Clarisse Falerone Serva di Dio Suor Maria Eletta Sani lettere 9- 10- 11- 12-

<LETTERA 9 DI SUOR MARIA ELETTA SANI>

                                                                                      Viva Gesù e Maria

A gloria di voi, SS.ma Vergine, incomincio a scrivere e per obbedienza del vostro Ministro. Con mia grande confusione dirò la poca gratitudine verso la SS.ma Vergine a sì grandi misericordie le quali mi incominciò a fare da piccola età, dopo la prima cognizione di Dio che fu dopo i tre anni. Se vedevo qualche immagine di Maria SS.ma che avesse portato Gesù Bambino, io subito mi invogliavo di quel Bambino che portava in braccio e a Lei lo richiedevo e la pregavo acciò me lo desse. Desideravo di fargli qualche cosa (per) piacergli, ma nulla sapevo. Sentivo dire le litanie della Madonna, ma io non le sapevo dire: mi era di gran dispiacere. Incominciavo a impararle e dicevo la Corona. Siccome non sapevo contare i Pater Noster e le Ave Maria, segnavo la corona e la legavo con un laccetto e lì facevo il nodo per segnare le Ave Maria, dove trentatré, dove dodici e dove nove e via discorrendo di mano in mano. Siccome non mi ricordavo di contare, perciò ci avevo fatto il segno del nodo (del) laccetto, allora le recitavo avviatamente. Alcune volte, se io stavo sola davanti a qualche immagine di Maria SS.ma, subito incominciavo a discorrere con Lei come se io avessi parlato con una persona. Mi trattenevo a fare lunghi discorsi e sempre più mi sentivo accendere nella sua devozione: non sapevo che fare per darle gusto. La visitavo e a Lei ricorrevo. Dopo qualche tempo, un anno, nella festa del santo Natale, la SS.ma Vergine mi usò misericordia e facendo orazione mi comparve con il Bambino in braccio e da una mano portava una fascia e sciogliendola la mostrò a me: io ‘ insensata’ dall’ammirazione e bellezza (ché) era piena di fiori di oro. La mia ignoranza era ben grande che dicevo: ” Oh, adesso, credo che voi SS.ma Vergine siete la Regina delle ricchezze perché (con) questa sorte di fascia, ci fasciate questo vostro Figlio tanto vago, bello che mi sento staccare il cuore dal petto perché io lo vorrei tra le mie braccia!” E lì incominciai ad esclamare verso la SS.ma Vergine ed ebbi da Lei un insegnamento di quel che dovevo fare per dargli gusto e se volessi avere il Figlio Gesù, avessi fatto la fascia per fasciarlo. Io con la mia ignoranza dicevo: “Come ho da fare per lavorare a fare questa sorte di fasce?” Ma la gran madre di Misericordia mi disse: ” Senti, o figliola, se tu sarai fedele e una mia serva, te lo prometto e sarà tuo sposo, e l’avrai dentro al tuo cuore e lo potrai amare e stringerlo. Avverti di tenere il cuore vuoto di ogni affetto e impara a servirmi ché più vantaggio sarà tuo: per darmi gusto e donarmi qualche fiore, impara a vivere mortificata in tutti i tuoi sentimenti”. Io gli rispondevo:” Come ho da fare, o vera mamma mia?” Così la chiamavo per mamma mia. Da lei ebbi insegnamento di mortificazione negli occhi cioè nella modestia di non guardare anche agli uomini e se mi dava nell’occhio di averlo guardato, questa era una spada che mi trafiggeva l’intimo dell’anima, perché mi accorgevo del mancamento, poi con grande confusione, non avevo faccia di andare ai piedi di Maria SS.ma. Della privazione di non mangiare carne il mercoledì e il sabato, il digiuno, e di levarmi qualche cibo più gustoso, co(mp)ivo e lo davo a qualche poveretto per fare qualche fioretto alla SS.ma Vergine. Procuravo di mortificarmi in tutti i sentimenti, ma non sempre. Se qualche volta mancavo, questi erano gli acutissimi rimorsi di coscienza, i quali mi facevano riconoscere la più indegna e infame creatura che vivesse sopra la terra. Se mangiavo e mi fossi intesa ripiena, allora era tanto il dispiacere e pentimento perché intendevo che il cuore vuoto fosse il non mangiare e (per) questo mi astenevano d(al) mangiare tanto, acciò fosse il cuore vuoto, come mi aveva detto la S. Vergine. Così la mia ignoranza mi dava. Bensì quando mi sentivo debole lo stomaco e vuoto, allora con più contento e giubilo mi figuravo Gesù dentro al cuore e con annesso desiderio mi trattenevo a discorrere. Venivo crescendo negli anni, in otto o nove anni circa, in onore di Maria SS.ma e per aver memoria di Lei, feci un cuore tutto di punte di ferro e ci formai il suo nome ss.mo. Poi ne feci un altro e ci formai le sette spade dei dolori suoi. Io per invitarla, portavo in petto questo cuore e sempre la pregavo che mi desse da patire e quando volevo che mi esaudisse, a Lei ricorrevo e mi dava lunga malattia ed io con sommo giubilo la ringraziavo e con più quiete e pace mi trattenevo a fare lunghi discorsi. Per le scale dove io continuamente passavo, al muro c’era l’immagine (del)la SS.ma Vergine e da quella, (la) Madonna più e più volte mi parlava con diverse riprensioni, quando io commettevo degli errori e più volte mi chiamava per nome acciò io l’avessi salutata. Altre volte mi chiamava per figlia e che voleva darmi quel caro Bambino e che io fossi stata vera serva e fedele. Io più volte mi credevo che volesse dire che fossi serva dei miei domestici (=famigliari) e perciò mi esercitavo di fare la servetta di casa con mio gran giubilo. Nelle vigilie della Madonna, digiunavo a pane e acqua e i giorni delle sue feste tutta mi consacravo a Lei. P(oi) ebbi lume e feci il voto di castità e ogni festa lo rinnovavo perpetuo, ma senza sapere che fosse voto di castità. Venivo crescendo negli anni e sempre più con gran desiderio di essere tutta di Maria SS.ma e con più cognizione della sua grande potenza presso il suo divin figlio Gesù. Giunto il tempo di dovermi Comunicare, con somma ansietà e desiderio ricevei indegnamente Gesù Sacramento. Terminarono le comparse visibili, ma non mancava la Madre di misericordia; di continuo, nel fare orazione mi trovavo raccolta con le potenze dell’anima e con tutto lo spirito (a) trattenermi con vista intellettuale; più e più volte mi faceva tenere il suo figlio Gesù dentro al mio indegno cuore, in particolare nelle sue feste. Io nelle novene delle feste di Maria SS.ma, le facevo e mi esercitavo, (di) più le virtù della carità e della mortificazione e orazione, con gran fervore e accendimenti di amore verso di Lei, perché era Madre del mio Gesù. Se era tanto l’accendimento del mio cuore verso Gesù, altrettanto cresceva verso Maria SS.ma ed i lunghi discorsi e trattenimenti e lumi intellettuali e le esclamazioni che facevo con la mia ‘mamma mia’. Nel recitare le orazioni di Maria SS.ma mi sentivo portare via la mente e con raccoglimento ogni mattina mi donavo tutta a Lei acciò, per mezzo suo, donavo tutto il mio cuore a Gesù con varie orazioni e preghiere. Recitavo ogni giorno il Santo Rosario e i cinque salmi del nome di Maria e il suo Officio e salutavo, con (la) memoria, i sette dolori. Più volte al giorno, andavo ai suoi piedi e perché non potevo fare quello che gli fosse di più gusto, mi mettevo a fare lunghi ringraziamenti alla SS.ma Trinità, da sua parte, ora come Figlia del divino Padre, ora come Madre di Gesù e ora come Sposa dello Spirito e vivo tempio della SS.ma Trinità. Se qualche persona mi diceva di pregare per loro, io sempre la raccomandavo alla SS.ma Vergine perché conoscevo il ‘mare’ e la porta per ottenere grazia a tutti i peccatori. Mi trattenevo a rallegrarmi con Lei e benedivo tutti i suoi sentimenti, ma più quel Cuore ss.mo, vero tabernacolo di Dio. Più volte la SS.ma Vergine, nel fare orazione, mi mostrava suo figlio … piangendo le enormità e (i) peccatori che lo facevano piangere. Io, a questi eccessi di compassione verso Gesù e Maria, non posso dichiarare la pena e le smanie dell’afflitto mio spirito e allora (ac)crescevo le penitenze e le orazioni e preghiere alla Madre di pietà, acciò mi avesse esaudito e richiedevo al Ministro di Dio di fare le discipline a sangue, recitandoci le litanie della Madonna e nove (o) dieci Magnificat, finché facevo la disciplina. Alcune volte mi dava lume e mi mostrava il suo Cuore Ss.mo … Si rinnovavano le sette spade dei dolori di Maria SS.ma e trafitto lo vedevo. Io la pregavo che mi concedesse la partecipazione dei suoi dolori dentro al mio cuore, e molte volte, dal dolore e dall’amore verso Maria SS.ma, io restavo svenuta e come morta da dolore e pena che provavo dentro al mio cuore. Recitavo la Corona dei dolori e dicevo una certa devozione di Maria SS.ma. Recitavo cento Magnificat in onore suo e altre orazioni di salutarla sempre: “Vergine e Figlia e Madre e Sposa di Dio”. Recitavo una certa devozione di salutare le dodici stelle che le fanno diadema: con ogni salutazione di stella recitavo dodici corone di sei poste che in ogni stella fanno il numero di settecento venti Ave e per salutare dodici fa ottomila seicento venti Ave Maria. Questa devozione la fo (di) continuo e con fede per ottenere grazia dalla mia Avvocata. Un giorno mentre facevo varie pre(ghiere) alla SS.ma Vergine, Lei mi fece cenno e mi fece capire che trentatré anni dovevo vivere, siccome io gli chiedevo la morte per non offendere il suo figlio Gesù. Ma io non so se questo volesse dire che io dovevo morire a 33 anni oppure che io dovevo vivere 33 altri anni di vita; io non so. Entrai nel travaglio e tempesta di tentazioni e a Lei feci ricorso di visitarla, scalza per ogni stagione di freddo e caldo, alla Madonna delle Vergini e della Misericordia (=chiese). Nelle novene delle sue feste, ogni notte ci andavo visitarla con grande agitazione e terro(re) per i diabolici impedimenti, ma con l’aiuto di Maria: l’ha vinta Maria SS.ma. Nelle sue feste, io restavo libera e quieta e facevo la Comunione con somma pace e quiete e sempre più speranza e fede che n(el) giorno della sua festa, io sarei stata liberata dal travaglio diabolico. Più volte da Maria santissima ebbi grazie: una volta mi disse che rimirassi Lei e non temessi, un’altra volta mi fece intendere che nelle tempeste diaboliche, prendessi la sua immagine in mano, e che sarebbe stata la spada (con) cui mi potevo difendere. Un’altra volta mi insegnò che dovessi sperare in lei che avrei riportato vittoria e che la mia vittoria sarebbe stata la Sua. Un giorno dell’Assunta in cielo, mi fece intendere con lo Spirito, che nel suo seno era come un torrente, fiume e ne scorrono copiose acque di grazie e che perciò io mi gettassi in questo fiume di grazie e di misericordia e che ogni anima che a Lei fa ricorso, ottiene tutto. Vedevo con lo spirito che nelle sue feste, liberava molte anime dal Purgatorio. Un’altra volta mi fece vedere le cinque lettere che formano il nome di Maria con caratteri d’oro. Un altro giorno della sua festa mi fece vedere la Croce scura e poi la cintura in cui era una “F” che voleva dire la Fede, una “S” che mi diceva la Speranza, una “A” che indicava Amore. Un altro giorno, festa di Maria SS.ma, nella Comunione fui portata al suo trono con lo spirito, e lì mi diede notizia della sua immensa grandezza e dignità (co)n cui risiede sopra a tutti i cori angelici con una compagnia di vergini e con una Croce in mano che mi dava la Benedizione. Un giorno della sua festa della Presentazione al Tempio, lei mi prese e mi disse che fare dovevo la scala per salire al tempio per unirmi con il mio Signore e che fossi fedele e non temessi. Nella festa della sua natività, mi dissi che nascerebbe Lei (nel …\ con la visita nel mio cuore e che ci avrebbe lasciata l’impronta e che dovessi accender(mi) di amore costante e forte. Nel santo Natale più volte, mi usava misericordia che mi mostrava il suo Bambino, ma coperto di un velo: (a)l che io dicevo di non essere degna, riconoscendo la mia indegnità. Altre volte mi faceva sentire quelle parole ‘Gloria in excelsis Deo’ e che la pace veniva nel mio cuore. Un’altra volta mi fece intendere che stessi contenta, perché lei godeva di vedermi penare e con volto sereno e gioviale mi assisteva. Per vero miracolo di Maria io non andavo in precipizio: lei era il mio sostegno; altre misericordie grazie: di avermi liberato dal (furore) diabolico e sanata per miracolo in un istante, subito guarita da molti mali, come accennai nei fogli da me scritti, e (da) dolori cagionati per diabolic[ità], dolori e martiri, come il giorno della Purificazione e Annunziata e Assunta in Cielo. Per grazia di Maria SS.ma sono libera e in stato di ritornare a pentimento e di convertirmi a Dio.      Richiedo la sua santa Benedizione.

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<LETTERA 10 DI SUOR MARIA ELETTA SANI>

                                                                                                    Viva Gesù e Maria

A gloria di voi, mio Dio, scrivo e per obbedienza del vostro Ministro. Qual confusione proverò, oh mio Dio, al vostro cospetto, con le lacrime agli occhi, terminerò di scrivere la mia orrenda e spaventosa mal condotta vita. Già avrà inteso quel che mi accadeva nella Confessione e Comunione, come gli ho narrato nell’altro foglio da me scritto. Io non posso riferire tutto il travaglio e patimenti i quali mi accadevano, perché di molti e molti non mi accorgevo, stante che io non stavo in me, bensì i Ministri di Dio vedevano come mi trovavo, (nel)lo stato miserabile. Alle no(v)e volte mi pareva di stare viva all’inferno, oppure che il terrore fosse divenuto un inferno. Se tra tante tempeste, alle volte desideravo soccorso: “E da chi ho da ricorrere?” Andavo tra me stessa dicendo. Se pensavo a Dio, oh, che spavento del suo furore e giusta giustizia e castigo che di continuo mi piombasse e mi fulminasse la morte eterna. Tremavo dall’angoscia e smania e aborrimento, cercavo di divertire pensiero: mi affogava [nel]la pena e mi sentivo morire e venivo in una vera agonia. Scrivevo lo stato in cui mi trovavo al Ministro di Dio. Sentendo da me, che io stavo ai confini della tempesta, per compassione dell’anima mia, mi faceva conferire a voce le mie iniquità e pene e affanni in cui mi trovavo. Ma, ohimè, che per me era maggiore travaglio e angustia di anima e di pena all’umanità. Si raddoppiavano le pene per l’anima e per (il) corpo: mi sentivo n(u)ova tribolazione e tremavo di angustia. Non potevo conferire dalle fiere tempeste e nuovi assalti. Non v’era altro da poter dare animo al mio confessore che, quando stavo in me, l’aiuto di Dio che mi dava forza di fare la santa obbedienza al suo Ministro. L’obbedienza era per me una catena di fuoco, la più tormentosa tra tutte le pene. In questo stato di tempesta le mie più lunghe orazioni furono l’Officio della Madonna, il s. Rosario, qualche Ave Maria detta per obbedienza quando mi assalivano le tentazioni e qualche atto di proponimento e di preghiera fatto in breve e contro tempo di visitare la SS.ma Vergine, scalza. La notte quando mi assalivano le tentazioni, mi spogliavo e solo con la camicia, il mio refrigerio era di gettarmi ignuda nella neve per smorzare il fuoco dell’impurità: ci stavo finché potevo reggere. Questo era il rimedio che il nemico (ri)fuggiva. Andavo nell’orto ove era più neve per ricoprirmi fino alla gola di neve. Mi accadde una volta che intirizzita dal gelo, non mi sentivo più il corpo, caddi a bocca avanti senza accorgermi. Lo spirito però ebbe il lume rimirando Iddio e mi pareva di non più trovarlo. Mi sentivo quieta nello spirito e mi parve che Iddio mi facesse intendere che Lui stava rimirando a me e che mi figurassi di ‘invitare’ Gesù all’orto quando orava il suo divin Padre e che (gli si) presentò il calice della passione: cadde in terra (con) il volto divino inchinato a fare la volontà del suo divin Padre.

Mi diede lume e quasi contento che io mi univo con il mio appassionato Gesù nell’orto, abbandonata tra mille e mille afflizioni e agonie e tristezze di spirito e affari di morte. Ripigliai sentimento e partii per non più poterci reggere. Seguitava la tempesta di ogni tentazione. Giunto il mese di ottobre, la pena che più potessi provare fu che restai abbandonata dal mio confessore … Dio permise che partisse dalla città. Con gran dispiacere provai la perdita di P. Santoni … Poi mi affliggeva di levarmi di speranza di non poter più conferire, essendo fuori dello Stato <pontificio>. Abbandonata tra mille miserie, senza poter trovare confessore che mi facessi la carità, dieci mesi continui, andai cercando e raccomandandomi ai piedi di tanti sacerdoti che per pietà e carità mi facessero la carità di pigliare la povera anima mia, ma non (mi) fu possibile trovare chi assistesse all’anima mia … Il P. Santoni, vedendomi nel principio del mio travaglio, così intraversato, fece molte orazioni e preghiere alla Regina delle grazie di ottenermi grazia che mi liberasse da sì strano stato: (per) divina Misericordia, essendo che solo i giorni delle feste di Maria SS.ma io mi trovavo libera da tutto il travaglio e quieta nell’anima e nel corpo stavo, solo in questi giorni della Madonna godevo una somma quiete e pace. Questo fu ‘buono’ che nei dieci mesi (nei) quali io non avevo confessore, solo in questi giorni potei e mi riuscì di fare le sante devozioni. In quel tempo che io restai priva del confessore, mi trovai nel vero mare di tempesta: le tentazioni crescevano, non avevo più (il) sostegno dell’obbedienza del Ministro di Dio. Ohimè, che mare di pene! Io non avevo più forza, il nemico aveva preso più dominio in me: le tentazioni disoneste, il fuoco impuro mi facevano ardere le viscere, le operazioni disoneste di ogni sorte. Anche con le proprie mani mi induceva a fare opere indegne non solo con le mani e con il corpo, ma dove mi fossi trovata nei luoghi della casa, e più volte restavo tra la catasta delle legna e sfogavo, e come morta restavo, l’acceso fuoco. Mi pareva di fare prova di distruggere il corpo in piaceri impuri, mi sentivo una rabbia di piacere disonesto che avrei dato morsi ai legnami. I cattivi desideri di fare opere e di saziarmi di quegli orridi desideri con il prossimo e con tutte le specie, come il nemico mi appariva, facevo queste opere indegne ora con figura di donne, ora di uomo, ora di secolari, ora di ecclesiastici sacerdoti. In quell’offuscazione di ragione, stavo come un vero animale senza pensare se Dio mi vedeva (e) le creature per dare scandalo. Ohimè, che quando ripigliavo sentimento di ragione, io provavo l’inferno nell’anima e nel corpo, davo in smanie da dannata, senza potermi confessare, in sì misero stato perché non avevo chi mi volesse confessare. Non si possono dire gli affanni e le agonie che io provavo: in che smanie, in che (fre)mito di assalti … Il nemico mi suggeriva di dare il consenso una sola volta, ché poi sarei stata libera da tutti gli affanni, e altre volte con martìri disonesti e con dolore ben grande, acciò dessi il consenso; altre volte di dare il consenso e come accettarlo per marito. Al che la castità già l’avevo perduta. Siccome questa era la spada che trafig(geva) l’anima mia, mi sentivo accendere da cattivi desideri e fuoco impuro … Tra quelle orrende tentazioni e suggestioni e diabolici desideri e tentazioni e piaceri, io non so come mi trovavo, sono Dio lo sa. Molte volte dicevo: “Mio Dio”. Tremando da capo ai piedi dicevo, piena di timore: “ Mio Dio, lego la mia volontà con la corda (con cui) voi foste legato nel tempo della passione. Bollo la mia volontà nella vostra Croce, con i chiodi che trapassarono le vostre mani SS.me acciò tenerla forte”. Perché io avevo giurato di avere dato consenso, una o due volte: mi accadde mentre spasimavo e smaniando con dolori insoffribili nell’anima, non sapendo se io stavo al mondo o no perché già mi pareva essere impazzita e senza uso di ragione, così più ore e ore le passavo. Quando ritornavo in me, crescevano più le angustie e gli affanni. Dicevo: “Mio Dio – piangendo – dove siete che io non più vi trovo?” Mi intesi dire: ” Sto dentro al cuore tuo e non mi trovi”. Io non posso ridirgli come mi (t)rovai io dicendo: “Così dunque, voi mio Dio, ancora mi amate? Ancora mi aspettate a pentimento? E quando sarà che sciolta da queste catene potrò amarvi e servire e pentirmi di tante iniquità?” Poi mi suggeriva che questo fosse un inganno dell’amor proprio, ma che io ero abbandonata da Dio e che avevo tanta esperienza in mo(do) da dovermi bastare. Siccome nell’andare ora qua, ora là, dal confessore una volta mi fu detto che io stavo in un inganno e per castigo da me meritato anche il confessore che mi aveva assistito si era ingannato e che erano tutte apparenze della mia falsa fantasia. Questo mi fu di travaglio e credetti che mi dicesse il vero. Ora non so spiegare la copiosa tempesta delle mie afflizioni: erano tante le angustie del mio spirito che mi sentivo morire e in una vera agonia venivo. Desideravo almeno prima di morire di confessarmi. Stavo mezza moribonda, mi compariva il nemico in forma di confessore per assistermi nella mia agonia, facendomi accertare che tutte quelle iniquità fossero peccati gravi commessi in piena volontà. Oh! Dio, che io morivo di pena … la disperazione mi tirava al precipizio. Sin che ci stava il nemico, io non potevo fare un atto buono, dicevo: “ Gesù e Maria … tenete per carità l’anima mia!” E disparve e fuggiva il demonio e allora mi sentivo qualche sentimento buono. Altre volte venivano i demoni come cani e leoni per divorarmisi. Io gli dicevo: “Se Dio te lo permette, fa’ pure, divorati questo mio corpo, che io intendo di fare la divina volontà”. Altre volte mi alzava in aria e poi mi faceva cadere in terra e mille suggestioni e parole immodeste che io ero divenuta un mare di malizia e di tutte le iniquità; altre pene … con lo spirito mi faceva apparire di condurmi alle caverne infernali dove mi faceva vedere pozzi di anime dannate, la distinzione e la specie delle anime. Mi faceva sentire gli stridi dei dannati e in me provavo una privazione del respiro che era (come) provare la morte ogni momento, (dal)la privazione del respiro, eppure non finiva il respiro. Ohimè! che strette di cuore, perché mi diceva quello essere il luogo dove io dovevo abitare. Mi faceva provare quell’eternità che ogni momento provano i dannati; di sempre un mai: un mai e un sempre. Oh Dio! … non posso dichiarare l’afflizione delle mio spirito. Questo e altro simile continuamente mi accadeva. Dopo dieci mesi di essere stata senza confessore, Dio mi fece misericordia mi mandò il confessore, ché fino (al)lora ero da tutti discacciata. Venne il P(adre) Scaramelli il quale con una somma carità mi diede la sua direzione per sedici mesi continui. Giunta l’ora che mi rimettei sotto la santa obbedienza. Il nemico una notte venne con una catena di ferro infuocato e me la cinse alla cinta con uno spasimo insoffribile e questo era per vendetta (ché) mi ero assoggettata alla s. obbedienza. Incominciai a fare la devozione ogni otto giorni, ma con grandi angustia e pene ché l’obbedienza era per me una catena di fuoco. Incominciai a rimettermi a fare qualche atto buono di mortificazione con l’aiuto di Dio e con i precetti del Ministro di Dio: il nemico perdeva la forza.

Grazie ricevute in un istante da Maria SS.ma: il giorno della sua festa della Candelora, andai a visitare la Madonna e con lo spirito fui portata al suo trono e con una Croce (che) la SS.ma Vergine teneva in mano mi diede la Benedizione e accostò a me la candela che dall’altra mano portava. La ringraziavo e la pregavo. Partitami da(lla) chiesa, mi trovai guarita e libera da quella mutazione di sesso in un istante. Un’altra volta nel pregare la SS.ma Vergine che mi liberasse da quegli assalti del tentatore cioè di fare le opere immodeste con le mani, da Maria SS.ma ebbi lume che io dovessi in simili cimenti, prendere in mano: la sua immagine da una mano e dall’altro il Crocefisso e che mai più avrei fatto opera immodesta con le mani. Così fu che mai più mi accadde simile cimento. Un’altra volta da Maria SS.ma fui risanata da una grossa rottura in un istante, cagionata per la forza e violenza fatta per le opere immodeste. Alla fine del mio travaglio, il giorno dell’Assunta, restai libera da tutto il travaglio per grazia di Maria SS.ma, assicurandomi che simili fiere tentazioni non mi sarebbero mai più accadute e il nemico non avrebbe più avuto questo ardire di turbarmi come aveva fatto per il passato, il male. Il mio travaglio durò da otto a nove anni circa, ma tre anni e mezzo fu la fiera tempesta di non poter fare la comunione e nulla altra opera buona per il gran travaglio diabolico. Libera restai da tutti i mali e da ogni turbazione: finirono le illusioni diaboliche che molte volte avevano cercato di ingannarmi, ora in comparse di SS.ma Vergine, ora in figura di Crocefisso, ma sempre con segno chiaro e con caratteri diabolici. Con l’aiuto di Dio e dell’obbedienza ne fuggivo ed io con la grazia di Gesù e di Maria sono restata libera da tutto ciò. Non avevo terminato la ‘purga’ del senso che mi venne la ‘purga’ di spirito. Questa per misericordia di Dio ancora seguita con mia grande confusione. Al vedere che la divina bontà ancora mi aspetta a penitenza ed a pentimento perciò concludo che sia mille volte benedetto e ringraziato il nome di Gesù e di Maria. In te Domine speravi non confundar in aeternum. <In te, Signore, ho sperato e non sarò confuso in eterno>

    Domando la s. Benedizione.

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<LETTERA 11 DI SUOR MARIA ELETTA SANI>

                                                                                                                  Viva Gesù e Maria

A gloria di voi, mio Dio, scrivo e per obbedienza del vostro Ministro.  Darò principio alle mie miserie. Le scrivo con intenzione di riceverci nuovamente la lavanda nell’anima mia con il sangue di Gesù Cristo per mezzo della santa assoluzione. Nei diciotto anni mi accadde per mia disgrazia che entrai nel mare del travaglio. Dopo la venuta dello Spirito Santo (=Pentecoste), come accennai nell’altro foglio scritto, mi incominciarono tentazioni di impurità gagliarde, di risentimenti e di accendimenti di fuoco impuro, pensieri cattivi di disonestà, non solo per me, ma di pensare male del prossimo: cose non passatemi mai per la mente. Io a queste cose nuove facevo grandi strepiti e timori di cadere in peccato mortale. Aridità di spirito (tali) che nell’orazione e nelle Comunioni mi sentivo come insensata, fredda, non mancavo però di raccomandarmi a Gesù e a Maria SS.ma acciò mi desse forza di reggere simili e fiere tentazioni. Prima il mio confessore mi dava la Comunione senza la confessione, ma in questo stato di tentazione non voll(i) mai più fare la Comunione, se prima non ricevevo l’assoluzione, per il timore dei peccati. Crescevano il travaglio e le tentazioni veementi e lunghe che mi duravano (per) ore e ore, raddoppiate con pulsioni strane. Così mi diceva il Confessore, voglio dire che non solo a me parevano strane, ma anche ai Ministri di Dio. Venendo avanti, sempre crescevano e poi mi incominciò la persecuzione del demonio con fare delle impertinenze e rumori dove io abitavo per la casa, ma più nella mia camera di notte, di giorno, si faceva sentire anche dai miei parenti che tutti intimoriti non sapevano che fosse. Solo a me era ben nota e visibile l’impertinenza diabolica. Io però non avevo paura perché così mi diceva il ministro di Dio che non temessi perché nulla poteva fare: “È un cane alla catena, abbaia, ma non morde.” Cresceva però la tentazione di ogni sorte, contro la fede, contro il prossimo, contro il cielo, contro il mondo e anche di me stessa. Incominciavo quasi a desiderare di andare fra gli eretici, di rinnegare la fede: odio alla Chiesa, odio alla fede, odio al Paradiso, odio a Dio e a tutto il Paradiso. Crescevano gli odi contro il prossimo ed i miei domestici. Avrei fatto vendette di varie operazioni, di insulti, di bestemmie, maledizioni contro Dio e contro il prossimo. Mi sentivo accendere di rancori, di rabbia, di collera e di vendette. Non potevo sentirli parlare, né vederli. Mi sentivo ripiena di ira, di gola, cioè non più la mortificazione del gusto. Mi pareva di essere piena di tutte le iniquità, piena di afflizione, di malinconia, di accidia, di sdegno, di impazienza, di disperazione che per me non ci fosse più il Paradiso, anzi disperazione da darmi la morte da me stessa. Crescevano le tentazioni sempre più veementi. Seguitava il travaglio ed erano tre anni che seguitava in questo modo. Si inoltrava in nemico a farsi domestico, alla notte e al giorno. Quando stavo sola, veniva in forma di uomo facendomi parere di avere acconsentito alle tentazioni; però con l’aiuto di Dio non mi pareva perché nelle tentazioni, benché di gran piacere, sempre pregavo di fare atti contrari. Si avvicinava il nemico più frequentemente, salitomi addosso con fare opere immodeste (a) forma di uomo; mi venivo aiutandomi ma non potei fuggire. Io quasi impazzita, subito fatto giorno, andai dal mio confessore a riferire l’orrendo fatto. Intanto mi fece parere di avere effettuato il consenso all’opera …  per tre mesi mi feci parere di essere ‘gravida’ con tutti segni che già avevo perduto la castità. Questo mi dava un martirio insoffribile. Poi con due mesi di febbre continua, impedita da ogni parte per arte diabolica … che non potevo più vivere: chiusi tutti i canali del corpo con grandi dolori senza rimedi umani; solo palese a Dio e al suo Ministro.

Il medico che non sapeva il motivo del mio male, disse al mio confessore che io già non ero più per vivere e ‘spedita’ mi fece (=considerò). Io volli tacere e non mi curavo di morire, ma non che si sapesse il mio male. Alla fine presi certi fiori di Maria SS.ma per bocca e restai in qualità, <priva> di tutto il male corporale. Seguitavano le tentazioni di ogni sorte: io quasi sazia di non poter più reggere, davo in smanie grandi e andavo i piedi di Maria SS.ma con le braccia aperte, piangendo di cuore, lamentandomi con Lei che in nome del suo SS.mo Figlio e in nome della SS.ma Trinità, gli richiedevo la morte e che non mi voleva esaudire perché io volevo la morte e non la vita per non offendere il suo divino Figlio, rinunciavo al Paradiso e che mi avesse mandato all’abisso infernale, però che non offende(ssi) Dio. Andavo di notte a visitare la Madonna delle Vergini, scalza con una corda al collo e una Croce di punte in petto, a pregare Maria SS.ma per questo mio travaglio. Pregavo e ripregavo e sempre io andavo in peggio in mille iniquità. Giunto il giorno della Madonna cioè della festa della Purificazione, andai al confessionario per fare le devozioni, come il solito e non potevo confessarmi, né fare l’atto di contrizione: non avevo pentimento né animo di fare più bene, solo inclinata al male. Mi sentivo giungere addosso una tempesta diabolica di non poter fare più bene. Oh Dio, che flagello, che angustie, che pene insoffribili, smanie di morte! Non potevo più fare un atto buono né contrario alle tentazioni, odiavo Dio e non lo potevo pregare. Avrei voluto ricorrere a Maria SS.ma e non potevo. Ohimè! che affanni di morte! Temevo il flagello della divina Giustizia e mi pareva di averlo in capo: la terra mi si aprisse per inghiottirmi e sprofondarmi nell’abisso dell’inferno; turbata nell’anima d’angustie insoffribili, rimorsi da disperata, insoffribili. Turbata nel corpo, le membra del corpo non le potevo reggere, le braccia, le gambe, i piedi, il collo intirizzito con tirature di nervi. Il patire per me era insoffribile perché a me parevano i tormenti dei dannati, senza speranza di mai uscirne, anzi con apparecchi(ata) l’eternità infernale. Ohimè, non potevo più reggere agli assalti diabolici. Se il nemico veniva nell’atto che io avessi fatto qualche atto di obbedienza del Ministro di Dio il quale mi ordinava che avessi recitato un’Ave Maria e non più; oppure invocare i SS.mi nomi di Gesù e Maria, mentre lo volevo profferire, mi sentivo assalti fierissimi di tentazioni e subito mi sentivo mutata e turbate la volontà, la testa; la vista offuscata, la fantasia alterata, la mente turbata, offuscata la ragione e mi perdevo e cadevo giù dove mi fosse dato, cadevo in terra dove mi prendevano gli assalti. Davo consenso ad ogni opera immodesta, sfogando l’incendio, fuoco impuro, con lungo tempo che arrivava alla mia umanità e intra-emottisi con colar di sangue continuo per tre anni e più … ogni volta che mi assaliva il nemico oppure mi lasciava così. Cresceva la tempesta: “Oh Dio mio, dove siete? Io non mi trovo più, non so se voi ci siete”. Così andavo dicendo come matta impazzita, desideravo di sapere se Dio mi trovava, ma ohimè, che lontananza! Mi accadde per mia disgrazia che per arte diabolica, mutai sesso, e con questo il nemico veniva in forma di donna ed io in <forma di> uomo per fare opere immmodeste; ora di donna ora di uomo. Si sfogava l’incendio fuoco. Lasciatami il nemico mezza morta, ritornava l’uso della ragione: ohimè! che affanni, che angustie, sudori di morte. Gelata, cadevo anche in terra. Ohimè, che fiera tentazione di disperazione che più e più volte mi induceva a fare all’atto pratico, cioè ora di fare il capestro una corda per strozzarmi, così mi suggeriva il nemico: “Strozzati e finisci questa vita iniqua. La divina giustizia non può più reggere le tue iniquità. Deh! Finisci questa vita così affannata e miserabile!” Sarebbe troppo lungo il riferire le suggestioni e le parole del nemico; altre volte con il coltello per uccidermi e per (tagliarmi) la gola, altre volte di buttarmi nella cisterna dell’acqua, altre volte dalle più alte finestre; queste e simili disperazioni. Mi sentivo morire eppure non morivo. Solo Dio lo sa, perché non si può ridire, quello che provavo nell’anima. Richiedevo la morte ma non veniva, andavo in smanie da disperata, ogni ora e ogni giorno. Mi pareva un’eternità insoffribile: mi si (p)rendeva tutto il corpo, i giorni e il tempo. Non potevo vivere se pensavo alla morte, mi si rendeva insoffribile perché sapevo che non finivo. Al che avrei voluto distruggere il corpo e l’anima: ma che pene insoffribili! … solo Dio lo può sapere. Che affanni e che angustie! Giungeva il giorno che il Ministro di Dio e l’obbedienza volevano che io facessi la Confessione e la Comunione. Se incominciavo la Confessione, mille assalti di turbazione mi prendevano contro tempo di darmi l’assoluzione per il grande travaglio e balzi diabolici: avrei fatto l’atto di contrizione o di proponimento e subito mi sarei mutata di male volontà. Più volte ricevevo l’assoluzione senza accorgermi di averla ricevuta con tanti disturbi e tormenti per ogni parte del corpo e dell’anima. Più volte nel medesimo confessionario mi assalirono tentazioni di impurità e mi gettava(no) a terra per opere immodeste. Mi balzava da terra come se fossi andata sopra ad un cavallo (a) galoppo e poi mi lasciava mezza morta per le polluzioni grandi, poi con dolori e tirature di nervi e storciture di braccia e di collo, tirature di lingua che mi facevano prova di strozzar(mi). (Mi) strascinava e conduceva per la Chiesa come un cane morto, mi rimbalzava con cadute, mi sollevava le ginocchia da terra, poi mi faceva cadere con colpi di testa e restavo stramortita e come matta. Mi rimbalzava ora alla supina, ora rivoltata con la persona verso terra e la faccia me la buttava in terra. Tutto me lo faceva per vendetta e rabbia dell’obbedienza, e acciò dessi il consenso alla tentazione impura che mi assaliva. Non si può riferire quel che ho provato, ma ben lo sanno i ministri di Dio che mi vedevano: quanto penavo per accostarmi a ricevere la santa Particola e per doverla inghiottire a forza dei precetti del Ministro di Dio, con violenza di vomito e di rigettare fuori la Particola, con tormenti diabolici nell’anima e nel corpo. Molte volte il nemico mi veniva con suggestioni contro il ministro di Dio, acciò io non avessi fede ai precetti <suoi> e mi sentivo che se io non (d)avo consenso alle sue false parole, allora mi dava tormenti nel corpo, di peso come una pietra e mi afferrava senza potermi più muovere, ora con tormenti disonesti e mi sforzava di dare consenso e di unirmi con il nemico e non con il Ministro di Dio, altre volte con fuoco e vampe che mi facevano prova di farmi ardere nelle viscere e nell’esterno del corpo, che più e più volte restavo scottata per le parti del corpo visibili e vere scottature come di fuoco materiale, come mi accadeva più volte. In particolare una volta mi feci una piaga in una gamba e la portai piagata per quindici giorni che la scottatura faceva sangue e per obbedienza andai a visitare la Madonna delle Vergini e miracolosamente restai sanata da Maria SS.ma. Altre volte il nemico mi fece altri mali per il corpo e per miracolo di Maria SS.ma fui sanata, come accadde che il nemico mi aveva fatto parere di essere ‘gravida’ e con febbre e altri mali in parti che io non volli mai palesare che mi aveva chiuso tutti i canali, per venticinque giorni continui, chiusa stetti. Come poi si credeva che io morissi per i grandi dolori e mali, che l’amarezza faceva di dover morire, come anche io credevo di finire … per miracolo di Maria SS.ma … sanata … Può fare fede il P. Santoni. Domando la santa Benedizione.

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<LETTERA 12 DI SUOR MARIA ELETTA SANI>

                                                                                    Viva Gesù e Maria

A gloria di voi, mio Dio, scrivo e per obbedienza del vostro Ministro. Mi scordai di scrivere nel foglio in cui scrivevo lo stato miserabile del mio travaglio: quando restai priva di ogni confessore, andavo a fare lamenti ai pié di qualche Crocifisso e immagine di Maria SS.ma e più volte Dio mi dava lume che io dovessi stare (ad) abbracciare una croce, la quale si faceva vedere scura e senza il Crocifisso, cioè priva di ogni conforto e lontana dall’amato Bene, in cui mi avrebbe potuto dare sollievo il vedere in croce il mio Gesù. Ma Dio mi faceva vedere … priva di tutto, sola, desolata nella croce, senza il Crocifisso. Nel giorno dell’Annunziata, festa di Maria SS.ma, il Padre Scaramelli sperava che io potessi restare libera dal mio travaglio, ma la regina delle Grazie ci diede lumi ad ambedue, tutto in un tempo, la mattina, il P. Scaramelli quando facevo orazione ebbi lume che il giorno dell’Assunta, io sarei stata liberata; e quando andai a visitare, come il mio solito, prima del giorno, la Madonna mi diede lume che per il giorno dell’Assunta io avrei ottenuto la grazia tanto bramata della mia liberazione. Andai al confessionario e tutto riferii al detto Padre. (Nei) giorni festivi di Maria SS.ma non solo stavo libera e quieta di fare le devozioni in pace e quiete, ma anche la Madre di Misericordia mi dava qualche lume dopo la Comunione. Dopo passata la festa ritornavo nel mio travaglio in tentazione e tempesta. Giunto poi il giorno dell’Assunta, alla mezzanotte mi trovai quieta e libera. La mattina, secondo il solito, mi portai a visitare Maria SS.ma, e lì fui rapita con lo spirito da quella luce divina che mi scopriva Iddio in lontananza e trafitto il mio spirito da un acutissimo desiderio di avvicinarmi a possedere l’amato Bene. Dio mi usò misericordia in lontananza, mi trovai al trono della Regina degli Angeli e ‘ammigià’ (=sublimità) di spiriti beati faceva un gran trono della regina Assunta all’Empireo con canti di inni e melodie e voci angeliche che non mi dà l’animo, né so spiegare quel che lo spirito intendeva, bensì il mio spirito si perdeva in se stesso e tutto sbalordito e attonito altro non riconoscevo che Maria SS.ma era quasi consimile all’istesso Dio. In Dio vedevo che per se stesso è incomprensibile ed infinito in tutte le doti divine, l’origine, la fonte, la vena (da) cui scaturiscono tutte le perfezioni immense e divine che da mente umana non si possono comprendere. Nel rimirare Maria vedevo il vero ritratto dello stesso Dio grande, immenso, potente, sapiente di infinita misericordia, come lo stesso Dio perché (le) vengono comunicate tutte quelle doti divine, per grazia del Padre del Figliolo e dello Spirito Santo, con abbondante e generosa liberale mano della sua grandezza, stante (che) doveva essere Madre del Suo divin Figlio, perciò piantò in quel cuore sant(issimo) fiori di santità, i più grandi e puri, siccome doveva abitare lo stesso Dio in quel candore di purità, vero giardino di Paradiso. Se Dio creò tante diverse specie di piante frutti e fiori in quel giardino in cui doveva abitare l’uomo che era animale ragionevole, qui passo in silenzio le copiose grazie (di cui) il cuore di Maria SS.ma fu arricchito da una comunicazione, per grazia unita delle stesse Tre Divine Persone. Anche prima che spuntasse alla luce, questa luce, quest’anima SS.ma, come il sole quando spunta che schiarisce e dà luce al mondo tutto, io nel rimirare Maria ebbi tanto lume e notizia che ben con verità si può dire che il fiore è la radice; “flos de radice eius ascendet,” perché il bel fiore del Verbo Incarnato non aspettò per dare pregio alla pianta che lo produsse quando quella era già adulta, ma fin dalla sua prima radice del suo primo spuntare sopra la terra; ben si può dire “Egreditur de radice Jesse , talea de radice eius ascendet” (Is.11,1 un germoglio spunterà dal tronco di Iesse). Intanto furono sì preziosi fondamenti di questo tempio che (si) può arguire di qual prezzo dovranno essere l’al(tezza) e la gran fabbrica della grandezza e dignità di Maria SS.ma. Tralascio di dire perché non finirei mai di spiegare le grandezze e i privilegi della nostra Regina. Mentre stavo, vedevo Maria SS.ma, così mi fece <grazia> che portando in mano come una cintura larga dell’altezza di tre dita e lunga dieci braccia e mezzo, a me l’accostò alla cinta come fasciandomi, mi assicurò e mi fece intendere che dal nemico e da sì strane tentazioni da levarmi dall’uso della ragione, non mi sarebbe mai più accaduto simile travaglio e che perciò rinnovassi il voto di castità, facendomi capire che per mezzo di quelle tre virtù, cioè la fede, la speranza e l’amore, Iddio verrà ad abitare e fare una stanza dentro al mio indegno cuore. Gran confusione provai riconoscendomi indegna di sì eccelsa misericordia. Ritornai in me, andai al concessionario e riferì tutto al P. Scaramelli e lo stesso giorno rinnovai il voto di castità perpetuo, e feci la confessione generale di tutta la mia iniqua vita. Dopo la Comunione, Dio mi fece altra misericordia. Mi intesi queste locuzioni interne che Gesù Sacramentato mi disse: “Apri il cuore tuo che io ne voglio essere il padrone e voglio approdarci, perciò dammi il dominio ché ne voglio essere padrone”. Non so ridire gli affetti che provai perché nel dare in dono questo mio indegno cuore a Gesù … non solo (in) dominio, ma non mai più mio il cuore, ne feci la rinuncia, e tutto lo donai al mio Dio. Mi intesi sensibilmente che Gesù fece ingresso nel mio cuore con una chiara luce che mi rapì lo spirito e tutta in Dio mi trovai. La luce divina mi dava lume e conoscevo che Dio voleva piantare la Croce nel mio cuore. Questa Croce era scura e poi un po’ più chiara: vidi un’oscurità materiale nella Croce (e) questa si doveva consumare a poco a poco. Nel rimirare Iddio vedevo come tre faville che Dio voleva ‘fulminare’ nel mio indegno cuore. Conobbi che non era capace il mio cuore, quasi dissi io, con lo spirito: “Fermate, mio Dio, le vostre misericordie” e come ritirandomi di non poter ricevere per l’incapacità, indegnità di me stessa; ma Dio mi fece intendere che per allora voleva ogni venerdì farci cadere quella favilla accesa più (del) calore del fuoco e che questa avrebbe dato dolore al cuore e lo disponeva poi per ricevere la seconda favilla più pallida e che sarebbe scesa nel cuore per accenderlo d’amore e lo distruggerebbe. La terza favilla più chiara sarebbe scesa quando Dio verrà ad abitare nel mio cuore con un amore e luce chiara della sua reale sensibile presenza nel mio indegno cuore. Seguitò (per) molto tempo che ogni venerdì dopo la comunione Dio mi usava questa misericordia che la favilla entrava nel cuore e mi dava acutissimo dolore per ore e ore continue e questa favilla, a poco a poco, levò e consumò quell’oscurità del cuore. Nel mese di ottobre, una mattina, dopo la Comunione, mi intesi che scese la seconda favilla che avevo veduta più pallida che fece una violenza nel cuore che mi parve che lo distruggesse e poi lo aprì (nel) mezzo con una ferita materiale e questo ancora seguita; me lo intesi (s)paccare con un dolore sensibile e come se fosse stato aperto materialmente, così seguita l’apertura.

Il P. Scaramelli volle che facessi orazioni su questa opera del cuore (a) che il Signore ci desse lume perché non intendeva come questa ferita nel cuore era, perché, parlando fisicamente, non si poteva dare né vivere con questo cuore aperto. Mi comandò che pregassi iddio, ché lui non stava quieto né capiva. Mi raccomandai caldamente al Signore per dare quiete e lume al suo Ministro. Dopo varie preghiere Dio mi rapì lo spirito e vidi il cuore in mezzo, tra Dio e me, iso(lato). Nel rimirare, Dio mi fece intendere che vedevo il cuore come era acciò potessi riferire al suo Ministro le misericordie di Dio. Vidi che dentro al cuore vi erano alcune macchie e dalla parte di dentro tutto aperto e stava rosso come un fuoco. Da una parte vi era una ruga dove mi dava acutissimo dolore. Dalla parte di fuori c’è la pelle sola che lo tiene intero e sano. Ritornai in me e tutto riferii al Ministro di Dio e ne restò quieto, ringraziando la divina Bontà che benefica chi l’ha più offeso … io ne sono indegna. Nel principio del mese di novembre ebbi per molti giorni una chiara notizia. In Dio vedevo la gloria di tanti santi e sante e di tante (schiere) di spiriti beati i quali vanno, a grado a grado, con una somma sublimità di gloria, che da lingua umana non può dichiararsi. Dopo alcuni giorni, mentre la luce divina mi rapiva lo spirito e in lontananza vedevo Dio con chiara notizia, restavo trafitta da un acutissimo desiderio di avvicinarmi a possedere l’amato Bene; così era il solito; ma ci si aggiunse che la luce che mi scopriva l’amato Bene si applicava alla proprietà della propria miseria e oscurità di tenebre. Perdevo la vista di Dio, restavo oppressa da questa oscurità del vedere la propria miseria. Questo mi trafiggeva di un’acutissima pena, il vedere quel che la proprietà della miseria incapace di tutto, da se stessa, non può fare nulla. Ohimè, che pena l’opprime e la schiaccia e mi sentivo come trapassare e stare in un vero torchio. Sotto il monte che opprime a me pare che sia una spada che trapassa da (una) banda all’altra. E questa sia una cosa quasi consimile alle pene del Purgatorio. La divina Giustizia trafigge le anime, onde (al)la divina misericordia non manca modo di trafiggere l’anima mia, con diverse maniere. Per mezzo di questa oscurità di tenebre, vedo, intendo la miseria e la meschinità, le macchie, i difetti, gli attacc(amenti) della propria volontà e tutto quello che è di miseria nella propria anima. Pare che da se stessa non possa reggere la propria miseria e incapacità. Quasi da se stessa si tiene come nascosta e se pensa di desiderare sollievo di rialzarsi verso Dio; da me stessa mi sento rigettare, conoscendo che, tra Dio e l’anima, passa una grande disuguaglianza e perciò da se stessa l’anima si rigetta da Dio medesimo, si riconosce (indegna) e incapace di avvicinar(lo) per la grande indegnità che conosce da se stessa. (Per) l’anima questa è un’altra spada che ferisce l’anima, perché nel fondo dello spirito vi rimane un desiderio che porta al suo centro che è Dio, il vero centro dell’anima. Il P. Scaramelli mi disse che questa oscurità di tenebre era un’altra ‘purga’ di spirito e che quella croce scura che Dio mi mostrò che sarebbe stata nel cuore, voleva indicare questa purga di spirito. Questa oscurità di tenebre era la croce che doveva piantarsi (nell’)anima e questa mi cagionava un vero conoscimento di me stessa e ancora mi seguita.

(Nei) giorni delle feste di Maria SS.ma, mi accade che la divina Misericordia mi usa il sollievo che non mi dà questa cognizione di tenebre, ma sempre qualche misericordia di sollevare lo spirito e di rapirlo in quella notizia certa di trovarmi al suo trono, come mi accadde il giorno della Presentazione della Madonna. Maria SS.ma, per mezzo suo, prese il mio spirito e lo presentò avanti al suo divino figlio Gesù, assicurandomi che un giorno per mezzo di Maria SS.ma si sarebbe unito lo spirito con Dio. Anche in questa vita, mi diede lume che sposata sarei stata da suo figlio Gesù e che, in fine del mio vivere, si finirà di aprire il cuore e da eccesso di amore e di dolore finirà di (s)paccarsi e di rompere quella pelle che di fuori lo tiene intero e sano; in fine della mia vita così mi accadeva (=sarebbe accaduto) e che questo lo dovessi dire al suo Ministro per dargli quiete; come poi, ritornato in me, tutto riferii al Ministro di Dio.

Nel giorno della Concezione di Maria SS.ma ebbi altre misericordie. La mattina prima della Comunione e dopo, mi trovai con lo spirito unito con Dio, non solo unita, ma persa in me e tutta in Dio. Oh, che il godimento di gustare la perfezione divina! Io non riconoscevo più me stessa, ma altro non conoscevo e non sapevo se non che in Dio, tutt(a) mi sentivo ripiena di Dio, della sua gloria, della sua beatitudine del suo immenso essere. Godevo Dio tutto in me oppure tutta io in Dio, persa e scordata di tutto: altro non sentivo, né ero capace se non di una trasformazione che a me pareva di essere al possedimento di Dio. Riconoscevo che la gloria, la beatitudine, la felicità, il gaudio, la bellezza, la luce, gli splendori del divin Sole li sentivo tutti in me e perciò avrei quasi giurato che io non ero più io, ma in Dio tutto mio, e io tutta sua perché non più riconoscevo me stessa, ma solo in Dio, mi pareva di sentire, di godere, di gustare e di partecipare di quel Bene infinito trasformato in me. Oh eccesso della divina misericordia: questo mi dà lume (di come) sarà un’anima quando arriverà all’Empireo e al possedimento di Dio. Dico che si sentirà una partecipazione, come beata di quella beatitudine di Dio e di tutte le doti divine parteciperà con un godimento e trasformazione di Dio. Oh! …  ci involiamo in Dio. Ah, che da lingua umana non si può dichiarare né so ridire quel che provai. Questa misericordia mi è accaduta finora tre volte (ne)i giorni di Maria SS.ma. Anche la notte del santo Natale fui rapita (nel)lo spirito al trono della SS.ma Vergine e mi diede lume e notizia di quel mistero di amore. Per mezzo di Maria SS.ma finii offerta tutta al suo divino Figlio Gesù, facendo conoscere il dono che dovevo fare al santo Bambino, il cuore, il dolore e il distacco. E di continuo la (divina) Misericordia mi assiste e gran confusione cagiona a me vedendo la mia poca gratitudine e corrispondenza a sì (eccessivo) amore.

Il giorno della Purificazione della Madonna mi accadde che, trovandomi al trono di Maria SS.ma, mi fece intendere che questi giorni di carnevale voleva che il mio cuore provasse dolore e che questo sarebbe accaduto con certi colpi nel cuore come saette. Questo mi accade: ogni giorno scende una luce nel cuore dolcissima … (il) dolore mi seguita.

Non ho mancato di fare l’obbedienza di pregare per il suo affare dell’impresa già datagli dal suo superiore di dover dare gli Esercizi, ma per quel che posso dirvi è che la volontà del Signore è che lei debba eseguirli, ma tutto affidato nella divina Bontà. Preghiamo per il P. Scaramelli perché sta male del suo travaglio.   Richiedo la s. Benedizione.

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