SANTUARIO DELLA MADONNA DELL’AMBRO a Montefortino FM iscrizioni latine

Titolo: ARTE e FEDE ALL’AMBRO (scritti di p. Alfonso SCHIAROLI)
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.1. FASCINO SEGRETO DEI SANTUARI (p. Alfonso SCHIAROLI)

Il credente in genere, praticante o meno, è sensibile al fascino del santuario come luogo del sacro, dello straordinario. Anche il non credente spesso è conquistato dal senso – sia pur vago e un po’ nostalgico – di ciò che rappresenta questo luogo d’incontro col divino.
Il fatto di trovarsi fuori dal percorso usuale dell’orizzonte quotidiano, e per lo più in posti caratteristici per bellezze naturali od eventi miracolosi, pone il Santuario in una posizione privilegiata. Gli dà una capacità unica di attrazione. L’esigenza da tutti sentita, soprattutto oggi, di uscire di tanto in tanto dall’ambiente e dalla routine giornaliera, crea nuovi spazi per la curiosità, per i moti liberi dello spirito; e non necessariamente come fuga, come evasione. Nel santuario tutto questo può sfociare in richiamo religioso, in momento forte, imprevedibile di incontro con Dio.
E’ stato detto che se i santuari non esistessero, bisognerebbe inventarli. Anche i sociologi e gli antropologi oggi considerano con attenzione le espressioni della pietà popolare, che sono connesse soprattutto ai santuari, e tendono a rivalorizzare simili fenomeni religiosi. Per il credente i santuari sono i “luoghi alti”, le “cliniche dello spirito” secondo un’espressione cara a Paolo VI. Hanno una funzione che non si contrappone però, né sostituisce l’appartenenza del fedele alla propria chiesa locale. Essi rispondono ad alcune esigenze fondamentali della ricerca spirituale, della creazione di spazi, atteggiamenti nuovi, del dialogo con Dio.
Questo carisma particolare è messo meglio in luce dal modo con cui viene privilegiata nei santuari la riconciliazione e valorizzato il dono della sofferenza. Molti di essi ormai sono delle piccole Lourdes per gli ammalati. Per altro verso, il fondersi dei due richiami – turistico e religioso – è da considerarsi scontato nelle visite ai santuari, soprattutto in quelle private e familiari, che sono in maggioranza. E’ una costatazione da accettarsi in tutta serenità. Il pellegrino puro è un’illusione. Oltretutto non va dimenticata la caratteristica propria del giorno del Signore, giorno “festivo”: preghiera e riposo in uno spazio sereno di libertà e creatività d’incontri.
Nel rispetto delle esigenze –vecchie e nuove – di chi si reca al santuario, non va sottaciuta la presenza e l’azione di chi “gestisce” il santuario. Se il fedele, praticante o meno, o addirittura il non credente, venendo al santuario porta con sé delle attese, delle richieste, sta a chi accoglie e in qualche modo indirizza all’incontro col sacro, interpretare queste esigenze e offrire delle risposte.
Infine, conviene notare come le attese dei pellegrini-turisti, pur vaghe e inespresse che siano, hanno in comune una pregiudiziale. Una pregiudiziale, oggi, esigentissima, e oserei dire, spietata: il santuario non deve tradire in alcun modo l’immagine di “luogo alto” dello spirito, di ricettacolo del divino. Il volto esteriore che dà di sé può pregiudicare ogni approdo, ogni vero contatto religioso e l’opera di evangelizzazione, di animazione e di coinvolgimento nella preghiera e nella celebrazione liturgica.
Diceva uno scrittore francese, mi pare Bernanos:”mi cerco e mi ritrovo solo in quelle chiese e in quei santuari che sanno essere quello che sono; ci se accorge sempre di quello che gli uomini cercano di aggiungere e che purtroppo finisce coll’impoverire”. (“Voce del santuario Madonna dell’Ambro” n. 52, a. 1977 pp. 6-7)

.2. UNA CARTOLINA DAL SANTUARIO DELLA MADONNA DELL’AMBRO. (p. Alfonso Schiaroli)

La località di montagna, nel comprensorio Piceno, con il maggior afflusso di turisti e pellegrini è il santuario millenario della Madonna dell’Ambro, quasi una Lourdes nel cuore dei Sibillini, una gemma preziosa di fede, di arte e di bellezze naturali, incastonata tra i nostri monti “azzurri d’estate e bianchi d’inverno”. E’ adagiato sul fondo valle a metri 685 sul livello del mare. E’ protetto alle spalle dai quattro giganti conosciuti come Vettore, Sibilla, Priora e Castel Manardo ,e accoglie i tanti visitatori provenienti dalla Valle del Tenna, dalla Valle dell’Aso e dai due tronconi della statale 78 ascolana e maceratese che fanno capo ad Amandola. Da qui con 6 km verso Montefortino, cui territorialmente appartiene, costeggiando il fiume Ambro si arriva all’accogliente piazzale del Santuario in pochi minuti.
Il visitatore è subito afferrato dall’incanto esercitato dal paesaggio aspro, boscoso, suggestivo e incontaminato. Il silenzio profondo che vi regna è appena accarezzato dal mormorio delle acque gelide che da secoli lambiscono le mura del tempio e cantano una lode perenne alla gloriosa “Regina dei Sibillini” qui tanto venerata. […] Nel luogo dove sorge il Santuario, una fanciulla di nome Santina, veniva a pascolare le sue pecorelle. Era sorda e muta dalla nascita, ma era tanto devota della Madonna e di una sua immagine che era posta nella cavità di un annoso faggio, a cui offriva preghiere e fiori silvestri. Un giorno, così recita la tradizione, la Vergine le apparve con grande splendore e Santina prese a lodarla ad alta voce e si rese conto che stava parlando e di essere così guarita. Il luogo divenne meta di curiosi e di devoti visitatori. È probabile che, in seguito al prodigio divulgato, le popolazioni vicine abbiano costruito una rustica edicola e poi una semplice cappella alla celeste Benefattrice anche di altri bisognosi, e così vi nacque un santuario mariano. Le sue origini si perdono nel Medioevo ed è stato definito il più antico santuario delle Marche tra quelli dedicati alla Madonna.
La prima testimonianza storica conosciuta è dell’anno 1073 e consiste nell’atto di donazione a questa chiesa, da parte dell’abate del vicino monastero benedettino dei santi Vincenzo ed Anastasio di circa trecento ettari di terre, boschi, vigne e molini: una donazione talmente cospicua che sta a significare che già il Santuario doveva essere assurto a grande notorietà per l’affetto dei fedeli e la generosità dei monaci che ne presero la custodia. Primi furono i Benedettini, poi i Camaldolesi di San Leonardo e dal 1890 i Cappuccini delle Marche. La storia di questa presenza monastica è raffigurata nell’ampio affresco che sovrasta l’altare maggiore dove i santi Benedetto, Romualdo e Francesco, i tre fondatori dei tre ordini benemeriti, rendono omaggio alla Vergine che appare alla devota pastorella Santina.
La storia del Santuario ha conosciuto vicende gloriose nei primi secoli di vita fino al 1433, quando i monaci lo lasciarono per gravi difficoltà. Seguirono tempi di decadenza, di abbandono e di rapine dei suoi beni. […] Dal 1574 la diocesi di Fermo provvedeva all’assistenza con dei cappellani che erano pii sacerdoti volontari che, spinti dalla devozione alla Madonna, prestarono la loro opera pastorale fino dal 1890, quando il card. Malagola, arcivescovo di Fermo, ha affidato il Santuario ai Cappuccini. ( Riedito per gentile concessione di “Flash” di Ascoli Piceno)

.3. LA CHIESA DI VENTURA VENTURI figlio di Lattanzio Urbinate (p. Alfonso SCHIAROLI)

La devozione verso la Vergine Maria dell’Ambro è stata costante fin dagli inizi del mille. Verso la seconda metà del 1500 era necessario che avesse un nuovo impulso e per questa nuova vita intervenne il cardinale Felice Peretti che era allora vescovo di Fermo e che più tardi sarebbe diventato il celebre papa Sisto V. Il card. Peretti ha visitato personalmente il santuario come legato pontificio e, constatati alcuni abusi, emanò una bolla con cui disponeva il passaggio del santuario al Capitolo della cattedrale di Fermo con l’obbligo di curarvi l’ufficiatura per mezzo di un sacerdote cappellano, ivi stabilito il 25 gennaio 1575. Il santuario riprese vita. Le popolazioni vicine si riaccesero nell’amore verso la Vergine e corrisposero con generosità. La primitiva chiesa, essendo troppo angusta e logorata dal tempo e dalle intemperie, fu demolita nel 1595 e ne fu costruita un’altra più grande, per deporvi, in modo più decoroso, l’immagine della Vergine che era stata posta nel 1562.
Ancora prima che finissero i lavori della nuova chiesa, il comune di Montefortino deliberò di costruire una nuova chiesa degna della fama del santuario e di affidarne la costruzione a persona competente. Fu scelto l’architetto della S. Casa di Loreto. Il Venturi superando gravi difficoltà di ubicazione e di adattamenti, ha trasformato radicalmente il santuario. Ha innalzato una bella chiesa, come noi l’ammiriamo, di stile rinascimentale, ad una sola navata, con sei cappelle laterali, e la dispose in modo che la cappella della Madonna sorgesse proprio nell’abside e formasse un tempietto interno alla nuova chiesa e ne fosse come il cuore. Per l’ingresso alla cappella praticò due porte ai lati dell’altare maggiore, e sopra questo altare aprì una grande indovinatissima finestra con inferriata, richiamando un po’ l’architettura della basilica loretana, tale da produrre al visitatore una gradita illuminazione: come a Loreto, dalla “finestra dell’Angelo” si vede l’immagine della Madonna bruna, così nel nostro santuario dalla finestra si vede la Regina dei Sibillini in trono col suo Bambino Gesù sorridente. La costruzione iniziò nel 1603 e nel 1610 era già terminata nella sua maestosa grandezza e solidità e costò 6000 scudi senza contare la prestazione della mano d’opera volontaria e le cibarie somministrate dai fedeli. Il Venturi ha voluto che si aprisse, per il vasto ambiente, una sola finestra, sopra la porta della semplice facciata, ma con tanta arte che la luce penetrasse e si distribuisse egualmente. Con l’unica finestra ha provveduto alla necessaria illuminazione e alla difesa del fabbricato contro i venti, le nevi, le piogge e i geli che avrebbero potuto lederlo con una molteplicità delle aperture. Il nuovo edificio nella semplicità delle linee architettoniche del Rinascimento, riuscì grazioso ed elegante, degno dell’autore e di chi ne curò la costruzione. Della famiglia Venturi sappiamo che il babbo Lattanzio è stato autore del palazzo Comunale di Jesi, del disegno della cappella dei Duchi di Urbino nella Basilica loretana, come del lanternino della celebre cupola del Sangallo. Il figlio Ventura ha lavorato per la celebre Sala del Tesoro, sostituendo il padre fino al 1635. (Voce del santuario Madonna dell’Ambro; anno 2004\2 pp. 20-22).
Il nuovo tempio fu edificato ad una sola navata, con volta a botte e sei cappelle laterali ricavate nelle robuste le pareti. È disposto in modo tale che la cappella della Madonna forma un tempietto a sé stante nella parte absidale. La statua della Madonna col Bambino Gesù è opera in terracotta verniciata a olio, di buona fattura, trasportata al santuario del 1562. È alta metri 1,20 e pesa due quintali e mezzo. Non se ne conosce l’autore, ma, secondo gli ultimi studi, è opera di scuola abruzzese della prima metà del secolo XVI.
La cappella che custodisce la venerata immagine è stata affrescata nel 1611 dal rinomato pittore Piceno Martino Bonfini. L’insieme colpisce per la vivacità e freschezza dei colori, per la forza e vigoria del disegno, per la vita che vi palpita e le verità religiose che proclama. Un poema mariano da godere!
Tutta la chiesa dell’Ambro piace ai visitatori per la semplicità delle linee architettoniche e per la bellezza delle varie opere d’arte ben distribuite e restaurate. Tra i quadri più ammirati ricordiamo l’Annunciazione della Vergine, del Malpiedi, la Madonna dei pellegrini, copia del Caravaggio, le Stimmate di San Francesco, del Giacinti. Crea un’atmosfera Mariana l’insieme dell’opera decorativa, eseguita dal pittore romano Virgilio Parodi negli anni 1927-28, nella volta e nelle due pareti minori. Fino al 1905 l’esterno del tempio appariva povero e spoglio nella sola compagnia della vecchia casa dei custodi, un po’ isolata. Nell’1906 per iniziativa del com. Antonio Serafini fu costruito il “Conventino” sul fianco sinistro della chiesa, negli anni 1936-39 fu aggiunto l’elegante porticato e il robusto campanile. All’interno della chiesa fu sistemato un possente organo e un prezioso Crocifisso. Tutta la chiesa è stata abbellita con una pavimentazione marmorea, nuovi altari di marmi policromi, con indovinati restauri alle opere pittoriche e di arte varia. Sono stati aperti nuovi locali per una maggiore funzionalità del Santuario e migliore accoglienza dei pellegrini come la sala per le Confessioni, quella per i gruppi e l’albergo ristorante-bar per i bisognosi. (www.enciclopediapiacena.it/pdf/M_204-33-1995.pdf della rivista quattordicinale “FLASH” di Ascoli Piceno anno 16 (marzo 1995) n. 204 pp.31-33. Si ringrazia l’Amministrazione per la gentile concessione dell’uso divulgativo. Laus Deo)

.4. LA PARETE dell’ALTARE MAGGIORE (p. Alfonso Schiaroli)

La parete più in vista, entrando nel santuario, con una superficie di circa 60 metri quadri, può essere divisa in due grandi scomparti: quello superiore è a forma di semicerchio con al centro il quadro dell’Annunciazione, e ai lati gli evangelisti Luca e Giovanni; quello inferiore, a forma rettangolare, è delimitato dal cornicione e da una elegante cornice. Questi elementi di trabeazione girano all’intorno alla navata della Chiesa, al di sopra delle cappelle: è uno spazio molto ricco di elementi decorativi e funzionali.
Lo scomparto superiore nella parte centrale custodisce il bel quadro dell’Annunciazione di Domenico Malpiedi (c1575-1651) di Sanginesio, racchiuso in una cornice a stucco con frontone ad arco ribassato. Nella scena in alto, tra nubi illuminate, si libra la simbolica Colomba dello Spirito Santo. In primo piano a sinistra la Vergine Maria sta genuflessa con le braccia incrociate al petto, indossa una veste rossa e un manto verde. A destra l’Arcangelo Gabriele con la mano destra indica lo Spirito Santo, con la sinistra regge un giglio; indossa un vestito rosso. Tela e cornice furono commissionati all’artista ginesino dai deputati del consiglio comunale di Montefortino nel 1634. Il dipinto è considerato una delle opere meglio riuscite dell’ultimo periodo dell’artista.
Ai lati dell’Annunciazione negli anni 1927-1928 sono stati dipinti due tondi dal pittore Virgilio Parodi romano: in quello di sinistra è raffigurato San Luca d’aspetto giovanile con il simbolico angelo; in quello di destra, San Giovanni apostolo, in età veneranda, con la simbolica aquila.
Nello spazio sottostante gli elementi decorativi raffigurano due ampie scene che narrano la storia del santuario. In quella di sinistra è raffigurata la celebre apparizione della Madonna alla pastorella sordomuta, Santina. Sullo sfondo di un prato fiorito, la visione lontana dai monti, tra nuvole e gigli, la Vergine col Figlio benedicente appare alla pastorella inginocchiata. La Madonna indossa una veste rossa con manto azzurro. Un velo marrone copre il capo della devota pastorella; tre pecorelle pascolano all’intorno.
L’artista, proveniente dal laboratorio del restauro del Vaticano, rivela una formazione accademica. L’insieme della scena si accorda col paesaggio esterno, teatro dell’avvenimento narrato e produce una gradevole suggestione su pellegrini e visitatori. La scena affrescata a destra: Omaggio floreale alla Madonna dell’Ambro dei santi fondatori Benedetto, Romualdo e Francesco d’Assisi che furono i padri degli Ordini religiosi che hanno assistito il santuario in varie epoche. Questa scena si ricollega con l’apparizione della Madonna alla pastorella Santina.

.5. L’ALTARE MAGGIORE (p. Alfonso SCHIAROLI)

L’altare, con le sue strutture a stucco nella parte più antica è attribuito al Malpiedi, pittore e stuccatore molto esperto; nella parte rinnovata, allo scultore Aldo Pettorossi di Porto San Giorgio. Gli elementi nuovi di maggiore spicco sono due coppie di mensole con testine alate: quelle esterne hanno una sola testina, quelli più vicine al tabernacolo, sono state sorrette da due testine alate. Le sculture sono ben raffinate e levigate, le movenze dei capelli sono spigliate e ariose: l’espressione dei volti è dolce e serena.
Tali mensole sono una testimonianza dell’impronta classica dei fratelli Pettorossi (di Porto San Giorgio)) valente scultore del secolo XX che ha lasciato in molte chiese del Fermano tanti suoi lavori stimati ed apprezzati. Altro manufatto degno di rilievo è il nuovo tabernacolo posto al centro della mensa dell’altare. Ha la base ottagonale, le linee architettoniche sono espresse in marmo bianco, gli specchi in lastre di onice venato. Sviluppa la forma di un tempietto con cupola avente al centro una sfera sormontata da croce. La porticina di ottone dorato è ornata con decorazioni raffiguranti simboli Eucaristici: calice con Ostia, due colombe, una coppia di tralci con uva e spighe di grano. E’ opera degna di Aldo Pettorossi e del suo fratello Ezio marmista.
Notiamo, infine, nella parte più bassa della parete due coppie di porte (cm 185×75). Quelle esterne immettono nelle due sacrestie; quelle interne nella cappella della Madonna. Sono sovrastate da due finestrelle (63×63) con grata e ornate con cornice classicheggiante. L’insieme della grande parete offre al luogo sacro un volto armonioso e accogliente per un felice incontro con la Madonna. (Voce del Santuario Madonna dell’Ambro; a. 1998-2) Nel 1980 è stato realizzato il nuovo presbiterio progetto dal sacerdote recanatese don Antonio Castellani ed è stato eseguito dal marmista Lapponi anch’egli di Recanati. Si compone di tre manufatti: l’altare al centro, rivolto al popolo, e i due amboni laterali. Fa spicco su tutto il paliotto del sec. XVII, intagliato in legno dorato, di grande valore artistico. (Voce del santuario Madonna dell’Ambro; n. 85 a. 1984-2, p. 13)

.6. DIPINTI MARIANI NELLA VOLTA. (p. Alfonso SCHIAROLI).

Guida alla lettura. Alza gli occhi: 16 medaglioni mariani a riferimento biblico; 8 donne tra le più conosciute del Vecchio Testamento raffigurate nelle quattro campate; e 6 stemmi papali affrescati negli archivolti intermedi.
Entrando nel Santuario, specie nelle ore del mattino quando la luce solare lo illumina, lo sguardo del visitatore è deliziato da uno spettacolo suggestivo, iniziando dalla volta del sacro luogo. Il soffitto, con una superficie di circa 200 metri quadrati, è costituito da una volta reale a botte, impostata sopra un cornicione aggettante. E’ ripartito in quattro campatedi dimensioni uguali, divise da 3 archivolti ribassati (di 20 centimetri) che costituiscono il proseguo del sistema di pilastratura di base. La parte superiore di ogni campata è ripartita in quattro spazi triangolari da un bianco disegno a forma di croce di S. Andrea: X. E’ raffigurata la volta celeste, trapunta di stelle dorate realizzate a stucco. I centri di ogni “crociera celeste stellata” sono caratterizzati dalla presenza di un grande stucco a forma di un pane rotondo, incorniciato da una decorazione circolare, con finalità decorativa ed anche con allusione all’Eucaristia. Nei quattro angoli di ogni crociera figurano altrettanti medaglioni di forma ottagonale i quali accolgono simboli biblici cui fanno riferimento gloriosi titoli mariani. Ogni campata, termina lateralmente, al di sopra del cornicione con la raffigurazione delle otto donne più celebri dell’Antico Testamento. L’iconografia le vede tutte sedute su tronetti, ai lati dei quali sono presenti decorazioni simmetriche e ripetitive, con ornati di fogliame a riccio e festoni penduli, una specie di ornamentazioni frequenti nell’arte decorativa dal Seicento al Novecento.
Nell’intradosso di ognuno dei tre archivolti è dipinta una fascia verde bordata in oro, cosparsa da festoni di rose gialle, spezzata in tre parti per creare due spazi, a stemmi di papi e di altri.
Dall’alto del soffitto pendono sette lampadari: sei piccoli di fronte ad ognuna delle sei cappelle e uno più grande, quasi sopra l’altare maggiore. Sono manufatti artigianali riferibili ai primi decessi del XX secolo ma molto intonati all’unica navata basilicale seicentesca.
Lungo la fascia all’imposta dell’arco della volta, sul lato sinistro corre un’ampia scritta mariana: La porta del Paradiso, aperta per noi, per opera di te che oggi trionfi gloriosa per gli angeli suoi; ( in latino difettoso)= Paradisi porta per te nobis aperta … quae hodie gloriosa e.u.. angelis triumphas. Alleluia. Sul lato destro segue l’altra scritta: E’ stata esaltata al celeste regno la santa Genitrice di Dio al di sopra dei cori degli angeli. = Exaltata est sancta Dei Genitrix super choros angelorum ad coelestia regna. Alleluia –
L’intera superficie è stata affrescata dal pittore romano Virgilio Parodi della scuola vaticana e dall’allievo Mario Di Nunzio nel 1928. La notizia è stata confermata dal ritrovamento recente di una memoria autografa degli artisti vergata sopra il cornicione nei pressi della cappella del SS. Crocifisso così espressa: “Dipinto il 1928, Prof. Virgilio Parodi e Mario Di Nunzio de Roma. Rettore e direttore P. Luigi da Monterado”. (Voce del santuario Madonna dell’Ambro; a. 1999-1 pp. 26-28)
– Nella prima campata a destra di chi entra, si vede una pallida alba con una stella: Maria è la stella mattutina; accanto c’è l’immagine di una porta aperta: Maria è la porta del cielo. Sulla sinistra: un’alba luminosa: Maria è l’aurora della redenzione; accanto una robusta torre: Maria è la torre di David. La prima donna sulla destra è Giuditta di Ruben con una spada e la testa di Oloferne: Maria è la vittoriosa sul grande nemico. Sulla sinistra, con una brocca in mano c’è Rachele di Labano, sposa di Giacobbe e madre di Giuseppe e di Beniamino: Maria è la Madre buona.
– Nel primo archivolto è raffigurato lo stemma di Sisto V che fu vescovo diocesano di Fermo, sulla sinistra quello approssimativo di Pio IX marchigiano di Senigallia.
– Nella seconda campata a destra è raffigurato uno specchio di mare sovrastato da un arcobaleno: Maria è la Donna della nuova alleanza; accanto c’è l’immagine di una nave che trasporta una casa: Maria è una nave che porta da lontano il suo sostentamento. Sulla sinistra un orto recintato: Maria è un orto chiuso di riservatezza; accanto l’immagine di una colomba che si libra sulle acque: Maria è la regina della pace. La donna ha di destra è Anna di Elcana con il fanciullo, Samuele, tra le braccia. Quella di sinistra è la profetessa Debora con una lira musicale: immagini di Maria che protegge la vita e che loda Dio per le sue grandi opere.
– Nel secondo archivolto a destra c’è lo stemma papale approssimativo di san Pio X (o forse di Giovanni XXIII aggiunto in anni recenti); a sinistra si vede lo stemma francescano a indicare la presenza dei Cappuccini di san Francesco custodi del santuario da 1897.
– Nella terza campata a destra c’è un albero fiorito: Maria è l’albero della vita; accanto c’è una porta chiusa: Maria è il santuario di Dio. Sulla sinistra c’è la figura delle due tavole della legge: Maria è il tabernacolo dell’alleanza; accanto una lampada a olio accesa: Maria è la vergine prudentissima. Le due donne madri, Resfa con le lacrime agli occhi è figura di Rachele che piange i bambini uccisi, e Ruht di Moab con un mazzo di spighe in mano sono figure di Maria addolorata e laboriosa.
– Nel terzo archivolto uno stemma papale speciale con nel campo la scritta: “Sacrosanta patriarcale Basilica Liberiana”, di santa Maria Maggiore (Roma), in riferimento all’aggregazione del nostro santuario a quella basilica con la partecipazione ai suoi privilegi di indulgenze, accordatici il 20 febbraio 1927; sulla sinistra lo stemma di Pio XI che era il papa felicemente regnante al tempo di esecuzione dei lavori pittorici e concedente dei privilegi di santa Maria Maggiore.
– Nella quarta campata a destra: l’immagine di un fuoco ardente: Maria è un roveto ardente incombusto; accanto un giglio fiorito: Maria è un giglio tra le spine. A sinistra c’è l’immagine di una sorgente che sgorga dalla roccia: Maria è la fonte di acque vive; accanto una rosa fiorita: Maria è una rosa mistica. Le due donne sono due regine: Ester di Assuero con in mano uno scettro d’oro; a sinistra la Regina di Saba con in mano un vaso di profumi: Maria è la regina potente e tutta profumata di virtù.
I titoli mariani raffigurati sono stati scelti rispettivamente 12 dalle litanie bibliche, e 4 da quelle lauretane, dipinti nella volta insieme alle donne bibliche, sono un canto perenne alla Madre di Dio e degli uomini insieme alle tante preghiere degli innumerevoli pellegrini al Suo caro santuario nel cuore degli monti Sibillini. (Voce del santuario Madonna dell’Ambro a. 1998-2 pp. 10-12)

.7. LE DONNE DELLA VOLTA DEL SANTUARIO (p. Alfonso SCHIAROLI)
Le donne, che il pittore Virgilio Parodi ha dipinto nel 1927-28 nella volta del santuario, sono figure bibliche della Madonna in qualcuna delle sue virtù, come sono state vissute da alcune donne nel Vecchio Testamento. Sono raffigurate sedute sulle due fasce di circa di due metri al di sopra del cornicione aggettante, in corrispondenza delle otto arcate delle cappelle su scanni stilizzati.
Nella prima arcata a destra, è raffigurata Giuditta di Ruben, con in mano una spada e la testa di Oloferne. E’ una giovane donna ebrea che si è resa celebre come liberatrice di Betulia. E’ la protagonista dell’omonimo libro biblico. Ha ucciso il generale Oloferne, dell’esercito di Nabucodonosor, re di Assiria. Così ha liberato il popolo di Israele dai suoi nemici. Visse 105 anni, molto amata e in pace dei suoi connazionali. Il marito si chiamava Manasse.
Al di sopra della prima arcata a sinistra, è raffigurata Rachele di Giacobbe, con borsa e otre per l’acqua. E’ una delle figlie di Labano, e moglie di Giacobbe e madre di Giuseppe e Beniamino. Da ragazza “era una pastorella” alla quale il giovane Giacobbe permise di far abbeverare il gregge. Labano dette a Giacobbe, prima, la figlia maggiore di nome Lia. La Bibbia (Genesi 35, 23-26) riferisce: “ Giacobbe fu padre di 12 figli: da Lia, oltre al primogenito Ruben, ebbe Simeone, Levi, Giuda, Issacar, Zabulon; da Rachele ebbe Giuseppe e Beniamino; da Bila, schiava di Rachele, ebbe Dan e Neftali; da Zilpa, schiava di Lia, ebbe Gad ed Aser.”
Nella seconda arcata a destra, è visibile Anna di Elcana che sorregge sulle ginocchia il bimbo Samuele. Fu moglie di Elcana, marito anche di Peninna. Anna non riusciva ad avere figli: Peninna invece ne aveva avuti diversi. Elcana amava molto Anna: voleva più di dieci figli. Anna, desiderosa di prole, si recò al tempio di Silo e pregò Dio che, se le avesse dato un figlio, lo avrebbe consacrato al suo servizio. Così avvenne: questo fu Samuele che “crebbe presso il Signore”.
Al di sopra della seconda arcata a sinistra è raffigurata Debora la Giudice. Si presenta seduta con una cetra fra le mani. Fu moglie di Lepidot. Gli ebrei venivano da lei per risolvere le vertenze giudiziarie. “Sorse come madre di Israele”. Ha procurato al paese una pace durata 40 anni.
Nella terza arcata di destra, è visibile Resfa, la madre sconsolata. E’ seduta con le mani incrociate e lo sguardo mesto. Secondo un testo apocrifo fu una delle mogli del re Saul. Dopo la morte del re, i nemici le avrebbero ucciso due figli e tre nipoti, poi dati in pasto agli animali. Madre Resfa passò molte ore a vegliarne i cadaveri.
Al di sopra della terza arcata a sinistra, vediamo Ruht di Booz che regge nelle mani un mazzo di spighe. Era moabita, nuora di Noemi e protagonista del libro omonimo. Da Moab si recò a Gerusalemme a spigolare nel campo di Booz, parente di Noemi, trattata con molto rispetto. I due poi si sposarono. Ebbero un figlio che fu molto caro alla vecchia. Fu chiamato Obed, padre di Iesse, e nonno del re Davide.
Al di sopra della quarta arcata a destra, sopra l’organo, è visibile la celebre Regina Ester, moglie del re Assuero. Porta uno scettro regale in mano. Le sue vicende sono narrate nell’omonimo libro del Vecchio Testamento. Aman, consigliere del re, suggerì ad Assuero di sterminare tutti gli Israeliti. Lo zio di Ester, Mardocheo riferì la crudele decisione ad Ester, la quale ottenne la revoca del decreto reale e la punizione di Aman con la morte di impiccagione. Gli Israeliti per mezzo di Ester ottennero protezione e favori da parte di Assuero.
Al di sopra della quarta arcata, ingresso interno, è visibile un’altra regina, la Regina di Saba che porta in mano un piatto di doni per il re Salomone. Ella rivolse al re molte domande su tutto lo scibile umano, restando ammiratissima delle risposte.
Nelle otto donne che i pellegrini, e specie i turisti, ammirano nella volta del nostro santuario sono evidenziate alcune delle virtù Mariane. In Giuditta, Maria vincitrice del demonio. In Rachele, Maria Madre dei cristiani. In Anna, Maria Madre di Gesù. In Debora, Maria avvocata dei cristiani. In Resfa, Maria addolorata. In Ruht, una famigliare di Gesù. In Ester, Maria regina dei cristiani. Nella regina di Saba, Maria ricca di grazie che distribuisce ai cristiani. (Da: Voce del santuario Madonna dell’Ambro; a. 2005\2 pp. 20-22.)

RIDIPINTA LA VOLTA del santuario Madonna dell’Ambro, da Armando Moreschini. La volta era lesionata da capo a fondo dal terremoto degli anni scorsi e in più parti macchiata da infiltrazioni di pioggia […] La volta che dal basso non sembrava molto lesionata e che non presentava nessun pericolo, vista da vicino, invece, aveva delle crepe e vi erano dei punti dove i mattoni si tenevano appena, sostenuti dal fragile intonaco. Il lavoro di ripresa dei colori è affidato alla valentia del sig. Moreschini Armando di Fermo. ( La Voce del Santuario Madonna dell’Ambro; n. 13 a. 1959 p. 180) \ L’opera è stata oggetto di restauro nel 1981, con ritocchi alla tinteggiatura.

1)- Le immagini bibliche-mariane sono: un’alba con stella, una porta aperta, un’alba luminosa, una torre robusta, mare con arcobaleno, nave con casa, orto recintato, colomba sopra l’acqua, un albero fiorito, una porta chiusa, le due tavole della legge, una lampada ad olio accesa, un fuoco ardente, un giglio fiorito, una sorgente che sgorga dalla roccia, una rosa fiorita…………
2)- Le 8 donne del Vecchio Testamento, figure di Maria: Giuditta di Ruben, Rachele di Giacobbe, Anna di Elcana, Debora la giudice, Resfa la madre sconsolata, Ruth di Booz, Ester di Assuero e la Regina di Saba.
3)- I sei stemmi si riferiscono a: Sisto V, Pio IX, S. Pio X, Pio XI, stemma francescano, e quello di S. Maria maggior (Basilica Liberiana).

.8. LA CAPPELLA DI S. ANTONIO abate e DOMENICO MALPIEDI (p. Alfonso SCHIAROLI)

Il pittore Domenico Malpiedi di San Ginesio(1570-1651) è stato un artista polivalente perché si è espresso anche come scultore e modellatore. Ha lasciato molte opere nella sua patria, a Sant’Angelo in Pontano, Amandola e Montefortino per cui si può ben definire “il pittore dei Monti Sibillini” della prima metà del secolo XVII. Stilisticamente questo artista “ondeggiò tra la maniera degli Zuccari e quella del Barocci, facendosi apprezzare a volte per il morbido e pastoso degradare delle tinte, e per quella grazia, così tipica dei barocceschi, dei quali subì il fascino”.
Il Malpiedi ha eseguito molte opere per le chiese di Montefortino: non solo per quella di S. Agostino, di S. Francesco e di S. Maria delle Grazie, pure per il nostro Santuario dell’Ambro. Vi ha lavorato nell’ultimo periodo della sua attività artistica, tra il 1634 e il 1651, periodo in cui si espresse talora in un manierismo mediocre e stanco per l’età avanzata. Nel nostro Santuario il suo capolavoro è la tela dell’Annunciazione, dipinta nel 1634 per commissione dei Deputati fortinesi. Questa opera si fa ammirare per la grazia disegnativa, per le soluzioni cromatiche tenere, chiare e vivaci; per il garbo delicato delle due figure in pacato e trepido colloquio. Il bel quadro, posto sopra l’altare maggiore è molto visibile ai pellegrini che entrano nel Santuario; essi vengono attratti ad avanzare per fare ingresso nella cappella della Madonna che è il cuore del Santuario.
Meno felice ci appare il Malpiedi nei lavori eseguiti nelle cappelle laterali che ci piace presentare seguendo l’inventario delle opere d’arte locali compilato da Don Giuseppe Crocetti nel 1990.
La Cappella di S. Antonio Abate è un armonioso complesso (580 x 398 x 231) tutto del Malpiedi eccettuata la pala dell’altare che è del Giacinti. Questa cappella (attigua all’organo) è la più ricca di opere malpiediane: tra grandi e piccoli vi si ammirano otto dipinti in affresco. I due più spaziosi (175 x 104) raffigurano la scena di “Saulo che cade da cavallo sulla via di Damasco” e l’altra di “S. Antonio Abate che riunisce gli eremiti della Tebaide”. Altri due di media grandezza (175 x 85) raffigurano l’”Angelo custode” e “S. Caterina d’Alessandria”. Degli altri quattro di dimensioni minori: due (110 x 41) ci presentano “S. Apollonia” e “S. Lucia”, negli altri due (85 x 85) ammiriamo “Due Angeli con corona” e “L’Eterno Padre reggitore del mondo”. Analizzando le singole opere possiamo meglio godere e capire l’arte del Malpiedi.
La scena di Saulo che cade da cavallo ha per sfondo un paesaggio collinare, in alto, sulle nubi appare il Cristo con le mani piagate, circondato da un alone formato da un velo. Al centro, Saulo che cade all’indietro, sbilanciato dal cavallo impennato. Attorno due soldati a cavallo con vessillo e in primo piano altri due soldati atterrati, con elmo a cimiero e scudo. La scena è realizzata con gusto di scenografia teatrale, di effetto drammatico immediato, con colori vivi, figure espresse con disegno netto, vivace e movimentato; meno curata la rifinitura dei particolari.
L’altra scena di S. Antonio Abate che riunisce gli eremiti della Tebaide ha per sfondo una stretta valle di montagna (sembra di ravvisarvi la posizione del nostro Santuario tra i nostri monti!). In alto tra le nubi, appare l’Eterno Padre benedicente. Tra i nove personaggi che vi si vedono, monaci, eremiti che consumano un pasto comunitario all’aperto, spicca la figura di S. Antonio Abate rappresentato con aureola e mani giunte, in preghiera. In basso si vede il committente, un cavallaro montefortinese con tre cavalli. La scena ha una efficacia didattica perché intende rappresentare un aspetto significativo della vita si S. Antonio Abate, al quale era dedicata la cappella. Egli scrisse una regola per i monaci eremiti della Tebaide, ai quali suggeriva momenti di vita fraterna: nella preghiera di lode e nel consumare i pasti insieme. Per questa iniziativa fu un grande benemerito del monachesimo orientale.
La figura dell’Angelo custode è di bell’aspetto riccioluto e con grandi ali aperte dietro le spalle, con la sua, mano sinistra conduce un bambino paffutello e fiducioso. Il colore delle vesti è espresso nei toni del rosso e del giallo. E’ un dipinto manierato di stile barocco, efficace nella rappresentazione didattica del soggetto, intonato agli altri elementi decorativi della cappella. I cavallari fortinesi nell’emigrazione stagionale in Maremma si affidavano alla protezione dell’Angelo custode, come bambini.
S. Caterina d’Alessandria, vergine e martire, è dipinta in veste verde e manto marrone su fondo scuro a tinta unita. Ha in capo una corona regale; la mano sinistra, appoggiata al petto, regge una palma e la mano destra è appoggiata sulla ruota dentata, strumento del suo martirio; ha calzari ai piedi. Come l’Angelo custode è un dipinto fortemente manierato, di stile barocco espresso in modo decorativo e didattico-devozionale in quanto la Santa era invocata come guaritrice da ogni malanno.
Le Sante Apollonia e Lucia sono dipinte sui due lati dell’intradosso dell’arco trionfale, dentro cornice a stucco con stampo di rosette, su fondo marrone scuro, ben inquadrate, con veste rossa e manto marrone, aureola dietro il capo. S. Apollonia regge un libro, una tenaglia e un dente avulso. S. Lucia ha nelle mani una palma ed un vassoio con oculari. Sotto le due cornici spicca una testina alata. Anche questi due sono dipinti manierati in stile barocco a scopo devozionale: sono le protettrici dei denti e degli occhi.
Al centro del timpano spezzato si trovano le altre due figure. Nella parte più alta sono raffigurati due angeli che reggono una corona regale, stando seduti sulle nubi, a corpo nudo, con alette e velo trasversale. E’ un piccolo dipinto manierato e decorativo tirato via senza pretese artistiche. La corona regale è da mettere in relazione con la sottostante figura ieratica dell’Eterno Padre, Re dell’universo. Mentre i due angeli sono dipinti su una superficie ottagonale, l’Eterno Padre è racchiuso da una superficie quadrangolare con fastigio ad arco ribassato. E’ bella l’immagine benedicente dell’Eterno Padre reggitore del mondo, dall’aspetto di uomo saggio, con barba fluente, vistose ciocche di capelli ed aureola triangolare segno di perfezione. Anche questi dipinti sono, come gli altri, didattici, manierati, decorativi e in armonia cromatica. Il lavoro del Malpiedi nella cappella di S. Antonio è stato lungo e vario avendovi realizzato non solo gli otto quadri, ma anche le loro belle cornici in stucco dorato.
La decorazione nella cappella si è svolta in tre settori: l’arco trionfale con l’intradosso dei pilastri laterali. In questo settore oltre le due figure di S. Lucia e S. Apollonia, in alto, al centro dell’arco c’è un occhio col monogramma di Cristo IHS, ornato con segmenti a riccio e testine alate. Nell’intradosso sono stati eseguiti sei riquadri delimitati da cornice tortile con decorazione a rilievo di fogliame. Il secondo settore è costituito da una fascia che sovrasta l’altare con i tre quadri: dell’Angelo custode, dei due piccoli Angeli e di S. Caterina. Il terzo settore è composto dall’altare in muratura con mensa, due plinti a sostegno dei due pilastri e colonne ornate con grottesche, e fogliame attorcigliato. I capitelli, la trabeazione e il timpano spezzato sono dell’ordine corinzio-romano. La pala dell’altare originariamente rappresentava: ”Maria SS.ma col Figlio in gloria; S. Antonio Abate e S. Carlo Borromeo”. Dal 1928 c’è una bella tela del Giacinti raffigurante “S. Francesco d’Assisi stigmatizzato”.
La cappella fu eretta e fatta decorare al Malpiedi dalla Società dei Cavallari di Montefortino nel 1641 con dedica a S. Antonio Abate. L’attribuzione al Malpiedi di tutta l’opera si basa sul confronto con analoghi interventi, come la cornice per la tela dell’Annunciazione che è uguale nel disegno a quella che orna il dipinto dell’Eterno Padre. Lo stesso, a sua volta, è uguale a quello esistente nel monastero delle benedettine di Sant’Angelo in Pontano insieme ad altri dipinti firmati dal Malpiedi. Gli studiosi concordano nell’attribuzione dell’opera al maestro ginesino. Il Cicconi, nel suo volume sul nostro Santuario, fa osservare che a Loro Piceno esiste nella Priorale di S. Maria una Cappella lavorata dal Malpiedi, che si direbbe una copia fedele di quella dell’Ambro. (“Voce del santuario Madonna dell’Ambro” n. 87, a. 1995-2 pp. 14-16)

.9. LA CAPPELLA DI S. GIUSEPPE (p. Alfonso SCHIAROLI)

Nell’inventario del Santuario del 1772 si legge che questa cappella centrale della parete destra della chiesa è stata eretta per ordine di Giampaolo ed Erminio Benvenuti negli anni 1612-1623. Nella sacra visita del Card. Parraciani del 1765 risultava che si fecero patroni di detta cappella i signori Cesari di Montefortino, come eredi dei Signori Benvenuti. Fu dedicata ai SS. Filippo e Liberato con proprio quadro di altare raffigurante Maria SS.ma col Bambino in braccio, S. Liberato e S. Filippo Neri.
L’attuale tinteggiatura di fondo è celeste chiaro. La decorazione ha tre settori: pilastri ad arco trionfale, volta e pareti laterali, cappella dell’altare e la parte retrostante. L’arco è decorato con cornici tortili che riquadrano sei specchi con ornato foliare a riccio; in quello centrale è inscritto un cerchio con croce avellana. Nella volta stanno cornici con ornati barocco senza dipinti. Negli specchi dei pilastri sono stati applicati dipinti su lastre metalliche: San Gioacchino e Sant’Anna. Ai lati della mensa dell’altare si trovano plinti lisci a sostegno dei due pilastri e colonne abbinati. Le colonne sono in parte fasciate con ornati di stucco e in parte avvolte da spirale; i capitelli con latifoglie, la trabeazione con testine alate e festoni, il timpano è spezzato ove siedono due putti alati. Al centro spicca lo stemma della famiglia Benvenuti. In luogo della pala d’altare è stato ricavato un nicchio con la statua di S. Giuseppe.
Il paliotto dell’altare attuale proviene dalla Chiesa dei Cappuccini di Recanati. E’ un lavoro artigianale eseguito su legno, in pirografia e produce un gradevole effetto nel contrasto del legno bianco, con le parti bruciate color marrone. All’interno, lateralmente tra due fasce, con simmetriche evoluzioni di spighe, pampini ed uva, stanno due Angeli in piedi; al centro il fondo marrone è trapunto di stelle in un alone c’è un “Agnus Dei” con croce e due cervi che si dissetano. Il disegno è accademico, efficace nei suoi simbolismi, ma statico, quasi fosse un ricordo del gotico. E’ opera di un padre cappuccino che intorno al 1930 lo ha eseguito per la chiesa del suo convento in Recanati. Nel 1980 è stato trasferito a questo altare in sostituzione di quello originale barocco, utilizzato per l’altare centrale rivolto verso il popolo. Le dimensioni del paliotto sono cm. 89 x 188.
Il tabernacolo è un lavoro marmoreo cubiforme di color rosso vinaccio; ai lati si elevano pilastri di color verde venato; basi, capitelli, trabeazione aggettante sono di color giallo ocra. Nella porticina metallica gira attorno una cornice piatta con intagli a giorno di simboli eucaristici; spighe ed uva con pampini; agli angoli: pellicano, pesce, “Agnus Dei” e pavone. E’ un dono proveniente dal Santuario di Loreto.
La statua di S. Giuseppe è custodita nel nicchio sopra l’altare. Il Santo Custode col braccio sinistro regge il Bambino Gesù, mentre con la mano destra tiene il bastone fiorito a forma di giglio. L’immagine è a grandezza naturale, in gesso, S. Giuseppe sorride ai devoti e offre il divino bambino da amare. La statua è recente: degli anni ’30. La pietà dei fedeli l’ha voluta collocare nel tempio mariano per vederla accanto alla Celeste Madre e ottenerne protezione e favori spirituali dal suo castissimo sposo.
La tela presente nella cappella raffigura il soggetto: Tobia e l’Arcangelo Raffaele. Nel fondo vi è uno scorcio panoramico con monti, fiume, castello e cielo nuvoloso. La scena rappresenta l’arcangelo Raffaele e il piccolo Tobia col pesce, come descritto nel racconto biblico. In primo piano il ritratto vivace di un cagnolino. Non si conosce il nome del pittore. La figura di Raffaele è robuste maestosa e ispira sicurezza nel dare ordini e fiducia nel futuro, quella di Tobia il giubilo per quanto ha pescato. La tela è da riferire come prodotto del secolo XVIII, si ammira sulla parete sinistra.
Negli intradossi dell’arco sono state applicate due lastre dipinte che raffigurano i genitori della Madonna: i santi Gioacchino ed Anna. Sulla parte destra c’è S. Gioacchino. La figura ieratica del Santo è disegnata con toni verdognoli, con aureola e mani incrociate al petto, che indossa una veste rossa, coperta da un manto marrone; ha barba e capelli bianchi e sandali ai piedi.
Sulla parete sinistra è raffigurata S. Anna e Maria Bambina. Sul fondo dai toni verdognoli si staglia la figura della santa vegliarda che istruisce Maria bambina; ambedue rappresentate in piedi. S. Anna ha la veste di colore verde chiaro e manto marrone; Maria una tunica bianca che le copre i piedi, cinta ai fianchi da una fascia azzurra.
La cornice con le decorazioni a stucco, poste in alto ed in basso, è analoga a quella della precedente cappella, ed è da attribuire al Malpiedi. I due dipinti a olio sulla lastra metallica sono una aggiunta fatta nel secolo XX, al tempo dei restauri del 1928. Non se ne conosce l’autore. Hanno funzione decorativa, ma non si intonano con il resto della cappella. Le dimensioni sono identiche: cm. 128 x 58 compresa la cornice a stucco.
La decorazione della cappella è da attribuirsi a Domenico Malpiedi per la stretta somiglianza ai lavori eseguiti nelle altre due cappelle attigue. La cappella è uno degli ambienti dove la gente si ferma a pregare riponendo fiducia e stima nel grande Santo Custode dei tesori di Dio sulla terra: Gesù e Maria, la Chiesa intera, ogni famiglia e ogni anima cristiana che a lui si affida per le necessità spirituali e materiali. (Voce del Santuario Madonna dell’Ambro; n. 89 a. 1996-2 pp. 11-12)

.10. LA CAPPELLA DI S. ANTONIO DA PADOVA (p. Alfonso Schiaroli)

Questa cappella è la prima a destra, entrando nel santuario. Fu eret-ta e dedicata a S. Antonio da Padova dalla famiglia Lamponi originaria da Santa Vittoria in Matenano, nel secolo XVII. Nello stesso secolo è passata alla famiglia Spagnoli di Montefortino, per successione ereditaria. Era dotata di un discreto beneficio aumentato nel 1688 da un lascito di Priscilla Lamponi: il cappellano vi doveva celebrare nei giorni festivi. Nel 1751 don Pietro Sestilio Lamponi vi istituiva una cappellania di amministrazione laicale e quindi passava in giuspatronato della famiglia dei Cesari.
La decorazione del sacro ambiente riguarda l’arco trionfale, le pareti laterali con vari riquadri, la volta, la parete con l’altare in muratura e stucchi, alcuni dipinti. Le composizioni decorative che vi si ammirano sono analoghe a quelle delle cappelle laterali, ma non uguali. Soffermiamoci ad un attento esame delle varie parti, così armonicamente avvicinate. La prima che ci interessa è l’altare.
Una superficie di cm. 98×190 di legno marmorizzato intagliato e dorato di fattura artigianale costituisce il paliotto [davanti all’altare]. Oltre la mensa si innalzano, su due plinti a basi disadorne, le due colonne portanti eseguite in muratura, in parte ornate e in parte striate a spirale, con capitelli. Sopra ci sono la trabeazione ed il timpano spezzato, dove, al centro, due putti alati sorreggono uno scudo con monogramma Mariano. Una cornice di stucco inquadra la tela che funge da pala d’altare.
L’opera pittorica di medie dimensioni (cm. 220×135) raffigura la Beata Vergine del Carmelo col Figlio e S. Antonio da Padova. La dolce figura della Madonna con il Bambino in braccio si staglia su un fondo chiaro attorniato da nubi di varie forme, senza scorci panoramici. Ha veste rossa e manto azzurro, in atto di offrire lo scapolare carmelitano a S. Antonio che è inginocchiato con sguardo supplice e le braccia protese a palme aperte. Due putti alati sorreggono un libro e un giglio, segni iconografici del santo di Padova che indossa il saio france-scano. Altri cinque putti circondano la Madonna.
Non se ne conosce l’autore e c’è disaccordo sull’attribuzione. Da alcuni, il dipinto è attribuito a Ubaldo Ricci (+1731) di Fermo per il classicheggiante impianto marattesco e per il confronto con alcune opere dello stesso pittore. Non ci sono documenti per confermare, né per smentire. Altrettanto probabile potrebbe essere l’attribuzione in favore del nipote Filippo Ricci (1715-1793) presente a Montefortino con due tele firmate nel 1750, con analoghe caratteristiche, che si conservano nella chiesa di S. Michele.
Ignoto è pure l’autore della tela sulla parete sinistra raffigurante il Sogno di S. Giuseppe dove il santo è raffigurato seduto e dormiente con in mano il bastone fiorito, con veste marrone e manto verde. Dietro di lui un Angelo si libra nell’aria; con la mano sinistra appoggiata alla testa per comunicargli un celeste messaggio.
Dentro due cornici a stucco con ornato barocco, su fondo chiaro, sono dipinte due figure di sante monache prive di simboli iconografici (cm. 175×100). Quella a destra, probabilmente, è Santa Chiara raffigurata in piedi con la mano sinistra sul petto; l’altra Santa Scolastica raffigurata in piedi a braccia incrociate sul petto, indossante abiti benedettini. Le cornici dei due quadri sono da assegnare al Malpiedi per analogie di disegno con le cornici eseguite dal maestro ginesino in al-tre cappelle. Probabilmente anche i due dipinti furono eseguiti dallo stesso artista.
Negl’intradossi dell’arco trionfale, dentro cornici a stucco con rosette e testine alate in basso, su sfondo verde cupo, sono state raffigura-te due sante protettrici. Quella a sinistra è Santa Caterina d’Alessandria con corona regale, veste beige, manto marrone chiaro, che sorregge una palma e una ruota spezzata. L’altra di fronte è Santa Vittoria che si presenta con un manto verde e veste rossa, con in mano un aspersorio e un drago legato ai suoi piedi. E’ stato un dono votivo della famiglia Lamponi oriunda da santa Vittoria in Matenano. Sono due piccoli dipinti manierati in stile barocco, efficaci nella loro rappresentazione votiva e devozionale.
L’attribuzione delle due devote figure è per il pittore Domenico Malpiedi (1570-1651) come delle altre due sante: Apollonia e Lucia nella cappella [presso l’organo] di S. Antonio abate, per lo stile delle figure e delle loro cornici. Al centro della volta spicca il monogramma IHS di nostro Signore Gesù Cristo, Salvatore degli uomini, al quale va l’onore della cappella come luogo di celebrazioni eucaristiche, devozionali e di riconciliazione. (Voce del Santuario Madonna dell’Ambro n. 88 a. 1996-1, pp. 11-12)

.11. La CAPPELLA DELLA MADONNA DEI PELLEGRINI (Vari Autori)

MADONNA dei pellegrini del Caravaggio (note di p. Gianfranco PRIORI)
– Entrando nella chiesa del santuario della Madonna dell’Ambro non sfugge la tela posta nella prima cappella a sinistra, raffigurante La Madonna dei pellegrini di Loreto. E’ una copia del celebre dipinto del Caravaggio che si può ammirare nella chiesa di Sant’Agostino in Roma, accanto a piazza Navona. La copia della tela fu donata al santuario dell’Ambro dall’artista e collezionista d’opere d’arte Fortunato Duranti. –
L’opera del Caravaggio dipinta nel 1605, presenta la Vergine Maria con il Bambino Gesù in braccio e due pellegrini inginocchiati davanti a lei. Che questi due personaggi siano pellegrini lo si comprende dal loro atteggiamento: hanno le mani giunte in preghiera, reggono il bastone del cammino, indossano vesti povere e i loro piedi sono nudi e sporchi. Essi sono giunti in prossimità di una casa e, davanti alla soglia, si prostrano con fiducia e devozione. Nell’iconografia lauretana, la Vergine Maria con il Bambino in braccio viene raffigurata seduta su una casa (o dentro una casa) portata in volo dagli angeli. Infatti, secondo un’antica tradizione, la casa di Maria fu portata da Nazareth a Loreto dai celesti messaggeri alati. Ebbene, con il suo stile rivoluzionario, Caravaggio decide di presentare la Madonna di Loreto in un modo completamente diverso: non più la regina con vesti preziose e postura solenne, bensì una popolana, una persona che viene incontro sulla porta di casa e accoglie nell’intimità di un ambiente. Maria, in tal modo, si mostra Colei che ascolta la preghiera del popolo, che fissa lo sguardo sulle condizioni di un’umanità stanca e affaticata, che si protende con dolcezza per donare il suo Figlio, talmente “pieno” di grazia e di verità che quasi sfugge alle sue braccia materne.
Importanti alcuni particolari ben evidenziati da Caravaggio. Infatti notiamo immediatamente i piedi dell’uomo e la cuffia della donna. I piedi sono fangosi, carichi di quella terra che accompagna il nostro cammino, anche quando è un cammino spirituale. L’atto di inginocchiarsi davanti alla Vergine e a Gesù, perciò, è l’espressione di una vita ormai giunta alla tarda età. La terra indica povertà, essenzialità, umiltà. Ai piedi sporchi e gonfi del pellegrino fa da contrasto il candore dei piedi della Vergine Maria. La cuffia dell’anziana donna, a sua volta, è logora e consunta. E’ evidente, da questa come da altre sue opere, che il Caravaggio prende le distanze da quel trionfalismo che caratterizza il suo secolo. Straordinaria è la bellezza di Maria e di Gesù, i cui lineamenti trovano ispirazione in opere rinascimentali. Egli, però, di fronte alla tradizione non si limita a ripetere, ma tende a rinnovare, come avviene anche con la tradizione lauretana: infatti la posizione delle gambe e dei piedi di Maria, molto instabile, come se fosse giunta in volo in quel momento, ricorda appunto il volo della Santa Casa sulle colline marchigiane. Questo senso del movimento è ulteriormente evidenziato dal dinamismo delle linee compositive, che dilatano lo spazio, comunicando all’osservatore un senso di libertà, di apertura, di gioia. Da notare come le mani oranti dei pellegrini quasi toccano i piedi del Signore a dimostrazione della vicinanza del cielo ai poveri.
Contemplando questo capolavoro, scorgiamo quella profonda comunione che unisce la Madre di Gesù a tutti noi. Viandanti e pellegrini “in questa valle di lacrime” esuli dalla nostra vera patria, invochiamo Maria che, nella realtà di tutti i giorni, ci venga incontro alla porta della sua casa e ci conceda di abitare per sempre con lei e con il suo Gesù. (in: “ Madonna dell’Ambro” Voce del Santuario n.126 = a. 2015\2).
Dipinto laterale (P. Alfonso Schiaroli)
Sulla parete destra è situato il quadro che raffigura la Madonna col Figlio, S. Giacomo minore e S. Francesco. Lo sfondo scenografico è architettonico. La Madonna sta in piedi, regge il Bambino col braccio destro, ha manto azzurro e veste rossa. S. Giacomo col manto marrone e bastone viatorio, sta seduto con libro aperto sul ginocchio. S. Francesco sta in ginocchio profondamente inchinato, con le mani incrociate al petto e indossa il saio dei cappuccini. Non si conosce l’autore. Stilisticamente può collegarsi al neoclassicismo della scuola romana della prima metà dell’Ottocento, diretta dal Minardi, e frequentata dal fortinese Fortunato Duranti, al quale potrebbe essere riferita come esercizio scolastico con trasferimento di modelli mutuati da altri autori della classicità italiana. Le dimensioni della tela sono: cm. 157x 95,5. Fa parte della donazione del Duranti. (Voce del santuario Madonna dell’Ambro; a. 2005-2 pp. 28-29)

.12. LA CAPPELLA DEL CROCIFISSO (pubblicato senza il nome dell’autore Schiaroli)

Nella parete sinistra, la cappella centrale delle tre, è dedicata al SS. Crocifisso esposto in venerazione sulla parete di fondo. La decorazione del vano, che misura cm. 550 x 380 x 280, si svolge simmetrica lungo due fasce: una lungo i pilastri e l’arco trionfale, l’altra lungo le pareti laterali e la volta. Cornici di stucco inquadrano specchi di varia forma e grandezza. In quelli dell’arco sono dipinti ornati a stampo con disegni di fogliame a riccio, stilizzato; quelli delle pareti sono dipinti a tempera, tinta unita. La cappella dedicata fin dalle origini al SS. Crocifisso e a S. Maria Maddalena fu fondata e dotata nel secolo XVII da Mariangela di Stefano da Montefortino. La decorazione originaria è da riferire al Maestro Domenico Malpiedi di san Ginesio, operante nel santuario nel quarto decennio de Seicento. Nel corso dei restauri degli anni 1927-28, la decorazione fu ravvivata dal pittore ornatista Mario di Nunzio di Loreto.
Un tempo fungeva da pala di altare un bassorilievo, modellato forse dal Malpiedi, raffigurante il SS. Crocifisso tra S. Maria Maddalena e S. Francesco, andato perduto. Tutta la parete di fondo è rivestita di marmo verde venato. Al centro si apre una larga nicchia delimitata da artistica cornice ottagonale. Sul fondo è steso un drappo damascato rosso, e sopra questo poggia il bel Crocifisso sulla croce di cm. 310×182. Il Crocifisso è una scultura lignea di cm. 182 di altezza. Le assi della croce sono lisce e brunite. Il Cristo, fisso alla croce, con chiodi sulle palme delle mani e sui piedi accavallati, con capo coronato di spine, inclinato alla sua destra, capelli e barba riccioluti, un largo perizoma ai fianchi con passante anteriore e svolazzo a destra. I particolari anatomici sono ben modellati e rilevati con tinta marrone chiaro. Sul cartiglio sovrastante il capo del Critto la solita scritta “I.N.R.I.”.
Ai piedi della Croce c’è lo stemma del papa Pio XI, Achille Ratti, il quale il 12-8-1933, ricorrendo XIX centenario della umana Redenzione benedisse e donò al santuario la sacra immagine, accogliendo le sollecitanti premure del Rettore P. Luigi da Monterado. Fu collocato nella cappella il 3 settembre 1933, con una grandiosa manifestazione popolare, che, sfilando processionalmente dalla vicina frazione di Piedivalle, ha portato il Crocifisso alla sua sede. Nulla si sa circa lo scultore, unica notizia certa è che proviene da una bottega romana.
Sul gradino dell’altare sottostante al Crocifisso c’è una coppia di statue raffiguranti i santi Pietro e Paolo. S. Paolo ha barba lunga bipartita, capelli corti, indossa una veste lunga con ampio monto con lembo riportato sul braccio sinistro, con la destra indica il cielo, con la sinistra regge la spada. S. Pietro ha la barba corta e i capelli riccioluti; indossa analoga veste con il lembo sollevato al petto dalla mano sinistra e nella destra tiene le chiavi. E’ un prodotto fatto con stampo o derma nella quale è stata colata la scagliola: è riferibile agli anni trenta del secolo XX, come prodotto di bottega romana, brunito con tinte imitanti il bronzo. E’ ignoto l’autore.
Sulla parete sinistra dal 5 settembre 1987 è stato collocato un quadro moderno < poi trasferito> che raffigura S. Veronica Giuliani, cappuccina di Mercatello (PS). E’ opera del pittore Claudio Sacchi di Mercatello. Il quadro è stato collocato nella migliore situazione perché la santa una appassionata penitente, sta bene solo accanto al Crocifisso di cui porta impressi nel cuore i segni della passione. La santa è raffigurata raccolta in se stessa e nello stesso tempo ispirata all’amore divino che la eleva dal mondo terreno, rompendo i legami che la tengono ancora legata ad esso, passando attraverso uno stato di estasi, a quello di calma contemplazione. Intento a svolgere un ruolo di mediatrice fra l’uomo e l’Assoluto. Veronica è ritratta sospesa tra la terra e il cielo. Il paesaggio riflette la relazione fra il contingente e l’immortale nella raffigurazione del ponte che collega le due sponde, quella della vita umana e quella della vita ultraterrena.
La mensa dell’altare è costituita da un sarcofago scolpito in marmo rosso di Verona, con aggiunta di elementi in marmo bianco, raffiguranti segmenti a riccio agli spigoli, collegati tra loro da festoni floreali, che, al centro, disegnano una corona. Il sarcofago è sorretto da una base rettangolare con angoli smussati di proporzioni dimezzate, costruita con marmo bianco venato. Il manufatto è stato trasferito al santuario dell’Ambro nel 1949 ma senza le reliquie del santo, già tolte e sistemate in altra urna in quell’anno. Il sarcofago è pregevole per la preziosità dei suoi marmi. Le sue misure sono 101x243x78. Stilisticamente è una testimonianza del barocco romano del secolo XVII. (Voce del santuario Madonna dell’Ambro anno 2005\2 pp. 28-29)

.13. L’ALTARE DI S. SERAFINO DA MONTEGRANARO
Il pregevole manufatto, realizzato con marmi policromi che ci piace presentare ai nostri affezionati lettori, è comunemente detto “sarcofago di S. Serafino”, sia perché proviene dal suo santuario in Ascoli Piceno, sia forse per aver custodito per qualche tempo le sue venerate spoglie. E’ a forma di urna carenata con mensa sovrastante in funzione di altare. Misura cm. 101 x 243 x 78, ed è in ottimo stato di conservazione. E’ scolpito in marmo rosso di Verona, con aggiunte in marmo bianco raffiguranti segmenti a riccio agli spigoli collegati tra loro da festoni floreali, che, al centro, disegnano una corona di rose e gigli. E’ sorretta da una base rettangolare con angoli smussati, di proporzioni dimezzate costruita con marmo bianco venato. E’ opera pregevole, sia per la preziosità dei marmi che del disegno. Stilisticamente è una testimonianza del barocco romano del XVII secolo. Potrebbe essere stato ideato e realizzato da un architetto-scultore della famiglia dei Giosafatti (Giuseppe o Lazzaro), che tante opere hanno lasciato nelle Chiese di Ascoli Piceno, loro patria.
Il P. Federico da Mogliano,che, dopo la morte del P. Luigi da Monterado, venendo dal convento di S. Serafino, fu fatto rettore all’Ambro, ebbe la felice idea di recuperare il bel sarcofago e così nei primi mesi del 1949, ve lo fece trasferire. Il fatto lo attesta il fortinese Siliquini Giuseppe (classe 1913), che era inserviente al Santuario mariano. Egli ricorda che insieme ad altri volenterosi prestò la sua opera per trasferirlo dal piazzale, ove era arrivato con una vecchio autocarro, all’interno del Santuario. Il Siliquini rammenta il particolare di un incidente. Durante il breve tragitto il pesante manufatto è scivolato di mano ad uno dei portatori ed è caduto a terra riportando qualche danno che poi fu riparato da persona competente. […] Il bell’altare, a forma di navicella sotto il meraviglioso crocifisso di Pio XI, è sempre un caro ricordo di S. Serafino.
Il caro ricordo del simpatico santo, il quale, in visita a questo Santuario, salito sull’altare per spolverare la statua della Madonna, nel dire: “Madonna mia, quanto sei bella!”, sarebbe stato rapito in estasi, pregando: “O Madre di Dio, quanta grazia e quanta bontà! Felice chi potrà contemplarvi in Paradiso. Voi lo trasportate sopra gli angeli e i serafini. Grande regina del cielo, datemi la grazia di venirvi a vedere sul vostro trono, verso il quale gli angeli stessi osano appena gettare i loro sguardi! Ma quanto più bella nel regno del vostro Figlio che vi ha posto alla sua destra. O Maria! O Maria!” (Voce del Santuario Madonna dell’Ambro; n. 86 a. 1998-1 pp. 16-17 qui in breve)

.14. La CAPPELLA DI S. MICHELE ARCANGELO

Secondo notizie accertate, la terza cappella di sinistra del nostro santuario, dedicata a S. Michele Arcangelo, è stata fondata ed abbellita da Livia Pavoni nel 1620 e dal pievano di Montefortino don Curio Pavoni (1595 -1635). I lavori di ornato, come la decorosa tela di San Michele sono attribuiti, come quelli delle cappelle di destra, al pittore e scultore ginesino Domenico Malpiedi (c1595 -c1651).
La decorazione con rilievi a stucco si svolge simmetrica lungo due fasce: una orna l’arco trionfale, l’altra la volta. Nella prima sono raffigurate grottesche [decorative] con testine alate. Nella seconda, un occhio centrale con l’immagine di una colomba simbolo dello Spirito Santo e due riquadrature laterali ornate da stucchi con evoluzioni di segmenti a riccio, fogliame accartocciato, festoni e rosette.
L’altare costituisce la parte più importante del vano di piccole dimensioni: cm 580x292x114. La sua parte inferiore è una mensa in muratura ricoperta sul davanti da un pregevole paliotto di cuoio policromo (cm. 85×168) di ignoto autore del secolo XVII, lavorato con abilità e maestria: è un prodotto, probabilmente, dell’artigianato roma-no. Sullo sfondo giallognolo si incrociano motivi di ornato foliare e floreale, simili, ma non uguali, attorno ad un ovale in cui è ritratto San Michele che incatena e trafigge il mostro infernale. Ai lati stanno due fasce con tulipani. La decorazione è circoscritta da una cornice marmorizzata.
Ai lati della mensa, su plinti disadorni, si elevano due colonne mar-morizzate con retrostanti pilastri, con capitelli e trabeazione corinzi, ornati con testine alate e serpentina con rosette. Il timpano è spezzato: al centro due putti alati sorreggono uno stemma gentilizio. La pala [dipinta ad olio a fronte dell’altare] è circoscritta da una cornice a stucco. Vi è raffigurato l’Arcangelo principe [Michele]. Si nota il contrasto tra la ricchezza dell’ornato della parte superiore con la linearità dei plinti di tutta la parte inferiore che, in origine, dovevano anch’essi essere ornati con stucchi.
La tela, che funge da pala d’altare, è molto ammirata per la sua vivacità espressiva. Il fondo è nei toni del marrone e del giallo ocra. L’arcangelo è raffigurato ad ali spiegate, con elmo piumato in testa e rivestito di lorica verde, nell’atto di trafiggere con la spada Lucifero riverso sotto i suoi piedi, avvolto nelle spire di un serpente. Tutta la scena è dominata da un alone con svolazzo di toni del rosa antico. Il Malpiedi potrebbe aver realizzato l’opera nel 1634, descrivendoci una scena di grande effetto con linearità di disegno e ricchezza cromatica. Analogo episodio si può ammirare nella chiesa adiacente al cimitero di San Ginesio, per cui l’attribuzione in favore del Malpiedi diviene una certezza.
Lo stemma che sovrasta la trabeazione è a forma di scudo con cimiero piumato, ornato con segmenti a riccio, conchiglie e rosette. I simboli dell’arma sono collocati in doppio campo: in quello superiore brilla una stella a otto punte; in quello inferiore emergono tre barre trasverse. Molte parti delle linee in rilievo sono dorate a mecca. Il manufatto ha funzione decorativa e documenta la nobiltà della famiglia Pavoni, originaria di Amandola, ma residente a Montefortino nella prima metà del Seicento. E’ stata la benemerita fondatrice della cappella, con gli interventi di Livia e di don Curio nelle loro disposizioni testamentarie del 1632.
Sulla parete di sinistra è custodito il quadro del Cristo Pantocratore [=sovrano di ogni realtà]. Il Cristo è seduto in trono, indossa una veste che scende fino a coprire i piedi. Ha il capo aureolato, barba e capelli bipartiti e fluenti, sguardo ieratico, fisso nell’infinito. Sul ginocchio sinistro sorregge un libro aperto con la mano sinistra, con il testo sacro scritto in caratteri cirillici. Con la mano destra benedice all’uso dei monaci ortodossi. Il dipinto imita le icone degli ortodossi e può essere assegnato alla metà dell’Ottocento. L’autore è un ignoto pittore russo che ha eseguito l’opera ad olio su tavola (123×59). E’ stato donato a questo santuario dal cappuccino padre Daniele Luchetti di Mogliano che fu cappellano militare in Russia e in Corea e poi per un sessennio dal 1960 al 1965 è stato benemerito e stimato rettore del nostro Santua-rio Mariano.
Sulla parete laterale a destra: una tela che raffigura Sant’Antonio abate. Sullo sfondo panoramico domina un albero inclinato con folta chioma. Il santo vi è raffigurato con la destra benedicente e la sinistra al petto; sul mantello, sopra la spalla sinistra, spicca un “Tau” degli Antoniniani; un libro aperto sulle ginocchia; sandali ai piedi. La testa canuta è circondata da un alone luminoso. Altri segni iconografici sono il fuoco e il bastone viatorio con campanella. Il dipinto ritrae il santo anacoreta della Tebaide in atteggiamento pio e protettivo, molto familiare ai devoti dei secoli passati che lo invocavano come patrono degli animali domestici. Non se ne conosce l’autore che è da ritenersi un discreto pennello del secolo XVII. Dal 1995 questa tela è stata tra-sferita nella prima cappella di destra per fare posto al nuovo quadro del Sacro Cuore. (Voce del Santuario Madonna dell’Ambro; a. 1997 n. 38 pp. 10-11)

.15. IL CUORE DI CRISTO AL CENTRO DEI SIBILLINI

Nell’estate del 1995 gli iscritti all’Apostolato della Preghiera delle Marche hanno tenuto una giornata di preghiera e di studio presso il Santuario dell’Ambro e, come dono e ricordo, hanno voluto lasciare un’artistica icona del S. Cuore di Gesù. E’ una robusta e pesante tavola che è stata collocata, in grande evidenza, nella parte destra della cappella dedicata a san Michele Arcangelo.
I turisti interessati e i pellegrini devoti si fermano ad ammirare la caratteristica icona. L’icona è stata realizzata e donata dalla reverenda Clarissa suor Maria Antonietta Carlorecchio di Fermo, residente a Matelica, che ha seguito le norme particolari nel dipingere le icone in uso nella Chiesa orientale slava, nei colori, nelle iscrizioni e nelle figurazioni che hanno significato di simboli spirituali; vi è dominante l’immagine di Gesù Cristo Figlio di Dio, con l’aureola di Signore del tempo e della storia. Il Cuore di Cristo è luminoso come l’Eucarestia. La figura maestosa e amabile è propria del glorioso Risorto e Vivente con le piaghe della crocefissione nelle mani e nei piedi. Attorno alla fi-gura del Cristo si scorgono i due monti Sibillini: della Priora e del Ca-stel Manardo che circondano il Santuario dell’Ambro. Verso i monti sale un cavallaro, come facevano gli antichi devoti della Madonna dell’Ambro, rientrando dal pellegrinaggio, o avviandosi al lavoro tra i boschi della vallata. A sinistra è dipinta una famiglia che si consacra al Redentore e gli si affida con fede, speranza e carità. A destra sono raf-figurati i vari popoli della terra nei profili ed acconciature di asiatici, africani, polinesiani, europei ed altri. Sono le diverse culture che desiderano l’unico Salvatore e tutti sono attratti dal Cuore che ha tanto amato ed ama gli uomini. (qui in breve)

.17. < Parete di retrofacciata> = LA REGINA DELLA PACE
La controfacciata è la parte interna della facciata del santuario, la parete più trascurata perché tutte le voltano le spalle, ma è pure molto importante perché su di essa si aprono la porta e l’unica finestra. Può essere divisa in tre ampi settori. Quello superiore è a forma semicircolare, con al centro il finestrone, unica apertura da cui filtra la luce dell’esterno. Ai lati due tondi, in affresco, raffigurano gli Evangelisti Luca e Marco del pittore romano Virgilio Parodi. Il finestrone è di forma quadrangolare con quattro specchi quadrati. E’ in fase di progetto avanzato la sostituzione con una nuova finestra a vetri colorati raffiguranti il monogramma della Madonna in ricordo dei mille anni di vita del santuario …
Gli evangelisti sono raffigurati con i loro simboli: Marco con a fianco la testa di un leone, e Luca con un libro aperto appoggiato sopra la testa di un bue mentre scrive con la penna d’oca. Sul libro aperto si legge la parola “NATUS” in riferimento alla nascita di Gesù narrata dall’evangelista medico. Sotto i tondi degli evangelisti sono espresse due segnature, dentro dipinti imitanti fogli di pergamene. Sul lato sinistro (qui traduzione del redattore) Sul vertice dei monti ci sarà un monte preparato per la Vergine Maria, negli ultimi giorni e sarà elevato sopra i cieli e molti popoli andranno e diranno: ‘ Venite e ascendiamo al monte.’ Sul lato destro: Hai visitato la terra e l’hai inebriata nelle forre rocciose e nella grotta di Maria: mostrami il tuo volto e risuoni la tua voce al mio udito. Vi sono chiari riferimenti alla Madonna, alle sue apparizioni, al suo Santuario e ai pellegrini.
Sotto una fascia stilizzata che scorre per l’intera parete c’è affrescata la bella scena intitolata: Supplica alla Madonna dell’Ambro per la Pace. Al centro, è raffigurata la Madonna seduta suo tronetto, come è visibile nella cappella. Sul lato destro, è inginocchiato il papa Benedetto XV; in piedi, S. Benedetto, un Angelo con un cartiglio in mano ove è scritto: Regina della Pace; un religioso cappuccino ed un altro Angelo. Sul lato sinistro, spicca un’altra figura di Angelo recante un ramoscello d’ulivo, che presenta alla Madonna cinque soldati, di cui il primo è inginocchiato, nelle divise militari della prima guerra mondiale: tutti in atteggiamento orante davanti al simulacro della Vergine dell’Ambro. Il pittore Parodi vi rivela una formazione accademica (…)
Benedetto XV fu il papa che definì la prima guerra mondiale “inutile strage“ e promosse diverse iniziative di pace, proclamando la Madonna “Regina della Pace”. Alla Vergine dell’Ambro pressante fu l’invocazione di pace da parte dei soldati richiamati e delle loro famiglie. Nel ricordo di questi avvenimenti, l’affresco parodiano ha una certa immediatezza di gusto popolare, per cui l’occhio del pellegrino rimane soddisfatto.
Al di sotto dell’affresco, resta da osservare il terzo scomparto. Al centro si apre la porta, con all’interno due ante, con tre specchi di vetro martellato per ciascuna, che funge da bussola. La sovrapporta è ad arco ribassato con la griglia del termoconvettore ad aria calda per la stagione fredda. All’esterno si ammira l’antica porta del secolo XVII, a due ante, in ognuna c’è uno zoccolo, tre rettangoli bugnati e due specchi quadrati. Ai lati della bussola, nella parte più alta, si osservano due croci lignee dorate che segnalano la settima e l’ottava stazione della Via Crucis. Ai lati esterni delle croci sono state murate due lapidi con scritte rievocanti episodi relativi alla storia del Santuario. Quella di sinistra commemora la solenne dedicazione e consacrazione della chiesa fatta dall’arcivescovo di Fermo, mons. Carlo Castelli, il 7 settembre 1908, quando era amministratore il comm. Antonio Serafini da Montefortino. Quella di destra ricorda due solenni pellegrinaggi effettuati dalla Gioventù Italiana di Azione Cattolica della diocesi Fermana negli anni 1909 e 1943 con la partecipazione degli arcivescovi diocesani di quei tempi: Carlo Castelli e Norberto Perini, con le rispettive consacrazioni delle giovani alla Madonna.
Come ultimi elementi visibili nella controfacciata, notiamo ai lati della bussola due pile per l’acqua santa in travertino, del sec. XVII; due manufatti scolpiti a forma di conchiglie con prolungamento alle basi per l’innesto al muro. Le scanalature sono molto marcate, come opere di artigianato locale sulle probabili indicazioni dell’architetto Ventura Venturi cui si deve il disegno generale della chiesa. Gli spazi liberi dell’intera parete sono tinteggiati in stile pseudo-marmoreo come elementi decorativi complementari. (Voce del Santuario Madonna dell’Ambro; 2000)

.17. VI PRESENTIAMO il pittore VIRGILIO PARODI

Il professor Virgilio Parodi di Roma, che ha reso così decoroso il nostro santuario, con le sue 35 figure, eseguite 1927-28, è nato a Roma il 6 aprile 1886. Si è formato come pittore frequentando i corsi di nudo e figura umana, tenuti a Napoli da Michele Cammarana. Si è diplomato presso il r. istituto di Belle Arti in Roma, vincendo due borse di studio per il corso superiore di perfezionamento. Nel 1914 iniziò la sua attività di pittore dipingendo una chiesa ortodossa in Romania, ove ritornò per altri lavori nel 1926. Al rientro in Italia eseguì l’opera pittorica nel nostro santuario. Successivamente dipinse la chiesa di Albaneto (L‘Aquila) e l’abside della parrocchiale degli Angeli Custodi in Roma.
Durante la sua svariata attività ha eseguito numerosi ritratti di uomini celebri, tra gli altri quelli dei Papi Pio XI, Pio XII, Giovanni XXIII e dei cardinali Garcia Valerian, e di Enrico Dante al quale ultimo era legato da vincoli di parentela. Dal 1924 lavorava ininterrottamente nel Gabinetto Restauri ed opere d’Arte del Vaticano ed era attivo a Roma con ritratti, composizioni nature morte, arte sacra. Il valente artista ha lavorato indefessamente per circa sei mesi nel santuario dell’Ambro dandoci tante belle figure e scene suggestive.
I due gruppi pittorici più importanti furono eseguiti, l’uno sulla parete dell’altare maggiore e l’altro su quella di fondo. Il primo narra, con accento popolare, l’episodio che sta all’origine del santuario, cioè l’apparizione della Vergine alla muta pastorella Santina. Le figure della Madonna e della pastorella si trovano a sinistra di chi guarda. La Vergine in una festa di luce e di fiori occupa il centro della scena con il Bambino Gesù sulle ginocchia e dirige maternamente lo sguardo verso la devota fanciulla che con il viso attonito se ne sta inginocchiata, circondata da pecorelle. Alla destra è raffigurato un Angelo che invita S. Benedetto, S. Romualdo e S. Francesco a venerare la Madonna dell’Ambro. Con i tre santi, il pittore ha voluto indicare gli ordini religiosi che si sono succeduti nella custodia del Santuario: i Benedettini, i Camaldolesi e i Cappuccini.
L’argomento della parete di fondo è la Madonna Regina della Pace. Al centro, è riprodotta l’immagine della Madonna dell’Ambro, con a sinistra, il papa Benedetto XV e, a destra, un gruppo di soldati che, guidati da un Angelo, si prostrano a ringraziare la Regina della vittoria e della Pace.
Nella volta della chiesa, incorniciate da bei fregi, sono dipinte le figure di donne dell’Antico Testamento assunte a simbolo della Vergine.
Sopra il cornicione delle due pareti minori, in quattro rotondi, sono raffigurati gli Evangelisti.
Le linee architettoniche dell’interno del tempio, ispirate ad un sobrio barocco, ricevono dall’insieme dell’opera pittorica una vivacità e una freschezza di colori che lo riscattano dalla povertà delle strutture. Per la storia, vale la pena ricordare che i temi e i soggetti furono concordati e messi a punto attraverso colloqui del pittore con il compianto P. Luigi da Monterado che fu l’ideatore e il promotore dell’opera.
Per la decorazione – cornici, stucchi, dorature, fregi – il prof. Parodi fu validamente coadiuvato da Mario di Nunzio romano, mentre il sig. Belli Aristide prestò la sua opera come carpentiere. Il lavoro è costato oltre 26.000 lire, tutte ricavate dalle offerte dei fedeli. L’interno del santuario che, per più di tre secoli, era apparso spoglio e bianco, come una qualsiasi chiesuola di campagna, venne così ad acquistare un volto nuovo e suggestivo.
Una curiosità di cronaca ce l’ha raccontata la sig.ra Galloppa Elisa della vicina frazione di Vetice, che posò, quando aveva appena otto anni, per la pastorella Santina. La prima volta che il pittore la fece salire sopra l’impalcatura, fu presa da una tale emozione e spavento, che svenne. “Ma, successe solo quella prima volta – tiene a sottolineare la signora – perché il buon padre Luigi seppe confortarmi così bene con una ricca scorta di caramelle, che in seguito non ebbi più bisogno di incoraggiamento per arrampicarmi su quell’armatura da capogiro”.
In un luminoso mattino dell’agosto scorso, mentre una turista entrava per la prima volta nel Santuario, l’abbiamo udita esclamare, con un tono di meraviglia: “Che bello! Che bello!” E’ un po’ l’impressione di tutti i visitatori che restano stupiti di trovare in un luogo così solitario, una chiesa tanto decorosa ed attraente. Il merito va a tutti coloro che, per amore alla Madonna, vi hanno lavorato e, fra questi, in modo particolare, all’illustre prof. Parodi. (Voce del santuario Madonna dell’Ambro; n. 34 a. 1968 pp. 488-90)

.18. IL COMPLETAMENTO DESIDERATO E REALIZZATO
P. Alfonso Schiaroli pubblicava: “Il 26 maggio 2008 il grande amico pittore milanese Salvatore Tricarico ha portato al nostro Santuario la quarta tavola dei santi da lui dipinti: dopo quelle di San Serafino da Montegranaro, del Beato Antonio da Amandola, di San Liberato da Loro Piceno, è arrivata quella di San Giacomo della Marca, molto bella ed espressiva nella artistica cornice e ornata di un angelo. E’ stata collocata nella cappella del SS. Crocifisso di cui S. Giacomo era tanto devoto. Tante grazie e preghiere per il caro pittore mai stanco di abbellire il nostro Santuario e arricchirlo con i suoi dono artistici e devoti.” (Voce del santuario Madonna dell’Ambro; n. 111 a. 2008 -1).
Lo stesso pittore, su suggerimento di p. Alfonso, dipinse e collocò nel nostro santuario le immagini, con cornice e scultura d’angelo corrispondenti alle altre opere: Beata Maria Assunta Pallotta di Force (a. 2010) e San Giuseppe Benedetto Labre (a. 2012).

.19. SE BENEDETTO XVI …

Se il nostro santuario della Madonna dell’Ambro fosse conosciuto dal papa Benedetto XVI, non c’è dubbio che ne sarebbe molto entusiasta. E’ stato scritto e riferito da persone bene informate che egli è animato da profonda spiritualità benedettina. Durante la sua vita si è recato più volte in vari monasteri, specie a Montecassino e a Subiaco, culla dell’Ordine benedettino. Lui stesso ha spiegato i motivi della scelta del nome Benedetto.
“Ho voluto chiamarmi Benedetto, come il mio predecessore Benedetto XV che ha guidato la Chiesa in un periodo travagliato a causa del primo conflitto mondiale. Fu coraggioso e autentico profeta di pace e si adoperò con strenuo coraggio, dapprima per evitare il dramma della guerra e poi per limitarne le conseguenze nefaste. Sulle sue orme desidero porre il mio ministero a servizio della riconciliazione e dell’armonia tra gli uomini e i popoli. Il nome Benedetto evoca inoltre la straordinaria figura del patriarca del monachesimo occidentale S. Benedetto da Norcia, uno dei compatroni d’Europa (…)
La progressiva espansione dell’Ordine Benedettino da lui fondato ha esercitato un influsso enorme nella diffusione del cristianesimo in tutto il continente. S. Benedetto è perciò molto venerato in Germania, ed in particolare nella Baviera, la mia terra d’origine. Costituisce un fondamentale punto di riferimento per l’unità dell’Europa e un forte richiamo alle irrinunciabili radici cristiani della sua cultura e della sua civiltà.
Il nostro santuario è di origine benedettina, in quanto è sorto anche per interessamento dei benedettini della vicina abbazia dei santi Vincenzo e Anastasio, in località Cisiano. Risulta che dagli stessi religiosi è stato custodito e servito durante i primi quattro secoli della sua millenaria storia e vita, essendo di pertinenza della stessa abbazia. Qui monaci bravi esercitarono una vera giurisdizione, finché il loro monastero ebbe una florida vita. A ricordo di tale presenza benedettina nella parete absidale è raffigurato S. Benedetto in abito scuro e barba fluente. Nel secolo XVIII ai Benedettini, (che lo avevano lasciato nel 1439) succedettero nel 1744 i Camaldolesi raffigurati nel loro fondatore S. Romualdo (una riforma Benedettina) e vi restarono sino al 1820. Nella controfacciata, sopra l’unica porta spicca un ampio affresco raffigurante la Madonna dell’Ambro, alla cui sinistra, inginocchiato, si vede mistica figura di papa Benedetto XV che invoca l Vergine, Regina della Pace. E’ stato il papa della prima grande guerra che avrebbe voluto scongiurare, senza però riuscirci.
Il terzo motivo di simpatia di Benedetto XVI per il nostro santuario potrebbe essere l’affluenza dei pellegrini Bavaresi, che fra gli stranieri sono i più assidui visitatori. Arrivano giovani in pullman, gruppetti di adulti con macchine e guide specializzate e gruppi famigliari, ben riconoscibili. Vogliamo sperare che qualche vescovo possa riformare il papa Benedetto XVI sulle peculiarità Benedettine del nostro santuario. Chissà mai! se egli dovesse recarsi nella vicina Norcia (25 Km) sorvolando il centro degli Appennini, potrebbe farci una breve puntata, come semplice pellegrino! (Voce del Santuario Madonna dell’Ambro: a. 2005-2)

Ricordo di Fra Alfonso SCHIAROLI nell’intimità con Dio (p. Gianfranco PRIORI 2012)

Padre Alfonso Schiaroli da Monterado (1928-2012) al santuario dell’Ambro dal 1964 al 1970 e di nuovo dal 1994 al 2012. “Abbiamo davanti agli occhi la bella immagine della sua persona, la sua statura morale, la sua eleganza naturale, il suo bel sorriso affascinante, la naturale dolcezza, il suo sguardo limpido e trasparente, il suo volto sereno e calmo, riflesso di una fede e di una pace profonda che trovavano sorgente nell’intimità con Dio. (…) Sua l’idea di istoriare le colonne sul lato sinistro della chiesa dell’Ambro di santi e beati che nella storia probabilmente avevano fatto visita al santuario. Idea realizzatasi nel mese di aprile di questo anno. (…) Ha amato la bellezza in ogni sua forma: la bellezza della natura, del linguaggio e dell’arte. Ha vissuto la sua vocazione secondo lo spirito delle beatitudini: Beati i poveri! Beati i miti! Beati i misericordiosi! Beati i puri di cuore perché vedranno Dio! Lui era l’immagine visibile della mitezza, della misericordia e della povertà evangelica”. (Voce del Santuario Madonna dell’Ambro a. 2013-1)

< Aggiunta a cura di C. Tomassini e A. Vesprini> ALCUNE ISCRIZIONI NEL SANTUARIO DELL’AMBRO
Dentro alla cappella della Madonna dell’Ambro. Nelle immagini sono scritti i rispettivi nomi: 1- MOISES; 2- DAVID; 3- SALOMON; 4- HIEREMIAS
Alle immagini delle sibille: .1.- SI (billa) ERITHEA = HUMILIABITUR PROLES DOMINA UNIETUR UMANITATI DIVINITAS (trad. Sarà umiliato Il figlio sovrano: la divinità si unirà all’umanità). .2.- SI. CUMANA = MAGNUS AB INTEGRO SAECULORUM NASCITUR ORDO JAM REDIT ET VIRGO, REDEUNT SATURNIA REGIAQUE PROGENIES COELO DIMITTITUR ALTO (trad. Un ordine potente è originato dalla pienezza dei secoli: già arriva anche la vergine; le feste saturnali ritornano e la regale progenie è fatta scendere dall’alto dei cieli). .3.- SI. AGRIPPA (senza iscrizione)
.4.- SI. HELLESPONTICA (senza iscrizione) .5.- DELFICA = NASCETUR PROFHETA ABSQUE MATRIS COITU EX VIRGINE EIUS (trad. Un profeta nascerà dalla vergine sua madre, senza coito). .6.- CHIMICA (Int. Cimmeria) = IN P(rima) FACIE VIRGINIS ASCENDET PUERI FACIES PULCRA, SEDENS SUPER SEDEM STRATAM PUERUM NUTRIENDUM ET JUSPONENDUM (trad. Nella prima bellezza della vergine il bel volto del bambino s’innalzerà, mentre sta seduta su una sede preparata per dover nutrire e cullare il bimbo,). .7.- LIBICA = UTERUS MATRIS ERIT STATERA CUNCTORUM (trad. L’utero della madre sarà bilancia di tutti). .8.- SAMIA = ECCE VENIET DIVES ET NASCITUR DE PAUPERCULA (trad. Ecco verrà il ricco e nasce da una poverella). .9.- PERSICA = ET GREMIUM VIRGINIS ERIT SALUS GENTIUM (trad. E il grembo della vergine sarà la salvezza delle genti). 10- FRIGIA = ANNUNCIABITUR IN VALLIBUS DESERTORUM VIRGO (trad. La vergine sarà annunciata nelle valli dei deserti). 11- TIBURTINA = O FELIX ILLA MATER CUIUS UBERA ILLUM LACTABUNT (trad. O felice quella madre le cui poppe lo allatteranno). 12- Immagine di sibilla senza nome

Nella retrofacciata. Lato sinistro: ERIT IN NOVISSIMIS DIEBUS – MONS PRAEPARATUS VIRGINI – MARIAE IN VERTICE MONTIUM – ET ELEVABITUR SUPER CAELOS – ET IBUNT POPULI MULTI ET DICENT – VENITE ET ASCENDAMUS AD MONTEM – = trad. – Sul vertice dei monti ci sarà un monte preparato per la Vergine Maria, negli ultimi giorni e sarà elevato sopra i cieli e molti popoli andranno e diranno: ‘ Venite e ascendiamo al monte.’ \\ Lato destro: VISITASTI TERRAM NOSTRAM ET INEBRIASTI EAM – IN FORAMINIBUS PETRAE IN CAVERNA – MARIAE OSTENDE MIHI FACIEM TUAM – SONET VOX TUA IN AURIBUS MEIS – = trad. – Hai visitato la terra e l’hai inebriata nelle forre rocciose e nella grotta di Maria: mostrami il tuo volto e risuoni la tua voce al mio udito”. \\ D. O. M. DEIPARAE SANCTUARIUM TOTIUS PICENI FREQUENTIA CELEBERRIMUM CAROLUS CASTELLI ARCHIEP. PRINCEPS FIRMANORUM VII ID. SEPT. MCMVIII SOLEMNITER DEDICABAT CURANTE D. ANTONIO SERAFINI COMM. EQ. ORD. S. GR. M. = A Dio ottimo massimo: l’arcivescovo principe dei Fermani, Carlo Castelli, dedicava solennemente alla Madre di Dio il santuario molto celebre per la frequentazione dei fedeli di tutto il Piceno, il 7 settembre 1908, essendo amministratore il signor Serafini Antonio commendatore dell’ordine equestre di S. Gregorio Magno.
DIPINTI DI SANTI NELLE CAPPELLE LATERALI iniziando a destra del presbiterio.
-A – La cappella, vicina all’altare maggiore, fu stabilita, nei primi decenni del Seicento, dalla Confraternita o congregazione dei Cavallari assieme con i boscaioli e i legnaroli dei monti Sibillini. Gli antichi dipinti sono datati da Giovanni Cicconi al 1634 come opera di Domenico Malpiedi da Sanginesio, come per altre cappelle. La luminosa pala d’altare (1) San Francesco che riceve le stimmate, opera del 1928 di Giacinti Domenico. Sul lato a sinistra nella parete: (2) San Paolo caduto da cavallo. Nel pilastro (3) Santa Apollonia. Nell’altra parete, a destra (4) Sant’Antonio abate con gli eremiti. Sul pilastro (5) Santa Lucia. Nella volta tre riquadri: a sinistra (6) Arcangelo Raffaele e Tobia, con scritto che a lui è stata mandato l’angelo. Al centro (7) due Angeli. A destra (8): Santa Caterina d’Alessandria, con la scritta che la dice più mite dell’ateismo e più forte delle spade del martirio
-B – La cappella mediana ha la statua di San Giuseppe del secolo XX. Sul lato sinistro il dipinto (9) Sogno di San Giuseppe. Su un pilastro (10): Sant’Anna con la figliola S. Maria. Nella parete a destra (11) il Martirio di Sant’Andrea. Sul pilastro (12): San Gioacchino.
-C – La cappella presso l’ingresso del santuario, ha il quadro neoclassico (13) della Madonna del Carmine col Bambino e S. Antonio da Padova. Al centro della volta il trigramma JHS (Gesù Salvatore degli uomini) tra (14) Santa Chiara con la mano sinistra sul petto e (15) Santa Scolastica a mani incrociate. Sulla parete a destra il dipinto (16) Sant’Antonio abate. Sul vicino pilastro (17): Santa Vittoria. A sinistra, nel pilastro (18) Santa Lucia; e sulla parete (18) L’arcangelo Raffaele e Tobia.
-D – Oltrepassata la porta d’entrata, sulla parte a sinistra della navata, la (19): Madonna dei pellegrini di Loreto, copia ottocentesca del Caravaggio (attribuibile a Fortunato Duranti fortinese, metà sec. XIX). Le sculture in legno del gradino dell’altare sono giudicate dal Santarelli opera di fine secolo XVI alla maniera di Antonio Lombardi. Inoltre v’è la statua bronzea di San Pio da Pietrelcina. Nella parete sinistra il dipinto di Sacchi Claudio, di Mercatello sul Metauro, anno 1987, raffigurante l’estasi di (20) Santa Veronica Giuliani. Nel pilastro il dipinto di Salvatore Tricarico, anno 2012 (21): San Benedetto Giuseppe Labre, umile pellegrino dell’intera Europa. Nella parete destra (22) la Madonna con il Figlio, s. Giacomo minore e san Francesco d’Assisi orante. Nel pilastro (23) San Liberato da Loro, dipinto da Salvatore Tricarico nel 2001.
-E – La cappella mediana, ha la scultura del SS. Crocifisso a grandezza naturale (9 alto 1,82) dono di Pio XI nell’anniversario della Redenzione, 1933. Nella parete sinistra (24) la Madonna pregata da sant’ Isidoro agricoltore, opera di Giuliano Ferri, donata dalla comunità omonima di Monterubbiano nel 1988. Nel pilastro (25): San Giacomo della Marca, dipinto da Salvatore Tricarico nel 2008. Nella parete destra (26) La Madonna Assunta sopra le nubi e le rocce montane, opera di Guido De Carolis, anno 1987. Nel pilastro (27): San Serafino da Montegranaro, del Tricarico ( a.1999). \ Nella volta (28) la colomba simbolo dello Spirito santo.
-F – A sinistra del presbiterio la cappella ha il dipinto (29): S. Michele Arcangelo attribuito da Giuseppe Santarelli a Domenico Malpiedi. Sul lato sinistro (30) il Cristo Pantocratore seduto in trono, dipinto russo dell’Ottocento, con testo a caratteri cirillici nel libro. Nel pilastro (31): La beata Maria Assunta Pallotta di Force, dipinta nel 2006 da Salvatore Tricarico. Sull’altro lato l’icona (32) il Sacro Cuore di Gesù pregato da una famiglia e dai cavallari dei Monti Sibillini opera della clarissa suor Maria Antonietta Carlorecchio nativa di Fermo, anno 1995. Al pilastro il Beato Antonio da Amandola dipinto dal Tricarico (a. 2010).

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