Arcivescovo Fermano mons. Cleto Bellucci rifonda l’archivio arcivescovile aiutato da don Emilio Tassi

CLETO BELLUCCI Arcivescovo Metropolita rofonda l’Archivio storico diocesano ed è ricordato nella rivista Quaderni dell’archivio storico arcivescovile di Fermo dal Direttore don Emilio Tassi

Sarebbe veramente imperdonabile se sulle pagine della nostra rivista Quaderni dell Archivio storico arcivescovile di Fermo non venisse ricor­dato il nostro Arcivescovo mons. Cleto Bellucci per esprimere a lui la nostra filiale gratitudine e il sincero rimpianto per la sua scomparsa.

<Come Direttore> il mio compito  è quello di illustrare la decisi­va, appassionata ed intelligente opera da lui svolta per la riorganizzazio­ne, la rivitalizzazione, la fruizione dell’archivio storico diocesano e per la valorizzazione dei numerosi piccoli archivi ecclesiastici esistenti nelle strutture della vasta arcidiocesi fermana.

Potrei farlo affidandomi ai ricordi che abbracciano un periodo di quasi quaranta anni, tale infatti è l’arco di tempo nel quale ho avuto il privile­gio di aver diretto l’archivio diocesano da quando lui stesso mi pregò di assumere questo impegno nel lontano 1972, appena due anni dopo la sua venuta a Fermo.

Preferisco invece affidarmi a precisi documenti da lui redatti dai quali emerge con chiarezza l’immagine che mons. Bellucci intendeva dare all’archivio diocesano e al ruolo culturale ed ecclesiale che egli intendeva affidargli.

Breve cenno biografico.

Cleto Bellucci nasce ad Ancona il 23 aprile 1921 ; compie i suoi studi ginnasiali nel seminario diocesano della città e quelli filosofici e teologici nel pontificio Seminario regionale “Pio XI” di Fano. Riceve l’ordinazione presbiterale nel 1946 per le mani di mons. Egidio

Bignamini, arcivescovo di Ancona; è nominato, ancora diacono, vice Ret­tore del Seminario regionale di Fano e vi resta fino al 1956; vi insegna Sto­ria dell’arte e per breve tempo anche Storia della Chiesa.

Dalla sacra Congregazione dei Seminari viene nominato Rettore del pontificio Seminario regionale di Chieti nel 1956, restandovi fino al 1969.

Nello stesso anno viene eletto vescovo titolare di Melzi e destinato come Ausiliare dell’arcivescovo mons. Motolese da cui viene inviato nel­la sede di Castellaneta, diocesi unita all’arcidiocesi di Taranto.

Poco più di un anno dopo, il 21 luglio 1970, viene trasferito a Fermo con la nomina di Amministratore Apostolico “sede piena” dell’arcidiocesi e contemporaneamente Coadiutore con diritto di successione del venerato arcivescovo mons. Norberto Perini.

Il 27 settembre dello stesso anno fa il suo solenne ingresso nella chie­sa metropolitana di Fermo e inizia il suo servizio episcopale nella diocesi in perfetta unione fraterna con mons. Perini.

Il 21 giugno 1976, a seguito della rinuncia presentata da Perini, assu­me la piena successione, continuando a vivere in stretta fraternità con l’anziano arcivescovo, divenendo così arcivescovo metropolita di Fermo.

Il 18 giugno 1997, dopo 27 anni di governo episcopale fermano, Gio­vanni Paolo II accoglie la sua rinuncia alla sede fermana e si ritira a Tor­re di Palme continuando a prestare il suo servizio alla diocesi. Si mantie­ne in contatto con tutti i sacerdoti che egli segue con la preghiera, con il consiglio e con l’affetto paterno. Muore a Torre di Palme il 07/03/2013; la sua salma viene sepolta nella cripta della Basilica metropolitana di Fermo.[1]

Mons. Cleto Bellucci e l’Archivio diocesano

In occasione della sua rinuncia alla sede arcivescovile di Fermo questa rivista in ringraziamento all’arcivescovo emerito ha pubblicato un breve intervento per descrivere in particolare l’impegno da lui profuso nella si­stemazione e nell’ampliamento della sede dell’archivio diocesano al fine di consentire che il copioso e importante materiale documentario riceves­se immediatamente una idonea ed efficiente sistemazione e ne fosse ga­rantita una più sicura custodia nella speranza di creare le premesse per realizzarne la fruizione da parte degli studiosi.[2]

Mons. Bellucci individuò nel seminterrato del vasto palazzo arcive­scovile alcuni locali da tempo abbandonati ed inutilizzati che facilmente potevano essere messi in comunicazione con l’unico locale fino ad allora esistente, assolutamente inadatto e con un accesso inadeguato. I lavori ebbero inizio nell’anno 1981 e nel 1985 fu inaugurata la nuova sede dell’archivio.

A questo punto non c’è di meglio che proporre una relazione scritta dallo stesso arcivescovo nella quale con esattezza egli racconta quanto realizzato:

«Quando il Santo Padre Paolo VI mi inviò qui a Fermo, mi resi conto della necessità di porre mano al consolidamento delle strutture del Palaz­zo arcivescovile che versava in gravi condizioni di deterioramento. Feci subito ridisegnare le piante e lo spaccato dell’edificio per individuare le priorità degli interventi.

Nel visitare l’archivio poi mi si evidenziarono le carenze esistenti; non c’era più lo spazio per collocare le cartelle, non esisteva che un accesso molto scomodo dal piano della curia, non c’era alcuna possibilità di con­sultazione del materiale documentario, mancando ogni comodità e ogni attrezzatura tecnica.

Analizzando la pianta e visitando gli ambienti, mi sembrò possibile collegare la spazio adibito ad archivio dall’arcivescovo Alessandro Bor­gia e dal cardinale Parracciani con ambienti contigui e sottostanti.

Furono necessarie opere di bonifica, di sabbiatura, di livellazione dei piani, di costruzione di una nuova scala per collegare i nuovi spazi con gli antichi, di sistemazione di un nuovo ingresso in via Anton di Niccolò al fine di rendere accessibile l’archivio dall’esterno e mettere quindi a di­sposizione di un più vasto pubblico il materiale archivistico.

Nel corso dei lavori si rese necessario la sostituzione di tutta la trava­tura della sala Borgia. Dopo le opere murarie si evidenziò la necessità di restaurare gli armadi settecenteschi approntati dal Borgia e dal Paraccia- ni, di consolidare e restaurare il ballatoio creato nella sala Borgia, la co­pertura delle travi in ferro creando un soffitto a cassettoni.

Fu acquistata anche una adeguata scaffalatura metallica da collocare nei nuovi locali che vennero dotati di una illuminazione adatta; il com­plesso fu anche dotato di un impianto per il rilevamento di incendio e di un sistema di allarme antifurto.

Attualmente l’archivio si presenta sufficientemente ampio e fornito di una accogliente sala di consultazione e con ampi spazi per ulteriore rac­colta di fondi archivistici.

Debbo particolarmente ringraziare il Presidente e il Consiglio di am­ministrazione della Fondazione Carifermo per la sensibilità dimostrata nei confronti di questa realtà culturale. E’ anche con il loro contributo che è stato possibile realizzare questa opera che penso onori e arricchisca la Città e il territorio.

Ho affrontato questa impresa, non scevra di preoccupazioni, con il de­siderio di mettere a disposizione degli studiosi il notevolissimo materiale documentario conservato nel nostro archivio diocesano.

Sto adoperandomi attivamente per raccogliere nella nuova sede anche altri fondi archivistici come quello importantissimo e ricchissimo appar­tenente al Capitolo Metropolitano, quelli delle Parrocchie della città e delle Confraternite cittadine che mostrano l’interesse e sentono la neces­sità di mettere al sicuro e a disposizione degli studiosi i loro documenti storici.

Sono convinto che la Fermo di oggi debba costantemente arricchirsi con la conoscenza della sua storia, non per trame compiacimento e inuti­le orgoglio, ma per sentirsi nutrita dalla linfa delle sue radici, essere con­sapevole della sua vocazione storica, essere ancora a servizio di unità e di sviluppo culturale e sociale per il territorio di cui è stata ed è il centro propulsore.

Ma già il mio pensiero è rivolto al completamento degli ambienti e delle attrezzature per il Museo diocesano d’arte sacra. L’arte e la cultura infatti sono le dimensioni storiche di questa nostra terra. »

Nel giro di pochi anni peraltro si rese evidente la necessità di un amplia­mento dello spazio destinato all’archivio. Fu così che nel 1992 mons. Beliucci fece iniziare i lavori di ristrutturazione e di restauro di in vasto locale attiguo alla sala di studio, seppure su un piano superiore rispetto ad essa, e continuo agli scantinati del palazzo da destinare ad accogliere il materiale documentario storico delle parrocchie e delle confraternite del­la città; il nuovo settore fu inaugurato nel 1996 in occasione del primo decennio di vita della nostra Rivista.

Tutto ciò è stato fortemente voluto, personalmente seguito, diretto e realizzato dal nostro arcivescovo mons. Cleto Bellucci.

L’interessamento dell’arcivescovo tuttavia non si è limitato al settore della creazione di nuove strutture, ma ha riguardato anche l’attività che si svolgeva nelle iniziative che si andavano assumendo nel lavoro dell’archivio. Va ascritto a suo merito quello di aver fatto sentire costan­temente la sua affettuosa vicinanza nel faticoso lavoro di trasferimento, risistemazione e riordino del copioso materiale documentario, di aver ac­compagnato col suo illuminato consiglio tutti i collaboratori nei non rari momenti di incertezza, di aver fornito i necessari strumenti e il concreto aiuto per facilitarne l’attività.

Su un altro piano ben più importante e qualificante si è sviluppato l’interessamento di mons. Bellucci: quello di mettere ordine, sia sotto l’aspetto giuridico che su quello operativo, nella tenuta, nella conser­vazione e nella valorizzazione degli archivi parrocchiali e degli altri enti religiosi.

Su questo particolare aspetto è necessario citare due suoi importanti e significativi interventi: il primo si riferisce alla ordinata tenuta, con­servazione e valorizzazione dei “piccoli” archivi ecclesiastici della arcidiocesi 4; il secondo riguarda l’emanazione di norme generali sugli archivi parrocchiali e in particolare sul trasferimento degli archivi delle parrocchie soppresse che dovevano essere aggregati a quelli delle sedi delle parrocchie principali.5

Rilevante appare anche il suo costante e discreto intervento presso le altre istituzioni colturali e presso gli organi statali di controllo degli ar­chivi pubblici non statali al fine di sollecitare momenti di utile collabora­zione. Contemporaneamente ha raccomandato sempre di tenere stretti rapporti con i competenti organismi sia della Sede Apostolica sia della Conferenza Episcopale Italiana e dell’Associazione degli Archivi Eccle­siastici.

In questa breve rassegna di quanto ha fatto a favore dell’archivio diocesano mons. Bellucci non posso sottacere l’opera svolta da mons. Vin­cenzo Vagnoni, indimenticabile vicario generale per decenni. Egli mi convocò all’inizio del mio impegno per esprimermi la sua soddisfazione e il suo incoraggiamento dichiarandomi il suo rammarico per il fatto che l’archivio si era ridotto ad essere semplice deposito di materiale, difficil­mente penetrabile da rari e coraggiosi studiosi e mi fu prodigo di preziosi consigli. Allorché nel 1985 e dopo il 1992, in occasione dell’inaugura­zione e dopo essersi informato di quanto era stato realizzato dall’arci­vescovo, ormai vicino a compiere i cento anni, mi espresse tutta la sua gioia e me consegnò una vasto e copioso materiale da lui scritto e raccol­to, frutto delle sue lunghe ricerche e riguardanti fatti e aspetti della vita religiosa, civile e delle ricchezze artistiche della nostra diocesi.

Intanto i rapporti dell’archivio con altri soggetti colturali, caldeggiati, incoraggiati e promossi ci hanno consentito di partecipare a diverse ini­ziative culturali, quali la collaborazione con il Dizionario del Movimento Cattolico, ai volumi Le diocesi di Italia, all’attività dell’Associazione Ar­chivistica Ecclesiastica di Roma.

Mons. Bellucci e la Rivista dell’Archivio

Nel 1992 a conclusione del restauro degli ultimi locali dell’archivio, mons. Bellucci volle che si organizzasse un Convegno di tre giornate; personalmente invitò alcuni noti studiosi e sostenne il peso dell’ini­ziativa. Ad essa diede anche il tema: Storia locale e pluralità delle fonti e si svolse dal 5 al 7 giugno 1992. Con tale iniziativa l’arcivescovo inten­deva annunciare, come afferma nella sua prolusione, la nascita di un Cen­tro di Studi storici del Fermano, cosa che però ebbe una breve vita.

Oltre a tutto ciò che siamo venuti dicendo, si deve ascrivere a mons. Bellucci il merito di aver tenacemente voluto che l’archivio si facesse promotore di una rivista semestrale in cui fossero pubblicati i contributi di studiosi di storia locale fermani e di tutte le Marche. Quando nel 1985, subito dopo la prima inaugurazione del nuovo archivio, gli prospettai il desiderio che l’archivio avesse una sua pubblicazione periodica, egli si mostrò entusiasta e diede al progetto una dimensione ben più ampia e ambiziosa di quella che io avevo immaginato e prospettato.

Ideò un progetto in base al quale la rivista, oltre che esser diretta ema­nazione dell’Archivio arcivescovile per la valorizzazione del ricco mate­riale documentario in esso custodito, potesse anche diventare strumento per promuovere ogni possibile collaborazione con altri archivi ecclesia­stici e potesse favorire un’intensa attività di ricerca storica specialmente da parte di giovani studiosi; traguardi ambiziosi che non sempre è stato possibile conseguire.

C’è da ricordare anche un’altra importante circostanza: nella celebra­zione del Sinodo diocesano convocato da mons. Bellucci egli volle che fosse introdotta una norma che prescriveva la continuazione della pubbli­cazione della rivista di Quaderni dell!Archivio storico arcivescovile.

Mette conto anche sottolineare il fatto che lo stesso nostro arcivescovo ha partecipato con suoi apprezzati interventi alla redazione della rivista: nel volume che apre la serie pregevole è l’articolo che porta il titolo La formazione dell’archivio storico arcivescovile di Fermo; così come nel n. 1 fu apprezzato l’articolo Valorizziamo i piccoli archivi della diocesi. Al­tro contributo fu da lui offerto nel 1989 in occasione del IV Centenario dell’elevazione della elevazione della Cattedrale di Fermo a Metropolita­na. Fu da lui affrontato il tema dei problemi giuridici relativi agli archivi ecclesiastici dopo la pubblicazione del nuovo Codice di Diritto Canonico. Da tale intervento è nato il Decreto arcivescovile pubblicato nel 1990 sul­la custodia, la retta tenuta e gestione e valorizzazione degli archivi par­rocchiali e degli altri enti religiosi, che contiene anche precise norme per il trasferimento degli archivi esistenti nelle parrocchie soppresse che ri­schiavano di andare dispersi.

Credo che ogni parola che esprime la nostra profonda gratitudine per quello che mons. Cleto Bellucci ha fatto e realizzato sia per l’Archivio diocesano che per la nostra Rivista sia assolutamente inadeguata; più di ogni altra cosa però ci sentiamo di ringraziarlo per l’affetto con cui ci ha seguito in ogni momento e sostenuto continuamente e concretamente in ogni difficoltà.

Nel quotidiano impegno di archivio ogni pietra, ogni oggetto, ogni strumento di lavoro ci parlano della Sua presenza e della Sua sincera amicizia e ci assicurano che dalla casa del Padre, dove come vescovo della Chiesa partecipa alla celebrazione della Liturgia celeste, Lei ci sarà vici­no con la Sua intercessione.

Mi piace concludere con un’espressione che Cicerone scrive nel De Senectute, riferite ad ogni uomo retto che, giovane o vecchio che sia, ha ben meritato: «Brevis a natura nobis vita data est, at memoria bene redditae vitae sempiterna». La natura ci ha dato una vita breve, ma è sempiterna la memoria di una vita bene spesa.

GRAZIE, ECCELLENZA!

Una più ampia biografia di mons. Bellucci è contenuta nel volume E. TASSI, ” Gli Arcivescovi di Fermo nei secoli XIX e XX “, Fermo 2006, pp. 227-255.

 Quaderni dell’Archivio Storico Arcivescovile di Fermo, a. XII (1997), n. 24, pp. 7-9.

 

II Convegno del 1992  fu presieduto e coordinato dal noto medievista Vito Fumagalli, partecipa­rono altri relatori provenienti da tutta l’Italia e numerose e interessanti furono le comu­nicazioni di studiosi locali. Gli Atti del Convegno sono stati pubblicati nel 1994 nella serie dei volumi della rivista Quaderni dell ‘Archivio Storico Arcivescovile di Fermo an­no IX, nn. 17-18, volume di pp. 248.

La rivista ormai conta  un numero medio di pagine che da 120 a 150.

Nel 1996 all’ingresso principale dell’archivio è stata apposta la seguente iscrizione a memoria dell’importante evento:

PRAEDECESSORUM SUORUM EXEMPLA SEQUTUS ALEXANDER BORGIA ET URBANUS PARACCIANI QUI PRAETERITIS SAECULIS

VETUSTAE FIRMANAE ECCLESIAE INSIGNIA DOCUMENTA IN UNUM COLLEGERUNT AC IN TABULARIO AD HOC PARATO DISTINCTE ET ORDINATE DISPOSUERUNT CLETUS BELLUCCI ARCHIEPISCOPUS ET METROPOLYTA UT FIRMANAE ECCLESIAE MEMORANDAS RES ET VENERANDAS TRADITIONES POSTERITATI MANDARET AEDIFICII PROLATIONEM PARAVIT MONUMENTA LITERARUM DISTINCTE DISPONERE CURAVIT DIOECESANUM ET CAPITULAREM TABULARIUM INSTRUMENTIS AD NOVA EXEMPLA COMPOSITA SUPPEDITAVIT A. D. MCMXCVI

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