MONTE GIBERTO NELL’ARTE E NELLA STORIA DELLE CHIESE ANTICHE = STUDI DI GIUSEPPE SANTARELLI

SANTARELLI Giuseppe: LE CHIESE NEL TERRITORIO DI MONTE GIBERTO NEI SECOLI XIII-XVIII dagli Inventari e altri documenti
— DOCUMENTI E STUDI CHE SONO SEGNALATI NELLE CITAZIONI da G. Santarelli
Adami = ADAMI, F. De rebus in civitate Firmana gestis fragmentorum libri duo. Roma 1591
*A.S.A.F. = Archivio storico arcivescovile di Fermo
*Bonvicini = BONVICINI, P. La centuriazione augustea della Vallata del Tenna. Fermo 1978
*Conlationes registro = A.S.A.F.: registri mss. Armadio .I. palchetto B.
*Crocetti, Scoccia = CROCETTI, G. – SCOCCIA, F. Ponzano di Fermo. Storia ed arte. Fermo 1982
*Cronache Fermane = Cronache della città di Fermo; a cura di DE MINICIS, G. Firenze 1870
*Fabiani = FABIANI, G. Ascoli nel Quattrocento. Ascoli Piceno 1975 pag. 276
*Leopardi = LEOPARDI, M. Vita di Nicolò Bonafede vescovo di Chiusi. Pesaro 1832
*Liber = Edizione del Liber 1029; del Liber 1030, e del Liber 1031 (elenco numerico dell’Hubart): tre registri membranacei dei secc. XIII-XIV rilegati insieme nell’Archivio Storico comunale di Fermo secondo numerazione e titoli di M. Hubart: n. 1029 = Copia bullarum, privilegiorum et instrumentorum pertinent. ad civitatem et episcopatum Firmi facta in pergameno per ser Bartolomeum Petri notarium de anno Domini 1266 tempore et de mandato domini Lorentii Tepuli Firmi potestatis “; n. 1030 = “ Liber diversarum copiarum bullarum, privilegiorum et intrumentorum civitatis et episcopatus Firmi; n. 1031 = “Liber diversarum copiarum bullarum, privilegiorum et intrumentorum civitatis et episcopatus Firmi “. Sono editi con titolo “Liber Iurium dell’episcopato e della città di Fermo”; a cura di PACINI, D. vol 1° – AVARUCCI, G. vol 2° – PAOLI, U. vol. 3° con impaginazione sequenziale. Ancona 1996
*Mangani, Mariano = MANGANI, G. – MARIANO, F. il disegno del territorio. Storia della cartografia delle Marche. Ancona 1998
*Michetti = MICHETTI, G. S. Vittoria in Matenano. Fermo 1969
*Pacini Origini = PACINI, D. Sulle origini dei signori di Mogliano e di altre famiglie signorili marchigiane; in “ Studi Maceratesi” n. 22 Macerata 1989
*Pacini Pievi = PACINI, D. Le pievi dell’antica diocesi di Fermo; in: “Le pievi delle Marche” Studia Picena. Fano 1978
*Piergallina = PIERGALLINA, G. A. Storia di Grottazzolina. Assisi 1989
*Plebanato 1450 Inv. = A.S.A.F. Inventari del secolo XV. Cartella O, n. 1-5. Fascicolo Ponzano – S. Maria Mater Domini, inventario redatto da Bonanni nel 1450; edito in CROCETTI, SCOCCIA (vedi sopra) pp. 396ss
*Rationes Decimarum = Rationes Decimarum Italiae secc. XIII- XIV. Marchia; a cura di SELLA, P. Città del Vaticano 1950 con carta geografica annessa
*S. Antonio da Padova 1771 = A.S.A.F. Inventari del secolo XV: armadio .II. cartella O, n. 1-5 Montegiberto
*S. Giberto 1450 altare Inv. = A.S.A.F. Inventari del secolo XV: armadio .II. cartella O, n. 1-5 Montegiberto
*S. Giovanni di Casale 1450 = Inventari del secolo XV: armadio .II. cartella O, n. 1-5 Montegiberto
*S. Maria delle Grazie1765 = Inventari: secoli XVIIIs; cartella 28 Monte Giberto
*S. Michele 1450 Inv. = A.S.A.F. Inventari del secolo XV: armadio .II. cartella O, n. 1-5 Montegiberto
*S. Nicolò 1450 = A.S.A.F. Inventari del secolo XV: armadio .II. cartella O, n. 1-5 Montegiberto
*S. Nicolò 1727\1763\1771 = A.S.A.F. Inventari: secoli XVIIIs; cartella 28 Monte Giberto
*S. Pietro 1450 Inv. A.S.A.F. Inventari del secolo XV: armadio .II. cartella O, n. 1-5 Montegiberto
*Santarelli S. Casa = SANTARELLI, G. La santa Casa di Loreto. Ancona 1996 pp. 305s
*SS. Vergine di Loreto Inv. = A.S.A.F. Inventari: secc. XVIIIs; cartella 28
*Statuta Firmanorum = Statuta Firmanorum. Firmi 1507 ed altre edizioni successive

Alla fine del secolo XIII sono segnalate nel territorio di Monte Giberto un numero considerevole di chiese che, proporzionato alla sua estensione (kmq. 12,53), costituisce un fenomeno degno di attenzione. Essi sono utili anche a meglio definire i confini e i toponimi dello stesso territorio in quell’arco di tempo fino al sec. XVIII. I documenti principali per una ricognizione storico-toponomastica e topo-agiografica del genere sono:
1- Rationes Decimarum per le decime straordinarie degli anni 1290-1292, imposte da Nicolò IV, e dell’anno 1299, da Bonifacio VIII. Sia chiaro che l’elenco di queste decime non si può considerare completo perché non vi sono né chiese esenti, quelle povere quelle che rientravano nell’ambito dei monasteri immuni da esse. Si consideri inoltre che alcune chiese cambiarono la dedicazione.
2- Inventario con l’elenco delle chiese di pertinenza della pieve di S. Maria Mater Domini di Ponzano, compilato dal pievano Bonanni nel 1450 (= Plebanato).
3- Cinque inventari di altrettante chiese di proprietà diocesana nel Castello del territorio di Monte Giberto, redatti nel 1450 su ordine del vescovo card. Domenico Capranica: S. Pietro di Fano; S. Giberto; S. Michele; S. Giovanni di Casale; S. Nicolò e della pievania ponzanese S. Maria Mater Domini
4- Inventari degli anni 1728 (arciv. Alessandro Borgia), 1765 e 1771 (arciv. Urbano Paracciani).
5- Inventario della sacra immagine di s. Maria detta delle Grazie. 1765 ca.
Elenchiamo le chiese in ordine alfabetico: S. Andrea; S. Giovanni Battista; S. Giovanni di Casale; S. Giovanni di Faveto; S. Lucia; S. Margherita (divenuta poi Maria ss.ma); S. Martino di Lauriano; S. Martino di Poggio; S. Michele; S. Pietro di Fano; San Pietro di Valerano; S. Sepolcro (detta poi San Nicolò.
1- S. Andrea
Nel 1290-1292, secondo le Rationes Decimarum, la chiesa era retta dal cappellano, Fruttazio di Pietro, che versò la decima di 33 soldi (n. 7009).
Questa chiesa è menzionata tra i benefici diocesani spettanti alla pievania vescovile di S. Maria Mater Domini, alla quale, nel 1450, doveva versare 6 libbre, e si collocava così in una posizione di reddito medio-basso tra quelle di pertinenza della stessa pieve ponzanese, reddito compreso tra le 3 libbre di S. Prospero di Petritoli e le 16 libbre di S. Martino in Lauriano di Monte Giberto (Plebanato).
La titolazione di Sant’Andrea è nel contesto dell’influenza esercitata dal culto molto vivo verso il santo apostolo a Ravenna fin dal periodo di re Teodorico (454c-526) .
Non si hanno notizie esplicite sull’ubicazione di questa chiesa. Nell’inventario del 1771 si nomina una chiesa senza titolazione, detta semplicemente “della Pescara”, posta a nord-est – rispetto all’attuale chiesa della Madonna delle Grazie – in direzione del territorio di Ponzano. Ma l’agionimo compare in un inventario del 1450, relativo alla chiesa di San Pietro di Fano – situata nel territorio di Castellare, ossia dell’antico e distrutto Castello di S. Maria Mater Domini, presso l’omonima chiesa, ai confini con il territorio di Monte Giberto – compare anche un possedimento “posto nel detto territorio [del Castellare] nel vico di S. Andrea”. Vico è un insieme di case o borgo. È quanto mai verosimile che questo agionimo dell’intitolazione derivi da una non lontana chiesa di S. Andrea, la quale, nell’ipotesi, si deve identificare con quella in esame (Crocetti, Scoccia, 142s).
Per queste ragioni, sarei propenso a identificare la chiesa “della Pescara” dell’inventario del 1771 con l’antica chiesa medievale di S. Andrea e di ubicarla a nord-est dell’attuale santuario montegibertese della Madonna delle Grazie.
Nel 1450 la chiesa di S. Andrea era ancora officiata (Plebanato). Non conosciamo né la data della sua fondazione, né quella della sua scomparsa.
2- S. Giovanni Battista
Nel territorio di Monte Giberto, nel secolo XIII sono segnalate tre chiese con il titolo di S. Giovanni, ciascuna con un toponimo che la distingue dalle altre: S. Giovanni di Casale, S. Giovanni di Fageto (o Faveto) e S. Giovanni di Monte Giberto. Dato che la prima sorgeva nella Contrada, ancora esistente, di Campo Casale, ai confini con collina, e l’altra quasi sicuramente nell’esistente Colle San Giovanni, se ne deduce che la terza si deve identificare con l’attuale chiesa di San Giovanni Battista, costruita dentro il Castello. Le Rationes Decimarum danno alcuni documenti (nn. 6111; 6885; 7316; 6166; 7041).
La dedicazione al santo, precursore del Cristo, fu apprezzata dai Longobardi, i quali ne hanno promosso il culto. Si pensi a Teodolinda, regina dei Longobardi (+ 625) che nella diocesi di Milano volle due chiese dedicate a San Giovanni Battista.
La prima notizia di questa chiesa montegibertese sta nelle Rationes Decimarum, dove si legge che il cappellano don Guglielmo paga una prima volta 27 soldi e 6 denari, una seconda volta 18 soldi e 9 denari, e una terza volta 30 soldi (nn. 6111; 7316; 6168).
Nell’inventario di questa chiesa urbana di San Giovanni Battista, redatto nel 1728, prima della sua demolizione avvenuta intorno al 1770, si legge:” è volgare credenza che dalla demolizione di un’altra antica chiesa di campagna dedicata pure a San Giovanni Battista, ne sortisse il suo principio la presente”. La notizia di questa antica demolizione viene ripetuta nell’inventario successivo della stessa. Tuttavia, nel sec. XIII le Rationes Decimarum segnano come esistenti contemporaneamente le antiche chiese montegibertesi di San Giovanni.
È verosimile, come scrisse il Franchellucci nell’inventario del 1771, che le due chiese rurali di San Giovanni, come altre dello stesso territorio, alla loro scomparsa venissero aggregate e unite a questa chiesa parrocchiale di San Giovanni Battista, situata dentro il Castello. Lo stesso Franchellucci considera questa chiesa “la più antica nell’essere parrocchiale” a Monte Giberto. Ciò può essere avvalorato dal fatto che, secondo lo stesso inventario, nell’archivio della sagrestia, tra gli altri, figurava “un libro lungo dei battesimi principiato circa il 1370 è terminato nel 1628”.
La data del 1370 – se non si tratta di un errore di trascrizione da parte delle Franchellucci, come viene da sospettare (1570?) – starebbe a confermare una rimarchevole antichità della sede parrocchiale della chiesa di San Giovanni Battista. Il Franchellucci, poi, si prova a individuare alcuni indizi dell’antichità di questa chiesa e cioè: il numero di alcuni ‘curati’ della stessa, precedenti al 1572; l’originaria struttura dell’edificio che appariva “con poca uniformità ed affatto senz’ordine”; la data 1443 relativa alla fusione della campana; la tavola di Carlo Crivelli, eseguita, secondo le fonti, nel 1478; e le “pareti della chiesa dipinte sotto l’incrostatura […] ad uso antico”.
Per tutto questo, si può concludere che non si andrà lontano dal vero se si pensa questa chiesa coetanea al medesimo Castello.
Fin dal 1408 è segnalato in questa chiesa urbana un altare dedicato a Santo Giberto. Infatti, il 6 giugno di quell’anno, il giusperito Arcangelo di Foligno, vicario del vescovo di Fermo, Leonardo, dispensò il Pievano di Servigliano don Marino dal cumulo dei benefici, tra i quali compariva anche l’altare di “San Giberto nella chiesa di S. Giovanni a Monte Giberto” (Conlationes, 2,94). Dagli atti vescovili si ha che nel 1431 il rettore beneficiato di questa chiesa di S. Giovanni Battista era il canonico fermano don Cicco, figlio del signore Antonio (Conlationes, 3,67).
Dall’inventario del 1450 del Bonanni risultano due altari esistenti in questa chiesa e di pertinenza della pievania vescovile di S. Maria Mater Domini di Ponzano: quello menzionato di S. Giberto e quello di S. Antonio (Crocetti, Scoccia, p. 387). Un inventario specifico fu redatto in quel 1450 fu compilato per l’altare di San Giberto. Vi si legge, tra l’altro: “questo è l’inventario di tutte le cose mobili e stabili dell’altare di San Giberto posto nella chiesa di San Giovanni del castello di Monte Giberto”. Questo inventario segnala diversi beni in dotazione dell’altare di San Giberto, come alcune case nel Castello, orti e numerosi appezzamenti di terra lavorativa nel territorio montegibertese. Ciò sta a indicare l’importanza dell’altare dedicato a questo santo protettore, chiamato per il nome, ‘Pater patriae’, come si leggeva sotto la sua immagine dipinta nell’antica e distrutta chiesa (S. Giberto).
In un documento del 1573 si legge che il vicario del vescovo di Fermo (che era Felice Peretti, il futuro Papa Sisto V), provvede alla nomina del rettore dell’altare di S. Giberto, perché, nonostante che la collazione dell’altare spettasse al pievano di S. Maria Mater Domini, questi ne aveva perso il diritto per aver fatto trascorrere il tempo utile (Crocetti, Scoccia p. 63).
La chiesa di S. Giovanni Battista non dipendeva più dalla pievania ponzanese, segno che aveva una sua autonomia, la quale poteva derivargli forse anche dal fatto di essere un’antica parrocchia delle diocesi Fermana.
Si è detto che altre chiese rurali, alla loro scomparsa, mentennero il culto nella chiesa urbana dove furono dedicati altari e immagini ai loro antichi titolari, e in questo modo furono aggregate alla chiesa di San Giovanni Battista (S. Giovanni anno 1771).
E ciò rende particolarmente importante questa chiesa che ebbe nei secoli anche cospicui beni, come risulta dagli inventari delle proprietà del 1728, del 1765 e del 1771. Intorno al 1770 l’antico edificio urbano della chiesa di S. Giovanni Battista fu abbattuto e vi è stata costruito il nuovo, di elegante stile settecentesco con residui elementi barocchi. Ne offre una particolareggiata descrizione il citato inventario del 1771 che menziona l’altare maggiore e quattro altari laterali, due per lato: del Crocifisso o di S. Giberto, del Carmine, di S. Martino e dei Ss. Margherita e Antonio.
In questo inventario del 1771 tra l’altro si elencano le decime dovute alla parrocchia di San Giovanni Battista dai proprietari e agricoltori di vari poderi nel territorio montegibertese, da nord-est, a nord-ovest. L’elenco è utile per conoscere la toponomastica montegibertese quale risultava nella seconda metà del secolo XVIII e per l’individuazione degli antichi siti. Le decime di grano, mosto, lino si pagano alla ragione di uno su quaranta, per il grano un rubbio su quaranta; una soma di mosto su quaranta, e parimenti per il lino, in base ad un’antica consuetudine. I poderi coltivati che pagano le decime a questa parrocchia sono quelli del versante del fiume Ete, circoscritto dai seguenti confini: cominciando “ dalla Porta di Bora del castello si segue da essa per la strada che rettamente conduce alla chiesa della Madonna SS.ma delle Grazie, e da questa alla Pittura e si estende nel Chiuso Montriano. Dalla detta Pittura si segue poi per la strada, che sotto di essa immediatamente tende alla chiesa della Pescara, e da qui, seguendo sempre per strada tendente a Fonte d’Aspreccia, serve questa da termine divisorio, finché si giunga per altra strada (restando indietro a detta Fonte) al Fosso di Cagnola. Questo Fosso dal suo principio fino alla fine, e l’altro confine della detta strada fino al fiume Ete, secondo il suo antico letto, quale è dove trovasi al presente il Molino della Comunità. Quivi, oltrepassandosi il fiume, si trova per l’altro confine, questo che divide il territorio di Monte Giberto da quello di Grotta Azzolina, osservandosi anche al di là dal fiume la dirittura del Fosso di Cagnola. Ritornando poi di qua dal fiume, per circoscrivere detto territorio, serve il Fosso o Rivo di Monte Ottone, questo permette di giungere a quell’altro fosso che passa tra la selva di questa chiesa [S. Giovanni Battista], la possessione dei Frati Conventuali di Fermo in Contrada Cannepino. Dopo questo Fosso si torna alla strada che rettamente tende dove si dice la Pittura delle Porche, e qui, lasciandosi a diritto per venire al Castello, la possessione della venerabile Compagnia del SS. Sacramento, ci serviamo della strada di sotto di essa, fin che, sempre per detta strada, giungiamo alla porta medesima donde partimmo” (S. Giovanni a. 1771)
Inoltre in questo inventario si legge: “La suddetta chiesa parrocchiale di S. Giovanni Battista possiede le infrascritte pezze di terra nelle contrade e pertinenze seguenti: una pezza di terra in Contrada di Rivo di Valle detta colle S. Giovanni, di moggi 29, stari 7 e canne 7, arata e alberata, cerquata e sodiva, cannettata; presso: da capo la strada pubblica, da un lato la via pubblica ed in parte gli eredi del signor Benedetto Benedetti, dall’altro lato in parte la via vicinale, in parte i beni della ‘cura’ <=parrocchia> di S. Nicolò; da piedi i beni del signor Saverio Morici con casa parte antica della cura. Item, altra pezza di terra in Contrada di fiume l’Ete senza casa. Item, altra pezza di terra in Contrada delle Palombare, presso: da un lato il beneficio di S. Lucia, dall’altro lato il signor Domenico Luciani […]. Item, altra pezza di terra in Contrada Calenechia, presso i beni, da tre lati del signor Valerio Franchelucci, da piedi il fosso; arativo, sodivo e cerquetato […]. Item, altra pezza di terra in Contrada della Pittura delle Forche. Item, altra pezza di terra in Contrada San Martino a fosso di Rio di Valle […]. Item, altra pezza di terra con casa di nuovo fabbricataci dal presente rettore nel 1768 in Contrada del Rivo […]. Item, altra pezza di terra in Contrada delle Ripe di Bora. Item, altra pezza di terra con casa, vocabolo Monte S. Margherita presso da tre lati la strada pubblica […]. Item, altra pezza di terra con casa di nuovo riedificata, essendo caduto il vecchio atterrato nel 1769, in Contrada della Pescara presso da capo in parte gli eredi di Patrizio Ruggeri, in parte alla chiesa della Pescara ed in parte il beneficio di Santa Lucia; di sotto e di sopra, le strade pubbliche, da piedi le mura della chiesa della Pescara….”
. . .
Con la rifondazione poi della chiesa di S. Giovanni Battista, iniziata nel 1770 circa, che nelle pareti, “sotto l’incrostatura”, conservava alcuni dipinti eseguiti “ad uso antico”, andò in rovina un altro patrimonio pittorico tre-quattrocentesco. Più tardi è scomparso anche il trittico dipinto su tavola nel 1478 per la stessa chiesa da Carlo Crivelli.
Infine, si è smarrita ogni traccia di due tele segnalate nella chiesa di S. Giovanni di Casale dal rispettivo inventario del 1450. Una raffigurava la Madonna della Misericordia il Ss.mo Redentore. Con ogni probabilità si trattava di un dipinto della fattispecie di quelli dello stesso soggetto conservati in altre chiese delle Marche. [Ben noto il dipinto del santuario della Madonna della Misericordia presso il Duomo di Macerata].
Il perduto esemplare di Monte Giberto si caratterizzava per essere un dipinto su tela e non su tavola o su un muro a fresco, come era, nelle Marche, la grandissima parte delle raffigurazioni sacre del secolo XV di qualsiasi soggetto. L’altro dipinto disperso, su tela, raffigurava S. Giovanni, che dovrebbe identificarsi con il Battista, dato che la chiesa che lo costruiva era dedicata al santo precursore.
Questa arte figurativa meriterebbe sicuro interesse in ogni luogo
3- S. Giovanni di Casale
Questa chiesa è menzionata dalle Rationes Decimarum che ricordano anche il suo cappellano, don Andrea, il quale, per l’anno 1290, versò 20 soldi (n. 6166).
Dei registri delle Conlationes (Conl. 3,180) si apprende inoltre che le chiese rurali montegibertesi di S. Margherita e di S.Martino di Lauriano vengono incorporate alla chiesa di S. Giovanni di Casale, che a quel tempo era parrocchia. Il testo, redatto a Fermo, il 22 giugno 1445 nelle case della chiesa di San Bartolomeo, riferisce che il vicario generale della diocesi, su richiesta di don Marino di Cola da Montemonaco, rettore della chiesa curata di S. Giovanni di Casale, e di don Marino Rigutiis, pievano di S. Maria Mater Domini di Ponzano, esamina la proposta di unire e incorporare alla parrocchia di S. Giovanni le chiese rurali di S. Margherita e di S. Martino di Lauriano, site nel territorio comunale di Monte Giberto.
Queste due chiese rurali risultano vacanti dei rispettivi rettori e sono di collazione spettante al pievano di S. Maria Mater Domini, che ha competenza anche sulla chiesa di San Giovanni di Casale. Il capitolo dei canonici della cattedrale, in base alle norme, dà il suo consenso all’unione e incorporazione delle due chiese tramite don Stefano Petri e Antonio Marino, con specifico documento scritto da don Ludovico Vici, notaio capitolare. L’unione è destinata a migliorare il sostentamento del sacerdote e la cura delle anime, compreso uno “scolaro”. Il vicario generale fa redigere l’atto di consenso alla unione delle due chiese e vi fa porre il sigillo del cardinale fermano. Sono presenti, come testimoni, Nicola di Ser Antonio Giacobutio e don Lucarino d’Antonio, ambedue di Fermo.
La chiesa di San Giovanni di Casale è elencata al secondo posto tra quelle comprese nell’inventario del plebanato e soggette, per alcuni benefici ecclesiastici, alla pievania di S. Maria Mater Domini di Ponzano (Crocetti, Scoccia p.387).
Nel 1450 fu redatto un inventario proprio per essa, a cui era unita la chiesa di S. Margherita, sotto lo stesso rettore don Marino di Cola. E’ da ritenere che l’antica chiesa di S. Giovanni del castello di Casale sia stata ricostruita, dopo la sua scomparsa, dentro il Castello di Monte Giberto, e aggregata alla parrocchia ereditaria di S. Giovanni Battista secondo gli inventari del 1728 e del 1771. Il toponimo Campo Casale è tuttora individuabile in zona rurale.
Questa chiesa ha una notevole importanza storica perché configurata nell’insediamento curtense di Castello di Casale fin dal 1059, come luogo di culto pubblico ed era corredata di libri, di arredi sacri, di campana e disponeva di oratori sparsi nel territorio circostante. In base poi al suo inventario del 1450, aveva considerevoli beni mobili e immobili, ereditati sicuramente dal precedente plesso del Castello di Casale. Ci sono dei richiami: i due messali, uno piccolo e uno grande, i due antifonari (uno dei morti) e il breviario, inventariati nel 1450, potrebbero provenire dall’antica chiesa, dove il citato documento del 1059 segnala alcuni libri. Così pure, una delle due campane grandi (duas nolas magnas) censite dall’inventario del 1450 richiama quella ricordata dallo stesso documento del 1059.

4. S. Giovanni di Faveto (o Fageto)
Questa chiesa è nominata dalle Rationes Decimarum con il toponimo di Faveto, il riferimento, forse, a un luogo coltivato a fave. Nell’inventario del plebanato, si legge “Fageto”, che farebbe pensare piuttosto una piantagione di faggi. Non è escluso che si tratti di una trascrizione confusa (Crocetti Scoccia 387).
Nelle Rationes decimarum, il cappellano di questa chiesa nel 1290 si chiamava Landrisio e deve versare una decima di 6 soldi e 5 denari. La somma indica che trattarsi quindi di una chiesa povera, con un reddito assai modesto (n. 5726).
Anch’essa era di pertinenza, quanto ai beni ecclesiastici, della chiesa S. Maria Mater Domini di Ponzano, alla quale, secondo il rispettivo inventario del 1450, doveva versare 4 libbre. Anche in questo caso si trattava di un esiguo tributo, che conferma quanto detto sopra (Crocetti, Scoccia p. 387).
L’inventario del 1771 fa sapere anche che questa chiesa che si trovava in Contrada colle S. Giovanni, dopo la sua scomparsa, fu aggregata a quella urbana di S. Giovanni Battista di Monte Giberto.
I documenti citati non specificano se la titolazione della chiesa di Faveto faceva riferimento a San Giovanni Battista o a San Giovanni Evangelista. Comunque sia, risulta che entrambi avevano un culto vivo anche presso i Longobardi. Ci si trova di fronte a un culto che può risentire di molteplici influssi nell’area in esame: Romano, bizantino, ravennate, longobardo, franco e, più tardi, anche svevo.
5 – S. Lucia
Questa chiesa è segnalata, come le altre, dalle Rationes Decimarum, e, negli anni 1290-1292, era retta da un certo Don Bartolomeo, che non aveva la qualifica di cappellano. Versa la decima, in un’unica rata di 10 soldi, somma modestissima che fa pensare a un beneficio di esigua rendita (n. 7043).
Anche questa chiesa di S. Lucia figura anche tra quelle di pertinenza della pieve di S. Maria Mater Domini, alla quale nel 1450 doveva versare, secondo l’inventario del Bonanni, 5 libbre, 7 soldi e 6 denari(Crocetti, Scoccia 386 cfr Conlationes 3, 196).
Una chiesa rurale dedicata a S. Lucia esiste tuttora nel territorio di Monte Giberto e, con ogni probabilità, si tratta di un edificio ricostruito nella stessa contrada che conserva il nome di Contrada S. Lucia, a sud-ovest del centro, da cui dista poco più di un km.
Risulta che in seguito la chiesa fu annessa alla parrocchia di San Nicolò, come si evince dal relativo inventario del 1763. Vi si dice, fra l’altro, che nel 1728 questa chiesetta rurale fu rialzata e risanata nel tetto ad opera del Pievano di San Nicolò Pier Antonio Orsini, il quale la fece ornare con un nuovo quadro dipinto su tela raffigurante la Madonna con il bambino, Santa Lucia, San Michele Arcangelo e San Francesco di Paola (S. Nicolò 1763).
Per il culto entro il Castello è menzionato un altare di Santa Lucia nel sec. XV, il 1 luglio 1408 nella chiesa di San Nicolò. Il vicario generale Arcangelo, essendo vacante il beneficio di due altari di S. Antonio e di S. Lucia, conferma a don Pietro di Antonio la rettoria degli stessi altari per il potere che ne hanno la curia vescovile e il vescovo di Fermo. Il documento è datato dal Palazzo vescovile, vicino alla chiesa di S. Martino, al tempo del pontificato di Gregorio XII (Conlationes 2,97).
L’inventario ponzanese del Bonanni ricorda nel 1450, in Contrada “Lu Piano de medio” beni di proprietà dell’altare di S. Antonio e S. Lucia, che dovrebbe identificarsi con quelli esistenti nella chiesa di San Nicolò, sopra ricordati.
La chiesa è menzionata anche negli inventari delle chiese montegibertesi del 1450 quando vengono elencati i rispettivi possedimenti, e in quello del 1771 nel riferimento ai terreni appartenenti alla chiesa di S. Giovanni Battista di Monte Giberto, risulta che alcuni confinavano con il beneficio di S. Lucia.
L’edificio attuale, di piccole dimensioni e di umile struttura, è tuttora aperto al culto.
Si può notare, a conclusione, che la dedicazione delle chiese a S. Lucia nel medioevo può considerarsi di influenza prevalentemente romana.
6- S. Margherita
E’ elencata nelle Rationes Decimarum, le quali però non dicono se essa si trovasse o no nel territorio di Monte Giberto, giacché si limitano a segnalare solo il chierico don Guglielmo, che versa un’unica rata di 12 denari. Si tratta comunque, senza alcun dubbio, della chiesa omonima situata un tempo nel territorio montegibertese (n. 6278). Infatti, da un documento del 3 agosto 1406, redatto Fermo, si apprende che don Matteo Vannitti era titolare di tre chiese senza cura d’anime, tra le quali figura questa di S. Margherita in Monte Giberto (Conlationes 2, 13).
In un altro documento dell’11 febbraio 1434 dello stesso Archivio arcivescovile di Fermo si fa menzione della “chiesa di Santa Margherita di Monte Giberto”, dipendente dalla pievania di S. Maria Mater Domini di Ponzano. Vi si legge che l’amministratore apostolico della diocesi di Fermo, don Bartolomeo, concedere al rettore la chiesa di S. Margherita di Monte Giberto, senza cura d’anime, e lo dispensa dal cumulo dei benefici per reddito esiguo. Gli conferma altresì la rettoria o cappellania, conferitagli dal pievano ponzanese (Conlationes 1, 322).
Santa Margherita di Monte Giberto viene segnalata anche dall’inventario del 1450, relativo alla pievania di S. Maria Mater Domini da cui dipendeva, a cui versava 4 libbre e 5 soldi (Crocetti, Scoccia 387).
Topograficamente più puntuale è l’inventario del 1450 specifico della chiesa di S. Giovanni di Casale, ricostruita dentro le mura di Monte Giberto, alla quale la chiesa di S. Margherita era unita fin dal 22 giugno 1445 nello stesso rettore don Marino di Cola. Vi si legge che la chiesa in esame si trovava “all’esterno del castello” cioè fuori del castello di Monte Giberto.
L’inventario del 1771 ci fa sapere che la titolare si deve identificare con S. Margherita vergine martire di Antiochia, morta probabilmente nell’ultimo venticinquennio del III secolo e oggetto di diffusissimo culto in Oriente e in Occidente fin dal secolo VII (20 luglio).
Considerando l’esiguità della decima versata dal chierico don Guglielmo nel 1290-1292 e la dispensa, concessa nel 1434 al rettore da parte dell’amministratore apostolico per reddito ridotto, si deve dedurre che la Chiesa doveva essere di modeste dimensioni. Nel 1290-1292 il custode non era neppure sacerdote e non aveva quindi il titolo di cappellano. Non molto diversa deve essere la sua situazione 1450, stando all’esiguo tributo versato al pievano di Ponzano.
Eppure questa chiesina ebbe in seguito una notevole importanza perché il suo luogo servì al culto locale della Madonna delle Grazie. Era situata dove sorge ora il noto santuario mariano, a est del Castello, dalla cui piazza dista circa 200 metri. Lo veniamo a sapere in modo esplicito dall’inventario del 1771, il quale dice anche che essa fu aggregata, in data imprecisata, alla chiesa di S. Giovanni Battista. Vi si legge infatti: “certo altresì è della chiesa di S. Margherita situata alle falde del monte così denominato, e precisamente nel sito ove oggi si trova fabbricata la chiesa di S. Maria Santissima delle Grazie, di che altra testimonianza ne facevano le pitture istesse che nella parte posteriore nel maggiore altare si vedevano prima che detta chiesa fosse in questi ultimi anni riformata”.
Questa nota archivistica fa intendere che l’antica chiesa di S. Margherita fu praticamente trasformata in santuario mariano. Lo attesta anche un manoscritto dell’archivio storico arcivescovile di Fermo, intitolato: “Della sacra immagine di S. Maria delle Grazie, compilato nella seconda metà del secolo XVIII” (S. Maria).
L’anonimo autore della memoria riferisce che, secondo “una continua non intermessa tradizione”, un pastore avrebbe trovato nella Contrada, “volgarmente allora chiamata La Marzese”, una statua della Madonna, scolpita su marmo bianco, tuttora esistente giudicata, da alcuni esperti, come opera di arte pisana del secolo XIV. Il simulacro, alto solo cm 54, fu posto “in una piccola icone detta di S. Margherita presso il Castello, ma per tre volte sarebbe tornato prodigiosamente al luogo di prima.
L’autore avanza un’ipotesi: “non doveva essere di più di un cappelloncino lavorato alla gotica et ornato di pitture varie dei santi ed altri rabeschi al gusto di quelli secoli e soltanto capace di un altare mediocre e difeso innanzi con soli cancelli di legno”. Scrive anche che la costruzione era “posta in pertinenza del Rev.mo Capitolo di S. Giovanni Laterano di Roma”. Questa precisazione ci suggerisce un richiamo a S. Maria della Petrella, in comune di Ripatransone, anch’essa costruita a mo’ di “cappelloncino lavorato alla gotica et ornato di pitture” e anch’esso di “pertinenza” del Capitolo di S. Giovanni in Laterano. Lo stemma lateranense fu messo sopra al portale del santuario mariano.
7 – S. Martino di Monte Giberto o di “Lauriano”
Questa chiesa è menzionata con l’appellativo di “S. Martino” di Monte Giberto nelle Rationes Decimarum, le quali informano che il suo proposto don Simone nel 1290-1292 paga in una prima rata 20 soldi e, in una seconda rata, tramite un certo Saladino, suo “nunzio”, 22 soldi e 9 denari (n. 6115).
Nell’inventario della pieve di Ponzano questa chiesa figura, nel 1450, con il toponimo diverso: chiesa di San Martino de Lauriano. Doveva pagare al pievano di S. Maria Mater Domini 16 libbre e 15 soldi (Plebanato). La chiesa è menzionata con lo stesso appellativo di Lauriano anche nell’inventario del 1450 relativo alla chiesa di S. Giovanni di Casale, alla quale era unita per privilegio fin dal 22 giugno 1445, secondo il Registro delle Conlationes (3, 180).
Era nel territorio di Monte Giberto. Infatti, in tutte le pertinenze della stessa pievania ponzanese esistevano due sole chiese dedicate a San Martino e tutt’e due nell’attuale comune di Monte Giberto: questa in parola, esplicitamente detta de Montegiberto dalla Rationes Decimarum, e quella del Castello del Podio.
Nell’inventario del 1771, tra le antiche chiese rurali scomparse e aggregate alla chiesa di S. Giovanni Battista, è citata anche la chiesa di S. Martino che, con ogni probabilità, deve identificarsi con quella in esame. Vi si legge: ”Né può dubitarsi della chiesa di S. Martino che era nella Contrada di tal denominazione” (S. Giovanni 1771). L’inventario elenca successivamente nella stessa chiesa un altare dedicato a S. Martino (vescovo di Tours) e a S. Margherita (vergine e martire) corredato di un quadro recante le loro immagini. E cita un’altra volta la Contrada S. Martino quando, elencando la serie dei terreni posseduti dalla chiesa di S. Giovanni Battista, menziona anche “una pezza di terra in Contrada S. Martino, al fosso di Rio Valle”. Ancora oggi esiste nella stessa zona una Contrada S. Martino, la quale, della strada provinciale che porta a Monte Ottone, si estende sul colle e lungo la strada provinciale che scende verso il Rio e l’Ete Vivo.
La chiesa di S. Martino di Monte Giberto, stando alle decime versate la Santa Sede nel 1290-1292, in due rate, come già detto, doveva avere maggiori consistenza rispetto alle altre chiese rurali dello stesso territorio.
Il Crocetti e lo Scoccia avanzano (p. 65) la suggestiva ipotesi secondo cui il toponimo Lauriano, presente nei due citati inventari del 1450, possa far pensare che nel territorio di Monte Giberto un tempo fosse esistita una “laura”, organizzazione monastica bizantina caratterizzata da un certo numero di stanzettine separate da anacoreti, aventi però una chiesa è in comune” Lo suggerirebbe anche il titolo di “preposito”, dato al sacerdote custode di questa Chiesa.
L’ipotesi va presa in considerazione tanto per il toponimo Lauriano, quanto per il titolo di “preposito”, il quale, di per sé, è proprio del priore claustrale di un’abbazia benedettina o, comunque, monastica, e, in senso più generico, può riferirsi anche a un superiore di una comunità conventuale, nonché, successivamente, a un sacerdote che presiede un capitolo di cattedrale o una parrocchia.
Don Simone potrebbe aver ereditato il titolo di “preposito” della chiesa montegibertese proprio da una precedente sede monastica, ivi situata, e la chiesa di San Martino potrebbe aver assunto l’appellativo di Lauriano dall’esistenza di un’antica “laura” nel luogo. Si tenga presente che fra tutti i sacerdoti menzionati dalle Rationes Decimarum, quali custodi delle chiese montegibertesi, solo don Simone ha il titolo di “preposito”.
8 – S. Martino del Podio
Questa chiesa è stata ricordata con il Castello chiamato Podio. E’ elencata nelle Rationes Decimarum, dove il cappellano don Marco nel 1290 versa in un’unica rata 21 soldi, mentre nel 1299 chiede l’esenzione, giurando di avere una rendita di sole 25 libbre e 20 soldi. Probabile indizio che già quell’antico Castello del Podio, alla fine del secolo XIII era nella fase di decadenza (n. 5849 e 7485).
La chiesa compare anche nell’inventario del 1450 quale tributaria della pievania di S. Maria Mater Domini, la quale doveva pagare 10 libbre (Plebanato).
Podio (poggio) è un toponimo che ricorre più volte nelle Rationes Decimarum: S. Nicolò del Podio (n. 7490), San Donato del Podio (n. 6048), S. Lucia del Podio (n. 6090), S. Pietro de Podio (nn. 6141, 6811, 7030, 7305). Tutte e quattro le chiese hanno il medesimo riferimento toponimico che ha la chiesa di S. Martino del Podio, esistente con certezza nell’omonimo Castello collinare, sito, come si è detto, entro i confini dell’attuale territorio comunale di Monte Giberto.
Nel Fermano, in antico, esistevano altri centri con il toponimo di Podium, sempre seguito però dal nome proprio: Podium Rainaldi, tra Monturano e Torre San Patrizio, Podium S. Juliani, l’attuale Macerata, appartenente in origine al vescovo di Fermo, e Podium S. Lucie, a Mogliano. Questo di Monte Giberto, invece, è sempre segnalato come Castrum de Podio o semplicemente de Podio, senz’altra specificazione.
Non deve sorprendere il fatto che nel piccolo territorio di Monte Giberto esistessero due chiese dedicati a San Martino, perché questo santo godeva diffusissimo culto, promosso dai Franchi e, dai Longobardi. Era considerato, infatti, il “martello degli eretici” contro l’arianesimo, al quale avevano aderito i popoli germanici prima che si convertissero al cattolicesimo.
9 – S. Michele
Anche questa chiesa rurale è censita dalle Rationes Decimarum, nei quali si legge che il cappellano don Alessandro nel 1290 versa solo 14 soldi, mentre nel 1299 chiede l’esenzione giurando di avere una rendita di sole 9 libbre (n. 6060).
Sembra che nel 1431 fosse rettore beneficiato di questa chiesa, senza cura d’anime, il fermano Don Cicco, figlio di Antonio, canonico del capitolo della cattedrale (Conlationes 3,67).
La chiesa è ricordata, con altre, dall’inventario del 1450, quale tributaria della pievania ponzanese di S. Maria Mater Domini, alla quale doveva versare in quell’anno libbre 4 e 6 soldi (Plebanato).
Il 1° marzo dello stesso anno 1450 fu compilato un inventario appositamente per questa chiesa da Andrea da Collina. Vi sono elencati i vari appezzamenti di terra appartenenti a questa chiesa (S. Michele).
Esiste ancora nel comune di Monte Giberto la Contrada S. Michele, a sud-est del paese, che attraversa una fertile collina. Sicuramente il toponimo fa riferimento all’antica chiesa di S. Michele.
Si è detto che, secondo la Memoria settecentesca del santuario montegibertese della Madonna delle Grazie, la piccola statua marmorea della Vergine con il Bambino, ivi venerata, sarebbe stata trovata da un pastore in Contrada detta “La Marzese”, che, secondo la tradizione locale, ancora viva, si dovrebbe collocare nell’ambito delle vicinanze della Contrada S. Michele.
L’anonimo autore del manoscritto intitolato “Della sacra immagine della Madonna delle Grazie” scriveva nel 1765 circa: “Può congetturarsi che questo sito, nei tempi molto addietro, fosse sacro ritiro di qualche ordine romitico, o monastico, o a qualche di essi appartenesse, giacché molti erano in queste vicinanze, come ne resta pure un popolare ditterio [?]”. Non si pensi ad un monastero.
Potrebbe trattarsi, invece, del “luogo” della setta ereticale dei “fraticelli” che a Monte Giberto sono documentati nel 1412. Essi, in effetti, abitavano in luoghi solitari e poveri, tra boschi, lontano dai centri abitati.
E’ da aggiungere che, secondo la memoria “Della Sagra Immagine di S. Maria delle Grazie”, una chiesa sorgeva nella Contrada detta “La Marzese” con una diversa titolazione rispetto a quella di S. Michele. Vi si legge: “dove di presente ancora esiste una chiesa ben antica e beneficiale del Seminario Arcivescovile sotto il titolo del patriarca “S. Giuseppe” cui è dedicata”.
Non è da escludere del tutto che si tratti della medievale chiesa di San Michele, come fanno intendere le parole “ben antica”, la quale, dopo il 1450 (S. Michele inv.) avrebbe potuto cambiare titolare e passare come “beneficiale” nelle proprietà del Seminario Arcivescovile di Fermo.
Il culto di S. Michele o S. Angelo era molto vivo tra i Longobardi, i quali lo invocavano come patrono, quindi, si può spiegare l’esistenza di chiese con questo titolare in aree di forte presenza longobarda, come il Fermano. Il santo Arcangelo era molto venerato anche dai Farfensi per cui gli furono dedicati diversi monasteri e chiese.
10- S. Pietro “de Fano”
Questa chiesa è nominata la prima volta in un documento del 3 agosto 1406, redatto a Fermo, nel quale si legge che Arcangelo, vicario del vescovo Leonardo, concede a don Matteo Vannitti il canonicato fermano, al quale è annesso il beneficio con la rispettiva chiesa di S. Maria Mater Domini di Ponzano, con dispensa dal fatto che lo stesso don Matteo è titolare di tre chiese senza cura d’anime tra cui S. Pietro de Fano (Conlationes 2, 13).
E’ menzionata anche nell’inventario del Bonanni del 1450, come tributaria della pieve di S. Maria Mater Domini di 2 libbre, 2 soldi e 6 denari (Crocetti, Scoccia p. 387), quindi la più povera chiesa di pertinenza della pievania ponzanese.
Fanum era un luogo di culto romano, un’edicola, un tempietto ai limiti della centuriazione. Il toponimo de Fano può far pensare a un antico tempietto pagano (fanum), nel territorio limitrofo alla pieve di S. Maria Mater Domini, dove, sono stati individuati antichi reperti di epoca romana, che hanno un possibile riferimento con tempietti di lari protettori. I tempietti e le edicole romane furono poi trasformate e usate come chiesine cristiane.
A Montegiberto una Contrada è interessata da una lunga strada che attraversa tutta la collina del territorio di Monte Giberto, detta “La solagna”, a nord del castello, dal confine con il comune di Ponzano fino al fiume Ete Vivo, terminando sulla strada provinciale che da Monte Giberto conduce a Grottazzolina. L’intera zona reca il toponimo di “Bore di Fiano” ma ci sono diversità.
Una chiarificazione al riguardo proviene da un inventario specifico di questa chiesa, redatto il 5 febbraio 1450, nel quale non solo compare ancora una volta la denominazione di chiesa di San Pietro de Fano, e compare anche il toponimo “Le Bore di Fiano”, in riferimento ai confini di alcuni beni della stessa chiesa. Ne consegue che il toponimo della chiesa di S. Pietro de Fano non può essere una deformazione del toponimo di Fiano. Caso mai, potrebbe trattarsi di un fenomeno inverso (S. Pietro).
Lo conferma l’esistenza di un’altra chiesa, che esisteva un tempo nella stessa zona, menzionata in un documento del 14 settembre 1411 con il titolo di Santa Maria de Fiano (Conlationes 2,152). In questo caso è evidente che la Contrada de Fiano ha dato il toponimo alla chiesa di S. Maria. Al contrario, se per la chiesa di S. Pietro, nei documenti del secolo XV, non si usa il termine de Fiano, ma sempre de Fano, vuol dire che anche quest’ultima denominazione esisteva separata (Crocetti, Scoccia 387).
I beni elencati nell’inventario del 1450 di questa chiesa di S. Pietro, redatto nel 1450 sono situati nel territorio di Castellare, cioè dell’antico Castello di S. Maria Mater Domini, andato distrutto durante la signoria degli Sforza.
Questa indicazione topografica consente di poter determinare il sito della chiesa. Essa si trovava nel territorio di Monte Giberto -che ha assorbito parte dell’antico territorio di Castellare – nella zona ai confini con Ponzano.
Il sito corrispondeva probabilmente alla parte iniziale della lunga Contrada delle Bore di Fiano , a sud-est, non lontano dall’attuale strada provinciale che unisce Ponzano a Monte Giberto. Nelle Conlationes (2,94) si legge che il pievano di Servigliano don Marino il 6 giugno 1408 viene dispensato dal cumulo dei benefici, tra i quali compare anche un “altare” di S. Pietro, situato nella chiesa di S. Nicolò di Monte Giberto.
11 – S. Pietro de Valleriano
Questa chiesa compare nell’inventario del 1450 come dipendente dalla pievania ponzanese di santa Maria Mater Domini, alla quale doveva versare 10 libbre e 9 soldi (Crocetti, Scoccia p. 387). Doveva avere una certa importanza in base a questi dati, tra quelle di pertinenza della stessa pievania.
Non è facile individuare l’ubicazione di questa chiesa, anche se il toponimo Valleriano suggerisce di immaginarla in una zona valliva. Secondo l’inventario del 1771, relativo alla chiesa di S. Giovanni Battista, esisteva nel territorio montegibertese la Contrada Rivo o Rio di Valle, ed è pensabile che Valleriano (Valle di Rio: metatesi del primo toponimo), faccia riferimento al luogo dove scorre un ruscello, il quale potrebbe identificarsi con il fosso a nord del colle di S. Martino, nell’attuale Contrada Redivalle, che è un’ovvia corruzione fonetica Rio di Valle menzionato nello stesso inventario del 1771.
Nel piccolo territorio di Monte Giberto sono segnalate, come si vede, due chiese con il titolo di S. Pietro. Ciò non deve destar meraviglia, perché nell’antica diocesi di Fermo numerose sono le dedicazioni di luoghi di culto al principe degli apostoli.
Il fenomeno può spiegarsi, forse, con il vivo e remoto culto del santo presso le popolazioni germaniche, che lo veneravano come “portinaio del cielo”, anche prima della loro conversione dall’arianesimo. Numerose e importanti sono le dedicazione a S. Pietro in aree longobardiche, anche del nord Italia.
Oppure si potrebbe pensare che la chiesa sorgesse lungo la piccolissima valle del Rio, che scorre ai confini tra Monte Vidon Combatte, Monte Giberto e Montottone. In questo caso, la chiesa potrebbe identificarsi con S. Pietro de Podio.
Le Rationes Decimarum segnalano un S. Pietro de Podio (nn. 6141, 6811, 7080, 7305) che quasi sicuramente era situato nel territorio del Castello de Podio, ma non ci hanno indizi documentari per identificarlo con S. Pietro de Valleriano. Secondo il documento del 29 giugno 1421 (Conlationes 2, 257.s), il vicario capitolare Marino Rigutii di Montefiore, preposito dei canonici della Cattedrale di Fermo, fa collazione a Mattiolo Colutii di Monte Giberto della chiesa di S. Pietro de Podio, situata nella campagna di Monte Vidon Combatte. Probabilmente la chiesa rurale era posta non lontana dal Rio, presso i confini con Monte Giberto. Ciò attesta che il territorio del Castello del Podio si estendeva a sud fino al territorio di Monte di Vidon Combatte.
12 – S. Sepolcro e poi S. Nicolò
a)- S. Sepolcro.
La chiesa montegibertese del S. Sepolcro è ricordata dalle Rationes Decimarum, che riferiscono che il suo cappellano don Ventura versa, nel 1290-1292, in una prima rata, 21 soldi, in una seconda, 18 soldi e 8 denari ed in una terza, 15 soldi (nn. 5806, 6884, 7042).
La chiesa viene elencata nel 1450 tra quelle appartenenti, quanto ai benefici ecclesiastici, alla pievania di Ponzano, a cui doveva versare 14 libbre, 12 soldi e 6 denari (Crocetti, Scoccia p. 387).
Sorprende la titolazione al S. Sepolcro, l’unica in tutte la regione Marche secondo l’elenco copiosissimo delle Rationes Decimarum. Essa fa supporre una devozione in loco verso questo insigne tempio-reliquia della cristianità. La devozione potrebbe spiegarsi in due modi: o con l’iniziativa di qualche cavaliere dell’Ordine militare del S. Sepolcro, che fu fondato intorno al 1176 da Enrico II d’Inghilterra; oppure con la partecipazione di persone del luogo o dei territori circonvicini a qualche pellegrinaggio o a qualche crociata in Terra Santa.
Il pensiero corre subito ai crociati dei vicini centri di Monterubbiano e dell’antica pieve di Sant’Anatolia, in comune di Petritoli, i quali presero parte a una crociata, come documenta una pergamena dell’abbazia di Fiastra del 27 febbraio 1217. Vi si legge che Onorio III notificò all’abate di S. Croce, all’abate di S. Savino e al preposto di S. Martino in Variano della diocesi di Fermo di aver preso sotto la propria protezione le famiglie e tutti i beni dei “crucesignati” di Monterubbiano e della pieve di Sant’Anatolia, partiti per la Terrasanta (Santarelli 1996).
Non è impossibile, che qualche crocesegnato (forse anche montegibertese), di ritorno dalla Terrasanta, abbia introdotto nella zona la devozione al S. Sepolcro, promuovendo la dedicazione con tale titolo di una chiesa.
b)- S. Nicolò
Il silenzio avvolge le origini di questa chiesa, per l’agionomo documentato, a partire dagli inizi del secolo XV nell’archivio arcivescovile fermano. In un inventario del 1727, che la riguarda la definisce “parrocchia e matrice”, si legge: “Quando sia stata fabbricata o eretta in parrocchia non c’è ritrova memoria, né che sia stata consacrata” (S. Nicolò 1727).
Nella cartina geografica allegata al volume delle Rationes Decimarum figura anche il simbolo di una pieve accanto al nome di Monte Giberto. Essa può far riferimento solo a quella di S. Nicolò, l’unica conosciuta in tutto il territorio, posta dentro il Castello, il cui rettore, almeno dal secolo XVII, ha la qualifica di pievano.
Di fatto però, nelle Rationes Decimarum non viene mai nominata questa chiesa. E ciò appare inspiegabile, perché nel crollo della casa di Erasmo Paletti (16 giugno 1953) che interessò anche l’edificio della confraternita del sacramento, addossato alla chiesa, su uno “dei mattoni” fu trovata la data 1090, riferita allora da taluno anche alla costruzione della chiesa di S. Nicolò.
La soluzione di questo enigma dell’agionomo di S. Nicolò è offerta da un’importante notizia contenuta nel registro delle Conlationes dell’Archivio arcivescovile di Fermo. Vi si legge che don Arcangelo da Foligno, vicario generale del vescovo di Fermo Leonardo, il 1° luglio 1408 scrisse una lettera a don Pietro di Antonio, che era rettore dell’altare di S. Antonio e di S. Lucia, siti nella chiesa del S. Sepolcro, detta anche di S. Nicolò, a Monte Giberto (Conlationes 2, 97).
Dunque, S. Sepolcro e S. Nicolò sono titoli dati ad una stessa chiesa. Al primo titolare è stato aggiunto un secondo, che via via ha sostituito completamente il primo, come emerge dall’inventario della chiesa di S. Nicolò del 1450, nel quale non si fa più cenno al titolare originario. E’ da precisare, tuttavia, che nell’inventario ponzanese del Bonanni, pure del 1450, relativo alla chiesa di S. Maria Mater Domini, tra le chiese beneficiarie della stessa, figura questa di Monte Giberto ancora con il nome dell’antico titolare, cioè del S. Sepolcro (Plebanato).
L’individuazione di un’unica chiesa con due titolari, nel corso del tempo, è di grande interesse sul piano storico e fa dell’attuale chiesa di Monte Giberto un luogo sacro di primaria importanza per il Castello. Sorge però una domanda sul perché e come al primo titolare, S. Sepolcro, si è aggiunto il secondo, S. Nicolò. Una risposta potrebbe essere la seguente.
Nelle Rationes Decimarum si incontra in diocesi di Fermo una chiesa denominata S. Nicola del Podio, la quale venne dispensata dal pagare la decima, perché un certo Marino, procuratore di don Puzio, dichiarò con giuramento, a nome di costui, una rendita di 15 libbre e 10 soldi, per cui, in riferimento alle decime del 1299, secondo le disposizioni di Bonifacio VIII, non era tenuto a versare alcuna quota (n. 1790).
Si potrebbe pensare a un trasferimento dei titolo dell’antica chiesa dedicata a San Nicolò, esistente un tempo nel Castello del Podio e poi scomparsa, in quella del S. Sepolcro, esistente nel centro di Monte Giberto. Si sa che traslazione di titoli, o reimpieghi di antichi toponimi costituiscono un fenomeno non raro nel basso medioevo, per cui abbiamo aperto l’ipotesi accennata.
Vari edifici sacri corrosi dal tempo, nella traslocazione, talora furono riedificati in luoghi diversi con la primaria dedicazione e denominazione, come è avvenuto anche a Monte Giberto per la chiesa di San Giovanni di Casale. Tanto più facile era la traslazione di un titolo o di una dedicazione da una chiesa all’altra.
In altre parole, la chiesa di S. Nicolò di Monte Giberto altro non è che l’antica chiesa del S. Sepolcro, che assunse anche il titolo di S. Nicolò, agionimo forse ivi traslato dall’omonima chiesa esistente, un tempo, nel Castello del Podio, andata distrutta. Ciò potrebbe essere avvenuto quando, nel secolo XIV, i castelli del Podio e di Casale probabilmente si unirono in quello di Monte Giberto. La traslazione del titolo della chiesa di S. Nicolò avrebbe costituito, così, una specie di legame con l’antico Castello del Podio, assorbito da quello di Monte Giberto.
Non si ha conoscenza se la chiesa del S. Sepolcro detta poi di S. Nicolò di Monte Giberto sia sorta come ‘pievania’ o lo sia diventata in seguito. Essa viene menzionata nel 1450 nell’inventario della pievania ponzanese, sia con il titolo del S. Sepolcro, (già beneficiaria della stessa pievania S. Maria Mater Domini) e sia con il titolo S. Nicolò, in riferimento a tre altari di pertinenza della stessa pievania ponzanese: titoli di S. Pietro, di S. Antonio e S. Lucia) (Crocetti, Scoccia p. 387).
Dallo stesso inventario si viene a sapere che la chiesa di S. Nicolò aveva di proprietà o possessioni (res) presso il fiume Ete Vivo. Ciò che fa pensare ad antichi possedimenti della chiesa di S. Nicolò del Podio -che era situata in prossimità del fiume Ete – forse ereditati, con il titolo, dalla chiesa montegibertese.
Di notevole interesse è anche un inventario non datato ma redatto quasi sicuramente nel 1450, come gli altri quattro relativi alle tre chiese di Monte Giberto. Vi si legge testualmente che “l’onesto uomo don Antonio si Altidona, del contado di Fermo, rettore della chiesa di S. Nicolò e dell’altare di S. Lucia esistente in detta chiesa di S. Nicolò del Castello di Monte Giberto, la quale chiesa è in sottomissione di S. Maria Mater Domini, redige l’inventario di tutti i beni mobili e immobili della stessa chiesa (Inventario S. Nicolò). Qui il rettore della chiesa, Don Antonio di Altidona, non ha una qualifica di Pievano. In questo documento non si nomina più il titolo del S. Sepolcro, segno che ormai esso andava scomparendo anche negli atti ufficiali.
L’incipit dell’inventario offre una notizia interessante: la chiesa di S. Nicolò era in sottomissione della chiesa di S. Maria Mater Domini, che ivi aveva anche tre altari beneficiali, quello di S. Lucia, nominato anche in questo inventario, e quelli di S. Antonio e di S. Pietro, tutti e tre menzionati nell’inventario prima citato del Bonanni. Già questi tre benefici fanno pensare a una forte dipendenza della chiesa di S. Nicolò nei riguardi della pievania vescovile di S. Maria Mater Domini. Essa proviene ovviamente da antica data, quando aveva la denominazione di S. Sepolcro nella diocesi di Fermo.
In concreto doveva trattarsi, forse, di una sottomissione o dipendenza di carattere giuridico canonico. Sembra che si trattasse di una specie di “sudditanza” di carattere spirituale e morale, che poteva comportare anche l’obbligo di versare decime o tributi vari, di carattere beneficiario.
Stando alla laconicità del testo, sembrerebbe che la chiesa del S. Sepolcro (poi S. Nicolò) dovesse considerare quella di S. Maria Mater Domini come la chiesa madre, e forse fondata da questa. Ciò potrebbe spiegare perché, in un certo tempo, non definibile, il parroco della chiesa di S. Nicolò cominciò ad assumere il titolo di pievano, mantenuto fino ai tempi nostri. Poteva verificarsi una partecipazione giuridica, da parte del rettore della chiesa di S. Nicolò, del titolo di pievano che spettava al rettore della pievania S. Maria Mater Domini. E’ un’ipotesi che potrebbe spiegare perché la chiesa di San Nicolò nel secolo XV non viene mai qualificata come pievania e perché, in seguito, i suoi parroci si denominano pievani.
Con i secoli XV e XVI di notizie su questa chiesa cominciano a essere più puntuali. Nell’aprile del 1408 il vescovo di Fermo Leonardo effettua una visita pastorale alla chiesa di S. Maria Mater Domini e agli altri edifici sacri ad essa soggetti a vario titolo, compresi gli altari. A questa visita erano interessati anche gli altari di S. Antonio e di S. Lucia, esistenti nella chiesa del S. Sepolcro (o di S. Nicolò) di Monte Giberto e aventi un proprio beneficio. Il Pievano di S. Maria Mater Domini possedeva il privilegio di confermare il rettore di due altari, che in quell’anno era don Pietro di Antonio. In seguito a una questione sorta per un difetto giuridico, imputabile ai “patroni elettori” dei due altari, il vescovo da una parte confermò il privilegio concesso al pievano, dall’altra riaffermò il diritto dell’episcopato di Fermo in merito alla provvisione del rettore o cappellano dei detti altari, confermando nel contempo la nomina di don Pietro di Antonio. Successivamente, come si è accennato, il 1° luglio dello stesso 1408, don Arcangelo, vicario generale del vescovo di Fermo, Leonardo, scrisse a don Pietro di Antonio confermandogli la rettoria dei due altari, in forza del potere che la curia vescovile e il vescovo possedevano in materia, rimuovendo qualsiasi detentore del relativo beneficio. (Conlationes 2, 97).
Risulta inoltre che il 6 giugno 1408 Don Arcangelo, giurisperito di Foligno e vicario generale del vescovo di Fermo, Leonardo, su richiesta di don Marino, pievano di Servigliano, dispensò costui dal cumulo di alcuni benefici, tra i quali era compreso l’altare di San Pietro nella chiesa di San Nicolò di Monte Giberto (Conlationes 2,94).
Nel 1476 vi fu un laborioso passaggio di poteri nella rettoria della parrocchia di S. Nicolò, come attesta una triplice notizia del registro delle Conlationes (1,198) dell’archivio arcivescovile di Fermo. Fra Marino Preti di Monte San Pietrangeli, dell’Ordine dei Frati Minori, aveva ottenuto, con la dispensa apostolica, la rettoria di detta parrocchia. Decise poi di restituirla al vescovo di Fermo a favore di don Antonio Antonelli, prete ascolano, il quale si presentò a ricevere il rispettivo beneficio. Fra Marino stabilì quali suoi procuratori don Primo de Astis, arcidiacono maceratese, e don Pietro de Angelinis di Perugia, nonché il chierico don Luciano, canonico fermano, per ottenere dal Papa Sisto IV il riconoscimento di una pensione annua a proprio favore di 12 fiorini, moneta della Provincia della Marca Anconitana, ricavabili dal fruttato della parrocchia di S. Nicolò, ceduta a don Antonio, sotto pena, in caso di non assolvimento, di 100 ducati, dando nel contempo, a tutela, le più ampie facoltà ai suoi procuratori. Il documento risulta stilato a Fermo, nel Palazzo vicino a S. Martino, davanti ad alcuni testimoni, il 15 luglio del 1476.
Un altro documento del 1476, senza indicazione di giorno e di mese, specifica come fra Marino rinunciò alla rettoria della parrocchia di S. Nicolò di Monte Giberto perché era consapevole di non poter soddisfare a tale impegno a causa di altre occupazioni. Pertanto rimise il mandato nelle mani del vescovo di Fermo, cui spettava la conferma del rettore della parrocchia di S. Nicolò, passandolo a don Antonio Antonelli di Ascoli. Questi assunse gli impegni della parrocchia e si fece obbligo di dare a fra Marino 10 ducati all’anno, come pensione, per alimenti, a cominciare dal 1477, dato che il frate non poteva mendicare. Don Antonio e fra Marino elessero di comune accordo, come procuratori per la conferma da parte del Papa, don Pietro de Angelinis da Perugia, don Luciano, canonico fermano, e don Primo, arciprete maceratese. Questa notizia ripete in sostanza quanto detto sopra (Conlationes 1, 199).
Vien da notare che il francescano fra’ Marino Petri da Monte San Pietrangeli con le sue pretese, nonostante l’autorizzazione pontificia richiesta per usufruire di una pensione annua, non poteva considerarsi di per sé in sintonia spirituale con la Regola Francescana che esige un’osservanza rigorosa dell’”altissima” povertà, escludendo ogni abuso per autonomo uso personale di danaro. Nei dintorni di Monte Giberto esistevano in quel secolo tre conventi dei frati conventuali: uno a Fermo, dove i francescani ebbero una prima sede stabile dentro la città con la chiesa S. Francesco del 1240; uno a Montottone, fondato prima del 1260; e uno a Montegiorgio, dove la presenza dei frati è segnalata fin dal 1246. Probabilmente a uno di questi conventi poteva appartenere fra Marino, originario di Monte San Pietrangeli, nella Custodia Francescana di Fermo.
All’inizio della notizia del 1476 c’è un’annotazione molto interessante. Vi si dice che l’elezione del rettore della chiesa di San Nicolò di Monte Giberto spetta al signor Lodovico Uffreducci di Fermo. Non si sa quando questo diritto sia stato acquisito dalla potente famiglia Fermana Uffreducci o Euffreducci, che ebbe tra i suoi membri personaggi famosi, come Oliverotto (1475-1503) (ucciso da Cesare Borgia, nel 1503) e Ludovico (morto nel marzo del 1520 nello scontro tra le sue truppe e quelle di Nicola Bonafede, mandato dal papa).
Sarebbe interessante indagare sui rapporti tra gli Euffreducci di Fermo e il Castello di Monte Giberto. Di questa famiglia si daranno notizie nel capitolo sul secolo XVI. I loro diritto sulla chiesa di S. Nicolò durò per molto tempo, perché in un inventario del 1763, che riguarda la medesima chiesa di Monte Giberto, si legge che, in base a un istrumento rogato dal signor Bartolomeo Rainaldi il 12 aprile del 1552, la signora Giovanna Maria Euffreduccia Orsini di Fermo, moglie del signor Valerio Orsini, risulta “padrona” (patrona) che aveva il giuspatronato della chiesa di S. Nicolò. In quella circostanza la signora Orsini concesse alla Confraternita del Ss.mo Sacramento di Monte Giberto la facoltà di erigere nella chiesa di S. Nicolò un altare dedicato al Ss.mo Sacramento. È presumibile che Giovanna Maria Euffreduccia abbia ereditato tale giuspatronato dalla sua famiglia degli Euffreducci (S. Nicolò 1763).
L’inventario vescovile di S. Nicolò del 1763 descrive, fra l’altro la situazione delle cappelle a quel tempo. Quattro erano gli altari laterali:
1)- altare intitolato alla Madonna della sanità, che aveva un quadro con le seguenti figure: la Madonna, S. Giovanni Battista, S. Nicolò, S. Stefano, e S. Francesco. Nel timpano vi era raffigurata una Madonna di Loreto. Era stato eretto dal signor Bonaventura Francesco Franchelucci il 12 settembre 1633.
2)- altare dedicato a Santa Monica, con un quadro raffigurante la Madonna della Consolazione, S. Agostino, S. Eurosia, S. Francesco e S. Chiara. Vi era istituita la confraternita di S. Monica.
3)- altare dedicato alla Madonna di Loreto, fondato nel 1688.
4)- altare dedicato a S. Lucia, cui si aggiunse poi il titolo di S. Antonio Abate. Il quadro raffigurava S. Lucia vergine e martire. L’altare era “adornato di tavole dipinte”, le quali, per questo supporto in tavola, ci conducono almeno al secolo XV.
Risulta, inoltre, dall’inventario del 1763, che la chiesa di S. Nicolò “è stata […] dal rettore Pievano Antonio Orsini rifabbricata dai fondamenti interamente, e nel mese di luglio 1749 fu ribenedetta, e dall’arcivescovo fermano Alessandro Borgia li 14 del mese di settembre dell’anno 1749 fu consacrata, e dopo le necessarie facoltà vi fu appesa la Via Crucis”, in 14 dipinti di buona mano.
Lo stesso Don Antonio Orsini provvede a far scolpire la statua di S. Nicolò, che tuttora vi è custodita, dietro l’altare. Sull’altare maggiore fu posta la tela raffigurante l’Ultima Cena, proprietà della confraternita del Ss.mo Sacramento, che la aveva fatta eseguire a Firenze nel 1602 (S. Nicolò 1763).
Qui si può rilevare che il decennio 1740-1750 fu per Monte Giberto particolarmente fervido di iniziative nell’ambito dell’edilizia sacra, perché nel 1742 fu costruita la chiesa di S. Antonio di Padova. La fece edificare anche la Porti, vedova di Benedetto Benedetti, per una sua “devozione speciale a Santo di Padova”. La chiesa fu terminata nel 1742 e il 13 maggio di quell’anno, con licenza dell’arcivescovo di Fermo, fu benedetta e aperta al culto (Inventario S. Antonio di Padova).
Del culto mariano per la sacra Casa di Nazareth a Loreto, patrona della regione Marchigiana, si parla nell’apposito paragrafo in seguito, con riferimenti a questa chiesa.
Nell’inventario della chiesa di S. Nicolò, redatto nel 1450, è segnalata, fra altri oggetti, anche una “croce d’argento indorata”. E’ scomparsa, ma doveva essere una di quelle croci professionali del secolo XIV-XV, considerate in genere veri capolavori di oreficeria.
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MONTE GIBERTO, STUDI SUL COMUNE DI CASTELLO FERMANO. CITTADINQNZA = Santarelli Giuseppe

SANTARELLI GIUSEPPE: ORIGINE DEL CENTRO DEMICO DI MONTE GIBERTO E DEL TOPONIMO
— DOCUMENTI E STUDI CHE SONO SEGNALATI NELLE CITAZIONI di G. Santarelli.
Adami = ADAMI, F. De rebus in civitate Firmana gestis fragmentorum libri duo. Roma 1591
*A.S.A.F. = Archivio storico arcivescovile di Fermo
*Bonvicini = BONVICINI, P. La centuriazione augustea della Vallata del Tenna. Fermo 1978
*Conlationes registro = A.S.A.F.: registri mss. Armadio .I. palchetto B.
*Crocetti, Scoccia = CROCETTI, G. – SCOCCIA, F. Ponzano di Fermo. Storia ed arte. Fermo 1982
*Cronache Fermane = Cronache della città di Fermo; a cura di DE MINICIS, G. Firenze 1870
*Fabiani = FABIANI, G. Ascoli nel Quattrocento. Ascoli Piceno 1975 pag. 276
*Leopardi = LEOPARDI, M. Vita di Nicolò Bonafede vescovo di Chiusi. Pesaro 1832
*Liber = Edizione del Liber 1029; del Liber 1030, e del Liber 1031: tre codici o registri membranacei dei secc. XIII-XIV rilegati insieme nell’Archivio Storico comunale di Fermo secondo numerazione e titoli di M. Hubart: n. 1029 = Copia bullarum, privilegiorum et instrumentorum pertinent. ad civitatem et episcopatum Firmi facta in pergameno per ser Bartolomeum Petri notarium de anno Domini 1266 tempore et de mandato domini Lorentii Tepuli Firmi potestatis “; n. 1030 = “ Liber diversarum copiarum bullarum, privilegiorum et intrumentorum civitatis et episcopatus Firmi; n. 1031 = “Liber diversarum copiarum bullarum, privilegiorum et intrumentorum civitatis et episcopatus Firmi “. Sono editi con titolo Liber Iurium dell’episcopato e della città di Fermo; a cura di PACINI, D. vol 1° – AVARUCCI, G. vol 2° – PAOLI, U. vol. 3° con impaginazione sequenziale. Ancona 1996
*Mangani, Mariano = MANGANI, G. – MARIANO, F. il disegno del territorio. Storia della cartografia delle Marche. Ancona 1998
*Michetti = MICHETTI, G. S. Vittoria in Matenano. Fermo 1969
*Pacini Origini = PACINI, D. Sulle origini dei signori di Mogliano e di altre famiglie signorili marchigiane; in “ Studi Maceratesi” n. 22 Macerata 1989
*Pacini Pievi = PACINI, D. Le pievi dell’antica diocesi di Fermo; in: “Le pievi delle Marche” Studia Picena Fano 1978
*Piergallina = PIERGALLINA, G. A. Storia di Grottazzolina. Assisi 1989
*Plebanato 1450 Inv. = A.S.A.F. Inventari del secolo XV. Cartella O, n. 1-5. Fascicolo Ponzano – S. Maria Mater Domini, inventario redatto da Bonanni nel 1450; edito in CROCETTI, SCOCCIA (vedi sopra) pp. 396ss
*Rationes Decimarum = Rationes Decimarum Italia e Saecc. XIII- XIV. Marchia; a cura di SELLA, P. Città del Vaticano 1950 con carta geografica annessa
*S. Antonio da Padova 1771 = A.S.A.F. Inventari del secolo XV: armadio .II. cartella O, n. 1-5 Montegiberto
*S. Giberto 1450 Inv. = A.S.A.F. Inventari del secolo XV: armadio .II. cartella O, n. 1-5 Montegiberto
*S. Giovanni di Casale 1450 = Inventari del secolo XV: armadio .II. cartella O, n. 1-5 Montegiberto
*S. Maria delle Grazie1765 = Inventari: secoli XVIIIs; cartella 28 Monte Giberto
*S. Michele 1450 Inv. = A.S.A.F. Inventari del secolo XV: armadio .II. cartella O, n. 1-5 Montegiberto
*S. Nicolò 1450 = A.S.A.F. Inventari del secolo XV: armadio .II. cartella O, n. 1-5 Montegiberto
*S. Nicolò 1727\1763\1771 = A.S.A.F. Inventari: secoli XVIIIs; cartella 28 Monte Giberto
*S. Pietro 1450 Inv. A.S.A.F. Inventari del secolo XV: armadio .II. cartella O, n. 1-5 Montegiberto
*Santarelli S. Casa = SANTARELLI, G. La santa Casa di Loreto. Ancona 1996 pp. 305s
*SS. Vergine di Loreto Inv. = A.S.A.F. Inventari: secc.XVIIIs; cartella 28
*Statuta Firmanorum = Statuta Firmanorum. Firmi 1507 ed altre edizioni successive

Stando ai documenti finora noti, sembrerebbe che l’attuale centro di Monte Giberto sia successivo ai due castelli di Casale e del Podio esistiti nelle sue campagne.

1 – Il centro demico
il primo documento noto che attesta l’esistenza del toponimo Monte Giberto, risale al gennaio del 1166. È un atto notarile con cui il vescovo di Fermo Baligano concede in enfiteusi a Montanello e a Tebaldo di Montecosaro le decime delle chiese site nel “privilegio” di S. Lorenzo e 91 moggi di terra in diversi luoghi del “ministero” di Valle, dietro giuramento di fedeltà e con l’obbligo di pagare quattro libbre di lucchesi e di versare il censo annuo di quattro danari. Tra i testimoni dell’atto figura anche un certo Arnaldus Montis Giberti, Arnaldo di Monte Giberto (Liber, p. 428).
Ciò attesta l’esistenza di un luogo chiamato Monte Giberto: esso costituisce un primo punto di riferimento: nel 1166 Monte Giberto già esisteva.
Una prima indagine, per maggiori accertamenti in materia, potrebbe rivolgersi ai domini o feudatari con il nome di Giberto, presenti nel territorio montegibertese o nelle sue vicinanze, anche se Giberto è un nome molto diffuso entro i confini dell’antico episcopato fermano e non solo. Nel dettagliatissimo indice delle Liber, tale nome è segnalato una trentina di volte. I Giberti costituivano una delle famiglie più potenti del Piceno medievale. Resta pertanto arduo individuare il Giberto legato al luogo in esame.
Sembrerebbe, comunque, che un caso vada subito preso in particolare considerazione. Nel Liber (p. 566) si legge un documento del 27 luglio 1181, secondo il quale i fratelli Gentile e Trasmondo, figli di Ugone, unitamente ad Ascaro di Gualfredo, a titolo di risarcimento di danni, cedono a Trasmondo di Giberto la terza parte nel castello di Petritoli e gli restituiscono parte dei beni di Berardo di Longino e il Castello di Cecilia che era già appartenuto a Giberto, padre dello stesso Trasmondo. Ecco il testo che qui ci interessa:” inoltre ti restituiamo il Castello di Cecilia, con tutte le sue proprietà e tutta la sua sinaita e nel modo migliore in cui tuo padre [Giberto] e voi integralmente lo possedeste”.
Da altri documenti del Liber (p. 515) viene a sapere che il castello prendeva nome da una certa Cecilia, e che costei era moglie di Giberto e madre di Trasmondo. Infatti, in un atto del 1191 risulta che Transarico, abate del monastero di S. Pietro di Ferentillo, concede a Trasmondo di Cecilia e alla sua moglie Dinambra in usufrutto la terza parte dei beni dello stesso monastero in località Petritoli, e cioè la terza parte del castello che vi sorge con le relative pertinenze, per un prezzo specificatamente pattuito.
In un altro atto, datato al luglio 1207, si legge che Adenolfo, vescovo di Fermo, concesse a Gentile de Turre e alla moglie Diambra il castello e la torre di Cecilia con i possessi, gli uomini e i servizi compresi tra i fiumi Aso e Ete Vivo, e, insieme, tutti i beni che Trasmondo di Cecilia possedeva nel castello di Petritoli e che lui stesso, bone memorie, aveva donato al vescovo di Fermo. Vi si parla di dominus Trasmundus Cecilie – il signor Trasmondo (figlio) di Cecilia – il quale nel luglio 1207 risultava già morto. (Liber p.148).
Che il castello fosse di una donna chiamata Cecilia risulta ancor più chiaro da un successivo atto datato 28 febbraio 1208, relativo a un contenzioso tra il vescovo di Fermo Adenolfo e i conti di Aspramonte e di Montefiore (Liber p.147).
Vi si parla anche della restituzione della quarta parte del castello della defunta Cecilia (quondam Cecilie). Da questi riscontri si può dedurre che Trasmondo, marito di Diambra, era figlio di Giberto e di Cecilia e che, quindi, Giberto e Cecilia erano coniugi.
Questi personaggi avevano possedimenti che interessavano quasi sicuramente anche l’attuale territorio di Monte Giberto, come si può evincere da un documento dell’11 luglio 1181 e da quello citato del luglio del 1207 (Liber p. 148).
Infatti, i loro possedimenti in gran parte erano compresi tra i fiumi Aso ed Ete Vivo. Pertanto, la presenza di un dominus Gibertus, genitore di dominus Trasmundus (signore Trasmondo) e sposo di domina Cecilia, la proprietaria è forse la donatrice dell’omonimo Castello, suggerisce l’ipotesi che questo signore Giberto potesse avere possedimenti nella zona e fosse proprietario e signore del monte o colle su cui ora sorge Monte Giberto. Insomma, un “monte”, proprietà di un dominus Gibertus (signore Giberto), sarebbe diventato Mons Giberti: Monte di Giberto.
Nel 1181 dal documento del 27 luglio risulta evidente che in precedenza Giberto (marito di Cecilia) aveva posseduto il Castello di Cecilia. E se veramente, come è possibile, Giberto era il signore (dominus) del colle omonimo, egli lo era almeno fino dal 1166, quando un tal Arnaldo, si qualifica con il toponimo: Montis Giberti (Liber p.428).
A questo punto sorge una domanda: dove si trovava il Castello di Cecilia? Esso estendeva i suoi possedimenti tra i fiumi Aso e Ete Vivo, come recita il documento del luglio 1207, dove si legge che Adenolfo, vescovo di Fermo, con il consenso dei canonici, dispone quanto segue: “Per diritto enfiteutico o per iscritto trasmettiamo concediamo a te, Gentile de Turre e alla tua sposa signora Diambra e ai vostri eredi maschi il Castello di Cecilia, fortilizio con torre (Casero et turre) con gli uomini, le loro proprietà, possessi e servizi di uso e di debito, nonché con le terre, le vigne, le selve, i prati, le acque, i mulini, i corsi d’acqua e, infine, con tutte le cose utili che per diritto appartengono al detto castello o sembra che gli appartengano, tra il fiume Aso da una parte e il fiume Ete dall’altra (Liber p. 148).
Tutte queste proprietà dall’Aso all’Ete Vivo, sulla direttrice di Petritoli, toccavano quasi sicuramente l’odierno territorio montegibertese, almeno in una parte.
In conclusione, si può supporre con un certo fondamento che Monte G. sia stato un possedimento del signore Giberto, padre di Trasmondo e sposo di Cecilia, che il toponimo Mons Giberti derivi da lui e che risalga, al più tardi, al 1166, quando esplicitamente viene documentato con la segnalazione del citato Arnaldus Montis Giberti.
E’ da tener presente però che sul colle di Monte Giberto, presso l’attuale chiesa di S. Nicolò, esistevano già edifici fin dal 1090. E’ documentato infatti che il 16 giugno 1953, a causa di piogge copiose insistenti, crollò la casa di Erasmo Paletti, costituita da “un torrione e locali un po’ rovinati”, e furono lesi alcuni edifici contigui compresi i locali della Confraternita del SS. Sacramento, addossati alla chiesa di S. Nicolò sul lato ovest. Nello sgombero del materiale furono rinvenuti dei mattoni con la data 1090, “data della costruzione primitiva”.
Il dominus Giberto pertanto, nell’ipotesi qui proposta, sarebbe diventato signore di un colle già abitato al quale avrebbe dato il suo nome.

2 – Il conte Giberto, figlio di Ismidone? Il Giuspatronato degli Euffreducci, sulla chiesa di S. Nicolò, o S. Sepolcro.
Esistono alcuni documenti relativi al giuspatronato della potente famiglia Uffreducci o Euffreducci di Fermo sulle chiese montegibertesi di S. Nicolò e di S. Giovanni di Casale, i quali possono suggerire una diversa ipotesi sul personaggio di nome Giberto, che potrebbe aver fondato il castello di Monte Giberto, generandone il toponimo. E’ utile anzitutto studiarli singolarmente, illustrando i personaggi. Il giuspatronato ha documenti del secolo XV.
Il primo documento conosciuto in materia riguardante la chiesa di S. Nicolò risale al 1476. Esso si riferisce al passaggio della rettoria della parrocchia dal frate conventuale Marino Preti di Monte San Pietrangeli a don Antonio Antonelli di Ascoli. Ivi si esplicita che l’elezione del rettore della chiesa di San Nicolò spettava al signore Lodovico Uffreducci (o Euffreducci) di Fermo (Conlationes 1,199).
Si tratta di Ludovico che – sembra – ebbe il titolo di Montechiaro e fu cavaliere. Niccolò V nel 1452 lo nominò senatore di Roma e lo confermò tale nel 1453-1454. A nome del Comune di Fermo prestò obbedienza prima Pio II, appena eletto Papa, e poi, nel 1464, in analoga circostanza, a Paolo II, che in quello stesso anno lo nominò ancora una volta senatore di Roma. Ricoprì vari incarichi nel governo della sua città ed espletò con plauso varie ambascerie. Governò anche alcune città delle Marche. Morì nel 1490.
Un altro documento risale al 31 marzo 1500. Si tratta di una comunicazione emessa dal palazzo vescovile di Fermo da Antonio de Retrinis di S. Elpidio, giurista, vicario sostituto di Francesco Piccolomini dell’Aquila, rettore della chiesa di S. Maria mater Domini di Ponzano, dalla quale dipendeva giuridicamente la chiesa di S. Nicolò in Monte Giberto.
Nel documento viene reso noto che, davanti alla curia vescovile di Fermo, si erano presentati Marino di Nicola da Collina, procuratore del signore Battista Uffreducci di Fermo, e Domenico Boffi di Montappone, procuratore di Lorenzo e di Giovanni Uffreducci e di Ludovico di Tommaso Uffreducci, i quali erano patroni della chiesa di S. Nicolò. Questa parrocchia era vacante per la rinuncia di Giovanni Marini di Ascoli ed essi elessero e presentarono quale successore Marino di Domenico da Monte Giberto, chiedendo che fosse confermata la nomina a rettore della chiesa. Nel documento sono nominati, come si vede, alcuni illustri personaggi della famiglia Uffreducci o Euffreducci.
1. Il primo è Battista, figlio di Giovanni. Egli fu un personaggio di spicco nella città di Fermo. Nel 1496 fu podestà di Milano e nel 1498 fu inviato ambasciatore a Federico d’Aragona, re di Napoli, per concludere un trattato di alleanza con la città di Fermo. Sostenne la tirannia del suo fratello Oliverotto, per cui Giulio II, con breve del 14 agosto 1504, lo dichiarò ribelle e gli confiscò i beni, dandoli ad Antonio della Rovere. Tentò di rientrare in patria con l’aiuto degli altri fuoriusciti, soprattutto con quello di Carlo Baroncelli di Offida, ma sempre inutilmente. Morì in esilio.
2. Non sono riuscito a trovare notizie particolari sul Lorenzo Euffreducci.
3. Quanto a Giovanni Euffreducci, per ragioni cronologiche non penso che si possa identificare con il padre di Oliverotto, di Tommaso e di Battista. Giovanni, che nel 1476 fece parte della Cernita del Comune di Fermo e nel 1478 fu priore, non poteva essere in vita nell’anno 1500 perché il suo figlio Oliverotto, che in quell’anno già militava con Vitellozzo Vitelli, restò orfano di padre in tenera età e per questo fu affidato alle cure dello zio paterno Giovanni Fogliani.
4. Ludovico figlio di Tommaso Euffreducci, invece, si deve identificare con il famoso personaggio coinvolto in note vicende storiche. Nell’anno 1500, al tempo del documento in esame, egli era ancora in tenera età. Nel 1513 durante la sede vacante per la morte di Giulio II, tentò, a mano armata, di impossessarsi dell’avito castello di Falerone con l’intenzione di riprendere anche il dominio di Fermo. Il temerario gesto gli fu perdonato dal Leone X, di cui era stato paggio da giovanetto. Il Papa gli concesse di riavere anche i beni perduti e di rientrare a Fermo, nonostante l’opposizione di alcuni nobili. Si mise poi al soldo delle truppe della Chiesa combattendo in diverse circostanze. Nel 1520 fece uccidere Bartolomeo Brancadoro, che concorreva con lui alla signoria di Fermo. Per questo il Consiglio generale della città lo dichiarò nemico pubblico e ribelle della città e della chiesa. Leone X allora gli inviò contro Nicola Bonafede di Monte San Giusto, vescovo di Chiusi, che lo sconfisse nella famosa battaglia nelle Piane di Grottazzolina (o di Falerone) dove, dopo aver combattuto strenuamente, fu ferito a morte da un fendente sul capo. Il vescovo Bonafede lo assistette in punto di morte, dandogli l’assoluzione sacramentale. La madre Celenzia Oddi nel 1527 gli fece erigere un monumento funebre nella cappella del SS. Sacramento nella chiesa di S. Francesco a Fermo, affidandone l’esecuzione al celebre scultore Andrea Sansovino, impegnato fino a quell’anno nella direzione dei lavori ornamentali del rivestimento marmoreo della Santa Casa di Loreto. Sul sarcofago si vede la statua giacente di Ludovico, dalle vigorose forme giovanili, vegliato dalla Madonna (Leopardi 152s).
5. Il terzo documento riferisce che il 12 aprile 1552 il signor Bartolomeo Rainaldi fece rogito di un istrumento, dal quale risulta che Giovanna Maria Euffreducci coniugata Orsini era patrona ed esercitava il giuspatronato sulla chiesa di S. Nicolò in Monte Giberto e che concedeva alla confraternita del SS. Sacramento di erigere nella stessa chiesa un altare dedicato al Ss. Sacramento (S. Nicolò 1765). Giovanna Maria Euffreducci è la sorella di Ludovico, figlia di Tommaso, andata sposa nel 1521 a Valerio Orsini di Monterotondo. Ebbe sue sorelle: Caterina, sposa di Alfonso Paccaroni, e Zenobia, moglie di Vincenzo Adami.
Un secondo giuspatronato riguarda la chiesa di San Giovanni che, dalla contrada Casale, era ricostruita dentro il centro urbano di Monte Giberto ed era parrocchiale. Da un atto di collazione del 1° ottobre 1501 si apprende che anch’essa era di giuspatronato degli Euffreducci. Vi si legge infatti che Paolo de Rubeis da Viterbo, vicario generale del vescovo di Fermo e vicario del cardinale commendatario di S. Maria Mater Domini di Ponzano, dopo la morte di don Battista Bassi da Monte Giberto, concedeva al presbitero don Giovanni di Antonio di Giovanni, pure da Monte Giberto, la parrocchia di S. Giovanni di Casale, la quale è giuspatronato dei signori (domini) Battista, Liberotto, (cioè Liverotto o Oliverotto) e Ludovico de Ufreductiis di Fermo. A questo atto rilasciato a Fermo erano presenti i testimoni Giovan Battista Saturno, canonico fermano, e don Barano Fiorentino, residente a Fermo (Conlationes 11,157).
6. Oltre a Battista e Ludovico, gin considerati, il documento menziona il più famoso degli Euffreducci: Oliverotto da Fermo, immortalato dal Machiavelli nel capitolo VIII de Il Principe, per cui sono note le sue vicende. Figlio di Giovanni e di Caterina di Nicola Fogliani, restò orfano in tenera età e fu educato dallo zio paterno Giovanni Fogliani e da Paolo Vitelli, che gli fu maestro in armi e lo prese con sé nelle varie imprese belliche. Successivamente combatte a fianco di Vitellozzo Vitelli e poi di Cesare Borgia, seguendolo in varie campagne militari che condusse poi in Toscana, nelle Marche, nella Campania e nell’Umbria. Nel gennaio 1502 entrò affermò con una baldanzosa schiera di soldati con l’intento di farsene signore. Compì l’esecrando massacro dei sette notabili fermani, tra i quali lo zio Giovanni Fogliani. Dopo aver commesso altri atroci delitti a Fermo e dopo aver combattuto contro il Borgia, insieme con gli alleati convocati a Magione dal cardinale Battista Orsini, cadde nel tranello tesogli dallo stesso Borgia e fu vittima nel famoso eccidio di Senigallia del 1503.
Questo giuspatronato degli Euffreducci suggerisce un’ipotesi in merito alla fondazione anzitutto della chiesa di S. Nicolò in argomento e anche dei contigui edifici. Si sa infatti che sul piano giuridico il giuspatronato o semplicemente patronato è costituito dal complesso di privilegi e di oneri che spettano ai fondatori di una chiesa, di una cappella o di un edificio per concessione dell’autorità ecclesiastica. Esso era antichissimo e nel medioevo fu particolarmente in voga presso le popolazioni di derivazione germanica.
Ci si può domandare: a quale titolo gli Euffreducci avevano un tale giuspatronato? Viene subito da pensare che qualche lontano antenato della loro famiglia sia stato il fondatore della chiesa di S. Nicolò e forse anche del primo nucleo del centro demico di Monte Giberto.
Si è detto che la data della costruzione della chiesa di San Nicolò risale al 1090, data letta in un mattone reperito nel crollo di una sezione della chiesa, avvenuto il 16 giugno 1953. Questa data è conciliabile con la vita del conte Giberto, figlio del potente il ricco conte Ismidone, il quale ebbe quattro figli: Gentile, Giberto appunto, Trasmondo e Bernardo.
Giberto è segnalato in diversi documenti nel Liber. Nel 1097, insieme con i fratelli Trasmondo e Bernardo, donò al monastero di S. Maria in Piobbico alcune chiese nell’ambito degli insediamenti curtensi di Montechiaro e di Mogliano: nel 1101, insieme con il conte Mainardo e con il proprio fratello Trasmondo, donò al prete Alberto e ai suoi compagni duecento moggi di terra coltivabile nel luogo detto Beato Marcello in Valle Cupa; nel 1102 cedette per 500 libbre pavesi al monastero di S. Maria di Piobbico 52 mansi agricoli: nel 1121 vendette al fratello Gentile la porzione di sua proprietà del Monte Tisano; nel 1130 chiese a Liberto, vescovo di Fermo, di concedergli a terza generazione la corte di Monterone.
Il conte Giberto ebbe quattro figli: Baligano, (vescovo di Fermo dal 1145 al 1167), Ruggero detto Falerone, Rinaldo il Vecchio e Bernardo, detto Ferro. In questo discorso interessa soprattutto Ruggero, detto Falerone, il quale è documentato negli anni 1143, 1145, 1157 e risulta morto prima del 1193. È considerato il capostipite dei signori di Falerone (Pacini, Sulle origini e Liber).
I genealogisti della famiglia Euffreducci accennano, tra gli antenati della stessa, a un indefinito Giberto e affermano che solo con Falerone comincia a farsi chiaro il rispettivo albero genealogico. Penso che Giberto possa identificarsi con il conte Giberto, sopra menzionato, e Falerone con Ruggero, suo figlio detto appunto Falerone. Il conte Giberto segnalato fin dal 1097 era bene nelle condizioni, qualche anno prima, nel 1090, di poter fondare la chiesa di S. Nicolò a Monte Giberto con il contiguo primitivo nucleo abitativo.
Ruggero, detto Falerone, ebbe questi figli: Berardo, Pietro, Offreduccio, Rinaldo e Balignano. Tra i suoi discendenti, ci sono due ‘Giberto’, l’uno segnalato dal 1227 al 1274 e l’altro dal 1271 al 1290. Vi compare un altro ‘Falerone’ dal 1228 al 1265 e vi sono segnalati altri due ‘Offreduccio’ dal 1232 al 1290. È chiaro che l’importante famiglia Fermana degli Uffreducci o Euffreducci abbia derivato il nome da uno di questi Offreduccio.
In conclusione, da tali riscontri, si può legittimamente supporre che tanto la chiesa di S. Nicolò, quando i contigui edifici possano essere stati fondati nel 1090 dal conte Giberto, figlio di Ismidone, ed i suoi diritti di giuspatronato sulla chiesa di S. Nicolò sarebbero passati ai suoi discendenti, a cominciare dal suo figlio Falerone e, di generazione in generazione, fino agli Euffreducci dei secoli XV-XVI, documentati, come si è detto, come patroni della stessa di S. Nicolò.
Se così è, allora il conte Giberto può considerarsi anche il dominus e il fondatore di Monte Giberto, al quale avrebbe dato il proprio nome. E’ un’ulteriore ipotesi.
Il discorso sul fondatore sul toponimo di Monte Giberto pertanto resta aperto ipoteticamente su due personaggi: Giberto, sposo di Cecilia, e Giberto, figlio di Ismidone. Il primo ha in suo favore la vicinanza geografica rispetto Monte Giberto, il secondo l’esplicito giuspatronato sulla chiesa di S. Nicolò e la sufficiente concordanza cronologica con l’anno di fondazione della chiesa (1090). Chi scrive è incline ad accogliere la seconda proposta.
Il giuspatronato degli Euffreducci sulla chiesa di S. Giovanni di Casale è segnalata nell’anno 1500, si può spiegare con il fatto che la rifondazione e ricostruzione della chiesa dentro il Castello di Monte Giberto sia stata opera della stessa famiglia dei citati Euffreducci, i quali per questo vi avrebbero esercitato il patronato.
Si potrebbe pensare anche, però, che egli Euffreducci abbiano acquistato la proprietà dell’antica chiesa di San Giovanni fin da quando essa era annessa ancora al Castello di Casale e che l’abbiano mantenuta dopo la sua ricostruzione. In ogni ipotesi, ad ogni modo, si riscontra un altro importante segno del legame storico del Castello di Monte Giberto con quella potente famiglia Fermana .

3 – Il toponimo
Il toponimo in esame, così come viene scritto fino dal secolo XIV e oltre, indica sempre, etimologicamente, un Monte proprietà di un Giberto. Se ne ha una conferma autorevole e antica nelle Rationes Decimarum (1290-1299), in cui per ben dieci volte si legge invariabilmente: Ecclesia de Montegiberti, dove il de regge l’ablativo di Monte, e Giberti resta al genitivo di possesso. La dizione permane immutata nei documenti dei secoli successivi.
Nei documenti antichi mai si legge Mons Sancti Giberti, ma sempre Mons Giberti. Inoltre, se S. Giberto avesse dato il nome al paese, non un semplice altare, pur riccamente dotato, ma una chiesa importante gli sarebbe stata dedicata, come è avvenuto, ad esempio, per i vicini comuni. A Monsampietro Morico, la chiesa principale è dedicata a S. Pietro Apostolo. Monte S. Martino ha la chiesa parrocchiale intitolata a S. Martino di Tours. Più probabilmente il culto di S. Giberto è stato introdotto in un secondo momento, dopo la denominazione ufficiale del Castello con l’intento di avere anche la protezione di un santo recante un tal nome. Non si dimentichi che il patrono di Monte Giberto è S. Nicolò di Bari, a cui è dedicata all’antica chiesa, e non altri.
Un’altra versione, che corre tra le persone dell’uomo, attribuisce la fondazione di Monte Giberto a due nipoti di Ugone, vescovo di Camerino (sec. XI), il quale avrebbe donato loro dei possedimenti tra le l’Ete Vivo e il Rio. I due fratelli avrebbero costruito prima un primo castello nella zona e poi quello di Monte Giberto. La versione necessiterebbe di una base documentale che allo stato delle conoscenze attuali, non esiste. Per questo viene messa ai margini.
Per completezza, si può anche accennare al racconto ripetuto tra la gente montegibertese, la quale è sempre pronta a dire che, in tempi remoti, vivevano due fratelli, l’uomo di nome Ponziano e l’altro di nome Giberto, e che il primo fondò il Castello di Ponzano e il secondo diede vita al Castello di Monte Giberto. Una cosa analoga, si racconta per S. Marino e per S. Leo, i due fondatori dei rispettivi famosi centri medievali del Montefeltro. Il racconto popolare è basato solo sui toponimi, dando “fondatori” alle preesistenti “fondazioni”: Ponziano in riferimento a Ponzano e Giberto riferimento a Monte Giberto.
4- Un equivoco cartografico sul toponimo di Monte Giberto
In merito al toponimo di Monte Giberto, si può notare che nella cartografia riguardante le Marche lungo i secoli si riscontra un singolare equivoco sul suo toponimo e sulla sua collocazione geografica. Il volume sulla storia della cartografia delle Marche, curato da G. Mangani e da F. Mariano, offre la possibilità di riscontri a riguardo numerosi e puntuali.
E’ da premettere che negli affreschi geografici delle Gallerie Vaticane Egnazio Danti, nella sezione Picenum, da lui dipinta negli anni 1580-1582, scrive con precisione Monte Giberto, collocandolo con proprietà topografica a ovest di Ponzano e a nord-ovest di Petritoli. Evidentemente le informazioni al Danti erano state fornite da persone che conoscevano bene la situazione geografica del luogo. Gli svarioni al riguardo iniziano qualche anno dopo.
Nella carta ‘Marchia Anconitana’, edita a Duisburg, nel 1589 da Gerald Kremer, detto Mercatore (1512-1594) non compare il nome di Monte Giberto ma si legge Monte Ruberto, a sud-est di Monte S. Martino e a nord-ovest di Massa Fermana. Monte Roberto esite situato molto più a nord, nei pressi di Jesi. Si tratta sicuramente di Monte Giberto non scritto nella carta.
Nei secoli XVII e XVIII compare nella cartografia il toponimo inventato Monte Liberto. Esso figura la prima volta nella carta ‘Marchia Anconitana’ elaborata ad Amsterdam da Paulus Merula nel 1605. Ivi, a nord di Santa Maria in Georgio (Monte Giorgio) si scorge infatti un Monte Giberto, contrassegnato da un tondino rosso a evidenziare una certa sua importanza. Non è mai esistito un Monte Liberto collocato in quella zona.
Qualche anno dopo, nella ‘Marca d’Ancona’, edita a Bologna da G. Antonio Magini, compare ancora un Monte Liberto. Almeno così sembra di poter leggere, quantunque la prima lettera del toponimo possa essere interpretata con una C. nel caso si leggerebbe Ciberto. Esso viene collocato questa volta tra Monte Vidon Corrado e Massa Fermana, senza che vi sia mai esistito.
La denominazione Monte Liberto, ripetitivamente, si riscontra nella stessa posizione geografica tra Monte Vidon Corrado e Massa Fermana – anche nella cartografia ‘Marca Anconitana’ di Hondius Janson, pubblicata nel 1635, nella ‘Marca d’Ancona’ di Gerald Valk e di Pieter Schenk del 1683-1694, e nella riedizione della ‘Marca d’Ancona’ fatta secondo la tradizione cartografica di Mercatore-Hondius-Janson, da Williem Jabszoon Blaeu nel 1640. I cartografi predetti non avevano cognizioni locali. Uno ripeteva l’altro.
Con la collocazione abbastanza esatta, vicino a Petritoli e a Moregnano – ma con il nome errato: Monte Liberto – figura nella carta della Provincia e Diocesi di Fermo, curata da Felice Moroni nel 1633. Questa è una chiara riprova che all’inesistente Monte Liberto corrisponde il nostro Monte Giberto.
Finalmente, Vincenzo Coronelli, tra il 1706 e il 1709, nella sezione del territorio di Fermo, inserita nel suo noto “Teatro della guerra”, segnala con esattezza di topografia e di denominazione Monte Giberto (e non Monte Liberto), tra Ponzano, Moregnano e Grottazzolina.
Ma l’errore di nome di luogo ritorna qualche anno dopo, nel 1711, nella carta ‘Marca Anconitana e Fermana’ del fabrianese Silvestro Amanzio Moroncelli, il quale ripete il fasullo toponimo Monte Liberto e l’equivoco di situarlo tra Monte Vidon Corrado e Massa Fermana, senza conoscere la denominazione: Monte Giberto.
Dopo l’evoluzione della cartografia verso una maggiore precisione topografica, prima Antonio Zatta nel suo “Atlante novissimo”, edito tra il 1779 e il 1785, poi Giovanni Maria Cassini nella sezione della Marca, elaborata nel 1791 e inserita nel “Nuovo Atlante Geografico Universale”, e infine Franz Johann Joseph von Reilly nella “Mark Ancona”, pubblicata tra il 1797 e il 1799, situano Monte Giberto a ovest e di Ponzano e a nord-ovest di Petritoli. Così è dato di riscontrare chiaramente nella cartografia marchigiana dei secoli successivi.
La denominazione di Monte Liberto al posto di Monte Giberto si può spiegare con una errata grafia dovuta a F. Adami (p. 67). Nella guerra del 1407 contro Ludovico Migliorati – si riferirà più avanti – si parla dell’assedio di alcuni Castelli tra i quali figura anche Monte Giberto, che però venne stampato nel libro dell’Adami, forse per un refuso tipografico, Monte Liberto. Di fatto, tutti i documenti dei secoli precedenti tramandano invariabilmente il toponimo Monte Giberto, che resta l’unico e il vero.

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MONTE GIBERTO NEI SECOLI XIV – XVI studi di Giuseppe Santarelli

MONTE GIBERTO – Notizie storiche e sviluppo secc. XIV – XVI – Studi di SANTARELLI Giuseppe
NOTA DI DOCUMENTI E STUDI CHE SONO SEGNALATI NELLE CITAZIONI
*Adami = ADAMI, F. “De rebus in civitate Firmana gestis fragmentorum libri duo”. Roma 1591
*A.S.A.F. = Archivio storico arcivescovile di Fermo
*Bonvicini = BONVICINI, P. La centuriazione augustea della Vallata del Tenna. Fermo 1978
*Conlationes registro = A.S.A.F.: registri mss. Armadio .I. palchetto B.
*Crocetti, Scoccia = CROCETTI, G. – SCOCCIA, F. Ponzano di Fermo. Storia ed arte. Fermo 1982
*Cronache Fermane = Cronache della città di Fermo; a cura di DE MINICIS, G. Firenze 1870
*Fabiani = FABIANI, G. Ascoli nel Quattrocento. Ascoli Piceno 1975 pag. 276
*Leopardi = LEOPARDI, M. Vita di Nicolò Bonafede vescovo di Chiusi. Pesaro 1832
*Liber = Edizione del Liber 1029; del Liber 1030, e del Liber 1031: tre codici o registri membranacei dei secc. XIII-XIV rilegati insieme nell’Archivio Storico comunale di Fermo secondo numerazione e titoli di M. Hubart: n. 1029 = Copia bullarum, privilegiorum et instrumentorum pertinent. ad civitatem et episcopatum Firmi facta in pergameno per ser Bartolomeum Petri notarium de anno Domini 1266 tempore et de mandato domini Lorentii Tepuli Firmi potestatis “; n. 1030 = “ Liber diversarum copiarum bullarum, privilegiorum et intrumentorum civitatis et episcopatus Firmi; n. 1031 = “Liber diversarum copiarum bullarum, privilegiorum et intrumentorum civitatis et episcopatus Firmi “. Sono editi con titolo Liber Iurium dell’episcopato e della città di Fermo; a cura di PACINI, D. vol 1° – AVARUCCI, G. vol 2° – PAOLI, U. vol. 3° con impaginazione sequenziale. Ancona 1996
*Mangani, Mariano = MANGANI, G. – MARIANO, F. il disegno del territorio. Storia della cartografia delle Marche. Ancona 1998
*Marini = MARINI, A. “Rubrica eorum omnium quae continentur in libris Conciliorum et Cernitarum ill.me Communitatis Civitatis Firmane ab anno 1380 usque ad annum 1599.” ms. presso archivio di Stato di Fermo e copia nella biblioteca fermana.
*Michetti = MICHETTI, G. S. Vittoria in Matenano. Fermo 1969
*Pacini Origini = PACINI, D. Sulle origini dei signori di Mogliano e di altre famiglie signorilimarchigiane; in “ Studi Maceratesi” n. 22 Macerata 1989
*Pacini Pievi = PACINI, D. Le pievi dell’antica diocesi di Fermo; in: “Le pievi delle Marche” Studia Picena Fano 1978
*Piergallina = PIERGALLINA, G. A. Storia di Grottazzolina. Assisi 1989
*Plebanato 1450 Inv. = A.S.A.F. Inventari del secolo XV. Cartella O, n. 1-5. Fascicolo Ponzano – S. Maria Mater Domini, inventario redatto da Bonanni nel 1450; edito in CROCETTI, SCOCCIA (vedi sopra) pp. 396ss
*Rationes Decimarum = Rationes Decimarum Italia e Saecc. XIII- XIV. Marchia; a cura di SELLA, P. Città del Vaticano 1950 con carta geografica annessa
*S. Antonio da Padova 1771 = A.S.A.F. Inventari del secolo XV: armadio .II. cartella O, n. 1-5 Montegiberto
*S. Giberto 1450 Inv. = A.S.A.F. Inventari del secolo XV: armadio .II. cartella O, n. 1-5 Montegiberto
*S. Giovanni = Inventari 1727 \ 1765 \ 1771 = A.S.A.F. Inventari: sec. XVIIIs; cartella 28 Montegiberto
*S. Giovanni di Casale 1450 = Inventari del secolo XV: armadio .II. cartella O, n. 1-5 Montegiberto
*S. Maria delle Grazie1765 = Inventari: secoli XVIIIs; cartella 28 Monte Giberto
*S. Michele 1450 Inv. = A.S.A.F. Inventari del secolo XV: armadio .II. cartella O, n. 1-5 Montegiberto
*S. Nicolò 1450 = A.S.A.F. Inventari del secolo XV: armadio .II. cartella O, n. 1-5 Montegiberto
*S. Nicolò 1727\1763\1771 = A.S.A.F. Inventari: secoli XVIIIs; cartella 28 Monte Giberto; anni 1727; 1765; 1771
*S. Pietro 1450 Inv. A.S.A.F. Inventari del secolo XV: armadio .II. cartella O, n. 1-5 Montegiberto
*Santarelli S. Casa = SANTARELLI, G. La santa Casa di Loreto. Ancona 1996 pp. 305s
*SS. Vergine di Loreto Inv. = A.S.A.F. Inventari: secc.XVIIIs; cartella 28
*Statuta Firmanorum = Statuta Firmanorum. Firmi 1507 ed altre edizioni successive

NOTIZIE DI SANTARELLI GIUSEPPE SUL CASTELLO DI MONTE GIBERTO: secoli XIV-XVI
Le prime esplicite indicazioni del toponimo ‘Monte Giberto’, castello d’amministrazione pubblica, in base ai documenti finora esplorati, risalgono alla fine del secolo XIII. La data 1090, relativa ad alcuni edifici, rinvenuta nel 1953, e la segnalazione toponimica del 1166 di Arnaldo di Monte Giberto possono far pensare ragionevolmente all’esistenza di un centro demico, ma non autorizzano a concludere che si trattasse di un Castello nel senso proprio del termine (Liber 428).
1- Da Villa a Castello. Monte Giberto poteva essere, come altrove, una semplice villa, fino al secolo XIII. E’ noto che nel 1229, dopo che il luogotenente dell’imperatore Federico II, Rinaldo, duca di Spoleto, aveva cominciato a occupare città e castelli della Marca, il Comune di Fermo organizzò un’alleanza con i castelli del proprio contado. Nei relativi documenti risultano i nomi dei liberi comuni e dei feudatari, detti “signori contadini” (=del contado), i quali parteciparono all’assemblea Generale tenutasi a Fermo. Monte Giberto non compare tra i 208 membri del Gran Consiglio, ove sono menzionati anche i rappresentanti di alcuni castelli minori, non c’è il rappresentante di Monte Giberto: segno, forse, che il rispettivo quest centro demico non era ancora bene organizzato e non era assurto al rango politico amministrativo di Castello. Era forse ancora solo una villa collegata alla territorialità di altro Comune (Fermo?).
Alla fine del secolo XIII, nelle Rationes Decimarum, il toponimo “De Monte Giberto” appare ormai affermato, come riferimento topografico nel circostante territorio per varie chiese. Nel 1329 inoltre Monte Giberto figura in una lista di paesi soggetti a Fermo e tenuti a contribuire il ‘fumante’ (tassa di focatico famigliare) per pagare lo stipendio del podestà della città dominante. Intorno alla metà del secolo XIV, poi, Monte Giberto figura come Castello fra quelli dipendenti dal Comune di Fermo.
Tre importanti documenti lo attestano: del 1356, del 1355 e degli statuti. Nella “Descriptio Marchiae Anconitanae”, redatta al tempo del cardinale Egidio Albornoz verso il 1356, si legge: “La città di Fermo ha i sottoelencati castelli e ville”. I castelli (castra) sono divisi in tre zone: “al di là del Tenna”; “verso i monti”; e i “marittimi” . Tra i castelli “verso i monti” è elencato Castello di Montes Giberto, dopo Moregnano e prima di Petritoli (Statuta Firmanorum).
Il 22 febbraio 1355 il cardinale Albornoz ordinò ai comuni delle terre e dei castelli, specificatamente nominati, di inviare i propri procuratori (sindaci) a Fermo per prestare il giuramento di fedeltà nelle sue mani e per promettere l’osservanza di specifici obblighi verso la città di Fermo. Vi risulta il Castello di Monte Giberto, dopo il Castello di S. Maria presso la pievania di Ponzano (oggi detta San Marco) e prima di Petritoli.
Negli Statuti dei castelli Fermani (ed. 1507), per ‘castra’ si intendono i nuclei fortificati che hanno propri amministratori. Il Castello aveva una duplice dimensione: quella di insediamento rurale cinto di mura, e quella di unità giuridica territoriale e sociale ad un tempo. Monte Giberto rientrava probabilmente nella fattispecie di questi ‘castra’.
2- Gli Statuti di Fermo. Gli Statuti dei castelli Fermani, Statuta Firmanorum, sostanzialmente avevano il testo di quelli compilati e ordinati in forma organica nel 1381, ma risalenti, nel nucleo originario, al secolo XIII. Successive revisioni introdussero modifiche notevoli in questi Statuti. Nella rubrica 27 del libro 2° sono elencati i castelli, così come erano nel 1380 e anche prima, e l’elenco stampato non fu corretto perché non si fece la depennazione di quelli che gli inizi del secolo XVI non esistevano più in quanto scomparsi o assorbiti dai comuni o dai castelli viciniori. Permaneva per tutti la cittadinanza Fermana, secondo le leggi statutarie. Negli Statuti, i castelli fermani erano divisi in tre categorie: maggiori, medi e minori. Monte Giberto è elencato tra i castelli medi; mentre Ponzano e Grottazzolina sono compresi tra i castelli minori, come quello ponzanese di S. Maria Mater Domini, in territorio adiacente.
Dagli Statuti si apprende la cittadinanza fermana (libro 2°, rubrica 91). In base alla rubrica 25 dello stesso libro 2°, gli 80 castelli, divisi nelle tre suddette categorie, costituivano la giurisdizione di tutti gli abitanti dei castelli in quanto essi godevano la cittadinanza fermana. I deputati dei castelli maggiori venivano estratti a sorte tra i più ragguardevoli cittadini fermani, mentre i deputati dei castelli medi e minori potevano essere scelti tra i cittadini di altri comuni del contado. Tutti gli eletti duravano nella carica solo sei mesi, senza possibilità di rielezione. Ogni castello aveva un proprio castellano o difensore della rocca, che veniva scelto a sorte tra i cittadini di Fermo (libro 2° rubriche 16ss). I deputati dei singoli castelli partecipavano al Consiglio Generale del governo del contado, quando venivano trattati argomenti inerenti alle tasse, alle collette, all’annona e alle contribuzioni (libro 2° rubriche n° 12, 13,15, 16,20). I deputati dei castelli avevano il diritto e il dovere di denunciare alla magistratura di Fermo “tutti e singoli gli atti illeciti e i delitti commessi nel proprio territorio entro 10 giorni” (libro 4° rubrica 2).
Negli Statuti erano stabilite anche le misure ufficiali di lunghezza, di capacità e di peso valevoli per tutti i castelli. Le misure di lunghezza erano la buzetta (buzzetta), la canna e il braccio; la misura di capacità erano il vino e il barile; le misure di peso erano lo statere, il peso, il marco e la libbra. Il marco equivaleva 12 once e 12 once formavano una libbra. (libro 5° rubrica 116).
Era proibito e punito con pesante multa pecuniaria l’abbandonare la residenza di castello “exstracastellare” fuoriuscire per avere residenza stabile in un altro castello dello Stato fermano (libro 5° rubrica 19). Ogni castello era tenuto a pagare l’assetto ed altre tasse alla curia del Rettore della Marca che governava la regione a nome di Roma. In caso di rifiuto, poteva essere applicata addirittura la scomunica. I singoli castelli, infine, dovevano, quando richiesti, provvedere le milizie al Rettore su una base stabilita. Entro questo regime giuridico statutario rientrava anche Monte Giberto, castello “medio” dello Stato di Fermo.
3- Il Castello di Monte Giberto e quelli di Casale e del Podio. Stando alle esigue ma sicure indicazioni documentali, sembrerebbe di poter concludere che i più antichi castelli di Casale del Podio, segnalati a metà del secolo XI nel territorio divenuto montegibertese, abbiano perso poco a poco, dal secolo XIII al XIV la loro importanza di autonomia amministrativa, o persino scomparsi, siano stati assorbiti nel vicino castello di Monte Giberto. Potrebbe esserne una conferma il fatto che nella citata Descriptio Marchiae Anconitanae non figurano né Castello di Casale, né Castello del Podio. Il castello di Monte Giberto, sempre più emergente, ebbe ad assorbire l’amministrazione di questi due castelli, situati tra l’Ete Vivo e il Rio.
L’antica chiesa di S. Giovanni del Castello di Casale, nel relativo inventario del 1450 risulta ricostruita con lo stesso santo titolare all’interno del castello urbano di Monte Giberto. Si è creato uno stretto legame tra l’antico Castello di Casale e il nuovo centro urbano di Monte Giberto, nel contesto di quel noto e non raro fenomeno di incastellamento della popolazione sparsa nel territorio, per cui, al decadimento di un centro demico rurale, si usava ricostruire dentro un più sicuro Castello l’antica chiesa con la stessa precedente dedicazione.
Anche tra il Castello del Podio e quello di Monte Giberto sembra che esista un legame, per quanto ancora poco definibile, perché, non è escluso che la chiesa di S. Nicolò di Monte Giberto abbia assunto questo nuovo titolo, aggiunta a quello originario di S. Sepolcro, da un’antica chiesa esistente un tempo nel Castello del Podio e dedicata, appunto, a S. Nicolò.
Forse lo stesso stemma del Comune, costituito da un trimonte con una G [=G(iberto)] sopra al monte mediano più alto, sta a significare la fusione dei tre castelli di Casale, del Podio e di Monte Giberto in un unico castello, avvenuta probabilmente agli inizi del secolo XIV, forse attorno al 1329 come risulta dalla tassazione imposta da Fermo. Uno stemma municipale del 1681 è nei locali della chiesina San Nicolò. La gente del luogo spiega i tre monti: -1- il colle detto anticamente Monte di S. Margherita, (dove ora si trova il deposito dell’acquedotto), -2- il centro urbano; -3- quello sovrastante la chiesina rurale di S. Lucia.
Si sarebbe verificato quel fenomeno caratteristico che era la nascita del cosiddetto “comune di castello”, nell’ambito dell’evoluzione sociale e politica dei castelli, riscontrabile nei secoli XII-XIV. Probabilmente si è realizzata la supposta fusione dei tre centri demici in uno, mentre l’incastellamento della popolazione dentro le mura di Monte Giberto poteva essere un fenomeno in atto già da tempo. Ciò avveniva spesso con la concessione da parte dei “signori” ai loro soggetti dei primi atti di autonomia, fondendo due o più comunità in una, come, ad esempio, in Montefiore dell’Aso negli anni 1223-1231, furono unite le due comunità di Montefiore e di Aspramonte, tramite determinati patti o ‘concordie’.
Nel secolo XIV il centro di Monte Giberto fu dotato di una cinta muraria e assunse l’aspetto di un Castello munito di altre difese, quasi sicuramente con l’autorizzazione del governo di Fermo, cui apparteneva. L’autorizzazione specifica, proveniva sempre dal centro e l’iniziativa non veniva assunta autonomamente dai castelli sottomessi.
Monte Giberto mostra tuttora una sezione delle sue antiche mura di fortificazione, soprattutto nella parte meridionale. Le altre sezioni – escluso qualche piccolo residuo – sono scomparse poco a poco nel secolo XIX e agli inizi del XX e una parte, nel 1953, per una frana, causata dalle piogge, che hanno gravemente danneggiato il settore nord del Castello con crolli devastanti che hanno interessato marginalmente anche la chiesa di S. Nicolò.
Lungo i secoli, alcune superfetazioni edilizie hanno deturpato la superstite cinta muraria, soprattutto dal lato sud del Castello, in prossimità della chiesa di S. Giovanni Battista. Nel 1936, nell’Elenco degli edifici monumentali della provincia di Ascoli Piceno, fatta dal Ministero dell’Educazione Nazionale, venivano descritte le fortificazioni di Monte Giberto: “Mura Castellane frammentarie con arco acuto trecentesco e torrioni cubici coevi” (Elenco … 135).
Purtroppo, dei quattro torrioni praticamente uno solo ancora si conserva abbastanza bene, con i segni di vari ripristini; è situato a sud-ovest e si eleva a ridosso della strada che introduce alla Porta da Sole, la quale è stata gravemente manomessa e privata dell’antico arco acuto. Fino a oltre la metà degli anni quaranta del secolo XX si conservavano ancora le due rispettivi imposte di legno massiccio, che in tempi remoti venivano chiuse al calar del sole, insieme a quelle di “Porta da Bora”, la quale assunse questa denominazione almeno fin dal secolo XV. Infatti, nell’inventario dei beni immobili della chiesa ponzanese di S. Maria Mater Domini, stilato nel 1450 dal Bonanni, viene menzionata a Monte Giberto “La porta da Bora”, nome che si incontra anche nell’inventario del 1450 della chiesa di S. Giovanni di Casale (Crocetti, Scoccia, 390).
In conclusione, Monte Giberto, fin dal secoli XIII può considerarsi un Comune strettamente dipendente dal governo statutario del libero Comune di Fermo, al quale, anche nei secoli successivi, ha legato la sua storia, che spesso fa tutt’uno con quella della “madre patria”. Anche per questo è necessario rintracciare testimonianze del precedente legame territoriale fermano, almeno dal secolo XI. Molte altre ricerche storiografiche restano inesplorate.
NOTIZIE DEL SECOLO XV SUL CASTELLO DI MONTE GIBERTO
Nel secolo XV Monte Giberto subisce le inquiete vicende dei castelli dello Stato fermano, caratterizzate, nei primi decenni, dalle lotte di predominio da parte dei vari signorotti e capitani di ventura, anche dai contrasti tra la città di Fermo e i suoi castelli e tra gli stessi castelli fermani.
1- L’assedio del 1407. Nel 1407 Monte Giberto fu coinvolto nella guerra mossa contro Ludovico Migliorati, signore di Fermo, dal nuovo rettore della Marca, Benedetto vescovo di Montefeltro, e dai suoi alleati. Gli avvenimenti ebbero questo svolgimento. Nel 1404, alla morte di Bonifacio IX, fu eletto Papa Cosimo Migliorati, arcivescovo di Bologna, che assunse il nome di Innocenzo VII, il quale nominò rettore della Marca e signore di Fermo, suo nipote Ludovico Migliorati, giudicato dal Muratori e da altri storici, “uomo bestiale” per le crudeli uccisioni perpetrate a Roma.
Nel 1406, morto Innocenzo VII, fu eletto Papa Gregorio XII, il quale tolse al Migliorati sia il governo della Marca e sia l’investitura del Fermano, nominando rettore della Marca il vescovo di Montefeltro. Il Migliorati però non volle abbandonare il dominio della città di Fermo e del Girfalco, tenendo occupate anche la rocca di Ascoli e altre terre della Marca. Il vescovo di Montefeltro, allora, per combattere il suo rivale, chiamò in aiuto il famoso capitano di ventura Braccio da Montone e alcuni signori della Marca. In una delle fasi belliche fu coinvolto anche il Castello di Monte Giberto. Ecco il racconto che ne fa il cronista fermano, Anton di Nicolò: “5 agosto 1407: il Vicerettore della Marca, che era il vescovo di Sarzana, detto volgarmente il vescovo di Montefeltro, frate Pietro, assieme con Berardo, figlio di Rodolfo da Camerino, con Chiavelli da Fabriano e con Braccio e le sue genti, tutti concordi, che erano circa 1500 cavalieri e 1000 fanti, posero il campo sopra Servigliano, castello del contado di Fermo. Il Castello e gli uomini si arresero al Vicerettore. Nei tre giorni successivi, 6, 7, 8, essi occuparono Belmonte, Monsampietro Morico, S. Elpidio Morico, Monte Leone, Monte Giberto e Montottone. E gli uomini di Montottone distrussero il cassero dello stesso loro Castello, che era stato costruito dai Fermani a difesa del Comune di Fermo. Nello stesso anno, il 18 agosto, il Vicerettore con le dette genti posero il campo sopra il Castello di Grottazzolina. La presero con la forza, fecero prigionieri tutti i maschi, e poi appiccarono fuoco al Castello e lo bruciarono tutto”.
Le fortificazioni del castello di Monte Giberto dovettero essere messe a dura prova da un esercito così numeroso e agguerrito. Nonostante questi successi, il vescovo di Montefeltro ebbe poi la peggio, perché il Migliorati, alleato con Ladislao re di Napoli, da costui ottenne consistenti aiuti militari, consolidò il suo potere nel territorio fermano, in tempo di scisma, soprattutto dopo che l’antipapa Alessandro V, nel 1409, gli confermò la signoria nominandolo vicario di Fermo, e il suo successore, pure antipapa, Giovanni XXIII riconobbe la sua autorità, eleggendolo rettore della Marca e capitano delle sue armi.
Il Migliorati ebbe seri fastidi nel 1414 dai Malatesta di Rimini, i quali non tollerarono che egli, signore di Fermo, avesse sottratto loro Monterubbiano. Per questo, con un buon esercito i Malatesta si accamparono a Montolmo (oggi Corridonia) e a Montegiorgio. Nella primavera del 1415 essi cominciarono a occupare i castelli oltre il Tenna. Nel del 1416 i Fermani riuscirono ad allontanare il Migliorati e a riconquistare tutti i castelli minori della zona (Crocetti, Scoccia 139ss ).
2- L’eresia dei “fraticelli” a Monte Giberto. E’ noto che a partire dall’inizio del secolo XIV fino alla metà del secolo XV si diffuse in Italia e in alcuni paesi europei, la setta eretica detta dei “Fraticelli”. Erano chiamati così quei francescani della corrente degli “spirituali” che entrarono in lotta contro il Papa Giovanni XXII, il quale li condannò con bolla del 30 dicembre 1317. Questo Papa, contro l’orientamento di alcuni francescani, con una bolla del 12 novembre 1323, tra l’altro condannò come eretica l’opinione secondo cui Cristo e gli apostoli non avevano alcuna proprietà, né in comune, né in privato, ma avevano solo l’uso dei beni. I “Fraticelli” contestavano questa dottrina del pontefice e, per questo, lo consideravano eretico. Sostenevano anche che i papi e i vescovi successori, che accettavano tale dottrina, perdevano ogni giurisdizione e autorità. Cose queste, che dicevano risiedere solo in loro, frati poveri, che formavano la vera Chiesa.
La loro visione radicale, inficiata da errori, contrapponeva a una Chiesa ufficiale – che dicevano ricca e carnale e, per questo, svuotata di autorità – una chiesa povera e autorevole, quella (presunta) autentica, dei “fraticelli”. Sostenevano anche che ogni giuramento è illecito; che i sacerdoti in peccato non hanno più alcuna autorità né ministero né facoltà. Predicavano errori anche sul matrimonio, sull’Anticristo e sulla fine del mondo.
I “Fraticelli” erano piuttosto numerosi nello Stato Pontificio, comprese le Marche. Essi vivevano in luoghi appartati, presso cappelle rurali e nei boschi. Pur mancando nel complesso di un’organizzazione unitaria, si strutturarono tuttavia come ‘Ordine Francescano’ con province e con ministro generale proprio. Vivevano di elemosina. Predicavano i loro errori agli ospiti che visitavano segretamente e con cui celebravano i loro riti nottetempo, in nascondigli. Molti laici, incontrati da loro, seguirono l’eresia loro, tanto uomini che donne. Nel 1426 S. Giacomo della Marca, insieme con S. Giovanni da Capistrano, ebbe della Santa Sede l’incarico di inquisitore dei “Fraticelli”.
Questo movimento ereticale interessò anche Monte Giberto, come si evince da un documento del 22 ottobre 1412 dell’archivio storico arcivescovile di Fermo. Vi si legge che Giovanni de Firmonibus, vescovo di Fermo, dovette intervenire contro fra Antonio da Caserta, “fraticello di poverissima vita e di mala vita”, il quale era solito abitare nel luogo (o convento) di Monte Giberto e sosteneva la setta eretica e, per questo, era già incorso nella sentenza di scomunica. Il vescovo dispose che si desse pubblica comunicazione ai fedeli per informarli che ogni seguace di fra Antonio era sotto pena di scomunica e doveva chiedere, convertendosi, l’assoluzione al vescovo stesso, il quale se la “riservava” per quanti avevano ascoltato e seguito il fraticello eretico (Conlationes, 1, 116).
L’importante documento attesta, tra l’altro, che a Monte Giberto esisteva agli inizi del secolo XV un luogo o convento dei fraticelli. Esso forse si trovava nella Contrada di San Michele o nelle sue vicinanze, perché una tradizione, per quanto tardiva, contenuta nella relazione settecentesca sul santuario della Madonna delle Grazie, accenna a una comunità di frati eremiti in quella zona (S. Maria 1765).
3- La contesa con Ponzano per “Castellare”. Durante le invasioni compiute nel territorio fermano da parte dei soldati degli Sforza e dei Malatesta, a cominciare dal secondo decennio del secolo XV, furono distrutti e incendiati alcuni castelli minori, come quelli di Torchiaro, di Longiano, di Montone e di S. Maria Mater Domini. Nell’inventario di quest’ultima, redatto nel 1450, si usa il toponimo, a suo riguardo, di Castellare, e così pure nel coevo inventario della chiesa di S. Pietro di Fano. Il termine indica un castello andato già in rovina.
Dopo la distruzione del Castello di S. Maria Mater Domini, i rispettivi abitanti si rifugiarono parte a Ponzano e parte a Monte Giberto. Dopo questo abbattimento, il relativo territorio risultava indiviso tra Monte Giberto e Ponzano, per cui sorsero disordini e depredazioni. Si legge, infatti, in un documento del Parlamento Generale di Ponzano, datato 17 aprile 1449: ”Molti, enormi e grandissimi danni vengono fatti nei nostri territori e nel territorio di Castellare, il quale è indiviso con il Castello di Monte Giberto, tanto dagli uomini, quanto dalle bestie di detto castello [di Ponzano] e tanto dagli uomini e dalle bestie di Monte Giberto, di Grottazzolina e degli altri Castelli circostanti (Crocetti, Scoccia 383ss).
Per evitare tale disordini Antonetto di Filippo di Ponzano propose al Parlamento di quel Castello di istituire l’arca, vale a dire una cassa di contravvenzioni, e di concedere al ‘vicario’ pro tempore piena potestà di fare indagini e multare i colpevoli, a norma degli Statuti del Comune di Fermo, aggiungendo che, se tale proposta fosse passata, la si sarebbe dovuta rendere pubblica e inviare ai Magnifici Priori di Fermo. La proposta fu approvata all’unanimità (Crocetti, Scoccia 142s).
A Monte Giberto in quell’anno 1449 era Vicario inviato dal podestà di Fermo, Ser Angelo di Pocuzio da Monte Vidon Combatte, il quale si sarà dovuto certamente occupare della questione, come l’anno successivo, in qualità di notaio, si occupò del citato inventario dei beni mobili e immobili della chiesa di S. Giovanni di Casale.
A proposito degli inviati a Monte Giberto da parte del Comune di Fermo, per alcuni pochi anni del secolo XV abbiamo i nomi, nei libri dei Consigli e delle Cernite della città di Fermo. Si offre quindi l’elenco dei nobili uomini incaricati come ‘vicari’:
1447: Domenico Mattei da Massa;
1448: Giovanni Antonio da Monte Urano;
1449: Angelo di Pocuzio di Monte Vidon Combatte;
1450: Domenico Vanni da Fermo;
1452: Domenico Nicolai da Ortezzano;
1454: Marino d’Antonio da Massignano;
1455: Giovanni Puzi da Falerone.
La maggiore attenzione degli abitanti ai problemi del castello di Monte Giberto era esercitata dai rispettivi Massari.
Più impegnativo deve essere stato il mandato di ‘vicario’ affidato dal Comune di Fermo a Domenico Vanni nel 1450, perché, il 28 ottobre di quell’anno fu “inflitto un interdetto anche gli uomini di Monte Giberto”, forse come conseguenza degli abusi perpetrati sull’antico territorio del distrutto e limitrofo Castello di S. Maria Mater Domini. E’ probabile che, durante questi frangenti, la parte ovest del territorio dell’antico Castello di S. Maria Mater Domini, detto allora Castellare, sia stato inglobato in quello di Monte Giberto, almeno per una parte del suo territorio. Qui si può notare che anche Monte Giberto ha dato qualche podestà o ‘vicario’ ad altri comuni. Viene menzionato nei verbali consigliari: Ser Antonio d Cristoforo da Monte Giberto, inviato nel 1450 dal Comune di Fermo a Massignano.
Nel 1450 nel pagamento della quota per il clero, Monte Giberto versa soldi 36, denari 7.
4- Il territorio di Monte Giberto a metà del secolo XV. Gli inventari di alcune chiese di Monte Giberto, redatti nel 1450 su mandato del cardinale Domenico Capranica, arcivescovo di Fermo, offrono utili indicazioni per una definizione del rispettivo territorio, limitatamente alla prima metà del secolo XV.
Nel territorio in esame sono segnalati tre “vichi” (vicus). Nell’inventario della chiesa di San Pietro di Fano, che nel 1450 apparteneva ancora al territorio ponzanese del Castellare di S. Maria Mater Domini, sono menzionati alcuni possedimenti nel “vico di San Pietro” e altri nel “vico di Sant’Andrea”. Sicuramente l’uno e l’altro “vico” facevano riferimento alle omonime chiese montegibertesi sopra illustrate. Un altro “vico” era vicino alla chiesa di S. Michele, come si deduce dal rispettivo inventario che lo nomina più di una volta.
Un “vico” comprendeva, in genere, un modesto caseggiato, intorno a una chiesa, con pochi abitanti: piccolo villaggio. E’ nota un’incisiva frase di Giosuè Carducci su “ciò che è anima e forma primordiale nel reggimento del popolo italiano: il vico e il pago, il castello e il comune”.
I tre “vichi” di Monte Giberto attestano la presenza di una popolazione sparsa nel rispettivo territorio, fuori delle mura castellane. È presumibile che anche intorno alle altre chiese, sparse nelle varie contrade montegibertesi esistessero piccoli agglomerati demici di contrada.
In base agli stessi inventari si possono individuare i nomi di diverse contrade, alcune delle quali ancora esistenti: Contrada S. Michele, Contrada La Rota (nella zona di S. Michele) Contrada Campodonico, Contrada S. Lucia, Contrada Monte Berardo (forse l’attuale Monte Bellardo), Contrada S. Giovanni, Contrada Fonte de Ecclesia, Contrada Lu Colle Stranu, Contrada Valle di Becco, Contrada Lu Rigo, (corrispondente assai probabilmente a Il Rio), Contrada Le Ripe, Contrada Lu Furame, Contrada Aiano, Contrada S. Margherita (nella zona in cui sorge l’attuale santuario della Madonna delle Grazie, compreso il colle sovrastante) Contrada Colle Colico, Contrada l’Eta, Contrada Cannapile, Contrada La Moglia de Ceresia, Contrada della Pescara, Contrada da Sole, Contrada L’Acqua d’Adami, Contrada Ceppito.
Le seguenti contrade si trovavano probabilmente ai confini tra il territorio di Castellare ponzanese e quello di Monte Giberto: La Coglina (=Collina), Pile e Bore di Fiano. Quest’ultima contrada, scendeva, fin da allora, dal confine con l’attuale territorio di Ponzano, sul lato della strada provinciale, fin quasi al Rio, come si evince dall’inventario della chiesa di S. Pietro di Fano: “… verso il fiume Eta e infine tende per le Bore de Fiano e tende poi nel Rigo de Montottone”. Negli inventari sono menzionate anche le due classiche porte del castello: Porta da Bora, e Porta da Sole.
I cinque inventari redatti in latino ci fanno conoscere i nomi di alcuni possidenti montegibertesi nel 1450, nomi che, in traduzione italiana, suonano così: Giacomo e Andrea Colucci, Antonio di Pasquale, Antonio di Menicuccio, Giovanni di Menicuccio, Massucci, Andreuccio Bertini, don Marino di Cola (rettore della chiesa di S. Giovanni di Casale, personaggio di spicco nel tempo nel Castello di Monte Giberto), Benedetto di Puzio Vagnozzi, Antonio di Tommaso Nucci, Antonio di Giovanni, Giovanni Ferri, Giacomo di Giorgio, Pietro di Giovanni, Ciccarrello di Antonio, Luca di Puzio, Giovanni Luce, Paganello di Benedetto, Pietro Domenico di Giovanni Giudici, Domenico Bartonuzzi, Antonio di Giovanni Venuzzi, Domenico Massi, Ranaldi, Carassai, Andrea di Tommaso, Morbida di ser Paluzio, Vanni di Matteo, Vico di Puzio, Vico di Antonio, Bartolomeo Simonetti, Tommaso di Giovanni Cataluzie (proprietario di una casa nel Castello), Mite Berti, Antonio Cisco di Marco, Pietro Cisco, Amico di Giovanni, Pietro Cisco e Neri.
Nel clero, insieme con don Marino di Cola, emergeva a Monte Giberto anche don Tommaso Cischi o Cicchi, nativo del luogo, il quale nel 1450 era rettore dell’altare di San Giberto, posto nella chiesa di S. Giovanni Battista. I registri delle Conlationes (1, 147) segnalano che don Tommaso Cicchi da Monte Giberto, il 2 novembre 1455, viene presentato alla curia vescovile di Fermo, quale rettore dell’altare di S. Stefano nella chiesa di S. Angelo in Pila di Fermo.
Un altro montegibertese è ricordato più di una volta nei documenti vescovili fermani. Si tratta di Don Pietro di Antonio che il 5 aprile 1431 era presente a Fermo alla redazione dell’atto di conferma vescovile della badessa del monastero di Santa Maria di Monte San Giusto. (Conlationes 3, 51). Lo stesso nome è in un documento del 3 agosto 1406, relativo al beneficio di santa Maria Mater Domini di Ponzano, concesso al canonico fermano don Matteo Vannitti, il quale doveva prendere possesso o tramite il canonico Pietro Vannis o tramite don Pietro di Antonio di Monte Giberto (Conlationes 2,13).
Una lettera menziona un certo Giovanni Cosomi di Monte Giberto, il quale, essendo diacono, nel settembre 1483 ricevette dal vicario generale della diocesi di Fermo don Antonio de Arbertis, l’autorizzazione di farsi consacrare sacerdote da un vescovo cattolico a cui si fosse presentato (Conlationes 3, 95).
Vari terreni o apprezzamenti (particelle) appartenevano a chiese e altari montegibertesi, ben specificati negli inventari. A Monte Giberto nel 1450 è segnalato un notaio: Giovanni Cristofari, che sottoscrisse l’inventario dei beni della chiesa rurale di S. Michele.
In seguito alla contesa per l’accaparramento del territorio appartenuto al Castello di S. Maria Mater Domini, denominato, dopo la sua distruzione, Castellare, i confini territoriali di Monte Giberto, nelle trattative, cominciarono ormai a ben configurarsi, anche se non ancora in maniera definitiva. Solo dopo altre controversie seguite nello stesso secolo XV il territorio montegibertese estendendosi al di là del fiume Ete, ebbe un suo preciso assetto, soprattutto nel secolo XVI con Grottazzolina, come si dirà in seguito.
5- Lotte per i confini con Grottazzolina e Ponzano. Sembrerebbe che la popolazione montegibertese, tra medioevo e rinascimento, fosse abbastanza turbolenta, come quella, d’altronde, di Ponzano e di Grottazzolina. Se ne ha una riprova nella vivace contesa sui confini territoriali dei tre castelli, mossa da Grottazzolina. Ci furono rappresaglie e uccisioni, tanto da provocare il deciso intervento del Comune di Fermo. Il 7 agosto 1463 furono inviati dal magistrato fermano uomini armati e commissari per riportare l’ordine. Essi, punirono i più colpevoli (Marini 1463).
Le sanzioni furono comminate in più tempi. A causa degli eccessi dei rispettivi abitanti, in quella infausta contesa, i priori fermani multarono le comunità (Comuni) di Monte Giberto, di Ponzano e di Grottazzolina di 300 ducati per ogni focolare, che dovevano essere sborsati dai nuclei familiari. Pertanto il Castello con il maggior numero dei focolari doveva pagare la somma maggiore. Il 17 ottobre dello stesso anno le autorità fermane decisero di infliggere agli stessi tre castelli una “pena” di 400 ducati, affinché i loro abitanti non si gloriassero degli eccessi commessi, delle incursioni e delle temerarietà osate, e affinché altri non ne traessero stimolo per azioni del genere.
E finalmente, il 27 novembre 1463 i priori ritornarono sulla multa di 400 ducati da imporre ai nuclei familiari dei tre comuni: si comportarono con umanità ed equanimità perché decisero di risparmiare dalla multa i nuclei di vedove e pupilli, non colpevoli di questi tristi fatti.
6- Aiuti in armi e in alimentari
Monte Giberto, come gli altri castelli del contado di Fermo, nel 1473 dovette fornire aiuti all’esercito pontificio, impegnato con difficoltà nella difesa di Città di Castello e di San Sepolcro. Fermo, sollecitata da Roma a procurare aiuti, mandò un’ordinanza a tutti i castelli del suo Stato per reperire 160 cavalli e uomini idonei ed equipaggiati, da mettere agli ordini di Antonello da Borgo. Monte Giberto e i comuni limitrofi contribuirono in questo modo: Petritoli con 9 cavalli, al comando di Antonio da Lodi; Monte Giberto con 4 cavalli, agli ordini di Peccatore; Ponzano con 4 cavalli, al comando di Palmesiano e Firmone; Grottazzolina con 2 cavalli; Torchiaro con 2 cavalli, al comando di Michelozzo; Moregnano con 2 cavalli.
Il contributo di ogni castello era proporzionato alla rispettiva importanza e grandezza. Se ne può dedurre che nel Quattrocento Monte Giberto risultava superiore per popolazione e consistenza a Grottazzolina, ma non a Petritoli che contribuì oltre il doppio, mentre si trovava allo stesso livello di Ponzano (Crocetti, Scoccia 145s).
Il secolo XV fu funestato più volte dalla peste e dalle carestie. Nel 1474 era colpito anche Fermo, che impose ai suoi castelli la requisizione di una determinata quantità di grano per rifornire la città. Decisero questa imposizione i Priori, con il consenso dei Regolatori e in ottemperanza a quanto stabilito dal Consiglio di Cernita. Furono inviati tre commissari, uno per i castelli marittimi, uno per i castelli d’oltre Tenna e uno per i castelli ‘di mezzo’, ai quali apparteneva Monte Giberto che, come Ponzano, Monte Urano ed altri, dovette provvedere la quantità di 20 salme di grano. Il maggior contributo fu effettuato da Mogliano con 60 salme di grano e il minore da Pedaso con 5 salme. Petritoli partecipò con 25 salme e Grottazzolina con 10. Ciò sta ad indicare la posizione di Monte Giberto in questo secolo: un castello medio, con una sua consistenza significativa.
Nel 1480 fu portata nel Pubblico Parlamento di Fermo una questione riguardante Monte Giberto, di cui esiste l’istrumento. Bastiano di ser Evangelista, “vicario” del castello di Monte Giberto, con la presenza dei massari dello stesso Castello, fece alcune proposte sul modo di procedere e sulla eventuale soluzione riguardo all’accusa da sporgere per eventuali danni subiti. Fu stabilito che le accuse non potessero essere fatte da parte delle famiglie o dai capi di casa. Si ignora il merito della vertenza. Il fatto tuttavia dimostra, ancora una volta, l’attenzione degli abitanti ai problemi del castello di Monte Giberto (Fermo, pergamena 1866).
7- Un trittico di Carlo Crivelli
La storia del castello gibertese non va limitata solo sotto all’aspetto sinistro delle eresie, delle contese con i vicini e dei pagamenti. Va ricordato che la comunità (Comune) di Monte Giberto nel secolo XV espresse una particolare sensibilità religiosa e artistica, come quando il suo Comune si rivolse a Carlo Crivelli per l’esecuzione di un dipinto da esporre in una loro chiesa.
Carlo Crivelli (1430/35 – 1494/95), celebre pittore veneto attivo nelle Marche, ricevette ad Ascoli Piceno il pagamento per un dipinto, richiesto, pensiamo, per una chiesa di Monte Giberto. Ecco l’atto notarile pubblicato da G. Fabiani.
“Il 26 maggio 1478 il maestro Carlo (di Giacomo) Crivelli da Venezia, abitatore di Ascoli, spontaneamente per sé … eccetera, fece conclusione e quietanza generale, remissione … eccetera, al Comune e alla comunità universale di Monte Giberto del contado di Fermo ed a me notaio riguardo a 34 ducati e a 39 bolognini di moneta alla ragione di 40 bolognini per ogni ducato, come parte della somma, più grande, a lui stesso dovuta in vigore del contratto, come asserì, per l’opera (fattura) di una qualche tavola che sia ancora da fare ad opera dello stesso maestro Carlo … eccetera, computati già 21 ducati, come asserì risultare con atto scritto da ser Vanne di Cola Pellegrini di Ascoli e ducati 13 e bolognini 39 che ha ricevuto dalle mani di Nicola Ciccolini di Ascoli nel fondaco delle gabelle, alla presenza dei signori Gentile dei Malaspini, ser Pietro Paolo Mattucci e ser Girolamo di Giovanni Mattucci di Ascoli, testimoni”. (Atti di Gaspare n. 99 in Fabiani). Dall’atto notarile non si riesce a sapere se il dipinto fosse ancora da terminare. Il Fabiani annota che di esso “non ne è rimasto alcun ricordo”.
Sorge spontaneo l’interrogativo: che cosa rappresentava il dipinto e dove fu collocato? Una risposta viene dal citato inventario della parrocchia montegibertense di S. Giovanni del 1771. L’autore, don Filippo Franchelucci offre brevissime ma utili notizie a riguardo. Per dimostrare l’antichità della chiesa di San Giovanni battista egli cita anche “l’icona dell’altare maggiore in tavole, opera di Carlo Pittore del secolo decimoquarto” (leggi: decimo-quinto). L’autore parla di più tavole con immagini dipinte da Carlo Crivelli. Il Franchelucci mentre descrive i soggetti dei vari dipinti conservati negli altari della chiesa o negli attigui locali, nel fare l’inventario delle suppellettili della suddetta chiesa, indica “il quadro dell’altare maggiore con le immagini di Maria SS.ma, S. Giovanni a S. Nicolò”.
La laconica descrizione, confrontata con la precedente notizia, fa intendere abbastanza perspicuamente che si trattava di un trittico, su tavola, con al centro, quasi sicuramente, la figura della Madonna e, ai lati, le immagini di S. Nicolò di Bari (patrono di Monte Giberto, al quale è dedicata la vicina chiesa) e di S. Giovanni Battista (titolare dell’omonima chiesa). A questo santo e non a S. Giovanni Evangelista fa riferimento l’inventario, dato che il trittico era esposto sull’altare maggiore della chiesa dedicata al santo precursore (S. Giovanni 1771). Le tre tavole erano ancora in sede nel 1771, quando la chiesa di S. Giovanni Battista stava subendo una radicale ristrutturazione. Ripetiamo con il Fabiani che non abbiamo traccia del predetto dipinto.
È noto che le opere di Carlo Crivelli andarono disperse in gran numero durante le spoliazioni napoleoniche e, poi, durante l’assalto dei cosiddetti “primitivi” operato dai collezionisti del secolo XIX, soprattutto anglosassoni. Molti dei polittici asportati andarono smembrati e venduti separando i singoli pannelli. In seguito furono operate ricomposizioni (anche arbitrarie) di alcuni splendidi polittici crivelleschi.
Qui è interessante notare come l’intera comunità civile cristiana di Monte Giberto (communi et universitari) si sia interessata per avere un dipinto di valore da un grande maestro attivo nelle Marche, disposta a sborsare quanto necessario.
D’altro canto, i dipinti murali della chiesa di S. Giovanni Battista, menzionati dal citato inventario del 1771, e quelli esistenti nell’antica e distrutta chiesa di S. Margherita, su cui è sorto l’attuale santuario della Madonna delle Grazie, risalgono con ogni verosimiglianza alla fine del Trecento e alla prima metà del Quattrocento, secolo inquieto, ma anche artisticamente sensibile.
Monte Giberto in tal modo, nel secolo XV e in altri secoli, come tanti altri Castelli del Piceno, si era procurato un patrimonio artistico non trascurabile, anzi un prezioso documento di civiltà e di fede in ambito locale.
Conclusione. Si chiudono queste brevi notizie sulle origini e sui primi sviluppi di Monte Giberto, che va acquistando un volto storico, ancora non compiuto. Si auspica che altri amplieranno le descrizioni e le documentazioni.

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AGOSTINI DINO MISSIONARIO DELLA CONSOLATA SACERDOTE BRASILE ARGENTINA SPAGNA 1916-1989

p. DINO AGOSTINI 1916 – 1989 missionario della Consolata
Ricordo
Attraverso le persone si compie l’opera del Signore
Belmonte Piceno luglio 2017
AGOSTINI DINO SACERDOTE MISSIONARIO DELLA CONSOLATA
Agostini p. Dino è nato a Monteleone di Fermo il 15 aprile 1916, figlio dei coniugi Antonio e Agostina De Santis. Entrato nel collegio dei padri missionari della Consolata nel 1928 a Santa Maria a Mare di Fermo, fa parte del primo gruppo degli apostolini, dei quali soltanto tre arrivano al sacerdozio.
Prosegue il ginnasio a Gambottola e Favria Canavese. Il liceo a Torinio. Ilnoviziato a Uviglie, Rosignone Monferrato ove il giorno 2 ottobre 1936 professa i primi voti insieme con Fra’ Aldo e a p. Constancio Dalbésio. La professione definitiva il 2 ottobre 1939 nell’Istituto Missioni della Consolata. Poi a Roma.
Frequenta la Pontificia Università di Propaganda Fide ove consegue la licenza in Teologia. Durante il terzo anno di Teologia frequenta il corso di Medicina Missionaria, conseguendo lo specifico Diploma. Tornato a Torino, è ordinato sacerdote il 23 giugno 1940. Per sei anni in tempi e luoghi diversi espleta varie mansioni: insegnante a Varallo, cappellano dell’ospedale alla Certosa, addetto alla stampa e propaganda a Revigliasco, bibliotecario a Camerletto, assistente infermiere e insegnante a Varallo. A Torino, professore di latino, greco e italiano. Durante la guerra si occupa di 450 vecchietti dell’Asilo di Torino e qui si potenzia la sua vocazione di prendersi cura dei bambini e delle persone anziane.
Parte nel 1946 per il Brasile. Durante il mese e più di navigazione tocca vari porti e si ferma per alcuni giorni in Portogallo. Visita Fatima e conosce i genitori di Giacinta e Francesco, due dei veggenti. Durante il viaggio fa amicizia con missionari di altre congregazioni e sperimenta all’accoglienza cristiana offertagli in varie case religiose situate nei porti intermedi dove si fermava la nave mercantile. E arriva in Brasile a metà dicembre; a San Manuel il 17 dicembre 1946, a 300 km da San Paolo dove fu aiutante parroco nel 1948, poi torna a San Manuel.
Qui i missionari della Consolata lavoravano sin dal 1937. Egli vi rimane 16 anni, con incarico prima di assistente del nuovo seminario appena costruito, poi come economo e alla domenica attende le numerose comunità, circa 30, insieme con altri padri missionari arrivati anch’essi dall’Italia, dopo la guerra. A quei tempi c’erano ancora molti italiani e figli di italiani in queste comunità rurali.
Trasferito nel 1963 in una cittadina al sud del Brasile, Tres de Maio, nello Stato del Rio Grande do Sul (circa 1700 km da San Manuel) dove era aperto un seminario per vocazioni missionarie, trova anche qui l’ambiente europeo, con italiani, veneti e trentini, tedeschi e polacchi. Per tre anni vi dirige il seminario.
Il p. Generale nel 1966 lo trasferisce in Argentina come superiore provinciale. Qui ha l’opportunità di accompagnare il lavoro dei missionari nostri venuti nel 1947. Vero lavoro missionario alla periferia delle grandi città: Buenos Aires, Rosario, San Francisco di Cordova, Mendoza, e soprattutto al Nord, tra le popolazioni del Chaco e di Formosa, quasi tutte di origine india del vicino Paraguay. Dopo cinque anni <1971> è trasferito a Madrid per tre anni, come direttore del seminario teologico della Consolata intitolato a Giovanni XXIII.
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Ecco i suoi sentimenti in una lettera che p. Dino inviava al Vice superiore generale in data 20 febbraio 1974: “ Rev.mo e carissimo Padre … Ho ricevuto la sua lettera dove mi dice che penserebbero di destinarmi di nuovo in Brasile e dove anche mi chiede il mio parere. Prima di tutto, ringrazio il pensiero che ha avuto. In secondo luogo, ripeto oggi quello che sempre dissi a tutti i superiori: sto sempre a disposizione per quello che giudicano posso fare. Se un desiderio mi è permesso di esprimere, sarebbe questo: lavorare come semplice confratello senza incarichi di direzione. Credo che a questa età convenga lasciare quei posti a gente più giovane. Ad ogni modo non ho fatto i voti per scegliere i posti di lavoro: tutto è servizio…”
Ritornato in Brasile, alla fine del 1974, esercita l’incarico di coadiutore parrocchiale a Rio de Janeiro, poi di parroco nella parrocchia di Erexim (Rio Grande do Sul) nel seminario liceale e a Rio do Oeste. Svolge l’apostolato tra i lavoratori dell’industria e in otto comunità rurali quasi tutte di origine veneta.
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Nella lettera al cugino Nello del 12 dicembre 1981, scrive: “ Sto in questa città, detta San Manuel, con 30.000 abitanti, dove ho già lavorato 16 anni dal 1947 al 1963 dove conosco il 70% della gente adulta e dove tutti mi ricordano, quelli che hanno più di trent’anni. Il lavoro non manca, ma siamo in due e alla Domenica ci aiuta anche un padre del seminario. Quest’anno è un anno di osservazione e osservando vidi la chiesa in cattivo stato e presi la risoluzione di restaurarla. Spero di terminarla alla fine di gennaio, così per marzo comincerò un vero lavoro di pastorale. Qui l’hanno con tutte le attività comincia a marzo e non ad ottobre. Di salute, grazie al buon Dio, sto bene e finché avremo le forze, le spenderemo per la gloria del Signore e il bene delle anime. In questa parrocchia il lavoro pastorale è come in Italia, non è propriamente “terra di missione”. Qui si formano missionari come in Italia, per l’interno del Brasile e per l’Africa. Le estensioni sono immense: la mia parrocchia si estenderebbe da Belmonte a Porto San Giorgio e da Belmonte a Macerata; quindi ci vuole forza e salute. Gli abitanti sono più del 60% di origine italiana ma per lo più veneti. Marchigiani non ne ho incontrati, quasi tutti hanno preferito l’Argentina. Qui, in questa città è diventata famosa è la processione del Corpus Domini. Quasi tutta la città si mobilita, essi, lungo le vie per un chilometro, hanno fatto tappeti di vari colori e vari disegni. Il materiale è polvere di caffè, farina, calce, canna da zucchero macinata, segatura e conforme ai gusti e tutto è tinto con anilina.
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TESTIMONIANZA di Anercio Marco Grava su p. DINO MISSIONARIO
Dicembre 1985. Il nostro ospedale prende fuoco. Grande confusione. Gli ammalati vengono tirati fuori, posti sul marciapiede e nell’edificio della camera municipale. I mobili sono buttati dalle finestre. Gente da tutte le parti che vuole aiutare, autobotti che lanciano acqua, una lotta enorme a cui tutti noi prendiamo parte. La disperazione generale, lacrime, pianti e il correre agitato dei medici e di tutti quelli che fanno parte della famiglia ospedaliera, per salvare alcune cose che il fuoco non ha ancora bruciato. San Manuel diventa triste. Chiunque passi per strada si trova davanti agli occhi una triste visione. Non vede più quel maestoso edificio che, con la sua imponenza, dava alla nostra città un rilievo tutto particolare.
Gennaio 1986. Era necessario ricostruire tutto di nuovo. Io, come presidente, avevo l’obbligo morale di devolvere alla popolazione di San Manuel tutto quello che il fuoco aveva distrutto, ma per far ciò avevo bisogno di cercare un aiuto e quest’aiuto doveva avere un polso ben saldo. Sebbene non fossi cattolico, e appartenessi ad un’altra ideologia, vidi in padre Dino la persona più indicata per aiutarmi. Mi recai alla casa parrocchiale per invitarlo, nella certezza di trovare l’aiuto di cui avevo bisogno.
Padre Dino, colla maggior buona volontà del mondo e lasciando trapelare la sua contentezza per l’invito, disse, sorridente “Andiamo a combattere”. In quell’epoca io, lui e il prefetto Miltinho ci rimbocchiamo le maniche e demmo inizio all’opera.
La mia stima per padre Dino crebbe per il suo coraggio e dinamismo. Era forte nei suoi ideali e risoluto nelle sue decisioni, un grande compagno, senza limiti di orari. Viaggiammo molto insieme, ci scambiavamo idee, diventammo buoni amici. Padre Dino rimase al mio fianco fino alla fine della ricostruzione.
E’ stato un uomo che ha saputo la gente conquistare con la sua dinamica, con il suo spirito di fratellanza. Possedeva tutto quello che una persona umana può possedere di buono. Ha sempre amato i suoi simili, era progressista e le sue opere stanno qui, per chi avrà gli occhi per vedere.
Che Dio, nella sua infinita misericordia lo protegga con la sua mano onnipotente. La sua immagine rimarrà sempre viva nelle nostre menti. <1989>
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In una sua lettera al cugino Gaetano, da San Paulo il 20 gennaio 1986 leggiamo: “ Qui ho voluto assistere all’elezione del nuovo presidente del Brasile. Fu una vera rivoluzione bianca e alla brasiliana dove le rivoluzioni si compiono senza uno sparo. Sembra incredibile. Dopo 20 anni di dittatura militare, preoccupata più di proteggere un gruppo di famiglie che di aiutare il popolo; dopo tanti tentativi di legge e sopra le leggi per far trionfare il potere del gruppo, con apparenza di democrazia, il popolo riuscì a fare tanta pressione sui deputati con comizi di 300-500, 1 milione di persone con discorsi di dirigenti e canti, suoni e balli del popolo. Questo popolo riuscì a piegare la volontà di 480 rappresentanti del popolo su 686, riuscendo a sconfiggere il partito potentissimo del governo e questo senza un colpo di fucile.
Fu uno spettacolo che solo il pacifico e ottimista, paziente e temporeggiatore popolo brasiliano sa fare. Fu certamente un esempio per tutte le nazioni del mondo. Ci fu un tempo, verso settembre, che si pensava scoppiasse qualche rivoluzione, invece nulla. Pensare che l’inflazione qui era del 223% quest’anno. Il salario minimo qui non arriva a lire 100.000 ed il costo della vita è alto. Si spera qualcosa dal futuro governo, ma incontrerà grandi difficoltà, perché il sistema che viene da 400 anni non si sradica tanto in fretta. Non c’è dubbio che col nuovo governo e con il nuovo presidente eletto, nonostante i suoi 74 anni, incomincia una era nuova per il Brasile. Bisogna riconoscere che non è facile dirigere un Brasile con 180 milioni di abitanti, con 8 milioni e mezzo di chilometriquadri, dove sono riunite tutte le razze che esistono sulla faccia della terra, dove esistono, allo stile nordamericano, città come San Paolo, Rio de Janeiro, Brasilia; dove c’è la città più moderna del mondo, Brasilia e dove ci sono tribù di Indios che ancora non arrivano all’età della pietra, che non sanno cosa sia un vestito o una casa, anche la più povera.
Da qui si comprende che cosa è il Brasile e che lavoro immenso c’è da realizzare. Senza dubbio è uno dei paesi più ricchi del mondo per le ricchezze delle sue terre e per le ricchezze del sottosuolo, e, diciamolo pure, per la ricchezza delle qualità morali. Ha tanti difetti, ma anche tante bellissime qualità che il cristianesimo ha fermentato e sta facendo sforzi per conservarle, nonostante l’onda materialistica che va invadendo il mondo.”
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Dopo una visita in Italia per una vacanza, nel 1987 ritorna a San Manuel in qualità di parroco. La città era cambiata, triplicata in estensione, le grandi fazendas di caffè erano sostituite dalla canna da zucchero. La popolazione si era spostata tutta in città. Le comunità rurali di piccoli proprietari erano diminuite per più di due terzi perché erano immigrate in città, vendendo tutto e lasciando solo i vecchi. I giovani hanno preso altre vie, come San Paolo capitale o si sono avventurati in camion per le strade dell’immenso Brasile in cerca di lavori più redditizi, ma anche pericolosi.
Le terre vendute sono state comprate da ricchissimi professionisti di San Paolo e i lavoratori sostituiti da gente emigrata da altre località, più povera e di poca capacità di lavoro, per lo più venute dal Nord Brasile. Fenomeno questo comune a tutte le grandi metropoli dello Stato di San Paolo. La popolazione si può dividere in tre categorie: gli abitanti che hanno costruito la loro casa vendendo la proprietà rurale; quei giovani che svolgono altre professioni, come camionisti, muratori, commercianti; quelli che lavorano nelle fazendas affittando qualunque casa, anche scantinati e vanno a lavorare nelle piantagioni di canna o di caffè, che certi proprietari ancora persistono a tenere nonostante la cattiva amministrazione del governo, le gelate o forti brinate.
Questi lavoratori vengono chiamati “boia fria” cioè mangiare freddo. Si alzano al mattino presto, anche alle 4, preparano il pranzo di riso e fagioli, prendono un mezzo di trasporto collettivo in genere un camion chiuso con panche. Con un grosso roncone o con zappa vanno al lavoro dalle sette del mattino alle cinque di sera per tornare poi a casa, (si immagini in che stato) verso le 18,30. Alle 20,30 sono già tutti a letto. Da due anni in qua c’è un ritorno alla zona rurale nei luoghi dove i padroni della canna non hanno distrutto le abitazioni delle antiche fazendas. Il motivo è l’affitto costoso nella città anche negli scantinati. Il governo ha costruito nella nostra città a tre km dal centro, 1450 case, ma le richieste erano più di 3000. La città conta oggi 30.000 abitanti, con circa 2000 nella zona rurale. Il municipio è più grande della parrocchia.
In questo ambiente abbastanza complesso si svolge l’apostolato di padre Dino, insieme con quattro sacerdoti: due in parrocchia e due in seminario e un religioso laico. Officiano la liturgia in quattro chiese e al sabato sera vanno nel rione nuovo ove si sta costruendo una chiesa. Ci sono buoni movimenti cristiani: una sessantina di Catechisti; 18 Ministri straordinari dell’Eucaristia che attendono a più di 100 tra malati e vecchi. La Legione di Maria lavora bene. Ci sono 35 gruppi di persone che si riuniscono quattro o cinque volte all’anno per pregare per la novena di Natale, Quaresima, nel mese di maggio, mese di ottobre. Alcuni di questi gruppi si riuniscono tutte le settimane. Ci sono otto Circoli biblici con riunioni settimanali. C’è anche un buon gruppo di Giovani (alcuni ancora lontani dalla pratica della fede cristiana). È bello il Movimento di Coppia, detto Maranatà: aiutano nella catechesi dei sacramenti, come dirigenti di circoli biblici o ministri dell’eucaristia. È sentita all’iniziativa brasiliana delle Cappelline, cioè piccole nicchie trasportabili con l’immagine della Madonna che circolano di casa in casa nel giro di un mese; sono più di 70 assistite ognuna da una zelatrice e in ogni rione c’è un coordinatore di settore. Servono per mantenere accesa la fiaccola della fede. Un lavoro di apostolato umile e prezioso, per più di 23 anni è realizzato da un fratello laico religioso (missionario della Consolata) Fratel Aldo Marini con 73 anni di età: dal lunedì al giovedì, alla sera, con un furgone cappella visita le 17 cappelle rurali, distanti anche 30 km. Riunisce il popolo, fa cantare, fa catechismo con diapositive, spiega la liturgia della domenica, riunisce i bambini. La gente è umile e molto affezionata a lui. I sacerdoti ci vanno ogni due o tre mesi per la Santa Messa e per le Confessioni.
Altre attività sono: un Ospedale, un Asilo di vecchi e handicappati, le Conferenze di San Vincenzo de’ Paoli che provvedono ai poveri, un Asilo nido per 250 bambini e un Seminario con 20 alunni liceali, aspiranti missionari. Si comprendono le difficoltà per il numero esiguo di sacerdoti, con l’impossibilità di avere un contatto frequente con i vari gruppi. L’apostolato in genere si deve svolgere alla sera tardi quando quei lavoratori sono troppo stanchi. C’è inoltre l’invasione di molte sette protestanti, della massoneria dei “Rotariani Leoni”, degli spiritisti. La televisione, con le sue interminabili novelle, tiene legata la gente e la avvelena distogliendola dalle varie attività pastorali; c’è anche il problema della droga.
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Alcune lettere scritte nel 1988 fanno conoscere momenti di salute precaria. Al cugino Nello, da San Manuel 11 settembre 1988: “Nel mese di aprile fui operato di stomaco. Accusavo qualcosa negli ultimi incontri, qui in Brasile. In un primo tempo migliorò, poi apparve di nuovo il malessere finché andai dal medico. Visitò e disse che bisognava operare: un’ulcera nella bocca del piloro. Fui operato e oggi è tutto normale. Ne sia ringraziato il Signore e quanti pregarono per la mia salute.”
E il 16 ottobre 1988 gli scrive che gode di buona salute: “ Non sembra neanche che fui operato di stomaco. Già ho iniziato l’opera per cui chiesi collaborazione; come primo passo, l’asilo nido di 384 metri quadri; poi la chiesa. È un’impresa difficile, ma confidando nella provvidenza la lanciai.”
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In tutti i rimpatri in Italia, dopo l’incontro con i Superiori e confratelli andava a salutare i fratelli e i parenti: a Belmonte la zia Giustina e i figli. Nelle lettere poi ricordava, con gratitudine le cortesie che gli erano state usate. Scriveva alla famiglia di Nello: “Tutte le gentilezze ricevute, i viaggi che abbiamo fatto, la benzina che si è consumata, le delicatezze in casa, tutte le giornate che Gigetto ha speso per me e altro: tutto fatto con quell’affetto puro e genuino, non può bastare un semplice grazie; sento questo bisogno che è un dovere di scrivervi in una lettera il mio ricordo. Gigetto sempre disposto: non dimentico il gesto generoso di accompagnarmi dappertutto, come se fossi un monsignore della Curia romana. Il Signore lo benedica.”
Al cugino Gaetano che scriveva poesie da agricoltore appassionato della natura, Dino assicurava un ringiovanimento dicendo (20.01.1986) “Si vede che, nonostante gli anni, lo spirito è giovane. Il rinnovarsi continuo della natura aiuta l’uomo a ringiovanire il suo spirito”. Per la legge della carità mi sento in dovere di comprenderlo e dargli anche un appoggio morale; e credo che anche il buon Dio lo giudica in maniera differente da quello di tante persone. La legge della carità è ancora la legge suprema del Vangelo.
Quando gli parlavano di una persona che aveva sbagliato un comportamento, p. Dino diceva: “Per la legge della carità mi sento in dovere di comprenderlo e dargli anche un appoggio morale; e credo che anche il buon Dio lo giudica in maniera differente da quella di tante persone. La legge della carità è ancora la legge suprema del Vangelo.”
P. Dino Agostini Vicario a San Manuel è morto in Brasile, stroncato da un tumore, a 73 anni, l’11. 09. 1989 nell’ospedale san Camillo della città di San Paolo.

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Un pensiero rivolto a lui da p. Josè Olivero. “ Caro amico p. Dino … Ti ricordo sorridente, spigliato e amabile. Ascoltavi con interesse tutto quanto ti si diceva. Questa caratteristica te l’ho riscontrata sempre. Hai iniziato una nuova pastorale che io chiamo “di marciapiede”. A San Manuel (Stato di San Paolo) la chiesa non dista molto dalla casa parrocchiale, ma, per recarti in chiesa, sceglievi gli itinerari più lunghi per poter incontrare più gente possibile e così dialogare con loro. Avevi sempre il sorriso sulle labbra e nel tuo cuore c’era posto per tutti … Adesso che sei trapiantato in Cielo, sono sicuro che il tuo dialogo ha ancora di più sapore celeste …”
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A San Manuel, 11.09.1989, P. Célio Pedro Manuel Saldanha Dernelles diceva di lui:
.1. Personalità molto ricca, carattere allegro, socievole e dinamico, aveva una certa inclinazione per la poesia, che egli stesso componeva quando era ancora studente a Roma. Forse questo lato umano di padre Dino è sconosciuto a molti. Padre Dino, conciliatore, amico di tutti senza eccezioni, guardava all’essere umano, alla persona umana nella sua totalità, nella sua integrità, senza fare distinzione alcuna. Persona colta, preparata, aperta al dialogo, di ampie vedute, detestava i punti di vista retrogradi e obsoleti.
Padre Dino era grande, non si perdeva, non si confondeva, non annegava in un bicchiere d’acqua. Spirito pratico, risolveva tutto immediatamente. Uomo dalle ampie vedute e con una grande esperienza della vita, con un elevato grado di psicologia nell’affrontare la gente, era psicologo, formatore, orientatore, educatore, in tutti i sensi e per tutte le necessità delle persone.
Sin dal tempo in cui era assistente e direttore dei futuri sacerdoti, sia a San Manuel, sia in Argentina come provinciale, sia a Madrid in Spagna come direttore di seminari, o a Tres de Maio, nello Stato di Rio Grande do sul, o ancora in Erechim (sempre in Rio Grande do Sul) in qualità di economo e parroco, e di nuovo a San Manuel, si dimostra sempre un esimio orientatore ed educatore, fermo, sicuro, una guida illuminata e sempre attuale. A seconda della gravità del problema, è in grado di indicare la retta via da seguire, in modo sicuro e soddisfacente, in tutti i sensi.
Padre Dino era dotato di un enorme capacità di ascolto. Carattere versatile e polivalente, poteva far fronte a molti impegni contemporaneamente, e allo stesso tempo poteva concedere la sua attenzione a tutti, riuscendo a seguire tutti. Nessuno usciva dal suo studio, nella casa parrocchiale, senza essere stato accolto da padre Dino. Egli, infatti, metteva tutti al primo posto. Ognuno, per padre Dino, era un essere particolare, che meritava di essere ascoltato secondo il suo problema. Per tutti padre Dino aveva una parola speciale e un tempo tutto speciale, dedicato ad ogni persona in particolare.
Padre Dino non aveva mai fretta quando si trattava di occuparsi di qualcuno, sia nelle innumerevoli visite che faceva alle famiglie, sia nei contatti personali, nella stanza di studio, sia per telefono. Padre Dino non aveva mai fretta, non faceva mai le cose in fretta, sacrificando persino gli orari personali e comunitari a favore del prossimo. Per lui l’altro, il fratello bisognoso, si trovava sempre al primo posto. La persona umana, per padre Dino, era più importante di tutto il resto. Per questo era tanto stimato da tutti, dalle autorità, dai poveri, dai mendicanti, dai bianchi e dalle persone di altro colore, dai fratelli di altre confessioni religiose, dai politici e da tutti i possibili settori della società, e tutti lo amavano.
Non poneva mai i propri interessi al di sopra degli interessi e delle necessità altrui. Uomo aperto, spirito pratico, dinamico, socievole, dotato di un’alta dose di diplomazia – vera diplomazia all’interno dello spirito cristiano – sapeva essere energico e forte quando il momento e la situazione lo esigevano. Dotato di molta prudenza e discrezione, di molta pazienza e di una grande capacità di ascolto e di dialogo, sapeva e poteva dire le cose senza offendere nessuno, anche perché aveva sufficiente autorità morale per farlo: autorità morale proveniente dalla sua personalità completamente rivolta e indirizzata a Dio, alla Chiesa e al prossimo.
Autentico e fermo, energico e forte, aperto e disciplinato, uomo dell’ascolto e del dialogo, socievole e amico, buono e ricettivo, prudente e audace, dinamico, versatile e polivalente, poteva anche intenerirsi, molte volte fino alle lacrime, alla vista della miseria umana e del sorriso innocente di un bambino. Questa è un’altra qualità di padre Dino che a molti potrà persino essere sconosciuta: il suo sentimento di tenerezza.
Dava un grande valore all’amicizia, che era la radice e il movente di tutta la dinamica della sua laboriosa attività umana. Dotato di un grande potere di consolazione, come nessun altro, sapeva consolare e alleviare i conflitti e le angustie delle persone. In tutta la sua esuberante personalità, fu primo in tutto, un uomo autentico, sincero e onesto nei confronti del suo Dio, della Chiesa che amava tanto e del prossimo, suo fratello.
Aveva difetti, così come noi tutti li abbiamo, “come tutti noi figli di Adamo sopportiamo le nostre mutilazioni e lealtà”, ma resta sempre il suo ricordo. Padre Dino, a capo di tutti gli impegni sociali e religiosi della sua comunità, della sua parrocchia, della sua città di San Manuel, mano nella mano con tutti, per il bene di tutti. Tutta la sua vita è stata amore e amicizia, abnegazione e dedizione, lavoro e generosità verso tutti.
.2. SACERDOTE. “ Il nostro cuore si è dilatato”. Ciò che produce calore è solito dilatarsi. Così, è proprio della carità dilatarsi: è virtù calda e fervente. Essa apriva anche la bocca di Paolo e gli dilatava il cuore. “Non amo soltanto a parole – egli dice – il mio cuore, in verità, armonizza con l’amore; per questo parlo, senz’ombra, con la bocca e con tutta la mente”. Niente di più aperto che il cuore di Paolo, che come un innamorato abbracciava tutti i santi con immenso amore, senza dividere né indebolire l’amicizia, ma serbandola indivisa. C’è da meravigliarsi che si comportasse così con gli uomini pii, se il suo cuore accoglieva anche i ‘non fedeli’ di tutta la terra?
Sulla seconda lettera ai Corinzi commenta san Giovanni Crisostomo – Non dice: “Vi amo” ma lo fa con un’enfasi maggiore: La nostra bocca si apre, il nostro cuore si dilata. Custodiamo tutti dentro di noi, non in un modo qualsiasi, bensì con immensa vastità. Perché colui che è amato passeggia senza timore nel cuore, nel più intimo di esso, di colui che ama. –
Padre Dino ama il suo sacerdozio pienamente, con pienezza. Figura sacerdotale salda, gioiosa, ampiamente realizzata. Ama la chiesa e le cose della Chiesa, a livello molto elevato. Aveva sempre un momentino da dedicare a tutto ciò che si riferiva alle cose ecclesiastiche e pastorali. Ha vissuto l’ordinazione sacerdotale e il carisma del sacerdozio senza mezze misure, al massimo. A suo modo – che a volte poteva sembrare o essere un tanto duro, energico – padre Dino nel profondo, era un’anima sacerdotale che amava all’estremo i suoi parrocchiani. Per la parrocchia, per la gente, egli andava fino in fondo, se necessario anche fino a notte fonda, disprezzando la stanchezza, con una dedizione ed abnegazione invidiabili.
Quello che a molti potrebbe apparire come un difetto, in padre Dino, se analizziamo bene, era virtù in alto grado: il disprezzo di tutto, anche sacrificando orari personali e comunitari per curarsi del prossimo. Era l’apostolo distaccato da tutto, che sacrifica tutto per dedicarsi il meglio possibile a chi avesse bisogno di lui, della sua parola amica di sacerdote, parroco e prete. Siamo convinti che la migliore definizione di Dino sacerdote sarebbe proprio questa: “apostolo instancabile delle visite nascoste”. Senza far chiasso nel baccano, e non per la sua propria soddisfazione, padre Dino si dedicava silenziosamente a ogni e qualsiasi famiglia.
Ovunque vi fosse qualcuno da consolare, una questione da conciliare, lì si trovava questo santo sacerdote, ascoltando, spiegando, correggendo, orientando, censurando. Alle volte si stancava a tal punto si estenuava tanto da arrivare a dormire persino seduto ricurvo sulla sedia della famiglia che lo aveva accolto. Un’anima sacerdotale che, con tutti i suoi limiti umani, cercava di vivere il proprio sacerdozio per il fratello più bisognoso, per la gente, per la comunità. Aveva piena coscienza del fatto che era stato ordinato sacerdote per servire la comunità. Come parroco, si interessava di tutto e di tutti: ricchi, poveri, autorità sociali, avvenimenti, inaugurazioni, inviti sociali e politici, scuole, catechisti, vocazioni, tutti i movimenti parrocchiali. In tutto e per tutto visse la vita della sua città, in tutti i sensi.
Non sapremmo dire, raccontare a che cosa, quale avvenimento, di qualsiasi tipo, quest’uomo predestinato non prendesse parte, animandolo con la propria presenza, rallegrandolo con le sue battute, con la sua voce e il suo accento inconfondibili. Era presenza obbligatoria in tutto. Amato da tutti. Se il padre Dino non si fosse trovato al centro di ogni avvenimento, alla testa di tutti, ora per dirigere, ora facendo semplice atto di presenza, questi ci sarebbero sembrati senza senso. Sarebbe mancato qualcuno, sarebbe mancata una presenza. E lo confermano gli innumerevoli inviti giornalieri che arrivavano al suo studio, nella casa parrocchiale, al suo proprio nome.
Un sacerdote impavido, audace. Il suo sacerdozio era la gente, il vivere assieme con la gente, non quello di starsene rinchiuso tra quattro pareti. Intelligente, aperto, dalle ampie vedute, aveva compreso che un prete è della gente e per la gente. Anche se, per questo, dovette spesso subire critiche, attacchi e incomprensioni. Con tenacia, con chiarezza di vedute, portava sino in fondo questo suo atteggiamento umano e sacerdotale, sostenuto da un profondo, forte e metodico spirito di preghiera, di amore per Dio, per Maria santissima Consolata, per la sua Chiesa, per il Papa, per tutto il popolo santo di Dio. Egli è stato il pastore che ha dato la vita per le sue pecore: pastore che lasciava le 99 in salvo nell’ovile e andava a cercare, dovunque si trovasse e con qualsiasi tempo, la pecorella smarrita, deviata, il figliol prodigo. Dal Vangelo “Nessuno possiede un amore maggiore di colui che dà la propria vita per i suoi amici” (Giovanni 15, 3).
.3. RELIGIOSO: povertà + castità + obbedienza: tre chiodi d’oro che inchiodano alla croce di Cristo.
POVERTA’. Padre Dino fu povero di una povertà totale, disinteressato. Tutto era per il suo istituto religioso, per i padri missionari di nostra Signora Consolata. Aveva nella sua vita, incise a lettere d’oro, le virtù della povertà, della castità e dell’obbedienza. Era economo. Rendeva conto di tutto ai propri superiori. Non faceva mai un qualsivoglia progetto senza che i suoi superiori maggiori fossero venuti a conoscenza e lo avessero approvato. Tutto era per le opere parrocchiali, per gli asili infantili e l’assistenza sociale. Mai qualcosa per se stesso. Tutto per gli altri. Era questo il suo modo di vivere la povertà, rendendo conto di tutto, facendo economia per guadagnare sempre più per la sua comunità.
CASTITA’. Padre Dino fu casto, di una castità totale. Era semplice e puro. Aborriva le parole indecorose. Soffriva nel sentire un altro sacerdote parlare in modo meno delicato e riservato. Padre Dino scherzava con tutti, amico di tutti senza secondi fini, dei giovani, dei bambini, degli adulti, uomini e donne; tutti, senza eccezione, trovavano in questo santo sacerdote una spalla amica su cui piangere i propri dolori e sfogare le proprie miserie. Giudizioso, prudente. Si poteva avere fiducia di lui. Sapeva mantenere segreti e confidenza. Esperto. La sua castità e il suo celibato sacerdotale avevano le loro fondamenta in Dio, in Gesù Cristo, suo modello, in Maria nostra Signora e nel santo Vangelo.
OBBEDIENZA. Padre Dino fu obbediente, di una obbedienza totale. Fu anche molto umile. Forse perché era intelligente, giacché tutta la vera intelligenza – sapere di Dio – conduce alla virtù dell’umiltà. Anche se possedeva molte doti e qualità, mai si vanagloriava per questo, attribuendo tutto a Dio, come dono proveniente dal Padre. Amava la virtù dell’obbedienza. Rendeva conto di tutto e chiedeva ai suoi superiori i dovuti permessi. Con i confratelli della congregazione sapeva essere amabile, buono e molto disinteressato.
Religioso fedele, non mancava mai di recitare la preghiera del Breviario e del sacro Rosario, accadesse quel che accadesse. Uomo di fede e di preghiera, viveva di fede, speranza e carità. Possedeva un senso profondo di fiducia per la divina Provvidenza. Non dubitava mai della provvidenza del Padre Eterno: diceva “Riceviamo gratuitamente, gratuitamente dobbiamo dare, perché Dio non ci farà mancare mai nulla”.
.4. MISSIONARIO. Venuto in Brasile ha amato immediatamente questa terra missionaria, adottandola come seconda patria. Si è incarnato completamente nell’anima e nel cuore del popolo brasiliano senza far mai distinzioni. Non scelse mai nulla. Una volta missionario, fu missionario sul serio. Amava la sua congregazione missionaria e la sua patria adottiva, il Brasile. Qui trascorse i migliori anni della sua vita, con il suo carattere imprenditoriale, dinamico, pratico, dotato di un’ampia visione delle cose. Sapeva arrivare al nocciolo, alla parte più profonda della questione, soprattutto perché era animato da uno spirito missionario dei più autentici e genuini.
Quello che più richiamava alla nostra attenzione, in questo santo missionario, era il suo spirito aperto, altruista, disinteressato, tutto in funzione di Dio e del santo popolo di Dio. Amava oltremodo il venerando padre Giuseppe Alemanno, fondatore dei missionari e delle missionarie di nostra Signora Consolata. Amava la chiesa, devotamente, il santo padre il Papa, il suo istituto religioso missionario, la sua seconda amata patria, il Brasile, la sua sempre cara ricordata città di San Manuel, culla dell’Istituto in Brasile, terra che accolse il missionario padre Dino quando giunse qui, e che tanto lo ama e che fu anche tanto amata da lui.
Padre Dino Uomo – Sacerdote – Religioso – Missionario irreprensibile riposa in pace nel cuore di Dio Padre, Figlio, Spirito Santo e riceve la corona dell’apostolato missionario di Maria Santissima, la stella dell’evangelizzazione, riceve il nostro addio sentito fino alla patria definitiva dove ci incontreremo tutti, fratelli con i fratelli, nella gloria del padre celeste.”
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Zilo Siqueira scriveva: “ ABBIAMO PERSO IL TIMONE, CI RESTA LA FEDE”
“Italiano di nascita, ma Sanmuanuelese di cuore, il nostro vicario era stimato da tutti coloro che lo conoscevano. Dotato di una spiccata personalità, padre Dino era completamente svincolato dai beni materiali, ma totalmente legato al bene dei suoi parrocchiani. A volte, se necessario, severo. Era un amico sincero e sapeva dare ottimi consigli. Le sue conversazioni erano piene di saggezza e di insegnamenti. I suoi atteggiamenti erano quelli di un vero leader. Mi ricordo bene del brutto incendio dell’ospedale. Disse: “Lo rifaremo”. eccolo là il nostro ospedale, in pieno funzionamento, grazie a una brava popolazione che aveva come leader quel polle capacità sicure possedute dal nostro caro padre Dino, il quale fece ben presto risaltare la buona volontà del suo conterraneo il prefetto Miltinho. Anch’egli infatti si diede da fare, insieme alle autorità governative, cercando affannosamente di ottenere i necessari finanziamenti.
Nel piangere l’assenza del compianto Vicario, siamo certi di una cosa, che lassù, insieme con il nostro Creatore, la sua mano sarà certamente stesa sulla nostra gente e starà ancora portando avanti gli aiuti per la gente povera. L’ultima volta che l’ho visto è passato di fronte a casa mia con la Volkswagen rossa e mi ha salutato dicendo poi: “Devo andare a vedere un ammalato”. E partì quell’anima buona che si prendeva cura dei suoi parrocchiani con un affetto particolare.
Era un’anima umana, un vero sacerdote, un amico sincero.”

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FESTA DEL 25 APRILE anticamente e nel mondo cristiano. Usanze, riti, liturgia

25 APRILE antico e moderno. Pratica cristiana di fede confidenza umiltà
Il 25 aprile si celebrava in Roma pagana la festa campagnola e l’Ambarvale e i Robigalia. Fioriscono gli alberi spuntano le messi e crescono le biade in questo mese. I giovani e le giovinette di Roma partivano dal centro della città e andavano oltre il ponte Milvio, can tanto, per sacrificare a Robigo, perché difendesse i frutti della natura dalla ruggine e dalla tignola. Questo rito e questa tradizionale processionale hanno cambiato totalmente significato e sono stati elevati cristianamente con le Rogazioni nella stessa data del 25 aprile. Si faceva la processione da San Lorenzo, attraverso la via Flaminia e il ponte Milvio verso i campi del colle Vaticano, ma insegnando che non è il favore degli dei che salva; ma è la benedizione del Signore Interceduta per noi dai santi invocati delle litanie.
Il 25 aprile cade la festa dell’evangelista San Marco che si faceva con grande solennità perché cadeva nel tempo pasquale e per questo motivo si usava il nome di Litania Maggiore in confronto del triduo delle rogazioni che precedono la festa dell’Ascensione, chiamato litanie minori. Durante il tempo di Pasqua si ha un ciclo di gaudio per cinquanta giorni fino alla Pentecoste: tutto solennità e gioia pasquale.
Le Rogazioni sono funzioni della Chiesa di Cristo e vengono vissute dai fedeli per offrire a Dio l’adorazione, il ringraziamento, la riparazione, le domande a favore di grazia di tutti i fedeli. La partecipazione è caratterizzata dal triplice spirito di fede in Dio, confidenza in lui, umiltà. FEDE perché in Dio ci muoviamo, siamo e viviamo. CONFIDENZA perché Dio provvederà alla gente di fede UMILTA’ perché Dio resiste ai superbi e dà la grazia agli umili.
La processione in raccoglimento e in silenzio serve a mantenersi in relazione con Dio, pregando con certezza di essere sudditi, cantando e partecipando al sacrificio della santa Messa. Vengono cantate o pregate le litanie dei santi mentre la processione passa attraverso i attraverso i prati, chiamando in aiuto tutti i giusti che trionfano in cielo, quelli che soffrono nel Purgatorio e militano in terra perché intercedano sulla Chiesa e sul popolo cristiano, sui governanti e sui sudditi, sui buoni e sugli erranti, sui vivi e sui morti, per tutte le necessità umane, per la liberazione da ogni male, dal peccato e dalla morte improvvisa, dalle sciagure materiali e soprattutto dalla morte eterna, sulla natura in fiore, sui campi affinché producano, sui vigneti perché siano ubertosi e l’atmosfera sia tranquilla e le onde del mare siano in bonaccia.
Il sacerdote benedice con l’acqua benedetta, con la sua mano consacrata e potente e con la croce che fuga le parti avverse.

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SANTO SEPOLCRO CHIESE DEDICATE ALLA SANTA CROCE DI GERUSALEMME COME A ROMA

Santuari ad instar, per ripetere in altro luogo un santuario delle Terra Santa
SANTO SEPOLCRO = SANTA CROCE IN GERUSALEMME A ROMA
Nel volume “ Santuari cristiani d’Italia. Committenze e fruizione tra medioevo ed età moderna”. A cura di Mario TOSTI. Ecole francaise de Rome Roma 2003
Articolo di Mario SENSI “Alle radici della committenza santuariale” pp. 220-222
–D. NERI, Il Santo Sepolcro riprodotto in Occidente, Gerusalemme, 1971 (Quaderni de ‘La Terra Santa’, 13), p. 94-139;
— BERNARDINO Amico da Gallipoli, Trattato delle piante e imagini de i sacri edificii di Terrasanta disegnate in Gierusalemme secondo le regole della prospettiva et vera misura della loro grandezza, Roma, 1609 (ne è stata fatta una versione in inglese, \ a cura di Th. Bellorini e E. Hoade, con note di B. Bagatti, Gerusalemme 1953).
CASAGRANDE, G. Confraternite della S. Croce e del SS. Crocifisso in Italia centrale (sec. XIII-XVI), in Actas del II congreso internacional de la Vera Cruz (Caravaca de la Cruz, 12-15 ottobre 2000), Caravaca de la Cruz, 2001, p. 55-117. 60 G.
\\\\\ Alcune imitazioni del Santo Sepolcro. Sono ispirate al sacello costantiniano, fatto erigere sulla tomba di Gesù Cristo, di forma rotonda e con copertura a tholos; altre a quello costruito dai crociati che, alla rotonda, affiancarono un corpo che rimanda alla basilica longitudinale: opere di pietà e d’arte la cui funzione è stata quella di aver tenuto vivo il ricordo del Santo Sepolcro. La prassi continuò durante l’autunno del Medioevo e gli inizi dell’età moderna: celebri il Sacro Monte di Varallo; la “Gerusalemme” di S. Vivaldo presso Montaione, senza dire della Il motivo della Gerusalemme celeste lunga teoria di modellini post-tridentini, sparsi un po’ ovunque, per la realizzazione dei quali ci si servì delle piante edite da fra Bernardino Amico da Gallipoli. Mentre tra i committenti spiccano francescani e fraternite laicali, specie quelle dedicate al Crocefisso.
Vol. Santuario di Loreto, icona del Santo Sepolcro e di Nazaret, in Gerusalemme
ieri, oggi, sempre, Atti del Convegno organizzato dall’Ordo equestris Sancti Sepulcri Hierosolymitani, Luogotenenza per l’Italia centrale, Sezione Umbria, Perugia 5 aprile 1997, Perugia, 1999, p. 57-85;
-Santuari ad instar del Santo Sepolcro, in Quaderni Stefaniani, 19, 2000, p. 261-285.

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PREGHIERE PER LA FAMIGLIA, PER GLI STUDI, PER LA FORMAZIONE CRISTIANA, PER LE VOCAZIONI SACERDOTALI E E RELIGIOSE

PREGHIERA PRATICATA DA GIUSTINA AGOSTINI SBAFFONI PER LO STUDIO
Sotto il vostro patrocinio, o mio caro DIO, questo figliolo ha messo il suo studio a che, con piena fiducia, lo aiutiate a compierlo con diligenza e profitto. Voi bene conoscete i buoni propositi di cui è animata la sua retta intenzione. Questo figliolo non studia per ricevere il plauso e le lodi degli uomini; ma per compiere un dovere, per rendersi utile a se stesso, ai genitori, alla Chiesa e alla patria. Quasi quotidianamente si trova esposto ai pericoli, ai disgusti, alle fatiche, alle difficoltà, delusioni e umiliazioni di ogni specie. Ma è deciso di vincere e sopportare tutto con grande fermezza e calma. Vi prego di aiutarlo a perseverare in esso con santità, amore e diligenza. Per parte sua non risparmierà né le fatiche, né i sacrifici, non perderà oziosamente il tempo, e in nessun modo vuole rendersi indegno del vostro aiuto, né per svogliatezza, né per pigrizia. Beneditegli, o caro DIO, le sue povere fatiche, fecondategliele con il vostro aiuto potente, aiutate la debolezza della sua intelligenza. Illuminategli la mente nelle questioni più difficili. Sorreggetegli la memoria. Fate insomma che lo studio a cui attende abbia a produrre un giorno quei frutti che i suoi genitori giustamente attendono da esso. Adesso arriva l’ora della prova. A voi ricorre per la medesima perché da essa dipende il sollievo, la pace e la consolazione dei genitori; ma più del suo benessere, della sua felicità e di una sua futura sistemazione. Aiutatelo, dunque, o caro DIO, a sostenere con esito felice questa prova. Se per le sue negligenze, egli si era reso immeritevole del vostro aiuto, promette sinceramente di essere più diligente in avvenire, procurando di mostrarsi sempre fedele e costante nell’osservanza dei doveri della scuola.
Buon studio e ottimo esame!

PREGHIERA DI GIUSTINA PER IL BENE DELLE PERSONE
Esaudisci, buon Signore, la fervida preghiera che a voi si fa, dal fondo del suo cuore, mattino e sera. Fallo essere educato nel suo animo con ogni cura. Fallo essere tranquillo. Sia da te fortificato il suo cuore nelle difficoltà. E ai suoi cari genitori dà la salute e lunga vita, ché non brama altri tesori che la vostra bontà infinita.

PREGHIERA DI GIUSTINA PER LA FAMIGLIA
Quanto è triste la vita domestica, o Dio protettore, quando fra le pareti della famiglia non ci fosse la sospirata pace. E’ da tanto tempo che questo è stato costretto a farne la dolorosa prova. Eccolo, o Signore, oggi avanti a voi, con l’animo in preda a grande tristezza, a pregarvi di rivolgere, pietoso, il vostro sguardo su questo, facendo ritornare in esso l’unione, l’armonia, la salute e la pace. Ottenete, o Dio santo, ai vari membri della medesima, di amarsi e compatirsi a vicenda nei loro difetti. Fate che tutti quanti vivano fraternamente uniti e d’accoro e nessuno abbia paura, né gli turbi il pacifico andamento. I piccoli inevitabili litigi, vengano subito composti in modo che il sole non tramonta più sugli animi irati. Per il vostro straordinario patrocinio, fa’ che regni sempre, o amabile Dio, la pace esterna fra i vari membri e la pace eterna. Tendetegliela, o Signore, la vostra mano potente e conservate in essi la pietà e la purezza e il buon costume. Teneteli lontano dal peccato, che amino Dio, la Chiesa e il lavoro. Si conservino buoni cristiani e siano un giorno il vanto e l’onore della società e della famiglia.

PREGHIERA DI GIUSTINA A SANT’ANTONIO
… Te l’ha dato la Madre di Dio, fagli la grazia, sant’Antonio mio. Tu, sant’Antonio che fai tante grazie ogni giorno, fanne una per queste persone che ne hanno tanto bisogno.

PREGHIERA DI GIUSTINA PER I CONSACRATI
la voce divina se li voleste vostri ministri. Allontanate dai loro passi tutti gli ostacoli che potrebbero impedire di corrispondere alla divina chiamata. Infondetegli, Signore, coraggio e forza nel momento doloroso, perché loro hanno rinunciato al mondo, alla famiglia e ai piaceri. Fateli essere sempre vittoriosi su queste dure prove e nei cimenti, perseverando, fedeli e costanti, nello stato per la divina ispirazione abbracciato. Sosteneteli nei pericoli. Consolateli nei dolori e se qualcuno, disgraziatamente infedele nella tua missione di santità e di sapienza, camminasse per una strada disdicevole per il suo stato, richiamateli, o Signore, sul retto sentiero. Richiamateli con un dolce rimprovero e fate che non se ne allontanino mai più; ma che continuino con zelo indefesso la missione di Gesù Cristo perché è missione di pace, di amore e di sapienza, di luce, di verità e di vita.

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STORIA DI MONTE GIBERTO – ORIGINI E PRIMO SVILUPPO – studi di SANTARELLI GIUSEPPE

MONTE GIBERTO – Origine e primo sviluppo – Studi di SANTARELLI Giuseppe
NOTA DI DOCUMENTI E STUDI CHE SONO SEGNALATI NELLE CITAZIONI
*Adami = ADAMI, F. “De rebus in civitate Firmana gestis fragmentorum libri duo”. Roma 1591
*A.S.A.F. = Archivio storico arcivescovile di Fermo
*Bonvicini = BONVICINI, P. La centuriazione augustea della Vallata del Tenna. Fermo 1978
*Conlationes registro = A.S.A.F.: registri mss. Armadio .I. palchetto B.
*Crocetti, Scoccia = CROCETTI, G. – SCOCCIA, F. Ponzano di Fermo. Storia ed arte. Fermo 1982
*Cronache Fermane = Cronache della città di Fermo; a cura di DE MINICIS, G. Firenze 1870
*Fabiani = FABIANI, G. Ascoli nel Quattrocento. Ascoli Piceno 1975 pag. 276
*Leopardi = LEOPARDI, M. Vita di Nicolò Bonafede vescovo di Chiusi. Pesaro 1832
*Liber = Edizione del Liber 1029; del Liber 1030, e del Liber 1031: tre codici o registri membranacei dei secc. XIII-XIV rilegati insieme nell’Archivio Storico comunale di Fermo secondo numerazione e titoli di M. Hubart: n. 1029 = Copia bullarum, privilegiorum et instrumentorum pertinent. ad civitatem et episcopatum Firmi facta in pergameno per ser Bartolomeum Petri notarium de anno Domini 1266 tempore et de mandato domini Lorentii Tepuli Firmi potestatis “; n. 1030 = “ Liber diversarum copiarum bullarum, privilegiorum et intrumentorum civitatis et episcopatus Firmi; n. 1031 = “Liber diversarum copiarum bullarum, privilegiorum et intrumentorum civitatis et episcopatus Firmi “. Sono editi con titolo Liber Iurium dell’episcopato e della città di Fermo; a cura di PACINI, D. vol 1° – AVARUCCI, G. vol 2° – PAOLI, U. vol. 3° con impaginazione sequenziale. Ancona 1996
*Mangani, Mariano = MANGANI, G. – MARIANO, F. il disegno del territorio. Storia della cartografia delle Marche. Ancona 1998
*Marini = MARINI, A. “Rubrica eorum omnium quae continentur in libris Conciliorum et Cernitarum ill.me Communitatis Civitatis Firmane ab anno 1380 usque ad annum 1599.” ms. presso archivio di Stato di Fermo e copia nella biblioteca fermana.
*Michetti = MICHETTI, G. S. Vittoria in Matenano. Fermo 1969
*Pacini Origini = PACINI, D. Sulle origini dei signori di Mogliano e di altre famiglie signorilimarchigiane; in “ Studi Maceratesi” n. 22 Macerata 1989
*Pacini Pievi = PACINI, D. Le pievi dell’antica diocesi di Fermo; in: “Le pievi delle Marche” Studia Picena Fano 1978
*Piergallina = PIERGALLINA, G. A. Storia di Grottazzolina. Assisi 1989
*Plebanato 1450 Inv. = A.S.A.F. Inventari del secolo XV. Cartella O, n. 1-5. Fascicolo Ponzano – S. Maria Mater Domini, inventario redatto da Bonanni nel 1450; edito in CROCETTI, SCOCCIA (vedi sopra) pp. 396ss
*Rationes Decimarum = Rationes Decimarum Italia e Saecc. XIII- XIV. Marchia; a cura di SELLA, P. Città del Vaticano 1950 con carta geografica annessa
*S. Antonio da Padova 1771 = A.S.A.F. Inventari del secolo XV: armadio .II. cartella O, n. 1-5 Montegiberto
*S. Giberto 1450 Inv. = A.S.A.F. Inventari del secolo XV: armadio .II. cartella O, n. 1-5 Montegiberto
*S. Giovanni = Inventari 1727 \ 1765 \ 1771 = A.S.A.F. Inventari: sec. XVIIIs; cartella 28 Montegiberto
*S. Giovanni di Casale 1450 = Inventari del secolo XV: armadio .II. cartella O, n. 1-5 Montegiberto
*S. Maria delle Grazie1765 = Inventari: secoli XVIIIs; cartella 28 Monte Giberto
*S. Michele 1450 Inv. = A.S.A.F. Inventari del secolo XV: armadio .II. cartella O, n. 1-5 Montegiberto
*S. Nicolò 1450 = A.S.A.F. Inventari del secolo XV: armadio .II. cartella O, n. 1-5 Montegiberto
*S. Nicolò 1727\1763\1771 = A.S.A.F. Inventari: secoli XVIIIs; cartella 28 Monte Giberto; anni 1727; 1765; 1771
*S. Pietro 1450 Inv. A.S.A.F. Inventari del secolo XV: armadio .II. cartella O, n. 1-5 Montegiberto
*Santarelli S. Casa = SANTARELLI, G. La santa Casa di Loreto. Ancona 1996 pp. 305s
*SS. Vergine di Loreto Inv. = A.S.A.F. Inventari: secc.XVIIIs; cartella 28
*Statuta Firmanorum = Statuta Firmanorum. Firmi 1507 ed altre edizioni successive

L’attuale territorio comunale di Monte Giberto si estende per kmq. 12,53 e confina a nord-est con Ponzano di Fermo; a nord-ovest e con Grottazzolina, ad ovest con Montottone, a sud-ovest con Monte Vidon Combatte e a sud-est con Petritoli.
È indubitabile che, in epoca antica, l’attuale territorio montegibertese sia stato abitato dai Piceni che avevano sedi importanti nei vicini centri di Belmonte, di Grottazzolina e di Fermo, le cui vestigia archeologiche sono state rese note da vari studi e mostre. Sinora, tuttavia, nel territorio comunale non sono stati rinvenuti reperti sicuri che abbiano testimoniato inequivocabilmente una presenza di Piceni in loco. Non risulta che siano state fatte delle esplorazioni specifiche.
Stando a uno studio del Bonvicini, il territorio di Monte Giberto sarebbe stato incluso nella centuriazione romana al tempo del secondo triunvirato di Ottaviano, Antonio Lepido (43 a.C.), quando ai veterani di Giulio Cesare Ottaviano assegnò, tra l’altro, l’agro fermano, confiscando i terreni agli antichi proprietari e dandoli ai militari collocati in riposo, perché lo lavorassero. Egli infatti distribuì le terre promesse in Italia ai quasi 180.000 veterani del partito cesariano, scegliendo diciotto città, tra cui Fermo. Nelle sue “Res Gestae” (cose compiute) Ottaviano, ricorda che, nominato Principe (29 a. C.), inviò più di 300.000 cittadini romani, sotto le sue insegne, in colonie o nei loro municipi, dopo che avevano compiuto il servizio militare; e ad essi (tutti) assegnò terre”. Questi costruirono le loro ‘ville’ nei terreni ottenuti.
È noto che la centuriazione, che era una suddivisione misurata dei terreni, veniva effettuata da tecnici denominati gromatici, perché tracciavano sul territorio le linee di ripartizione, incrociate ad angolo retto, usando uno strumento detto ‘groma’. Sulle linee ortogonali si aprivano le strade sviluppandole in direzione est-ovest, che venivano chiamate decumani, e altre strade correvano sulla direzione nord-sud, venivano chiamate cardini. Secondo il Bonvicini, il decumano massimo – cioè la via principale dell’intero territorio – si sarebbe sviluppato nell’agro fermano in direzione da nord-est, verso sud-ovest: a partire dalla costa del mare Adriatico, avrebbe attraversato idealmente la città di Fermo passando per il Duomo, proseguendo poi verso il convento dei Cappuccini, per proseguire attraversando l’Ete Vivo alla confluenza del fosso Capparuccia e sarebbe giunto, probabilmente, presso l’attuale confine tra Monte Giberto e Montottone.
Il terzo decumano sinistro, sviluppantesi in direzione est- ovest, avrebbe seguito, grosso modo, l’attuale tracciato della strada provinciale “Ponzanese”, che prosegue per Monte Giberto, il cui confine dista dalla monumentale chiesa di S. Marco solo un km circa. Il sito dove sorge questa chiesa avrebbe costituito il punto di incrocio con la linea del cardine. Affidiamo queste ipotesi agli studiosi.
Il Bonvicini ipotizza la presenza di un preesistente tempietto pagano nei pressi del colle di S. Marco di Ponzano, come suggerirebbero tre reperti di epoca romana, presenti nella chiesa: un capitello corinzio (che funge ora da acquasantiera); un grande sarcofago (utilizzato come mensa d’altare); e una lapide – fino a poco tempo fa sconosciuta – con iscrizione sepolcrale che dice (tradotta): “Cassia Vera, figlia di Marco, fece a sua madre Jonia, figlia di Spurio”. Secondo il Bonvicini è molto probabile che Cassia abbia fatto collocare il bel sarcofago con l’iscrizione per sua madre in un tempietto funebre.
Questi resti archeologici costituiscano un segno eloquente della presenza di insediamenti romani a ridosso del territorio di Monte Giberto, il quale, peraltro, posto com’è a sud-ovest di Fermo e a sud-est di Falerone, non lontano da questi due notevoli storici centri romani, ricchi di note testimonianze archeologiche, poté senz’altro essere compreso in un’area popolata da coloni romani, almeno dall’età imperiale in poi.
Lungo la strada ‘romana’, presso il poggio ponzanese di S. Marco, pensiamo corresse l’incrocio del citato terzo decumano sinistro con il dodicesimo cardine anteriore, dato che, secondo il costume romano, all’incrocio delle strade sorgevano tempietti di lari protettori (compita). Presso le ‘ville’ romane esistevano le edicole per le ceneri dei defunti e gli dei Lari. In epoca cristiana furono gliantichi tempietti o edicole trasformati in chiesine.
Il Crocetti e lo Scoccia sono del parere che nella zona valliva, tra il colle di Ponzano e il poggio di S. Marco, si sarebbe snodata un’altra strada, il cui braccio destro sarebbe sceso verso l’Ete Vivo, e il braccio sinistro verso il Rio e il colle di Torchiaro. Questo dato sarebbe molto importante per chiarire la presenza di tanti castelli piccoli e autonomi denominati Montone, Longiano, Ponzano, lo stesso castello (o villa) di S. Maria Mater Domini, Torchiaro, Moregnano e Monte Giberto, nella zona intorno all’antica chiesa di S. Maria Mater Domini passata al vescovo Fermano. (Crocetti, Scoccia, 28).
Intorno al 705, Faroaldo II, duca longobardo di Spoleto, assegnò all’abbazia di Farfa undici insediamenti rurali, detti ‘curtes’, estese undicimila moggi ciascuna. Un’altra notizia del registro farfense riguarda la confisca fatta nell’agosto del 787 e confermata, nell’anno successivo, da Carlo Magno re dei Franchi, dei beni del conte fermano Rabenno e della sua moglie Alerama per punirli di un delitto commesso. Sicuramente i terreni che il conte Rabenno aveva nel territorio riguardano anzitutto i terreni vicini a Fermo, ed altri.
Alcune delle terre acquisite dai monaci Farfensi dalla donazione di Faroaldo nel 705 e dal sequestro del 787 a Rabenno e Alerama, erano situate nel medio e alto bacino dei fiumi Aso, Ete Vivo e Tenna. Altri beni furono dati ai monaci farfensi nel Fermano, come risulta dal Regesto di Farfa. Nel 946 circa, tra i beni farfensi sperperati dall’abate intruso Ildebrando, compare una serie di insediamenti curtensi che interessano il territorio Piceno compreso tra i fiumi citati. Ecco un testo tradotto dal latino: “Infatti lo stesso Ildebrando diede la curtis di Plotenano, la curtis di Monra, la curtis di S. Angelo tra le due Tenne, la curtis di Montefalcone, il monastero di S. Maria presso il fiume Chienti […], la curtis di S. Maria Mater Domini e la curtis di San Martino di Ortezzano … (Regesto di Farfa, III, 84s)
E’ noto che la ‘curtis’ era costituita da un insediamento rurale comprendente il fondo del padrone dominante, e i fondi dei servi e dei liberi, i quali, nel loro insieme, formavano un’entità giuridica ed economica. La ‘curtis’ prendeva il nome da una chiesa o dalla contrada in cui abitavano. Nel regesto farfense si leggono moltissimi toponimi curtensi del territorio Fermano, segno dello sviluppo abitativo.
In base ad un inventario, redatto nel secolo XV, la giurisdizione della pievania di S. Maria Mater Domini si estendeva alle chiese sparse negli attuali territori di Ponzano, Torchiaro, Moregnano, S. Marziale di Petritoli e Monte Giberto. e in questo complesso di tali territori si possono includere undicimila moggi donati nel 705 ai Farfensi. Si potrebbe pensare che anche la “curtis” di S. Maria Matris Domini di Ortezzano potesse estendersi fino al territorio di Monte Giberto, che non dista molto da questo centro.
Il Michetti, illustrando, in base a un diploma di Enrico IV del 1084, i possedimenti farfensi nel Piceno, situati tra l’Aso e il Tenna, nel comitato o contado di Fermo, cita Monte Giberto, insieme con Ortezzano, Monteleone, Belmonte Piceno, Montottone, Ponzano, parte di Petritoli, Altidona e con il territorio costiero da Pedaso alla foce dell’Ete Vivo. (Regesto di Farfa, V, 95s).

– DUE NUCLEI DEMICI MEDIEVALI NEL TERRITORIO ATTUALE DI MONTE GIBERTO

Dal confronto incrociato di alcuni documenti vescovili e pontifici con quelli del Liber 1030 di Fermo è possibile accertare due antichi insediamenti medievali nel territorio montegibertese, i quali assumono importanza anche per l’incastellamento dentro il successivo centro urbano di Monte Giberto.

– IL CASTELLO DI CASALE
Un documento del giugno 1059 (Liber 153s) riguarda l’attuale territorio montegibertese. Vi si dice che Longino, soprannominato Brittolo, figlio del defunto Adalberto, soprannominato Massarello, dona ‘pro anima’ a Ulderico, vescovo di Fermo, il Castello di Casale con la terza parte della chiesa di San Giovanni, e le porzioni di un’altra sua proprietà sulle chiese di S. Salvatore e S. Gervasio, nonché cento moggi di terra situati tra i fiumi Tenna ed Ete Vivo, nei pressi delle citate strade di Ponzano.
Qui interessa il Castello di Casale con la rispettiva chiesa di S. Giovanni. Ecco in sintesi di dati dell’atto notarile: Brittolo dispone di concedere in perpetuo ciò che possiede per eredità e per acquisizione, e cioè il fondo con il Castello di Casale, le sue varie parti e pertinenze, e la terza parte della chiesa di S. Giovanni, che sta nello stesso Castello, con le cappelle, i libri, le campane, le dotazioni e gli arredi sacri.
Questo Castello di Casale ritorna in un altro documento (Liber 214s) datato al settembre 1063. Vi si legge che un altro Longino, figlio del fu Suppone e fratello di Mainardo, permuta vari beni con il vescovo di Fermo Ulderico, ricevendone, fra l’altro, il Castello di Casale con 3.500 moggi di terra tra il fiume Tenna e il fiume Ete Vivo, ad esclusione di alcune chiese, come la pieve di S. Maria Mater Domini, fatti salvi i diritti degli uomini di Casale. Il vescovo di Fermo, in tal modo, cede a Longino di Suppone, con la permuta, i possedimenti posti tra il Tenna e l’Ete Vivo intorno a Monte Giberto, con toponimi ancora identificabili a confine, quali Sant’Anatolia (in territorio di Petritoli), S. Procolo (a Collina) e la pieve di S. Maria Mater Domini (S. Marco presso Ponzano). Del Castello di Casale si dice che esso viene confermato a Longino e ai suoi eredi, con le pertinenze e le dipendenze, integralmente. Chiaramente risulta come luogo abitato.
Dove si trovava il Castello di Casale? Già il testo suggerisce di situarlo su un colle a sud dell’Ete Vivo, perché viene elencato assieme con Sant’Anatolia di Petritoli e San Procolo, che è nel comune di Monte Vidon Combatte, confinante con l’attuale territorio montegibertese. Un’indicazione più precisa può venire dal fatto che la chiesa di S. Giovanni, nel precedente documento del 1059, risulta annessa al Castello di Casale.
La chiesa di S. Giovanni di Casale è censita nelle Rationes Decimarum, cioè nell’elenco delle decime straordinarie che furono imposte per il triennio 1290-1292 da Nicolò IV e nel 1299 da Bonifacio VIII. Per l’anno 1290 il cappellano don Andrea rettore della chiesa di S. Giovanni di Casale versò 20 soldi. Casale risultava un centro a sé stante (doc. S. Giovanni).
Un’ulteriore precisazione si ha in un inventario compilato il 27 gennaio 1450 da Don Giovanni Bonanni di Moresco, pievano di S. Maria Mater Domini di Ponzano, su disposizione del cardinale Domenico Capranica, vescovo di Fermo. Vi sono elencati anche i benefici ecclesiastici di pertinenza della stessa pievania, la cui assegnazione e nomina dei titolari competeva al pievano, il quale, ogni anno, riceveva il tributo. (Crocetti, Scoccia 386s doc. Plebanato ). Tra le varie chiese e altari dipendenti dalla pievania ponzanese figura anche la chiesa di S. Giovanni di Casale che versa libre 12, soldi 17 e denari sei.
La conferma esplicita di questa collocazione topografica viene da un altro inventario, tra i molti della stessa epoca del vescovo Capranica che aveva in proprietà le chiese inventariate. Nell’inventario della chiesa di S. Giovanni di Casale del 1450 si legge che Don Marino, rettore della chiesa di S. Giovanni di Casale nel Castello di Monte Giberto e della chiesa di S. Margherita, fuori dello stesso Castello, unita a quella di S. Giovanni di Casale, è chiamato a redigere e di fatto redige lo stesso inventario delle due chiese, sottoscritto dal notaio Angelo di Pocuzio di Monte Vidon Combatte, che nel 1449 era stato podestà di Monte Giberto.
Una conferma moderna, si ha nell’inventario della chiesa di S. Giovanni Battista di Monte Giberto, compilato dal parroco Don Filippo Franchelucci il 15 dicembre 1771 su mandato dell’arcivescovo di Fermo Urbano Paracciani (1764-1779) e vidimato il 2 gennaio 1772 dal notaio Giovanni Battista Petrelli. Questi inventari sono nell’archivio arcivescovile di Fermo.
Nell’elenco delle pertinenze della pievania di S. Maria Mater Domini di Ponzano, nell’inventario del Bonanni, (Plebanato) sono nominate tre chiese con il titolo di S. Giovanni. In base al citato Inventario del 1771, esse risultano tutte esistenti nel territorio del castello di Monte Giberto: una parrocchiale S. Giovanni nel Castello, e due altre nel suo territorio.
Quest’inventario moderno dice che alcune chiese rurali di Monte Giberto, scomparse nel tempo, erano state aggregate alla chiesa di S. Giovanni Battista, sita nel centro urbano, tra le quali due con il titolo di S. Giovanni. Ecco il tenore del relativo testo: “E’ costante tradizione avvalorata da forti congetture e fondati indizi che nel ridursi le chiese sparse nel territorio di questo luogo di Monte Giberto dentro al Castello, la maggior parte di esse si aggregasse ed unisse alla chiesa di S. Giovanni. Questo è certo rispetto la chiesa di S. Giovanni posta nel colle di tal nome, di cui rimane ancora qualche vestigio […] come pure di altra chiesa del territorio similmente di tal titolo di S. Giovanni che fu in altra contrada, pure ‘Colle’ chiamata, presso il confine di Collina”. (S. Giovanni Inv. 1771).
Dunque, tre chiese esistevano un tempo a Monte Giberto e nel suo territorio dedicate a S. Giovanni: una dentro il castello, menzionata dalle Rationes Decimarum, con il cappellano Don Guglielmo (n.6111), e due nel territorio circostante, cioè S. Giovanni di Casale, di cui si è parlato, e San Giovanni di Faveto (n.5726), segnalata dalle Rationes Decimarum con il cappellano Don Landrisio.
L’inventario del 1771 aiuta anche a meglio definire l’ubicazione delle due chiese rurali intitolate a S. Giovanni. Vi si legge infatti che una di esse era posta sul ‘Colle’ detto appunto di San Giovanni. Vi si elencano i terreni posseduti dalla chiesa parrocchiale di S. Giovanni Battista, situata dentro il Castello, e menziona “una pezza di terra in contrada di Rivo di Valle, detta Colle S. Giovanni”. Questa indicazione ci riporta con sicurezza al luogo denominato ancora oggi Colle S. Giovanni, a ovest, rispetto al centro di Monte Giberto, a due chilometri circa di distanza. Qui sorgeva la chiesa di S. Giovanni detta di Faveto o Fageto, menzionata senza il toponimo nell’inventario del 1771.
Un’altra chiesa di S. Giovanni (senza toponimo) nell’inventario del 1771, è segnalata “in altra contrada, pure il ‘Colle’ chiamato, presso il confine di Collina”, deve identificarsi con quella dell’antico Castello di Casale, del documento del 1059, nonché delle Rationes Decimarum del 1290. Esiste infatti in quella zona una contrada tuttora denominata ‘Campo Casale’, che riconduce immediatamente al sito in cui sorgeva con ogni probabilità l’antico Castello di Casale.
In un’ampia carta topografica manoscritta, raffigurante il territorio comunale di Monte Giberto, redatta nel 1871 con l’indicazione delle antiche contrade e con i nomi dei proprietari o residenti, ora esposta in bella mostra nell’ufficio del sindaco, è notata ad evidenza, verso Collina, la contrada Campo Casale che, quasi sicuramente, deriva il nome dal vecchio e distrutto Castello. L’orografia del territorio ben si confà alla descrizione del documento del 1063, con i suoi corsi d’acqua (un fosso a nord che confluisce sul Rio, a ovest) e con le ripe, tuttora esistenti sul versante nord-ovest. Esiste inoltre un antico catasto di Montegiberto nell’archivio di Fermo.
In un inventario della stessa Chiesa di S. Giovanni Battista, redatto nel 1728, si legge che, secondo la ‘credenza’ popolare, questa chiesa, situata dentro il Castello, “sortisse il suo principio da un’altra chiesa di campagna dedicata pure a S. Giovanni Battista”. E a testimonianza di ciò scrive: “e questa volgare credenza non è affatto improbabile, atteso che ai nostri giorni in una pezza di terra di questa chiesa, che si dice il ‘Monte S. Giovanni’, e dove si crede essere stata l’antica chiesa, sono stati trovati teschi e ossi non mancandovi qualche, sebbene oscuro, vestigio di muro”. I resti archeologici menzionati fanno pensare a un incasato complesso e, appunto, all’antico Castello di Casale.
Il Castello di Casale doveva avere una sua consistenza difensiva e strutturale perché, secondo il documento del 1059, era munito di porte d’ingresso e uscita e di un fossato di cinta (carbonaria). Godeva anche di una difesa naturale per le ripe a nord-ovest. L’annessa chiesa di San Giovanni possedeva oratori, era dotata di libri e munita di campana, oltre che di arredi sacri e oggetti (ornamenta).
Questa chiesa quasi sicuramente era in funzione della cura spirituale della popolazione residente nel castello e nelle case sparse nella campagna circostante. Infatti la presenza della campana nella chiesa di San Giovanni di Casale, ha una rilevanza perché indicava il luogo di culto pubblico, inoltre essa aveva un insieme di libri, che, in genere, secondo le norme, comprendeva i libri liturgici.
In generale, gli oratori (o cappelle) fanno pensare all’organizzazione di un luogo di culto in cura d’anime, come piccoli centri pastorali distribuiti nel territorio, i quali concorrevano al coordinamento dell’attività del complesso terriero. Talvolta si trattava di oratori dipendenti da qualche grande abbazia. Esistevano, inoltre, oratori di fondazione ecclesiastica o anche privata, come sembrerebbe il caso della chiesa di S. Giovanni di Casale.
Il documento del 1063 segnala che nel Castello di Casale esistevano ‘edifici’, i quali, probabilmente, erano abitazioni con strutture difensive, con le ‘ripe’. Dato che aveva delle pertinenze e dipendenze è significativo dell’espansione dell’insediamento. In questa entità demica medievale di un certo interesse, gli abitanti, liberi da ogni sudditanza nei riguardi di Longino di Suppone, costituivano un insediamento rurale curtense dotato di proprio centro nel Castello di Casale. Si riscontra un’entità giuridica, religiosa, economica e amministrativa, che si configura come un insediamento rurale, con un castello munito, quello di Casale e una sua chiesa, dedicata a S. Giovanni, per il culto e l’assistenza cristiana degli abitanti circonvicini.
Quando scomparve il Castello di Casale? Un indizio si può ricavare da un’espressione dell’inventario della chiesa di S. Giovanni di Casale redatto quasi sicuramente nel 1450, dove si legge: “chiesa di san Giovanni de Casale nel Castello di Monte Giberto”. Una traslocazione dentro al centro urbano del castello. Nel testo dell’inventario si legge che la chiesa possedeva, tra i beni immobiliari, due case, e ambedue presso la medesima chiesa di S. Giovanni. Nella chiusura dell’atto si legge: “Redatto nel Castello di Monte Gilberto, nella casa della detta chiesa di S. Giovanni, sopra la Porta e la Contrada da Sole”
Risulta così che l’antica chiesa, forse andata distrutta, fu ricostruita con la medesima dedicazione dentro il Castello di Monte Giberto. A questa era unita, nella persona dello stesso rettore, la chiesa di S. Margherita, che con indicazione topografica viene distinta come esistente: “fuori del detto castello di Monte Giberto”. Certamente in tutti i secoli le chiese rovinate dalle intemperie furono ricostruite, o, per utilità dei fedeli, trasferite talora in altri siti, con la medesima titolazione. Questo è il caso anche della chiesa di S. Giovanni di Casale, che prima esisteva in campagna nell’omonimo Castello e poi, andato l’incasato in decadenza, fu ricostruita nel centro urbano, dentro il Castello di Monte Giberto.
Tale fenomeno si verificava spesso proprio nell’incastellamento della popolazione di una data contrada che riedificava dentro le mura del castello urbano la propria chiesa, dotata in genere dei suoi beni, con la precedente titolazione. Talora essa veniva ricostruita in direzione (linea d’aria) dell’antico e abbandonato sito, come il caso della chiesa di S. Giovanni di Casale, riedificata, secondo alcune indicazioni del citato inventario del 1450, nella zona di Porta da Sole, di fronte alla contrada di Campo Casale. Non è ragionevole supporre che il Castello di Casale con la sua chiesa sorgesse originariamente nel luogo dell’attuale centro urbano di Monte Giberto. Vi fu traslocata, probabilmente per consiglio del vescovo divenuto proprietario. Anche gli inventari del 1727 e del 1771 della chiesa di S. Giovanni Battista, inducono a ritenere con sicurezza che l’antica precedente chiesa sorgesse un tempo nel Castello di Casale. Successivamente, come fa intendere l’inventario del 1450, essa fu ricostruita, in epoca imprecisata, ma assai probabilmente nel secolo XIV, nel Castello di Monte Gilberto, fenomeno non raro a quel tempo.

– IL CASTELLO DI PODIO
Nel Regesto di Farfa (p. 368) alcune parole aiutano a definire qualche aspetto interessante le vicende, le entità e l’ubicazione del Castello del Podio. Vi si legge: “il Castello detto podio che Giovanni, figlio di Otberto, concesse al nostro monastero con i corsi d’acqua e con tutte le pertinenze”. Così si viene a sapere che il castello era stato un possedimento farfense, donato al monastero da un tal Giovanni, figlio di Otberto. Non ci dice quando avvenne tale donazione, ma è da supporre che al più tardi sia avvenuta nella prima metà del secolo XI, dato che in altra pagina (p.269) esiste un documento del 1070 circa, dove viene nominata questa località, di grande interesse per la storia degli insediamenti medievali nel territorio di Monte Giberto in esame. Potrebbe trattarsi del più antico insediamento medievale finora documentato in territorio montegibertese, forse precedente allo stesso Castello di Casale.
Il preposto farfense Giso di Santa Maria in Georgio (oggi Monte Giorgio), nella seconda metà del secolo XI – probabilmente intorno al 1070 – in una sua relazione lamenta che il vescovo di Fermo Ermanno (1047-1055) e il suo successore Ulderico (1057-1073) si erano appropriati di molti possedimenti dell’abbazia di Farfa, alcuni dei quali erano situati nelle vicinanze di Monte Giberto, come Cripta (Grottazzolina), Montebello, (colle a nord del cimitero di Grottazzolina) e la “curtis” di S. Maria Mater Domini, presso Ponzano (cfr nel Liber 214). Vi compare usurpato dal vescovo anche un castello così definito: “Castello detto Podio” che – direi – va identificato con quello in cui sorgeva la chiesa di S. Martino del Podio.
Questo detto Podio che significa ‘poggio’ possedeva assieme “con tutte le pertinenze anche corsi d’acqua”, dotazioni forse non trascurabili come fa supporre l’aggettivo “tutte”. Questi dati, per quanto generici, suggeriscono l’ipotesi di collocare il Castello de Podio nell’attuale località detta Castelletta, che è un bel poggio a sud ovest e di Monte Giberto, il quale si eleva di fronte a Cripta (Grottazzolina) e a Montebello, sul lato sud dell’Ete Vivo e non lontano dal Rio, posto a sud ovest, i quali fanno subito pensare ai corsi d’acqua registrati nel Regesto Farfense.
Le Rationes Decimarum facilitano l’individuazione, confrontate con altre carte, come l’inventario del 1450 del Bonanni, e quello del 1771. Nelle Rationes viene menzionata la chiesa di San Martino del Podio, il cui cappellano Don Marco del 1290 (n.5849) versa in un’unica rata 21 soldi, mentre nel 1299 chiese l’esenzione dalla decima (n.7485) giurando di avere una rendita di sole 15 libbre e 10 soldi (n.7485), avvalendosi della concessione di Bonifacio VIII, che aveva esentato da tale pagamento i beneficiati con un reddito inferiore a 18 libbre, con dichiarazione giurata.
La chiesa di S. Martino de Podio si ritrova elencata nell’accennato inventario del Bonanni del 1450 (Plebanato) come la prima delle pertinenze, come beneficio ecclesiastico, di proprietà del Plebanato vescovile di S. Maria Mater Domini di Ponzano (Crocetti, Scoccia 387). Questa chiesa dovrebbe identificarsi con quella elencata nelle Rationes Decimarum, retta da Don Simone, “preposito di San Martino di Monte Giberto” (nn. 6115 e 7424).
Anche l’inventario del 1771 menziona, in territorio montegibertense, una chiesa di S. Martino che fu aggregata alla chiesa di S. Giovanni Battista e qui esisteva un altare dedicato appunto a S. Martino, dopo la scomparsa della chiesa rurale.
Suggeriscono l’ubicazione anche gli Statuta Firmanorum, dati alle stampe per la prima volta nel 1507 i quali riportano un antico elenco di castelli e ville, precedente forse anche a quello redatto da Egidio Albornoz intorno al 1356. Vi sono riportati anche i nomi di ville e castelli che agli inizi del secolo XVI non esistevano più. Tra essi figura “Castello del Podio fuori Grottazzolina” (libro 2°, rubrica 27). Questo Castello del Podio, che si considera ubicato in contrada Castelletta, sul versante sud del fiume Ete Vivo, ai confini praticamente con il territorio di Grottazzolina, si scorge di fronte, quasi dirimpettaio, poteva ben dirsi situato “fuori Grottazzolina” (Crocetti, Scoccia 150).
Corroborerebbe questa supposizione lo stesso toponimo Castelletta, che spesso, nelle Marche centro-meridionali, sta a significare un sito ove esisteva, nelle immediate vicinanze, un antico castello o fortilizio in rovina o abbattuto, come si riscontra in vari Comuni, come residui toponomastici di un antico e distrutto Castello o di un fortilizio, con terrapieno o poggio. Ad esempio il toponimo Castelletta ad Ortezzano, a Carassai, a Fermo e altrove.
Che il Castello del Podio debba collocarsi in contrada Castelletta è suggerito anche dal reperimento in questa zona di un piccolo peso di forma tondeggiante con marchio nella base, giudicato di epoca romana tardo-imperiale dal prof. Giovanni Ciarrocchi, il quale ci racconta che esso era stato ritrovato da un contadino tra petraie e antichi residui edilizi (tegole romane, e altro). Questo peso fu consegnato al podestà di Monte Giberto Ugo Agostini, agli inizi degli anni Quaranta del secolo XX, poi finì nelle mani di un antiquario. Il reperto, oltre ad avvalorare l’ipotesi dell’ubicazione di un Castello, in contrada Castelletta, sta anche a confermare come alcuni castelli medievali siano sorti su precedenti antichi centri demici di origine romana.
L’antico proprietario del Castello del Podio era in origine Giovanni, figlio di Otberto, vissuto nella prima metà del secolo XI o anche prima. Lo cedette ai monaci Farfensi. Non siamo riusciti a rintracciare sinora precisi indizi su Otberto. Il nome, piuttosto raro a quel tempo, è interessante perché fa venire in mente anche il toponimo Monte Berto (o Berte) che ricorre più di una volta nel Liber fermano. E per questo era sorto il dubbio che Monte Berto potesse essere una prima denominazione del castello (ipotetico Monte di Oberto) e per una imprecisata trasformazione linguistica fosse rinominato Monte Giberto.
Una constatazione di carattere topografico, però, convince a emarginare una simile congettura. Infatti, negli atti notarili in cui ricorre il toponimo Monte Berto, questo appare situato più a sud. Esplicita è l’ubicazione in un atto notarile del luglio 1061: il castello di Monte Berte vi risulta ubicato nel territorio ascolano, in fondi rurali esistenti tra il fiume Aso e il torrente Menocchia. (Liber 697). Monte Berte compare in altro documento del 1063, già citato per il Castello di Casale, che riguarda la permuta di alcune possessioni tra Longino di Suppone e il vescovo di Fermo Ulderico. Nel documento non è molto esplicita l’ubicazione del castello di Monte Berte che viene conservato dal vescovo di Fermo, ma, essendo nominato subito dopo Monte Varmine, esistente in territorio di Carassai, si può supporre che si trovasse tra l’Aso e il Menocchia (Liber 217).

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GIUSTINA AGOSTINI SBAFFONI 19 dicembre 1972 amore dell’umile donna che pregava per tutti

<1972> – GIUSTINA LA “GUARITRICE” A PIANE DI FALERONE < adattamento di un articolo anonimo >
Se avesse conservato i soldi che le sono stati offerti, oggi sarebe padrona di mezza Italia! parole pertinenti la popolare “guaritrice”, Giustina Sbaffoni, a chi, nell’ora del dolore e della necessità, ricorreva al suo grande cuore di donna dotata di eccezionali qualità parapsicologiche, assidua nella preghiera.
Giustina è morta a Piane di Falerone, dove, negli ultimi tempi, si era trasferita dalla vicina Belmonte Piceno e dove, nonostante i suoi 90 anni, riusciva ancora a dare, grazie alle sue eccezionali doti di sensibilità, speranza e fiducia nella vita e spesso la salute al corpo con le sue preghiere.
Semplice e modesta (figlia di contadini) era nata a Servigliano, la città clementina, centro della ubertosa vallata del Tenna. Si era unita in matrimonio a Giovanni Sbaffoni da cui ebbe 5 figli (tre maschi e due femmine).
A Belmonte Piceno aveva fatto costruire un conventino e restaurare le chiese della Madonna delle Grazie e di Sant’Anna, con le offerte dei fedeli.
Il ricordo che lascia è quello inciso nel cuore di migliaia di persone sparse in tutta Italia che la considerano “benefattrice dei poveri, degli umili e degli afflitti”.
\ Diceva: “Vi amerò dal cielo come vi ho amato in terra”.

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