile fattagli della sua cara madre, e pensando ai suoi dolori, la compatì, pregando per lei l’Eterno Padre, come anche raccomandò se stesso alle sue preghiere; per dare l’esempio a te, anima mia, che non ti devi disdegnare di raccomandarti ai servi e alle serve di Dio nei tuoi bisogni.
-18- I perfidi Ebrei, pieni di vino, maltrattavano con parole il buon Gesù, gli buttavano del pane, come fosse stato un cane per terra, dicendogli: ”Toh, questo è il tuo corpo!” (avendoglielo detto Giuda) gli buttavano delle scorze dei frutti, ossa spolpate, e altre immondezze, dicendogli che facesse miracoli, essendo un incantatore. Finito che ebbero di mangiare, lo vestirono di un pezzo di porpora vecchia, imposero una corona di giunchi marini spinosi in testa, con una canna in mano, una catena di piedi e beffeggiandolo gli dicevano: “Ecco il Re” In questa maniera lo portarono davanti a Pilato, con beffe e burle. E il sangue in grande copia cadeva dalla testa nella faccia del buon Gesù. Ecco, o anima mia, il tuo amato Gesù in tutte le parti ferito e piagato.
-19- Gli Ebrei non contenti fecero istanza di nuova a Pilato, facendo anche gridare il popolo. Egli per mitigare l’odio, che conosceva portarsi a Gesù da quei perfidi, lo mostrò da un balcone al popolo, acciò vedendolo così maltrattato, s’impietosissero; ma il popolo gridava che fosse crocifisso, altrimenti sarebbe stato nemico di Cesare. Sentito questo, Pilato, benché la moglie gli avesse fatto sapere che Gesù era innocente, tuttavia, lavandosi le mani, lo condannò a morte, come volevano gli Ebrei. Pensa qui, anima mia, di non fare mai contro Dio, il prossimo tuo e te stessa, cosa iniqua e ingiusta; di più impara l’avvertimento dato dalla moglie di Pilato, di stare avvertita, che il demonio sotto colore di ben fare spesso inganna, lusingando l’amor proprio, e perciò sovente avviene che i servi di Dio per mezzo di donne provino tentazioni e astuzie grandi dal nemico infernale.
-20- Giovanni, che aveva veduto quant’era accaduto intorno al suo caro Maestro, dopo la sentenza se ne andò a ritrovare Maria, che stava in casa di Marta e Maddalena, ma quando gli fu vicino non ardiva battere la porta, per darle sì trista notizia. La Beatissima Vergine in orazione lo vide tutto piangente e disse a Maddalena che aprisse la porta a Giovanni; Maddalena obbedì, e entrato Giovanni, tutti di casa lo interrogarono per avere notizie del loro caro Maestro. Ma Giovanni per il pianto non poteva profferir parola alcuna. Lo condussero dalla Beatissima Vergine, e lei lo sentì, uscì fuori dalla sua camera con grande carità, lo fece entrare e sedere con tutti gli altri, che piangevano dirottamente. Solo Maria non piangeva, benché sentisse dentro dolori eccessivi, non dimostrando la loro profondità col pianto esterno. Nessuno parlava ma stavano tutti attoniti. Pensa qui, anima mia, che ogni vero amore e dolore deve essere interiore; e nelle afflizioni e aridità di spirito bisogna servirsi della prudenza.
-21- Cessato alquanto il pianto fu interrogato Giovanni su che era successo a Gesù; egli con le lacrime agli occhi raccontò l’istituzione del Santissimo Sacramento, ove dimostrando il suo vero amore, era come dicesse all’anima: “Ecco, o anima mia fedele, nella mia partenza ti lascio, non il mondo, non le ricchezze, non le soddisfazioni umane; ma tutto me stesso”. Raccontò ancora il discorso fatto agli Apostoli, che non l’intesero, pensando ad aspetti umani. Qui puoi contemplare, anima mia, che i giudizi degli uomini sono fallaci. Finalmente egli raccontò quanto era successo fino alla sentenza di morte in croce fra due ladroni. Dopo sentite queste cose, Marta e Maddalena e le altre volevano all’ora di notte andare a Gerusalemme, ma la Vergine Santissima non lo permise, dicendo che andare in quell’ora non era conveniente a donne, e consolava tutti, li esortava a conformarsi con la volontà dell’Eterno Padre, giacché a questo fine l’aveva mandato in questo mondo. Marta e Maddalena, pensando ai grandi favori ricevuti dall’amato Gesù, se avessero saputa l’avarizia di Giuda, avrebbero vendute le proprie vesti per soddisfare la sua ingordigia, a che non avesse tradito e venduto un Dio tanto amoroso. Impara, anima mia, a non avere interesse di roba nel servire a Dio, perché non ti succeda peggio che a Giuda.

-22- Fattosi giorno si avviarono la Beatissima Vergine, Giovanni e le Marie verso Gerusalemme e arrivati alla porta della città, Giovanni domandò ad un fabbro s’era fatta l’esecuzione di giustizia. Risposi che allora aveva finiti e portati tre grossi chiodi per crocifiggere Gesù Nazareno, che si voleva fare Re. La risposta apportò a tutti gran dolore. Entrati dentro la porta videro un legnaiolo, che interrogato da Giovanni, come sopra, rispose che egli aveva fatto una grossa croce e che allora appunto usciva la giustizia, sentendosi anche le trombe. Tra le genti, che stavano per le strade, alcuni dicevano di Gesù che meritatamente si faceva morire, e che meritava peggio, altri vedendo la Vergine, dicevano: “Forse questa è la madre!” E alle Marie, vedendole tutte addolorate, proferivano molte ingiurie e villanie; e esse con silenzio e pazienza soffrivano ogni cosa. Al contrario alcuni confutavano, dicendo che Gesù aveva fatto molto bene alla città. Impara, anima mia, a sopportare e a usare silenzio nelle ingiurie.
-23- Sentirono poi il rumore delle genti, il suono delle trombe e la voce di colui che dichiarava la causa della morte dell’innocente Gesù; la Beatissima Vergine con gli altri non diceva cosa alcuna di quanto sentivano; per dare esempio a te, anima mia, che quando sei calunniata nella fama, sopporti con silenzio tutto, pensando che le bocche dei calunniatori sono come il suono delle trombe, e che Dio a suo tempo ti restituirà ogni cosa, acciò si conosca la forza della sua protezione.
-24- Uscite le forze di giustizia, per ordine, prima andavano i ladroni, e dopo Gesù con la croce in spalla, circondati da ministri, e da soldati a piedi e a cavallo; la Beatissima Vergine con gli altri si fermarono in un luogo adatto, aspettando il passaggio dell’amato Gesù. Subito si guardarono lui e la Vergine, e insieme parlarono internamente con il cuore; dicendo il Figlio alla Madre: “Non conviene alla tua verginità, o Madre, lo stare in mezzo a questa gente!” E la Madre al Figlio diceva: “Come ora ti vedo, o Figlio! Ti fanno atti contrari a quelli che ti fecero i Magi; quelli ti adorarono, questi ti maltrattano; quelli di presentarono doni, e questi con calci e bastoni cercano darti la morte!” Camminava Gesù verso il Calvario con la croce in spalla, e la Vergine Santissima, le Marie, e Giovanni gli andavano dietro. Poco distante dalla città fu incontrato da una devota donna, che vedendolo così sanguinoso nella faccia, gliela asciugò con un panno, onde restò impresso il suo sacro volto. Impara, anima mia, che mentre fai la carità ai bisognosi per amore di Dio, lo stesso Dio imprime nel tuo cuore la sua immagine.
-25- Le Marie devotamente camminavano, raccogliendo le gocce del sangue di Gesù, che sono simbolo delle tribolazioni, poiché chi da dovere o per puro amore di Dio, le prende, imita lo stesso Gesù nella Passione sua.
-26- Fu incontrato di nuovo Gesù da molte donne di Gerusalemme, le quali piangevano per tenerezza al vedere tanti strazi e non per vero amore. Gesù pertanto, rivolto a loro, disse. “Non piangete per me, ma per voi stesse e per i vostri figliuoli”. Qui pensa, anima mia, che chi piange i suoi peccati per timore, o altro rispetto mondano, fa niente.
-27- Erano tanti i tormenti, che i maledetti Ebrei avevano inferto a Gesù, che col peso della Croce, per la gran debolezza non poteva andare più innanzi, e dubitando quei perfidi, che morisse prima di giungere al Monte posero la Croce in spalla a Cireneo, che veniva da fuori: costui la portava malvolentieri, che però gli dava pesantezza in quanto al corpo e in quanto all’anima. Così avviene, anima mia, a chi porta il peso dell’obbedienza del superiore di malavoglia, patisce nell’obbedire, e non acquista nessun merito.
-28- Fatto questo lo strascinarono con le catene che legavano le braccia e il collo, fino al luogo della giustizia, dove arrivati, messa in ordine la Croce, lo spogliarono delle sue vesti. Essendo attaccate alla carne, rimase scorticato, come un agnello. E dopo con tre chiodi nello stesso tempo gli passarono le mani, i piedi, e con gridi e strilli servendosi di travi e di altri strumenti lo sollevarono in alto per mettere la Croce nel luogo designato. La Beatissima Vergine vide da lontano il suo amato Figlio così maltrattato. Inoltre, essendoglisi levata la corona dalla testa, di nuovo gliela rimisero. Lei sentiva nel cuore lo stesso dolore che il suo Figliolo provava nel corpo; e vedendo spargere il suo prezioso sangue, se lo sentiva uscire delle sue proprie vene. Andò con le Marie e Giovanni fin sotto Croce, per raccoglierlo con i loro vestimenti. Gesù vide la Madre e Giovanni e disse per consolarli al discepolo: “Ecco tua Madre!” E alla madre: “Ecco tuo figlio” Qui considera, anima mia, che chi compatisce alle miserie del prossimo, è degno di essere chiamato figlio di Dio.
-29- Dopo Gesù pregò l’Eterno suo Padre per i crocifissori, dicendo, che li perdonasse, perché non sapevano quello che facessero. Il ladrone, che stava alla sinistra, sentendo questo, si sdegnò e disse con ira: “Se tu sei figlio di Dio, salva te stesso e noi!” Ma il ladrone che stava alla destra, riprendendolo, disse che loro veramente erano degni di morte, e non Gesù, che non aveva fatto male alcuno e poi rivolto a lui lo pregò di volersi ricordare di lui nel suo regno. Qui si può considerare che quando uno fa orazione per rispetti umani, se vuole grazie a Dio nel mondo per compiacere alle troppe comodità della carne, non viene esaudito, come non fu esaudito il cattivo ladrone, che disse le accennate parole, per dare gusto agli Ebrei che bestemmiavano Cristo Signor nostro.
-30– Allora Cristo Signor nostro disse che aveva sete. In ultimo disse al Padre Eterno “Perché mi avete abbandonato?” E ciò fu perché vedeva tutte le parti del suo corpo lacerate e il cuore, ove risiedeva ogni forza non aveva patito cosa alcuna. Considera qui, anima mia, che Cristo Gesù avendo pagato per lo spazio di 33 anni il frutto del tuo debito, in ultimo volle sborsare l’intero capitale, che era nella borsa del suo cuore.
-31- Dopo con un gran sospiro raccomandò l’anima sua all’Eterno Padre, e così spirò. Subito dopo venne un gran terremoto per il quale si spezzarono le pietre, e tutti gli elementi si perturbarono. Qui considera, anima mia, che se stai in qualche tribolazione, mettendo un ogni tuo fastidio nelle mani di Dio, si spezzeranno tutte le cose del mondo.
-32- Longino, per compassione, o per altro motivo, diede a Cristo Gesù un colpo di lancia, e essendo nell’oscurità, con il sangue e acqua, che uscì dal lato sinistro trafitto, fu illuminato. Quell’acqua, che il redentore nostro mandò fuori dal suo costato, assieme col sangue, altro non era, che le lacrime della Beatissima Vergine, bevute da lui, mentre era bambino; smettendo di bere il latte, e questo succedeva quando Maria Vergine considerava i tormenti che aveva da patire il medesimo suo figliolo. Considera poi, anima mia, che la Vergine assieme con Giovanni, e le Marie non si partirono dalla Croce, per darti ad intendere, che nei travagli e tribolazioni non devi mai lasciare Dio.
-33- Un devoto e segreto discepolo di Gesù, dopo le predette cose, andò da Pilato a chiedergli il corpo del suo caro Maestro, per dargli sepoltura e l’ottenne. Qui contempla, anima mia, che ogni volta che domandi con devozione il corpo sacratissimo di Cristo, ti sarà concesso nel Santissimo Sacramento dell’Eucaristia.
-34 – Questo discepolo devoto con altri amici si avviarono verso il monte Calvario, e le Marie ebbero un nuovo timore, dubitando non fosse gente che venisse a far maggior danno al corpo del benedetto Cristo. Giovanni perciò si fece avanti per vedere che persone fossero, e riconosciutoli per amici, tutti li consolò. Impara, anima mia, ad essere timorosa dell’offesa di Dio, e ad avere paura delle tentazioni, come ancora di star vigilante, quando ti si fanno le grazie.
-35- Quelli, arrivati al luogo ove era Cristo Signore nostro Crocefisso, si inginocchiarono e lo adorarono. Qui puoi, anima mia, imparare quando vedi le cose sacre, a venerarle, come si conviene.
-36- Dopo posero le scale alla Croce, e con grandissima riverenza lo schiodarono da essa, baciando, chi li chiodi, chi la Croce, chi le spine, chi le piaghe. Qui contempla, anima mia, quando ti si concedono grazie da Dio benedetto, di corrispondere con umiltà. Inoltre pensa che Dio ai servi suoi non dà né oro, né argento, ma spine, chiodi, croci di tribolazioni e travagli in questo mondo.
-37- Asportato il Santissimo Corpo di Cristo dalla Croce, fu sepolto nel lenzuolo davanti alla Beatissima Vergine, e le altre Marie, e tutti piangendo si posero in ginocchioni; la Vergine Santissima diceva con il cuore, guardando per tutte le parti del suo corpo: “Figlio, quanto hai patito per il genere umano? Padre Eterno siate sempre lodato, e ringraziato; quanto è differente, o Figlio, la Passione della vostra nascita? Nella nascita era notte, e si fece giorno, e ora essendo giorno si è fatto notte: nel Presepio fosti adorato dai pastori, e con allegrezza magnificato dall’Angelo, e qui siete stato beffato, è schernito da crudeli Ebrei. Ivi con rudi zampogne fosti dai pastori lodato e qui con trombe vituperato. Figlio, con il latte miracoloso fosti pasciuto, e qui con fiele, e aceto sei stato abbeverato. Figlio, la testa, che il vostro padre Giuseppe vi coronava di fiori, l’hanno trafitta dagli Ebrei con le spine; Figlio, le sante mani e i piedi, che tanto bene operarono in salute del prossimo, ora gli ingrati Ebrei l’hanno inchiodati”. Giovanni piangendo metteva la bocca nel sacro costato di Cristo, e diceva: “Caro mio Maestro, da questo sacrato petto mi rivelasti nella Cena i segreti celesti, e ora con la lancia, lo vedo spalancato”. Maddalena attaccata ai santi piedi, diceva: “Maestro caro, quante volte questi piedi vennero alla casa mia, e adesso li vedo inchiodati e trafitti.” Pensa, anima mia, quante cose per te ha patito il tuo amoroso Redentore, volendo soddisfare alle colpe, poiché per i tanti tuoi vani pensieri, lui patì nella testa la corona di spine; per gli occhi con i quali offendesti tanto Dio, egli si contentò gli fossero bendati; con l’orecchio, che è adoprato nel sentire le curiosità del mondo, Gesù volle udire tante ingiurie e bestemmie; per l’odorato, ove hai posto tanta cura, Cristo nel Calvario soffrì tanta puzza; per la bocca, e la lingua, che con parole e altri peccati l’hai offeso, vuole gustare l’amarezza dell’aceto e fiele; così nel cuore volle patire per quei tanti tuoi peccati, e cattive volontà che hai dentro te stessa; per le mani e piedi tanto sciolti, con i quali hai tanto offeso Gesù, egli si è accontentato, che gli siano trafitti e mani e piedi; e finalmente per la soverchia morbidezza, che usi alla tua carne e per le carezze che gli fai, Cristo Signor nostro volle per tutto essere percosso e lacerato. Anima mia, se di cuore ti pentirai, la remissione dei peccati conseguirai. Amen.
-38- Finito di piangere le Marie e quegli amici posero il corpo di Cristo in un lenzuolo netto e pulito, ungendolo con unguenti odoriferi; segno, o anima mia, che Dio vuole l’orazione netta, senza peccato; dopo lo portarono unitamente in una sepoltura nuova, che era di uno di loro, chiamato Giuseppe, lo e seppellirono con grande reverenza, sigillando di più la sepoltura. Dal che puoi imparare, anima mia, che quando ti sei pentita davvero, devi sigillare nel tuo cuore Cristo Gesù, acciò non si parta mai da te e tu non lo offendi mai.
-39- Nel partire, le Marie e gli altri, ogni tanti passi, si inginocchiavano, e l’adoravano fintanto che persero di vista il sepolcro. La Beatissima Vergine se ne ritornò sconsolata in casa di Marta e Maddalena e ritirata nella sua camera ringraziò l’Eterno Padre del compimento della Redenzione fatta e gli domandava perdono, se in lei fosse caduta alcuna negligenza. Da questo puoi considerare, anima mia, quanto sia necessario che in tutte le tue azioni, ti umili e domandi perdono a Dio delle negligenze che continuamente commetti.
-40- Gli Apostoli era rimasti smarriti, ma dopo qualche tempo, vennero alla casa di Marta e Maddalena, dove stava la Beata Vergine, e man mano che arrivarono, la visitavano pentiti e addolorati, cercando consolazione e conforto. A Pietro, poi non bastava l’animo di recarsi davanti a Maria, ma Giovanni, facendogli animo, ve lo accompagnò, ed egli umiliato e pentito, piangendo amaramente gli domandò perdono. Le Beatissima Vergine controllava tutti, dicendo, che il suo Figliuolo, non per altro fine era venuto in questo mondo, che per quello di fare la Redenzione del genere umano e se lo avevano perso nell’umanità visibile, lo guarderebbero nel Santissimo Sacramento della Eucarestia, e che fossero sicuri, e che stessero con ferma speranza, che quanto egli aveva promesso, l’avrebbero ottenuto ed anche che l’avrebbero rivisto. In questo considera, anima mia, e pensa di chiedere perdono a Dio, o a chi ha potestà, in suo luogo sopra di te, quando hai errato, come fecero gli Apostoli, che avendo perduto e abbandonato il loro caro Maestro, domandarono perdono alla gloriosa Vergine sua Madre.

MEDITAZIONI per la Domenica di Resurrezione
-1-
Contempla, anima mia, che la Beatissima Vergine dopo che fu sepolto il suo caro Figliolo, si ritirò nella sua camera tutta dedita alla sua solita orazione. L’amore combatteva con il dolore, pensando ora alla vita passata del suo caro e amato Gesù, ora alla sua acerbissima passione, ora la sua fanciullezza, così ora alle gioie e ora ai dolori, che aveva sentiti e provati, offrendo ogni cosa all’Eterno Padre, domandandogli perdono se non li avesse sopportati come doveva e, contemplando nel suo cuore, ripensava ai medesimi godimenti e dolori dicendo: “Quanta soave allegrezza, o Figlio, sentivo quando ti portavo nel mio seno e quanto dolore ebbe il vostro padre putativo Giuseppe, per non sapere i segreti dell’Incarnazione, non potendo capire, come voi dovevate nascere in terra di madre senza padre. Quanto poi mi rallegrai, quando l’Angelo lo rassicurò del tutto; quanto contento ebbi, quando nascesti, per il canto degli Angeli per l’adorazione dei pastori e dei Magi, e quanto dolore poi sentii per lo spargimento del sangue nella vostra circoncisione; quanti travagli ebbi nel viaggio di Egitto, e nella perdita vostra di tre giorni; o quanto mi rallegrai quando ritrovandovi vi vidi fra dottori disputando; e quanto poi mi affliggevo, e confondevo insieme, vedendovi servire nell’arte al vostro padre Giuseppe, e in altre cose necessarie per la casa; quanto mi dilettavo di vedervi per la durata di trentatré anni dedito all’orazione e contemplazione continua; e dopo vi ho veduto Crocefisso, morto, e seppellito in un sepolcro”.
Tutte queste, e altre simili cose contemplava la Beatissima Vergine, fino a quando arrivò all’alba della domenica di Resurrezione; e allora si inginocchiò con le lacrime agli occhi, e con le mani giunte, rivolta al Padre Eterno gli offrì tutti i patimenti e tormenti, che il suo Figliolo aveva sopportato per il genere umano, e con questa offerta offriva anche se stessa, dicendo: “Se fosse designato, anche lei avrebbe patito volentieri per il medesimo fine, perciò ringraziava la Divina Maestà di ogni cosa successa.”
Quando stava in queste meditazioni cominciarono a risuonare le voci dolci, sonore di una grande moltitudine di Angeli, che vestiti di vesti bianchissime, entrarono nella camera della Vergine Santissima, e inginocchiati avanti a lei, con gli stendardi in mano in segno di vittoria, cantarono quella bella antifona “Regina coeli laetare, alleluia” e mentre la stavano cantando, entrò il suo caro Figliolo, risplendente più del sole, con le piaghe lucidissime e più d’ogni altra quella del costato. A questa vista così gloriosa si levò la Beatissima Vergine, e corse ad inginocchiarsi avanti a lui, che con viso allegro e giocondo gli disse: “Rallegrati o madre, che non vedrai più la mia carne stracciata, come vedesti nei giorni passati.” La Vergine rispose: “Figlio, non sono degna di vedere una gloria così sublime!” Egli perciò ritirò in sé i suoi splendori, in modo che la gloriosa Vergine gli potesse toccare e baciare i santi piedi. In ultimo la Vergine Santissima gli domandò la sua benedizione, Gesù compiacendola, disse così: “Ti benedica, o madre, la potenza dell’Eterno Padre, la sapienza del Figlio, la Virtù dello Spirito Santo, che è stato sempre con te”. Dopo data a lei la benedizione, sparì. Contempla qui, anima mia, che dopo grandi travagli, tribolazioni, disonori e passioni, vengono gran contenti; e chi patisce qualche cosa in questa vita per amore di Dio, nell’altra, gli è preparato premio grande. Osserva di più, che la Beatissima Vergine nei suoi travagli sempre si umiliava, per darti esempio di aver pazienza nelle tribolazioni e nelle consolazioni dare lode a Dio, perché in noi non è merito alcuno.
-2.a meditazione-
Contempla, anima mia, che la Maddalena e le tre Marie, dopo che ebbero lasciato il corpo del loro amato Gesù tutto piagato e lacerato nella sepoltura, se ne tornarono a casa tutte afflitte, e lacrimose. Poi procurarono l’unguento per andare ad ungere il corpo di Gesù, parendogli mille anni, che si facesse giorno. Pensa qui, anima mia, la grande fede viva della Maddalena e delle tre Marie, e impara che quando hai lasciato Cristo nella notte del peccato, bisogna trovare l’unguento della contrizione, del pentimento, delle lacrime e seguire l’ispirazione che ti dà per andare alla santa confessione. Le Marie partirono poi al far del giorno, per andare al monumento, e per la strada andavano piangendo e lacrimando per non avere con loro alcuno che potesse smuovere la pietra, che era stata posta sul sepolcro, essendo assai grande; e così avevano timore di non poter ungere il corpo del loro amato Gesù. Qui prendi esempio, anima mia, che quando hai il pentimento e le lacrime, e sei risoluta di andare a ritrovare Gesù, non bisogna avere timore, che non ti perdoni le tue colpe, ma prosegui il tuo viaggio, come appunto fecero queste sante donne, le quali arrivate che furono, trovarono la pietra rivoltata sottosopra e su questa videro un Angelo, che disse loro: “Gesù non è più nel sepolcro ma era risuscitato”. Impara, anima mia, che quando aprirai la pietra del tuo cuore al sacerdote nella confessione, risusciterai da morte a vita, e cascheranno in terra tutti i tuoi peccati, come fecero quei soldati che stavano in guardia del monumento. La Maddalena, sentito ciò dall’Angelo, lasciate le compagne, se n’andò nell’orto cercando il suo amato Maestro, affinché tu, anima mia, impari che quando puoi trovare Gesù nella santa confessione, devi lasciare tutti gli affetti del mondo, come fece la Maddalena, che per trovare il suo amato Gesù, lasciò tutte le compagne, e cercando con diligenza, avvenne che lo trovò in forma d’ortolano, al quale lei domandò, con grande affetto, chi avesse levato il corpo del suo caro Gesù sepolto; e se lui sapeva ove fosse stato sepolto. E l’amore le faceva credere che se l’avesse potuto, lo voleva portare a casa sua sopra le spalle. Gesù gli rispose, chiamandola con il nome di Maria; ed ella al solo suono della voce riconobbe subito che quello era il suo caro Maestro. Quindi si prostrò subito in terra per baciargli i santi piedi. Per dar esempio, anima mia, che quando vai al Sacramento dell’Altare, devi andare con viva fede, credendo fermamente, che sotto quelle specie sacramentali vi sia Dio e non cercare curiosità, come la Maddalena, ad una sola parola, conobbe nella figura di un ortolano il suo Maestro, che subito sparì. La Maddalena si partì tutta consolata, affinché tu, anima mia, vieni a conoscenza, che chi cerca con devozione Dio nel giardino delle tante virtù, si parte consolato da questa vita, e se ne vola in cielo per essere glorioso.

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MANZONI ALESSANDRO equilibrio romantico classico risorgimentale cristiano lirismo. Lezioni Mancini Dino

ALESSANDRO MANZONI (Milano 1785-1873)

Alessandro Manzoni potrebbe essere definito un “illuminista cristiano”; ed è considerato concordemente il massimo rappresentante del Romanticismo “moderato” italiano, cioè di quel romanticismo che si propone di dare all’Italia una letteratura naturale, popolare, moderna e nazionale, senza sacrificare la cultura della spontaneità e la semplicità dignitosa al popolaresco; il patrimonio dei classici alle manie esterofile; il patriottismo al nazionalismo violento.
PENSIERO
Nel pensiero del Manzoni confluiscono cinque componenti: l’illuminismo; il giacobinismo; il classicismo; il romanticismo; il cattolicesimo. Dalle prime quattro correnti culturali il Manzoni accoglie i principi e le proposte più ragionevoli; e con le verità della fede cristiana dà a quei principi e a quelle proposte una base soprannaturale, per sottrarla ad impostazioni devianti, ispirate agli egoismi degli individui, delle classi sociali e dei nazionalismi.
A = Il Manzoni e l’illuminismo. Il Manzoni era nipote di Cesare Beccaria, autore del trattato “Dei delitti e delle pene” (1764) per cui si può dire che l’Illuminismo fosse di casa nella famiglia Manzoni. Da giovane lesse e assimilò le opere di scrittori illuministi italiani e francesi; e dal 1805 al 1810 visse a Parigi dove frequentò il salotto di madame Condorcet di ispirazione illuministica.
Il Manzoni del l’Illuminismo accolse:
1: il metodo del ragionamento basato su idee chiare e distinte
2: La preferenza per gli studi concreti e utili
3: l’intento di scrivere per rendersi utile al maggior numero possibile di lettori
4: lo stile spigliato e l’uso frequente dell’umorismo
5: il principio dell’uguaglianza di tutti gli uomini in forza degli stessi diritti naturali
6: il principio dell’eguaglianza di tutti i cittadini di fronte alla legge
7: l’avversione ad ogni forma di tirannide privata e pubblica
8: la critica alle irrazionalità della vita individuale e collettiva, sia familiare e sia civile
9: il principio che il governo deve governare e che il governare significa promuovere il bene pubblico con . il difendere la vita e della dignità dei cittadini dalle soperchierie del prepotente;
. combattere le carestie e le epidemie
. tenere lontane le guerre
. favorire l’istruzione del popolo.
Nei Promessi Sposi il Manzoni mette in luce questi compiti del governo attraverso la critica della politica adottata dal governo spagnolo nel ducato di Milano, ove esso favorisce subdolamente la tirannide dei signorotti locali per tenere la popolazione sotto la pressione della paura, inoltre adotta provvedimenti insulsi per contrastare la carestia e la peste, e non fa nulla per sollevare il popolo dall’ignoranza e dalla miseria.
Dell’illuminismo il Manzoni non accetta: _ l’antistoricismo; _ la svalutazione della fantasia e del sentimento; _ l’esclusione dell’intervento divino provvidenziale nella storia umana; _ il cosmopolitismo spinto fino alla negazione della nazionalità.
B = Il Manzoni e il giacobinismo. Il Manzoni giovane, come quasi tutti gli scrittori della fine del settecento e dell’prime 800, professò con entusiasmo gli ideali che furono considerati alla base della rivoluzione francese: libertà, uguaglianza, fraternità. Lo dimostra nel poemetto “Il trionfo della libertà” che egli scrisse nel 1800 e di cui più tardi sconfessò le intemperanze polemiche contro la Chiesa, ma riconobbe come suoi i sentimenti, cioè l’amore per quegli ideali per i quali erano morti i grandi uomini del passato e che allora erano profanati dai giacobini lombardi e francesi
C = Il Manzoni e il classicismo. Il Manzoni giovane studiò con passione i classici, fu ammiratore del Monti e scrisse opere di stile neoclassico: “Il trionfo della libertà”; – “Adda”; – “Sermoni”; – “In morte di Carlo Imbonati”; – “Urania”.
Del classicismo egli adottò: _/ il senso della misura e dell’equilibrio; _/ il procedimento organico logico e chiaro nello sviluppo dei temi; _/ la proprietà, la precisione e il decoro sia delle immagini che dell’espressione linguistica.
Del classicismo egli rifiutò: _/ l’uso della mitologia; _/ l’imitazione servile dei classici; _/ le regole arbitrarie dei retori; _/ il linguaggio troppo erudito ed elevato non accessibile al pubblico dei lettori popolari.
D = Manzoni e il romanticismo. Il Manzoni, dopo la conversione religiosa, sentì sempre un’antipatia vivissima per la figura del “letterato puro”, cioè del letterato che inventa giochi poetici per divertire gli oziosi. Perciò aderì pienamente al programma romantico, perché questo corrispondeva al suo proposito di scrivere cose utili al maggior numero possibile di lettori. Per illustrare il programma romantico egli scrisse la “Lettera sul romanticismo, al marchese Cesare d’Azeglio”.
Del programma romantico il Manzoni accolse le seguenti proposte:
1: una letteratura che formi l’animo dei lettori ai più nobili ideali della vita: libertà, giustizia, onestà, patria, religione
2: una letteratura che attragga i lettori non con il “meraviglioso” dei classicisti, ma con l’interesse; interesse da suscitare con temi e immagini che abbiano rapporto con la vita dei lettori e con i problemi della società in cui essi vivono.
3: una letteratura che riesca accessibile al popolo, cioè una letteratura, (come diceva il Berchet) “naturale, popolare, moderna, nazionale”.
4: una letteratura che preferisca i termini storici perché la storia è maestra della vita dei popoli.
5: una letteratura che aderisca alla verità dei fatti, dei costumi, della psicologia degli individui e delle masse.
Il Manzoni rifiuta il romanticismo inteso come un “guazzabuglio di streghe, di spettri, un disordine sistematico, una ricerca stravagante, una abiura in termini del senso comune; un romanticismo che si sarebbe avuta molta ragione di rifiutare e di dimenticare, se fosse stato proposto da alcuno” (Lettera sul romanticismo”).
E = Manzoni e il cattolicesimo. Fino al 1810 (anno della sua conversione) il Manzoni fu indifferente dal punto di vista religioso. Credeva in Dio al modo dei ‘teisti’. Ammetteva, cioè, l’esistenza di un Ente Supremo per spiegare il passaggio del mondo dallo stato di ‘quiete’ allo stato di ‘moto’, ma rifiutava ogni religione positiva o storica e negava ogni rapporto dell’Ente Supremo con la storia umana.
Nel 1810, quando la moglie, calvinista, incominciò a studiare la religione cattolica, per decidere quale delle due professioni scegliere, anch’egli si interessò insieme del cattolicesimo. Riflessivo e sensibile com’era, insoddisfatto della filosofia illuministica ferma sulle posizioni del sensismo, egli avvertì quasi subito la verità e la bellezza del cattolicesimo. Maestro di lui e della moglie in tale circostanza era l’abate Dégola, sacerdote di tendenze giansenisti. (Il giansenismo, partendo dal presupposto, come i calvinisti, che Dio, a suo arbitrio e quindi senza tener conto della corrispondenza dell’uomo, ad alcuni dà la grazia che salva e ad altri non la dà, proponeva una religiosità tutta interiore, senza riti esterni, sostanziata di timore, di austerità e di rigida moralità).
Questo particolare ha indotto qualcuno a pensare che il Manzoni fosse giansenista e non cattolico; una tesi questa che è confutata da tutte le opere del Manzoni dalle “Osservazioni sulla morale cattolica” a I promessi sposi” opere in cui la religione è intesa come fede e amore ed è vissuta dai personaggi che la professano, con stile sereno e fiducioso.
Del cattolicesimo il Manzoni accolse i principi per cui Dio è padre di tutti gli uomini, e Cristo ha redento tutta l’umanità senza distinzione di razza, di nazione, di classe sociale; perciò gli uomini sono tra loro fratelli:” tutti fatti a sembianza di un solo – figli tutti di un solo scatto, – in quale ora, in quale parte del suolo, – trascorriamo quest’aura vitale, – siamo fratelli!” (coro “Il conte di Carmagnola”).
La rivoluzione francese che si ispirava all’illuminismo, si era valsa proprio degli ideali di libertà, uguaglianza e fraternità, per assoggettare tutta l’Europa alla tirannide della Francia; e ciò era accaduto perché la rivoluzione era atea, e quindi, non ispirandosi al progetto dell’amore di Dio e del prossimo, fatalmente era diventata nazionalistica e imperialistica.
Il liberalismo che si propone di rivendicare i diritti e la dignità dell’uomo e per il quale il Manzoni simpatizza apertamente, ha possibilità di successo, soltanto, se pone, a fondamento della sua dottrina e della sua prassi, il principio che ogni uomo (non soltanto la borghesia) deve essere rispettato e aiutato nella sua ascesa verso forme di vita sempre più elevate, non solo perché ha una natura razionale, anche perché è figlio di Dio e i suoi diritti sono difesi da Dio stesso, specie se si tratta dei diritti e della dignità degli umili.
Anche la libertà e la dignità delle nazionalità (cfr. “Marzo 1821”) rivendicate dai liberali, trovano un fondamento sicuro solo nella religione cristiana che riconosce una personalità alle nazioni come agli individui: una personalità sacra come quella degli individui e perciò difesa da Dio. Il vero liberalismo perciò, secondo il Manzoni, ha fondamento religioso; diversamente può anch’esso prestarsi a favorire la tirannide che una classe sociale (ad esempio: della borghesia) impone sull’altra (sul proletariato) e imperialismo di una nazione a danno delle altre. Il Manzoni perciò riabilita tutti i grandi ideali con la fede.
dando loro un più sicuro fondamento. Egli, perciò può essere considerato liberale cattolico, in quanto accetta il programma riformistico liberale e lo riallaccia alla religione, per dare ad esso maggiore solidità ed efficacia. Il liberalismo cattolico del Manzoni non ha nulla a che fare con il clericalismo (difesa dei privilegi clericali) né con il guelfismo del Gioberti che proponeva il papa a capo di una confederazione italiana). Il Manzoni in politica fu indipendente da qualsiasi partito, anche se appoggiò con gli scritti ogni iniziativa che promuovesse l’unità e l’indipendenza dell’Italia, da qualunque forza fosse presa.
x – la verità è unica: due affermazioni opposte non possono essere vere ambedue. Perciò, se sono veri i principi del Cristianesimo, non possono essere veri i principi che ad essi si oppongono. “Badò a quelle parole, a quelle massime (del Vangelo), le prese sul serio e le trovò vere; vide che non potevano dunque esser vere altre parole ed altre massime opposte” (Promessi Sposi, cap. XXII).
Quindi, il Manzoni, pur essendo tollerante verso ideologie e programmi avversi al Cristianesimo, pur accogliendo con mentalità liberale tutto ciò che di giusto e di vero c’è nelle zone di pensiero anticattoliche, tuttavia era convinto che la verità è unica ed oggettiva, essendo essa creata da Dio e non dalla mente umana, a cui spetta solo il compito di scoprirla (Osservazioni sulla Morale Cattolica, cap. I°- Dialogo dell’Invenzione).
x = La storia è fatta dagli uomini che operano liberamente sia il bene che il male. E le azioni libere degli uomini sono utilizzate dalla Provvidenza per la realizzazione dei suoi piani di giustizia e di misericordia. Questa concezione provvidenziale della storia è simile a quella di Dante e di S. Agostino.
Gli Illuministi avevano ammesso l’esistenza di un Ente Supremo, ma avevano negato che Esso si occupasse degli uomini: la loro storia era senza Provvidenza. Per il Manzoni una tale posizione è assurda: se Dio è Dio, come muove l’universo fisico, così muove anche la storia umana, lasciando agli uomini la libertà di dare a questo moto la direzione verso il bene o il male e valendosi delle loro azioni per condurre verso i fini da Lui stabiliti, sia la vita degli individui che quella dei popoli.
La visuale della storia umana degli individui e dei popoli, dunque, non è completa, se non viene rapportata al piano provvidenziale che in essa si manifesta più o meno chiaramente e che solo alla luce del cristianesimo può essere individuato nei suoi aspetti materiali, temporali ed eterni.
x = Il dolore non è fine a se stesso, ma è mezzo di purificazione e di prova per l’accrescimento del merito. Nella conclusione dei “Promessi sposi” il Manzoni afferma che i guai vengono, sì, perché talvolta ce li procuriamo con le nostre imprudenze e con le nostre colpe; però la condotta più cauta e più onesta spesso non vale a tenerli lontani. Ad ogni modo, vengano essi per nostra colpa o senza nostra colpa, la fiducia in Dio li raddolcisce e li rende utili per una vita migliore. La fiducia in Dio per il Manzoni non è la rassegnazione passiva; ma è la certezza che nella lotta tra il bene e il male, la vittoria finale spetterà al bene. Così nel romanzo, Lucia nel castello dell’Innominato è nell’impossibilità assoluta di salvarsi con le proprie forze; però ha la certezza che Dio la salverà; e così può addormentarsi serena nel castello più orrido e nella situazione più disperata.
La fiducia in Dio non è un atteggiamento passivo, ma è la virtù di chi combatte con la certezza della vittoria perché sa che la sua causa è giusta e quindi è difesa da Dio e perciò trionferà.
x = Rapporto tra Fede e Ragione.
La Ragione prepara il campo alla fede; questa completa il dettato della ragione. Gli Illuministi avevano affermato che fra ragione e fede c’era un contrasto insanabile; Manzoni, invece, ritorna alla posizione di san Tommaso e di Dante e sostiene che la ragione prepara il campo ala Fede, e questa conferma e completa le conquiste della ragione. Infatti la verità, che è unica, deriva da una unica fonte, da Dio; e deriva alla mente umana attraverso due canali: la ragione e la rivelazione; e perciò verità di fede e verità di ragione non possono essere in contrasto fra di loro.
PENSIERO MORALE.
A= Non esistono due morali: quella del pulpito (cioè quella teorica che i vieni: predicata in chiesa e quella laicistica del mondo, basata sulle esigenze pratiche dell’egoismo. Nel cap. V dei Promessi Sposi padre Cristoforo, interpellato sulla famosa questione di cavalleria, afferma che sarebbe meglio che non ci fossero né sfide né portatori né bastonate né bastonator; e l’avvocato Azzeccagarbugli, invitato a dare un giudizio sull’affermazione del padre, dice: “La sentenza del padre, ottima e di giusto peso sul pulpito, non ha nessun valore nella pratica della vita”. Il Manzoni è evidentemente convinto del contrario: ciò che è valido in teoria è valido anche in pratica. In tal modo il Manzoni rifiuta la posizione del Machiavelli, che riconosceva il valore della morale cristiana in teoria, ma la considerava impossibile ad attuarsi o addirittura dannosa nella vita pratica
B= Pur essendo un dovere l’intransigenza nella distinzione dei valori f morali (il bane è bene, il male è male, tanto in teoria quanto in pratica), tuttavia bisogna giudicare con comprensione gli uomini che errano; e nella stessa applicazione dei principi morali, non bisogna esigere da tutti l’eroismo. Anzi la pretesa di applicare la stessa norma morale a tutti i casi della vita senza distinzione di circostanze e con intransigenza rischia talvolta di favorire il male e di rendere impossibile la pratica del bene. Così l’origliare alle porte di una stanza, dove due persone sono a colloquio, di per sé è un’azione scorretta; però il vecchio servitore di Don Rodrigo origliando alla porta del suo padrone in colloquio con Padre Cristoforo, non solo non compie una azione riprovevole, ma onesta e intelligente. Sarebbe strano che si usassero riguardi di buona creanza verso un criminale I che sta per compiere un delitto.
Il matrimonio di sorpresa è una cosa che non “istà bene” secondo la coscienza morale delicatissima di Lucia; ma, non essendo di per sé un’azione disonesta, anzi permessa dalla legge, Agnese (espressione della coscienza pratica) lo ritiene necessario nelle condizioni in cui si è venuta a trovare la figlia.
C = Chi più ha ricevuto, più deve dare. Pare il bene è un dovere religioso e sociale nello stesso tempo. Esso vale soprattutto per coloro che hanno ricevuto beni di fortuna od hanno ricevuto l’ingegno quindi sono deplorevoli i ricchi che sciupano i beni, nei vizi (come il conte Attilio e Don Rodrigo), oppure le persone intelligenti che attraverso gli scritti mirano non ad educare i lettori, ma a divertire gli oziosi e a procurare guadagno e fama a se stessi.
D = La carità è la virtù più simpatica e più feconda di bene.
F = “Gli uomini più che a star bene, dovrebbero pensare a far bene, e così finirebbero a star meglio”: è un principio (enunciato nella parte conclusiva dei Promessi Sposi) che rivela la tendenza del Manzoni a risolvere i problemi della vita in modo radicale sulla base di una saggezza razionale e religiosa, che fa a meno della demagogia rivoluzionaria e pone ogni uomo di fronte a ciò che è più necessario: il compimento del dovere.
G = “La vita non e già un peso per molti ed una festa per alcuni, ma un impiego utile per tutti”. (Promessi Sposi cap. XXII ) .

PENSIERO POLITICO
Lo distinguiamo in pensiero politico generale; e pensiero politico risorgimentale.
a) Pensiero politico generale.
La fonte da cui il Manzoni desume i principi generali della politica è il pensiero illuministico, completato dal pensiero religioso cristiano.
1 == Governare significa servire il popolo. Il governo, perciò non è il padrone dei cittadini, ma il promotore del loro benessere materiale e spirituale.
I governanti che pensano solo a soddisfare le loro ambizioni e i loro interessi sono ridicoli e spregevoli nello stesso tempo.
Il Manzoni ci offre nei Promessi Sposi un esempio tipico di tal genere di governo nei comportamenti di quello spagnolo. Le condizioni deplorevoli in cui vive ‘la popolazione della Lombardia vessata dai signorotti, misera, affamata, analfabeta, igienicamente arretrata, sono il più terribile documento di accusa contro un governo insipiente, tanto insipiente che si è indotti a pensare non che non sapesse governare ma che non volesse governare sul serio.
Del resto quello spagnolo è un governo straniero, e agli stranieri interessa solo tenere il popolo soggetto; e per tenerlo soggetto, gli è necessario tenerlo nell’insicurezza, nella miseria, nell’ignoranza.
Non è possibile che il governo spagnolo non sapesse che le ‘gride’ non avevano alcuna efficacia se venivano fatte contro i mandatari dei delitti (i bravi) e non contro i mandanti (i signorotti).
Vuol dire, allora, che ad esso faceva comodo assicurarsi la servile collaborazione dei signorotti locali, permettendo loro di spadroneggiare sugli umili. Il fatto che all’Innominato è possibile tenere in scacco la polizia spagnola e umiliarla vergognosamente con un piccolo gruppo di bravi, sta a significare che il governo straniero aveva tutto l’interesse a favorire il brigantaggio, per tenere il popolo nella paura e alimentare nei signorotti stessi la diffidenza e l’odio reciproco.
Non è possibile che il governo spagnolo non sapesse che per rimediare alla carestia non si abbassa il prezzo del pane (come fa Ferrer), ma si razionano le scorte disponibili (come suggerisce Ambrogio Fusella, ossia il bargello travestito che accompagna Renzo all’Osteria della Luna piena), e intanto si fa venire grano dall’estero (come fa la Repubblica Veneta che lo importa perfino dalla Turchia, sua eterna nemica).
Pertanto bisogna ammettere che il governo spagnolo si valesse della fame, come delle violenze dei signorotti, dei Lanzichenecchi, della peste, dell’analfabetismo, per tener più facilmente sotto il giogo la popolazione lombarda.
La responsabilità delle insensatezze a cui si abbandona il popolo (basta ricordare la distruzione dei forni e lo spreco della farina e del pane durante la sommossa per la carestia a Milano; o la caccia spietata e balorda che durante la peste veniva data ai disgraziati che fossero sospettati di unzioni benefiche), ricade sui governanti, che non sanno o non vogliono provvedere, quando i tre flagelli dell’umanità (peste fame e guerra) si abbattono sulle moltitudini.
Un esempio. Il popolo affamato tumultua dinanzi al “Forno delle cruccie”; il capitano degli alabardieri, accorso per ristabilire l’ordine, tenta di imbonire la folla con esortazioni paterne alla speranza e alla calma. Ma chi ha lo stomaco vuoto non può accontentarsi di prediche e belle parole; e uno di quei “buoni figliuoli” gli tira una sassata, che va a colpirlo nella “profondità metafisica del cervello”; e giustamente, sembra dire il Manzoni, perché a chi ha lo stomaco vuoto non si fanno bei ragionamenti, ma si procura anzitutto il pane.
Ma nello stesso tempo il poeta, messo da parte ogni falso rispetto o demagogica adulazione, verso il popolo, non manca di mettere in evidenza gli stupidi vandalismi a cui si abbandona la folla; né risparmia la sferzata (anche se data con il solito tono umoristico) contro l’arroganza e l’intolleranza del popolo, che, quando è sotto l’impulso di una passione, non vuole sentire richiami alla ragionevolezza. Un esempio: a Renzo, che a Milano vede bruciare, i forni, le madie e i frulloni, il buon senso fa dire: ”Se conciano così tutti i forni, dove faranno il pane? Nei pozzi?”
Se di fronte a quei vandalismi o ad altre scempiaggini della folla, uno avesse osato protestare, sarebbe stato linciato; per cui nessuno si azzardava a dissentire apertamente: ”Il buon senso se ne stava nascosto per paura del senso comune”, commenta il Manzoni. Il buon senso è il dettato elementare della ragione; il senso comune è un modo di pensare e di agire, anche sbagliato, che in certi momenti diventa generale a causa di una forte passione che investe tutto un gruppo, e di cui in genere si fanno interpreti gli scalmanati e i facinorosi.
2 == Poco interessa la forma istituzionale (Monarchia o Repubblica), purché chi governa sia intelligente e faccia gli interessi del popolo.
3 ==Il popolo di per sé è una massa informe e rozza, una specie di bestione che è buono fino a quando il vento delle passioni non lo eccita; irrefrenabile e rovinoso quando s’infuria; spetta ai governi il dirozzarlo e civilizzarlo. E’ un ipocrita pericoloso e spregevole chi finge di adorare il popolo o giustifica tutte le nefandezze che esso commette nella sua stoltezza.
4 == Certi difetti delle masse e dei governanti rimangono purtroppo eterni, essendo troppo radicati nella natura umana perché possano essere totalmente eliminati (concezione pessimistica; l’unico pessimismo del Manzoni; vedi la conclusione della tragedia “Adelchi”).
Pensiero politico risorgimentale.
Dio, come ha creato gli individui, con una loro fisionomia particolare, con particolari capacità, con particolari inclinazioni ed una particolare missione da svolgere nella vita, così ha creato le nazioni, ciascuna con una particolare fisionomia etnica, con una particolare missione da svolgere nella storia umana, con un territorio e relativi beni dai quali trarre i mezzi per vivere ed operare. Come è delittuoso il tentativo di interferire nella vita degli individui, così è criminale la pretesa di un popolo di interferire nella vita di un altro popolo.
La causa dei popoli oppressi è sacra, e quindi è difesa da Dio. Gli Italiani devono tener presente questo, affinché abbiano fiducia nella vittoria finale della loro causa (Marzo 1821).
Gli Italiani debbono sperare soltanto nelle loro forze. Se lo straniero dà un aiuto, non lo dà mai disinteressatamente; la libertà per ciascun popolo è una conquista personale. Il Manzoni teneva presenti soprattutto le delusioni a cui erano andati incontro gli Italiani che avevano sperato la libertà e l’unità da Napoleone; e nel 1° coro dell1Adelchi, le avvicinava ad altre delusioni che gli Italiani avevano subito in altri tempi pure ad opera di Francesi liberatori).
Gli Italiani hanno risorse sufficienti per reagire all’oppressione straniera; ma tali risorse saranno inefficienti, finché essi saranno disuniti. La discordia fra gli Italiani giova solo allo straniero (coro del Conte di Carmagnola). Poco interessa se l’Italia sarà una repubblica od una monarchia: l’essenziale è che si unisca e che incominci ad operare nella storia.

PENSIERO LETTERARIO
Il genio, avendo ricevuto di più da Dio, deve dare di più. Egli ha il dovere di mettere in evidenza i significati profondi ed eterni della vita, affinché gli uomini imparino a vivere. Lo scrittore non deve scrivere per sé o per un piccolo gruppo di iniziati, ma per tutti. Il diletto nell’arte è necessario, ma esso non è il fine dell’arte stessa, bensì un mezzo per rendere più accettabili le idee e i sentimenti che vengono espressi, lo scrittore è, dunque, un maestro su cui gravano doveri e responsabilità importanti. Questa concezione dello scrittore maestro il Manzoni l’ha desunta dall’illuminismo, dal romanticismo, dal classicismo di Parini e di Alfieri. Il Cristianesimo la conferma e le dà un fondamento sicuro. Lo scrittore deve esercitare il suo magistero per dovere religioso e se la vita dev’essere un impegno utile per tutti, questo dovere è più grave per chi ha ricevuto di più da Dio, cioè per la persona dotata di genio.
Il Manzoni nutrì una particolare antipatia per la figura del letterato, cioè dello scrittore che coltiva le lettere per le lettere, con l’intento di divertire i signori, di acquistare fama presso i dotti e con la preoccupazione di distinguersi il più possibile da popolo, che egli considera e chiama ‘volgo’; “Se le lettere dovessero aver per fine quello di divertire quella classe d’uomini che non fa quasi altro che divertirsi, sarebbero la più frivola, la più servile, l’ultima delle perfezioni”.(Gli Sposi Promessi). Le stravaganze di immagini e di parole di cui abusano troppi letterati, fanno s^ che il popolo consideri il poeta come un cervello bizzarro e un po’ balzano e chiama poeta chi nei discorsi e nei fatti abbia più dell’arguto e del singolare che del ragionevole (cfr. I Promessi Sposi cap. XIV).
IL CONCETTO DI VERITA’ NELL’ARTE.
Se la letteratura è servizio della vita, se lo scrittore è maestro, il fondamento della letteratura è la verità. Infatti a nessun maestro è permesso dire il falso. Il Manzoni parla di una \ verità di soggetto; verità di interpretazione; \ verità di espressione.
Verità di soggetto.
Lo scrittore può trattare argomenti storici o argomenti inventati.
E’ preferibile l’argomento storico, perché i fatti veri persuadono; ma se uno sceglie un argomento storico, deve rispettare la verità storica, e ciò per tre motivi: anzitutto perché nessun maestro è permesso dire il falso; in secondo luogo perché ogni falsificazione è un atto immorale. Nella conclusione della “storia della colonna infame” il Manzoni critica il pregiudizio che il poeta abbia il privilegio di profittare anche del falso, purché con questo riesca a produrre un’impressione o forte o piacevole. Qual privilegio? Il mantenere gli uomini nell’errore è privilegio? In terzo luogo perché lo scrittore, falsificando i fatti, toglierebbe a se stesso la possibilità di interpretarli: infatti non è possibile capire il significato di ciò che non si conosce nella sua realtà.
Ma se lo scrittore sceglie un argomento storico, la sua fantasia, la sua personalità non sono forse mortificate? Il Manzoni risponde a questa obiezione, dicendo che allo scrittore, il quale tratti un argomento storico, resta sempre il compito di completare con la sua fantasia i vuoti lasciati dalla storia, di interpretare la psicologia dei personaggi, di riprodurre e far rivivere ambienti e uomini, o soprattutto di interpretare il significato più profondo dell’argomento.
Verità di interpretazione.
Né un argomento storico, né un argomento inventato è di per sé è poetico; è soltanto poetabile. Un soggetto diventa poetico quando lo scrittore sa interpretare il. significato più profondo di esso.
Il significato più profondo di un soggetto è quell’aspetto che raccoglie in sintesi piena tutta la vita, del soggetto stesso.
Ad esempio, Napoleone presenta svariati aspetti: quello politico, quello militare, quello morale, quello religioso, quello di uomo privato: trattare uno solo di questi aspetti, significa interpretare superficialmente Napoleone. Pertanto il Manzoni nel “5 Maggio” <1821> si preoccupa di individuare un aspetto che trascenda tutti gli altri o li sintetizzi. Napoleone è l’azione, l’azione ridotta all’inerzia, l’azione redenta dalla sofferenza dell’inerzia aggravata dal ricordo. Questo è il significato più profondo del soggetto “Napoleone Bonaparte “.
Uno scrittore, affinché sia capace di intuire i significati più vasti o più profondi di un soggetto, deve avere una visione ampia e profonda della vita. Siccome a tale visione si giunge con la indagine filosofica e religiosa. Solo i grandi pensatori abituati alla meditazione possono cogliere aspetti mirabili nei soggetti che trattano. Nell’ode “In morte di Carlo Imbonati” (1805) al Manzoni che gli ha chiesto di indicargli la via più sicura per ascendere ai più alti gradi della poesia, l’Imbonati dà questo consiglio “sentire e meditar … il sacro ver mai non tradir; né proferir mai verbo che plauda al vizio e la virtù derida”. Meditare sul bene, sentirlo, riviverlo, sempre più sul piano della verità e del decoro. A questo programma il Manzoni resterà sempre fedele.
Così il Manzoni esclude che per essere poeta basti saper maneggiare la lingua o saper descrivere.
Verità’ di rappresentazione
Una volta intuito il significato, più profondo e universale di un personaggio storico o inventato, lo scrittore deve dargli una vita, deve cioè farlo pensare, sentire, parlare, agire. Non basta ad esempio intuire nel Bonaparte l’uomo d’azione; bisogna far vivere l’uomo d’azione di fronte alla fantasia dei lettori.
La filosofia ragiona intorno alla vita per coglierne i significati e gli aspetti universali ed eterni; l’arte rappresenta la vita nei suoi significati scoperti dalla filosofia e dalla religione. Affinché lo scrittore riesca a comunicare al soggetto i pensieri, i sentimenti, le parole, le azioni più adatte a rappresentare la sua vita vera, è necessario che egli conosca bene gli uomini, le situazioni umane, i misteri del cuore, le espressioni più, varie e più significative del sentimento. A tale scopo, lo scrittore deve uscire dal chiuso del suo studio, e più che dai libri, deve imparare a conoscere la vita attraverso l’esperienza diretta.
Ad un giovane (Marco Coen) che gli chiedeva consiglio se dedicarsi al commercio, come voleva il padre, o alla letteratura, come desiderava lui, il Manzoni rispondeva che le due attività, non erano incompatibili e che l’attività del commerciante avrebbe offerto numerose esperienze, come si legge nella sua lettera sul Romanticismo.
In conclusione il Manzoni, come si legge nella sua lettera allo scrittore a Cesare D’Azeglio, propugnò una letteratura che avesse il vero per oggetto, l’utile per scopo e l’interessante per mezzo.
La letteratura dei letterati, dice il Manzoni, deve ricorrere al mito, alla frase dotta, all’immagine raffinata; la letteratura dei veri scrittori, invece si ispira costantemente alla vita, por interpretarne i significati più profondi e presentarla alla riflessione, dei lettori. Molto significativa è l’insistenza del Manzoni sul concetto di interessante sostituito a quello del meraviglioso; essa rivela la preoccupazione dell’autore di sostituire al diletto, inteso come fine dell’arte, la riflessione profonda, che arricchisce la mente dei lettori di alti ideali ed il cuore di nobili sentimenti.
L’elemento che dà valore universale a un’opera d’arte non è più il meraviglioso (come sostenevano i classicisti), ma l’interessante cioè il complesso dei significati umani e divini in essa contenuti; significati che rivelano i destini eterni dell’uomo. Spetta, perciò, al Manzoni il merito di aver ridato alla letteratura una sostanza vitale, e capace di soddisfare le esigenze più intime e più profonde dei lettori di tutti i tempi e dì tutti i luoghi.
Il Manzoni ha militato nel Romanticismo, ma sempre con l’intento di frenarne le intemperanze e di metterne in luce i principi più veri e più validi. Egli appartiene al cosiddetto Romanticismo moderato, che propugna una letteratura naturale intesa non come creazione anarchica e rozza, ma come creazione spontanea, ricca di sostanza e decorosa nell’espressione, ad un tempo; una letteratura popolare ma non popolaresca, una letteratura moderna, ma non sprezzante degli insegnamenti degli antichi; una letteratura nazionale, ma non nazionalistica.

PENSIERO CRITICO
Criticare un’opera letteraria vuol dire definire il valore estetico di essa. Secondo il Manzoni per poter giungere a formulare il giudizio estetico sono necessarie tre cose:
a- leggere e capire l’opera nel suo senso letterale
b- avere la capacità di ripercorrere spiritualmente lo stesso cammino spirituale percorso dal poeta durante la composizione
c- individuare l’intenzione dello scrittore e vedere fino a che punto egli l’ha realizzata.
Evidentemente quando si giudica bisogna avere un metro o criterio a cui rapportare l’opera sottoposta a giudizio: per questo motivo il critico ha il dovere di dire quale, secondo lui, avrebbe dovuto essere lo svolgimento perfetto del tema, qualora trovasse l’opera malfatta.
Manzoni, per conto suo, adotta il criterio estetico della verità quale è stato già esposto. Non tutti sono capaci di gustare e di capire un’opera d’arte. A questo proposito il Manzoni distingue una capacità artistica attiva e una passiva: la prima consiste nel saper creare la poesia; la seconda nel saper rivivere il processo creativo seguito dal poeta con tutto il complesso delle sensazioni che lo hanno accompagnato nel suo lavoro. Alcune persone posseggono l’una e l’altra capacità; altre posseggono o l’una o l’altra: in questo secondo caso i bravi poeti non sono bravi critici e i bravi critici non sono affatto bravi poeti.
La morale e il vero, nella valutazione di un’opera d’arte.
Il problema si pone in questi termini: può essere poetica un’opera ispirata al l’immoralità e al falso? Ecco come il Manzoni risolve questo problema:
1- Anzitutto fa una distinzione fra osceno e immorale; fra azione immorale e giudizio immorale.
–Osceno è ciò che la natura ci insegna a non esporre alla vista altrui o perché suscita moti passionali o perché desta schifo, o per l’urto e per l’altro motivo insieme.
–Immorale è ciò che contrasta con la legge morale e può essere o una azione compiuta da un personaggio o un giudizio espresso dall’autore.
2- Fatte queste distinzioni il Manzoni passa alle applicazioni.
\—Riguardo all’osceno. L’osceno è una realtà e può essere oggetto di poesia, perché nessuna realtà è impoetica, qualora venga ben interpretata e bene rappresentata. Tuttavia, per senso di responsabilità e di correttezza, di cui dovrebbero essere forniti tutti, ma specialmente gli educatori, il poeta deve astenersi dal trattare argomenti osceni o almeno dovrebbe impegnarsi a non oltrepassare i limiti della decenza nel trattarli. La trattazione dell’osceno, quindi, è una questione dì correttezza: solo uno scrittore volgare e cafone, che non ha rispetto per il pubblico, si permette alcune libertà.
\—Riguardo all’immorale:
a)- Se si tratta di un’azione contro la legge morale (omicidio, adulterio ecc.) siccome azioni di questo genere fanno parte della realtà, neanch’essa è esclusa dal mondo della poesia. Si può dunque, rappresentare un’azione immorale, salvi, sempre i limiti della decenza, come, si è detto parlando dell’osceno. Ad esempio nei “Promessi Sposi”, le iniziative di don Rodrigo e della Monaca di Monza, non sono morali: chiaramente sono presentati con decenza e interpretate nel loro vero significato, sono opportune e poetiche.
b)- Se invece si tratta di un giudizio immorale, cioè se lo scrittore pretende di rappresentare il male come bene o il bene come male, la poesia viene a perderci, perché tale giudizio è falso; e il falso per quanto sia ben rappresentato, è sempre falso. Ad esempio affermare in bel modo che 3 + 3 = 4 è una sciocchezza detta in bel modo: lo diremo un bel modo, ma rideremo della sciocchezza. La poesia è contenuto e forma: un contenuto miserabile scema il valore della poesia. Da qui la distinzione tra poesia piena e poesia minorata. La prima è contenuto vero + beIla forma. La seconda è contenuto falso + bella forma.
Così il Manzoni rivendica l’alta dignità della vera poesia e smaschera lo scrittore che con la scusa che sa parlare bene, dice tutte le scempiaggini che gli vengono in testa e pretende scandalizzare le persone di buon senso.
Il concetto di interesse nella letteratura secondo il Manzoni.
In base al concetto che lo scrittore è un educatore, il Manzoni insiste sul concetto che Io scrittore deve interessare i lettori. Infatti educa bene chi sa interessare i suoi educandi. Interessante è ciò che rientra nell’ambito delle conoscenze, delle simpatie, dei problemi, delle aspirazioni, degli affetti di coloro che leggono. Riguardo ai temi e ai motivi l’interesse si può distinguere in tre categorie: interesse locale, interesse storico, interesse umano ed universale. Un esempio: il racconto dei Promessi sposi ha un interesse locale, perché rievoca i luoghi e personaggi della regione lombarda. Ha un interesse storico perché rievoca la situazione di un piccolo settore dell’umanità, cioè della popolazione lombarda, in un preciso momento della sua storia, che costituisce una specie di documentario della vita lombarda nel secolo XVII. Ha un interesse umano e universale, perché l’interpretazione dei fatti e dei personaggi è condotta in modo da cogliere in essa i significati più profondi e più universali, che valgono per tutti i tempi e per tutti i luoghi, e la psicologia umana è colta e rappresentata in forme che sono eternamente uguali a sé stesse.
Poco importa se il tema e i motivi non abbiano interesse locale, o interesse storico. L’essenziale è che abbiano interesse umano e questo interesse lo conferisce salo la verità d’interpretazione del soggetto
Quale delle facoltà del lettore dev’essere -interessata dal poeta? Il lettore è una persona. Lo spirito umano è unitario; perciò tutte le facoltà del lettore debbono essere ugualmente interessate: l’intelletto, il sentimento, la fantasia, la sua vita vissuta, cioè la sua esperienza. Lo scrittore che interessi solo la fantasia è uno scrittore ozioso che compone per oziosi; in genere le sue opere sono basate sul romanzesco, ossia su procedimenti fantastici, innaturali, adatti a tener desta la curiosità della fantasia dei lettori, ad emozionarli, cioè a spaventarli o a farli sciogliere in lacrime, o a provocare la sensualità, ma niente affatto adatti a suscitare in essi riflessioni profonde. Dice in un passo della lettera allo Chauvet: “La vera arte non sconvolge, ma fa pensare, non suscita turbamenti forti, ma induce a riflettere e a scendere nel profondo dello spirito”.
Il concetto di utile.
Secondo il Manzoni, come si è già considerato, il poeta è maestro perciò il suo compito è quello di rendersi utile ai lettori. In che cosa consiste questa utilità? Consiste nel potenziare lo spirito del lettore attraverso la verità comunicata all’intelletto, attraversi il senso della bontà umana comunicato al cuore, attraverso il senso del dovere comunicato alla volontà.
Dovrà il poeta predicare di continuo? No assolutamente. Dovrà interpretare e rappresentare la vita nei suoi significati e nei suoi aspetti più veri. La visione della vita interpretata e rappresentata così, è piacevole, perciò inutile nell’arte non esclude mai il piacevole.
Esclude soltanto il piacevole del romanzesco che può dilettare solo gli sciocchi i quali leggono per non imparare ‘nulla.
Il piacere, nell’arte è un mezzo, non un fine: è un mezzo per raggiungere l’utile e deve consistere in quel diletto che si prova quando si è dinanzi a visioni vere, complesse, intelligenti, interessanti della vita umana.

LA QUESTIONE DELLA LINGUA IN MAZONI
Dante aveva individuato la lingua nazionale da usarsi per le composizioni elevate o tragiche, nella lingua che veniva parlata dalle persone colte italiane nei vari ambienti colti (scuole e corti) della penisola. Agli inizi del ’500 il Bembo individua la lingua nazionale nella lingua dei tre grandi toscani del Trecento; la lingua italiana è quella usata da Dante, Petrarca e Boccaccio, soprattutto dagli ultimi due autori. Il Trissino contro il Bembo sostiene la teoria di Dante: la lingua italiana è quella parlata dalle persone colte nette varie regioni della penisola.
La soluzione del Bembo ha il pregio di proporre una lingua ben definita, ha il difetto di proporre una lingua addietrata e, quindi, morta, evoluzione; del Trissino ha il pregio di proporre una 1ingua viva, ma t il proporre una lingua non ben definita (infatti le persone colte d’Italia non parlavano una lingua propriamente uguale, perché risentivano dell’influsso dei dialetti ideali). Vinse la teoria del Bembo e alla fine del ’500 venne compilato il vocabolario della Crusca in qui era raccolta la lingua dei grandi trecentisti toscani. Il vocabolario della; Crusca regna incontrastato fino all’illuminismo.
Alla metà del secolo XVIII gli illuministi, gettano a mare il vocabolario della Crusca perché antiquato; essi svecchiatori e modernisti, propugnano una lingua moderna e viva. La lingua degli scrittori, secondo essi, è quella delle persone colte di tutta la penisola (la teoria di Dante e di Trissino) con l’aggiunta di forme tratte dalle lingue straniere o create ex novo quando il bisogno lo richieda. Per reazione contro la lingua tradizionale, gli illuministi si dimostrano un po’ anarchici e creano un linguaggio abbastanza sregolato. I Granelleschi di Venezia (Carlo Gozzi) sostengono l’integrità assoluta del vocabolario della Crusca. I Trasformati di Milano (Carlo Imbonati) propugnano l’aggiornamento di esso, cioè l’aggiunta di vocaboli desunti dalle opere degli scrittori toscani del ’500.
Il Romanticismo, nel secolo XIX, propugna una lingua viva e popolare; ma nessuno sa dire quale essa sia; per cui forme e vocaboli eruditi si mescolano spesso molto male con vocaboli e forme della lingua famigliare, influenzata dal dialetto. Il Berchet -presenta appunto questo ibridismo linguistico di dotto e di popolare. Il Manzoni stesso pel suo romanzo pubblicato ne 1827, pubblica una pubblica una lingua che è mezzo italiana e mezzo lombarda. Appena fatta la prima edizione nel 1827, il Manzoni si preoccupa di purificare la lingua del suo romanzo. Il criterio che egli adotta è questo:
1)=== deve essere universale, cioè parlata in tutta la nazione
2)=== deve essere viva, cioè parlata dalla generazione a cui appartiene. Ed allora il Manzoni si domanda: c’è in Italia una lingua che è parlata presso a poco da tutte l persone colte? Sì, è la lingua toscana che è appresa da tutti gli italiani perché questi, nel passato hanno imparato la lingua o dalle opere dei tre grandi trecentisti o dal vocabolario della Crusca. L’universalità del toscano, dovuta alla superiorità culturale della Toscana nei primi tempi della nostra letteratura, è un fatto indiscusso. E quale è la lingua toscana viva, dato che non si può accettare una lingua toscana invecchiata? E’ la lingua parlata dalle persone toscane di oggi, le quali accolgono nel loro linguaggio le forme tradizionali E quelle nuove, create dall’evoluzione dello spirito.
Perciò la lingua italiana per il Manzoni è quella delle persone colte fiorentine di oggi. Dicendo colte egli esclude le particolarità dialettali che sono proprie del popolino torcano. La revisiono del romanzo, venne fatta appunto con questo criterio e il Manzoni si valse della collaborazione di persone colte toscane, come il Giusti, il Capponi, la signora Suti ed egli stesso dimorò spesso e a lungo in Firenze per rendersi conto della lingua nazionale sul posto.
Nel 1871 fu proclamato il Regno Unitario d’Italia e si pensò allora anche all’unificazione linguistica della nazione e quindi si ripresentò il problema della lingua nazionale. II Manzoni fu invitato ad esporre la tua tesi. Egli illustrò la sua tesi nel 1827 in svariati studi “Relazione al ministro Broglio sull’unità della lingua nazionale “- “Lettera al Longhi sul vocabolario della Crusca” – “Intorno al De Volgari Eloquentia di Dante” – “Sentir messa”.
In base alla teoria del Manzoni, che fu accettata dal governo furono compilati i nuovi vocabolari dell’Italia unita. Oggi che gli Italiani parlano ormai da svariati decenni la lingua fiorentina viva non c’è più bisogno di modellare la lingua su quella fiorentina, perché essa è diventata ormai nazionale e come tale ha incominciato una vita nuova arricchendosi di svariati vocaboli e forme sintattiche e frasi. La lingua di oggi è fiorentina di origine, ma è italiana di fatto e chi scrive, oggi, non osserva più se una voce è in uso in Toscana, ma se è in uso nel linguaggio comune delle persone colte italiane (nei libri, nei giornali, nelle riviste, nelle scuole ecc.).
Che significa stile medio del Manzoni?
Lo stile del Manzoni è stato definito medio. Medio significa che è tra eccessi opposti e, quindi, è misurato, temperato e armonico. Lo stile dei Romantici è forte, ossia i Romantici amano procedere con motivi e visioni che scuotono, ma sono imprecisi abbastanza confusi. I classicisti amano procedere con motivi sereni e visioni compassate, ma sono freddi
Il Manzoni accoglie i motivi forti (nei “Promessi Sposi ce ne sono abbastanza: tentato rapimento, rapimento, castello pauroso, banditi conversioni, rivoluzioni, pesti), ma li svolge con moderazione, senza colorire eccessivamente, senza insistere troppo su di essi, temperando il turbamento da essi generato con visioni più serene 0 addirittura comiche. I classicisti danno nell’arte il predominio alla logica, i Romantici alla fantasia; il Manzoni accoglie il procedimento logico e quello fantasioso insieme, in modo che la visione fantasiosa risulta logica nella logica delia naturalezza.
I Romantici sono sfrenatamente lirici, i classicisti freddamente oggettivi pure quando idealizzano. Il Manzoni non impaccia la descrizione con lunghe osservazioni personali o affidando a qualche personaggio l’incarico di fargli da portavoce; tuttavia non rinuncia ad intervenire in modo simpatico; e piacevole nel racconto, o nell’azione (cfr. coro nelle tragedie e i commenti spassosi con i suoi 25 lettori nei “Promessi Sposi”). Alcuni scrittori, come gli illuministi, preferivamo l’opera tutta pensiero. Altri, come i Romantici preferivano l’opera tutta fantasia e sentimento.
Manzoni svolge profondi motivi di pensiero in un racconto in cui le situazioni, benché inventate, sono sempre naturali. Il suo non è un romanzò tutto fantasia, né un romanzo a tesi, è un romanzo misto di pensiero e di sentimento, come la vita.
Gli illuministi propugnavano lo stile vivace, ma peccavano di sregolatezza. I classicisti propugnavano lo stile compassato, ma peccavano di freddezza; i romantici propugnavano lo stile impetuoso, veemente. Il Manzoni è spigliato e vivace come gli illuministi, anche nitido e lucido come i classicisti; nello stesso tempo è intenso come i Romantici.

LINGUAGGIO
Per quanto riguarda il linguaggio, ossia il modo di usare la lingua, Manzoni si può dire di atteggiamento “medio” in quanto non usa né vocaboli dotti (rari) né vocaboli popolareschi, né frasi complicate, né frasario impreciso, né periodo solenne e bardato come quello modellato sul latino dai classicisti, né quello approssimato e dialettale. Preferisce il linguaggio delle persone intelligenti che si propongono di essere chiare, precise e accessibili al maggior numero di persone. Il periodare, ad esempio, ha la salda struttura logica del discorso meditato, ma sa anche assumere le movenze agili e flessibili agli stati d’animo, come nel parlare.
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DIFFERENZE TRA IL ROMANZO STORI CO DEL MANZONI E QUELLEO DELLO SCOTT
Il romanziere Scott autore, tra altre opere, di “Ivanoe”(1819) si serve dell’invenzione per illustrare i costumi di un periodo storico. Ad esempio, in “Ivanoe”, l’intreccio è un mezzo per descrivere-i costumi dell’Inghilterra medievale. Possiamo perciò definire il romanzo storico dello Scott come un “documentario storico”. In un romanzo di questo genere prevale la curiosità destata dall’intreccio e destata dalla visione di costumi caratteristici che presentano note di colore fornite di un fascino notevole.
Manca nel romanzo dello Scott l’interesse umano più interiore, essendo stato curato molto il particolare che soddisfa la curiosità storica nel l’intreccio, nei personaggi, nelle situazioni. Non è facile cogliere uno degli aspetti eterni della vita umana, perché manca l’interpretazione fatta alla luce di una visione vasta e prof onda della vita.
Il Manzoni, invece non fa della curiosità storica il fine principale del romanzo. Egli mira a. cogliere in un particolare momento storico quegli aspetti derisi vita umana che sono eterni. Perciò il suo romanzo non è un documentario storico, ma un documentario di umanità: il primo infatti è rappresentazione di una particolare vicenda umana, osservata entro alcuni dati locali e temporanei, con descrizioni piuttosto esteriori.
Il secondo rappresenta prevalentemente i sentimenti umani in un momento storico nei suoi aspetti interiori che sono comuni alle. generazioni di tutti i tempi. Tuttavia il Manzoni non ha trascurato la curiosità storica, anzi si è dedicato alle ricerche documentali ed ha scritto opere storiografiche pertinenti adatti a formare la cornice geografica e storico-culturale molto cara a lui e ai suoi amici. Egli infatti immagina che i suoi 25 lettori siano di Milano a almeno della Lombardia. Pertanto desidera suscitare il loro interesse presentando luoghi e rievocando memorie storiche, che rientrano nel cerchio delle conoscenze e delle simpatie e antipatie dei lettori stessi.
Anche qui l’interessante è, secondo lui, un mezzo per tener desta l’attenzione dei lettori. Ma se egli si fosse contentato di soddisfare soltanto la curiosità dei suoi lettori lombardi, avrebbe preferito tutta la coloritura locale del documentario di interesse e testimonianza locale, ma limitata
In realtà il Manzoni si preoccupò soprattutto di suscitare l’interesse umano, cogliendo nell’umanità della Lombardia del secolo XVII gli aspetti eternamente caratteristici degli individui di ogni persona nel tempo.
Egli si preoccupò di suscitare interesse delle persone allo scopo, voluto e programmato, di fare dell’opera un mezzo utile ed efficace all’educazione del popolo, secondo gli intenti illuministi e romantici. Il conoscere i costumi esteriori di una determinata generazione può soddisfare la curiosità, ma il conoscere l’eterno destino della persona umana contribuisce a formare l’uomo stesso. Il suo romanzo “ P. S.” come ogni opera d’arte efficacemente formativa fa parte delle creazioni eterne.

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CON PAPA FRANCESCO ESPERTI IN UMANITà E CRISTIANITà

Con PAPA FRANCESCO ESPERTI DI UMANITA’ NELLE DIVERSITA’ CULTURALI con il papa
Una frase iscritta nella meridiana della casa parrocchiale a Servigliano dice: “ Quando incontro qualcuno non gli chiedo da dove viene. Gli chiedo dove va. Gli chiedo se posso fare un pezzo di strada insieme con lui“ (Papa Giovanni XXIII). Le conoscenze, le amicizie, le condivisioni si arricchiscono nelle diversità delle culture.
Il Padre celeste ci ha creati tutti suoi figli adottivi e ci ha resi capaci di parlare con cuore a cuore. Non è spontaneo vedere gli altri come fratelli e sorelle se non con il superamento della chiusura alle condivisioni. Il vero incontro con le persone fa capire le loro speranze, le loro aspirazioni e le loro difficoltà.
La capacità cristiana non si limita ad ascoltare le parole, ma accoglie le comunicazioni di esperienze di vita. La semplicità cristiana comunica con persone sconosciute con animo schietto. Non c’è vero incontro con chi è diverso da noi quando si preferiscono frasi fatte o gesti abitudinari.
In un mondo che tende a giocherellare con le ideologie di moda, molte evasioni allontanano dagli impegni di solidarietà. È vano cercare distrazioni occasionali di fronte a persone di provenienza, lingua, abitudini diverse. La paura è la prima nemica dell’apertura dell’animo perché spinge al relativismo, all’insicurezza, ai gesti burocratici di un’umanità che diventa animalesca.
L’attenzione alle reali diversità esistenti tra le varie componenti della società comporta l’apertura della mente e del cuore per accettare tutte le persone con fiducia. L’incontro sincero con Cristo, nostro amico e Salvatore, porta a cambiare le abitudini egoistiche per vivere con pienezza le vere relazioni con gli altri. L’accoglienza per conoscere persone nuove nasce da una volontà di aprirsi all’empatia. Un inno dice: “Il povero e l’oppresso ti acclamano fratello, amico e difensore che cerca la giustizia. Il divino Spirito dispensa con amore il pane e la parola sulla mensa dei piccoli”.
L’empatia è fraternità, solidarietà, senso autentico di condivisione, dialogo e sostegno. La nostra società è realmente multietnica e ancor più lo diventerà, senza dover per questo immaginare confusioni, timori, né isolamenti. La cultura del dialogo apre alla comunicazione con persone diverse da noi.
Dice Claudio Corpetti che non sono propense alla pratica della misericordia e della tolleranza, la cultura imperante nella nostra società attuale e la politica internazionale, entrambe più inclini all’uso della furbizia e della forza per efficientismo. L’uomo moderno, grazie all’enorme sviluppo della scienza e della tecnica, è tentato di salvarsi da solo, in assoluta autonomia, e di costruire la città secolare ignorando il Creatore.
Quando non si coltiva lo spirito, si va alimentando l’ego umano. Chi sta bene, non si interessa per niente dei fratelli che stanno soffrendo. Ma tutta la terra soffrirà gemendo nell’agitazione. La natura è svegliarina per quegli ignoranti che vivono unicamente del proprio “ego” e della propria comodità, a danno dell’ambiente.
Nella misura in cui oltrepassiamo noi stessi per aprirci all’ascolto degli altri, la vita nostra si rafforza nella sua autenticità. L’incontro con gruppi nuovi può essere l’occasione per diventare più autentici, non autoreferenziali, non autosoddisfatti. L’incontro con chi è diverso, il parlargli è sicura occasione per moltiplicare la propria capacità di benevolenza.
In un racconto russo si legge che un ragazzo incontrò all’angolo della strada un poveraccio che chiedeva l’elemosina, mentre lui non aveva cosa alcuna da offrirgli, nemmeno uno spicciolo; ma si fermò a salutarlo, a stringergli la mano fredda, rendendola più calda. Il cristiano è chiamato a usare umanità per rendere unite le diverse culture ed i diversi ceti sociali. Per umanità si incontrano gli altri come sono, non come vorremmo che divengano.
Le diversità tra le varie componenti della società facilmente suscitano sfiducia, esclusione, scarto. È l’eterno divino ‘Magnete’ che trasmette una corrente di mansuetudine, di umiltà, di superamento dell’egotismo. È dal Creatore e Salvatore del genere umano che proviene la misericordia di cui facciamo esperienza per noi stessi e per gli altri. Il cristianesimo porta all’esperienza della cultura del dialogo e del perdono.
L’attuale realtà del liberismo largamente praticato per valutare soltanto il ritorno economicistico delle attività personali crea comportamenti di efficienza, di pragmatismo per cui molti gruppi vivono nella separatezza, nel menefreghismo di fronte alle altrui situazioni. Non c’è attenzione per la persona inutile, per il vecchio improduttivo, per il figlio non voluto, da abortire, in un mondo di affari.
La lotta contro l’efficientismo pragmatico del denaro comporta la volontà di rendere le nostre abitudini più aperte per umanizzare le relazioni. Cresce sempre più in umanità chi è capace di condividere il dolore, ascoltare le ansie e i problemi degli altri.

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SANTA MARIA A PIE’ DI CHIENTI A MONTECOSARO SCALO (Macerata) anni 936-939

MONTECOSARO SCALO SANTA MARIA A PIE’ DI CHIENTI. Anni 936- 939 circa in Chronicon Farfense I, pp. 38ss
Dopo che morì Ratfredo, Ildebrando si recò dalla Marca a Pavia presso il re Ugo e con molto denaro acquistò la nomina per l’Abbazia Farfense a favore di Campone e, ricevutala, tornò nella Marca dove Campone gli andò incontro per prendere questo dono di governare il monastero trasmessogli dal re. Prese il comando dei soldati Marchigiani, sottomise tutti i monasteri pertinenti, minori e maggiori. Diede compimento all’accordo con Ildebrando a cui consegnò due “celle” nella stessa Marca: S. Maria presso il fiume Chienti e S.Maria in Solestano fuori dalla città di Ascoli ed anche due altre nel ‘Contado’ Reatino: S. Angelo presso la città di Rieti e S. Maria in Loriano. Poi se ne tornò in Sabina (…).
Dopo un anno, Ildeprando e Campone iniziarono a combattersi l’un l’altro. Infatti Ildebrando dando il denaro si alleò con i Marchigiani e tolse a Campone tutta l’eredità del Monastero (Farfa) che era nella Marca e se ne appropriò con i monaci ed i soldati.
-\-\-\-\ Anni 938-939 circa. (Chronicon Farfense I pp. 39-40) Ildebrando si unì con i Marchigiani, ma Campone corse là e adunati amici ed alleati cacciò Ildebrando da castello di Santa Vittoria e da tutto il territorio del monastero e ridusse tutti i luoghi sotto il suo dominio. Ritornò in Sabina con trionfo dove cominicò a distribuire tranquillamente i beni monastici ai figli e alle figlie(…) Nei ‘Contadi’ Reatino, Amiternino, Furconio, e Balbiense, oltre che nel Marchigiano diede loro quasi tutto a possedere in perpetuo.
\\\\09370000CrF.I.39 Destructio in Chron. Farf. I pp 38-39 senza data riferibile al 937 circa Ildebrando avversario di Campone nella Marca Fermana. Cfr. Chronicon Farfense I. pp.306-307. “Ildebrando si unì con i Marchigiani, accattivandoseli con molto denaro e tolse a Campone l’eredità del monastero che era nella Marca, cominciò a rivendicarla per Sé insieme con i monaci ed i soldati. Al contrario, Campo(ne) venne là, dando agli stessi una somma più grande, e diede una sua sorella a maritarsi con uno di nome Trasberto; le donò una grossa dote con i beni mobili ed immobili del monastero. Permutò anche la “curtis” di Marate (S. Maroto) tanto grande e spaziosa da contenere la quantità di sedicimila moggi, come molti affermano, dandola a questo suo cognato e ricevette in cambio terre a Propezzano, luogo squallido e incolto, come dicono. Vi aggiunse in più le due “curtes” di S. Maria in Strada e di S. Maria in Mura vicino Stania. (Sintesi) Campo(ne) scacciò Ildebranbdo dal castello di Santa Vittoria in Matenano e dissipò le proprietà farfensi a favore dei dieci figli e dei parenti. ” Nei comitati di Reatino, Amiternino, Furconio e Balbiense, oltre che nel Marchigiano, distribuì loro quasi tutto, a possedere in perpetuo.” (Sintesi) In seguito Ildebrando tornò nel castello di Santa Vittoria, ne fu scacciato nuovamente da Ildebrando e di nuovo riuscì a riconquistarlo. Furono entrambi grandi dissipatori dei beni farfensi. (ivi pp.306s) Campo(ne) fu a capo del cenobio (farfense) e fu la causa di tutti i mali che, dopo i pagani, hanno devastato questo monastero. Campone, nella Marca andò incontro a Ildeprando che tornava dal re Ugo e in adempimento agli impegni gli diede due ‘celle’: di S. Maria presso il fiume Chienti e di S. Maria in Solestano presso la città di Ascoli. (…) Gli diede altri beni nel Reatino. Ma questa pace tra di loro durò soltanto un anno. Allora Ildeprando diede denaro ai Marchigiani e tolse a Campone tutta l’eredità di questo monastero che si prese per sé. Per contrasto, Campone diede a quelli stessi (Marchigiani) una maggior quantità di denaro, si recò lì e diede un tale Trasberto come marito a sua sorella (…). Diede una sua figlia in moglie ad un uomo e gli donò molto denaro. Unitosi ad amici ed ‘ausiliari’ cacciò lo stesso Ildeprando fuori del castello di Santa Vittoria e detto il suo territorio. Impose il suo dominio in questi luoghi e tornò poi in Sabina, in trionfo (…). Il suo cattivo comportamento durò fino a quando divenne principe di Roma.

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FALERONE Falerio colonia romana diocesi da Gaetano Moroni Dizionario di erudizione vol. 23 pp. 16-20

FALERONE Elaborazione di notizie desunte da MORONI, Gaetano, Dizionario di erudizione storico ecclesiastica. (Roma 1845) vol. XXIII pp. 16- 20
FALERIA, o FALERIONA, O FALERONE. (P. 16) Sede vescovile del Piceno, dal secolo VIII a metà del secolo XIX castello della delegazione apostolica di Fermo nello stato Pontificio, situato sopra uno de’ colli, che fra le due valli dei fiumi Tenna, e dell’Ete (Leta) morto. Acquista sempre maggior celebrità per i tesori archeologici che nasconde. Infatti tutto fa pensare che l’antica cittadina di Falena Picena, chiamata pure Falaria, Falerio e Falerione, fosse fiorentissima colonia romana, e ch’esistesse nel territorio del moderno Falerone, dalla parte orientale e meridionale di questo castello, e non molto lungi dalla sinistra sponda del fiume Tenna. Tanto provano le molteplici iscrizioni rinvenute, che fanno menzione de’ duumviri, dei quadrunviri, del collegio degli augustali, degli auguri, della curia, de’ centonari, de’ dendrofori, degli edili, de’ decurioni, insigni magistrature ed ordini propri solo delle colonie. Gli scavi incominciarono sotto Clemente XIV, e si proseguirono sotto Pio VI, e nei tempi posteriori, come si legge nelle note erudite ad un’ Ode pindarica, detta nell’ accademia faleriense in onore dell’arcivescovo Cardinal de Angelis, e pubblicata colle stampe. In questo opuscolo si noverano anco i principali oggetti rinvenuti, e riportasi 1′ iscrizione del suo campidoglio, di cui andiamo a far parola.
Dopo l’anno 1777 Pio VI vi fece fare escavazioni, col prodotto delle quali si aumentarono i pregi del museo vaticano, ove, quasi rimpetto alla porta della biblioteca, in un’iscrizione faleriense si fa memoria del campidoglio di Faleria, del foro pecorario, del vico lungo, e di una via nuova costruita a spese dei possidenti, mercanti, e sodalizi, e ciò ne dimostra lo splendore. Tra le altre cose esistenti nel museo vaticano, e trovate in Faleria, sono a rammentarsi una tigre con bel meandro, un lupo e un bacco, tutti in mosaico, ed un superbo candelabro di marmo pario. Già il Cardinal Pietro Aldobrandini nipote di Clemente VIII, nel 1604 divenne possessore della celebre tavola di bronzo scavata in Faleria nel 1593, ed ora conservata nel museo capitolino, rimanendo nel palazzo comunale di Falerone una copia fusa in bronzo, e dal Cardinale donata. Essa contiene il celebre rescritto di Domiziano imperatore, emanato dalla sua villa di Albano, sulla questione dei ‘Subsecivi o Subsicivi dell’agro faleriense con i vicini fermani, difesi in quella lite da Plinio il giovane, sebbene soccombessero; cioè una lite nata tra i due popoli per i confini, facendosi ivi ricordo di una lettera di Augusto, che portando grande amore ai soldati della quarta legione, li esortava a (p.17) riunire i subsicivi ed a venderli. Appoggiato a questa lettera Domiziano nella sua sentenza favorì i faleriensi.
Assai più degli stimoli e degli sforzi pubblici poté nella colta e benemerita famiglia De Minicis di Falerone l’amore lodevole del suolo natale. Per le dotte cure dell’avvocato Gaetano de Minicis, assai versato nella letteratura, e nelle scienze archeologiche, onde attinse, al dire degl’intendenti, il grave e vetusto suo stile epigrafico anche nell’italiana favella, vedemmo illustrato con la Memoria sopra l’anfiteatro ed altri monumenti spettanti all’antica Faleria nel Piceno, stampata in Roma nel 1833, il bello anfiteatro faleriense posto nel Piano di Tenna, ad un miglio da tal fiume, edificio di vasta mole, e per lo intero isolato di muro laterizio, di figura ellittica, del perimetro di palmi mille duecento, con dodici porte all’esterno, e con tre ordini di gradinate, che si dice eretto al tempo dell’ imperatore Adriano. A duecento passi di distanza dall’anfiteatro vi erano le vestigia dell’antico teatro faleriense in un fondo della famiglia Olivieri: tanto bastò perché i De Minicis s’invogliassero dell’acquisto, onde avessero campo più libero le ricerche su quello, e sulle vicine terme. Lo scavo di ripulitura ebbe un felice successo superiore ad ogni aspettativa. Il teatro si trova quasi tutto intero con i suoi sedili, scale, precinzioni, vomitori, pilastri, colonne del portico, e scena; cose tutte ch’erano sotterra, e ricoperte da roveri ed altri alberi, cresciuti a ridosso nel volgere dei secoli. Vi si rinvennero parecchie bellissime statue, però mutilate (p.17) ma quel che fu più mirabile, è il rinvenimento d’un frammento di lapide, che si trovò perfettamente combaciare con altro brano trovato ab antico nel terreno stesso, e già riportato dal Muratori e dal Colucci. Il frammento rinvenuto i De Minicis erano giunti a possederlo, e lo avevano collocato nel loro privato museo Fermano. Vedi in questo dizionario all’articolo FERMO. Divenuta così la lapide intera, fa indubitata fede della costruzione del teatro, di forma rettangolare, elegante e magnifico fu dedicato all’ imperatore Tiberio Claudio nell’anno 43 dell’era cristiana, da Guidacilio Celere, e dal figlio C. Ottavio della romana tribù Velina, come erano ad essa aggregati quei di Falerio. Quindi il lodato avvocato De Minicis illustrò i pregi di sì fatto importante monumento con erudita memoria, che pubblicò colle stampe, avendo il suo opuscolo per titolo: Sopra il teatro ed altri monumenti dell’antica Faleria nel Piceno, Roma 1839, con due tavole del teatro di Falerone, e delle sculture in esso rinvenute, riportando a pag. 29 la celebrata iscrizione riunita nei due frammenti, e già esistente sull’arco di uno de’ vomitori del teatro.
Nel palazzo comunale di Falerone, che fu già della famiglia Eufreducci, si vedono due belle statue colossali, rappresentanti una Cerere, ed un console con mirabile panneggiamento; non che copia della lapide, che rammenta gli antichi vanti faleriensi, e della tavola summentovata contenente il rescritto di Domiziano; ivi è pure (p. 18) un moderno teatro. Nel paese si vedono sparse qua e là delle iscrizioni, collocate sulle soglie e sulle facciate esterne di molte case, come ancora diversi sepolcri, tempietti, e mosaici; il teatro, l’anfiteatro, le terme, ed altri edifici pubblici, tutti avanzi della città dai Goti distrutta verso l’anno 405, ovvero dopo la morte di Alarico loro re, avvenuta l’anno 507, e per opera di altri Goti che invasero nuovamente le città del Piceno: essendo anche probabile che sì fatta distruzione l’operassero i Longobardi dopo la metà del sesto secolo, secondo il racconto scritto da s. Gregorio I Papa.
Qualcuno opina che Faleria fosse distrutta da Unni; altri datano questo eccidio all’anno 593 ed ai Longobardi. Inoltre da lapidi, medaglie, e rottami di sculture si trova sparso il suo territorio, altronde fertilissimo, e copioso d’ogni maniera di alberi fruttiferi. La via provinciale di Falera modernamente costruita, comunica da un lato colla Fermana, e dall’altro attraversata da Sant’Angelo in Pontano, e da Caldarola, si unisce alla Romana, presso la stazione postale di Valcimarra. Vi sono più chiese, e in quella de’ francescani, che abitano il contiguo convento, si osserva un vago dipinto di Carlo Crivelli; mentre nella chiesa rurale di santa Maria degli Angeli, già spettante ai religiosi Clareni, vi è uno stimato affresco, dal Pagani eseguito nel 1547. Inoltre un monastero di monache francescane, alcuni stabilimenti, il monte di pietà, tre monti frumentari, un ospedale, oltre la scuola pia per le fanciulle povere, fondata dalla famiglia De Minicis, che la dotò di un fondo rustico pel mantenimento delle maestre. Il CALINDRI nel Saggio statistico storico dello Stato Pintificio, dice che Faleria fosse colonia militare, e che si chiamasse Fallerà, Falleriona e Tignio e che con i Longobardi fu soggetta a Trasbuno duca di Fermo. Il ch. Castellano, nel suo applaudito Specchio geografico-storico- politico, ci dà copiose notizie su Faleria e Falerone, dicendoci che dopo essere stata distrutta barbaramente dalle armi straniere, nel medioevo, Falerone, che la rimpiazzò, ebbe al pari degli altri paesi d’Italia i suoi particolari signori, che si trovano nominati nella transazione fatta da Annibaldo di Trasmondo rettore della Marca, e nipote di Papa Alessandro IV, transazione <1356> che al dire del Colucci, nella sua Treja oggi Montecchio, qui confermò. Da tali signori discese il beato Pellegrino, discepolo di s. Francesco di Assisi. Il b. Pellegrino, s. Fortunato vescovo, e s. Sebastiano martire sono patroni di Falerone.
Alcune notizie storiche di questo luogo si leggono ne’ Cenni istorici e numismatici di Fermo del medesimo Gaetano De Minicis, e sono le seguenti: Ruggero da Falerone, nel secolo XIII, provò d’impadronirsi della signoria di Fermo. Nel secolo XIV quando il Cardinal Albornoz mosse alla ricupera delle terre usurpate alla Chiesa mentre i Papi risiedevano in Avignone, per combattere Gentile da Mogliano signore di Fermo, destinò un corpo di truppe sotto il comando del proprio nipote Fernando Blasco, il quale espugnò con \(p. ) \ assalto anche Falerone. Nel 1513, per la sede vacante per morte di Giulio II, Lodovico Eufreducci fece con genti armate una scorreria a Falerone, e fu accettato dal castello, dove l’antichissima e nobilissima sua famiglia ebbe sempre partito e fautori, per aver ivi avuto signoria. Quando il vescovo Bonafede fu mandato da Leone X a ricomporre la Marca, Falerone parteggiò per Lodovico, come il più forte bellicoso castello a lui affezionato, ad onta delle minacce del Bonafede; ma nella battaglia con questo, dopo avere valorosamente Eufreduccio combattuto, vi perse la vita.
Faleria nel Piceno, diversa da Faleria città di Etruria, e da altre di egual nome, sino all’anno 711 di Roma, o sino dai tempi di Augusto imperatore fu colonia romana, e sulla metà circa del V secolo ebbe la sua sede vescovile, come si rileva da una lettera riferita dal Cardinal Deusdedit, e scritta da Papa s. Gelasio I nell’anno 492 ai vescovi Respetto e Leonino, e si legge nell’Ughelli, acciò lo informassero dei portamenti del vescovo di Faleria, il quale era accusato di aver usurpato alcuni predi, che alla sua chiesa aveva donati il di lui predecessore. Il Cardinal Baronio nelle note al Martirologio romano, citato dallo stesso Ughelli, asserisce al dì 12 agosto, che il vescovo di Faleria nel Piceno intervenne al concilio Romano celebrato il 13 ottobre del 649 dal Pontefice s. Martino I, ciò che confermano altri scrittori. Tal concilio si compose di cento cinque vescovi per la maggior parte italiani, tra’ quali figura per XVII il vescovo di Faleria chiamato Caroso. L’Arduino, Concilia. Collect. t. II, col. 928, prosegue nell’indice geografico ad enumerare altri vescovi: Faleritanus in Piceno, olim Faleroni, Crescentiusius…. Harduinus …. Joannes Falerinus; ed il Fontanini attribuisce a Faleria un altro vescovo chiamato Giovanni. 11 p. Mamachi, de episcopatus Hortani antiauitate, dimostra che i vescovi chiamati Faleritani appartengono a Falerone Piceno. È noto, che ne’ primi secoli della Chiesa era regola universale, che la diocesi vescovile fosse compresa nel solo territorio di quella città, ove teneva residenza il vescovo, acciò le autorità ecclesiastica e civile avessero gl’ istessi confini. In quanto a quelli dell’agro Falerionense, abbiamo dal ch. De Minicis, Del teatro di Falerone, che la città aveva un perimetro di due miglia circa, non compresi i sepolcreti ch’erano fuori di essa; che il territorio di Faleria si estendeva sino al mare Adriatico, come si ha da Balbo (agri)mensore di Augusto: da altra parte confinava colla colonia fermana, come si deduce dal citato rescritto di Domiziano, e dalle altre due parti confinava colla colonia ascolana e urbisalviense. Ciò dimostra la notabile estensione della città di Faleria, la quale fu definitivamente e del tutto distrutta nel secolo IX. Un’iscrizione esistente nell’odierno Falerone, risale ai tempi di Desiderio re de’ longobardi, e che dal Muratori si riferisce all’anno 770, e da altre memorie. Fra tanta disparità di opinioni la rovina di Faleria, come dicemmo, si attribuisce da alcuni ad Alarico, da altri a Totila, ovvero ad Alboino, o agli Unni, o ai Finni; ma la più verosimile epoca è il sesto secolo, sebbene il Colucci sull’appoggio della lapide di Tasbuno duca di Fermo, pensi che ai tempi del re Desiderio, nell’VIII secolo, Faleria fosse ancora in piedi, e che anzi la sua rovina debba cercarsi nel secolo X.
Non più risorta Faleria , la sua diocesi fu aggiunta a quella di Fermo, come ha scritto Michele Catalani nel libro De Ecclesia Firmana pp. 13 e 96, il quale stabilisce che la chiesa vescovile fu riunita alla Fermana sul principio del VII secolo, e co’ ruderi di quella città incendiata fu costruito nel monte vicino il castello di Falcione. Essendo Faleria situata in una pianura presso il fiume Tenna, le incursioni de’ barbari consigliarono ai popoli di ripararsi ai luoghi eminenti, onde i faleriensi allora si rifuggirono nel poggio vicino alla distrutta città, ove sorse il moderno Falerone, dipendente dal governo di Montegiorgio. Vedi Giuseppe Colucci Sulle antiche città picene Falera e Tiglio, Fermo 1777, la cui Appendice si stampò in Macerata nel 1778 e l’Ughelli Itala Sacra, tomo X pp. 92-93. Per la prima visita che l’arcivescovo di Fermo, Cardinal Filippo de Angelis, fece nell’anno 1843 in Falerone, dai magistrati civici, essendone priore Vincenzo de Minicis, furono pubblicate a stampa le bellissime ed affettuose epigrafi ed iscrizioni latine ed italiane, dettate con amor patrio dal nominato avvocato Gaetano de Minicis , per celebrare, che dei sedici Cardinali che furono vescovi o amministratori della chiesa Fermana, tre di essi nell’ ottava della festa del Corpus Domini, ivi portarono in solenne processione il ss. Sacramento; cioè il Cardinal Peretti, poi Sisto V, il 19 giugno 1576; il Cardinal Brancadoro nel 1804; e il Cardinal de Angelis il 15 giugno 1843. < C. T. >
Per la storia della diocesi Fermana: CATALANI, M. “De ecclesia Firmana … trad. e note di E. TASSI. Fermo 2012.

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STORIA INTEGRALE CON CRISTO CHE PASSA NEGLI AVVENIMENTI DELL’UMANITà. (Dino Tomassini)

CRISTO VIVE NEL MONDO. Non si comprenderà mai la storia delle nostre città, dei paesi e delle vallate se, per ideologia, pregiudizio, o chiusura mentale non ci si dispone a conoscere e comprendere anche la storia della Chiesa locale. Il beato Paolo VI nella sua Esortazione ai membri dell’Associazione Archivistica ecclesiastica il 26 settembre 1963 diceva: “I nostri brani di carta sono echi e vestigia del passaggio della Chiesa, anzi del passaggio del Signore Gesù nel mondo. Avere il culto di queste carte vuol dire avere il culto di Cristo, il senso della Chiesa, dare a noi stessi, dare a chi verrà, la storia del passaggio, del “TRANSITUS DOMINI” nel mondo.” \

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BIMBI PREMORTI O MORTI SENZA BATTESIMO: la speranza del Paradiso è valida (Carlo Di Amedeo)

PER I BIMBI MORTI SENZA ESSERE BATTEZZATI C’E’ SPERANZA DEL PARADISO. 19 gennaio 2012 Benedetto XVI ha approvato il documento della Congregazione per la dottrina della fede, intitolato «La speranza di salvezza per i bimbi che muoiono senza essere battezzati». Vi è scritto che «la misericordia di Dio vuole che tutti gli esseri umani siano salvati» e che «la Grazia ha priorità sul peccato». Questa affermazione supera la localizzazione restrittiva del limbo per i bimbi non battezzati. Non esiste un limbo che segrega ed emargina i non battezzati mentre la vita dei salvati in Cristo è totale pienezza. Fin dai secoli passati, la Chiesa invitava i genitori in caso di feto abortito a desiderare e pregare la salvezza del figlio non battezzato. Vedi la Dichiarazione 19 aprile 2007 della stessa Congregazione.
Per capire, serve pregare sempre e chiedere di pregare. La preghiera dei credenti porta salvezza (Matteo 24,22) e libera dal male. “Nel nome di Gesù ogni ginocchio si pieghi… e ogni lingua proclami che Gesù Cristo è Signore” (Fil 2, 10 – 11).
Capire come mai la Chiesa il 28 dicembre fa la liturgia a memoria dei Santi INNOCENTI trucidati da Erode (Matteo 2,17), mentre la gente allora non conosceva il Messia Gesù. Sono onorati perché stanno in Paradiso.
Capire che la Chiesa ha nel Messale Romano la liturgia per i bimbi defunti non battezzati. I cristiani, nella speranza, invocano la Divina Misericordia per i bimbi non battezzati che vanno in Paradiso ad opera del desiderio di battesimo espresso per loro dalle preghiere dei credenti in Cristo.
Capire che la Chiesa parla di Battesimo di desiderio, in mancanza del rito dell’acqua santa. Come i genitori chiedono il Battesimo per gli infanti neonati, così i genitori possono volere il dono della Grazia anche per i bimbi morti senza Battesimo. Foss’anche in caso di aborto.
Dante non è teologo quando materializza l’inferno come una fossa terrestre e materializza il Limbo in un prato, pure il Purgatorio fantasticato come una collina del pianeta terra, e le stelle come località del Paradiso. Invece i defunti restano UNITI IN CRISTO come esseri spirituali non su basi materiali. (Ef 4,4)
Capire come l’intera Chiesa trionfante, purgante, pellegrina in terra, è realtà di Corpo mistico di Cristo con l’opera dello Spirito Santo. Dio si pone come partecipazione finale per gli esseri umani. Leggere san Paolo nella prima lettera a Timoteo 2, 4. Vaticano II, Gaudium et Spes 19 e 22. (*) Tutti si salvano in Cristo < a meno che non lo rifiutino> perché Dio ha potere di fare cose impensabili per l’uomo. Vedi S. Paolo agli Efesini 3,20. Lettera 1 Cor 15, 22 Cristo dona a tutti la vita perché ha restaurato la natura umana. Isaia 64,4 per l’inimmaginabile.
Eva, moglie di Adamo non va insultata (come non va insultato nessun peccatore) perché c’è la salvezza in Cristo per chi l’accoglie e si salva. Vedi S. Paolo ai Romani 5, 19 anche per Adamo salvato.
Nella santa Croce il sangue di Cristo unisce ogni essere umano a Dio, anche i bimbi non battezzati. Vedi S. Paolo ai Colossesi 1, 19 s. E lo Spirito Santo, in gemiti, tutto raccoglie e salva: vedi S. Paolo ai Romani 8, 21.
(*) Il PARADISO PER I BIMBI morti senza essere stati battezzati e per i bimbi morti prima della nascita (=premorti). San Paolo nella prima lettera a Timoteo (1Tim 2, 4) dice che il Salvatore vuole che tutti gli esseri umani si salvino. Il Concilio in Gaudium et Spes (GS 19) dichiara che la ragione più alta dell’essere umano consiste nella sua VOCAZIONE alla comunione con Dio; e richiama l’intimo e vitale legame con Dio. Come pensare che anche i bimbi non battezzati o abortiti o embrioni distrutti, possano arrivare alla comunione con Dio in Paradiso? Isaia 64, 3 profetizza: “Mai si udì parlare da tempi lontani, orecchio non ha sentito, occhio non ha visto che un Dio, fuori di te, abbia fatto tanto per chi confida in lui.” A confidare sono i genitori della piccolissima creatura umana non battezzata. Il Siracide (1,8) dice che il Signore ha creato la Sapienza e l’ha donata con generosità ad ogni mortale. Geremia profetizza che l’alleanza dell’Arca di Mosè avrà ulteriori novità : “ Quando vi sarete moltiplicati e sarete stati fecondi nel paese, in quei giorni – oracolo del Signore – non si parlerà più dell’arca dell’Alleanza” Ger 3,16.
Il Concilio fa riferimento al fatto che “ Con l’incarnazione, il Figlio di Dio si è unito in certo modo ad ogni essere umano. Cristo è morto per tutti (Romani 8,32). La VOCAZIONE dell’essere umano è effettivamente una sola, quella divina, perciò dobbiamo ritenere che lo Spirito santo dia a tutti la possibilità di venire a contatto, nel modo che Dio conosce, col mistero pasquale. Tale e così grande è il mistero dell’essere umano”. Per questo i credenti possono pensare che Dio vuol salvare i bimbi non battezzati, per il desiderio di battesimo da parte dei genitori. San Paolo spiega agli Efesini (4,4): “ Un solo corpo e un solo spirito, come una sola è la speranza alla quale siete stati chiamati, quella della vostra VOCAZIONE”. Ed ai Romani (8,21) parla della redenzione di ogni essere creato: “ nella speranza che anche la stessa creazione sarà liberata dalla schiavitù della corruzione per entrare nella libertà della gloria dei figli di Dio”. Questa liberazione possiamo riferirla anche ai bimbi non battezzati.
Tutto proviene da Cristo. San Paolo dice ai Romani (5,19) “ Infatti come per la disobbedienza di uno solo, tutti sono stati costituiti peccatori, così anche per l’obbedienza di uno solo tutti saranno costituiti giusti”. Ai Corinzi (1 Cor 15, 22) “ Come tutti muoiono in Adamo, così tutti riceveranno al vita in Cristo”. Questa vita in Cristo è possibile per i bimbi non battezzati e premorti, su desiderio di battesimo da parte dei credenti in Lui, nella fede della Chiesa. La spiegazione è scritta a Timoteo (1 Tim 2, 5): “Gesù ha dato se stesso in riscatto per tutti”. Con gioia diamo gloria, come dice agli Efesini (3,20): “ A colui che in tutto ha potere di fare molto di più di quanto possiamo domandare o pensare“.
In ogni caso e con piena umiltà ci sottomettiamo ad ogni la decisione di Santa Romana Chiesa, fedeli al suo insegnamento.

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Antiche Notizie Storiche su FALERONE edite da Gaetano Moroni nel Dizionario di erudizione storico ecclesiastica, con elaborazione ortografica

Elaborazione di notizie desunte da MORONI, Gaetano, Dizionario di erudizione storico ecclesiastica. (Roma 1845) vol. XXIII pp. 16- 20
FALERIA, o FALERIONA, O FALERONE. Sede vescovile del Piceno, dal secolo VIII a metà del secolo XIX castello della delegazione apostolica di Fermo nello stato Pontificio, situato sopra uno de’ colli, che fra le due valli dei fiumi Tenna, e dell’Ete (Leta) morto. Acquista sempre maggior celebrità per i tesori archeologici che nasconde. Infatti tutto fa pensare che l’antica cittadina di Falena Picena, chiamata pure Falaria, Falerio e Falerione, fosse fiorentissima colonia romana, e ch’esistesse nel territorio del moderno Falerone, dalla parte orientale e meridionale di questo castello, e non molto lungi dalla sinistra sponda del fiume Tenna. Tanto provano le molteplici iscrizioni rinvenute, che fanno menzione de’ duumviri, dei quadrunviri, del collegio degli augustali, degli auguri, della curia, de’ centonari, de’ dendrofori, degli edili, de’ decurioni, insigni magistrature ed ordini propri solo delle colonie. Gli scavi incominciarono sotto Clemente XIV, e si proseguirono sotto Pio VI, e nei tempi posteriori, come si legge nelle note erudite ad un’ Ode pindarica, detta nell’ accademia faleriense in onore dell’arcivescovo Cardinal de Angelis, e pubblicata colle stampe. In questo opuscolo si noverano anco i principali oggetti rinvenuti, e riportasi 1′ iscrizione del suo campidoglio, di cui andiamo a far parola.
Dopo l’anno 1777 Pio VI vi fece fare escavazioni, col prodotto delle quali si aumentarono i pregi del museo vaticano, ove , quasi rimpetto alla porta della biblioteca, in un’iscrizione faleriense si fa memoria del campidoglio di Faleria, del foro pecorario, del vico lungo, e di una via nuova costruita a spese dei possidenti, mercanti, e sodalizi, e ciò ne dimostra lo splendore. Tra le altre cose esistenti nel museo vaticano, e trovate in Faleria, sono a rammentarsi una tigre con bel meandro, un lupo e un bacco, tutti in mosaico, ed un superbo candelabro di marmo pario. Già il Cardinal Pietro Aldobrandini nipote di Clemente VIII, nel 1604 divenne possessore della celebre tavola di bronzo scavata in Faleria nel 1593, ed ora conservata nel museo capitolino, rimanendo nel palazzo comunale di Falerone una copia fusa in bronzo, e dal Cardinale donata. Essa contiene il celebre rescritto di Domiziano imperatore, emanato dalla sua villa di Albano, sulla questione dei ‘Subsecinì o Subsicivi dell’agro faleriense con i vicini fermani, difesi in quella lite da Plinio il giovane, sebbene soccombessero; cioè una lite nata tra i due popoli per i confini, facendosi ivi ricordo di una lettera di Augusto, che portando grande amore ai soldati della quarta legione, li esortava a (p.16) riunire i subsicivi ed a venderli. Appoggiato a questa lettera Domiziano nella sua sentenza favorì i faleriensi.
Assai più degli stimoli e degli sforzi pubblici poté nella colta e benemerita famiglia De Minicis di Falerone l’amore lodevole del suolo natale. Per le dotte cure dell’avvocato Gaetano de Minicis, assai versato nella letteratura, e nelle scienze archeologiche, onde attinse, al dire degl’intendenti, il grave e vetusto suo stile epigrafico anche nell’italiana favella, vedemmo illustrato con la Memoria sopra l’anfiteatro ed altri monumenti spettanti all’antica Faleria nel Piceno, stampata in Roma nel 1833, il bello anfiteatro faleriense posto nel Piano di Tenna, ad un miglio da tal fiume, edificio di vasta mole, e per lo intero isolato di muro laterizio, di figura ellittica, del perimetro di palmi mille duecento, con dodici porte all’esterno, e con tre ordini di gradinate, che si dice eretto al tempo dell’ imperatore Adriano. A duecento passi di distanza dall’anfiteatro vi erano le vestigia dell’antico teatro faleriense in un fondo della famiglia Olivieri: tanto bastò perché i De Minicis s’invogliassero dell’acquisto, onde avessero campo più libero le ricerche su quello, e sulle vicine terme. Lo scavo di ripulitura ebbe un felice successo superiore ad ogni aspettativa. Il teatro si trova quasi tutto intero con i suoi sedili, scale, precinzioni, vomitori, pilastri, colonne del portico, e scena; cose tutte ch’erano sotterra, e ricoperte da roveri ed altri alberi, cresciuti a ridosso nel volgere dei secoli. Vi si rinvennero parecchie bellissime statue, però mutilate (p.17) ma quel che fu più mirabile, è il rinvenimento d’un frammento di lapide, che si trovò perfettamente combaciare con altro brano trovato ab antico nel terreno stesso, e già riportato dal Muratori e dal Colucci. Il frammento rinvenuto i De Minicis erano giunti a possederlo, e lo avevano collocato nel loro privato museo Fermano. Vedi in questo dizionario all’articolo FERMO. Divenuta così la lapide intera, fa indubitata fede della costruzione del teatro, di forma rettangolare, elegante e magnifico fu dedicato all’ imperatore Tiberio Claudio nell’anno 43 dell’era cristiana, da Quidacilio Celere, e dal figlio C. Ottavio della romana tribù Velina, come erano ad essa aggregati quei di Falerio. Quindi il lodato avvocato De Minicis illustrò i pregi di sì fatto importante monumento con erudita memoria, che pubblicò colle stampe, avendo il suo opuscolo per titolo: Sopra il teatro ed altri monumenti dell’antica Faleria nel Piceno, Roma 1839, con due tavole del teatro di Falerone, e delle sculture in esso rinvenute, riportando a pag. 29 la celebrata iscrizione riunita nei due frammenti, e già esistente sull’arco di uno de’ vomitori del teatro.
Nel palazzo comunale di Falerone, che fu già della famiglia Eufreducci, si vedono due belle statue colossali, rappresentanti una Cerere, ed un console con mirabile panneggiamento; non che copia della lapide, che rammenta gli antichi vanti faleriensi, e della tavola summentovata contenente il rescritto di Domiziano; ivi è pure (p. 17) un moderno teatro. Nel paese si vedono sparse qua e là delle iscrizioni, collocate sulle soglie e sulle facciate esterne di molte case, come ancora diversi sepolcri, tempietti, e mosaici; il teatro, l’anfiteatro, le terme, ed altri edifici pubblici, tutti avanzi della città dai Goti distrutta verso l’anno 405, ovvero dopo la morte di Alarico loro re, avvenuta l’anno 507, e per opera di altri Goti che invasero nuovamente le città del Piceno: essendo anche probabile che sì fatta distruzione l’operassero i Longobardi dopo la metà del sesto secolo, secondo il racconto scritto da s. Gregorio I Papa.
Qualcuno opina che Faleria fosse distrutta da Unni; altri datano questo eccidio all’anno 593 ed ai Longobardi. Inoltre da lapidi, medaglie, e rottami di sculture si trova sparso il suo territorio, altronde fertilissimo, e copioso d’ogni maniera di alberi fruttiferi. La via provinciale di Falera modernamente costruita, comunica da un lato colla Fermana, e dall’altro attraversata da Sant’Angelo in Pontano, e da Caldarola, si unisce alla Romana, presso la stazione postale di Valcimarra. Vi sono più chiese, e in quella de’ francescani, che abitano il contiguo convento, si osserva un vago dipinto di Carlo Crivelli; mentre nella chiesa rurale di santa Maria degli Angeli, già spettante ai religiosi Clareni, vi è uno stimato affresco, dal Pagani eseguito nel 1547. Inoltre un monastero di monache francescane, alcuni stabilimenti, il monte di pietà, tre monti frumentari, un ospedale, oltre la scuola pia per le fanciulle povere, fondata dalla famiglia De Minicis, che la dotò di un fondo rustico pel mantenimento delle maestre. Il CALINDRI nel Saggio statistico storico dello Stato Pintificio, dice che Faleria fosse colonia militare, e che si chiamasse Fallerà, Falleriona e Tignio e che con i Longobardi fu soggetta a Trasbuno duca di Fermo. Il ch. Castellano, nel suo applaudito Specchio geografico-storico- politico, ci dà copiose notizie su Faleria e Falerone, dicendoci che dopo essere stata distrutta barbaramente dalle armi straniere, nel medioevo, Falerone, che la rimpiazzò, ebbe al pari degli altri paesi d’Italia i suoi particolari signori, che si trovano nominati nella transazione fatta da Annibaldo di Trasmondo rettore della Marca, e nipote di Papa Alessandro IV, transazione <1356> che al dire del Colucci, nella sua Treja oggi Montecchio, qui confermò. Da tali signori discese il beato Pellegrino, discepolo di s. Francesco di Assisi. Il b. Pellegrino, s. Fortunato vescovo, e s. Sebastiano martire sono patroni di Falerone.
Alcune notizie storiche di questo luogo si leggono ne’ Cenni istorici e numismatici di Fermo del medesimo Gaetano De Minicis, e sono le seguenti: Ruggero da Falerone, nel secolo XIII, provò d’impadronirsi della signoria di Fermo. Nel secolo XIV quando il Cardinal Albornoz mosse alla ricupera delle terre usurpate alla Chiesa mentre i Papi risiedevano in Avignone, per combattere Gentile da Mogliano signore di Fermo, destinò un corpo di truppe sotto il comando del proprio nipote Fernando Blasco, il quale espugnò con \(p. ) \ assalto anche Falerone. Nel 1513, per la sede vacante per morte di Giulio II, Lodovico Eufreducci fece con genti armate una scorreria a Falerone, e fu accettato dal castello, dove l’antichissima e nobilissima sua famiglia ebbe sempre partito e fautori, per aver ivi avuto signoria. Quando il vescovo Bonafede fu mandato da Leone X a ricomporre la Marca, Falerone parteggiò per Lodovico, come il più forte bellicoso castello a lui affezionato, ad onta delle minacce del Bonafede; ma nella battaglia con questo, dopo avere valorosamente Eufreduccio combattuto, vi perse la vita.
Faleria nel Piceno, diversa da Faleria città di Etruria, e da altre di egual nome, sino all’anno 711 di Roma, o sino dai tempi di Augusto imperatore fu colonia romana, e sulla metà circa del V secolo ebbe la sua sede vescovile, come si rilevasi da una lettera riferita dal Cardinal Deusdedit, e scritta da Papa s. Gelasio I nell’anno 492 ai vescovi Respetto e Leonino, e si legge nell’Ughelli, acciò lo informassero dei portamenti del vescovo di Faleria, il quale era accusato di aver usurpato alcuni predi, che alla sua chiesa aveva donati il di lui predecessore. Il Cardinal Baronio nelle note al Martirologio romano, c itato dallo stesso Ughelli, asserisce al dì 12 agosto, che il vescovo di Faleria nel Piceno intervenne al concilio Romano celebrato il 13 ottobre del 649 dal Pontefice s. Martino I, ciò che confermano altri scrittori. Tal concilio si compose di cento cinque vescovi per la maggior parte italiani, tra’ quali figura per XVII il (p. 20) vescovo di Faleria chiamato Caroso. L’Arduino, Concilia. Collect. t. II, col. 928, prosegue nell’indice geografico ad enumerare altrivescovi: Faleritanus in Piceno, olim Faleroni, Crescentiusius…. Harduinus …. Joannes Falerinus; ed il Fontanini attribuisce a Faleria un altro vescovo chiamato Giovanni. 11 p. Mamachi, de episcopatus Hortani antiauitate, dimostra che i vescovi chiamati Faleritani appartengono a Falerone Piceno. È noto, che ne’ primi secoli della Chiesa era regola universale, che la diocesi vescovile fosse compresa nel solo territorio di quella città, ove teneva residenza il vescovo, acciò le autorità ecclesiastica e civile avessero gl’ istessi confini. In quanto a quelli dell’agro Falerionense, abbiamo dal ch. De Minicis, Del teatro di Falerone, che la città aveva un perimetro di due miglia circa, non compresi i sepolcreti ch’erano fuori di essa; che il territorio di Faleria si estendeva sino al mare Adriatico, come si ha da Balbo (agri)mensore di Augusto: da altra parte confinava colla colonia fermana, come si deduce dal citato rescritto di Domiziano, e dalle altre due parti confinava colla colonia ascolana e urbisalviense. Ciò dimostra la notabile estensione della città di Faleria, la quale fu definitivamente e del tutto distrutta nel secolo IX. Un’iscrizione esistente nell’odierno Falerone, risale ai tempi di Desiderio re de’ longobardi, e che dal Muratori si riferisce all’anno 770, e da altre memorie. Fra tanta disparità di opinioni la rovina di Faleria, come dicemmo, si attribuisce da alcuni \\ p. \\ ad Alarico, da altri a Totila, ovvero ad Alboino, o agli Unni, o ai Finni; ma la più verosimile epoca è il sesto secolo, sebbene il Colucci sull’appoggio della lapide di Tasbuno duca di Fermo, pensi che ai tempi del re Desiderio, nell’VIII secolo, Faleria fosse ancora in piedi, e che anzi la sua rovina debba cercarsi nel secolo X.
Non più risorta Faleria , la sua diocesi fu aggiunta a quella di Fermo, come ha scritto Michele Catalani nel libro De Ecclesia Firmana pp. 13 e 96, il quale stabilisce che la chiesa vescovile fu riunita alla Fermana sul principio del VII secolo, e co’ ruderi di quella città incendiata fu costruito nel monte vicino il castello di Falcione. Essendo Faleria situata in una pianura presso il fiume Tenna, le incursioni de’ barbari consigliarono ai popoli di ripararsi ai luoghi eminenti, onde i faleriensi allora si rifuggirono nel poggio vicino alla distrutta città, ove sorse il moderno Falerone, dipendente dal governo di Montegiorgio. Vedi Giuseppe Colucci Sulle antiche città picene Falera e Tiglio, Fermo 1777, la cui Appendice si stampò in Macerata nel 1778 e l’Ughelli Itala Sacra, tomo X pp. 92-93. Per la prima visita che l’arcivescovo di Fermo, Cardinal Filippo de Angelis, fece nell’anno 1843 in Falerone, dai magistrati civici, essendone priore Vincenzo de Minicis, furono pubblicate a stampa le bellissime ed affettuose epigrafi ed iscrizioni latine ed italiane, dettate con amor patrio dal nominato avvocato Gaetano de Minicis , per celebrare, che dei sedici Cardinali che furono vescovi o amministratori della chiesa Fermana, tre di essi nell’ ottava della festa del Corpus Domini, ivi portarono in solenne processione il ss. Sacramento; cioè il Cardinal Peretti, poi Sisto V, il 19 giugno 1576; il Cardinal Brancadoro nel 1804; e il Cardinal de Angelis il 15 giugno 1843. < C. T. >

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