LA FIERA DI FERRAGOSTO A FERMO Regolamento antico

Mercato liberto negli STATUTI DEL TERRITORIO FERMANO ed.1589  pagina 204

CAPITOLI EDITI SUL MERCATO E SULLA FIERA DELLA MAGNIFICA CITTA’ DI FERMO, IN AGOSTO, COME FURONO ORDINATI AD OPERA DEI CITTADINI CON DECRETO DI CERNITA.

– 1- II luogo ove si debba fare la fiera, cioè dove si debbano vendere gli animali, sia dove sinora è consuetudine; ma il luogo ove si vendono le altre mercanzie si intenda che è dentro la Città, nella piazza di San Martino, e lungo le strade maestre.

– 2- Parimenti che la fiera predetta sia e che debba essere “franca” <libera> a tutti i forestieri che condurranno <porteranno>, compreranno o venderanno le loro mercanzie nella detta fiera, stando il tempo che sotto si dichiarerà; cioè che possano mettere, portare, vendere o comperare ogni genere di merce e di animali senza alcun dazio, ovvero gabella <tassa>; non estendendosi a coloro che vendessero grano, farina, pane, vino, olio all’ingrosso, carne da taglio e ogni altro genere di biada, e vettovaglie, espressamente specificando che la carne salata e il cacio <formaggio> che si vendano venduti a pezzi interi, non debbano pagare <alcuna> gabella; salvo che non si vendesse al taglio, ma i forestieri anche se vendessero carne salata e formaggio a taglio, non siano obbligati a pagare alcun dazio ovvero gabella.

– 3- Parimenti durante il tempo della fiera i Cittadini e i Contadini, i quali conducessero o vendessero o immagazzinassero, o comprassero o portassero qualche mercanzia, non siano tenuti a pagare alcuna gabella, dichiarando però che le robe che si avessero da immagazzinare, si debbano segnalare ai gabellieri <dazieri>, e finita la fiera i cittadini siano obbligati, a richiesta dei Gabellieri, con giuramento, chiarire quello che gli avanza; ma espressamente si dichiara che di robe comperate per proprio uso non si paghi gabella. E se vi fosse qualche difficoltà per le cose che si vendessero o portassero, di qualunque specie siano, allora ci si attenga al giudizio di quei Cittadini che saranno incaricati come sovraintendenti della fiera con giuramento di colui che la vendesse o portasse o immagazzinasse; o in qualunque modo capitasse qualche dubbio; ma in tale modo da ultimare, esaminare e chiarire prima che si abbiano questi dubbi e differenze, tramite i Consoli dei mercanti di luglio e di agosto.

– 4- Parimenti che i mercanti forestieri possano manda le loro mercanzie e le robe nel Porto e nella Città di Fermo entro l’anno come a loro capiterà e conservarle, e per riporle fino al tempo della fiera senza alcun dazio, né pagamento di gabella. Ma se prima del tempo della fiera le vendessero, siano obbligati, per quello che vendono, a pagare il dazio ovvero la gabella ai Gabellieri senza alcuna opposizione. E ciò abbia luogo per il passato, al presente e nell’avvenire. E si intenda che se le robe si inviassero tramite un commesso o per commenda <accomandita> si debbano immagazzinare tutte in un luogo che verrà stabilito tramite il Comune.

– 5- Parimenti che i mercanti e qualunque altra persona di qualsiasi stato e condizione essa sia, possano, nell’avvenire, per tutto il mese di agosto, in qualunque anno della fiera, liberamente vendere o comperare senza alcun pagamento di dazio o gabella. E siano liberi ed esenti da questi dazi e gabelle per tutto il mese di agosto, ed anche i mercanti forestieri possano portare tutte le mercanzie e le robe loro e farle portare per tutto il mese di settembre seguente in ogni anno quando la fiera si farà, senza pagamento di detti dazi o gabelle. Ma se qualcuno passasse con robe e con apparenza di franchigia, le portasse in tale tempo, con l’intenzione di non vendere nella detta fiera, mettesse roba, sia obbligato al dovuto pagamento delle gabelle.

– 6- Parimenti che a ciascuno sia lecito fare la senseria <mediazione> in questa fiera, purché sappia scrivere, affinché possa tener conto delle vendite che si fanno di mano sua, in modo che si abbia a far scrivere dal notaio dei sovrintendenti della fiera; altrimenti qualsiasi vendita, che viene fatta di loro mano, non sia valida.

– 7- Parimenti che questa fiera sia e debba essere franca e libera per ogni persona che ci verrà in modo che nessun Cittadino, Contadino o forestiero, di qualunque condizione e luogo egli sia, cioè durante il tempo di questa fiera, possa essere costretto né concordato da alcun suo creditore per qualche debito contratto prima del tempo di questa fiera, né per rappresaglia del Comune, né da parte di una persona speciale che avesse  <rivalsa> contro qualcuno, salvo per un debito che si contraesse o si facesse nella fiera, si debba fare accordo e costringere a quel che la ragione volesse.

E similmente non si possa, durante il tempo della fiera, giurare <affermando>

 qualcuno sospettato e fuggitivo, e così neanche si possa fare alcuna molestia durante questa fiera a quelli che fossero condannati per danni dati, ma anche essi siano liberi e sicuri.

– 8- Parimenti che la detta libertà e sicurezza non si intenda per qualche bandito, nemico, ribelle o traditore della santa Chiesa, e del Magnifico Comune di Fermo, e che non sia <una fiera> libera per coloro che commettessero azioni illecite o commettessero qualche delitto o misfatto durante questa fiera o in questa fiera, o fuori dalla fiera stessa, nel territorio di Fermo e del contado, o delle Terre raccomandate. Ma il Podestà e il Capitano e altri ufficiali del Comune di Fermo, contro tali delinquenti, abbiano pieno arbitrio di punire e condannare nella persona o nei beni, secondo che a questi ufficiali sembrerà opportuno e piacerà, in modo sommario, senza strepito, senza figura di giudizio <processo>, con piena facoltà di aggiungere o non diminuire tale pena, che in tale delitto si deve imporre; nonostante uno statuto o una delibera che dicesse il contrario.

– 9- Parimenti che si debba assestare e aggiustare il peso della quantità e provvedere che si aggiustino all’apparecchio <dispositivo> di quello tutti gli altri pesi.

– 10- Parimenti che si faccia il bussolo <sorteggio> dei sovraintendenti, i quali abbiano a intendere, esaminare e decidere sommariamente tutte le vertenze che per comperare, e per vendere e per qualunque altro motivo capitassero in questa fiera, e il Capitano e il Collaterale richiesti da loro di intervenire, debbano decidere, secondo ragione, le cose dubbiose e nessun Avvocato o Procuratore possa intervenire in tali cause, sotto la penalità di 25 libre, per ogni volta quando qualcuno trasgredirà.

– 11- Parimenti i Regolatori, che ci saranno nel tempo, affinché i mercanti siano contenti e volentieri stiano e ritornino, provvedano comodamente e a buon prezzo assoldare l’affitto delle botteghe o case necessarie, e similmente provvedano che dal contado arrivino le vettovaglie, come meglio sembrerà a loro, purché ci sia abbondanza, e coloro della Città o del contado che faranno il pane e lo porteranno, o lo venderanno nella Città al tempo della fiera, non siano, per esso, obbligati ad alcun dazio, ovvero gabella.

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Traduzione di Vesprini Albino dal testo scritto in lingua volgare locale. –

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CHI TACE: «E Gesù taceva»

TACENDO DISTRUGGE GLI INGANNI

Lucio Anneo Seneca ispirandosi a Sofocle ha scritto la tragedia dal titolo Edipo ove si legge la frase 527: «Distrugge gli imperi colui che, essendo comandato di parlare, tace». Può essere vera questa frase? Dipende dal fatto se sia meglio discutere. Gesù di fronte al giudice tace per mitezza, per misericordia, per pazienza, per umiltà, ma ha la fede che Dio agisce per far trionfare la verità e di fatto dopo immolato egli risorge a vita immortale. Tacere non è debolezza, è prudenza di fronte alla canea che lo odia mortalmente e allora il discutere non farebbe emergere la verità. Il tacere non è silenzio vuoto: tra gli scogli del voler apparire, come fanno i nemici, il non detto è come un’onda avvertita. Non tace l’onda silenziosa della vita. Anche le piante crescono nel silenzio. Tacere non è fingere. Di fronte ai prepotenti e ai politici non coerenti, chi non parla sta seminando il dubbio. Una bocca chiusa e uno sguardo fisso stimolano a riflettere e a cercare la verità. Urla chi teme che si scopra la verità. Chi richiesto di parlare in tali situazioni decide di tacere fa germogliare i semi della lealtà, semi che distruggono le falsità imperialistiche. “L’arte di tacere non è un semplice invito al silenzio, un manifesto del mutismo, ma un’analisi delle infinite possibilità della continenza verbale e scritta”.

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VANGELO DEL RISORTO CHE VIENE INCONTRO:

«NON TEMETE: ANDARE AD ANNUNCIARE …»

Cenni rapidi sul Dipinto: GESU’ CAMMINA TRA NOI RISORTO CON IL CORPO IMMORTALE GLORIOSO

Nel dipinto firmato d’azzurro da S. Tricarico, Gesù Cristo, in tunica bianca e lungo manto dorato, cinge ai fianchi una fascia di colore sanguigno. Questa opera pittorica come ogni opera d’arte parla alla mente e al cuore di chi la contempla e trasmette la ricerca del senso delle cose che è avvertito con i ricordi d’infanzia uniti alle riflessioni adulte.

Attorno all’immagine del Cristo predomina massicciamente il colore blu che rappresenta la costanza, la fedeltà e la meditazione. Il cielo ceruleo con nuvole azzurre proietta un’impressione di serenità con il senso dell’infinito. In altre parti fa da contrappunto il colore sanguigno che è sublimato dal rosaceo delle colline per chiamare all’attesa di un futuro con le novità che nascono a primavera.

Dal sepolcro aperto del Cristo risorto fuoriesce una luce dorata. Sulla strada e nei riflessi del manto aureo il colore sanguigno fa ricordare l’evento della salvezza: il Cristo Messia si è immolato sulla croce che è dipinta con il lenzuolo della deposizione sul colle del calvario.

Questa pittura può offrire le tracce che avvicinano alla fede che viene solo proposta. Di per sé la fede è un dono divino che non viene mai imposto. Nell’ampio ambiente naturale al centro, il Cristo percorre le strade dei cammini umani con passo agile di pellegrino, e con sul capo l’aureola.

La primavera ha i suoi segni in primo piano nei fiori tipici del biancospino avanti al sepolcro circondato da rocce. Sono questi i fiori con cui la primavera fa fiorire le speranze. E sullo sfondo la terra rosacea della collina ha il sorriso del buon cuore.

E’ importante non immaginare solo Gesù in alto, perché lui cammina fra noi.

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Legislazione a Montefortino 1568

LEGGI VANTAGGIOSE A MONTEFORTINO 1568

Montefortino.Statuto

SONO VANTAGGIOSE LE LEGGI ADATTE AI TEMPI E ALLE CULTURE

   Gli Statuti propri di Montefortino (FM) stampati nel 1568 furino compilati da otto cittadini eletti a Montefortino aalo scopo di meglio guidare le abitudini politiche nell’orientamento verso la pace. Nel proemio al libro primo, si spiegano i vantaggi della propria costituzione giuridica e si elencano le parti degli ordinamenti a cominciare dal culto al divino Creatore, il governo repubblicano <cioè comunale>, le cause civili, i reati penali pubblici e privati, i crimini straordinari.

   Ecco tradotto dal latino il proemio del primo libro.” I precetti della disciplina morale, da cui la vita umana riceve la formazione e l’educazione, meritano in certo modo un rilievo molto splendido, pertanto quelli che riguardano il governo e la salvaguardia delle città vengono raccomandati. Questa disciplina procura, senza dubbio, ogni forma di felicità. Il conquistare la felicità realmente è cosa eccellente per le persone e sarà di maggior gloria per la cittadinanza tutta quanta, sicché ogni castello in seguito a ciò giunga a avere la beatitudine.

    Infatti il bene più ampiamente rivelato, per ispirazione divina, è tanto più apprezzato. Ogni persona consegue la perfezione dalla società civile e dalle sacre leggi, a cui si sottomette vivendo con rettitudine e fruisce dei vantaggi della serenità e della pace, stando lontano dall’impulsività per opera delle dovute correzioni, benché un uomo imbecille sia un animale e non abbia resistenza da sé stesso.

   Meditiamo sul fatto che nulla è più necessario, nulla più vantaggioso, nulla più soddisfacente, nulla c’è di meglio, per vivere bene e felicemente e per rinvigorire l’umana società, quanto il vivere sotto la disciplina delle giuste leggi, giacché si agirebbe a capriccio in tutte le cose, qualora si togliessero le leggi, mentre la natura dei mortali è tanto prona al male.

   Ciò soprattutto nei luoghi montani dove noi viviamo con la sterilità ed i grandi influssi della natura. Senza le amministrazioni pubbliche, senza le cittadinanze, senza i paesi, non si troverebbero né alcuna giustizia né alcuna onestà; soltanto stragi, rapine e nefande scelleratezze di ogni maniera. E ciascuno farebbe quello che pretende con muovere la guerra con le armi e con la forza. In tal modo, l’unione del genere umano non è consistente, ma la sua dissoluzione diverrebbe inevitabile.

   Deriva da tali fatti l’esperienza per cui i popoli e i re hanno pubblicato le leggi per loro stessi: Abramo, Mosè, il Faraone, il Re per i Greci, Licurgo per gli Spartani, Mercurio Trimegisto per gli Egiziani, Solone per gli Ateniesi, Numa Pompilio per i Romani e infine innumerevoli altri re e popoli hanno agito affinché l’umana spericolatezza fosse frenata dal timore e la lealtà fosse tutelata frammezzo ai disonesti e la sconsideratezza, anche la frenesia di fare del male fossero raffrenate per mezzo di spaventevoli supplizi.

   Queste istituzioni degli antichi risultavano essere sorgenti di rettitudine e di salvezza e adatte per vivere bene, e nulla le superava. Tuttavia gli statuti umani sono mutevoli nella varietà dei luoghi e delle abitudini, al punto che le leggi antiche scomparvero quasi per la maggior parte, nell’evolversi dei disusi. Le diverse nazioni si fissarono poi leggi diverse congruenti alle loro culture.

 E questo nostro popolo Fortinate con i poteri che sono dati sia dalla propria autorità giuridica, sia dai sommi Pontefici, fece la sua <precedente> giusta e onorevole costituzione dei diritti <o leggi> municipali.

   Tuttavia <la precedente> è in parte astrusa, in parte difettosa, in parte anche meno congruente ai nostri tempi moderni e <il Consiglio generale Fortinate> ha decretato che si pubblicassero nuove leggi per mezzo delle quali questa repubblica tutta quanta possa essere governata con vantaggi.

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AVVERTIMENTI DIVINI NON MINACCE MA CHIAMATE ALLA CONVERSIONE

SAN PAOLO AI ROMANI 8, 19ss

Pestilenza, guerre, morire. Adoperiamoci a restare uniti a Dio.

TUTTO STA NELL’ACCOGLIERE GLI AVVERTIMENTI DIVINI. (Antimo Lorcassi)

“20 marzo 2022, le menti ed i cuori sono sfidati dalle follie di guerra e dalla pestilenza, mentre la natura e le persone soffrono per le violazioni umane (Rom. 8,19ss). Sono avvertimenti profondissimi. Il Vangelo odierno Lc 13,1-9 racconta che, ai tempi di Gesù Cristo, a Siloe, città a sud di Gerusalemme, crollò una torre per cui morirono diciotto persone. «Se non vi convertirete, perirete tutti allo stesso modo». Sappiamo che le bombe negli arsenali hanno un potenziale per distruggere almeno un centinaio di volte il nostro globo terrestre e bruciare miliardi di persone viventi. Ci domandiamo se non è preferibile adoperarsi per non partecipare alle morti, neanche in modo involontario né inconsapevole.

   Don Oreste Benzi, personalità di alta umanità, ha scritto: «Dio ci avverte continuamente. Sappiate guardare in maniera diversa tutto quello che succede nella vita. In ogni avvenimento è presente il Signore e lui ti avverte di qualcosa. In ogni cosa c’è tutta una meraviglia stupenda, anche nel dolore, nella sofferenza, nella malattia. Tu sappi vedere che il Signore continuamente ti avverte, sappi leggere i messaggi di Dio! Ma se sei troppo attaccato a te stesso e continui per quella via, non accogli gli avvertimenti di Dio. … Purificati per non essere al centro del tuo cammino …”è «Io.Sono che ti manda».

(Io.Sono è il nome di Dio)

                                                                                                        Lettera di San Paolo ai Romani, 8, 19-24

«L’ardente aspettativa della creazione, infatti, è protesa verso la rivelazione dei figli di Dio. La creazione infatti è stata sottoposta alla caducità – non per sua volontà, ma per volontà di colui che l’ha sottoposta – nella speranza che anche la stessa creazione sarà liberata dalla schiavitù della corruzione per entrare nella libertà della gloria dei figli di Dio. Sappiamo infatti che tutta insieme la creazione geme e soffre le doglie del parto fino ad oggi. Non solo, ma anche noi, che possediamo le primizie dello Spirito, gemiamo interiormente aspettando l’adozione a figli, la redenzione del nostro corpo. Nella speranza infatti siamo stati salvati.»

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Il Mulino sul fiume Tenna Belmonte Piceno

VENTI SECOLI DEL MOLINO AL FIUME TENNA A BELMONTE (FM)

Dino Fattoretta

Belmonte Piceno

 Gennaio 2022

GRAZIE a chi ha dato le notizie qui raccolte.

Ogni mulino vuole la sua acqua

Ognuno tira acqua al proprio mulino

Porta acqua al mulino dell’amico

Nell’antico paese

A Belmonte Piceno il mulino sul fiume Tenna esiste da venti secoli e negli ultimi due secoli è stato gestito dai mugnai Valori fino al 1902 poi dai Carnevali.

   In prossimità del fiume Tenna, non lontano dal bivio delle due strade provinciali, una verso il paese e l’altra lungo la riva destra dello stesso fiume, c’è un antico mulino ad acqua che è di proprietà delle famiglie belmontesi di Antonio ed Ettore Carnevali. Nelle carte topografiche e “tavolette” si legge “Molino Valori”. Per un altro molino che era nei pressi del fiume Ete si leggono notizie nel libro di Franco Giampieri che racconta la vita nella vallata dell’Ete. Giampieri scrive che i fiumi, sia piccoli che grandi, sempre sono stati alleati degli uomini ed anche nei momenti di magra hanno speso ogni loro goccia per soddisfare le persone, gli animali e le piante.

   Di fatto vicino ai fiumi sorsero i più grandi insediamenti storici e fin dalle epoche protostoriche risulta che le loro acque furono utilizzate per la forza motoria perché questo sistema energetico è certamente economico, efficiente, poco costoso, molto produttivo in varie applicazioni. Non per nulla, nel secolo XIX con la dinamo, per mezzo delle turbine ad energia idraulica è stata prodotta l’energia elettrica. Il geografo e storico greco Strabone, nel primo secolo avanti Cristo, ebbe a descrivere i molini ad acqua.

   Proprio nei primi decenni dell’era cristiana sorse il primo insediamento del mulino belmontese, in questo luogo della pianura del fiume Tenna, che era nell’ambito del territorio Faleriense (da Falerio colonia romana, oggi Piane di Falerone). Avvenne allora che vennero mandati a riposo dall’imperatore Augusto nel Piceno i veterani degli eserciti romani sia di Cesare che di Pompeo. Ogni luogo abitato in ambiente rurale era chiamato dagli antichi romani con il vocabolo “Villa” dove essi svolgevano pressoché tutte le attività produttive. Presso l’abitazione padronale c’erano diversi edifici e locali, come l’edicola, le officine, le capanne, i magazzeni, le cantine, la grotta, le stalle per allevamenti, il frantoio o pistrino e nei pressi del fiume un molino ad acqua, in modo tale che i lavoratori provvedevano alle comuni necessità.

   Cominciò ad esistere in epoca augustea il primo mulino a Belmonte Piceno presso il fiume Tenna (Tina divinità). In seguito alla decadenza di Roma e dell’impero romano nel quinto secolo, con l’arrivo e l’insediamento di popoli emigrati da fuori dall’Italia, i nuovi abitanti si stabilirono sulle alture, dove ancor oggi vediamo molti paesi. Le attività di macinazione dei semi e delle granaglie prevalentemente si fecero nelle abitazioni, immettendoli in una pietra incavata e sovrapponendo un’altra pietra che veniva girata con ogni metodo possibile di molitura.

   Nei frantoi si usavano le macine (o mole) di pietra che erano girate o con le braccia, o con animali, o con pale sull’acqua corrente. Nel secolo VIII con la venuta dei monaci benedettini in questo territorio, le attività nelle pianure nelle vallate di fiumi ripresero intensamente e i molini si potenziarono. I monaci benedettini Farfensi con il programma di pregare e lavorare, furono i più operosi imprenditori agricoli, anche mugnai, nel Piceno.  Sapevano anche pacificare le popolazioni. A questi subentrarono, con i Longobardi e con Franchi, i signorotti vassalli che ebbero il dominio sullo sfruttamento delle terre e delle acque, continuando l’uso dell’energia idraulica. Gli edifici per i molini erano anticamente costruiti con pietre e con mattoni in un modo staticamente solido, con muri spessi, come si può ancor oggi notare dove gli edifici permangono. Dovevano resistere anche ai pericoli di incursioni nemiche, oltre che all’usura nel tempo.

   Dal XIII secolo alcuni comuni riorganizzarono l’amministrazione e crearono mulini comunali sparsi nel corso di uno stesso fiume dato che l’acqua che scorrendo dava energia in un posto, non perdeva per questo la sua quantità scorrendo verso altro mulino.

   Una vicenda di guerriglia fu causata nei dieci anni dal 1537 al 1547, quando ci fu un nuovo governatorato chiamato Stato Ecclesiastico nell’Agro Piceno con capoluogo Montottone, della famiglia Farnese del papa Paolo III, emarginando Fermo, da secoli capoluogo.  Per la riscossione delle tasse furono causati dissidi. Di fatto, presso il fiume Tenna, gli utenti del pascolo della pianura di ricco pascolo, detta “Boara” frequentata in gran parte dai Montegiorgesi, anche dei comuni circonvicini, si trovarono concitati gli uni contro gli altri causando con rappresaglie, incendi e distruzioni dei rispettivi mulini. Dopo la morte del papa Farnese, con lo scopo di pacificare, la pianura “Boara” fu data (come resta) nel territorio del comune di Fermo.

   Il sito del predetto mulino belmontese presso il Tenna in collegamento dei percorsi stradali, era poco distante dal fiume, per non essere esposto ai pericoli delle esondazioni ed era costruito in modo solido e sicuro. L’acqua per l’energia necessaria a dare movimento alla mola (macina) ruotante era prelevata in un punto un po’ più elevato di ‘colta’ dal fiume, e attraverso il canale di presa (o gora), l’acqua si accumulava nella parata (o roggia) che era come un grande pantano con paratia per l’uscita (“reffota”) e arrivava a far girare le ‘pale’ nel luogo (detto margone). Seguitava a scorrere in altro canale (detto pescaia) per ritornare allo stesso fiume.    Una saracinesca regolabile sulla paratia serviva a accrescere o diminuire la quantità di immissione dell’acqua anche per evitare i danni occasionati dai forti temporali, che immettevano molta melma e frasche secche trasportate dal fiume. Questa struttura aveva necessità di manutenzione assidua in relazione all’impeto dell’immissione. Per macinare erano indispensabili due mole (o macine) di pietra, non una soltanto, in posizione orizzontale, una sovrapposta parallela all’altra, e la distanza tra loro era manovrabile per mezzo di una leva esterna. La mola inferiore era fissa mentre l’altra mola superiore era ruotante.

   Il sito del predetto mulino belmontese presso il Tenna in collegamento dei percorsi stradali, era poco distante dal fiume, per non essere esposto ai pericoli delle esondazioni ed era costruito in modo solido e sicuro. L’acqua per l’energia necessaria a dare movimento alla mola (macina) ruotante era prelevata in un punto un po’ più elevato di ‘colta’ dal fiume, e attraverso il canale di presa (o gora), l’acqua si accumulava nella parata (o roggia) che era come un grande pantano con paratia per l’uscita e arrivava a far girare le ‘pale’ nel luogo (detto margone). Seguitava a scorrere in altro canale (detto pescaia) per ritornare allo stesso fiume.    Una saracinesca regolabile sulla paratia serviva a accrescere o diminuire la quantità di immissione dell’acqua anche per evitare i danni occasionati dai forti temporali, che immettevano molta melma e frasche secche trasportate dal fiume. Questa struttura aveva necessità di manutenzione assidua in relazione all’impeto dell’immissione. Per macinare erano indispensabili due mole (o macine) di pietra, non una soltanto, in posizione orizzontale, una sovrapposta parallela all’altra, e la distanza tra loro era manovrabile per mezzo di una leva esterna. La mola inferiore era fissa mentre l’altra mola superiore era ruotante.   All’esterno dell’edificio si notavano i ricoveri d’alloggio e stalle per gli animali come le pecore, la cavalla o il cavallo, i maiali, i conigli, e il pollaio. Non lontano dal mulino c’era anche il forno per cuocere il pane e le focacce. L’acqua era utilizzabile nelle coltivazioni di ortaggi. La moglie del mugnaio (‘molenara’) preparava e faceva cuocere le pizze e le focacce, fruibili dai familiari e, a richiesta, dai clienti. Nelle vicinanze non mancava il pozzo di acqua potabile.  Ascoltando il racconto dei nonni riceviamo i ricordi di quando andavano al mulino. Arrivati, scaricavano i sacchi e vicino al portone d’ingresso c’era la Stadera per la pesa dei quantitativi. Al momento di venir macinate le granaglie erano immesse nel cassone sopra alle macine, poi si procedeva a molare. Secondo la vicinanza maggiore o minore delle mole il macinato poco affinato per semola e tritello, o più affinato come fiore di farina. Talora il mugnaio (molinaro) accumulava nel pavimento del piano superiore il grano nel magazzeno che da un pertugio (o boccarola) faceva scendere direttamente sul mulino. Preparava la farina da trasportare a vendere. 

   Si chiama tramoggia l’apertura del cassettone svasato costruito sopra le macine, come un imbuto a ricevere il grano da macinare e farlo scendere tra le due macine con un passaggio regolabile per mezzo della leva della macinazione. Nel frattempo che il funzionamento dei meccanismi della molitura ultimasse il servizio al cliente, per curiosità egli andava all’aperto, a guardare il moto rotatorio, come l’acqua muoveva le eliche, sotto il molino: una ruota aveva infisse le pale a forma di cucchiaio poste in linea in modo che il flusso dell’acqua corrente le colpiva e faceva ruotare il perno verticale (ritrecine), poggiato su una base di ferro (ragnola). Il perno che girava, per mezzo di un meccanismo con leva, veniva innestato nella ‘macina’ (mola) ruotante. Il “molenaro” con la leva faceva sollevare o abbassare il perno per muovere più velocemente oppure per rallentare il movimento rotatorio secondo l’immersione più o meno profonda delle pale nell’acqua.    Nella stanza delle mole si vedeva scendere la farina macinata, convogliata in modo da farla cadere in un capiente cassone di legno. Allora si diffondeva nell’aria un intenso profumo di farina che era mossa dall’aria tanto da sbiancare lo spazio circostante, anche le ragnatele. Ne è venuto il proverbio: «Chi va al molino s’imbianca di farina».

   Il mugnaio inoltre controllava l’altra leva che alzava o abbassava la mola rotatoria in modo da creare una farina più o meno grossa oppure sfinata. I bambini che accompagnavano i genitori al mulino si incantavano a guardare questo complesso di misteriosi meccanismi che accompagnavano il ritmo e il rumore della mola e lo sciabordio dell’acqua. Per soddisfare la propria curiosità facevano domande al mugnaio quando stava fermo davanti al cassone a guardare la fuoruscita del macinato.   Il lavoro del mugnaio era solerte e da esso riceveva il compenso di circa quattro chili di farina per ogni quintale di grano immesso alla molitura. L’impianto del mulino richiedeva un’attenta e laboriosa manutenzione oltre che per ripulire il canale e l’invaso della paratia, anche per rinsaldare o sostituire le pale (eliche) innestate fermamente nella ruota immersa del ritrecine, per regolare le saracinesche di discesa dell’acqua incanalata, per controllare la presa d’acqua dal fiume e il suo ritorno al fiume, soprattutto per ribattere periodicamente la dentatura scolpita nelle macine, lavoro questo che avveniva dopo che erano stati macinati circa tredici quintali di granaglie. Questa dentatura sulla superficie della mola era una scanalatura che faceva accostare la farina macinata ai bordi della mola in modo che poi scendesse.

   Un molino ben attrezzato macinava mediamente tra i due e i tre quintali di grano al giorno, secondo le varie possibilità dell’operatore e dell’immissione dell’acqua. I mulini presso il fiume Tenna avevano a disposizione l’acqua continuativamente in ogni mese dell’anno, grazie alla portata per lo più sufficiente del fiume Tenna, mentre il fiume Ete soffriva sistematicamente la discontinuità per la siccità estiva. La gente di passaggio arrivava dal mugnaio, anche senza portare grano, in qualsiasi giorno, semplicemente per soffermarsi a discorrere sulle recenti notizie, per scambiarsi opinioni sui lavori della gente e, all’occasione, la “vergara”, moglie del “molinaro”, preparava e serviva le focacce.  

   L’industrializzazione del secolo XIX ha recato radicali trasformazioni nel metodo e nei mezzi della molitura con nuovi meccanismi, a cominciare dai comuni del Nord, per arrivare a diffondersi nel Piceno a metà del ventesimo secolo. Allora alla forza motrice idraulica è subentrata quella elettrica. Pertanto moltissimi molini vennero traslocati, sistemandoli nella periferia dei centri urbani collinari delle Marche, mentre pochissimi mulini idraulici rimasero quasi tutti inattivi.

   Chi è attento alle farine sa che sono diverse per grossezza e qualità, come fior di farina, tritello, fecola, crusca. Anche i colori delle farine sono vari: bianco, nero, giallo, secondo la varietà delle granaglie scelte.

   La famiglia di Valori Giuseppe tenne questo molino belmontese sul fiume Tenna sino al 1902, poi è subentrata la famiglia di Eugenio Carnevali (Carassai 1837- Belmonte P. 1918, già mugnaio a Ortezzano). La secnda moglie Re Brigida (Amandola 1855- Belmonte 1945) è ricordata novantenne quando trasportava la farina con un’asina alle famiglie e ai negozi. Erede Antonio (Carassai 1862 – Belmonte 1935) figlio di Eugenio. Il nipote Igino nel 1950 introdusse l’uso dell’energia elettrica per la molitura, poi nel 1956 egli acquistò il molino elettrificato da Brunelli Quinto esistente nella periferia del centro urbano belmontese, dove i figli Antonio ed Ettore hanno continuato a macinare fino al secolo XXI.

                                     Dino Fattoretta

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STATUTI – Statuta Firmanorum 1589 =di Fermo e dei Castelli Fermani.

Statuta.lib.2.fino.a.91

STATUTA.FIRMANORUM.liber.2°.trad.ital.A.V.docx.

LIBRO SECONDO

2 Rub.1

–  La corsa del Palio

   Stabiliamo ed ordiniamo che alla corsa del Vellutato, o dello Scarlatto o del Palio di altro colore, che si farà nel giorno della Beata Maria Vergine del mese di agosto, nessuno osi né presuma procurare qualche contrarietà, né impedimento ai concorrenti a detto palio, o neppure di dare ad alcuno degli stessi aiuto, Consiglio o appoggio nella corsa predetta, tanto per i cavalli che corrono per detto palio, quanto per i cavallerizzi, né per altri degli stessi, lungo il detto percorso fino al ricevimento di detto palio: e chi fa il contrario venga punito a 25 libbre di denari, e più e meno a discrezione del signor Podestà o del Capitano. E perciò il Vellutato, lo Scarlatto o il Palio che verrà messo nel percorso dei cavalli, prima sia giudicato dai Priori del popolo e dal Gonfaloniere di giustizia, e quello che essi avranno giudicato giusto, sia posto, e non un altro, né possa successivamente cambiarsi; e quello che sarà legato, il vincitore lo abbia come vincitore e non un altro. E anzitutto sia vinto il Palio stesso dal primo concorrente, e dal primo che vi arriva: e per secondo sia vinto dal cavallo che arriva secondo; terzo ed ultimo ad opera del terzo concorrente che arriva per la via del mare fino a Palazzo del Comune, come è consuetudine al mattino prima di pranzo e successivamente sia fatto il gioco dell’anello, del toro, come da consuetudine; e a questo gioco dell’anello possono correre soltanto i concorrenti con l’asta nella festa predetta con i sonagli.

2 Rub.2

 – Gli imbussolati: modo e sistema di aprire le urne, ed estrarli; conservazione delle urne e il ricambio di uno con un l’altro

   Stabiliamo ed ordiniamo che la cassa in cui sono le borse dei signori Priori del popolo e del Vessillifero di giustizia e l’altra in cui sono gli altri ufficiali rimangano nella sacrestia di Santa Maria dell’Episcopato <Cattedrale> in altra grande cassa, come sono state riposte e le chiavi della cassa dei signori Priori stiano così: una presso il Gonfaloniere di giustizia, un’altra presso il signor Capitano del popolo e un’altra presso il Priore di San Domenico. Per la cassa degli altri ufficiali, una chiave stia presso il predetto Gonfaloniere e l’altra presso il predetto Capitano o presso il Podestà, quando l’ufficio del Capitano sia vacante. Per la grande cassa che sta nella detta sacrestia, una chiave stia presso questo Capitano del popolo oppure presso il Podestà, un’altra chiave presso il Guardiano di San Francesco, e un’altra presso il Priore di Sant’Agostino. Quando si dovrà fare l’estrazione dei signori Priori e degli altri ufficiali si rispetti questo ordine, cioè dopo che sono stati incontrati i predetti che tengono queste chiavi, e dopo fatto nel giorno precedente il bando per il Consiglio Generale, e speciale della Città di Fermo, la predetta cassa dove stanno le borse sia portata solennemente, opera degli ufficiali del signor Capitano o del Podestà o dal famigli dei signori Priori, al suono di tromba, nel Consiglio, e dopo espletata l’estrazione in modalità simile siano riposte al posto. L’estrazione sia fatta in questo modo, cioè dopo che quelli che hanno le chiavi avranno aperto la cassa, il mucchio delle borse di quelli che dovranno essere estratti viene preso dal Cancelliere e dopo che si è aperta la borsa dei Signori e degli altri ufficiali di quella contrada che capita nel consueto ordine, la si tiene in alto apeta. Allora il signor Capitano del popolo o il Podestà estragga a caso da tale borsa, di propria mano, una pallottola e palesemente la ponga nella mano del Cancelliere il quale la tiene in alto mentre la apre e rende pubblici i nomi che sono scritti dentro. Coloro che si trovano scritti nella cartuccia che sta dentro la pallottola divengano Priori, così gli altri ufficiali per il tempo determinato, a cominciare felicemente dall’inizio del mese di Luglio prossimo venturo dell’anno 1380 e si prosegue nel seguito. Poi si richiuda palesemente < la pallottola> e la si metta nella borsa dopo chiusa, la cassa verrà riposta come detto. Coloro che sono stati estratti da tali borse hanno il potere, l’autorità, la giurisdizione e il pieno potere loro attribuito o da attribuirsi nella forma degli statuti e dei regolamenti di questa Città. Coloro che saranno state estratti da queste borse siano obbligati e debbano accettare gli uffici per i quali sono stati estratti ed esercitarli, a meno che non abbiano un giustificato impedimento che sia lasciato al discernimento dei signori Priori del popolo e del Gonfaloniere di giustizia, del Capitano del popolo o del Podestà. E la predetta cassa non possa essere aperta pubblicamente, se non in detta forma, soltanto nel Consiglio Generale e speciale, senza che ci sia inganno, né in altro luogo, né l’estrazione possa avvenire in altro modo, sotto una penalità personale e di moneta per il signor Podestà, per il Capitano del popolo e per ciascuno personalmente dei signori Priori e Gonfaloniere di giustizia, da applicare per il Comune di Fermo e dovrà farsi poi il sindacato su ciò in modo speciale, nel tempo che questi saranno sottoposti al sindacato. Anche il Cancelliere di questo Comune sia soggetto a tale penalità, per lo stesso fatto, qualora non avrà impedito che l’apertura della cassa avvenga in altro modo e soprattutto qualora nel contare le persone avesse visto che dai Signori siano stati resi presenti più di quaranta cittadini negli stessi Consigli. Qualora peraltro capitasse che qualcuno estratto tra i Signori Priori del popolo e il Vessillifero di giustizia, scritti nella cartuccia, fosse morto o assente, o infermo o impedito in altro modo legittimo, cosa che lasciamo giudicarsi a discernimento dal Capitano del popolo o dal Podestà quando non ci fosse il Capitano del tempo, in tal caso si ricorra ad un’altra borsa di <nomi> aggiunti o di “specchiati” di quella stessa contrada e si estragga un altro a caso nella forma già detta per il posto del tale che manca. Qualora questo assente fosse uno che è morto, allora il suo nome viene cancellato. Qualora questo assente ha altri impedimenti, allora il suo nome decada dalla cartuccia estratta e sia iscritto tra gli “specchiati” della sua contrada. Qualora non ci fosse alcuna borsa degli “specchiati”, allora si provveda ad opera dei signori Priori del popolo e del Gonfaloniere di giustizia e del Capitano del popolo o del Podestà, insieme con il Consiglio su altri “specchiati” di tale contrada e in modo che provvedano per quelli da mettere nella borsa come sembrerà meglio a loro. Nel caso che mancassero alcuni altri nomi nella borsa, oltre ai Priori e al Gonfaloniere di giustizia, quando non ci siano secondo l’ordinamento altri al loro posto come “specchiati”, si provveda con un altro della stessa contrada al posto di colui che non c’è, e ciò ad opera dei signori Priori insieme con lo stesso Consiglio, come vorranno provvedere al meglio. Qualora capitasse che qualcuno estratto per un ufficio fosse assente o comunque impedito, sperando tuttavia che dopo otto giorni possa accedere ad esercitare il detto ufficio, viene aspettato per questo tempo; qualora poi entro questo tempo non accedesse all’ufficio si provveda con un altro, il giorno seguente come sopra e si estragga un altro “specchiato” a suo posto e il nome <del precedente> sia posto tra gli “specchiati> secondo l’ordine già detto. Qualora poi al momento dell’estrazione, risultasse che questo stesso sia talmente assente o impedito che non possa accedere al detto esercizio entro otto giorni, in tal caso non si debba attendere, ma nello stesso giorno dell’estrazione si faccia l’estrazione di uno “specchiato” o si provveda con un altro, come detto sopra. Qualora mancassero le pallottole < con i nomi> dei Signori nella borsa, allora siano estratti gli “specchiati” in questo ordine, co è estraendo il Gonfaloniere della Contrada che tocca, dalla borsa degli “specchiati” del Gonfaloniere di tale contrada e da qualsiasi altra borsa degli “specchiati” di qualsiasi contrada venga estratto un Priore. E si proceda in questa forma per questi da dover estrarre, fino a quando dureranno, purché i signori Priori e Gonfaloniere che verranno trovati nell’ultima pallottola siano obbligati e debbano avere i Consigli opportuni e provvedere, e far provvedere per un’altra delibera della Città, da fare per il tempo successivo, come sembrerà conveniente che si debba provvedere nel modo più vantaggioso, purché tuttavia tutti e singoli gli “specchiati” e imborsati siano estratti come è stato detto e ad essi non si arrechi alcuna offesa in nessun modo. Qualora invece (e questa è deprecata) capitasse che qualcuno dei signori Priori del popolo o Vessillifero di giustizia dopo che hanno intrapreso l’ufficio, entro otto giorni morisse o si ammalasse o fosse in altro modo impedito e non potesse esercitare l’ufficio, si faccia come se l’ufficio non fosse di altro numero se non quello rimasto. Allora si intenda che i colleghi abbiano e tengano piena autorità e potere, senza di lui. E ciò qualora uno soltanto morisse o fosse in un altro modo impedito. Invece qualora siano molti < impediti>, allora si prenda provvedimento per uno al posto di altri facendo l’estrazione degli “specchiati” e degli aggiunti a posto di essi, come è ordinato nella prima estrazione. Riguardo ad altri uffici per i quali non sono state fatte le borse, gli ufficiali siano incaricati secondo le forme statutarie e nell’ordine consueto, senza tuttavia derogare per nessuno dei presenti capitoli, nel perdurare del presente statuto. E queste cose siano piuttosto come deroga per tutti. Sono considerati e sono legittimi coloro che stanno nelle dette borse, abilitati agli stessi uffici per i quali sono imborsati, purché sia oriundo da questa Città o dal contado di Fermo. In caso diverso la sua elezione non regge, nonostante nessuna eccezione o impedimento che si opponga e nonostante qualche statuto fatto o da farsi che contraddica o deroghi in qualche cosa alla detta imborsazione e a tale ordine, e non ci siano ostacoli nel perdurare del presente statuto. E sia rispettata la forma data, cioè come capita da una contrada si faccia il Vessillifero di giustizia e da questa contrada non si faccia alcun Priore ed i Priori siano delle altre cinque contrade e in tal modo con il Vessillifero fanno sei. E questo Vessillifero, tra essi debba avere soltanto una “voce” <nel decidere> e una pallottola e non più per conservare l’unione e la qualità. Aggiungiamo che non si possa fare sostituire uno per un   altro al governo, se non con la rinuncia di colui che cede il posto ad un altro, con rinuncia fatta prima per ogni cosa del governo nelle mani del Comune, senza ammettere alcuno ostacolo contrario

2 Rub.3

– Il potere dei signori Priori, e le loro mansioni

   Sia questo l’ufficio dei signori Priori del popolo e del Gonfaloniere di giustizia: i signori Priori e il Gonfaloniere per la durata di due mesi continuativamente nel loro ufficio siano, stiano, abitino e restino in un palazzo deputato come loro abitazione e nessuno nel tempo di tale ufficio si allontani in alcun modo da questo palazzo per tutta la durata, né alcuno, per nessuna ragione né causa, vada fuori da questo palazzo se non per motivo di infermità o per fare i Consigli generali e speciali, oppure per il motivo di andare a far visita a qualche grande superiore temporale o spirituale che venga nella Città di Fermo e per il motivo di associarsi al vessillo del Gonfaloniere di giustizia del popolo, quando viene portato e dato a questo Gonfaloniere secondo la forma dello statuto riguardante il suo ufficio, inoltre a motivo di andare in chiesa per una pratica del culto divino e di andare a ispezionare per dover far riparare o rifare le mura del Comune, e anche se ci sia altra causa di necessità che sia per l’evidente utilità del Comune; in tali tempi possano validamente uscire, inoltre qualora è data a loro o a uno di loro la licenza per mezzo di una delibera. Parimenti in caso di morte di uno di loro durante l’ufficio, due di loro possono andare a dovergli dare onoranza. Essi siano vigilanti giorno e notte e si adoperino per realizzare le cose più utili e più vantaggiose e di necessità a favore del popolo del Comune del di Fermo. Insieme con loro dimori di continuo il loro Notaio al fine di esercitare il suo ufficio secondo la forma statutaria riguardante l’ufficio del Notaio dei signori Priori del popolo. E il potere di giudicare che ha il Gonfaloniere nel compiere ogni singola cosa, è tanto quanto è quello di ciascuno dei signori Priori del popolo. Per i vestiti i Priori e il Gonfaloniere debbono indossare palli lunghi o abiti lunghi fino ai calcagni, di panno tessuto con molta finezza, di uno dei questi colori: rosso, o rosaceo, o paonazzo; di seta o di broccato, e non abiti meno lunghi, né di altro colore né di altro panno, quand’anche siano costretti per voto ad indossare altri panni o colori. Per la loro tutela e per i servizi abbiano un cuoco e un norcino e sei damigelli vestiti con l’abito della divisa del Comune di Fermo. Tutti e singoli debbono essere vestiti con abiti a spese del Comune, una volta all’anno, nella festa dell’Assunzione della beata Vergine Maria de! mese di agosto, con abiti di sette braccia di panno per ciascuno, con stima di un fiorino per ogni braccio. E quelli che non si sono vestiti con questa divisa incorrono nella penalità di 10 bolognini per ciascuno di essi e per ciascuna giornata, con il salario di un fiorino per ciascuno e per ciascun mese ed anche con un salario minore, se c’è un’adunata tra i signori Priori, il Gonfaloniere e i famigli o damigelli. In questo caso si conserva la predetta convenzione di salario, la quale viene pagata, anche il costo delle vesti, dalle sostanze e dagli averi del Comune di Fermo per mezzo del Banchiere di questo Comune. E vogliamo che si abbia ad iniziare dai primo giugno del 1383 e a finire come segue. E abbiano cibo nel predetto palazzo a spese degli stessi Priori, dai beni e dagli averi di questo Comune. Abbiano 102 ducati d’oro per le spese nei due mesi del loro ufficio di Priori, Gonfaloniere, Notaio di questi Priori, e sei damigelli e cuoco. Tuttavia questi damigelli per l’onore del palazzo in nessun modo possono essere Slavi né Albanesi. E il signor Podestà, il signor Capitano e i loro ufficiali e ogni altro ufficiale del Comune di Fermo con questi signori Priori e con il Gonfaloniere, a richiesta loro siano e debbono essere partecipi e insieme trattare, prendere provvedimenti e deliberare tutte e singole le cose che considereranno utili e necessarie o opportune per il Comune riguardo agli affari del Comune e di ogni persona dello stesso e debbono mandare ad effetto le stesse deliberazioni con ogni modo. E nessuno che è eletto a Priore o Gonfaloniere nel tempo del suo ufficio di priorato assolutamente possa e non debba esercitare la professione sua personale, ma essere continuamente impegnato in questo ufficio per esercitare tale ufficio e per dover fare, come detto, le cose utili e necessarie o opportune per questo Comune e adoperare sempre cura, sollecitudine, provvedimenti e attenzioni nello stare, dimorare, comprendere, pensare e provvedere per gli affari di questo Comune e perciò anche per le faccende del Comune e a suo favore, con ogni modo migliore per il popolo e per il Comune di Fermo. E né i predetti Priori e Gonfaloniere o neppure alcuno di essi, in occasione di tale loro ufficio, ricevano alcunché per regalo, né premio, né direttamente, né in modo indiretto, né dal Comune, né da alcuna speciale persona, sotto le penalità contenute nel precedente capitolo, ma ricevano soltanto il salario dal Comune per le spese predette. E tengano questa norma speciale, per cui ciascuno dei Priori sia Priore dei Priori per la durata di dieci giorni e non più a lungo e durante questi dieci giorni i Priori e il Gonfaloniere sono tenuti ad obbedire e sottostare a colui che funge da Priore dei Priori in queste cose che il detto Priore dei Priori vorrà imporre. E tra di loro il Priore dei Priori deve proporre, fare le delibere su proposte tra di loro per le cose che sembreranno convenienti ai convocati, o almeno altri cinque di essi, computato lo stesso Priore dei Priori fra i radunati. E senza l’autorizzazione di questo Priore dei Priori, nessuno tra questi Priori possa proporre né deliberare o rispondere per qualche cosa se non ha la licenza di questo Priore dei Priori. Parimenti se capiterà che ad opera di qualche comunità, università, o superiore temporale o spirituale si scriva o si mandi un ambasciatore ai signori Priori o al Comune di Fermo o in altro modo arrivi a questo Comune o ai Priori per fare una elezione che sia affidata ai Priori o per qualsiasi altra disposizione per dare una missione o per provvedere in risposta agli emittenti come pure ai committenti per qualche ufficio, qualunque nome di ufficiale sia proposto, né i detti Priori né il Gonfaloniere, né il loro Notaio né alcuno di loro durante il proprio ufficio o per due mesi dopo questo, possano accettare un ufficio qui sopra descritto, né da se stessi, né per mezzo di un altro e non può farlo neanche alcuno dei propri consanguinei o congiunti o affini fino al grado di terza generazione inclusiva da calcolare secondo il diritto canonico, durante detto ufficio; né durante i due mesi successivi, sotto la penalità di 1000 libbre di denaro per ciascuno che contravviene, per ogni volta, da imporre di fatto e sia privato degli uffici e benefici della Città di Fermo in perpetuo per il fatto stesso che ha contravvenuto. E i detti Priori e il Gonfaloniere di giustizia siano obbligati ogni mese almeno una volta nel Consiglio generale fare proposte e farle proporre al fine di conservare il presente stato popolare pacifico inoltre debbono fare una proposta generale sulle cose predette, in avversione contro la malvagità tirannica, sotto pena del giuramento prestato e di 100 fiorini di oro per ciascuno da esigere di fatto dagli stessi nel tempo del loro sindacato. E in questo Consiglio si possano deliberare e ottenere tutte le cose che sembreranno opportune ai signori Priori e ai Consiglieri loro, senza ostacolo per l’omissione di qualche solennità che fosse richiesta per la forma di qualche statuto, solamente al fine di conservare, e salvaguardare lo stato libero, pacifico e popolare di questa Città. E su ciò dovranno essere sindacati, in modo particolare. Questi Priori debbano praticare e pratichino la cura e la sollecitudine riguardo agli uffici che vanno amministrati dai Rettori e dagli ufficiali del Comune di Fermo per non far commettere una frode né una negligenza; e anche aver riguardo per i denari e per gli averi del Comune affinché non siano dilapidati né spesi in malo modo, né in un modo esagerato rispetto al dovuto o a quanto esige l’ordine. E devono intervenire per fare tutte le cose del Comune che a loro sembreranno necessarie e utili per il Comune. E qualora abbiano visto che in qualcosa si è proceduto male e non si è osservato il modo dovuto o l’ordine, la facciano correggere e riportare al modo congruo e utile per il Comune e con ogni modo si torni alla giustizia e là si faccia praticare. E qualora in Concilio generale o in quello speciale si siano dati ordini e fatte delibere che in qualche modo riguardano un Rettore o un ufficiale o qualunque altra persona al cui riguardo si è trattato o alla quale in qualche modo si riferisca la cosa, costui persona non può essere presente né sia autorizzato a stare in questo stesso Consiglio, né alcuno della sua famiglia possa stare ed essere presente in questo Consiglio, né i fratelli carnali, né i consobrini, né i nipoti carnali, né i consobrini, né i cognati carnali, né i generi, né i suoceri della persona per il cui vantaggio o svantaggio si parla nel detto Consiglio. E qualora agissero in un modo che sia diverso dalla norma, per il diritto stesso non ha validità quello che è stato fatto. E se fossero presenti i signori Priori e il Gonfaloniere essi li facciano rendere assenti. E questi Priori e il Gonfaloniere possono provvedere e deliberare tutte e singole le cose che essi considereranno che sia necessario di dover trattare, provvedere e deliberale necessariamente per l’utilità del Comune, dopo aver convocato per ogni contrada le persone sagge che siano o sembrino loro migliori a vantaggio del Comune e in presenza di ambedue i Rettori o con uno di essi o anche senza alcuno di essi, come sembrerà meglio ai Priori e al Gonfaloniere. E questi Rettori siano obbligati pienamente a far eseguire tutte e singole le cose deliberate dai Consigli e dalla Cernita. E questi signori Priori e il Gonfaloniere possano e abbiano la giurisdizione e l’autorità per far riunire questi Consigli a loro volontà nel loro palazzo, quando e tutte le volte e in ogni modo che essi vogliano, anche in altri palazzi se così penseranno sia opportuno in presenza di questi Rettori, o di alcuno di questi Rettori, o anche in assenza di questi, e in tali Consigli proporre, deliberare e fare riforme sulle cose che servono allo stato buono, pacifico e popolare della Città di Fermo. E questi Rettori siano obbligati a dare esecuzione alle decisioni provvedute e deliberate in tali Consigli; quando qualcuno dei Rettori di altro, della Città, sia presente o assente, c’è validità e resti stabile come fosse stato fatto alla loro presenza o con il loro consenso. E non possa essere sigillata alcuna lettera da doversi mandare per parte del Comune, se non c’è il consenso partecipato di tutti i Priori o dalla maggior parte di questi, con la concordia di almeno cinque di essi, dopo che tra di loro si ottiene il risultato facendo votazioni con le fave nere e bianche. E nel momento quando si sigilla la lettera debbono essere riuniti tutti insieme e stare presenti all’atto di sigillare, nel caso ci sia dissenso su ciò. E nel caso che qualcuno trasgredisse su qualcosa di quanto detto sopra sia punito di fatto a 100 fiorini d’oro, anche a pena maggiore e più dura, realmente e personalmente, ad arbitrio del Rettore secondo quanto comporta la qualità del reato. E durante il suo ufficio nessuno dei Priori né il Gonfaloniere, durante la sua carica temporanea, può andare in qualche ambasciata per il Comune di Fermo fuori Città e contrada, sotto pena di libre 1000 per ciascuno e per ciascuna volta, penalità da prelevare di fatto con l’intervento dei Rettori o del loro sindacatore. Questi Priori e il Gonfaloniere possano imporre nei predetti Consigli le penalità e i bandi che il Podestà o il Capitano o uno di questi debbano esigere e mettere in esecuzione; i Banditori e i Divulgatori e i Balivi del Comune debbano stare agli ordini dei Priori e del Gonfaloniere e obbedire loro in tutte e singole le cose opportune per questo Comune e fare i bandi del Consiglio e dei Consigli; e affinché possano eseguire al meglio il loro incarico abbiano due Balivi dei quali ciascuno riceva tre libbre ogni mese e ogni anno, alla festa dell’Assunzione della gloriosissima Vergine Maria del mese di agosto ricevere una tunica, dagli avere e a spese del Comune di Fermo. E questi signori Priori e il Gonfaloniere siano obbligati in tutti i giorni di venerdì del loro ufficio e debbano dare udienza pubblica e generale a qualsiasi persona che voglia dire qualcosa. E qualora capitasse che da qualcuno si facesse una richiesta per cose competenza dei Priori e del Gonfaloniere di giustizia, costui non sia ascoltato in altro modo se non avrà dato per iscritto la petizione e il Priore dei Priori fa leggere tale petizione tra questi Priori e il Gonfaloniere mentre il richiedente non sia presente insieme, e su questa richiesta essi fanno delibera se è giusto quello che viene chiesto, o sia non giusto; qualora essi facessero diversamente nel deliberare, il provvedimento non è valido per il diritto stesso. E qualora (che mai avvenga) sorgesse discordia di contrasto tra il signor Podestà e il Capitano durante la loro carica temporanea, i signori Priori e il Gonfaloniere siano obbligati a fare, adoperarsi e agire nel proprio palazzo in modo tale e con maniere da agire per averne effetto, giorno e notte, con tutte le loro possibilità, al fine che ritorni la concordia tra questi; e qualora essi fossero negligenti nel fare queste cose, ciascuno di essi, Priori e Gonfaloniere sono puniti a 50 libbre di denaro. Inoltre questi signori Priori e il Gonfaloniere, ogni volta che ci sarà una necessità, possano eleggere uno o più ambasciatori o oratori secondo come considereranno meglio per il Comune e mandare gli ambasciatori o oratori, sempre con scritti i punti dell’ambasceria quando è portata soltanto nella provincia della Marca; ma per fuori dalla Provincia essi non possano trasmetterla senza un decreto della solenne Cernita, né eleggere né deputare senza la dovuta approvazione del Consiglio. In Comune si tiene una copia riservata dei punti del contenuto dell’ambasceria registrata nel registro del Comune per mezzo del Cancelliere o di un Notaio a ciò deputato. Parimenti ogni lettera, che, per qualsiasi occasione, viene al Comune da qualunque università, luogo, signore, o da altra qualunque persona venga assegnata ai signori Priori del popolo e al Gonfaloniere di giustizia e la riceve il Priore dei Priori, la apra e la consegni al Cancelliere per dover esser letta e volgarizzata in presenza di loro Signori e del Gonfaloniere. Parimenti né il Podestà, né il Capitano, né alcun altro possa, né debba proporre alcunché in Consiglio, né fare delibere senza la presenza di questi Priori e del Gonfaloniere e senza il loro consenso, sotto penalità 500 libre di denaro e se si facesse diversamente non c’è validità per il diritto stesso. Inoltre questi Priori e il Gonfaloniere di giustizia non si intromettano nelle cause nel conoscerle, affidarle e terminarle o agendo o facendo in modo diverso riguardo ad alcune cause criminali o civili o miste che sono discusse nella Curia del Podestà o del Capitano o di qualunque altro ufficiale della Città di Fermo o cause che capitino da discutere nel futuro, essi non facciano richieste dì nessuna cosa al Podestà o al Capitano o ad un altro ufficiale del Comune di Fermo su qualsiasi causa e neanche su qualcuno da condannare o da assolvere; e chi se facesse il contrario, è punito con 100 libbre di denari per ciascuno di essi e per ciascuna volta. Per le cause che sono devolute in secondo appello a questi Priori e Gonfaloniere, essi possano e debbano darne commissione nel termine di otto giorni da quando sono stati richiesti dalle parti o da una delle due parti al fine che siano ascoltate, conosciute, e terminate soltanto con il Collegio o con i componenti il Collegio della Città, sotto penalità e per la pena di 25 libbre di denaro da dover pagare di fatto se contravvengono e su questo abbiano il sindacato in modo speciale. E quelli che fanno l’appello debbano, entro cinque giorni immediatamente dopo aver interposto l’appello, chiedere di fronte ai signori Priori che la causa venga commissionata e siano obbligati anche a far citare gli appellati entro questo termine di cinque giorni in modo che facciano la comparsa di fronte a questi signori Priori, al fine di dover porre i sospettati e gli audaci e qualora entro questi 5 giorni chi fa l’appello non chiede che queste cause siano commissionate ad opera dei signori Priori, né farà citare gli appellati per porre i sospettati e gli audaci come detto, allora la causa di appello sia deserta e invalida per il diritto stesso. Si stabilisce anche che le seconde cause di appello che sono affidate per opera di questi signori Priori, siano giustificate chiaramente dai primi atti; si fa eccezione nel caso di reperimento di nuovi strumenti pubblici che possano e debbano essere ammessi in queste cause, dopo che, riguardo a questi sia fatto giuramento che si è avuta la novità della notizia. Siano tenuti in realtà e debbano dare la commissione di tutte le cause di appello dei reati entro il termine di dieci giorni seguenti a cominciare dal giorno dell’interposizione, sotto penalità di 25 ducati per ciascun Priore, qualora non abbiano dato la commissione entro detto termine. Incorre in tale pena anche il Cancelliere se si dimentica e se non fa la denuncia. E anche il Sindaco del Comune deputato per le cause qualora non si adoperi sollecitamente e non procuri che si dia commissione entro il termine predetto per le cause in appello, incorra nella penalità predetta di 25 ducati da esigere di fatto da tutti i sopraddetti quando essi abbiano contravvenuto o trascurato nelle dette cose. E durante tutto il tempo del loro ufficio essi Priori, Gonfaloniere e il loro Notaio, o qualcuno di essi non possa incontrarsi in modo reale e personale né essere incontrato per qualche loro propria o per un fatto proprio di qualcuno di loro, né possano farne proposte in qualche concilio. Qualora abbiano contravvenuto, tramite qualcuno o alcuni di loro, non c’è validità, per lo stesso diritto, e si ponga per lo meno la penalità di 100 libbre. E durante tutto il tempo del loro ufficio di Priori e di Vessillifero della di giustizia e di Notaio, per le loro cause e vertenze, dopo il giorno del loro giuramento, non decorre per nessuno di loro una scadenza e siano in quello stato in cui erano nel giorno del giuramento del loro ufficio, e se qualcuno farà mancanze in detto ufficio o commetterà una frode o un inganno è punito a 100 libbre di denaro per ciascuno e per ciascuna volta ad opera del Giudice di giustizia o dei loro sindacatori senza alcuna solennità giudiziaria; e non sia assunto mai più a tenere tale ufficio, ma anzi gli viene revocato e privato. E il Giudice di giustizia sia obbligato e debba far praticare tutte queste singole cose, e le faccia praticare, sotto penalità di 100 libbre di denaro. Inoltre questi Priori e Gonfaloniere non possano proporre o deliberare in alcun Consiglio né tra di loro o in altro modo; il Podestà o uno dei suoi ufficiali o il Capitano del popolo, neppure qualcuno dei suoi ufficiali o un altro ufficiale del Comune di Fermo venga sindacato né verificato, se non dopo finito il tempo del proprio ufficio, sotto penalità di 500 libbre di denaro per ciascuno e per ciascuna volta per questi Priori e Gonfaloniere; e a questa pena, per il fatto stesso, sia condannato in vigore dell’autorità del presente statuto e sia messo fuori dal collegio e dalla società del popolo di Fermo e non può essere ammesso a nessun legittimo atto. Inoltre essi non possano né provvedere, né deliberare su alcuna spesa da pagare da parte del Comune, per qualche causa se non fino alla quantità di 10 libre di denaro soltanto e per una causa necessaria e utile a favore del Comune; e oltre questa somma possano spendere dai beni e del denaro fino alla quantità di 500 libbre di denari, dopo aver fatto la delibere e la provvisione su quello che deve essere speso, decidendo tra di loro insieme con i Regolatori del Comune e con i Capitani delle sei contrade, a maggioranza di essi; ma per una somma superiore non possano fare spese, se prima non è stata fatta la delibera e la provvisione per questa spesa ad opera loro insieme con Regolatori e i Capitani delle arti e questa provvisione e la deliberazione ad opera di questi Priori e Gonfaloniere sia portata, prima, ad un Consiglio speciale del popolo, a votazione con fave bianche e nere, secondo la forma degli statuti che esprimono questo argomento; e se facessero in altro modo non c’è validità di quello che è stato fatto e l’uscita della spesa del Comune non possa in nessun modo essere messa ad opera del Banchiere per qualsiasi richiesta di colore e qualora venisse a riscontrarsi che è stato computato nelle spese di uscita del Comune, il Banchiere paghi di sua tasca; anche se il Banchiere fosse assolto riguardo al suo ufficio e alla sua amministrazione in qualche maniera, ed egli rimane sempre obbligato al Comune sino a quando integralmente ed effettivamente abbia soddisfatto di moneta propria al Comune. Inoltre i signori Priori e il Gonfaloniere nella circostanza in cui ci sia strepito nella Città o nel distretto oppure in qualche tempo di guerra ci sia una rivolta, in qualsiasi circostanza e in qualunque luogo sembrerà a loro che è cosa utile per il Comune, mandino, a spese del Comune, i custodi ai Castelli e ai fortilizi del Comune di Fermo e gli osservatori o gli arcieri, purché siano idonei i custodi che mandano e siano abitanti residenti costanti della Città di Fermo. Inoltre durante tutto il tempo di durata dell’ufficio di questi Priori e di Gonfaloniere di giustizia e loro Notaio, non si può procedere per alcuno di essi ad atti di inquisizione per qualche malefatta o quasi, e fino ad un anno dopo terminato questo ufficio ciò non è concesso, a meno che se non si tratti di omicidio o di percosse fatte pubblicamente o di falsità di testimonianze o di documenti o di fisco di strade, di bestemmia di Dio e dei santi, di tradimento, di violazione di vergini sacre o monache, e a meno che si riscontri qualcosa fatta indebitamente durante il loro ufficio di Priori, che abbiano ricevuto qualche somma di denaro per “baratteria” o che abbiano commesso una frode e tutto ciò sia considerato e praticato se non fosse stato accusato o denunciato da colui che ne ha sofferto il danno; nel quale caso contro di loro o contro qualcuno di essi si può procedere. Inoltre i Priori e il Gonfaloniere di giustizia non possano fare alcuna proposta nel Consiglio generale o in quello speciale se prima questa non è stata deliberata ad opera dei signori Priori e Gonfaloniere di giustizia insieme con i Capitani delle arti, con i Regolatori e con gli uomini chiamati alla Cernita o ad opera della maggioranza tra di essi. Se si facesse in altro modo non c’è validità per lo stesso diritto e il Cancelliere non possa né debba scrivere la proposta fatta sotto pena di 100 libre di denaro da esigere da lui sul fatto ad opera di qualunque ufficiale di questa Città e per ciascuna volta in cui si trasgredisca, inoltre essi non possano concedere alcun ufficio o castellania nella Città o nel contado, se prima questo ufficio non sia stato messo nel bussolo e per chi è imbussolato viene estratto dal bussolo, sotto pena di 100 libbre di denaro per ciascuno e per ciascuna volta che avrà trasgredito. E in nessun modo quello che è stato fatto in violazione di questa forma, non ha validità per lo stesso diritto. Inoltre essi non possano scrivere a favore di qualche condannato per reati nei Castelli del contado, senza l’autorizzazione o la delibera del Consiglio solenne di Cernita, sotto penalità di 25 libre di denaro per ciascun Priore, per ciascuna volta che avessero trasgredito e penalità di 50 libbre al Cancelliere del Comune per ogni volta in cui scriverà ciò. Inoltre essi non possano scrivere una lettera, in nessun luogo, a favore di uffici, di benefici o di conduzione di armigeri a favore di qualcuno che richieda tali cose, e neppure qualora insorgessero controversie e liti tra i Cittàdini o tra gli abitanti del contado, senza la delibera della predetta Cernita, sotto le predette penalità. Inoltre questi Priori e il Gonfaloniere non possano prendere, né trattenere, né cancellare nessuno stipendiario equestre, né fanti senza il consenso, la presenza e la delibera dei Regolatori e della Cernita composte almeno da quattro buoni uomini per ciascuna contrada. Inoltre questi Priori non possano avviare né provocare alcuna guerra né combattimenti o impresa militare, né possono introdurre novità che siano motivo di guerra o di qualche scandalo che ricada su questo Comune, né fare azioni audaci, senza il consenso espresso, la delibera del Consiglio Generale o speciale, sotto penalità di 1000 libre di denaro dai beni e dalla persona, ad arbitrio del Rettore. Riguardo a questo si proceda validamente contro di essi o contro qualcuno di essi anche durante il tempo del loro ufficio e si faccia una inchiesta e la pena predetta venga imposta a loro. E colui che sarà condannato in questa occasione ad una pena inferiore alla morte, diventi perpetuamente infame, e sia privato dei benefici e degli onori del Comune. Inoltre i signori Priori non partecipano alla alcuna cerimonia di nozze o di lutto o di morte di qualcuno, con eccezione per il padre, un figlio, il fratello carnale, la moglie, una sorella, un nipote o cugino o consobrino o altro suo congiunto o affine fino al secondo grado incluso come computato dal diritto canonico. In queste circostanze chi è parente come detto, o affine partecipe insieme con qualcuno dei suoi soci Priori alle nozze, o al lutto, sotto penalità di 25 libbre di denaro per ciascuno e per ciascuna volta. Parimenti essi non possano mandare nessun esecutore nel territorio del contado, se non c’è il consenso dei Regolatori, sotto la penalità predetta, per ciascuno di essi e per ciascuna volta. Inoltre questi Priori e il Vessillifero e il Notaio, dopo espletato il loro ufficio, nel quinquennio successivo possano portare impunemente qualsiasi arma di offesa e di difesa nella Città, purché tuttavia essi non la portino quando saranno nel Palazzo dei Priori, o nel Consiglio Generale o in quello speciale. Inoltre non possono concedere nessun salvacondotto, né sicurtà a nessuno, in modo indeterminato e senza stabilire la durata di tempo; abbiano potere di stabilire questa durata di tempo fino a 10 giorni ma non oltre, senza una delibera della Cernita composta da quattro buoni uomini per ciascuna contrada. Per questo c’è l’autorizzazione anche per cose passate. Questi salvacondotti concessi o da concedere ad opera dei signori Priori o della Cernita solenne devono essere praticati illesi e rispettati da parte gli ufficiali della Città e del contado di Fermo, sotto pena di 100 ducati da pagare sul fatto al Banchiere del Comune da ogni ufficiale trasgressore che non rispetti questi salvacondotti e sia privato del suo ufficio e si intenda privato per l’autorità della presente legge. Questi salvacondotti non siano di pregiudizio alla discussione delle cause civili di fronte a qualsiasi ufficiale, o commissario, arbitro, o funzionario di arbitro che agisce in questa Città o del suo contado. Nonostante questi salvacondotti, queste cause civili vengano discusse, indagate, determinate e decise dagli ufficiali, dai commissari, dagli arbitri e ufficiali di arbitro, anche se questi salvacondotti siano già concessi o si concedono tra persone che hanno tra di loro una o più cause o processi.

 2 Rub.4

– Speciale divieto per i signori Priori, il Gonfaloniere di giustizia e anche per il Banchiere del Comune

   Dato che coloro che gestiscono gli uffici pubblici della Repubblica e quelli che hanno la direzione di questi stessi, debbono e sono obbligati ad astenersi dai propri interessi, e la privata utilità per lo più è preferita alla pubblica, ciò non deve esserci: quindi stabiliamo ed ordiniamo che nessuno, in qualsiasi condizione si trovi, che disimpegna le funzioni del Priore o del Gonfaloniere o del Regolatore o del Banchiere in occasione di un prestito di cose o di denaro che essi hanno nel Comune di Fermo e neanche per qualche prestito a qualche suo consanguineo o  affine di primo o secondo grado da calcolarsi secondo il diritto canonico, osi o presuma di dire, ordinare o deliberare o agire che il debito anzidetto per detto Comune in denaro o in cose a detto Comune sia pagato, dato e attribuito a se stesso o ad un suo consanguineo o affine.

2 Rub.5

– Le mansioni del Gonfaloniere del Comune di Fermo  

L’ufficio del Gonfaloniere generale di giustizia e del popolo sia questo, cioè dopo che è stata fatta la sua elezione , secondo la forma del capitolo riguardante la sua elezione, il Podestà e il Capitano del popolo, i Priori e il Consiglio speciale del popolo, nell’ultimo giorno di domenica del secondo mese dell’ufficio di chi lo tiene, con il vessillo generale del popolo e di giustizia debbono accedere, dietro questo vessillo, verso il palazzo del Comune, e ivi allora, con il Consiglio Generale presso questo palazzo, colui che è stato eletto Gonfaloniere è obbligato a fare l’accettazione di questo ufficio e a dare buoni ed idonei fideiussori sul dover agire ed esercitare questo ufficio, durante tutto il tempo del suo ufficio, in buona fedeltà e senza frode e secondo la forma dei capitoli e degli ordinamenti che riguardano il suo ufficio e secondo la forma del capitolo riguardante l’ufficio dei Priori su quello che hanno da fare in relazione al Gonfaloniere. Dopo che nel detto modo sono state fatte queste cose, il Podestà, il Capitano e Priori e gli altri tutti del Consiglio, insieme con questo Gonfaloniere e con questo vessillo debbono andare dietro questo vessillo ed entrare nella chiesa che sarà scelta dai signori Priori. Il Podestà e il Capitano o uno di loro deve consegnare il vessillo nelle mani di questo Gonfaloniere e questo Gonfaloniere deve accogliere questo vessillo. Dopo queste cose il Podestà e il Capitano con questo vessillo e tutti quelli del Consiglio devono tornare al palazzo dei signori Priori e qui viene riposto nella camera dello stesso Gonfaloniere questo vessillo nel palazzo e qui deve essere continuamente tenuto e conservato e ben custodito. Questo vessillo non può né deve essere prelevato né portato da questo Gonfaloniere né da qualche altra persona, né in qualche esercito, o cavalcata, né ad alcun tumulto che capitasse (questo non avvenga) nella Città o nel distretto di Fermo o presso qualche luogo per una qualunque causa. Non si può rimuovere senza la presenza, la licenza, il consenso del Consiglio Generale o speciale e neanche di volontà dei signori Priori del popolo e del Gonfaloniere di giustizia o della maggior parte di questi, se non quando si fa il rinnovo del Gonfaloniere viene preso. E questo può essere portato secondo la consueta abitudine al palazzo comunale e alla Chiesa, senza obbligo di solennità alcuna, ma nell’andare e nel tornare con sollecitudine, con cautela e buon impegno per non far succedere nulla su di esso. E allo scopo che questo vessillo possa essere associato con onore, il Podestà il Capitano nel giorno precedente sia obbligato a mandare e far mandare i Capitani delle società che il giorno seguente essi debbano essere presenti per associarsi a questo vessillo insieme con tutte le loro società e a questi Capitani delle società possono essere imposte di penalità, ad opera del Podestà e del Capitano, qualora non intervengano, di soldi 5 per ciascuno. Questo Podestà e il Capitano siano obbligati e debbano eseguire o far eseguire queste cose sotto penalità di 500 libbre di denaro dal proprio salario. A questa pena quando contravvengono debbono essere condannati ad opera degli Avvocati del Comune o dei loro Sindaci. E tutte e singole le persone delle Società del popolo siano obbligate e debbano stabilmente andare al Consiglio quando il vessillo viene consegnato al Gonfaloniere. E il Capitano sia obbligato a far riunire e cercare in questo Consiglio tutti quelli di queste Società, singolarmente, e condannare tutti quelli che non vanno o non vengono a questo Consiglio a cinque soldi per ciascuno e per tutti e singoli coloro che non si recano o non vanno a questo Consiglio e la penalità è riscossa di fatto per questo Comune, facendo eccezione per chi ha un giusto motivo e pertanto non va affatto condannato. Allora nel tempo quando tutti e i singoli saranno in questo Consiglio siano obbligati e debbano accompagnare questo Gonfaloniere sino alla casa o anche i nuovi Priori quando ritorneranno da questo Consiglio, sotto la predetta penalità. E questo Gonfaloniere sia obbligato e debba andare anche armato di milizia, o senza armi, secondo l’opportunità, assieme con il detto vessillo, per volontà di questi Priori o nella loro maggior parte, a confermare il libero, buono e pacifico stato del Comune di Fermo e del popolo. Inoltre quando capitasse per qualche caso che il Podestà o il Capitano chiamano e ricercano i giurati del popolo o qualche parte di essi a dover esercitare il loro ufficio, in modo vantaggioso a favore dello stato buono, libero e pacifico del Comune e del popolo e della società che va mantenuto e difeso e il detto Gonfaloniere insieme con i detti Priori e quelli del collegio siano obbligati e debbano riunirsi in un determinato luogo che viene scelto dai signori Priori o a loro maggioranza, allo scopo che i predetti del popolo possano fare il seguito al detto vessillo e alle altre insegne del popolo e delle società del popolo per onorarli maggiormente. Queste cose avvengono quando saranno richiesti a farlo ad opera dei detti signori Priori o della maggioranza di questi. E questo Gonfaloniere sia obbligato insieme con quelli del popolo e assolutamente debba fare sì che non rimanga impunito un reato, con il pretesto di qualche autorità, quando capitasse che qualche reato sia commesso (cosa che sia allontanata da Dio) sulla persona di qualche cittadino o sia commesso ad opera di qualcuno dei nobili della Città o del contado e quando, dopo che è stata emanata la sentenza del Podestà o del Capitano riguardo a tale reato, entro quindici giorni, questo Podestà o Capitano non avrà fatto eseguire la condanna e la sentenza fatte in occasione di questo reato sulla persona o sulle cose del delinquente, secondo come dovrebbe avvenire per il diritto, allora insieme con 200  giurati del popolo, o di loro maggior parte ed anche insieme con altri buoni cittadini, se lo si considera conveniente, debbano andare dal Podestà o dal Capitano con le armi o senza queste, secondo come sarà necessario, e aiutare il Podestà il Capitano con tutte le truppe per accedere, insieme con i famigli del Rettore, alla casa di quel tale condannato o altrove, in modo che l’esecuzione della sentenza avvenga e la sentenza sia mandata in esecuzione e risulti questa punizione a loro opera, affinché il reato non rimanga senza punizione per il pretesto di qualche potente. E nessuno osi né presuma offendere, né in qualunque modo ingiuriare o ostacolare questo Gonfaloniere o qualcun altro del popolo che sta allora a seguirlo o voglia seguirlo, a parole o nei fatti, con un ostacolo tale che l’esecuzione sia impedita o ritardata. E sia punito chi contravviene, ad arbitrio del Podestà o del Capitano. E qualora siano negligenti il Gonfaloniere o alcuni dei predetti 200 o alcuni altri del popolo, i quali siano stati richiesti a dover fare le cose dette sopra, questo Gonfaloniere è multato a 500 e ogni altro a 50 libbre di denari. E nel periodo dei detti quindici giorni, durante i quali questi signori il Podestà o il Capitano o il Gonfaloniere e gli altri predetti del popolo debbono far fare l’esecuzione predetta, nessuno della Città di Fermo osi tenere aperto l’alloggio suo, fino a quando il castigo per questo reato non sarà avvenuta nella persona o nelle cose, come già detto, sotto penalità di 10 libbre di denaro per ciascuno e per ciascuna volta. E chiunque facesse impedimento, (cosa che non possa avvenire) in qualsiasi maniera, contro questo Gonfaloniere o contro qualcun altro del popolo o contro qualcuno del suo seguito, sia punito ad arbitrio del Podestà o del Capitano, dopo aver verificato la qualità del reato e la condizione della persona e del tempo e del luogo. Inoltre il signor Gonfaloniere insieme o senza questi Priori sia obbligato tuttavia, dando prima notizia di informazione sulle cose dette sopra al Podestà o al Rettore di questa Città deputato dal Comune di Fermo, a congregare in una determinata parte dell’abitazione o del Palazzo dei signori Priori, tutti i sei capitani delle contrade, delle società del popolo, anche i capitani delle arti di queste società del popolo e trattare insieme con questi, per provvedere e disporre ogni singola cosa che sia considerata essere utile e necessaria per la società e per il collegio di questo popolo, a sua salvezza e il rinnovamento, bensì dopo che tra di loro sia stata realizzata questa disamina. E faccia venire tutti insieme alla presenza dei Priori e interrogare e ammonire sulle cose che sono state esaminate e provvedute e terminate ad opera loro a favore dell’utilità e a vantaggio di questo popolo. E il signor Podestà il Capitano e Priori mettano in esecuzione come loro stessi Podestà e Capitano e Priori considereranno che sia il migliore espediente.  E questi sei capitani o gli altri delle contrade e delle società delle arti del popolo siano obbligati e debbano obbedire a questo Gonfaloniere e in queste e in altre cose spettanti al suo ufficio, a sua richiesta ed a suo mandato, sotto pena di cinque soldi di denaro per ciascuno e per ciascuna volta, quando abbiano contravvenuto e prendendo in considerazione la qualità del reato, esigendo anche una pena maggiore, ad arbitrio del Rettore.

2 Rub.6

– La elezione del Podestà e del Capitano

   Stabiliamo ed ordiniamo e con questa legge assicuriamo che il Podestà e il Capitano della Città di Fermo debba essere eletto nel modo qui dichiarato, cioè che i signori Priori del popolo e il Gonfaloniere di giustizia, nel primo mese del governo del Podestà o del Capitano nel Consiglio Generale o in quello speciale facciano estrarre dalle cassette o dalle borse dove sono (scritti) gli ufficiali, gli elettori del nuovo Podestà o del Capitano e qualora non lo facessero sottostanno alla pena di 100 libre di denaro per ciascuno e per ciascuna volta. E questi Rettori entro un mese da calcolare dal giorno dell’estrazione, facciano eleggere da loro stessi, o ad opera di altri, il nuovo Podestà o il Capitano, sotto pena di 100 libre di denaro, per ciascuno e per ciascuna volta, quando avessero contravvenuto. La quantità del loro salario, poi, viene da essi espressa nel tempo quando si deve fare l’elezione di questo Podestà; dichiarando anche il numero degli ufficiali e dei famigli. In modo simile si faccia anche per il Capitano, quando viene eletto ad opera dei Sindaci, oppure di questi Rettori o per mezzo di lettere del Comune con i modi, i patti e le condizioni dette cioè che il Podestà deve portare o avere e tenere due Giudici buoni ed idonei d’età maggiore di 30 anni e di questi uno sia dottore in leggi e di questo dottorato egli deve informare i Priori e il Gonfaloniere in carica nel tempo, entro cinque giorni dopo il giuramento del Podestà, sotto pena di 100 fiorini d’oro. E il secondo giudice sia uomo abile e il dottore in leggi debba esercitare l’ufficio delle leggi civili; mentre l’altro dovrà essere deputato come Giudice nelle cose penali; inoltre avere due soci letterati della detta età, buoni ed idonei; cinque notai buoni, idonei ed esperti di età maggiore di anni 25, e di questi uno deve essere deputato ai reati, e uno alle cose straordinarie e i restanti tre Notai al governo dei nostri Castelli cioè il Porto, Torre di Palme e Marano <=Cupra Marittima>. Deve tenere quattro damigelli, venti domestici o buoni tiratori e adatti a dover portare armi, quattro cavalli armigeri e un cuoco. Non conduca con sé alcun ufficiale che provenga da qualche terra o luogo vicino alla nostra Città Fermana per 40 miglia, né possa condurre né tenere alcun ufficiale che sia stato condannato per aver gestito male il suo ufficio nella nostra Città, né alcun altro che sia stato al servizio di Rainaldo da Monteverde, un tempo tiranno di questa Città come un secondo Nerone. La persona del Podestà e dei suoi ufficiali e famigli, dopo espletato l’ufficio, non può essere riconfermata né stare in alcuno ufficio o ministero del nostro Comune, fino al tempo che è limitato dai nostri statuti e ordini. In questo ufficio deve risiedere di persona, continuamente, e non pernottare fuori dalla Città, durante questo suo ufficio, se non c’è l’espressa autorizzazione del Consiglio e in tale occasione sia per l’utilità del Comune di questa Città, e mai in nessun modo per sua utilità o comodo proprio, sotto pena di 25 fiorini d’oro per ciascuna volta e per ciascun giorno. Non debba profittare nulla per la carcerazione di qualcuno né per la custodia. Non debba trattenere alcuno nel palazzo per un debito civile oltre una giornata, ma lo deve mandare alle carceri del nostro Comune, dove costui debba stare costretto; né può trattenere alcuno oltre una giornata nelle carceri del suo palazzo o nel palazzo stesso per un processo penale, se non nel caso in cui venga condannato principalmente nella persona o sotto condizione. Sia obbligato a mandare uno dei suoi operatori ufficiali insieme con uno dei Regolatori del nostro Comune, ogni qualvolta venga richiesto, a fare la presentazione ai Castellani delle Rocche del nostro contado, la presentazione della sua persona ai suoi ufficiali e cavalli. Sia obbligato a fare la presentazione ai Regolatori del nostro Comune, a loro richiesta, due volte al mese. E affinché nelle presentazioni sia evitata ogni frode, dato che alcuni in modo particolare usano essere presentati come famigli, e questi fanno qualche arte nella Città, o sono lenoni, con la presente legge si fa la prevenzione per cui nessuno dei famigli del Podestà o del Capitano o di qualunque ufficiale del foro, qualora eserciti qualche arte o sia lenone e non abiti nel palazzo non debba essere ricevuto né essere accolto per famiglio. Qualora si contravvenga, facendo diversamente, sia assolutamente offeso e mai ammesso alle presentazioni. Inoltre non deve percepire, o profittare nulla oltre detto salario e i detti emolumenti e altre cose permesse e concesse dalla forma degli statuti del nostro Comune; se non quel che deve avere per ciascuna persona catturata nella piazza di San Martino per un debito civile, cioè quattro soldi; ma fuori da questa piazza, dentro la Città, otto soldi di denaro per ciascun catturato. All’occasione però nel Contado otto soldi per ogni famiglio e per ogni giorno. Per debito di fisco non debba avere nulla, né debba ricevere, durante l’ufficio suo, alcun servizio, né regalo né dono ospitale, ma deve contentarsi soltanto del suo salario e degli emolumenti che gli sono concessi dalla forma dei nostri statuti e ordinamenti. A sue spese e a suo costo debba avere per il suo ufficio e metterci la carta, la cera e l’inchiostro opportunamente. Prima del semestre predetto non debba venire di persona, né lui né i suoi ufficiali né i famigli presso questa nostra Città, né restare nella Città per quattro giorni. E la venuta, la sosta, la permanenza e la partenza di lui, dei suoi ufficiali e famigli dovrà essere a suo rischio, pericolo e sorte, a sue spese e costi. E qualora la morte rapisca (non sia mai) la persona di questo Podestà durante il suo ufficio, si soddisferà il dovuto dell’infrascritto salario soltanto per la rata del tempo. Pertanto sia obbligato a permanere di persona al continuo esercizio dell’ufficio di questo governo insieme con tutti e i singoli i sopradetti e non tramite un Vicario né un sostituto per tutto il predetto tempo. E deve rimanere parimenti, dopo ultimato l’ufficio, per otto giorni continui per il sindacato o per dover far rendiconto insieme con i suoi ufficiali e famigli. E nel frattempo, fino a quando questo sindacato sarà stato definito con sentenza per l’assoluzione o per la condanna (che non lo sia), la quarta parte del suo salario scritto sotto, resta al modo di deposito, presso il Banchiere del nostro Comune. Inoltre non debba né possa essere sindacato durante il tempo del suo ufficio, e qualora venga sottoposto a sindacato durante questo tempo, tale sindacato non ha alcuna validità giuridica e qualora nel predetto tempo avvenisse il suo sindacato deve pagare e lasciare al nostro Comune la terza parte del suo salario scritto sotto. Infine deve lasciare in questo Comune dalle cose sue proprie quattro buone balestre in stato sufficiente con i crochi o con buoni bandoni. E debba lasciare in questo Comune otto dei suoi pavesi <scudi>. Pertanto il salario che egli debba ricevere dal nostro Comune per sé, e per questi suoi ufficiali, per i famigli e per i cavalli, sarà di 2.720 libre di denari della nostra usuale moneta corrente in questa Città in quel tempo. Si aggiungano però queste condizioni in questo statuto: che questo Podestà entro il periodo di tempo del proprio ufficio non farà in modo né consentirà che il predetto suo salario abbia ad essere aumentato. E se capitasse che questo Podestà o qualcuno dei suoi ufficiali o famigli, durante il tempo dello sindacato venisse condannato, o prima, o dopo per qualche ragione o causa, non richiederà poi nulla, né questo Podestà né qualcuno di questi ufficiali, né riceverà rappresaglia alcuna dal loro Comune, o da qualunque altro Comune, o signore o Rettore; né essi la useranno se fosse concessa contro un Comune o contro singole persone di questa Città o del suo distretto o di terra alcuna che è tenuta per questa Città, o è raccomandata a questa stessa. Egli rinuncerà espressamente a tali rappresaglie, a nome proprio e per ciascuno dei predetti, con una remissione plenaria e per queste farà solenne promessa ratificata validamente. E nell’iniziare il suo ufficio assegnerà e darà al Cancelliere del nostro Comune la delibera che viene fatta per l’occasione dopo l’accettazione in forma pubblica, legalmente, adempirà e deve essere nei Consigli della sua terra sul fatto che ciò si farà e resterà stabilmente valido. Inoltre questo Podestà non debba portare con sé, né tenere alcun Giudice né ufficiale che abbia un divieto nella nostra Città secondo la forma dei nostri statuti e questo tempo del divieto venga espresso specificamente ai Giudici e gli altri ufficiali nel dover mandare l’elezione. Quando poi si realizzerà l’elezione del Capitano del popolo, o del Giudice di giustizia, tutte le cose dette sopra vengano espresse e ripetute nell’elezione di essi e di ciascuno di essi. Si fa salvo e si riserva che il salario e il numero degli ufficiali, dei famigli e dei cavalli ed anche alla consegna delle balestre e dei pavesi, rimane deve rimanere nei poteri e nella volontà dei signori Priori e del Gonfaloniere di giustizia e dei Regolatori, dei Confalonieri delle contrade, dei Capitani delle arti e della Cernita di quattro buoni uomini per ciascuna contrada, oltre ai predetti. E quello che questi faranno, diranno, e delibereranno, almeno a maggioranza, riguardo al salario, e al predetto numero degli ufficiali, e alla consegna che dovrà essere fatta al nostro Comune, come già detto, abbia piena forza di validità, nonostante qualunque altra statuto che si esprima in contrario.

2 Rub.7

– Il giuramento del Podestà e del Capitano, loro potere e mansioni

   Ordiniamo che il Podestà della Città di Fermo sia e si intenda essere il Giudice ordinario della Città, del contado e del distretto di Fermo e per l’autorità del presente statuto e senza alcuna riserva di giurisdizione, abbia e debba avere e s’intenda che gli sono attribuiti, dati e concessi ogni potere e ogni giurisdizione sia di mero e misto impero, sia anche di qualsiasi giurisdizione con poteri di spada e senza, tanto nelle cause civili, come anche nelle penali e in quelle miste. Ed è il suo Giudice dei reati deputato da lui stesso ai reati abbia e debba avere autorità e potere di fare inchieste e procedere, a meno che la forma degli statuti non preveda altro, usando ogni via e giurisdizione per tutte e singole le cause penali e miste e per tutti e singoli gli atti e in ogni e singolo atto che verte in giudizio fuori o che verte su cause criminali o cause miste fino alla sentenza esclusivamente. E queste sentenze debbano essere promulgate soltanto ad opera del Podestà e non da alcuno dei loro Giudici, né dal vicario, se non in caso di assenza o di un altro legittimo e giusto impedimento; in questo caso la promulgazione viene fatta dal suo Vicario per sentenze penali o miste. Pertanto al Capitano della Città di Fermo si intendano attribuiti e concessi i poteri e la giurisdizione assoluta negli appelli interposti e da interporre, tanto nelle cause civili quanto nelle criminali e in quelle miste. Peraltro viene negata e si intenda che il Capitano assolutamente non abbia poteri, né giurisdizione nelle prime cause civili e miste, se non sono cause nel modo di appello o di nullità, intentate principalmente e incidentalmente o nelle cause di domanda di riduzioni ad arbitrio di un buon uomo, o cause di restituzione all’integro; oppure quando si faccia per la forma di qualche statuto speciale o per una delibera in cui sia attribuita una giurisdizione al Capitano o l’attribuiranno in futuro. Pertanto nelle cause penali sia concessa e si intenda che il Capitano abbia giurisdizione, e poteri di fare inchiesta e procedere, condannare, fare esecuzioni per i reati, i delitti e tutti gli eccessi al modo come il Podestà. Ci sia la prevenzione tra questi Rettori riguardo al dover fare inchieste su questi reati e abbia luogo attraverso la semplice consegna della copia alla camera, nonostante qualsiasi altro statuto contrario. Si fa salvo che sempre debbano essere consegnati al Podestà e alla sua Curia le denunce sui reati che i Sindaci del contado hanno dovere di fare. Inoltre sia attribuita e si comprenda che al Capitano sono concessi in modo assoluto e attribuiti i poteri e la giurisdizione sulla grascia (annona) e contro coloro che esportano i viveri della Città o dal contado, e di dare esecuzione a tutte e singole le sentenze criminali, emanate da parte di qualsiasi Rettore di questa Città e compiere l’esecuzione personalmente realmente, come in esse si contiene, di fatto, senza processo alcuno e inoltre negli altri casi in cui la giurisdizione è concessa a lui, o gli sia stata concessa dalla forma dei nostri statuti. E questo Podestà, e anche il Capitano giurino sui santi Vangeli di Dio, toccando corporalmente il registro che per l’esaltazione, la magnificenza e per l’onore della sacrosanta Chiesa Romana e del santo signore nostro Papa, egli governa, salvaguarda, regola e mantiene, per quanto a lui possibile, la Città Fermana e il suo contado e distretto, le giurisdizioni, i privilegi, le cose, i beni mobili e immobili, la società e il collegio del popolo di questa Città. E qualora siano stati perduti alcuni beni del Comune di questa Città, si impegni con tutte le sue possibilità e li recuperi e si adoperi per recuperarli. Egli deve tenere le cose recondite e i segreti del Comune e non rivelarli ad alcuno in nessun modo e sempre dare Consigli a vantaggio del Comune. Egli è impegnato ad eseguire e a far eseguire tutti gli statuti di questo volume e le delibere e gli ordinamenti già fatti e quelli che si faranno, senza alcuna riduzione né eccezione e li fa adempiere ai suoi ufficiali; a conservare nei loro diritti le chiese, le persone ecclesiastiche, le vedove, i pupilli, gli orfani e altre persone misere e tutte le altre persone; a mantenere i Priori del popolo e Gonfaloniere di giustizia e anche gli altri Confalonieri delle contrade, le arti e tutto il collegio di questo popolo, e lo stesso popolo tutto e mantenere e regolare e gestire e favorire la sua libertà e la pace, per quanto a lui possibile; a permanere continuamente di persona ad opera sua e dei suoi ufficiali in questo ufficio per tutto il tempo del loro ufficio e di quello di ciascuno di loro, e per tutto il tempo del sindacato, a non abbandonarlo per alcuna ragione né causa pernottando fuori dalla Città di Fermo e dal suo distretto fino al termine del suo ufficio; a meno che non sia per un servizio del Comune di Fermo, nel quale caso che venga autorizzato a pernottare e assentarsi con la licenza e con il mandato del Comune. E senza l’espressa licenza del Consiglio Generale poi non può recarsi nella sua patria o ad altro luogo, per i suoi comodi e sua utilità o comodo, ad esercitare un qualche ufficio o una Rettoria fuori Città e contado, sotto pena di 25 fiorini d’oro per ciascun giorno e per ciascuna volta. È in ogni caso è obbligato a fare il rendiconto di questo suo ufficio secondo la forma della sua elezione e la lettera presentatagli per questo ufficio, ciò insieme con tutti gli ufficiali, i famigli e i cavalli per i quali egli si obbliga principalmente e abbia dovere in ogni caso. Non chiederà l’arbitrato né lo farà chiedere nel Consiglio, né alcun’altra cosa contro la forma degli statuti del Comune. Né farà alcuna proposta, né la fa fare per la sua riconferma, né proporrà di essere rieletto come Podestà o Capitano; né si adopererà a queste cose per tutto il tempo che gli è proibito secondo la forma dei nostri statuti. Si contenterà del suo salario senza alcun altro emolumento e non chiederà di più, né riceverà di più direttamente, né indirettamente per nessuna richiesta di colore, ad opera sua dei suoi ufficiali, o famigli o altra persona sottomessa. Sosterrà, favorirà e proteggerà l’ufficio del signor Capitano e lo stesso Capitano di questa Città, usando deferenza per lui e per il suo ufficio secondo la forma degli statuti riguardanti il suo ufficio, e così vicendevolmente da parte del Capitano verso il Podestà. E qualora capitasse che qualcuno dei suoi ufficiali o dei suoi famigli a causa di qualche suo ufficio, fosse condannato dai raziocinatori del Comune o dal Sindaco di esso, egli non chiederà rappresaglia alcuna e non ne accoglierà e non ne farà uso da parte di qualche signore, né da qualche Comune contro il Comune, né contro qualche altra persona speciale di questa Città o del suo distretto o di Terra alcuna che fosse, o è tenuta favorevole al Comune di Fermo, in occasione della condanna che avviene di lui stesso o di altri della sua servitù. Non riceverà per sé servigi, né doni ospitali da alcun concittadino o persona del contado di questa Città, non si metterà né a mangiare né bere insieme con alcun cittadino, o abitante del contado, o alcun altro che abita in Città o nel contado, se non insieme con i signori Priori e con il Gonfaloniere di giustizia e se non avverrà quando lui stessosi reca nel territorio del contado di questa Città, fuori della Città per alcuni fatti del Comune. Parimenti il Podestà è obbligato, anche il Capitano e ogni altro Rettore, a fare la presentazione di sé, dei suoi ufficiali, della servitù e dei cavalli secondo la forma del precedente capitolo. Inoltre sia obbligato a mandare un ufficiale con i Regolatori secondo quanto espresso nel precedente capitolo; inoltre a leggere le sentenze penali nel Consiglio Generale alla presenza del Banchiere e del suo Notaio, e non in modo diverso, sotto penalità di 100 libbre di denari per ciascuna volta e debba personalmente consegnare a questo Notaio la copia di queste sentenze penali in carta pergamena di mano del Notaio dei reati che le ha scritte o lette; subito dopo lette queste sentenze il Rettore che contravviene è in penalità di 200 libre di denaro per ciascuna volta e per il Notaio dei reati, la penalità di 25 libre di denaro per ciascuna volta. E al termine del loro ufficio, nei quattro giorni prima della scadenza sia obbligato e debba restituire e consegnare ai Regolatori di questo Comune tutti i suoi registri, processi e scritture e filze tramite l’inventario, legati con sigillo apposto di questi Regolatori, purché questi registri abbiano le copertine di pergamena e in queste copertine siano dipinti gli stemmi di ciascuno di questi Regolatori, sotto la pena predetta. E il Rettore non possa ricevere né avere alcuna cosa né quantità di denaro per suo atto o tramite un altro, da parte di nessuna persona per l’occasione delle carceri o della custodia, sotto penalità di 100 libre di denaro per ciascuno, e per ciascuna volta, da prelevarsi sul fatto da lui. Inoltre questo Rettore nel suo palazzo o nelle carceri o altrove non possa tenere recluso, né può carcerare né far carcerare o detenere altrove, se non nelle carceri comunali nel Girfalco, per più di un giorno, qualcuno che è catturato per debito pecuniario, se non nelle carceri del Comune Poste nel Girfalco, sotto pena di 100 libre di denaro. Quando poi si tratta di un reato o crimine per il quale la pena da dover imporre viene ad essere principalmente personale o sotto condizione, il Rettore possa detenere nel palazzo qualsiasi persona da condannarsi a questa pena personale o farla tenere nel suo palazzo o farla porre e custodire nelle carceri del suo Palazzo, a suo arbitrio di volontà, e per questa cosa non può ricevere né far prendere alcuna somma di denaro in nessun modo. I famigli del Rettore ricevono per ogni persona catturata per debito civile nella piazza di San Martino soldi quattro; e fuori della piazza all’interno della Città, soldi otto; e nel contado, poi, per ciascun giorno e per ciascun famiglio soldi otto, senza spese. Riguardo al debito fiscale il Rettore mandi i famigli gratis. Egli adempirà tutte e singole le cose in generale e le farà adempiere, tramite i suoi ufficiali e famigli, con buona fedeltà e senza frode, rimuovendo l’odio, le simpatie, il timore, le suppliche e ogni simpatia speciale né antipatia, come si sa che il suo ufficio comporta. E sia aiutato e salvato da Dio, giurerà sui santi Vangeli sotto valore del suo giuramento e obbligandosi con tutti i suoi beni e per la pena contenuta nello statuto, per le cose che in qualche modo abbia contravvenuto, e con la pena di 200 libbre di denari nei singoli capitoli sopra detti, nei quali non sia imposta una specifica pena per qualche trasgressione o mancato adempimento da parte di questo Rettore. Egli prometterà al Cancelliere comunale, che fa la stipula per questo Comune, o al Sindaco di questo Comune, solennemente a vantaggio del Comune stesso e delle particolari persone a ciò interessate, che adempirà tutte queste e singole cose. E il Cancelliere in carica di questo Comune darà lettura di ogni cosa, nel tempo del giuramento e presenterà ciò in tali scritti, che saranno redatti in forma pubblica. Si proceda e si compia in modo simile in ogni singola cosa nel giuramento del signor Capitano. E questo Capitano sia contento del suo salario e di altri suoi emolumenti, come si procede nella sua elezione o per gli statuti del Comune di Fermo. Non possa percepire da questo Comune nient’altro, né sia valido chiedere né esigere altro; neanche da parte di persone particolari e speciali, sotto pena di 100 libre di denaro per ciascuna volta in cui contravvenisse. Inoltre questo signor Podestà sia obbligato, anche il Capitano, all’inizio del proprio ufficio rivolgersi a tutti e singoli Consiglieri del Consiglio Generale e di quello speciale e li faccia giurare che dovranno venire al Consiglio quando verrà dato un bando dall’Araldo e se omettesse o di farlo c’è penalità di 500 libbre di denari per il Podestà o per il Capitano.

2 Rub.8

– Il divieto per gli Ufficiali stranieri

   Stabiliamo ed ordiniamo, con lo scopo di dover conservare il presente libero e popolare Stato e di liberarlo dai mali e far memoria delle cose passate, che Giovanni Bartolini e ser Bartolomeo Gori da Arezzo, un tempo Podestà e Cancelliere di Fermo e Andrea da Spoleto e Matteo da Castello e anche tutti gli altri e singoli forestieri che ci furono nel tempo del signor Rainaldo da Monteverde, per qualche ufficio o stipendio, o provvigione nella Città o nel contado di Fermo, non possano stare in alcun ufficio né in futuro, possano esercitare a stipendio nella Città di Fermo o nel suo contado. Se si facesse diversamente non c’è validità giuridica e incorrano per il fatto stesso nella penalità di 1000 fiorini d’oro per ciascuno e per ciascuna volta per essi stessi e per coloro che consapevolmente eleggessero questi o qualcuno di loro. Si intenda che ciò ha validità per tutte le singole le persone che sono delle case loro o consanguinei dei detti Giovanni e Bartolomeo, Andrea e Matteo predetti. Inoltre nessuno che venga da alcuna Terra o da un luogo vicino alla Città di Fermo nello spazio di 40 miglia possa stare nel suo ufficio in questa Città o nel suo contado, con qualche Rettore o pro Rettore di questa Città. Inoltre che nessuno che sia stato Prorettore nella Città di Fermo per la durata di cinque anni calcolati da quando ha ultimato il suo ufficio possa accedere a nessuno ufficio presso questa Città e neppure esercitarvelo. I Giudici che nel tempo siano stati in questa Città per qualche ufficio non possano stare in questa Città in un ufficio calcolando tre anni da quando hanno ultimato il loro ufficio. Il divieto è di due anni per i militari e per i notai; e di sei mesi poi per i damigelli e per i famigli. Quando si deve fare l’elezione di un Rettore o di fiduciari della Città di Fermo sempre abbiano informazione speciale su questi divieti, espressamente. Inoltre chiunque dei Rettori o degli ufficiali della Città di Fermo fosse stato condannato per la sua mala amministrazione in questa Città di Fermo, nel seguito, non possa tornare per alcun ufficio presso questa Città e qualora si facesse diversamente non ha validità giuridica, ma sia subito annullato per il fatto stesso e colui che contravviene incorra nella pena di 200 libre di denaro per ciascuno e per ciascuna volta. Inoltre nessuno può essere eletto né assunto come Rettore della Città di Fermo o per qualche ufficio di in questa Città di Fermo principalmente e a sua opera in una Città o Terra o luogo dove era Rettore al tempo di questa sua elezione in detta Città o allora era principale ufficiale, sotto la predetta pena e quando lo si eleggesse in modo diverso e accettasse non c’è validità giuridica. Pertanto anche nell’elezione di qualche Rettore di questa Città si deve fare menzione speciale pertanto di ciò, in modo tale che non siano Rettori da una stessa Città né contado, nello stesso tempo. E nessuno che proviene da uno stesso luogo sia successore nello stesso ufficio, di un altro che provenga dallo stesso luogo. Parimenti ordiniamo che il Podestà e ciascun Rettore, stabilito principalmente in questa Città di Fermo, sia obbligato a pagare la penalità per tutto quello che è stato commesso, fatto, perpetrato, omesso o dimenticato da parte dei suoi ufficiali o famigli o di qualcuno di questi nel detto ufficio e durante il tempo di questo ufficio e per tutte le singole le cose che fossero commesse, perpetrate o omesse ad opera dei suoi ufficiali, o famigli o qualcuno di questi; il Rettore deve pagare la condanna fatta o da farsi per tale colpevolezza. Qualora a delinquere sia lo stesso Rettore principalmente o per l’autorità della presente legge egli va considerato e si comprenda che essendo fideiussore di tutti gli ufficiali, i famigli e di ognuno di questi, per l’autorità della presente legge si comprenda che ha rinunciato al beneficio della fideiussione come compete ogni altro beneficio o competesse o possa competere, nell’occasione predetta, a questo Rettore.

2 Rub.9

– L’ufficio del Cancelliere

  Stabiliamo ed ordiniamo che il Cancelliere del Comune di Fermo sia e debba essere originario della Città di Fermo e sia obbligato a fare tutte singole le delibere e gli ordinamenti, anche i decreti e le decisioni che si facessero ad opera dei magnifici signori Priori del popolo e dal Gonfaloniere di giustizia, dalle Cernite, dalle delibere, dai Consigli speciali e generali anche dal parlamento di questa Città. Inoltre questo Cancelliere sia obbligato a fare di propria mano o a far fare ogni singola lettera missiva e responsiva, emanate da parte del Comune di Fermo, e tutti gli atti di concessioni, assoluzioni, le rivendicazioni, grazie, alienazioni ed ogni contratto ad opera di questo Comune, e pertinente a questo Comune, e questo Cancelliere deve fare il rogito delle cose predette. Questo Cancelliere sia obbligato a registrare le decisioni, le delibere e tutti i decreti scrivendoli di propria mano o di mano altrui; e pubblicare di propria mano tutti e singoli i giuramenti dei signori Priori e del Vessillifero di giustizia e degli altri ufficiali di questo Comune; il predetto Cancelliere sia obbligato a farne la narrazione e la comunicazione. E per tutte le cose che sono di competenza del suo ufficio, nessun altro possa né debba intromettersi, se non per volontà che proviene dallo stesso Cancelliere. Inoltre sia obbligato a tenere un registro grande degli atti che abbia fogli di pergamena o di papiro e in questo siano registrate tutte le delibere e ordinamenti di questo Comune, del Consiglio Generale o speciale e le decisioni deliberate o da deliberare ad opera di coloro che deliberano. Inoltre un altro registro in cui vengono registrati i diritti di proprietà, i contratti del Comune e gli obblighi da soddisfare, le donazioni e i decreti. Inoltre un altro registro in cui vengono scritte le decisioni che si fanno ad opera delle Cernita. Inoltre non può scrivere nessuna proposta in alcun Consiglio, che nel giorno precedente, nella Cernita non sia stata prima deliberata e anche registrata, sotto pena di 50 libre di denaro da prelevare sul fatto. Qualora si facesse qualcosa diversamente non ha valore giuridico. Inoltre non può sigillare nessuna missiva con il sigillo del Comune se in una fase precedente non sia stata votata con fave nere e bianche tra i Priori. Inoltre non si possa leggere né scrivere o notare nessuna proposta che sia contraria alla forma degli statuti o di qualche statuto, sotto pena di 100 libre di denaro che deve diminuire a se stesso. Se si facesse diversamente non ha validità. Questo Cancelliere inoltre sia obbligato né debba, sotto la pena di giuramento fatto, e con la penalità di 25 libbre di denari, registrare al termine di ciascun bimestre, nei predetti registri, tutte e singole le deliberazioni dei Consigli, le decisioni, le Cernite, i contratti, e le provvigioni del Comune, cose fatte e celebrate nel bimestre predetto, in modo tale che al termine di ciascuno degli offici del priorato, risulti chiaramente che cosa è stato fatto e deliberato nel tempo dell’ufficio dei signori Priori. Inoltre questo Cancelliere, nei quindici giorni che precedono l’ultimazione di qualsiasi ufficio di un Rettore della Città di Fermo, che viene sindacato e deve essere sindacato ad opera di un Sindaco forestiero da eleggersi ad opera dei signori Priori del popolo e del Gonfaloniere di giustizia; sia obbligato e debba mandare una lettera per tutto il contado di Fermo per rendere noto alle comunità il sindacato di questo Rettore, lo renda noto alle comunità e a tutte e singole le persone di questo contado, in modo tale che questo sindacato sia noto a tutti e coloro che vogliono fare lamentele su questo Rettore non possono far pretesto di non avere informazione di questo sindacato. Qualora il Cancelliere fosse negligente in queste cose, incorra nella pena di 50 libbre di denaro per il fatto stesso, per ciascuna volta in cui ha contravvenuto e sia stato negligente.

2 Rub.10

– L’ufficio dei Notai dei signori Priori

   Stabiliamo ed ordiniamo che il Notaio eletto, estratto dall’urna, e destinato al servizio dei signori Priori del popolo, al Gonfaloniere di giustizia della Città di Fermo e al loro incarico, sia tenuto e debba, giorno e notte, stare e passare il tempo con i signori Priori del popolo, il Gonfaloniere di giustizia, e nel palazzo degli stessi durante il tempo di due mesi del suo incarico, e di non allontanarsi da essi senza il loro permesso, sotto pena 25 fiorini d’oro per ogni volta che contravvenga. E durante detto tempo sia obbligato scrivere, e registrare ogni lettera spedita o ricevuta, i bollettini e tutte le altre scritture secondo il volere e l’incarico dei signori Priori e del Gonfaloniere di giustizia: fino a tanto però che non si trattenga dall’ufficio del Cancelliere, se non in quanto provenga dalla volontà dello stesso Cancelliere.

2 Rub.11

– L’ufficio e l’ordine da tenersi dai Confalonieri delle contrade e dagli altri cittadini di queste contrade.

   Al fine che abbiano efficacia la tutela del presente libero stato popolare di questa Città, e la resistenza contro i tentativi di tutti quegli iniqui che vogliono perturbare questo stato di queste contrade, in qualsiasi modo, e al fine di mettersi contro quei disordini che sorgono casualmente improvvisi da cui in qualche modo questo Stato possa ricevere danni, stabiliamo e disponiamo che tutte le volte che in questa Città o in qualche contrada di questa Città ci sia, insorga o si inizi un disordine, un tumulto o un’adunata ad opera di chiunque o altro qualunque, di qualsiasi condizione siano, che verosimilmente, per effetto, possa prestarsi ad essere un ostacolo per questo Stato, su mandato o richiesta dei signori Priori del popolo e del Gonfaloniere di giustizia o del Podestà o del Capitano del popolo di questa Città e anche da se stessi, tutti e singoli i Confalonieri delle contrade di questa Città che tengono i vessilli piccoli di questo Comune, allorché si avvedano e ne facciano costatazione, siano obbligati e abbiano dovere cioè ciascuno nella sua contrada ad esporre i vessilli davanti alla propria abitazione e adoperarsi secondo le possibilità a riunire o far riunire tutti e singoli quelli della propria contrada presso tale vessillo. E tutti costoro di questa contrada siano in obbligo e abbiano dovere di andare a seguire questo vessillo e obbedire a questo Gonfaloniere. E questo Gonfaloniere, con questo vessillo, con quelli della contrada e costoro della contrada, tutti, siano obbligati ad andare e stare con armi e con mezzi di difesa, insieme con  il Gonfaloniere e sotto questo vessillo per dover fare resistenza contro chiunque di coloro che vogliano turbare lo Stato e per andare al palazzo di residenza di questi signori Priori del popolo e del Gonfaloniere di giustizia e obbedire e ottemperare a questi signori Priori e al Gonfaloniere in ogni singola cosa che a loro viene comandato da costoro e fare, compiere e adoperarsi per tutte e singole le cose a vantaggio della salvaguardia di questo Stato: E i Gonfalonieri predetti che contravvengano in queste cose o in qualcuna di esse, vengano puniti con penalità di 100 libre di denaro, per ciascuna volta, omettendo ogni formalità e ufficialità, senza altra cosa, ad opera del Podestà o del Capitano, e nondimeno per il fatto stesso si faccia a costoro la privazione di ogni ufficio e di ogni beneficio di questo Comune. Chiunque altro, poi, di questa contrada che non si mette al seguito o ricusi di doversi associare come detto a questo vessillo e a questo Gonfaloniere, nel modo predetto, sia punito per ciascuna volta a 25 libbre di denaro. E per sostenere le spese che occorrono a questi Gonfalonieri, nel giorno del loro giuramento e dell’accoglienza di questo gonfalone, si debba avere dalle finanze di questo Comune un fiorino d’oro per ciascuno degli stessi e il Banchiere del Comune deve darlo a loro.

2 Rub. 12

– Il modo di riunire i Consigli, di fare in questi le proposte e le arringhe e le delibere.

   Stabiliamo e ordiniamo che ogni qualvolta, per qualche caso, bisognasse riunire il Consiglio generale o quello speciale oppure entrambi, la riunione non ha validità se non con il consenso e con la volontà dei signori Priori del popolo e del Gonfaloniere di giustizia. E qualora lo si farà per volontà di questi, il Podestà o il Capitano è obbligato a che si faccia il bando, un giorno per l’altro, o di mattina per la sera, a meno che non ci sia una causa o necessità urgente, nel quale caso per il Consiglio generale o per quello speciale o per entrambi per cui si deve fare il bando pubblicamente per lo stesso giorno di Consiglio, secondo come questi Priori daranno ordinanza, e i Consiglieri vengano al Consiglio. E se capitasse qualche caso di un Consiglio opportuno che è espressamente l’effetto della forma di qualche statuto, bisogna far conoscere per questo la causa, ossia questa sia dichiarata da chi fa il bando della riunione dicendo che avviene per tale causa, allora venga comunicata e la commissione di tale tipo sia fatta a lui in modo dettagliato. E dopo che sono stati fatti il bando e la sua relazione a questo Rettore e al Notaio delle delibere, gli stessi signori Priori e il Gonfaloniere, alla presenza di questi e del Podestà o del Capitano, quando a questi Priori e al Gonfaloniere sembrerà che sia necessaria la presenza di questi Rettori o di qualcuno degli stessi e non in altro modo, facciano il Consiglio. E prima che venga fatta qualche proposta in questo Consiglio facciano e facciano fare, almeno un giorno prima, la Cernita in cui propongano e decidano quello che deve essere proposto nel Consiglio da fare. A questa Cernita debbono essere presenti i Regolatori insieme con questi signori Priori e con il Gonfaloniere, i Capitani delle arti, e i Gonfalonieri delle contrade, oppure nella loro maggior parte e almeno quattro uomini per ogni contrada, se diventa utile per il Comune e questo sia espresso chiaramente per mezzo del Cancelliere del Comune. E quello che viene approvato e deciso in Cernita, ad opera dei predetti, lo si possa proporre in tale Consiglio, e qualora si facesse in altro modo non abbia validità in alcun modo quello che sarà stato così deliberato in questo Consiglio. E qualora i Priori, il Gonfaloniere non praticassero questa forma siano puniti per ciascuna volta a 10 libre per ciascuno e quello che è stato fatto non ha validità per il diritto stesso. E questi signori Priori e il Gonfaloniere non possano fare altra proposta né deliberare nel Consiglio generale o speciale se non quello che è stato deciso di proporre nella Cernita, come già detto. Dopo aperta la riunione del Consiglio si debbano leggere ad opera del Cancelliere o del Notaio delle delibere, le proposte in questo Consiglio in ordine e in serie. E successivamente, quando si fa il Consiglio per opera del Potestà o del Capitano o di un Vicario di questi, si debbano fare le proposte con la presenza, il consenso e la volontà dei Priori e del Gonfaloniere, altrimenti per mezzo del Gonfaloniere di giustizia, qualora non ci sia la presenza del Podestà o del Capitano o di un Vicario loro. Queste proposte, una o più, siano fatte in modo chiaro e trasparente così che quelli del Consiglio capiscano bene e in maniera accessibile, sotto penalità di 25 libre di denaro per chi contravviene, Potestà o Capitano o un Vicario di questi; inoltre penalità10 libre di denaro al Cancelliere e al Notaio delle delibere, ogni volta che si è contravvenuto ad opera di qualcuno di questi. Dopo che sono state lette le dette proposte, come detto sopra, chi vuole fare un’arringa prima giuri nelle mani del Cancelliere o del Notaio delle delibere che egli vuole consigliare con fedeltà e legalità per la pubblica utilità, poi si alzi presso il luogo dell’arringa, purché quelli che fanno l’arringa non siano più di sei in un Consiglio e non possano fare l’arringa più di sei, a meno che la gravità dell’affare non richieda altrimenti e dai signori Priori e dal Gonfaloniere si consideri utile. E nessuno osi esprime un consulto o un’arringa nei Consigli, se non soltanto sulle proposte, sotto pena di 10 libre di denaro per ciascuno e per ciascuna volta. E nessuna persona possa dare consulto o arringa sopra una sola proposta nei Consigli, se non una volta soltanto, senza la licenza dei signori Priori del popolo e del Gonfaloniere di giustizia, facendo eccezione quando vengano letti gli statuti fatti ad opera degli statutari del Comune, nel tempo dell’approvazione di questi. E chi contravvenisse sia punito alla detta pena sul fatto, senza alcun processo. Dopo che sono state fatte così le consultazioni, questi Priori e il Gonfaloniere, alla presenza del Podestà o del Capitano o di uno dei loro vicari oppure senza questi, da sé, insieme con i Cancelliere o con il Notaio delle delibere, facciano la delibera su che cosa si debba mettere a votazione tra le cose dette nelle arringhe. Dopo che è stato così deciso e messo per iscritto per opera del Notaio delle delibere o del Cancelliere, questi si alzi e tutte le cose delle arringhe dette in questo Consiglio nelle arringhe siano lette in modo particolareggiato e distinto, per tutti, e dica apertamente una tale cosa detta, del tale, piace ai signori Priori e al Gonfaloniere, e ciò, si metta a votazione. Dopo fatto questo, si alzi il Rettore e metta a votazione una cosa detta che è stata decisa <come scelta> dai signori Priori e dal Gonfaloniere. E se tale cosa detta viene approvata nel modo come contenuto nello statuto che riguarda l’autorità del Consiglio, va bene; se al contrario non è approvata, sia messo a votazione un’altra cosa dopo che questa è stata decisa <scelta> dai signori Priori e dal Gonfaloniere, secondo la forma già detta.  E per raggiungere l’approvazione sia sufficiente quando vincano due delle tre parti dei presenti <2\3>, fatta eccezione per i casi nei quali viene disposto in altro modo dagli statuti di questo volume. E la votazione si faccia con fave nere e bianche e non con lupini. Queste fave siano messe in un solo bussolo soltanto e in segreto con le mani di coloro che le raccogono, nonostante qualsiasi consuetudine in contrasto. E questo sia praticato anche nel contado e nella giurisdizione. E dopo che è stata fatta la delibera si legga questa delibera per mezzo del Notaio delle delibere o del Cancelliere prima che questo Consiglio si congedi; e tale ordine sia praticato in ogni proposta singola, a sé, in modo tale che nessuna proposta venga mescolata con altra, quando su di essa sia richiesto che si faccia una votazione. E nessuno si allontani dal Consiglio fino a quando non sia stata letta la delibera dal detto Notaio, sotto pena di 10 soldi di denaro per ciascuno che contravviene. Vogliamo tuttavia che qualora si propone in una Cernita o in qualche Consiglio generale o speciale qualcosa e l’approvazione proposta è perdente, qualora si tratti di condono per i cittadini sottoposti a bando o che devono fare la composizione coloro che fossero banditi per motivo di turbamento dello stato o condannati, non possa essere di nuovo proposto se non dopo trascorso un anno dal giorno della votazione perduta; se peraltro si tratta di altre cose, non può essere fatta una proposta nuova, fino a che siano trascorsi tre mesi dopo la votazione perduta. Qualora la votazione contraria riguarda altre cose non si possa proporre la ripetizione di nuovo, se non dopo passato un mese calcolato come sopra; e qualora si facesse in altro modo senza rispettare questa forma, quello che è fatto non ha validità per il diritto stesso. E i Priori e il Gonfaloniere e il Cancelliere e il Notaio delle delibere che agissero in modo contrario o scrivessero, incorrano nella pena di 25 libre di denaro, per ciascuno di questi e per ciascuna volta.

2 Rub.13

– Il Consiglio speciale del popolo

   Il Consiglio speciale della Città di Fermo sia e debba essere di un numero di 150, e non di un numero maggiore: ed è formato da perone del popolo, e da un numero di persone popolari e non dai nobili da detta Città: e in questo Consiglio nessuno possa essere eletto, né chiamato <a farne parte>, che non sia Cittadino Fermano, e di età di 25 anni almeno, avente nel patrimonio 50 libre almeno. E chiunque viene trovato in detto Consiglio, ed eletto in modo contrario a detta forma, non abbia alcuna voce in detto Consiglio, come l’hanno gli altri Consiglieri. E che non possa far parte di detto Consiglio se non un uomo soltanto di una abitazione. Aggiungiamo che nessuno possa essere eletto, posto o scritto in qualche Consiglio generale, o speciale se prima non sarà stato deliberato, e ottenuto nella Cernita.

2 Rub.14

– Il potere, la competenza, e altro di detto Consiglio Speciale

  Il Consiglio dei 150 buoni uomini della Città di Fermo ha poteri, si occupa delle delibere e fare ordinamenti su tutto ciò che verrà proposto ad opera del Rettore della Città di Fermo o del suo Vicario, dopo il consenso dei signori Priori del popolo e dal Gonfaloniere di giustizia. E qualunque cosa sia stata approvata in questo Consiglio ottenuta e deliberata con i due terzi delle parti presenti ed esistenti in questo Consiglio, abbia validità, obbligo e pieno vigore e venga mandato in esecuzione, come se fosse stato deliberato e deciso ad opera di tutto il Consiglio dei 300 o dal Parlamento di questa Città insieme con questo Consiglio; sempre tuttavia e anzitutto che sia stato approvato nella Cernita dichiarata ed ordinata in conformità al capitolo che riguarda il modo di congregare i Consigli, per quello che viene proposto, approvato e deciso in questo Consiglio dei 150. E in questo Consiglio dei 150 quando esso viene fatto, debbano essere presenti almeno ottanta Consiglieri. Quello che verrà deciso nel modo detto sopra, ha pieno vigore di stabilità, come se fosse stato fatto e deciso ad opera di questo Consiglio al completo.

2 Rub.15

– Il Consiglio Generale

   Il Consiglio Generale della Città di Fermo deve essere di non meno di 300 Consiglieri e non di un numero inferiore; e in questo Consiglio nessuno sia eletto che non sia cittadino fermano, che abita di continuo nella Città di Fermo, di età almeno di 25 anni, avente nel patrimonio non meno di 25 libre e il patrimonio del padre sia a vantaggio del figlio di famiglia. D’altra parte nel detto Consiglio non possono essere eletti più abitanti che stanno insieme in una sola casa. Chiunque, in verità, fosse stato eletto senza che abbia le predette cose, non abbia alcuna voce nel detto Consiglio.

2 Rub.16

– Potere illimitato del Consiglio Generale

   Inoltre con perpetua legge stabiliamo che qualunque cosa fosse proposta in detto Consiglio dei trecento e ivi fosse deliberata dai due terzi dei presenti in tale Consiglio, per opera di un Rettore della Città di Fermo o da un suo Vicario con l’approvazione dei signori Priori del popolo e del Gonfaloniere di giustizia che ci saranno nel tempo, purché vi siano presenti 150 Consiglieri di detto Consiglio, abbia validità e si faccia valere, come se fosse stato deliberato da tutto il Consiglio. E detto Consiglio abbia autorità e potere pieno di deliberare e stabilire tutte le cose che siano proposte in detto Consiglio, ad opera dei signori Priori, o del Rettore, come se avvenisse ad opera di tutto il parlamento e vi fossero deliberate.

2 Rub.17

– Il modo di immettere alla compartizione con fave nere e bianche

   Ordiniamo che le cose che vengono compartite siano sottoposte alla Cernita, ai Consigli e alle decisioni dei più <maggioranza>, siano esposte e si facciano con le fave nere per il sì e alle fave bianche per il no, per opera del Priore dei Priori, del Capitano, o Podestà o del loro vicario, o di un Vicario di un altro di loro, o per opera del Gonfaloniere di giustizia; e queste fave siano messe e consegnate segretamente e non davanti agli occhi di tutti in mano agli scrutatori: i quali scrutatori segretamente le mettano nei bussoli e non si possa immettere per ogni volta se non soltanto un’unica fava soltanto, sotto pena di 10 libbre di denari per ciascuna volta e per ognuna delle fave e da porre per ciascuna cosa. E in ciò lo statuto sia preciso e che non si possa derogare ad esso: sempre in tutti e singoli i casi, qualunque affare sia compartecipato con le fave nere e bianche, e non in altro modo: e ciò che viene fatto in modo diverso non abbia validità, né si faccia valere.

2 Rub.18

– Il modo di sospendere gli statuti

   Ogni volta che si tratti di sospendere uno statuto, si segue questa procedura, cioè il Capitano del popolo, se c’è, o il Podestà, il loro Vicario, insieme con i Priori del popolo, con il Vessillifero di giustizia, con i Capitani delle arti e a maggioranza di questi e con altri, come sopra è menzionato nel capitolo che riguarda il congregare i Consigli, si riuniscano nella Cernita che qui si deve fare o insieme a maggioranza di loro, e ad opera del signor Capitano del popolo o del Podestà odi  qualcuno dei loro vicari, si faccia la proposta riguardo a quello statuto della cui sospensione si deve trattare, dicendo se la sospensione sia utile o sulla evidente utilità per il Comune. E dopo che è stata fatta questa presentazione ad opera di uno o di alcuni dei predetti si deve fare una arringa; e dopo l’arringa; e dopo fatta l’arringa e la consultazione su questo statuto, una cosa di queste si metta a partito con fave nere e bianche. E quando, ivi, a maggioranza di questi presenti, viene deliberato che si faccia la sospensione <dello statuto> per il meglio e per una maggiore utilità, si legga anzitutto lo statuto di cui si tratta, parola per parola, in lingua volgare e distintamente e dopo fatta questa delibera, essa viene riportata al Consiglio Generale o a quello speciale, nel giorno seguente dopo la delibera o in seguito in modo tale che prima di fare questa sospensione in questa Cernita sempre si deliberi. E in questo Consiglio da farsi attraverso le azioni predette, vi siano e debbano essere presenti almeno 150 Consiglieri e qui si faccia la proposta sulla sospensione del detto statuto che viene letto in questo Consiglio in lingua volgare interamente per il pieno discernimento di tutti Consiglieri. Non si possa né debba fare in altro modo diverso da come è stato detto. Dopo fatta questa proposta, si faccia l’arringa su di essa ad opera di qualcuno o di alcuni di questi Consiglieri e dopo l’arringa la consultazione su questa proposta, si fa il partito con fave bianche e nere. E qualora sia stata approvata la sospensione predetta da tre parti di questi Consiglieri presenti in questo Consiglio, tale sospensione sia valida almeno per quella volta soltanto, nonostante uno statuto o qualche delibera che parli al contrario. Tuttavia in nessun modo si può sospendere, proporre né decidere su qualche statuto che tratta dell’elezione del Podestà o del Capitano, o tratta di delibera sulla riconferma di questi o di qualcuno di questi, o riguarda il non concedere azione d’arbitrio ad un Rettore, o ufficiale del Comune o riguarda i loro uffici, o di non dover aumentare il salario al Podestà o al Capitano o a qualche ufficiale del Comune per qualche aspetto richiesto, e riguarda il non dover fare doni a questi, né ad alcuno di essi, o il non dover fare spese in altro modo con il denaro o con altri beni del Comune, prescindendo dalla forma degli statuti del Comune. E nessun Rettore, Priore o Gonfaloniere né qualunque altro ufficiale del Comune di Fermo osi, né presuma far proposta né far deliberare in qualche Consiglio, o riunione o parlamento sul dover aumentare il salario del Podestà, o del Capitano o di qualche altro ufficiale, direttamente o indirettamente, a favore dello stipendio dei sergenti, delle guardie o per qualsiasi aspetto a richiesta. E nessuno osi fare arringa affinché si facciano le cose predette o qualcuna di queste, neppure che venga creato o stabilito un Sindaco per dover rendere indenni questi Rettori, Priori o Gonfaloniere, o altri o altro ufficiale o chiunque altro che proponesse, scrivesse, decidesse, o consentisse o discorresse in pubblico. E nessuno osi assumere su di sé questo sindacato, né scrivere tale sindacato, o una proposta o una decisione. E qualora qualcuno facesse o dicesse il contrario di qualcuna delle cose predette, se fosse il Podestà o il Capitano sia punito a 500 libre di denaro, se fosse un altro ufficiale, un cittadino, un forestiero sia punito con 300 libre di denaro e debba essere rimosso in entrambi i casi con infamia dall’ufficio suo e divenga infame. Se fosse qualsiasi altra persona particolare a fare le cose predette, sia punito a 200 libbre di denari con infamia.

2 Rub.19

– I Regolatori, il loro ufficio, e le entrate ed uscite del Comune, i Revisori dei conti del Comune e il loro ufficio

   L’ ufficio dei Regolatori del Comune e del loro notaio sia questo cioè questi Regolatori ed i loro notai dopo fatta la loro elezione debbono fare il giuramento di esercitare legalmente e bene il loro ufficio e debbono stare e rimanere nel palazzo dei signori Priori nelle ore congrue e dovute, oppure in un luogo congruo e decoroso per dovere esaminare i debiti che di fronte a loro viene chiesto che vengano soddisfatti e pagati dal Comune. E dopo che su ciò hanno deliberato e deciso si proceda in questo ordine cioè dopo che i signori Priori e il Gonfaloniere hanno esaminato il debito o altra cosa, qualora a loro sembrerà opportuna la decisione di concedere la bolletta su ciò, allora essi, con un loro mandato, dovranno fare scrivere, di mano del Notaio dei signori Priori, la bolletta su questa decisione. E infine questa bolletta così dichiarata e scritta venga mandata ai Regolatori predetti, i quali infine, dopo esaminato il debito richiesto e dopo che essi hanno dichiarato, tutti insieme, che il debito deve essere soddisfatto dalla Comunità ritualmente e ragionevolmente, e dopo fatta tra di loro questa decisione siano obbligati e debbano far registrare questa bolletta dei signori Priori e del Gonfaloniere, sottoscritta di mano dal Cancelliere dei signori Priori e del Gonfaloniere, e la fanno registrare e sottoscrivere ad opera del loro Notaio, e sottoscritta così, mandarla al Notaio del registro che la deve registrare; e questa ricevuta registrata sia assegnata al Banchiere del Comune di Fermo che la trattiene e la registra e infine la manda in esecuzione, come è contenuto in essa, per soddisfare questo debito ed estinguerlo. E questi Regolatori e il loro Notaio siano obbligati ad avere presso di loro e tenere i registri degli ufficiali del Comune e i registri degli stipendiari del Comune e ad opera del Comune si debba dare a questi ufficiali e stipendiari qualcosa a titolo di salario comunale; in modo che quando i debiti del Comune saranno esaminati, si possa vedere e conoscere pienamente se il debito richiesto è giusto, o non lo è, e se l’ufficio o le cose per le quali questo salario è richiesto, è stato compiuto dal richiedente o no. E qualora a questi risulterà chiaro e manifesto che questo ufficio è stato adempiuto, viene concessa la bolla; in caso diverso, no. E questa procedura va mantenuta nel dovere esaminare ogni altro debito di questo Comune, cioè che il debito risulti che è liquido. E dopo fatta la decisione da parte loro sul dover concedere la bolla, questo Notaio è obbligato a scrivere in un registro che questo debito che è stato dichiarato da doversi pagare. E dopo fatta e concessa questa bolla (come è stato detto) per questo debito, cancella questo debito e scrive che questa ricevuta è stata concessa per pagare questo debito. Si deve fare diligentemente una inchiesta nell’esaminare i debiti, e investigare prontamente e cautamente attraverso ogni via nel miglior modo come si potrà, prima di concedere questa bolla <considerando> se esiste il debito che è richiesto o è stato soddisfatto in altro modo o debba essere soddisfatto, o no, o se viene chiesto per giusta causa o no. E qualora si scoprisse o in altro modo si ricevessero informazioni che qualcuno chiede qualche debito, già pagato o soddisfatto, sono obbligati e, sotto penalità del giuramento fatto sotto pena di 25 libre di denaro per ciascuno di questi stessi, debbono denunciare, senza ritardo, questa cosa signor Capitano del popolo oppure ad un altro Rettore. E il signor Capitano o il Rettore deve fare inchiesta contro quel tale richiedente e quando quel tale è scoperto colpevole condannarlo fino alla somma di 100 libre, e più o meno, a suo arbitrio, considerando la qualità e la condizione della persona, e la quantità del debito pagato due volte. In questo caso non si applica lo statuto sulla pena per chi richiede un debito già pagato, posta nel registro dei reati. E quando viene concessa qualche ricevuta per il salario di qualche ufficio del Comune per un ufficiale, il Notaio dei Regolatori sia obbligato a scrivere nel registro degli ufficiali, secondo l’elezione fatta di quel determinato ufficio per il quale è concessa la bolla, in quale maniera è concessa a lui la bolla per pagare il salario di tale ufficio, al fine che si possa meglio sapere in seguito, che quel debito o salario sia stato soddisfatto affinché non possa essere richiesto né pagato una seconda volta con inganno per il Comune. Inoltre questo Notaio sia obbligato a scrivere da se stesso in un solo registro il giorno dell’arrivo e della partenza degli ambasciatori del Comune di Fermo e degli altri che hanno un salario o uno stipendio di diaria; similmente vanno scritti i giorni singoli dell’attività loro, individualmente, in questo registro di questi Regolatori, di mano del loro Notaio, al fine che si possa meglio sapere per quanti giorni e in quale maniera si debba concedere loro la bolla del salario; e queste bolle non possano essere concesse in un modo diverso. E dopo che la bolla è stata concessa il Notaio scriva vicino lì dove ha scritto l’arrivo e la partenza degli ambasciatori e dei predetti nunzi o di coloro che (come detto) hanno fatto il servizio, per quale motivo questa bolla è stata concessa per questo salario, e allora abbiano una cancellatura questo debito e i giorni detti, al fine che non si faccia un’altra ricevuta in più oltre quella già fatta. E quando si richiedesse qualche altro debito, oltre al salario di un ufficiale o di un ambasciatore, questi Regolatori non debbano concedere la bolla se in precedenza essi non hanno visto e avuto l’istrumento, la sentenza, la delibera del Consiglio in forma pubblica ed estratta dal registro originale del Comune, ad effetto del quale atto è richiesto tale debito. E dopo concessa la bolla in tale modo, di fronte agli stessi, faccia o faccia fare la cancellatura su quell’istrumento di qualunque debito del Comune, sulla sentenza, o sulla delibera in vigore della quale viene fatta la richiesta di qualcosa al Comune. L’atto ultimato con cancellatura lo tengano presso di loro pongano e facciano porre in una filza. E dopo avere ultimato il loro ufficio debbano farne la consegna ai loro successori affinché sempre (all’occorrenza) si possa ritrovarlo, sempre tuttavia esaminando, prima che la bolla sia concessa da loro, come già detto, se tale debito è giusto, o non è giusto. E affinché i Regolatori del Comune non concedano una bolla a qualcuno e non la faccia quando non va fatta, facciano fare un solo registro in cui, tramite il loro Notaio, siano scritti i singoli nomi di tutti coloro che devono ricevere qualcosa dal Comune. E non appena è stata concessa la bolla a qualcuno, pongano una cancellatura al debito in detto registro, affinché non possa essere reiterato alcun pagamento. E si salvaguardi la conformità, nelle bolle da concedere e nei pagamenti da fare secondo l’ordine di questo registro; e i Regolatori in carica nel tempo, come sopra è espresso, quando vedono che esistono debiti, emettano queste bolle e le concedano. E si possano concedere le bolle secondo come sembrerà più utile per il Comune e nel modo migliore per ciascuno di essi stessi, per la carta, la cera, l’inchiostro e altre cose minute e necessarie per il Comune, sulle quali cose non si può fa risultare alcun istrumento pubblico, né sentenza, né delibera. E questi Regolatori debbono eseguire, col vincolo del giuramento, tutte queste cose, sotto pena di 50 libre di denaro per ciascuno e per ogni singolo caso, quando contravvengono. Questi Regolatori non possono fare giammai una bolla straordinaria dai soldi del Comune se questa non sia derivata da una delibera della Cernita, ad eccezione delle bolle riguardanti spese per la fabbrica e le riparazioni del palazzo, delle strade della Città, delle mura, e degli oratori o ambasciatori che vengono mandati in provincia; ogni altra bolla è totalmente nulla se fatta in modo diverso, e i Regolatori e il Notaio loro scrivente incorre per il fatto stesso nella pena del doppio della somma contenuta nella della bolla <non valida>. E allo scopo che non si commetta frode alcuna nel loro ufficio, vogliamo che ci siano due registri simili che vanno scritti dallo stesso Notaio nei quali sono registrati questi debiti e uno di questi registri debba restare presso il Priore e il Gonfaloniere del popolo e l’altro presso i detti Regolatori. E senza il consenso e la volontà dei signori Priori e del Gonfaloniere non può essere registrato alcun creditore né debitore in questo registro. Se in contrasto a ciò si scrivesse, la scrittura non abbia validità alcuna. E dopo ultimato il loro ufficio, debbano fare il rendiconto del loro ufficio, come è contenuto nel capitolo sul dovere dei rendiconti per gli ufficiali. Parimenti nessuno dei Regolatori del Comune di Fermo, neanche il loro Notaio, durante il loro ufficio, possa né debba acquistare o comperare alcun bene, di proprietà e qualsiasi cosa del Comune e pertinente a questo Comune, da se stessi o tramite altri, per nessun titolo, diritto o causa, né in qualsiasi modo, sotto penalità di 1000 libre di denaro per ciascuno e per ciascuna volta, da imporsi ad opera del Rettore di Fermo o del loro sindacatore, sul fatto, senza nessun processo, e per questa stessa cosa, qualora contravvenissero si intenda che sono privati in perpetuo di tutti e i singoli gli uffici e i benefici della Città e del contado di Fermo. E il Rettore di Fermo e il Sindacatori di questi Regolatori e i loro notai hanno il mero e libero arbitrio per fare inchiesta sulle cose predette contro i predetti e di punire con le pene predette chi ha contravvenuto. Eccetto che per furto e “baratteria” questi i sindacatori non possano essere sottoposti al sindacato su queste cose. Inoltre questi Regolatori debbano essere presenti a tutte e le singole riunioni di Credenza, ai Consigli, presso i palazzi dei signori Priori e del Gonfaloniere, ad ogni loro richiesta. Inoltre debbono avere cura e sollecitudine delle gabelle e delle altre cose e dei beni del Comune, affinché questi beni non siano amministrati male, né dilapidati. Parimenti siano obbligati e debbano, due volte in ciascun mese, fare la presentazione di tutti e i singoli ufficiali e degli stipendiari del Comune di Fermo e dei famigli dei signori Priori. E dopo fatta questa presentazione, nel successivo Consiglio, subito, debbano far leggere i “puntati” (assenti), se ve ne sono, e dopo che questi sono stati letti, siano obbligati a dare scritti i nomi di questi “puntati” al Notaio del registro e questo notaio del registro, insieme con i Regolatori e con il loro Notaio, debba esaminare e scomputare le puntature <degli assenti> dai loro salari o stipendi. E dopo fatto questo scomputo, per mezzo di una ricevuta degli stessi Regolatori, anzitutto facciano registrare questa bolla e dopo averla registrata, mandare questa bolla al Banchiere del Comune. E secondo questa bolla, questo Banchiere deve fare il pagamento seguendo questa bolla e non deve agire in alcun modo diverso, in modo tale che nel dover fare a suo tempo i pagamenti ai Rettori, o agli stipendiari, egli consideri quanto deve essere detratto, affinché non ci sia efficacia nel commettere frode alcuna. Queste sono le penalità delle puntature <di assenze>, cioè per le persone del Podestà e del Capitano e del Giudice di giustizia 100 fiorini d’oro per ciascuno e per ciascuna puntatura; per il Vicario del Podestà e del Capitano fiorini 50; per il Giudice dei reati fiorini 30; per ciascun milite fiorini 25; per ciascun Notaio fiorini 10; per ciascun damigello fiorini 5, per ciascun stipendiato o soldato, Cavaliere fiorini 4. Le pene in realtà della puntatura degli stipendiati, per ciascuno stipendiato, sia soldato, sia cavaliere, perda la paga di un mese, perché si è riscontrato ‘puntato’ <assente>. Le pene poi di puntatura per gli ufficiali del contado e dei Castelli di Fermo, per ciascun ufficiale principale fiorini 10, per il Vicario o per il Notaio fiorini 5; per ciascun famiglio fiorini 3. Le pene per i Castellani siano fiorini 25 ciascun castellano. E tutte e singole queste pene delle puntature giungono al Comune di Fermo. Inoltre uno dei Regolatori insieme con uno degli ufficiali del Capitano del popolo o del Podestà o di altro ufficiale, vada insieme ciascun mese almeno a dover fare la presentazione degli ufficiali del contado e dei Castelli e delle Rocche e degli altri stipendiati che ci sono nel contado di Fermo e faccia questa presentazione con fedeltà e diligenza e debba portare scritti e far leggere nel Consiglio del Comune tutti quelli ‘puntati’ nel contado. Egli debba segna gli eletti per il Notaio del registro e per il Notaio dei Regolatori, che li registrino e facciano lo scomputo per mezzo della loro bolla registrata di questi, come detto prima e li pongano nelle entrate del Comune e infine li consegnino al notaio del Banchiere che li registri e li ponga nelle entrate del Comune. E al momento del pagamento del tale Notaio, o ufficiale o addetto alla rocca deve fare la detrazione dalla paga di costui. E ciascun Rettore sia obbligato per i predetti a mandare uno dei suoi ufficiali con uno di questi Regolatori, ad ogni sua richiesta, per fare la visita di controllo e rivedere queste Rocche e le presentazioni, sotto pena per ciascun Rettore di 100 libre di denaro quando contravviene o rifiuta di fare le cose predette, per ciascuno e per ciascuna volta. I Regolatori e il loro Notaio, quando fossero negligenti in queste cose o in qualcuna delle cose dette, o non adempissero le cose dette o qualcuna di esse, siano puniti con la penalità di libre 50 di denaro, sul fatto, senza alcun processo. Inoltre tutti e i singoli i Rettori e gli ufficiali del Comune di Fermo sono obbligati e debbano praticare tutte e singole le cose contenute in questo statuto, con vincolo di giuramento, con penalità di 100 libbre di denari per ciascuno e per ciascuna volta quando agissero in contrasto con le cose scritte sotto e scritte sopra o contro qualcuna di queste. E allo scopo che il Comune non venga defraudato si debbano dare e concedere i famigli a questi Regolatori per esigere le male paghe o altri debitori del Comune, o quelli che tengono qualcosa spettante a questo Comune. E questi Regolatori siano obbligati anche a rivedere, insieme con un ufficiale del Comune di Fermo e a considerare le fortificazioni delle Rocche e le cose che sono in esse, nel contado cioè tanto le fortificazioni che vi stanno per il Comune di Fermo, come pure delle Rocche e dei Castelli. E quando vanno alla visita di queste Rocche portino con sé una copia dell’inventario della fortificazione di ciascun Castello o Rocca e per le cose non ritrovate facciano la relazione al Consiglio speciale. E il Capitano e il Podestà di Fermo, dopo aver preso visione di questa relazione, debbano punire e condannare sul fatto e senza nessun processo colui o coloro che hanno commesso qualche frode riguardo alle fortificazioni di queste Rocche, con restituzione del triplo di quanto hanno defraudato al Comune e diano punizioni con altre pene sul fatto ad arbitrio del Rettore e per la cosa stessa <il colpevole> perda il suo salario e per il resto sia privato di ogni ufficio e di ogni beneficio del Comune di Fermo. E si faccia fede riguardo alle cose predette alla sola relazione dell’ufficiale e così rimanga. Inoltre spetta principalmente all’ufficio di questi Regolatori di rivedere e calcolare i registri e i rendiconti dei Tesorieri del Comune, e di altri ufficiali nelle mani dei quali sanno che arrivano i soldi, le cose i beni del Comune, entro quindici giorni dopo che le notizie sono arrivate a questi Regolatori e facciano scrivere subito nel loro registro, per mano del loro Notaio, quel calcolo che hanno trovato o deliberato e in ogni caso debbono consegnarlo al Notaio del registro in modo tale che ogni cosa sia evidente nel registro di registrazione. Questi Regolatori sono obbligati alle cose predette, anche il loro Notaio e il Notaio del registro, sotto penalità di 25 libre di denaro e con la detta restituzione del danno che è stato patito dal Comune a motivo della loro omissione, per ciascuno di essi e per ciascuna loro cosa. E riguardo a tutto quanto è contenuto nel presente statuto e ad ogni altra cosa dannosa commessa per opera di questi o di uno di questi, in frode, e a detrimento di questo Comune, questi Regolatori debbono essere sindacati quando hanno ultimato il loro ufficio, ad opera del Giudice di giustizia o del Capitano del popolo, secondo la forma dello statuto che sta nella rubrica che riguarda il sindacato dei signori Priori del popolo e altro.

2 Rub.20

– L’ufficio del Banchiere e del suo Notaio

   L’ufficio del Banchiere del Comune sia tale, cioè che prima di iniziare il suo ufficio faccia il giuramento corporale di reggere di esercitare il suo ufficio bene, fedelmente e legalmente e senza frode e secondo la forma degli statuti del Comune di Fermo e di non venderlo, e dopo ultimato il suo ufficio fare un rendiconto sufficiente delle cose fatte da lui nel medesimo ufficio e deve su ciò presentare idonei fideiussori. Faccia un giuramento simile anche il suo Notaio che sia Notaio pubblico di autorità imperiale o apostolica e debba giurare insieme con questo Banchiere nella sala grande del palazzo insieme con altri cittadini, di fronte ai signori Priori. Qualora si faccia in modo diverso, i signori Priori respingano questo Banchiere e non lo ammettano in alcun modo al giuramento. E il Cancelliere non faccia la stipula, né lo accolga, sotto la penalità di 10 ducati per ciascuno dei signori Priori e per il Cancelliere 5 ducati da trattenere sul fatto dal loro salario e da pagare qualora contravvenissero. E possano e debbano scegliere ed estrarre un altro Banchiere tra quelli nel bussolo per esercitare l’ufficio di Banchiere, con un Notaio da prendere e da avere, come detto sopra. E questo Banchiere sia obbligato a ricevere la borsa che gli va consegnata a spese del Comune in cui sempre tenga i soldi di questo Comune e non in altra borsa. Inoltre questo Banchiere e il suo Notaio hanno obbligo di stare nel palazzo dei Priori al banco, dove sarà loro ordinato ed esercitare soltanto ad opera propria il loro ufficio e riporre i registri degli atti del loro ufficio dentro lo scanno maggiore del Comune e non tenere fuori dal palazzo questi registri, né alcuno di questi, neppure portarli fuori dal loro luogo di residenza, né farli portare fuori o permetterlo, in nessun modo, e non scrivere alcuna scrittura né atto pertinenti al loro ufficio in altro luogo, se non in questo detto né farlo in alcun altro modo. E ciascuno, tanto il Banchiere quanto il Notaio abbia il suo registro fatto da sé, in cui scrive le entrate e le uscite dei conti del Comune, e da se stesso e non con un sostituto appongano il giorno, la località, i testimoni in queste scritture; e quanto fatto in modo diverso non ha validità per il diritto stesso, con penalità per chiunque contravviene in una delle cose predette di 25 libre di denaro, per ogni volta. Inoltre il Notaio di questo Banchiere è obbligato, tutte le volte che in Consiglio sono presentate le sentenze penali <fatte> nella Curia del Podestà o del Capitano, a stare presente per dover ascoltare queste sentenze insieme con il Notaio del Rettore che le legge e tenere nelle mani una pergamena di queste sentenze, scritta di mano del Notaio che legge in quel momento; e dopo che la sentenza è stata proclamata la prende con sé e la ripone nel detto arciscanno, sotto pena di 10 libre di denaro per ciascuna volta. E le sentenze penali non possono essere né prese né lette senza la presenza e la richiesta del predetto Notaio, sotto pena, per ciascuna volta, di 100 libre di denaro per ciascun Rettore e ufficiale che contravviene e 100 denari per il Notaio per ciascuna volta che le leggesse in modo diverso. E il Rettore o l’ufficiale che presenta le sentenze e il Notaio che le legge sia punito se non ha presentato le copie di queste tendenze, quando queste sono lette o fatte conoscere, né le abbia date a questo Notaio del Banchiere, con la pena, per ciascuna volta, di 200 libbre di denari per il Rettore e l’ufficiale; ma per il Notaio che legge con la pena di 25 libre di denaro per ciascuna volta. E il Banchiere e il suo Notaio facciano insistenza sollecitando che queste sentenze pubblicate siano messe in esecuzione. Inoltre questo Banchiere è obbligato a custodire e a salvaguardare con diligenza e fedeltà, tutti i soldi e le cose pertinenti al Comune che dalle condanne e da altri modi siano pervenute nelle sue mani. Questo Banchiere e il suo Notaio, di mano propria, ciascuno nel suo registro, sena intervallo di tempo, debbono fare la registrazione delle entrate degli interessi del Comune, nel modo e nella forma indicati sopra, sotto pena di 100 libbre di denari per ciascuno e per ciascuna volta. Questo Banchiere non può fare alcuna dichiarazione né soddisfazione di alcun denaro né cosa spettante al Comune, senza agire con pagamento manuale e con consegna, sotto penalità di 100 libre di denaro per il Banchiere e per il Notaio che scrive ciò, da esigersi sul fatto ogni volta e da ciascuno di loro anche durante il loro ufficio, ad opera del Rettore o del Giudice di giustizia della Città di Fermo. Se si facesse in altro modo, non ha validità giuridica. E questo Banchiere non possa dare né pagare alcuna cosa né una somma di soldi di questo Comune o pertinenti a questo Comune a nessuno, se precedentemente non ha visto la bolla e il mandato dei signori Priori e del Gonfaloniere che sia scritta di mano del loro Notaio e segnata con il loro sigillo e approvata poi dai Regolatori del Comune, di seguito sottoscritta di mano del loro Notaio e ad opera di questi sigillata, contenente scritta la somma o la cosa e il motivo, anche la persona a cui si fa la consegna o il pagamento e questa bolla sia stata vista e sottoscritta dal Notaio del registro. Però non possa ricevere cosa alcuna né somma di soldi che siano pertinenti al Comune o di questo Comune in altro modo se prima non ha avuto la bolla dei signori Priori, e del Gonfaloniere, scritta di mano del loro Notaio e sottoscritta solennemente e sigillata almeno con il loro sigillo piccolo e contenente scritta la somma o la cosa. E il Banchiere dopo ricevuta questa bolla, è obbligato lo stesso Banchiere a sottoscriverla di propria mano e contenente la somma o la cosa che ha ricevuto e in quale giorno, e infine rimandarla al Notaio dei Regolatori e del registro, da registrarsi ad opera di questi. E poi dopo che è stata così registrata egli la deve mandare al Notaio dei signori Priori che la deve subito mettere nella filza e conservare. Il Notaio del Banchiere deve registrare queste bollette che contengono le cose predette, apponendo solennemente il giorno della presentazione. Questo Banchiere infine debba mandare in esecuzione le cose contenute in essa. E lui stesso, come anche il suo Notaio, ciascuno sia obbligato a scrivere di propria mano nel suo registro le cose ricevute, date e pagate nei conti del Comune. E non sia lecito al Notaio nel fare la registrazione, né al Banchiere nel pagare e nell’eseguire secondo quanto contenuto in una bolla sottoscritta, di cambiare l’ordine degli atti o delle scritture, posporre o mutare, sotto pena di perdita dell’ufficio e di 100 libbre di denari per chi contravviene e per ciascuna volta, nei singoli casi predetti, da esigersi sul fatto. E se Banchiere non avesse di che soddisfare (in pagamento) quanto contenuto in quelle bollette registrate, come già detto, il suo successore è obbligato ad eseguire le cose predette secondo l’ordine delle scritture del suo predecessore, quando <l’entrata> giungerà alle sue mani, dai soldi e dall’avere dal Comune. Il Banchiere comunale non possa spendere alcunché né pagare per le migliorie del palazzo o del luogo di riposo o della masseria o di alcuna altra cosa del Rettore o dell’ufficiale del Comune, senza la bolla solennizzata nel modo predetto, altrimenti restituisca dal proprio avere. E qualora risultasse che ha speso a nome del Comune più di quanto è l’entrata che gli è pervenuta per il Comune, viene è imputato a lui stesso, a sua perdita. Non ammetta alcuna delega da nessuno, né una compensazione di alcun debito che obblighi il Comune, per qualsiasi ragione o causa, ad eccezione di qualcuno a cui il Comune sia obbligato a dare il compenso, o a chi vuol fare delega a nome suo proprio o ereditario: in questo caso egli possa e debba farlo dopo aver rispettato la solennità della suddetta bolla; con penalità per il Banchiere che contravviene in qualche cosa, di 100 libbre di denari per ciascuna volta. E per quello che sia stato fatto in modo contrastante, non abbia validità giuridica. Aggiungiamo inoltre che questo Banchiere non osi, né presuma estrarre, spendere, né toccare senza una delibera della Cernita dell’assetto <provvisto> del contado, se non per il pagamento delle taglie. E se i signori Priori o i Regolatori lo decidessero, egli non sia obbligato ad obbedire; ma chi contravviene viene privato degli uffici e dei benefici per il fatto stesso e sia anche messo in carcere per riconsegnare e restituire i soldi estratti dall’assetto. Da qui non sia scarcerato fino a quando non avrà ridato i soldi e pagato per queste taglie da soddisfare. Questo Banchiere sia obbligato e debba soddisfare i soldi degli assetti per gli assetti delle arti per le arti, quelli ordinari per le cose ordinarie, altri per altre cose secondo come sarà l’ordine, neanche ammetta che alcuna bolla ordinaria né straordinaria sia pagata senza la delibera della Cernita, sotto la pena predetta di privazione, con questa espressa dichiarazione che nel tempo del suo rendiconto da fare e da calcolare, i Regolatori non ammettano in alcun modo queste bolle straordinarie pagate, ma si intenda che il Banchiere stesso le abbia a pagate con i suoi propri soldi. E qualora a motivo di fare l’estrazione dei soldi degli assetti da fare ad opera di questo Banchiere avvenissero esecuzioni e corressero spese al Comune, allora ricada sul Banchiere e sia obbligato e costretto a pagare dai suoi propri soldi dette spese e le esecuzioni da fare in occasione del pagamento delle taglie. E dopo che ha ultimato il suo ufficio non possa né debba scrivere né aggiungere nulla nel registro o bastardello, sotto pena di 50 ducati. E neppure il Notaio dei Regolatori faccia alcuna aggiunta nel registro. E questo Banchiere non possa, né ad opera sua, né tramite altri, comprare o ricevere qualche potere contro il Comune, né possa prendere né trattenere <per sé> qualcosa acquistato o ricevuto o acquisito dai soldi e dall’avere del Comune, sotto pena di cento libre di denaro per ciascuna volta. E tutto quello che fosse fatto in modo contrastante non ha validità per il diritto stesso. Egli perda la spesa e restituisca quel che è ricevuto o trattenuto, ma sia applicato per il Comune, e il restituito sia applicato al Comune. L’accusa contro di lui su queste cose possa essere fatta da chiunque. Inoltre il Banchiere né il suo Notaio, durante il loro ufficio, possa ad opera propria o altrui, comprare o ricevere, né in alcun titolo o aspetto acquisire nessuna gabella del Comune o qualsiasi altra cosa, o diritto del Comune, o cosa pertinente al Comune, sotto pena di 100 libre di denaro per chiunque contravviene, per ciascuna volta, da esigere sul fatto, senza processo e perda la spesa insieme con la cosa o il diritto per il fatto stesso. Inoltre questo Banchiere paghi il salario al Podestà, al Capitano e a ciascun altro ufficiale del Comune, a ciascuno di questi, nel seguente modo: cioè la terza parte al termine dei primi due mesi, un’altra terza parte alla fine dei successivi due mesi, e la restante terza parte al termine del suo sindacato. E terminato questo sindacato e dopo fatto il rendiconto, se non avviene una condanna, viene fatto il pagamento, ma riceva prima, da questo Banchiere e dal Notaio del registro, a nome del Comune, la quietanza totale e sufficiente e finale, fatta da questo Rettore o ufficiale per quello che può chiedere in occasione del salario del suo ufficio, diversamente si intenda che avesse pagato con i soldi propri. parimenti non può questo Banchiere e neanche il suo Notaio, ricevere soldi o cose, né chiederne per una bolletta che abbia dato a qualcuno e l’abbia fatta nel far fede al Rettore o a un ufficiale riguardo alla condanna che qualcuno abbia pagato, o per qualsiasi altra bolla o scrittura che abbia dato nel suo ufficio o abbia fatto. Ma piuttosto è obbligato ciascuno di essi, gratis, a dare subito gratis e fare la bolla di tale pagamento, e delle altre cose opportune, su richiesta o domanda di un tale solvente e di colui a cui spetta, sotto pena di 10 libre di denaro per ciascuno e per ciascuna volta. Questo Banchiere non riceva né faccia ricevere alcuna ricompensa, né dono, né premio o regalo ospitale da una persona alla quale il Comune o il Banchiere per il Comune dovesse qualcosa, per pagare tale debito, o per sbrigare il pagamento o per qualche altra occasione o causa o ragione del suo ufficio; e se contravvenisse lui di persona o tramite altri, prendendo qualcosa o trattenendola in qualche modo o per un colore qualsiasi richiesto da parte di colui con il quale il Comune fosse in debito per qualsiasi causa o da parte di un altro a nome di lui, sia punito ad opera del Podestà e del Capitano, anche durante il suo ufficio, o dopo, o anche ad opera del sindacatore, per ciascuna volta al libre 100 sul fatto e senza processo alcuno e tuttavia qualunque cosa abbia ricevuto o ritenesse nella predetta occasione la deve lasciare e oltre a questo pagare il doppio al Comune e venga costretto a consegnarla nel predetto modo e per il resto sia escluso e privato in perpetuo di ogni e singolo ufficio della Città e del contado di Fermo in perpetuo, per ciò stesso

 e non si possa può fare appello, querela, reclamo, supplica di restituzione all’intero, o trattare di nullità o fare opposizione per la sentenza che si deve emettere, né per la pena da imporre per le cose predette contro questo Banchiere e il suo Notaio. E ciascun Rettore della Città di Fermo abbia libero arbitrio di fare inchiesta, investigazione e punizione e condannare i predetti sulle cose predette, sul fatto, senza processo alcuno; per qualcuna delle cose predette il Rettore o l’ufficiale che stabilisce o fa in tal modo non debba né possa essere sindacato, né stare al sindacato se non per furto e “baratteria” soltanto.

 E qualora capitasse che si proceda sulle cose predette contro questo Banchiere, durante il suo ufficio e fosse punito e condannato, venga deposto dal suo ufficio, per ciò stesso e faccia il suo rendiconto al Comune entro il terzo giorno e chiunque sia considerato come legittimo accusatore e denunciatore sulle cose predette e sia tenuto segreto, e abbia luogo per cose passate, presenti e future. E questo Banchiere, anche il suo Notaio, abbia il salario consueto dai soldi del Comune e lo stesso Banchiere validamente lo tiene per sé da questi soldi, tuttavia interponendo la solennità della sopradetta bolla. E sia obbligato entro tre giorni dall’ultimazione del suo ufficio, a consegnare ai Regolatori i suoi registri e le predette bolle dei conti predetti e qualora entro questi tre giorni non lo facesse, come detto, sia punito a libre 100 di denaro ad opera di qualsiasi Rettore. E dopo presentato e visto il rendiconto della sua amministrazione, ad opera di questi Regolatori deputati allo scopo, i predetti registri con le bolle dei pagamenti fatte dallo stesso Banchiere, siano raccolti in un sacco tra le altre scritture del Comune. E qualora questo Banchiere, o il suo Notaio in questo loro ufficio avesse commesso qualche frode in tale suo ufficio, in contrasto alla forma di questo statuto o di altri statuti che riguardano il suo ufficio, sia punito a libero arbitrio del Podestà, del Capitano, o del sindacatore, anche sul fatto e senza processo alcuno, considerando la qualità di reato, facendo salvi comunque gli statuti e le pene predette. Chiunque sia considerato legittimo accusatore e denunciatore riguardo alle cose predette. E questi Rettori possono fare inchieste con libero arbitrio e fare investigazione, anche senza praticare nessuna solennità, anche punire e condannare, come detto. E ciascun Banchiere sia obbligato a tenere la copia di questo statuto, affinché non sia valido che alleghi l’ignoranza sulle predette cose. Inoltre questo Banchiere sia obbligo nella mattinata quando i signori Priori e il Vessillifero di giustizia consegnano le chiavi e i sigilli del Comune ai loro successori nel loro ufficio, subito dopo fatta la riconsegna da parte di questi signori Priori e del Gonfaloniere, alla presenza di questi signori e di fronte a tutti gli astanti in questa riconsegna, egli si alza in piedi e dice al tale successore nel suo ufficio, pubblicamente apertamente: “Io consegna a te tale mio successore la borsa in cui è consuetudine che siano tenuti i soldi del Comune e restituisco la rimanenze restituisco in questa borsa a te, cioè quanti in questa borsa sono contenuti”. E qualora non ci fosse alcun avanzo, allora consegna questa borsa vuota a lui e dica che non c’è alcun avanzo in modo che qui si giunga a dare ivi a tutti gli astanti notizia se c’è qualche avanzo o no.  E il Notaio del Banchiere successore sia obbligato a scrivere questa riconsegna di questa borsa, con ordine all’inizio del registro della sue entrate; poi il Banchiere che ha ultimato così il suo ufficio e ha riconsegnato la borsa in questo modo, anche il suo Notaio sia obbligato, entro il terzo giorno a restituire e riconsegnare ai Regolatori di questo Comune i registri suoi delle entrate e delle uscite e di tutti i conti di questo Banchiere, in modo che sia visibile chiaramente la contabilità e si possa esaminarla e qualora, nel rendere la contabilità, si riscontrasse che questo Banchiere non abbia riconsegnato tutto intero il residuo dei soldi da restituire, nel momento della riconsegna di questa borsa, sia obbligato al doppio di ciò che avrebbe dovuto riconsegnare allorquando era obbligato e ha riconsegnato la borsa e oltre a ciò sia punito ad arbitrio del sindacatore.

2 Rub.21

– L’ufficio dei Consoli dei mercati

   Questo sia l’ufficio dei Consoli dei negozianti per l’ufficio del consolato e del loro Notaio, cioè questi Consoli e il loro Notaio debbano stare continuamente nelle ore congrue, nel luogo consueto per il rendiconto e per conoscere ed ultimare tutte le questioni che vertono tra qualsiasi persone, sia cittadini e forestieri in occasione di un acquisto o di una vendita di mercanzie di cose mobili tanto prodotte, quanto da produrre, attraverso il mare o per terra ad opera di chiunque, e di qualsiasi quantità siano e tutte le altre questioni per qualsiasi motivi fino alla somma di 100 soldi di denari soltanto; purché la parte attiva giuri che deve ricevere per questa causa una somma non maggiore per non fare la divisione della somma per la stessa causa, e affinché non si commetta una frode in questa giurisdizione e sempre si consideri quel che è dovuto e non quello che viene richiesto. E quanto fosse fatto in maniera difforme non abbia validità né regga per il diritto stesso. Nelle altre questioni poi o nelle altre cause questi Consoli non possano intromettersi né abbiano validità le inchieste su di esse, né abbiano giurisdizione, se non quando spontaneamente i litiganti vorranno convenire alla loro presenza e spontaneamente faranno la lite e daranno le risposte di fronte a loro; e di queste cose che si dibattono di fronte a loro, possano fare inchieste e definirle in modo sommario, semplice e pacatamente, senza rumore e senza parvenza di processo, omettendo qualsiasi solennità e essenzialità, ma solamente con lo scoprire la verità del fatto. E siano obbligati a decidere tutte le cause vertenti di fronte a loro, delle quali fanno le inchieste, senza il consenso delle parti e debbano ultimare entro 25 giorni da calcolare dal giorno della prima citazione, sotto pena di 25 libre di denaro per ciascuno e per ciascuna volta. Entro questa scadenza decidano le cause di cui hanno cognizione per spontaneo consenso, se sono di prezzo di 25 libre di denaro o meno di questo, ciò sotto la detta penalità.  Nelle altre <cause> poi mantengano il modo ordinato e le scadenze ordinate delle cause civili ordinarie che stanno nel registro delle cause civili. Questa scadenza nella Curia di questi Consoli decorra dal giorno della concessione della contumacia in tutti i giorni anche festivi che non siano di culto in onore di Dio; purché a questi sia sempre chiaro, riguardo a queste cose, e manifestato per mezzo di un istrumento o di una scrittura, di mano del debitore o del promettitore della somma, o di qualche cosa, o per mezzo della confessione della parte, o tramite i testimoni, o per mezzo della prova semicompleta e tramite il giuramento della parte di colui dal quale questi Consoli dei negozianti considerano opportuno debba farsi. E il Podestà o il Capitano, in carica nel tempo, siano obbligati e debbano mettere in esecuzione le sentenze e i precetti pubblicati e fatti ad opera di questi Consoli secondo la giurisdizione degli stessi Consoli, costringendo la parte condannata in maniera reale e personale, come sembrerà più e conveniente a questi signori Rettori o ad uno di costoro che mettono in esecuzione i precetti o le sentenze. Nell’esercizio di questo loro ufficio questi Consoli possano imporre le pene e i bandi fino alla somma di 25 libre di denaro inclusivamente o meno di ciò, in considerazione della quantità e della qualità del fatto e della faccenda della causa. Il Podestà il Capitano o uno di loro è obbligato a fare l’esecuzione di questi bandi imposti e da imporre ad opera di questi Consoli e a prelevare alla parte disobbediente, su richiesta di questi Consoli o della parte a favore della quale si fanno le cose predette, e dopo trascorsi 10 giorni dal giorno del precetto fatto, costringere e far costringere questi disobbedienti nel palazzo e la loro famiglia mandare il balivo del Comune a catturare colui o coloro che gli stessi consoli hanno voluto ed hanno dichiarato per questi debiti da pagare o per i bandi imposti nelle occasioni dette sopra, secondo la loro sentenza e il loro mandato. E questi Consoli siano obbligati a fare e a far fare le cose predette e a farle fare, adempierle e metterle in esecuzione, come detto sopra, e essi stessi e il loro notaio debbano esercitare bene e legalmente questo ufficio, ed agire senza frode, e senza alcuna malizia e secondo la predetta maniera e se procedessero in modo differente non c’è validità giuridica per il diritto stesso. E questi Consoli ed il loro Notaio all’inizio del loro ufficio debbano fare il giuramento di esercitare bene e legalmente questo ufficio e non possano avere alcun salario, né debbano averlo dal Comune né da persone speciali, se non secondo le scritture che sono fatte in occasione di questo ufficio e percepire in questo ufficio secondo il modo e la forma trasmessa nel capitolo sul salario dei notai delle banche civili di questa Città. Questo salario poi o guadagno venga diviso tra questi Consoli e il loro Notaio e ciascuno con la sua rata. E questi Consoli e il loro Notaio siano eletti in questo modo, cioè ci sia un sacchetto in cui si ripongono tre marsupi e in uno di questi si ripongono sei cedole in pallottole di cera e in ciascuna di queste pallottole <di nomi> siano posti un avvocato o procuratore collegiale e matricolato, ed un negoziante, e un Notaio tra la contrada Castello e la contrada Pila; in un altro marsupio siano poste altre sei cedole nelle predette pallottole e in ciascuna di queste è posto un avvocato o procuratore collegiale, come detto sopra, e un negoziante, e un Notaio tra la contrada San Martino e la contrada Fiorenza; e la stessa forma e modo si pratichino per la contrada San Bartolomeo e Campolezio. E questo ordinamento si faccia ad opera dei signori Priori e del Gonfaloniere di giustizia e di due buoni uomini per <ciascuna> contrada. E questi Consoli e il Notaio siano estratti da questo sacchetto, finché durano queste cedole. Dopo finite queste, se ne fanno altre di nuovo nella forma e nel modo predetti. E le autorizzazioni delle tenute date e da darsi e da riceversi hanno validità d’autorità dei Consoli a favore dei creditori contro i debitori e queste tenute si tengano per l’autorità del presente statuto, e tali tenute siano messe in esecuzione come si trova scritto più ampiamente nel capitolo sulle licenze e sulle tenute. E questo statuto presente sia e debba essere preciso e deroghi per ogni altro statuto fatto, e provvigione e delibera fatte. E questi Consoli sono obbligati e debbono in tutto e per tutto adempiere questo statuto e non immischiarsi in altre questioni su cui non fanno indagine, secondo la forma del presente statuto. E se contravvenissero alle cose contenute nel presente statuto, ciò che facessero non abbia validità giuridica per il diritto stesso, e gli ufficiali del Comune non sono obbligati ad esecuzione le cose estranee a tale giurisdizione che si facessero. E questi Consoli siano obbligati ad esercitare il proprio ufficio da sé stessi, né lo possono affidare ad altri; tuttavia tra di loro uno può affidare a un altro Console la commissione di indagine sulle cause vertenti di fronte a loro esclusivamente, fino alla sentenza. Questi due poi sono obbligati a dare insieme le sentenze definitive e a pubblicarle; e si facesse diversamente la sentenza non ha nessuna validità, in qualsiasi modo. Aggiungiamo che il loro Notaio sia obbligato e debba registrare e annotare tutti i loro atti e le sentenze nel registro da farsi nel tempo di ciascun ufficio dei Consoli e dopo ultimato il tempo dell’ufficio dei detti Consoli, il Notaio restituisca il predetto registro pubblicato al Notaio dei Regolatori. E il Notaio dei Regolatori sia obbligato, senza alcun compenso, a mostrare questo registro a chiunque pensa di essere interessato per le sue cose, tutte le volte che costui vorrà vedere e leggere questo registro.

2 Rub.22

– Ufficio del Massaro che ha da provvedere e curare le suppellettili e le munizioni del Comune

   Sia e si intenda Massaro del Comune della Città di Fermo colui che è e sarà in futuro, il Sindaco del Comune per le faccende; sia e si intenda il suo Notaio chi è e sarà eletto per l’ufficio del registro del Comune. Questo Massaro sia obbligato e debba fare scrivere a questo Notaio tutte le cose e le suppellettili del Comune che stanno e che staranno nel palazzo dei signori Priori del popolo e del Gonfaloniere di giustizia, del signor Podestà, del signor Capitano o del Giudice di giustizia o di qualsiasi altro ufficiale forense di questo Comune, il quale avesse cose e alcune suppellettili dai beni e dalle cose di questo Comune e gliene deve far fare gli inventari, e assegnarle ai signori Priori e agli altri predetti ufficiali, nel primo giorno quando entrano nel palazzo di loro abitazione, con un rogito del notaio. E nel tempo in cui questi ufficiali debbano ultimare, uscendo dal palazzo, debba esigere da costoro il rendiconto di tali cose e suppellettili già dette e da loro deve riprendere le predette cose illese. Qualora questi signori Priori e il Podestà il Capitano o il Giudice di giustizia o gli altri ufficiali predetti non restituissero intatte le cose date e consegnate a loro, tramite questo Massaro, essi sono obbligati a rimediare e farle rifare spendendo il salario proprio loro. E il Sindaco che farà il sindacato di costoro o di qualcuno di essi, a richiesta del detto Massaro, nel tempo del sindacato, sia obbligato a far ristabilire le dette cose da quel tale ufficiale che non ha restituito le cose già dette, o non restituisce dal salario di questo tale ufficiale e a spese di tale ufficiale le cose che ha perdute o rovinate. E si faccia l’acquisto di altra cosa che sostituisce quella perduta o rovinata e sia stabilita di nuovo, in modo che le cose e le suppellettili del Comune siano sempre mantenute e amministrate. Qualora questo Massaro o il suo Notaio risultassero negligenti in qualcuna delle cose dette, e qualora si perdesse o si distruggesse qualcuna delle suppellettili e non si facesse il recupero da parte di questi ufficiali, come detto sopra, per loro negligenza, oppure non lo esigessero, incorrano nella pena di 10 libre di denaro per ciascuna volta e per qualsiasi cosa o suppellettile predetta e per ciascuno di essi, e tuttavia siano obbligati al recupero di queste cose o suppellettili perdute o distrutte, a proprie spese. E il successore di questo Massaro sia obbligato ad esigere il rendiconto dal suo predecessore o vedere gli inventari fatti ad opera del predecessore suo, con rogito notarile, e averne da lui la consegna, in modo che, con chiarezza e apertamente, si veda per difetto di chi le cose e le suppellettili siano perse o rovinate oppure non siano state chieste o richieste da questi ufficiali; e siano obbligati a queste penalità e al predetto recupero.   

2 Rub.23

– L’elezione dei Notai i Banchi <delle cause> civili e degli appelli e le loro competenze

   In questo modo i notai dei banchi per gli atti civili e per gli appelli siano eletti e tale sia il loro ufficio, cioè ogni Podestà all’inizio del suo officio o governo, nel Consiglio dei 150 faccia eleggere alle “scarfine” <incarico per il controllo>, secondo il solito modo, quattro notai per ciascuna contrada, buoni, esperti e legali, di età minima di 25 anni. Questi notai devono sedere e stare presso i banchi delle cause civili insieme con il Podestà e con i suoi Giudici. Due di questi siano notai degli appelli con il Capitano e con il suo Giudice oppure con il Giudice di giustizia e degli appelli se non ci fosse il Capitano. E quelli che sono stati scelti per le cause civili, non possono stare all’ufficio degli appelli e viceversa i notai degli appelli non possono stare, né esercitare l’ufficio delle cause civili, durante detto tempo. E colui che ottenesse questa “scarfina”, non può trattenerla per sé se non è un Notaio buono, esperto e legale; ma, come è stato detto, eleggere un altro Notaio buono, esperto e legale. E il loro ufficio duri sei mesi, cioè dall’inizio dell’ufficio del Podestà fino alla fine del suo ufficio. E Nessuno possa eleggersi per questo ufficio se non sia da almeno dai precedenti venti anni, tra i Cittadini e abitanti della Città di Fermo, lui stesso, il padre e il nonno e se non abbia almeno l’età di 25 anni, come già detto. E qualora qualcuno contravviene, sia facendo l’elezione, sia accettandola, paghi la penalità di 10 libre di denaro. Questi notai possano stare al servizio in questi uffici tramite un Notaio sostituto, parimenti notaio buono ed idoneo ed esperto e legale, il quale giuri di esercitare questo ufficio bene e legalmente. E scrivere bene e fedelmente tutte le scritture pertinenti e spettanti il loro ufficio, per le quali saranno richiesti. Inoltre chiunque di questi notai, sia di atti civili sia di appelli, sia obbligato e debba fare il calendario nei propri registri, cioè scrivere tutti i giorni di attività giuridica e quelli di riposo, con il motivo per cui sono di riposo. E qualora contravvenga, sia punito sul fatto, ciascuno < di essi> e per ciascuna volta a 10 libre di denaro e per il resto durante questo tempo di sei mesi non possano sedere né stare presso i detti banchi.

2 Rub.24- Uffici competenti dell’Avvocato e del Sindaco del Comune per le cause.

  Ordiniamo che per difendere i diritti e le cause del Comune, anche per compiere e venire a conoscere i diritti di questo Comune, sia eletto un avvocato buono ed esperto e venga stabilito un Sindaco per il Comune, nel Consiglio. E questi sono obbligati a difendere e trattare le cause del Comune sia nell’azione attiva, sia nella difesa. E questo Sindaco e questo avvocato abbiano un mandato speciale e generale per le cause ad ogni atto delle cause, con piena, libera e generale amministrazione sulle predette cose, come se hanno un pubblico mandato sia nell’azione attiva, sia anche nella difesa in una causa principale e in appello. E l’ufficio di questi dura un anno. E per il loro salario abbiano quello che sarà dichiarato ad opera dei signori Priori e dei Regolatori. E affinché non si commetta frode alcuna nei reati, siano obbligati e debbano vedere e studiare tutte e singole le denunce di reati e le accuse prima che debbano consegnarle tramite i Sindaci o qualunque altra persona, ai Rettori della Città di Fermo, o ai loro officiali e di mano di uno di essi le debbono sottoscrivere e questi non possano riceverle senza questa sottoscrizione. Inoltre siano obbligati e debbano, per coloro che vogliono dare petizioni ai Rettori o ai loro officiali forensi, nel tempo del loro sindacato, mettere a disposizione l’avvocatura, il consiglio e patrocinio, ricevendo la mercede che compete, sotto penalità di perdere il loro salario e essere privati dell’ufficio quando contravvengono per negligenza o per rifiuto di prestare questo patrocinio. Inoltre questo avvocato e questo procuratore per la difesa di persone povere e miserabili e di altre che non trovano un avvocato o un procuratore, sono obbligati e debbono fare da difensori per queste persone povere e miserabili e per altre persone che non trovano un avvocato e un procuratore, ricevendo la mercede che compete. Qualora non lo facciano e siano negligenti, perdano il salario. A questi Avvocato e Sindaco, allo scopo di renderli maggiormente solleciti per gli interessi del Comune, sia pagato ad opera del Comune un salario in ogni mese. Qualora essi siano trovati fraudolenti in qualche imbroglio, siano puniti nella penalità contenuta negli statuti. E tutti possano fare l’accusa e lucrino la metà di tali penalità e venga tenuto segreto l’accusatore. Inoltre questo Sindaco nel tempo del sindacato del Podestà e del Capitano sia obbligato e debba comparire di fronte ai Sindacatori con una petizione formulata nell’inquisizione generale e darla, chiederla e attivarla e praticare ogni diligenza in essa, in modo tale che il sindacato di questi venga discusso con severità. E questo Avvocato abbia almeno l’età di 25 anni e anche il Sindaco, almeno di questa età. E siano obbligati a scrivere un registro o inventario di ogni singola causa e questione del Comune e lasciarlo ai successori. E chi ha assunto questo ufficio non possa reiterarlo fino a sei anni, calcolati da quando ha finito il suo ufficio.

2 Rub.25-Gli Officiali dei Castelli del Comune di Fermo da imbussolare.

   Poiché conviene che i Castelli del Comune di Fermo siano governati con giustizia e abbiano a ricevere incrementi, sotto la protezione di questa Città, perciò con questa legge stabiliamo che i signori Priori del popolo e il Gonfaloniere di giustizia che sono in carica ora e quelli che lo saranno nel tempo, insieme con i Regolatori, i Capitani dei collegi e dei riformatori siano obbligati e debbano fare mettere nel bussolo quattro uomini per ogni contrada, che siano oriundi della Città di Fermo, competenti, idonei ed esperti ad esercitare gli uffici e quelle che siano tra i più competenti e i migliori di ciascuna contrada siano destinati ai migliori e maggiori Castelli e questi quattro uomini così eletti o i loro nomi siano posti in un sacchetto o in un bussolo. E i nomi dei seguenti Castelli Maggiori, siano posti in un altro bussolo. E ad opera del Gonfaloniere di giustizia venga estratto “alla scarfina” il nome di uno di quelli posti nel detto bussolo in cui stanno i nomi dei detti quattro uomini per ciascuna contrada. E poi egli faccia estrarre dall’altro bussolo in cui stanno i nomi del Castello. E chi capita diventa l’officiale, il Vicario, o Podestà di quel Castello. E si faccia così con ordine fino a quando restano i detti Castelli maggiori. E chi è estratto in tale modo, come gli capita, sia obbligato a dover dirigere quel Castello, sotto pena di 100 libre di denaro. E il suo ufficio dura per sei mesi e non oltre, salvo se il suo successore non arrivi nel termine del tempo e debba aspettare il successore, e il suo ufficio duri fino a quando viene il successore suo, e non può abbandonare l’ufficio fino a quando il successore non viene. E a costui venga data la paga per la rata del salario e del tempo e debba dirigere il Castello secondo gli statuti e secondo la forma dei patti stabiliti tra il Comune di Fermo e quel Castello, o con gli uomini di questo Castello. E colui che è stato così estratto sia obbligato a giurare sui santi Vangeli di Dio, nelle mani di questi signori Priori, che eserciterà questo ufficio, bene, legalmente fedelmente e senza frode e secondo la forma di tali statuti di Fermo e dei predetti patti, a servizio e agli ordini di questi signori Priori e del Gonfaloniere di giustizia.

 Nomi dei Castelli Maggiori:

Castello di Grotta a Mare, Castello di Petritoli, Castello di Servigliano, Castello di Falerone, Castello o Terra di Monte Fiore, Castello di Sant’Angelo in Pontano, Castello di Loro, Castello di Mogliano, Castello di Monte Santo Pietro oltre il Tenna.

2 Rub.26-

Nomi dei Castelli Medi:

   Parimenti siano obbligati i signori Priori, e il Gonfaloniere insieme con i detti Regolatori e Capitani e con i riformatori predetti in modo eguale mettere nelle borse sufficienti nomi di Notai e dei loro aiutanti, e sufficienti per andare agli uffici, sia della Città come pure del contado, per esercitare gli uffici dei seguenti Castelli chiamati Medi. Il loro officio duri sei mesi e non di più, a meno che il successore non giunga entro il termine come sopra. E allo stesso modo siano messi in una borsa i nomi dei Castelli medi e siano estratti come sopra: è colui a cui tocca, sia obbligato ad andare come sopra con la pena detta. Né alcuno fra quelli detti sopra e fra gli officiali da dire, possa essere riconfermato in qualche officio, con penalità di 100 libre di denaro al detto officiale che abbia accettato di essere confermato in qualche officio tra quelli detti sopra, e tra quelli da dirsi dei Castelli del contado. E i detti officiali dirigano secondo la forma sopraddetta, per i servizi e per gli incarichi dei detti signori.  Nomi dai Castelli medi:

Castello di San Benedetto, Castello di Massignano, Castello di Campofilone, Castello di Altidona, Castello di Lapedona, Castello di Medi, Castello di Monte Giberto, Castello di Rapagnano, Castello di Torre di Palme, Castello di Belmonte, Castello di Monte Falcone, Castello di Smerillo, Castello di Torre San Patrizio, Castello di Monte Appone, Castello di Gualdo, Castello di Monte Ottone, Castello di Marano, Castello del Porto.

2 Rub.27

   Parimenti siano obbligati i detti signori Priori e il Gonfaloniere unitamente con i predetti signori Regolatori e con i Capitani delle arti, e con i riformatori di far mettere nella borsa altri Notai valenti e capaci, e anche non notai, purché tuttavia siano capaci a dirigere gli uffici sia della Città che del contado. I nomi di questi stessi e dei seguenti Castelli Minori siano estratti secondo l’ordine già detto. E a colui a cui tocca la “scarfina” del nome del Castello di qualche officio, sia obbligato a dirigerlo ed a non rifiutare e a non far resistenza, sotto penalità di 100 libre di denaro applicata dal Rettore di Fermo sul fatto stesso. L’incarico di questi duri sei mesi, come detto sopra, e dopo che abbia prestato il giuramento, come sopra, avendolo prestato gestiscano tale officio come sopra.

 Nomi dei Castelli Minori:

Castello di Morgnano, Castello di Morisco, Castello di Trocchiaro, Castello di Ponzano, Castello di Monte Guidone Combatte, Castello di Collina, Castello di San Pietro Morico, Castello di Sant’Elpidio Morico, Castello di Ortezzano, Castello di Monte Leone, Castello delle Grotte Azoline, Castello di Sant’Andrea, Castello di Acquaviva, Castello di Petriolo, Castello di Mainardo, Castello di Monturano, Castello di Francavilla, Castello di Magliano, Castello di Ripa Cerreto, Castello di Monte Guidone Corrado, Castello di Massa, Castello di Ripa Verde, Castello di Pedaso, Castello di Boccabianca, Castello di Belluco, Castello di Castelletta presso Petriolo, Castello di Mercato, Castello di Morumpadario, Castello di Guardia, Castello di Monte Aquilino, Castello di Partino, Castello di Monte Guarmine, Castello di Monte Rinaldo, Castello Fermano, Castello Bassio, Castello di Apezzana, Castello di Alteta, Castello di Poggio Rainaldo, Castello di Gabbiano, Castello di Collicillo, Castello di Monte Secco, Castello di Santa Maria Mater Domini, Castello di Montone, Castello di Lognano, Castello di Monte San Martino presso Lapedona, Castello di Monte Aponillo, Castello di Monte inardisco, Castello di Poggio Santa Lucia, Castello di Poggio fuori le Grotte Azzoline, Castello di Chiarmonte, Castello sotto Sant’Elpidio, Castello di Bucchiano.

2 Rub.28

-Gli estratti dal bossolo debbono essere Cittadini Fermani.

   Questi officiali estratti in tale modo per la direzione di detti uffici, o di qualche ufficio, non possano essere eletti, messi <i nomi> nelle borse, o estratti per detti incarichi o per alcuno di essi, se non siano già Cittadini della Città di Fermo, o comitativi del contado, o abitante di detta Città almeno per 10 anni continui, e prestino o abbiano prestato almeno durante tale tempo gli obblighi reali e personali al Comune di Fermo. Se qualcuno in verità in contrasto alla predetta formalità, e fuori da essa sia stato estratto, chiamato o nominato a detti uffici, o a qualcuno di essi, la sua elezione o nomina non sia valida. E quando qualcuno fosse stato trovato ad esercitare qualcuno dei predetti uffici, senza che la detta formalità sia stata rispettata, incorra nella penalità di 500 libre di denaro sul fatto stesso per ciascuno di essi e per ciascuna volta: e qualunque cosa fatta da lui non abbia validità per il diritto stesso. E questi officiali che siano stati così estratti per i detti uffici non possano né debbano assentarsi dai loro uffici, né pernottare al di fuori dei Castelli che dirigono senza apposito permesso dei signori Priori del popolo e del Gonfaloniere di giustizia, sotto penalità di 10 libre di denaro per ciascuna volta, quando pernotto fuori, e per ciascuno di essi, prelevando sul fatto la pena da essi, e da ciascuno di essi per mezzo del Rettore di Fermo, da applicarsi immediatamente. Essi possano da chiunque essere accusati e denunciati e l’accusatore o denunciatore a ragione della sua accusa o denuncia abbia la metà della penalità che avrà fatto arrivare in Comune.

2 Rub.29

Imbussolamemto dei Castellani delle Rocche del contado.

 Stabiliamo ed ordiniamo che gli attuali signori Priori e il Vessillifero di giustizia e quelli che ci saranno nel futuro, siano obbligati e debbano mettere nella borsa i <nomi dei> cittadini della Città di Fermo, che da loro saranno ritenuti idonei per inviarli a custodire le rocche e i fortilizi del contado e del distretto di Fermo. E colui che è stato estratto per questa custodia, non possa rinunciare, se non per un motivo evidente, che i detti signori Priori e il Vessillifero possano accettare a loro discrezione: ed esistendo il detto motivo, successivamente, venga estratto un altro con le modalità predette, fino a quando sopra a ciò non sia stato provveduto. Colui che così è stato estratto, possa stare in tale rocca e nei fortiIizi e debba starci per sei mesi e ulteriormente fino all’effettivo arrivo del successore, ma non oltre. E prima che acceda a tale custodia, egli presenti idonei fideiussori per mille fiorini d’oro ai detti Priori e Gonfaloniere e al loro Cancelliere riguardo al custodire e conservare tale Rocca e il fortilizio e le munizioni in essi esistenti, e quando per il Comune di Fermo queste cose sono state consegnate, per il detto tempo, la fideiussione di riconsegnare, dopo finito tale tempo, le stesse cose al castellano suo successore, o ad altri secondo gli ordini dei signori Priori e del Gonfaloniere; se non farà ciò egli incorra nella pena dei detti mille fiorini d’oro; che sia richiesta allo stesso ed ai suoi fideiussori, e che si debba esigere a favore del Comune, se si è agito in contrasto; e pur tuttavia dopo tale trasmissione, chi avrà agito contro i predetti ordini, abbia l’amputazione della testa dalle spalle, perché muoia e tutti i suoi beni siano confiscati al pubblico dominio. E sia obbligato di andare a tale custodia con i servi e con le munizioni, e con altre cose adatte, e obbligato su richiesta a fare la rassegna di coloro che furono assegnati a ciò. Parimenti nessun officiale e incaricato per la Rocca, o qualsiasi castellano di qualche Rocca, o fortilizio, senza esplicito permesso dei signori Priori e del Gonfaloniere di giustizia possa, né debba assentarsi da detto suo incarico, o Castellania, o Rocca, sotto la pena per chi agisce al contrario di 25 fiorini d’oro per ciascuna volta e anche ad una pena maggiore a discrezione del Podestà, da prelevargli sul fatto.

2 Rub.30

Il Sindacato dei signori Priori del popolo, del Vessillifero di giustizia, dei Regolatori e dei loro Notai.

   Affinché tutti e singoli coloro che dirigono gli uffici del nostro Comune siano validi nel rendiconto plenario della loro amministrazione, e dai maggiori si tragga un buon esempio da parte dei minori e gli inferiori tutti traggano un buon esempio, stabiliamo che i signori Priori e il Gonfaloniere di giustizia e i Regolatori del Comune abbiano un costante sindacato e debbono essere sindacati delle cose che gestiscono e amministrano, di quelle che trascurano con omissioni nei loro offici. Ecco il modo: i signori Priori e il Gonfaloniere incaricati nel tempo, nel giorno quando fanno il giuramento del loro officio, sono obbligati a scegliere sei uomini idonei, cioè uno per ciascuna contrada e un Notaio capace allo scopo di fare il sindacato dei loro predecessori, insieme con il Capitano o con il Giudice di giustizia di questa Città e nello stesso giorno comunicare a questo signor Capitano o al Giudice i nomi di questi i sindacatori e del Notaio. E questo Capitano o il Giudice di giustizia e questi i sindacatori dopo che hanno prestato il primo giuramento nelle mani del Capitano o del Giudice sul dover esercitare l’ufficio di questo sindacato bene, fedelmente, legalmente, senza frode, spegnendo ogni rancore o simpatia, e con dovere, nel giorno successivo, incominciare questo sindacato e sindacare questi signori Priori e il Gonfaloniere di giustizia con investigare diligentemente e di fare indagine riguardo e sopra ogni e singolo reato, sulle cose commesse, trascurate, omesse da parte di costoro nel tempo del loro ufficio e contro la forma degli statuti del Comune di Fermo, e qualora costoro o qualcuno di essi sarà riscontrato colpevole, siano obbligati a condannare alle pene contenute nel libro degli statuti. Qualora invece riscontreranno che costoro hanno gestito bene e legalmente, sono obbligati ad assolvere. E il tempo o la scadenza di questo sindacato duri otto giorni e non oltre. E questi signori Priori e Gonfaloniere che avranno nel tempo tali incarichi, siano obbligati ad eseguire le cose predette e siano obbligati anche questo Capitano o il Giudice e questi sindacatori, sotto penalità di 100 libre di denaro per ciascuno di essi. E questo stesso modo sia praticato nel dover fare il sindacato dei Regolatori e del loro Notaio, alla fine del rispettivo officio.

2 Rub.31

Il sindacato degli Officiali degli avvocati.

   Il Podestà, il Capitano e i rimanenti officiali della Città di Fermo, dopo ultimato il loro ufficio siano obbligati e debbano, insieme con tutti e i singoli i loro officiali e famigli, essere sottoposti al sindacato sulle cose compiute, commesse, omesse e trascurate da parte loro e dei loro officiali e famigli, nel tempo del loro ufficio, e siano obbligati a rispondere per sé, e per questi stessi tutti e singoli e fare il rendiconto dell’amministrazione, della gestione ai sotto-sindaci che devono essere eletti dai signori Priori durante il loro incarico. E questi siano cittadini Fermani e tra essi almeno uno sia dottore in legge. Questi sindacatori debbono mandare una lettera nel territorio del contado e del distretto di Fermo, notificando a tutti i Castelli, alle Comunità e alle persone singolari dei Castelli e dei luoghi del contado, riguardo al dover fare il sindacato degli officiali. Questi sindacatori, affinché si comportino più onestamente in questo sindacato e siano liberi da ogni frode, all’inizio giurino corporalmente, toccando con la mano le Scritture, allontanando da essi le paure, le simpatie, le raccomandazioni, il pagamento, ogni altro favore, che essi esercitano il sindacato rettamente, con giustizia e fedeltà, senza inganno né frode. Inoltre non ricevano nessuna polizza o lettera né richieste se non pubblicamente presso il Banco di giurisprudenza e apertamente dove a tutti sia lecito parlare e comunicare e allegare i propri diritti; inoltre procedano e amministrino la giustizia e non permettano che vengano lacerate né sottratte in nessun modo le petizioni né le querele che debbono essere presentate di fronte a loro. Questi sindacatori siano obbligati ad adempiere queste cose, ogni singola, sotto penalità di 25 ducati per ciascuno e per ciascuna volta e in ognuno dei predetti casi e sotto il vigore del prestato giuramento, come sopra. E questi officiali sottoposti al dovuto sindacato siano obbligati a restare personalmente sempre in Città negli otto giorni successivi e non partirsene durante il tempo di questo sindacato, e anche attraverso i procuratori deputati in modo speciale, possano e debbano essere consegnate le petizioni, le citazioni contro costoro e contro i loro officiali e famigli, entro il sesto giorno dopo che hanno deposto il loro ufficio e dopo che è stata fatta la risposta all’inquisizione generale di questo stesso sindacato. Dopo trascorsi questi otto giorni, il giorno successivo, prima dell’ora terza costoro debbano essere o condannati o assolti ad opera di questi Sindaci, sotto pena contro questi Sindaci, se non lo facessero, di 25 scudi da assegnare al Comune di Fermo, allora nonostante tutto l’officiale (giudicato) venga considerato assolto. Ogni Notaio della Città e del contado di Fermo, iscritto nel ruolo di matricola sia obbligato e debba scrivere, a richiesta di chiunque vuole chiedere di far le petizioni contro questi officiali, in questo sindacato e non debbano differirle sotto pena di un ducato d’oro contro ciascuno di essi che ricusa e per ciascuna volta, ricevendo tuttavia la mercede che compete per la scrittura. Non è possibile, né è valido che si faccia un appello, né un reclamo contro la sentenza che deve essere data nel sindacato di qualche officiale, neppure chiedere un ricorso, parlare di nullità o fare opposizione se prima non si è fatto il pagamento di ciò cui fu condannato, secondo la forma del breve di Pio IV di felice memoria, che fu ottenuto da parte della Città di Fermo come è registrato qui di seguito. Inoltre nessuno di questi officiali possa chiedere né far chiedere che qualcuno sia sottoposto al sindacato durante il tempo in cui esercita il suo ufficio. E qualora questi Priori presentassero o facessero presentare proposte a, incorrano nella penalità di 100 fiorini di oro per ciascuno e qualunque cosa si facesse contro le cose predette non abbia validità giuridica. Aggiungiamo che in questo sindacato i sindacatori possano procedere sommariamente, con semplicità e chiarezza, senza rumore né parvenza di processo, nei giorni anche di feste in onore di Dio, omettendo ogni solennità e sostanza di forma processuale, soltanto dopo aver accertato la verità del fatto, fino ad aver concluso la sentenza. E il presente statuto sia di conclusione e deroga contro ogni altro che riguardi il sindacato degli officiali forensi in contrasto o al di là della forma di questo statuto.

Pio Papa Quarto

 Ai diletti figli e ai Priori e alla Comunità della nostra Città di Fermo.

Diletti figli, salute e apostolica benedizione. Di recente, i diletti figli oratori che avete destinati presso di Noi hanno presentato lamentele. Gli officiali deputati di tempo in tempo nella vostra Città Fermana, dopo che hanno concluso i giorni del loro amministrare, secondo gli statuti di essa Città, secondo le consuetudini e le costituzioni provinciali e nostre e secondo la forma degli ordinamenti, vengono richiesti ad opera dei Sindaci a difendersi giuridicamente e a darne il rendiconto. Coloro che si trovano condannati da sentenze dei Giudici, sperando di evadere impuniti, hanno preso l’abitudine di contrastare tali sentenze <di condanna> dei Sindaci, si chiamano fuori e chiedono ricorso ai superiori e con questa ragione sfuggono all’esecuzione delle sentenze <di condanna> pubblicate contro di loro o le impediscono. E, spessissimo, fanno in modo che quelli che hanno fatto le querele contro di essi, non riescano a far proseguire queste cause, e siano costretti a disertare il processo giudiziario perché poveri, affaticati dalle spese, dai travagli dei ricorsi e degli appelli. Da ciò deriva che le sentenze pubblicate dai Sindaci contro costoro rimangono senza alcun effetto, neglette e costoro rimangono impuniti. I Sindaci predetti rimangono impediti, con gravi danni per gli abitanti della Città vostra e con esempi perniciosi. Secondo i vostri statuti e per le costituzioni provinciali, non è concesso l’appello contro tal genere di sentenze dei sindacatori, da eleggersi come d’uso. Neanche alle persone sindacate è lecito provocare l’appello. Queste sentenze, dopo pubblicate, debbono essere messe in esecuzione facendo cessare ogni ritardo e dilazione; infatti questi officiali che sono certamente consapevoli che avranno a fare il rendiconto in breve tempo dei propri atti compiuti in bene o no, curando la giustizia per timore del giudizio, imparino ad esercitare i propri uffici con rettitudine. Gli oratori <vostri> ci hanno supplicato umilmente che si faccia cessare ogni dilazione nell’eseguire completamente, senza ritardo, le sentenze, dopo che sono state pubblicate, <han chiesto> che ci degnassimo di togliere questa prava consuetudine e l’abuso della vostra Città e provvedere per altri rispetti alle cose predette a favore dello Stato dalla stessa Città, per benignità apostolica. Pertanto Noi che abbiamo cura affinché la giustizia sia amministrata in ogni luogo, con fermezza rivolgiamo l’attenzione specifica al felice Stato della vostra Città e per mezzo del presente scritto vi affidiamo e ordiniamo le sentenze dei sindacatori che, al solito, debbono essere eletti, siano messe in pratica completamente, con precisione, nei modi degli statuti che sono stati confermati da parte della Sede Apostolica e delle costituzioni provinciali, e, seguendo la forma e il tenore di essi, non permettiate che le sentenze di questo genere siano eluse con pretesto di un appello interposto ad opera di chi viene sindacato o con pretesto di una sua richiesta di ricorso: le loro esecuzioni non siano impedite né revocate per qualche convenzione, ma procuriate che subito le sentenze siano eseguite ad opera di quei sindacatori per <praticare> la giustizia secondo il tenore degli stessi statuti e delle costituzioni. Provvediamo tuttavia anzitutto che la parte attiva <nel giudizio> a favore della quale la sentenza è pubblicata e l’esecuzione viene fatta, faccia il deposito realmente ed attualmente per l’esecuzione da restituire subito, qualora fosse revocata la sentenza condannatoria ad opera di un Giudice presso il quale si ebbe il ricorso o ad opera del revisore così dichiarato, in questo caso ciò che è stato depositato fatelo restituire senza ritardo allo stesso officiale <sindacato>, nonostante qualsiasi appello interposto per mezzo della parte attiva. E vogliamo e comandiamo che si faccia in questo modo nonostante le cose premesse e nonostante qualsiasi costituzione apostolica, ordinamenti, leggi imperiali e qualsiasi altra cosa in contrario.

Data a Roma presso San Pietro, sotto l’anello del pescatore il giorno 23 ottobre 1581 anno secondo del Nostro Pontificato.                          Ca. Glorierio

2 Rub.32

   Il sindacato degli Officiali dei Castelli del Comitato.

   Ordiniamo che chiunque del contado di Fermo fosse officiale o Rettore in un Castello, una comunità o Villa, oppure amministrasse un altro qualsivoglia ufficio per il Comune di Fermo, dopo ultimato il suo ufficio, entro il terzo giorno, si presenti di fronte al Giudice di giustizia ed ai Regolatori del Comune e questi Giudice e Regolatori debbano fare il sindacato su di lui ed esigere da lui il rendiconto della sua amministrazione e mandare una lettera al Castello o Villa in cui egli ha svolto il suo ufficio in modo che sia lecito a chiunque voglia fare lamentele per tale ufficio, o chiedere a lui qualcosa per quello che ivi ha compiuto e comparire il loro presenza per dire quello che vogliono ed essi siano obbligati di fare una inchiesta contro quel tale e a investigare sulle cose commesse ivi e sulle cose gestite ad opera di tale officiale o amministratore. E senza clamore, senza parvenza di processo questi, Giudice e Regolatori, siano obbligati entro otto giorni dal giorno in cui l’officiale si è giustificato, assolvere o condannare tale officiale. Qualora non lo facessero, dopo trascorsi questi otto giorni egli venga considerato come assolto e liberato da questo sindacato. Non è possibile fare appello contro la sentenza che deve essere da essi promulgata per tale sindacato, né fare reclamo, né parlare di invalidarla o fare una diversa querela, né chiedere il rinnovo. E riguardo a questo sindacato, il Giudice di giustizia e i Regolatori non possono percepire nulla da parte del tale officiale, se non quanto per consuetudine ricevono e soltanto ciò che hanno da parte di questi Regolatori, sotto penalità contro chiunque contravviene di libre 25 libre di denaro per ciascuna volta e per ciascuno di essi. E qualora questo officiale non si presentasse entro detto terzo giorno dopo l’ultimo giorno del suo officio di fronte a questi Giudice e Regolatori, come già detto, e non desse il rendiconto della sua amministrazione e quello dell’ufficio, si intenda che è venuto meno ai doveri del suo ufficio e possa e debba essere punito ad arbitrio di questi Sindacatori e per il resto si intenda che è privato di ogni e singolo ufficio e beneficio del Comune di Fermo, in perpetuo.

2 Rub.33

   I Banditori del Comune e il loro officio.

Siano cinque i Banditori del Comune di Fermo o più o meno, come sembrerà opportuno che convenga ai signori Priori del popolo e al Gonfaloniere di giustizia e ai Regolatori. E questi banditori abbiano e debbano avere dal Comune di Fermo per loro salario annualmente il consueto salario per ciascuno di loro e ad opera del Comune di Fermo debbono ricevere per vestire una volta all’anno un paio di panni per ciascuno nella festa di Santa Maria del mese di agosto. Così tuttavia questo vestiario da fare per loro sia distribuito come divisa del Comune di Fermo. E quelli che non portano queste vesti distribuite incorrano nella pena di 10 bolognini per ciascuno per ciascuna volta. Questi Banditori siano obbligati a stare in servizio stabilmente per questo loro ufficio, secondo le necessità, per il Comune con un cavallo o un ronzino per ciascuno di loro nella Città di Fermo e fuori questa nell’esercito e nella cavalcata, e secondo i patti stabiliti e le convenzioni fatte e da farsi tra questo Comune e gli stessi Banditori. Qualora qualcuno di essi Banditori non avesse un ronzino o un cavallo e qualora non adempisse le altre cose a cui è obbligato, o qualora non espletasse il suo officio fedelmente, sollecitamente e legalmente, non riceva alcun salario dal Comune. E senza l’autorizzazione dei signori Priori del popolo e del Gonfaloniere di giustizia nessuno di loro vada fuori dal distretto di Fermo per esercitare l’ufficio della tromba e a usare la tromba presso alcuna Curia o per fornimento o per nessuna altra causa, sotto pena di 10 denari. Questi banditori siano obbligati inoltre a fare il bando di qualcosa, come ogni volta sarà loro ingiunto da parte del Podestà o del Capitano o dei Priori o del Gonfaloniere di giustizia o da chiunque di loro, nella Città e nei luoghi consueti e soliti, sotto la predetta penalità a cui il Podestà o il Capitano debba condannare questi o qualcuno di essi. E questi banditori non possano prendere alcunché da qualcuno che è posto nel bando. Questi banditori inoltre debbano e siano obbligati, continuamente, nelle ore congrue, due di loro, a stare presso il Palazzo del Comune e due di essi presso il Palazzo del Popolo in modo che quanto sarà opportuno si possa avere disponibilità, e siano obbligati col vincolo di giuramento e sotto la predetta penalità, ogni volta che essi, per il Comune, fanno alcuni bandi generali, dopo aver premesso il suono della tromba, a fare il bando a voce alta, e senza alcuna frode né malizia, nei luoghi consueti. A questi suonatori di tromba è lecito portare ogni tipo di armi, impunemente.

2 Rub.34

   Gli uffici dei Balivi del Comune di Fermo. 

   I Balivi del Comune di Fermo siano eletti in questo modo, cioè siano eletti due Balivi da ciascuna contrada, ad opera dei Consiglieri della Città, della propria contrada, “a scarfina”, oltre ai Balivi che debbono essere assegnati da parte dei Comuni dei Castelli del Comune di Fermo. E nessuno che è stato eletto Balivo possa fare la sostituzione se non dalla propria contrada dalla quale egli è stato prima eletto. Qualora non venga reperito alcuno nella contrada, allora possano essere dati da un’altra contrada. E il Podestà sia obbligato a ricevere da ciascun Balivo e a far ricevere il giuramento e la fideiussione idonea, almeno 10 libre di denaro riguardo all’adempiere e esercitare questo ufficio con buona fedeltà e senza frode e secondo la forma degli statuti del Comune di Fermo. Qualora capitasse che un Balivo faccia in modo falso una ambasciata o una relazione, sia punito sul fatto ad arbitrio del Podestà o del Capitano, dopo che è stata verificata la qualità del reato. I loro copricapo o berretti si facciano e siano e debbono essere rossi con una crocetta bianca e facciano gli indumenti distribuiti e li portino indossati come distinta divisa del Comune di Fermo. Debbono portare questi copricapo ogni giorno, sul capo senza che sia coperto con altro segno né varietà, sotto penalità per ciascuno di loro che non portasse il copricapo o il berretto nel predetto modo, di 10 libre di denaro per ciascuna volta, da riscuotersi sul fatto. E sia eletto un Balivo in ciascun Castello o Villa e costoro possano fare ambasciate negli stessi Castelli. Come agli altri Balivi della Città, i copricapo predetti siano dati anche ai Balivi dei Castelli e li debbono portare come detto sopra e con la detta penalità. E questi Balivi nell’esercizio delle citazioni che debbono fare, siano obbligati,

ad esprimere di fronte a chi qualcuno viene da loro citato. E questi Balivi abbiano il consueto salario. E tutti i Balivi da persone speciali a cui hanno fatto le ambasciate in Città, per ogni ambasciata che uno di questi Balivi abbia fatto in servizio e a richiesta di qualcuno, quando è presente colui che deve esser citato, possano ricevere due denari; se non fosse presente, soltanto quattro denari. Qualora invece abbia dato una commissione dentro la Città, denari dodici; se l’abbia data fuori per un miglio (miliare) presso la Città abbia e possa ricevere da colui al quale ha dato commissione per mandato della Curia, soltanto due soldi di denaro; ma qualora sia fuori questa Città o più lontano di un miglio, dodici denari e non più di ciò per ciascun miglio oltre al predetto miglio. E se facesse qualche ambasciata andando per Ville e Castelli delle Città abbia e possa ricevere soltanto sei denari per ogni miglio. Qualora qualcuno agisse in contrasto contro qualcuna delle predette cose, venga punito sul fatto a 10 soldi di denaro, per ciascuna volta. E nessun Balivo possa essere custode o “saltario” (difensore) né catturare né detenere alcuno nella persona o nelle cose che abbia portate fuori dalla Città in contrasto con il bando, non possa neanche denunciare qualcuno che lavori in giorno festivo. Non possa neanche avere qualche altro ufficio della Città di Fermo o fuori questa, ma soltanto quello che compete all’officio di Balivo. E qualora un Balivo citasse qualcuno o facesse una ambasciata che non abbia riferito o ripresentato per tale giorno e tale ora in cui ha fatto la citazione, e gli sia stato imposto, sia punito a 10 soldi di denaro per ciascuna volta, anche a due soldi di denaro per colui del quale è l’ambasciata. E nonostante tutto sia tenuto a rimborsare tutto il danno che costui stesso abbia sostenuto e si creda al suo giuramento riguardo alla colpa e riguardo al difetto del Balivo e anche del danno fino alla somma di 5 soldi di denaro. Quando un cittadino o uno del contado di questa Città volessero mandare questo Balivo ad un altro, dentro o fuori la Città per qualche suo fatto nelle cose che sono di competenza dell’ufficio del Balivo, sia obbligato e debba andare per la richiesta e la domanda del tale che lo vuole mandarlo, e questo Balivo possa ricevere per il viaggio dodici denari per ogni miglio, se fosse dentro il contado o distretto di Fermo; se invece fosse fuori questo contado o distretto, o fuori dalla Provincia della Marca, possa ricevere otto soldi di denaro per ciascun giorno e non più, sia <facendolo> per il Comune, sia per singole persone. E qualora uno abbia ricevuto di più o abbia rinunciato a fare l’ambasciata, il Podestà o il Capitano sul fatto sia obbligato a togliergli il suo 20 soldi di denaro e metà di questa penalità sia per il Comune e l’altra metà per l’accusatore. E nessun Balivo si allontani dalla Curia, ma ciascuno di essi debba continuamente rimanere ivi, se non ha l’autorizzazione di allontanarsi dal Rettore od a qualcun altro officiale del Rettore. E che contra venisse sia punito a due soldi per ogni volta. E nessun Balivo si allontani dalla Curia, ma ciascuno debba stare ivi e permanere continuamente, se non ha il permesso avuto il permesso dal Rettore o da qualche altro officiale del Rettore. Chi contravvenisse sia punito, per ciascuna volta, alla penalità di due soldi. E nessun Balivo osi né presuma portare, per un servizio disonesto, qualche donna Fermana al palazzo o a qualche Curia; e qualora la conducesse paghi il bando di 10 libbre di denari e se non la pagasse sia colpito con la frusta pubblicamente attraverso la Città. E a nessun Balivo sia lecito portare alcuna arma offensiva né difensiva attraverso la Città, se non nel modo come la portano gli altri cittadini Fermani, con l’idonea tassa. I Balivi siano obbligati a fare relazioni delle ambasciate al Giudice o al Notaio, direttamente, non tramite altri, a voce o per iscritto e la relazione sia valida fatta in questo modo, ma non in altro modo. Quando alcuni sono posti in bando, il bando è dato a notificare ai Balivi e ciascuno di questi Balivi possa ricevere da coloro che sono posti nel bando per il dovere di fare la notifica del bando, per il loro lavoro, quattro denari per ciascun notificato e per ciascuna volta, quando il bando avvenisse nelle Ville o nei Castelli riceva soltanto dodici denari per ciascun miliare (miglio) e non di più. E quando coloro ai quali il bando sia notificato sono più di uno nel contado, tra tutti prendano questa somma. E qualora un Balivo contravvenisse nel ricevere di più, venga punito sul fatto, per ciascuna volta, a 20 soldi di denaro e possa essere accusato o denunciato da chiunque e metà del bando deve averla l’accusatore o denunciatore nei predetti singoli capi di accusa e nei capitoli esposti nel seguito. E si dia fiducia al suo giuramento, cioè dell’accusatore o del denunciatore e il denunciatore sia tenuto segreto. Inoltre nessun Balivo possa essere fideiussore per qualcuno in occasione di qualche reato, in nessuna Curia della Città di Fermo e se contravvenisse, Ciascuno sia punito a 100 soldi, per ciascuna volta. E nessun Balivo possa né debba andare associato con un altro Balivo nella Città per qualche ambasciata in cause civili a richiesta di qualcuno. E quando più Balivi andassero per una ambasciata, tutti insieme ricevano la detta somma e si faccia il pagamento per uno soltanto. Inoltre qualora capitasse che qualche Balivo prenda pegno per qualcuno, lo debba presentare a colui per la cui richiesta l’ha preso, nel giorno in cui lo ha ricevuto, oppure al Massaro dei pegni del Comune, se un Massaro è deputato a queste cose per il Comune di Fermo, sotto penalità di 40 soldi di denaro, per ciascuna volta. E qualora non restituisca il pegno ricevuto a colui per il quale è stato preso, quando al Balivo è stato dichiarato e mandato ad opera di un officiale del Comune, per incarico del quale ha ricevuto il pegno, nello stesso giorno nel quale per mezzo di questo officiale è stato mandato a lui stesso, questo Balivo sia messo e chiuso in carcere e non venga rilasciato fino a quando non abbia riconsegnato questo pegno o il suo valore stimato. Per l’estimo di questo pegno si dia fiducia al giuramento di colui per il quale è stato preso, fino alla somma di 10 soldi ed anche di somma maggiore a volontà del Podestà, o del Capitano o di un altro officiale che ne ha competenza, considerando la condizione di vita della persona richiedente e nonostante ciò questo Balivo che non adempia queste cose sia punito a 20 soldi di denaro, sul fatto. E l’officiale del Comune quando dà il mandato ad un Balivo che aggravi qualcuno o alcuni, è obbligato sotto penalità di 10 libbre di denaro a dare la cedola a questo Balivo per iscritto con il nome di colui il quale debba essere aggravato e i pegni presi ad opera dei Balivi del Comune, quando siano presi ad opera della Curia del Comune, siano assegnati al Massaro del Comune e questo Massaro venga eletto per opera del Priore del popolo e del Gonfaloniere di giustizia e dei Regolatori, un Massaro buono ed idoneo, come sembrerà meglio a costoro. L’officio di questo Massaro abbia la durata di sei mesi e dopo ultimato l’officio di costui se ne elegga un altro nel modo predetto. E chi è stato una volta in questo officio, non possa stare in questo ufficio fino a due anni. E questo Massaro possa ricevere da ogni pignorato otto denari per sé e per il Balivo. Qualora siano molti i pegni presi a favore di uno, per lo stesso motivo, e assegnatigli per lo stesso giorno, riceva altrettanto e non di più. E questo Massaro è obbligato a dare al Balivo, subito dopo che a lui sono stati consegnati i pegni quattro denari per ogni pegno. E se da una stessa persona, nello stesso giorno, avesse preso più pegni, dia allo stesso Balivo soltanto quattro denari e non di più. E il detto Massaro abbia un registro per detto officio, nel quale registro, subito, appena a lui fossero stati consegnati i pegni, scriva in esso e quando avrà fatto la restituzione, scriva la restituzione con il giorno in cui sono stati presi o restituiti con il nome di colui di cui sono i pegni il nome e per mandato di chi sono presi. E questo Massaro è obbligato a por rimedio per i pegni che si fossero persi e che gli fossero stati assegnati; e per quello che il Balivo avesse assegnato, si stia alla relazione del Balivo quando avesse mostrato quanto stato scritto di mano di questo Massaro riguardo a questi pegni assegnati a lui. E il Massaro è obbligato a dare questa scrittura ad ogni Balivo che gli consegni pegni, sotto pena per il Massaro e al Balivo che contravvengano nelle cose predette di 40 soldi di denaro per ciascuno e per ciascuna volta. Qualora tuttavia il Balivo ha preso qualche pegno da una persona, sia obbligato per il suo viaggio o per il lavoro a porre questo pegno fra la terza abitazione, dall’abitazione dove ha preso questo pegno e, all’apertamente, in modo tale che non possa andare perduto, e qualora si perdesse, è obbligato a restituirlo, e se contravvenisse sia pronto alla predetta pena e riguardo al pegno o del valore stimato del pegno si dia fiducia al giuramento di colui a cui apparteneva il pegno. In generale, questi Balivi facciano ogni altra e singola cosa che è di competenza del loro ufficio, con fedeltà schietta e senza frode, né malizia alcuna e secondo la forma del presente capitolo e degli altri capitoli di questo volume che trattano del loro ufficio, sotto la pena e il bando scritti in questi capitoli. E non possano questi Balivi, né alcuno di loro, fare citazioni, se non una per ogni <singolo> giorno soltanto. Qualora le facessero per molti giorni, la citazione non sia valida per il diritto stesso, e colui che facesse tale citazione sia condannato a 25 soldi di denaro, per ciascuna volta e possa essere accusato da chiunque ed essere denunciato come detto sopra. Si faccia il pagamento a questi Balivi che siano pagati per il loro salario secondo la forma praticata fino ad ora.

2 Rub.35

L‘ufficio del custode delle carceri

   I signori Priori e il Vessillifero di giustizia insieme con i Regolatori, nel mese di dicembre, dispongano provvedendo che divenga custode delle carceri e dei carcerati, un cittadino fermano buono ed idoneo e il suo officio inizia al primo gennaio e duri per un anno. E questi Priori dopo che è stato fatto pubblicamente l’annuncio all’asta attraverso la Città per quelli che vogliano essere custodi di questo carcere e dei carcerati con i patti detti, dispongano e provvedano per questo custode o superstite per aggrado di loro volontà e dopo aver ricevuto fideiussori idonei, cittadini Fermani, di almeno 1000 fiorini d’oro da tale custode e testimone, sul dovere di custodire questo carcere e i carcerati con somma diligenza e sul dover presentare ai Rettori i carcerati e sul dovere tenere indenni i Rettori, il fisco e le persone private riguardo a queste carceri. E questo custode deve ricevere per ogni carcerato e possa avere e debba quattro soldi quando entra e altrettanto quando esce, per ciascun giorno con notte due soldi. E nulla possa ricevere oltre questa somma direttamente o indirettamente sotto pena, quando contravvenisse, di 25 libbre di denari per ciascuna volta, da prelevare sul fatto da lui. Nonostante ciò, quello che avesse preso più di questa somma, sia costretto, sul fatto, a restituirlo al triplo, e questo custode sia obbligato, a richiesta di un Rettore o di un officiale del Comune di Fermo a ricevere e custodire in queste carceri tutte e singole le persone presentate a lui da parte di uno di loro e non darlo ad alcuno senza o contro la volontà del Rettore a richiesta di chi questo carcerato è stato assegnato e neppure rilasciarlo senza l’espressa licenza di questo Rettore o officiale. E questo custode sia obbligato a fare e faccia un registro in cui per ciascun carcerato scriva il nome e il cognome del carcerato e il motivo per cui è detenuto ed a richiesta di chi è stato assegnato e il giorno quando è stato presentato e quando rilasciato ciascun. Qualora, contrariamente a quanto detto, questo custode rilasciasse un carcerato, oppure qualche carcerato di quelli affidati a lui nelle carceri, evadesse o fuggisse, sia punito sul fatto, realmente e personalmente ad arbitrio del Rettore senza alcun processo, considerando e riflettendo sulla qualità e sulla quantità del fatto per cui era stato posto in carcere, e riguardo al danno sia costretto sempre fare la restituzione per la quantità del danno fatto a qualcuno, facendo restituire sul fatto, il doppio del danno.

2 Rub.36

Le pitture da farsi delle porte

   Parimenti stabiliamo ed ordiniamo che il Podestà, che sarà nella carica nel tempo, sia obbligato e debba, a spese del Comune di Fermo, sotto il vincolo del giuramento, far dipingere gli stemmi della Santa Madre Chiesa, del nostro signore il Papa e del Comune di Fermo, in ogni porta della Città di Fermo, ove non ci stanno.

2 Rub.37

Divieto per gli Officiali del Contado

   Chiunque per conto del Comune di Fermo in qualche Castello fortilizio, o Rocca del contado di Fermo sia stato in qualche officio in modo autonomo oppure insieme con un altro, in qualche Castello o fortilizio, o Rocca del contado di Fermo, dopo che ha ultimato tale incarico non possa per un semestre stare in qualche altro officio, o amministrazione, o custodia nello stesso Castello o fortilizio né in modo autonomo né con altro, né essere eletto in un periodo di sei mesi da conteggiare dal giorno in cui ha ultimato l’incarico. Se qualcuno invece si comporterà al contrario, incorra per il fatto stesso nella pena di 50 fiorini d’oro e in nessun modo possa stare nell’officio e nell’amministrazione predetta. Parimenti nessuno possa stare in qualche Castello o Rocca o fortilizio del contado, per conto del Comune di Fermo, per un tempo che va oltre sei mesi in qualche officio, neanche esservi ristabilito, né essere prorogato oltre il tempo predetto senza uno speciale provvedimento del Consiglio Generale di questa Città, sotto la penalità di 50 libre di denaro contro ciascun contravventore da prelevarsi sul fatto stesso; e tuttavia non possa stare nel predetto officio: e ciò abbia luogo per le cose presenti, le passate e le future. Parimenti ordiniamo che nessun oriundo, né un abituale abitatore di qualche Castello del contado di Fermo, possa stare né essere in modo autonomo, né insieme con un altro, in un ufficio in qualche castello di questo contado che stia distante meno di dieci miglia dal Castello della sua origine, o della sua abitazione, né possa farlo nel Castello della sua abitazione o della sua origine, sotto penalità di 25 libre di denaro, e tuttavia non gestisce con validità l’officio, e per lo stesso diritto non hanno validità le cose da lui fatte, né gli atti compiuti da lui.

2 Rub.38

Divieto per gli Officiali nella Città, ed il cumulo delle funzioni.

   Al fine di estendere a più persone gli offici, stabiliamo che chi stesse nell’officio del Priorato o del Vessilliferato di giustizia o del Notariato di questo Priorato, dopo che ha ultimato tale ufficio, per un periodo di sei mesi calcolando dal giorno in cui ha deposto tale officio, non possa stare nello stesso officio, né per modo di estrazione da urne, né per altro modo, né per elezione. Peraltro quando qualcuno sta in un altro officio, possa essere deputato ad altro officio, se sembrerà opportuno ai signori Priori e al Gonfaloniere, purché nell’avvicendarsi, non possa avere dal Comune molteplici e diversi offici insieme con salario <per ognuno> , massimamente se è nominato ad altro officio senza salario.  In realtà colui che è stato estratto Priore o Vessillifero, se venisse estratto Tesoriere o Regolatore o come altro officiale del Comune, non possa esercitare alcun altro ufficio, se non l’ufficio del Priorato o del Vessilliferato di giustizia e quando fosse estratto per qualche altro ufficio, sia rimesso nella borsa <il nome nell’urna>. E qualora uno venga estratto precedentemente ad altro ufficio e successivamente fosse estratto come Priore o come Vessillifero, allora fa dimissioni da ogni altro officio ed esercita l’officio di Priorato o del Vessilliferato, dimettendosi dal primo officio e <il nome> sia rimesso nella borsa <urna> da dove è stato estratto. Inoltre colui che sta presso l’officio del Priorato o del Vessilliferato di giustizia né egli stesso, né il padre, né un figlio carnale possa stare presso questo officio poi nel tempo di sei mesi calcolati dal giorno quando egli ha ultimato l’officio. Inoltre vogliamo che chi sta nell’officio del Priorato o del Vessilliferato, da allora durante i sei mesi successivi, non possa stare in questo officio, né nell’ufficio della Tesoreria o dei Regolatori o del Notariato loro. Inoltre colui che è stato nell’ufficio dei Regolatori, o del Notaio dei Regolatori non possa essere Banchiere né Notaio del Banchiere da allora entro sei mesi successivi. E chi fosse Banchiere o il Notaio del Banchiere non possa stare nell’ufficio del Regolatori da allora entro il detto tempo di sei mesi. E che contravvenisse sia condannato a 100 libre di denaro da assegnare al Comune di Fermo.

2 Rub.39

Che nessuno presuma di poter scacciare i cittadini o distrettuali fuori dal Foro della Città di Fermo.

   Se qualcuno direttamente o in qualsiasi altro modo, portasse o tentasse di portare fuori dal foro giuridico della Città di Fermo qualche cittadino o abitante del contado o del distretto o dimorante del Fermano o chiunque altro per una faccenda o cosa soggetta e sottoposta alla giurisdizione del Comune di Fermo, in occasione di qualche causa, o lite, o affare civile, o criminale, o misto, o comunque la cosa sia considerata di qualsiasi altro diritto o nome, personalmente o tramite un altro a suo nome, o con mandato, tanto ad opera sua, o sia anche a opera di un altro a titolo di procura o di qualsiasi altro titolo, senza espressa licenza dei signori Priori del popolo e del Gonfaloniere di giustizia della Città di Fermo con il Consiglio di Cernita di quattro buoni uomini per ciascuna contrada e in qualsiasi modo tentasse di farlo direttamente o indirettamente, per il fatto stesso incorra nella penalità di 500 libre di denaro per ciascuna volta. La predetta causa venga riportata alla Curia del Comune di Fermo e nondimeno chi contravviene decada per lo stesso fatto da ogni suo diritto. E contro tutti i e singoli quelli che commettono ciò, come già detto, ognuno dei Rettori della Città di Fermo abbia libero arbitrio di procedere, investigare, fare l’inchiesta, punire e condannare alla detta pena, anche sul fatto, sena osservare, omettendo ogni solennità e sostanza di statuti e di giurisprudenza senza alcuna scrittura o processo

2 Rub. 40

Che nessuno fermano o distrettuale osi aumentare uno stipendio né una provvigione senza licenza

   Nessun cittadino, o abitante del contado, o abitante del distretto Fermano, oppure abitante della Città o del contado di Fermo, in qualsiasi condizione o stato si trovi, osi né presuma in qualche modo andare o stare a pagamento, provvigione, a servizio in modo di armigero in qualche terra o luogo con una Comunità <Comune>, o con un signore, o con un  nobile di qualsiasi stato o condizione sia, entro la vicinanza di 50 miglia con la Città di Fermo, senza un’ espressa licenza dei signori Priori del popolo o del Vessillifero di giustizia della Città di Fermo. Se qualcuno invece contravvenisse in qualche modo direttamente o indirettamente, realmente e personalmente, in compagnia o da solo, sia punito ad arbitrio del Rettore.

2 Rub.41

Non si costruiscano nuovi fortilizi, né si ricostruiscano, di nuovo, quelli distrutti.

   Stabiliamo ed ordiniamo che nessuna Comunità o persona privata, in qualsiasi stato o condizione si trovi, osi né presuma, in qualche modo di costruire ex novo, edificare, o ricostruire qualche fortilizio, Rocca o Castello nel territorio della Città o del distretto di Fermo senza un esplicito permesso del Consiglio Generale della Città di Fermo, sotto multa in denaro e pena della persona; e nondimeno per nessuna ragione qualcosa che fu fatta diversamente o in contrasto, sul fatto debba completamente essere distrutta a spese di chi l’ha fatta in contrasto con quanto predetto o contro qualcuna delle cose predette.

2 Rub.42

Gli offici degli Ambasciatori del Comune di Fermo.

   Stabiliamo e ordiniamo che ogni oratore o ambasciatore che deve essere eletto in qualsiasi legazione o ambasciata per il Comune porti scritti i suoi mandati o l’ambasciata sotto il sigillo del Comune, e rimanga scritta negli atti del Comune di Fermo. E non sia lecito ad alcuno degli ambasciatori dire nulla oltre l’ambasciata a lui stabilita né dire oltre le cose che sono principalmente attinenti all’ambasciata stessa, e qualora questo ambasciatore contravvenisse sia condannato a 100 libre di denaro e in perpetuo sia privato delle ambascerie del Comune di Fermo. E si faccia la scelta di eleggere per ambasciatori colui o coloro che sono i migliori e i più utili per il Comune secondo la volontà dei signori Priori e del Gonfaloniere, o a maggioranza di questi, essendo cancellati e annullati i capitoli che esponessero cosa in contrasto. E in calce o al termine della lettera che egli porterà per l’ambasciata a lui posta, si scriva che il signore o la terra a cui è mandato non dia credito all’ambasciatore se non soltanto per le cose che sono state scritte in questi registri sotto i detti sigilli. E tale ambasciatore eletto non possa rinunciare a questa ambasciata se non dimostrerà per mezzo del medico o per mezzo di un testimone che egli è infermo. E il Podestà e il Capitano costringano tale ambasciatore a portare a termine la stessa ambasciata, per mezzo di imposizione di bandi o di multe, oppure per mezzo di qualsiasi altra via, come sembrerà più opportuno ai predetti. Inoltre vogliamo che l’ambasciatore del Comune di Fermo che facesse un’ambasciata, comunque, all’interno del contado di Fermo, sia che ritorni sia che non ritorni nello stesso giorno, abbia dal Comune per le spese e per il vitto loro, per ciascun cavallo, 20 soldi di denaro in ciascuno giorno. Se però facesse l’ambasciata fuori dal contado per le spese e il vitto, per ciascun cavallo con un famiglio che porterà abbia mezzo fiorino d’oro per ciascun giorno, e non di più in modo che nessun ambasciatore possa portare più di tre cavalli. Se poi qualche ambasciatore fosse mandato da questo Comune alla Curia di Roma, dell’Imperatore o del Re abbia per ciascun giorno come suo salario e spese per ogni cavallo mezzo fiorino d’oro, purché nessun Ambasciatore possa condurre più di quattro cavalli a spese del Comune. E gli Ambasciatori facciano giuramento prima che vadano per queste ambasciate che non si permetteranno di fare altre ambasciate se non quelle che sono stati date a loro per parte del Comune di Fermo e chi contravvenisse sia punito come è stato detto nel presente capitolo e non riceva nulla dal Comune per tale ambasciata. E gli ambasciatori siano costretti a fare come è stato detto, se non avessero giustificazione, come espresso sopra nel presente capitolo o se non dimostreranno una causa legittima di sospetto di persona in occasione di una speciale inimicizia: dopo che queste cause sono state provate, come espresso sopra, nessuno che abbia la giustificazione sia costretto ad andare contro sua voglia. E i signori Priori del popolo siano obbligati a far scrivere in un solo quaderno il luogo dove dall’ambasciatore come abbia comunicato e sia scritto per mano del Notaio degli stessi Priori o dal Notaio del Tesoriere. E l’Ambasciatore sia obbligato a farsi redigere lo scritto da questo Notaio, altrimenti non riceva nulla dall’ambasciata. E il Tesoriere sia obbligato, come a lui stabilito, a soddisfare questi ambasciatori nei predetti salari, a volontà di coloro dai quali ha preso i cavalli, secondo quanto detto. Qualora non si facesse questo pagamento questi ambasciatori non siano costretti ad andare in una ambasciata. E il pericolo dei cavalli mentre si svolge la predetta ambasciata soggiaccia al Comune. Inoltre nessun possa essere così costretto a dover dare o a affittare il suo cavallo o il ronzino per vettura se non c’è l’usanza di affittarli il locale per vettura. E qualora qualche ambasciatore che fa parte dei militi del Comune starà in una ambasciata del Comune nel tempo quando il Comune di Fermo o tutti i militi del Comune di Fermo, o i militi della propria contrada, della quale è ambasciatore, stessero nell’esercito o in altro servizio del Comune, senza nessun stipendio, l’ambasciatore di tale tipo non deve ricevere nulla dal Comune durante il tempo sopraddetto quando i militi stanno in questo servizio. E nessun Fermano sia costretto a fare una ambasciata a spese proprie, ma soltanto a spese del Comune. E ogni ambasciatore che andrà in una ambasciata del Comune e volesse riconsegnare al Comune qualche cavallo viziatosi o guastatosi o magagnatosi in questa ambasciata, lo deve riconsegnare al Comune nel giorno in cui ritorna dalla ambasciata o nel giorno seguente; e qualora non lo riconsegnasse entro questo termine non sia ricevuto dal Comune, e non si possa neppure avere un estimo di questo cavallo. Né alcun ambasciatore possa o debba riconsegnare al Comune di Fermo qualche cavallo condotto dallo stesso ambasciatore del Comune che fosse venuto meno per vecchiaia, per malattia o per disabilità del cavallo stesso, qualora per sua colpa fosse magagnato e se lo consegnerà non venga ricevuto per il Comune.

2 Rub.43

Il Podestà, il Capitano e gli altri Officiali del Comune di Fermo non vadano a fare ambasciate.

   Inoltre ordiniamo e stabiliamo che non possano in alcun modo, e non debbano andare per fare un’ambasciata del Comune di Fermo, né il Podestà, né il Capitano né alcun altro officiale del Comune di Fermo, durante il tempo del loro incarico, neppure un officiale di questi stessi né di qualcuno di loro, neppure i famigli, con vincolo di giuramento, e sotto penalità, qualora facciano il contrario, di 100 libre di denaro dal loro salario per ciascuna volta, se non qualora sia di necessità, per questi stessi o per qualcuno di loro, andare a visitare i Castelli, e quando fosse opportuno che essi stessi si rechino alla Curia del signor Marchese per il parlamento generale. In questi casi ciascuno di loro abbia un salario, come sembrerà meglio ai signori Priori, al Gonfaloniere di giustizia e al Consiglio generale, e con un numero di cavalli come sembrerà conveniente agli stessi Priori, purché chi va non possa avere più di 20 soldi di denaro per ciascun cavallo che porterà e per ciascun giorno. E nessuno possa né debba dare un cavallo del Comune, in pagamento a questi o ad alcuno di essi, in qualche modo o per qualche causa; e colui che contravviene sia punito a 10 libbre di denaro; e possa essere accusato da chiunque e denunciato, fino a due anni e l’accusatore o il denunciatore sia tenuto segreto. E lo stesso Podestà e il Capitano che ricevesse il cavallo hanno altrettale obbligo. E questo statuto non possa essere cancellato né si possa in qualcosa derogare. E il Notaio delle delibere e il Cancelliere sotto vincolo di giuramento e sotto penalità di 25 libre di denaro dal suo salario, non possa né debba in alcun modo fare o scrivere qualche proposta sulle cose predette, salvo qualora l’andare nell’esercito o alla cavalcata sia di necessità per il Podestà o per il Capitano in base ad una delibera del Consiglio. E, per ogni cavallo o mulo che porterà, oltre al numero dei cavalli sia lecito che debba tenerli secondo la forma della sua elezione nel servizio per il Comune, nell’esercito o nella cavalcata predetta, e debba aver dal Comune 20 soldi di denaro per ciascun giorno, purché il Podestà non ne possa condurre oltre 10 e il Capitano oltre 5, sotto la detta penalità. E nessun officiale del Comune di Fermo né alcun altro tabellione (notaio) possa andare in giro nel distretto di Fermo a fare qualche esecuzione per alcuni ‘assetti’, per dazi o per altra causa, eccetto che per dare esecuzione alle condanne e possa allora andare senza che si dia a loro alcun altro salario né compenso, oltre al salario che è concesso loro a motivo del loro ufficio, oppure per effetto della forma di qualche statuto di Fermo. E le esecuzioni tutte che siano da fare nel distretto di Fermo per qualunque causa, si facciano soltanto per mezzo di cittadini Fermani, e non per mezzo di altri, eccetto per le condanne. E i predetti esecutori siano eletti e incaricati dai signori Priori del popolo e dal Gonfaloniere di giustizia soltanto tra i cittadini. E vadano con la lettera di questi signori Priori del popolo e del Gonfaloniere di giustizia, come è consuetudine. E ogni esecutore abbia, per ciascun giorno in cui fa pernottamento per questa esecuzione, 20 soldi di denaro e non di più, calcolando il giorno di partenza e quello di ritorno alla Città di Fermo, sotto penalità per chi agisca contro questa modalità, o per ciascuno che va, anche per chi lo manda; 10 libbre di denaro per ciascuno e per ciascuna volta. E i Sindaci dei Castelli non debbano obbedire oltre e contro questa forma stabilita né dare alcunché ad essi, né pagarli, sotto detta penalità.

2 Rub.44

Coloro che ricevono l’onore militare.

   Quando qualche cittadino fermano abitante nella Città di Fermo voglia ricevere l’onore e la dignità di cavaliere o di milite nella Città di Fermo debba avere dal Comune di questa Città di Fermo 100 libre di denaro dal patrimonio e dall’erario di questo Comune e tramite il Comune di questa Città nel giorno in cui prenderà detta dignità ed onore, gli vengano date, contate ed assegnate interamente.

2 Rub.45

Le vendite fatte di beni dei condannati.

   Tutte e singole le vendite, le alienazioni o cessioni <già> fatte o che verranno fatte in futuro ad opera dei Sindaci del Comune di Fermo dei beni degli esiliati o dei condannati del Comune di Fermo o dei loro fidejussori o di altri beni del Comune abbiano validità e obblighino e ottengano una perpetua stabilità e debbano essere rispettate dal Comune di Fermo esattamente ed inviolabilmente. E questo Comune sia obbligato a difendere tali vendite e alienazioni proteggendo gli acquirenti contro qualsiasi molestatore, salvo sempre il diritto di altri che pretendono qualche diritto sui beni predetti, e salvo il diritto del prezzo. E il prezzo debba essere restituito dal Comune agli acquirenti quando i predetti beni venduti per legge fossero stati ritirati dai detti acquirenti.

2 Rub.46

L’officio del Notaio del Podestà che deve risiedere nel Porto.

  Il Notaio del Podestà che deve stare a Porto San Giorgio secondo la forma dell’elezione del Podestà, sia obbligato e debba catturare e far catturare tutti e singoli coloro che commettessero e facessero qualche reato di qualunque genere sia, e debba mandarli sotto fidata custodia a questo signor Podestà e alla Curia Fermana. E <il Notaio> debba spiare e far spiare tutti e singoli coloro che provengano dal territorio, anche gli ospiti che portassero armi di difesa e di offesa in questo Porto in contrasto alla forma dello statuto, in modo che quando tali cittadini verranno a questo Porto, dalla Città o da qualsiasi altro luogo, siano fermati e debbano depositare le armi che portano presso il fondaco del Comune di Fermo o nel suo ospizio, sotto la penalità contenuta nello statuto. E subito quando gli ospiti entrano nell’ospizio, colui che accoglie gli ospiti deve dire agli ospiti che non portino armi perché c’è il bando per queste cose. Qualora l’ospitatore non lo facesse sia punito alla pena che dovrebbe patire l’ospite <accolto>; e chi viene ospite non sia obbligato alla predetta pena contenuta nello statuto del Comune di Fermo. E subito il Vicario mandi al Podestà l’ospitatore che non ha detto prima a chi viene ospite che è proibito portare armi. E questo Vicario sia obbligato a gestire i tavoloni e i vasi e gli arnesi del Comune di Fermo e riceverli per mezzo di un inventario e renderli al Sindaco del Comune di Fermo; e qualora egli facesse in modo contrario sia punito a 10 libre di denaro per ogni volta. E gli uomini di questo Porto siano obbligati e debbano obbedire a lui in tutte le cose che riguardano il suo officio. Qualora questo Notaio commettesse qualche frode in questo officio o fosse negligente, subito sia espulso da questo officio. E questo vicario sia obbligato, sotto la detta pena a fare e a far fare la custodia notturna per mezzo di uomini di questo Porto riguardo al fatto che non accada alcun danno né furto in nessuna casa dello stesso Porto; purché non siano poste a fare questa custodia le vedove, i pupilli e i vecchi di età maggiore di settanta anni, né le persone miserabili e purché questo officio non sia di pregiudizio a coloro che hanno fatto acquisti e in futuro faranno acquisti della gabella predetta. 

2 Rub.47

Il Podestà o il Capitano o il loro Officiale sia obbligato, ogni qualvolta sarà necessario, recarsi fuori Città a proprie spese.

  Ogni volta che fosse necessario che il Podestà, o il Capitano o qualche officiale di costoro o di uno di essi, giudice milite o altro officiale ospite del Comune di Fermo e capitasse che vada in qualche luogo per ultimare qualche questione, oppure altrimenti per esercitare il suo officio, essi e ciascuno di essi che fosse necessitato per queste cose, siano completamente obbligati ad andare quando ce ne fosse necessità, senza salario, con i cavalli degli stessi Podestà o Capitano. E se agissero contrariamente, ciascuno di questi che contravvenisse sia punito dal suo salario a 25 libre di denaro per ciascuna volta. E il Tesoriere del Comune sia obbligato a prelevare la penalità dal salario dello stesso officiale e qualora questo Tesoriere non facesse le ritenute, sia obbligato lo stesso Tesoriere a pagare di sue proprie spese al Comune. E i Regolatori del Comune non debbano sotto la detta pena, fare il bollo sul bollettino per i Rettori, né per qualcuno di essi tra i predetti o qualcuno dei predetti e qualora mettesse il bollo, questa bolla non abbia validità. E nessun officiale, famiglio o subalterno di essi o di qualcuno di essi possa, sotto detta pena, accettare o ricevere denaro alcuno o alcune cose da una persona speciale per una custodia o una esecuzione o per qualche altra causa in occasione di un officio, sotto la predetta pena, per ciascuno e per ciascuna volta. E il Podestà e il Capitano e ogni altro loro officiale del Comune nel suo ufficio sia obbligato e debba, con vincolo di giuramento, e sotto la predetta pena, praticare e fare praticare ad opera dei loro officiali, famigli e subalterni tutte e singole le cose contenute in questo statuto.

2 Rub.48

I Castellani non vanno ricevuti nel Distretto di Fermo.

   Vogliamo ed ordiniamo che nessun Castello o Villa osi o presuma di accogliere qualcuno come castellano del Castello, o della Villa né di fare qualche esenzione a qualcuno senza l’esplicito permesso dei signori Priori e del Gonfaloniere di giustizia da darsi per iscritto. E il Castello e la Comunità che contravvenisse sia punito, per ciascuna volta, con libre 50 di denaro. Il Podestà ha l’obbligo di far conoscere questo articolo agli uomini dei Castelli e delle Ville del contado e del distretto di Fermo.

2 Rub.49

Tutti quelli dei Castelli e delle Ville del Comune di Fermo debbano essere considerati cittadini.

   Parimenti stabiliamo ed ordiniamo che tutti quelli dei Castelli e delle Ville del Comune di Fermo abitanti nei Castelli e nelle Ville predette, Castelli e Ville che pagano e offrono atti reali e personali di sottomissione nel Comune di Fermo, siano difesi in paragone ai Cittadini Fermani e siano Cittadini Fermani e siano considerati Cittadini in ogni cosa e per ogni cosa. Non per questo statuto intendiamo recar danno ad un beneficio ad essi concesso tramite un altro statuto inserito nel presente volume, riguardo al dimezzamento della pena per delitti commessi da parte degli abitanti del contado. Quelli in verità che non fanno atti reali e personali di sottomissione e non li abbiano fatti al Comune di Fermo da 5 anni innanzi, e che non siano iscritti nel libro dei fumanti del Comune di Fermo, non siano considerati, né difesi come cittadini e non godano di alcun privilegio goduto da cittadini. Eccettuiamo coloro che abbiano le giuste e legittime immunità, e patti <dati> dal Comune di Fermo, e dai signori Priori, e dal Vessillifero di giustizia di questa Città.

2 Rub.50

Il salario del Notaio e dei Balivi non deve essere ricevuto dai Sindaci dei Castelli e delle Ville.

   Parimenti stabiliamo ed ordiniamo che il Notaio del Podestà, che sarà in questa carica nel tempo, e coloro che sono ordinati per i loro Castelli e Ville a raccogliere e scrivere i Sindaci dei Castelli e delle Ville, siano obbligati, senza nessun salario, sotto penalità di 10 libre di denaro, e debbano scrivere i nomi, le presentazioni o i risultati dei sindacati, e raccomandare ad essi <Sindaci> che denuncino i malefici, e facciano le altre cose a cui sono obbligati. Parimenti i balivi, che citassero detti Sindaci o alcuni altri dei Castelli e delle Ville, in qualunque occasione, modo o ragione, in nessun modo possano e debbano ricevere nulla da questi, per il loro lavoro, oltre a quanto a loro viene concesso per disposizione degli statuti. E il balivo che contravvenisse sia condannato imperdonabilmente a 10 soldi di denaro e riguardo a ciò si creda al giuramento di colui dal quale ha ricevuto qualcosa di più.

2 Rub.51

La libertà concessa a coloro che vengono per insegnare o per studiare nella Città di Fermo.

   Coloro che vogliono venire nella Città di Fermo per studiare, o per insegnare qualche scienza, o per praticare l’esercizio di qualche arte, liberamente e tranquillamente vengano con le loro cose, i famigli e le persone, malgrado le azioni di rivalsa concesse a qualcheduno o che verranno concesse in futuro.

2 Rub.52

 I cittadini, dai quali il Comune di Fermo non ottiene rispetto, non siano difesi quali cittadini.

   Parimenti stabiliamo ed ordiniamo che i cittadini e gli altri abitatori della Città dai quali il Comune di Fermo non riceva atti reali e personali o misti di sottomissione, non siano difesi in paragone ai cittadini, né godano del beneficio di uno statuto di questa Città. Questo statuto peraltro non sia inteso né venga applicato a coloro che hanno dal Comune di Fermo privilegi, immunità, ed esenzioni reali e personali o miste o qualcuna di queste.

2 Rub.53

I Notai del Podestà, del Capitano, o del Giudice di giustizia, o di altro officiale forestiero non possano rivelare al pubblico i contratti.

   I notai del Potestà, del Capitano, del Giudice di giustizia o di ogni altro qualunque officiale non forestiero ardiscano, né presumano scrivere o pubblicare alcun contratto né alcuni atti civili o statuti da cui possano ricevere qualche compenso o recepirlo dalle parti, o da persone speciali se non esclusivamente gli atti per i quali sono stati incaricati dal proprio Rettore e senza percepire un salario. E qualora facessero il contrario gli atti o gli altri contratti, per diritto stesso, non hanno validità e incorrano nella penalità di 10 libbre di denaro per ciascuno e per ciascuna volta. Inoltre nessun Notaio, né officiale tra i predetti osi né presuma fare rogito o pubblicare qualche testamento, codicilli, donazione in occasione di morte né altra ultima volontà, sotto pena di 100 soldi di denaro. Ma questo signor Podestà, il Capitano o il Giudice di giustizia e i loro officiali, a richiesta e a volontà di chiunque che essi detenessero nel loro carcere, e che dovesse essere condannato all’ultimo supplizio, siano obbligati e debbano chiamare e far portare a quel tale così detenuto uno o due notai della Città per far scrivere l’ultima sua volontà se volesse farla; sotto pena, quando fossero negligenti nelle cose predette, di 200 libre di denaro contro il Podestà, il Capitano o il Giudice di giustizia.

2 Rub.54

IL Podestà sia obbligato ad applicare l’esenzione da imposte a coloro che vengono ad abitare nella Città.

   Chiunque venendo da fuori territorio, dal giorno di oggi in avanti, verrà ad abitare nella Città di Fermo e giurerà la cittadinanza e di abitare in perpetuo questa Città, e porrà se stesso e le sue cose sotto la giurisdizione della Città di Fermo e vorrà fare un acquisto nella Città secondo le sue possibilità entro quattro mesi dal giorno dell’accoglienza, costui e costoro da qualunque luogo fossero, siano accolti tra i cittadini e si conceda a loro il privilegio della franchigia di dieci anni secondo la forma dello statuto o della delibera della Città di Fermo. E qualora colui o coloro a cui il privilegio della franchigia è stato concesso, non facessero, entro il detto tempo di quattro mesi, l’acquisto, non godano alcun privilegio per sé, né l’immunità, nonostante alcun capitolo, né privilegio, e sia obbligato a pagare la tassa del fumante per la rata in proporzione della ricchezza delle sue cose e secondo l’imposizione del fumante, già fatta nel tempo e da farsi. E colui che verrà ad abitare nella Città Fermana e avrà il privilegio della franchigia e fosse accolto come cittadino, anche se fosse un figlio di una famiglia <sotto la patria potestà>, sia considerato e trattato e reputato per ogni cosa e in tutte le cose, nei contratti, nei processi, nelle cause civili e penali, nella sua azione <giuridica>, e nella difesa, nel disporre e nell’organizzare i suoi beni e nell’esercizio di qualsiasi cosa, come ogni padre di famiglia, nonostante la patria potestà sua. E qualora qualcuno dei predetti facesse un acquisto con frode di qualche cosa che è posseduta dal venditore e non <posseduta> da colui che mostra che ha fatto l’acquisto, si presuma che l’acquisto sia stato fatto con frode e il venditore sia punito a 10 libre di denaro e di questo bando <penalità> la metà sia data all’accusatore o denunciatore. E quando colui, che è stato accolto, abbia fatto l’acquisto, come precisato sopra, sia immune e esente da tutti gli atti reali e personali di sudditanza fino al detto tempo di dieci anni; ad eccezione per l’esercito e per il salario del Podestà, cose per le quali non sia e non debba essere immune, ma sia esente realmente da ogni altro atto di sudditanza. E qualora un officiale gli imponesse qualcosa o gliela comandasse e lo gravasse per alcuni altri atti, egli non sia obbligato ad obbedire agli ordini di tale officiale; e l’officiale che contravviene sia punito nel tempo del sindacato a 10 libre di denaro. E venga disposto nel Consiglio generale della Città di Fermo il Sindaco che accolga costui come cittadino; e il Notaio o il Cancelliere ne faccia rogito e riceva da colui che è accolto le promesse e le stipule. Vogliamo inoltre che se i predetti che vengano accolti tra i cittadini, o qualcuno di loro, prendessero moglie nella Città di Fermo o nel contado, e da questa sua moglie gli provenisse qualche podere, si obbligato a pagare l’estimo riguardo a questo podere della moglie, nonostante la sua immunità. Inoltre diciamo la stessa cosa allorché a costui provenisse qualcosa da un testamento o a motivo della morte di qualcuno senza testamento, e sia obbligato a pagare al Comune l’estimo sulle cose pervenutegli in tale occasione, come non avesse alcuna esenzione né immunità. Inoltre ciascuno che è stato accolto come cittadino sia obbligato e debba far scrivere l’acquisto che ha fatto nel libro degli estimi del Comune di Fermo, nella contrada in cui abita, con il suo nome, come sono iscritti gli altri cittadini, sicché l’acquisto e i possessi suoi appaiano con evidenza, affinché non si possa commettere una frode; e qualora si facesse <il nuovo cittadino>  diversamente sia privato del privilegio e dell’immunità e della predetta esenzione.

2 Rub.55

Le immunità da concedersi a coloro che vengono e vogliono abitare nelle terre e nei possedimenti con estimo per le persone della Città di Fermo.

   Tutti coloro che, da oggi in seguito, da qualunque luogo siano, fuori dalla Città e dal contado di Fermo, verranno per abitare e per fare l’abitazione con la perpetua residenza, assieme con la loro famiglia, se l’hanno, in, e, sopra un possessione di qualche Cittadino della Città di Fermo e questa possessione sia nell’estimo <comunale> non diano al Comune di Fermo nessun atto di sottomissione reale, personale né estimo, né fumante, ma <tali immigrati> siano liberi e esenti da tutte e singole le cose sopradette, di qualunque genere siano e possano essere, qualora tale possessione sia descritta e posta nel libro degli “estimi” del Comune di Fermo, da cui viene pagato un estimo al Comune di Fermo, e il posseduto sia posto entro le seguenti delimitazioni di confini, cioè dal trivio di Spirnachia dirigendosi fino al fiume Tenna, e sino al Varco Tosiani di Tenna, fino al fiume, e dirigendosi dal già detto Trivio Spernachia, oltre San Giovanni di Busio e san Cipriano, oltre verso la Città <Fermo>, e Monte Rosario, e Colle Brunetti, e da Monte San Martino, e da Monte Morino fino al fiume Tenna, e fino al mare, e attraverso la strada del mare e dal Castello di Grotta Azzolina oltre verso la Città, e da Santa Polinaria o san Bartolomeo di Ponzino oltre, e dal Castello di Rapagnano oltre verso la Città, <tale possessione sia> dovunque dentro, o fra, questi luoghi e confini, e da qualcuno di questi verso la Città, e i Borghi della Città, da questi luoghi oltre, o in, qualcuno di questi, se sono <possessi iscritti> negli “estimi”, come detto sopra. E il Podestà o il Capitano o i famigli loro, o un altro officiale del Comune di Fermo, questi già detti o alcuno di questi, non facciano molestie né aggravi, con alcuna prestazione di ossequi, in nessun modo, sotto pena di 100 fiorini d’oro <da prelevare> dal loro salario e con vincolo di giuramento, ma siano obbligati a fare la difesa di questi <immigrati> e dei loro beni e della famiglia. E qualora fosse inferto a questi immigrati qualche danno ad opera di alcuni banditi <condannati> o da chiunque altro, quando non si conoscessero i nomi di tali danneggiatori, si debba fare la riparazione ad opera del Comune di Fermo. E riguardo all’estimo dei danni si accetti quello che dicono con giuramento coloro che sono stati danneggiati, fino alla somma di 20 soldi di denaro, e da questa in più fino alla somma di 100 <soldi> si accetti quello che i danneggiati dichiarano assieme con un testimone e con giuramento; e per somma superiore a questa <si faccia> con le prove di due o tre testimoni degni di fede, tuttavia in modo tale che qualora il danno che gli immigrati o qualcuno di essi hanno subito, fosse stato causato da tali banditi <condannati> del Comune di Fermo i quali hanno il padre o i fratelli carnali o i figli, allora questi padri, fratelli e figli siano obbligati a fare le riparazioni e non il Comune. E il Podestà sia obbligato e debba costringere questi a fare reali risarcimenti, personalmente, in forma efficace. Inoltre se qualcuno uccidesse qualche bestia, polli o oche e cose <animali>simili nelle case di abitazione di questi immigrati o di uno di questi, oppure lo sciame delle api abbia fatto distruzioni in queste loro case, paghi per penalità 25 libre di denaro; ma se non avessero fatto le cose predette dentro queste case, ma al difuori di esse, nelle possessioni, o nelle vie pubbliche all’intorno di tale abitazione, lontano mezzo miliare, la punizione è di 10 libre di denaro e si faccia rimunerazione del danno da risarcire con il doppio del danno patito in ognuno dei casi già detti. Inoltre se qualcuno percuotesse uno dei predetti (immigrati) o uno dei loro familiari, oppure usurpasse le loro cose, sia punito al doppio di quanto sarebbe punito se avesse usurpato altra persona o ne avessero usurpato le cose.

 2 Rub.56

I nobili del Contado non paghino le collette <tasse>.

   Inoltre stabiliamo e ordiniamo che i nobili del contado che vengono per i servizi del Comune di Fermo a proprie spese e coloro che hanno possessi nella Città e nel contado o nelle pertinenze della Città di Fermo, e questi possessi stanno nell’estimo nei Castelli del Comune di Fermo, siano liberi ed esenti dalla prestazione di qualsiasi colletta. I “comitatensi” infatti si intendano essere i nobili che stanno a servizio del Comune di Fermo con i loro cavalli ed a loro spese. E i “comitatensi” che vogliono praticare questo capitolo siano obbligati a farsi iscrivere prima che venga imposta qualche dativa e facciano promessa di servire al Comune in tempo di guerra, a tutte loro spese e con propri cavalli ed armi, e per queste cose prestino cauzioni idonee e sicurtà. E da allora non possano avere cavalli né stipendi dal Comune, e nondimeno essi siano obbligati a pagare per tutti i possessi la cui dativa è stata pagata per consuetudine al Comune e di quei beni che provengono e perverranno ad essi per qualunque causa e qualora questi nobili si rifiuteranno di fare le cose qui dette, non possano godere del beneficio del presente statuto, e siano costretti alla prestazione delle dative imposte e da imporsi nel Comune di Fermo.

2 Rub.57

Il Notaio degli estimi del Comune di Fermo.

   Inoltre stabiliamo e ordiniamo che i notai degli estimi della Città di Fermo i quali si occupano ed hanno gli estimi del Comune in carta bambagina, siano obbligati a scrivere questi estimi in fogli di pergamena e a ricopiare come dovuto e per come sono stati scelti. E il Capitano futuro costringa coloro che non avessero scritto le cose dette, né abbiano ricopiato in pergamena al fine di scrivere e di ricopiare questi estimi in fogli di pergamena, come hanno obbligo e hanno dovere e <il Capitano> faccia dare loro le pergamene per questi estimi per mezzo del Tesoriere del Comune, e i Regolatori del Comune per questo concedano la bolla. E allo scopo che non avvenga alcuna frode per il Comune, quando i terreni, le case o altre cose sono cancellati e sono iscritti, siano obbligati e debbano esigere il giuramento da entrambe le parti che chiedono che si faccia il cambiamento o l’iscrizione o la cancellazione in modo che non lo facciano con frode al Comune, e non sia per motivo di esimersi dalla tassa del fumante del Comune, in tutto, né in parte né allo scopo di uscire fuori da qualche Consiglio. E chi facesse il contrario sia punito a 10 libre di denaro. Riguardo alla copiatura nelle carte di pergamena, i Regolatori possano concedere loro i bollettini per il salario stabilito per loro. In ciascuna contrada sia scelto un Notaio buono e legale per dover tenere il libro <registro> degli estimi della contrada in cui fu eletto. E questi notai (siano eletti) nel modo e nella forma in cui vengono eletti il Notaio o i notai che hanno gli stessi libri (di estimi); e dopo ultimato il loro ufficio siano obbligati a riconsegnare questi libri per i loro successori nell’officio, in presenza dei signori Priori e del Gonfaloniere di giustizia, sotto penalità di 25 libre di denaro. E l’officio di questi notai e di ciascuno di essi ha la durata di soltanto un anno; e ultimato l’officio siano eletti altri nella forma predetta e si proceda a una nuova elezione. E colui che è stato in questo ufficio non possa essere eletto dopo sino a 5 anni allo stesso officio. E dopo ultimato il tempo di un anno, questo Notaio sia obbligato e debba andare presso i signori Priori del popolo e presso il Gonfaloniere di giustizia, affinché sia eletto il suo successore, sotto detta penalità. E il Podestà e il Capitano del popolo siano obbligati e debbano adempiere tutte le cose dette sopra con vincolo di giuramento e con penalità di 100 libbre da riscuotersi nel tempo del loro sindacato.

2 Rub.58

Le pacificazioni sono da farsi tramite il Podestà.

   Parimenti stabiliamo ed ordiniamo che il Podestà entro il primo mese del suo governo debba efficacemente adoperarsi per far fare tutte le riappacificazioni fra i Cittadini Fermani, interponendo le sue parti, come a lui sembrerà convenire; purché tuttavia non costringa di fatto con sentenza coloro che rifiutano di fare pace.

2 Rub.59

Il Podestà, il Capitano o i loro officiali non rechino offesa ad alcuno.

   Parimenti stabiliamo ed ordiniamo che il Podestà o il Capitano o qualsiasi altro officiale del Comune di Fermo non osi né presuma di dire o fare una offesa ad alcuno arringatore nel Consiglio sotto la pena di 25 libre di denaro nel modo per ciascuna volta quando contravvenga in queste cose. Se in realtà avesse detto una delle dette cose in altro luogo, non in tali Consigli, sia condannato alla metà di detta penalità e questa pena sia prelevata durante il loro sindacato, o il Sindacatore di qualcuno di essi, sia obbligato di prelevarla dalla loro paga.

2 Rub.60

La libertà e la franchigia per gli immigrati che da dieci anni hanno abitato nella Città di Fermo e per i vassalli che vengono e che vogliono abitare nella Città. In questo caso nessuno possa essere Procuratore per gli immigrati da fuori <contado>.

   Inoltre stabiliamo e ordiniamo che chiunque abbia abitato in modo continuativo nella Città di Fermo per dieci anni, senza interruzione di tempo, e entro questo tempo non sia stato molestato né gravato di fronte al Giudice competente riguardo a prestazioni di omaggio, di fedeltà e di servizio nel dovuto e negli usi, non venga inquietato riguardo a qualcuna delle predette cose. Per questa investigazione si agisca sommariamente senza spesa di quella persona che si presenta e nessuno in tali casi sia l’avvocato per il forestiero né faccia il procuratore contro qualche Cittadino che concorda sulle cose predette; e chi contravvenisse non sia ascoltato, ma sia punito a 10 libre di denaro. E si intenda la stessa cosa per quelli che verranno ad abitare nel distretto di Fermo; purché in entrambi i casi, divengano cittadini e facciano un acquisto secondo la forma dello statuto. La stessa cosa diciamo riguardo agli uomini dei Castelli che vengono ad abitare presso la Città Fermana, se vi abiteranno per dieci anni e non siano molestati riguardo alle cose predette di fronte al Giudice competente. Inoltre chiunque in futuro venga da fuori ad abitare nella Città di Fermo o nel suo contado e abiterà in questa Città e nel contado o vi abiterà per dieci anni continui, senza molestia, né turbamento né interpellanza fatta riguardo a lui di fronte al Giudice competente, non possa esser turbato e non ci sia validità da parte di alcuno né sia molestato a motivo di una tassa di vassallo o di omaggio, ma sia e si intenda liberato da ogni tassa di vassallatico e di omaggio.

2 Rub.61

Che i Notai siano obbligati a redigere atti.

  Inoltre stabiliamo e ordiniamo che un Notaio che è richiesto che faccia qualche rogito d’istrumento sia obbligato a scrivere questo istrumento e completarlo e darlo alle parti entro gli otto giorni successivi dal giorno quando ha fatto il rogito, dopo che dalle parti gli è stata data la mercede per il suo lavoro e per la carta. E se il Notaio facesse il contrario, paghi la condanna di 5 soldi di denaro e ciascun Notaio debba scrivere per se stesso in un protocollo e in una abbreviatura di qualsiasi contratto di rogito che egli debba scrivere e riportarvi la data degli anni del Signore, l’Indizione, il mese, il giorno, il numero, i pesi, le misure e le quantità dichiarate tra le parti, cose chiare e palesi e non oscure né confuse. E il Notaio sia obbligato a scriverlo allorché sarà richiesto, prima che le parti si allontanino da lui, egli prontamente legga per le parti contraenti quello che ha scritto e al termine di ogni contratto scriva il <nome del> Notaio e «Io … tale Notaio rogato scrissi» sotto pena per il Notaio che non lo facesse di 100 soldi di denaro. E i contraenti prontamente dopo le cose dette, debbano pagare al Notaio, per il suo lavoro di rogito, la competente mercede, sotto pena di 20 soldi di denaro; e il Notaio entro l’ottavo giorno dopo queste cose, deve fare l’istrumento per le parti, se vorranno, sotto pena di 20 soldi di denaro e in forma pubblica per le parti o consegnarlo alle parti o a qualcuna di esse che lo richiedesse. E di tutto quello che sta nel rogito il Notaio sia obbligato a fare un protocollo in un libro <registro> e non su cartucce o cedole, sotto pena di 100 libbre di denaro se non lo facesse. Inoltre ciascun Notaio che sarà chiamato a fare qualche istrumento e dove fare il rogito di qualche contratto, sia obbligato ad andarci, sotto pena di 20 soldi di denaro, salvo che non abbia una motivata causa di giustificazione. Inoltre ciascun Notaio che fosse chiamato o richiesto da qualcuno che voglia fare una protesta al Podestà, al Capitano o agli altri officiali, o voglia interporre un appello, sia obbligato ad andare e fare rogito riguardo a queste cose e scrivere questa protesta o appello e redigerla in forma pubblica e consegnarla a colui che lo ha indotto. E se facesse il contrario paghi il bando (condanna) di 25 soldi di denaro, e qualora colui che ha indotto il Notaio per le cose predette non pagherà a questo Notaio la competente mercede, sia punito a 20 soldi di denaro e nondimeno sia obbligato a soddisfare.

2 Rub.62

Il Sindaco da avere come procuratore <per Fermo> nella Curia Romana e nella Curia del signor Marchese.

   Inoltre stabiliamo e ordiniamo per il buon stato della Città di Fermo e affinché il Comune non incorra in pericoli né danni e affinché non vadano a decadere i suoi diritti, dato che molti processi e condanne sono fatti ad opera del Rettore della Marca Fermana e i Giudici della sua Curia contro il Comune e contro le persone della Città di Fermo e del suo distretto e dato il fatto che le cause di appello non vengono proseguite, come per la maggior parte sono abbandonate. I signori Priori del popolo e il Gonfaloniere di giustizia, quando a loro sembrerà utile, possano eleggere un Sindaco per il Comune di Fermo il quale stia e debba stare nella Curia Romana o nella Curia del signor Marchese, o un Sindaco in un Curia e un altro nell’altra, come a loro sembrerà opportuno. Questi Sindaci debbano tenere la difesa delle cause del Comune di Fermo e per essi e per ciascuno di essi possano e debbano stabilire il salario che sia giusto e congruo. E questi signori Priori possano dichiarare a costoro questo salario. Questo salario venga imposto e riscosso insieme con il salario dei Podestà e del Capitano.

 2 Rub.63

Le lampade dei mercanti della Città di Fermo.

   Stabiliamo ed ordiniamo che otto lampade debbano esserci, ed ardere nella sera, e durante la notte, e da accendere sul crepuscolo della sera, ossia fra il giorno e la notte, e per tutta la notte debbano rimanere accese, e lungo la strada da San Martino fino la chiesa di San Matteo: e affinché questo sia fatto si debbono costringere tutti i mercanti della Città a loro spese tramite il Podestà. Parimenti ci siano dodici lampade allo stesso modo e forma, che debbano essere accese ed ardere nel modo predetto da San Matteo fino a San Zenone. E tutti i mercanti della Città, i quali nelle stesse vie e strade hanno i magazzini o i posti in stanze, siano obbligati a contribuire per le predette cose e lo facciano e lo si debba fare a spese loro. E il predetto Podestà lo faccia fare col vincolo del giuramento.

2 Rub.64

Che sia consentito ricusare uno statuto.

   Ordiniamo che chiunque abbia rinunciato a qualche statuto, non possa in seguito beneficiare dello stesso statuto per il quale sia stata fatta rinuncia; tranne quando in uno statuto di questo volume si trova scritto che il beneficio di quello statuto non può essere rinunciato in qualche caso; allora, nonostante il presente statuto, deve essere rispettato ciò che è stato disposto in questo, a cui, o ai quali non intendiamo derogare con il presente statuto.

2 Rub.65

Quando viene trattato un affare del Podestà o di una particolare persona, in qualsiasi Consiglio, oppure nella Cernita, l’interessato debba starsene lontano.

   Quando si sta trattando, in qualche Consiglio generale o speciale o in qualche Cernita o adunanza di Credenza su un fatto di un Podestà, di un Capitano, o di altro officiale della Città di Fermo o di altra persona singola e questo fatto o affare, riguardasse il comodo o l’incomodo di qualcuno dei predetti, vogliamo che in questo Consiglio, Cernita, o Adunanza non debba essere presente lo stesso tale officiale o altra singola persona il cui comodo o incomodo viene trattato, e neanche (siano presenti) i fratelli carnali, e consobrini, né i nipoti carnali e consobrini, né i generi, i suoceri, i cognati carnali dei costui, né coloro del cui comodo o incomodo sia sta trattando. Qualora questi fossero presenti in questo Consiglio, Cernita, o Credenza, se ne debbano allontanare e qualora non lo facessero e restassero presenti e quando in tale Consiglio, Cernita, o  Credenza si compisse o deliberasse qualcosa a proprio servizio, non ha validità quanto fatto e deliberato a loro favore. E i signori Priori e il Gonfaloniere di giustizia siano obbligati sotto penalità di 100 libre di denaro, ad espellere da questi luoghi le persone qui nominate, attinenti al fatto che viene trattato, e non debbano permettere che vi restino, e qualora fossero negligenti nelle cose predette siano obbligati a pagare la detta penalità nel tempo del loro sindacato.

2 Rub.66

Quando qualcuno abita o ha la casa ai confini delle contrade sia a lui consentito farsi registrare nella contrada dove più gli piace.

   A colui che abita nel confine di due contrade, oppure al confine in mezzo a due contrade della Città di Fermo, sia consentito, e possa farsi registrare nella contrada dove lui preferisce nel libro dei focolari, anche nel libro del Consiglio e in qualunque altro libro o scrittura che comprende le contrade e possa esercitare l’officio e usufruire del beneficio in detta contrada, dove sarà iscritto per il fumante, per il Consiglio e al modo come gli altri di detta contrada fanno, e usufruiscono: Dopo scelta una contrada non possa andare ad un’altra contrada.

2 Rub.67

Che il Podestà, il Capitano e gli altri Officiali del Comune siano obbligati e debbano fornire la possibilità di fare accoglienza da se stessi.

   Stabiliamo e ordiniamo che tutte le porte dei Palazzi del Comune di Fermo e le porte del Palazzo del popolo, siano aperte dalla prima ora del giorno fino alla terza ora, e dall’ora nona fino al tramonto del sole, ad eccezione delle porte delle camere e nelle ore in cui mangiano o dormono, nei tempi consueti. E il Podestà o il Capitano e ciascuno di questi, che facesse contrariamente, venga punito per ciascuna volta a 50 libre di denari da pagare al Tesoriere del Comune di Fermo dal suo salario. Essi non possano porre una cedola o una scrittura di una persona nei muri o nelle stanghe, nelle colonne, né nelle porte, né in alcun altro edificio di questi palazzi, né possano proibire ad alcun cittadino o abitatore di Fermo che entri in questi palazzi nei tempi e nelle ore consuete. Tuttavia questo statuto non si applichi nelle porte del Palazzo dove sono i Priori del popolo e il Gonfaloniere di giustizia di questa Città.

2 Rub.68

La custodia e l’immunità <nei castelli> di San Benedetto, di Monte Falcone e di Smerillo.

    Dato il fatto che sembra che possano capitare ed avvenire in diversi tempi molte e diverse novità, e che per i Castelli di San Benedetto <del Tronto>, di Monte Falcone, e di Smerillo e di Gualdo, per ciascuno di questi c’è necessità di cose che resistono e di fortificazioni, e volendo provvedere più accortamente alla custodia e alla difesa di essi, stabiliamo e ordiniamo che quando i Castellani e i Sergenti sono mandati a custodire questi Castelli o qualcuno di questi, prima che questi Castellani, e Sergenti vi siano mandati o prima che vi vadano per tale custodia, a loro e a ciascuno di questi sia pagato tutto il salario <prelevando> da ogni avere e dal denaro del Comune e debbano riceverlo per sei mesi, nei quali debbono stare a custodire questi Castelli. E il signor Podestà e il Capitano e i Priori del popolo e il Gonfaloniere di giustizia, che ci saranno nel tempo, siano obbligati, sotto vincolo di giuramento, sotto la penalità di 100 libre di denaro per il Potestà o per il Capitano e per ciascuno di questi; e per ciascun Priore, e per il Gonfaloniere penalità di 50 libre di denaro e debbano far fare il pagamento predetto a questi Castellani e ai Sergenti per mezzo del Tesoriere del Comune, secondo il loro potere, senza ritardo, a richiesta di questi Castellani, e per le custodie di ciascuno di tali Castelli, nel periodo in cui debbono iniziare la loro custodia. E questi Castellani e Sergenti e ciascuno di questi sotto pena di 50 libre di denaro, per ciascuno di questi, siano obbligati e debbano fare bene il servizio ed in ciascuno di questi Castelli, cioè nella Rocca dello stesso Castello, debbano aver continuamente e conservare le cose commestibili necessarie per il vitto che siano almeno <durevoli> per tre mesi per tutti i famigli che debbono stare in queste Rocche. E questi Castellani e i Sergenti che staranno a custodire queste Rocche, non possano né debbano allontanarsi in nessun modo da questa custodia, ma debbano far residenza continuamente in queste Rocche, e coloro che, tra i Sergenti di ciascun tra i predetti Castellani, rimanendo giorno e notte continuamente in ciascuna di queste Rocche cioè nella torre della stessa Rocca per dover fare la custodia. E colui che facesse contrariamente in qualcuna di queste cose, sia punito con la pena dello statuto del Comune di Fermo. E il Podestà e il Capitano e ciascuno di questi, ad opera propria, sia obbligato a mandare un suo milite o uno dei suoi notai insieme con i Regolatori del Comune o con qualcuno di questi <Regolatori> a fare la rivista delle Rocche del Comune di Fermo secondo la forma dei nostri statuti, e a vedere se in queste ci siano fortificazioni adeguate e se i Castellani hanno tutti i famigli che debbono avere e questi Regolatori, uno solo o più <Regolatori>, che andranno a vedere le cose predette insieme con questo officiale, debbano fare segnare (la puntatura) se troveranno qualcuno che non ha i famigli dovuti; e sia sufficiente la relazione di costui e gli si dia piena fiducia.

2 Rub.69

Che tutti e i singoli abitanti di San Benedetto debbano sorvegliare bene detto Castello notte e giorno.

   Parimenti stabiliamo ed ordiniamo che tutti e i singoli abitanti del Castello di San Benedetto, che attualmente ci sono e che ci saranno in futuro, siano obbligati e debbano con sollecitudine, giorno e notte, vigilare, occuparsi e usare attenzione a che questo Castello di San Benedetto sia ben protetto. E siano obbligati a risistemare gli steccati verso il mare e tenerli integri. E quelli, che giungono ad abitare in questo Castello, siano liberi ed esenti da prestazioni di fumanti e di dazi fino a dieci anni dal giorno in cui vengono ad abitare in questo Castello, cosicché gli stessi non possano e non debbano, in alcun modo, essere molestati riguardo alle predette dative.

2 Rub.70

I mugnai debbono eleggersi i Capitani.

   Parimenti stabiliamo ed ordiniamo che il Podestà, il Capitano, o il Giudice di giustizia, quando iniziano i loro offici o di ciascuno dei loro offici, o del loro governo, con vincolo del giuramento e sotto la pena di 50 libre di denaro <da prelevare> dalla loro paga, siano tenuti e debbano riunire ed obbligare i mugnai della Città per fare il Capitano tra gli stessi mugnai, cioè uno per il primo corso superiore dei mulini e l’altro nel corso inferiore dei mulini sotto i primi mulini situati in detto corso d’acqua. Questi Capitani siano obbligati a spese dei padroni degli stessi mulini a mandare acqua in una posizione tale di modo che i mulini possano in ogni tempo macinare e che gli uomini di questa Città, nel macinare, non abbiano a ricevere alcun danno a causa della mancanza dell’acqua.

2 Rub.71

Vendite e donazioni fatte da qualcuno che divenga Cittadino <Fermano>.

   Chiunque venga nella Città di Fermo ad abitare con la cittadinanza e sia accolto come Cittadino di questa Città e a motivo di questa cittadinanza, quando compra una casa e alcuni possessi in Città o nel distretto di Fermo, oppure, a qualunque altro titolo, acquista questi possessi, non possa vendere questi possessi o abitazioni né alcuno di questi, né alienarli, né, con qualunque titolo trasferirli ad altri tra i vivi, senza l’espressa licenza dei signori Priori del popolo e del Vessillifero di giustizia, insieme con i Regolatori del Comune affinché non eviti la cittadinanza né si allontani con la sua famiglia e con le altre cose sue; e questi signori Priori e il Gonfaloniere e i Regolatori possano concedere questa licenza quando a loro sembrerà opportuno e tali cose non accadano a motivo di evitare la predetta cittadinanza. Se poi qualcuno facesse il contrario e facesse la vendita o altro contratto tra i vivi in contrasto con la predetta forma <dello statuto>, senza aver ottenuto la licenza, come <detto> sopra, la vendita, l’alienazione e qualsiasi altro contratto fatto non abbia validità per il diritto stesso e la cosa venduta in tal modo va al Comune e sia assegnata al Comune di Fermo e tanto l’acquirente quanto il venditore o chi celebra un altro contratto tra i vivi incorrano nella pena di 25 libre di denaro per il fatto stesso, per ciascuno di essi e debbano incorrervi senza alcuna sentenza e senza l’impiego di alcun Giudice. E chi contravvenisse riguardo a tutte queste cose dette sopra possa da chiunque essere accusato o denunciato; e l’accusatore o il denunciatore abbia la metà del bando cioè di queste 25 libbre. Vogliamo anche che il Podestà e il Capitano e ciascuno di questi costringano e debbano costringere tutti e singoli coloro che promettessero la cittadinanza della Città di Fermo e costringano i loro fideiussori per abitazione nella Città di Fermo, sul fatto, a richiesta del Sindaco del Comune o di un altro qualsiasi cittadino o abitante di questa Città, facciano pagare le pene e i bandi predetti, omettendo ogni solennità e sostanza del diritto e degli statuti, e in base al vedere e sapere se hanno fatto promesse.

2 Rub.72

L’osservanza degli statuti

   Il Podestà, il Capitano, qualsiasi altro officiale della Città di Fermo sia obbligato a praticare tutti e singoli gli statuti del Comune di Fermo che riguardano e concernono gli offici di essi e di ciascuno di loro, sotto la pena contenuta negli stessi statuti. E se la pena non è aggiunta in questi, siano obbligati e debbano metterli in pratica, sotto la penalità per ognuno che faccia il contrario, di 100 libre da prelevare, per ciascuna volta, dal salario loro, e di ciascuno di loro.

2 Rub.73

Che gli immobili siano soggetti al pagamento delle imposte.

   Affinché gli estimi del Comune di Fermo non diminuiscano, vogliamo ed ordiniamo che tutti i fondi rustici, e urbani, le abitazioni e tutti i possedimenti ubicati nella Città o nel contado di Fermo, siano e si intende che debbano essere, per l’avvenire, tributari alle casse del Comune di Fermo, e registrati per gli oneri delle imposte e per le collette da imporsi in questo Comune di Fermo, e per tutti gli oneri da imporsi in questo Comune da oggi, in poi, e siano obbligati e debbano essere obbligati dovunque questi possessi o qualcuno di essi siano indirizzati per questi oneri, e nonostante i privilegi, le immunità, le esenzioni comunque concessi, e da concedersi in futuro; sempre salvi i patti fatti tra il Comune di Fermo e gli abitanti del contado o i nobili del contado, o salva la Città di Fermo o altre private persone, per le quali non intendiamo derogare in qualche cosa con il presente statuto.

2 Rub.74

La parte delle vecchie condanne che va data agli Officiali.

   Affinché gli officiali abbiano occasione di eseguire le condanne vecchie, stabiliamo e ordiniamo che il Podestà, il Capitano, il Giudice di giustizia, o il Bargello della Città di Fermo e ciascuno di questi, abbia e debba avere due soldi di denaro per ciascuna libra delle monete che faranno assegnare al Comune, dalle precedenti condanne fatte ad opera dei loro predecessori e nei tre mesi antecedenti il loro officio, a motivo della predetta esecuzione; e il Tesoriere del Comune, nel tempo in cui egli stesso riceve la somma della condanna, sia obbligato a dare questi due soldi a quell’officiale esecutore e a colui che fa l’esecuzione. Riguardo poi alle condanne fatte ad opera dei loro predecessori e di ciascuno di questi nel periodo di tempo successivo ai predetti tre mesi, prima del principio del loro officio, non possano, né debbano ricevere nulla dal Comune né dal Tesoriere del Comune, ma siano obbligati a eseguirle senza un premio e senza ricevere nessuna moneta; e il Podestà possa e i suoi officiali possano eseguire le condanne fatte ad opera del Potestà, o del Bargello; e il Bargello, e ciascuno di coloro che eseguono le condanne fatte ad opera del Podestà e del Capitano, ricevano i due soldi, purché l’officiale, dopo questi tre mesi, per le vecchie condanne pubblicate e fatte dal predecessore, nulla riceva nonostante qualche altro statuto che disponga il contrario nel presente volume, e vogliamo la deroga totale di questo in questa parte per mezzo del presente statuto. 

2 Rub.75

La giurisdizione del milite del Podestà.

  Ogni milite o il socio del Podestà della Città di Fermo, per le cause civili che si svolgono davanti a lui, possa conoscere, definire ed emettere la sentenza fino a 100 soldi e non per una somma maggiore né per una cosa di una somma maggiore; a meno che, tacitamente, per volontà delle parti, non sia stata concessa una dilazione la sua giurisdizione. E questo milite, o socio, possa conoscere, portare a termine sommariamente, semplicemente, amichevolmente, senza chiasso né parvenza di processo, in ogni tempo, anche festivo, ad eccezione però delle feste fatte in onore di Dio, dopo ricercata la sola verità del fatto, le cause giacenti dinanzi a lui, omettendo ogni solennità e sostanza tipica dei processi.

2 Rub.76

Dare incarico a qualcuno di compiere azioni riguardanti il denaro e altre cose del Comune.

   In vigore e per l’autorità della presente legge sia stabilito e si fa un decreto, affinché la nostra Repubblica abbia credito e, quando sarà opportuno, venga sovvenzionata con monete e con cose, che dopo che siano state deliberate una volta, siano mantenute sempre stabili, pertanto ogni delega e promessa di monete o di altra qualsiasi cosa delegata ad opera del Comune di Fermo e promessa, inoltre in futuro ogni delega e promessa di monete e di ogni cosa che si debbono delegare e promettere ad opera del Comune, questa delega e promessa, una volta che sia stata fatta, ad opera della Cernita e del Concilio oppure si faccia di nuovo, sia sempre valevole, stabile e mandata in esecuzione. E i signori Priori e i Regolatori, che saranno in carica nel tempo, non possano rimuovere tali cose, fare proposte né farle fare in alcun modo nella Cernita e nel Consiglio, neppure in altro modo, né ostacolarle per qualche richiesta o aspetto, né fare il contrario e così nessuno possa né debba dare consigli, né fare arringa contra questa presente legge, sotto penalità e per la penalità di 100 ducati da riscuotere sul fatto, contro chi fa l’arringa o dà il parere, contro ciascun Priore, contro ciascun Regolatore, e contro chiunque faccia il contrario delle cose già dette, e la penalità sia assegnata per la Camera del Comune a vantaggio della costruzione delle muraglie.

2 Rub.77

I militi e gli Officiali e del Capitano non possano entrare nelle case per l’esecuzione dei reati civili e per i danni dati.

  Per eliminare le lamentele che gli abitanti del contado fanno di continuo a causa di estorsioni, che vengono fatte dagli officiali che vanno per il contado per fare esecuzioni, entrando nelle case di questi comitativi, e portando via cose commestibili o altri beni, con un grandissimo danno e pregiudizio per i comitativi. Pertanto con l’autorità della presente legge decretiamo che, per l’avvenire, questi militi o officiali del Capitano o del Podestà, o i loro aiutanti, che vanno nel contado per fare esecuzioni, sia reali e sia personali, quanto per i misfatti, che per i danni dati, o per i debiti civili, non possano entrare nell’abitazione, o nelle abitazioni di questi comitativi, né degli abitanti in questo contado senza la presenza di due o almeno uno dei Massari della Credenza dei Castelli di questo contado; e qualora essi avessero trasgredito, immediatamente, siano privati degli offici e siano licenziati da questa Città. E questi Massari di Credenza appena fossero stati cercati dai predetti, o da qualcuno di essi, immediatamente, senza indugio o qualsiasi resistenza, sul fatto stesso e per lo stesso diritto, siano tenuti, debbano e siano obbligati ad andare, ed accedere con essi nelle abitazioni predette, sotto la pena di 10 libre di denaro per ogni Massaro trasgressore, o renitente, concretamente automaticamente da riscuotersi e da pagare al Comune di Fermo. Per questo, affinché i predetti militi, officiali e i loro aiutanti non sottraggano e non portino via dalle abitazioni né le cose commestibili né prendano in alcun modo il vino né mangino, né bevano.

2 Rub.78

Osservanza degli statuti delle Società e dai Castelli della Città di Fermo.

   Inoltre stabiliamo che i signori Priori del popolo, e il Gonfaloniere di giustizia, il Podestà, il Capitano del popolo e gli altri officiali del Comune di Fermo non debbano praticare, né fare praticare altri statuti, né gli ordinamenti di qualche Castello, o Villa del contado di Fermo, né di qualche Società o Collegio, se i detti statuti o ordinamenti non sono stati approvati, nella maggior parte, ad opera della Cernita. E quando fossero approvati e confermati dalla predetta Cernita, e non sono in nessuna parte contrari a qualche statuto della Città di Fermo, che abbiano la piena validità di vigore. In verità, quelli che trasgrediscono e anche coloro che fanno gli statuti predetti, o coloro che ne fanno uso, o che allegano consapevolmente quelli che non sono stati approvati dai predetti, siano puniti con 25 libre di denaro

 e in nessun modo i detti statuti e ordinamenti non abbiano valore automaticamente.

2 Rub.79

Tutti i pegni debbano essere consegnati ad un Depositario.

   Affinché i pegni, che vengono presentati, non siano persi, ma siano conservati sotto una buona custodia, con l’autorità della presente legge decretiamo che tutti e singoli gli officiali, e i Balivi di questa Città siano obbligati e abbiano dovere, nello stesso giorno nel quale il pegno o i pegni sono stati fatti, o sia stato ordinato di farli, che li depositino o facciano depositare presso il Depositario dei pegni, da eleggersi e da destinarsi ad opera dei signori Priori e Regolatori sotto pena per ciascun officiale, o Balivo trasgressore di un fiorino da prelevarsi sul fatto dalla loro paga per ogni pegno o per la riparazione qualora il pegno fosse andato perduto. E il questo depositario dei pegni sia obbligato e debba descrivere tutti i pegni nel suo libro, o nel bastardello e annotare i nomi dei padroni e conservarli bene. E abbia per il suo lavoro 4 denari per ogni pegno al tempo della loro restituzione. E se detti pegni, dopo che sono stati consegnati a questo Depositario andassero perduti, lo stesso depositario sia obbligato alla restituzione dell’estimo o del valore dei pegni perduti. E così si obblighi, prometta e faccia fideiussione al tempo della sua elezione.

2 Rub.80

Il compenso per le scritture, le esecuzioni reali e personali e per gli altri atti da pagarsi agli Officiali del Contado.

    Allo scopo di evitare lamentele, o illeciti pagamenti che vengono fatti agli officiali del contado sopra le richieste, e le esecuzioni e altri atti civili, con la presente legge stabiliamo che gli officiali del contado, per l’avvenire, per le richieste, o altri atti da farsi dinanzi a loro, per qualunque causa o somma siano, non possano chiedere, né ricevere, per i debiti civili, più di un bolognino per ogni richiesta e per ogni atto. E così sopra le esecuzioni civili, tanto personali quanto reali, abbiano un bolognino per ogni singolo ducato, e non chiedano, né ricevano di più, cioè fino alla somma di 40 ducati, computando di 40 Bolognini per singolo ducato, e da 40 ducati in su, qualsiasi sia la quantità, non possano chiedere, né ricevere oltre Bolognini 40 per le esecuzioni di detta quantità, quanta comunque essa sia.

2 Rub.81

Elezione e officio del Bargello.

   I signori Priori del popolo e il Gonfaloniere di giustizia e i Regolatori, i Capitani delle arti, i Confalonieri delle contrade, insieme con quattro buoni uomini per ciascuna contrada da eleggersi ad opera di questi signori Priori, o dalla la maggioranza di questi, ogni volta che ad essi sembri che sia utile per il Comune, abbiano la potestà, l’autorità, il pieno potere di eleggere, chiamare o nominare il Bargello nella Città o nel contado di Fermo. Questo Bargello, in questo officio, abbia con sé un bravo Notaio che abbia più di 25 anni, sette aiutanti armati e due cavalli buoni e valevoli. In realtà la paga di detto Bargello, per lui, per la servitù, e per i cavalli predetti, deve essere di 500 libre di denaro della moneta corrente in Città e nel contado di Fermo, con un salario maggiore o minore, o la servitù, secondo come sia stato previsto e stabilito dai detti signori Priori o dagli altri predetti, oppure dalla maggior parte degli stessi. Che questo Bargello debba venire nella Città di Fermo, e stare in detta di Città, per tutto il suo tempo con la detta servitù, personalmente e di rimanere con i cavalli con ogni suo rischio, e a sue spese. Inoltre sia obbligato, personalmente, all’esercizio continuo del suo officio, e di non lo eserciti tramite un sostituto. Debba, inoltre, portare attraverso il nostro contado e nel distretto ed andare quasi di continuo con la detta scorta militare per esercitare il suo officio, con tutti i pagamenti e le spese a suo carico, né riceva alcunché gratis dalla comunità né da particolari persone. E che debba far conoscere il detto suo Notaio, la servitù e i cavalli ai Regolatori del nostro Comune, ad ogni loro richiesta. Inoltre debba e sia obbligato, finito il suo officio, stare con il suo Notaio e servitori al sindacato per 5 giorni, e presentare il rendiconto delle cose da lui fatte e amministrate ad opera sua, purché non sia tenuto egli stesso o la sua servitù o il Notaio se non per i furti o scambi.  Qualora egli stesso, o il suo Notaio, o qualcuno della sua servitù a causa del suo officio (mai ci sia!) venisse condannato per qualche motivo, non chiederà, né farà chiedere qualche rivalsa (rappresaglia) contro la Città di Fermo, o del contado o di qualche terra adiacente alla stessa Città, o verso singole persone di essa, né farà uso di dette rivalse, alle quali esplicitamente rinunci a nome suo e dei suoi officiali e della servitù, per le quali prometta di cosa decisa. Dopo l’accettazione del suo officio, legalmente, con opportune assemblee della sua terra, faccia deliberare le cose predette: deliberazioni che sia obbligato di portare con sé alla sua venuta e le debba presentare al Cancelliere del Comune di Fermo. Si aggiunge questa condizione, che qualora, durante l’officio predetto capiterà che il Bargello muoia (mai sia!) il salario a lui promesso venga pagato per la quota parte e non per intero, e oltre al detto salario non riceverà nulla se non ciò che a lui è concesso dalla forma dei nostri statuti. Non debba avere con sé alcun officiale o famiglio che fu al servizio del crudelissimo tiranno Rainaldo da Monteverde, o che abbia avuto qualche altra inibizione secondo la forma dei nostri statuti. Questo Bargello abbia l’ordinaria giurisdizione di investigare, di procedere, di punire e condannare, in modo semplice, con calma, senza processo, né alcuna solennità contro ogni persona la quale o le quali volessero esportare vettovaglie, biade, frumento, orzo, legumi dalla Città di Fermo e dal contado di Fermo e tutte le altre cose proibite dalla forma di qualche statuto e dall’ordinamento del Comune di Fermo. E sia obbligato e debba, contro i predetti, fare inchieste e investigare, condannare e punire i colpevoli scoperti. E abbia e debba avere la quarta parte di quanto delle penalità avrà fatto incassare al Comune di Fermo per il motivo predetto o a causa della scoperta fatta da lui stesso o ad opera di un suo officiale, cosicché tre parti della penalità vengano date in Comune, e la restante quarta parte appartenga a detto Bargello per le scoperte fatte da lui o da un suo officiale. Qualora, di fatto, questi trasgressori o quei fraudolenti che portavano le biade o le vettovaglie predette non fossero stati scoperti dal Bargello, ma fosse sopravvenuto un accusatore o denunciatore, quando legalmente avrà fornito la prova dell’accusa e della denuncia per mezzo di testimoni, o per mezzo di legali e sufficienti indizi, questo accusatore o denunciatore, a motivo di questa sua accusa o denuncia, abbia la quarta parte della penalità assegnata, con successo, al Comune; così che tre parti rimangano in Comune, e la <terza> parte rimanente sia dell’accusatore o denunciatore. Parimenti questo Bargello, quando avesse catturato e condotto nel carcere del Comune qualche bandito, o un condannato della Città di Fermo, nella persona, a motivo di una sommossa o di un attentato o disordini contro il presente Stato libero e popolare, egli abbia 100 libre di denaro dal tesoro del Comune di Fermo, per ogni condannato o bandito per la detta causa o ragione. Qualora poi catturi un altro bandito condannato nella sua persona, per altra circostanza o motivo diversi dal turbamento dello Stato, se fosse stato condannato alla morte, soprattutto o sotto condizione, cosicché dovesse perdere la vita personale, abbia e che debba avere, per il motivo predetto, e dal detto Comune e dal Tesoriere del Comune 50 libre di denaro. Qualora di fatto si tratti di un bandito e condannato principalmente alla privazione di qualche membro, o sotto la condizione di ciò, cosicché l’esecuzione venisse fatta in qualche membro dello stesso, <il Bargello> abbia dai detti denari <de Comune> e dal Tesoriere libre 25 di denaro. Qualora di fatto, avesse catturato uno e avesse condotto il catturato e lo avesse collocato nel carcere del Comune e se avesse presentato qualche bandito condannato contumace o per contumacia condannato <con multa> in denaro per qualsiasi occasione, egli abbia e debba avere, per questo motivo, due soldi per ogni libbra di quella somma che con successo ha fatto giungere in Comune. E il Tesoriere del Comune sia obbligato a pagare a questo Bargello le predette somme entro un mese dal giorno della esecuzione fatta per il condannato nella persona o nelle membra, e per il condannato <alla multa> in denaro, entro il terzo giorno, dal giorno del pagamento che deve esser fatto dallo stesso condannato; sotto penalità per detto Tesoriere <se contravviene> di 100 libre di denaro. Vogliamo tuttavia che qualora questo Bargello, o il suo Notaio o un suo aiutante avesse offeso qualcuno dei detti banditi o dei detti che vogliono esportare dal contado le dette cose vietate, o avessero fatto resistenza al detto Bargello, o al suo officiale o aiutante nell’esercizio del suo officio, non sia soggetto ad alcuna pena. Parimenti, il detto Bargello sia obbligato, possa e debba punire e condannare tutti e singoli coloro che, secondo la forma dei nostri statuti, arrecano danno personalmente o con gli animali nei possedimenti o nelle cose di altri; qualora egli stesso, o un suo officiale, abbia scoperto coloro che arrecavano danno, e in fragranza di reato, a causa della sua scoperta, abbia la quarta parte della penalità, di quanto ha fatto incassare in Comune. Nello stesso modo, ha e deve avere < le stesse cose>, comunque, il Giudice di giustizia della Città di Fermo, nonostante alcun statuto già fatto o che si farà il quale si esprima in contrasto, e a questo espressamente deroghiamo. Inoltre vogliamo che tutti i guadagni predetti concessi al Bargello riguardo a chi esporta le vettovaglie e le biade; anche i guadagni di colui che cattura questi banditi, siano intesi come richiesti e concessi al signor Podestà, al Capitano e al Giudice di giustizia e ai loro officiali e a ciascuno di questi, e a tutti gli altri officiali della Città e del contado di Fermo. Tutti costoro e i singoli di essi, abbiano i detti guadagni quando hanno catturato i detti <delinquenti> o qualcuno degli stessi, o li hanno scoperti, nel modo come le avrebbe lo stesso Bargello, se egli stesso avesse scoperto, avesse catturato, o avesse fatto tali cose. Parimenti vogliamo non sia lecito avere procura, avocare o interporre le sue parti, a nessuno che sta nella Curia del Bargello e a nessuno ciò sia consentito a servizio di tali <ricercati e> trovati <colpevoli> per qualcuna delle predette cose vietate, specialmente al servizio di qualche esportatore o di uno che vuole esportare il grano, biade o vettovaglie in contrasto con la forma dei nostri statuti. Se, in verità, al servizio dei predetti <delinquenti>, qualcuno informato oppure non informato, fosse venuto e avesse parlato, per il fatto stesso incorra nella penalità di 100 libre di denaro contro costui, da prelevargli ad opera del Bargello o di qualunque altro officiale, e da assegnare al Comune di Fermo. Si aggiunte a questo statuto che i Grascieri <provvisori per l’annona> del Comune di Fermo, sotto penalità di 100 fiorini d’oro, non possano concedere il permesso di esportare vettovaglie dal contado di Fermo, più di 5 salme di grano, orzo e di altre biade, senza il permesso dei signori Priori e Gonfaloniere di giustizia e della Cernita che decida su ciò, e in tale Cernita siano <presenti> i Regolatori, i Capitani delle arti, il Gonfaloniere delle contrade e quattro buoni uomini per <ciascuna> contrada, o la maggioranza di questi. E qualora si facesse in modo diverso, non abbia validità in alcun modo. E dato che già altrove su cosa significhi vettovaglie è stato ripetuto il dubbio e che cosa sia compreso nella parola vettovaglie, affermiamo e dichiariamo che nella parola vettovaglie siano compresi e siano intesi il grano, l’orzo, la fava, il farro grande, le carni porcine, vive o macellate di recente. In verità altre cose di qualunque genere, eccetto le predette, non vogliamo che siano da comprendere nella parola vettovaglie. Vogliamo anche che, se qualcuno nelle macellerie del Comune avesse comperato 20 libre di carni porcine, o più o meno di ciò e le volesse esportare liberamente dalla Città e dal distretto di Fermo, possa esportarle liberamente e ciò abbia validità, senza pena.

2 Rub.82

I cittadini che sono al governo nell’officio del priorato.

   Stabiliamo per il decoro e per l’utilità della Repubblica che tutti i cittadini Fermani che stanno nell’ufficio del Priorato di questa Città e negli altri offici del Comune e non abitino al modo delle famiglie né hanno continua dimora in questa Città, come gli altri cittadini, da subito siano cancellati, rimossi e annullati dal detto officio del Priorato e da ogni altro officio e beneficio del Comune di Fermo, e al posto di questi si mettano altri cittadini Fermani che abitano al modo delle famiglie e hanno dimora continua con la propria famiglia in questa Città Fermana.

2 Rub.83

Coloro che non partecipano alla Cernita e al Consiglio e coloro che sono tenuti lontano parteciparvi.

   Con questa legge si dà avvertimento che tutti i cittadini che non venissero alla Cernita e al Consiglio,in seguito della dovuta investigazione, paghino e siano obbligati a pagare una pena e costretti a pagare la penalità di 5 soldi, per ciascuno e per ciascuna volta, con le seguenti condizioni. Nel giorno antecedente o alla sera per il giorno seguente quelli della Cernita siano contattati a voce o nella casa della propria abitazione e il Consiglio, a sera, venga proclamato come si usa, e nel giorno in cui avviene questa Cernita o Consiglio si suona la campana a rintocchi prima, poi a distesa. E dopo suonata in questo modo, subito si debba fare un accertamento che verifichi le presenze, e quelli che saranno riscontrati come non presenti in tale verifica, come già detto, siano segnati e quelli segnati debbano pagare questa pena e siano costretti. Aggiungiamo anche che qualora fosse necessario <avvisare per> congregare la Cernita, nello stesso giorno in cui avviene la Cernita, allora i cittadini siano richiesti a voce e se non venissero siano obbligati a pagare questa penalità di 5 soldi. Ma quelli che sono stati richiesti a casa e non a voce nel giorno per lo stesso giorno, non siano obbligati alla penalità e non siano obbligati neanche quelli che hanno una giustificazione giusta e legittima per non esser potuti venire: E nessuno venga al posto di un altro né glielo lasci fare, né incarichi un’altra persona come sua voce, per nessun patto, sotto pena di 10 ducati. I cittadini deputati e non iscritti non vengano in alcun modo. Coloro che contravvengono possano venire sotto la stessa penalità di 10 ducati per ciascuno e per ciascuna volta.

2 Rub.84

Che le chiavi delle carceri debbano essere in mano del Podestà.

  Le chiavi delle carceri stiano presso il signor Podestà nostro Fermano, ed egli stesso tenga queste chiavi; e la metà dell’incasso di queste carceri sia <assegnato> per il Comune, e l’altra metà sia per questo Podestà il quale debba fare conoscere al Notaio dei signori Regolatori iI giorno quando qualcuno viene messo in carcere e similmente il giorno in cui sia fatto uscire. Inoltre l’esecuzione per le carceri avvenga ad opera del Potestà e dei suoi officiali e il premio d’ingresso e di uscita sia per il Capitano, ma la mercede del carcere sia per i militari associati e per il Comune di Fermo, per la custodia dei carcerati.

2 Rub.85

I debitori del Comune debbano essere iscritti nel registro di Copia.

   I debitori del Comune che sono nel registro del Comune e lo saranno per il futuro siano obbligati a pagare il loro debito nel termine di due mesi seguenti dopo il giorno del debito contratto, altrimenti, dopo trascorso tale termine siano iscritti nel registro di Copia. E qualora dopo che sono stati iscritti nel registro di Copia, questi debitori vengano estratti per qualche Officio dei Comune, per tale volta, soltanto, vengano cancellati in modo che non vengano ammessi all’officio estratto, come sopra. E il Notaio dei Regolatori sotto penalità di perdita del salario del mese in cui avesse trascurato di fare questo, sia obbligato a dichiarare, nel pubblico Consiglio, i debitori annotati nel registro, in modo che pubblicamente siano ascoltati i loro nomi.

2 Rub.86

Per coloro che fanno chiasso nelle Cernite e nei Consigli.

  Allorché c’è turbamento nei Consigli e nella Cernita, ed è imminente un danno del presente Stato popolare, a causa delle abitudini disordinate e antiquate, con facili conseguenze, se non si prendesse un provvedimento di moderazione affinché si viva secondo le leggi e la giustizia in modo civile, urbano e con vera carità, e in modo che tutti i cittadini stiano nei predetti Consigli e Cernite con dignità e non giunga ad atti disonorevoli, per l’autorità della presente legge sia stabilito che qualora qualcuno che sta nella Cernita o nel Consiglio si alzasse dal luogo dove egli siede e si muovesse contro qualche altro che sta nella stessa Cernita o nel Consiglio oppure stando nel luogo dove siede facesse minaccia contro qualcun che sta nella Cernita o nel Concilio o pronunciasse parole di minaccia o dicesse ingiurie o si dicesse sbalordito o facesse altra cosa contro la persona di qualcuno o portasse turbamento in qualsiasi altro modo alla detta Cernita o Consiglio, oppure quando si arrivasse alla rissa o alle mani in tale Cernita o Concilio, costui venga cancellato o espulso dagli uffici e dai benefici del Comune. I signori Priori che saranno in carica nel tempo, sotto penalità di 25 ducati per ciascuno, anche per il Cancelliere del Comune la penalità del salario di un mese, qualora non facesse un richiamo e non protestasse che questa legge sia mandata di esecuzione, nella stessa Cernita o Concilio in svolgimento, e debbano mettere a votazione con fave, dichiarando che quel tale sia cancellato dai predetti uffici o benefici del Comune; e chiunque vuole e approva che colui che sta disturbando sia cancellato dai detti uffici e benefici del Comune consegni nel bussolo la sua fava nera che significa il “sì”; al contrario chi non vuole né approva che quel tale sia cancellato dai predetti uffici e benefici del Comune, consegni la sua fava bianca nel bussolo per il “no” e quando, dopo raccolte e contate le fave, si procede in ordine per la parte in maggioranza, allora quel tale sia cancellato dagli uffici e dai benefici del Comune e sia considerato come cancellato in perpetuo. Tuttavia incorra nella penalità di 5 soldi colui che in Cernita e in Concilio si alzasse dal suo posto e si recasse in un altro luogo per parlare con qualche Cittadino o in qualche modo parlasse o interrompesse chi fa l’arringa di consultazione.

2 Rub.87

La riscossione delle condanne, tanto dei malefici quanto di danni fatti e di altri debiti fiscali.

   Stabiliamo la presente legge allo scopo che si riscuotano le condanne delle pene e i beni confiscati per il Comune e altri debiti sia delle dative sia di altre cose fiscali e questi siano assegnati al Comune. I Regolatori e il Notaio di questi all’inizio dell’officio del Potestà e del Capitano, siano obbligati e debbano con diligenza e sollecitudine preoccuparsi che ad opera del Tesoriere, a questi Podestà e Capitano e alla loro Curia siano consegnati tutti i condannati, quelli sottoposti al bando e i beni di quei condannati che sono stati confiscati per il Comune e anche tutti i debitori del Comune, tanto per le dative quanto per le altre cose. E questi Podestà, e Capitano e i loro officiali siano obbligati e debbano fare riscossione di queste condanne e di questi beni confiscati e dei predetti debitori. E questi Regolatori quando viene consegnata la lista di questi condannati, dei beni confiscati e degli altri debitori a questi Potestà e Capitano e alla loro Curia debbano fare un rogito del loro Notaio con la presenza dei testimoni, facendo protesta e assegnando per un salario a loro favore. E qualora non facessero la riscossione, da subito ciò venga computato ne loro salario per l’autorità della presente legge. E se questi Regolatori saranno negligenti e non osservassero le cose predette, subito siano privati dell’officio di Regolatori.

2 Rub.88

Le insegne del Comune non siano date in dono ai Rettori.

   Con questa legge stabiliamo che i Priori del popolo non possano né debbano in alcuna Cernita, o in Consiglio proporre o far proporre che si donino, né si paghino al Podestà, o ai Capitani, o ad altri Rettori lo stendardo, il vessillo, né le insegne del Comune. E nessuno possa fare arringa o dare un consiglio a che le cose predette siano donate a questi Podestà e Rettori, sotto penalità di 100 ducati per ciascuno dei Priori e di coloro che fa l’arringa, e con privazione di tutti gli offici e i benefici del Comune e sotto penalità di 25 ducati e di privazione dell’officio per il Cancelliere che fa la scrittura e per chi acconsente.

2 Rub.89

Il favore che si deve offrire ai cittadini Fermani e del Distretto affinché ottengano i benefici.

   Dato che è utile e decoroso che a godere dei benefici ecclesiastici siano piuttosto i Cittadini e i distrettuali della giurisdizione Fermane della Diocesi che non i forestieri estranei, con la presente legge decretiamo contro gli esterni e i “forestieri” che la Comunità Fermana favorisca, intervenga ed operi presso il Sommo Pontefice, presso i reverendi signori Cardinali, presso il reverendo signor Vescovo Fermano e dovunque sia necessario, con ogni modo, via, ragione, con lettere, con ogni sforzo e con tutte le forze affinché questi Cittadini Fermani e i distrettuali conseguano questi benefici, piuttosto che altri esterni. Infatti non conviene che gli estranei occupino le cose che debbono essere dei Cittadini e dei distrettuali e pertanto in ciò non si ometta nulla a loro favore restando tuttavia stabile la legge sul dover scrivere la lettera per i benefici.

2 Rub.90

Come si possano fare le suppliche riguardanti i reati, il pagamento del capitale dei soldi e le grazie da ottenere.

  Per precludere le vie a quelli che vogliono che i reati restino senza punizione vuole fareuso di suppliche, stabiliamo e comandiamo che i signori Priori per il futuro non possano né debbano accogliere le suppliche riguardanti i reati e le penalità delle morti o le condanne pecuniarie, se prima i delinquenti non hanno ottenuto la pace da parte degli offesi, sotto pena di 10 libre di denaro per ciascun Priore e Cancelliere del Comune e per ogni volta che contravvengono. Dopo che si è avuta questa pace e dopo che ne è stata fatta fede per mezzo del rogito del Notaio riguardo a queste suppliche di mano propria, essi possano ricevere queste suppliche e proporle nelle Cernite e nei Consigli, non in altro modo: che in precedenza i supplicanti hanno pagato al Tesoriere del Comune di Fermo sei denari per ciascuna libra della propria condanna per i soldi dei reati capitali; e di questo loro pagamento debba esserci riscontro nella detta supplica per mano di questo Tesoriere o del suo Notaio, qualora le pene sono meramente pecuniarie; ma se fossero pene condizionali e afflittive del corpo o con il taglio di membra <del corpo>, allora dopo che questi supplicanti hanno pagato in precedenza due ducati di moneta a questo Tesoriere e dopo che è stata data la fede riguardo a tale pacificazione, come scritto qui sopra e quando è stata data la pace e fatto il pagamento fatto, essi possano riceverle e proporle come detto sopra. Tuttavia si deve espressamente comprendere che nelle pene pecuniarie e in quelle condizionali, mai si possa fare il pagamento dei soldi dei reati capitali, né debba farsi oltre la somma di due ducati di moneta, nonostante che questa penalità ascendesse a cifra maggiore pecuniaria, dopo motivato il pagamento di sei denari per ogni libra. A quelli che presentano in tal modo le suppliche non si possano fare le grazie, né le remissioni dei benefici, cioè della pace, del pagamento, del raddoppio delle penalità e di un quarto aggiunto in più, a meno che nelle Cernite e nei Consigli per mezzo dei quattro quinti dei cittadini consiglieri, ivi presenti e riuniti in sufficiente numero, con questa esplicita dichiarazione che sopra questi reati, processi e condanne di tali reati, cioè di pene pecuniarie, non si possa soprassedere, né porre un termine, né fare altra grazia, né altra delibera, né concessione, né donazione a qualche chiesa, salvo sempre lo statuto riguardante l’offerta dei carcerati, remissione a qualche religione, al qualche persona, se non soltanto, almeno la remissione e la grazia dei benefici della pace, del pagamento, del raddoppio delle pene di un quarto aggiunto in più. A coloro che negano i loro reati, a chi è contumace, a chi non fa la <propria> confessione, non si può rimettere il beneficio che si dà a chi riconosce la colpa, sotto pena di 25 libre di denaro a ciascun Priore, al Cancelliere del Comune, al Regolatore, al consultore, da prelevare sul fatto da questi e da ciascuno di loro, per ogni volta quando contravvengano. E il Podestà e i suoi officiali siano obbligati e debbano riscuotere sul fatto queste penalità e farle riscuotere sul fatto, e senza alcun processo, ed abbiano la quarta parte di queste pene che avranno fatto incassare al Comune nel tempo quando il Tesoriere del Comune le riceverà. E qualora da queste suppliche non si ottenessero le grazie, allora coloro che vogliano reiterare la <loro> supplica lo possano fare, facendo però salva la forma dello statuto sotto la rubrica che riguarda il modo di riunire il Consiglio riguardo al tempo di fare le proposte. Questi che vogliono fare le supplica siano tuttavia obbligati a pagare di nuovo al Tesoriere del Comune le somme scritto nei precedenti capitoli. Quelli poi che ottengono le grazie nella Cernita e nel Consiglio riguardo alle dette condanne, siano obbligati a pagare al Banchiere del Comune, entro un mese dal giorno della celebrazione del Consiglio, la tassa fatta per opera del Cernita e del Consiglio. E dopo scaduto questo termine, queste grazie divengano nulle e siano considerate annullate. E coloro che non hanno fatto il predetto pagamento non possano ulteriormente presentare una supplica per queste loro condanne, in nessun tempo, e le loro suppliche non siano accolte, sotto penalità di 10 ducati d’oro al Cancelliere dei Comune qualora accogliesse queste suppliche, o le leggesse. Inoltre i signori Priori non possono in alcun modo comandare agli officiali, né chiedere loro, né esortali, a che soprassiedano alle esecuzioni fatte, tanto reali che personali, riguardo alle dette condanne, prima che ci sia la delibera della Cernita, salvo che nella Cernita lo abbiano <già> ottenuto e l’esecuzione avvenga dopo la deliberazione della Cernita, in tal caso i signori Priori possano e debbano fare soprassedere, fino a quando non avvenga il Consiglio. Nelle pene condizionali, peraltro, si fa remissione a chi fa le suppliche, soltanto per la condizione, e non per la penalità pecuniaria, né per qualche parte di questa, a motivo del mancato pagamento, dopo che si è incorsi nella condizione, secondo la forma degli Statuti, e questa essendo pena principale pecuniaria per nessuna ragione né aspetto possa essere rimessa né condonata. E sia per il diritto stesso di nessuna validità tutto quanto venga fatto riguardo a ciò, senza aver osservato tutte le cose qui sopra specificate. E allo scopo di sbrigare le suppliche, i signori Priori, ogni settimana nel giorno di venerdì, siano obbligati e debbano fare la loro riunione e riunire la Cernita in cui soltanto le suppliche vengano lette e proposte. Nelle pene capitali poi stabiliamo che per il futuro tutti gli omicidi, i grassatori o gli assassini, i traditori e anche i ladri che per delitti di tali tipi sono incorsi nelle pene capitali, qualora nel tempo essi saranno pervenuti nelle mani del Comune di Fermo o dei suoi officiali scontino le loro dovute pene stabilite secondo la forma dello statuto. Quelli che non si è riuscito a che fossero presi, staranno esuli per un intero decennio da calcolare dal giorno quando i reati e i delitti sono stati commessi, entro questo tempo una loro supplica non ha validità, né questi siano ascoltati, in alcun modo, né possano avere grazia alcuna nel Comune. Peraltro se dopo passato il decennio volessero fare la supplica, a questi sia concessa l’ammissione, dopo avventa la pacificazione e dopo fatta la fede fatta per mezzo di rogito di un Notaio per questo. A quelli che siano della Città non si possa fare la grazia né altro condono per una quantità minore di 100 ducati di oro e a quelli che siano del contado, <non si possa> fare condono a lui, ad altro, neanche <si possa> rilasciarlo, né che sia risarcito, per una quantità minore di 50 ducati d’oro da pagare con effetto. Non c’è validità, per il diritto stesso, qualora si agisca con qualche contrasto a quello che è stato detto qui precedentemente, ma i signori Priori che fanno proposte, o consultazioni, e quelli che scrivono, incorrano nella pena di 100 ducati d’oro, da pagarsi sul fatto, e a questi una remissione non possa né essere data né avuta.

2 Rub.91

I custodi da eleggersi nei Castelli in riva al mare.

   Stabiliamo che nei Castelli della riviera del mare siano eletti i custodi, cioè 10 nel Castello di Torre di Palme, sei nel Castello di Boccabianca, 10 nel Castello di Marano <Cupra Marittima>, 10 nel Castello di Grottammare, 4 nel Castello di San Benedetto, uomini buoni e legittimi in ciascuno di questi Castelli, come già detto, e abbiano la durata di un anno e siano dei detti luoghi. E siano eletti per mezzo dei Priori, del Gonfaloniere e del Capitano o del Giudice di giustizia che siano in carica nel tempo. Questi debbano e siano obbligati a fare la custodia con sollecitudine notte e giorno e fare inchieste che nessuno possa, né osi in alcun modo comprare, né riporre, il mosto o il vino da questi Castelli, né da altro luogo, o in dono, o in deposito o con altra accortezza, né asportare, o portare in qualcuno di questi Castelli da altri vigneti o quello che è dei vigneti propri di questi Castelli e del distretto della riviera marittima di questi Castelli. E per chi contravvenisse la penalità è di 100 libre di denaro per la Comunità del Castello, e per una persona speciale 25 libre di denaro. E qualora gli officiali predetti fossero negligenti nel fare le inchieste e nel fare le denunce, siano condannati a 10 libre di denaro. E qualora uno di questi officiali qualora avesse commesso frode o inganno, sia punito e condannato a 25 libre di denaro a favore del Comune. Inoltre in qualsiasi denuncia <?rinuncia> o inquisizione da fare da parte di questi officiali o a opera di qualcuno di essi, il Capitano o il Giudice, che sarà in carica nel tempo, abbia pieno arbitrio di fare inquisizione  sulle predette cose, contro questi che non hanno fatto le denunce e possa inquisire e condannare, in ogni modo e metodo che egli voglia, quelli che contravvengono, secondo la forma scritta sopra.

      -.-.-.-.FINE del secondo libro.-.-.-.

====Digitazione di Albino Vesprini===

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Tommaso di Canterbury martire 1170 arcivescovo

TOMMASO BECKET ARCIVESCOVO DI CANTERBURY

SANTO MARTIRE PER LA LIBERTA’ DELLA CHIESA

    Nel 1154 Enrico II Plantageneto assume il trono d’Inghilterra, di Normandia e di una parte della Francia. Nel 1164 fissa i rapporti tra Stato e Chiesa, con alcuni obblighi particolari del clero: le chiese e i monasteri diventano feudi reali. I vescovi e gli abati sono soggetti a oneri fiscali. Qui si inserisce la storia del cavaliere lord Thomas Becket, nato a Londra il 21 dicembre 1118 da una famiglia benestante, il padre era commerciante. Avviato alla carriera ecclesiastica, dopo gli studi a Merton e a Parigi, entra al servizio dell’arcivescovo di Canterbury che gli fa studiare Diritto Canonico a Auxerre in Francia e a Bologna, e lo invia in diverse missioni a Roma.

   Nel 1154 Tommaso è nominato arcidiacono di Canterbury e nel 1155 il re Enrico II lo assume come suo personale consigliere e lord cancelliere del Regno di cui egli sostiene l’azione riformatrice. Nel 1161 muore l’arcivescovo di Canterbury e il re Enrico propone il suo cancelliere come successore. Tommaso Becket, nuovo arcivescovo di Canterbury, cambia vita, con nuove abitudini rigorosamente ascetiche monastiche e inizia a prendere le difese delle libertà della Chiesa, dei vescovi e del clero. Pertanto entra in conflitto insanabile con il sovrano. L’indole dell’arcivescovo è caratterizzata da un’espressione vivace e serena. Il re Enrico II, il 30 gennaio 1164 emana le «Costituzioni di Clarendon» che limitano i diritti ecclesiastici; controllando il potere della Chiesa; bloccando le manifestazioni dell’autorità del Papa in Inghilterra. L’arcivescovo di Canterbury si oppone e dice: «Nel nome di Dio onnipotente, non porrò il mio sigillo». Egli non si impegna in alcuna causa, senza fare le riserve dell’onore di Dio e del suo ordine. Al rifiuto seguono contrasti e incomprensioni. Subisce processi e pene pecuniarie. Per ordine di Enrico II e nonostante l’appello del Primate Ranulfo di Broc, sono messi sotto sequestro i beni della Chiesa di Canterbury. Nello scontro contro il re, l’arcivescovo di Canterbury rassegna nelle mani del pontefice Alessandro III la carica pastorale, ma il papa lo conferma sulla sua sede, e dichiara la primazia della Chiesa di Canterbury.

 L’ESILIO A PONTIGNY.  LA PERSECUZIONE DEL RE

   Il primate che è in rottura con le cose pretese dal re contro la sua Chiesa, alla fine del novembre 1166, fugge in esilio in Francia, accolto calorosamente dal re Luigi VII. Per sei anni non potrà tornare in Inghilterra. Non lontano da Auxerre, in un vallone solitario circondato dai boschi si elevava l’Abbazia degli ospitali monaci cistercensi di Pontigny, sotto la guida dell’abate Guichard, futuro vescovo di Lione. Qui, il primate Tommaso è ricevuto su richiesta dal Papa. Egli vi dimora per lo spazio di due anni, per trasferirsi poi a Sens.

   Il primate d’Inghilterra tra i monaci s’applica alla preghiera e continua ad approfondire il diritto canonico. Tuttavia la vendetta del re d’Inghilterra non cessa di perseguitare l’esiliato, persino nel suo lontano isolamento. Nuove pene di esilio e di confiscazioni regie colpiscono non solo la famiglia dell’Arcivescovo, anche il clero che gli è rimasto fedele con le rispettive famiglie. Questi esiliati devono recarsi a Pontigny al fine di far notare al loro arcivescovo lo spettacolo della loro miseria. Impietoso l’esodo di clero e di laici, di donne, fanciulli e vecchi. E’ necessario provvedere alle necessità di questi rifugiati, spogliati di tutto.

   La carità dei monaci, quella del Papa, quella del re e dei Vescovi di Francia, tutto è messo in moto. Bisognerà, anche in seguito, provvedere oltre che ai miseri esiliati, anche per la situazione del clero fedele di Canterbury. Le negoziazioni per la pace tre il re e il primate di Canterbury vengono prolungate nel corso di lunghi anni del loro esilio.

VANI SFORZI DI MEDIAZIONE-

   Dal Natale del 1164 erano già state tentate molte prove di mediazione. La Regina Madre (che portava il titolo di Imperatrice in ragione del primo matrimonio con l’imperatore Enrico V) si preoccupa di ottenere da Enrico II che egli rinunzi ad imporre all’Episcopato l’obbligo di prestare giuramento alle Convezioni di Clarendon e che si contenti di una semplice promessa di voler rispettare le usanze orali, con riserve a favore della libertà della Chiesa, in pieno accordo con l’Imperatrice Matilde, Alessandro III e Luigi VII. Sono personalità di rilievo che cercano di orientare il re d’Inghilterra per il ritorno in pace con l’Arcivescovo di Canterbury.

   Un incontro del re, che era stato fissato per la metà di aprile del 1165 a Pontoise, non ha luogo, essendosi ritirato lo stesso re d’Inghilterra, all’ultimo minuto, all’annunzio della probabile presenza del Papa. Nel giugno successivo, Alessandro III, in virtù dell’appello di Tommaso Becket, annulla la sentenza di Northampton con cui il re agiva in disprezzo delle costituzioni ecclesiastiche, del diritto e delle consuetudini vigenti, dato che il re con un “pronunziato” stava confiscando i beni mobili dell’arcivescovo di Canterbury, che erano beni tutti della Chiesa.

   Nella Pasqua del 1166, Enrico II, in un incontro con Luigi VII, rifiuta di trattare con lui sull’argomento dell’Arcivescovo di Canterbury, e rifiuta di ritornare in pace con il clero della diocesi di Tommaso Becket, se non prestano giuramento di praticare le sue Costituzioni, con disprezzo, così, per la fedeltà che essi devano al loro arcivescovo. La maggior parte del clero fedele preferiva rimanere in esilio, rifiutando di giurare per le Costituzioni regie.

   Dal canto suo, il primate di Inghilterra cerca di portare il re a riflettere sul rispetto che egli, nella sua qualità di principe cristiano, deve dare alla Chiesa, e con questa intenzione gli indirizza, in date successive, tre lettere. Ma nulla è ottenuto per ristabilire la pace della Chiesa con il Regime, non c’è la riconciliazione di Enrico II con Tommaso Becket: tutti i tentativi sono vani. Enrico II allora si indirizza verso la Germania scismatica, e vi cerca appoggio per fare pressione su Alessandro III, sperando di ottenere parecchie concessioni nella lotta contro Tommaso di Canterbury.

ENRICO II E LO SCISMA GERMANICO

   Dopo morto l’antipapa Vittorio IV, Guy di Crema l’aveva sostituito col nome di Pasquale III nell’aprile 1164. Alla dieta di Wurzbourg, gli inviati di Enrico II, Riccardo d’Ilchester arcidiacono di Poitiers e Giovanni d’Oxford, promisero che il re d’Inghilterra con tutto il regno sarebbe stato fedele al “papa” (antipapa) Pasquale III, e lo avrebbero sostenuto. La Chiesa d’Inghilterra però si rifiuta di ratificare tale giuramento; ciò non di meno, Plantagenet fa pressione su Alessandro III con la minaccia che, se non avesse ottenuto soddisfazione nell’affare d Tommaso Becket, si sarebbe riversato verso lo scisma con l’antipapa. Il re vuole la destituzione pura e semplice dell’Arcivescovo Tommaso, ma Alessandro III si mostra duro su questo punto. Allora Enrico II, conferma le sue decisioni di Clarendon sugli ecclesiastici, ma cerca di ottenere alcune concessioni di minore importanza, tali che gli permettano di mantenere un confronto con Tommaso Becket, sotto forme più o meno velate, in modo da prolungare, quasi all’indefinito, l’esilio del primate.

TOMMASO BECKET LEGATO PER L’INGHILTERRA, 24 aprile 1166

   Malgrado le varie ambasciate del re d’Inghilterra, nonostante l’influenza di molti cardinali di parte regia, guadagnati dalle allettanti promesse dello stesso Plantagenet, con l’oro britannico sparso a profusione, il Pontefice romano, con le bolle del 5 e dell’8 aprile 1166, conferma i titoli del primato della Chiesa di Canterbury e, la domenica di Pasqua 24 aprile 1166, investe Tommaso Becket del potere di legato pontificio in Inghilterra, dopo aver rifiutato tale concessione in favore di Ruggero di Pont l’Eveque. Ma desideroso di moderare la suscettibilità di Enrico II conferisce, nel medesimo tempo, all’Arcivescovo di York la legazione della Scozia.

 LE CENSURE DI VEZELAY

   Il cardinale Tommaso Becket aveva già colpito di sospensione il Vescovo di Salisbury, Jocelin, che, seguendo le istanze del re, ed in disprezzo dei diritti dei canonici di Salisbury, esiliati per la loro fedeltà all’Arcivescovo, aveva elevato alla carica del decanato di questa chiesa, Giovanni di Oxford, scomunicato notorio per le sue relazioni con gli scismatici e per il giuramento prestato a Wurzbourg al Re. La domenica di Pentecoste, 12 giugno 1166, il nuovo legato pontificio Tommaso Becket promulga, dalla cattedra di Vezelay, la solenne condanna apportata dal papa contro le regie Costituzioni di Clarendon e denunzia con altre scomuniche Giovanni d’Oxford, decano intruso di Salisbury e fautore del giuramento scismatico, Riccardo d’Ilchester, colpevole del medesimo giuramento, i ministri del Re, autori responsabili delle Costituzioni di Clarendon, Riccardo di Luce e Jocelin di Bailleul; Ranolfo di Broc, Tommaso Fitz-Bernard e Ugo di Saint Clai, ufficiali regi, che su ordine di Enrico II si erano impadroniti delle rendite e dei possedimenti della Chiesa di Canterbury. Globalmente, infine, erano scomunicati tutti coloro che avevano messo le mani sui beni di questa chiesa. Il re, primo responsabile, è risparmiato dall’essere censurato, in ragione di una malattia che sta mettendo in pericoli i suoi giorni. Nel colpire i ministri e gli ufficiali regi, in virtù del suo potere di legato, Tommaso Becket fa uso di un suo valido diritto che peraltro le regie Costituzioni di Clarendon gli negavano.

   TOMMASO BECKET A SANTA COLOMBA DI SENS

   Enrico II tenta allora di proteggere contro le censure se stesso, il regno, i suoi ministri e i vescovi suoi fautori, con un appello alla corte di Roma. Nel frattempo egli cerca anche di colpire direttamente il legato Tommaso con una nuova misura di persecuzione: l’abbate e il capitolo generale dei monaci di Pontigny ricevono l’ingiunzione regia di smettere di concedere l’asilo al primate Tommaso esiliato nella loro abazia, sotto la minaccia dell’espulsione dal proprio regno di tutti i monaci dell’ordine. Tommaso non vuole affatto restare a Pontigny in quelle situazioni, e rifiutando le offerte del re Luigi VII, richiede una semplice stanza all’abate benedettino di S. Colomba de Sens. Egli i troverà a passarvi i quattro ultimi anni del suo esilio, anni ripieni di ardue negoziazioni con i legati a latere incaricati dal Papa al fine di circoscrivere il conflitto tra il re d’Inghilterra e l’Arcivescovo di Canterbury.

   LE NEGOZIAZIONI DEL 1167 – 1168

   Alessandro II evita di urtare il Plantagenet, e rimette Giovanni di Oxford nella carica di Salisbury. Inoltre acconsente ad inviare tre suoi legati speciali nelle terre continentali inglesi: il Cardinale di Saint Pierre aux liens, Guglielmo di Pavia, quello stesso che, nel 1160, aveva accordato la dispensa per il matrimonio dei figli reali, al quale egli aggiunge Odone di S. Nicola in carcere Tulliano, concedendo a questi pieni poteri, “per conoscere, intendere, dare aiuto, terminare canonicamente” il conflitto che poneva in contrasto il re con il primate. Secondo la proposta, il potere dell’Arcivescovo viene momentaneamente sospeso. Ma i poteri straordinari che il papa aveva delegato, su istanza del re d’Inghilterra, sono praticamente ritirati nel l167 a tali messaggeri, a fronte delle lamentele degli esiliati che manifestano vari sospetti. L’anno 1167 viene trascorsa nel timore degli influssi che parteggiao pericolosamente con il re d’Inghilterra.

   Nel frattempo una nuova invasione germanica in Italia ritarda l’incontro dei delegati con Enrico II, preoccupato a guerreggiare in principio nelle provincie meridionali, poi in Britannia. Poi, nel mese di novembre, i delegati possono intrattenersi con il re a Caen, si contrano con il primate Tommaso a Planches, il 18 novembre, e di nuovo, con il re ad Argentan, il 26 novembre. Le trattative si prolungano sino al 29. Ma è fatica sprecata. Tommaso Becket richiesto del suo parere riguardo al conflitto con il Re, pone per condizione, esclusiva per ogni trattativa, la piena restituzione dei beni della sua Chiesa, beni spogliati a dispetto all’appello che aveva lanciato a Northampton.

   Enrico si rifiuta alla minima restituzione e mantiene le disposizioni di Clarendon. L’anno 1168 si passa in vani sforzi d’arbitrato in vista di riconciliare il re Luigi VII con Enrico II e quest’ultimo con Tommaso Becket. La mala fede del re d’Inghilterra nei riguardi dell’Arcivescovo di Canterbury, si manifesta chiaramente quando si diffonde la notizia di un raggiro, nel luglio 1168, quando il re di Francia si vede giuocato da Plantagenet. Alessandro III non dispera frattanto di raggiungere la pace ed alla fine dell’anno delega tre religiosi, i priori di Mont Dieu, di Grandmont e di Va Saint Pierre per tentare, una volta ancora, di riconciliare il re Enrico II e Tommaso Becket. I delegati pontifici presiedono due conferenze a Montmirail, il 6 gennaio 1169. Il re d’Inghilterra pacificandosi con Luigi VII, consente ad accordare la pace all’Arcivescovo però seguitando ad esigere dall’arcivescovo che riconosca valide in modo assoluto le regie Costituzioni di Clarendon. A Saint Leger en Veline, il 7 febbraio seguente, malvolentieri, il re si trova ad ascoltare la lettura di una bolla pontificia che minaccia le sue terre di interdetto per le cose che pretende contro il diritto canonico. Ma egli mira a guadagnare tempo fino al ritorno degli ambasciatori che ha mandato alla Curia, e nelle sue Costituzioni sostituisce il vocabolo “costumanze” con quello di “dignità del regno” e si sforza con suoi mediatori di procurare un incontro. Tommaso Becket rifiuta di prestarsi a questo nuovo pellegrinaggio nel quale egli vede un tentativo di temporeggiamento.

INCONTRO DI ENRICO II CON TOMMASO BECKET

   Già la maggior parte dei suffraganei della Chiesa di Canterbury si sta ravvicinando al loro metropolitano: i vescovi di Exeter e di Worcester si erano riavvicinati a lui dal 1166; la scomunica di Jocelin di Salisbury, l’insuccesso delle ultime negoziazioni di pace e la scomunica di Gilberto Foliot colpevole di tollerare nel suo clero delle colpe gravi e di non averle deferite alla considerazione del suo metropolitano, hanno staccato dalla causa del re inglese, gli altri Vescovi della provincia di Canterbury, compreso Ugo di Durtham, che era suffraganeo di Ruggero di York, ed era rimasto, già a lungo, ostile al primate. Infine un nuovo deciso intervento del Papa lascia sperare nella regolarizzazione del conflitto. Alessandro III sta nominando dei nuovi legati, Graziano, nipote di Eugenio III, suddiacono della Chiesa romana e notaio apostolico, e Viviano arcidiacono di Orvieto, avvocato della Curia. Essi erano incaricati di uno stretto mandato e di una missione di breve durata, incontrano Enrico II in Normandia nella seconda quindicina di agosto, ma si oppongono con fermezza alle volontà del re che reclama, prima della stessa apertura delle negoziazioni, l’assoluzione incondizionata dei prelati che erano stati scomunicati dal primate Tommaso Becket. A più riprese il Plantagenet minaccia di rompere le trattative ed i legati non ottengono garanzia alcuna. I re concede semplicemente di riconoscere che l’arcivescovo di Canterbury non ha alcuna obbligazione verso di lui, per quanto riguarda l’amministrazione della Cancelleria, dando così una formale smentita alle sue affermazioni di Northampton. D’altra parte egli rifiuta di restituire i beni della Chiesa di Canterbury, ed esige ancora una clausola di salvaguardia delle “Dignità del Regno” (già dicitura “costumanze”). Tuttavia, il Plantagenet riesce ad ottenere da Vivien una nuova dilazione, mentre Graziano si incammina verso la Curia, e l’Arcivescovo di Sens legato pontificio per la Francia, compie il suo viaggio “ad limina”, e teme della fragile fermezza a Roma delle persone che egli sapeva da lunga data legate alla causa del primate. Enrico II accetta i buoni uffici di Luigi VII re di Francia, ed in presenza di questo re e di Vivien, acconsente di ricevere Tommaso Becket a Montmartre il 18 novembre 1169. Vengono fissati alcuni termini della riconciliazione, come basi delle negoziazioni. Le cosiddette “costumanze” del regno sono passate sotto silenzio: il re accorda all’arcivescovo la sua grazia, la sicurezza e la pace, gli promette la restituzione dei beni della sua Chiesa nella condizione in cui li avevano tenuti i suoi predecessori, escludendo così che siano considerati alienati. Tommaso Becket si preoccupa che il suo arcivescovado ne mantenga il possesso. Ma il re rifiuta di donargli il bacio della pace. L’incontro di Montmartre non raggiunge alcun successo.

   MISSIONE DELL’ARCIVESCOVO Dl ROUEN E DEL VESCOVO DI NEVERS

   Dal mese di gennaio 1170, Alessandro III forma una nuova commissione pontificia incaricata di negoziare sulle basi fissate a Montmartre e di ottenere, se possibile, dal Re, il bacio di pace per l’Arcivescovo, e ottenere, infine, serie garanzie di rispetto per l’avvenire della libertà della Chiesa. Tra i nuovi commissari pontifici, uno, Rotrou di Rouen, non desiderava attirarsi la collera del re Enrico II. Un altro commissario, Bernardo di Nevers, manca della fermezza necessaria per il successo della sua missione, per le sue dilazioni e per la lentezza dei suoi spostamenti Nel frattempo si lascia tutta la comodità a Plentagenet di procedere a far incoronare il suo figlio primogenito, Enrico il giovane. Il re, in effetti attraversa il mare il 3 marzo 1170 ed entra nel continente, subito rallegrandosi con Gilberto Foliot, sciolto dalla scomunica, il 5 aprile, su ordine del Papa. Il re Enrico II, di concerto con il Vescovo di Londra e con l’Arcivescovo di York, prepara in segreto la cerimonia, e promulga ulteriori disposizioni necessarie per paralizzare l’azione dei commissari pontifìci, di Tommaso Becket e di Alessandro III.

   ISOLAMENTO DEL REGNO D’INGHILTERRA

   Per ordine regio, dopo l’insuccesso della conferenza a Montmatre, finito l’anno 1169, i ricorsi al Papa o all’Arcivescovo vengono proibiti, sotto pena della prigione e della confisca di beni finanche per chi parteggiasse con il papa. Nessun membro del clero poteva oltrepassare lo stretto senza un salvacondotto del re, o del supremo giudice. Il danaro di San Pietro veniva versato nel tesoro reale per essere dispensato, poi, su ordine del Re. Ogni porgitore delle lettere ecclesiastiche d’interdetto sul regno sarebbe stato deferito in giudizio come traditore.

   Nella primavera dell’anno 1170 il Plantagenet rinforza la vigilanza sulle coste; fa tenere sotto buona sorveglianza, a Caen, Margherita di Francia, sposa del suo figlio primogenito; ed ordina di trattenere a bordo di ogni naviglio, e fino al suo ritorno sul continente, il Vescovo di Nevers, delegato del Papa. Un interdetto simile colpisce il Vescovo di Worcester, incaricato dal primate Tommaso di opporsi alla incoronazione. Enrico II emana l’editto di pena di morte contro chi porti le bolle pontificie in Inghilterra. Il Regno è tagliato fuori da tutte le libere relazioni con il continente. Da parte della volontà del re, le costituzioni di Clarendon riprendono tutto il loro pieno effetto. Tuttavia, l’arcivescovo Tommaso Becket aveva ottenuto dal Papa le bolle che proibivano, particolarmente all’arcivescovo di York, l’incoronazione de principe reale, privilegio della sede primaziale di Canterbury. Questa proibizione pontificia si trovò coartata dalle misure coercitive di Enrico II. Allora, Ruggero di York usurpa impunemente il posto del primate: così l’antica rivalità tra York e Canterbury rinasce con il conflitto tra la Chiesa e lo Stato.

   INCORONAZIONE DI ENRICO IL GIOVANE

   Armato da Cavaliere da suo Padre, Enrico il giovane viene coronato dall’Arcivescovo di York, assistito dai Vescovi di Londra, Salisbury, Rechester, Durham, e forse qualche altro, la domenica del 14 giugno 1170 nella chiesa san Pietro di Westminster nella stessa provincia di Canterbury. Era quella una violazione delle norme canoniche notificate sin dal 1164 dal papa Alessandro III. L’incoronazione attenta contro i diritti della metropoli di Canterbury, madre e capo delle cristianità britanniche. Le conseguenze di tale atto sarebbero state gravi. Nel contrasto tra la Chiesa e lo Stato inglese, questo disprezzo delle prerogative canterburiensi sta per ispirare la possibilità di un assassinio del primate esiliato. Enrico II, nello stesso tempo in cui sa di attirare sopra a lui, sui suoi Stati e sull’Episcopato d’Inghilterra le censure ecclesiastiche, è cosciente della gravità del pericolo e si affretta a proclamare il suo consenso nell’accettare i termini di pace che i vescovi di Rouen e di Nervers erano incaricati di proporgli, e si imbarca in fretta per la Normandia al fine di rinnovare le trattative e di mettere da parte così la proclamazione dell’interdetto che l’Arcivescovo di Canterbury, legato d’Inghilterra, aveva allora in suo possesso.

LA RICONCILIAZIONE DI FRETEVAL, 22 luglio 1170

   Il Vescovo di Nevers e l’Arcivescovo di Rouen ritornano a Sens presso Tommaso Becket esiliato dopo aver ottenuto da Enrico II l’assicurazione che egli avrebbe reso all’Arcivescovo di Canterbury la sua benevolenza e la sua pace conformemente ai termini fissati a Montmartre. Il Re stabilisce l’incontro con i legati al 20 luglio, in prossimità del Castello di Freteval en Dunois (Orleanais), dove con questi mediatori, ai quali si è aggiunto l’Arcivescovo di Sens, Enrico II fissa al 22 luglio la data per incontrarsi con il primate Tommaso Becket. Benché in precedenza il bacio di pace gli fosse stato sempre negato, su cauzione di Guglielmo di Sens che si offre garante della sincerità del Re d’Inghilterra, l’Arcivescovo di Canterbury accetta il compromesso. Nel giorno stabilito, in presenza di una grande moltitudine, il re avanza per primo verso il primate; essi si scambiano molti segni di riconciliazione e di amicizia e cavalcano per qualche tempo in disparte, intrattenendosi a parlare della dignità dalla Chiesa di Canterbury e dei suoi privilegi ultimamente violati dalla recente coronazione. Enrico II promette una degna riparazione, promettendo il rinnovo solenne del rito per opera dell’Arcivescovo di Canterbury nell’incoronazione del giovane Re congiuntamente con la sua sposa Margarita di Francia. Il primate allora si umilia ai piedi del Re, che a sua volta scende da cavallo. Ritornati poi in mezzo alla folla entusiasta, Enrico II rende a Tommaso Becket la sua pace, offre la sicurezza per la Chiesa di Canterbury di fruire dei suoi possedimenti, nello stato il più favorevole in cui lui li aveva tenuti al principio del suo pontificato e gli promette la restituzione dei diritti della sede primaziale. Egli si separa dall’arcivescovo dopo avere domandato ed ottenuto la sua benedizione.

   ROTTURA DELLA PACE DI FRETEVAL

   Di fatto la pace di Freteval non apporta a Tommaso Becket alcuna delle garanzie per quello che egli è in diritto di esigere: né la previa restituzione di qualcuno almeno dei possedimenti della sua Chiesa, né il bacio della pace, sigillo di una riconciliazione sincera e testimonianza di sicurezza. Non è meno grave il fatto che le due parti si mettono in uno stato di diffidenza, mantenendo le loro rispettive posizioni di distanza. Resta aperta la contesa sulle “costumanze” del Regno chiaramente determinate a Clarendon. Il Re resta deciso, se non ad imporle, per lo meno a garantire l’onore per la corona del regno. Il primate è deciso a difendere l’onore di Dio e della sua dignità. In queste condizioni l’esecuzione delle clausole della pace sta per suscitare le più gravi difficoltà.

   Il Re, a Freteval, aveva mostrato qualche segno di benevolenza nei riguardi di Tommaso Becket, poi egli rapidamente è ricaduto sotto l’influenza dei consiglieri più facinorosi attaccati alla lettera alle Costituzioni di Clarendon, soprattutto per le più ostili al primate. Questa influenza si esercita più direttamente ancora sul figlio suo, Enrico il giovane, allora luogotenente generale del Regno d’Inghilterra. Così accade che Erberto di Baham, delegato da Tommaso Becket per riprendere i possedimenti del patrimonio della Chiesa, si scontra contro la evidente cattiva volontà degli ufficiali del Re.

   Le rendite dell’Archidiocesi di Canterbury erano poste sotto sequestro fino alla prossima festa di Natale. L’Arcivescovo di York ed il vescovo di Londra temono le censure del legato al suo ritorno in Inghilterra, non cessano di fare intrighi presso Enrico II affinché imponga a Tommaso, arcivescovo di Canterbury, il rispetto delle costituzioni di Clarendon. Le sanzioni si erano attirate con l’incoronazione del 14 giugno, ed essi cercano di favorire, con le elezioni conformi all’articolo XII delle stesse costituzioni, la promozione delle nomine di vescovi docili al potere del re, per riempire il vuoto che la morte, durante i sei anni d’esilio del presule Tommaso, aveva causato in mezzo ai suoi suffraganei.

   Di fronte a tanti ostacoli accumulati per i raggiri mossi dal re e dal suo clero devoto, l’arcivescovo Tommaso sollecita ed ottiene da Alessandro III altri nuovi poteri molto estesi: la conferma esplicita delle prerogative della sede primaziale di Canterbury, abolendo le usurpazioni fatte dal metropolitano di York; il rinnovo per l’avvenire del mandato in Inghilterra di quanto riconosciutogli e datogli in precedenza; nuovi poteri straordinari di censura dai quali, però,  erano esclusi soltanto il re, la sua consorte e suoi figli. Il Papa gli aveva inviato alcune Bolle che colpivano di sospensione dagli incarichi Ruggero di York e i vescovi colpevoli di aver prestato il loro consenso nella incoronazione di Enrico il giovane e di aver giurato di voler osservare le costumanze del regno per le chiese. Gilberto di Londra e a Jocelin di Salisbury, che erano stati assolti sotto condizione, da una sentenza anteriore di scomunica, sarebbero ricaduti sotto l’anatema.

   Tuttavia, il prelato, pur sapendo che le vigenti nuove misure del re colpiscono tutti coloro che portassero lettere del pontefice, non vuol ritornare in Inghilterra, lasciando senza pubblicazione le bolle pontificie di cui era munito. Doveva renderle pubbliche. Alla vigilia del suo imbarco, egli quindi promulga le sentenze del Papa. La pace fatta a Freterval era viziata sin dal principio dalla simulazione del re per cui le restituzioni dei beni ecclesiastici avrebbero avuto un rinvio senza scadenze. La promulgazione delle censure del pontefice, senza che alcuno si illudesse, era necessaria.

    IL RITORNO DEL PRIMATE IN INGHILTERRA

   Il ritorno del primate Tommaso Becket esiliato diviene una marcia trionfale in mezzo alla folla che l’acclama dovunque al suo passaggio. Da parte loro, il re e i suoi “consigli” manifestano una successione di affronti: inviano Giovanni di Oxford per fargli scorta da Rouen a Sandwich, riempiono la riva dove egli si avvicinava di guardie armate pronte alla violenza; pubblicano l’appello di certi vescovi al pontefice di Roma contro le medesime censure apostoliche; fanno ingiunzione ai Curiali del regno di dover liberare i vescovi dalla scomunica; formulano il rifiuto degli scomunicati di prestare il giuramento usuale già proibito dall’articolo V di Clarendon; proibiscono di accedere a Winchester dove risiedeva Enrico il giovane già coronato; ordinano di confinare il primate nei limiti della propria diocesi, inoltre le vessazioni contro la persona del presule continuano persino nella sua città arcivescovile.

   Mentre il primate d’Inghilterra sopporta tutti questi affronti, i prelati scomunicati e sospesi si affrettano a raggiungere Enrico III in Normandia. Il re, furioso delle censure pontificie che colpivano i vescovi, spinto dal rancore e dal desiderio di vendetta che essi manifestano, per sfogo, arriva a pronunciare certe parole di collera e di odio che armano le braccia degli assassini, persone a lui vicine. L’esclamazione del re è: “Non ci sarà dunque una persona, per sbarazzarmi di questo chierico tracotante?”

   L’ASSASSINIO DI TOMMASO BECKET, 29 dicembre 1170

   Martedì del 29 dicembre, quattro cavalieri, partiti dal contorno del re, arrivano a Canterbury, aiutati da Arnolfo di Broc, che ha messo a loro disposizione una piccola truppa di uomini armati, assieme con il clero di parte regia, pronti al compimento di odiose imprese. Essi penetrano nel palazzo arcivescovile aperto agli ospiti di passaggio ed ai poveri. Dopo aver raggiunta la sala, dove il primate si intratteneva con il clero, essi lo citano in giudizio per avere osato scomunicare i familiari del re, in disprezzo della maestà del re, alla quale egli avrebbe dovuto deferire il giudizio.

   Ne segue una lunga discussione. Infine, spinto dai suoi ministri, l’arcivescovo Tommaso Beckett acconsente a raggiungere la cattedrale, dove i monaci si erano già riuniti per l’ora di vespro. Il presule proibisce che si sbarrino le porte. Così gli aggressori penetrano nel santuario e si sforzano, senza successo, di cacciare fuori l’Arcivescovo che si mantiene fermo, e cade infine sotto i colpi delle loro spade. La scena si è svolta al chiarore delle torce, nel lato nord del transetto della cattedrale, a qualche passo dall’altare dedicato a San Benedetto, senza che possano intervenire i monaci spaventati. Gli assassini, dopo perpetrato il crimine, trovano libero scampo, essendo le porte aperte. Essi, dopo essersi dati al saccheggio in tutti i modi, rapinano le ricchezze del palazzo arcivescovile, e fuggono nella tarda notte. Quando tutto è rientrato nel silenzio, i monaci della Chiesa di Cristo e il clero seppelliscono il corpo del primate Tommaso Beckett in un sarcofago di marmo nella cripta della cattedrale. Tuttavia prima hanno piamente raccolto il prezioso sangue di colui che già considerano come il martire della libertà della Chiesa in Inghilterra e il cui culto non tarda ad espandersi in tutta la Chiesa occidentale.

INTERDETTO SUL DOMINIO CONTINENTALE DEL RE E SULLA SUA PERSONA

   La fine tragica del primate ha commosso il re d’Inghilterra, cosciente di aver suscitato, con le sue parole imprudenti, l’assassinio del 29 dicembre. Soffre per il timore delle censure che egli non può evitare. Alla notizia del martirio dell’arcivescovo di Canterbury, i dignitari del regno di Francia, il re Luigi VII, profondamente indignati, scrivono al Papa per indurlo a punire i colpevoli; e indicano in particolare il re di Inghilterra, l’arcivescovo di York e il vescovo di Londra. L’opinione pubblica carica la coscienza del Plantageneto della più abominevole responsabilità poiché il martire è stato ucciso da persone di fiducia del re. L’assassinio del cardinale inflessibile ha risvolti religiosi e politici in tutta Europa.

   l’arcivescovo di Sens, in virtù del potere ricevuto di legato della sede Apostolica, promulga il 25 gennaio del 1171, l’interdetto sulla terra continentale di dominio di Enrico II, nonostante un intervento dei vescovi di Lisieux e di Evreux con altri di parte regia che, dopo la costernazione dei primi giorni, si sforzano di allontanare le sanzioni spirituali. Contro la promulgazione dell’interdetto, essi interpongono l’appello al Papa al fine di patrocinare la causa del re e quella dei prelati colpiti di scomunica e di sospensione dagli uffici sacerdotali.

   Per l’assassinio del cardinale arcivescovo Tommaso Becket, il 25 marzo, giovedì santo, Alessandro III pronuncia la scomunica generale sugli assassini e su tutti coloro che hanno prestato l’assistenza, il consiglio o dato il consenso al reato. Conferma l’interdetto lanciato da Guglielmo di Sens, e la scomunica del vescovo di Londra e di quello di Salisburgo; la sospensione dell’arcivescovo di York, già promulgate dal primate martirizzato. Il Papa infine colpisce Enrico II, re d’Inghilterra, di interdetto per non entrare nelle chiese.

   La canonizzazione di san Tommaso Becket è celebrata da Alessandro III il 21 febbraio 1173 dichiarandolo “martire del diritto canonico e della Chiesa”. La frequenza dei pellegrinaggi al sepolcro nella cattedrale di Canterbury diviene tale da eguagliare quella al ben noto Santiago de Compostella.

   Il martire san Tommaso Becket rimane una delle figure più rilevanti della Chiesa medievale. Una prestigiosa reliquia si conserva in Italia nella cattedrale di Fermo (FM). Molte le chiese a lui dedicate. La sua iconografia è diffusissima in Inghilterra ed in Europa, con i segni della palma da martire, della spada, del modellino di chiesa, del libro, del razionale e del pastorale.

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BELMONTE PICENO ha la chiesa ricostruita dal 1957 dedicata a sant’Anna invocata per maternità e parti. Apporto di Giustina Agostini Sbaffoni.

SANT’ANNA – chiesetta a Belmonte Piceno.FM.

   Giustina Agostini Sbaffoni (1982-1972), donna di preghiera per le tante persone che la frequentavano a Belmonte, nel 1956 cominciò a fare nuova la chiesa di Sant’Anna, la quale è la santa ammirata madre di Maria di Nazaret e nonna di Gesù Cristo, figlio della stessa Maria. Nella devozione cristiana i santi genitori Giacchino ed Anna vengono venerati con la memoria liturgica il 26 luglio. Sono onorati come modelli di santa laboriosità, come intercessori e come compagni del pellegrinaggio dalla terra al cielo. Secondo le esperienze della loro vita sono patroni di particolari condizioni di vita. Così la madre e nonna Sant’Anna è patrona per le maternità nella gestazione, nel buon andamento del parto e nella condizione di essere puerpera, come pure nella cura dei neonati, bambine e bambini. Nell tradizione cattolica, tra le molte immagini che raffigurano S. Anna con la figlia Maria, una è stata dipinta da Leonardo da Vinci ed è esposta al Louvre a Parigi.

   L’antichità di Belmonte si riflette anche sulle lontane origini di questa chiesina ricostruita varie volte, adiacente al bivio delle strade che da Belmonte scendono verso l’Ete. Attualmente nel frontespizio della chiesina stessa i passanti leggono l’epigrafe su marmo come è stata dettata da Giustina, nella seguente poesia di buon auspicio:

O PASSEGGERO SE

 IL DOLORE TI AFFANNA

LA GRAZIA CHE TU VUOI

CHIEDI A SANT’ANNA

   Presso tutti i popoli, anche tra i marchigiani che sono devoti della santa Casa mariana di Loreto, è facilmente riscontrabile quanto valore si dà alla filiazione. Molte donne si recavano a casa di Giustina nelle fasi della loro maternità e lei, con stabile sicurezza, insieme con ciascuna di loro, pregando, invocava il patrocinio di sant’Anna.

   Nel secolo XI a Belmonte erano presenti i monaci benedettini venuti da Farfa che avevano avuto in donazione molti possedimenti terrieri e dal secolo X officiavano la turrita chiesa di Santa Maria in muris, detta popolarmente di san Simone. Essi davano in enfiteusi le aziende agricole curtensi nel territorio Piceno e sui luoghi costruivano edicole e chiesine per seppellire nelle adiacenze i defunti. Questa è l’origine storica della chiesina. Lo stile edilizio era allora di tipo romanico e nel secolo XIV fu completato con modifiche di stile gotico. Quando dopo il 1860 ci fu la confisca delle proprietà ecclesiastiche, questa chiesa finì abbandonata alle intemperie e nel secolo XX i più vecchi vedevano sul luogo due spezzoni di muri inclinati con le tracce delle fondazioni di forma semicircolare d’abside. Tutto attorno si vedevano rovi e sterpi selvatici che ogni anno crescevano e si allargavano verso le strade adiacenti, tanto da doverli tagliare con le roncole a lungo manico, poi bruciarli e per conseguenza i ruderi dei muracci diventavano molto anneriti e tanto brutti che passando vicino di notte, davano un’impressione spettrale.

   Nel 1953, Giustina venne ad abitare con la famiglia del figlio Nello Sbaffoni, presso questa contrada detta di Sant’Anna. Precedentemente lei abitava con i figli e con i nipoti presso la chiesina di santa Maria in Muris, a Belmonte. Lei ed i devoti erano delusi dalla brutta impressione di quei rovi ed erbacce, e seguitando a fare le preghiere a sant’Anna, accolsero l’idea che vi si costruisse una nuova chiesa per questa santa. Un primo schizzo venne in mente all’ingegnere Mario Andrenacci e nei contatti con il muratore Brancozzi Blandino di Grottazzolina, che avrebbe procurato i materiali di edilizia, il figlio Vitaliano che era il tecnico geometra, delineò un disegno di progetto. Ci furono operai volontari per sterrare e fare i manovali. Nel frattempo Giustina riceveva offerte dalle persone che la frequentavano. Le si affiancarono altri collaboratori, tra i primi il figlio Nello. Blandino Brancozzi era il capomastro. L’edificio crebbe in pochi mesi dalle fondazioni al tetto. Furono messe lastre di marmo ad ornare il portale, si costruì il cornicione a corona dell’edificio, con le grondaie laterali, fu eretto l’altare, come si vede tuttora. In seguito si provvide agli intonaci ed alle tinteggiature. Il mastro falegname Angelelli Dino, che teneva il laboratorio nelle vicinanze, creò il tabernacolo, due comodini e due panche, oggetti questi che verso la fine del secolo XX furono restaurati dal fratello Angelelli Renzo. Di fronte all’altare, il quadro raffigurante sant’Anna era una stampa in bianco e nero che dopo circa trent’anni fu sostituito con l’immagine in policromia raffigurante la figlia Maria seduta a leggere la Bibbia sotto la guida materna.

   Interessandosi il parroco don Giuseppe Biondi, si cominciò a celebrarvi la santa Messa e festeggiare la domenica pomeriggio prossima al 26 luglio. Partecipavano le persone del centro urbano e delle vicine contrade. Dopo la liturgia si sostava per una merenda con affettati e bibite. Il senso religioso della patrona delle partorienti era dominante in questa ricorrenza. Culturalmente era un incontro con attenzione alle nonne ed ai nonni, un apprezzamento per l’opera architettonica innovata, una eco del volontariato laborioso, con nuovi apporti di inferriate artistiche.

Il proverbio che subito affiora nella mente di chi pensa a Sant’Anna è il popolarissimo detto:

“Sant’Anna il vero e giusto rimanda”. Purtroppo si verificano sopraffazioni ed atti di bullismo e si diffondono perché i colpevoli di soprusi sanno di poter vegetare nell’impunibilità. Il proverbio fa capire che sant’Anna vuole riportare le giustizia contro le soperchierie. Occorre consapevolezza. E’ un monito a volere un mondo di atti giusti, nelle piccole scelte per vivere la rettitudine anche a costo di sacrifici. Per evitare le sopraffazioni occorre usare impegno nell’individuare i responsabili delle ingiustizie. E’ vero che la giustizia è di Dio che la fa trionfare eternamente. Emanuele Kant diceva che la vita eterna è necessaria affinché ciascuno abbia per sempre il suo. Quando il popolo usa attenzione, alimenta il dovere della certezza della pena. Nessuno si può tirare fuori; non ci debbono essere indifferenti di fronte alle angherie. Anzi quando si esercita l’attenzione per far ravvedere i prepotenti si prevengono i reati tipici della mafia. E sant’Anna lo fa realizzare.

SANT’ ANNA           (testo dialettale)

   Una donna partoriente,

ch’era prorbio miscredente

era impaurita de penà.

   Arrivata l’ora sua,

   con sudori da morire

   lamentava di soffrire.

La mammana la soccorre

perché la febbre è gagliarda

e gli dice: “Iddio te guarda

   che te dia coraggio e calma!

   Qui ce vuole un dottore,

   meglio pure se professore”

Il marito un po’ smarrito

sentenno queste parole,

a Sant’Anna de buon cuore

   se vole raccommannà.

   la grazia se mette a ddomannà:

   “Tu judeme sant’ Anna mia.

Tu sci la mia vera avvocata,

contro la morte scellerata

che non voglio mai ricordà.

   La pora cara mia moglie,

   è straziata da le doglie,

   sarvatela dal pericolo;

sennò perdo matre e figlio.

Prega Dio che la difenne

e per sua grazia risplenne!”

   Dopo che ha fatto ‘sta preghiera

   Sant’Anna buona si ferma,

   ad aiutare quell’inferma.

Il parto riesce molto bene,

e dopo dal letto alzata,

a sant’Anna sua avvocata

   la puerpera va a ringrazià.

co’ le preghiere de Justina.

Preghiera  ai santi Anna e Gioacchino

O santi Anna e Gioacchino, che accoglieste in umiltà e totale disponibilità la chiamata di Dio Padre a generare e allevare la Madre del Salvatore, ottenete anche a noi la grazia della fedeltà alla chiamata divina, per essere strumento dei suoi provvidenziali disegni.
   La vostra protezione sostenga il nostro cammino, ci aiuti a vivere la comunione con la Trinità e a realizzare la missione che il Padre ci ha affidato, proclamando a tutte le genti le meraviglie del suo amore che salva.
Amen.

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A SANT’ANGELO IN PONTANO (MC) cultoi e festeggiamenti per San Nicola nativo da questo comune e detto da Polentino dove visse agostianiano.

SAN NICOLA DA TOLENTINO NATO A SANT’ANGELO IN PONTANO DETTO DA TOLOENTINO, FESTEGGIATO PATRONO DEL PAESE NATALE

Testo derivato da uno scritto di Francesco Capponi

   Un cartello stradale nei pressi del centro storico di Sant’Angelo in Pontano dichiara che san Nicola detto da Tolentino è qui nato. Di fatto l’agostiniano san Nicola è santangiolese per le origini sue e della sua famiglia ma è vissuto a lungo nel convento degli Agostiniani Eremitani a Tolentino dove si trova la sua tomba in una splendida chiesa frequentata da molti fedeli devoti. Scrive Francesco Capponi, anch’egli di origine santangiolese che i suoi concittadini hanno sempre professato un culto particolare per il loro Santo patrono e concittadino, di cui sono devotissimi. La festa patronale santangiolese è una tradizione storica derivata dal secolo XV con il processo canonico della beatificazione risalente al 1325. Di fatto da più luoghi venivano i fedeli ad impetrare grazie a Tolentino sulla tomba di questo venerato frate. Dal comune di Sant’Angelo in Pontano partivano pellegrinaggi con protagonisti principali la confraternita del santissimo Sacramento, impegnata nel culto di Gesù Eucaristia e la Compagnia della Buona Morte a servizio dei funerali.

 La festa liturgica del santo ricorre il 10 settembre. Nel 1672 i santangiolesi fecero un pellegrinaggio speciale per impetrare la cessazione della pestilenza che infieriva nel suo paese e che ebbe a cessare. Sorse poi la confraternita di San Nicola. Un altro fatto di tradizione popolare è lo scaturire prodigioso dell’acqua delle Fontanelle, quando Fra’ Nicola che si recava presso il fosso sotto Collechiarino e vi restava a meditare, sentendosi assetato cercò l’acqua e se la vide scaturire in quel punto. Dagli studi del Capponi risulta che presso questa sorgente nel fossato fu costruita nell’anno 1701 un’edicola con l’immagine di san Nicola santangiolese. Nella seconda metà del secolo XX l’edicola è stata rinnovata con un bel sentiero per l’accesso, ad opera del Comitato Permanente Promotore dei Festeggiamenti in onore del Patrono e Concittadino S. Nicola a Sant’Angelo in Pontano. A Sant’Angelo esiste ancora l’edificio che fu costruito come convento dei religiosi Agostiniani con adiacente la chiesa dedicata al loro santo. Quando i re Savoia nel 1866 hanno soppresso i conventi e predato le loro proprietà questi edifici sono diventati di proprietà statale e passati all’uso del Comune che vi fece poi un ricovero per vecchi bisognosi. Il ritorno degli Agostiniani fu instabile.

   Per festeggiare il santo patrono anticamente si facevano due feste, una a maggio, l’altra nel giorno 10 di settembre, data liturgica delle cerimonie religiose. Il Capponi annota che nel 1629 l’arcivescovo fermano Giambattista Rinuccini riscontrò che i ‘festaroli’ santangiolesi spendevano i soldi raccolti tra i concittadini per godersi un loro lauto pranzo.  Nel 1670 il Comune dava 19 scudi <moneta romana> a maggio e altri 50 a settembre. Nel 1878 gli amministratori fecero fare un nuovo reliquiario per la reliquia del santo patrono. Comunque per evitare gli sprechi delle somme accattate dalle famiglie santangiolesi in tali feste dal 1895 si decise di festeggiare ogni tre anni, con il consueto sparo di tonanti. Negli atti scritti risulta che dopo il passaggio delle truppe tedesche nel giugno 1944 nel settembre successivo si fecero pubblici ringraziamenti al celeste protettore e nella ricorrenza del VII centenario della nascita di San Nicola nel 1945 si restaurò la chiesa a lui dedicata e da Tolentino fu portato a Sant’Angelo il corpo del santo con solenni festeggiamenti.

Un’altra tradizione di tipo folclorico, vigente nel secolo XX, fu la festa dei carri che dalla campagna portavano a fine luglio i carichi di covoni di grano da trebbiare per le spese dei festeggiamenti. Allora, come ricorda il Capponi, la banda cittadina e numerosi suonatori d’organetto e di cembalo rallegravano la festa. Dopo il saluto delle Autorità e la benedizione del tolentinate Priore agostiniano di S. Nicola, la festa continuava con i canti a ‘batòcchi e lu sardaréllu’. Decaduta questa usanza si cominciò a raccogliere il grano già trebbiato e confezionato in sacchetti di carta, portanti a stampa la scritta Comitato S. Nicola. Usanza anche questa decaduta nel secolo XX. Resta il Comitato. Il corpo del santo di origine santangiolese fu portato da Tolentino al paese nativo dopo il 1932, nel 1945 e di nuovo nel 1976, nel1986, nel 1995 (partecipe il cardinal Tonini), nel 2000 e nel 2015.

                                                          NOTE per ulteriori consultazioni

 CAPPONI Francesco, “Notizie storiche sulle manifestazioni del culto di San Nicola e sulle feste patronali a Sant’Angerlo in Pontano”, in «Quaderni dell’archivio storico arcivescovile di Fermo» n. 22 anno 1996, pp 81ss

CAPPONI, F. “Gli Agostiniani a Sant’Angelo in Pontano e fra’ Nicola Giovannetti Priore Generale “. Falerone 1996 – libro

Archivio Parrocchiale di Sant’Angelo in Pontano. Registri della Compagnia della Morte.

Archivio di Stato di Roma, Congregazione del Buon Governo, Serie II, Atti per luoghi, S. Angelo di Fermo – anni 1633-1770, vol. 4103, 4105, 4106 e, Serie II, Visite e relazioni sullo stato delle comunità, vol. 919, c. 120.

Archivio Comunale di Sant’ Angelo in Pontano, Delibere del Consiglio Comunale: anno 1895 e altri

La Torre – Bollettino Parrocchiale – S. Angelo in Pontano, a Macerata.

Bollettino del santuario di S. Nicola di Tolentino, 1945, pp. 22-27.

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