Maria Eletta Sani lettera c. 142 Falerone Macerata

Maria Eletta Sani lettera c. 142
Viva Gesù e Maria
A gloria vostra, mio Dio, incomincio a scrivere e per obbedienza del vostro Ministro. Subito che Gesù ha preso possesso nel mio cuore, ho pregato per lei ché la Comunione la faccio secondo la sua intenzione acciò siano adempiti i suoi santi desideri e lo renda sempre più perfetto agli occhi di Dio, mentre mi sentivo parlare internamente Gesù che mi diceva: “Digli da parte mia che stia rimesso alle mie disposizioni e sia rimesso alla mia volontà perché lo voglio perfetto ché dopo la sua morte lo condurrò al Paradiso”. Questo lei lo intende meglio di me. Inoltre a me Dio subito ha rinforzato il dolore nel cuore. Richiedevo forza al mio Gesù e mi diceva : “L ‘ amore mio incomincia a fare piaga nel cuore tuo” e mi sentivo accendere di una ‘ansietà’ che mette in moto tutto il cuore e intorno mi ci sento un dolore sensibile e materiale all’umanità che la rende indebolita e svenuta e come morta, ma il cuore e lo spirito pare che riposi(no) in Dio. La Luce che rapisce lo spirito e fa vedere in lontan(anza) Iddio, questa stessa illumina la mente e poi scende nel cuore e fa vedere e sentire la presenza di Dio e questo lo accende di un’ansietà e desiderio che il cuore non vorrebbe stare nel petto, ma tutto trasformarsi all’oggetto amato. Un certo moto il cuore lo sente continuo. Dopo pranzo mi sono intesa rinforzare il battimento del cuore e mi ha preso tanto veemente che il corpo e tutte le membra mi si (sono) addormentate che non mi sentivo più le braccia e le mani e tutta la vita addorm(enta)ta e insensate le membra. Questo mi ha durato più di un’ora. La mia umanità pare che si intimorisca a queste cose, ma lo spirito è disposto a fare la volontà di Dio. Dopo la Comunione mi sono intesa rapire lo spirito e non ho più sentito il moto del cuore, ma fuori di me, dell’umanità non ne sentivo più: solo con lo spirito e intelligenza e notizia di Dio e con il solito desiderio acceso di arrivare a possedere Dio. Mentre lo spirito rimirava, Dio mi ha fatto vedere una favilla che serpeggiando ora in qua ora in là, come serpeggiando veniva verso me e dopo mi si è data una chiara notizia dell’incarnazione del Verbo. Mi faceva intendere l’altezza della divinità incomprensibile (di cui) è incapace ogni umano intendimento. 0 grandezza infinita! Restava sbigottito lo spirito, vedevo che l’essere del(la) divin(ità) non si può esprimere. Mi dava ad intendere con il solo vedere che la divinità scendere voleva ad abbassarsi (a) prendere carne umana e unirsi di umana spoglia e umanarsi: quel che non può comprendere nessun Beato, ma solo Iddio in se stesso: farsi bambino e uomo e Dio. Io non potevo più intendere, ma restata persa in Dio, ripigliato Lume lo spirito, mi si è dato a vedere avanti alla presenza di Dio, un calice della Passione limpido e chiaro. Lì vedevo (di) parte in parte tutta la Passione del mio Gesù. Il mio spirito non ne ha avuto dichiarazione. Solo desiderava di giungere a Dio. Ritornata in me, di nuovo mi sentivo Gesù sensibilmente nel cuore con la Luce e con l’Amore che fa prova di affogarlo e si vorrebbe attaccare all’albero dell’Amore. Dir(ei) una similitudine: come uno che lo affoga il fiume, se vedesse un albero, lì sì, desidererebbe di attaccarsi per difendersi dall’acqua che lo affoga. Così fa il mio cuore. L’amore e la misericordia lo sommergono; onde mi raccomando a Gesù e a Maria e non si scordi di me che mi levasse (di) mezzo al mondo. Più contenta sarei restata se mi avesse lasciato in un monastero; ma non si scordi di me, di aiutarmi. Compi(a) la carità, non si scordi di me per carità ché io non mi scordo di certo. Ho troppi ricordi della sua carità che non sarà mai che io mi possa scordare di lei e della carità avuta. Di (nuovo) non si scordi di me e di questo affare: se Dio volesse di farmi entrare in una santa Religione per servire Dio con tutta perfezione ed arrivare al mio acceso desiderio. Per non attediarla di più gli richiedo la sua santa Benedizione. Subito partita da lei, son venuta a parlare con la sig.ra contessa e l’ho trovata molto afflitta perché non (è) potuta venire da lei, ché molto lo desiderava, stante che (le) sta male una figliola e perciò non ha potuto lasciare. Io direi se può quando lei esce di casa o quando ritorna, purché non gli fosse di incomodo, se potesse darci un arrivo in casa della sig.ra contessa e dargli un addio: basterebbe lì al portone. Se lei può, bene; se no, poi non si pigli pena. Di nuovo mi confermo di stare sotto la sua obbedienza. Gli mando la disciplina: non si meravigli se la trova bagnata perché l’ho lavata.

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