RIFORME LEGISLATIVE NELLA CITTA’ DI FERMO CON SAN GIACOMO DELLA MARCA

DOCUMENTI FERMANI SU SAN GIACOMO DELLA MARCA NELLA CITTA’ dal 1442 al 1473 dall’archivio di Stato di Fermo. Traduzioni dal latino di Carlo Tomassini
=* 1442 febbraio 1. “Fra’ Giacomo da Monte Prandone, predicatore dell’ordine dei Frati Minori di san Francesco di Fermo ha predicato tutta la quaresima, poi per molti giorni ancora nella piazza comunale e predicava così bene da indurre alla massima devozione tutto il popolo Fermano, tanto da avere tremila e quattromila persone, di fronte, ogni giorno, nel mattino della sua predicazione”.( Antonio DI NICOLO’ (NICOLAI), in ‘Cronache della città di Fermo’ (in seguito = Nicolai) a cura di G. DE MINICIS. Firenze 1870 p. 75)
=* 1442 aprile e maggio. “Nel mese di maggio 1442 per opera della massima devozione e fede del detto Fra’ Giacomo, il comune di Fermo ottenne, insieme con i canonici Fermani, dal sommo pontefice Eugenio IV, che la chiesa di san Martino al Varano di Fermo fosse restaurata ed ivi fosse fatto con i beni dei frati Minori di San Francesco, tanto che molti cittadini, e quasi per mezzo del popolo, andarono a questa chiesa, cominciarono a demolirla e poi rifarla”. (Nicolai cit. p. 76, riedito tra l’altro: TOMASSINI, C. La città di Fermo e San Giacomo della Marca; in: Picenum Seraphicum, XIII a. 1976 p. 173 n.9) La bolla di papa Eugenio IV del 4 aprile 1442 in Archivio di Stato di Fermo (poi =A.S.F.) pergamena 891 edita da TALAMONTI, A. “Cronistoria dei Frati Minori della provincia Lauretana delle Marche”. Sassoferrato 1941 vol. III. p. 194 “Bolla del papa Eugenio diretta al comune e ai priori della città di Fermo con cui concede loro la facoltà di fabbricare l’abitazione e la chiesa per i frati e religiosi dell’ordine di san Francesco dell’Osservanza. Qui san Giacomo è detto ’vicario’)
=* 1446 maggio 22. Lettera “ I priori del popolo e della città di Fermo a tutti quanti leggeranno la presenta lettera, unione di carità e progressi felici, come si desiderano. Dato che conviene che le persone umane imitino le testimonianze degli uomini che per la vita e per i comportamenti sono da chiamarsi quasi divini e le istruzioni degli esempi santi, con animo tanto perfetto da poter tutelare proprio la patria e il corpo della repubblica con salutare cura e con umana ragione, e renderla salva, pertanto abbiamo deliberato di eseguire per volontaria disposizione e con una certa amorevole venerazione, gli ammonimenti e gli uffici del venerando padre, servo di Gesù Cristo, fra’ Giacomo della Marca Anconetana ad onore e gloria dell’onnipotente Dio, per la felicità della santa Romana Chiesa e per l’utile mantenimento e conservazione di tutta la provincia della Marca Anconetana, eseguendoli con sollecitudine. Speriamo infatti che, con breve procedere con la intermediazione dei moniti e delle virtù di fra’ Giacomo predetto, noi e tutta questa provincia siamo resi migliori e più ricchi. Quindi, dopo celebrato il Consiglio Generale, in base al consenso pubblico, con sincera intenzione e con disposizione liberale di animo, diamo, consegniamo e condoniamo gli stemmi e le insegne del comune e del popolo della città di Fermo a questo servo di Cristo fra’ Giacomo, in tutte le loro condizioni, con pienezza di ogni diritto e modo con cui sia possibile farlo. In questi stemmi e insegne si vede uno scudo di velame rosso insignito con scolpita la croce bianca, nello stesso scudo rosso. Li concediamo a dover essere dipinti a volontario suo arbitrio, dovunque gli piacerà, pubblicamente o privatamente in ogni luogo, tutte le volte che, a suo piacere, egli vorrà. Noi priori, con pubblica autorità dello stesso Consiglio Generale e nostra, diamo completamente ogni potestà e libera facoltà allo stesso servo di Cristo fra’ Giacomo, e gli concediamo che il detto scudo e le insegne e gli stemmi del comune e del popolo della città di Fermo, di per se stessi soli, oppure associandoli integri o dimezzati, introdotti o inseriti come gli piacerà, in qualsiasi luogo e sotto qualsiasi titolo e onore egli riterrà; possa dipingerli e farli dipingere, tutte le volte che gli piacerà, ad onore di Dio onnipotente, per lo Stato e per la felicità della santa Chiesa Romana, a forza e utilità della predetta provincia. In fede di queste cose, abbiamo fatto scrivere questa nostra lettera e abbiamo comandato di munirla con i segni impressi dei nostri sigilli quello grande e quello piccolo. Dato nella città di Fermo nel palazzo della pubblica residenza dell’ufficio del nostro priorato il 22 maggio 1446 anno del Signore, sedicesimo del pontificato del santo padre in Cristo, Eugenio papa quarto per divina provvidenza”. (A.S.F. Liber Litterarum, I, c. 73 edita: TOMASSINI, La città, pp. 183-184 )
=* 1446 maggio 29 “ giorno di domenica fu fatto il Consiglio Generale nel palazzo dei sigg. priori e molte cose furono messe a consulto, tra cui fu ottenuto che si facesse la pace generale con gli Ascolani ed una lega di volere una sola cosa e non volere una sola cosa, contro la malvagità tirannica degli Sforza e degli altri tiranni. In questo consiglio furono nominati i sindaci per fare pacificazioni e alleanze e patti con i detti Ascolani. Di ciò fu intercessore e causa il reverendo padre, fra’ Giacomo da Monteprandone, uno dei predicatori dell’Osservanza”. (NICOLAI. p. 95; edito: TOMASSINI, La città … p. 174 n. 10)
=* 1451 marzo 7 e aprile 7. “ Il venerabile fra’ Giacomo insieme con il rev. Vescovo e con il vicario del vescovo, vennero nella Cernita dove il ven. Giacomo, sempre amante della pace, dopo aver salutato tutti all’inizio, esortò tutti alla santa pace e pacificò . Poi fu stabilito di mandare oratori amicalmente ai Recanatesi che volevano deviare il fiume Potenza dal corso antico, e portarlo nella pianura vicino al territorio di Montesanto, e se non si rimuovessero , mandare al rev. Legato e al sommo Pontefice a favore del comune di Montesanto. Fu poi stabilito che per mezzo della mediazione dello stesso fra’ Giacomo siano portate a composizione le divergenze dei confini tra gli uomini della terra di Ripatransone e il castello di Acquaviva”. “ Il giorno 7 aprile insieme con fra’ Giacomo dell’ordine dei Minori furono eletti i pacificatori . (Sintesi da A.S.F. Consilia et Cernite; 6° cc. 33-35, in MARINI, I, cc. 186v-187r).
=* 1457 aprile 13 Il predicatore Giacomo da Santa Maria in Lapide chiese al comune e al collegio degli avvocati che istituiscano un tribunale con probi viri, giurisperito e notaio per le cause dei pupilli, delle vedove, dei minori, dei poveri e degli enti pii, da trattare con rito sommario. (Sintesi di A.S.F. Consilia et Cerniate, Bastardelli, 10°, cc. 7-10, in MARINI, I, c. 263)
=* 1457 maggio 20 “ I frati Minori dell’Osservanza chiesero di ottenere il monastero di santa Caterina, ma si stabilì che le monache non dovessero essere cacciate, ma da cercare un altro luogo < o convento> per i frati”.
(Sintesi di A.S.F. Consilia et Cerniate, cit. 10°, c. 11, di MARINI, I, c. 226)
=* 1457 maggio 29. “Si hanno alcune note aggiunte ai margini della carta, per delibere espunte, annullate, cancellate o sospese per l’anno corrente” (Sintesi di A.S.F. Concilia I, in MARINI, I, c. 284)
=* 1459 febbraio 26. “ E’ stata cancellato e non approvato il potere dato 10 febbraio ai priori e ai regolatori di dover pacificare e di fare concordie tra persone discordi nelle liti e di usar costrizione a chi non vuole fare pace e di dover condonare gli esuli che non hanno commesso omicidio. È stata registrata, peraltro, la legge di dover sindacare il podestà e il capitano per mezzo di una persona di fuori e poi sindacare la stessa persona di fuori per mezzo di cittadini riguardo al sindacato da lui fatto; parimenti la legge contro le meretrici che non stiano sulla strada o vicino alla strada dove si va a San Domenico . Le cause (processi) che non debbono essere viste dai priori, ma dal podestà soltanto e dal capitano e le suppliche dei cittadini devono essere rifiutate dai priori sotto pena di 25 ducati per loro e 10 per il cancelliere in caso di inadempienza: questa legge non era registrata perché esiste altra contraria.” Dopo sunteggiate le delibere suntuarie: “ tutte queste e le pene loro sono annullate fatta eccezione per la misurazione delle vesti da parte degli officiali”. Segue la sintesi delle delibere sui ‘capitoli degli ebrei’ e sui ‘matrimoni’ ed è aggiunta la riforma del non dover acquistare a prezzo stabilito privatamente per i frutti prima del tempo della maturazione”. (Sintesi di A.S.F. Concilia I, cc. 3-6 in MARINI, I, c. 285 edizione in parte in TOMASSINI, C. Atti del Convegno di Studi in onore di San Giacomo della Marca. Monteprandone 1991 p. 79, III. (In seguito: Atti, 1991 )
=* 1459 marzo 16. “ Il padre fra’ Giacomo della Marca, predicatore devoto, giusto, santo per le prediche, come è noto a tutti, ha predicato molte cose per la salute delle anime e per la preservazione della città e l’utilità dei cittadini, \ soprattutto contro la dissipazione dei beni in vestiti, ornamenti e strascichi delle donne; \ – contro le usure e gli atti notarili e contratti illeciti; \ – riguardo alle tasse del clero che non venga gravato ingiustamente; né esso rechi danno per le tasse alla comunità; \ – sopra i matrimoni da contrarre in modo che ci siano cittadini idonei per ciascuna contrada che li contrattino, li curino e li portino a compimento e questi siano fedelmente eletti; \ – riguardo al dovere fare le pacificazioni per mezzo di due cittadini per contrada; \ -riguardo alle azioni malefatte che non debbono essere rimesse con una multa pecuniaria; \ – riguardo al rifiutare l’introduzione delle suppliche in consiglio di Cernita, \ – sopra cose dei cittadini; \ – riguardo al provvedere contro i capitoli concessi agli ebrei sulle usure, affinché i cittadini non stiano nella scomunica; \ -riguardo al provvedere contro gli atti notarili fatti ingiustamente nelle licenze dei danni dati, affinché le anime non si dannino. È stato stabilito che i signori priori, i regolatori e due cittadini insieme con il vescovo e fra’ Giacomo abbiano piena autorità di fare riforme statutarie e ordini in tutte queste cose dette sopra” (…). “ Il 18 marzo 1459, in Consiglio Generale, su persuasione di fra’ Giacomo della Marca fu stabilito di fare ordini, leggi e riforme per la salvezza della Comunità Fermana e delle anime, da parte dei priori insieme con il vescovo Fermano e fra’ Giacomo. Sono state annullate le licenze dei ‘danni dati’ e le gabelle per l’esportazione dei pesci per l’anno 1469 (?!=1459). E’ stata approvata la gabella del 5% sui pesci salati“ ( …). ” Il 19 marzo 1459 il Consiglio Generale loda fra’ Giacomo ed i suoi ammonimenti” (Sintesi di A.S.F. Concilia I, cc. 4-5 in MARINI, II, c. 21 edizione in parte TOMASSINI, Atti, 1991, p. 78. Questa sintesi riguarda il testo qui di seguito)
LEGGI SUNTUARIE A FERMO: A.S.F. Consilia et Cernitae – Bastardelli, 12°, cc. 50-68; Consilia, I, cc. 3-6; MARINI, I, cc. 284-286; edizioni parziali: TOMASSINI, La città … pp. 186-193; IDEM, Atti, 1991, pp. 78-79
=* 1459 marzo 16- 19. “ 16 marzo (c. 50) convocata e riunita la Cernita dei magnifici priori del popolo, dei regolatori del Comune, dei Confalonieri delle contrade, dei 6 capi delle arti e dei 24 cittadini per ciascuna contrada, in numero sufficiente, nella stanza della nuova stanza maggiore del palazzo del Comune, residenza dei magnifici priori, riuniti in questa Cernita, Giovanni Leonardo di ser Antonio priore della contrada di San Bartolomeo, su commissione e consenso dei soci fece le seguenti proposte:- 1 – il rev. padre fra’ Giacomo della Marca, devoto predicatore, nelle sue prediche sante, ha predicato molte cose per la salvezza delle anime e per la preservazione di questa città e per l’utilità dei cittadini: riguardo ai vestiti e agli ornamenti delle donne per i quali si fanno massime spese e molti dissipano tutti i loro beni e pertanto, si provveda affinché la città sia preservata. -2 – sopra gli strascichi delle vesti femminili si provveda anche opportunamente in modo che non si facciano vestimenti con strascichi, e fu fatta una riforma. -3- provvedere sulle usure e sui contratti e sugli atti notarili illeciti che si fanno ogni giorno, affinché per il futuro non si facciano più, in questa città e nel suo contado, per la salvezza delle anime e per il progresso del popolo. – 4 – riguardo alla gabella del clero che si provveda giustamente affinché il clero non sia gravato ingiustamente nel pagare la gabella; e il clero stesso non usi frode per la comunità nelle gabelle. – 5 – provvedere per i matrimoni nei fidanzamenti e nei sponsali per contrarli: che siano stabiliti cittadini idonei per ciascuna contrada e siano persone rette fedeli ed abbiano cura, tra i cittadini e gli abitanti di questa città, di provvedere, trattare, e fare sponsali e matrimoni. – 6 – Al fine di dover fare le pacificazioni: siano deputati due cittadini idonei per ciascuna contrada e altro – 7 – sopra le azioni malvagie pecuniarie si provveda affinché non si facciano condoni se non nel rimettere i beni e togliendo la duplicazione. – 8 – Riguardo ai cittadini: non siano accettate le suppliche che non vanno introdotte nella Cernita.- 9 – riguardo agli capitoli fatti con gli ebrei sulle usure si provveda che i cittadini non stiano nella scomunica. 10 riguardo ai giuramenti che si fanno ingiustamente nel dare le licenze dei danni dati si provveda affinché le anime non si dannino. – 11 – sul fatto del signor Giosia di Acquaviva che vuole mandare gli animali del nostro distretto Fermano si provveda liberamente”. < carta 51 per due terzi in bianco> “Il ragguardevole cavaliere signor Nicola Falcone, uno della cernita, dopo aver giurato, diede consiglio sulle proposte fatte, dicendo essere ottime e necessarie per la salvezza di questa comunità, per la salvezza delle anime, anche per il progresso e la preservazione di questa città e per l’utilità dei cittadini e delle persone del contado; pertanto dice che con matura e grande prudenza si provveda e con costanza si ordini e si faccia, si riformi su ciò con le leggi, gli ordini, e le riforme da fare affinché si debba deliberare e riformare detti ordini: I magnifici priori e i regolatori con due cittadini da eleggersi dagli priori, insieme con il vescovo e fra’ Giacomo, con i consigli loro abbiano piena autorità, remissione e potere di provvedere, ordinare, fare, riformare e deliberare come ad essi piacerà e sembrerà utile, salutare ed opportuno. Tutti i decreti, le delibere, gli statuti, le riforme che si devono fare per mezzo di questi siano stabiliti e fermi con forza durevole, sempre, in perpetuo e vanno considerate e osservate acquistando autorità dalla presente Cernita”.
=* 1459 marzo 19 (c. 59) Nel pubblico Consiglio Generale, bandito ieri per oggi per mezzo dei pubblici trombettieri del comune, su commissione e mandato del ragguardevole milite signor Pietro de Tibaldischi da Norcia, podestà onorevole della città di Fermo, con il consenso e la delibera dei magnifici priori, radunato nella sala grande del palazzo, riunito in numero sufficiente, al modo solito, Giovanni Leonardo di ser Antonio, priore della contrada di san Bartolomeo, fece le seguenti proposte per volontà dei soci: – 1 -ciascun consigliere presente in Consiglio possa dire e deliberare per la conservazione dell’attuale Stato del popolo e della libertà ecclesiastica e contro ogni tirannica oppressione, secondo la forma degli statuti della città di Fermo. Per l’osservanza di ciò fece questa proposta. – 2 – In Cernita sono state fatte alcune delibere che occorre approvare nel presente Consiglio e saranno lette dal cancelliere. Anzitutto nella Cernita celebrata il 16 marzo fu deliberato e fatta riforma sulle proposte suggerite dalla persuasione del rev. padre fra’ Giacomo, cose ottime e necessarie per la salvezza di questa comunità, tanto per la salvezza delle anime, quanto anche per il progresso e la preservazione di questa città e per l’utilità dei cittadini e delle persone del contado < … qui ripete con le stesse parole quanto sopra scritto - 16 marzo; c. 50 - vedi nella Cernita>. La proposta è accolta con 106 voti favorevoli, e 2 contrari. < … Seguono proposte diverse>. (c. 63) Bongiovanne di Agostino, uno del numero dei consiglieri, dopo aver giurato, diede consiglio sulle proposte fatte per persuasione e monito di fra’ Giacomo riguardo agli strascichi dei vestiti delle donne e sulle altre cose celebrate in quella Cernita, trasmesse e anche in ogni altra delibera fatta nella Cernita, dicendo che siano approvate per autorità del presente Consiglio. Bongiovanne di ser Vanne, altro consultore, consigliò che siamo molto obbligati a Dio che ci ha resi degni della persona di fra’ Giacomo, e in queste solenni circostanze soprattutto si deve usare attenzione per l’utilità e per l’onore e così per la conservazione di questo comune.
=* 1459 marzo 19. (c. 64) Decreti. “ I magnifici priori del popolo, riuniti collegialmente, volendo compiere le elezioni di due cittadini per ciascuna contrada, in vigore dell’incarico ricevuto dalla Cernita fatta, elessero e misero all’unanimità i seguenti cittadini incaricati sopra gli ordini e le riforme che debbono essere fatte: il signor Andrea del signor Pietro e Nicola di Vagnozio della contrade Castello; Giacomo Paccaroni e Matteo di Sante della contrada Pila; Giovanni di Angelo e Giacomo di Savino della contrada San Martino; il signor Ludovico Ufreducci e Antonio di Luca della contrada Fiorenza; Antonio di ser Giannino e Piermarino di Romidio della contrada San Bartolomeo; il signor Nicola Falcone e Vagnozio di Cola della contrada Campoleggi. I magnifici priori: Piervenanzo di Nicola della contrada Castello, Antolino di Domenico della contrada Pila; ser Ludovico Matteucci della contrada San Martino; maestro Giovanni di Lorenzo della contrada Fiorenza; Giovanni Leonardo di ser Antonio della contrada San Bartolomeo, e Antonuccio di Benvenuto della Contrada Campoleggi; e i regolatori: Antonuccio di maestro Giacomo della contrada Castello; ser Giampiero di ser Giacomo della contrada Pila, e Piernicola di Nicola della contrada San Martino; inoltre i cittadini sopra nominati, due per contrada, riformatori per le riforme, per gli ordinamenti e per i decreti, in quanto deputati solennemente e legittimamente per opera della cernita e del Consiglio della città di Fermo, come risulta scritto di mano di me Pocuzio cancelliere e notaio del Comune e del popolo di questa città, in vigore, per autorità ed arbitrio concessi per opera della Cernita e del Consiglio fecero, ordinarono, decretarono e stabilirono le riforme, i decreti, gli ordinamenti e gli statuti che seguano a lode e reverenza dell’onnipotente Dio e di sua madre Maria Vergine e dei beati apostoli Pietro e Paolo e del glorioso evangelista apostolo martire San Giovanni e di san Savino protettori e difensori del popolo della città di Fermo e di tutta la celeste curia e ad onore della sacrosanta Chiesa romana e del santo padre il Papa signore nostro e dei signori cardinali Romani e ad esaltazione e progresso del Comune e del popolo della città di Fermo e del presente libero, pacifico e popolare Stato della città di Fermo e a perpetua distruzione di chiunque volesse attentare contro gli ordini seguenti. Anzitutto per lo statuto riguardante gli ornamenti e i vestiti delle signore, con aggiunte correzioni e dichiarazioni, fecero riforma, ordinarono e stabilirono riguardo a questi vestiti e ornamenti delle donne che nessuno ( c. 65) della citta, del contado, della forza, del distretto e in essi abitante, di qualsivoglia grado e condizione, osi né presuma, né deve, né può spendere, avere, né tenere oltre la metà della dote e del conto della moglie per i vestiti e gli ornamenti. Penalità da pagare sul fatto, per ogni infrazione, cinquanta libbre di denari, per ciascuna volta, senza alcun processo, omessa ogni formalità solenne giuridica, solamente dopo aver riscontrato la verità. Inoltre fecero delibera, ordini, statuti e riforme che le signore e le donne di dovunque siano, o vengano e, di qualsiasi condizione, non possono né debbono avere strascichi, camminando in questa città e suo contato; né trascinare questi loro vestiti per terra oltre un terzo di braccio di panno, portando le pianelle, sotto penalità, per ciascuna donna, di 10 libbre di denari per ogni volta; penalità sul fatto e senza alcun processo per i mariti di queste donne. I mariti per effetto della presente riforma e decreto, e di quanto scritto nel seguito, siano costretti sul fatto, a pagare liberamente e possano essere costretti alle penalità dette sul fatto, come qui è stabilito. Questa riforma sia compresa e sia eseguita nella città e nel contado verso qualsiasi donna, di dovunque sia, che porti tali vestiti nella città e comitato. . Inoltre fecero statuti e delibere che gli uomini di famiglia delle donne o i mariti delle signore che hanno vestiti fatti in passato più lunghi e protesi oltre la misura sopra indicata, siano tenuti a renderli più corti e tagliarli o farli tagliare nella detta misura, in modo che non siano più lunghi, sotto la detta pena. Inoltre non debbano avere, né tenere per oltre la metà della dote e del conto ad uso delle donne, questi vestiti e ornamenti muliebri fatti in passato, sotto penalità per essi di 50 libbre di denari in caso di infrazione; da esigere sul fatto. . Questi mariti che vogliono tenere i vestiti e gli ornati fatti in passato ad uso delle mogli, debbono fare notifica e segnare per mezzo del notaio dei regolatori e far scrivere in registro la dote e il conto promessi a loro, o che hanno ricevuto per la moglie; per mezzo di un atto notarile e rendere noto a questo notaio del regolatori il giuramento, dichiarando che i vestiti e gli ornamenti non superano la metà della detta dote e del conto, sotto penalità di 50 libbre di denari e debbono fare ciò nel termine comunicato per mezzo di bando pubblico su ciò. Inoltre fecero delibera, ordini e riforme che i notai che sono stati richiesti o saranno richiesti per i matrimoni, per gli sponsali e per le promesse delle doti e dei conti, (c. 66) siano obbligati e tenuti entro i successivi quattro giorni dopo il rogito, a riferire e notificare al notaio dei regolatori il matrimonio contratto e la quantità della dote e del conto promessi, con loro giuramento; e penalità per i notai, da esigersi per ogni volta che facessero infrazione in ciò. . Inoltre fecero ordine, statuto e riforma che i mariti di queste donne siano obbligati e debbono, due giorni prima di prendere le loro mogli, rendere noto e segnalare al detto notaio dei regolatori la quantità della dote e del conto che è stata promessa e la spesa fatta nei vestiti e negli ornamenti delle donne, mettendo per iscritto particolarmente tutti i vestiti e ornamenti e la stima di essi e la quantità di denari delle spese per essi, prestando giuramento per mezzo del notaio e con notifica che non superino la metà della dote e del conto, sotto penalità di 50 libbre di denari sul fatto da esigere da chi fa facesse infrazione. . Inoltre fecero delibera, ordine e riforma che gli officiali che fanno inquisizione contro le donne che portano vestiti più lunghi della misura sopra ordinata, debbono ordinare a un cittadino che si trovasse sulla strada, mentre incontrano queste donne, che egli debba misurare i vestiti se sono più lunghi della misura ordinata; e gli officiali debbono imporre la pena di 10 libbre di denaro da esigersi sul fatto se il cittadino non volesse obbedire o ritardasse di misurare i vestiti. Ciascuna donna che porta questi vestiti sia obbligata e debba, su richiesta del notaio che fa investigazione, far guadare e misurare i suoi vestiti, stando ferma sino a che il cittadino compia la misura del vestito. Qualora lei sia contraria e non permetta di misurare il suo vestito, incorrerà nella penalità di 10 libbre di denari da esigere sul fatto dal marito della donna. Il notaio o l’ufficiale che fa inquisizione, non rechi alcuna noia alla donna, non faccia minaccia, né ingiuria, o altro di offesa; ma si limiti a scrivere e riferire l’infrazione. Per una donna non sposata che facesse l’infrazione, sia obbligato e costretto il padre per la figlia, il fratello per la sorella, o la persona consanguinea più vicina o congiunta, con cui abitasse, per colei che trasgredisce, in modo efficace da far pagare la pena stabilita. Podestà e capitano, giudice della giustizia della città che sono in servizio nel tempo e ogni ufficiale loro, soprattutto l’officiale degli straordinari del podestà, debbono fare esecuzione su quanto scritto sopra. E tutto ciò avvenga in modo tale che facciano pervenire in comune le dette multe (c. 67) con vincolo di giuramento e nell’inadempienza, penalità di 50 libbre di denari da ridurre dalla loro salario e da trattenere dalle loro specifico ufficio riguardo alle cose sopra dette. E su ciascuna di esse siano tenuti, debbano solennemente investigare e fare inchiesta su chi delinque nelle sopra dette penalità, punire come è stato qui stabilito, e ricevano la quarta parte delle dette penalità che avranno fatto giungere in comune, nel tempo in cui il banchiere del Comune riceverà queste penalità. Ogni donna o moglie che fa infrazione nelle dette cose, può essere accusata da chiunque e denunziata con un testimone. Questo accusatore sia tenuto segreto, e riceva la quarta parte della penalità per la sua accusa o denunzia giunta in comune. Ciascun officiale debba procedere di fatto su queste accuse e denunce e fare multa a chi fa infrazione ed esigere le penalità senza alcun processo, solamente dopo aver riscontrato la verità. Riguardo a questa infrazioni, per le grazie che si dovessero fare e per i termini di scadenza e le dilazioni da concedere sulle penalità, i priori del popolo in servizio nel tempo, e il cancelliere del Comune, non possano né debbano accettare suppliche, né leggere o far leggere petizioni né fare proposte, né deliberare in alcun modo, sotto penalità di 10 libbre di denaro da esigersi sul fatto trattenendole dal loro salario, per ciascuno di essi e per ciascuna volta che facessero infrazione. Inoltre fecero delibera, ordine e statuto riguardo alle cause civili. I priori del popolo, in servizio nel tempo, non si intromettano ne agiscano, né vengano a conoscere le suppliche, né le accettino, né le leggano nella Cernita, né le facciano leggere, né facciano proposta al riguardo in altri modi; sotto la penalità di 10 libbre da esigere sul fatto da ciascun priore, trattenendole dal salario per ciascuna volta che facesse infrazione. La stessa pena ci sia per il cancelliere del Comune se leggesse queste suppliche nella Cernita e se scrivesse qualche delibera sopra queste cause civili. Inoltre fecero delibera, ordine e decreto riguardo alle pene o condanne pecuniarie delle azioni malvagie, dei delitti e degli eccessi nel tempo futuro e restante dopo che questa legge e riforma è stata fatta; stabilendo che i priori del popolo in servizio nel tempo non possano né debbano ricevere o accettare suppliche da chi ha fatto del male se costui prima non avesse la pace dalle persone che ha offeso. In caso di infrazione, la penalità è di 10 libbre di denari per ciascun priore e cancelliere del Comune e per ciascuna volta. Qualora colui che ha agito male abbia ricevuto la pace, allora i priori possano ricevere e accettare queste suppliche e proporle nella cernita e abbiano potere di farle leggere. Riguardo alle pene pecuniarie delle azioni malvagie che debbono essere lette e proposte nella Cernita e nel Consiglio non si possa né si debba deliberare né fare alcuna grazia di concedere termine né ritardare, né fare altra riforma o delibera, se non solamente e per lo meno che i benefici siano lasciati cadere e per le penalità sia tolta la duplicazione. I priori, e i loro civili, il cancelliere del Comune, i regolatori e ogni consultore, ogni volta che facessero in ciò infrazione, per ciascuno di essi la penalità è di 25 libbre di denari da esigersi sul fatto. Il podestà di questa città e i suoi officiali siano obbligati e debbano esigere queste penalità e farle esigere senza alcun processo, e ricevano la quarta parte di esse penalità fatte pervenire nel comune nel tempo in cui il banchiere del Comune le riceverà. Inoltre fecero delibera, ordine e decreto che quei capitoli degli ebrei fatti da questa comunità e concessi ad essi, per tutto quello che contengono contro il diritto divino e canonico e che non può essere concesso, fin da ora, per autorità della presente legge e decreto, siano aboliti, siano revocati e annullati e considerati nulli, di nessun valore né efficacia. Per la parte restante siano e permangano, ma al fine di sgravare le anime e le coscienze dei priori del popolo e di degli altri cittadini del regime e di tutti il popolo della città di Fermo, questi capitoli siano corretti, emendati ad opera del reverendo vescovo nostro Fermano. Sia eseguito, secondo le correzioni, riduzioni e consigli di costui, peropera di questa comunità e siano osservate le cose predette. Inoltre hanno fatto delibera, ordine e riforma allo scopo che i matrimoni, in questa città e nel suo contado, avvengano più facilmente e meglio, inoltre si facciano trattative, in modo che portati a perfezionare le nozze, per tale scopo, siano deputati stabiliti ed eletti sei buoni cittadini per ciascuna contrada, con commissione e autorità di dover trattare, fare procura, far celebrare questi matrimoni, con ogni fedeltà, amore, rettitudine e carità possibile e necessaria tra le parti. Questi cittadini hanno da ricevere un compenso per il lavoro e possono chiedere ed averlo effettivamente e così ad essi sia pagato un ducato per ciascun centenario di ducati o delle doti tra coloro che contraggono il matrimonio nella fase delle promesse, cioè per ogni matrimonio si deve coinvolgere e rafforzare l’opera, la licenza e l’iniziativa, la operosità di questi cittadini. Le persone che dovranno essere elette riguardo allo stabilire matrimoni, abbiano piena autorità, potere e remissione di trattare fare e ordinare le pacificazioni tra i cittadini e tra gli abitanti di questa città e del contado e abitanti del Fermano, di comandare e ordinare a tutti i singoli cittadini e abitanti del contado che fossero in discordia, imponendo penalità, affinché facciano le pacificazioni.
=* 1459 marzo 19. Decisioni sui prezzi dei prodotti rurali prima della raccolta (A.S.F. Consilia et Cernitae – Bastardelli, n. 12, seguito di c. 68; MARINI, I, c.285; editi TOMASSINI, Atti, 1991 pp. 76-78). “ Sono annullate e rifiutate le riforme riguardanti l’ornato delle donne, su decisione dei priori (6 nomi), dei regolatori (3 nomi), dei cittadini riformatori (12 nomi). (Sintesi di A.S.F. Concilia I, cc. 4 da MARINI, II, c. 21). VENDITA DEI FRUTTI SUL CAMPO < i prezzi debbono essere stabiliti da estimatori ufficiali dei frutti da raccogliere, su elezione del consiglio di Cernita. Il prezzo da calmierare riguarda olio, grano, biada, vino, lino, noci, fichi, seme di lino. Vietati i prezzi concordati per proprio conto. Traduzione dal latino>.
“ Deliberarono, ordinarono, stabilirono e fecero riforme sui frutti acquistati e da acquistare, a prezzo o patto stabilito e dichiarato, in questo modo, cioè che nessuna persona della città di Fermo, del suo comitato, che vi abiti o dimori, o forestiero di qualsivoglia condizione, dignità e stato, possa né debba, né in alcun modo gli sia lecito, nella detta città e ducato, forza e distretto, acquistare o far acquistare da uomini e persone di questa città e contado o altro abitante, alcun genere di frutti prima del tempo, a patto e prezzo stabilito e concordato, sotto penalità di 10 ducati all’acquirente e 10 ducati al venditore dei detti frutti e 10 ducati al notaio che faccia rogito di essi. Le multe vanno riscosse sul fatto. Questa penalità di 10 ducati va riferita ad ogni ‘migliaia’ di olio acquistato prima del tempo, a patto stabilito e concordato, per ciascuna volta, per ciascuna quantità di esso olio e dei frutti qui elencati: penalità per ciascuna salma di grano, o di biada e per ciascuna salma di vino e per ciascun ‘rubbo’ di lino, per ciascuna salma di noci, per ciascuna salma di fichi e ciascuna salma di me di lino. La penalità di quattro soldi per ciascun acquirente, venditore notaio che facesse rogito, penalità da esigere di fatto e pagare. Tuttavia sia lecito e possono acquistare e far acquistare, prima del tempo, per i prezzi che saranno in vigore nei tempi adatti a frutti, secondo l’estimo che deve esser fatto per mezzo di estimatori che misurano e questi debbono essere scelti da parte della Cernita, su olio, grano, spelta, ciascun genere di biada per tutto il mese di agosto; sul seme di lino per tutto il mese di ottobre; su noci, fichi per tutto il mese di novembre; sull’oliva per tutto il mese di gennaio; sull’olio per tutto il mese di marzo, nei mesi futuri. Chiunque con un testimone possa essere accusatore e guadagni la quarta parte di dette penalità e sia tenuto segreto; anche ciascun ufficiale della città di Fermo e suo contado, il quale per suo riscontro o per l’accusa presentata a lui da un accusatore, esigerà, farà esigere e farà giungere in comune le penalità predette e ci guadagnerà dovendo ricevere la quarta parte di esse multe. Parimenti gli acquirenti dei detti frutti, acquistate prima del tempo, nel caso che in città e contado generalmente non potessero raccolti detti frutti, né si trovassero tutti in altra maniera, siano tenuti a riavere indietro soltanto e solo nel quanto, i denari pagati e presi a mutuo per i detti frutti e cose, e in nessun modo si faccia nuovo estimo di essi. Similmente i venditori dei frutti siano tenuti e debbano essere costretti a pagare, rendere i denari ai detti acquirenti. Parimenti i venditori dei frutti non possano né debbano dare i detti frutti ad un altro o ad altri uomini e persone se non a colui o coloro ai quali li vendettero al prezzo o prezzi secondo l’estimo, nei detti tempi, sotto le dette penalità da parte dei venditori. La riscossione dovrà essere fatta, per ciascuna volta che essi venditori hanno fatto infrazione.
Inoltre ciascun notaio che facesse rogito dell’acquisto di detti frutti prima del tempo, a prezzo stabilito e concordato, incorra nella penalità di 10 ducati, da esigere e pagare di fatto per ciascuna volta. Similmente nessun notaio possa, né debba far rogito di alcun contratto di deposito di olio o di altri frutti, sotto penalità di 10 ducati, salvo che siano i prezzi congrui quali debbono essere fatti su estimo dagli estimatori nei detti tempi. Qualora il notaio avesse dubbi sul contratto di deposito che fosse fittizio o ‘illiato’ o usuraio egli è tenuto e debba dare alle parti contraenti il giuramento di dover dire e tenere la verità. Anche le parti di acquirenti e di venditori dei frutti debbono prestare giuramento e dire la verità sotto penalità di 10 ducati, tanto al notaio quanto all’acquirente e venditore, se facessero infrazione. Infine simili contratti siano null sul fatto stesso, senza alcuna esecuzione, che non meritino ma siano considerati nulli e non fatti. Il podestà della città di Fermo e i suoi ufficiali siano tenuti e debbano inquisire e investigare con buona diligenza e sollecitudine su tutte le dette cose. Dopo scoperta la verità sono tenuti e debbano esigere e fare esigere le dette penalità, per ciascuna infrazione in ciascuna delle parti e capitoli detti, e ricevano e guadagnino la quarta parte delle dette penalità che avranno fatto pervenire in comune, o tramite accusa di altri, o per investigazione o riscontro proprio, procedendo sempre di fatto con fare esecuzione, omettendo ogni solenne formalità giuridica, senza alcun processo, dopo riscontrata la verità del fatto. Qualora nelle dette cose il podestà e i suoi ufficiali fosse negligenti, per tale fatto incorrano nella penalità di 50 libbre di denari, da parte di ciascuno dei negligenti, e debbano essere riscosse le multe, di fatto con ritenute dal loro salario.
Inoltre tutti i contratti e gli acquisti fatti fino al presente giorno riguardo all’olio e ai frutti da raccogliere nel presente anno e ne tempo futuro, facendo il prezzo stabilito e concordato, sono considerati sin da ora come prezzo che sarà valido e stimato per mezzo degli estimatori nei tempi sopra dichiarati e riguardo al patto o prezzo fatto prima del tempo di esso contratto non abbiano valore, sono nulli e senza effetto e non abbiano né meritino alcuna esecuzione. Così hanno deliberato che tutti gli ordini e riforme debbono essere notificati per mezzo di lettere patenti in tutti i castelli del con tanto di Fermo e dare un ordine di registrare le lettere patenti e i detti ordini negli statuti o nei libri dei castelli, sotto penalità di 10 libbre di denari, per ciascuno di essi ufficiali che non abbiano scritto e registrato i detti ordini nei loro libri e statuti.
=* 1459 aprile 25. “E’ proibito agli ebrei di avere stazioni (=posti o banchi) nella strada maestra” (Sintesi di A.S.F. Concilia I, c. 7, di MARINI, I, c. 286)
=* 1463 “ giugno 23. – al n. 3. “Per la differenza di confini vertente tra i castelli di San Benedetto e Monteprandone, < in Consiglio> fra’ Giacomo si propone ad essere autorizzato dal governo di Fermo. (c. 178v) Si esegua l’ammaestramento di sua paternità (fra’ Giacomo) a cui questa vertenza è rimessa in modo che la cosa stia in pace e che gli uomini di questi castelli pascolino e posseggano come nel passato hanno pascolato e posseduto in serena pace e buona carità; (c. 180) secondo i nostri diritti se sono opportuni e insistiamo in questi diritti e facciamoli vedere. Approvato = 66 voti neri e 2 bianchi contrari. (A.S.F. Consilia et Cernitae – Bastardelli, n. 14, cc. 175v. 178v-180; MARINI, II, c. 47). Fra’ Giacomo chiede che siano mostrati i diritti Fermani riguardanti quel territorio e liberamente questa causa è rimessa nelle sue mani. (MARINI, II, c. 49); “Sia messa questa vertenza nelle mani di fra’ Giacomo e seguiamo i suoi consigli facendo sì che si stia in pace: gli uomini dei due Castelli pascolino e posseggano come hanno fatto per il passato in pace e carità” (A.S.F. Consilia et Cernitae – Bastardelli, n. 14, c.178v; TOMASSINI, La città … pp. 193-194)
=* 1463 “ luglio 2 – “ Dopo convocata e riunita la Cernita ( … ). Il priore dei priori fece proposta che il reverendo fra’ Giacomo ci mandò a sapere, e chiese che volessimo convocare la Cernita nella quale egli voleva intervenire allo scopo di parlare ed esporre alcune cose per la comune pace e per il buon stato della città. E di fatto venne fra’ Giacomo per arringare e all’inizio propose e disse cose sulla giustizia con cui ogni Repubblica viene maturamente governata e fece notare molte cose da definire, distinguere e far conoscere. Disse con quali cose la repubblica è ben governata e altre cose che debbono essere evitate nel governo. Riguardo all’obbedienza verso i superiori egli vietava le mormorazioni; inoltre che bisogna usare serietà e maturità di consiglio nella Repubblica. Riguardo alle delibere fatte frettolosamente che non debbano essere seguiti i consigli dei giovani. Parlò riguardo alla pace e alla concordia e alla carità civile. Inoltre che va mantenuta la confederazione pacifica con gli Ascolani. In ultimo riguardo alla differenza che esiste con il vescovo egli fece molta riprensione, esortando i cittadini, ammonendoli e comandando che si deve essere riverenti e obbedienti verso il reverendo vescovo, e si faccia alfine un’ottima riconciliazione in modo che lui sia il buon padre di tutti i cittadini e tutti questi siano i suoi buoni figli. Infine chiese ed esortò affinché due priori e altri cittadini andassero, insieme con lui, dal vescovo per fare la riconciliazione con lui padre, e chiese questo con ogni istanza e carità. (c. 185v) Il ragguardevole signor Ludovico De Uffreducci si alzò e nell’arengo, ringraziò molto fra’ Giacomo per le buone ammonizioni e per la carità da lui usata, infine consigliò che ogni cosa che questo fra’ Giacomo ha chiesto, ha ammonito, richiesto e vuole, noi la facciamo, la eseguiamo e andiamo dal signor vescovo considerandolo come padre. Dopo queste cose il signor Andrea, priore dei priori, esortò che tutti andassimo al seguito di fra’ Giacomo e così andarono tutti e fu fatta la riconciliazione con questo vescovo. (A.S.F. Consilia et Cernitae – Bastardelli, n. 14, cc. 184v; MARINI, II, c. 49; TOMASSINI, La città … pp. 194-195).
=*1467 marzo 20 e 31. Aggiunte e precisazioni ai regolamenti suntuari (A.S.F. Consilia, I, cc. 27v- 28; MARINI, I, cc. 290v-291 e, al 20 maggio, c. 191, cfr. TOMASSINI, Atti, 1991, p.79-80) riguardo a stoffe di velluto, broccato, “bracamo”, seta, perle, collane, ricami: data 10 aprile.
=*1469 marzo 31. Statuti del Monte di Pietà dettati da fra’ Domenico da Leonessa in A.S.F. Consilia, I, cc. 34-35 editi: TOMASSINI, Atti, 1991, pp. 80 -82) FERMO: STATUTI DEL MONTE DI PIETA’ 31 marzo 1469 traduzione dal latino.
Nel nome di Dio. Amen. Nell’anno del Signore 1469, indizione seconda, al tempo del santo padre in Cristo Papa Paolo secondo per divina provvidenza; giorno ultimo del mese di marzo: gli infrascritti sono i capitoli e gli ordini fatti e fondati riguardanti il Monte di Pietà, con delibera della solenne Cernita per sussidio e sostentamento delle persone povere e bisognose, su persuasione e predicazione del venerabile frate Domenico da Leonessa dell’ordine dei Minori dell’Osservanza, nella chiesa cattedrale del nostro episcopato Fermano, predicatore ottimo della passata recente quaresima, inoltre rivisti e approvati ad opera del reverendo signor vescovo e principe Fermano e del suo vicario don Paolo da Esanatoglia.
Primo: i denari di questo Monte siano riuniti e posti in una cassa chiusa con tre chiavi; le chiavi siano presso tre cittadini officinali del Monte, cioè una chiave per ciascuno di questi cittadini. E questa cassa sia messa nella casa di uno dei predetti di cittadini. Inoltre che i magnifici signori priori, ogni anno, eleggano nel mese di aprile, nella Cernita, tre cittadini di tre contrade, uno per contrada, persone buone e timorate di Dio dal numero dell’ufficio del priorato, e siano chiamati officiali del Monte e un notaio della città. Questi cittadini e notaio tengono i conti di questo Monte con diligenza e fanno le bollette a quelli che ricevano denari e depongono pegni, scrivendo il giorno, il nome e la quantità del mutuo e i pegni specificamente e il dare. Questi cittadini e notaio abbiano il loro salario da stabilire dalle altre monete del detto Monte. Quelli che sono eletti dai magnifici priori sono tenuti ad accettare sotto pena di 10 ducati d’oro per ciascuno, da applicare al Monte. Gli officinali e il notaio debbano fare mutuo di queste monete del Monte a ciascun cittadino e abitatore di Fermo e del suo contado, eccettuati gli slavi e gli albanesi che non possedessero loro beni stabili, fino alla quantità di cinque ducati; senza merito, né prezzo alcuno: un mutuo soltanto per ciascuna casa e per il tempo di sei mesi e questo con pegni che siano sufficienti a giudizio dei predetti cittadini e del notaio. I pegni debbono essere riscattati, ad opera del pignorante, entro il termine dei sei mesi; e se, entro questo termine di sei mesi, non vengano riscattati, allora gli ufficiali e il notaio sono tenuti a fare nel settimo mese, quattro bandi, nei giorni di domenica, riguardo ai pegni sopra ricaduti, nella piazza del Comune, davanti al palazzo della residenza dei magnifici priori, di otto giorni in otto giorni, e nell’ultimo bando fare transazione a chi più offre; e dal prezzo del pegno si darà soddisfazione al Monte riguardo al prestito e il residuo viene restituito al padrone. Qualora i detti officiali e notaio avessero infranto queste norme contenute in questo capitolo, siano deprivati del governo della città e da ogni suo ufficio e beneficio, e il notaio sia privato della sua predetta arte, in modo che nella nostra città e suo contado e distretto non sia considerato legittimo il notaio dopo che fosse caduto in tale errore. Ma siano attenti, soprattutto il notaio e i cittadini che tengono i conti, a che non decorra il tempo di oltre sei mesi per i pegni; e se fossero stati negligenti perdano il salario dell’intero anno, da non prendere dalle monete del Monte, e siano sottoposti a questa pena. Questa negligenza nel tempo predetto, da parte del notaio e di quelli che tengono i conti, non arrechi altro pregiudizio agli officiali. La negligenza dei detti cittadini non sia di pregiudizio al notaio. Al termine del tempo di un anno, questi officiali e notaio sono sottoposti a sindacato per mezzo del podestà e del collaterale della città e distretto di Fermo e di tre cittadini del governo, da tre contrade della città, cioè uno per contrada, da mettere in bussolo ad opera dei priori, nel mese di aprile, per la durata di quattro anni. Il sindacato dura 10 giorni, entro i quali il potestà e collaterale e i sindaci rivedano i loro diritti e pegni. Se sono ritrovati colpevoli nelle cose dette o in una di esse facciano condanna e puniscono nelle dette pene. Qualora il podestà e collaterale agiscano diversamente, perdano tutto il loro salario che viene applicato a questo Monte, e i detti sindaci cittadini subiscano le pene degli ufficiali del Monte. Sia chiaro che qualora avvenisse che nell’estrarre una carta di questi sindaci e uno o più sono morti, o siano legati da consanguineità o affinità fino al secondo grado con questi officiali del Monte o con il notaio, allora i magnifici priori diano incarico ad altre persone idonee. Inoltre vollero che tutte le eredità che arrivino in diritto da dover essere applicate al Comune di Fermo, siano applicate a questo Monte. Il notaio dei regolatori del Comune di Fermo tenga un libro e registro di cose regolari, in cui annota ogni quantità di denaro che viene messa in questo Monte tanto ad opera del Comune quanto delle persone speciali. Officiali e notaio del Monte non ricevano queste monete diversamente se non per mezzo di bolletta scritta e sigillata di mano del notaio predetto dei regolatori, sotto le penalità già stabilite. Inoltre tutti gli officiali e balivi del Comune di Fermo e suo contado, siano tenuti ad obbedire ai detti officiali e al notaio del Monte nelle cose riguardanti questo Monte e fare diritto sommario senza strepito né figura di giudizio, solo di fatto, dopo accertata la verità; sotto pena di privazione del loro ufficio e perdita del salario. Due almeno degli officiali del Monte con il notaio, in ogni giorno di sabato, fino all’ora terza, in riverenza della Vergine Maria, sono obbligati a sedere nel luogo della Banca del Comune per dover dare i mutui ai poveri e ai bisognosi, e in altre circostanze su richiesta dei priori. I pegni poi siano posti in una casa o magazzino nella strada dei fondachi e dei Calzolari, ben chiusa e adatta. Gli officiali del Monte facciano ispezionare una volta al mese questi pegni a spese del Comune, affinché non si deteriorino; qualora da questa diligenza risultasse che si guastano, il danno sia per il padrone; e sia dal prestito comune quando, per qualsiasi si casualità umana e divina, venissero persi e la “cosa pubblica” Fermana è tenuta per l’interesse, con questa dichiarazione che i pegni che si sono ricevuti al tempo di un mandato di ufficio, ricadano nel tempo dei successori del Monte e non possano essere venduti a vantaggio del capitale del Monte. Quelli che li ricevettero siano sempre obbligati all’interesse del Monte. Qualora i detti pegni fossero rubati per caso, il Monte non perda e il patrono abbia il l’interesse e il ritorno contro il pignorante, e in questo si agisca con diritto sommario. I pegni siano tenuti nei luoghi predetti e non altrove e sotto chiavi, sotto le penalità già dette e stabilite contro i predetti officiali. Quelli che vogliono attingere a queste monete, siano tenuti a giurare che ne hanno bisogno e che le vogliono per se stessi e non per altri. Quelli che ne avessero ricevute per questo anno, non possono far ricorso a questo Monte fino ad un altro anno. Inoltre per le elemosine che si facessero a questo Monte, ogni anno nel mese di aprile, si faccia una riunione di tutto il clero e dei religiosi della città nella chiesa dell’episcopato dove si celebri un ufficio solenne per le anime di coloro che sono stati benefattori di questo Monte. Inoltre deliberarono che se alcuni volessero deporre, per un po’ di tempo, qualche quantità di denaro in questo Monte, sia allo scopo di vantaggio ai poveri, e i magnifici priori, regolatori, officiali del Monte che sono in carica in quel tempo, quando arriva il deponente a chiedere il denaro, essi siano tenuti a restituirlo immediatamente a questo deponente, sotto la penalità di privazione dal regime, anche nel caso in cui si dovesse prendere da alcuni introiti della comunità e sopra ciò i priori, regolatori e detti officiali non abbiano altra balìa (=autorità) se non quella che ha il concilio generale in modo tale che da qualunque parte siano nel comune, abbiano a restituire al mutuante, senza mora. Le vendite delle cose del Monte e spettanti al Monte siano fatte ad incanto e concesse a chi fa la maggiore offerta. Inoltre questi officiali per il tempo di cinque anni non possano fare mutuo se non nella quantità di dieci ducati e non oltre, ma possano in minor quantità. Se qualcuno volesse donare a questo Monte un bene mobile o immobile a titolo di donazione irrevocabilmente, tra i vivi, e questa donazione fosse fatta con il rogito di un notaio e di due testi almeno, abbia valore e possa farla, nonostante qualsiasi cosa sia stabilita o altro che sia in contrario. Se poi, per evitare scandali, qualcuno volesse donare, segretamente, qualche bene mobile o immobile a questo Monte con il rogito di un notaio e con almeno due testimoni e questa donazione sia fino alla quantità di 300 ducati, abbia il potere e questa donazione sia valida, nonostante qualsiasi cosa che si faccia in contrario. Qualora questa donazione fosse superiore alla somma predetta e colui che dona, entro un mese, dal giorno in cui fa la donazione, volesse ritirare la sua donazione, ha il potere e la donazione, fatta da lui, non ha più valore. Qualora invece la revoca di essa fosse fatta quando è già passato un mese, abbia valore la prima donazione, nonostante la revoca . Ciascun notaio possa far rogito di questa donazione con due testimoni e la donazione sia tenuta nella credenza sotto penalità per chi rivela il segreto e privazione del governo. In caso di penalità del falso, tuttavia i rivelatori sono tenuti a rifondere nella quantità della donazione a questo Monte. Si facciano due libri (=registri) di queste donazioni e porli nella cassa delle monete del Monte: in uno siano scritte le donazioni ed i lasciti pubblici; nel secondo poi siano scritte le donazioni segrete, sostanzialmente e per quanto vale ad affetto e con tutte le clausole e la carta fatta e annotata venga sigillata con sigillo del Comune e si ponga nel tergo soltanto il nome del donatore. Quando poi avverrà la morte del donatore il sigillo viene tolto. Sia scelto l’orefice che verifichi l’argento e lo faccia gratis; qualora non verifichi bene, sia tenuto a rifondere del proprio. I magnifici priori eleggano di tre mesi in tre mesi, un calzolaio della città il quale stimi gratis e con giuramento i pegni dei panni. Infine deliberarono che in ciascun anno, nel mese di aprile, nel Concilio Generale si faccia la proposta se sembra utile aggiungere qualcosa ai capitoli del Monte per la conservazione dello stesso, e non altrimenti.
=* 1470 giugno 27 e altri giorni. “ Fra’ Giacomo, padre, e devotissimo oratore Fermano, venne in Cernita e propose di fare la composizione con il vescovo affinché il Comune possa liberamente e pacificamente edificare il palazzo e il vescovo possa edificare la casa canonica, ivi presso la chiesa cattedrale. Secondo il consiglio del venerabile p. Giacomo ottimo e beato frate, si decide di scrivere agli Oratori fermani, in modo che si accordino con il vescovo e con il cardinale di S. Croce. Il 3 luglio si decide che gli operai del nuovo palazzo abbiamo un incontro di accordi riguardo al ‘lavoreccio’ con fra’ Giacomo e con i priori e i regolatori e si faccia secondo il volere di questo frate. Giorno 14 luglio. Don Pietro Paolo da Esanatoglia vicario del vescovo, venendo in Cernita, riferì il desiderio alla comunità, e per iniziativa e opera loro e di fra’ Giacomo insieme con il cardinale e il vescovo Capranica lo scrivono gli Oratori. Giorno 17 luglio. Si fanno accordi riguardanti le lettere degli Oratori per far sapere che l’affare era turbato riguardo al nuovo palazzo, ma si decideva di insistere per mezzo di Oratori. Giorno 7 agosto. Fra’ Giacomo insieme con gli Oratori di Monteprandone chiese che si facesse composizione riguardo ai pagamenti delle penalità dei ‘danni dati’ in modo che < ugualmente> i loro uomini paghino nel castello di San Benedetto e di Acquaviva quello che questi pagano a Monteprandone e si decide di compiacere fra’ Giacomo per mezzo di una determinata pena, per terrore della quale ambedue le parti si astengono dai danni. (c. 116v) Viene rimesso al pensiero di fra’ Giacomo un matrimonio da lui chiesto in favore di un tale di Sant’Elpidio, soltanto per questa volta. (A.S.F. Consilia et Cernitae – Bastardelli, 20°, cc. 70-72; MARINI, II, c. 114v-117; TOMASSINI, La città … pp. 195- 196)
=* 1473 marzo 12 e altri giorni. “ Nella Cernita: al n. 4. Sulla predicazione fatta dal venerabile padre fra’ Giacomo della Marca contro la macchinazione e l’idolatria da parte di Pietro albanese. (c. 74) Sulla predicazione fatta dal padre fra’ Giacomo riguardo a quella ‘pintura’ <=costruzione> che Pietro albanese aveva fatto fare; in ogni cosa si faccia la volontà di questo padre fra’ Giacomo. Voti neri favorevoli 66; vuoti bianchi contrari 44. (c. 75v) Viene considerato che padre fra’ Giacomo desidera venire nella Cernita dove intende dire qualcosa a comodo dei cittadini e per la salvezza delle anime; e sua paternità (il frate) sia chiamato nella pubblica Cernita. (c. 76) Riguardo agli avvenimenti di quell’albanese a cui si dice sia apparsa la Vergine Maria, ora per la sollecitazione di costui molti corrono e si fa quella ‘pintura’; in questo si esegua il consiglio e la volontà di fra Giacomo. (c. 76v) Riguardo alla predicazione fatta dal venerabile padre fra’ Giacomo e massimamente riguardo a quella ‘pintura’; si esegua il consiglio e la volontà di questo padre fra’ Giacomo. (c. 90v) Giorno 28 marzo, riunito il pubblico Consiglio Generale del Comune e del popolo della città di Fermo … (c.91v) riguardo alla predicazione fatta dal venerabile padre fra’ Giacomo contro quelli che credono alle parole di Pietro albanese; si esegua il consiglio e si compia la volontà di questo fra’ Giacomo. Pietro albanese aveva predicato prima del giorno 12 marzo. (c. 99) Giorno 4 aprile. Cernita (c. 100) Fecero delibera che con cautela si venga a sapere da un frate dell’Annunziata che cosa è il padre fra’ Giacomo abbia fatto nell’Urbe, forse presso il Sommo Pontefice. (A.S.F. Consilia et Cernitae – Bastardelli, 22°, cc. 72-76v. 90v-91v. 99.100v; MARINI, II, c. 136v-138; TOMASSINI, La città … pp. 196-197)
=* 1473 maggio 7 “ Cernita. Nicola di Giovannuccio priore (…) fece le seguenti proposte: .1. Il venerabile padre fra’ Giacomo ritornò al luogo (=convento) dell’Annunziata e noi siamo andati a fargli visita. Con giocondo animo sua paternità ci ha visti e ha detto che vuole andare a Napoli dal re, sua maestà Ferdinando, perché così aveva promesso. Egli aveva portato una Icona fatta e dipinta con la figura della beata Maria Vergine di mano di San Luca, degna di essere onorata. Egli vuole donarcela e fare processione. (c. 116v) Al – 3° – Dato che molti vennero dalla contrada Pila e esposero le querele che essi non sono stati ascoltati riguardo al dover fare quella ‘pintura’. (c. 118) Riguardo alla prima proposta fatta per quella icona che il venerabile padre fra’ Giacomo vuole dare come un raro dono a questa comunità, si decida e con processione ed onore sia portata dal luogo dove era “ Crocifisso alla carcera”, luogo stabilito da questo padre fra’ Giacomo. Voti favorevoli neri 95; voti contrari bianchi 2. (c. 118v) Sui fatti di riguardanti quella ‘pintura’ che quelli della contrada Pila insistono di voler fare; si faccia la volontà di fra’ Giacomo e le pietre che sono state portate siano rimosse e si soprassieda fino alla venuta del rev.mo sig. cardinale Fermano se dover fabbricare questa ‘pintura’. (c. 119) Riguardo al partire di padre fra’ Giacomo, dopo che fu determinato in Cernita che sia fatta la volontà di padre fra’ Giacomo riguardo agli avvenimenti di quella ‘pintura’, così sia eseguito e in tutto sia fatta la volontà di fra’ Giacomo e si agisca con la paternità fra’ Giacomo affinché non voglia partire e non prenda indignazione su questa materia. Tutte le pietre esistenti sul luogo siano rimosse, e i denari e le pietre vengano in possesso del Comune. (c. 119v) Si faccia bando che nessuno deve andare a quel luogo a pregare sotto pena di un ducato d’oro e si agisca con ogni insistenza e si compiacerà fra’ Giacomo. (c. 121) Riguardo ai fatti dell’immagine offerta da parte del venerabile padre fra’ Giacomo, venga da noi accettata con animo grato e si faccia la processione solennemente come sembrerà opportuno a fra’ Giacomo e come gli piacerà. (c. 121v) ( … ) e come sembrerà opportuno a fra’ Giacomo. Riguardo, inoltre, al fatto di quella ‘pintura’ che quelli di contrada Pila chiedono di fare contro la delibera già fatta; le pietre siano rimosse e il padrone delle pietre prenda la sua parte e le pietre comprate dalle elemosine siano collocate, fra due giorni, al posto dei panni. Approvato con voti neri favorevoli neri 72; contrari bianchi 27. (c. 122) Se qualcuno vi andasse o volesse andare a pregare ivi la penalità è di un ducato di multa fatta dall’officiale, che per questo suo riscontro abbia la quarta parte. (A.S.F. Consilia et Cernitae – Bastardelli, 22°, cc. 116-122. MARINI, II, c. 137v; TOMASSINI, La città … pp. 197-198)
=* 1473 luglio 20 e altri giorni. Dopo che alcuni frati dell’Osservanza erano stati malmenati dai Frati Conventuali a Fermo, il 20 luglio “ il rev.do ministro dell’Ordine dei Minori venne a Fermo a trattare la causa e si decide di scrivere al padre fra’ Giacomo della Marca e al santo signore nostro (MARINI, II, cc.142-144 qui è detto fra’ Giacomo ‘Piceno’: 25 ottobre 1479; TOMASSINI, La città … pp. 199-200)

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LETTERE DI PAPA PIO IX al cardinale FILIPPO DE ANGELIS arcivescovo di Fermo nella piena coerenza cristiana

LETTERE DI PIO IX al Car. Filippo De Angelis, arcivescovo Fermano con date dal 1855 al 1874
Queste lettere autografe del papa Pio IX mi furono facilitate nelle foto e nella pubblicazione dalla proprietaria Agata Rossi vedova di Francesco Catalini il quale le ebbe dall’erede del card. De Angelis arcivescovo di Fermo. Eccone le date: I = 1855 aprile 30; II = 1860 ottobre 19; III = 1861 dicembre 23; IV = 1863 dicembre 25; V = 1864 dicembre 25; VI = 1865 dicembre 24; VII = 1866 dicembre 26; VIII = 1874 febbraio 20. Meritano di esser conosciute per riconoscere che Pio IX tutto volle per coscienza cristiana.
La lettera del 1855 è annotata in un protocollo dall’Archivio Vaticano, registro manoscritto: Indice delle lettere scritte da sua santità Pio IX ai sovrani, principi reali, capi di governo; particolari e viceversa; al n: 59. “
+I+
= 1855 = Pio IX chiede al card. Filippo De Angelis di accettare la sede Bolognese.
“R[everendissi]mo Cardinale Arcivescovo,
Pare che Iddio voglia da Lei un atto di piena rassegnazione alla Sua Santissima Volontà, e credo che Ella vorrà pienamente assoggettarvisi. La vacante Sede Arcivescovile di Bologna esige che sia provveduta di un nuovo Pastore ed Io dopo varie preghiere fatte per un affare così importante, mi sono sentito tutto inclinato a di rivolgermi a Lei e mettere sopra di Lei lo sguardo per affidare una così onorevole ed importante missione.
Ella quindi si rivolga al Signore e quindi mi diriga la risposta che sia conforme alla stessa Divina Volontà, che si manifesta per mio mezzo. \ Riceva l’Apostolica Benedizione che di cuore Le Comparto. Datum Romae apud S. Petrum die 30 aprile 1855 \ Pius PP. IX
Al Rev.mo Cardinale Filippo De Angelis \ Arcivescovo di Fermo “\
+II+
= 1860 = Pio IX medita sul bene della Chiesa universale, dopo che l’arcivescovo Filippo De Angelis, senza alcuna formale accusa era stato deportato dai militari del re di Savoia, Vittorio Emanuele II, da Fermo a Torino dove resterà segregato per sei anni dal 28 settembre 1860 all’ottobre 1866.
E[minentissimo] S[ignor] Cardinale,
Alle altre afflizioni prodotte nei tristi giorni nei quali viviamo, quella si aggiunge, anche più intensa, della persecuzione contro la Nostra Religione e i suoi Ministri. Però la persecuzione che per questo lato si sostiene, essendo proter iustitiam, così non farò altro che pregare al Signore affinché sostenga sempre colla Sua grazia quelli che soffrono, dandogli e la fermezza e la rassegnazione onde renderli degni della promessa beatitudine.
Ella, si[gnor] Cardinale, si trova nel numero, ma ha doppio titolo di sperare da Dio il conforto giacché non è la prima volta che è fatto l’oggetto delle contraddizioni per parte di quella turba d’increduli che per somma sventura di questa povera Italia, va insozzando tutte le sue contrade.
Io prego per Lei e non ho mai perduto di vista la Sua situazione fino dal primo mento che fu fatto preda dei Nemici di Dio, in parte dichiarati apertamente e in parte trascinati dall’impetuoso torrente. In ogni caso la Chiesa trionferà.
La benedico di cuore \ 19 ottobre 1860 \ Pius PP. IX
N.B. Presso l’Archivio Vaticano, dallo stesso repertorio citato al n. 133 risulta che il 4 novembre 1860 “Il Card. De Angelis scrive al s. Padre i suoi ringraziamenti per la lettera nviatagli. Compatisce alle angustie che affliggono s. s. Confida che le moltissime orazioni che in tutto il mondo si fanno ricondurranno la pace.”
+III+
= 1861 = Pio X consola il card. De Angelis, combattente, ora tra i buoni Piemontesi, certo del coraggio e del trionfo della Chiesa.
Rev[erendissimo[ Sig[nor] Cardinale,
I conforti scambievoli che, in questi tempi di lotta e di combattimento, concede Iddio che possano scambiarsi fra combattenti, sono uno tra i mezzi che servono a rattemprare lo spirito affinché possa meglio resistere e vincere. Li auguri ch’Ella mi fa sono di questo genere, e mentre Le professo la gratitudine, Vi corrispondo con animo affettuoso e prego iddio che prosegua ad infondere ai Pastore della Chiesa, fra i quali Ella ottiene un posto ben distinto, quel coraggio Apostolico che non mancherà di trionfare, facendo sortire la stessa Chiesa più bella dai gravi contrasti che sostiene con ammirazione degli Angeli e degli Uomini di buona volontà. Io intanto la Benedico di tutto cuore con la Benedizione Apostolica e desidero che la Benedizione si estenda a tutta la Sua Archidiocesi, e costà a tutti i buoni Piemontesi che mi danno tante prove di affetto filiale e che vorrei pur nominare ad uno ad uno: cosa per me impossibile anche per il numero, ma Ella ne sia l’interprete e manifesti la mia gratitudine a tutti. \ Deus consolatur Nos in omni tribulatione et consolabitur.
Dal Vaticano lì 23 Decembre 1861 \ Pius PP. IX
+IV+
= 1863 = Pio IX loda il bene che fa il cardinale ed ha fiducia che la cancrena sia manifesta, per preservare il Corpo Sociale.
Sig[nor] Cardinale,
Da molte parti mi giungono notizie della sua buona salute in mezzo a tante difficoltà che potrebbero deteriorarla e la stessa Sua lettera me ne dà in qualche maniera la conferma. Io ne ringrazio Iddio che Lo conserva per fare molto bene anche nell’attuale sua penosa posizione.
Qui si vive piuttosto in qualche calma, benché l’aspetto del futuro non si presenti al pensiero senza qualche apprensione. Però non posso a meno di pronunziare: “Si Deus pro nobis, quis contra nos?” Se la ingratitudine verso Dio non ci fa demeritare questa suprema invincibile difesa, tengo ferma fiducia ch’Egli, Iddio ci coprirà anche in appresso del suo scudo onnipotente
E’ vero che i mali, morali specialmente, crescono fuori misura, ma era necessario che la cancrena apparisse al di fuori per così per serbare il resto del corpo sociale.
Riceva la Benedizione Apostolica che di cuore in parto a Lei e a tutta la sua Diocesi.
Dal Vaticano due 5 dicembre 1863 \ Pius PP.IX
Al Signor Cardinale De Angelis \ Arcivescovo di Fermo \
+ V +
= 1864 = Pio IX si proclama umile strumento nelle mani divine e loda la fermezza del Cardinale esiliato.
Sig[nor] Cardinale Arcivescovo di Fermo,
Ricevo la Sua car[issima] che mi dà nuova assicurazione del suo affetto verso questa S Sede e verso quello che Dio ha voluto collocarvi, unicamente Io credo, per far conoscere al mondo intero essere Egli, quello che opera le presenti meraviglie, servendosi del più debole strumento che forse abbia mai adoperato: ricordo talvolta il bastone di Eliseo. Diamo di tutto grazie a Dio stesso, e confidiamo in Lui pei futuri avvenimenti. Ella, intanto, prosegua nella sua fermezza e se non può ottenere l’intento giusto che si è prefisso, lodi pure il Signore pel bene che ha potuto fare e fa nella sua posizione. Scrivo queste righe nella sera del 25 e perciò auguro con maggiore ragione la pace Angelica a Lei, alla Diocesi di Fermo e ai moltissimi buoni cristiani che sono colà ed ha quelli che vi pervengono da altre parti, ai quali tutti comparto di vero Cuore l’Apostolica Benedizione.
Dalle stanze del Vaticano (25 dicembre) ’64 \ Pius PP. IX
R.mo Cardinale Arcivescovo di Fermo \ Torino \
+VI+
= 1865 = Pio IX mostra umile e gioiosa fiducia del prevalere del bene sul male, con pieno affidamento in Dio.
Signor Cardinale,
Ella che ha dato tanto saggio di fermezza e di rassegnazione, mi conforta nella Sua lettera, e La ringrazio con affettuoso sentimento. Piaccia al signore di accogliere favorevolmente le preghiere che si fanno in tutta la Chiesa e si degni diradare le tenebre che ingombrano la superficie della terra. Il futuro sta nelle mani di Dio, fu detto là dove meno si aspettava. Andiamo dunque incontro a questo futuro, pieni di umiltà e di confidenza, ed è lecito sperare che saremo consolati.
Benedico di cuore Lei, la Sua Archidiocesi e tutti quelli che anche costà si uniscono alle preghiere comuni per ottenere da Dio la guarigione dai dei mali, la costanza ai buoni e la pace degli Angeli a tutti gli uomini di buona volontà.
Dal Vaticano 24 dicembre 1865 Pius PP. IX
M. R.mo Cardinale De Angelis \ Arcivescovo di Fermo \ Torino < con sigillo>
+VII+
= 1866 = Pio IX scrive all’arcivescovo ritornato dalla deportazione, nell’Italia cattolica, tra nemici fuorvianti nei vizi.
Signor Cardinale,
La Sua lettera mi ha consolato nel sentirla ritornato alla sua Chiesa ed accolto nel modo che conveniva ad un Pastore ingiustamente vessato dai Nemici della Religione e di Gesù Cristo. \ Spero che potrà liberamente, per quanto i tempi e la malizia di certi uomini lo consentiranno, dedicarsi al bene di quella vasta Diocesi. Sapevo già quanto il popolo Fermano ha fatto per dimostrarle la sua affezione ed Io l’ho benedetto in spirito.
L’Italia è cattolica e vuole essere cattolica, ma questo dispiace a quanti sono i rappresentanti del Demonio su questa terra e perciò tutto si mette in opera per trascinare la gioventù per la china di tutti i vizi.
Però si prega assai e si prega ovunque. Venerdì poco di cuore Lei e tutta l’Archidiocesi.
26 dicembre 1866 Pius PP. IX
[Al] Cardinale Arcivescovo di Fermo
Dal citato repertorio dell’Archivio Vaticano al n. 170 si riscontra una lettera a Pio IX, del 15 dicembre del cardinal De Angelis deportato
+VIII+
= 1874 = Pio IX manda un’elemosina per un conte [Azzolino] impoverito a Fermo, lieto dei fedeli praticanti.
Sig[nor] Cardinale Arcivescovo,
Accludo 1000 lire che Lei avrà la bontà di somministrare a rate al noto Conte. Conosco bene la famiglia, e a Spoleto avevo fra i Filippini un buonissimo Sacerdote. Se ben ricordo un Card. Azzolino mestò molto nel conclave che dette Ales[sandro] VII.
Ringrazio Iddio nel sentire da Lei che il postulante siasi accostato ai Sagramenti. La benedico di cuore con tutti i suoi figli spirituali.
Dal Vaticano 20 Feb[braio] 1874 Pius PP. IX
Al Card. De Angelis Arcivescovo
di Fermo
Cfr.TOMASSINI, Carlo. “Lettere inedite di PIO IX al cardinale De Angelis di Fermo”. In: Studi Maceratesi” 9 ed. Macerata 1975 pp. 424-434 Fermezza nel praticare il cristianesimo tra persecuzioni dei Savoia. Cfr. un diario PIERGALLINA, Guido “Il Giornale del Card. Filippo De Angelis della sua deportazione e dell’assedio del forte di Ancona. In: Atti e memorie della deputazione di storia patria per le Marche, serie VIII, vol V anni 1966-1967 Ancona 1969 pp. 119-154. Per la solidarietà di Pio al cardinale cfr. SARTINI, Domenico. “De Philippo De Angelis Cardinali Archiepiscopo principe Firmanorum Commentarius.” Faliscoduni MDCCCLXVII pp. 18-19 Le parole di Pio IX: Propter Ecclesie causam tamdiu carcerem et exilium patitur = Soffre così a lungo carcere ed esilio a motivo della ragione a difesa della Chiesa”. Pio IX non fu mai un capopartito ma fu difensore della fede tra gli Italiani e nel mondo, quella fede cristiana che non doveva esser ridotta a manovrabile arbitrariamente per interessi. Ha detto Giovanni Paolo II nell’omelia del 3 settembre 2000 ” le prolungate tribolazioni temprarono la sua fiducia nella divina Provvidenza, del cui sovrano dominio sulle vicende umane egli mai dubitò. Da qui nasceva la profonda serenità di Pio IX, pur in mezzo alle incomprensioni ed agli attacchi di tante persone ostili. A chi gli era accanto amava dire: “Nelle cose umane bisogna contentarsi di fare il meglio che si può e nel resto abbandonarsi alla Provvidenza, la quale sanerà i difetti e le insufficienze dell’uomo”. Sostenuto da questa interiore convinzione, egli indisse il Concilio Ecumenico Vaticano di cui fu presidente il card. Fermano, Filippo De Angelis allora Camerlengo.

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SERVIGLIANO giugno 1414 ampliamento della chiesa S. Maria del Piano di giurisdizione vescovile Fermana

SERVIGLIANO documenti della chiesa S: MARIA DEL PIANO anno 1414 giugno 11 e 22 con dominio e giurisdizione del Vescovo di Fermo, in un terreno della parrocchia San Marco.
“Giovanni de Firmonibus per grazia di Dio e della Sede Apostolica vescovo e principe di Fermo, scrive ai prudenti nobili uomini Massari di Credenza, ai governanti amministratori ed al Comune del castello di Servigliano, salute nel Signore. Da parte vostra è stata presentata a noi una richiesta per mezzo del vostro oratore Domenico di Angelo da Servigliano (Serbeliano) e conteneva che molti mesi son passati da quando una certa Cataluccia di Petruccio di Giovanni Venanzi da Servigliano, donna spirituale abbastanza devota a Dio e alla beata Vergine Maria, asserì e disse, dice e asserisce che a lei venne una divina rivelazione che rivelava che nel territorio di Servigliano in un terreno posseduto dalla pieve di San Marco di Servigliano, sito nella contrada che è chiamata il Piano di San Marco, presso i beni degli eredi di Cola di Anselmo, i beni di Antonio di Paolo Bocci, i beni di Giovanni di Nicoluccio Cimini e i beni della chiesa di Santa Maria del Castello Fermano e altri confini, si debba edificare una chiesa sotto il vocabolo di santa Maria del Piano, a riverenza della gloriosa Vergine Maria Madre del Signore nostro Gesù Cristo, affinché per intercessione e per le preghiere della stessa beata Vergine Maria presso nostro Signore Gesù Cristo, ogni diabolica e iniqua facoltà e le tempeste, le grandini, le guerre ed altre avversità del mondo, siano tolte e allontanate da questo castello di Servigliano, dal suo territorio e dai cristiani che qui abitano o che avranno modo di abitarvi in futuro, allontanata ogni cosa che a questi nel detto luogo e territorio potesse nuocere; ogni giorno questa donna spirituale Cataluccia insiste affinché si faccia questa chiesa e spinge gli uomini di questo castello affinché facciano questa chiesa; pertanto gli uomini Massari di questo castello, nel timore che per il ritardo della edificazione di questa chiesa non vogliano incorrere nell’indignazione di Dio onnipotente e della beata Vergine Maria, e nella speranza, rivolta a Dio onnipotente e alla beata gloriosa Vergine Maria, affinché dall’edificazione di questa chiesa provengano molti e prosperi beni per gli uomini di questo castello, volendo e intendendo essi far edificare questa chiesa sotto il vocabolo detto Santa Maria del Piano, nel luogo detto, con altare e campanile e farvi celebrare la Messa e gli altri divini uffici, a riverenza dell’onnipotente Dio e della beata Vergine Maria; fare ampliare questa chiesa per quanto possono, noi ci degnassimo di concedere, per grazia speciale, la licenza e la piena autorità di farlo; noi dunque benignamente vogliamo venire incontro alle vostre buone richieste e darvi il consenso con grazia, e vi avvertiamo che vi vogliamo esortare alla devozione buona e pia che avete verso la gloriosa Vergine Maria, piuttosto che dissuadervi, e diamo licenza e piena autorizzazione e concediamo, per mezzo della presente lettera, di edificarla e farla edificare nel luogo come sopra confinato, sotto il vocabolo di Santa Maria del Piano con altare e campanile, affinché vi si possano celebrare la Messa e altri divini uffici e li facciate celebrare e inoltre istituiamo e intitoliamo questa chiesa, che deve essere da voi edificata, sin da ora, come chiesa di Santa Maria del Piano e diamo commissione con la presente lettera a don Agostino di Stefano di Servigliano che ponga la prima pietra nella fondazione di questa chiesa, a riverenza dell’onnipotente Dio e della gloriosa Vergine Maria sua madre. Vogliamo che questa chiesa da costruire qui, e i governatori di essa che ci saranno nel tempo, in tutto, in segno di ricognizione del dominio e della giurisdizione dell’episcopato di Ferno, ogni anno nella festa di Santa Maria del mese di agosto, come censo e a titolo di censo, paghino e siano obbligati a pagare alla camera dell’episcopato di Fermo una libbra di cera, senza alcuna richiesta, in perpetuo sempre facendo salvi e riservati i diritti della pieve di San Marco di Servigliano. A testimonianza di ciò, abbiamo fatto scrivere la presente lettera e l’abbiamo fatta munire con apporvi il sigillo nostro pontificale di cui abbiamo fatto uso quando eravamo nella chiesa di Savona e ve l’abbiamo fatto appendere. Data a Fermo nelle case episcopali di nostra residenza, site presso la piazza, la chiesa di San Martino, la via e altri confini, il giorno 11 mese di giugno, indizione settima, dell’anno del Signore 1414 al tempo del papa Giovanni XXIII.

Documento del 22 giugno 1414 Indulgenza per le offerte alla chiesa di Santa Maria del Piano.
“Giovanni de Firmonibus, per grazia di Dio e della Sede Apostolica, vescovo e principe di Fermo, salute sempiterna nel Signore a tutti e singoli i fedeli cristiani. Mentre meditiamo le sublimità insigni dei meriti con cui la Regina dei cieli, la vergine Madre di Dio, gloriosamente risplende esaltata sopra le sedi celesti, come Stella mattutina; e mentre ripensiamo anche nell’intimo nostro animo che lei come Madre della Misericordia, della Grazia, della Pietà, Amica del genere umano e come consolatrice per la salvezza dei fedeli che sono aggravati dal peso degli errori, da premurosa esortatrice, sempre molto vigile, intercede presso il Re che lei ha partorito; consideriamo cosa degna e piuttosto un dovere di proseguire negli impegni di generose concessioni e onoriamo, con doni di indulgenze, le chiese che sono dedicate in onore del suo nome. Desideriamo dunque che la chiesa di Santa Maria del Piano in territorio del castello di Servigliano, della nostra diocesi, recentemente fondata e costruita, sia frequentata dai fedeli cristiani con onori adeguati, sia adornata efficacemente di ogni sua cosa, e sia migliorata in modo che vi confluiscano i fedeli a motivo della devozione ancor più liberamente, e porgano mani generose d’aiuti a questo suo ornamento e miglioramento, tanto che per questo vi si riconoscano rifocillati più abbondantemente del dono celeste della Grazia, Noi, confidando nell’autorità derivante dalla misericordia di Dio onnipotente e dai suoi beati apostoli Pietro e Paolo, con questa lettera da valere in perpetuo, concediamo nel Signore, misericordiosamente 40 giorni di indulgenze dalle penitenze impartite, per coloro che, veramente pentiti e confessati, devotamente visiteranno questa chiesa e porgeranno mani generose d’aiuti per il miglioramento o per la fabbrica di essa, nelle feste del Natale, della Circoncisione, dell’Epifania, della Resurrezione, dell’Ascensione, e del Corpo di nostro Signor Gesù Cristo, nella Pentecoste, e nelle feste Mariane della Natività, dell’Annunciazione, della Purificazione e dell’Assunzione; inoltre nelle feste della Nascita di san Giovanni Battista e di tutti gli Apostoli ed Evangelisti, infine in ogni prima domenica di ciascun mese di ogni anno. Dato a Fermo nel nostro palazzo vescovile, nell’anno del Signore 1414, indizione settima, giorno 22 del mese di giugno, nell’anno quinto del pontificato del nostro santo padre in Cristo, Giovanni XXIII papa per divina provvidenza.

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NELLO STATO FERMANO INNOVAZIONI LEGISLATIVE CON S. GIACOMO DELLA MARCA 1442-1473

LE RIFORME LEGISLATIVE A FERMO CON S. GIACOMO DELLA MARCA – 1442-1473
Nei Comuni del medioevo si vedeva una somiglianza della Repubblica romana: essi avevano il loro senato, il consiglio limitato ai cittadini più influenti, i capi e dirigenti elettivi. I comuni obbedivano alle proprie leggi che potevano aggiornare. A Fermo nel secolo XV, furono molto discusse in Consiglio Generale le riforme legislative o statutarie (1). Un registro superstite dei “Consilia” dal 1457 al 1482 è un florilegio delle delibere per le riforme degli statuti. Questo volume è distinto dalla duplice serie dei “Consilia et Cernitae”: una serie sono minute chiamate “Bastardelli”; l’altra, i Verbali definitivi. Confrontando le due fonti si evidenziano gli interventi sollecitati in città per opera di S. Giacomo da Monteprandone, detto della Marca. Gli scritti di S. Giacomo non contengono notizie sulla legislazione di Fermo, ma sono utili in quanto esprimono i criteri e i valori della vita sociale e pubblica che erano da lui predicati al popolo e portati nei consigli comunali, ad esempio i temi della pubblica moralità, delle discordie cittadine, dei prestiti ad usura e dell’assistenza ai poveri indifesi. Esistevano in quel secolo forme di solidarietà come le confraternite, gli ospizi ed ospedali, i monti di prestito; mentre i più abbienti, con la ricchezza, faceva sfoggio di superiorità sociale e politica. Nella Chiesa, ad opera dei predicatori, del clero e dei cristiani coerenti si manifestava vivo impegno per la promozione umana a favore delle persone disagiate. I vescovi e i papi si servivano dei religiosi per tener desta la coscienza partecipativa del popolo nelle pratiche di culto e nella fraternità umana. A Fermo il rinnovamento dei Frati francescani, con il nuovo nome di Minori dell’Osservanza (2) era sostenuto dai vescovi locali Domenico Capranica (1425 -1458) e dal successore, suo nipote, Nicola (1458- 1473) e i Frati o religiosi venivano richiesti per la predicazione in città, in un ruolo di grande importanza (3). Era un evento pubblico e gli amministratori della città sponsorizzavano ogni anno un frate per migliorare la situazione umana e sociale turbata da abusi e da rivalità. Con San Giacomo l’afflusso degli ascoltatori era tale da farlo predicare non in chiesa, spazio insufficiente, ma in piazza ove giungevano dalle 3000 alle 4000 persone. Tra il popolo e tra il clero si avvertiva diffusamente un’esigenza di rinnovamento morale. In una sua predica sulle usure San Giacomo ha scritto: “Venne da me un uomo della città di Fermo, mentre ero sul pulpito e gli altri cittadini si erano riappacificati. Soltanto costui era ingolfato nel rancore perché gli era stata detta la parola “Cuccu” . Lo chiamavo vicino a me, mentre gli altri lo sospingevano e lui creava confusione tra il popolo che gli gridava contro. Era ostinato nei cattivi propositi dicendo di non voler perdonare il padrino per quella parola (4).
Nel 1442 S. Giacomo fondava (5) a Fermo il convento degli Osservanti, mentre già vi esistevano i Conventuali, gli Agostiniani, i Predicatori e gli Apostolini. Nell’insieme coinvolgevano i fedeli in opere di apostolato e di carità (6). In occasione delle predicazioni quaresimali, la convergenza delle energie cristiane rendeva spontanea la richiesta che il predicatore partecipasse con sue proposte alle riunioni delle contrade e della Cernita, convinti che potesse essere migliorato l’impegno per la giustizia e per l’onestà nel commercio, nei contratti, nei prestiti, mentre erano valorizzate le forme di assistenza ai deboli per mezzo di iniziative di cui si rendevano protagonisti i cittadini stessi. Tra i nomi possiamo citare, oltre a S. Giacomo, fra’ Matteo da Camerino, fra’ Domenico (sanseverinate detto) da Leonessa, fra’ Giacomo da Montegallo, fra’ Pietro da Napoli, fra’ Pietro da Fermo. Ogni predicatore aveva l’occasione di attivare proposte nel meccanismo legislativo comunale (7) invogliando a redigere regolamenti, ad esempio sugli eccessi suntuari negli abiti, o sui prestiti finanziari. S. Giacomo era particolarmente apprezzato per la sua austerità generosa, unita ad una cultura giuridica testimoniata ampiamente dai suoi scritti oltre che dagli interventi presso gli amministratori di varie città nelle Marche e fuori. Egli rendeva un servizio ai popoli e alla Chiesa, in completa umile obbedienza all’autorità Romana, praticando le varie riforme promosse dal concilio di Basilea con Eugenio IV, nella difesa dei cristiani sollecitata da Niccolò V e da Callisto III, nel rinnovamento degli ordini religiosi indicato da Pio II e nell’umanesimo creativo di Paolo II e di Sisto IV. In vari modi, su mandato pontificio, vescovile, o francescano, S. Giacomo fu inquisitore, diplomatico, legislatore ed era considerato esperto di prassi amministrativa e giudiziaria (8). L’influsso che egli ha esercitato sul governo Fermano è da riferire all’acuta attenzione che rivolgeva ai fatti della vita pubblica locale con peculiare sensibilità per le condizioni di povertà causate dal lusso sfrenato, dall’usura degli strozzini, dall’indifferenza materialistica alle necessità umane altrui e da altri mali da eliminare, con dedizione, insieme con i collaboratori operosi e zelanti come i religiosi fra’ Gabriele da Castel Ferretti (Ancona); fra’ Pietro da Mogliano; fra Marco da Montegallo(9). L’idea di stabilire due pacieri, per ogni contrada cittadina, fu introdotta ad Ancona nel 1427 e fra’ Gabriele era coadiuvato da s. Giacomo anche per introdurre norme nella legislazione locale ad impedire i dispendiosi giochi d’azzardo con carte e dadi e le spese eccessive per il vestiario con strascichi. In vari comuni, l’opera di S. Giacomo era stata vantaggiosa nel promuovere le pacificazioni, in particolare ad Ascoli Piceno (10). A Fermo la sua opera benefica è narrata nelle cronache di un notaio, collaboratore del vescovo, Anton de’ Nicolò (Nicolai) che aveva raccolto i testi della Commedia di Dante Alighieri tradotti in latino nel 1416 dal vescovo di Fermo, Giovanni Bertoldi da Serravalle (Rep. San Marino). Questo cronista ha notato che nella quaresima 1442 gli ascoltatori di S. Giacomo erano fino a 4000 persone, nella pubblica piazza, di mattino, e praticavano la massima devozione (11). Su interessamento del santo, Eugenio IV, il 4 aprile 1442 scrisse al Comune ed ai priori di Fermo per far costruire l’abitazione nuova dei frati dell’ordine dei Minori dell’Osservanza in città. E nel maggio i Fermani con gran fervore collaborativo, costruivano il convento autorizzato presso la chiesa di San Martino al Verano. Anche il cardinale Fermano Domenico da Capranica, Legato pontificio in Umbria, si avvaleva dell’opera di S. Giacomo, tra l’altro, per l’esplodere di rivalità minacciose tra le cittadine di Foligno e di Spoleto, nel 1445 e la sua predicazione fece concludere la “santissima unione” tra le città rivali (12). Nelle Marche, in particolare a Fermo, in quegli anni si stava avviando a soluzione la rocambolesca vicenda militare dell’incursore Sforza. Per accennare ai momenti principali, ritorniamo al 3 gennaio 1434, quando a nome di Filippo Maria Visconti di Milano, Francesco sforza entrava Fermo con il suo esercito. Il Papa Eugenio IV, nel marzo dello stesso anno, giunse a concedere allo Sforza aggressore, la nomina di Vicario pontificio e di Gonfaloniere della Chiesa. Lo Sforza agiva militarmente per prendere il dominio dei castelli, come fautore del dominio dei Visconti, allargato in Italia centrale. Nel 1442 l’invasore veniva scomunicato. il vescovo Fermano, cardinale Domenico Capranica assunse il ruolo di difensore e con ardui sforzi negli anni 1443, 1444 subiva un’amara sconfitta, come Legato pontificio della Marca e Vicario papale di Fermo, nella battaglia a Montolmo (Corridonia). Ciò nonostante seguitava ad organizzare la resistenza e giunse infine a cacciare lo Sforza nel 1446, coadiuvato da S. Giacomo che faceva alleare Ascoli con Fermo, (13). I Fermani dopo le traversie imposte dall’usurpatore Sforza, insediatosi nel Girfalco di Fermo, contro le forze pontificie, avevano scacciato nel 1445, le invadenti milizie di ventura dall’alta rocca, al grido: “Viva la santa Chiesa e Viva la libertà”. Lo Sforza, allontanato, fece trattative con Niccolò V e lasciò definitivamente le altre città della Marca Anconetana nel 1447. Nel frattempo, dopo celebrata, con indulgenza, una Messa pontificale il 22 febbraio 1446, il card. Domenico, insieme con le autorità cittadine, decidevano di distruggere la fortezza sul Girfalco, e i Fermani lo fecero, addirittura con le proprie mani, affinché mai più un tiranno vi si potesse annidare, a qualsiasi titolo. Da quell’anno in poi, i magistrati, prima di ogni delibera comunale, proclamavano di agire “contro la perfidia tirannica” scrivendolo a verbale. Con propositi di pace a lungo termine furono riformati gli Statuti dei castelli Fermani. Fu ufficializzata la pacificazione e la collaborazione di Fermo con Ascoli Piceno, ben predisposta da S. Giacomo. Infatti il 22 maggio, i priori Fermarmi chiamarono fra’ Giacomo per consegnargli lettere credenziali, su mandato del Consiglio Generale, con l’incarico di trattare una confederazione destinata ad assicurare a tutti i marchigiani la libertà. Il santo elaborò gli accordi, assieme con le persone già elette, il 29 maggio, a Fermo a tale scopo. Il 5 giugno, giorno della Pentecoste, gli accordi furono scritti, poi furono approvati il giorno 9 dal cardinal Legato, Domenico qui vescovo. La lettera dei priori esprimeva una volontà politica nel dichiarare, con spirito di carità, l’auspicio di felice sviluppo, per tutti gli abitanti della Marca Anconitana, su istanza e per coinvolgimento dell’esempio e dei moniti di padre Giacomo della Marca, considerato venerabile religioso, proteso alla gloria di Dio, al bene della Chiesa e alla crescita dell’organismo sociale (16) per cui gli era stata data facoltà di unire lo stemma Fermano (croce bianca su scudo rosso) a quello di ogni altra città per una stessa finalità comune. L’opera diplomatica di S. Giacomo portò a forgiare un nuovo stemma in cui l’arcangelo Gabriele presentava alla beata Vergine Maria i simboli uniti degli scudi delle due città. Il cronista Fermano partecipò alla delibera del 29 maggio e scrive che fra’ Giacomo, predicatore, dell’ordine dell’Osservanza, era stato l’intercessore e la causa all’origine di questa ‘lega’ concorde e unanime contro la perfidia dispotica degli Sforza e di ogni altro tiranno; decisi a volere insieme la stessa cosa e rifiutare la stessa cosa per la libertà della Marca (17). Stanchi degli assalti e delle devastazioni nelle città, nei castelli, e nelle campagne, disgustati del dispendio per le belligeranze e per i costi delle armi, con il ricordo dei cari scomparsi, i consiglieri Fermani decisero di non dare mai più ospitalità ai delinquenti immigranti da altre città, piuttosto consegnarli ai giudici e assicurare, con tale estradizione, la cattura dei nemici della Chiesa. A fondamento del libero autogoverno e del potere autonomo legislativo di cui i comuni marchigiani godevano stava il riferimento all’autorità suprema del Papato (18). Nello stesso anno del trionfo antitirannico, 1446, viene assunto nel governo il giuramento del capitano e del giudice di giustizia della città con il dovere che tutelasse le chiese, gli ecclesiastici, le vedove, i pupilli, gli orfani, i poveri cittadini e tutte le altre persone (19). Anche in questa difesa è riscontrabile l’influsso di S. Giacomo e dei confratelli Osservanti, che convincevano i giudici, a Fermo e altrove, a facilitare una società solidale e pacifica, inoltre suggerivano una vita moderata con proposta di multare i dispendi negli abbigliamenti esagerati (20). Norme queste già affermate, nell’anno precedente, in altre città della Marca e dell’Umbria (21). L’ostentazione vanitosa della ricchezza nell’orgoglio dello sfarzo sfoggiato con ornamenti, risulta chiaramente ostacolata per mezzo delle norme legislative dell’epoca. Per le spese molto alte nella moda si doveva chiedere licenza agli amministratori. Gli ordinamenti suntuari della città di Firenze (23) erano stati formulati già nel 1384; ancor prima a Bologna, nel 1299, dove, per avere licenza di indossare corone e trecce intessute d’oro, si pagavano 100 soldi di Bolognini ogni anno; e più tardi se ne fece assoluto divieto (24). Il cosiddetto strascico che San Bernardino bollava come “scopa delle sciocche, turibolo infernale” era una coda nei vestiti che, parimenti, sin dal 1299 aveva interessato i legislatori a Venezia (25) i quali lo proibirono del tutto nel 1344. La moderazione chiesta dai predicatori francescani era ragionevole quanto dichiaravano che le spese per il lusso stavano salassando i patrimoni famigliari. A Fermo esisteva una delibera del 1449 in cui la pubblica autorità si assumeva l’obbligo di controllare il fatuo dispendio per gli strascichi nei vestiti, considerandoli occasione di usura, di corruzione e di impoverimento (26). La normativa impegnava il podestà ed i suoi ufficiali a rilevare le trasgressioni, sotto penalità. L’intervento giudiziario era esigente tanto che gli interessati rivolgevano richieste di condono al consiglio di Cernita; ma questo venne proibito perché la Cernita non aveva competenza per i processi civili, che erano di competenza giudiziaria (27). La quarta parte delle multe, incassate dal Comune, era data al denunciatore che testimoniava contro chi infrangeva la norma. La radicalità estremizzata di voler scovare trasgressori per incassare il denaro della quarta parte delle multe sembravano esagerate tanto da favorire le liberalizzazioni che abolirono la normativa suntuaria. In un altro settore, quello agricolo, si riconosceva la libertà dei cittadini di cogliere i frutti dei rami delle piante che pendevano sulla strada, come roba trovata (28). In città, nel 1450, venne come predicatore quaresimale, Fra’ Matteo da Camerino, che, sull’esempio dell’amico s. Giacomo, chiese al governo Fermano di eleggere i pacificatori per le singole contrade e il 5 aprile lo si fece, a conforto, anche, del notaio Antonio de Nicolò colpito dall’odio di Antonio Giorgi e poi pacificato (29). Altra norma riguardava le multe contro il giuoco delle carte, vizio dispendioso in forma controllabile. Similmente a Siena esistevano questi divieti con penalità, già sin dal 1377. A Bologna, nel 1443, S. Bernardino, sollecitato dal vescovo Nicolò Albergati, predicava contro il giuoco delle carte (30). La penalità stabilita dai legislatori di Fermo, nel 1450, era di 10 libbre da versare alla cassa comunale. Nel commercio, per prudenza, i cristiani venivano dissuasi dal servirsi dei negozi degli ebrei e viceversa. Un più vasto impegno riguardava le vertenze campanilistiche, reciproche, tra vari castelli e città. Si risolvevano annose vertenza, con la mediazione negli accordi. Il castello di Servigliano, ad esempio, il 16 giugno 1450 giunse alla concordia per i confini con Santa Vittoria in Matenano nel Piano di San Gualtiero, tramite il governo di Fermo. Le terre pianeggianti, presso la chiesa del santo serviglianese (33) interessava anche per praticare il pascolo. La pergamena serviglianese è intestata con il trigramma YHS (Yesus Hominum Salvator) nome di Gesù, tipico della devozione diffusa da S. Giacomo (31). Lo stesso trigramma è nella pergamena della transazione fatta concordare da S. Giacomo per i confini tra Monteprandone e Acquaviva (32). Parimenti si nota scritto YHS in altri atti notarli curati ad opera di confratelli religiosi. Nel lodo per pacificare Monteprandone (34) con San Benedetto del Tronto, S. Giacomo precisava, tra l’altro, di non mandare a pascolare le bestie, né tagliare erba nei territori limitrofi, fuori confine. Dopo che il santo aveva predicato a Fermo, infervorando il popolo alla pace, e chiedendo di assegnare pacificatori alle contrade, nel 1451, le autorità comunali lo convocarono in Consiglio insieme con il vescovo cardinale Domenico Capranica, per le decisioni opportune nella vertenza tra Ripatransone e Acquaviva che si contendevano i pascoli nelle terre di confine. Tutto si risolse con la composizione demandata specificamente a S. Giacomo dall’autorità Fermana, poi realizzata. Lo studioso p. Ghinato ha notato che c’era allora una situazione di perpetuo allarme per i contrasti tra i borghi, i castelli e le città rivali, armati gli uni contro gli altri (36). Nel Piceno, questo santo ascoltava le rivalse espresse da ciascuna delle parti, ad esempio quando i compaesani monteprandonesi rubarono 240 bestie ai sambenedettesi (37) dopo le discussioni, fece ribadire i precedenti patti. Nel 1452, Ripatransone era in contrasto con Acquaviva, inoltre Montefalcone (38) in contrasto con Santa Vittoria, allora intervenivano i magistrati di Fermo cercando di superare le impuntate nelle rivalse con nuove fasi di accordi. Alcuni suggerimenti legislativi furono proposti r riproposti più volte. A Fermo, nel 1457, si tornava a deliberare in città sulla difesa degli ecclesiastici e dei poveri. Era venuto fra’ Giacomo da Monte San Maria in Lapide (Montegallo) ‘soave predicatore’, amico di S. Giacomo, con esito felice nel predicare e nelle proposte. Il 9 aprile fece riunione assieme con il podestà, il capo dei priori e il collegio degli avvocati per stabilire un vero e proprio ufficio a favore dei pupilli, delle vedove, dei minorenni, degli ospedali, del clero, delle chiese e dei luoghi pii. Prima esisteva un giuramento dell’autorità giudiziaria a vantaggio degli indifesi, ora sorgeva un ufficio di ricorso, con processo rapido adatto a risolvere, con rito sommario, le questioni per mezzo di due cittadini deputati dall’autorità, da semestre in semestre, persone anziane e oneste, affiancati da un procuratore o laureato e da un notaio che completava la legalizzazione ufficiale degli atti. Per gli operatori di questi uffici, in caso di infrazioni, si stabilirono penalità sul loro stipendio. Anche per le cause civili dei mercanti si eleggevano i loro rappresentanti, che preparassero il processo in modo da evitare lungaggini burocratiche (39). Nel complesso si volevano snellire le procedure dei tribunali. Tornavano, in Consiglio Generale, a discutersi gli ordinamenti suntuari, gravosi nelle multe pecuniarie. Gli eccessivi ornamenti muliebri, troppo dispendiosi, coinvolsero nel 1459 il predicatore quaresimale, S. Giacomo, insieme al quale, Il 19 marzo furono preparate alcune delibere di Cernita. Il Consiglio Generale le approvava per il rispetto cristiano, per l’onore del Papa, per lo sviluppo del Comune e del popolo della città di Fermo, nel suo governo pacifico e popolare contro gli avversari. Ogni legge statutaria aveva vigore per tutti gli abitanti dell’intero territorio dello Stato Fermano (40). Gli statuti dei castelli (Statuta Firmanorum) precisavano il divieto di vestiti e ornamenti muliebri il cui valore superasse metà della dote o del conto degli sposi. Se lo strascico superava mezzo braccio, multa di 10 libbre, per qualsiasi donna trovata nel territorio Fermana. Pari multa per i sarti trasgressori. Le spese suntuarie dovevano essere dichiarate per mezzo di atto di notaio. L’ufficio dei regolatori acquisiva le dichiarazioni scritte delle doti. Le multe erano inflitte con verbale degli officiali inquirenti nelle strade, senza formalità di burocrazia di processi, per atto del podestà (41). Tra le delibere, suggerite da S. Giacomo alla Cernita, fu approvato, in Consiglio, il divieto per i condannati a pene pecuniarie di presentare richieste di condono, se prima non fossero tornati alla pace con chi avevano offeso. I capitoli degli ebrei, sui prestiti ad usura, dovevano essere corretti con l’intervento del vescovo per mantenere i cristiani nella conformità al diritto canonico. I matrimoni e le doti dovevano essere trattati, in ogni contrada, da una persona idonea, nominata dall’autorità comunale (42). Un divieto particolare riguardava il vendere a prezzo concordato i prodotti di oliva, frumento, uva, noci, fichi, lino, nel periodo di tempo precedente la loro raccolta, perché si doveva attendere che i prezzi fossero calmierati per mezzo dei competenti a ciò incaricati dal governo Fermano. Tutto si voleva fare al fine di mantenere la pace in città e il bene delle persone nella salvezza eterna. Anche le norme pubbliche venivano orientate al bene delle anime (43). Ecco alcuni dei temi sui quali si volevano migliorare le leggi statutarie: non dissipare i beni famigliari per il lusso nel vestiario femminile; evitare i prestiti ad usura e gli atti notarili illeciti, verificare il gravame delle gabelle sul clero, ma esso non rechi danno alle gabelle comunali; evitare matrimoni affrettati senza adeguati accordi; evitare i rancori trai cittadini e creare pacificazioni per mezzo di incaricati; evitare condoni di multe tramite gli amministratori; evitare i giuramenti fasulli sui danni dati (45). Il Consiglio Generale riconosceva a S. Giacomo che le riforme erano utili per la cittadinanza e le includevano nella legislazione statutarie (46), seppure in seguito si tornava a modificarle. Il santo era impegnato anche nella crociata di Pio II per la Terrasanta, e in suo luogo intervenivano a Fermo, i confratelli Osservanti, tra cui fra’ Domenico da Leonessa che, dopo la predicazione Fermo nel 1469, fornì gli statuti completi per il Monte di pietà o di prestito in città(47). Il governo locale seguitava ad affrontare e risolvere le nuove vertenze tra i castelli; ad esempio le liti tra Gualdo e Sant’Angelo in Pontano; tra Smerillo e Monte San Martino. Inoltre placava le discordie intestine nei castelli di San Benedetto, Moresco, Cerreto (Montegiorgio), Mogliano, Monte Giberto. Per migliorare l’ordine pubblico il governo Fermano nelle 1462 ribadiva il divieto fatto a tutti, di portare armi e l’obbligo di rispettare i giorni festivi nei quali non si trattassero affari né scrivere contratti (48). Da anni, stava insoluto il problema degli immigrati provenienti dalla Slavonia (Schiavonia), e dall’Albania, e in generale dalle coste orientali adriatiche. Il governo Fermano decise allora di bloccare l’afflusso incontrollato delle persone e nello stesso tempo venire incontro ai loro bisogni, esportando nei loro paesi, i generi alimentari di prima necessità. La pressione sulle popolazioni slave era esercitata dall’avanzare dei Turchi la cui invadenza in Dalmazia diventava sempre più minacciosa (49). Problemi insoluti restavano nei territori della Marca Anconetana dove a moltiplicare le situazioni di belligeranza c’era l’intrusione delle Compagnie di ventura tra cui i Malatesta. Nel 1463 i priori di Fermo chiesero, ancora una volta, a S. Giacomo di intervenire per le vertenze riesplose tra Monteprandone e San Benedetto. A favore di Monteprandone si schierava Ascoli Piceno. Un’altra vertenza tra Gualdo e Ripatransone (50) veniva affidata al vescovo Fermano. Leggiamo nei verbali della Cernita: “ Fra’ Giacomo spiegò la giustizia necessaria nel governo di ogni Stato, chiarì varie norme su quanto era utile da fare o da evitare; diceva necessario che le decisioni governative fossero prese con riflessione matura, evitando ogni fretta. Esortò a mantenere in città la pace concorde e caritatevole. Ribadì il valore della confederazione fatta con gli Ascolani. Espresse i criteri per vivere in buoni rapporti con il vescovo: lui padre, loro figli. Il 3 luglio 1463 i magistrati andarono, insieme con S. Giacomo, a concludere la pacificazione nella casa del vescovo (51). Così la città di Fermo visse con gioia la riconciliazione dell’autorità comunale con quella diocesano. Con lo stesso spirito agivano i suoi fratelli religiosi, come fra’ Pietro da Mogliano che, nel 1464, predicava ad Amandola, dove portò piena pace. Tra l’altro indusse gli amministratori locali a finanziare le spese per l’insegnante nella scuola, che in tal modo diventava pubblica, non a carico dei privati (52) con un notevole vantaggio per la formazione dei giovani, in modo che tutti potessero studiare. A Fermo, assente S. Giacomo, il governo, nel marzo- maggio 1467, tornava a legiferare sulle norme suntuarie, e ribadiva la necessità di non dissipare i patrimoni famigliari con spese di vestiario e ornamenti che superassero la metà della dote (53). Il problema di prestiti ad usura tornava in discussione legislativa a Fermo nel 1468, anno in cui i governanti di Macerata avevano chiamato S. Giacomo a regolamentare il loro Monte di Pietà (54). Il 31 marzo 1469 il confratello fra’ Domenico da Leonessa dava alla Cernita i capitoli e gli ordini per il Monte del prestito pecuniario di Fermo, a sussidio dei poveri e delle persone bisognose, con revisione e approvazione del vescovo e del suo Vicario don Pierpaolo da Esanatoglia (55). Più tardi, nel 1473, quando poté tornare a Fermo, S. Giacomo trovò l’amara sorpresa di un certo Pietro, di provenienza albanese, che diceva che gli era apparsa la Madonna con il messaggio di costruire un “pintura” in suo onore. Il santo di diede da fare per dissuadere più volte le autorità cittadine, poi disse di dover andare dal re di Napoli e nella primavera dello stesso anno volle lasciare Fermo, senza più esservi tornato, nonostante che pocio dopo ne fosse richiesto (56).
NOTE: Cfr. Atti del Convegno di Studi in onore di San Giacomo della Marca. Monteprandone 1991, pp. 61-82
(1) Per lo statuto dei castelli del Fermano: VENTOLA, P. Le ‘riformanze’ del comune di Fermo del 1381. Tesi di laurea del 1975 stampata Macerata 2014; copia degli Statuta ms. dell’anno 1426: PACIARONI, R. Lo statuto di Fermo del 1385: storia di una dispersione. In: Studia Picena. LXXX a. 2015 pp. 98-99. Archivio storico del Comune di Fermo, depositato in Archivio di Stato di Fermo (A.S.F.) Consilia. Sunti degli atti Consliari: ARINI, A. V. Rubrica eorum omnium quae continentur in libris Conciliorum et Cernitarum ill.me civitatis Fiormi. Ms. degli inizi del sec. XIX presso la Biblioteca Comunale di Fermo e presso A.S.F. Cfr. TALAMONTI, A. Cronistoria dei Frati Minori della provincia Lauretana, Monografie dei conventi. Sassoferrato 1941 per Fermo vol. III pp. 193s e 432ss
(2) TOMASSINI, C. La città di Fermo e S. Giacomo della Marca. In: Picenum Seraphicum. XIII a. 1976 pp. 171-200 in seguito; CATALANI, M. De vita et scriptis Dominici Capranicae … Fermo 1793; MORPURGO CASTELNUOVO, M. Il Card. Domenico Capranica. In: Archivio della Società Romana di storia Patria. 52 a. 1929 pp. 1-146
(3) Bibliografia in: Picenum Seraphicum (periodico annuale) X a. 1973
(4) GHINATO, A. La predicazione francescana nella vita religiosa e sociale del Quattrocento. In: Picenum Seraphicum. X a. 1973 p. 72 dal codice Vaticano 7642 fol. 144 latino tradotto qui.
(5) TOMASSINI p. 173
(6) TALAMONTI p. 193; TASSI, E. La predicazione antiusura di S. Giacomo della Marca e dei Frati dell’Osservanza a Fermo. In: Atti del Convegno di studi in onore di S. Giacomo della Marca. Monteprandone 1991, p. 50.
(7) Cfr. SENSI, M. Predicazione itinerante a Foligno nel sec. XV. In. Picenum Seraphicum. X a. 1973 p. 149
(8) Tra altre agiografie di S. Giacomo: PICCIAFUOCO, U. S. Giacomo della Marca. Monteprandone 1976
(9) Ivi
(10) TALAMONTI vol. I, pp. 48ss; vol. II, pp. 171ss
(11) Cronache della città di Fermo. A cura di G. DE MINICIS. Firenze 1870 pp. 75-76; A.S.F pergamena Hubart 891 bolla di Eugenio IV
(12) GUERRINI, G. L’azione di S. Giacomo della Marca nelle riformanze e Statuti Umbri. In: Atti del convegno … Monteprandone 1991, pp. 83-119 e CATALANI, cit.
(14) Cenni alle vicende sforzesche filo-milanesi: MICHETTI, Aspetti medioevali della città di Fermo: dal dominio dei Franchi alla fine del medioevo; Fermo 1981; MARANEESI, F. Fermo. Guida turistica. Fermo 1957 pp. 58-64
(15) PAGNANI, G. Federazione tra Ascoli e Fermo promossa da S. Giacomo della Marca. In: Picenum Seraphicum VII a. 1970 pp. 209-221 pubblica la pergamena Hubart da A.S.F. n. 248 pp. 218-221 e A.S.F. Liber Litterarum a. 1446
(16) A.S.F. Liber Litterarum, I, cc. 73rv qui tradotto cfr. TOMASSINI pp.183-184
(17) Cronache, cit. p. 95
(18) PAGNANI, G.S. Giacomo della Marca delimita i confini tra Monteprandone e San Benedetto del Tronto. In: Picenum Seraphicum; X a. 1973 pp. 219-222
(19) A.S.F. Liber Litterarum, I, c. 27; cfr. TOMASSINI p. 179 n.12
(20) A.S.F. Liber Litterarum, II, c. 12
(21) Qui nota 12
(22) TOMMASEO, N., Nuovo dizionario dei sinonimi della lingua italiana. Napoli 1838 alla voce 723: Gala, Lusso, Sfoggio, Sfarzo, Pompa p. 196 chiarisce: ”La vanità sposata all’orgoglio ama il lusso”
(23) COGNASSO, F. L’Italia nel Rinascimento. Torino 1965 pp. 55 tessuti; p. 118 argenterie; Statuti a Milano e Venezia
(24) Ivi: Firenze p. 167 anno 1384; Bologna p. 202. 204 anno 1299
(25) Ivi pp. 152-159
(26) A.S.F. Consilia et Cernitae, Bastardelli 1449-1450; data 28 settembre 1449 cc. 35v-37
(27) MARINI, I, cc. 153v-154: Si mantiene il divieto degli strascichi alle vesti.
(28) Ivi
(29) Ivi c. 166v i pacificatori a coppie sono 12 cittadini di contrada
(30) COGNASSO p 313 per Roma p. 682; per Siena p. 685; per Bologna p. 689
(31) Edizione della pergamena copia di Servigliano in: Atti del convegno. Monteprandone 1991 pp. 72-76 testo latino e traduzione
(32) A.S.F. carta Hubart n. 1083; PAGNANI in Picenum Seraphicum, X a. 1973 pp. 219 ss
(33) SETTIMI, G. San Gualtiero. Fermo 1972 p. 75
(34) PAGNANI in: Picenum Seraphicum X a. 1973 pp227-228
(35) TOMASSINI pp. 184-185; PAGNANI, P., S. Giacomo paciere tra le comunità di Monteprandone e Acquaviva. In: Picenum Seraphicum; VIII a. 1971 pp. 178-187. NEPI, G. Storia di Acquaviva Picena. Fermo 1982 pubblica la pergamena 77 del comune di Ripatransone per l’accordo sui confini il 3 giugno 1456 tramite il Comune di Fermo p. 751; l’autografo ad Ascoli P. pp. 355-357 con foto e pp. 371-378. Ivi altre notizie per la cittadinanza Fermana pp. 240-246; 251; 742ss ASF pergamena Hubart n. 1056 e per i confini all’anno 1424 pergamena H. 1058
(36) GHINATO pp. 73-74. Cfr. IDEM, Apostolato religioso e sociale di S. Giacomo della Marca a Terni. Roma 1956
(37) Anno 1463 MARINI: II, c. 440; NEPI p. 299
(38) Ivi p. 294. Per la pace tra Fermo e Sant’Elpidio a mare PICCIAFUOCO p. 153
(39). MARINI: II, c. 263. TOMASSINI p. 185 n. III; WADDING, Annales … anno 1456 n. 146: vol. XII p. 509; MARINI, I, cc. 290v- 291
(40) Per Recanati PICCIAFUOCO p. 48; per Fermo TOMASSINI pp. 185-193
(41) I Capitoli scritti dalle autorità comunale per gli ebrei sono di vari anni: 1305; 1310; 1430; 1453; 1457; 1505 e altri anni cfr. TASSI passim. Qui Consilia, I, c. 18 febbraio 1474
(42) A.S.F. Consilia, c. 8 Agli ebrei era proibito abitare lungo la via Maestra delle città.
(43) MARINI: II, cc.285v;
(44) Traduzione: NICOLAI, G. Vita istorica di S.Giacomo della Marca dei minori … Bologna 1876
(45) MARINI, II, c. 21 da A.S.F. Consilia. TALAMONTI pp. 200-201; PICCIAFUOCO pp. 172ss; WADDING, XIII, 74 Bolla dell’ 8 dicembre 1458
(46) A.S.F. Consilia et Cernitae. Bastardelli 12° cc. 50ss
(47) A.S.F. Consilia cc. 34-35; S. Giacomo per Ascoli: MARINI, II, cc. 7-9; Gualdo – Sant’Angelo c. 57; Monte San Martino c. 67; San Benedetto del T. c. 35; Moresco; Cerreto c. 67; Mogliano c. 74; Monte Giberto c. 83
(48) A.S.F. Consilia cit.
(49) MARINI, II, cc. 44, 50, 57
(50) Ivi: Monteprandone- San Benedetto d. T. c. 95; Monteprandone -Ascoli c. 120; Gualdo-Ripatransone c. 123. Ivi Consilia et Cernitae. Bastardelli 14° cc. 145 ss il mandato che Fermo dà a S. Giacomo per pacificazioni, in particolare c.178v; diritti Fermani c. 180
(51) Ivi. Per il 23 marzo 1469 c. 184 MARINI c. 49; TOMASSINI p. 195 Vescovo Nicola Capranica (1458-1473)
(52) Amandola in TALAMONI, II, pp. 10-11
(53) MARINI, I, cc. 290-291
(54) Monti di Pietà nel periodico Picenum Seraphicum, IX a. 1972 con studi tra l’altro del Pagnani
(55) A.S.F. Consilia c. 34s; MARINI c. 292
(56) Ivi cc. 143-144 in data 20 luglio 1473

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Il docente BAGLIONI SILVESTRO fisiologo e musico studia la fonetica musicale del Rossini

GIOACCHINO ROSSINI E LA FONETICA MUSICALE studio di Baglioni Silvestro
Se ancora vivesse il Maestro e sentisse che Egli oltre ad essere il sommo musicista, fu anche un profondo conoscitore della fonetica musicale, tanto fine umorista che era, avrebbe sorriso incredulo, come quando nella celebre visita fattagli a Parigi da R. Wagner, questi parlandogli della sua musica avvenire quasi lo convinse che anche egli Rossini, colle sue opere musicali aveva realmente aperto e coraggiosamente percorso una nuova via radiosa di musica avvenire rivoluzionando l’arte musicale quale aveva trovato all’esordio della sua attività.
Stavolta avrebbe avuto ancor un altro motivo per sorridere, sentendo parlare della sua opera musicale da un profano dell’arte militante, sebbene scienziato cultore dei problemi fisiologici dell’udito e della voce, ossia della fonetica applicata all’arte musicale.
La parola fonetica è stata da qualche decennio introdotta nel linguaggio aulico delle scienze letterarie per intendere quel vasto campo di nozioni, anatomiche e fisiologiche, scientifiche e artistiche, che riguardano gli organi del nostro corpo che armonicamente collaborano colla loro attività funzionale alla produzione della più bella ed elevata facoltà umana, quella del linguaggio parlato, ossia della parola, nel senso più ampio e più profondo.
Molte sono le tradizionali discipline che hanno come oggetto del loro studio i vari lati del linguaggio, a cominciare dal sillabario alla grammatica, dalla filologia alla glottologia o linguistica, dall’oratoria all’arte drammatica e al canto per tutti questi diversi lati ed aspetti della parola sono sempre però gli stessi organi che provvedono colla loro integrità anatomica e con la loro attività funzionale, sia pure in gravi e modi diversi, alla produzione delle varie forme del linguaggio.
Le discipline strettamente letterarie, quali la grammatica, l’etimologia, la glottologia, la filologia, ecc., si occupano degli elementi costitutivi ed
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(1) Conversazione tenuta dall’Eccellenza Silvestro Baglioni, accademico d’Italia, il 18 agosto 1942
nell’auditorium del R. Conservatorio di Pesaro, nella tornata solenne della Deputazione
commemorativa del 150° della nascita di Gioacchino Rossini.

essenziali, nella loro genesi e parentela delle varie lingue evidenti e
morte, considerate come prodotti belli e completi, suscettibili di essere suddivisi sino agli elementi grammaticali, delle sillabe che compongono le parole, queste che compongono le frasi e i periodi, ecc. elementi ancor più minuti sono le vocali e consonanti, la cui analisi si rese sempre più nota e perfetta con l’instaurarsi il diffondersi della scrittura alfabetica, in sostituzione delle varie forme ideografiche. I vari caratteri delle vocali delle consonanti, secondo la loro durata o lunghezza, il loro ritmo, la loro differente pronunzia, secondo le diverse zone o regioni articolarie degli organi orali, ossia delle labbra, bei denti, della lingua, del palato, ecc., sono stati anche oggetto di studi grammaticali e linguistici, che hanno anche tra loro classificato i vari fenomeni secondo le diverse regioni articolatorie del complesso apparato orale, in cui si compiono.
La fonetica fisiologica, servendosi dei mezzi scientifici o sperimentali, più fini ed esatti, si propone un’analisi ancor più profonda e sottile, cercando di stabilire i fattori più elementari ed essenziali funzionanti dei vari organi del corpo che collaborano alla produzione degli elementi (fonemi) del linguaggio parlato.
La parola si rivela allora come una complessa manifestazione di attività di organi neuromuscolari eccitati e regolati da particolari centri nervosi, atti a produrre una complessa serie di fenomeni acustici, che l’udito, nella sua altrettanto complessa attività fisiologica, avverte controlla, percepisce ed apprezza, come manifestazioni psicologiche di sentimenti ed emozioni dell’anima.
E poiché l’arte musicale nel canto mira a raggiungere gli stessi scopi, servendosi degli stessi organi, facendo loro subire particolari modificazioni, che permettono loro di trasformarsi quasi in magnifici strumenti musicali, aumentando nell’ambito delle altezze e regolandone diversi gradi di intensità e di durata, si può giustamente parlare di una vera fonetica musicale.
La quale differisce dalla fonetica del linguaggio o parola delle altre diverse forme artistiche, dell’arte drammatica e dell’oratoria, essenzialmente pel fatto che la musica mira alla conoscenza e all’educazione dei vari organi vocali adibiti o capaci di essere adibiti come strumenti musicali. E poi chi dei vari fenomeni sono quasi solo le diverse vocali e del linguaggio ordinario si possono usare come veri e propri suoni, si possono ottenere o far durare nella stessa altezza per un tempo indeterminato, e si possono intonare, come un perfetto strumento, nei vari intervalli delle scale musicali.
Ai vari fattori od elementi che compongono la prestanza e la meravigliosa efficacia della parola, con tutti i suoi mezzi espressivi della naturale facondia, si uniscono e si fondono i non meno meravigliosi ed efficaci fattori od elementi dell’arte musicale, per far della parola nel canto il mezzo più espressivo e profondo dei sentimenti più elevati e più intimi dell’anima umana, in tutte le sue manifestazioni di preghiera, di devozione religiosa, di amore divino ed umano, di dolore, di rimpianto, di aspirazione, ecc.
La fonetica musicale è pertanto quella scienza ed arte che mira a conoscere gli elementi strettamente musicali che intervengono nel linguaggio parlato, per poter rimettere in maggior rilievo ed evidenza, talora anche a scapito degli altri elementi più strettamente verbali. Fine per così dire massimo ed esclusivo a cui tende l’arte musicale del canto, sarebbe di trasformare gli organi vocali in un vero e proprio strumento musicale. Tale fine, a danno degli altri lati, non meno importante della parola, che per la sua essenza naturale mira ad esprimere in forma e veste comprensibile agli ascoltatori i sentimenti dell’anima, mediante la retta pronuncia di tutti gli elementi fonetici, vocali e consonanti, in realtà perseguito il raggiunto nel 700, nell’epoca del bel canto, in cui ai meravigliosi recitativi, seguivano le arie, nelle quali non raramente si esagerava, con i gorgheggi, i trilli, le cadenze, da gareggiare col canto degli usignoli o col suono del flauto o del violino, lasciando spesso all’arbitrio o al capriccio dell’esecutore cantante di sfoggiare in virtuosità.
Fu, come è noto, uno dei primi meriti del Rossini l’avere abolito questo abuso col prescrivere e fissare (non coll’abolire talora neanche col moderare) le fioriture del canto.
“Il Rossini (scrive il Radiciotti, nella migliore e più completa biografia documentata che oggi possediamo), volle por fine ad una consuetudine, che sottoponeva l’opera creatrice del compositore al capriccio e dall’arbitrio dell’esecutore; e deliberò di scrivere come parte integrante del canto le fioriture, di cui voleva ornate le sue melodie.
“ La prima opera, in cui mise in pratica il suo disegno, fu l’Elisabetta, composta (per il San Carlo) l’anno dopo che il celebre sopranista Velluti gli aveva, alla Scala, sovraccaricato di abbellimenti le melodie dell’Aureliano per modo da svisarle completamente.
“ Al pittore De Sanctis, che gli chiese il motivo di questa innovazione, rispose: “In antico, i cantanti facevano le fioriture di loro capo con pessimo gusto; per evitare un tale sconcio, pensai scriverle io stesso in forma più con consentanea alla mia musica”.
Provetto e squisito cantante egli stesso, e compositore di genio, chi meglio di lui sarebbe riuscito in una simile impresa ? Egli, infatti, ha scritto la più bella musica vocale che si conosca E, per l’arte di far risaltare i pregi delle voci, da nessuno neppure dallo stesso Mozart è stato eguagliato”.
Ma non è solo per questa riforma (gli ebbe larghissimo successo) che il Rossini rinnovò l’arte del canto teatrale. Una profonda è perfetta conoscenza dei mezzi naturali e della loro più adatta educazione per ottenere dalla voce le più espressive virtù musicali, Rossini mostrò di possedere, oltre che nella nota pubblicazione, fatta a Parigi, nel 1827, per il Pacini, dal titolo: Gorgheggi e solfeggi – Vocalizzi e Solfeggi per rendere la voce agile e a prendere a cantare secondo il gusto moderno,
in una conversazione che gli tenne in una sera della primavera del 1858 ai suoi amici ed ammiratori, convenuti ad una delle sue solite cene nella villa di Passy, tra i quali era anche il giovane critico d’arte Edmondo Michotte, di Bruxelles, che la rese poi di pubblica ragione e il Radiciotti riproduce nella sua opera.
Il Rossini lamentando la decadenza dell’arte del canto e accennato alle cause principali di essa, improvvisò una conferenza sul metodo di insegnamento in uso ai suoi tempi. Per la sua importanza ripeto quanto egli disse:
“Purtroppo il bel canto è ormai perduto senza speranza di ritorno. Per gli artisti dei nostri giorni il canto consiste in uno sforzo convulso delle labbra, da cui esce, specialmente nei baritoni, un tremolo molto simile al ronzio che mi produce all’orecchio il traballìo del pavimento all’approssimarsi del carro del mio birraio; mentre che i tenori e le prime donne si abbandonano, gli uni a vociferazioni e le altre a gargoillades, che con le vocalizzazioni e le roulades vere non hanno in comune altro che le rime. Non parlo poi dei portamenti di voce, di questa specie di ragli, che scivolano dall’alto in basso, e di barriti, che scappano dal basso in alto.
“Non bisogna confondere, come si suol fare da molti, il bel canto con le fioriture. Esso consta di tre elementi: lo strumento, cioè la voce, lo stradivarius; la tecnica, cioè i mezzi di servirsene; lo stile, che risulta dal gusto e dal sentimento.
“La natura non crea, purtroppo, un organo perfetto di tutto punto. Come è necessario un liutaio per costruire uno stradivarius, così occorre che il futuro cantante si fabbrichi lo strumento di cui deve servirsi. E come è lungo ed arduo un simile lavoro !
“Un tempo, in Italia, al difetto di compiacenza da parte della natura si suppliva fabbricando i castrati. Veramente il mezzo era eroico, ma i risultati erano meravigliosi. Ricordo di averne inteso qualcuno nella mia gioventù: la purezza, la meravigliosa flessibilità di quelle voci e soprattutto l’accento profondamente penetrante mi commuoveva e mi affascinava al di là di ogni espressione.
“Che ingrato lavoro era quello della formazione della voce, allora !
“Si cominciava col pensare esclusivamente all’emissione pura e semplice del suono; l’omogeneità dei timbri, l’uguaglianza tra i vari registri, costituivano il fondo della scuola, su cui si basava tutto il seguito degli studi. Questo insegnamento pratico richiedeva, al minimo, due anni di esercizio.
“Quando, abbandonato il teatro ritornai a stabilirmi a Bologna ed accettare la nomina dei consulente onorario di quel liceo musicale, presi a cuore in special modo l’insegnamento del canto. Ecco qui un modello di esercizio da me prescritto per lo sviluppo dell’uguaglianza del timbro in tutta l’estensione dell’organo, e dal quale ottenni meravigliosi risultati.
“ È tanto semplice che l’alunno dotato di un buon orecchio poteva essere anche il proprio correttore:

“Questo esercizio si ripeteva, per mezzi toni ascendenti, sino al limite della tessitura della voce. A certi alunni, la cui emissione risultava viziosa in conseguenza di una conformazione dell’organo poco appropriato, il maestro imponeva una ginnastica speciale di contrazioni gutturali, che doveva eseguirsi senza emettere alcun suono. Questa ginnastica puramente afonica poteva durare per mesi e mesi.
“Quando l’organo aveva acquistato la flessibilità e l’eguaglianza volute, cioè quando il futuro cantante era in possesso del suo stradivarius, allora soltanto cominciava ad imparare la maniera di servirsene: la tecnica, che comprendeva l’impostazione, la tenuta del suono e tutti gli esercizi di virtuosità: vocalizzi, gruppetti, trilli, ecc.
“Dopo cominciava il lavoro delle vocali. L’impostazione dei suoni bei vocalizzi si eseguiva dapprima isolatamente su ciascuna delle vocali a, e, i, o, u, poi ci faceva sfilare queste alternativamente, tutte cinque sulla medesima nota tenuta o sul medesimo passo; così per esempio:

“Questo sistema si usava su tutte le note tenute su tutti gli esercizi, che si complicavano all’infinito. Lo scopo era quello di ottenere che il suono, per quanto era possibile, non variasse né di timbro né di intensità, nonostante i movimenti della lingua e lo spostamento delle labbra, causate dalla successione delle vocali, ora aperte ed ora chiuse. In tal modo si otteneva che le o non sembrassero usciti da un portavoce; le e non assomigliassero al rumore della raggranella.
“Era questa una delle parti più sottili dell’insegnamento.
“Allo studio delle vocali succedeva quello dei dittonghi, delle consonanti, dell’articolazione, della respirazione, ecc.. Si cercava soprattutto che il suono si diffondesse con l’aiuto del palato. È questo, infatti il trasmettitore per eccellenza della bella sonorità.
“In ciò bisogna convenire che la lingua italiana ha il privilegio di favorire l’effusione del bel canto. Amàre, bèllo; questo mà, questo bè posti al palato e così ripercossi, non sono già per se stessi una musica ?
“La terza fase dell’educazione del cantante comprendeva la messa in pratica, nell’insieme, di tutto ciò che si era studiato in particolare durante un periodo minimo di 5 anni per le donne e 7 anni per gli uomini; dopo, a capo di un ultimo anno, a questo alunno (che in classe aveva eseguito appena qualche cavatina) il maestro poteva finalmente dire con orgoglio:”Ed ora vai pure; tu puoi cantare tutto ciò che vuoi”. “Egli, infatti, era capace di cantar tutto. E nondimeno gli restava ancora qualche cosa da imparare: una cosa, senza la quale la virtuosità più perfetta resterebbe sempre simile ad un organismo dalla vita latente in attesa di un caldo raggio di sole per acquistare moto, forza, magnificenza e seduzione. Questo caldo raggio era lo stile, la tradizione, i cui segreti il giovane novizio doveva sorprendere nel canto dei grandi artisti, modelli perfetti, consacrati tali dalla fama.
“Le tradizioni sfuggono all’insegnamento della scuola; solo il modello in azione può inculcarle e trasmetterle. Se i depositari delle grande vere tradizioni scompaiono senza lasciare discepoli, l’arte loro vien meno e muore. De profundis ! Ora, ai miei tempi, erano tuttora in vita non pochi virtuosi incomparabili, alla cui scuola i nuovi adepti potevano iniziarsi al gusto, all’eleganza, all’uso giudizioso di tutti gli effetti vocali, allo stile, insomma.
In quanto ai pregi dell’espressione, di sentimento, di grazia, di fascino, di intelligenza scenica, essi non sono che un dono della natura.
“In conclusione: oggi che non vi è più una scuola, che non vi sono più modelli né interpreti capaci di eseguire come si faceva una volta, per esempio, la “Casta Diva” o “Pria che spunti” del Matrimonio segreto, bisogna convincersi che il bel canto è perduto senza speranze di ritorno. Come volete che resusciti ciò che è morto, ciò che è meno di una mummia ?”

Prescindendo dalla pessimistica conclusione del maestro (che può anche oggi apparire non esagerata), limito l’attenzione agli elementi didattici da lui illustrati, secondo le nostre odierne conoscenze.
Nettamente egli distingue nel complesso organo vocale tre fattori essenziali e fondamentali: quello che egli chiama stradivarius, che deve precedere ed essere anzi il fondamento dell’educazione del cantante principiante, e che è la voce; gli altri due la tecniche lo stile seguono come completamento e coronamento dell’arte del canto.
Colla parola stradivarius egli alludeva al violino di prima classe, come erano e sono ancora i violini del celebre liutaio cremonese che recavano quel nome. Secondo Rossini quindi il primo e fondamentale compito del futuro cantante consisteva nella formazione della voce, ossia nel fabbricarsi personalmente il proprio perfetto strumento, dal quale poi ritrarre i suoni, ossia il patrimonio sonoro da utilizzare nel canto. Con quale metodo e per quale via si poteva raggiungere praticamente, Rossini, dopo aver sottolineato che anche allora era un ingrato lavoro, e pel quale si richiedevano almeno due anni di esercizi, ci dice che si cominciava col pensare esclusivamente all’emissione pura e semplice del suono, cercando di ottenere l’omogeneità dei timbri e l’uguaglianza tra i vari registri.
Egli non chiarisce meglio il suo concetto; né ci dice in che modo l’allievo era chiamato ad emettere il suono dei suoi organi vocali.
Io credo, basandomi specialmente su quanto poi dice per certi alunni, la cui emissione risultava viziosa, e pei quali si “ imponeva una ginnastica speciale di contrazioni gutturali, che doveva eseguirsi senza emettere alcun suono”, (tale ginnastica “puramente afonica poteva durare per mesi e mesi”), che egli alludesse a quella educazione che io ho indicato come rinofonia, e che consiste nel far eseguire tutti i suoni e i corrispondenti intervalli, in una perfetta linea melodica, con la voce puramente nasale, o come si dice a bocca chiusa. In tal modo l’allievo riproduce esattamente la successione dei suoni, senza emettere alcun suono vocalico, servendosi cioè del complesso dei suoi organi vocali, come di un vero e proprio strumento musicale, quasi come di un violino (stradivarius, come dice Rossini), acquistando la flessibilità, l’omogeneità dei timbri e l’uguagliamento dei registri.
Questo metodo, che io non veggo ricordato in alcun trattato didattico di canto, né antico, né moderno, come ho potuto constatare da una lunga e diligente esperienza personale, dà effettivamente i migliori risultati pratici.
Che d’altra parte, Rossini intendesse realmente a un siffatto metodo, mi pare si possa dedurre anche da quanto egli dice nel seguito della sua improvvisata conferenza. Quando il futuro cantante era in possesso del suo stradivarius, ossia quando l’organo aveva acquistato la flessibilità e l’eguaglianza volute (dopo almeno due anni di esercizi) si passava a i veri e propri vocalizzi, ossia allo studio della produzione delle vocali, isolatamente dapprima, e alternatamente poi, nelle diverse altezze dei suoni, nelle diverse durate, agilità, ecc. ciò conferma che gli esercizi dei primi due anni, dedicati alla vera formazione della voce, non erano compiuti su vocali, ossia sulla voce articolata, ma solo inarticolata, ossia come oggi diciamo colla sola risonanza laringo-faringo-nasale (1).
Non meno importante dal punto di vista della fonetica musicale è quanto egli sommariamente ed incisivamente dice dei successivi gradi dell’insegnamento del canto. Il fine precipuo era quello di produrre una serie omogenea di suoni musicali, invariabili di timbro e di intensità, nonostante i vari movimenti degli organi della cavità orale, ossia della lingua, delle labbra, ecc., che sono indispensabili per la retta pronunzia delle diverse vocali e consonanti. Per raggiungere tale difficile compito, si cercava soprattutto che il suono si diffondesse con l’aiuto del palato: “è questo, infatti, il trasmettitore per eccellenza della bella sonorità”. Per intendere chiaramente questo progetto è anche qui necessario interpretare correttamente l’ufficio fonetico del palato attribuitogli dal Rossini. Tale chiarimento è facile dedurre dall’esempio che egli dà nel seguente periodo, riconoscendo alla nostra lingua il privilegio di favorire il bel canto, col possedere fonemi, come le sillabe mà e bè di amàre e bèllo, che posti nel palato è così ripercossi son già di per sé una musica. Evidentemente egli intendeva la particolare sonorità che proviene direttamente dal contributo di risonanza del cavo nasale, che in queste sillabe forma l’attacco, ossia la brevissima frase con cui si inizia e in cui consiste la consonante esplosiva.
Senza che io più oltre mi soffermi nel commentare i precetti che
Rossini indica, per le successive fasi dell’educazione del cantante come messa in pratica, nel loro insieme, di tutto ciò che aveva imparato
elementarmente, in un periodo di almeno 5 anni per le donne, e di 7 per gli uomini (tale notevole differenza era giustificata sia dalla maggiore difficoltà opposta dai maschi, sia forse anche le maggiori
requisiti imposti ai cantanti), con un altro anno di studio (quindi in tutto sei e otto anni di attento scrupoloso studio), non posso a meno di
——-
(1) Nel mio opuscolo “Udito e Voce: elementi fisiologici della parola e della musica” (Roma 1925) ho ampiamente sviluppato i concetti qui accennati, sulla voce nasale (cap. VI, pag. 284-293,), sui suoi rapporti colla ordinaria voce nasoriale e sulla possibilità di servirsene, come mezzo per l’insegnamento del canto. G. Silva (Il maestro di canto, Torino, F.lli Bocca, 1928) accoglie sommariamente questi miei concetti, riportandone anche gli schemi figurativi (fog. 15 e 16, pag.50 e 51; fig. 42, pag.291), senza tuttavia indicarne la fonte.
rilevare che era soltanto in quest’ultimo anno che l’allievo, come coronamento di tutto il suo studio, era ammesso a eseguire un brano di insieme, come un’aria o un recitativo, a differenza di quanto oggi con grande discapito dell’arte, già nei primi anni i compiacenti maestri permettono agli inesperti allievi eseguire arie brani musicali, talora di notevoli difficoltà.
Né anche compiuto un così lungo e diligente tirocinio, alla fine del quale il maestro poteva dire all’allievo: vai pure; tu puoi cantare tutto ciò che vuoi, Rossini credeva che fosse finito lo studio. La capacità di cantare era solo una possibilità in fieri. Doveva seguire un non meno diligente ed attento studio per acquistare lo stile e il gusto.
Questo programma che Rossini ricordava vigere ai suoi tempi antichi, era già dimenticato ai tempi in cui parlava; e ciò lo rattristava dovendo concludere che il bel canto italiano era per sempre tramontato.
Purtroppo i tempi che seguirono alla sua scomparsa forse non hanno che confermato il suo pessimismo. E se vogliamo che risorga una nuova era di bel canto in Italia, non ci resta che tornare all’antico (come voleva un altro nostro grande maestro), corroborato e consolidato dalle nuove conquiste scientifiche della fonetica fisiologica musicale.
Prima di chiudere questa rapida e necessariamente sommaria rivista del merito che dobbiamo riconoscere al grande Maestro anche nel campo della fonetica musicale, avendo parlato dei suoi insegnamenti teorici e pratici come maestro di canto (che notoriamente ebbe una numerosa nobilissima schiera di cantanti d’ambo i sessi, italiani e stranieri), debbo aggiungere che anche nella sua meravigliosa opera di compositore, specialmente nel suo secondo e terzo periodo di attività, fedele osservante ai suoi principi di fonetica musicale, affidando alle voci maschili e femminili, in tutte le sue melodie, tanto arie che recitativi, assolo e insieme, quelle note che meglio si prestano nei vari registi ed estensioni, tanto nei valori tenuti, come nelle agilità, delle più belle perfetti voci umane, aborrendo dalle note troppo acute – dagli strilli o urli, come egli chiamava – o che imponevano all’artista un eccesso di sforzo atletico.
Un bell’esempio di questo suo stile o indirizzo e, oltre che nelle sue opere teatrali, nelle deliziose liriche da camera che egli compose nel suo ultimo periodo, per lo studio del canto italiano, per voce sola o duetto, con accompagnamento di piano, come potrete giudicare dalla viva esecuzione di due di esse, che ho pregato due gentili artisti di voler preparare per rendere meno arido e nel contempo per illustrare ad aures il mio discorso (1). Dall’autore Silvestro Baglioni
Da serie VII, vol. II, pp. 1-11.
1943
(1) Furono eseguite dalla soprano G. M. Rebori, accompagnata al piano dalla sorella S. Rebori, Il Rimprovero e La partenza, su parole del Metastasio, facenti parte della Soirée Musicale di G. Rossini (Otto ariette e quattro duetti per lo studio del canto italiano) Dell’ultima (La partenza) si eseguì, per far risaltare dal confronto il diverso stile, la stessa poesia musicata da Bethoveen.

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NECROPOLI di BELMONTE PICENO DESCRITTA NEL 1910 DAL PROF. BAGLIONI SILVESTRO

LA NECROPOLI DI BELMONTE descritta da Silvestro BAGLIONI edito anno 1910
La notizia comparsa nella fine dell’ottobre ultimo scorso (1909) in molti giornali politici, che nel territorio di Belmonte Piceno una frana, dopo un periodo di pioggia torrenziale, aveva messo allo scoperto una tomba arcaica ricchissima di suppellettile, consistente in oggetti artistici di grandissimo valore, dissotterrati raccolti per opera del direttore del museo nazionale di Ancona e sovrintendente degli Scavi nelle Marche Sott. Innocenzo Dall’Osso, suscitò commenti e discussioni, che tuttora continuano nei vari giornali regionali e di Roma, specialmente, anzi esclusivamente, per dirimere la questione a quale città, se ad Ancona come unica sede di museo governativo, o a Fermo come capoluogo del circondario, o ad Ascoli come capoluogo della provincia, si debba riconoscere il diritto di essere depositaria e custode gelosa di tanto tesoro.
Qui non è mio intento occuparmi di tale questione, tenterò invece di esporre ai lettori quanto sinora sappiamo di questa necropoli, traendo profitto, sia dalle nozioni acquisite precedentemente, sia dalle circostanza di aver potuto visitare dal 16 al 18 gennaio 1910, – grazie alla squisita gentilezza del Dottor Dall’Osso – la detta necropoli e gli oggetti della prima tomba, che si trovano attualmente in Ancona.
Cominciamo intanto col fare un po’ di storia delle conoscenze della necropoli di Belmonte; poiché non sarebbe esatto credere trattarsi di una scoperta odierna.
Nel 1901 descrissi (Notizie degli scavi, aprile 1901, pag. 227-238. La maggior parte degli oggetti descritti in questa mia prima memoria fanno parte della collezione di materiale preromano Piceno, che si conserva nel museo preistorico di Roma), per la prima volta una prima serie di oggetti provenienti da questa necropoli, che io potei raccogliere dai contadini, che, coltivando il terreno, ne scoprivano e rovistavano barbaramente le tombe. Dalla grande copia e dalla varietà di oggetti, dedussi trattarsi di una necropoli preromana importante ed espressi il desiderio, che si eseguissero scavi con un piano metodico e scientifico.
Negli anni successivi continuerai la mia opera di salvataggio per quando me lo permisero le mie occupazioni professionali. Nei mesi, che passavo nel mio paese natio, cercai costantemente di raccogliere dai contadini scavatori gli oggetti trovati, onde impedirne la perdita irreparabile per opera funesta dei mercanti antiquari. D’altro canto non mancai di richiamare l’attenzione dei competenti su questa necropoli; fu così che potei guadagnarle l’opera illuminata ed efficace del compianto E. Brizio, allora direttore del Museo di Bologna, da cui dipendevano gli scavi nelle Marche. Molti oggetti – tra cui, dal punto di vista scientifico, importantissima una pietra sepolcrale con iscrizione – che si conservano perciò nel Museo di Bologna, illustrati in diverse pubblicazioni dello stesso Brizio (Notizie degli scavi, 1903,fasc. 4, 1905, pag. 257-264).
Un primo tentativo di scavi scientifici progettato ed affidatomi dal Brizio non poté essere effettuato a causa della mia assenza forzata ininterrotta da Belmonte negli ultimi anni.
Nel 1905 in un’altra pubblicazione (Zeitschrift fur Ethnologie, Heft 2-3, 1905, pag.257-264) descrissi ancora un’altra serie di oggetti della stessa provenienza.
Nell’ottobre ultimo, come ho detto, fu finalmente il concorso inatteso della pioggia torrenziale, che, mercé l’opera efficace e solerte del Direttore del Museo di Ancona e dei suoi dipendenti, tra cui è da ricordare il sovrastante signor Perrotti, occasionò l’inizio della realizzazione del mio sogno di scavi eseguiti con metodi scientifici. I risultati sinora ottenuti sono realmente tali, come si rileverà in appresso, da non incoraggiare soltanto la prosecuzione di essi, da intensificarne possibilmente la ricerca sino alla completa esplorazione di questa vasta necropoli. Il che purtroppo si potrà solo ottenere a patto che il Governo metta a disposizione un largo fondo, poiché non è il caso di pensare che i proprietari dei terreni possano di loro iniziativa, e dopo aver ottenuto la debita autorizzazione, continuare nella ricerca. Sarebbe perciò opera molto più savia, allo stato attuale, che i rappresentanti dei vari enti locali e le persone più eminenti della provincia cooperassero insieme alla direzione del Museo di Ancona per ottenere dal Governo i fondi necessari: tanto più che, secondo la mia convinzione, uscirà dalle tombe tale e tanta copia di oggetti da poterne riempire non solo il Museo anconetano, ma anche quello di Fermo e di Ascoli e magari rimanerne ancora un ricco saggio pel Comune di Belmonte.
Belmonte-Piceno è un piccolo Comune di 1200 abitanti . Sorge sul dorso di una collina, che si eleva da un lato quasi a perpendicolo su Tenna, a nord: è a 310 metri sul livello dell’Adriatico, da cui dista di 25 km circa. Il suo territorio è tutto a colline e collinette, elevazioni ed ondulazione del suolo, senza un’ampia distesa di terreno in pianura. Tale conformazione naturale del paese è conseguenza dell’erosione delle acque, che in fossati e fossatelli hanno scavato le piccole valli, venendo a confluire da un lato nell’Ete e dall’altro nel Tenna. Fa parte quindi di quella zona orografica di transizione di elevazioni accidentate, per cui dai più elevati monti si degrada dolcemente al mare, e che costituisce le Marche.
Belmonte gode fama di paese antico: di esso si suole ripetere il motto (veramente poco lusinghiero): “ Belmonte antico \ se ci stai cent’anni \ non ce fai un amico. \ E se ce lo fa’ \ non te ne fidà !
Né mancano vestigia evidenti di opere antiche nel suo territorio, quali per esempio verso Est una serie di ruderi, che portano il nome di morrécini (forse derivato da muracci ?) e che probabilmente non sono che i resti di tomba romana.
Molto più importanti sono però le tracce dell’antica civiltà Picena, che cela il suo suolo. Quasi in tutto il suo territorio i contadini si sono imbattuti in avanzi di questa civiltà: segnatamente, secondo quanto ho potuto stabilire, sono però tre le località più ricche: l’una situata a un chilometro circa dal villaggio verso sud-ovest, l’altra, molto più vicina all’abitato, è situata al sud, e la terza, un po’ più lontana e che può essere la continuazione della seconda, giace verso sud-est. Certamente la località, che sinora si è mostrata la più ricca e in cui si stanno ora eseguendo gli scavi governativi, è la prima. Essa è rappresentata dal fianco dolcemente declive di una collina, che fa parte dello spartiacque dei due versanti del Lete e del Tenna. Sinora è il versante del Lete, che si è mostrato ricco di tombe: però credo che le tombe si continuano anche sul versante del Tenna e segnatamente sull’altopiano della collina, da cui appunto deriva l’accennata pietra con iscrizione sabellico-picena.
Questa località ha così un’estensione certamente di qualche chilometro di superficie.
Vediamo ora in che cosa consistono i resti, che nostra madre terra ha saputo conservarci, degli antenati vissuti prima del dominio romano. Incidentalmente ho detto che si tratta di una necropoli, ossia di un sepolcreto, simile a parecchi altri, che il fiorire moderno degli studi paletnologici ha potuto in Italia mettere allo scoperto e, fino a un certo punto, decifrare. Lo studio di queste necropoli e più precisamente degli oggetti, che si ritrovano insieme agli scheletri e che costituiscono ciò che si dice la loro suppellettile funebre, del rito di inumazione, ecc., ci fornisce elementi preziosi per giudicare dell’epoca, in cui vissero i sepolti e della loro civiltà. Era loro costume infatti – un costume veramente prezioso per appagare il desiderio di noi tardi nipoti di ricostruire di rivivere la loro epoca – di seppellire i loro morti, si direbbe, con quanto essi possedevano o avevano potuto acquistarsi in vita; quindi con tutti i loro ornamenti personali, con le loro armi, forse con le armi dei nemici vinti, coi loro utensili, colle loro stoviglie, ecc. prova questa d’immenso rispetto e venerazione per i morti – nonché forse di mancanza di ogni pretesa fondata sul diritto di eredità da parte dei figli.
Gli scheletri si trovano a una profondità talora abbastanza grande, di qualche metro. Giacciono quasi costantemente su un fianco (specialmente sinistro), per lo più nella posizione cosiddetta rannicchiata, ossia col dorso alquanto curvo sul ventre e le gambe attratte al corpo, come l’atteggiamento usuale di chi dorme (o anche del feto nell’interno dell’utero materno). Non si trovano tombe a incinerazione. La suppellettile funebre, che consiste in vasi di terracotta o di bronzo, si trova a raccolta ai piedi e al capo del morto; quella consistente in oggetti di armi o di ornamento personale, variamente disposta sopra lo scheletro, per lo più in corrispondenza del bacino.
Non avendo in animo di fare una descrizione dettagliata dei singoli oggetti, dirò solo sommariamente di alcuni di essi quanto mi pare possa interessare i lettori.
Tutti gli oggetti indistintamente dal punto di vista artistico ed etnico si possono dividere in due categorie, in una – che forma la grandissima maggioranza – entrano tutti i manufatti indigeni della popolazione Picena, nell’altra entrano gli oggetti importati da altri popoli più civili (greci). I primi si distinguono dai secondi specialmente per la monotonia dei motivi e la rozzezza dell’esecuzione.
Così insieme ai numerosissimi vasi di terracotta grossolani, privi di ogni ornamento, oppure con qualche tentativo di ornamento primitivo, se ne trovano altri molto più fini di bucchero, levigati e lucenti, di forma svariatissima, ma sempre elegante e di buon gusto. Se ne trovano persino – raramente però – di colorati.
Numerosissimi e svariati sono gli oggetti di ornamento personale, di bronzo, di ferro, di ambra, di pasta vitrea, che arredano specialmente le tombe femminili. Di questi meritano essere ricordate innanzitutto le collane (torques), quasi senza eccezione di bronzo, talora molto pesanti e di forma diversa. Un esemplare di importanza eccezionale è stato rinvenuto nei presenti scavi. In essa i comuni bottoni terminali ricurvi all’esterno sono sostituiti da due bellissimi cavalli-marini; inoltre due lati della parte anteriore della verga sono sormontati da due magnifiche figurine femminili simboliche (nike ?) alate, con le mani aperte sollevate all’altezza delle spalle, col sommo del petto ricolmo proiettandosi in avanti, e il capo, ornato di un elegante berretto a due falde, lievemente ricurvo all’indietro sulle spalle, su cui scende copiosa la chioma. Il corpo si continua informe arrotondato, senza cenno degli arti posteriori. Questi quattro pezzi artistici sono fissati sulla verga mediante chiodetti, e tanto la loro esecuzione perfetta, come la natura del bronzo, lasciano evidentemente riconoscere la diversità della loro provenienza da quella della verga della collana.
Molto numerosi sono anche i braccialetti, gli orecchini, gli anelli, le fibule (oggetto questo prezioso per stabilire la cronologia di tale necropoli, ma di cui non posso qui occuparmi ulteriormente), le catenine e la svariata e tipica classe dei pendagli, in alcuni dei quali si vuole riconoscere, oltre che il significato di ornamento, anche quello simbolico religioso di amuleti. Una specialità tipica Picena di questi pendagli è quella che reca il nome di doppi protomi di ariete o di bue. Si tratta di due teste, per lo più rozzamente abbozzate e stilisticamente rappresentate in bronzo, d’ariete o di bue, in cui sono però evidentissime le corna col paio anteriore delle zampe, accoppiate insieme pel dorso, da cui si solleva l’eminenza forata dell’attaccagnolo. Di dimensioni talora notevoli ne ricavano sul corpo qualche volta cinque, dieci e più esemplari.
Oggetti d’oro non si divennero mai, ad eccezione di due anelli rozzi trovati nei presenti scavi, i quali ci hanno fornito delle notizie più esatte e dettagliate su un’altra categoria non meno importante di oggetti: quella delle armi.
A giudicarlo dai resti sinora trovati, gli abitatori di Belmonte – come pare in genere tutti i Piceni di questo periodo – erano una popolazione eminentemente bellicosa e fornita di tutte le armi, che l’antichità greca e latina ci ha tramandato con documenti preistorici e storici.
Come armi di offesa troviamo lance, spade, coltellacci, spiedi di ferro, che in copia corredano le tombe degli uomini, come armi di difesa rinveniamo specialmente gli elmi, di cui oltre al tipo noto col nome di piceno, i recenti scavi hanno scoperto anche esemplari del puro tipo greco. Qualche tomba ne contiene più d’uno; ne ho vista una, in cui lo scheletro era accompagnato da un elmo piceno e da uno greco, il che dimostrerebbe, che non usavano seppellire il guerriero con le sole sue armi, che indossava, ma anche con altre.
Finalmente i recenti scavi hanno rivelato la presenza di un altro importante ordegno di guerra: la biga. Provenienti dall’Asia Minore, importata nella Grecia sin dai tempi della civiltà micenea, la troviamo ripetutamente ricordata da Omero. Consisteva in un carretto di dimensioni modeste, a due ruote basse, su cui poteva trovar posto un guerriero in piedi, trascinato da due cavalli.
Le bighe rinvenute nella nostra necropoli si trovano giacenti al di sopra dello scheletro, hanno le ruote (del diametro di 60-90 cm) cerchiate di ferro, con i tamburi dell’asse molto prominenti. Tutto il corredo della biga – non però i cavalli – era seppellito con essa: è così che costantemente vi si rinvengono i due morsi di bronzo o di ferro dei due cavalli. Generalmente si trova una sola biga per ciascuna tomba: fa eccezione sinora la prima tomba scoperta, come ho accennato, dalla frana, che ne conteneva almeno cinque. Ma anche gli altri oggetti di questa tomba sono di un’importanza veramente eccezionale. Oltre a due dischi di bronzo lavorati a sbalzo, (probabilmente facenti parte di una corazza), di un gambale pure di bronzo, dell’elmo, di vasi, ecc., meritano essere segnalati due pezzi simili di bronzo fuso, che probabilmente ornavano un vaso di lamina, oppure facevano parte del corredo dei due cavalli.
Sono diverse figure raccolte su un piano, di cui il motivo fondamentale è un guerriero con elmo greco, con accenno di indumenti soltanto attorno le anche, che con le due mani afferra sul sommo del capo la criniera di due cavalli, situati ai due lati. Dal loro groppone si snoda un serpe, che è afferrato dal becco d’un uccello rappresentato con le ali e la coda distese. Ai due lati superiori sono rappresentati due leoni con le fauci dilatate.
Manifestamente il motivo fondamentale si riferisce alla biga e al guerriero. L’esecuzione del pezzo artistico è ottima, e rivela la sua provenienza da artefici molto più fini, probabilmente greci, che non erano i piceni.
La rappresentazione del guerriero evoca il ricordo nettissimo dell’arte figurativa egiziana, che, come si sa, ignorava la prospettiva. È così che vediamo le gambe e i piedi del guerriero rappresentate di fianco, mentre il torace il capo di fronte.
La necropoli di Belmonte molto probabilmente appartenne una popolazione che vi seppellì i suoi morti per il periodo di parecchi secoli, che andrebbero dall’XI o X secolo al V o IV av. C risto. Di modo che gli oggetti provenienti da questo sepolcreto possono rispecchiare tanto una civiltà molto arcaica di mille anni avanti Cristo, come una molto più recente. V’ha di più: dalle nozioni, che ho potuto attingere sinora in merito, mi pare, che la parte della necropoli, che appartenne alla prima civiltà, si trovi nella regione più bassa e situata più ad ovest e della detta collina, mentre la più recente si avanza in alto sino al cacume.
I presenti scavi avvengono precisamente in una località pertinente a quest’ultimo periodo.
Del forte nucleo piceno, che, secondo le tradizioni storiche, sarebbe derivato dalla potente schiatta sabellica, dimorante nelle alture dell’Appennino abruzzese, guidato in una delle primavere sacre dal picchio, abbiamo quindi nella necropoli di Belmonte resti copiosi e interessanti. Nulla si sa ancora sull’abitazione di questo popolo: già dal suddetto emerge però manifestamente, che esso sentì almeno in parte l’influenza del mondo greco incomparabilmente più civile e più colto: soffio e germe di cultura troppo sproporzionatamente potente ed elevato per poter attecchire e vegetare in mezzo i rozzi Piceni che pur sapevano apprezzarne i sommi pregi. Esso si spense definitivamente dinanzi ai fieri colpi devastatori delle coorti romane, che tra il terzo il secondo secolo av. Cristo soggiogarono i Piceni, asservendoli per sempre al loro carro trionfatore.
Non sarebbe esatto però il ritenere che nulla sia sopravvissuto di questi antichissimi periodi di civiltà.
I miti coltivatori dei campi odierni, tardi nipoti di quella schiatta picena bellicosa, che, con poco rispetto, rovesciano le tombe dei forti antenati, ne conservano ancora qualche elemento.
Insieme non pochi resti del loro dialetto di origine greca e romana, forse il loro tipico carro, tratto dai tardi e pazienti buoi, è la continuazione della biga, volante sui campi di battaglia: mentre l’ultima forma di figura di ferro fa parte tuttora, come orecchini d’oro a tre bottoni, degli oggetti di ornamento femminile.
Silvestro Baglioni in “Picenum”, rivista marchigiana illustrata anno VII, 1910, n.1 pp.4-8.
< digitazione di Vesprini Albino>

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DIALETTOLOGIA etimi di vocaboli del dialetto dal greco e dal latino latino a Belmonte Piceno

PRO DIALETTOLOGIA PICENA – ALCUNE CONSIDERAZIONE ED UNA PROPOSTA AI LETTORI DELLA “RIVISTA MARCHIGIANA ILLUSTRATA”(Anno VI nn. 8-10 agosto-settembre 1909 p.332) -Baglioni prof. Silvestro –
C’è giunto questo interessante articolo-proposta dal prof. Silvestro Baglioni, dell’Università di Roma. Si armino i marchigiani studiosi di buona volontà, e rispondano animosi alla voce del dotto fisiologo invitante ad una ricerca piena di curiosità e di interesse.
“ Chi non ha avuto le ventura di nascere toscano o in seno ad una famiglia che parli il puro italiano fin dal primo giorno, in cui incomincia ad apprendere la lingua italiana, comincia a disprezzare, sia pure incoscientemente, la lingua dialettale, con cui ha balbettato le prime parole. Divenuti adulti e raggiunta una professione, le cui cure quotidiane assorbono per intero la nostra attività, raramente ci accade di volgere la nostra attenzione al dialetto del luogo, che ci vide nascere.
Nelle rare volte in cui ci capita incoscientemente di sentirci salire alle labbra una parola di questa provenienza “impura”, la si scarta, perché la si riconosce errata, sostituendola con la corrispondente toscana aurea. Ed è così che noi marchigiani istruiti, come tutti gli altri italiani non toscani, rinunciamo al nostro brutto dialetto dando la preferenza al toscano, contribuendo con questo – molto opportunamente – all’unità della bellissima lingua italiana.
Ciò non significa però – e sarebbe un illuso chi lo credesse – che di questo passo mano mano moltiplicando il numero delle scuole, e, in ragione inversa, cercando di far diminuire il numero degli analfabeti, insegnando la lingua italiana, un bel giorno finiremo, con l’estirpare l’uso del dialetto. Il dialetto marchigiano si parla ora – come si parlerà – dalla grandissima maggioranza dei nostri marchigiani per ragioni radicate molto più profondamente ed intimamente di quello che si creda a tutta prima. Certamente l’istruzione elementare, e più specialmente la diffusione della lettura (segnatamente dei giornali) diminuiranno il numero dei dialettali. Ma è anche certo che i nostri buoni “villici” per esempio continuano e continueranno a servirsi delle loro parole tradizionali per indicare, se non altro, sia i loro istrumenti di lavoro sia le loro bisogna giornaliere. Non mi propongo qui la questione se ciò sia un bene o un male, invece desidererei di volgere l’attenzione dei lettori ad un lato di studio moderno delle lingue dialettali, cercando di applicarlo al dialetto marchigiano.
Il linguaggio – facoltà specificamente propria dell’uomo – adempie al bisogno potentissimo dell’uomo odierno (e con questa parola mi riferisco sia l’uomo preistorico che quello storico) di esprimere i sentimenti e gli avvenimenti della propria vita fisica e psichica individuali, agli altri individui, sia per invocarne l’aiuto onde mitigare i propri dolori o soddisfare alle necessità momentanee sia per diffondere su essi la nostra gioia, e aumentarne così il godimento, sia infine per tramandare (unico strumento prima della scrittura) ai figli un’eredità del patrimonio intellettuale delle nozioni della vita pratica o dei tesori del regno della poesia e della fantasia.
“ La lingua (scrive: Ratzel nei suoi principii di Etnologia ) che viene portata dalla bocca mobile dell’uomo vivente e dall’anima di questo, e che è tanto prossima al punto di partenza dei fenomeni vitali, porta pur sono espresso con la maggiore chiarezza: il carattere della vita, e in particolar modo quel mutamento continuo e reciprocamente quella fissità che sono appunto il tratto essenziale della vita”.
Orbene è noto, che i fattori principali della conservazione dei caratteri dei viventi sono rappresentati dalla ereditarietà e dalle condizioni dell’ambiente. Per il linguaggio l’ereditarietà assume la duplice forma della predisposizione a servirci della lingua, di chi ci generò, che molto probabilmente insieme a molte altre tendenze portiamo innata venendo alla luce, e dell’educazione, che cominciamo a subire quasi subito dopo la nascita, quando chi ci contorna si sforza di farci ripetere le prime sillabe pà-pà.
Supponiamo – come il caso per i nostri villici – che le condizioni nell’ambiente, in cui si è andato foggiando questo istrumento del linguaggio, rimangano per parecchi secoli quasi immutate e aggiungiamoci la circostanza (che calza anch’essa per i nostri bravi marchigiani) di una buona dose innata di conservatorismo e allora comprendiamo perfettamente, come le parole del nostro dialetto attraverso i secoli si siano potute mantenere conservate, se non tali, quali, certamente molto simili a quelle usate dai nostri antichissimi Piceni, quali in parte essi possedevano come patrimonio autonomo, in parte però anche quali essi cogli usi e cogli arnesi delle arti e dei mestieri importarono da vari popoli più civili di loro e di cui subirono l’influenza.
Si comprende allora come lo studio del dialetto di un popolo, (dialettologia) confrontato con le lingue di altri popoli, può assurgere a un mezzo di indagine scientifica, che, nella stessa maniera come ad esempio la conoscenza della suppellettile delle tombe dei loro antenati più antichi, (paletnologia) può essere di prezioso contributo alla storia di un popolo.
E veniamo senza altri preamboli al dialetto marchigiano. Nella rapida rassegna che segue(e che non ha la pretesa d’essere uno studio, ma solo lo spunto da invogliare altri ad occuparsene di proposito) ho variato come materiale di esame alcune parole del dialetto fermano e più precisamente del dialetto parlato dai villici di Belmonte-Piceno (mio paesello natale), che ho potuto, senza molti sforzi, ricordare sia dalla mia infanzia sia da qualche breve soggiorno passato colà negli ultimi anni.
È bene premettere, che nell’antichità preistorica i piceni della regione, a cui mi riferisco, ossia limitrofa o prossima alla spiaggia dell’Adriatico, sono venuti a contatto specialmente con due popoli, che hanno lasciato in tutto il mondo larghissima traccia della loro civiltà, cioè col popolo greco e col popolo romano. Le tracce lasciate dal popolo greco si riconoscono tanto nella suppellettile mortuaria delle necropoli picene, quando anche per es. nel nome greco di molti luoghi e città (per es. Ancona, Offida, Cupra, Numana, Falerone) marchigiane.
Lo stesso si può dire del popolo romano, il quale, inoltre come è noto, fu a contatto coi piceni molto più lungamente dei greci.
Mi limiterò a riprodurre solo alcuni esempi di parole Belmonte si tramandate dai greci e dai romani, tralasciando per ora di riferire quelli di origine picena autonoma.
Ecco alcuni esempi di parole greche tuttora viventi nella bocca dei villici belmontesi:
B=belmontese \\\ G=greco \\\ Ti= toscano italiano
B: subbia;\ G: soubla\; Ti: lesina
B:cataràtta;\G: kataràktes (scende giù);\ Ti: bodola
B: brocca;\ G: brocke (innaffiamento);\ Ti: brocca
B: sira;\ G: siròs; \ Ti: vaso da conservare olio
B: fratta;\ G: fratto (chiuso con siepe);\ Ti: siepe
B: racare\| G: rakòo (lacero);\Ti: sensazione acre dolorosa di astringente (cipolla)
B: straccali;\ G: straggàle;\ T: bretella
B: cuturno;\ G: kotornos;\Ti: stivaloni
B: cucuma;\ G: koukoumion;\ TI: bricco
B: mmassare;\ G: masso;\ Ti: impastare
B: mattera;\ G: matto;\ Ti: madia
Molto più numerose sono naturalmente le parole di origine latina, di cui si è conservata anche talora in gran parte la pronunzia. Figurano soprattutto i vocaboli, che designano gli arnesi o le occupazioni agricole.
B: gumèra;\ G: vomer,eris;\ Ti: vomere
B: cutru;\ G: culter;\ Ti: coltello dell’aratro
B: saba;\ G: sapa;\ Ti: mosto cotto
B: nègne;\ G: ningit;\ Ti: nevica
B: juù;\ G: jugum;\ Ti: giogo
B: statèra;\ G: stadera;\ Ti: bilancia
B: tofe;\ G: tofus;\ Ti: zolla di terra
B: pistrì;\ G: pistrinum;\ Ti: molino da olio
B: jemmete;\ G: lines, it is;\ Ti: confine
B: cippu;\ G: cippus;\ Ti: tizzone, ceppo
B: rumare;\ G: da ruma;\ Ti: ruminare
B: cèsa;\ G: caedo, caesum;\ Ti: il tagliare legna
B: accetta;\ G: securis, is;\ Ti: scure
B: luma;\ G: lumen;\ Ti: lampada
B: gramaccia;\ G: gramen;\ Ti: gramigna
B: ripa;\ G: ripa;\ Ti: riva
B: runcittu;\ G: da runco;\ Ti: trincetto
B: persica;\ G: persicum;\ Ti: pesca
B: pula;\ G: pulois;\ Ti: polvere
B: ugrigiòri;\ G: rigor; rigeo; \ Ti: brivido febbrile
B: prèscia;\ G: presso, da premo; Ti: fretta
B: fiiaèllo;\ G: flagellum; Ti: sferza, strumento per battere il grano
B: cernere;\ G: cernere;\ Ti: crivellare
B: butirru;\ G: butyrrum;\ Ti: burro
B: serpillo;\ G: serpyllum;\ Ti: tinco
Lo ripeto, quanto ho scritto non ha la menoma pretesa di essere uno studio (tra cui mancherebbe la prima qualità quella di essere filologo di professione), bensì tende a dimostrare ai lettori marchigiani la grande importanza che ha un siffatto genere di osservazioni che, perciò, se è giustificabile il nostro disprezzo di persone erudite del dialetto marchigiano quale istrumento da servirsene come il linguaggio, è ingiusto invece il nostro disprezzo per esso considerato come oggetto di studio e strumento di ricerca, che invece può obbligarci a intendere il patrimonio linguistico del Piceno, e – magari – scoprire affinità e rapporti di altri popoli con esso. È inoltre – dopo tutto – un oggetto di studio che si può attuare praticamente in un modo molto facile da chi vive in mezzo ai nostri marchigiani. Chiunque- medico, farmacista, sacerdote, maestro – può raccogliere dalla viva voce dei dialettali (specialmente degli agricoltori, pescatori, ecc.) le parole, che non figurano nella lingua toscana, senza preoccuparsi della loro origine o affinità e trasmetterle (col loro significato puro e semplice, e con la loro pronuncia possibilmente esatta) alla direzione di questa Rivista.
Esse saranno poi, dopo essere elaborate, pubblicate in queste colonne col nome di chi le ha raccolte, cominciando così un vocabolario del nostro dialetto, e quando sarà compiuto contenendo gli elementi di studio più importanti del nostro dialetto, potrà essere d’aiuto a quello scienziato o a quegli scienziati italiani, che si accingeranno finalmente di proposito ad imitare i filologi stranieri compilando un atlante dialettologico italiano (1).
Non è però soltanto, per le ragioni su esposte, che la dialettologia picena assume importanza scientifica, ma anche perché essa forse può essere d’aiuto sia nell’interpretazione sia nella pronuncia di molte parole greco-latino o sabelliche, tuttora controverse. Dunque all’opera e presto ! <=studio di> Silvestro Baglioni
(1) Per chi ha interesse di sapere a che punto siamo in Italia in questo campo cfr: gli Atti della Società Italiana per il progresso delle Scienze ,1,2 e 3 vol. Sez. Glottologia e Filologia.

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BAGLIONI docente SILVESTRO studia i reperti archeologici di Belmonte Piceno

Estratto da uno studio di BAGLIONO SILVESTRO sulla NECROPOLI DI BELMONTE PICENO
Importanza e ricchezza di reperti.
Gli oggetti provenienti dagli scavi fatti, sotto la direzione di Innocenzo Dall’Osso, dal 1909 al 1912, nel territorio di Belmonte Piceno, costituiscono, senza dubbio, il corredo più cospicuo per ciò che riguarda abbondanza, varietà e importanza etnica, del Museo Archeologico Nazionale di Ancona. Mi sia permesso non tanto come nativo del paesello quanto per avere avuto la fortuna di essere stato il primo a segnalare l’esistenza e l’importanza della necropoli, di fare un breve cenno di essa, e della storia della sua scoperta. Nella prima memoria, pubblicata nel mese di aprile 1901 nella “Notizie degli scavi” (pag.227s), elencando e descrivendo gli oggetti che avevo potuto raccogliere da contadini che, coltivando il terreno, si imbattevano nelle tombe, dimostrai trattarsi di un’importante necropoli preromana. La località ricchissima di tombe distava dal centro abitato, in linea d’aria, circa un chilometro, rappresentata dal fianco dolcemente declive di una collina a sud-ovest e, secondo quanto allora mi pareva, abbracciava più di un chilometro quadrato di superficie. Dalle notizie attinte dagli occasionali scavatori e da uno scavo cui allora potetti assistere personalmente desunsi che gli scheletri posavano sul fianco (nel caso della tomba cui assistei, sul fianco sinistro con la faccia verso levante) con le ginocchia ripiegate: in terreno argilloso: alcuno alla profondità di qualche metro, altro a fior di terra, altro persino posto a nudo dall’acqua piovana: senza vestigia di cassa di legno o di altro, né alcun segno di riconoscimento esterno. Tutto ciò concordava con quanto era stato notato per simili necropoli Picene ad inumazione(Novilara, Numana, Monte Roberto, Offida).
Il cranio dello scheletro era dolicocefalo, con la fronte stretta, compressa ai due lati, mascella inferiore robusta, e pronunciata prominenza mentoniera, caratteri che lo avvicinano ai crani rinvenuti nella necropoli di Este, descritti dal Canestrini e dal Moscheni.
Oltre la predetta località, altri luoghi del territorio di Belmonte diedero in grande copia in diversi campi avanzi antichi che andarono sperduti, mercanteggiati dagli scavatori. Gli oggetti che avevo, in meno di un mese, potuti raccogliere ed osservare (nell’estate e nell’autunno del 1900), ammontavano a 220 esemplari, provenienti dal sole 10-12 tombe, che ora si conservano nella massima parte (principalmente quelli di terracotta e di bronzo) nella collezione del materiale preromano delle Marche, presso il Museo Preistorico di Roma.
Gli oggetti di bronzo costituivano la parte più importante e copiosa della raccolta, constando di collane o torques, di un numero veramente considerevole di fibule di vari tipi (ad arco semplice, a bottoni, ad uccellini, a sanguisuga, ad arco certosa, a navicella romboidale e semplice) e una di tipo nuovo ad arco laminale di grandi dimensioni, di cui avevo visto già altri esemplari della stessa necropoli, e che furono poi in seguito uguali rinvenute tardi. La particolarità di questa fibula è che la staffa è ulteriormente ornata da tre volute, simili, ma più piccole, all’arco della fibula. Erano inoltre armille, anelloni di bronzo caratteristici del Piceno inferiore (descritti già dall’Allevi e dal Paciaudi), anelli e catenelle. I pendagli ed amuleti si presentavano in numero straordinariamente grande e di forme svariatissime, di cui forse i più tipici, e che considerai come amuleti, sono i protomi accoppiati di bue e di ariete, parimente caratteristici del Piceno inferiore, e che non figurano nelle necropoli del Piceno superiore (Novilara); armi, costituite da lance, da daghe e altro. Le armi e in parte anche i braccialetti e pendagli si presentavano in numero minore (di forma simile a quelle di bronzo) anche di ferro, che però per la forte ossidazione subita non avevano forma riconoscibile.
Perline di pietra calcare o di smalto turchino, e in copia ancora maggiore oggetti d’ambra, per orecchini, o noccioli di fibule. Ne concludevo che l’abbondanza e la varietà degli oggetti dimostravano l’importanza della necropoli, augurando che successive ricerche eseguite con progetto metodico e scientifico di scavi, avessero potuto chiarire origine, ampiezza e epoca della medesima.
Azzardando alcune conclusioni sull’età della necropoli dal solo materiale raccolto, mi pareva che essa dovesse coincidere con gli ultimi periodi della Certosa: forse coeva colla necropoli di Offida descritta dall’Allevi, forse più recente di quella di Novilara, descritta dal Brizio. Ma ciò che mi sembrava più interessante e che risultava parimenti dai caratteri degli oggetti, era che la civiltà in questa regione del Piceno inferiore al sud del Chienti, si distinguesse da quella del Piceno superiore (Ancona, Macerata, Pesaro) al nord del Chienti; poiché pochi caratteri della suppellettile riunivano la necropoli di Belmonte e di Offida e di Cupra Marittima a quelli di Novilara e di Numana. Piuttosto bisognerebbe credere dalla comparazione con gli oggetti rinvenuti a Corropoli, che il Piceno inferiore si avvicini molto all’Abruzzo ulteriore (provincia di Teramo) formando con esso una regione ben definita per oggetti caratteristici (anelloni, protomi, torques, pendagli, ecc.), dalle altre italiche e che potrebbe portare il nome complessivo di Piceno inferiore. Non mancano accenni che vi siano stati punti di contatto anche con l’Abruzzo più basso, con Aufidena ad es., come faceva rilevare anche il Mariani.
Un cenno di altri oggetti pertinenti alla necropoli di Belmonte fu fatto dal Brizio nelle Notizie degli scavi, anno 1903, pag.88, descrivendo il caratteristico pettorale, che ornava il petto di uno scheletro di donna. Lo stesso Brizio nelle Notizie degli scavi dello stesso anno (pag. 101 a 105) descriveva diversi oggetti provenienti dalla necropoli di Belmonte che per mezzo mio aveva acquistato per il Museo civico di Bologna, dove ora si conservano, e rappresentanti la suppellettile di una o più tombe femminili.
Da due frammenti di pasta vitrea che rivestivano fibule del tipo Arnoaldi, il Brizio poteva dedurre l’età delle tombe di Belmonte, che, secondo lui, corrisponderebbe al periodo rappresentato nella regione felsinea dalle tombe tipo Villanova del predio Arnoaldi, vale a dire al VI secolo all’incirca a. C. Alla quale età, egli aggiungeva, ben convengono anche tanto le fibule di bronzo quando le armille che pure ricordano altre delle tombe Arnoaldi.
Nella stessa memoria il Brizio descriveva ed illustrava un monumento ancora più importante della necropoli di Belmonte, ossia una pietra sepolcrale con iscrizione picena, che ora si conserva nel Museo di Bologna e che io gli avevo segnalato. L’iscrizione è incisa sopra una grande pietra irregolare di metri 2,10 per metri 0,75, e 0,15 di spessore. Le lettere poco profonde occupano tre lunghe linee che vanno senza interruzione da sinistra a destra e viceversa (maniera bustrofedica).
Le tre linee, lunghe ciascuna in origine circa 1 metro, ben conservate però si presentano nel solo lato sinistro. Gli elementi costituenti l’epigrafe sono quelli stessi ben noti da altre iscrizioni simili (di Santomero, Cupramarittima e Castignano). Quantunque la lettura di molte parole sia abbastanza facile, diceva il Brizio, il loro significato rimane oscuro, tranne per la prima parola Apunis, nella quale dobbiamo probabilmente riconoscere il nome della persona, a cui fu posto il monumento, e che era della famiglia Aponia. Per la sua forma e la disposizione delle lettere la pietra si può confrontare con quella di Bellante.
Una mia seconda memoria sulla stessa necropoli pubblicai nel 1905 (Zeitschrift fur Ethnologie, 1905, pag. 257s), nella quale descrissi ed illustrai un’altra serie ancor più numerosa e più varia di oggetti, raccolti parimenti nello stesso modo dai contadini che ne scavavano le tombe. Tra questi oggetti figurano alcuni di bronzo, d’avorio e d’ambra artisticamente lavorati. Seguirono finalmente gli scavi governativi dell’autunno del 1909 promossi e diretti da Innocenzo Dall’Osso, occasionati, come almeno è affermato nella “Guida illustrata del Museo Nazionale di Ancona” (1915) dall’acquisto, fatto da un antiquario di Monte Giorgio, di oggetti provenienti dalla necropoli di Belmonte e in seguito a un servizio di vigilanza sul fondo coltivato dal colono Pietro Tofoni (località da me segnalata).
Gli scavi continuarono, com’è detto nella stessa guida per i tre anni successivi, dal luglio al ottobre, fruttando al Museo Nazionale di Ancona (come scrive il Dall’Osso nella sua Guida) la suppellettile di oltre 300 tombe, la maggior parte delle quali offrirono corredi ragguardevoli, giacché è un fatto innegabile che la necropoli di Belmonte, causa la sua importanza la sua estensione, restituì il maggior numero di corredi funebri, di gran lunga superiori per copia e ricchezza a quelli di tutte le altre necropoli Picene, non esclusa quella di Novilara. Tutto il prodotto degli scavi fu poi trasportato al Museo e distribuito in più il sale, tenendo conto della successione topografica dei diversi gruppi e non per serie cronologica, il che, se da un lato sarebbe riuscito più istruttivo, dall’altro non sarebbe stato possibile senza guastare gli aggruppamenti topografici, che pure hanno un grande interesse nel riguardo storico e archeologico, ed anche perché il materiale degli scavi non è entrato nel Museo in una sola volta, ma in più riprese e in tempi differenti. (Dall’Osso, Guida pag. 36-39).
Non è qui il caso di dare anche un rapidissimo ragguaglio del numero, dell’abbondanza, della forma e dell’importanza degli oggetti trovati nella necropoli di Belmonte; solo è da lamentare che ancora non siano stati opportunamente studiati ed illustrati, poiché, per quanto possa giudicarsi utile l’opera di esumazione e di gelosa conservazione di questi arcaici documenti della civiltà picena, essi non potranno mai parlare direttamente al grande pubblico, testimoniando i costumi nell’origine, la civiltà e la grandezza dei nostri antenati, se non per la voce e il pensiero di chi pazientemente e sapientemente li sappia interpretare, comparandoli con gli oggetti delle altre necropoli della stessa epoca e di epoche vicine.
Cogli scavi sinora fatti e condotti con tanto fervore dal Dall’Osso e dai suoi collaboratori non si può dire esaurita la necropoli di Belmonte: molte altre località ricche di tombe rimangono ancora da esplorare, e soprattutto è ancora meglio da identificare il luogo dove questa popolazione aveva la sua sede di abitato per poter chiarire i problemi più importanti cronologici della popolazione stessa. Come già è stato fatto per altre necropoli da insigni archeologi, è necessario eseguire scavi sistematici a trincea, onde saggiare l’estensione e le diverse fasi in cui avvennero le sepolture.
Molti problemi, alcuni veramente interessanti, sono connessi con questa necropoli. Innanzitutto il nome e l’origine della popolazione. Per Belmonte le notizie storiche più ampie sono medioevali come castello che dapprima, come tutti gli altri castelli, ebbero vita indipendente, per passare sotto il dominio di Fermo, il cui statuto del 1589 lo elencava tra castelli di 2° grado. Testimonianza precedente, una lapide murata nella chiesa rurale di Santa Maria in Muris ricordata dal De Minicis, è evidentemente appartenuta a un sepolcro romano. Nel territorio sono state trovate in varie epoche anche altre vestigia di tombe romane.
Ma la popolazione arcaica, e giudicarlo dagli oggetti sin oggi rinvenuti, vivente forse dal secolo IX al secolo III avanti Cristo, per il numero e per l’importanza, dové certamente avere una sede molto più grande dell’attuale castello.
Essa dovette essere certamente una florida e potente città composta da agricoltori e da guerrieri, amanti dello sfarzo, del lusso degli oggetti artistici, che sapeva apprezzare e quindi ricercare ornamenti preziosi del corpo e della casa; aveva una letteratura o per meglio dire possedeva l’arte della scrittura, molte professioni, quali quelle della fusione del bronzo, della manipolazione del ferro e di progredita ceramica. Di questa città picena ignoriamo il nome; non essendo ammissibile che l’attuale nome del castello, di etimologia strettamente italiana, potesse essere il nome dell’antica città.
Il Dall’Osso ha creduto di dover senz’altro identificare la popolazione della metropoli di Belmonte con quella di Falerio, basandosi sulla sua vicinanza. Questa ipotesi però per essere accettata deve subire una serie di gravi obiezioni: innanzitutto la distanza relativamente più grande di quella assunta dal Dall’Osso tra le due località; la loro ubicazione, l’una al di là e l’altra al di qua del fiume Tenna; ma soprattutto il fatto che Falerio è una città che di sé si sviluppò nell’epoca imperiale romana (colonia dedotta da Augusto dopo la battaglia di Azio: secondo Mommsen C.I.L. vol. IX, pag. 517), mentre la città della necropoli di Belmonte, secondo quanto risulta dagli scavi sinora fatti, la precedette almeno di due o tre secoli. Per risolvere la questione in senso favorevole a questa ipotesi bisognerebbe dimostrare che per l’antica città di Falerio (situata nel territorio dell’odierno Falerone) non esista la corrispondente necropoli Picena, e per quella di Belmonte non esista la continuazione romana.
Dai caratteri delle epigrafi delle pietre tombali sinora note, possiamo trarre un notevole indizio per risolvere l’altro problema capitale dell’origine e della civiltà di questo popolo. Il Brizio, descrivendo la pietra, dice non essere più giusto aggregarla alle cosiddette epigrafi sabelliche, ma dopo la scoperta di quelle simili da lui fatte a Novilara, si deve ascrivere a un gruppo ben distinto di pietre con iscrizioni picene. Gli elementi che la costituiscono, simili a quelle di S. Omero, Cupramarittima, e Castignano non escluso il segno diacritico formato da tre punti in linea verticale (quantunque la lettura di alcune parole sia abbastanza facile), non ne fanno intendere il pieno significato.
La forma delle lettere, da un sommario esame, risulta ben differente da quella delle iscrizioni umbre, come ad esempio, delle note tavole eugubine, ma ricorda piuttosto, come dice il Dall’Osso, i caratteri del greco arcaico specialmente per la forma del sigma (s) e del delta (d).
Non sarebbe lecito però dedurre senz’altro che la lingua fosse greca arcaica: poiché è ben noto che gli stessi segni alfabetici nell’antichità servirono per lingue diverse. Ma d’altro canto ciò ben dimostra in una forma innegabile l’affinità o perlomeno l’influenza che la civiltà contemporanea micenea e pre-micenea greca ebbe su questa popolazione; come azzardai dire in una breve nota pubblicata nel Picenum del 1910 (anno VII, fasc.I). Quest’influenza o questo rapporto si presenta ancora più evidente se si confrontano gli oggetti della ricca suppellettile delle tombe.
Certamente in moltissimi punti il chiaro ricordo di oggetti scavati in Grecia, nella Troade, nel Peloponneso per opera dei grandi archeologi moderni, che ci suscita direttamente anche un esame sommario del corredo di questa necropoli, ci dice come la civiltà era simile e in molti punti quasi identica.
Non mi sembra però giustificata la conclusione, tratta da questa innegabile somiglianza, che la popolazione di Belmonte o di altre necropoli Picene simili, abbiano avuto un’origine greca diretta, in forma di colonie provenienti dalla Grecia e immigrate come un popolo dominatore sugli indigeni preesistenti.
Si può pensare a diverse altre possibilità che spiegano in un modo più semplice e non meno probabile questa affinità:
a)- l’esistenza di popolazioni a civiltà simili provenienti da un gruppo primitivo, e che si svolgano contemporaneamente al di là delle sponde dell’Adriatico;
b)- il facile commercio dall’una all’altra sponda per mezzo della navigazione;
c)- l’affinità di carattere e di indole, che faceva apprezzare quindi acquistare dai Piceni gli oggetti provenienti dalle officine molto più progredite dell’altra sponda.
Comunque, rimettendo ai risultati degli studi ulteriori la soluzione di questi e di altri problemi, possiamo dedurre che il Piceno, nei secoli che precedettero la dominazione romana, era ricco di popolazioni a civiltà molto avanzata; ciò che lo stesso Plinio ci ricorda, iniziando la sua descrizione del Piceno: quinta regio Piceni est quondam uberrimae multitudinis. (la quinta regione è del Piceno un tempo di moltitudine abbondantissima).
Forse la conquista romana e prima ancora le lotte intestine tra le diverse città produssero forte decadenza, come del resto avvenne per le città della Grecia e dell’Asia minore.
Finalmente ancora un’osservazione, per un argomento spesso tratto in campo dagli archeologi, sull’origine e sulla parentela delle diverse popolazioni, si desume dal modo di seppellire i defunti. È noto che una differenza caratteristica tra diverse civiltà arcaiche è stata dedotta dal modo con cui seppellivano i loro morti, cioè dopo l’incinerazione (cremazione) oppure per inumazione.
Il rito dell’inumazione (si ammette) è caratteristico delle popolazioni neolitiche e di alcune civiltà più recenti, tra le quali anche della civiltà Picena, mentre il rito della cremazione sembra connesso con le civiltà della palafitte e delle terramare e delle loro derivazioni.
Tra le popolazioni che inumavano i loro morti, si è creduto di dover suddividere due grandi gruppi, quello che deponeva i morti distesi e quello che li riponeva rannicchiati. Io non credo che questa distinzione effettivamente corrispondesse a due civiltà diverse e quindi a popoli distinti, come se l’uno o l’altro modo indicasse il diverso concetto etico del popolo stesso.
Già il fatto che, quasi sempre nella stessa necropoli, i due modi di scheletri distesi o rannicchiati si trovano frammisti, (nella necropoli di Belmonte sulle 300 tombe scavate dal Dall’Osso l’80% compaiono rannicchiati), ci dice che i due modi non dipendessero da intenzioni dei parenti, a meno che, come crede il Dall’Osso, non si voglia ammettere (ciò che è inverosimile) che nella stessa popolazione esistessero due gruppi etnici nettamente separati, i quali d’altra parte però in nessun’altra forma appariscente della suppellettile, si manifestano tali.
Io credo piuttosto che il diverso modo di presentarsi degli scheletri sia dovuto al caso: il defunto, subito dopo la pompa funebre era deposto nella tomba nuda della terra, forse avvolto in un lenzuolo, oppure molto più probabilmente senza alcuna sindone, dopo però essere stato completamente rivestito dei suoi abiti migliori e adornato di tutti i suoi monili e gioielli, delle sue armi, dei trofei di vittoria rappresentati dalle spoglie e dalle armi dei nemici vinti, dando al corpo quell’atteggiamento naturale di chi riposa nel letto, e che il bambino ha nell’utero materno, ossia adagiato su un fianco, col capo, il tronco e gli arti posteriori dolcemente flessi.
Questa posizione naturale dava anche modo a poter meglio collocare i vasi e gli altri oggetti del corredo funebre. Ciò corrisponde a quel delicato sentimento di profonda intima pietas, che i nostri antenati sentivano, come nucleo fondamentale del loro culto per i trapassati, nel pensiero della sopravvivenza dell’anima, procacciando all’estinto la posizione del corpo che in questa vita è quella del sereno riposo, donandolo di tutte le sue ricchezze delle sue conquiste terrene, in una rinuncia e in una abnegazione di ereditarne le cose più rare, sentimento che, se onora questa popolazione antica, è d’altra parte quello che permette oggi di rievocarne, su queste sicure vestigia, l’alto grado di civiltà.
E noi rievochiamo oggi questa civiltà sia pure col freddo animo dell’osservatore e dello scienziato indagatore, non senza però quel devoto senso di rispetto e di orgoglio che si ha per tutte le reliquie più sacre, che ci parlano, attraverso i millenni, ancora della vita dei costumi e dell’anima di nostra grande stirpe.

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REPERTI ARCHEOLOGICI E CIVILTA’ A BELMONTE PICENO studio di BAGLIONI Silvestro

Estratto da uno studio di BAGLIONO SILVESTRO sulla NECROPOLI DI BELMONTE PICENO – Importanza e ricchezza di reperti.
Gli oggetti provenienti dagli scavi fatti, sotto la direzione di Innocenzo Dall’Osso, dal 1909 al 1912, nel territorio di Belmonte Piceno, costituiscono, senza dubbio, il corredo più cospicuo per ciò che riguarda abbondanza, varietà e importanza etnica, del Museo Archeologico Nazionale di Ancona. Mi sia permesso non tanto come nativo del paesello quanto per avere avuto la fortuna di essere stato il primo a segnalare l’esistenza e l’importanza della necropoli, di fare un breve cenno di essa, e della storia della sua scoperta. Nella prima memoria, pubblicata nel mese di aprile 1901 nella “Notizie degli scavi” (pag.227s), elencando e descrivendo gli oggetti che avevo potuto raccogliere da contadini che, coltivando il terreno, si imbattevano nelle tombe, dimostrai trattarsi di un’importante necropoli preromana. La località ricchissima di tombe distava dal centro abitato, in linea d’aria, circa un chilometro, rappresentata dal fianco dolcemente declive di una collina a sud-ovest e, secondo quanto allora mi pareva, abbracciava più di un chilometro quadrato di superficie. Dalle notizie attinte dagli occasionali scavatori e da uno scavo cui allora potetti assistere personalmente desunsi che gli scheletri posavano sul fianco (nel caso della tomba cui assistei, sul fianco sinistro con la faccia verso levante) con le ginocchia ripiegate: in terreno argilloso: alcuno alla profondità di qualche metro, altro a fior di terra, altro persino posto a nudo dall’acqua piovana: senza vestigia di cassa di legno o di altro, né alcun segno di riconoscimento esterno. Tutto ciò concordava con quanto era stato notato per simili necropoli Picene ad inumazione(Novilara, Numana, Monte Roberto, Offida).
Il cranio dello scheletro era dolicocefalo, con la fronte stretta, compressa ai due lati, mascella inferiore robusta, e pronunciata prominenza mentoniera, caratteri che lo avvicinano ai crani rinvenuti nella necropoli di Este, descritti dal Canestrini e dal Moscheni.
Oltre la predetta località, altri luoghi del territorio di Belmonte diedero in grande copia in diversi campi avanzi antichi che andarono sperduti, mercanteggiati dagli scavatori. Gli oggetti che avevo, in meno di un mese, potuti raccogliere ed osservare (nell’estate e nell’autunno del 1900), ammontavano a 220 esemplari, provenienti dal sole 10-12 tombe, che ora si conservano nella massima parte (principalmente quelli di terracotta e di bronzo) nella collezione del materiale preromano delle Marche, presso il Museo Preistorico di Roma.
Gli oggetti di bronzo costituivano la parte più importante e copiosa della raccolta, constando di collane o torques, di un numero veramente considerevole di fibule di vari tipi (ad arco semplice, a bottoni, ad uccellini, a sanguisuga, ad arco certosa, a navicella romboidale e semplice) e una di tipo nuovo ad arco laminale di grandi dimensioni, di cui avevo visto già altri esemplari della stessa necropoli, e che furono poi in seguito uguali rinvenute tardi. La particolarità di questa fibula è che la staffa è ulteriormente ornata da tre volute, simili, ma più piccole, all’arco della fibula. Erano inoltre armille, anelloni di bronzo caratteristici del Piceno inferiore (descritti già dall’Allevi e dal Paciaudi), anelli e catenelle. I pendagli ed amuleti si presentavano in numero straordinariamente grande e di forme svariatissime, di cui forse i più tipici, e che considerai come amuleti, sono i protomi accoppiati di bue e di ariete, parimente caratteristici del Piceno inferiore, e che non figurano nelle necropoli del Piceno superiore (Novilara); armi, costituite da lance, da daghe e altro. Le armi e in parte anche i braccialetti e pendagli si presentavano in numero minore (di forma simile a quelle di bronzo) anche di ferro, che però per la forte ossidazione subita non avevano forma riconoscibile.
Perline di pietra calcare o di smalto turchino, e in copia ancora maggiore oggetti d’ambra, per orecchini, o noccioli di fibule. Ne concludevo che l’abbondanza e la varietà degli oggetti dimostravano l’importanza della necropoli, augurando che successive ricerche eseguite con progetto metodico e scientifico di scavi, avessero potuto chiarire origine, ampiezza e epoca della medesima.
Azzardando alcune conclusioni sull’età della necropoli dal solo materiale raccolto, mi pareva che essa dovesse coincidere con gli ultimi periodi della Certosa: forse coeva colla necropoli di Offida descritta dall’Allevi, forse più recente di quella di Novilara, descritta dal Brizio. Ma ciò che mi sembrava più interessante e che risultava parimenti dai caratteri degli oggetti, era che la civiltà in questa regione del Piceno inferiore al sud del Chienti, si distinguesse da quella del Piceno superiore (Ancona, Macerata, Pesaro) al nord del Chienti; poiché pochi caratteri della suppellettile riunivano la necropoli di Belmonte e di Offida e di Cupra Marittima a quelli di Novilara e di Numana. Piuttosto bisognerebbe credere dalla comparazione con gli oggetti rinvenuti a Corropoli, che il Piceno inferiore si avvicini molto all’Abruzzo ulteriore (provincia di Teramo) formando con esso una regione ben definita per oggetti caratteristici (anelloni, protomi, torques, pendagli, ecc.), dalle altre italiche e che potrebbe portare il nome complessivo di Piceno inferiore. Non mancano accenni che vi siano stati punti di contatto anche con l’Abruzzo più basso, con Aufidena ad es., come faceva rilevare anche il Mariani.
Un cenno di altri oggetti pertinenti alla necropoli di Belmonte fu fatto dal Brizio nelle Notizie degli scavi, anno 1903, pag.88, descrivendo il caratteristico pettorale, che ornava il petto di uno scheletro di donna. Lo stesso Brizio nelle Notizie degli scavi dello stesso anno (pag. 101 a 105) descriveva diversi oggetti provenienti dalla necropoli di Belmonte che per mezzo mio aveva acquistato per il Museo civico di Bologna, dove ora si conservano, e rappresentanti la suppellettile di una o più tombe femminili.
Da due frammenti di pasta vitrea che rivestivano fibule del tipo Arnoaldi, il Brizio poteva dedurre l’età delle tombe di Belmonte, che, secondo lui, corrisponderebbe al periodo rappresentato nella regione felsinea dalle tombe tipo Villanova del predio Arnoaldi, vale a dire al VI secolo all’incirca a. C. Alla quale età, egli aggiungeva, ben convengono anche tanto le fibule di bronzo quando le armille che pure ricordano altre delle tombe Arnoaldi.
Nella stessa memoria il Brizio descriveva ed illustrava un monumento ancora più importante della necropoli di Belmonte, ossia una pietra sepolcrale con iscrizione picena, che ora si conserva nel Museo di Bologna e che io gli avevo segnalato. L’iscrizione è incisa sopra una grande pietra irregolare di metri 2,10 per metri 0,75, e 0,15 di spessore. Le lettere poco profonde occupano tre lunghe linee che vanno senza interruzione da sinistra a destra e viceversa (maniera bustrofedica).
Le tre linee, lunghe ciascuna in origine circa 1 metro, ben conservate però si presentano nel solo lato sinistro. Gli elementi costituenti l’epigrafe sono quelli stessi ben noti da altre iscrizioni simili (di Santomero, Cupramarittima e Castignano). Quantunque la lettura di molte parole sia abbastanza facile, diceva il Brizio, il loro significato rimane oscuro, tranne per la prima parola Apunis, nella quale dobbiamo probabilmente riconoscere il nome della persona, a cui fu posto il monumento, e che era della famiglia Aponia. Per la sua forma e la disposizione delle lettere la pietra si può confrontare con quella di Bellante.
Una mia seconda memoria sulla stessa necropoli pubblicai nel 1905 (Zeitschrift fur Ethnologie, 1905, pag. 257s), nella quale descrissi ed illustrai un’altra serie ancor più numerosa e più varia di oggetti, raccolti parimenti nello stesso modo dai contadini che ne scavavano le tombe. Tra questi oggetti figurano alcuni di bronzo, d’avorio e d’ambra artisticamente lavorati. Seguirono finalmente gli scavi governativi dell’autunno del 1909 promossi e diretti da Innocenzo Dall’Osso, occasionati, come almeno è affermato nella “Guida illustrata del Museo Nazionale di Ancona” (1915) dall’acquisto, fatto da un antiquario di Monte Giorgio, di oggetti provenienti dalla necropoli di Belmonte e in seguito a un servizio di vigilanza sul fondo coltivato dal colono Pietro Tofoni (località da me segnalata).
Gli scavi continuarono, com’è detto nella stessa guida per i tre anni successivi, dal luglio al ottobre, fruttando al Museo Nazionale di Ancona (come scrive il Dall’Osso nella sua Guida) la suppellettile di oltre 300 tombe, la maggior parte delle quali offrirono corredi ragguardevoli, giacché è un fatto innegabile che la necropoli di Belmonte, causa la sua importanza la sua estensione, restituì il maggior numero di corredi funebri, di gran lunga superiori per copia e ricchezza a quelli di tutte le altre necropoli Picene, non esclusa quella di Novilara. Tutto il prodotto degli scavi fu poi trasportato al Museo e distribuito in più il sale, tenendo conto della successione topografica dei diversi gruppi e non per serie cronologica, il che, se da un lato sarebbe riuscito più istruttivo, dall’altro non sarebbe stato possibile senza guastare gli aggruppamenti topografici, che pure hanno un grande interesse nel riguardo storico e archeologico, ed anche perché il materiale degli scavi non è entrato nel Museo in una sola volta, ma in più riprese e in tempi differenti. (Dall’Osso, Guida pag. 36-39).
Non è qui il caso di dare anche un rapidissimo ragguaglio del numero, dell’abbondanza, della forma e dell’importanza degli oggetti trovati nella necropoli di Belmonte; solo è da lamentare che ancora non siano stati opportunamente studiati ed illustrati, poiché, per quanto possa giudicarsi utile l’opera di esumazione e di gelosa conservazione di questi arcaici documenti della civiltà picena, essi non potranno mai parlare direttamente al grande pubblico, testimoniando i costumi nell’origine, la civiltà e la grandezza dei nostri antenati, se non per la voce e il pensiero di chi pazientemente e sapientemente li sappia interpretare, comparandoli con gli oggetti delle altre necropoli della stessa epoca e di epoche vicine.
Cogli scavi sinora fatti e condotti con tanto fervore dal Dall’Osso e dai suoi collaboratori non si può dire esaurita la necropoli di Belmonte: molte altre località ricche di tombe rimangono ancora da esplorare, e soprattutto è ancora meglio da identificare il luogo dove questa popolazione aveva la sua sede di abitato per poter chiarire i problemi più importanti cronologici della popolazione stessa. Come già è stato fatto per altre necropoli da insigni archeologi, è necessario eseguire scavi sistematici a trincea, onde saggiare l’estensione e le diverse fasi in cui avvennero le sepolture.
Molti problemi, alcuni veramente interessanti, sono connessi con questa necropoli. Innanzitutto il nome e l’origine della popolazione. Per Belmonte le notizie storiche più ampie sono medioevali come castello che dapprima, come tutti gli altri castelli, ebbero vita indipendente, per passare sotto il dominio di Fermo, il cui statuto del 1589 lo elencava tra castelli di 2° grado. Testimonianza precedente, una lapide murata nella chiesa rurale di Santa Maria in Muris ricordata dal De Minicis, è evidentemente appartenuta a un sepolcro romano. Nel territorio sono state trovate in varie epoche anche altre vestigia di tombe romane.
Ma la popolazione arcaica, e giudicarlo dagli oggetti sin oggi rinvenuti, vivente forse dal secolo IX al secolo III avanti Cristo, per il numero e per l’importanza, dové certamente avere una sede molto più grande dell’attuale castello.
Essa dovette essere certamente una florida e potente città composta da agricoltori e da guerrieri, amanti dello sfarzo, del lusso degli oggetti artistici, che sapeva apprezzare e quindi ricercare ornamenti preziosi del corpo e della casa; aveva una letteratura o per meglio dire possedeva l’arte della scrittura, molte professioni, quali quelle della fusione del bronzo, della manipolazione del ferro e di progredita ceramica. Di questa città picena ignoriamo il nome; non essendo ammissibile che l’attuale nome del castello, di etimologia strettamente italiana, potesse essere il nome dell’antica città.
Il Dall’Osso ha creduto di dover senz’altro identificare la popolazione della metropoli di Belmonte con quella di Falerio, basandosi sulla sua vicinanza. Questa ipotesi però per essere accettata deve subire una serie di gravi obiezioni: innanzitutto la distanza relativamente più grande di quella assunta dal Dall’Osso tra le due località; la loro ubicazione, l’una al di là e l’altra al di qua del fiume Tenna; ma soprattutto il fatto che Falerio è una città che di sé si sviluppò nell’epoca imperiale romana (colonia dedotta da Augusto dopo la battaglia di Azio: secondo Mommsen C.I.L. vol. IX, pag. 517), mentre la città della necropoli di Belmonte, secondo quanto risulta dagli scavi sinora fatti, la precedette almeno di due o tre secoli. Per risolvere la questione in senso favorevole a questa ipotesi bisognerebbe dimostrare che per l’antica città di Falerio (situata nel territorio dell’odierno Falerone) non esista la corrispondente necropoli Picena, e per quella di Belmonte non esista la continuazione romana.
Dai caratteri delle epigrafi delle pietre tombali sinora note, possiamo trarre un notevole indizio per risolvere l’altro problema capitale dell’origine e della civiltà di questo popolo. Il Brizio, descrivendo la pietra, dice non essere più giusto aggregarla alle cosiddette epigrafi sabelliche, ma dopo la scoperta di quelle simili da lui fatte a Novilara, si deve ascrivere a un gruppo ben distinto di pietre con iscrizioni picene. Gli elementi che la costituiscono, simili a quelle di S. Omero, Cupramarittima, e Castignano non escluso il segno diacritico formato da tre punti in linea verticale (quantunque la lettura di alcune parole sia abbastanza facile), non ne fanno intendere il pieno significato.
La forma delle lettere, da un sommario esame, risulta ben differente da quella delle iscrizioni umbre, come ad esempio, delle note tavole eugubine, ma ricorda piuttosto, come dice il Dall’Osso, i caratteri del greco arcaico specialmente per la forma del sigma (s) e del delta (d).
Non sarebbe lecito però dedurre senz’altro che la lingua fosse greca arcaica: poiché è ben noto che gli stessi segni alfabetici nell’antichità servirono per lingue diverse. Ma d’altro canto ciò ben dimostra in una forma innegabile l’affinità o perlomeno l’influenza che la civiltà contemporanea micenea e pre-micenea greca ebbe su questa popolazione; come azzardai dire in una breve nota pubblicata nel Picenum del 1910 (anno VII, fasc.I). Quest’influenza o questo rapporto si presenta ancora più evidente se si confrontano gli oggetti della ricca suppellettile delle tombe.
Certamente in moltissimi punti il chiaro ricordo di oggetti scavati in Grecia, nella Troade, nel Peloponneso per opera dei grandi archeologi moderni, che ci suscita direttamente anche un esame sommario del corredo di questa necropoli, ci dice come la civiltà era simile e in molti punti quasi identica.
Non mi sembra però giustificata la conclusione, tratta da questa innegabile somiglianza, che la popolazione di Belmonte o di altre necropoli Picene simili, abbiano avuto un’origine greca diretta, in forma di colonie provenienti dalla Grecia e immigrate come un popolo dominatore sugli indigeni preesistenti.
Si può pensare a diverse altre possibilità che spiegano in un modo più semplice e non meno probabile questa affinità:
a)- l’esistenza di popolazioni a civiltà simili provenienti da un gruppo primitivo, e che si svolgano contemporaneamente al di là delle sponde dell’Adriatico;
b)- il facile commercio dall’una all’altra sponda per mezzo della navigazione;
c)- l’affinità di carattere e di indole, che faceva apprezzare quindi acquistare dai Piceni gli oggetti provenienti dalle officine molto più progredite dell’altra sponda.
Comunque, rimettendo ai risultati degli studi ulteriori la soluzione di questi e di altri problemi, possiamo dedurre che il Piceno, nei secoli che precedettero la dominazione romana, era ricco di popolazioni a civiltà molto avanzata; ciò che lo stesso Plinio ci ricorda, iniziando la sua descrizione del Piceno: quinta regio Piceni est quondam uberrimae multitudinis. (la quinta regione è del Piceno un tempo di moltitudine abbondantissima).
Forse la conquista romana e prima ancora le lotte intestine tra le diverse città produssero forte decadenza, come del resto avvenne per le città della Grecia e dell’Asia minore.
Finalmente ancora un’osservazione, per un argomento spesso tratto in campo dagli archeologi, sull’origine e sulla parentela delle diverse popolazioni, si desume dal modo di seppellire i defunti. È noto che una differenza caratteristica tra diverse civiltà arcaiche è stata dedotta dal modo con cui seppellivano i loro morti, cioè dopo l’incinerazione (cremazione) oppure per inumazione.
Il rito dell’inumazione (si ammette) è caratteristico delle popolazioni neolitiche e di alcune civiltà più recenti, tra le quali anche della civiltà Picena, mentre il rito della cremazione sembra connesso con le civiltà della palafitte e delle terramare e delle loro derivazioni.
Tra le popolazioni che inumavano i loro morti, si è creduto di dover suddividere due grandi gruppi, quello che deponeva i morti distesi e quello che li riponeva rannicchiati. Io non credo che questa distinzione effettivamente corrispondesse a due civiltà diverse e quindi a popoli distinti, come se l’uno o l’altro modo indicasse il diverso concetto etico del popolo stesso.
Già il fatto che, quasi sempre nella stessa necropoli, i due modi di scheletri distesi o rannicchiati si trovano frammisti, (nella necropoli di Belmonte sulle 300 tombe scavate dal Dall’Osso l’80% compaiono rannicchiati), ci dice che i due modi non dipendessero da intenzioni dei parenti, a meno che, come crede il Dall’Osso, non si voglia ammettere (ciò che è inverosimile) che nella stessa popolazione esistessero due gruppi etnici nettamente separati, i quali d’altra parte però in nessun’altra forma appariscente della suppellettile, si manifestano tali.
Io credo piuttosto che il diverso modo di presentarsi degli scheletri sia dovuto al caso: il defunto, subito dopo la pompa funebre era deposto nella tomba nuda della terra, forse avvolto in un lenzuolo, oppure molto più probabilmente senza alcuna sindone, dopo però essere stato completamente rivestito dei suoi abiti migliori e adornato di tutti i suoi monili e gioielli, delle sue armi, dei trofei di vittoria rappresentati dalle spoglie e dalle armi dei nemici vinti, dando al corpo quell’atteggiamento naturale di chi riposa nel letto, e che il bambino ha nell’utero materno, ossia adagiato su un fianco, col capo, il tronco e gli arti posteriori dolcemente flessi.
Questa posizione naturale dava anche modo a poter meglio collocare i vasi e gli altri oggetti del corredo funebre. Ciò corrisponde a quel delicato sentimento di profonda intima pietas, che i nostri antenati sentivano, come nucleo fondamentale del loro culto per i trapassati, nel pensiero della sopravvivenza dell’anima, procacciando all’estinto la posizione del corpo che in questa vita è quella del sereno riposo, donandolo di tutte le sue ricchezze delle sue conquiste terrene, in una rinuncia e in una abnegazione di ereditarne le cose più rare, sentimento che, se onora questa popolazione antica, è d’altra parte quello che permette oggi di rievocarne, su queste sicure vestigia, l’alto grado di civiltà.
E noi rievochiamo oggi questa civiltà sia pure col freddo animo dell’osservatore e dello scienziato indagatore, non senza però quel devoto senso di rispetto e di orgoglio che si ha per tutte le reliquie più sacre, che ci parlano, attraverso i millenni, ancora della vita dei costumi e dell’anima di nostra grande stirpe.

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BAGLIONI professor Silvestro REPERTI PREROMANI A BELMONTE PICENO 1901 SCAVI

BELMONTE PICENO – OGGETTI PREROMANI RINVENUTI NEL TERRITORIO DEL COMUNE PRIMA DEL 1900 – Silvestro BAGLIONI –
“Notizie degli scavi comunicate alla Regia Accademia dei Lincei” di Roma Aprile 1901 pp.227-238 BELMONTE PICENO – Oggetti preromani rinvenuti nel territorio del Comune.
Belmonte Piceno è un piccolo Comune di milledugento abitanti, nel circondario di Fermo, prov. di Ascoli Piceno. Sorge sul dorso di una collina, che si eleva da un lato quasi a perpendicolo sul fiume Tenna, a Nord : è a 310 m. sul livello del mare e dista dalla riva dell’Adriatico di 25 km circa. Il suo territorio è tutto a colline e collinette, elevazioni ed ondulazione del suolo, senza un’ampia distesa di terreno in pianura. Tale conformazione naturale del paese si lascia subito riconoscere come conseguenza dell’erosione delle acque, che in fossati e fossatelli hanno scavato le piccole valli, venendo a confluire, da un lato, nel fiume Lete e dall’altro nel Tenna. Così che tutto il territorio si può considerare come un piccolo sistema di colline più o meno elevate, di costituzione geologica cretacea o sabbiosa, in parte anche argillosa.
La località, che si è mostrata ricchissima di antichità romane, dista dall’abitato, in linea retta, di un km circa, ed è rappresentata dal fianco dolcemente declive di una collina a sud-ovest dell’abitato: abbraccia più di un km. quadrato di superficie. In essa non fu possibile intraprendere sinora scavi regolari e continui: tutti gli scavi eseguiti furono fatti barbaramente dai rispettivi contadini, che coltivando il terreno si imbatterono in diversi scheletri umani. Da essi io ebbi gli oggetti, che formano il tema di queste notizie, e quei dati, che potevano interessare l’indagine scientifica. La località rappresenta indubbiamente un’antica necropoli, perché il materiale raccolto è stato rinvenuto costantemente insieme con ossa umane. Gli scheletri giacevano a più o meno rilevante profondità, in un terreno eminentemente argilloso; alcuno alla profondità di qualche metro, altro a fior di terra, altro persino posto a nudo dall’acqua piovana.
Ad uno scavo, cui potetti di assistere, mi convinsi, che lo scheletro posava sul fianco sinistro, con la faccia verso levante e con le ginocchia ripiegate. Gli scavatori mi assicurarono, che lo scheletro si presenta sempre in questo modo: e ciò concorda appieno con quanto sinora è stato notato per le necropoli picene ad inumazione (1).
Non si rinvennero vestigia di cassa di legno o di altro, né alcun segno di riconoscimento esterno della tomba. Il cranio dello scheletro suaccennato eminentemente dolicocefalo, con fronte stretta, compressa ai due lati, mascella inferiore robusta e pronunziata prominenza mentoniera. Questi ed altri caratteri anatomici lo riavvicinano molto ai crani rinvenuti nella necropoli di Este e descritti dal Canestrini e dal Moschen (2). La suppellettile funebre, che l’accompagnava, consistente tutta in oggetti di ferro, verrà più sotto indicata.
Oltre la predetta località, che veramente si può dire ricchissima di avanzi antichi, altri luoghi del territorio di Belmonte ne diedero in gran copia e in diversi tempi, ma andarono infruttuosamente perduti, mercanteggiati dagli scavatori.
Oggetti rinvenuti negli scavi.
1. Oggetti di terracotta. Variano moltissimo per la forma è per la qualità della pasta, e sembra che si trovino costantemente ai piedi dello scheletro. I più comuni sono d’argilla grossolana, malcotti, di spessore notevole, di qualche centimetro alla volte, con una frattura centrale nerastra e grigio-rossiccia esternamente. Per lo più sono di notevoli dimensioni, talvolta anzi addirittura giganteschi. Ho desunto questi caratteri solamente da una grande congerie di cocci, di cui alcuni sono ornati di cordoni. Devo peraltro notare, che mi è riuscito di avere due vasi interi e perfettamente conservati, di pasta più fine di quella dei precedenti, di colore grigio-biancastro, come se fossero stati rivestiti di una sostanza bianca. L’uno (fig. 1) ha forma di pentola senza manichi, con ampia bocca, ornato sul margine superiore con un cordone continuo al rilievo festonato o a zig-zag. E’ identico ad alcuni vasi della necropoli di Novilara (3). L’altro (fig. 2) è pure della forma di un pentolino, con piccola ansa da un lato, ornato nel margine superiore da tre tubercoli, che fanno croce col manico, e trova riscontro nella necropoli di Tolentino (4). A ciò è da aggiungere, che talvolta entro vasi maggiori, analoghi per la pasta ai precedenti, se ne trovano altri più piccoli della medesima pasta, in forma di larga tazza da caffè, senza manichi.
Insieme ai fittili rozzi grigio-rossastri non raramente se ne rinvengono di molto più fini e di esecuzione più perfetta, levigati e lucenti all’esterno, di colore nerissimo, alcuni dei quali del cosiddetto bucchero italico. La loro forma è svariatissima, ma sempre elegante e di buon gusto, quale quello di cui presento la figura (fig. 3). Un altro invece ha la forma di tazza cilindrica, con le pareti rientranti, a doppio manico, col fondo umbelicato e ornato alla periferia di larga striscia a zig-zag bianca, ottenuta per mezzo di colore o di lamina metallica.
Caratteristica, perché non trova riscontro in altri scavi piceni, è una scodella di terra figulina, ben cotta, senza manichi, ma con due fori da un lato per appenderla, decorata internamente ed esternamente con cerchi concentrici a linee a zig-zag di colore rosso. Rassomiglia ai noti vasi geometrici precorinzi.
Come già è noto per altri scavi di necropoli picene, anche in quella di Belmonte si rinvennero i cosiddetti rocchetti di terracotta. Misurano un’altezza di 9-10 cm di forma cilindro-conica, con l’estremità inferiore allargata. Nel mezzo della superficie dell’estremità superiore è praticato un foro, che per mezzo di breve condotto obliquo va ad uscire in altro foro nella periferia laterale, all’altezza del terzo superiore. Sembra che se ne trovino costantemente due in ogni fossa sepolcrale, ciascuno per ciascun lato del cranio.
Si rinvenne inoltre anche una fusaiola ottagonale di terracotta.
2. Oggetti di bronzo. – Costituiscono la parte più importante e più copiosa della raccolta. Nella maggior parte rappresentano oggetti di ornamento, e furono sempre rinvenuti o attorno al collo dello scheletro, o attorno le braccia, o sul tronco. Si distinguono nel modo seguente:
a) Torques. Sono in numero di otto, quindi relativamente molto più numerose, di quanto sia stato osservato in altre necropoli picene. Alcune sono conservate benissimo, ed anche nell’esecuzione e nella finezza del lavoro sembrano superare quelle che fin qui si conoscono. Talvolta sono esili, di un filo di bronzo attorcigliato;
altre, in numero di cinque, costano di un asse cilindrico, che va assottigliandosi dal mezzo agli estremi, e terminano in due pomi ripiegati all’esterno (fig. 4 b). Una delle attorcigliate ha i due capi che si agganciano (fig. 4 a). In un’altra si osserva, che i pomi terminali portano incisa rozzamente una testa umana; due semplici fori indicano gli occhi, un piccolo rilievo il naso e un’intaccatura orizzontale la bocca.
b) Fibule. Il numero loro è considerevole e sono di vari tipi, cioè:
fibule ad arco semplice (8). Non hanno nulla di notevole, se non che la staffa, come in generale in tutte le fibule, e molto allungata, profonda la doccia, in cui viene a fermarsi l’ago, e il piede della staffa porta un prolungamento a tubercolo, che non si continua sull’asse della staffa stessa, ma posto sul margine superiore si dirige all’indietro e all’insù. L’arco, in alcune, tende a passare dalla forma cilindrica a quella laminare appiattendosi dall’alto al basso.
Fibule a bottoni. Si presentano in numero prevalente e tutte con tre bottoni posti in un piano perpendicolare a quello dell’asse della fibula: la staffa è identica a quella degli esemplari precedenti; però in alcune, cioè nelle più ornate, la lamina superiore della staffa è coperta da linee parallele e oblique, il prolungamento del piede si dirige all’insù ed è anch’esso modificato ulteriormente per strozzature rilievi, che, in due delle migliori, gli danno la figura di un uccello. Le fibule a bottoni sono numerosissime nel Piceno, e sembrano caratteristiche di esso (9).
Fibule ad uccellini. Sono in tutto eguali alle precedenti notate, da cui si distinguono perché sull’arco portano, invece dei tre bottoni, tre piccoli rilievi, simili ad uccellini, posti l’uno dietro l’altro sul medesimo piano dell’arco fibulare.
Fibula a sanguisuga con tre uccellini.
Fibula ad arco Certosa. Piccolo esemplare e non del tutto ben definibile nei suoi caratteri.
Fibula a navicella semplice, di grandezza non comune, ornata esternamente di linee graffite parallele, oblique e di cerchietti concentrici.
Fibula ad arco laminare, rappresentata dalla fig. 5 e di un tipo, che non credo sia stato mai rinvenuto od illustrato. Misura di lunghezza complessiva 14,5 cm ma altre ne ho viste di maggiori dimensioni. Il dorso superiore dell’arco, come della staffa, è ornato di linee parallele oblique e perpendicolari, così da risultarne dei rombi. Il bottone terminale si prolunga in una voluta, che ha il dorso parimenti ornato di linee geometriche, il quale si ricurva sulla staffa; il punto di passaggio della staffa e della voluta terminale è rappresentato da un allargamento romboidale, che reca un forellino nel mezzo. Ed è su questo forellino che, mediante un chiodetto ribadito, si fissa un secondo pezzo di bronzo, che serve d’ornamento ulteriore alla staffa medesima. Una sbarra appiattita, con allargamento mediano recante un forellino, che viene a combaciare in quello della staffa, si ripiega ai due estremi ad angolo retto inferiormente in due prolungamenti, che venendosi a ripiegare all’insù formano due volute in tutto identiche a quella della staffa; così che realtà la fibula viene ad avere nel suo complesso tre volute come ornamento della staffa.
c) Armille. Cerchi, di diametro più o meno grande, da infilarsi nel braccio (o nel collo del piede); sono formati di un asse di bronzo a sezione cilindrica o prismatica, con gli estremi che si sovrappongono (fig.6 a). Un oggetto, che secondo ogni probabilità doveva servire come braccialetto, merita una particolare menzione (fig. 6 b). Era rappresentato da un cilindro cavo, curvato a cerchio completo, formato da due lamine sottili di bronzo incurvate e combacianti l’una sull’altra. Gli estremi di esse si sovrappongono senza saldatura. Nell’interno cavo di questo cilindro curvo e delle pareti delle lamine sorgono ancora piccoli chiodetti di bronzo, che servivano a fissare un anello di legno, il quale riempiva l’intera cavità del cilindro, rendendo più solido il braccialetto, che così riesciva di un cerchio di legno, ricoperto da due lamine di bronzo. Il legno è consunto, ma se ne ha il segno in alcune fibre legnose, che aderiscono ancora, in alcuni punti, alla lamina bronzea di rivestimento.
d) Anelloni di bronzo, caratteristici del Piceno inferiore, ove si sono rinvenuti sinora e in grande copia delle necropoli. Sono anelli di notevole diametro, muniti a regolari distanze di quattro o sei rigonfiamenti. Sull’uso loro si è tuttora incerti: alcuni li credono oggetti di ginnastica (Paciaudi), altri crotali od oggetti musicali (Tarquinio Coritano), altri fermagli di fascia (Allevi). A Belmonte abbondano, e nella raccolta da me formata ne esistono due interi, di cui uno con sei rigonfiamenti (fig. 6 c) e l’altro con quattro.
e) Anelli e catenelle. Nella necropoli di Belmonte sono comunissimi gli anelli. Certamente non tutti venivano portati nelle dita, e alcuni probabilmente usavansi come pendagli. Talvolta sono di lamina piatta, con gli estremi che vengono a toccarsi senza saldatura, altri sono di getto e con l’asse a sezione circolare, ellittica, poligonale, altri risultano di una spirale di filo di bronzo, piano-convessa, che in maggiore o minor numero di giri si avvolge su se stessa. A tali oggetti si aggiungono dei cerchi di diametro troppo grande per essere anelli, e troppo stretto per servire da braccialetti, (3 cm), formati da molti giri di una spirale di filo cilindrico di bronzo di notevole spessore, con gli estremi ingrossati e arrotondati a forma di piccolo pomo, diviso dal resto per un sottile circolo a rilievo.
Si rinvengono inoltre delle catenelle di lunghezza più o meno notevole, di cui alcune portano appesi ciondoli e pendagli di varia forma, che più sotto descriverò, altre invece hanno per ciondoli delle masse informi di ferro, più o meno sferiche, che per l’azione della terra umida ci sono profondamente ossidate e decomposte.
Queste catenelle sono molto simili a quelle di Aufidena descritte dal Mariani (7).
Risultano di anellini di fili di bronzo: i singoli membri della catena non constano mai di un unico cerchietto, bensì di due. E questi due anellini o sono indipendenti l’uno dall’altro, formati ciascuno da un cerchietto di filo di ferro con gli estremi che si toccano senza saldarsi, o non sono indipendenti, e allora rappresentano due giri di una spirale, con gli estremi tagliati a sghembo. Con quest’ultimo sistema si raggiunse una solidità maggiore della catenella, perché nel primo caso gli anelli facilmente possono aprirsi e andare perduti. Molto probabilmente il secondo modo di lavorazione è più recente del primo. In una medesima catena non si rinvengono mai insieme mescolati i membri di ambi i tipi.
f) Pendagli ed amuleti. I pendagli sono di quantità e di forma svariatissime. Una lamina sottile di bronzo, in forma di triangolo isoscele allungato, col forellino al vertice; un minuscolo cono col foro all’apice; una sfera prolungantesi in cono, diviso d’arresto con un’intaccatura, che corre tutto all’ingiro; un anello, di forma esagona all’esterno, con due brevi appendici, la superiore delle quali è forata; una sfera, che si prolunga ai due poli in due coni allungati, di cui l’uno, appiattito alla punta è forato. Più caratteristici sono i pendagli della fig. 7; se ne rinvengono moltissimi nei Piceno, e il museo preistorico di Roma ne possiede venti, tutti di Spinetoli (10). Appartengono ai pendagli alcuni piccoli tubi di forma conica, alquanto appiattiti da un lato. Sono formati da una sottile lamina di bronzo, i cui lembi vengono a toccarsi senza saldatura in una linea retta mediana. Venivano tenuti insieme appesi per un filo metallico, le cui tracce si notano ancora, passante per due fori dell’estremo superiore di ciascuno. Tra i pendagli va pure notata una anforetta alta centimetri 4,5, che riproduce il tipo dell’oinochoe trilobata, e fa riscontro ad altro oggetto simile conservato nel Museo preistorico di Roma, rinvenuto a Corropoli nell’Abruzzo Ulteriore I (11).
Come amuleti devono ritenersi delle protomi accoppiate di bue (fig. 8 a) e di ariete (fig.8 b), che sono parimenti caratteristiche del Piceno inferiore, già che per molti caratteri questa parte del Piceno si distingue da quello superiore (Novilara); mentre si ricollega direttamente all’Abruzzo Ulteriore. Delle protomi di ariete fa cenno l’Allevi nella sua Offida preistorica (l.c.), e nel Museo preistorico di Roma se ne hanno tre grandi esemplari provenienti da Montegiorgio (prov. Ascoli Piceno). Fra gli oggetti da me raccolti a Belmonte ve ne sono otto, di cui sei perfettamente conservati: provengono da due sole tombe. E per completare l’elenco di simili amuleti della necropoli di Belmonte ricorderò per ultimo due figure, con occhiello per appenderle, l’una di cane (fig. 9), l’altra di quadrupede, che non è possibile determinare (fig. 7 b).
g) Armi. Ad eccezione di una cuspide di lancia di bronzo e di una punta dello stesso metallo, forse di daga, le armi rinvenute sono di ferro e consistono in lame di spade e in punte di lance.
h) Bastone di comando (?). Chiamo con tal nome un oggetto consistente in quindici cilindri cavi, cui alcuni di forma piuttosto conica, di varia grandezza, formati da lamine di bronzo di diverso spessore, ripiegate su se stesse, di una lunghezza media di 4 cm, ripieni internamente di cilindri di legno con un’anima di ferro, che, prima che fosse profondamente ossidata e frammentata, passava dall’uno all’altro e serviva a tenerli uniti, formando così un bastone. Agli estremi di ogni cilindro si nota una massa informe di ferro ossidato di tanti anellini bianchi, apparentemente di materia calcare: si trattava probabilmente di una sottile catenina di ferro, che portava un gran numero di perline. Ciascuna catenina doveva ornare il punto di congiunzione dei vari cilindri di bronzo. L’oggetto intero pare misurarsi una lunghezza media di 60 cm. Fu trovato una fossa con ricco corredo di vasi, di quattro protomi di animali ricordate, di due lance di ferro e degli oggetti d’ambra, che ricorderò appresso (10).
3. Oggetti di ferro e di altra materia. – Oltre alle armi che, come ho detto, sono generalmente di ferro, dello stesso metallo gli scavi produssero un braccialetto, alcuni pendagli simili a quelli di bronzo, rappresentati dalla fig. 7 a, inoltre fibule, serpeggianti, puntali, ecc. tali oggetti, per la forte ossidazione, sono assai deformati.
A completare l’elenco di quanto raccolto nella necropoli di cui parlo, devo ricordare alcune perline di pietra calcare e di smalto turchino, notando che una di queste è inoltre decorata di due cerchietti concentrici ai tre poli, avendo la forma di trigono.
Ma più che tali perline, meritano di essere rammentati gli oggetti di ambra, cioè tre dischi per orecchini e sette noccioli che rivestivano l’arco di altrettante fibule di ferro. Due degli orecchini sono in forma di rotelle (fig.10), del diametro di cm. 4,5 dello spessore di cm.1, col margine tagliato all’angolo e depresse nella parte mediana, infilate per un foro centrale in un anello di bronzo (di cui si conserva un resto), che da un lato un reca una breve spirale attorcigliata all’asse del cerchio, per fissare evidentemente la rotellina. Si rinvennero ai due lati di un cranio umano. Il terzo orecchino, di forma analoga, ma più grande, fu rinvenuto sporadicamente.
Dal suesposto volendo trarre alcune conclusioni, mi sembra giusto poter affermare innanzitutto, che la copia e la varietà degli oggetti descritti parlano in favore dell’importanza della necropoli di Belmonte, tanto più che, come si è più volte notato, questi scavi avvennero casualmente.
Volendo poi determinare l’età della necropoli dal materiale raccolto, si potrebbe dire che essa coincida con gli ultimi periodi della Certosa: e se fosse coeva della necropoli di Offida descritta dall’Allevi e forse più recente di quella di Novilara descritta dal Brizio. Ma ciò che mi sembra più interessante, e che emerge parimenti dalla considerazione dei caratteri degli oggetti rinvenuti, è che la civiltà di questa regione del Piceno inferiore (proc. Ascoli Piceno), di qua dal Chienti, si distingue assolutamente da quella del Piceno superiore (prov. di Ancona, di Macerata, di Pesaro), di là dal Chienti: così che pochi caratteri, come abbiamo avuto occasione di accennare, riuniscono la necropoli di Belmonte o di Offida o di Cupramarittima a quella di Novilara e di Numana. Piuttosto bisognerebbe credere, dalla comparazione con gli oggetti rinvenuti a Corropoli, che il Piceno inferiore si riavvicini molto al vicino Abruzzo Ulteriore (prov. Teramo) e formi con esso una regione ben definita per oggetti preromani caratteristici (anelloni, protomi, torques, pendagli, ecc.) dalle altre italiche e che potrebbe portare il nome complessivo di Piceno Inferiore. Non mancano accenni, che vi siano stati punti di contatto e di vivo scambio anche con l’Abruzzo più basso, con Aufidena ad es., il che fa rilevare anche il Mariani nel suo libro citato.
Le successive ricerche, eseguite con un piano metodico e scientifico di scavi nella necropoli di Belmonte, dovrebbero precisamente, tra l’altro, cercare di stabilire questi fatti.
La maggior parte degli oggetti che ho descritto, principalmente quelli di terracotta e di bronzo, si conservano nel Museo preistorico di Roma per essere aggiunti al materiale preromano delle Marche.
Silvestro Baglioni
NOTE
(1) Cfr Brizio, Necropoli di Novilara; idem, Numana in Notizie1891; Chiappetti, Necropoli di Monteroberto in op. cit. 1880; Allevi, Offida preistorica, ecc.
(2) Ranke, L’uomo, vol.II, pag.582 e segg. Trad. ital., Torino, 1892.
(3) Brizio, pag.35, fig.20, tav.IX
(4) Gentiloni, Bull. di paletn., anno VI, fig. 6, tav.X
(5) Brizio, l.c.; Allevi, l.c.; Corropoli, Abruzzo Ulteriore I, Museo preistorico di Roma; Spinetoli, Prov. di Ascoli Piceno, ibidem.
(6) Allevi L.c.; Spinetoli, Prov. Ascoli Piceno, Museo pr. Di Roma; Paciaudi, Delle antichità di Ripatransone, Ripatransone, 1845. Tali anelloni, come anche le fibule a bottoni, erano già noti sino dal 1735, come caratteristici del Piceno; infatti nella 5^ dissertazione dei Saggi di dissertazioni accademiche di Cortona, Roma, 1735, Tarquinio Coritano parla di tali anelloni e fibule; essi figurano persino in una tavola annessa. Non vanno molto al di là del Piceno però, perche di Aufidena il Mariani non li ha trovati.
(7) L. Mariani, Aufidena, Roma, 1901.
(8) In questa classificazione si segue la terminologia data dal Marchesetti, Scavi nella necropoli di s. Lucia, Trieste, 1893.
(9) Sono identiche perfettamente a quella rappresentata nella fig. 118, tav. X dal Montelius, La Civilisation primitive en Italie, Stockholm, 1895. Dal Montelius tale fibula è data di provenienza sconosciuta dell’Italia meridionale.
(10) Figurano anche nelle raccolte provenienti da Cupramarittima, Corropoli e Montegiorgio.
(11) Il Truhelka (Hugelgraber und Ringwalle auf Grasinac. Wiss. Mitth, aus Bosnien und der Ercegovina, I Bd., Wien 1893) descrive come pendagli identici vasetti rinvenuti nell’Erzegovina.
(12) Alcuni bastoni analoghi al su descritto, formati però da una sola lamina di bronzo ravvolta su se stessa con un’anima di legno e ornati alle due estremità da anelli e pendagli etti, si rinvennero negli scavi di Este II periodo), Not. D. Scavi, 1882, pagg.22.

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