MONTELEONE DI FERMO nella storia. Carlo Tomassini.

MONTELEONE DI FERMO di Carlo Tomassini

Lo sguardo spazia dall’altura m. 427 del castello di Monteleone  sui paesi vicini fino all’Adriatico ad est, ed ai monti Sibillini ad ovest. La massima parte del territorio comunale è costituito dalle colline, solcate dalle vallate dei ruscelli, come il Lubrico (Ubruco) affluente dell’Ete. Lo stemma comunale allinea cinque alture e contrade: Valle Corvone, Chiavanella, Madonna di Loreto, San Michele arcangelo ed in quella centrale, il castello di Leone, simbolo dell’animale coraggioso e forte, re degli animali.

Il colle chiamato Monte Leone, echeggia il preistorico Lehun o Legun; Leonis mons per i romani antichi. Leone è nome di persone e di imperatori, come quel fondatore di Monte Leone in Sabina. Era anche nello stemma di Pompeo Magno.

Non si conoscono reperti preistorici catalogati, pur essendo abitato sin dal primo millennio avanti Cristo, come Belmonte e Montelparo. In epoca protostorica, i Piceni avevano le loro abitazioni nei versanti assolati delle alture. I Romani giunsero a dominare il territorio Piceno nel 268 a. C. stabilendovi la loro Repubblica. Molte terre furono assegnate dal Senato romano ai veterani delle guerre tramite Pompeo Magno e fu stabilito a Falerio (Piane di Falerone) un municipio della quinta regione. Allora furono create ville (così chiamavano le abitazioni rurali romane) nelle zone più pianeggianti e fornite di acqua. Ne sono eco i toponimi Ara (altare) e Pagano (da pagus, villaggio). Nuova vita fu portata ben presto dalla diffusione del Vangelo ad opera di san Maro (Marone o Maroto) martirizzato attorno all’anno 100 sulla via Salaria antica a pochi chilometri dalla costa adriatica.

Molti furono i popoli che immigrarono (al modo degli antichissimi Pelasgi e Sabini) causando la decadenza di Roma: i Visigoti di Alarico, poi di Ataulfo, i militari di Odoacre, i Goti di Totila, gli Unni di Attila ed i Longobardi che attorno all’anno 580 restarono duchi del Fermano. A questi succedettero i Franchi con i loro conti. Le famiglie abitavano a gruppi presso i terreni da loro coltivati. Corvone era il nome di un proprietario locale.

Negli atti notarili che indicano i possedimenti terrieri medievali si leggono i nomi delle contrade: Casule, Fonte san Giovanni, Valle  Tassardo, Fonte dei Barochi, Vallecella, Fontanella, Molie, Appagnano, Torrecella e altri. Alcuni di questi nomi offrono l’idea delle abitudini degli abitanti, per l’acqua, la terra molle, i trasporti, un piccolo fortilizio.

Nel secolo VIII ci furono molte donazioni di terre, da parte dei Longobardi cristiani, a favore dei monaci benedettini dell’abbazia di Farfa (prov. Rieti) perché essi facilitavano l’agricoltura, l’artigianto, l’ospitalità, le scuole, l’infermeria e l’arte. Lo stesso abate farfense, spinto dalle violente incursioni dei predatori saraceni (Agareni), sul finire del secolo IX venne via insieme con gli agricoltori enfiteuti che abbandonarono Monte Leone Sabino e  Belmonte Sabino. Fuggirono da Farfa e si trasferirono sul colle Matenano e nei colli piceni. Da Monte Leone Sabino portarono via anche le reliquie di Santa Vittoria per stabilirle nella chiesa del monastero sul Matenano e sorse il comune di Santa Vittoria in Matenano.

Sul portale della chiesa di San Giovanni si vede ancora una serie di sculture  che testimoniano la presenza antica e operosa nell’arte dei cristiani nel territorio fermano. Le più antiche testimonianze scritte che riguardano Monteleone sono quelle dei monaci farfensi. Alla chiesa era unito il campanile nella torre che per tradizione viene riferita al tempo dell’abate Berardo III (1099-1118). In seguito fu ingrandita al pari della sua chiesa che ne faceva parte. Quando il terreno adiacente fu spianato per comodità della strada, si creò un muraglione di sostegno, come si vede attualmente a lato della piazza.

La ‘curtis sancti Maroti’ era un’azienda fondiaria curtense in cui lavoravano molti affittuari. Si estendeva su parte del territorio di Santa Vittoria, di Monsampietro Morico, di Collina (Monte Vidon Combatte), e di Ortezzano. In questi luoghi fu diffusa la memoria liturgica di San Maro, per cui esistono varie chiese rurali intitolate a questo santo. Nella chiesa rurale monteleonese di san Maro esisteva una campanella con la data dell’anno 1009 e lo stemma di San Marone, come fu annotato nel verbale della visita pastorale dell’arcivescovo di Fermo, card. Ferretti, nell’anno 1838.

Un’altra chiesetta monteleonese  era intitolata al santo protettore dei Longobardi: Sant’Angelo in Favale. Il colle Lehun cominciò allora a chiamarsi Poggio Castello.

Si legge nella Cronaca (Chronicon) di Farfa che Tedmario foglio di Giso donò ai Farfensi vari terreni, complessivamente 130 moggi (circa 36 ettari) tra cui alcuni nelle località Casule, Favale, Paganeco, confinanti da un lato con le terre di Gualcherio, e negli altri lati con il torrente Lubrico, e con il fiume Ete. Vi erano anche chiese, una era intitolata a san Pietro e vicino c’era l’edificio detto Torrecella. L’azienda curtense originaria di San Maro, nel 937,  secondo il cronista farfense Gregorgio, era estesa per sedicimila moggi.

Il conte Mainardo, dal suo castello sui Sibillini, ove resta il toponimo Castel Manardo, dominava in queste terre della medio-alta vallata del Tenna dove aveva acquisito molti terreni che un tempo erano stati proprietà dei monaci, tra cui quelli di San Savino di Fermo. Egli fece una permuta nel 977 con il vescovo Fermano Gaidulfo, cedendogli 122 moggi in cui era compreso il villaggio di Paganaco. Un’altra parte dell’antica azienda rurale di san Maro era passata nelle mani di Gulkerio che la diede al vescovo fermano.

Come si espandevano i domini dell’imperiale abbazia di Farfa, si allargava anche il dominio della città di Fermo, in dipendenza del governo romano. Negli anni attorno al 1244 i signori di Chiarmonte e di Torrecella, eredi di nobili famiglie, cedettero le loro terre  al sindaco di Montelparo, sotto il dominio Farfense. Ma i Fermani, in seguito,  giovandosi dei podestà veneti indussero Montelparo a cedere queste famiglie a Fermo, dando potere all’amministrazione comunale di Monte Leone, con cittadinanza fermana.

Dalle pergamene dell’archivio fermano si sa che il 16 febbraio 1252 nel pubblico consiglio del Comune di Fermo i signori Baroncello da Scopo e Guarnerio da Categliano (o Catelgiano presso Montelparo) si sottomisero al podestà di Fermo, che era il nobile veneto Rainerio Zen, ed acquisirono la cittadinanza fermana, con atto scritto dal notaio imperiale  podestarile Albertino da Brusegad, alla presenza di giudici e signori. Sull’altura di ‘Monte Leone’  si erano trasferiti gli abitanti di Torre Casuli. Questo Comune viveva nel sistema degli Statuti dei castelli Fermani (Statuta Firmanorum) ispirati al modello repubblicano di Venezia.

Il 19 febbraio, tre giorni dopo, l’atto di cittadinanza fermana fu scritto nel palazzo comunale di Fermo dove i signori di “Catigliano”, riuniti assieme, si assunsero tutti i doveri, tra l’altro per partecipare all’esercito, alla cavalcata, al parlamento e pagare le tasse, rifiutando ogni accordo con Montelparo, sotto pena di mille lire volterrane. Una cessione fu sancita nel Castello di Leguni (o Luguni), presso la casa del Comune monteleonese con giuramento registrato dal notaio Nicolitto Benvenuti in data 13 luglio 1269, di fronte al Podestà di Fermo, Roggero Suppi.

La parrocchia di san Marone dalla campagna ebbe nuova sede  presso Poggio Castello. Negli anni dal 1290 al 1299 si registrarono le offerte fatte al papa dai rettori delle chiese e si conoscono i nomi dei sacerdoti presenti a Monte Leone: Rodolfo cappellano a San Giovanni, Giovanni cappellano a san Maro; inoltre Gentile.

Nel secolo XIV le signorie e tirannie stabilite a Fermo da Mercenario da Monteverde, e da altri portarono stragi e tirannicidi che condizionarono la vita monteleonese. Nel secolo successivo, tra gli aspetti problematici, ci furono saccheggi, furti ed epidemie. Il castello di Monte Leone fu assediato ad opera dei capitani di ventura Berardo da Camerino, Chiavello da Fabriano e dai loro alleati. Nel 1406 la rettoria di Sant’Angelo di Favale fu data ad un chierico di Rieti. Nel 1407 il capo militare Braccio da Montone per indebolire il dominio di Ludovico Migliorati signore di Fermo, occupò Monte Leone ed i castelli vicini. Si era in tempo di scisma perché il papa Gregorio XII era avversato da due antipapi, fino alla riconciliazione nel concilio di Costanza del 1415. Le mura castellane furono potenziate in questi periodi di assedi e devastazioni. Se ne conservano permanenze murarie significative.

Nel 1432 fu nominato parroco di San Giovanni per un anno, il tedesco Lamberto Johannis da Colonia. Poi nuovo parroco Antonio Gabrielis che teneva anche la chiesa di Sant’Angelo in Favale. Nel 1448 era parroco  Francesco Angeli da Fermo. Una pergamena di Servigliano riporta il testamento di Menicuccio di Monteleone che fece un’offerta per le chiese di Santa Maria di Loreto (antico culto), san Maro e san Giovanni ove scelse la sepoltura (come d’uso nel piano basso della grande torre campanaria).

Nel 1445 la parrocchia di san Maro veniva affidata a Giovanni Marzi;  nel 1457 ad Antonio Johannis; nel 1459 a Marino Antenucci; nel 1466 a Domenico Stefani. Alcuni monteleonesi lasciarono offerte per sante Messe in appositi altari: Giovanni Tomassuti Morici nella parrocchia di San Giovanni; Marino Johannis Rainaldi in quella di san Maro.  Al secolo XV si riferisce il portale ornato in materiale cotto nella chiesa di san Giovanni. I bassorilievi di riporto sopra al portale hanno valore archeologico per l’alto medioevo. Qui furono custodite due tavole dipinte con le figura della Madonna, una e di san Giovanni, l’altra, le quali vengono considerate di derivazione crivellesca o, forse,  anteriori.

Nel 1509 l’ordinario diocesano don Nicola de Nigris fece la visita pastorale a Monteleone e lasciò  un decreto per cui i cristiani oltre al battesimo ed all’Eucaristia dovevano praticare il sacramento della Penitenza e  considerassero il prestito ad usura come grave peccato.

Nella visita apostolica di mons. Maremoti, nell’anno 1573 l’unica chiesa parrocchiale era dedicata a san Giovanni e a san Mauro (Maro, Maroto). Gli altari laterali erano dedicati, oltre che ai predetti titolari, alla Concezione (Immacolata), a san Patrizio (in precedenza s. Antonio) e a santa Lucia. La chiesa di san Giovanni, un secolo e mezzo dopo, fu perfezionata con tre navate, dotate di quattro colonne e sei archi.

Nel secolo XVI esistevano nella campagna di Monte Leone le chiese rurali di San Pietro, San Bartolomeo e san Martino, oltre alle predette sant’Angelo, san Giovanni e san Maro. Ad un chilometro dal castello, la  chiesa della Madonna della Misericordia (fondazione autorizzata nel 1526) fu basata su un edificio preesistente, che, secondo un uso architettonico Farfense, aveva il prospetto di larghezza m. 7,20.

In particolare va notata la presenza dei padri religiosi Agostiniani che furono trasferiti in altro convento nel 1652 per il loro esiguo numero, secondo la bolla di papa Innocenzo X.  Di straordinari pregi è il reliquiario della santa Croce, in argento sbalzato e cesellato, che i religiosi fecero realizzare con le offerte monteleonesi nel 1524 al frate Bartolomeo da Montelparo, come si legge nell’iscrizione.

La chiesa della Madonna della Misericordia era detta chiesa del “SS. Crocifisso” per la devota scultura di ottima fattura, ivi esistente nell’altare laterale, mentre, presso l’altare maggiore (a forma di tempietto, con quattro lesene) c’è l’icona della B. Vergine nell’iconografia della Misericordia tipica del sec. XV: braccia e manto  allargati per accogliere da un lato i confratelli, dall’altro i fedeli di ogni ceto. Angeli musicanti con violini e mandole si librano in alto. In basso sono in contemplazione san Giovanni Battista e s. Caterina martire d’Alessandria. Vi sono dipinti, in sette scomparti,  i simboli dei libri, delle ampolline, dei donatori e della confraternita della “scopa”. In alto L’Annunciazione. Nella sacrestia retrostante, una scritta: Gentile Beneditti e l’icona della ss. Trinità con il Figlio Crocifisso.  All’interno dell’edificio, la parete destra è tutta dipinta a tempera: in alto le figure di Giobbe, s. Vito, s. Modesto, s. Benedetto abate e altri. Nella parte inferiore s. Gregorio Magno, e s. Vittoria con la data 1543. In una nicchia laterale s. Rocco, (statua del sec. XVI dono di Matteo Alesi). Due abati ai lati della nicchia: s. Antonio e s. Adamo fermano.

La parete di fondo è dipinta con al centro (sopra la finestra) l’Eterno Padre. Vi sono scritti i nomi dei santi: “Elisabetta, Elena, Martino, Marone”. Nella parte inferiore l’effige della Madonna del latte e tre santi. Altre figure: s. Anna, s. Simone, s. Sperandia, s. Michele arcangelo.

Molto interessante nella parete sinistra, un Giudizio universale. Al centro è dipinto il Cristo con gli angeli (Troni, Dominazioni, Virtù). Iscrizione da una parte: ‘Benedetti’ (Vergini, Vedove, Martiri, Apostoli ed Evangelisti, Pontefici e Cardinali, Fedeli credenti), iscrizione  ‘Maledetti’ dall’altra. Sotto la figura di una colonna abbattuta il nome  Orpheus Pr.” Ad alcuni ha fatto pensare  a Orfeo Presutti di Fano, che è conosciuto attivo negli anni 1532-1556. Deve essere ancora studiata la presenza dei pittori durante il periodo dei governatori Farnese (nipoti del papa Paolo III) che stabilirono la loro sede del governo dell’Agro ecclesiastico Piceno, non a Fermo, ma nella vicina Montottone dal 1538 al 1547. Qualcuno ha notato anche echi dell’arte della bottega dei pittori Pagani da Monterubbiano. Il pittore di Fano, Orfeo Ercole (Orpheus Er.) dipinse una Natività nella vicina Fermo, nell’abside della chiesa di sant’Agostino. Parimenti erano gli Agostiniani  ad officiare questa chiesa della Misericordia di Monteleone.

Nella parte inferiore sono figurati Adamo ed Eva nella cacciata dal Paradiso Terrestre. Vicina alla bilancia di s. Michele arcangelo la data 1548. Nell’altro lato del Cristo le figure dei condannati per i peccati scritti, esattamente: ” superbia, omicidio, avarizia, gola, furto, violazione di feste, ira, lussuria, invidia”. Sette anni prima di questa data Michelangelo aveva completato nella Cappella Sistina  il suo vasto Giudizio Universale.

L’aggregazione sociale era favorita dalle feste in onore dei patroni, negli spazi adiacenti alle chiese. I massari, amministratori pubblici, per le spese ordinarie si procuravano entrate con le licenze date per il forno, per la macelleria, per il molino e per altre concessioni. Provvedevano  ad alcuni servizi, come alle strade, alle fontane, al medico, al maestro di scuola, al postiglione. Lo spazio più notevole fu riservato alla pubblica piazza che un tempo aveva di lato un po’ di verde coltivato.

Tra i monteleonesi illustri del secolo XVI viene lodato Pietro Consolini, collaboratore di san Filippo Neri nell’istituire gli oratori educativi e fu un suo successore nella qualità di preposto della stessa Congregazione.

   Monte Leone è un nucleo demico in cui si individua la continuità della vita dall’epoca moderna alla contemporanea. La ricchezza del verde, la salubrità dell’aria, la conservazione del luogo, le vedute panoramiche che richiamano la pace delle colline marchigiane, facilitarono gli insediamenti e la laboriosità. Crebbe la popolazione, l’edilizia fornì nuovi locali ed abitazioni, aumentò la densità degli abitanti, si svilupparono le iniziative economiche aggiornate. L’espansione fuori dall’antico centro urbano, nei secoli XVIII e XIX, creò nuovi borghi, lungo le strade, a nord, a sud e ad est. L’artigianato dei falegnami, dei fabbri, dei calzolai, dei sarti, dei bastari, dei fornaciari, degli imbianchini, dei muratori,  servì tutta la popolazione, urbana, borghigiana e campagnola.

Il paesaggio rurale è articolato da strade asfaltate e brecciate e da case, inoltre piante alte come querce, pioppi, alberi da frutta, gelsi, ulivi, viti, tra i coltivi di vari colori.

Per la popolazione ecco alcune cifre: nell’anno 1782 abitanti num. 812; nel 1824 num. 839.Nell’anno 1853 gli abitanti monteleonesi erano n. 1112. Nell’anno 1860 erano n. 1161. Crebbero poi rapidamente. La “Guida della prov. di Ascoli P. dell’anno 1889”  vi comprendeva 506 abitanti di Sant’Elpidio Morico, per un totale di 3090 persone di cui 1628 nel centro urbano e 1462 nelle case sparse.  Gli elettori politici, allora, erano 150; per le amministrative erano 255. Da solo Monteleone  giungeva a 2584 abitanti.

La Scuola che nel 1860 era frequentata dal 17 bambini, col crescere della popolazione, nel 1898 aveva anche la classe femminile, oltre alla maschile: 41 i ragazzi e 30 le bambine.

La Sanità era assistita nel 1888 da un medico chirurgo residente a Monte Leone, inoltre c’erano la ‘levatrice’ (ostetrica) e la farmacia. Per aiuti di solidarietà alle ragazze nubili c’era il sussidio dotale Valori.

L’agricoltura faceva la parte del leone. Nel 1888 si coltivavano 1236 ettari, a grano, granoturco, foraggi con rotazione biennale ed ortaggi. Si contavano 24 buoi, 91 vacche, 64 manzi, 22 cavalli e cavalle; 26 asini ed asine; 253 maiali e scrofe; 908 pecore. Era chiara la possibilità di sostentamento e nutrimento.

Sapienti le usanze trasmesse da questi antenati. Le attività erano adeguate al calendario delle stagioni.  Si producevano alimenti e si creavano manufatti per le esigenze locali. Presenti anche i prodotti di fiera e mercato.

L’artigianato  più diffuso nelle case era quello delle tessitrici di stoffe e di lane, da cui ebbero ispirazione i successivi maglifici.

Molti toponimi “Monteleone” in Italia in comuni e frazioni: Monteleone Sabino, Monteleone Rocca Doria, Monteleone d’Orvieto, Monteleone di Spoleto, Monteleone di Puglia, Monteleone di Calabria, Monteleone di Roccafreddo; inoltre Iverno e  Monteleone  (PV).

Documenti inediti per Monteleone di Fermo:  Archivio di Stato di Fermo. Archivio Diplomatico di Fermo: pergamene nel repertorio dell’Hubart nn. 1882 (anno 1269) e 1883(anno 1252).  Archivio Storico Arcivescovile di Fermo (poi ASAF) . Collationes:: I.B.2 c. 11v; I.B.3 c.80s; c. 181s;  I.B.7 cc. 132 e 234 e altri qui citati.  Visite pastorali:II.0.18 c.93s; II.P.1 c. 122;  II.P.8 c. 28; II.P.16 c. 19 e altre.  Un elenco delle chiese negli anni 1290-1299 in  Rationes Decimarum Italae. Marchia a cura di P. SELLA. Città del Vaticano 1950. indice. Nn. 6500,6725,7292,7047.

Monte Leone Torre Casule Favale nell’elenco delle pergamene di Santa Vittoria.

*1113 aprile. Berardo, abate farfense concede in enfiteusi ad Adalberto di Azzolino terre del monastero, site in contrada Fossatello, Castagneto, Colle Legoni, Colle Ramperti, e Valle, presso il Roncone.

*1203 maggio. Rinaldo figlio di Gualtiero di Milone dona al monastero farfense i suoi diritti e proprietà  nelle tenute di Torre di Casale Favale e Monteriano.

*1243 marzo 10. Il Priore del monastero di S. Vittoria prende possesso dei beni di Gualtiero di Agostino di Torre di Casale.

*1285 dicembre 9. Giacomo, figlio di Papa da Moscuso, vende a Giacomo e Saladino di Gentile da Belvedere alcune possidenze, site in Monteleone e Torre di Casole.

*1286 (o1287?)  agosto 22. Tomasso Broccardo di Muscuso e Saladino di Gentile da Belvedere e Giacomo di Gentile  del luogo, vendono a Giovannuccio di Pietro di Monte Leone, il fruttato di certe terre per 10 anni per una salma di grano all’anno.

*1279 (o 1289?)giugno 4. Il Priore di S. Vittoria affitta per dieci anni alcuni appezzamenti in territorio di Monte Leone a Gualteriolo Boremi.

– Pubblicazioni: Per le notizie dell’epoca medioevale, TOMASSINI, C. Monteleone di Fermo (Castrum Montis Leonis) in “Castelli rocche torri fortificate delle Marche (I castelli dello Stato di Fermo)” vol. IV Tomo secondo.  Ravenna 2002 pp. 405-411. Per i documenti dell’epoca moderna <D’APRILE, C. – CAPPUCCIO, A.>  Monteleone di Fermo. Porto San Giorgio 2003. Nella storia generale, con bibliografia VERDUCCI, C. Monteleone di Fermo: la storia nelle vicende di un piccolo comune. Fermo 2012.  Il leone era il simbolo dello stemma di Gneo Pompeo Magno. GREGORIO de Catino, Chronicon Farfense, a cura di BALZANI, U. Roma 1903 vol. I, pp. 135-136 (poi Chr. Far.). Per la localizzazione cfr. CROCETTI, G. – SCOCCIA, F. Ponzano di Fermo. Storia ed arte. Ponzano 1982 p. 42.  GREGORIO de Catino, Regesto di Farfa (poi Reg. Far.). Voll. I-V Roma 1879-1914: vol. II p. 121 doc. 144 e p. 124 doc. imperiale 148.   Anno 926. una chiesa era intitolata a san Pietro e vicino c’era l’edificio detto Torrecella. Cfr. GREGORIO De Catino, Liber Largitorius vel notarius monasterii Pharphensis, voll. I-II Roma 1913 e 1932: vol. I, pag. 73, n. 80 e Chr. Far. I, p. 304. Documento del Regesto Farfense III  pp.171-172 doc. 460 anno 1019 maggio. Tedmario di Giso dona sue proprietà ai monaci ferfensi. Asterisco per le varianti del Chronicon Farfense vol II p. 33:  Nel nome di Dio Salvatore nostro Gesù Cristo. Anno 1019 dalla sua incarnazione. Io Tedmario figlio del fu Giso(ne) (…) per la redenzione e l’assoluzione dell’anima del defunto mio padre Giso(ne), di mia madre Gisa e della mia anima (…) dono in proprietà al monastero della Sabina,  S.Maria, (…) i miei beni nel fondo Tatano, e in Paterno e in Germano, e in Casule, e in Tuliano (Iuliano), e in Favale, e in Gualdo, in Salsale (Salsule), e in Paganeco, e in Quintiano, e in Monte Giuio terre unite o disunite, vigna, bosco, saliceto di centotrenta moggi (…) Confini: da capo la strada che viene da S. Lorenzo e la terra di Gualcherio e di singoli uomini. Da piedi e da un lato fino al torrente Lubrico. Dall’altro lato il fiume Ete. Ivi compresa la mia porzione delle (tre) chiese di S. Martino, di S. Pietro, di S. Maria con i loro libri, le doti, il mercato, le celle, le campane e gli ornamenti. Inoltre ivi la mia porzione del castello Torricella che sta vicino al torrente Lubrico e del castello di Spinitulo e del Poggio di Casule e di Orbitulo e di Leoni, facendo salve le prestarie (concessioni) di detti luoghi. Inoltre  la mia porzione del molino, del corso d’acqua; venti moggi di terra in Corneto; confini, da capo e da piedi  la strada e terre di privati; da un lato la strada e le terre di Sigezone e di privati; dall’altro lato le terre del conte Mainardo e di privati. Inoltre la mia porzione della chiesa di S. Michele arcangelo con i suoi ornamenti (suppellettili) e le doti del fondo Mogiano. (…) Notaio Deodato.  Firme (tre)  di Tedmario, di Sigezo e di Rampo”. Per Santa Maria esiste a Monteleone S. M. in Paganico.Santa Maria in Casule: Chr. Far. II p. 139 (riga 27) e p. 174 (riga 33) anche p. 284(riga 23 e 24). Santa Maria in Casule: Reg. Far.IV, p. 275, doc. 879; vol. V, pag. 304 doc.  1318; Chr. Far. II, pp. 279ss. Beni ceduti alla proprietà di privati attorno al 936 Chr. Far. Destructio p. 39 e vol. I, p. 307. Torre de Casule:  Reg. Far. V, p. 310 doc. 1319  abate Berardo (anni dal 1099 al 1119).  Fermo, Archivio di Stato (ASF), fondo dell’Archivio Diplomatico di Fermo, Repertorio HUBART, M. Pergamene 1883 e 1230; ivi Copiario n. 1030 già dattiloscritto da C. Tomassini dalla copia ASAF,  poi edito AA.VV. Liber iurium dell’episcopato e della città di Fermo. 977-1266. Voll. 3. Ancona 1996, p. 96: Paganaco.   Chr. Far. I p. 252. Reg. Far. V pp. 287-288.         Liber 1030 pp. 529-530  Il vescovo era proprietario di metà del castello di Torelliano con la chiesa di san Pietro e i terreni  e i castellani, presso i beni della chiesa di San Marone. Il motivo erano i servizi di sostegno e fedeltà della famiglia di Grimaldo verso il vescovo concedente. Il canone annuale era di tre denari pavesi d’argento.  Nella chiesa di San Marone esistevano ab antiquo le reliquie di questo santo evangelizzatore del Piceno. I testimoni dell’atto notarile del 1 novembre 1208 erano: Berardo di Osimo, il canonico Rainaldo di Monte Verde, Ugolino di Guarnerio conte Uffreducci, Leone di Monte Leone, Giovanni Tancredi, Matteo Peroni, Giustiniano. Notaio Valentino.        ASF ivi pergamena in Hubart n. 1883, due atti.

Rationes decimarum Ialiae Marchia a cura di SELLA, P. Citta del Vaticano 1950  nn. 6500, 6725 (Gentilis) , 7292 (Rodulfus), 7047 (Ioannes).San Maroto in COLUCCI, G., Antichità Picene vol. XXIX Fermo 1796 p. 9 e p. 23.  ASF, manoscritto MARINI, A. M. Rubrica eorum omnium quae continentur in libris Conciliorum et Cernitarum ill.mae Communitatis Civitais Firmanae. Anni 1451-1452 razzie di animali vol. I. c. 117v e vol. II cc. 56v; 198v; 203v; 216v. Per i confini con Belmonte  vol. II cc. 92r; 230r anno 1465. Saccheggiato Monteleone dai Brancadoro, nemici degli Uffreducci nel 1521 vol. II cc. 396v e 427v.   Dopo la morte di Innocenzo VII nel 1406 il nipote Ludovico Migliorati non voleva lasciare la signoria toltagli del Fermano,  contro di lui fu mosso Carlo Malatesta da Cesena, Cronaca della città di Fermo … a cura di DE MINICIS, G. Firenze 1870, pp. 29ss per l’anno 1407  ad agosto i militari di Braccio di Montone saccheggiarono Monteleone;  pp. 40-43 alle date: il giorno di Pasqua (31 marzo 1415) Monteleone saccheggiato dall’esercito del  Malatesta, recuperato il 19 luglio 1416 dal Migliorati.  Le guerre dello Sforza ivi pp. 83-84. Questa edizione latina della Cronaca ha una traduzione italiana di PETRUZZI, P. edita a Fermo 2008 pp. 156ss.  Nel 1449 Monte Leone pagava ogni mese a Fermo 5 ducati e 8 bolognini, ASF  Acta Diversa vol.  I, fol. 5.      Per le rettorie delle chiese monteleonesi in Archivio arcivescovile di Fermo, nei registri Conlationes Andrea Iacobi Ser Deodati de Reate (1407) ivi I.B.2 c. 11v. I.B.3 cc. 80-81 per l’anno 1432.  Parroco di due parrocchie I.B.1 c. 310 per l’anno 1433. I.B.5 anno 1448 parroco Francesco Angeli fermano. Per la chiesa di san Martino I.B.2 c. 274 anno 1420; I.B.3 c. 190 anno 1445 anche in I. B. 3 cc.181v-182.  I.B.7 c. 134 per l’anno 1457 e I.B.8 c. 20 per l’anno 1459. Per l’anno  1466, I.B.7 cc. 132-133 parroco a san Giovanni don Maurizi.  Per la chiesa della Madonna di Loreto nell’omonima contrada  p. 102  committenza della famiglia monteleonese Beni. Le confraternite dal secolo XVII usarono fare  un annuale pellegrinaggio a Loreto.    MARINI, Ms cit. vol. III, c. 29: nel 1530 il governo Fermano ha fissato i termini dei confini tra Monteleone, Sant’Elpidio Morico e Monsampietro Morico. Ivi c. 296r per i confini con santa Vittoria in Matenano.    Tanti toponimi, altrettanti insediamenti abitativi e produttivi. Per la popolazione pp. 128-129. La popolazione monteleonese dell’anno 1921 era di abitanti n. 1319; nell’anno 2013 a seguito dell’esodo rurale n. 417. Il razionamento dei viveri per le famiglie fu imposto con la grande guerra nel 1917 e di nuovo con la tessera famigliare nel 1941 quando erano iscritte nel registrom dei poveri 42 famiglie con 153 persone.  L’archivio comunale e i verbali delle delibere sono stati ben sintetizzati da D’APRILE, V. e CAPPUCCIO, A. Monteleone di Fermo, dove si leggono le professioni e mestieri dal 1891 al 1941 in particolare: un perito agrimensore, fino a 8 muratori e a otto calzolai, fino a 6 falegnami e fino a 4 fabbri,  uno stagnino , fino a 12 tra sarte e sarti,  una ‘levatrice’ (ostetrica), un notaio, due autisti (taxi), un farmacista, due medici, un becchino, un barbiere, un cantoniere, un veterinario in consorzio con Montelparo, tre fornai, un moderatore dell’orologio. In numero di nove gli impiegati e salariati del Comune monteleonese nel 1920, poi ridotti a sei nel dopoguerra.  Per fare l’olio c’erano tre frantoi detti torcoli. Due  i molini (Rutili-Confaloni e Sagripanti-Pascucci).  La cabina telefonica pubblica fu stabilita nel 1928. Il municipio ebbe il primo telefono nell’anno 1950.

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